Una tavola rotonda organizzata per fare il punto della situazione e rilanciare la corsa verso la realizzazione del progetto Erzelli. Nel salone del Consiglio metropolitano ci sono tutti, dai rappresentanti delle istituzioni ai vertici industriali, dai giornalisti ai volti noti della società civile. Si devono serrare i ranghi per riprendere la via perché si è perso troppo tempo e c’è il rischio concreto che competitor importanti rubino la scena, dirottando imprese, cervelli e investimenti. In corsa, infatti, sono entrati gli spazi alla periferia milanese, utilizzati per Expo, ad oggi in attesa di progetti di riconversione per la costruzione di un polo tecnologico. Il quadro della situazione attuale lo traccia Luigi Predeval, a.d. di Genova High Tech s.p.a. (la società responsabile del progetto), che mette sul tavolo le ultime notizie riguardo gli insediamenti aziendali: entro l’estate Esaote prenderà possesso di due piani e anche IIT sposterà alcuni laboratori sulle alture di Cornigliano. Ma non solo: sono attesi trasferimenti di almeno un paio di aziende da Milano e Napoli. Così, entro giugno 2016, il quadro complessivo vedrà la cittadella essere animata da Talent Garden Genova, Hyla, Enginius, Akronos, Alten Italia, 3Enerplus, Dedagroup, Hp, Johnson Controls, Softeco Sismat, oltre a Ericsson, Siemens e i già citati Esaote e IIT.
Realizzato solo il 10% del progetto
Il bilancio di quanto fatto fino ad oggi è abbastanza magro: 3 chilometri di strade di collegamento, che in futuro saranno unite alla nuova strada a mare, e due edifici funzionanti per un totale di 47700 metri quadrati (dove attualmente risiedono Siemens ed Ericsson) sui 408750 previsti. Se la situazione si sbloccherà, entro il 2018 sarà edificato il primo volume residenziale, per poco più di 10 mila mq.
Discorso a parte per quanto riguarda gli spazi dedicati all’Università: progettati assieme ai professori, dovrebbero arrivare ad una quota di 60 mila metri quadrati, suddivisi in dipartimenti (25132 mq), aule e biblioteca (21787 mq), laboratori (20949 mq). Al momento tutto però è fermo, in attesa dell’accordo di programma che, se venisse siglato in tempo utile, potrebbe portare a definizione la trattativa con Cassa Depositi e Prestiti per una possibile espansione residenziale dedicata agli studenti che si materializzerebbe con una costruzione ulteriore per 14 mila metri quadrati.
“Eppur si muove”, come direbbe qualcuno: il progetto, che fece il primo gemito nel 2001, oggi è completato solo al 10%, sospeso tra incertezze politiche ed economiche, entusiasmo e ritrattazioni, come quella dell’ex Facoltà di Ingegneria.
Oggi, però, sul piatto c’è un finanziamento di 125 milioni complessivi messi a disposizione dal governo e la costruzione di circa 116 mila metri quadrati tra residenze e spazi commerciali, garantiti da Cassa Depositi e Prestiti, per fare cassa. Proprio questa variante ha scatenato negli ultimi tempi diverse reazioni stizzite da parte di molte associazioni, Legambiente su tutte.
Doria: «Genova deve smettere di piangersi addosso»
I lavori della tavola rotonda vanno avanti, almeno quelli, e il sindaco di Genova, Marco Doria, cerca di sferzare nuovamente la compagine: «Genova e i genovesi devono cambiare mentalità e smetterla di piangersi addosso». E sugli anni persi? «Non dobbiamo prendere decisioni in base alle scelte fatte nel passato, giuste o sbagliate, ma guardare alla realtà di oggi». Il primo cittadino torna sulla polemica della logistica ricordando a tutti che «la collina degli Erzelli non è il Monviso» e che l’amministrazione, assieme a Ferrovie dello Stato, «sta progettando di spostare la stazione ferroviaria di Cornigliano per meglio collegarla con l’aeroporto e la cittadella attraverso una cabinovia a frequenza costante».
Al microfono si alternano in tanti: Carlo Castellano, presidente di Dixet e Genova High Tech, nonché amministratore delegato di Esaote, Luigi Predeval, Alberto Diaspro, Direttore del dipartimento di Nanofisica dell’IIT e il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, in collegamento telefonico da Roma. Presente in sala Edoardo Rixi, assessore regionale allo Sviluppo Economico, che ricorda la sua posizione: «Per questo progetto serve un commissario ad hoc, non possiamo più perdere tempo». Expo, infatti, fa paura: «Siamo più avanti di Milano ma con questo ritmo saremo superati, nonostante si sia incominciato a parlare di Erzelli 15 anni fa».
Tutti sembrano concordi e Paolo Comanducci, magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Genova, non rovina l’atmosfera: «In passato ci sono stati problemi burocratici e logistici, e le nostre posizioni sono state forse pretenziose – ha spiegato – ma siamo un ente pubblico e non possiamo rischiare. Vogliamo spostarci ma facendolo bene e con tutte le garanzie di crescita per la nostra Scuola Politecnica». Via Balbi ha recentemente stornato dal bilancio 6 milioni per questo trasloco «nonostante il calo di iscrizioni stia logorando i conti economici dell’ateneo».
A chiudere il dibattito Alessandro Cassinis, direttore del “Secolo XIX” che ben ha sintetizzato la situazione: «Il progetto è cambiato nel tempo, con accuse di speculazioni e finanziamenti poco chiari; parlandone continuamente, però, si ammazza il progetto. Forse il mio giornale ha troppe volte utilizzato Erzelli per far polemica – ammette – dando lo spazio a tutti: io mi sono impegnato a non dar più notizie inutili e distraenti, soprattutto su quanto legato all’Università. Il giornale vuole e darà spazio alle notizie che possano contribuire a fare passi avanti a questo progetto, e basta».
Lo spettro del dopo Expo
Quindi, ancora una volta, tutti d’accordo: oggi il Polo Scientifico e Tecnologico di Erzelli rimane un investimento fondamentale per il futuro della città, che potrebbe trasformare quella collina, un tempo deposito di container, in un’eccellenza a livello internazionale. IIT ha confermato che nei prossimi mesi trasferirà due laboratori, tra cui quello di robotica, uno dei fiori all’occhiello della ricerca italiana e non solo. Dietro l’angolo, però, lo spettro di Milano: il capoluogo lombardo è sicuramente avversario temibile ma il fatto che oggi ci si senta così minacciati da un’eventuale opera al momento quasi a zero, dopo 15 anni di progetti, accordi, parole e pochi fatti, sembra fanta-scientifico.
Dopo gli zoppicamenti della prima giornata in cui il numero legale è stato assicurato dalla presenza in aula dei due consiglieri di Udc (Gioia e Repetto), la maggioranza allargata in Sala Rossa tiene sul bilancio e sui documenti collegati. La votazione definitiva è prevista, con tutta probabilità, nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio di domani ma non dovrebbero esserci particolari sorprese.
Come già ampiamente raccontato nelle scorse settimane, si tratta di un bilancio previsionale ancora fortemente provvisorio. Manca, infatti, circa una ventina di milioni di trasferimenti da Roma che dovrebbero rappresentare il rimborso dei mancanti introiti per le nuove formulazioni dell’Imu e della Tasi. Per questo motivo, non possono essere considerati definitivi soprattutto gli importi a disposizione delle singole direzioni, ovvero quel famoso “plafond” che rappresenta una delle voci più interessanti delle uscite di parte corrente. Nel 2014, il bilancio preventivo per questa partita ammontava a 97,3 milioni mentre, in attesa della manovra correttiva che dovrebbe arrivare prima dell’estate, per il 2015 la cifra scende a poco più di 87 milioni.
I numeri del bilancio del Comune di Genova, direzione per direzione
Ma dove sono stati sottratti, almeno temporaneamente, questi 10 milioni e oltre? Come anticipato dall’assessore Miceli in sede di presentazione del bilancio, un po’ da tutte le direzioni. Ce ne sono alcune, però, per cui le cinghie si stringono particolarmente finché non verrà messa nero su bianco l’annunciata variazione. È il caso delle politiche sociali, la direzione con più risorse a disposizione di tutto il Comune, che si ferma a 29,5 milioni di euro: ben 6,5 milioni in meno rispetto alla “quota 36” che l’anno scorso era stata ritenuta come limite sotto il quale sarebbe stato impossibile mantenere l’offerta di servizi di welfare essenziali per la città. Molto più distanti, invece, sono i 40 milioni che rappresentano la cifra storica impiegata da Tursi e che con molta difficoltà potrà essere raggiunta anche con assestamenti di bilancio, ulteriori alla variazione già annunciata, o attingendo al fondo di riserva (7,5 milioni con una leggera contrazione di circa 300 mila euro rispetto alla scorso anno) come da tradizione.
Anche quest’anno, si conferma seconda voce di investimento la direzione Scuola, sport e politiche giovanili per cui in parte corrente sono messi a disposizione poco meno di 27 milioni di euro. Presumibilmente la prossima variazione di bilancio interverrà anche su questo capitolo per superare l’asticella dei 30 milioni impiegati sia nel 2014 che nel 2013.
Saranno poco più di 5 milioni i fondi a disposizione del Corpo di Polizia Municipale, mentre per Cultura e Turismo sono previsti solamente 2,6 milioni di euro, davvero pochi spiccioli per una città che undici anni fa si proponeva all’Europa come Capitale della Cultura e che ha provato, con scarso successo, a trasformarsi quest’anno nell’affaccio al mare dell’Expo milanese. Probabilmente i nuovi flussi governativi consentiranno di arrivare ai 3,7 milioni preventivati lo scorso anno ma ne servirebbero davvero molti di più. Attorno ai 2,5 milioni si attestano le cifre previste per le direzioni Sviluppo economico, Sistemi informativi, Politiche per la casa mentre meno di 1,7 milioni sono presenti alla voce Ambiente, Igiene ed Energia e qualche manciata di euro in più di un milione per la direzione Mobilità.
Interessanti anche le cifre trasferite ai Municipi per una gestione legata alle dirette necessità del territorio. Già detto, in sede di presentazione del piano triennale dei lavori pubblici, del raddoppio delle risorse straordinarie a disposizione, sul capitolo plafond sono previsti più di 817 mila euro per i 9 parlamentini, con gli stanziamenti maggiori per Levante (104 mila) e Media Val Bisagno (102 mila).
Gli investimenti in conto capitale
A livello aggregato (quello che riguarda il bilancio complessivo del Comune di Genova che ammonta a circa 1,7 miliardi di euro e comprende, dunque, anche gli investimenti in conto capitale), invece, oltre al capitolo dedicato ai servizi generali, istituzionali e di gestione per il funzionamento della macchina amministrativa che da sempre rappresenta la spesa più corposa e quest’anno scende da 414 milioni a 337,5, a farla da padrone sono le competenze annuali previste per la missione dedicata a Trasporto e Diritto alla Mobilità per cui sono previsti circa 313 milioni di spesa a fronte dei 344 dell’anno scorso.
Per Sviluppo sostenibile, Tutela del Territorio e dell’Ambiente si parla invece di 208 milioni, 15 in meno dello scorso anno, mentre Diritti sociali, Politiche sociali e Famiglia scende da 104,5 milioni a 97. Aumentano invece le competenze per Ordine pubblico e sicurezza (da 46 a 49 milioni), Politiche giovanili, Sport e Tempo Libero (da 7 a 9,5 milioni) e Sviluppo economico (da 7,5 a 8,8). Non cambia molto per quanto riguarda le previsioni di cassa delle stesse missioni: 322,5 milioni per il funzionamento generale di Tursi, 194 per la mobilità, 185 per ambiente e territorio, 101,5 per il welfare, 86 milioni per istruzione e Diritto allo studio, 63 per Ordine pubblico e sicurezza.
Ma anche per quanto riguarda le cosiddette “missioni” si dovranno attendere le correzioni in meglio che arriveranno a seguito dei maggiori stanziamenti da Roma.
In attesa della manovra correttiva, sono ancora molti gli scogli che il Consiglio comunale si dovrebbe trovare ad affrontare prima dell’estate: il regolamento sulla movida, la famosa mozione del Pd sul mercatino di Turati che sembra essere scomparsa nel nulla ma soprattutto l’ultima votazione in Sala Rossa sul nuovo Piano Urbanistico Comunale (prevista il 28 luglio) la cui recente accelerazione sta facendo mormorare parecchio tra i corridoi di Tursi. Secondo più di qualche voce, infatti, sindaco e giunta vorrebbero approfittare di questa almeno temporaneamente ritrovata compattezza (numerica) della maggioranza. Un po’ come dire: portiamo a casa il Puc entro l’estate e sul futuro politico di medio periodo si vedrà. Intanto, martedì prossimo il Consiglio potrebbe prendersi una pausa non tanto per celebrare il 14 luglio quanto per recuperare il tour de force di questa settimana, con tre sedute consecutive, e soprattutto per evitare calde concomitanze con lo sciopero dei dipendenti delle partecipate.
Marcello Foa è stato cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) presso l’Università della Svizzera Italiana (USI), dove attualmente insegna anche giornalismo internazionale e comunicazione. Ha focalizzato le proprie ricerche accademiche sul fenomeno dello spin, finalizzandole nel saggio “Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla guerra in Iraq: come si fabbrica informazione al servizio dei governi” (2006, Guerini e associati editore), testo che è stato adottato da diverse università. È autore di due romanzi per Piemme Editore: “Il ragazzo del lago“ (2010) e “Il bambino invisibile“ (2012). Dallo scorso anno è vice-presidente dell’associazione A/simmetrie, fondata dall’economista Alberto Bagnai.
Milanese classe 1963, Marcello Foa è giornalista e direttore generale del gruppo editoriale Timedia. Ha lavorato in Svizzera per la Gazzetta Ticinese e il Giornale del Popolo; in Italia per Il Giornale, guidato allora da Indro Montanelli. È stato inviato speciale di politica internazionale in Russia, Francia, Germania, Turchia e Stati Uniti. Nel 2007 ha creato “Il cuore del mondo”, oggi un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it.
Con Marcello Foa abbiamo discusso del mondo dell’informazione, dei meccanismi della diffusione delle notizie e di democrazia. Sul numero #59 del bimestrale (apr-mag) abbiamo pubblicato uno speciale ad hoc; riportiamo qui l’intervista integrale e rimandiamo alla rivista cartacea per ulteriori approfondimenti.
Se volessimo fare come fanno gli studenti a scuola, per i quali Platone è “quello del mondo delle idee” e Leopardi “quello de L’Infinito”, dovremmo dire che Marcello Foa è “quello del frame”…Scherzi a parte, trovo il concetto di frame piuttosto utile per tenere insieme due evidenze apparentemente inconciliabili: ossia, da un lato, il fatto che non esiste un “ministero per la propaganda” come ai tempi del fascismo; dall’altro lato che, ciononostante, i media appaiono molto omologati. Di solito la gente finisce per risolvere questa contraddizione illudendosi che in democrazia l’uniformità dei mezzi d’informazione dipenda dal fatto ci viene raccontata la verità…
«Sì, il concetto del frame è fondamentale per capire queste logiche. Sostanzialmente è una “cornice mentale” che noi ci creiamo su un qualunque argomento. A volte sono delle piccolissime cornici, dei fili, che entrano, si formano e si vaporizzano. In certi casi, però, possono essere anche giudizi forti su argomenti importanti. E più queste cornici sono legate a delle emozionio dei fatti che noi non conosciamo, più è facile che diventino permanenti. Per esempio, l’11 settembre ha avuto un impatto enorme perché ha scioccato tutti: vedere lo schianto degli aerei, il crollo delle torri in una città come New York… per molti europei è stato come se la tragedia fosse avvenuta in casa nostra. Altri casi possono essere l’ISIS, l’Ucraina o la Siria: fatti che improvvisamente finiscono alla ribalta senza che la gente sappia bene di cosa si parla e su cui dunque si ragiona in base al giudizio che ci si forma nel momento stesso in cui si apprende la notizia. Ed è qui che entra in azione lo spin doctor».
Ossia l’esperto di comunicazione, il consulente che elabora la strategia d’immagine…
«Sì. Lo spin doctor vuole formare una “cornice” molto forte su quel dato argomento, perché è consapevole del meccanismo psicologico della mente umana per cui, una volta che si è formato un giudizio di fondo (il bene e il male, il giusto e il cattivo, ecc.), le notizie che entrano dentro questa cornice di giudizio vengono rafforzate e continuamente rinvigorite, mentre le notizie che ne escono fuori vengono relativizzate o addirittura scartate. Ecco perché – per fare un altro esempio – oggi è molto difficile parlare di Putin: perché, per il frame della nostra stampa “Putin è il cattivo, l’Ucraina è invasa, la Russia ha mire imperiali”».
In questi casi è facile che chi nega la “verità ufficiale” venga additato come “complottista”: come si distingue chi elabora bizzarre teorie del complotto da chi invece scava alla ricerca della verità?
«Bisogna distinguere diversi temi. C’è il tema del conformismo, per cui tutti dicono la stessa cosa sentendosi molto liberi e originali – io trovo, per esempio, che i lettori e gli elettori di sinistra tendano ad essere i più conformisti, nel senso che tendono a ripetere la “verità comune”. Poi ci sono coloro che dissentono e sviluppano idee proprie, il cui libero pensiero può anche essere accettato, ma più spesso rifiutato o relativizzato. Infine ci sono i cosiddetti “complottisti”, che non sono né conformisti, né anti-conformisti, ma cercano la verità nascosta dietro la teoria ufficiale, talvolta “azzeccandoci”, talvolta no. Su questo tema sono molto sensibile, perché sono convinto che anche il buon giornalista debba scavare e andare in profondità, senza limitarsi a riportare quello che accade in quella superficie che chiunque può vedere e raccontare. Tuttavia, la differenza tra il giornalista che fa analisi e il complottista è la verifica delle fonti, mirata non ad assecondare un pregiudizio, ma a verificare incongruenze eventualmente emerse nell’indagine di una situazione».
Dunque il nodo centrale è la verifica delle fonti…
«Non solo: il punto vero è l’approccio alla verifica. Il complottista cerca un riscontro alla sua idea; il giornalista fiuta quello che non va e scava per trovare conferma a un dubbio che sorge a seguito di un’analisi delle cose. Anomalie e fatti che non tornano spingono a porsi delle domande, a ricostruire la filiera: insomma, a fare vero giornalismo investigativo teso alla risoluzione dei dubbi. Solo una volta ricostruite e risolte le contraddizioni, ci può distaccare a ragion veduta – e in questo modo raramente sono stato smentito nella mia carriera – da quella che è la verità ufficiale.
Il complottista tradizionale parte da un presupposto diverso: pensa che sia tutta una grande manipolazione e vede il complotto dietro qualunque fatto. Il che talvolta può anche significare “azzeccarci”: ma può anche portare a prendere delle cantonate clamorose. Un esempio di informazione controcorrente, che io condivido al 100%, ce lo dà Ray McGovern, un ex-analista della CIA con cui ho fatto un dibattito a Firenze: questa persona è molto coraggiosa e negli Stati Uniti ha fatto delle denunce fortissime.
Il problema di fondo è che nella nostra società “democratica”, paradossalmente, è sempre più difficile far passare un messaggio diverso. C’è un certo tipo di pubblico, per fortuna: ma è minoritario. La grande massa si accontenta di quello che è il frame, il luogo comune iniziale; oppure si accontenta di un dibattito in apparenza vivace, ma che in realtà non esce mai da certi binari, rimbalza entro certe linee invisibili e così non diventa mai “scomodo”. Questo è un problema molto serio, perché tende a relativizzare una delle caratteristiche fondamentali della nostra democrazia: la capacità per il pubblico di formarsi un’idea fondata, solida, autentica».
Un altro punto è quello del rapporto del giornalista con la complessità delle notizie. Secondo Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano i temi economici e la politica europea sono volutamente incompatibili con la portata di un dibattito democratico: un problema grosso; eppure sembra che gli italiani possano fare poco più che prenderne atto. Io mi chiedo invece se il compito del giornalista non sia anche quello di saper operare una sintesi utile a rendere accessibile un certo tema ad un pubblico inesperto. Questo significherebbe, però, anche “metterci del proprio”, sacrificando un po’ di oggettività. Insomma, di quale tipo d’informazione deve andare in cerca l’utente?
«Ottima domanda. Il giornalismo anglosassone – che ormai non esiste quasi più – tendenzialmente ha risolto questo dilemma: da un lato fa la cronaca, dall’altro fa il commento e l’analisi. Oggi in realtà questa barriera tende a cadere, per via del fatto che anche il giornalista è vittima del frame.
Mi spiego meglio. Tornando all’esempio della Russia, se io parto dalla convinzione che Putin abbia ammazzato, o voluto o permesso che Nemtsov fosse ucciso, la cronaca che farò sarà piena di “si dice”, di “forse”, di “si sussurra” che tendono ad accentuare nel lettore il sospetto che questa cosa sia realmente avvenuta: e dunque influenzo il mio lettore già a partire dalla cronaca. Ho notato che, in effetti, i giornalisti tendono ad essere molto sensibili a questa cornice sulla Russia: e dunque anche le cronache risultano abbastanza condizionate.
Poi ci sono dei limiti molto forti nel modo in cui si fa giornalismo. Se faccio il cronista politico a Roma o a Bruxelles, chi sono i miei referenti quotidiani? Sono il portavoce del PPE, il portavoce della Commissione, il portavoce di Palazzo Chigi, eccetera; tutte persone con cui alla fine divento amico. Sono loro che poi mi telefonano o che mi mandano una e-mail quando sono arrabbiati o compiaciuti. Questo microcosmo è anche parte del mestiere; se però mi ci immergo troppo, poi finisce che perdo la percezione di cosa interessa davvero alla gente. È per questo motivo che quando leggo le cronache politiche italiane mi sfugge lo scopo di quello che si scrive: perché sono cose da addetti lavori… o “adepti” ai lavori».
Sì, il gioco di parole rende l’idea. E allora, se il lettore non capisce, non è sempre e solo colpa sua…
«Io vengo dalla scuola di Montanelli e per formazione penso che, di qualunque cosa io scriva, anche il macellaio sotto casa debba essere in grado di percepire la mia valutazione e capire cosa stia succedendo. Eppure oggi questo approccio – che una volta faceva parte delle regole del buon giornalismo di stampo anglosassone – tende a cadere. Ci troviamo di fronte, così, a giornalisti che si dimenticano dei lettori.
All’opposto chi fa televisione tende ad essere totalmente in superficie, piattissimo, ripiegato su stereotipi quali giusto e sbagliato, buono e cattivo; perché se il messaggio non passa, lo spettatore cambia canale. Il paradosso della nostra epoca è che siamo molto informati, perché abbiamo tante fonti di informazione, ma siamo poco informati, perché nessuno ci spiega l’essenziale. È questo fenomeno che rende l’informazione meno “convincente” di quello che era qualche anno fa».
Se andiamo ancora più sul generale, ci imbattiamo – mi pare – in un problema di democrazia. Mi spiego meglio. Io acquirente di giornali, fruitore di informazioni, sono anche un cittadino che vota: quanto di tutto quello che accade a Roma o a Bruxelles può essere davvero utile per le decisioni che sono chiamato a prendere e quanto invece attiene al dibattito tecnico?
«Non c’è dubbio che, se chiedo alla gente cosa abbia capito dello spread, esce fuori di tutto. Il punto però è che ci sono certe decisioni fondamentali sulle quali il cittadino deve essere messo in grado di capire davvero la posta in gioco.
Un esempio: l’euro comportava la fine della sovranità economica e monetaria dell’Italia; ossia la fine dell’indipendenza di giudizio e di azione del governo e dell’industria italiana. E invece hanno fatto una propaganda atta a dipingere l’Unione Europea e la moneta unica come il paradiso: “saremo un paese forte”, “la nostra economia crescerà”, “saremo come i tedeschi”, “le leggi funzioneranno” e tutta una bella retorica di popoli uniti. Oggi ci troviamo con un solo paese che ci guadagna (Germania), con dei paesi che sono alla fame (Grecia, ma anche Spagna e Portogallo) e con altri paesi che stanno perdendo la loro indipendenza e il loro benessere economico (noi). Il vero messaggio che andava lanciato, allora, sarebbe dovuto essere: “se entrerai nell’euro, del tuo futuro non deciderà più il tuo governo, ma la Commissione Europea e Banca Centrale Europea”. La questione a quel punto sarebbe stata capire se a noi convenisse davvero oppure no: ma questo discorso, verso la fine anni ’90, non è stato fatto».
In effetti non ricordo a quell’epoca grandi prese di posizione contro l’euro o contro l’UE…
«Perché chi ha provato a farlo ha subito il solito meccanismo del frame: “sei euro-scettico”, “sei contro il futuro”, “sei contro l’Europa”, eccetera. Non si giudicava neppure l’obiezione, ma si poneva subito un’etichetta denigrante su chiunque provasse ad avanzare dubbi, che pure oggi ci appaiono assolutamente legittimi e fondati. Di fronte all’accusa di “euro-scetticismo”, dovevi difendere non il merito della tua posizione, ma la tua persona, dimostrando di non essere un “cattivone” come Haider o Le Pen.
Il fatto è che quando ci sono dei dossier internazionali e degli interessi così grandi in gioco, arrivano spin doctor professionisti che sanno preparare le campagne giuste: e la stampa finisce per cascarci, ripetendo tutti i frame con una facilità estrema. È il discorso che lei faceva all’inizio: se siamo in democrazia, tendiamo a fidarci dell’autorità. Pertanto se il governo italiano, la maggior parte dei politici italiani, la Commissione Europea, il governo francese, gli Stati Uniti, l’FMI, la BCE; insomma, tutti ci dicono che l’euro va bene, allora anche i grandi giornali “istituzionali” tenderanno a percepire il messaggio e a rilanciarlo.
Io invece sono di un’altra scuola. Io cerco di capire se quello che viene proposto è giusto: e poi cerco di spiegarlo a miei lettori. Il che non vuol dire, naturalmente, ch’io non possa sbagliarmi».
Se dovesse scegliere un problema del mondo dell’informazione da cui cominciare per invertire una parabola che evidentemente è declinante, cosa sceglierebbe?
«Nel mondo dell’informazione in generale distinguerei almeno due problemi: da un lato c’è ovviamente il condizionamento esercitato dall’establishment o dal mondo politico; dall’altro lato, però, c’è anche il condizionamento economico: ossia, come si fa a fare informazione oggi? Se la pubblicità scappa, infatti, bisogna capire dove si ricava il sostentamento.
Oggi è difficile fare informazione in generale perché mancano le risorse. Il paradosso è che su internet si può avere anche tantissimo pubblico; ma, se si va ad analizzare il budget dei siti internet, per quanto di successo, si scopre che questi raccolgono una piccola parte della pubblicità e delle risolte che raccolgono altri media.
Questo è il problema principale: come far sì che un giornalista possa essere davvero libero, in modo che possa fare buona informazione. Lo strumento del blog – che io naturalmente apprezzo, essendo io stesso uno degli animatori della blogsfera – ha un grosso limite: non garantisce un’informazione costante e regolare. Il vero problema è dunque quello di mettere i giornalisti in grado di fare giornalismo libero e di qualità, di non essere completamente ostaggio delle leggi dell’audience. Tuttavia non saprei dire come: non ho una soluzione sicura».
Nel giorno in cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, arriva a Genova per benedire la ripartenza dei lavori di rifacimento della copertura del Bisagno, tocca a Erasmo D’Angelis, responsabile della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche all’interno del progetto “Italia Sicura”, fare il punto sui lavori che da qui a fine novembre 2021 dovrebbero mitigare definitivamente i rischi da dissesto idrogeologico in città e non solo.
«Genova – ha detto D’Angelis – si appresta a diventare la città europea in cui si investe di più per la prevenzione e la messa in sicurezza idrogeologica». Un ammontare che viene stimato attorno ai 419 milioni di euro, di cui 379 di risorse statali e 40 di fondi del Comune, per un totale di 15 cantieri che entro la fine dell’anno partiranno in tutta la Città Metropolitana (qui l’elenco di tutti gli interventi e le richieste di finanziamento). «Con Genova – ricorda il coordinatore di Italia Sicura – parte il piano di sicurezza che coinvolgerà tutte le 14 Città Metropolitane, per un importo complessivo di 1,2 miliardi di euro che saranno investiti entro la fine dell’anno. Genova fa la parte del leone perché ha le progettazioni già pronte per andare in cantiere».
Come abbiamo ampiamente raccontato la scorsa settimana (qui l’approfondimento), due sono i cantieri già partiti (scolmatore del Fereggiano e seconda parte della copertura del Bisagno dalla Questura a corso Buenos Aires), mentre altri 13 saranno avviati entro la fine dell’anno. «Non si tratta più di discorsi e progetti – ha commentato il sindaco Marco Doria – ma di opere e cantieri concretamente partiti. Per Fereggiano e rifacimento della copertura del Bisagno parliamo di oltre 150 milioni di spesa che daranno un contributo significativo per la messa in sicurezza del bacino».
Con il completamento del rifacimento della copertura del Bisagno (fine del secondo lotto entro maggio 2017, cantieri del terzo lotto aperti entro il 2015 per una durata dei lavori attorno ai 3 anni) si arriverà a una portata di 850 metri cubi al secondo con un metro di spazio tra il pelo dell’acqua e la copertura, e 950/1000 metri cubi in situazione di pressione (l’ultima tragica alluvione ha toccato i 1100 metri cubi al secondo, ndr). Con lo scolmatore del Bisagno (qui l’approfondimento), la cui gara dovrebbe concludersi tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, la portata dovrebbe essere in grado di affrontare anche la piena duecentennale che il piano di bacino prevede in 1300 metri cubi al secondo.
«Il destino di Genova – sottolinea D’Angelis – non sono le alluvioni ma la prevenzione delle alluvioni. Come ha detto il ministro Delrio, questa per noi è la più grande opera pubblica di cui ha bisogno l’Italia. E Genova ci ha dato una mano con la cosiddetta “norma Bisagno” inserita nello Sblocca Italia che consentirà di non bloccare più i cantieri in caso di ricorso ma portare l’opera a compimento fino al collaudo». Un’importante opera di sburocratizzazione che potrebbe anche accorciare i tempi di consegna di tutti i lavori, che con il completamento dello scolmatore del Bisagno sono fissati entro la fine del 2021.
Tutti cantieri, assicurano i responsabili di Italia Sicura, saranno trasparenti e legali al 100%: sul sito del governo (e probabilmente anche su quello del Comune) tutti i cittadini potranno seguire il corso dei lavori. E sarà proprio il Bisagno ad essere oggetto di un progetto pilota, sempre a cura della struttura governativa di Italia Sicura, di cura del verde, delle foreste e dei rivi sui versanti montani.
«Si tratta di interventi straordinari, fatti non parole – commenta l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che assieme al consolidamento di una cultura di Protezione civile (che verrà potenziata anche con la sperimentazione di nuovi sistemi di autodifesa, ndr), contribuiranno in maniera significativa a mitigare il rischio». Un rischio che, soprattutto in una città come Genova con 88 rivi che superano il chilometro di cui 28 tombati e altre centinaia sotto il chilometro, e oltre 90 mila abitanti che vivono in zone esondabili, non potrà mai essere azzerato (qui l’elenco fornito dal Comune degli interventi di adeguamento idraulico realizzati dal 2012 ad oggi).
Oltre al bacino del Bisagno, saranno interessati da significativi lavori di messa in sicurezza anche il Chiaravagna (per oltre 22 milioni di euro), lo Sturla (10 milioni), il Fegino (3 milioni), il Belvedere (5 milioni). Ma nel piano di Italia Sicura non rientra solo la città di Genova. Il pacchetto di lavori comprende anche interventi importanti a Rapallo, Santa Margherita, Chiavari e Lavagna. «La sicurezza e il contrasto al dissesto idrogeologico – ha commentato Doria in vista di sindaco della Città Metropolitana – sono la priorità di chi governa il Paese e la città e lo sta facendo in modo molto coordinato. Stiamo parlando di un’inversione radicale di rotta politico-culturale perché ribaltiamo un approccio che ha dominato per decenni in cui il problema sicurezza non veniva assolutamente considerato, dato che dopo la copertura del Bisagno nel ’29 e soprattutto dopo l’alluvione del ’70 non è mai stato fatto alcun intervento significativo».
La prima volta che si parlò di “manifestazioni colombiane” in occasione dei 500 anni dalla “scoperta” dell’America (1992) fu nel 1984 su proposta di Renzo Piano. Il via ai lavori e finanziamenti risale al 1988. Fu il primo passo verso il cambiamento che la nostra città avrebbe subito: scoprire il centro storico come risorsa e il porto come occasione turistica e fare in modo che le due realtà potessero essere legate. Nei primi duemila sono seguiti altri due grandi eventi: il vertice G8 e Genova 2004, Capitale europea della Cultura. Periodi di progettazione urbanistica e finanziamenti. Cosa hanno portato e cosa hanno lasciato? Abbiamo raccolto dati e dettagli per suscitare nel lettore una riflessione su come eventi di questo tipo possano segnare in modo indelebile lo sviluppo di una città.
Quando siamo partiti nella ricerca era recente la notizia che alcuni residui dei fondi colombiani avessero partecipato alla spesa per gli interventi di riqualificazione dei parchi di Nervi. Come è possibile che a oltre vent’anni di distanza dal grande evento ci siano ancora denari in cassa da investire? Cerchiamo di fare chiarezza.
Nel marzo 2007 viene sottoscritto un Accordo di Programma tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Regione, Provincia e Comune di Genova per l’impiego di fondi residuali dalle manifestazioni colombiane per interventi di recupero del tessuto urbano e del patrimonio storico artistico. Questi fondi ammontano a 97 milioni di euro. La somma è frutto delle riduzioni dei tassi di interesse sui mutui (grazie al passaggio lira-euro) che erano stati contratti originariamente dal Comune. Inizialmente era stata prevista la disponibilità dei fondi in 5 anni, però lo Stato non essendo riuscito a rispettare i tempi nel 2013, ha prorogato fino a fine 2015 il loro utilizzo. Ad oggi i denari sono stati completamente versati dallo Stato e quasi interamente reinvestiti.
Le Colombiane
L’Expo 1992 è stato realizzato con 600 miliardi di lire (300 milioni di euro) e il passaggio lira-euro, come detto, ha permesso di avere risparmi riutilizzabili. G8 e Genova 2004 (per l’evento Capitale della cultura sono stati spesi circa 160 milioni di euro), in base ai dati in nostro possesso, non hanno prodotto residui né risparmi.
Proviamo dunque a tracciare un percorso che parta dalle Colombiane, passi attraverso il G8 per arrivare a Genova 2004. Insomma un viaggio fra i grandi eventi genovesi dell’ultimo ventennio, con l’aiuto dell’architetto Bruno Gabrielli (Giunta Pericu, assessore urbanistica e centro storico dal 1997, assessore qualità urbana e politiche culturali dal 2001 al 2006) e dal professore Francesco Gastaldi dell’Università IUAV di Venezia. «I grandi eventi degli ultimi 20 anni hanno giocato un ruolo decisivo, hanno messo in campo ingenti risorse economiche, hanno attivato capitale sociale e hanno ridefinito l’immagine della città», esordisce il professore. Secondo Gastaldi è stata la ricerca del binomio waterfront-centro storico (iniziata con le Colombiane e proseguita fino all’evento capitale della Cultura) che ha caratterizzato le scelte di politica urbana degli anni ’90 e 2000. Binomio che ora, sembrano convinti sia Gastaldi che Gabrielli, non è più priorità della politica. «Si era parlato di proseguire il percorso anche con opere non-materiali di valorizzazione degli interventi eseguiti per Genova 2004, ma questo non è stato fatto – commenta Gabrielli – se non vi è continuità si perde il senso della strategia iniziata con le Colombiane e proseguita con G8 e Genova 2004, cioè che Genova non ha bisogno di soldi, ma di eventi».
Aldilà dell’errore politico che portò a sovrastimare la portata dell’evento in termini di visitatori (a pochi mesi dal via la stima sulle presenze di visitatori all’Expo raggiungeva un milione e 800 mila, a evento concluso si contarono in realtà poco più di 800 mila visitatori e l’Ente Colombo che gestiva la manifestazione incassò solo 13 miliardi di lire rispetto ai 45 previsti in partenza), “i soldi di Colombo” hanno dato il via ad una strategia di urbanizzazione della città che si è sviluppata fra il 1986 e il 2006 e che ha trasformato il rapporto fra la città e il porto. Una complessa orchestrazione fra strumenti urbanistici e rapporti fra le autorità, gestione degli interventi e dei finanziamenti. L’arch. Gabrielli ricorda: «Nonostante le scarse risorse di base, Genova ha saputo sfruttare i tre grandi eventi, sono stati il volano per mettere in moto cospicui investimenti pubblici e privati».
Nel 1984 la giunta affida a Renzo Piano l’incarico per progettare modi e luoghi per l’esposizione del 1992. L’intento è realizzare opere che anche dopo l’evento possano essere utilizzate per lo sviluppo della città, le cronache di quel periodo raccontano di parte dell’area del Porto Antico chiusa a cui non si può accedere, il destino di Acquario, Centro Congressi dei Magazzini del cotone e dell’area sono incerti. La soluzione è rappresentata dalla costituzione della Società Porto Antico spa (80% del comune), punto di partenza per il riavvio di una nuova gestione dell’area. L’Acquario diventa privato e Genova acquista un valore aggiunto impensabile fino a pochi anni prima, ovvero il libero accesso di cittadini e turisti alle aree portuali, l’apertura alla città di zone cruciali ma per secoli rimaste inaccessibili e gestite solo dall’Autorità portuale.
Gli interventi dal 2001 al 2004
Altri interventi di riqualificazione sono stati eseguiti in occasione del vertice G8 del 2001 i cui finanziamenti hanno permesso l’avanzamento del progetto di integrazione fra centro storico e waterfront già avviato nel ‘92, grazie alla pedonalizzazione di molte aree. Interventi urbani che in qualche modo hanno anche aiutato il riutilizzo degli spazi creati dalle Colombiane (Magazzini del cotone, Acquario, Bigo, Metropolitana). Non trascorre neanche un anno che arriva il momento dell’esecuzione degli interventi pensati per Genova Capitale della Cultura Europea che hanno l’obiettivo principale del miglioramento e della riorganizzazione del sistema museale cittadino e del patrimonio architettonico. Per la manifestazione del 2004 i finanziamenti hanno raggiunto un totale di circa 160 milioni di euro, fra Comune, Provincia, Regione, fondazione CARIGE, Università di Genova e Comunità Ebraica. Gli interventi si sono realizzati sul polo museale di via Garibaldi, su quello della Darsena, su alcune strutture statali e altre per la formazione come ad esempio Abbazia di San Giuliano o Palazzo Belimbau. I fondi sono stati spesi per i musei cittadini, per la ristrutturazione o l’abbellimento di chiese, ville e strade cittadine.
Per quanto riguarda il waterfront con il G8 si completa innanzitutto l’opera di Piano iniziata nel 1992 (Acquario, Magazzini del Cotone, apertura dell’area portuale ai cittadini) con pavimentazioni, illuminazione, piantumazione delle palme, sistemazione di piazza Caricamento e limitrofe. Poi l’intervento privato della Marina di Genova, l’hotel, le residenze e il porto turistico. I finanziamenti di circa 5 milioni di euro hanno in parte permesso la realizzazione della Passeggiata alla Lanterna oltre, ad esempio, al restyling di via delle Palme a Nervi e delle principali strade cittadine: San Lorenzo, San Vincenzo, Lomellini, Balbi, Fontane Marose, Garibaldi, Via del Campo. Dulcis in fundo, il recupero della Darsena con il Museo del Mare cofinanziato da fondi Urban (Commissione Europea) e Compagnia di San Paolo (oltre 23 milioni di euro). Da sottolineare anche i progetti per la viabilità, come la metropolitana che collega la Valpolcevera al centro, impegno di spesa pari a 492.360.110,54 € a cui saranno aggiunti circa 167 milioni di euro per l’ultimo tratto fino a Brignole. Circa il 60% dei costi è stato coperto dallo Stato Italiano.
Veniamo ai musei. Sono stati spesi per la riforma del sistema museale cittadino circa 52 milioni di euro di cui circa 15 milioni governativi, altri 15 da fondi privati e dalle amministrazioni l’investimento è stato di circa 10 milioni. Discorso a parte per il Galata che, come abbiamo visto, è stato finanziato da Urban, quindi dalla Commissione europea. Sono stati poi realizzati nuovi spazi verdi, su tutti la valletta del Rio San Pietro, la Fascia di Rispetto di Prà e l’area verde Fiumara. In totale fra il 2000 e il 2004 sono stati investiti dal Comune circa 1000 miliardi di lire per opere pubbliche, come ad esempio opere di riassetto idrogeologico o di tipo manutentivo.
Tirando le somme, il bilancio 2001-2005 vede circa 999 mila euro di cui il 35% è derivato da progetti speciali del Ministero del lavori pubblici. Privati ed Enti hanno contribuito per il 26%, il finanziamento governativo per G8 e Genova 2004 è stato del 13%.
Cosa rimane oggi
«Il compito di chi si trova a gestire i grandi eventi e i denari che ne derivano – commenta il prof. Gastaldi – è quello di mettere in moto un processo che non sia solo occasione per spendere soldi “extra”, ma che diventi prima di tutto opportunità di tipo strutturale per cambiare la città. Non è tanto importante il grande evento ma la sua capacità di mettere in moto azioni, cose che poi rimangono, anche quando esso è terminato».
Insomma dopo un ventennio Genova ha capitalizzato in modo appropriato o no denari e grandi eventi?
«In parte sì e in parte si sono verificati dei passi indietro, nel senso che si è puntato meno sul binomio che aveva dato il via a questo processo e cioè il binomio porto-centro storico». prosegue. «Ci sono meno fondi, ma bisogna avere anche la capacità e la voglia di sapere dove e come andarseli a prendere questi fondi...»
Certo, di quel piccolo grande “boom” Genova oggi non eredita solo l’Acquario e il Porto Antico e un abito più bello fra i caruggi e i campanili, ma anche vuoti urbani. Gli Erzelli, il cui avvio formale al progetto venne dato in quell’ormai lontano 2004 e che oggi a distanza di dieci anni ha già un piede nel grande album delle “potenzialità inspresse di Genova”, la stessa Passeggiata alla Lanterna abbandonata per anni al suo destino dopo la realizzazione, il faraonico progetto di riqualificazione di Ponte Parodi, giusto per citare alcuni esempi.
La città di oggi è diversa da quella degli anni ‘90 e dei primi 2000, eppure il declino dell’industria e delle trame sociali che caratterizzano il tessuto genovese continuano ad essere i problemi principali a cui ancora non si è riusciti a trovare soluzioni. Se è vero che il treno delle grandi manifestazioni passa una sola volta, allora dovremo attendere ancora qualche anno prima di poter affermare se davvero siamo stati bravi a coglierlo per farlo fruttare al massimo delle sue possibilità oppure no. Per adesso una sola cosa è certa: i soldi sono finiti. Anzi, due: passare le notti in stazione sperando che prima poi il treno ripassi non è una buona idea.
Claudia Dani
L’inchiesta integrale sul numero 59 di Era Superba
Per fare il quadro generale delle normative che regolamenteranno nei prossimi anni l’accesso alla terra e il suo utilizzo, dobbiamo avventurarci fra le pieghe non semplici del nuovo Piano Urbanistico. Le aree entro i confini genovesi che il Puc (Piano Urbanistico Comunale) definisce “agricole” o di “protezione ambientale” si estendono per circa 13 mila ettari. Zone in cui solo gli agricoltori possono fare interventi edilizi e che corrispondo ad una parte preponderante del territorio comunale. Tuttavia, se si escludono le aree dedicate alla pastorizia e alla silvicoltura, nelle aree di protezione ambientale è in realtà molto difficile introdurre un’attività agricola in grado di mantenere una famiglia. Ecco, allora, comparire nel Puc le aree propriamente definite “agricole”. «Si tratta delle zone – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – in cui abbiamo già verificato l’esistenza di un’attività di questo genere o che, sulla base di un’analisi georeferenziata, vi si possono prestare per qualità del terreno, esposizione, tipo di pendio, estensione. In questa seconda categoria è permessa attività residenziale solo ai contadini professionali, a quelli cioè che rispecchiano le caratteristiche previste dalla classificazione regionale».
L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)
Fin qui, dunque, sembrerebbe esserci poco margine di manovra per chi si dà all’agricoltura solo per passione o, stretto dalla morsa della crisi e della disoccupazione, vorrebbe improvvisarsi contadino per provvedere autonomamente al proprio sostentamento alimentare.
Per venire incontro a chi ha riscoperto un’innata passione per la vita nei campi, troviamo le aree di “presidio ambientale”, piccoli polmoni incastrati tra le aree agricole vere e proprie e il limitare della città. «Con queste aree – continua nella sua illustrazione il vicesindaco nonché assessore all’Urbanistica – proviamo a rispondere alla nuova tendenza di andare a vivere in campagna per essere circondati dal verde e avere a disposizione un piccolo terreno, orto, vigna, in cui realizzare una produzione agricola propria. Si tratta di zone cuscinetto, in cui l’attività edilizia sempre legata a quella agricola è fortemente limitata». Non si tratta di un’invenzione del nuovo Piano urbanistico perché questi spazi erano già previsti nel Piano regolatore di Sansa e, seppure con maglie più larghe, anche in quello licenziato dalla giunta Vincenzi. Tali presidi ambientali saranno di due tipologie, a seconda delle concessioni edilizie previste. La prima categoria, più “permissiva”, consentirà di realizzare in ogni terreno anche l’0,01% di abitativo: ciò significa che per costruire una casa di 100 metri quadrati, sarà necessario avere terre almeno per 10 mila mq. Più restrittiva, invece, la seconda categoria: qui l’abitativo concesso scende allo 0,005%, ossia ogni 50 mila metri quadrati di terreno è possibile realizzare una casa di 100 metri quadrati. E per arrivare a 200 mq di costruzioni edilizie si dovrà possedere una certificazione di avvenuto abbattimento di altri fabbricati.
Ma finiscono veramente qui le possibilità di intervento edilizio nelle aree verdi, più o meno protette? No, non siamo stati di colpo catapultati nel magico mondo di Oz. Resiste, ad esempio, la norma che consente di ricostruire rustici diroccati e che può dare il via libera a piccole speculazioni edilizie. «Chi recupera vecchi rustici con la logica della ricostruzione storica del manufatto – illustra il vicesindaco – ha la possibilità di costruire l’equivalente in termine volumetrico in un nuovo edificio in area limitrofa». In altre parole: nel tuo terreno c’è un fienile diroccato? Se lo ricostruisci, ridando al paesaggio il suo aspetto originario, potrai ampliare la tua casa degli stessi volumi che hai restaurato.
Coltivare a Genova: il nuovo regolamento degli orti urbani
Ci concentriamo ora sugli spazi verdi pubblici che cercano di farsi largo tra asfalto e cemento: gli orti urbani, ovvero quegli appezzamenti di terreno che si insidiano nei sempre troppo pochi spazi verdi nel cuore della città e che possono essere assegnati in concessione ad alcuni cittadini per la realizzazione di piccole coltivazioni. Con picchi particolarmente consistenti nei Municipi Medio Ponente, Ponente e Valpolcevera, Genova ha superato la quota di 310 orti urbani ed è in fase di approvazione il nuovo regolamento cittadino che dovrebbe consentire, da un lato di ampliare questi spazi a disposizione nei vari Municipi, dall’altro di renderli accessibili a una fetta più larga della popolazione. La regia di questi spazi e dei relativi bandi per l’assegnazione resterebbe sempre in mano ai Municipi, ma il Comune tiene a sottolineare la strategicità dell’orto urbano nella visione cittadina del Verde: con il nuovo regolamento, i Municipi avranno la possibilità di assegnare gli spazi a fasce più ampie della popolazione, senza dimenticare il valore di progetti sperimentali come gli orti didattici o gli orti innovativi. La richiesta dell’utilizzo di orti urbani pubblici è, infatti, in continua crescita.
È tuttavia importante sottolineare che gli appezzamenti disponibili nei 9 Municipi non sono sufficienti a soddisfare una domanda sempre più crescente grazie un ritrovato amore per la natura e un senso di attaccamento al territorio dovuto anche alla tenaglia della crisi economica che ci massacra da anni. «Quando si è pensato di creare queste realtà – ricorda l’assessore ai Lavori Pubblici Gianni Crivello – ci si era rivolti soprattutto alla terza età e ai pensionati. Ora il target è radicalmente cambiato. Per questo motivo, con il nuovo regolamento, cercheremo di coinvolgere fette più ampie delle cittadinanza, abbassando i limiti di età e puntando a categorie sociali particolarmente disagiate come potrebbe essere quella dei cassintegrati».
Più spazio sembra esserci anche per i giovani, soprattutto under 30. Nel nuovo regolamento, per l’assegnazione dei terreni ad uso orto urbano, in risposta ai bandi lanciati dai Municipi, i richiedenti devono essere in possesso di domicilio nel Comune di Genova, non disporre nel territorio comunale di fondi di proprietà o appartenenti a familiari conviventi destinati alla coltivazione, provvedere personalmente alla coltivazione dell’appezzamento assegnato, non aver avuto condanne penali per reati contro l’ambiente. Le graduatorie per l’assegnazione vengono predisposte tenendo presente una serie di criteri di priorità come reddito, età del richiedente favorendo le fasce superiori ai 65 anni e inferiori ai 30, eventuale situazione di disabilità del richiedente o di persona appartenente nucleo famigliare, residenza nel Municipio in cui si trova l’orto urbano, numero di componenti il nucleo familiare.
Il passo successivo deve neccessariamente essere quello di moltiplicare le terre a disposizione, puntando forte su spazi come la Valletta Carbonara, le pendici della collina degli Erzelli, Ca’ di Ventura in Valbisagno, alcuni spazi a Teglia che potrebbero essere resi disponibili in seguito a nuove operazioni edilizie e relativi oneri di urbanizzazione. Ma non si tratta di una questione che può essere risolta solo attraverso la pianificazione urbanistica e le norme di carattere generale inserite nel nuovo Puc.
La Banca della Terra
La Banca della Terra è un espediente attraverso cui la Regione Liguria sta cercando di aumentare la superficie destinata all’agricoltura recuperando aree agricole e forestali abbandonate, incolte o sottoutilizzate, il cui stato di degrado rappresenta, tra l’altro, un grande fattore di rischio per l’integrità del territorio. Più nel dettaglio, si tratta di una banca dati nella quale i proprietari mettono a disposizione i propri terreni a chiunque li voglia acquistare o affittare. La Regione funziona da tramite e facilitatore e, nell’ultimo anno, ha investito 800 mila euro come contributi all’acquisto di nuovi terreni da parte di operatori agricoli.
«Partiamo da tanti terreni pubblici – spiega l’assessore regionale all’Agricoltura, Giovanni Barbagallo – grazie ad esempio alla collaborazione del Comune di Genova che metterà a disposizione una serie di terre non strategiche per funzioni comunali. Ma iniziano ad arrivare segnalazioni di terreni di privati: particolarmente interessanti sono i terreni abbandonati e dismessi perché non più utili alle aziende o perché pericolosi per l’incolumità delle stesse o del patrimonio pubblico». La banca regionale della terra, dunque, da un lato aiuta a livello finanziario gli operatori agricoli a iniziare o ampliare (il 70% delle aziende vitivinicole e vinicole regionali ha a disposizione meno un di ettaro di terreno) la propria attività, dall’altro aumenta la superficie utile agricola perché vincola le terre vendute o concesse a questa finalità. La Conferenza regionale dell’agricoltura, infatti, ha individuato tra i problemi più gravi proprio la diminuzione della superficie utile agricola che si è ridotta al 10% del territorio ligure: negli ultimi 60 anni abbiamo perso da Imperia a La Spezia l’80% di terreno agricolo mentre abbiamo assistito all’aumento della boscosità a monte (i terreni boschivi negli ultimi 120 anni sono aumentati del 60% a causa dell’imboschimento selvaggio di prati, pascoli e terrazzamenti abbandonati) e delle infrastrutture e del cemento a valle. «Abbiamo già fatto due bandi (a giugno e ottobre 2014, NdR) – dice con soddisfazione l’assessore – per cui sono giunte in Regione circa 130 domande per l’assegnazione di contributi agli imprenditori agricoli per l’acquisto di nuovi terreni».
Ma l’aspetto indubbiamente più interessante della Banca delle Terra, lato domanda, è che per accedervi non è necessario essere registrati come contadini professionali ma si aprono le porte a molti giovani disoccupati e inoccupati e a chiunque volesse sporcarsi le mani e tornare a sudare un po’ sulla terra. Per accedere ai finanziamenti regionali, tuttavia, è necessario costituirsi azienda agricola.
Sembrerebbe ancora una volta tutto perfetto, se non fosse che spesso a mancare sia proprio la disponibilità della terra da coltivare. «Se è vero che non ci sono masse plaudenti di persone che vogliono andare a lavorare faticosamente in campagna – ammette Barbagallo – è altrettanto vero che spesso gli interlocutori saltano fuori ma a mancare è la materia prima. È evidente come siano strategici in questo senso le intenzioni dei vari enti locali e dei relativi piani regolatori. Ovviamente ci devono essere delle scelte urbanistiche di programmazione ma non basta vincolare un terreno per far sì che diventi agricolo: bisogna coltivarlo e presidiarlo costantemente e per questo servono degli incentivi che, però, non mancano grazie ai 313 milioni del PSR. Ovvio che se gli enti locali iniziano a mettere a disposizione i propri terreni, cominciamo ad andare nella giusta direzione».