Autore: Simone D’Ambrosio

  • Omicidio stradale, tutte le pene che si rischiano con la nuova legge

    Omicidio stradale, tutte le pene che si rischiano con la nuova legge

    alcol-testQuanti di noi si sono svegliati nei fine settimana e, una volta accesa la televisione, la radio, oppure lette le cronache dei quotidiani, hanno avuto notizia delle cosiddette stragi del sabato sera? Chi non ha memoria degli incidenti causati dai pirati della strada che uccidono e scappano, impedendo così di dare un volto al colpevole a una morta ingiusta? Domanda retorica alla quale il legislatore penale, nel marzo scorso, ha cercato di dare una risposta. Risposta doverosa nei confronti di una società comprensibilmente sconfortata da pene esigue e scarcerazioni lampo.
    Ebbene, appare opportuno chiarire quali siano le reali novità rispetto al passato, senza entrare nei tecnicismi giuridici e nelle problematiche applicative che questo “nuovo” reato comporterà nei singoli casi posti all’attenzione della magistratura.

    Prima della riforma legislativa, la norma che veniva applicata nei casi di quello che oggi viene chiamato omicidio stradale era l’articolo 589 comma 2 del Codice penale (omicidio colposo), secondo cui “se il fatto – causare la morte per colpa di una persona – è commesso con la violazione delle norme della circolazione stradale, la pena della reclusione è da 2 a 7 anni”.
    Oggi la norma applicabile è più complessa. La riforma ha previsto pene di entità diversa in ragione della violazione della norma cautelare prevista dal codice della strada, le regole cioè che sono imposte dal codice della strada e che non dovrebbero essere violate.

    Facciamo un po’ di chiarezza e, schematicamente, indichiamo le singole ipotesi previste dal legislatore.
    L’ art. 589 bis c.p., comma 1 punisce la condotta di chi “cagioni per colpa la morte di una persona con la violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale con la reclusione da 2 a 7 anni”. Fin qui, tutto uguale. Ma successivamente, ai commi 2 e 3 dello stesso articolo, si prevede una pena ben più elevata se il soggetto che ha agito è alla guida di un veicolo “in stato di ebbrezza alcolica maggiore ad 1.5.g/l o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti” e se il conducente alla guida di veicoli speciali, come i mezzi di trasposto per persone o cose, “si trovi in stato di ebbrezza alcolica compresa tra 0,8 g/l e non superiore a 1,5 g/l” e venga cagionata per colpa la morte di una persona. In questi casi la pena prevista è della reclusione da 8 ad un massimo di 12 anni.

    Rischia, invece, dai 5 ai 10 anni di carcere chi viene colto alla guida con un tasso alcolemico tra 0,8 e 1,5 g/l, passa col semaforo rosso, circola contromano o non rispetta i seguenti limiti: 70 km/h o il doppio del limite previsto in centro città; 50 km/h oltre il limite per le strade extraurbane.
    In aggiunta sono previste delle aggravanti se il soggetto alla giuda del veicolo non sia in possesso della patente di guida, ovvero sia questa sospesa o revocata, oppure qualora il veicolo non sia assicurato.

    Questo il complesso scenario nelle ipotesi di omicidio stradale. Ad oggi è prematuro fare un bilancio sulle conseguenze concrete della norma in esame, in base anche alla sua applicazione che certo è l’aspetto che più interessa l’opinione pubblica. Le prime pronunce dei giudici di primo grado ci saranno tra un paio di anni e ci sarà da attendere almeno il doppio per le decisioni della Suprema Corte di Cassazione. Ai posteri l’ardua sentenza.

    Sara Garaventa

  • L’uomo dal fiore in bocca, Pirandello apre la stagione dello Stabile al Duse

    L’uomo dal fiore in bocca, Pirandello apre la stagione dello Stabile al Duse

    © Le PeraLuigi Pirandello (1867-1936) comincia a scrivere di teatro mentre ancora prospera il “teatro borghese”, che propone tesi moral-sociali, anche d’avanguardia, ma sempre meno aderenti alla vita reale. Nella cornice del teatro del proprio tempo, l’autore immette la novità e l’energia di un pensiero singolare che, corredato da un dialogare serrato e viscerale, finisce per rompere “tranquillità” acquisite e far dubitare di ogni assetto precostituito. La vita, secondo Pirandello, è una beffa continua che non si lascia assaporare mai, fa vivere l’uomo in un’illusoria realtà del presente mentre lo lega ai ricordi del passato.

    Il fulcro del pensare pirandelliano è superbamente centrato da L’uomo dal fiore in bocca, rappresentato per la prima volta nel 1922, quando la vena dello scrittore, in età matura, si stava rivolgendo dalla letteratura al teatro, con forme vigorose e drammatiche, rimaste latenti nel romanziere, che ne decretarono il successo.

    © Le PeraLa scena si svolge nel cuore della notte in una remota stazione ferroviaria: due uomini si incontrano e uno si porge con rara gentilezza all’altro che ha perso il treno, fradicio di temporale, carico di pacchetti destinati alle donne di famiglia, gonfio di invettive verso la vita insoddisfacente che conduce, a suo dire, a causa delle stesse.
    Il personaggio lamentoso e “pacifico” dell’avventore ha in realtà lo scopo di fare da spalla allo sfogo sempre più incombente e incalzante dell’altro, affetto da un tumore dal nome tanto dolce da sembrare un musicale scioglilingua, ma che conduce inesorabilmente alla morte: il dialogo si trasforma in un monologo attraverso il progressivo ammutolimento dell’uomo “pacifico” che , fino alla rivelazione aperta, avverte il dramma senza comprenderlo appieno.
    La consapevolezza della prossima fine della vita aumenta la ricerca della vita mediante l’osservazione di quella degli  altri, comprese le azioni più ripetitive e insignificanti: il malato osserva ma anche spiega la vita al suo compagno e gli indica, quasi con gioia, come viverla godendo del quotidiano. Ma atteggiamenti bruschi e inattesi rivelano lo stato ossessivo del protagonista, teso, come tutti gli infermi, a commisurare la realtà alla propria situazione.

    Nell’azione si inseriscono brani che vorrebbero fornire spaccati di vita coniugale e che rivelano la cattiva e banale opinione sul genere femminile maturata nell’autore dall’infelice riuscita del proprio matrimonio.

    Interpretazione sublime, ambientazione indovinata, effetti sonori memorabili ed emblematici, come lo sbuffare della locomotiva a vapore  di un treno che non si lascia mai prendere, nonostante il convulso agitarsi del viaggiatore.

    Elisa Prato

    + “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello, al Teatro Duse fino al 9 ottobre 2016.
    Regia di Gabriele Lavia. Con Gabriele Lavia, Michele Demaria, Barbara Alesse.

     

  • Rifiuti, solo Iren risponde al Comune. Entro fine anno il matrimonio con Amiu

    Rifiuti, solo Iren risponde al Comune. Entro fine anno il matrimonio con Amiu

    amiuScaduti alle 12 di oggi i termini per aderire alla manifestazione di interesse indetta dal Comune di Genova per trovare un partner industriale privato ad Amiu. Come riporta l’agenzia Dire, negli uffici di Palazzo Tursi è arrivata una sola offerta, firmata Iren. Si concretizza così lo scenario temuto dai fautori di un gara pubblica e detrattori della multinazionale: il Comune non dovrà procedere con un bando di gara pubblico per concludere l’accordo ma potrà affidarsi a una più rapida e semplice trattativa privata.

    E’ in corso di definizione la commissione che dovrà valutare l’ammissibilità dell’interesse di Iren e la corrispondenza della multiutility ai requisiti tecnici chiesti dal Comune. Tra questi: un patrimonio netto non inferiore a 15 milioni di euro, un bilancio annuale non inferiore ai 120 milioni di euro riferito alla media degli ultimi tre anni esclusivamente per attività di igiene urbana e gestione dei rifiuti, la possibilità realizzare l’aumento di capitale di Amiu per almeno il 49% attraverso impianti, aree, attrezzature, mezzi, diritti e altre dotazioni patrimoniali funzionali alla realizzazione del piano industriale e impiantistico di Amiu, anche in province diverse da quella di Genova. Inoltre, è prevista la possibilità di candidarsi in formazione collettiva, a patto che i requisiti di idoneità siano soddisfatti per almeno il 60% dal capofila e per non meno del 20% da ciascuno degli altri membri.

    L’apertura delle buste potrebbe avvenire già la prossima settimana per dare poi il via libera alla trattativa privata e segnare, di fatto, l’ingresso di Iren in Amiu entro l’obiettivo fissato dalla giunta Doria della fine dell’anno. Possibile anche un nuovo passaggio in Consiglio comunale per indicare le linee guida da seguire prima di chiudere formalmente l’accordo.

    Resta da capire come mai altri colossi del settore del calibro di A2A, Hera e Veolia, che si erano detti potenzialmente interessati a partecipare al bando, non abbiano risposto alla manifestazione del Comune.
    Nella fase di trattativa privata, il Comune dovrà poi garantire l’affermazione di Amiu quale veicolo societario esclusivo per l’erogazione del servizio, la tutela dei livelli occupazionali e della territorialità genovese, la configurazione di un modello di governance che garantisca al socio pubblico la partecipazione in maniera qualificata alle decisioni strategiche di carattere straordinario. Nelle prossime settimane, Palazzo Tursi e Amiu dovrebbero tornare a incontrarsi con i sindacati e i lavoratori della partecipata così come sancito dall’accordo firmato quest’estate.

  • Bisagno e Fereggiano, viaggio nei cantieri per la messa in sicurezza idrogeologica di Genova

    Bisagno e Fereggiano, viaggio nei cantieri per la messa in sicurezza idrogeologica di Genova

    20160928_103333Nessuno sgarbo alla visita del presidente del Consiglio prevista a Genova per venerdì prossimo per inaugurare il cantiere del terzo lotto di rifacimento della copertura del torrente Bisagno ma «un elemento rafforzativo che permette di approfondire alcuni interventi tra i più significativi della messa in sicurezza idrogeologica della città». Così, riporta l’Agenzia Dire, l’assessore comunale ai Lavori pubblici e alla Protezione civile di Genova, Gianni Crivello, risponde alle accuse di mossa da campagna elettorale sollevate dalla Regione in merito alla visita ai cantieri del Bisagno e dello scolmatore del Fereggiano organizzata questa mattina da Palazzo Tursi per gli organi di stampa. «E’ importante sottolineare che non stiamo parlando di progetti ma di cantieri aperti che si fanno e non sono mai stati fatti nella storia di Genova» afferma il sindaco Marco Doria.

    Il punto sui lavori di copertura del Bisagno

    La visita inizia da uno dei luoghi simbolo delle scorse alluvioni genovesi: l’alveo del Bisagno all’altezza di Borgo Incrociati, zona conclusiva del terzo lotto ma, in generale, di tutti i lavori di rifacimento della copertura del torrente che sono partiti dalla foce per risalire fino alla zona della stazione Brignole.
    «Verrà demolito completamente l’impalcato esistente che occlude circa metà dell’attuale sezione della galleria di scorrimento del torrente – spiega l’ingengner Stefano Pinasco, direttore delle opere idrauliche sanitarie del Comune di Genova – con la conseguente demolizione di tutti i negozi soprastanti, già abbandonati dopo le alluvioni degli anni scorsi, e verrà abbassata di circa 2 metri la quota attuale dell’alveo».

    Tutti interventi che consentiranno di aumentare la portata smaltibile sotto la copertura del Bisagno, in caso di piena, di oltre il doppio rispetto all’attuale: da 450 – 500 metri cubi al secondo, che era la portata prima dell’inizio di tutti i lavori di rifacimento della copertura, si passerà a lavori finiti a 850 metri cubi, estendibili a 1000 – 1100 senza il cosiddetto “franco idraulico”. Ma la portata del Bisagno sarà, poi, ulteriormente aumentata dalla realizzazione a monte dello scolmatore del Bisagno, che porterà alla capacità di smaltimento di 1300 metri cubi al secondo prevista dal piano di bacino.

    Benché i lavori del terzo lotto di rifacimento della copertura dovrebbero essere ufficialmente inaugurati dal premier Matteo Renzi venerdì prossimo, le attività di cantiere non inizieranno immediatamente. «Il contratto con l’impresa che ha vinto la gara verrà stipulato entro ottobre – spiega Pinasco – e i lavori dureranno 3 anni e mezzo: si inizierà con lo spostamento delle sottoutenze nel primo anno, per poi procedere alla demolizione e ricostruzione dell’impalcato come sta avvenendo per il tratto più a mare, interessato dalle attività del secondo stralcio del secondo lotto, che proseguiranno in parallelo» e si concluderanno entro l’estate 2017.

    Il punto sui lavori dello scolmatore del Fereggiano

    Superata la quota critica delle gallerie ferroviarie della tratta Genova – La Spezia, sabato prossimo i lavori per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano potranno riprendere a pieno ritmo, 7 giorni su 7, 24 ore al giorno su 3 turni di servizio e, soprattutto, con 3 esplosioni di roccia al giorno. «Tanto per essere chiari e dare i meriti a chi è giusto che li abbia – sottolinea l’assessore Gianni Crivello – lo scolmatore del Fereggiano è frutto di un impegno fondamentale che la giunta Doria ha assunto poche settimane dopo il suo insediamento. Siamo dinanzi a un’opera che si è realizzata grazie a un finanziamento del governo Monti ma anche a un mutuo di 15 milioni del Comune di Genova e di 5 milioni di Italia Sicura».

    Nel complesso l’opera costa 45 milioni milioni di euro di cui, appunto, 25 provenienti dal “Piano nazionale per le città” del governo Monti, 15 di autofinanziamento del Comune di Genova e 5 dal progetto Italia Sicura del governo Renzi che copre l’ammontare inizialmente a carico della Regione Liguria.

    I lavori consistono nella realizzazione di una galliera di 3717 metri dal mare fino al cosiddetto punto di presa sul Fereggiano e consentiranno, in fase di piena, di sgravare il Bisagno dalla portata di questo torrente e dei rii Noce e Rovare.

    «Si è arrivati a scavare fino a quota 1,6 chilometri, all’altezza del forte San Martino – racconta Rinasco – ma i lavori sono partiti da quota 909 metri, attraverso l’adeguamento di un tratto di galleria già esistente e realizzato negli anni ’90». I lavori sono dunque completati per circa il 25% ma nelle ultime settimane si è andati a rilento per l’obbligo di abbandonare le esplosioni e procedere esclusivamente con la scavatrice nel tratto sottostante i binari e le gallerie ferroviarie. Da sabato, però, torneranno 3 esplosioni al girono e gli scavi potranno avanzare regolarmente di circa 6 – 7 metri ogni 24 ore, contro il solo metro al giorno effettuato con la scavatrice.

    Termine dei lavori previsto nell’agosto 2018. Finite le opere di scavo e di rivestimento della galleria, si smonterà il capannone che ha creato qualche dissapore tra l’amministrazione, gli abitanti di corso Italia e gli esercenti degli stabilimenti balneari della zona.
    Nel frattempo, verrà completata l’opera di sbocco a mare, con una larghezza di 10 metri dimensionata anche per ospitare lo scarico dello scolmatore del Bisagno di cui è in corso di ultimazione la progettazione: lo sbocco avverrà 20 metri a valle dell’attuale linea di costa e sarà sommerso per due terzi del diametro.

    La portata massima dello scolmatore per il solo Ferreggiano si attesterà sui 111 metri cubi al secondo, ben superiore alla piena duecentennale del piano di bacino prevista a 87 metri cubi al secondo. In caso di piena e di entrata in funzione dello scolmatore dal punto di presa sul Fereggiano, dunque, tutta l’acqua verrebbe convogliata nella galleria, lasciando libero il restante letto del torrente che non creerebbe alcuna criticità al Bisagno. Inoltre, sempre attraverso un finanziamento di circa 10 milioni di euro proveniente da Italia Sicura, verranno collegati allo scolmatore del Fereggiano anche i due rivi Noce e Rovare, cosicché la portata a valle aumenterà complessivamente di altri 49 metri cubi al secondo (26 per il Rovare, 23 per il Noce).
    Da sottolineare, infine, che il 50% del materiale da scavo (circa 70.000 metri cubi complessivi), viene utilizzato per i ripascimenti straordinari e ordinari delle spiagge di corso Italia, Voltri e Vesima.

    La polemica Regione-Comune sui finanziamenti

    «Si è parlato a proposito e a sproposito dei finanziamenti. Le due più grandi opere che si stanno realizzando per la messa in sicurezza della città sono lo scolmatore del Fereggiano pagato dal Comune di Genova e il rifacimento della copertura del Bisagno pagato dal progetto del governo Italia Sicura su progetto donato alla città dalla società Impregilo – Salini». E’ quanto sostiene il sindaco Marco Doria provando a fare chiarezza sui finanziamenti per la messa in sicurezza idrogeologica della città, intervenendo nella polemica sollevata ieri dal governatore ligure, Giovanni Toti. Come già detto, a essere più precisi, lo scolmatore del Fereggiano è solo in parte pagato dall’amministrazione comunale che copre 15 milioni sui 45 previsti: altri 25 milioni derivano da uno stanziamento del governo Monti attraverso il “Piano nazionale per le città” e 5 milioni da Italia Sicura che inizialmente sarebbero dovuti essere a carico della Regione Liguria. «Il finanziamento del governo Monti – specifica Doria – è arrivato perché il Comune di Genova ha presentato un preciso progetto per la messa in sicurezza della Val Bisagno, su cui poi interviene il nostro cofinanziamento».

    Per quanto riguarda la copertura del Bisagno, riprende il primo cittadino, «i finanziamenti sono interamente del governo nazionale attraverso Italia Sicura, con cui il Comune e la Regione si sono rapportati. Così come sono del ministero dell’Ambiente – Italia Sicura i finanziamenti per lo scolmatore del Bisagno, la cui fase progettuale è ancora in corso».
    Il terzo e ultimo lotto della copertura del Bisagno è stato assicurato da un finanziamento di 95 milioni di euro, che non saranno interamente necessari grazie a una revisione del progetto e ai ribassi d’asta che nel complesso porteranno a un avanzo di circa 40 milioni.
    Per il secondo stralcio del secondo lotto, invece, l’importo di 35 milioni di euro era stato finanziato attraverso uno specifico Accordo di programma tra il ministero dell’Ambiente e Regione Liguria risalente a settembre 2010.

    E i 40 milioni che resteranno dal terzo lotto? Già nota la polemica tra Regione Liguria e Comune di Genova. Tursi vorrebbe che i soldi rimanessero sul territorio reinvestendoli su diversi progetti riguardanti la messa in sicurezza dei ponti della Val Bisagno (5 milioni per il Castel Fidardo e altri interventi per due ponti all’altezza della ex Guglielmetti), sui rivi minori e sulle aree franose sempre nella zona percorsa dal torrente. La Regione Liguira, invece, che accusa il governo di sottrarre parte dei finanziamenti di Italia sicura dai fondi europei Fsc per lo sviluppo e la coesione, vorrebbe assicurarsi la regia di questo tesoretto. «Ma l’assessore Giampedrone – sostiene il suo omologo comunale, Gianni Crivello – mi ha personalmente detto che era d’accordo con il nostro progetto. Non credo che alla Regione convenga eventualmente sottrarre questi fondi né che ne abbia l’interesse».

    Il sindaco Marco Doria, ribadisce che «non ci sono finanziamenti regionali ma solo del governo e del Comune di Genova». E sulla domanda circa un possibile minor trasferimento da Roma di fondi Fsc proprio per coprire in parte gli stanziamenti di Italia Sicura – l’assessore regionale all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, ha parlato ieri di circa 90 milioni in meno, come ricorda l’Agenzia Dire – Doria non si espone: «Lo vedrà la Regione che governa». Ciò che conta, conclude l’assessore ai Lavori pubblici e alla Protezione civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, è che «il presidente del Consiglio Renzi nel 2014 era a venuto a Genova impegnandosi a finanziare una serie di opere: l’assegno è stato staccato nel 2015, altrimenti non avremmo potuto fare i lavori che stiamo guardando oggi».

    «Al sindaco Doria consiglio vivamente di parlare delle cose che conosce e non di quelle di cui non sa nulla». Non si fa attendere la replica di Giampedrone. «Invece di fare sopralluoghi sui cantieri del Bisagno o di occuparsi dei ribassi d’asta, argomenti totalmente in capo alla struttura commissariale della Regione Liguria – tuona l’assessore regionale – Doria dovrebbe per prima cosa ringraziare il presidente della Regione per la consegna nei tempi previsti del terzo e ultimo lotto di completamento che inaugureremo venerdì prossimo e magari impegnarsi insieme a noi al fine di mantenere in Liguria la totalità dei finanziamenti dei fondi statali Fsc che il governo vuole decurtarci». Per l’assessore, il sindaco della capoluogo ligure «dovrebbe avere il garbo istituzionale di capire cosa sta accadendo intorno a lui prima di inserirsi su argomenti che non conosce». E sottolinea che durante la visita del premier Matteo Renzi, prevista a Genova per venerdì, la giunta Toti chiederà proprio all’esecutivo di non ridurre le risorse a favore della Liguria nei fondi Fsc per compensare parte dei finanziamenti stanziati attraverso Italia Sicura. «Le risorse a disposizione per la messa in sicurezza del Bisagno sono da iscrivere integramente ad un’emergenza nazionale – continua Giampedrone – e chiediamo che il governo mantenga questo impegno totalmente con fondi nazionali». Per questo l’assessore ricorda che «la vera partita è fare in modo che il piano degli interventi nazionali delle città metropolitane rimanga tale mantenendo per la Liguria la piena e totale disponibilità dei fondi Fsc (ex FAS) 2014-2020 che per noi sono vitali per interventi nel campo delle infrastrutture e del turismo».

  • Blue Print, Doria punta sull’estero: “Soldi del governo e concorso internazionale non bastano”

    Blue Print, Doria punta sull’estero: “Soldi del governo e concorso internazionale non bastano”

    blueprint-fieraBlue Print Competition, ma soprattutto un’occasione per ridisegnare la città. Il “Doria-pensiero” sul progetto di Renzo Piano è sempre stato chiaro e lo ha ribadito durante l’incontro con architetti e ingegneri al Salone Nautico Internazionale. Il Blue Print è un polo strategico per la Genova del futuro insieme con Erzelli e le ex aree Ilva. Di sicuro, le ultime due hanno vissuto periodi poco felici, fatti di polemiche e non hanno ancora visto la nuova luce: un esempio è il trasferimento della facoltà di Ingegneria sulla collina che tra Cornigliano e Sestri Ponente. Bisogna sperare che il Blue Print non subisca lo stesso destino anche se resta il punto interrogativo più grande: i soldi. «L’amministrazione comunale non ha risorse da spendere nel progetto – dice chiaramente il sindaco – ed è per questa ragione che servono gli investimenti privati e l’aiuto del governo. Quest’ultimo è arrivato con 15 milioni di euro, io ho detto grazie a Renzi e sono contento dell’attenzione di Roma, ma mi sono soffermato a pensare che per rifare l’Expo sono arrivati centinaia di miliardi di lire nel 1992». Insomma, il paragone è chiaro, ma di mezzo c’è stata anche una crisi che ha portato tutto il paese a essere schiacciato. Ed è qui che entra in campo la Blue Print Competition, voluta da Comune di Genova e Spim, la società per la promozione del patrimonio di Tursi.

    Se è vero che gli investitori bisogna attrarli, la competizione, volta al recupero degli spazi vuoti dell’ex Fiera internazionale, diventa un punto fondamentale, anche se non sufficiente. Per questa ragione sarà presentata all’estero, in paesi come Russia e Cina. «Sicuramente questo è un punto chiave – prosegue Doria – ma la Blue Print Competition da sola non basta, come non bastano i fondi del governo. Servirebbe che il Paese intero ripartisse». Anche perché non si può certo dire che da Roma ultimamente, tra Terzo Valico e messa in sicurezza idrogeologica della città, siano arrivati solo spiccioli. «Nella storia di Genova non si sono mai spesi tanti soldi per contrastare il grave rischio idrogeologico che purtroppo ci affligge – ricorda il primo cittadino – stiamo realizzando gli scolmatori, stiamo abbattendo tutti gli ecomostri costruiti negli alvei dei torrenti. Poi ci sono gli investimenti potenziali, soldi pronti per grandi progetti». Ed è qui che si inserisce ancora una volta il Blue Print che fa parte dell’ampia visione sulla trasformazione di Genova. «Non entro nel merito del concorso, naturalmente, ma sono stati in molti a contattare la Spim per partecipare alla competizione. Al momento il 40% dei contatti arriva dall’estero e in testa c’è il Regno Unito. Entro dicembre capiremo il numero esatto dei partecipanti – prosegue il sindaco – e a chi dice che il Blue Print è bellissimo ma irrealizzabile per via dei costi, rispondo che il senso è anche quello di trovare i finanziatori».

    L’incontro al Salone nautico organizzato dall’ordine degli ingegneri è statao anche l’occasione per ripercorrere la strada, a volte accidentata, che ha visto nascere il Blue Print, dal giorno in cui Riccardo Garrone, allora patron dell’U.C. Sampdoria, presentò sul tavolo del sindaco il progetto per costruire lo stadio, fino alle polemiche con il Coni per l’idea di trasformare il Palasport in una darsena coperta. «Comunque ho trattato Malagò meglio io – ironizza Marco Doria riferendosi al no del sindaco di Roma, Virginia Raggi alla candidatura di Roma per i Giochi olimpici del 2024 – dato che la trasformazione del palazzetto in darsena coperta è stata rivista, con una nuova progettazione che consentirà far rinascere il Palasport mantenendo la sua vocazione sportiva, grazie anche alla collaborazione stessa del Coni». Allora, non resta che aspettare: di certo servirà molto tempo per vedere realizzato il disegno di Renzo Piano. Sperando che non si trasformi nell’ennesimo buco nero di Genova. «Non possiamo permettercelo – conclude Doria – proprio adesso che Genova sta diventando “famosa” all’estero come una città da visitare». Ed proprio dall’estero che, come una sorta di ideale restituzione, si attendono i potenziali investitori.

    Michela Serra

  • Ilva, Cornigliano non si fida del governo: “Quando verranno restituiti i soldi per gli lpu?”

    Ilva, Cornigliano non si fida del governo: “Quando verranno restituiti i soldi per gli lpu?”

    La stabilimento Ilva a CorniglianoAssociazioni di Cornigliano nuovamente sul piede di guerra dopo che il viceministro allo Sviluppo economico, Teresa Bellanova, ha garantito, d’accordo con Regione Liguria, 5 milioni di euro per l’integrazione al reddito dei lavoratori dell’Ilva. I soldi verrebbero, infatti, anticipati dalla Regione tramite Società per Cornigliano, la partecipata i cui fondi (di provenienza soprattutto regionale e comunale) sono destinati alla bonifica e riqualificazione del quartiere. «Non ci fidiamo – è la dura presa di posizione di Paolo Collu, coordinatore delle associazioni che operano sul territorio – le garanzie che ci offre il governo non sono sufficienti e i soldi tolti alla Società sono soldi tolti al quartiere, che potrebbero essere usati (per esempio) per ricostruire il tessuto sociale con un sostegno ai commercianti». Collu, che coordina in tutto 22 realtà corniglianesi tra associazioni e parrocchie, fa notare che la promessa di risarcimento tramite una voce della Legge di Stabilità (ipotesi ventilata dal governo) sia estremamente vaga e che nemmeno sia stata fissata una data entro cui garantire la riconsegna delle risorse.

    La forte contrarietà dei cittadini che era già stata espressa la scorsa primavera, è stata ribadita oggi al Centro civico di Cornigliano, durante un incontro a cui hanno partecipato anche il presidente del Municipio Medio Ponente, Giuseppe Spatola, il presidente della Società per Cornigliano, Enrico Da Molo, e alcuni lavoratori dell’Ilva, con cui non sono mancati scambi di battute infuocati. Per i sindacati, infatti, che si sono riuniti circa un’ora più tardi, l’accordo concluso con il governo è un buon risultato dal momento che i 650 lavoratori che dal primo ottobre andranno in cassa integrazione, vista la scadenza il 30 settembre dei contratti di solidarietà, potranno continuare a contare sull’integrazione del reddito. Attualmente i lavori di pubblica utilità occupano i dipendenti di Ilva per circa una settimana al mese ma, attraverso i nuovi stanziamenti, si dovrebbe riuscire ad allungare la copertura per quasi tutte le giornate lavorative. Bruno Manganaro, segretario della Fiom Cigl Genova, ha sottolineato l’importanza del fatto che l’esecutivo «abbia confermato la validità dell’accordo di programma per Genova Cornigliano. Nei prossimi giorni ci vedremo con l’azienda per la gestione della cassa integrazione e con Regione e Comune per firmare l’accordo sui lavori di pubblica utilità». Un risultato improntante, secondo il sindacalista, «da un lato per i lavoratori che così continuano a integrare il reddito previsto dagli ammortizzatori sociali ma, dall’altro, anche per la città perché in questi mesi gli lpu hanno dato un grande contributo per la riqualificazione urbana, la sistemazione di scuole, parchi e giardini e altre attività. Con i nuovi fondi, i lavoratori saranno impegnati ancora di più».

    Nel botta e risposta con gli abitanti di Cornigliano, i lavoratori hanno fatto notare anche come Società per Cornigliano dovrebbe garantire anche i livelli occupazionali della delegazione. Una visione non condivisa da Collu e gli altri presenti, che hanno però voluto sottolineare di “non essere contrari” all’integrazione del reddito dei lavoratori. «I corniglianesi contrari a nuovi esborsi della Società sono spesso anche lavoratori Ilva – ha aggiunto Collu – come negli anni ’80 le donne che protestavano contro l’inquinamento erano spesso mogli di operai».

    Via CorniglianoPiù “di mediazione” la posizione del presidente Spatola, che pure non manca di far notare l’assenza della classe politica su questa tematica. In effetti, al confronto erano stati invitati anche i capogruppo comunali e regionali e i parlamentari liguri senza ricevere alcuna risposta. «Per lo meno c’è un’inversione di tendenza politica – ammette Spatola pur sottolineando come il suo ottimismo sia “istituzionale” – ora c’è l’impegno a restituire le risorse prese dalla Società per Cornigliano, mentre prima i soldi venivano presi quasi senza chiedere». Quella che si prospetta sarebbe, infatti, la terza volta in cui i soldi della Società verrebbero utilizzati per integrare i redditi dei lavoratori. La prima volta fu nel 2014, quando le reazioni della delegazione non furono energiche perché si pensava davvero fosse un provvedimento una tantum. In quell’occasione furono prelevati circa 6 milioni di euro, a cui se ne aggiungeranno altri 900mila un anno più tardi, questa volta con le associazioni pronte a far sentire la propria voce in polemica con il provvedimento.

    «Non condivido l’ottimismo del presidente Spatola – ha detto nel corso dell’incontro la presidente dell’Associazione per Cornigliano, Cristina Pozzi – e non sono contenta dell’accordo raggiunto a Roma. Personalmente condanno anche gli esborsi precedenti e penso, anche se nessuno lo dice più, che dovrebbero essere rimborsati alla Società. 5 milioni per lo Stato sono briciole mentre per Cornigliano sono vitali, spetta dunque a Roma garantire l’integrazione al reddito dei lavoratori».
    Luca Lottero

  • Scuola, panino da casa? I presidi di Genova dicono no

    Scuola, panino da casa? I presidi di Genova dicono no

    mensa«Considerata la complessità del problema e le connesse responsabilità, i Dirigenti ritengono che attualmente non ci siano le condizioni per consentire il consumo di pasti portati da casa, sia sotto l’aspetto igienico-sanitario (presenza di alunni allergici a rischio anafilassi, modalità di conservazione e somministrazione dei cibi…) sia sotto gli aspetti organizzativi (risorse, personale dedicato…). Pertanto nell’immediato, in attesa di un’eventuale modifica delle condizioni attuali, non potrà essere autorizzato il consumo di pasti portati da casa, come già previsto dal vigente regolamento comunale». Così i dirigenti scolastici della Conferenza cittadina di Genova ribadiscono il proprio no fermo e deciso al panino da casa al posto dei pasti offerti dal servizio di ristorazione scolastica. «Ferme restando le considerazioni di opportunità educativa e pedagogica già altrove avanzate, che inducono a guardare con preoccupazione la prospettiva di una differenziazione selvaggia dei pasti – proseguono i presidi – la sentenza della Corte d’Appello di Torino non modifica gli ordinamenti e ha competenza limitata alla circoscrizione territoriale di riferimento, come già affermato dal Comune di Genova». Nel caso in cui la validità della sentenza della Corte d’Appello di Torino fosse estesa a tutto il territorio italiano, i dirigenti scolastici genovesi sottolineano che sarebbe indispensabile «l’acquisizione delle valutazioni della Asl e degli orientamenti del ministero dell’Istruzione nonché la successiva stesura di protocolli congiunti adeguati alle singole scuole». Tradotto: ci vorrebbero mesi prima dell’arrivo del via libera definitivo del pasto da casa in sostituzione di quello fornito dalla ristorazione scolastica. I dirigenti scolastici genovesi, infine, si augurano che le famiglie evitino su questo tema l’insorgere di «derive conflittuali inevitabilmente dannose per la serenità della comunità scolastica e, in particolare, degli alunni e degli studenti, sempre al centro di ogni decisione».

    Comune di Genova: «Problemi della scuola sono altri»

    ScuolaLa posizione dei presidi genovesi, come ricorda anche l’assessore alla Scuola del Comune di Genova, Pino Boero, è in piena linea con quanto emerso ieri a Roma dalla commissione scuola dell’Anci nazionale. «Come Comuni – ci spiega – abbiamo chiesto al ministero di darci istruzioni in merito. Non sono un avvocato e non mi metto a discutere la sentenza ma se l’applicazione di quanto deciso a Torino dovesse essere estesa a tutto il territorio nazionale, il problema non sarebbe tanto quello del panino sì o panino no, ma della commistione negli spazi mensa delle scuole di chi si porta il cibo da casa e chi no». A Genova, infatti, dal 2006 è in vigore una circolare comunale che vieta l’introduzione nei refettori scolastici di qualsiasi cibo che non sia veicolato dall’azienda che si occupa della ristorazione. «Prima di far cambiare questa circolare – riprende Boero – bisogna che ci sia una chiara presa di posizione dell’Asl. Se ci viene detto che non c’è nessun problema è un conto ma, altrimenti, si dovrebbero trovare nelle scuole assistenze e spazi separati per chi porta il panino da casa e chi si affida al pasto veicolato dal Comune. Una cosa assurda, anche e soprattutto dal punto di vista pedagogico». Ma per Boero ci sono anche altri problemi «di cui forse i paladini del pasto da casa non si rendono conto. Come si conserva un panino in uno zaino per 4-5 ore? Dovremmo forse attrezzare una sala frigoriferi e forni a microonde? E con che fondi?». Insomma, per dare il via libera al pasto da casa si dovrebbe muovere una macchina, anche solamente dal punto di vista burocratico, alquanto elefantiaca. «Bisogna anche capire di che numeri stiamo parlando – afferma l’assessore – perché generalmente la percentuale dei bambini che non mangiano a scuola si attesta tra il 5% e il 6% ed è assolutamente fisiologica». E’ anche per questo che il Comune di Genova ha lanciato una campagna di raccolta delle disiscrizioni dal servizio di ristorazione scolastica con moduli da compilare entro il prossimo 30 settembre. «Ma non si tratta di un termine perentorio – dice Boero – vogliamo solo capire di che numeri stiamo parlando e quali sarebbero le scuole più interessate. Vorrei tranquillizzare anche chi si lamenta dei pagamenti del bollettino per il servizio mensa: se i vostri figli saranno autorizzati a portare il panino da casa, troveremo il modo per rimborsare i pasti non effettivamente consumati».

    Infine, una battuta l’assessore la dedica a genitori ed associazioni che hanno minacciato di presentarsi nelle scuole accompagnati dalle Forze dell’ordine per far rispettare la possibilità di portare il pranzo da casa: «La scuola in questo momento ha problemi ben più gravi come quelli delle nomine, degli insegnanti di sostegno che mancano, di spazi e di strutture inadeguate. Spostare l’asse solo sulla battaglia del panino sembra una vera e propria distrazione da problemi cogenti, non ultimo quello della riforma del servizio educativo dagli 0 ai 6 anni. E’ proprio per questo che ritengo molto intelligente il documento dei dirigenti scolastici genovesi».

  • Volpara, Amiu demolisce l’ex inceneritore. Addio alla “legge del menga”

    Volpara, Amiu demolisce l’ex inceneritore. Addio alla “legge del menga”

    volparaAddio all’ex inceneritore della Volpara. Finalmente. Nella prossima riunione di consiglio di amministrazione di Amiu, martedì 4 ottobre, la partecipata del Comune conferirà a Sviluppo Genova l’incarico di effettuare la progettazione per la demolizione del corpo principale dell’ex inceneritore della discarica della Volpara con l’obiettivo di avviare i cantieri nella prossima primavera e arrivare alla liberazione del piazzale nel giro 4-6 mesi. L’edificio demolito occupa circa 27 mila metri cubi, 900 metri quadrati per 30 metri di altezza. L’operazione costerà complessivamente ad Amiu 600 mila euro, comprese anche le economie che l’azienda pensa di realizzare con il riciclo e la vendita di un ingente quantitativo di ferro da carpenteria metallica contenuto nella struttura. «Raramente, in questi anni, ho percepito tanta sfiducia nei confronti dell’amministrazione pubblica come quella registrata dai cittadini della Valbisagno: era necessario dare una risposta concreta alle loro richieste» afferma l’assessore all’Ambiente del Comune di Genova, Italo Porcile. «E’ un atto dal valore simbolico altissimo, un segnale molto forte per la Valbisagno e per tutta la città, che testimonia un indirizzo politico molto diverso rispetto alle amministrazioni precedenti». Questi interventi si inseriscono nel quadro delle iniziative del piano straordinario di pulizia della città che prevede anche la riapertura del servizio di ritiro degli ingombrati e il coinvolgimento della cittadinanza attiva.

    «Il primo corteo per la demolizione dell’inceneritore si tenne il 22 febbraio 1992 – ricorda Giordano Bruschi, memoria storica della Valbisagno – quindi oggi siamo molto contenuti ma il vero obiettivo è giungere alla definitiva abolizione della “legge del menga: chi ha servizi scomodi, se li tenga. Vogliamo vedere un vestito nuovo per la Valbisagno». Molto soddisfatto il presidente del Municipio IV Media Val Bisagno, Agostino Gianelli: «E’ da 40 anni che aspettiamo questo momento. Negli ultimi due anni abbiamo notato un cambio di passo da parte dei responsabili di Amiu, molto più presenti nel rapporto con il territorio. Finalmente si ottiene una parte di quello che i cittadini hanno chiesto anche con battaglia piuttosto conflittuali». Nel concreto, la demolizione porterà a 40 parcheggi in più per la popolazione. «Ma dobbiamo stare sempre sul pezzo – avverte – per raggiungere nei prossimi anni l’obiettivo finale della cancellazione definitiva della Volpara, il cui servizi di discarica può essere evitato perché spazzatura non va più considerata come tale ma come materiale da riutilizzare».

    Addio ai cattivi odori

    volparaLa demolizione dell’ex inceneritore non è l’unico intervento annunciato da Amiu. Intanto, è in corso di perfezionamento l’accordo per destinare temporaneamente ad Amiu l’area dell’ex campo nomadi di via Adamoli che consentirà di liberare la strada da altri mezzi pesanti. Ma l’intervento forse realmente più atteso dalla Valbisagno è quello che riguarda la riduzione degli odori emessi dai camion che scaricano i rifiuti nella discarica. «Negli ultimi mesi abbiamo fatto diverse misurazione degli odori e dell’inquinamento – spiega il presidente di Amiu, Marco Castagna – e i risultati sono stati tutti confortanti per quanto riguarda i limiti di legge. Ma occorre anche andare incontro al soddisfacimento dei cittadini». Per questo è previsto la realizzazione di un tunnel che consentirà di incapsulare i mezzi nella fase di carico e scarico che dovrebbe risolvere definitivamente il problema cattivi odori. Si attende l’autorizzazione da parte della Città metropolitana, per lavori che dovrebbero durare circa 3 mesi. «Qualora l’intervento non fosse risolutivo – prosegue Castagna – abbiamo comunque già pronto il progetto preliminare per l’intera copertura del piazzale che però, essendo molto ampio, avrebbe tempi più lunghi e costi molto più elevati».

    Infine, questo pomeriggio è previsto un incontro tra il Municipio e i comitati per illustrare nel dettaglio i progetti e organizzare tre momenti di confronto pubblico da tenersi a ottobre in cui sarà deciso il futuro delle aree. «Non è semplicemente un segnale – sottolinea Castagna – perché con l’implementazione di Scarpino, la Volpara sarà sempre meno utilizzata. E’ giusto abbandonare gli impianti vecchi nel momento in cui ci accingiamo a realizzare impianti nuovi. E la demolizione dell’inceneritore e le battaglie che stiamo facendo per nuova impiantisca e nuove isole ecologiche danno proprio il penso di aver svoltato da una gestione dei rifiuti antica a una moderna». Attenzione però a non legare troppo «il processo di progressiva dismissione della Volpara alla realizzazione di Scarpino 3.0» avverte l’assessore Porcile. «La Volpara si potrà depotenziare quando si realizzerà il 50% di raccolta differenziata in città, quota che si può fare anche senza la nuova Scarpino, senza il porta a porta e con solo 4 isole ecologiche invece di 6. Si poteva farlo anche prima, noi come amministrazione e voi tutti come cittadini».

    I dubbi dei cittadini

    volparaTutti contenti, dunque? Non proprio. Innanzitutto perché ancora per un anno i mezzi di Amiu continueranno a sostare nella zona della Gavette vicino ai giardini pubblici. «Basterebbe – dicono i cittadini – che almeno posteggiassero al contrario, con la faccia del mezzo rivolta verso i giardini per limitare un minimo i cattivi odori». E poi perché l’operazione ha un po’ il sapore di campagna elettorale: «Se è vero che verrà liberato un spiazzo importante e che, successivamente, i parcheggi delle Gavette saranno restituiti alla città – proseguono gli abitanti – è anche vero che l’inceneritore non è più in funzione da anni e ambientalmente non causa più alcun problema. Certo, si libera visivamente una porzione ma è sul retro della strada mentre risulta molto più impattante tutto quello che sta davanti». Infine, qualcuno alza anche lo spauracchio dello spreco di denaro. «Anni fa – ricordano in Valbisagno – la Regione Liguria aveva già previsto lo stanziamento di fondi per questa operazione. Poi non se ne fece nulla perché l’impatto visibilmente peggiore è quello delle strutture che si affacciano sulla strada. Ma che fine hanno fatto quei soldi?».

  • Congresso eucaristico, che cosa resta a Genova della quattro giorni con i vescovi italiani

    Congresso eucaristico, che cosa resta a Genova della quattro giorni con i vescovi italiani

    congresso-eucaristico-chiesa-portoPer un credente con più dubbi che certezze partecipare alla messa del Congresso eucaristico che si è tenuto in questi giorni nella nostra città è stato un atto non solo di fede ma, soprattutto, di curiosità.

    Parcheggiate le moto, prescelte per muoversi nel prevedibile traffico, a debita distanza da Piazzale Kennedy io e alcuni miei amici abbiamo proseguito a piedi. Camminare al centro delle corsie di via Brigate Partigiane era una strana sensazione, che rievocava le grandi manifestazioni a cui partecipai in passato. Le camionette delle forze dell’ordine e la presenza costante di uniformi contribuivano a rendere l’atmosfera ancora più surreale, soprattutto per lo stridente accostamento alle musiche religiose lanciate dagli altoparlanti.

    All’ingresso del piazzale ancora polizia, ma passiamo senza che ci vengano controllati gli zaini; a stemperare ulteriormente la tensione, numerosi volontari in pettorine gialle e membri della protezione civile distribuiscono, con un sorriso, bottigliette d’acqua.

    congresso-eucaristico-processioneQuando arriviamo, nello spiazzo ci sono già molte persone che attendono pazienti oltre le transenne che conducono a quella navata a cielo aperto che è stata resa la piazza, con centinaia di file di sedie ben disposte e l’altare su un grande palco, in fondo. Sono presenti rappresentanti di tutta la realtà genovese, cittadini di tutte le etnie, esponenti dei militari e delle forze dell’ordine sotto il palco, rappresentanti degli alpini e dei cavalieri di Malta, scout, associazioni cattoliche e tanti altri. La presenza di carabinieri e polizia è massiccia, inquietante e rassicurante al tempo stesso. Coi tempi che corrono, non sono in pochi a ritenere che un simile evento possa essere a rischio. Maddalena, del reparto scout Genova XV, mi risponde senza esitazioni quando le chiedo se ha paura: «Si, assolutamente. Vedere i cecchini, le persone che ti controllano lo zaino [evidentemente controlli a campione dato che io e i miei amici ne siamo passati indenni, ndr]…». Altrettanto senza ombra di dubbio mi risponde alla domanda logicamente conseguente: allora perché sei venuta? «Perché non vedo il motivo per cui una paura latente debba fermare una cosa del genere».

    congresso-eucaristico-processioneStimolato dall’interessante risposta di questa giovane ragazza, decido di raccogliere ancora più pareri. Serena, altra ragazza genovese, ad esempio, non ha alcun timore: «No, non ho paura. Sono qui perché sono molto credente, ho partecipato anche alla Giornata mondiale della gioventù ma questa è un’esperienza molto diversa. Mi piacciono questi eventi in cui incontro molta gente che sente molto quello a cui partecipa; c’è molto raccoglimento». Nel mio girare mi imbatto in un gruppo di donne raccolte in preghiera con alcuni rosari in mano; noto che una si interrompe e mi guarda e colgo l’occasione, scusandomi per il disturbo, per sentire anche loro. È un gruppo di badanti ucraine che lavorano a Genova. «Abbiamo una chiesa qui, siamo cattoliche ma con rito bizantino. Quando eravamo sotto l’Unione Sovietica la nostra chiesa era perseguitata», mi spiega Marilia motivando la gioia di partecipare a un incontro simile. «Ora abbiamo la guerra e dobbiamo pregare per i nostri famigliari». Neanche loro hanno paura, come mi rispondono in coro: «Siamo con Dio». Forse questa è la vera bellezza di simili eventi, incontrare tante persone e le loro storie che si intrecciano per qualcosa in cui credono. «È bello perché è incontrarsi, conoscersi, è un’occasione di comunione» mi conferma Andrea, che sta facendo il volontario.

    Prima che inizi la funzione faccio appena in tempo a sentire ancora un gruppetto di donne, dai tratti orientali: «Siamo filippine, viviamo qui a Genova. Sono orgogliosa di essere qui, è la prima volta che partecipo a questo evento…». Chiedo anche ad Avelina, la portavoce di questo gruppetto, se ha paura: «Non ho paura, siamo con Dio. Poi se è il tuo destino, anche a casa…», lascia in sospeso la frase con un sorriso a metà tra il divertito e il sornione.

    congresso-eucaristico-chiesa-portoInizia la celebrazione, prendiamo posto. Le voci di 700 cantori della diocesi e la musica dell’orchestra incorniciano magistralmente la Messa, amplificati da un impianto audio da far impallidire un concerto. «Si sente la passione dell’ecclesia genovese per l’antico» mi sussurra un amico, sorridendo al primo canto gregoriano. Quattro maxischermi consentono anche a chi è lontano dal palco di osservare ogni ritualità della funzione. La protezione civile continua a distribuire acqua tra le file di sedie, ma il tempo è clemente, il sole mitigato dalla brezza marina; con grande sollievo, molto probabilmente, soprattutto dei due carabinieri che per tutta la messa montano ligia e immobile guardia all’altare in uniforme da cerimonia.
    L’omelia di Bagnasco è “raffinata”, elaborata nella forma, non proprio accessibile a tutti e non così facilmente traducibile nella concretezza dei problemi quotidiani. Ma, il cardinale non manca di riservare un pensiero e una preghiera a disoccupati, migranti, giovani, famiglie, consacrati, laici, politici e, naturalmente, ai terremotati del centro Italia. Toccante è soprattutto il momento di silenzio immediatamente seguente alla predica; l’intero piazzale è muto, tanto che si sente il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli della Foce, a centinaia di metri dal mio posto.

    La messa prosegue, con l’unico intoppo di una troppo anticipata conclusione (tempi televisivi?) che fa sì che molti fedeli siano ancora in coda per ricevere la comunione quando è già in atto la benedizione finale. Lasciamo in ordine e senza ressa il piazzale. Riesco a sentire ancora un gruppo di giovani dell’azione cattolica della chiesa del Sacro Cuore di Genova. «È una bella esperienza per la città, vedere così tanta gente a questi eventi» mi dice Emanuele, un adolescente. Alla fatidica domanda sorride un po’ incerto: «Un po’ di ansia c’è, ma a un certo punto ti fidiaggiunge divertito- anche di una protezione dall’alto».

  • Matteo Monforte, il “Che Guevara dei vicoli” che scrive per i comici

    Matteo Monforte, il “Che Guevara dei vicoli” che scrive per i comici

    Matteo Monforte
    © Veronica Onofri

    Matteo Monforte

    Nasce a Genova nel 1976. Nella vita scrive per la tv e per il teatro, oltre ad avere pubblicato tre romanzi. Collabora con Zelig dal 2009 e ha scritto testi per i maggiori comici del momento. Convive tutto sommato bene con il suo reflusso gastrico.

    [quote]Non potevo non ritrarre Matteo Monforte pensando ai personaggi più rappresentativi di Genova. La sua genovesità traspare chiaramente dalla sua cinica ironia e dal suo modo di essere: puoi vederlo vestito in giacca e cravatta con un sigaro in bocca a bere un bicchiere di vino nei peggiori bar del centro storico, o vestito da liceale rivoluzionario ad ascoltare musica dal vivo nei locali più chic della città.
    Fisicamente ricorda un giovane Che Guevara e così l’ho voluto immortalare.[/quote]

     

    Quando eri un bambino, quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistato cammin facendo?
    «Considerando che avrei voluto fare il calciatore e faccio lo scrittore e l’autore tv, direi che qualcosa è andata storta…
    A parte gli scherzi, fin da piccolo sapevo che non avrei mai potuto fare un lavoro “ordinario”, certe attitudini uno le ha dentro dall’infanzia. Ma i sogni non si conquistano mai fino in fondo, sennò non sarebbero sogni».

    Tu nasci come comico, così come molti altri genovesi, alcuni diventati molto famosi, come Luca e Paolo e tutti i Cavalli marci. Che tipo di comicità è quella genovese/ligure?
    «È una comicità cinica, arguta, disincantata e schietta. Come i genovesi».

    Che cosa ami e cosa odi di Genova?
    «La amo talmente tanto che la odio. In tutto».

    
Se non vivessi a Genova, dove saresti e a fare cosa?
    «A Londra a fare il bassista di una rock band».

    
Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Sì, che non ci sia mai nulla da fare. Genova è vivissima, soprattutto di arte e spettacolo. C’è sempre qualcosa da fare. In realtà, sono i genovesi il problema: non escono e rompono le balle».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova, dove la porteresti? (Un luogo, un ristorante, un percorso…)
    «La porterei a Cuneo e le direi: “Vedi che fortuna che ho avuto? Avrei potuto nascere qui”».

    Veronica Onofri

     

  • Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    fegino.iplom3L’oleodotto Iplom, la cui rottura il 17 aprile scorso aveva portato a un ingente sversamento di idrocarburi nel torrente Polcevera e nei suoi affluenti a Genova, può riprendere a funzionare dopo 5 mesi di fermo. Lo riporta l’agenzia Dire informando che l’azienda ha ricevuto il via libera dalla magistratura e la rimessa in esercizio avverrà entro la fine di settembre. Di conseguenza, anche la cassa integrazione che riguardava 240 lavoratori verrà interrotta a breve per riportare l’azienda al regime produttivo.

    “Una nuova radiografia dell’oleodotto, condotta con le più sofisticate ed aggiornate tecniche di indagine, eseguita durante il mese di agosto, ha confermato come le attuali condizioni ne garantiscano l’esercizio in sicurezza – informa l’azienda in una nota – e la permanenza delle condizioni di sicurezza, come oggi accertate, sarà garantita dalla pianificazione triennale di controlli e interventi manutentivi da parte di specialisti del settore. E sarà verificata con l’esecuzione di un nuovo collaudo idraulico nel corso del 2019, come espressamente richiesto dalla Magistratura”.

    In questi mesi, l’azienda comunica di aver realizzato 3 milioni di euro di lavori per la messa in sicurezza e 8 milioni di euro di lavori per la bonifica del territorio. In parallelo alla riapertura, proseguiranno i lavori di ripristino ambientale del territorio e un programma di interventi di miglioramento dell’affidabilità sull’oleodotto.

    Una buona notizia per i lavoratori e, speriamo, anche per il territorio se i lavori di miglioramento dell’oleodotto daranno i frutti sperati.

  • Legittima difesa, il governo impugna la legge regionale che copre le spese legali agli imputati

    Legittima difesa, il governo impugna la legge regionale che copre le spese legali agli imputati

    Sentenza del Tribunale“La norma in tema di patrocinio legale a spese della Regione invade le competenze legislative statali nelle materie dell’ordinamento penale, delle norme processuali, nonché dell’ordine pubblico e della sicurezza, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere h e l della Costituzione”. Così il Consiglio dei ministri, venerdì 9 settembre, ha impugnato la legge sul patrocinio legale gratuito, a spese della Regione Liguria, delle vittime di reato, indagati nell’ambito di procedimenti penali per aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa. Il provvedimento, approvato lo scorso 28 giugno, era stato fortemente voluto dalla Lega nord e dalla vicepresidente della Regione Liguria, Sonia Viale che ora attacca duramente il governo: «La legge che abbiamo approvato in Liguria è la stessa della Regione Lombardia, che non è stata oggetto di impugnative e aveva incassato a suo tempo anche il voto favorevole in aula del Pd. La bocciatura da parte del Consiglio dei ministri è pertanto immotivata e denota un fatto gravissimo, quello dell’utilizzo della valutazione politica della Costituzione da parte del governo».

    Anche il presidente Giovanni Toti è intervenuto sull’impugnativa, dicendosi «stupito ed amareggiato per un governo incapace di comprendere le ragioni dei suoi cittadini, anzi di non ascoltarle proprio e che sa solo penalizzare chi, come Regione Liguria, cerca di aiutarli». E punta il dito contro il guardasigilli spezzino Andrea Orlando che, dice, «in perfetto stile Pd è distante dalla gente e questo provvedimento ne è l’ennesima dimostrazione». 

    Terreno fertile per le opposizioni per scagliarsi contro la giunta regionale di centrodestra. Pd e M5S sono concordi nel sottolineare come fosse ampiamente pre-annunciata l’impugnativa. «Si tratta di una decisione ovvia, che dimostra come la Regione Liguria perda tempo, sempre più spesso, in questioni che non le competono, invece di occuparsi dei temi che riguardano direttamente i cittadini del suo territorio» affermano Raffaella Paita e Luca Garibaldi. Per i rappresentati del Pd la legge «contiene anche un messaggio sbagliato in materia di sicurezza: è pura propaganda politica e non fornisce risposte alle vittime dei reati. Misure come queste sono semplici spot elettorali, come avevamo ribadito in aula in sede di discussione». Quella dell’esecutivo viene, dunque, ritenuta una «scelta giusta, non solo perché la Regione ha violato le competenze statali in materia di giustizia, ma anche perché si tratta di una misura culturalmente sbagliata, che non serve a nulla». 

    «Non parliamo mai a caso quando solleviamo in Consiglio regionale vizi di incostituzionalità e oggi ne abbiamo l’ennesima riprova – rivendicano i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle – è ora di smetterla di sprecare tempo e denaro per approvare leggi da far west per pura propaganda elettorale»«Ieri il Piano casa e la legge venatoria, oggi la legittima difesa – proseguono i pentastellati – domani potrebbe toccare ad Alisa. Sordi a ogni critica, Toti e la sua giunta tirano dritti per la propria strada, ignorando i più elementari principi costituzionali e facendo perdere tempo e denaro ai liguri, che ancora oggi attendono invano di vedere i frutti di questo governo regionale pressappochista e impreparato».

    Che cosa prevede la legge regionale impugnata

    La legge regionale prevede un patrocinio da parte della Regione per sostenere le spese legali “nei procedimenti penali per la difesa dei cittadini che, vittime di un delitto contro il patrimonio o contro la persona, siano indagati per aver commesso un delitto per eccesso colposo in legittima difesa, ovvero assolti per la sussistenza dell’esimente della legittima difesa”. Nella legge è anche previsto da parte della Regione un intervento di assistenza legale e di contributi utili ad affrontare emergenze economiche per “i familiari degli esercenti un’attività imprenditoriale, commerciale e artigianale o comunque economica, deceduti, vittime della criminalità. Per il 2016 la dotazione finanziaria resta al momento limitata a 20 mila euro. La legge prevede che la giunta definisca con apposita delibera “i criteri e le modalità per l’applicazione” del provvedimento “dando priorità ai soggetti di età superiore ai 65 anni”.

    Ma Era Superba aveva già analizzato il provvedimento nel corso del suo iter consiliare. Qui il nostro approfondimento.

  • Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    ConcertoDall’entrata in vigore della nuova ordinanza “anti-Movida” sono già circa 200 le multe che i vigili del Comune di Genova hanno notificato agli esercenti che non hanno rispettato le regole varate dalla giunta Doria lo scorso aprile ed entrate in vigore a fine maggio. Gli accorgimenti addottati dall’amministrazione per porre un freno alla cosiddetta “movida alcolica” – che caratterizza, seppur in maniera diversa, i quartieri del centro storico e di Sampierdarena – stanno dando i primi frutti. Dopo un periodo di prova caratterizzato da una capillare campagna informativa che ha portato i vigili urbani a recarsi personalmente con opuscoli esplicativi in ogni locale dei quartieri interessati dall’ordinanza, da fine maggio sono cominciati i controlli serrati che non hanno risparmiato i trasgressori. Per una valutazione complessiva di questa operazione, i tempi non sono ancora maturi: bisognerà aspettare qualche mese e, soprattutto, il ritorno dalle ferie estive, per verificare quanto sia stato incisivo il giro di vite imposto a chi vende alcolici fino a notte inoltrata. Ma l’obiettivo del Comune di Genova è chiaro: creare il giusto equilibrio tra chi vuole vivere la movida notturna e chi ha il diritto di riposare senza essere molestato da schiamazzi e altri comportamenti poco consoni derivanti da un massiccio consumo di alcol (e non solo).

    Come ogni provvedimento che mira a regolare una consuetudine ben radicata nel panorama sociale di una città, la nuova ordinanza sulla movida ha creato una divisione tra chi vede di buon occhio l’iter intrapreso dal Comune (in questo caso, gli abitanti) e chi si sente colpito, soprattutto nel portafoglio. Tra questi ultimi, possiamo annoverare il titolare di un bar e piccolo imprenditore del centro storico genovese che, a tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, si trova a tirare le somme. E il risultato che ha per le mani non gli piace affatto.

    «Noi apriamo alle 17 – ci racconta – e fino alle 21 non entra nessuno; il vero lavoro inizia alle 23. Con le nuove regole del Comune che ci impongono di chiudere alle 2, siamo praticamente costretti a chiudere non appena la gente comincia a consumare. In questo modo, i miei incassi si sono dimezzati». Il nostro interlocutore non è italiano e, anche per questo, preferisce rimanere anonimo: si tratta di uno dei tanti lavoratori extracomunitari che ha provato a svoltare aprendo diverse attività commerciali nella zona di San Donato, cuore della movida genovese. Gli affari per il piccolo imprenditore sono andati bene fino a che i minimarket e i bar come il suo, che offrono cocktail e birre a prezzi inferiori alla media, sono finiti sotto i riflettori mediatici per essere stati identificati quali cause principali cause del degrado serale dei vicoli di Genova.

    «Noi lavoriamo come tutti gli altri – si difende – paghiamo le tesse e chiediamo i documenti ai clienti che entrano nel bar prima di servirgli da bere. Nonostante questo, quando sui giornali si parla di emergenza alcool tra i giovani e di degrado del centro storico, le fotografie che accompagnano gli articoli ritraggono sempre locali come il nostro e non quelli che applicano i nostri stessi prezzi ma sono italiani. Noi chiediamo solo di poter lavorare come tutti gli altri».

    moretti-movida-centro-storico-DIIl principale indiziato dell’attacco ai locali come quello della nostra fonte è il basso prezzo a cui vengono venduti gli alcolici: si parte dal famoso chupito a 1 euro passando per la birra in bottiglia a meno di 3 euro e arrivando ai cocktail a 3,5 euro. Solo questione di concorrenza? «Tengo i prezzi più bassi per essere competitivo – sostiene il nostro interlocutore – ma se il Comune obbligasse i bar ad adottare un tariffario uguale per tutti, non avrei problemi a rispettarlo». Se questa può essere considerata una misura da fanta finanza poiché l’amministrazione pubblica non può imporre un tariffario obbligatorio, è altrettanto vero che chi offre un servizio in maniera legale, dovrebbe poter operare al pari di tutti gli altri, guadagnando quello che reputa opportuno, probabilmente a discapito della qualità…ma questo è un altro discorso.

    L’origine dell’emergenza e dell’abuso di alcool tra i giovani non va ricercata solo nei bassi prezzi offerti da questo tipo di locali. «Noi lavoriamo all’interno di un quartiere frequentato prevalentemente da ragazzi che spesso si fermano davanti al nostro locale e consumano diverse bottiglie di super alcolici o di birra che si sono portati da casa – ricorda l’imprenditore – o che hanno acquistato in qualche supermercato. Non riesco a capire perché non ci sono controlli in questo senso, visto che dopo le 22 è proibito girare con bottiglie di vetro per il centro storico».

    A causa della nuove normative, il nostro interlocutore racconta di essere già stato costretto a chiudere una panineria e un minimarket aperti da poco e ora rischia di tirare definitivamente giù la serranda anche del bar che ha visto la luce solo nel 2015. «Non so che cosa vogliono ottenere con questa nuova normativa – si sfoga – forse vogliono farci chiudere tutti o forse vogliono colpire i minimarket che si sono diffusi per il centro storico negli ultimi anni. Quello che so, però, è che i locali al Porto Antico non sono soggetti all’ordinanza pur trovandosi a pochi metri dal centro storico e così il problema degli schiamazzi notturni non si risolve. L’ordinanza colpisce chi ha un locale nei vicoli favorendo chi ne ha uno al Porto Antico: non capisco il perché».

    Andrea Carozzi

  • New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    newyork-diegoarboreEra una tiepida mattina di maggio, il sole aveva fatto un cammeo durante le prime ore per poi non presentarsi più, lasciando il posto a una grigia foschia.
    Leggevo La Baia di H.J.Michener, un capolavoro semisconosciuto della letteratura del Novecento ricevuto in regalo da mia zia (era un’edizione risalente al 1980 perfettamente conservata, dal valore umano inestimabile): racconta quattro secoli di storia nordamericana romanzata ad arte, dall’arrivo dei primi europei nelle Americhe fino quasi ai giorni nostri.
    Al suo interno, tra due pagine ingiallite e incollate dal tempo ho trovato una busta, conteneva una fotografia in bianco e nero ritraente un uomo di bell’aspetto, magro ed elegante, che indossava un abbondante abito grigio e scarpe in cuoio con la punta consumata, teneva in mano un cappello e al suo fianco una valigia legata solo da uno spago, dietro di lui, oltre la prua di una nave si stagliava il ponte di Brooklyn.
    L’uomo nella fotografia era Luigi Barretta, il prozio di mio padre, partito nel 1904 con destinazione New York. Aveva la mano veloce, ma a differenza dei suoi compaesani cuciva e non sparava, tagliava le stoffe più pregiate componendo abiti su misura come nessuno nel suo paese natio, Stilo, un piccolo borgo medioevale, pigramente adagiato ai piedi del monte Consolino in provincia di Reggio Calabria.
    Agli inizi del Novecento la vita era polverosa come le strade del paese, la fame si incontrava per strada e ti guardava negli occhi, come un vecchio sporco cane randagio, fino a farti morire.
    Era apprezzato per la qualità dei suoi abiti, tuttavia i guadagni si riducevano al lumicino, i lavori più onerosi scarseggiavano e nell’ultimo anno si limitava a rammendare indumenti lisi e sgualciti di chi non se ne poteva permettere di nuovi.
    Decise così di intraprendere il primo viaggio verso l’America con l’intento futuro di portare tutta la famiglia nella terra dei sogni, trasferendosi a Brooklyn.

    Svolse i lavori più umili prima di essere assunto come sarto dentro un magazzino di abbigliamento, dove il suo talento fu finalmente riconosciuto e, grazie alla parsimonia e alle cospicue mance, in breve tempo riuscì ad aprire una bottega tutta sua.
    In due anni la piccola bottega divenne una catena precorritrice dei moderni supermercati, dove era possibile acquistare generi alimentari, abbigliamento e articoli per la casa.
    Cedette le sue attività a un facoltoso magnate e fece perdere le sue tracce in circostanze ignote, forse avido dei soldi guadagnati o semplicemente perché li doveva a qualcuno. In Italia lo aspettarono invano, di lui è arrivata solo quella fotografia e delle cartoline spedite a parenti ormai scomparsi.
    Ho riposto la busta nel libro e dopo un’ultima occhiata alla fotografia sentivo ardere una missione dentro di me, ripercorrere la strada di Luigi Barretta e, contrariamente a lui, ritornare a casa.
    Esattamente dopo quattro mesi ero in fila ai lunghi controlli del JFK di New York. Diversamente dal mio antenato, vestivo pantaloni corti e t-shirt, in mano tenevo ben salda la reflex pronta a scattare non appena avessi ricevuto il via libera per entrare negli States.

    Il taxi viaggiava oltre i limiti consentiti, il conducente era un loquace ragazzo afroamericano improvvisato cicerone che spacciava luoghi apparentemente anonimi come scenari di alcuni dei film più famosi. Dal finestrino passavano le immagini delle case a schiera e i campetti da basket del Queens fino a sfociare nell’East river per poi entrare nel muro di grattacieli proprio quando il sole, calando, disegnava l’inconfondibile silhouette di Manhattan nel cielo serale.
    L’appartamento era piccolo e confortevole nella tranquilla ed elegante Chelsea, la proprietaria, una ragazza con cui non ho avuto modo di parlare se non tramite email, aveva lasciato tutto a mia disposizione, compresa una collezione dei suoi personali oggetti di piacere.
    Il Chelsea Market era il luogo adatto dove trovare una vasta scelta di ristoranti, distava pochi isolati. Dopo una doccia rinfrescante, mi sono incamminato lungo i viali alberati illuminati dalle insegne al neon dei locali, come nei migliori quadri di Hopper. Dopo la cena a base di aragosta e sushi, sono rientrato per riposare: la mattina seguente dovevo affrontare la prima tappa del viaggio di Luigi Barretta, la piccola Ellis Island.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Una leggera coperta di nubi conferiva al mare un aspetto non diverso da una colata di piombo fuso, un peschereccio rientrava dalla notte accompagnato dalla danza dei gabbiani sulla cresta dell’onda e una frotta di turisti era assiepata sul molo, in attesa del battello.
    Questo isolotto, ormai adibito a museo, in passato aveva accolto 12 milioni d’immigrati, tra i suoi muri si respira ancora l’odore dei corpi ammassati in attesa delle visite mediche e delle valigie di pelle accatastate.
    Vecchie stampe sulle pareti ritraevano i volti provati ma felici delle famiglie appena sbarcate, gli occhi inconsapevoli dei bambini e quelli pieni di speranza e illusione delle famiglie, come quelli di Luigi ai piedi del ponte di Brooklyn.
    L’emozione è diventata ancora più grande quando negli archivi pubblici ho trovato un documento attestante che il 17 maggio del 1904 all’età di diciannove anni Luigi Barretta era sbarcato negli Stati Uniti d’America sulla nave Palatia partita da Palermo.
    Mia zia, che nel frattempo seguiva le mie gesta oltre Atlantico, era riuscita a reperire un indirizzo grazie ad una vecchia cartolina: al 1430 di Coney Island Avenue di Brooklyn, Luigi aveva aperto la sua prima bottega, la meta adesso era concreta, ma prima c’era da visitare la Grande Mela.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    In estate a New York fa caldo, per usare un blando eufemismo, un umido vento torrido soffiava e si fermava come il mantice di un camino, l’asfalto si scioglieva e dalle viscere saliva un nauseabondo vapore, un odore acre come di verdure avariate.
    I graffiti sui muri appaiono senza preavviso, inerpicandosi in alto come edere abbandonate. Lo sguardo si perde nello zigzagare delle scale antincendio delle palazzine fino ad arrivare sui tetti dove grosse cisterne d’acqua ricordano razzi pronti a partire.
    La città è un serpente che cambia pelle. È sufficiente cambiare strada per trovarsi dalla sporca e caotica Chinatown ai colori allegri e la musica di Little Italy, dalle pericolose facce di canal street all’eleganza del Tribeca e del Financial district.
    L’aria vintage del Greenwich village e dei negozi di abiti e vinili usati, lo stile british di Chelsea e quello artistico di Soho e delle gallerie d’arte mentre tutto ruota attorno a un centro, dove il tempo non esiste, si ferma e ti accoglie in qualsiasi veste tu sia, quel luogo si chiama Times square.
    Camminando tra le insegne luminose dei teatri e delle pubblicità, s’incontrano cespugli di capelli e pantaloni a zampa, predicatori e mendicanti, artisti di strada, suonatori improvvisati e narcolettici sdraiati negli antri più impensabili distesi come fachiri e vagabondi che camminano senza meta con la sola anima come fissa dimora.
    Il fumo dei carretti ambulanti e quell’aroma speziato del Kebab si aggrappa ai rivoli di vento arrivando fino a Central Park per poi svanire disperso tra le fronde dei rami di quercia rossa e le fragranze acerbe dell’erba fresca.
    Le foglie, mosse da una lieve brezza, ballano al ritmo di una fisarmonica gitana, altre si staccano come lacrime a ogni accordo di chitarra dedicato a John Lennon, le più intraprendenti si sono spinte fino al lago per galleggiare insieme alle barche a remi circondate da una corona di grattacieli, ormai diventati un uniforme ombra nera.
    Una ragazza, capelli castani al vento e il volto coperto dalla sua fotocamera, tenta di scattare un’immagine di un papà che tiene in braccio il suo bambino: era la sua foto e così ho lasciato che fosse, un’immagine bellissima di chi l’aveva vista e inseguita con tanto amore da non voltarsi nemmeno un secondo per svelare un viso che resta un mistero.

    Brooklyn intanto scalpitava, ed io con lei. Sentivo un fuoco scoppiettare dentro di me, solo la notte ci divideva, aspettavo quieto e pensante come un cowboy di fronte a un falò in una notte stellata, soltanto il sole avrebbe svelato la strada.
    Le sue popolose strade sono un groviglio di etnie e stili differenti, lunghissimi viali alberati s’incrociano con le interminabili file di negozi e ristoranti per poi svanire nel nulla in perfetto stile americano.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    L’indirizzo era quello giusto, l’insegna gialla riportava caratteri orientali in quella che un tempo era la bottega di Luigi, ora sorgeva un pessimo ristorante cinese.
    Mi sono guardato allo specchio, dove era riflesso quell’orribile gatto che mi salutava con la zampa e che pareva sbeffeggiarsi di me. Il mio viso deluso era un libro aperto, ma non potevo aspettarmi altro dopo un secolo dalla sua chiusura.
    Chinandomi per andare via, un uomo con un abito grigio mi scontra: due scarpe in cuoio consumate sulla punta si avvicinano a me, la sua mano raccoglie il mio zaino e me lo porge, pronunciando con una voce calda e familiare un semplice “chiedo scusa”. Poi, si allontana e, prima di voltare l’angolo, calza il cappello per sparire con la sua valigia mischiandosi tra folla.


    Diego Arbore

  • La Lanterna si connette al wi-fi. Dalla città arrivano più di 5 mila euro grazie al crowdfunding

    La Lanterna si connette al wi-fi. Dalla città arrivano più di 5 mila euro grazie al crowdfunding

    yoga-lanternaGenova città spilorcia e chiusa alle novità? Pare proprio che l’associazione OpenGenova sia riuscita a spazzare via in un colpo solo due dei più triti luoghi comuni affibbiati alla Superba. Come? Lanciando, in collaborazione con i Giovani Urbanisti, un crowdfunding per portare la connessione wi-fi alla Lanterna e riuscendo addirittura a raccogliere una cifra superiore all’obiettivo: 5.210 euro l’importo finanziato, il 104% rispetto a quanto necessario. I 210 euro in eccedenza serviranno al monitoraggio dei lavori, che saranno affidati all’azienda partner Guglielmo e che anche i singoli cittadini potranno tenere sotto controllo tramite gli aggiornamenti pubblicati sul sito www.opengenova.org

    C’è chi ha partecipato al crowdfunding con 10 euro, chi s’è spinto addirittura fino a 500: in totale, sono una novantina i donatori che hanno contribuito al progetto Lanterna 2.0, che prevede l’installazione di un impianto wi-fi all’interno della sala conferenze, della biglietteria e nel parco di oltre mille metri quadrati circostante il faro. Chi ha partecipato alla colletta è stato premiato, a sua volta, con una cena per due persone alla Trattoria dell’Acciughetta e con un giro turistico del centro di Genova offerto dalle guide di Explora. Al progetto hanno poi contribuito con una donazione da 500 euro a testa ETT Solution, Finsea Spa, Netalia, Shenker Genova e Gioielleria Natoli.

    «Terminata la prima fase con il reperimento dei fondi, al più presto ci attiveremo per iniziare la fase operativa con l’installazione degli apparati e dell’infrastruttura tecnologica che permetterà l’erogazione del wi-fi gratuito alla Lanterna» assicura Pietro Biase, coordinatore del progetto Lanterna 2.0 per OpenGenova. «Sarà nostra cura tenere informati i donatori e chi ci ha supportato in questi mesi tramite aggiornamenti sull’avanzamento dei lavori e, in un’ottica di assoluta trasparenza, sulle modalità con cui verranno impiegati i fondi raccolti».

    «Per la prima volta si è riusciti a mettere insieme il simbolo della nostra città con l’innovazione digitale, sensibilizzando cittadini ed aziende che ci hanno dato credito: un risultato che per noi rappresenta un passaggio importante» aggiunge Enrico Alletto, presidente di OpenGenova. «Adesso questa fiducia va ripagata realizzando il progetto il prima possibile e nel migliore dei modi. Open Genova seguirà tutta l’operazione ed attiverà un sistema di monitoraggio online sullo stato di avanzamento lavori. Inoltre, a breve chiederemo al Comune di Genova un’azione di potenziamento della banda larga nella zona del Faro. Il mio ringraziamento personale va a Pietro Biase e a tutto il gruppo di OpenGenova che si alterna con cuore e professionalità per realizzare progetti che alla vigilia sembrano quasi sempre impossibili. Un altro pezzo di storia digitale della nostra città è stato scritto. Non è il primo e non sarà l’ultimo».

    «Come già evidenziato nel corso dell’Open talk organizzato lo scorso mese di maggio al Mercato del Carmine – conclude Alletto – crediamo che il free wi-fi rappresenti un’opportunità per il commercio e per il turismo della nostra città e proprio attraverso l’operazione Lanterna 2.0 OpenGenova vuole rilanciare la diffusione di questo progetto tra i commercianti genovesi, pensando anche al profetto Liguria Wifi messo in campo dalla Regione».
    Marco Gaviglio