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  • Reddito di cittadinanza: le proposte incrociate di M5S e Pd, lo scontro con la giunta regionale e il quadro nazionale

    Reddito di cittadinanza: le proposte incrociate di M5S e Pd, lo scontro con la giunta regionale e il quadro nazionale

    consiglioregionaleLIGURIA_01In questi giorni prenderà avvio la discussione, in Regione, di una proposta di legge regionale volta a introdurre in Liguria un reddito di inclusione attiva, più prosaicamente un “reddito di cittadinanza”, erogato dall’ente territoriale a persone che si trovino in difficoltà economica. Un’iniziativa promossa parallelamente in Regione, con due proposte differenti, dal Movimento Cinque Stelle e dal Partito Democratico.

    «La nostra proposta è di durata variabile, a seconda che la persona riesca a trovare lavoro nel frattempo, fino a un massimo di 36 mesi» spiega Alice Salvatore, portavoce del Movimento al Consiglio regionale della Liguria e prima firmataria della loro proposta di legge. «Abbiamo fatto un calcolo su dati ISTAT secondo il quale in Liguria la popolazione che potrebbe aver bisogno del reddito di cittadinanza, cioè chi vive al di sotto della soglia di povertà relativa [parametro calcolato annualmente dall’Istat, n.d.r.], è pari a circa il 5% della popolazione, quindi 80.000 persone». Sono fissati alcuni requisiti per accedere a questa misura: possono fare domanda le persone che hanno raggiunto la maggiore età, che, stando all’ISEE, rientrano nel parametro di soglia di povertà relativa e che non beneficiano di pensioni di anzianità o di vecchiaia; la pensione minima è infatti superiore al contributo, che ammonterebbe a 400 euro mensili, per cui si è scelto di escludere chi la percepisce: «è un aiuto per dare un po’ più di dignità alla persona nel periodo in cui sta cercando lavoro, in una concezione temporanea e di emergenza». Chiaramente il soggetto richiedente deve essere disoccupato o inoccupato, esclusi i disoccupati da meno di 12 mensilità o chi si è dimesso volontariamente da un lavoro. Soprattutto, il consigliere specifica che il richiedente deve impegnarsi a sottoscrivere un piano individuale con il centro per l’impiego del comune di residenza: stando alle sue attitudini, capacità e curriculum, verranno così selezionati dei lavori socialmente utili da svolgersi da un minimo di 10 ore a un massimo di 12 ore e mezza settimanali. Nel momento in cui, in conformità con questo piano di azione individuale (PAI), si presenta un’offerta lavorativa che sia idonea al soggetto, questo deve accettare, pena la perdita del diritto a percepire questo reddito di cittadinanza. La proposta dei cinque stelle estende questa misura anche per cittadini stranieri residenti in Liguria da almeno 36 mesi; se extracomunitari, devono essere in possesso di un permesso di soggiorno e cittadini di Stati che abbiano sottoscritto con l’Italia convenzioni bilaterali di reciprocità per la sicurezza sociale.

    Il quadro nazionale

    Questo tema è stato oggetto, a luglio, di una legge a livello nazionale, il cosiddetto “DDL Povertà”: già approvato alla Camera e in attesa della discussione al Senato, questa misura punta a garantire un reddito minimo a famiglie in forti condizioni di disagio economico, soddisfatti alcuni requisiti. Sul punto la Salvatore chiarisce che se passasse anche la legge nazionale ci sarebbe un’integrazione: quello della proposta regionale cinque stelle sarebbe un corrispettivo di 400 euro, e siccome quello nazionale sarebbe di 780 euro l’autorità centrale ci metterebbe solo la differenza di 380, con un netto risparmio per le casse statali.

    La legge di per sé sarebbe un bel salto avanti nelle politiche sociali, contando anche che in Europa siamo tra gli ultimissimi Stati membri a non essersi dotati di una normativa a riguardo, eccezion fatta per alcune iniziative regionali come la Puglia e alcuni comuni, come Livorno, che stanno sperimentando misure simili. Il problema, come sempre, restano i fondi. «Abbiamo calcolato che per far partire questa iniziativa saranno necessari 384 milioni di euro annui che chiaramente proverrebbero da erogazioni di fondi regionali e quindi si rinnoverebbero», commenta a riguardo il consigliere, «abbiamo dovuto ridurre da 500 euro iniziali a 400 euro per renderla fattibile, anche perché abbiamo messo finalmente le mani sul bilancio regionale, stiamo facendo un calcolo che è possibile ridurre la spesa di alcune aziende partecipate, nelle quali ci sono questi misteri per cui una consulenza o il venire a fare manutenzione costa dieci volte tanto rispetto a come costerebbe rivolgendosi a un privato. Il grosso verrebbe da una migliore gestione della spesa sanitaria, ad esempio la politica della gestione del farmaco –  nella quale, spiega la Salvatore – l’assessore Viale ha esteso a tutte le ASL un metodo che passa attraverso le farmacie private e non più (come alcune ASL facevano) attraverso istituti pubblici come farmacie pubbliche e ospedali, per un costo annuale di 5 milioni».

    Se tutto è pronto, resta il dubbio sui numeri alla Regione per far passare questa proposta di legge, che sembra cara solo ai cinque stelle e al PD: “Il PD ci sta rincorrendo su questa iniziativa, benissimo, ottimo, il problema grosso è che nella loro iniziativa il reddito minimo di fatto si tratta di un sussidio, perché non è prevista tutta la parte del reinserimento nella vita lavorativa. Se fosse anche reinserito il discorso del reinserimento lavorativo certo saremmo disposti a collaborare, diventerebbero quasi uguali a quel punto…Tuttavia io credo che, purtroppo, quella del PD sia una manovra squisitamente propagandistica, anche perché erano al governo centrale, perché non hanno fatto il reddito di cittadinanza per il quale servono 18 miliardi anziché spendere 14 miliardi all’anno per degli F35 difettati…?”.

    Per i dem è stato sentito Sergio Rossetti, vicepresidente del Consiglio Regionale. “Io pensavo che i cinque stelle ci facessero un’altra critica, cioè che la nostra misura la circoscriviamo a quanto già previsto dal SIA [Sostegno per l’Inclusione Attiva, altra manovra del Governo per istituire un beneficio economico alle famiglie in condizioni di disagio, “misura ponte” in attesa dell’approvazione del DDL povertà, n.d.r.]”, commenta circa l’obiezione mossa dalla Salvatore sull’assenza, nella proposta del PD, di misure per il reinserimento lavorativo. “In realtà, forse non è così esplicito nel testo, ma l’art.6 al punto 2 specifica che il contratto di inclusione contiene misure di reinserimento lavorativo compreso lo svolgimento di interventi di pubblica utilità messi in atto dai comuni e quindi servizi essenziali, dissesto idrologico eccetera in misura di carattere formativo o di inclusione sociale”. Per alcuni versi la proposta democratica è simile a quella pentastellata (400 euro mensili, obblighi di attivazione nella ricerca del lavoro per chi ne gode…) ma se ne discosta sotto altri punti di vista, uniformandosi appunto al sopra citato SIA: ad esempio, non è rivolta anche a singoli cittadini ma solo a nuclei famigliari, non avrebbe la durata massima di 36 mesi ma di 1 anno. Un’altra grande differenza ruota intorno ai fondi: mentre i cinque stelle parlano di centinaia di milioni (384 dichiarati dalla Salvatore come cifra necessaria per far partire l’iniziativa), il PD ne chiede solo 10, riducendo di molto la portata dell’intervento da un lato e facendo dall’altro, a suo dire, più leva rispetto ai colleghi pentastellati sul Fondo Sociale Europeo (FSE), messo a disposizione dall’Unione per iniziative di questo tipo e da spendere entro il 2021, per allargare la portata del SIA andando a coprire un maggior numero di nuclei famigliari sul territorio (estendendolo ad alcuni che non sarebbero ricompresi dalla fascia di ISEE prevista dalla misura nazionale che fissa la soglia ai 3000 euro annui; un nucleo famigliare con un ISEE di 3500 euro, in effetti, è comunque certamente considerabile bisognoso di aiuto).

    Battaglia politica

    A intorbidire ulteriormente il futuro di questa proposta di legge, oltre la differenza di vedute tra le due forze politiche promotrici, è il diverso sistema di priorità che l’attuale giunta regionale sembra seguire. Il tema, quindi, potrà essere anche il campo per accordi politici: «Se i 5 stelle vogliono collaborare ne siamo felici – aggiunge Rossetti – sul tema della legalità in commissione siamo arrivati a un testo unico col 5 stelle, sul gioco di azzardo ci misureremo, abbiano fatto anche altre proposte ma anche qui non abbiamo avuto rispose, la maggioranza ha solo detto che bisogna pagare l’avvocato per le vittime dei furti…la Viale si è impegnata molto ad ampliare il tavolo della legalità, manifestando un interesse che però non ha ad oggi avuto una sostanziale azione. Abbiamo presentato questa legge perché né nel piano Toti né nel piano Viale, assessore competente, si è mai parlato di servizi sociali, è un anno e mezzo che noi non sentiamo una parola a riguardo. Non credo che povertà e ambiente facciano parte di particolare interesse, se la giunta a trazione leghista cogliesse nei cinque stelle un percorso possibile secondo me noi dobbiamo anche assecondare un po’ la maggioranza, trovare un modo per cui queste benedette persone in difficoltà abbiano delle risposte che oggi non ci sono».

    Non resta che aspettare e sperare che si riesca a raggiungere un accordo per quella che è dopotutto pare essere una norma di civiltà, già data per scontata in molti paesi europei (in Danimarca un single con più di 25 anni può arrivare a percepire 1325 euro mensili dallo Stato come reddito di cittadinanza, in Germania è previsto un minimo di 382 euro più altri sussidi per affitto, riscaldamento e in caso di figli a carico, in Francia la somma si attesta sui 425 euro circa…), in grado di garantire a chi è più in difficoltà un aiuto concreto, mettendo a sua disposizione una somma monetaria minima per i bisogni primari e che, dopotutto, sarebbe rimessa in circolo nel sistema economico statale, aumentando i consumi e aiutando, forse, a rilanciare l’economia del territorio.

    Alessandro Magrassi

  • Weekend a Genova: piove? Ripariamoci a teatro o nei palazzi dei misteri genovesi

    Weekend a Genova: piove? Ripariamoci a teatro o nei palazzi dei misteri genovesi

    teatro-duseLa pioggia proseguirà per tutto il fine settimana? Nel dubbio, meglio concentrarci su quanto offrono i teatri cittadini nel weekend a Genova: venerdì sera al Teatro dell’Archivolto di Sampierdarena la “Notte degli Scrittori” con Paolo Cognetti, Cristina Comencini, Michela Murgia e Simona Vinci, che si racconteranno sul palco intervistati da Danilo Di Termini. Nel programma anche alcuni reading, accompagnati dagli attori Rosanna Naddeo e Giorgio Scaramuzzino.

    Ultimi giorni, poi, per assistere alla messa in scena del romanzo di Agatha Christie “Dieci piccoli indiani” al Teatro della Corte e a “La dodicesima notte” di Shakespeare al Teatro Duse, entrambi in cartellone fino a domenica. Si conclude già sabato, invece, l’undicesima edizione del Festival dell’Eccellenza al Femminile che quest’anno ha abbracciato tutte le quattro province liguri e registrato gli interventi, tra le altre, di Giuliana Sgrena, Emma Bonino, Haifa Al-Monsour e Lisa Ginzburg. Il culmine il 25 novembre, con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che prevede, tra venerdì e sabato, diversi appuntamenti in tutta la città.

     

    Sabato doppio appuntamento con il noir, a cura di Explora Genova e ARM; si parte con “Fantasmi a Palazzo Tursi”: il Palazzo di Niccolò Grimaldi detto il “Monarca”, passato agli insaziabili Doria, che lo “soffiarono” nientemeno che a quell’Ambrogio Spinola celebrato in tutta Europa, oggi è non soltanto il Municipio della città, ma lo scrigno che raccoglie alcune
    delle sue memorie più preziose. Una visita guidata all’interno del famoso palazzo, attraverso la storia dei suoi “abitanti” e animazioni a tema, dalle 15,30 alle 17,30. Alle 19.00 partirà il tour guidato attraverso la città, sulle tracce dei crimini commessi tra le strade della superba: tradimenti, barbare esecuzioni, cupe prigioni, crimini efferati e stravaganti ladruncoli si intecciano di vicolo in vicolo in un racconto mozzafiato. Dal Medioevo agli anni Trenta, storie e leggende si fondono insieme dando vita ad un percorso unico e inaspettato, grazie all’animazione di Sophie Lamour. Partenza in piazza San Lorenzo.

    Sempre sabato, alle 21.00, appuntamento con la serata danzante Swing ‘n’ Roll(i): un concerto swing, nell’incredibile cornice di Pallazzo De Franchi, in Piazza della Posta Vecchia.

    premio-primo-levi-salgado-guatemala-1978Domenica, invece, Sebastião Salgado sarà a Genova per ritirare il Premio Primo Levi 2016: il grande fotografo brasiliano riceverà il riconoscimento alla Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, a pochi passi dalle gallerie che ne hanno ospitato la mostra “Genesi” all’inizio dell’anno.

    A proposito di mostre, proseguono quella ai Magazzini del Cotone dedicata agli “Gli eroi del calcio”, fresca di proroga fino all’8 gennaio; “Warhol. Pop Society” e gli scatti di Helmut Newton a Palazzo Ducale; “Laura Zeni. Passwor(l)d” alla Galleria d’Arte Moderna di Nervi;le Collezioni Tessili del Settecento esposte a Palazzo Bianco, l’“Antologia della pittura giapponese” al Museo di Arte orientale di Villetta Di Negro e  “Genova tesori d’archivio” al complesso monumentale di Sant’Ignazio.
    Marco Gaviglio
  • Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    carige-panoramaL’ultimo resoconto intermedio di gestione, riferito al 30 settembre 2016 e pubblicato pochi giorni fa sul sito web di Carige non porta belle notizie: la banca registra un passivo di 244 milioni e rispetto allo stesso periodo del 2015, una ulteriore flessione delle attività finanziarie intermediate, con una mancata raccolta pari a 2,9 miliardi di euro, condizionata soprattutto dal restringimento di quella diretta pari a oltre due miliardi di euro (-9,8% ). La lettura dei dati restituisce quindi una banca che si sta ridimensionando e impoverendo: una minor copertura nazionale e riduzione del personale (in un anno una diminuzione di 141 unità, per un risparmi di 33 milioni) finalizzata alla riduzione dei costi, ma che non sembra toccare il comparto dirigenziale, che registra un aumento di 4 unità.

    Tra l’incudine della borsa e il martello della Bce

    Nei giorni che hanno preceduto la pubblicazione della relazione, come è noto, ha avuto luogo un fitto carteggio tra la banca genovese e la Bce: secondo Francoforte, infatti, il piano dell’istituito per mettersi al riparo dalle criticità non è ancora sufficientemente efficace e rapido ed entro il 31 gennaio 2017 è necessario un nuovo piano industriale aggiornato e focalizzato sulla dismissione del Npl, (Non performing loans, i debiti deteriorati), sull’accrescimento della loro copertura, il contenimento dei costi e l’aumento della liquidità; la risposta di Carige non si è fatta attendere, e ha messo nero su bianco quanto già è stato fatto e quanto si sta per fare: innalzamento della copertura complessiva sui crediti deteriorati al 45,9% (cioè + 3,5% rispetto al 2015), già in linea con quanto richiesto dalla banca centrale (45%), e una riduzione delle spese di gestione accompagnato da un aumento della liquidità in cassa. Le criticità, però, riguardano soprattutto gli anni successivi: i dubbi sollevati dalla Bce hanno depresso il titolo in borsa, che in queste ore è tornato a sfiorare il minimo storico registrato nel luglio scorso (0,277 euro a titolo); un ribasso guidato dall’incertezza sul capitale dell’istituto, rimasta la grande incognita che appesantisce le previsioni di medio termine. L’ipotesi della necessità di un nuovo aumento di capitale è sempre incombente: come riporta Milano Finanza, secondo gli esperti di Ubs, le debolezze dei ricavi condizionano un taglio delle stime di utile per azione per il triennio 2016-2016 del -10%, ed una riduzione delle stime dei ricavi derivanti dai margini di interesse e commissioni (cioè il guadagno dal prestar denaro attraverso mutui o prodotti a debito) del -4%.

    Meno dipendenti, più dirigenti

    Come dicevamo la raccolta diretta è in calo e di fronte alle pressanti richieste che arrivano da Francoforte e allo stress borsistico, i vertici di Carige sembrano temporeggiare: il piano di consolidamento dell’istituto, per ora, passa da un contenimento dei costi incentrato sul risparmio di gestione, con una contrazione della presenza sul territorio e una dismissione di personale dipendente: a fine settembre 2016, il personale del Gruppo è pari a 4.893 unità (5.034 a dicembre 2015), con un risparmio di poco più di 30 milioni di euro; non molto, quindi. I sindacati da mesi sono sul piede di guerra in attesa che siano chiariti i tagli delle filiali e dei dipendenti; un dato che tarda ad arrivare, la cui latenza è appesantita dal fatto che, invece, negli ultimi 12 mesi il numero di dirigenti è aumentato da 63 a 67 unità. La banca, inoltre, per far fronte alle richieste di copertura del debito, sta rispondendo alla «necessità di presidiare in primis la liquidità», che per il territorio vuol dire meno accesso al credito, cioè meno soldi per eventuali investimenti. Austerità, in altre parole.

    In queste ore le vicende giudiziarie degli ex vertici della banca riempiono le pagine dei giornali, ma al di là di eventuali sentenze, rimarrà difficile capire la reale ricaduta territoriale del danno fatto. La nuova amministrazione di Carige sta tergiversando, ed è probabilmente l’unica cosa che può fare in questo momento: sulla carta la strategia studiata per ridurre la quota di Npl può funzionare, ma sarà il mercato a dare il verdetto finale. In alternativa rimane un nuovo aumento di capitale, che però potrebbe far crollare ulteriormente il titolo, creando una corsa alla vendita da “colpo di grazia”; questa eventualità spalancherebbe le porte alla fusione bancaria, con conseguenti tagli di personale e filiali: l’ultimo atto della secolare “Banca di Genova”.

    Nicola Giordanella

  • Trump, Genova e la campagna elettorale che (non) vorrei

    Trump, Genova e la campagna elettorale che (non) vorrei

    Panorama-città-D1Una delle cose peggiori che si sono lette dopo la vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca è il supposto problema che abbiamo scoperto minacciare la nostra democrazia: addirittura c’è chi ha parlato di 11 settembre democratico. Milioni di pixel sprecati, e rammarico per aver perso tempo a leggere baggianate. La democrazia è una scatola, e quindi sono i contenuti che vi riponiamo che determinano la qualità e la salute della gestione politica delle nostre comunità, grandi o piccole, potenti o discrete che siano. Non è certo questa la sede per approfondire certe questioni di scienza politica: lo spunto americano, però, ci lascia interessanti temi di riflessione sulla distanza tra apparato, media e persone. Tanto grande lo stupore del mondo alla vittoria del biondo miliardario, tanto evidente la scollatura tra le esigenze del popolo e le risposte fornite dalla politica, raccolte, filtrate, veicolate e supportate dai media mainstream. Per questo motivo, guardando le prossime elezioni amministrative che si svolgeranno a Genova, è necessario preoccuparsi della qualità e del livello dei contenuti della campagna elettorale che è alle porte.

    La nostra città, da anni, sta attraversando una lunga fase di trasformazione sociale, economica e culturale; con la crisi e le vacche magre, la figura del sindaco è ancora più importante: la scelta di dove e come allocare le poche risorse disponibili risulta fondamentale e fa la qualità e lo spessore politico del primo cittadino di turno. Per questo motivo, la speranza è che nei mesi che ci separano dalle urne possano entrare nel dibattito argomentazioni di qualità, trovando spazio tra populismi d’accatto, perbenismi pantofolai, promesse da bicchiere e supercazzole varie.

    Cambiamenti urbani e grandi opere

    Il mutamento da sempre è croce e delizia di Genova; troppo “nello stretto” per non auto-cannibalizzarsi e troppo affascinante per non piangerne. Oggi abbiamo cantieri ovunque, grandi e piccoli, belli e brutti, utili e disastrosi. Necessario sarà quindi riflettere sulle priorità vere di una città che cade a pezzi e sotto la continua minaccia del da-noi-generato, dissesto idrogeologico. Sul fare il Blueprint tutti sono d’accordo, ma è opportuno oggi avergli fatto fare il salto in classifica delle priorità non rimandabili della nostra città? In secondo luogo, il regalo di Renzo Piano, è veramente la soluzione migliore per una riqualificazione così ampia in quella parte così intima di Genova? Sarebbe da chiedersi onestamente quali siano le grandi opere necessarie: la crisi globale è un fatto, tangibile e reale “since-2008”, che sta rimodulando molti parametri economici: è veramente la mossa azzeccata investire montagne di soldi e sconvolgere interi territori per un’opera, come il Terzo Valico dei Giovi (che, da dopo l’inchiesta, si chiama Tunnel dei Giovi) profondamente legata a un’idea di sviluppo di decenni fa? Nel frattempo, i porti di Savona, La Spezia e Livorno sono cresciuti sia come infrastrutture, sia come volume di traffico, arrivando a creare una potenziale rete oltremodo sufficiente a gestire il traffico commerciale del nord tirreno; ha senso investire così tanto e in questo modo sul porto genovese, orgoglio a parte? Qualche idea migliore? Abbiamo visto che i dati di traffico sulle nostre autostrade sono costanti se non in diminuzione, ha senso investire nella Gronda di Ponente? Sono state pensate delle soluzioni meno impattanti e più chirurgiche che costruire nuove decine di chilometri tra viadotti e gallerie? Metti caso che il Tunnel dei Giovi venga completato, senza intoppi, allora il problema del traffico merci su gomma sarà risolto, vero? Allora, o una o l’altra, almeno. Il prossimo sindaco avrà il dovere di affrontare queste tematiche in maniera seria e onesta, utilizzando il proprio peso politico, dove non potrà arrivare con la competenza amministrativa, per ottenere lo sblocco delle Grandi Opere che veramente servono alla città, come, per esempio, la ristrutturazione delle centinaia di appartamenti di edilizia residenziale pubblica oggi in abbandono, giusto per fare un esempio immediato e che permette di affrontare un vero problema collettivo come l’emergenza abitativa.

    Degrado e movida

    Lo abbiamo visto in questi giorni: uno dei temi che sicuramente sarà centrale nella campagna elettorale che verrà, sarà la movida e il supposto “degrado” del centro storico. Una questione non semplice, che intreccia diverse esigenze, dal turismo al diritto alla salute degli abitanti, dal lavoro al semplice svago ricreativo della collettività. Quello che non serve, probabilmente, sono ordinanze dettate dall’onda emotiva di turno, ma un’idea su che tipo di città vogliamo essere, su che tipo di turismo vogliamo attrarre, su che tipo di destino pensare per il centro storico. Ma non solo. Ragionare sulla movida significa anche ragionare sulla qualità degli spazi della periferia e sulle alternative aggregative. La speranza è che il dibattito sul degrado non rimanga ai livelli stucchevoli e perbenisti a cui siamo abituati: il problema è l’urina sui muri o il fatto che non esistano bagni pubblici nei vicoli perché non ci sono i soldi per gestirli o perché abbasserebbero il valore di alcuni immobili? Il problema è l’immigrato che vive nei carruggi o chi gli affitta la casa in nero, assieme ad altri sette coinquilini? Poi, sarebbe opportuno riflettere su che tipo di centro storico vogliamo: il gioiello finto per i croceristi o il gioiello vero per i genovesi? Il sindaco può intervenire, guidando un dibattito e una serie di scelte che siano, oneste e per tutti, da chi cavalca il sistema economico, a chi ne è ai margini.

    Risorse, lavoro e qualità della vita

    Mancanza di risorse, dicevamo. La tendenza nel gestire la cosa pubblica è quella di demandare al privato o al volontariato la responsabilità della manutenzione di spazi e beni collettivi. Probabilmente nulla di più che un “tapullo” che ha la sola conseguenza di rimandare il problema a chi verrà dopo, depotenziando il lavoro salariato, fino a renderlo solo un peso di gestione economica da bilancio. Forse sarebbe il caso, invece, di investire nel lavoro, ideando e pensando soluzioni che sappiamo traghettare il difficile e inevitabile tramonto della società industriale (e degli industriali) per evitare crisi “alla Taranto” prima che siano irrisolvibili: non sarebbe accettabile portare a ridurre il dibattito sulla dicotomia “salute o lavoro”. Ci siamo quasi, se guardiamo alle molte, e solite, grandi attività industriali del nostro territorio oggi alla canna del gas. Il primo cittadino di Genova dovrà avere “le palle politiche” per pensare, progettare e condividere eventuali sacrifici, in un’ottica che sappia tutelare tutti, senza lasciare indietro nessuno.

    L’agenda del nuovo sindaco della Superba sarà oltre modo densa; la crisi genera mostri e intolleranze, di cui oggi abbiamo sintomi allarmanti, come il successo di populismi tendenti alla xenofobia e alla semplificazione di una realtà complessa. Bisognerà anche arginare recrudescenze nere, che in questo contesto trovano terreno fertile e sdoganamenti un tempo impensabili. La memoria deve essere lunga, come anche la prospettiva del futuribile, e bisognerà slegare le scelte strategiche dal ciclo elettorale, rendendole inclusive, collettive e oneste. Sarà un lavoro complicato, senza dubbio. Sono secoli che Dio benedice l’America e i risultati sono sotto gli occhi di tutti; a Genova ci accontenteremmo di molto meno; basterebbe un sindaco che fosse “politico”, di tutti e con gli attributi giusti al momento giusto.

    Nicola Giordanella

  • Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    immigratiLa Liguria ospita 4.400 immigrati, poco meno dei 4.500 previsti dalle quote di distribuzione nazionale. La metà di loro si trova a Genova. La situazione di quest’estate sembrava incontrollabile, con le strutture sovraffollate e un numero di arrivi giornalieri pari, ad agosto, a 70/80 persone. Ancora adesso, nonostante la bella stagione sia terminata, il numero degli arrivi non scende. Al capoluogo ligure è stato chiesto un grande sforzo per accogliere un alto numero di richiedenti asilo. Era Superba ha cercato di “unire i puntini” per capire come funziona il sistema dell’accoglienza nel suo complesso e se è preparato a ricevere un così grande numero di persone.

    Come funziona il sistema dell’accoglienza: in Liguria oltre 3000 posti

    I richiedenti asilo, ossia gli stranieri che vogliono chiedere la protezione internazionale, ricevono accoglienza fino a che le apposite commissioni territoriali stabiliscono se sono idonei a ottenere lo status di rifugiati, o meno. Solo a Genova, ci sono più di 1.000 posti di accoglienza negli Sprar e, se si considera tutta la Liguria, il numero sale a 3.000, come riportato dal sito web del Comune di Genova; in Italia, in totale, ce ne sono 90.000.
    Gli arrivi avvengono nella maggioranza dei casi via mare, nel Sud Italia. La prima accoglienza prevede l’identificazione e la registrazione, oltre a uno screening sanitario: la durata di questa procedura è di 60 giorni. Il sistema di seconda accoglienza, invece, prevede lo smistamento attraverso lo SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) oppure nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) di tutta la penisola. A questi centri viene destinato chi fa domanda di asilo e di permesso di soggiorno per richiesta di asilo. I centri di accoglienza offrono diversi servizi tra cui l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale, l’iscrizione all’anagrafe e la possibilità di seguire corsi di italiano per stranieri.

    A Genova ci sono un centro governativo di smistamento adulti, con 84 posti, e uno per minori, con 50 posti. A questi, si aggiungono 1.038 posti nei CAS, che occupano 20 centri e 60 case. Se si considera tutta l’area metropolitana, i numeri crescono ancora: sono 231 i posti nei 40 centri dello SPRAR, più 234 posti nei CAS, divisi in 5 centri e 15 case. I fondi per mantenere queste strutture arrivano dal ministero dell’Interno: per ogni straniero accolto, vengono stanziati 40 euro al giorno. La percentuale più alta di questa cifra, il 42%, pari a 16,20 euro, va a coprire le spese del personale. Il 32%, ossia, 12,80 euro, viene spesa per il vitto, per la scolarizzazione e per la sanità, mentre il 20% (che equivale a 7,80 euro) copre le spese di manutenzione e di pulizia delle strutture. Infine, 3,20 euro al giorno (il rimanente 6%) occupa una voce del bilancio che considera le spese di integrazione, che comprendono la tutela legale e psicologica. Ogni immigrato riceve poi un pocket money di 2,50 euro al giorno.
    Inoltre, la persona in accoglienza ha la possibilità di occupare il proprio tempo con il volontariato, oppure seguendo corsi di formazione professionale o stage, o ancora ricevendo una borsa di lavoro. Dopo 60 giorni dalla domanda di asilo, può trovare un lavoro e ricevere un regolare stipendio.

    Il problema del sovraffollamento e l’impotenza della prefettura

    Non tutti i Comuni accettano di ricevere i migranti. Di conseguenza le realtà più accoglienti come Genova spesso devono farsi carico di un peso eccessivo. Ma la colpa non è da attribuire alla cattiva gestione dell’emergenza parte della prefettura. «La prefettura ha provato a ovviare al problema indicendo un bando, l’8 novembre, destinato esclusivamente ai Comuni che non hanno ancora strutture di accoglienza», ci spiega la consigliera metropolitana delegata all’emergenza migranti, Cristina Lodi. «Si tenta di incentivare il passaggio dai CAS agli SPRAR, ma i Comuni poveri sono già in difficoltà per i loro motivi, non si può attribuire loro alcuna colpa». La consigliera ci spiega anche che nell’entroterra ci sono più Comuni disponibili a fornire locali per gli SPRAR, mentre la zona del Tigullio è più restia, dal momento che ha altre attività economiche, prevalentemente turistiche, che garantiscono delle entrate. «L’accoglienza segue un po’ il mercato – afferma Lodi – anche se non è giusto che alcuni Comuni non accolgano immigrati, il prefetto non può fare nulla di più di un bando come l’ultimo…».

    Lo stesso discorso vale per l’accoglienza nei confronti dei minori, che dovrebbero essere destinati a strutture apposite. «Per i minori si stanno cercando nuovi posti, ma non è facile. Innanzitutto si è deciso di non mandarli nei comuni metropolitani, dove sarebbero più isolati. C’era l’idea di una struttura in via Caffaro, a Genova, ma è saltata. Nuovamente la responsabilità non è del prefetto, ma della mancanza di strutture adeguate».
    Anche Milena Zappon, direttrice del centro di accoglienza della Comunità di San Benedetto al Porto, ci conferma che la situazione dei minori è piuttosto difficile. «Innanzitutto, non è facile capire la loro età reale. Molti ne dichiarano una falsa: recentemente ho avuto a che fare con un ragazzo che diceva di essere nato nel 1997, ma che chiaramente era più giovane». Secondo quanto ci raccontano altri due operatori con cui abbiamo parlato, i minori spesso vengono accolti nei CAS perché nei centri appositi, gli AB, non ci sono più posti. Pratica, comunque, consentita dalla legge.

    Tanto Zappon e gli altri operatori intervistati, quanto Cristina Lodi sono concordi nell’affermare che il problema del sovraffollamento nei centri di accoglienza può essere risolto solo da un cambiamento dell’atteggiamento dell’Europa. «L’arrivo di un così grande numero di stranieri – dice la consigliera comunale e metropolitana del Pd – non è più un’emergenza, ma un dato di fatto. Devono cambiare le politiche internazionali, altrimenti la situazione rimarrà questa e l’accoglienza, in Italia, continuerà a non poter soddisfare le necessità reali».

    migranti-ventimiglia-confineAumentano gli arrivi, ma in Italia ci sono sempre meno stranieri

    Il numero delle persone che arrivano in Italia da Paesi stranieri aumenta, eppure il numero degli immigrati diminuisce. Potrebbe sembrare un ossimoro eppure è la mera verità. Il fenomeno è determinato dall’aumento dell’acquisizione della cittadinanza italiana che si manifesta anche in Liguria. Nella nostra regione, gli stranieri quest’anno sono 136.216, mentre nel 2015 la cifra era di 138.697. Un calo circa di 2.400 unità dovuto in parte al rientro verso i paesi di origine, ma anche perché molti hanno ottenuto la cittadinanza italiana.
    I numeri parlano da sé: è in atto un fenomeno di stabilizzazione. Una tendenza testimoniata anche dal dossier statistico “Immigrazione 2016” realizzato da IDOS, con la cooperativa Com Nuovi Tempi, la rivista Confronti, in collaborazione con l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) del dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri.

    Per quanto riguarda la dinamica migratoria in uscita, invece, la congiuntura economica negativa appare la causa principale degli spostamenti all’estero. La migrazione di ritorno è un processo complesso, su cui intervengono diversi fattori. La perdita del lavoro è condizionata dalla situazione economica del paese d’immigrazione, ma la possibilità di tornare a casa dipende anche dalle opportunità che il Paese può offrire alla persona che un tempo è emigrata.

    In percentuale, la componente straniera rappresenta l’8,7% dell’intera popolazione ligure, un numero che non ha subìto una sostanziale variazione rispetto all’anno passato. In termini assoluti, la provincia di Genova resta la residenza scelta dalla maggioranza degli stranieri, circa il 52% del totale con 70.752 registrazioni in anagrafe. Come già nello scorso anno, l’Albania, l’Ecuador, la Romania e il Marocco restano, in ordine decrescente, le collettività più numerose, con valori assoluti attorno alle 20.000 unità per le prime tre e alle 13.000 per l’ultima. Seguono a distanza l’Ucraina, la Cina e il Perù, tutte nell’ordine delle 4.000 unità, la Repubblica Domenicana circa 3.800, il Bangladesh circa 2.800 e la Tunisia circa 2.600.

    Secondo quanto sostenuto da Cristina Lodi, l’aumento degli stranieri che ottengono la cittadinanza è attribuibile soprattutto all’acquisizione di quest’ultima da parte degli extracomunitari di seconda o terza generazione. Mentre la diminuzione del numero degli immigrati che rimangono in Italia è causata principalmente dal fatto che «molti stranieri se ne vanno dopo il rifiuto della Commissione a concedere lo status di profugo o, al massimo, rimangono in Italia clandestinamente».

     

    Ilaria Bucca
    Elisabetta Cantalini

  • Terzo Valico, botta e risposta tra Cociv e movimento No Tav. Dubbi anche per il cantiere di Gavi

    Terzo Valico, botta e risposta tra Cociv e movimento No Tav. Dubbi anche per il cantiere di Gavi

    terzo-valico-erzelli-borzoliLa bufera sul Terzo Valico sembra essere appena incominciata. Dopo gli arresti della mattinata di ieri, Cociv risponde attraverso un comunicato di ritenersi parte lesa in questa vicenda. Ma non solo: l’ufficio stampa del consorzio dichiara che non sussistono oneri aggiuntivi per l’opera «così come nessuna differente qualità delle opere». Dopo poche ore arriva la risposta del movimento No Tav, che da anni si oppone all’opera e che definisce la risposta di Cociv «senza vergogna».

    Dubbi sulla sicurezza, dopo Cravasco anche Gavi

    Le motivazioni sono diverse, documentate con stralci delle dichiarazioni del procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, rilasciate alla stampa durante la presentazione dell’inchiesta. La contestazione principale riguarda la sicurezza delle opere realizzate: Cociv dichiara che non esistono criticità su quanto fatto fino ad oggi, ma i risultati delle indagini sembrerebbero affermare il contrario. Secondo quanto è emerso dalle intercettazioni, infatti, la qualità del cemento utilizzato durante i lavori di centinatura  della galleria di Cravasco (Campomorone) potrebbe essere scadente e inadatta; la rivelazione ha sollevato dubbi inquietanti sulla sicurezza del sito, tanto da spingere la consigliere comunale dell’Altra Capomorone Valentina Armirotti a chiedere la chiusura cautelativa di quel cantiere. Sul sito del movimento No Tav, però, il ragionamento non si ferma qui: gli attori coinvolti nell’inchiesta sono gli stessi che sono intervenuti a vario titolo per i cantieri, sempre legati al Terzo Valico, sul Neirone a Gavi: «Quel materiale scadente è stato usato per caso anche a Gavidomandano gli attivisti sul loro sito web.

    Soldi pubblici

    Nel comunicato stampa, Cociv, ha dichiarato che, in qualsiasi caso, «non sussistono oneri aggiuntivi a carico dello Stato» aggiungendo che «eventuale maggior costo ricade esclusivamente sul contraente generale, trattandosi per il pubblico committente di opera a prezzo fisso ed invariabile». Una dichiarazione che per gli attivisti suona particolarmente stonata: «Cociv ha ricevuto l’affidamento della realizzazione dell’opera senza gara, ha contribuito ad indicare i costi di realizzazione e ora sostiene che gonfiare le gare di appalto, fare turbativa per pilotarne l’aggiudicazione escludendo soluzioni più convenienti, utilizzare materiale scadente per lucrare, realizzare opere insicure e destinate a crollare, non comporta maggiori costi?». Una perplessità che trova il conforto dei numeri, visto che stando al primo progetto del 2003 il costo totale dell’opera doveva essere di 3,55 miliardi di euro, poi negli anni lievitato fino all’attuale previsione (datata 2011) di 6,2 miliardi. Tutti soldi pubblici, ovviamente.

    Parte lesa

    Parte lesa, dicevamo. Nel comunicato Cociv afferma che «Eventuali interferenze in corso di accertamento investigativo possono riguardare solo iniziative infedeli di funzionari venuti meno al dovere di lealtà verso l’azienda». «Surreale» è la risposta dei No Tav, che ricordano il fatto che ad essere finiti sotto inchiesta sono tutti i massimi vertici del consorzio, tra cui presidente, direttore generale, il responsabile unico del procedimento, il coordinatore del settore costruzioni, il responsabile degli affidamenti e degli approvvigionamenti, come a sottolineare che tutta la catena di comando può essere considerata in qualche modo coinvolta.

    La reazione della “politica” bipartisan è stata unanime: i lavori devono andare avanti. L’inchiesta, però, sembra aver scoperchiato un vaso di Pandora molto capiente. Non è la prima volta che i lavori del Terzo Valico sono coinvolti a diverso titolo in indagini che hanno come oggetto corruzione e appalti truccati. Oggi, però, è messa in discussione anche la sicurezza dei cantieri stessi e delle migliaia di persone che ci convivono, condividendone il territorio. In ballo c’è la salute e la vita di intere comunità, sacrificate in nome di un progetto sempre meno credibile; la priorità della “politica” e delle istituzioni dovrebbe essere quella di garantire la sicurezza delle persone, anche a costo di rallentare o addirittura fermare questi cantieri. Ma di che “politica” stiamo parlando?

    Nicola Giordanella

     

  • Terzo Valico, corruzione e appalti truccati. Galleria di Cravasco a rischio? Toti: «Avanti coi lavori»

    Terzo Valico, corruzione e appalti truccati. Galleria di Cravasco a rischio? Toti: «Avanti coi lavori»

    terzo-valico-cantiere-2015-2L’operazione di questa mattina della Guardia di Finanza ha portato all’esecuzione di diverse ordinanze di custodia cautelare su tutto il territorio italiano, a seguito delle indagini su alcune grandi opere in costruzione, come la Salerno-Reggio Calabria e il Terzo Valico dei Giovi. L’indagine nasce da uno stralcio di “Mafia Capitale” e si estende da nord a sud, dimostrando ancora una volta la permeabilità del sistema dei grandi cantieri alla corruzione. Dopo l’inchiesta di questa estate, quindi, i cantieri del Terzo Valico tornano nella bufera, con risvolti inquietanti: dalle prime notizie trapelate, infatti, pare che alcuni lavori siano stati eseguiti fuori dagli standard minimi richiesti, utilizzando cemento “povero” per risparmiare. Tra questi anche quelli relativi alla galleria di Cravasco, la cui realizzazione è stata più volte contestata dalla popolazione locale e non per l’alta percentuale di fibre di amianto presenti nella roccia.

    Arka di Noè

    «E’ stata accertata la turbativa d’asta riguardo ad appalti connessi ad alcuni tronconi, sono stati accertati alcuni episodi corruttivi che riguardano alcuni funzionari del Cociv (general contractor dell’opera, ndr) ed episodi di concussione consistiti nell’imporre una rete di imprese agli appaltatori principali che doveva scalzare altre ditte non gradite anche attraverso intimidazioni tipiche della criminalità organizzata e mafiosa». Queste le prime dichiarazioni, riportate dall’agenzia Dire, del procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, che ha illustrato alla stampa l’operazione “Arka di Noè”, un’operazione che ha portato all’esecuzione da parte della Guardia di Finanza di Genova di 14 ordinanze di custodia cautelare e 55 perquisizioni in diverse regioni d’Italia per presunte irregolarità nella concessione degli appalti nella realizzazione di 5 lotti del Terzo Valico ferroviario dei Giovi, la linea ad alta velocità Genova-Milano.

    terzo-valico-erzelli-borzoli04Le misure cautelari sono state eseguite perché, secondo il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova, Cinzia Perrone, sussite il rischio di reiterazione dei reati per i dirigenti del Cociv toccati dall’indagine: «In ragione dell’incarico attualmente ancora rivestito sussiste certamente l’esigenza cautelare correlata al rischio di reiterazione di delitti». Una reiterazione che, secondo il giudice, si sarebbe già concretizzata in diverse gare di appalto. Le misure di arresto domiciliare sono, inoltre, giustificate dal fatto che sono ancora in corso procedure per affidamenti per importi “rilevantissimi”, come quelle per il “lotto 4 Cravasco” e il “lotto 3 Val Lemme” rispettivamente da 295 e 293 milioni di euro. Ecco i nomi dei 14 indagati: l’ex direttore dei lavori Paolo Marcheselli, il responsabile degli appalti Maurizio Dionisi, l’attuale presidente di Cociv Michele Longo, il suo vice Ettore Pagani, i funzionari del Cociv Andrea Ottolin, Giuliano Lorenzi, Giulio Frulloni, Angelo Pelliccia, e gli imprenditori Antonio Parri, Giuseppe Petrellese, Marciano Ricci, Giovanni Giugliano, Antonio Giugliano, Puma Giuliano.

    Cravasco, galleria a rischio

    Tra gli episodi contestati la consegna di una tangente da 10.000 euro da parte di un imprenditore all’ex direttore dei lavori del Cociv, Pietro Marcheselli, e al responsabile degli appalti, Maurizio Dionisi. La bustarella sarebbe stata consegnata all’interno degli uffici del Cociv per l’appalto della galleria finestra di Cravasco, un’opera dall’importo complessivo di 1,7 milioni di euro assegnata all’impresa “Giuliano Costruzioni metalliche”. Secondo i primi accertamenti, la galleria in questione potrebbe anche presentare problemi di stabilità. Contestata anche l’assegnazione del “lotto Libarna” avvenuta attraverso una gara internazionale con base d’asta da oltre 67 milioni di euro e assegnata al massimo ribasso alla ditta “Oberosler” di Trento. L’accusa in questo caso è di collusione per i suggerimenti dati dai funzionari del Cociv all’azienda per correggere alcune anomalie dell’offerta. Per quanto riguarda, invece, il “lotto Serravalle”, appalto da 189 milioni di euro assegnato alla ditta “Grandi Lavori Fincosit”, l’accusa ai funzionari del Cociv è di aver indotto altre imprese a non presentare offerte. Al momento nessun cantiere risulta però bloccato, e la galleria di Cravasco non è stata sottoposta a sequestro.

    Mazzette e escort

    Passaggio di denaro ma non solo: nell’ordinanza del gip, come riporta l’agenzia Dire, sono riportati diversi episodi di incontri con escort utilizzati come pagamento per favori ottenuti nel corso delle assegnazione degli appalti: «Ricci Marciano nella qualità di amministratore di fatto della società ‘Europea 92 Spa’ organizzava e pagava un incontro tra Giulio Frulloni e una escort e successivamente gli prometteva l’organizzazione di un analogo incontro affinché Frulloni, in qualità di coordinatore costruzioni del consorzio Cociv, aiutasse la società Europea e CIPA Spa a vincere la gara ad inviti indetta dal Cociv per l’appalto dei lavori di costruzione della galleria Vecchie Fornaci”». Un sistema oliato, secondo gli inquirenti, che andava avanti da almeno un anno e mezzo. L’episodio della escort riguarderebbe la gara di appalto dei lavori per la galleria Vecchie Fornaci assegnata alle società “Europea 92” e “Cipa”

    La politica tira dritto

    In serata arriva il commento, riportato dall’agenzia Dire,  del presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti che prova a serrare le fila delle istituzioni: «C’è bisogno che la giustizia vada fino in fondo con grande serietà, efficacia, efficienza e soprattutto rapidità. Il nostro primo interesse – ribadisce il governatore – è che il cantiere continui come sta continuando il lavoro in queste ore. Per quanto ci è dato sapere, non ci sono provvedimenti dell’autorità giudiziaria che riguardino il blocco del cantiere né il sequestro parziale dello stesso. Ora il consorzio Cociv deve mettersi nella condizione al più presto, e ritengo possa farlo, di garantire la governance e l’operatività dello stesso per continuare le opere». Per quanto riguarda la richiesta di un commissario straordinario sul Terzo Valico emersa nelle ultime ore, Toti ritiene che «il tema competa ad Anac, di cui ci mettiamo a completa disposizione per qualsiasi interlocuzione ove questa servisse». Il presidente, infine, annuncia di aver già «avviato l’interlocuzione sia con Covic che con il ministro Delrio che ovviamente condivide la valutazione che l’opera debba essere salvaguardata e la giustizia debba essere salvaguardata al tempo stesso».
  • Weekend a Genova con Beer Festival, Linux Day e Stefano Benni

    Weekend a Genova con Beer Festival, Linux Day e Stefano Benni

    Genova Beer FestivalAmanti della birra, quello alle porte è decisamente il vostro weekend: da venerdì 21 a domenica 23 ottobre, infatti, torna a Villa Bombrini il Genova Beer Festival. Un’edizione che quest’anno celebra i vent’anni della birra artigianale in Italia proponendo cento diverse spine, quindici tra i migliori birrifici, otto street food e cucine d’autore. Da non perdere nella giornata di sabato – rispettivamente alle 17 e alle 21 – le degustazioni guidate dagli esperti Simone Cantoni e Lorenzo “Kuaska” Dabove e la conferenza “Bevo quindi sono: l’alcol e i suoi effetti” a cura di Scientificast, sempre sabato alle 16. Domenica 23 tre nuovi birrifici liguri nati presenteranno i loro prodotti e alcuni ristoratori genovesi proporranno un piatto in abbinamento a una birra presente (ingresso a pagamento € 5, ore 17). Alle 19 chiusura d’antan con i racconti dei pub pionieri che hanno movimentato la scena genovese dagli anni ‘80 in poi.

    Per i più “nerd”, invece, l’appuntamento da segnare con un circoletto rosso è il Linux Day di sabato, la principale manifestazione italiana dedicata al software libero, alla cultura aperta e alla condivisione. All’ombra della Lanterna l’iniziativa è organizzata dall’associazione Open Genova in collaborazione con Condiviso, network multidisciplinare con sede alla Darsena in Calata Andalò di Negro 16, dove dalle 10 alle 18 si susseguono sette relazioni con esperti, una tavola rotonda ed un corso di coding per bambini. Durante l’intera giornata ci sarà la possibilità di approfondimento e networking.

    A chi ha un debole per i vicoli consigliamo, invece, di fare un salto al N° 10 di piazza Lavagna, dove nella serata di venerdì inaugura la mostra fotografica di Diego Arbore, “L’uomo con la valigia”, che mette insieme un anno di scatti nei caruggi, ma anche a Righi, Foce e Nervi.

    stefano benniSabato sera, poi, Stefano Benni ci riprova: alle ore 21 al Teatro Modena di Sampierdarena va in scena “Ballate”, lo spettacolo rinviato la settimana scorsa a causa dell’allerta meteo, interamente intessuto sui testi dello scrittore bolognese. Siamo sempre nell’ambito delle celebrazioni per i trent’anni dell’Archivolto e a salire sul palco saranno gli ex Broncoviz Marcello Cesena, Mauro Pirovano, Carla Signoris; Angela Finocchiaro, Marina Massironi, Gabriella Picciau, Giorgio Scaramuzzino e, naturalmente, lo stesso Stefano Benni, accompagnto dalla giovane Dacia D’Acunto.

    Restando sul palcoscenico, proseguono fino a domenica al Teatro della Tosse le repliche di “Tropicana” e, fino al 9 novembre, de “La cucina” al Teatro della Corte e de “Il borghese gentiluomo” al Duse. A proposito delle iniziative collaterali organizzate dallo Stabile, lunedì alle 18 il secondo appuntamento con il ciclo di letture “Le grandi parole”, dedicato a “Shakespeare e La tempesta” con Masolino d’Amico, Giuliana Manganelli. Letture di Franco Branciaroli.

    Infine, le mostre: dalle Collezioni Tessili del Settecento esposte a Palazzo Bianco agli scatti di Helmut Newton a Palazzo Ducale, dall’“Antologia della pittura giapponese” al Museo di Arte orientale di Villetta Di Negro alle “Polaroid ad arte” a Castello d’Albertis, per finire con
    gli “Eroi del Calcio” ai Magazzini del Cotone e  “Genova tesori d’archivio” al complesso monumentale di Sant’Ignazio.

    Marco Gaviglio

  • Tossicodipendenti, i soldi per curarli ci sono ma sono mal distribuiti. E così troppi finiscono in carcere

    Tossicodipendenti, i soldi per curarli ci sono ma sono mal distribuiti. E così troppi finiscono in carcere

    EroinaDella realtà degli istituti di assistenza ai tossicodipendenti il cittadino comune conosce poco o niente. Eppure, sono centri di importanza primaria nel tessuto del nostro welfare, sia perché svolgono un ruolo di assistenza sociale fondamentale per una categoria di cittadini affetti da una patologia particolarmente grave, sia perché il loro buon funzionamento ha ripercussioni positive sul sistema economico della sanità: parlando in termini decisamente pragmatici, le comunità costano meno degli ospedali e, se funzionano, garantiscono cura e reinserimento sociale di un tossicodipendente, evitando ulteriori spese mediche e altri possibili “danni collaterali” come la deriva verso la delinquenza di chi è escluso dal circuito lavorativo.

    Recentemente, tuttavia, un professionista del settore quale Paolo Merello, direttore generale del Ceis (Centro di solidarietà) di Genova – onlus che da tempo lavora nel campo della cura delle tossicodipendenze – ha lanciato un allarme circa la situazione genovese. «Ci sono molti utenti ristretti in carcere privati della possibilità di accedere alle misure alternative come dispone la legge italiana» ha denunciato. Sarebbero, infatti, circa 400 i tossicodipendenti che non trovano posto nelle strutture di cura.

    La risorse della Regione

    Ogni anno, la Regione Liguria stanzia 12 milioni di euro per le dipendenze. Di questi, 5 milioni sono destinati alle strutture di Genova ma solo 3 milioni arrivano effettivamente alle comunità, mentre il resto finisce fuori provincia e fuori regione. Un’uscita motivata dal fatto che circa il 10-12% degli assistiti vengono curati fuori Genova o fuori Liguria ma restano comunque a carico del nostro sistema sanitario ed economico, che ha un costo medio di 80 euro al giorno per paziente, come ci spiega Giorgio Schiappacasse, medico specialista in psichiatria e direttore dei Sert della Asl 3 genovese. Due le ragioni principali di questa “delocalizzazione”: da un lato, mancano in Liguria alcune strutture specifiche, ad esempio una per nuclei madre-figlio e una per i minorenni, categorie che non possono essere inserite all’interno di un centro che accoglie anche uomini adulti; dall’altro, alcune terapie possono essere maggiormente efficaci per il tossicodipendente se viene allontanato dalla propria realtà cittadina, nella quale può subire il richiamo delle frequentazioni e dei luoghi che condividono con lui la maledizione della droga.

    Non proprio sulla stessa linea il Ceis. «Noi non vogliamo entrare nel merito delle scelte medicali – spiega Michele Serrano, responsabile delle relazioni esterne – se il medico ritiene che il paziente abbia necessità di essere allontanato dal suo territorio, per fruire meglio della cura, affidandolo ad esempio al Ceis di Sanremo invece che a quello di Genova, è un discorso che ha una logica e sul quale noi non solleviamo obiezioni. Ci domandiamo soltanto, come mai dai Sert di Sanremo, Savona, La Spezia, non viene nessuno a Genova. Come mai soltanto Genova manda al di fuori delle persone a fare il periodo in comunità terapeutica? E desidereremmo delle risposte, solo delle risposte. Non vogliamo imporre il nostro giudizio o la nostra opinione, vogliamo semplicemente che a una domanda che ha una sua logica ci venga risposto qualcosa che abbia delle motivazioni che siano logiche».

    Un problema di distribuzione

    eroina-drogaMa per Schiappacasse i dati genovesi sono assolutamente fisiologici, tanto che il problema, a suo dire, non risiederebbe nella mancanza di risorse spesso chiamata in causa in queste situazioni. «Il budget della Regione è sufficiente, anche se ovviamente per problematiche così gravi e diffuse non è mai abbastanza», spiega lo psichiatra. «È logico che poi, come non avremo possibilità di avere 50 pazienti psicologici ad esempio, così anche le comunità non possono pensare di avere 500 posti per tossicodipendenti: essendoci un budget c’è un limite. Però questo ci deve impegnare a lavorare meglio per tutti, a lavorare meglio su come prepariamo la persona alla comunità, il dopo comunità, su come può essere ottimizzato in tempi e qualità del lavoro» aggiunge riferendosi a tutta la rete di comunità che lottano contro le tossicodipendenze e a nuovi metodi a costo zero come i gruppi di autoaiuto. «In questi anni abbiamo incrementato l’utilizzo delle strutture genovesi. Basti pensare che 5 anni fa i Sert erano utilizzati, rispetto al budget complessivo, al 30-35% e adesso saranno al 65-70%» commenta Schiappacasse circa alcuni dubbi mossi nell’ambiente nei confronti della gestione del Sert.

    Più che nell’entità delle risorse, dunque, il problema potrebbe essere individuato nella loro distribuzione: «La ASL 3 copre da Camogli fino a Cogoleto – ricorda il direttore – quindi tutta la Città metropolitana; siamo sui 780.000 abitanti. In Liguria ci sono cinque Asl (La Spezia, Chiavari, Savona, Imperia e Genova) e la quota del budget dovrebbe essere proporzionata al numero di abitanti. Se in regione siamo 1,5 milioni e la ASL 3 ha 780.000 individui come bacino di utenza, forse non ci arriva quello che dovrebbe in proporzione».

    Su questo punto concorda anche Serrano: «Perché – si chiede – Genova che ha molti più assistiti in carico al Sert, agli istituti detentivi, eccetera eccetera, ha una fetta così esigua rispetto a qualsiasi altra realtà regionale?». Una domanda che, al momento, resta inevasa.


    Alessandro Magrassi

  • Salta l’accordo con il Comune, Genova non avrà la sua Fai Marathon

    Salta l’accordo con il Comune, Genova non avrà la sua Fai Marathon

    pano-copia-e1427118218859Domenica 16 ottobre in tutta Italia, i giovani del Fai apriranno al pubblico oltre 600 luoghi di elevato interesse artistico, culturale e storico sparsi per tutto il paese. Ovunque, tranne che a Genova. L’amministrazione comunale e il Fai non sono riusciti in tempo utile a trovare l’accordo necessario. Il Comune di Genova sarà l’unico in tutto il paese senza questo prezioso appuntamento in agenda.

    Il Fai (Fondo Ambiente Italiano) da anni organizza campagne nazionali per “aprire” al pubblico siti importanti per storia, cultura e pregio architettonico, per permettere di scoprire il grande patrimonio, spesso nascosto, che ci circonda. Conoscere per preservare: l’Italia è talmente disseminata di opere d’arte e preziosità monumentali conosciute in tutto il mondo, che spesso i “piccoli” tesori nascosti nei tessuti urbani o nelle campagne sono dimenticati e abbandonati. Da qui l’idea della Fai Marathon: 600 siti, sparsi in più di 150 città, con oltre 3500 volontari sul campo; un’occasione pensata nell’ambito della raccolta fondi per la campagna “Ricordiamoci di Salvare l’Italia, promossa per tutto il mese di ottobre.

    Occasione persa

    Insomma, una grande occasione per fare cultura, promuovendo un’idea diversa di turismo, fatto di consapevolezza del territorio e della sua storia. Per Genova, il Fai aveva pensato all’apertura straordinaria delle “Tre Marie” della collina di Castello, la parte più antica della città: Santa Maria di Castello, Santa Maria delle Grazie Nuova e Santa Maria in Passione. Tre esempi unici di architettura medievale, addossati in quello che fu il primo nucleo della “Ianua” sul finire della dominazione romana. Un’apertura inedita che avrebbe permesso di visitare tre luoghi troppo spesso dimenticati dal circuito turistico della città.

    Nella stessa giornata, inoltre, cade il terzo appuntamento annuale con i Rolli Days, che aveva il fulcro proprio in zona San Bernardo, ai piedi della collina. Un potenziale incredibile per una città che, nel cambiare pelle, sta puntando molto sul turismo e sulla cultura. Solo sulla carta, però, a quanto pare. Una nostra fonte vicina al Fai ha raccontato che la proposta del Fondo, presentata a inizio estate, non ha ricevuto risposta fino a settembre inoltrato: dopo aver nicchiato il Comune di Genova ha fatto sapere che era impossibile aderire all’iniziativa poiché Santa Maria in Passione non è accessibile in sicurezza. Senza questo luogo, però, il progetto delle “Tre Marie” sfumava, e la ristrettezza della tempistica non ha permesso di trovare un accordo sulla questione, facendo di fatto saltare la tappa genovese della Marathon.

    Dagli uffici del Comune arriva, invece, un’altra versione. Secondo i responsabili dell’assessorato alla Cultura, dopo una fase iniziale di contatto con il Fai, durante la quale sono state sottoposte diverse ipotesi, i contatti si sono interrotti, senza arrivare ad una conclusione. Da parte sua, il Fai Genova, non commenta la vicenda. E’ probabile che nei prossimi giorni venga chiesta una risposta da parte delle istituzioni cittadine.

    Santa Maria in Passione

    giardini-babilonia

    Dietro questo rifiuto si può ipotizzare ci sia la querelle che va avanti da anni tra amministrazione e il Comitato della Libera Collina di Castello: un gruppo di studenti universitari, cittadini e residenti che nel 2011 hanno occupato gli spazi dei giardini e dei ruderi di Santa Maria in Passione, chiusi da decenni. L’occupazione da subito è stata organizzata in maniera aperta a tutti e condivisa con il quartiere, con il fine di far rinascere una zona della città abbandonata, salvandola dal degrado. Durante gli anni, molti professionisti hanno aderito al progetto, lavorando attivamente nel sito, permettendo la fruizione in sicurezza e assicurandone la manutenzione. Il Comitato è da sempre a disposizione per far conoscere gli spazi, ma non è mai stato riconosciuto come interlocutore dal Comune di Genova. Non è chiaro il perché, visto che questa pratica va nella direzione che spesso viene abbracciata e sponsorizzata dalle istituzioni stesse: cittadinanza attiva, ricorso al volontariato, alleggerimento dei costi per il pubblico, musei diffusa, lotta al degrado, tutela del centro storico, spazio ai giovani, fare rete.

    Nei prossimi giorni, forse, sulla questione sarà fatta maggiore chiarezza. Il risultato però non cambierà: nei fatti, Genova avrà perso una grande occasione per fare bella mostra di alcuni suoi tesori più nascosti, approfittando di una ribalta nazionale che non capita tutti i giorni. Il dato più politico, invece, è la persistente difficoltà “burocratica” di investire in maniera sistematica e allargata sulla cultura condivisa e partecipata, non per forza istituzionale. Per una città come Genova, che sul turismo sta puntando per un futuro altro, non è una dato confortante. Forse la domanda da porsi dovrebbe essere su che tipo di cultura sappiamo avere.


    Nicola Giordanella

  • Villa Croce si trasforma e diventa un “contenitore” di attività culturali

    Villa Croce si trasforma e diventa un “contenitore” di attività culturali

    museo-villa-croceTrasformare Villa Croce in un centro di produzione culturale e un luogo di attrazione. E’ l’obiettivo di OpenYourArt, la “start up innovativa a vocazione sociale” che da settembre ha afferrato le redini e “preso il controllo” della villa. Un’idea riconosciuta come migliore tra i progetti del master in Management dei beni museali, nata da tre giovani imprenditrici, Paola Inconis genovese, 36 anni, Elena Piazza, palermitana, 31 anni, e Alessia Moraglia imperiese, 31 anni. Con la vittoria in pugno, le ragazze hanno cominciato i quattro anni di gestione del Museo di arte contemporanea di Villa Croce di Genova.

    Il progetto, ci raccontano, è nato tra i banchi del master. «In questo periodo – spiega Paola Inconis –  abbiamo potuto analizzare le caratteristiche del Museo identificando i lati positivi e quelli da migliorare. Dopo una valutazione accurata e consapevoli della nostre competenze, abbiamo potuto realizzare un piano che potesse valorizzare la villa e soddisfare le esigenze dei genovesi».

    Tre storie e tre formazioni differenti che unite insieme hanno realizzato un prodotto completo. Paola, dottore in giurisprudenza, dopo aver preso il titolo di avvocato ha lasciato il settore giuridico e si è dedicata a quello dell’arte e della cultura, Alessia laureata in scienze sociali ha vissuto un anno e mezzo in India per lavorare nelle ong ed Elena, con una formazione in economia e commercio, ha fatto esperienza manageriale nella ditta di famiglia. Le ragazze, da metà settembre, oltre a essere responsabili dell’organizzazione di eventi, concerti, laboratori artistici, seminari, workshop, spettacoli teatrali, gestiscono il museo di Villa Croce, gli spazi e i servizi accessori, come la biglietteria, il bookshop, un’area relax, un servizio di mediazione con operatori culturali multilingue. Il team di gestione ha anche ideato un servizio di mediazione culturale che accompagni il visitatore nella fruizione del Museo. Si va dal piano didattico per i bambini ai laboratori creativi, agli strumenti e materiali di mediazione specifici, ai servizi di didattica per le scuole; fino ad arrivare a un piano di divulgazione per adulti attraverso seminari e laboratori di approfondimento sui temi dell’arte contemporanea, mediazione culturale di sala professionale, visite teatralizzate, strumenti e materiali informativi per ogni mostra. Attraverso Openyourart le imprenditrici hanno ridato l’opportunità ai genovesi di frequentare, o meglio di vivere, il museo.

    «Il nostro progetto – racconta Paola –  mira a riqualificare Villa Croce nel suo complesso, vogliamo farla rifiorire. L’obiettivo è valorizzare la struttura, il parco storico che la circonda e trasformare il tutto in un contenitore di attività culturali che sappia coinvolgere il pubblico». Da gennaio 2017 l’intervento si concentrerà sui fondi, le cosiddette “scuderie”, al momento utilizzate come magazzino per le attrezzature e, in parte, come laboratorio didattico per poi passare al recupero spazi da utilizzare come sede delle diverse attività culturali.

    «Tutto avrà un’anima – aggiunge Paola – ogni attività sarà connessa con l’altra. Tutto quello che abbiamo pensato e progettato per la villa ha una storia da raccontare, ma con un denominatore comune: l’arte contemporanea». Il filo conduttore sarà proprio l’arte contemporanea che, per le tre giovani, significa coinvolgimento e partecipazione dei cittadini. «L’arte a Villa Croce – conclude Paola – non si manifesterà solo nell’allestimento delle mostre, ma in ogni singola parte che la compone».

    paola-inconis_alessia-moraglia_elena-piazzaChe cos’è OpenYourArt

    OpenYouArt, come dice il nome stesso, è un progetto aperto a ogni manifestazione dell’arte. Esprime la visione di apertura del Museo verso la città, dove l’arte e la passione per la cultura possono rafforzare il senso di appartenenza della collettività per il proprio territorio. Il team di gestione ha ideato un servizio di mediazione culturale che accompagna il visitatore nella fruizione totale del museo in modo da poter cogliere ogni sua sfacettatura. «Con questa start-up – dice Paola – vogliamo aprire la testa dei cittadini e stimolare la loro arte. Vorremmo che i genovesi, con il nostro progetto, s’innamorassero una seconda volta di Villa Croce, vogliamo riconquistarli». La start-up innovativa sottolinea il carattere sociale e innovativo del museo. «Un progetto creativo stimolante sia per noi che lo abbiamo pensato, sia per chi ne usufruirà».

    Per sostenerne concretamente l’avvio, la Fondazione Edoardo Garrone ha messo a disposizione un premio di start-up del valore di 50.000 euro. OpenYourArt è stato selezionato da una commissione di valutazione mista pubblico-privato tra i 7 progetti elaborati dai  partecipanti al master. «Portare avanti questo progetto – continua – è stato per noi una bella sfida, abbiamo dovuto far convergere le esigenze del pubblico e quelle del privato, unendo la necessità di fare business per portare un valore aggiunto sul territorio».

    Il calore e l’accoglienza non sono state da tipici genovesi: la città sembra aver risposto in modo positivo alla proposta delle tre giovani imprenditrici. «La gente ha apprezzato il progetto molto più di quanto pensassimo. Ora la sfida più grande è conquistare i genovesi».

    Perché ha vinto OpenYourArt

    Animazione attraverso l’organizzazione di eventi e attività in grado di moltiplicare le occasioni di frequentazione, inserimento di servizi accessori, economicamente sostenibili e rivitalizzazione degli spazi, nel pieno rispetto della natura d’istituzione culturale e civica del museo, in affiancamento alla direzione artistica. Sono questi gli assi nella manica della nuova gestione che hanno portato alla vittoria OpenYourArt. Il tutto all’interno di una governance pubblica del sistema culturale cittadino.

    Come richiesto dal bando, il team vincitore si è costituito soggetto giuridico economico. Per sottolineare e tutelare maggiormente lo spirito sociale, culturale e innovativo del progetto di gestione di un bene museale pubblico, il team ha creato la prima s.r.l. “start up innovativa a vocazione sociale” operativa in Liguria.


    Elisabetta Cantalini

  • Bibliobus, una carovana di libri per i bambini del terremoto

    Bibliobus, una carovana di libri per i bambini del terremoto

    BibliobusSuperata la fase di emergenza seguita al drammatico terremoto in centro Italia del 24 agosto scorso, Arci ha deciso di concentrare parte dei suoi sforzi per riattivare il progetto bibliobus: un vero e proprio piccolo mezzo di trasporto donato nel 2009 dall’azienda di mobilità urbana di Roma che, già all’indomani del terremoto dell’Aquila, aveva portato libri e socialità nei campi dei terremotati, e che è stato recentemente riattivato nelle zone teatro del nuovo sisma.

    Un progetto concreto, e un’idea dal titolo evocativo: “A come abbraccio – una carovana di libri per combattere la paura del terremoto”, alla quale sarà possibile contribuire anche dalla Liguria. Dall’8 ottobre al 6 novembre sarà infatti possibile, per tutti i cittadini che vorranno aderire al progetto, portare un libro per bambini in uno dei punti di raccolta diffusi sul territorio ligure. I volontari raccoglieranno esclusivamente libri per bambini illustrati (nuovi e usati in buono stato ) o di narrativa ragazzi (nuovi) che verranno poi selezionati ed inviati in Centro Italia.

    «I libri sono un veicolo fondamentale per sostenere i processi di rielaborazione nei bambini e nei ragazzi» sottolinea Vanessa Niri di Arci Genova, che sta coordinando l’iniziativa. «La possibilità di immedesimarsi in personaggi coraggiosi o impauriti, eroici o pavidi, orfani o coccolati, all’interno di storie o fiabe, permette infatti ai più piccoli di trovare importanti appigli in un momento di grande paura e di grande incertezza come quello che stanno vivendo da più di un mese. Le storie permettono inoltre ai più piccoli di trovare spiegazioni per le tante domande sollevate da un evento catastrofico e imprevedibile come un terremoto. Inviare un libro ai bambini delle Province di Rieti, Ascoli Piceno e Perugia, significa non soltanto esprimere il proprio affetto, ma anche contribuire concretamente al difficile percorso di rielaborazione e gestione del trauma».

    L’elenco dei molti circoli, biblioteche di quartiere, luoghi aperti al territorio che ospiteranno la raccolta è in continua evoluzione e si può trovare sulla pagina www.arciliguria.it e sulla pagina facebook del progetto “A come abbraccio”. Per maggiori informazioni è stato attivato un indirizzo mail: acomeabbraccio@arciliguria.it

    La raccolta verrà idealmente inaugurata nel corso della “Notte bianca dei bambini” che si terrà sabato 8 ottobre, dalle 15 a mezzanotte.  Da quel momento si avvierà ufficialmente il mese di raccolta dei libri da regalare ai bambini di Amatrice e di tutte le zone colpite dal terremoto.

    Queste le associazioni, le biblioteche e le librerie genovesi che, ad oggi, partecipano al progetto “A come abbraccio”:

    Arci Liguria
    Arci Genova, Savona, La Spezia, Val di Magra
    Circoli Arci della Liguria
    Rivista Andersen
    Ama – Associazione abitanti della Maddalena
    Associazione Edicolibro
    Biblioteca De Amicis
    Madda52 – biblioteca di quartiere
    Cooperativa “Il laboratorio”
    Libreria “L’albero delle lettere”
    Libreria “L’amico ritrovato”

  • Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    ConcertoDall’entrata in vigore della nuova ordinanza “anti-Movida” sono già circa 200 le multe che i vigili del Comune di Genova hanno notificato agli esercenti che non hanno rispettato le regole varate dalla giunta Doria lo scorso aprile ed entrate in vigore a fine maggio. Gli accorgimenti addottati dall’amministrazione per porre un freno alla cosiddetta “movida alcolica” – che caratterizza, seppur in maniera diversa, i quartieri del centro storico e di Sampierdarena – stanno dando i primi frutti. Dopo un periodo di prova caratterizzato da una capillare campagna informativa che ha portato i vigili urbani a recarsi personalmente con opuscoli esplicativi in ogni locale dei quartieri interessati dall’ordinanza, da fine maggio sono cominciati i controlli serrati che non hanno risparmiato i trasgressori. Per una valutazione complessiva di questa operazione, i tempi non sono ancora maturi: bisognerà aspettare qualche mese e, soprattutto, il ritorno dalle ferie estive, per verificare quanto sia stato incisivo il giro di vite imposto a chi vende alcolici fino a notte inoltrata. Ma l’obiettivo del Comune di Genova è chiaro: creare il giusto equilibrio tra chi vuole vivere la movida notturna e chi ha il diritto di riposare senza essere molestato da schiamazzi e altri comportamenti poco consoni derivanti da un massiccio consumo di alcol (e non solo).

    Come ogni provvedimento che mira a regolare una consuetudine ben radicata nel panorama sociale di una città, la nuova ordinanza sulla movida ha creato una divisione tra chi vede di buon occhio l’iter intrapreso dal Comune (in questo caso, gli abitanti) e chi si sente colpito, soprattutto nel portafoglio. Tra questi ultimi, possiamo annoverare il titolare di un bar e piccolo imprenditore del centro storico genovese che, a tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, si trova a tirare le somme. E il risultato che ha per le mani non gli piace affatto.

    «Noi apriamo alle 17 – ci racconta – e fino alle 21 non entra nessuno; il vero lavoro inizia alle 23. Con le nuove regole del Comune che ci impongono di chiudere alle 2, siamo praticamente costretti a chiudere non appena la gente comincia a consumare. In questo modo, i miei incassi si sono dimezzati». Il nostro interlocutore non è italiano e, anche per questo, preferisce rimanere anonimo: si tratta di uno dei tanti lavoratori extracomunitari che ha provato a svoltare aprendo diverse attività commerciali nella zona di San Donato, cuore della movida genovese. Gli affari per il piccolo imprenditore sono andati bene fino a che i minimarket e i bar come il suo, che offrono cocktail e birre a prezzi inferiori alla media, sono finiti sotto i riflettori mediatici per essere stati identificati quali cause principali cause del degrado serale dei vicoli di Genova.

    «Noi lavoriamo come tutti gli altri – si difende – paghiamo le tesse e chiediamo i documenti ai clienti che entrano nel bar prima di servirgli da bere. Nonostante questo, quando sui giornali si parla di emergenza alcool tra i giovani e di degrado del centro storico, le fotografie che accompagnano gli articoli ritraggono sempre locali come il nostro e non quelli che applicano i nostri stessi prezzi ma sono italiani. Noi chiediamo solo di poter lavorare come tutti gli altri».

    moretti-movida-centro-storico-DIIl principale indiziato dell’attacco ai locali come quello della nostra fonte è il basso prezzo a cui vengono venduti gli alcolici: si parte dal famoso chupito a 1 euro passando per la birra in bottiglia a meno di 3 euro e arrivando ai cocktail a 3,5 euro. Solo questione di concorrenza? «Tengo i prezzi più bassi per essere competitivo – sostiene il nostro interlocutore – ma se il Comune obbligasse i bar ad adottare un tariffario uguale per tutti, non avrei problemi a rispettarlo». Se questa può essere considerata una misura da fanta finanza poiché l’amministrazione pubblica non può imporre un tariffario obbligatorio, è altrettanto vero che chi offre un servizio in maniera legale, dovrebbe poter operare al pari di tutti gli altri, guadagnando quello che reputa opportuno, probabilmente a discapito della qualità…ma questo è un altro discorso.

    L’origine dell’emergenza e dell’abuso di alcool tra i giovani non va ricercata solo nei bassi prezzi offerti da questo tipo di locali. «Noi lavoriamo all’interno di un quartiere frequentato prevalentemente da ragazzi che spesso si fermano davanti al nostro locale e consumano diverse bottiglie di super alcolici o di birra che si sono portati da casa – ricorda l’imprenditore – o che hanno acquistato in qualche supermercato. Non riesco a capire perché non ci sono controlli in questo senso, visto che dopo le 22 è proibito girare con bottiglie di vetro per il centro storico».

    A causa della nuove normative, il nostro interlocutore racconta di essere già stato costretto a chiudere una panineria e un minimarket aperti da poco e ora rischia di tirare definitivamente giù la serranda anche del bar che ha visto la luce solo nel 2015. «Non so che cosa vogliono ottenere con questa nuova normativa – si sfoga – forse vogliono farci chiudere tutti o forse vogliono colpire i minimarket che si sono diffusi per il centro storico negli ultimi anni. Quello che so, però, è che i locali al Porto Antico non sono soggetti all’ordinanza pur trovandosi a pochi metri dal centro storico e così il problema degli schiamazzi notturni non si risolve. L’ordinanza colpisce chi ha un locale nei vicoli favorendo chi ne ha uno al Porto Antico: non capisco il perché».

    Andrea Carozzi

  • La Lanterna si connette al wi-fi. Dalla città arrivano più di 5 mila euro grazie al crowdfunding

    La Lanterna si connette al wi-fi. Dalla città arrivano più di 5 mila euro grazie al crowdfunding

    yoga-lanternaGenova città spilorcia e chiusa alle novità? Pare proprio che l’associazione OpenGenova sia riuscita a spazzare via in un colpo solo due dei più triti luoghi comuni affibbiati alla Superba. Come? Lanciando, in collaborazione con i Giovani Urbanisti, un crowdfunding per portare la connessione wi-fi alla Lanterna e riuscendo addirittura a raccogliere una cifra superiore all’obiettivo: 5.210 euro l’importo finanziato, il 104% rispetto a quanto necessario. I 210 euro in eccedenza serviranno al monitoraggio dei lavori, che saranno affidati all’azienda partner Guglielmo e che anche i singoli cittadini potranno tenere sotto controllo tramite gli aggiornamenti pubblicati sul sito www.opengenova.org

    C’è chi ha partecipato al crowdfunding con 10 euro, chi s’è spinto addirittura fino a 500: in totale, sono una novantina i donatori che hanno contribuito al progetto Lanterna 2.0, che prevede l’installazione di un impianto wi-fi all’interno della sala conferenze, della biglietteria e nel parco di oltre mille metri quadrati circostante il faro. Chi ha partecipato alla colletta è stato premiato, a sua volta, con una cena per due persone alla Trattoria dell’Acciughetta e con un giro turistico del centro di Genova offerto dalle guide di Explora. Al progetto hanno poi contribuito con una donazione da 500 euro a testa ETT Solution, Finsea Spa, Netalia, Shenker Genova e Gioielleria Natoli.

    «Terminata la prima fase con il reperimento dei fondi, al più presto ci attiveremo per iniziare la fase operativa con l’installazione degli apparati e dell’infrastruttura tecnologica che permetterà l’erogazione del wi-fi gratuito alla Lanterna» assicura Pietro Biase, coordinatore del progetto Lanterna 2.0 per OpenGenova. «Sarà nostra cura tenere informati i donatori e chi ci ha supportato in questi mesi tramite aggiornamenti sull’avanzamento dei lavori e, in un’ottica di assoluta trasparenza, sulle modalità con cui verranno impiegati i fondi raccolti».

    «Per la prima volta si è riusciti a mettere insieme il simbolo della nostra città con l’innovazione digitale, sensibilizzando cittadini ed aziende che ci hanno dato credito: un risultato che per noi rappresenta un passaggio importante» aggiunge Enrico Alletto, presidente di OpenGenova. «Adesso questa fiducia va ripagata realizzando il progetto il prima possibile e nel migliore dei modi. Open Genova seguirà tutta l’operazione ed attiverà un sistema di monitoraggio online sullo stato di avanzamento lavori. Inoltre, a breve chiederemo al Comune di Genova un’azione di potenziamento della banda larga nella zona del Faro. Il mio ringraziamento personale va a Pietro Biase e a tutto il gruppo di OpenGenova che si alterna con cuore e professionalità per realizzare progetti che alla vigilia sembrano quasi sempre impossibili. Un altro pezzo di storia digitale della nostra città è stato scritto. Non è il primo e non sarà l’ultimo».

    «Come già evidenziato nel corso dell’Open talk organizzato lo scorso mese di maggio al Mercato del Carmine – conclude Alletto – crediamo che il free wi-fi rappresenti un’opportunità per il commercio e per il turismo della nostra città e proprio attraverso l’operazione Lanterna 2.0 OpenGenova vuole rilanciare la diffusione di questo progetto tra i commercianti genovesi, pensando anche al profetto Liguria Wifi messo in campo dalla Regione».
    Marco Gaviglio

  • Buridda, l’Università vende l’ex magistero anche su Subito.it. L’ateneo: “Iniziativa per dare visibilità”

    Buridda, l’Università vende l’ex magistero anche su Subito.it. L’ateneo: “Iniziativa per dare visibilità”

    buridda-genovaL’ Università degli studi di Genova si affida anche ai siti di annunci gratuiti per cercare di vendere una parte del proprio patrimonio immobiliare. Su alcune delle piattaforme web più note del settore, come Subito.it e Kijiji.it, sono infatti comparse, il 3 agosto, due proposte di vendita da parte dell”Ateneo genovese riguardanti l’ex Magistero di corso Montegrappa, attualmente occupato dal laboratorio sociale autogestito “Buridda”, e la cosiddetta “ex saiwetta” di corso Gastaldi. Gli annunci fanno seguito ai bandi emanati ufficialmente sul sito dell’Università per l’alienazione dei due immobili. Ma se per l’ex Magistero l’avviso con base d’asta di 2,873 milioni di euro scadrà il prossimo 21 settembre, per cui tutti gli eventuali interessati (si è parlato, ad esempio, della comunità locale dei Mormoni alla ricerca di un ampio spazio di culto) possono ancora presentare le proprie offerte attraverso i canali più classici, per quanto riguarda l’edificio “ex saiwetta” i portali di annunci telematici sembrerebbero al momento rimanere l’unica soluzione possibile dato che l’asta con base di 1,967 milioni di euro è andata deserta lo scorso 22 agosto.

    «In realtà – spiega all’agenzia Dire Luca Sabatini, portavoce del rettore – attraverso questi strumenti espletiamo l’obbligo di massima visibilità pubblica dell’asta di vendita così come previsto dalla legge. Un tempo si mettevano inserzioni onerose sulla carta stampata ma, in questo modo, raggiungiamo un pubblico più ampio e risparmiamo un po’ di soldi visto che gli annunci sono gratuiti». Sabatini tiene poi a precisare che «non esiste alcuna possibilità di procedere concretamente all’acquisto degli immobili attraverso i portali internet», bypassando le burocrazie della procedura pubblica ma, ribadisce, «si tratta solo di una questione di visibilità». Non è la prima volta che l’ateneo genovese affida ai siti di annunci la necessità di vendere parte del proprio patrimonio. Sul portale Subito.it, ad esempio, l’account dell’Università di Genova risulta attivo da febbraio 2014 con altri 11 annunci pubblicati (e scaduti) oltre ai due già citati: nel complesso, si tratta di 12 inserzioni nella categoria appartamenti e una in quella di uffici e locali commerciali.

    Il futuro dell’ex magistero e del Buridda

    opiemme-buriddaSembrerebbe, dunque, inevitabile un nuovo sgombero o, comunque, un nuovo trasloco per il centro sociale, dopo l’addio all’edificio di via Bertani, ad oggi ancora deserto.

    Ma chi potrebbe essere interessato ad acquistare e ristrutturare l’ex magistero? Il compendio in vendita è costituto non solo dai 3280 metri quadrati dell’edificio principale ma anche da ulteriori 2.099 metri quadrati definiti di “ruderi”. L’autorizzazione alla vendita da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ammette esclusivamente destinazioni d’uso a fini sociali, socio-educativi, culturali e a luogo di culto. Ammessa anche la destinazione socio-sanitaria purché l’inserimento di nuovi impianti e servizi risulti compatibile con le caratteristiche spaziali e distributive del bene, mentre la realizzazione di residenze pubbliche o sociali è ritenuta compatibile se limitata, e non prevalente, e comunque connessa alle funzioni ad uso pubblico della struttura. Inoltre, tutte le operazioni di ristrutturazione dovranno essere sottoposti al placet della Soprintendenza alle Belle Arti e al Paesaggio della Liguria. Infine, occhio al Piano urbanistico comunale che prevede al momento esclusivamente servizi e parcheggi pubblici in via principale, servizi privati, connettivo urbano ed esercizi di vicinato come funzioni complementari, oltre a parcheggi privati pertinenziali o liberi da asservimento. Sono pronti i Mormoni genovesi e sborsare oltre 3 milioni di euro tra acquisto e ristrutturazione? La risposta, forse, a fine settembre.

    Il futuro dell’ex Saiwetta

    ex-saiwettaAncora più incerto il destino dell’ex Saiwetta attualmente abbandonata. L’edificio fa parte dell’ex biscottificio ed è collegato al corpo principale dell’immobile, non in vendita e oggetto di un intervento di riqualificazione proprio a cura dell’Università che ne è proprietaria. Per quanto riguarda la parte da dismettere, invece, non ci sono vincoli imposti dalla Sovrintendenza né particolari restrizioni imposte dal Piano urbanistico comunale dal momento che l’ex Saiwetta è situata in ambito di conservazione dell’impianto urbanistico in cui è possibile instaurare servizi servizi di uso pubblico, residenze, strutture ricettive alberghiere, servizi privati, uffici, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita, parcheggi pertinenziali e parcheggi liberi da asservimento e in diritto di superficie.