Categoria: In Evidenza

  • Coltivare cannabis contro il dissesto idrogeologico. La proposta di Rete a Sinistra

    Coltivare cannabis contro il dissesto idrogeologico. La proposta di Rete a Sinistra

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (4)La Liguria come Regione apripista della legalizzazione della coltivazione e del consumo della cannabis. E’ l’obiettivo presentato da Rete a Sinistra e dai Radicali questa mattina a Genova attraverso due proposte di legge regionale che saranno presto discusse dall’assemblea legislativa ligure. La prima, più innovativa, riguarda la promozione della coltivazione di cannabis attiva, la cosiddetta “canapa utile”, anche a fini di contrasto al dissesto idrogeologico. «In questo modo – ha spiegato il capogruppo in Regione di Rete a Sinistra, Gianni Pastorino, all’agenzia Dire – si possono recuperare e bonificare i terreni attraverso una pianta che è particolarmente appetibile per il nostro territorio dal punto di vista dei terreni e del clima, nonché del mercato anche dal punto di vista dell’impiego della canapa nel settore della bioingegneria». Per il consigliere regionale è «necessario superare una serie di pregiudizi perché parliamo di canapa utile, con un tenore thc (ovvero di principio attivo) praticamente inesistente, che vale invece come nuove possibilità per l’industria italiana attraverso un’attività particolarmente pregiata e semplice».

    Nel testo è prevista anche una copertura finanziaria di 300 mila euro all’anno a partire dal 2017 e fino al 2019.

    cannabis_terapeuticaLa seconda proposta di legge, invece, riprende l’attuazione della legge vigente 26/2012 che fa della Liguria una delle 11 Regioni italiane che autorizza l’uso della cannabis a fini terapeutici. «Dalla precedente giunta di centrosinistra, purtroppo, non è partito l’impulso per l’attuazione – ammette Pastorino che, in passato, è dovuto ricorrere in prima persona a cure mediche a base di cannabinoidi – cosa che, invece, va riconosciuto, è stato fatto dall’attuale giunta Toti. Tuttavia, mancano tutti i processi di formazione da parte dei medici e dei farmacisti galenici e le informazioni per l’utenza rispetto alla modalità terapeutiche».

    «È arrivato il momento di dire che il proibizionismo ha fallito sotto tutti i punti di vista – commenta la consigliera comunale di Lista Doria, Marianna Pederzolli – e di sottrarre un enorme profitto alle narcomafie. La presentazione delle due proposte di legge in Regione è la prosecuzione di quel percorso iniziato a marzo dello scorso anno in Comune con una mozione che chiedeva al governo un cambio di passo sulla legalizzazione delle droghe leggere».

    Legalizziamo! La proposta di legge di iniziativa popolare

    cannabis terapeuticaL’occasione della presentazione alla stampa delle due proposte di legge regionale è stata utile ai rappresenti di Rete a sinistra per manifestare il proprio appoggio alla campagna “Legalizziamo!” che punta a presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare contro il proibizionismo, proprio mentre a Roma un folto intergruppo sta lavorando sul tema con un testo che potrebbe arrivare in Commissione entro fine settembre. «La Liguria – spiega il coordinatore di legalizziamo.it, Marco Perduca – potrebbe essere una delle regioni apripista. La nostra proposta di legge è più ampia e meno restrittiva di quella del Parlamento e vuole lanciare un messaggio chiaro, cioè che gli italiani sono pronti da più di 20 anni a comprare e consumare legalmente un prodotto che è anche una medicina e non è pericoloso come invece altre droghe legali».

    Secondo la relazione 2015 al Parlamento sulle dipendenze del dipartimento delle politiche antidroga, il 32% degli italiani ha consumato cannabis e ben 4 milioni nell’ultimo anno, mentre il 73% degli italiani sarebbe pronto a considerare la legalizzazione secondo un sondaggio Ipsos 2015.  Inoltre, si stima che i rivenditori illegali siano almeno 120 mila per un mercato complessivo che vale oltre 7 miliardi di euro.

    La proposta di legge popolare, tra le altre cose, prevede: l’auto-coltivazione libera per i maggiorenni fino a 5 piante e la necessità di comunicazione senza però attendere alcuna autorizzazione per la coltivazione da 6 a 10 piante; la possibilità di associarsi in “cannabis social club” di massimo 100 persone per la coltivazione e il consumo senza fini di lucro; la coltivazione a fine commerciali previa comunicazione; l’indicazione del livello di thc (principio attivo) presente e la dicitura “un consumo non consapevole può danneggiare la salute”; il divieto di pubblicizzazione dei prodotti nelle vicinanze delle scuole; il controllo della qualità di produzione da parte del ministero della Salute; l’agevolazione dell’accesso alla cannabis medica per le malattie che oggi non la prevedono; l’investimento degli introiti della tassazione per campagne informative e sociali a sostegno dell’economia e per la riduzione del debito pubblico; la depenalizzazione totale dell’uso personale di tutte le sostanze nonché la liberazione per detenuti per condotte non più penalmente sanzionabili.

    La raccolta delle 50 mila firme necessarie a presentare la proposta di legge, e per cui Rete a Sinistra si sta spendendo in questi giorni anche a Genova e in Liguria, dovrà avvenire entro fine ottobre. «Siamo a metà del cammino sia dal punto di vista del tempo, sia dal punto di vista delle firme – prosegue Perduca – e riteniamo che, se 50 mila o più cittadini daranno un messaggio chiaro al nostro Parlamento dicendo che si può fare ancora meglio, sicuramente l’intergruppo può accelerare e mantenere la barra ferma sulla legalizzazione. L’importante è che il governo si faccia sentire sostenendo in pieno quello che i parlamentari stanno facendo e prendendo qualche suggerimento da quello che stiamo raccogliendo noi».

  • Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Schermata 2016-06-08 alle 22.15.22Come è noto il Laboratorio Buridda è nuovamente sotto sgombero, poiché l’Università degli Studi di Genova ha deciso di provare a vendere l’edificio dell’Ex Magistero, divenuto una voce di spesa non più sostenibile. In questi mesi però i ragazzi del collettivo non si sono fermati, e anzi, hanno premuto l’acceleratore su molti progetti già in essere; tra questi il Fab Lab: recentemente è stata portata a termine la messa in funzione di un laser cutter auto costruito, dopo aver inaugurato un impianto fotovoltaico in grado di dare luce ai locali interni. Uno dei cambiamenti più evidenti e visibili alla città, però, è senza dubbio la nuova “veste” dell’edificio, terminata poco più che un mese fa. Autore di questo lavoro l’artista internazionale noto al mondo come Opiemme, che con i suoi apprezzati lavori è divenuto negli anni uno tra i maggiori esponenti di quella che genericamente è chiamata Street Art.

    Un’occasione ghiotta per cercare di entrare in questo mondo, troppo spesso considerato frontiera ambigua rispetto alla fruizione dell’arte classica e massificata; un’intervista che ci ha permesso di conoscere un artista complesso, esponente di un movimento non più di nicchia come un tempo, ma ancora in bilico tra pregiudizi e censure.

    Il nuovo volto del Buridda

    Opiemme, partiamo dal tuo lavoro “genovese”, la facciata del LSAO Buridda… un lavoro sicuramente importante, viste le dimensioni, e, forse soprattutto, la portata simbolica di dare una veste nuova ad un edificio degli anni 30, al momento sede di un’occupazione da più di un mese sotto la minaccia di uno sgombero. Come hai preparato il tuo intervento, su cosa hai lavorato e da cosa ti sei lasciato ispirare?

    E’ stata una riflessione lunga, che mi ha portato a studiare la cifra stilistica del Razionalismo, fino ad una progettazione minimalista fatta di sottrazioni. Volevo riscrivere la facciata in modo che il Buridda potesse presentarsi con eleganza ai passanti, e che fosse fuori dai canoni estetici di un “csoa“. Ho cercato di allontanarmi da certi modi operandi tipici dell’urban, del muralismo e della street art, con un’attenzione all’impatto urbanistico del lavoro, senza sconvolgerne o nasconderne i tratti architettonici.

     … e che significato può avere fare un’opera del genere, per una realtà come quella del Buridda, ad oggi sotto rischio sgombero? 

    Credo possa essere un messaggio importante davanti allo sgombero. “Non ci fermiamo, qui si fa, si sperimenta. Riusciamo”. Un modo inusuale per farlo. Lontano dai motti e modalità della “tradizione” antagonista. Sono per cambiare e ricercare nuove dinamiche, per l’apertura, il dialogo, gli esperimenti. Stare seduti a un tavolo a ripetere le stesse cose serve solo a imbastire i più giovani. L’esempio di impegno dato dal Laboratorio è propositivo. La poíesis del fare. Ho parlato con molti signori del vicinato, soprattutto alla bocciofila dello Zerbino che, una volta raccontate le attività del Laboratorio e il perchè dell’intervento, vedevano positivamente il tutto e si meravigliavano della riuscita, così in poco tempo e con poche risorse. Soprattutto si chiedevano cosa fosse avvenuto nell’edificio dell’ex facoltà di Economia prima occupato poi sgomberato. La risposta è niente.

    Opiemme 02Immagini da leggere, parole da guardare

    Attivo dal 1998, definito “poeta della Street Art”, sul tuo sito scrivi “Immagini da leggere, parole da guardare”… come sei arrivato a questa sintesi? qual è stato il percorso artistico che ti ha portato a mescolare parole, immagini, lettere e poesie?

    Fin dall’inizio ho ricercato nuovi modi con cui proporre poesia. Non sono mai stato un writer, non ho mai fato i graffiti, ma queste realtà mi hanno influenzato. E’ stato l’epoca che ho vissuto, gli amici, le crew (adc, dw, ots, alkazar, screw, bdm) che mi hanno portato a questo. Ho fatto studi fra il letterario e l’antropologia sociale, e avevo dalle superiori una passione per lo scrivere poesie e racconti. La domanda che fece iniziare tutto fu: «Come mai l’ambiente poetico è così aulico, distante dalle persone e non fa nessun tentativo di svecchiare i suoi modi?». Quei nuovi modi di proporre la poesia nacquero poco prima del 2000, per “svecchiarla”, portala incontro alle persone. Il resto è arrivato conseguente, influenzato dall’era. Fino alla poesia di strada, fino al decomporre immagini a parole.
    Ricorderò sempre le parole di un grande poeta italiano che mi esortò: «combattere combattere combattere per la poesia». Lui è Valentino Zeichen, mancato questo 5 luglio 2016 dopo un ictus. Avrei sempre voluto dipingere per lui qualcosa su muro, e con lui a fianco.
    Lo farò senza, alla memoria della sua poesia e spirito.

    Caso Blu: Quando la “street art” va nei musei, cose ne resta? Qual è la tua opinione in merito al fatto che l’artista abbia deciso di coprire i suoi graffiti?

    Blu è stato immenso come sempre. Simbolico, performativo, coraggioso, lontano da convenienze e compromessi. La qualità del suo lavoro li travalica. Ha cancellato tutto quello che restava dai muri di Bologna e non gli avrà fatto piacere. Immagino il dolore.
    Scelta sua, sua libertà e non sono lui. Eppure in molti giudicano il giusto e sbagliato di un’azione che non ci appartiene.
    Con quel gesto mi ha ricordato l’emozione di quando da piccolo guardavo i film coi buoni che lottavano e vincevano contro i “cattivi”. Non avrebbe voluto essere staccato. Così come Dem e Erica il Cane e altri. Preferiva svanire con l’effimero che contraddistingue questi interventi?
    Forse qualcun altro ha visto più convenienze nel prendere alcuni dipinti suoi che, se non si trovano a Bologna dove è “cresciuto artisticamente”, non so dove potrebbero trovarli, e offrire al mercato qualcosa che mancava nella follia collezionistica street. Chi ha un elenco di quanto sia stato staccato, oltre che esposto? Quale organo ha supervisionato l’associazione no profit di Roversi-Monaco rivolta a questa azione?
    Per quanto riguarda il discorso street art nei musei è complesso. Un conto è staccare o strappare, se c’è l’accordo dell’artista e i complessi “bla bla” connessi. Sono per non trasportate le mie cose in un museo, ma le situazioni vanno analizzate di caso in caso, artista per artista. Se un domani mi chiedessero di portare un muro e murales in un parco, mi farebbe piacere.
    Esiste land art senza land, e street art senza street e le sue “libere e spontanee” modalità?
    Su interventi con gallerie e musei sono pro, anche perchè sono molto vicino e nell’arte contemporanea, e penso che le derivazioni che l’arte di un artista possa prendere non debbano essere limitate da categorizzazioni, né da “fondamentalismi” a cui spesso è difficile restare coerenti.

    Opiemme 01Arte e Libertà

    In tutte le grandi città, i muri spesso sono la tela di parole di popolo, dalle più banali a quelle più di concetto, dal graffito calcistico all’aforisma alcolico, dal messaggio personale al proclama politico. La cosa genera ovviamente periodiche ondate di perbenismo che porta a derubricare queste pratiche come vandalismo. Secondo te, cosa possono rappresentare le scritte sui muri, dove finisce un eventuale “vandalismo” e dove incomincia la poesia?

    Quando lo smog sui muri sarà considerato vandalismo alla salute, parlerò di vandalismo anche per le scritte. Spesso c’è molta poesia nel vandalismo, dipende da quali sono le ragioni e gli intenti che lo stimolano. “Vandalism is beautiful as a rock in a cop face“, aveva scritto su una delle sue fender Kurt Cobain. Gli intonaci non sono eterni e sono un termometro dei pensieri dei luoghi e dei popoli. “Muri puliti, popoli muti”. Detto questo è “giusto” ci siano conseguenze legali per libertà che alcune persone (fra cui io) si arrogano su proprietà altrui, altrimenti salta un equilibrio etico-giuridico. Non sono per le giustificazioni artistiche, che vedo cercano alcuni colleghi, perchè non sono un esempio di etica, se non per il proprio interesse. Ragionamento di convenienza tipicamente italiano, direi. Inoltre tengo a sottolineare questo: senza i graffiti, i writers e i trainbombers, quelle incomprensibili tag che la gente odia, senza i pezzi lungo linea e lungo i fiumi, senza quell’evoluzione delle lettere, a spigoli o bombolose, non si sarebbe sviluppato e diffuso tanto il movimento della street art odierno o sia esso muralismo, o postgraffitismoPer cui lunga vita ai graffiti, e al vandalismo a fin di bene e per rivolta.

    Hai lavorato in moltissimi paesi del mondo; un mondo che mai come oggi appare diviso da frontiere, politiche, culturali, economiche. Nella nostra Europa, confini che credevamo sepolti e inutili, sono risorti, per fermare, dividere, “proteggere” persone. Un esempio incredibilmente vicino è Ventimiglia… quali suggestioni ti muove questo contesto?

    Viviamo in una succursale degli Usa. I Bad Religion in American Jesus del ’93 cantavano «potete venirci a trovare, ma non potete fermarmi». Il modello era già esistente, doveva essere esportato. Paura e individualismo dividono la forza che le persone possono trovare insieme, e si sfogano in magre frustrazioni sui social. E la vita vera? Ventimiglia mette in luce questo problema, il movimento No Borders è fondamentale ma molto frammentato, c’è difficoltà fra le diverse realtà, da quanto ho capito, nel coordinarsi, e questi sono segni di quanto ho premesso. La comodità e il debito sono le catene odierne del controllo. La gente se ne frega di migranti e confini e lo farà fino a quando non si troverà nella stessa situazione. E’ preoccupante vedere tanta indifferenza e pensare che molti ignorino il fatto che questi flussi siano conseguenze di un colonialismo e guerre firmate Europa. Cosa mi spaventa? I parallelismi storici con i periodi precedenti alla prima e seconda Guerra Mondiale.
    Nel 2003 durante i primi giorni di occupazione dell’Iraq, per quelle armi di distruzione mai trovate, come riportò l’Indipendent, scrissi una poesia che in parte dice:
    “Piovono le stelle,
    pioggia senza nuvole.
    Cadono le stelle,
    con gocce impoverite.”

    Nicola Giordanella

  • Caricamento, ecco come cambierà. Il progetto del Comune per razionalizzare la piazza

    Caricamento, ecco come cambierà. Il progetto del Comune per razionalizzare la piazza

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoUn tempo straripante di carri, animali da soma, merci e mercanti, oggi, piazza Caricamento è quotidianamente affollata di persone, soprattutto turisti, caricati e scaricati dai pullman che raggiungono la nostra città. Un brulicante flusso umano che, spesso, deve fare i conti con la follia del traffico moderno, fatto di ingorghi, soste selvagge, rumore, manovre azzardate e smog. Per restituire una maggiore vivibilità a una delle piazze più belle di Genova, l’amministrazione comunale sta lavorando a un intervento di razionalizzazione degli spazi della parte carrabile, lato ponente.

    Ad anticipare a “Era Superba” il progetto, operativo nei prossimi mesi, è l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino: «L’intento principale è quello di fare un po’ di ordine in una delle piazze più trafficate della nostra città: un progetto che stiamo finendo di mettere a punto con la collaborazione di Amiu, presente in loco con un’area importante di raccolta rifiuti».

    Come sarà la “nuova” piazza Caricamento: spariscono i vespasiani

    Il primo nodo da sciogliere per partire con la sistemazione della piazza è legato alla presenza, lato ponente, dei “vespasiani”: «Spesso sono il primo scorcio genovese che si presenta davanti allo sguardo del turista appena sceso dal pullman – sottolinea l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile – la nostra idea è quella di eliminare dalla piazza questo impianto e, per fare ciò, stiamo cercando una locazione alternativa». L’intento sarebbe quello di conservare il servizio, utilizzato e “apprezzato” da moltissimi cittadini e, in quanto gratuito e aperto a tutti, considerabile alla stregua di un presidio di civiltà pubblica: tra le alternative papabili, una struttura di Amiu all’interno della poco distante area del Porto Antico.
    A proposito di nettezza urbana, anche l’area adiacente ai servizi igienici, che attualmente ospita dodici cassonetti, verrà riconfigurata: «Con Amiu stiamo lavorando a un mutamento della logistica per la raccolta dei rifiuti in loco – spiega Porcile – e, probabilmente, i bidoni standard oggi in uso saranno sostituiti da altri più capienti, in modo da mantenere i volumi di raccolta, permettendo una diversa razionalizzazione degli spazi della piazza».

    Statua di RubattinoUna volta messa a punto la logistica della nettezza urbana, saranno definiti i dettagli del progetto che prevede essenzialmente una diversa organizzazione della sosta dei pullman: i bestioni d’acciaio, che stazionano ogni giorno sotto lo sguardo severo e immobile dell’effige di Raffaele Rubattino, saranno solo un ricordo rumoroso e disordinato: «Predisporremo un’area dedicata davanti al Galata, dove i pullman potranno sostare dopo aver “scaricato” i passeggeri in piazza». Una mezza dozzina di posti che si aggiungeranno ai 14 stalli recentemente predisposti in via di Francia. L’accesso carrabile, quindi, sarà mantenuto, come anche l’assetto logistico del servizio pubblico di trasporto, che non sarà modificato. Nel nuovo disegno, inoltre, l’area riservata ai taxi sarà spostata al centro del piazzale, forse separata dal resto con un nuovo marciapiede, e al posto della collocazione attuale saranno tracciati alcuni stalli merci, preziosissimi per la zona.

    In definitiva, al posto del piazzale così come lo vediamo oggi, sarà predisposta una carreggiata che attraverserà ad arco la zona carrabile, abbastanza grande e larga da permettere la percorribilità dei mezzi oversize per il trasporto persone e degli autobus snodati. All’interno di questa “curva” l’area taxi, in parte al posto dello spazio attualmente occupato dai vespasiani. I posteggi moto, argomento scivoloso per l’amministrazione, soprattutto se si pensa alla prossima riorganizzazione della sosta nella zona di piazza Dante, non saranno toccati: «Conosciamo la loro importanza per la zona e, quindi, le aree di sosta dedicate alle due ruote non saranno ridotte» assicura l’amministrazione.

    Un’anima da preservare

    Un progetto, quindi, che sulla carta potrebbe migliorare la vivibilità degli spazi, mantenendo intatta l’anima della piazza e la sua “missione” storica di arrivo e partenza di cose e persone. C’è ovviamente da augurarsi che il disegno che sarà messo a punto sappia tener conto anche di quel margine di elasticità che la vita di una città come Genova necessita e che non è tracciabile a tavolino: bastano pochi minuti trascorsi a Caricamento per capire quanto un certo tipo di caos sia strutturale all’equilibrio mutevole di questo importantissimo spazio urbano. Il fascino autentico di una città come Genova è anche questo.


    Nicola Giordanella

  • Villa Gentile, crescono i finanziamenti del Comune ma il parco pubblico non c’è più

    Villa Gentile, crescono i finanziamenti del Comune ma il parco pubblico non c’è più

    villa-gentile-targa-menneaSturla è stata privata del suo giardino e, dal punto di vista delle ricadute pubbliche, la gestione attraverso concessione dell’impianto sportivo di Villa Gentile si sta rivelando praticamente fallimentare. Così si potrebbe riassumere il complicato rebus di uno degli impianti sportivi più importanti di Genova, dove, a fronte dei 40 mila euro di finanziamento versati ogni anno dal Comune, la cittadinanza ha visto ridursi sensibilmente la possibilità di usufruire di un parco pubblico, l’unico agibile del quartiere. Un’area di tutti, inglobata, di fatto, nelle disponibilità di un’associazione di privati. Una gestione che, inoltre, sembra non essere in grado di alleviare il bilancio comunale: lo scorso maggio, infatti, la giunta ha approvato un aumento di debito (attraverso mutuo) per 900 mila euro per finanziare ulteriormente alcuni impianti sportivi della città, tra cui il campo di atletica di Sturla, a cui sono stati destinati ulteriori 109 mila euro.

    Era Superba aveva già documentato gli intoppi di questo progetto: un impianto sportivo, quello di Villa Gentile, la cui gestione comunale era in perdita, che veniva dato in concessione all’associazione temporanea di scopo “Quadrifoglio”, secondo un contratto per cui, a fronte dei ricavi relativi alle attività sportive ivi condotte, rimpinguati da un finanziamento pubblico annuale, erano previsti alcuni oneri di manutenzione e adeguamento strutturale. Nello “scambio” veniva compreso il parco pubblico limitrofo, del quale lo stesso Comune non era stato in grado di garantire il decoro per i consueti limiti di budget. Un’idea semplice per tener vivo un impianto sportivo unico per la città e permettere ai cittadini di Sturla di godersi un po’ di verde. Nei fatti, però, le cose sono andate in maniera molto differente.

    Attività private su suolo pubblico

    villa-gentile-attrezziRispetto al nostro sopralluogo di due anni fa, la situazione pare addirittura peggiorata. Dal punto di vista della fruizione pubblica, l’accesso al giardino è vincolato agli orari e alle attività dell’impianto: l’ingresso di via del Mille non è stato messo in sicurezza e, quindi, risulta ancora inagibile, mentre quello di via Era viene “gestito” secondo gli orari dell’impianto (dalle 8 alle 16 nei giorni feriali). Durante i giorni festivi e durante manifestazioni sportive il parco però è inaccessibile, come denunciano i cittadini. Ma anche seguendo i suddetti orari, chi volesse approfittare di questo angolo verde dovrebbe convivere, volente o nolente, con le attività della pista e non solo. Dopo lo smantellamento della barriera che un tempo separava le corsie dai giardini (lavoro eseguito su iniziativa di “Quadrifoglio” ma non totalmente previsto dal progetto), recentemente è stata predisposta una rampa che permette agli atleti di accedere agevolmente all’area pubblica, inglobando di fatto il giardino nel circuito di atletica. In una piccola piazzetta al centro del parco, inoltre, sono stati installati blocchi di cemento utilizzati dagli sportivi per fare esercizi e stretching, mentre sono scomparsi alcuni elementi di arredo urbano collocati in precedenza dal Comune, come i cestini in metallo per la spazzatura. Ma non è finita. Nei mesi scorsi sono state posizionate delle attrezzature ginniche al centro del parco, all’interno di una improvvisata recinzione, “riservate” agli atleti. Queste macchine appaiono vetuste, arrugginite e precarie: pericolose, quindi, oltre che inutili.

    Agli occhi dei cittadini di Sturla, quindi, si tratterebbe di una vera e propria occupazione di suolo pubblico, in virtù di una concessione che sulla carta prevedeva tutt’altro. In ultimo, il 12 settembre 2015 è stata inaugurata una targa dedicata a Pietro Mennea, “piantata” in mezzo al prato del parco e presentata in pompa magna all’interno di un evento sportivo dedicato al leggendario velocista: un manufatto inizialmente non previsto nel progetto. Presente, invece, come opera perno per la riqualificazione dell’impianto, una nuova copertura della tribuna, che però ad oggi non è stata ancora predisposta.

    La diffida dei cittadini e la risposta dell’amministrazione

    L’utilizzo del parco pubblico come dependance dell’impianto sportivo non è l’unica criticità dell’affaire “Villa Gentile”. Il 30 settembre 2015 il Comitato per la difesa di Sturla ha presentato all’amministrazione, attraverso un legale, un’articolata diffida, avente come oggetto anche la gestione di altre aree inserite nel contratto; la prima è quella del parcheggio di via Era, da sempre di pertinenza dell’impianto sportivo: già nel 2014 era stato verificato che l’area era affittata annualmente a privati, cosa che la sottraeva di fatto ad un utilizzo pubblico legato alle manifestazioni sportive; una situazione che perdura anche oggi. Altro oggetto della diffida è la palestra limitrofa alla pista: un edificio compreso nella contratto di concessione e che doveva essere ristrutturato al fine di essere utilizzato anche dalle scuole della zona, in orario scolastico, e da altre associazioni sportive di quartiere, come un vero e proprio impianto pubblico. Una perizia dell’Asl 3, risalente al marzo 2015, decretava l’immobile ancora inagibile non avendo i requisiti igenico-sanitari e di sicurezza necessari per un utilizzo scolastico. La diffida invitava il Comune di Genova a predisporre perentori controlli sul rispetto degli obblighi contrattuali sottoscritti dal concessionario.

    A gennaio la risposta del Comune. Secondo le perizie effettuate dalla Polizia Municipale, non sono state riscontrate irregolarità per quanto riguarda l’apertura e la gestione degli spazi del giardino pubblico, mentre per la palestra, terminati i lavori predisposti da “Quadrifoglio”, secondo un nuovo sopralluogo dell’Asl, le normative in materia risultano ora rispettate. Anche per quanto riguarda la gestione del parcheggio non sono state riscontrate irregolarità.

    Una risposta che però non sembra essere aderente alla realtà dei fatti: il Comitato per la difesa di Sturla, oggi denuncia continue limitazioni agli orari del giardino e la tendenza a utilizzare l’area come se fosse parte integrante dell’impianto sportivo. La palestra, inoltre, non è ancora nelle disponibilità delle scuole e di altre associazioni sportive, essendo di fatto esclusivamente utilizzabile dal concessionario.

    Un traguardo che non arriva mai

    Stando alle carte e alle testimonianze dirette ci sono, dunque, due diverse realtà contrapposte: la prima, condivisa da amministrazione e concessionaria, secondo cui tutto procede nel rispetto del contratto e del progetto alla base di questa operazione. La seconda realtà, vissuta e documentata quotidianamente dai cittadini di Sturla, vede, invece, un patrimonio pubblico divenuto oggetto di “lucro privato”, a discapito del quartiere, ma non solo.

    L’unica cosa certa è che, ancora una volta, Villa Gentile può essere considerata una zona grigia, in cui non si riesce a capire dove finisca l’interesse pubblico e dove incominci quello privato. Una situazione che, oggi come ieri, richiede molti chiarimenti e dovrebbe far riflettere sulle scelte fatte per la gestione degli impianti sportivi della città: una corsa ad ostacoli che sembra non finire mai.


    Nicola Giordanella

  • Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    differenziata-mappa-genova-rifiutiLa notizia ormai è nota. Entro la fine dell’anno o, più probabilmente, dall’inizio del 2017 prenderà finalmente via il tanto attesto nuovo sistema di raccolta differenziata nel Comune di Genova. Non si tratta di una vera e propria e rivoluzione, come in molti si aspettavano, ma è comunque un cambio di passo notevole per riuscire a raggiungere le percentuali di differenziata imposte per legge regionale al 40% entro il 2016 e al 65% entro il 2020. Il nuovo piano di raccolta è stato presentato dal Conai, su commissione di Amiu e di Palazzo Tursi, e, seppure in modalità tra loro molto diverse, riguarderà tutti i genovesi. «Abbiamo suddiviso la città in quattro categorie per colore a seconda della predisposizione alla raccolta domiciliare – spiega Luca Piatto del Conai, come riportato dall’agenzia Dire – dalle verdi più adatte, alle rosse in cui è assolutamente sconsigliata la raccolta porta a porta. Ci sarebbero anche delle micro aree verdi e felici all’interno delle zone più difficoltose ma ci siamo organizzati per macro aree, cercando barriere naturali, per evitare fenomeni di migrazioni dei rifiuti da un quartiere all’altro».

    Come cambierà la raccolta differenziata, quartiere per quartiere

    differenziata-percentuali-genova-rifiutiI cambiamenti inizieranno con l’avvio della raccolta domiciliare nelle aree verdi e gialle, che interessano poco meno di 122 mila residenti (circa il 20% del totale), pari a quasi 59 mila utenze domestiche e 4500 utente non domestiche. Le zone interessate sono prevalentemente quelle collinari dei municipi di Ponente (a cui si aggiungono le abitazioni più vicini al mare dei quartieri più “esterni”), Medio Ponente, Valpolcevera, Media Val Bisagno, Levante (compresi ampi sconfinamenti “sul mare”), più qualche piccola enclave felice di Medio Levante e Bassa Val Bisagno.
    «Il quadro lascia un po’ l’amaro in bocca – ammette Piatto – e possiamo dire di aver scoperto un po’ l’acqua calda evidenziando che la raccolta domiciliare differenziata a Genova è complicata». 

    Per i restanti 470 mila genovesi, residenti nelle zone rosse e arancioni che corrispondono ai quartieri a più alta densità abitativa, la raccolta rimarrà stradale ma diventerà tracciabile attraverso i cosiddetti cassonetti intelligenti. Il sistema elettronico riguarderà solo l’indifferenziato e l’organico e consentirà di arrivare a una tariffazione Tari “puntuale”, basata sul principio “pago quanto produco”. I cambiamenti in questo caso inizieranno dalle zone arancioni (52% dei genovesi), che interessano oltre 306 mila cittadini per 148 mila utenze domestiche e 22 mila non domestiche, e saranno avviate progressivamente a partire dal 2017.

    Il processo dovrebbe terminare tra il 2019 e il 2020 con le zone rosse della città (28% degli abitanti), che riguardano 165 mila residenti, più di 77 mila utenze domestiche e oltre 5500 non domestiche, e sono prevalentemente concentrate nei municipi Centro Ovest, Centro Est e Bassa Val Bisagno, ovvero il cuore della città.

    Nuovi bidoncini per tutti

    RACCOLTA-DIFFERENZIATAPer tutti i genovesi, invece, è prevista la fornitura gratuita di un nuovo kit che aiuterà a differenziare i rifiuti a casa e consisterà in bidoncini dedicati per carta, vetro, organico e indifferenziato e sacchetti etichettati e tracciati per il multimateriale plastica-alluminio. La consegna avverrà progressivamente a seconda dell’avvio del nuovo piano di raccolta. Il costo dell’intera operazione di rinnovo dei contenitori con il sistema di tracciabilità si aggira attorno ai 15 milioni di euro per tutta la città, con un piano di ammortamento di almeno 5 anni. Mentre la cifra complessiva degli investimenti necessari per il radicale cambiamento di tutto il sistema sarà quantificata solo dopo l’estate, una volta terminata la redazione del piano di dettaglio che dovrebbe definire meglio anche in quali quartieri la raccolta domiciliare avverrà col sistema porta a porta e in quali attraverso cassonetti condominiali.

     «E’ stato fatto un ottimo lavoro – commenta l’assessore al Ciclo dei rifiuti, Italo Porcile – e dal momento che alla raccolta a domicilio non è interessata una fascia altissima della popolazione, ho chiesto un cronoprogramma molto ambizioso che ci consenta di essere operativi già negli ultimi mesi di quest’anno. La città è culturalmente pronta, con questo piano ora lo è un po’ di più anche l’amministrazione». L’assessore non si sottrae alle domande su chi si accollerà il finanziamento di questo piano e bussa alla porta della Regione: «Gli obiettivi così ambiziosi di riciclo – ricorda – sono stati imposti da una norma regionale. Sarebbe coerente che la stessa regione accompagnasse le richieste con risorse significative e non il grottesco milione di euro stanziato finora per tutto il territorio regionale».

    Intanto, il sistema di raccolta porta a porta inizierà in via sperimentale nei mesi di giugno e luglio nei quartieri collinari di Colle degli Ometti (1121 abitanti) e Quarto alta (3367 abitanti), mentre è in corso di studio una riprogettazione della raccolta dell’organico nelle utenze non domestiche e della carta e cartone per gli uffici pubblici.

  • Nuovo Piano Regolatore Portuale, a Ponente nessuno lo vuole. A rischio spiaggia libera e qualità dell’aria

    Nuovo Piano Regolatore Portuale, a Ponente nessuno lo vuole. A rischio spiaggia libera e qualità dell’aria

    Vte, Porto ContainerUn Piano Regolatore Portuale dannoso o, quantomeno, inutile. Che si parli con i comitati dei cittadini, con i lavoratori del Vte o con un esponente del Municipio, poco cambia. Nel Ponente genovese nessuno sembra avere una buona parola per il progetto che prevede un prolungamento della diga del porto di Voltri-Prà e un avvicinamento della stessa diga verso Voltri. «In questo modo – spiega Matteo Frulio, presidente della Commissione Urbanistica del Municipio 7 Ponente, in quota Pd – si rischia di buttare all’aria qualcosa per cui abbiamo lottato molto: la balneabilità del nostro mare, ottenuta 2 anni fa. Se si sbagliano i calcoli per le manovre di ingresso al porto, si rischia che le navi arrivino troppo vicino alla costa, fattore che contribuisce in maniera decisiva al riconoscimento o meno della balneabilità».

    Voltri si è conquistata la balneabilità grazie all’installazione di depuratori che puliscono l’acqua proveniente dalle fogne e controlli più capillari sui fiumi che sfociano in mare. La possibilità di fare il bagno in sicurezza sta particolarmente a cuore ai cittadini della delegazione, che lo scorso agosto hanno organizzato una manifestazione al grido di “Il nostro mare non si tocca”. La bozza di progetto era stata presentata da pochi giorni. «Ci tengo a ricordare – aggiunge Frulio – che quella di Voltri è l’unica spiaggia libera con acqua balneabile di tutto il Comune di Genova». Due chilometri di spiaggia che nella bella stagione si affollano di bagnanti e diventano una risorsa per il quartiere. Una risorsa che andrebbe almeno in parte perduta, qualora la possibilità di balneazione venisse revocata.

    Dal piano Galanti al piano Merlo

    Il lungomare di Pegli | Foto di Simone D'AmbrosioDel Piano Regolatore Portuale si è tornato a parlare lo scorso 11 marzo, in occasione di un’assemblea pubblica svoltasi nelle sale del Municipio di Ponente che ha visto la partecipazione di esponenti della Regione (la capogruppo del Movimento Cinque Stelle Alice Salvatore e Walter Ferrando del Pd), di rappresentanti del Vte e dell’assessore alla mobilità del Comune di Genova, la voltrese Anna Maria Dagnino. Ad animare il dibattito sono stati però soprattutto i comitati dei cittadini del Ponente. In un comunicato stampa diffuso all’inizio dell’assemblea, hanno definito il nuovo piano molto simile al vecchio “piano Galanti”: si tratta del progetto dell’ex presidente dell’Autorità Portuale, di cui si discuteva tra la fine degli anni ’90 e i primissimi anni del nuovo millennio. Il piano prevedeva un intervento molto pesante sul mare voltrese e segnò forse il momento di massima tensione nella lotta dei comitati di quartiere. Erano anche gli anni in cui venivano stilati i “9 paletti”, ovvero i punti che i comitati di quartiere ritengono indispensabile rispettare per qualsiasi nuovo progetto sul porto di Voltri-Prà. I paletti impongono il limite per l’espansione della struttura portuale al rio S. Giuliano e insistono sulla compatibilità ambientale il con tessuto abitativo voltrese.

    Quando il piano Galanti venne ritirato e si passò al progetto di Renzo Piano, i “9 paletti” vennero tenuti in considerazione. Tra il 2002 e il 2004 si sviluppò il cosiddetto Urban Lab, ovvero un visionario piano per la città di Genova nel suo complesso. Per il porto di Voltri-Prà, il piano firmato dall’archistar oggi senatore a vita prevedeva una zona cuscinetto pedonabile tra l’area portuale e l’abitato e un porticciolo per i pescherecci. Nonostante sembrasse mettere d’accordo tutti (comitati compresi), il piano rimase solo su carta ma sembrò indicare la via maestra per la partecipazione dal basso dei cittadini nei progetti che li coinvolgono più direttamente. «Il progetto di Renzo Piano – ricorda, infatti, Frulio, che allora militava nei comitati – venne fuori da un bellissimo percorso partecipato». Cosa che i cittadini lamentano non essere avvenuta oggi. Il Piano Regolatore Portuale (lascito dell’ex presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo e del valore complessivo di 2 miliardi) è stato presentato al ministero dell’Ambiente per la Valutazione Ambientale Strategica (il passo che precede la Valutazione d’Impatto Ambientale) all’inizio dell’anno scorso, senza il parere del Municipio interessato. Le autorità locali si sono così sentite scavalcate: «Realizzare un progetto di così larga scala come il Piano Regolatore Portuale, coinvolge direttamente non solo Voltri, ma anche Pegli e Prà – sottolinea Frulio – le autorità locali, e soprattutto il Municipio, devono essere ascoltate in prima istanza. I cittadini hanno il diritto di sapere che cosa succede sul loro territorio, non devono scoprirlo dai giornali».

    L’opinione dei Comitati

    Porto, Vte | Foto di Simone D'AmbrosioLa pensa allo stesso modo Maria Rosa Boggio, che oltre a essere membro del Coordinamento dei Comitati del Ponente, è anche consigliera municipale, in quota Sel: «Questa proposta ha seguito un iter strano – spiega – in genere, le proposte partono dal Municipio, per poi passare al Comune, alla Regione e così via. In questo caso si è andati direttamente alla VAS, e non va bene, perché a essere coinvolti sono i cittadini».

    Le preoccupazioni dei comitati riguardo il progetto sono soprattutto di carattere ambientale. Non solo la balneabilità delle acque voltresi, ma anche la qualità dell’aria respirata dai cittadini di Prà verrebbe compromessa, in particolare nella zona di Palmaro, quella al confine con Voltri. «Se aumentasse il traffico portuale – riflette Boggio – sarebbe un problema per i cittadini di Palmaro, soprattutto per l’inquinamento acustico e le polveri che verrebbero sollevate».

    Un allargamento del porto di Voltri-Prà non avrebbe, a detta degli oppositori, alcun impatto positivo dal punto di vista economico. Secondo i comitati, sarebbe sufficiente un miglior utilizzo della risorse attualmente disponibili: «Si andrebbe a creare un porto pieno di container vuoti – afferma la Boggio – e si creerebbe un’inutile concorrenza con altre piattaforme come quella di Calata Bettolo. È uno scempio, non so che altra parola usare».

    Il punto di vista del Vte

    porto-ferrovia-binari-containerLa posizione dei comitati coincide sostanzialmente con quella del Vte, sigla che vuol dire Voltri Terminal Europe, l’azienda privata che ha in concessione la gestione del porto di Voltri-Prà. Certo, le sfumature sono diverse. Più che dannoso, il Piano Regolatore Portuale viene definito inutile. È quanto è emerso da una riunione interna tra membri del Vte e del Municipio la scorsa settimana. A breve, alle 4 gru attualmente in dotazione al porto se ne aggiungeranno altre 4 e le esigenze del porto verrebbero così completamente soddisfatte. Con le 8 gru complessive si raggiungerebbe infatti una capacità di carico di 20 mila teu (unità di misura che coincide con un container della lunghezza di poco più di 6 metri). Numeri più che sufficienti per i traffici del Ponente, che hanno recentemente raggiunto il record di 15 mila teu mensili. La vera priorità per gli operatori del Vte sarebbe il raddoppio del binario ferroviario in uscita dal porto per implementare il traffico su rotaie.

    La posizione della politica locale e l’incongruenza di Sel

    In questo clima in cui tutti sembrano essere contrari al nuovo Piano Regolatore Portuale, una riunione dei capigruppo di maggioranza del Municipio ha prodotto un documento in cui si espone la posizione di contrarietà della delegazione. «Questo non vuol dire essere contrari al consolidamento dei traffici portuali – chiarisce Matteo Frulio – ma se persino il Vte dice che le loro esigenze sono soddisfatte dalle nuove strutture che si stanno realizzando ora, non vedo a cosa possa servire una piattaforma portuale nuova e così estesa come quella prevista nell’ultimo Piano Regolatore Portuale. Per fortuna è poco più di una bozza. Ma meglio far sentire, da subito, cosa ne pensa il territorio coinvolto».

    Il documento è stato approvato con il voto favorevole di tutte le forze politiche, a eccezione, paradossalmente, di Sel. Maria Rosa Boggio è stata infatti l’unica tra i capigruppo di maggioranza a non firmare il comunicato: «Si tratta di prudenza politica – spiega – dire che siamo contro a qualsiasi futuro riempimento significa mettersi anche contro il vecchio progetto di Renzo Piano, che seppure in forma minore qualche riempimento di cemento lo prevedeva. Non vorremo essere in futuro indicati come quelli che hanno detto no a Piano, visto che il suo progetto aveva convinto tutti».


    Luca Lottero

  • Povertà, a Genova una lieve diminuzione nel 2015. Ma la mensa di Sant’Egidio ha servito 25 mila cene

    Povertà, a Genova una lieve diminuzione nel 2015. Ma la mensa di Sant’Egidio ha servito 25 mila cene

    I pacchi alimenti per i poveri di Sant'EgidioSono 3143 (2518 stranieri e 625 italiani) le persone che nel 2015 si sono rivolte ai due Centri Genti di Pace della Comunità di Sant’Egidio, nelle storiche sedi di via Vallechiaria e di Sampierdarena a Genova. Nella nuova mensa, inaugurata a febbraio 2015 e attualmente aperta 3 giorni alla settimana in piazza Santa Sabina, sempre nel centro genovese, hanno mangiato 2386 persone (1654 stranieri e 732 italiani) con una media di 400 pasti al giorno. I dati, riportati dall’agenzia Dire, sono stati illustrati questa mattina dalla Comunità di Sant’Egidio, che da sempre si occupa del servizio e dell’assistenza volontaria ai più bisognosi, in occasione della presentazione dell’edizione 2016 della guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi”, giunta alla sua ventesima edizione, vademecum per “vivere nella povertà a Genova” pubblicato in 4 mila copie distribuite gratuitamente a persone senza dimora, stranieri, famiglie in difficoltà e operatori del settore. In 135 pagine tascabili e 14 sezioni sono contenuti oltre 500 indirizzi di luoghi d’accoglienza in città, tra cui 18 mense, 17 dormitori, 15 ambulatori privati, 4 presidi diurni con servizi di doccia e lavanderia, 110 centri di ascolto parrocchiali e non a cui affidarsi per vestiario e altre necessità.

    «Tra gli acessi alle distribuzioni di alimenti e di vestiti – dicono i responsabili del Centro Genti di Pace – abbiamo registrato nel 2015 una lieve diminuzione, prima volta dopo l’inizio della crisi nel 2008». Mentre il calo degli stranieri si era già verificato nel 2014, quest’anno il dato consolidato beneficia anche di una riduzione di accessi italiani.
    I pensionati italiani restano il gruppo che, pur rappresentando solo il 5% del totale di chi si affida al centro, ha il numero medio di accessi più elevato, circa 9 all’anno contro una media di 5. In calo anche le persone che si sono rivolte per la prima volta al centro, con un -37% di stranieri rispetto al 2013 e -13% degli italiani. Per la prima volta, gli italiani sono il primo gruppo nazionale per presenza, seguiti da ecuadoriani, romeni, marocchini, ucraini e albanesi. «Per gli italiani – commentano i responsabili del centro – la continuità degli accessi è più elevata per chi è arrivato al centro negli anni più duri della crisi, tra il 2011 e il 2012: il 38% di queste persone dopo quattro anni continua a frequentare i nostri servizi, mentre chi si è iscritto nel 2013 e 2014 raggiunge questa percentuale dopo soli due anni». Stabili invece i tempi di permanenza degli stranieri: dopo quattro anni, meno di uno straniero su quattro continua a rivolgersi a Sant’Egidio.

    I dati della nuova mensa di Sant’Egidio

    La novità più importante del 2015 è rappresentata dall’apertura della nuova mensa pomeridiana (100 posti a sedere a turno, dalle 17 alle 19) di piazza Santa Sabina, inizialmente aperta un giorno alla settimana, poi due e ora tre. «In poco più di un anno – dicono i volontari – oltre 2386 persone hanno mangiato qui, ovvero un genovese su 245. Di questi il 31% degli iscritti è italiano ma se consideriamo il totale di circa 37 mila pasti serviti fino ad oggi, l’incidenza degli italiani, che quindi vengono più spesso, sale al 44%». Alla mensa sono state fin qui rappresentate 87 nazionalità diverse ma stupisce la presenza di un solo iracheno e di un solo siriano: «Questo dato – commentano i volontari di Sant’Egido – oltre a dirla lunga sulla globalità della crisi, dimostra che a differenza di quanto si dice, Genova, come gran parte dell’Italia, non è stata per nulla toccata dalla più grande emergenza di rifugiati che ha interessato l’aera mediterranea negli ultimi anni».

    Con una media attuale di circa 5 mila pasti al mese, nel 2015 sono stati serviti circa 25 mila cene mentre per il 2016 si conta di arrivare a 60 mila con un costo medio di circa 1500 euro per giorno di apertura. «Tra gli italiani – analizzano i responsabili del servizio – il gruppo più cospicuo è rappresentato da persone senza dimora tra i 50 e i 60 anni, che trascorrono le notti nei dormitori cittadini. Sebbene non numericamente, è significativa anche la presenza di anziani che arrivano alla mensa da quartieri semiperiferici: una trentina di persone tra settanta e ottanta anni, di cui solo una decina straniera, alla ricerca non solo di cibo ma anche e soprattutto di socialità anche perché spesso fanno chilometri per venire a prendere pacchi aiuto dal valore commerciale molto esiguo». Sulla mensa fanno affidamento anche persone con problematiche di tipo psichiatrico, che dispongono di insufficienti pensioni di invalidità e non sono in grado di rispondere autonomamente alle proprie necessità. Per quanto riguarda gli stranieri, le tendenze confermano anche in questo caso gli ecuadoriani come gruppo più rappresentato, sebbene in percentuali inferiori rispetto alla massiccia penetrazione in città, seguiti da maghrebini e popolazione est europea (diminuiscono i romeni, aumentano bulgari e ucraini, soprattutto donne che lavorano irregolarmente come badanti e si trovano in difficoltà nel passaggio da un anziano da accudire all’altro). Infine, da segnalare la presenza di una ventina di minori albanesi non accompagnati che si ritrovano in Italia privi di assistenza e si affidano a Sant’Egidio per recuperare un pasto.

    Benché non sia prevista alcuna verifica di reale povertà, la prima volta che si arriva alla mensa di Sant’Egidio è necessario fare una tessera: «Non vogliamo certo schedare le persone – precisano subito i volontari – questo è soltanto un modo per dire a chi viene che ci interessa lui, la sua storia, il suo nome. Per alcuni il tesserino è persino l’unico documento che hanno, l’unica traccia che li identifica».

    L’interesse alla persona è mostrato anche dal fatto che non si tratta di una mensa self service ma che i commensali, per quei pochi minuti in cui si trovano seduti a tavola, possono dimenticare i problemi della povertà quotidiana e lasciarsi servire dai volontari. «Spesso – spiegano gli addetti – molte persone offrono anche il loro aiuto, un po’ perché hanno molto tempo libero e hanno bisogno di sentirsi utili e un po’ perché siamo una grande famiglia in cui tutti cercano di dare una mano».

    Ma non c’è il rischio che, senza controlli, si annidi tra i tavoli ben più di qualche furbetto? «Non possiamo certo avere la sicurezza assoluta – ammettono – ma c’è un dato che in questo senso è molto indicativo di quanto le persone appena possono non vengono alla mensa anche per un fatto di dignità personale. Nelle vacanze di Natale le presenze, dalle 400 ordinarie, si sono quasi dimezzate a 250-220. Questo perché durante le festività ci sono parrocchie che organizzazioni pranzi o eventi estemporanei, la gente per la strada è più disponibile a lasciare qualche offerta, gli anziani hanno più facilità ad essere invitati dai parenti. Insomma, se non c’è realmente bisogno, è difficile che qualcuno si approfitti della nostra mensa o dei nostri pacchi».

    L’obiettivo ora è trovare i fondi, rigorosamente privati e in parte derivanti dall’8 per mille, per tenere la mense aperta un quarto giorno alla settimana perché «mentre una volta il primo punto di incontro con nuovi poveri era il centro di via Vallechiara o di Sampierdarena, ora sono sempre più le persone che innanzitutto vengono alla mensa. Insomma, la mensa è la prima porta a cui bussano e che trovano aperta».

    Sostegno materiale e sostegno sociale

    «Tra i servizi della mensa e quelli di distribuzione pacchi del Centro Genti di Pace – concludono i volontari di Sant’Egidio – c’è poi la grande massa di persone che si appoggiano a noi non solo per ricevere un aiuto materiale ma anche per essere sostenuti in un difficile percorso di integrazione sociale, inserimento lavorativo e superamento della povertà. Nell’ultimo anno abbiamo contribuito reinserire nel mercato del lavoro circa una ventina di persone». Ma il bisogno di socialità, spiegano gli addetti, è testimoniato anche dal fatto che spesso le persone che vanno alla mensa si siedono agli stessi tavoli perché scambiare qualche parola con le persone che hanno incontrato qualche giorno prima.

    «Non siamo qui solo per fotografare la realtà dei poveri a Genova ma per fornire il nostro contributo nel tentativo di creare un percorso comune a tutta la città per uscire insieme dalla crisi. Vorremmo dare segnali utili alle istituzioni, ad altre associazioni, a chiunque voglia pensare politicamente al futuro della città per realizzare processi di inclusione». Un concetto che Doriano Saracino della Comunità di Sant’Egidio coniuga anche in “termini cattolici” ricordando la vocazione della comunità stessa: «Gli anziani e i poveri vanno cercati, non possiamo aspettare che vengano tutti da noi. Spesso vivono in tuguri e in situazioni di abbandono di cui ben pochi sono a conoscenza. Questi sono i sepolcri di oggi e la Pasqua per noi è aprire questi sepolcri». 

  • Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    La fontana di Piazza De Ferrari blu per la giornata dell'autismoNel 2007 l’assemblea delle Nazioni Unite decretava che il 2 aprile di ogni anno si sarebbe celebrata la “Giornata Mondiale per la Consapevolezza dell’Autismo”, al fine di sensibilizzare la popolazione sul tema e promuovere le politiche necessarie per superare le innumerevoli problematiche che ogni giorno milioni di persone in tutto il mondo devono affrontare.
    Milioni, esattamente. Recenti studi, infatti, stimano che un bambino ogni 100, in media, nasce all’interno del cosiddetto “Spettro Autistico”. Dobbiamo subito fare chiarezza, per chi non fosse avvezzo all’argomento: quando si parla di autismo, non si parla di una “malattia”, bensì di un disturbo neuro-psichiatrico che interessa lo sviluppo delle funzioni cerebrali. Non ci si ammala di autismo e, quindi, non si guarisce. Questa condizione presenta una tale varietà di sintomatologie, che rende difficile fornire una definizione clinica coerente e generalizzabile. Da qui la necessità di introdurre la locuzione più corretta di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA), che comprende un’ampia gamma di patologie e sindromi, aventi come denominatore comune caratteristiche comportamentali tipiche: problematiche legate al linguaggio e al suo sviluppo, isolamento sociale, azioni e comportamenti stereotipati e fuori contesto, comportamenti ossessivi. Il tutto declinato in diverse misure e livelli: ogni persona autistica è una combinazione unica, con il suo mix di queste caratteristiche.
    L’aumento del tasso di incidenza registrato negli ultimi anni è legato all’aggiornamento delle diagnosi che sono diventate maggiormente precoci ma al momento non trovano riscontro nel supporto di una struttura sociale adeguata, e adeguatamente informata, che possa seguire e valorizzare questo percorso. Il senso di questa giornata risiede anche qui: portare avanti il discorso, allargarlo, sensibilizzando persone, enti e istituzioni, al fine di creare quella rete diffusa che sappia accogliere, potenziare e includere una parte così grande della popolazione.

    Diverse le iniziative a Genova, organizzate da Angsa Liguria (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) e dal Gruppo Asperger Liguria, assieme a Comune di Genova e Università degli Studi, e con il patrocinio di Regione Liguria. Il convegno dal titolo “Autismi e integrazione scolastica: formazione, buone pratiche e prospettive verso un protocollo di intesa” è l’occasione per fare il punto sulla situazione nelle scuole della regione: proprio nelle classi, infatti, l’integrazione e la socialità dei ragazzi può essere messa a dura prova da pregiudizi e mancanza di preparazione specifica del corpo docenti: «Le buone pratiche – ci spiega Maria Teresa Borra, presidente di Gruppo Asperger Liguria – sono per prima cosa la formazione specifica degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno, ma non solo: consapevolezza da parte delle famiglie, che devono essere informate e formate sul problema per poter garantire la continuità dell’intervento una volta fuori dalle aule». Il percorso riabilitativo, infatti, deve essere condiviso da una rete di soggetti (scuola, famiglia, operatori) che permettano al ragazzo autistico di portare aventi il suo percorso verso le autonomie in maniera costante, senza fare passi indietro. «Il ministero ha attivato per il 2016 il primo ciclo di formazione specifica degli insegnanti – continua Borra – mentre già da anni associazioni come la nostra portano avanti percorsi simili per le famiglie perché è fondamentale fin dalla prima diagnosi sapere su cosa lavorare e come».

    Una volta terminati gli studi, quando il bambino autistico diventa adulto, che cosa succede? «Iniziano altri problemi – ci spiega Anna Milvio, presidente di Angsa Liguria – perché non esistono percorsi strutturati che possano continuare il lavoro fatto e spesso i nostri ragazzi rimangono a casa o “parcheggiati” in qualche struttura». In questo modo, quanto fatto faticosamente negli anni precedenti rischia di andare perduto: «Il percorso deve ricevere una costante “manutenzione” – sottolinea Milvio – altrimenti il rischio è quello di tornare indietro, irrimediabilmente».

    Il primo passo che le istituzioni potrebbero fare è quello di misurare il problema. Ad oggi, infatti, in Italia, non esiste uno studio numerico del fenomeno: si procede a stime su statistiche calcolate su base mondiale (seguendo le quali si potrebbe ipotizzare per la Liguria circa 6000 soggetti, con o senza diagnosi). Un metodo sicuramente non adeguato alla tipologia fenomenologica dei DSA, per la loro variabilità, la loro complessità e l’unicità di ogni singolo caso. Per questo motivo la notizia, datata dicembre 2015, dell’attivazione da parte di Regione Liguria del “Tavolo sull’Autismo” è stata ben accolta dalle associazioni di settore. Un primo passo, che non deve rimanere l’unico. «Anche nel programma elettorale di Hilary Clinton esiste un progetto molto dettagliato per l’autismo – segnala Anna Milvio – e noi oggi vogliamo rinnovare il percorso insieme alle istituzioni, alle scuole, all’università e agli operatori di settore: se oggi è un costo, l’efficienza di domani sarà comunque un risparmio per tutta la società».

    Oltre al convegno, sono tanti gli appuntamenti oggi in città: la mostra fotografica, allestita nei locali di Palazzo Ducale (fino al 3 aprile) e i concerti in piazza De Ferrari. «Questa giornata è una festa per noi e per tutti – precisa Maria Teresa Borra – la cui base deve essere l’integrazione e il supermento dei pregiudizi. In questi giorni gira in televisione e in rete uno spot che pubblicizza questa ricorrenza utilizzando l’immagine di un bambino dentro una bolla, su un pianeta solitario. L’animazione si risolve, in apparenza positivamente, con il bambino non più solo ma insieme a una figura materna, seduti di spalle, però ancora su quel pianeta isolato: ecco, questo è il contrario di quello che vorremmo, perché le famiglie devono poter essere integrate nella società, senza rimanere isolate dal mondo. Questo è il livello di pregiudizio e informazione contro cui stiamo lottando».

    Non è un caso, quindi, se per simboleggiare questa giornata sia stato scelto il blu (lo stesso blu che ha colorato, infatti, la fontana in piazza De Ferrari): fin dai tempi antichi questo è il colore dell’introspezione e dell’infinito ma anche della sicurezza e della conoscenza. E, se alziamo lo sguardo, capiamo che il blu è anche il colore del cielo, sotto il quale noi tutti, insieme, viviamo.

    Nicola Giordanella

  • La crisi delle società sportive genovesi, tra fondi tagliati dalla Regione e nuovo regolamento comunale

    La crisi delle società sportive genovesi, tra fondi tagliati dalla Regione e nuovo regolamento comunale

    Piscina SciorbaDa una parte la ritirata degli sponsor privati a causa della crisi economica, dall’altra sempre meno contributi dagli enti pubblici. In fondo sono tutte qui le cause della crisi delle società sportive genovesi, che ciclicamente riempie le pagine della stampa locale. «A partire dal 2008 circa c’è stata una forte riduzione di contributi del Comune – riconosce l’assessore allo Sport del Comune di Genova, Pino Boero – il motivo sono questioni di bilancio oggettive, anche se ovviamente spiacevoli». Nel 2015 Palazzo Tursi ha investito in questo settore solo circa 180 mila euro. Una cifra quasi dimezzata rispetto ai 300 mila di non troppi anni fa. Come se non bastasse, il regolamento comunale varato nel 2010 ha spostato sulle spalle delle società l’onere della manutenzione straordinaria degli impianti, fino a quel momento a carico dell’amministrazione. Le società si ritrovano allora alle prese con manutenzioni dai costi proibitivi, a causa delle pessime condizioni in cui versavano molti degli impianti genovesi, di cui si sarebbe dovuto occupare il Comune negli anni precedenti. «Quel regolamento ha avuto un grande merito – chiarisce però Boero – ovvero quello di mettere ordine in una situazione fino a quel momento fortemente difforme da caso a caso». Ed è proprio sulle orme di questa normativa che sta prendendo forma un nuovo regolamento, che dovrebbe vedere la luce nel prossimo mese di aprile.

    Il nuovo regolamento: due punti fondamentali

    villa-gentile-sport-atleticaConcessioni più lunghe e maggior chiarezza nella distribuzione degli oneri sono i due pilastri, indicati dall’assessore Boero, di quella che sarà la nuova disciplina comunale. «Ad oggi – spiega ancora l’assessore – manca il parere di 2 dei 9 municipi, che dovrebbe arrivare a giorni. Dopodiché il provvedimento passerà in Commissione e in Consiglio, dove mi auguro verrà approvato nel mese di aprile». Con l’attuale normativa, le società sportive dispongono degli impianti per 10 anni mentre la proposta di nuovo regolamento prevede concessioni più lunghe, di 20 o addirittura 30 anni, a seconda dell’entità degli investimenti messi sul tavolo dalla società in sede di gara d’appalto.

    Chi preme per una rapida approvazione del regolamento è Enzo Barlocco, presidente di My Sport, un consorzio che gestisce numerosi impianti, tra cui la piscina Sciorba. «Al momento – dice – abbiamo l’impianto della Sciorba in concessione per altri 7 anni, un periodo troppo breve per richiedere mutui per investimenti a lungo termine. Il nuovo regolamento prevede concessioni di 20 o 30 anni per chi ha fatto investimenti importanti e noi riteniamo di far parte a pieno titolo della categoria». L’impianto Sciorba, tra l’altro, è citato dallo stesso assessore Boero come esempio di gestione virtuosa. «Abbiamo deciso di impostare la piscina come un’azienda perché era l’unica soluzione possibile – sostiene Barlocco – questo vuol dire massima attenzione a costi, bilanci e consumi, oltre che investimenti coraggiosi ma mirati». Quella della Sciorba è una delle strutture più grandi d’Italia nel suo settore, con 2 vasche da 50 metri, una da 25 e gradinate con 1000 posti a sedere. Negli anni, l’impianto si è dotato di tecnologie all’avanguardia come un fondo mobile (in grado di variare la profondità della vasca da 2 metri a zero) e un tetto telescopico ad apertura variabile, elemento non così comune. Dotazioni simili richiedono una manutenzione continua e costosa, possibile grazie anche al fatto che la Sciorba è uno dei pochi e fortunati impianti a ricevere ancora un finanziamento dal Comune. Ma i 500 mila euro annuali non bastano neppure a coprire interamente la spesa energetica. I costi di manutenzione, quinidi, rimangono a carico della società.

    Proprio una più chiara divisione degli oneri sulla manutenzione è il secondo pilastro su cui si basa il nuovo regolamento comunale: «Le manutenzioni sono attualmente indicate a carico del concessionario – spiega l’assessore Boero – con il nuovo regolamento le spese saranno discusse nell’atto di concessione tra Comune e concessionario. Questo farà sì che si instauri un rapporto di piena consapevolezza». Una sorta di velata retromarcia da parte di Tursi? Difficile, in realtà, visto il contesto economico.

    La funzione sociale ed economica

    sport_disabili_bigUn punto su cui insiste molto l’assessore Boero è la ricaduta economica delle attività sportive sul territorio: «Il mese scorso la manifestazione della Marassi Judo ha portato allo Stadium 105 di Fiumara atleti da tutta Italia e dalla Francia – cita a titolo d’esempio – che hanno riempito alberghi, bed and breakfast e ristoranti. Le società sportive e il Coni si sono rese conto dell’impatto di manifestazioni del genere, mentre da parte di alcune categorie commerciali c’è ancora un po’ di sordità». Per questo, i fondi che ancora il Comune riesce a mettere in campo vengono incanalati in due direzioni: le grandi manifestazioni sportive e i servizi alle categorie più deboli, come i disabili. «Il contributo che riceviamo dal Comune per la Sciorba – conferma Barlocco – serve a ricompensare le tariffe vantaggiose che applichiamo a disabili e scuole».

    Ma i problemi di bilancio di Tursi sono ogni anno in costante aumento. «Mi auguro che i 180 mila euro ricevuti nel 2015 non vengano tagliati nel prossimo bilancio – riflette Boero – e, in ogni caso, spero che non vengano modificate le linee guida per cui questi soldi vengono spesi».

    I tagli al fondo di garanzia

    Un ulteriore ostacolo sulla difficile via delle società sportive genovesi e ligure potrebbe arrivare dalla Regione. Con un duro comunicato stampa, il Partito democratico ligure ha accusato la giunta Toti di aver voltato le spalle al mondo dello sport ligure. Una visione condivisa anche da Barlocco: «A novembre abbiamo organizzato il tradizionale Trofeo Nico Sapio, una grande manifestazione che attira atleti anche olimpionici da tutto il mondo. Nel 2014 la Regione aveva contribuito con 9 mila euro, negli anni passati addirittura con 13 mila. L’ultima volta il contributo è stato di 2.800 euro, una cifra misera».

    In particolare, l’attuale giunta regionale è accusata di aver interrotto il finanziamento del fondo di garanzia per le associazioni sportive, uno degli ultimi atti varati dall’amministrazione Burlando. Il fondo, come dice la parola stessa, sarebbe dovuto servire da garanzia per la richiesta di prestiti alle banche. «Altrimenti – spiega Barlocco – gli istituti chiedono ai presidenti delle società di impegnarsi personalmente. Una follia». Il presidente di MySport non si è limitato ad osservare passivamente gli eventi, ma rivendica un ruolo attivo (suo e di altri gestori di impianti) nella richiesta per la riattivazione del fondo. «Ho partecipato alla riunione con i capigruppo in Consiglio regionale in cui è stata portata la polemica – conclude – l’unica cosa che ci siamo sentiti rispondere è che mancano i soldi: la verità è che i soldi vengono spostati da altre parti per una mera volontà politica». Sulla stessa lunghezza d’onda è anche l’assessore comunale Pino Boero, per cui il mantenimento del fondo sarebbe uno strumento essenziale alle società per fare investimenti: «Spero in una soluzione – dice – altrimenti a rimetterci sarebbero le società che su quel fondo contavano».


    Luca Lottero

  • Banca Carige e la speranza di una città. La tutela della Bce per guarire dalla malattia

    Banca Carige e la speranza di una città. La tutela della Bce per guarire dalla malattia

    banca-carigeIl 31 marzo, l’assemblea dei soci ratificherà l’insediamento del nuovo consiglio d’amministrazione del gruppo Banca Carige e lo farà, probabilmente, dando fiducia al team proposto da Vittorio Malacalza, azionista di maggioranza relativa. Un appuntamento importante, che sicuramente segnerà il destino dell’istituto. A rendere ancora più febbrile questa attesa, la storia degli ultimi mesi: in un contesto decisamente sfavorevole per il comparto bancario italiano, zavorrato da un debito pubblico in costante aumento e stressato dalle nuove normative comunitarie, i titoli Carige in borsa sono crollati arrivando a sfiorare valori dimezzati rispetto a quelli del 2015. A completare il quadro, la consistente riduzione del risparmio, la contrazione del flusso di credito per il territorio e gli interventi diretti da parte degli organi comunitari.

    La paura del bail-in e la concorrenza di Poste italiane

    L’evoluzione normativa ha complicato la situazione. L’1 gennaio 2016 è entrata in vigore la direttiva europea pensata per prevenire e gestire eventuali crisi di banche e imprese di investimento; una norma in risposta al fatto che i diversi paesi dell’Unione, in passato, sono intervenuti in ambito bancario in maniera disordinata e non coordinata, edulcorando il mercato, al fine di proteggere gli istituti di casa, facendo però ricadere il costo della crisi sui contribuenti.
    Tra le novità introdotte dalla “Banking Resolution and Recovery Directive”, la principale è senza dubbio il “Bail-In”: un dispositivo che norma il “salvataggio interno” delle banche, attraverso l’utilizzo dei fondi privati di azionisti e investitori, ma anche attraverso il prelievo forzoso dai conti. Si parla, però, esclusivamente di depositi che superano i 100 mila euro, a cui si accederebbe solo come ultimissima spiaggia, se l’eventuale liquidità ricavata da patrimonio, soci, azioni, titoli subordinati, obbligazioni e passività varie non fosse sufficiente per arginare l’eventuale default.

    Questa novità, come prevedibile, ha spaventato i correntisti, che si sono affrettati a ritirare i risparmi dalle banche. Il fenomeno ha investito anche Carige, come ci racconta una qualificata fonte interna di Era Superba: «Molti storici e anziani clienti sono corsi nella propria filiale per chiedere di chiudere il conto, anche se era al di sotto della soglia».
    Ad accresce i timori, il pesante tonfo in Borsa dell’11 gennaio, culmine di un trend passivo che aveva portato nei mesi precedenti a un ribasso complessivo del 46%. Questo combinato disposto ha portato a una fuga di depositi, come confermato dal recente ritocco del passivo di bilancio passato da 44,6 a 101,7 milioni per via del ricalcolo sull’avviamento residuo, causato da una restrizione della raccolta diretta.

    A beneficiare di questo esodo bancario, Poste Italiane. L’azienda di servizi, controllata al 60% dallo Stato, in questi ultimi mesi ha messo sul mercato prodotti finanziari e di risparmio molto competitivi, muovendosi come una vera e propria banca, grazie anche al fatto che non essendo tale a tutti gli effetti può godere di un regime fiscale agevolato. Questa posizione ibrida ha permesso a BancoPosta di assorbire il reflusso del mercato bancario, compromesso sia a livello finanziario che di immagine.

    Il bastone e la carota della Bce

    europa-bceDopo lo shock di inizio anno, il 19 febbraio è intervenuta la Banca Centrale Europea con una lettera indirizzata alla dirigenza dell’istituto in cui si chiede di predisporre entro il 31 marzo un nuovo piano di finanziamento ed entro il 31 maggio un nuovo piano industriale e un nuovo piano strategico per adeguarsi ai requisiti di vigilanza. Ma non solo. Indiscrezioni della stampa di settore, confermate dalla nostra fonte, parlano della richiesta da parte di Francoforte di comunicare quotidianamente il grado di solvibilità della banca (oltre a Carige, osservata speciale è anche Monte dei Paschi). Carige ha risposto sottolineando come il proprio Liquidity Coverage Ratio sia superiore al 100% (per ammontare di oltre 2 miliardi di euro solvibili), oltre dunque al minimo richiesto dalle normative comunitarie fissato al 90%.

    Se la risposta dei mercati è stata ancora una volta pesante, questa stretta sul monitoraggio del gruppo potrebbe portare, nel medio periodo, giovamenti notevoli: «Avere un controllo quotidiano – sottolinea la nostra fonte che chiede di rimanere anonima – è la migliore garanzia per dimostrare di essere “guariti”, e che si sta uscendo definitivamente dal contagio in cui invece rimangono altri istituti». Probabilmente, con questa mossa, la Bce vuole inoltre tutelare la banca stessa da eventuali speculazioni esterne e interne, come il caso Berneschi insegna.

    Appuntamento con il destino

    soldi pubbliciLa storia della banca dei genovesi è nelle mani di Vittorio Malacalza: la sua lista di candidati per gli incarichi del nuovo consiglio d’amministrazione, che sarà deciso il prossimo 31 marzo, parla chiaro. Nomi importanti che potrebbero rigenerare l’immagine della banca e metterne al sicuro il futuro economico e finanziario.
    Candidato presidente è Giuseppe Tesauro, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato: un nome di alto prestigio, essenziale per provare a ripulire dal fango delle inchieste il nome del gruppo e a dare fiducia ai risparmiatori, oltre che al mercato.
    Come vicepresidente si candida lo stesso Vittorio Malacalza: un ruolo più defilato ma che garantisce un impegno vero del primo azionista, che è, innanzitutto, un imprenditore navigato che sicuramente lavora per i suoi interessi; e, se questi coincidono con quelli dell’istituto, tanto meglio per Carige.
    La figura chiave è però quella dell’amministratore delegato: il nome del candidato per questa carica è quello di Guido Bastianini, figura vicina a Bankitalia e attuale presidente di Banca Profilo, attiva da anni anche sul territorio ligure. Il suo compito sarà il più importante in assoluto: far quadrare i bilanci, assorbendo le passività e progettare il futuro della banca, gestendo un mercato, quello bancario, mai come oggi agguerrito e spietato, e ottemperando gli obblighi imposti da una sempre più occhiuta Banca Centrale Europea.

    Tutto questo cercando di non dimenticare Genova e la Liguria: la politica del contenimento dei costi (leggi tagli al personale e rimodulazione, in negativo, di retribuzione) e della razionalizzazione della presenza sul territorio (leggi chiusura di filiali e sportelli), ha incrinato profondamente il rapporto di Carige con la città in cui però affondano profondamente le radici vitali del gruppo bancario. Non considerare questo elemento, senza valorizzarlo e coltivarlo, potrebbe essere l’ultimo errore, quello fatale.

    Nicola Giordanella

  • Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    punto-emergenza-pre«Il bisogno è aumentato, servono più competenze». Lo dice la signora Bruna, giochicchiando distrattamente con una penna. Bruna Doglio è a capo dell’associazione Punto Emergenza Prè, eccellenza del volontariato genovese che in passato abbiamo già incontrato e raccontato sulle pagine di Era Superba. E il bisogno è talmente aumentato che stanno per essere avviati i lavori per il nuovo traguardo del Punto Emergenza, un progetto ad ora chiamato “Il Punto Emergenza a casa del Re” perché trova spazio in alcuni locali un tempo facenti parte del complesso di Palazzo Reale (sulla cui storia si vogliono anche organizzare alcune piccole lezioni per i bambini del Punto Emergenza a cura degli inservienti del Palazzo). Al numero 75 di via Prè, a fianco all’attuale sede, c’è l’intenzione di aprire un piccolo servizio materno-infantile in grado di rispondere alle crescenti esigenze degli strati più deboli della popolazione, immigrati o italiani che siano con l’obiettivo di garantire nuove assistenze pediatriche, oculistiche, dentistiche, psicologiche e consulenze legali e di orientamento al lavoro.
    «È di questo che c’è bisogno, meno parole e più fatti», riprende Bruna mentre si muove nel magazzino per preparare l’ennesimo pacco viveri, aiutata dal marito Giancarlo e dagli altri volontari.

    La storia del Punto Emergenza

    punto-emergenza-pre-2Da più di vent’anni sono nel vicolo. Il primo embrione di quello che sarebbe diventato il Punto Emergenza era un centro di distribuzione di beni per bambini frequentanti la scuola elementare San Giuseppe di Prè, legato alla Caritas. Successivamente, gli aiuti si sono estesi grazie al Banco Alimentare, poi è iniziata una collaborazione coi centri di ascolto parrocchiali del quartiere (sostanzialmente quelli delle chiese della Maddalena, di San Siro e del Carmine). Infine, quando si è capito che si stava costruendo qualcosa di nuovo e importante, nel 2009 è nata l’associazione autonoma. Nello stesso periodo sono arrivati i pediatri, medici che prestavano servizio di volontariato in un piccolo ambulatorio nel vicolo per bambini senza permesso di soggiorno e senza cure.

    Oggi il Punto Emergenza è una realtà nota, i cui interventi coprono i centri d’ascolto di tutta la città, in un’ottica sinergica di supporto materiale alle famiglie in difficoltà, concentrandosi specialmente sul nucleo famigliare madre-figlio. Sostanzialmente, si tratta di pacchi per bambini fino al primo anno di età con beni di prima necessità di vario genere (pannolini, bagnoschiuma, omogenizzati, vestiti…); poi, volta per volta, se la condizione di emergenza per la famiglia non è terminata, al compimento del dodicesimo anno del bambino, si valuta se proseguire l’assistenza attraverso la distribuzione di pacchi viveri per adulti.

    Il futuro del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèIl nuovo progetto, che si affiancherà al lavoro già svolto di assistenza materiale, è un ulteriore salto di qualità. Negli anni, ci dice Bruna, si sono affinate le abilità dei volontari, si è cominciato a capire come dare un supporto anche morale oltre che materiale, quello che spesso serve di più alle persone in difficoltà. Parliamo di famiglie in gravissime condizioni economiche e con storie diversissime alle spalle, tutte terminate però nella grave indigenza. Famiglie italiane che sono state stroncate dalla crisi economica, ragazze-madri straniere che sono venute qui a studiare per costruire un futuro per sé e i propri cari, ex prostitute, vittime di violenze e via dicendo.

    Col passare del tempo l’utenza muta, seguendo i corsi e ricorsi storici: inizialmente molti degli assistiti erano italiani meridionali che abitavano nei vicoli, successivamente soprattutto ecuadoriani, ora per lo più mediorientali e africani oltre che, nuovamente, nostri concittadini colpiti dai problemi finanziari del nostro Stato.
    Chi per sfortuna, chi per scelte errate, tutte queste persone si sono ritrovare con la necessità di avere un aiuto. I volontari del Punto Emergenza hanno capito, col tempo, che questo aiuto non doveva limitarsi al mero pacco viveri.

    I “fatti” di cui parla Bruna sono questi, assolutamente necessari, ma sono anche il dialogo, la comprensione per capire come aiutare al meglio l’assistito: in una parola, l’accoglienza. I fatti devono essere orientati dalla conoscenza di chi si ha di fronte, della sua situazione e delle sue reali problematiche, per essere davvero efficaci. Un proverbio antico recita “se vuoi aiutare un uomo che ha fame, non dargli solo un pesce ma insegnagli a pescare”. Questa è diventata la politica del Punto Emergenza, non limitarsi a essere un bancomat ma diventare un luogo in cui chi attraversa un periodo difficile può trovare, oltre a una borsata di beni di prima necessità, parole di supporto per rialzarsi e consigli da parte di chi conosce un certo tipo di realtà. Per questo, il nuovo Punto Emergenza in casa del Re è importante, per implementare il dialogo con le famiglie avvalendosi anche dell’aiuto di esperti (tutti volontari), in grado di dare assistenza, pareri e consigli frutto delle proprie capacità professionali.

    Il presente del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèQuesta è la vera accoglienza, quella che non si ferma alle sole parole né si limita alla mera distribuzione ma che unisce i due aspetti, egualmente fondamentali. D’altra parte, facendo un giro nel Punto Emergenza e nel suo fornitissimo magazzino in cui tutto è frutto di donazioni, pare che dopotutto l’accoglienza sia un campo in cui il popolo del mugugno eccella. «La gente ci crede, ci scommette» afferma Bruna. La realtà del Punto Emergenza si basa sulla carità dei cittadini ed effettivamente, sebbene si possa sempre fare di più, gli aiuti dei genovesi non mancano mai. La politica dell’associazione è che da volontari si è doppiamente responsabili: una volta verso i propri assistiti, per i quali bisogna fare tutto ciò che è considerato il meglio (anche quando questo significa dire dei no), un’altra verso i benefattori, chiunque siano, verso i quali ci si assume la responsabilità di usare al meglio le loro donazioni.

    Oggi, il Punto Emergenza Prè si occupa di più di 1600 interventi all’anno rivolti a 13 diverse etnie, italiani, senegalesi, ecuadoriani, marocchini e via dicendo. Un luogo in cui si dà valore alla persona a prescindere dalle sue origini e che insegna molto anche agli stessi volontari. Anche per questo, negli ultimi anni si sono avviati progetti per coinvolgere i giovani in questa straordinaria realtà di volontariato, perché da un lato possano offrire la loro energia per una giusta causa e, dall’altro, imparino sulla propria pelle cosa significhi “accoglienza” maturando una migliore comprensione delle culture e del mondo.

    Mentre parliamo con Bruna, una donna camerunense si affanna per sistemare in profondità nella sua borsa i pannolini. «Al mio paese va così» ci spiega un po’ in imbarazzo «pannolini e assorbenti si nascondono, non sta bene mostrarli». I volontari rispondono con un sorriso e delle bonarie prese in giro, come si fa con un amico piuttosto che con un cliente, strappando una risata anche alla signora.
    In questo luogo, che si apre sul vicolo con ampie vetrate illuminate e addobbate di giocattoli e vestitini, pare davvero che si concretizzino quelle tanto sbandierate (e troppo spesso nei fatti trascurate) forme di accoglienza e integrazione necessarie per far fronte al meglio ai nuovi melting-pot culturali che si stanno creando nelle nostre città, a causa delle fughe di intere popolazioni da quei devastanti conflitti che ben conosciamo.
    Se, in un momento socio-politico tanto critico una realtà come il Punto Emergenza sta crescendo, non può che essere un buon segno. Lasciandoci andare a un po’ di romanticismo, viene da pensare a un piccolo ma tenace fiore che riesce a crescere tra le fessure del selciato, ingrandendosi e colorando la strada.


    Alessandro Magrassi

  • Fiera di Genova, quale destino per aree e dipendenti di una società pubblica in liquidazione?

    Fiera di Genova, quale destino per aree e dipendenti di una società pubblica in liquidazione?

    vista su corso aurelio saffiLa Fiera è morta, viva la Fiera. Il declino dello spazio espositivo più ambito della nostra città è noto ormai da anni ma per capire come si sia arrivati al punto di dover mettere in liquidazione la società (decisione che dovrebbe essere definitivamente sancita dall’assemblea dei soci del prossimo 31 marzo), partecipata da Comune di Genova, Regione Liguria, Città Metropolitana, Camera di Commercio e Autorità portuale, è necessario risalire la linea del tempo per riflettere sulle scelte passate degli amministratori e sullo scarso controllo dei soci.
    Simbolo e causa più evidente di questo declino è il padiglione Jean Nouvel, quello blu per intenderci. Inaugurati nel 2009, i suoi 20 mila metri quadrati, che hanno avuto anche non poche criticità strutturali, sono costati oltre 40 milioni di euro e non sono mai stati effettivamente ammortizzati finendo per schiacciare la società Fiera con un debito insanabile.

    Salvare le aree, salvare le manifestazioni

    Ma a questo punto della storia, l’interrogativo riguarda il destino di tutte le aree fieristiche e, di conseguenza, di tutte le manifestazioni che ospitano ogni anno. Come salvarle? Gli attori di questa tragedia sono molti. Tra questi, il presidente Ariel Dello Strologo, già a capo della Porto Antico Spa. La sua nomina a piazzale Kennedy sembrava il preludio per una fusione tra i due enti ma, ben presto, a tutti è apparsa chiara la follia di addossare un carrozzone finanziariamente disastrato come la Fiera sulle spalle di un ente che, se non virtuoso, quantomeno riesce a stare in piedi con le proprie gambe. Per cui, finché la situazione di Fiera non verrà in qualche modo sanata, la Porto Antico spa ne resterà alla larga.
    Altro attore primario è il famoso Blue Print di Renzo Piano che dovrebbe ridisegnare il waterfront e sistemare definitivamente l’assetto delle aree che si affacciano sul mare cittadino. Ma di questo “spin off” del racconto Fiera ci siamo già occupati approfonditamente altrove.
    Il terzo protagonista, ancora senza un volto preciso, dovrebbe entrare sulla scena nel prossimo mese di aprile. Si tratta del commissario liquidatore a cui sarà affidata la mission: impossible di valorizzare l’asset fieristico e far rinascere piazzale Kennedy a vita nuova.

    Padiglione della Fiera di GenovaA fare le spese di tutta questa situazione, come spesso accade, ci sono i lavoratori, 39 dipendenti della Fiera che, per scongiurare il licenziamento e la disoccupazione, dovranno essere ricollocati in altre realtà proprietà dei soci. Ma un grosso carico del fallimento di piazzale Kennedy cadrà anche sui cittadini, non solo per l’ormai inevitabile refrain di spreco di denaro pubblico, ma anche per l’incerto futuro di tutte quelle kermesse che vedevano nella Fiera di Genova la propria casa e che portavano sotto la Lanterna interessi commerciali e turistici: su tutte, il Salone Nautico, la Fiera Primavera ed Euroflora.

    Ecco, allora, che tutti gli attori protagonisti tornano a intrecciarsi sul palcoscenico. Una volta messa in liquidazione la società a fine mese, infatti, il Comune di Genova potrebbe lanciare il bando di gara internazionale fondamentale per la valorizzazione delle aree. Una “sfida” con lo scopo di portare nel capoluogo nuovi investitori privati nel solco del percorso tracciato dall’attualmente utopico Blue Print. Secondo le prime, ottimistiche stime, il passaggio dalla penna dell’archistar genovese alla realtà del waterfront genovese costerà 150 milioni di euro: l’Autorità Portuale si è detta disponibile a “elargire” 70 milioni provenienti dai fondi non utilizzati per la riqualificazione di Cornigliano e delle aree ex Ilva ma, anche se così fosse, resterebbe comunque una fetta consistente di denari da coprire. Da qui, l’esigenza di far confluire a Genova investitori privati, come ha sempre sostenuto il sindaco Marco Doria. Le aree interessate a questo processo sono quelle del levante cittadino: punto di partenza imprescindibile dovrebbe essere l’abbattimento del palazzo ex Nira e dei padiglioni fieristici vuoti e ormai desueti; poi si passerebbe alla realizzazione di nuove costruzioni da destinare a servizi, attività e, in parte, nuove abitazioni; infine, toccherebbe alla creazione del nuovo canale di calma che, affiancato da un nuovo percorso ciclopedonale in quelle che attualmente sono aree portuali, collegherà punta Vagno, la foce del Bisagno e piazzale Kennedy con calata Gadda e il Porto Antico, staccando di fatto dalla terraferma tutte le aree industriali del porto, comprese quelle delle riparazioni navali. Ma, per il momento, è tutto poco più che un disegno blu che potrebbe risultare inutile se le istituzioni non riuscissero a fare quadrato per tenere a Genova alcuni appuntamenti fieristici che, oramai, sono tutt’uno con la storia della città.

    Salone Nautico: danno e beffa arrivano da Napoli

    Fiera di GenovaL’ultima beffa, infatti, riguarda il Salone nautico e arriva da Napoli. Le parole del presidente della Regione Campania, Vicenzo De Luca, hanno colpito il cuore di una delle kermesse più importanti del capoluogo ligure: «Nauticsud è ripartito ed ha già superato Genova per la presenza di espositori» ha detto il governatore partenopeo. Difficile capire quanto l’uscita di De Luca sia reale o benaugurale, resta il fatto che la manifestazione che caratterizza ogni autunno sotto la Lanterna dal 1962, ha progressivamente perduto il titolo di fiera più importante del mondo nel settore nautico, passando a evento di rilevanza europea fino a doversi accontentare di dominare sul Mediterraneo, dopo essere stato abbondantemente superato dal salone di Dusseldorf.

    Che cosa resta oggi, dunque, del Salone Nautico? Difficile individuare come un castello sia stato smontato mattone per mattone ma, di sicuro, l’anno in cui ha avuto inizio il decadimento dell’impero è il 2009. All’epoca scoppiò la bolla della crisi economica che tuttora attanaglia il paese. Ma, se su questa prima debacle nulla si poté fare, il ragionamento sugli anni successivi avrebbe dovuto essere di diversa natura. Responsabilità interne, il “divorzio” tra Fiera di Genova e Ucina (storica co-organizzatrice della kermesse), la Confindustria Nautica e la perdita da parte di quest’ultima di quasi tutti i cantieri nautici nazionali. Ucina ha, tra l’altro, annunciato anche il “Salone bis” che in primavera si terrà a Venezia. Gli esperti del settore hanno pochi dubbi: Salone Nautico e Genova non rappresentano più un binomio inscindibile.

    I dipendenti della Fiera e la partita del ricollocamento

    fiera-genova-kennedy-DICome detto in precedenza, c’è una categoria che rischia di pagare più di tutte le altre lo scotto del baratro in cui si trova immersa la Fiera di Genova. Un percorso scandito a date e a striscioni, il cui più esplicativo recita: “Ci volete tutti morti”. Dopo interminabili commissioni nella Sala Rossa di Palazzo Tursi, dopo proteste in Consiglio regionale e riunioni senza risultati concreti, la partita sui 39 dipendenti della Fiera potrebbe concludersi il 15 marzo. Una vera e propria corsa contro il tempo per chiudere la questione e trovare una ricollocazione ai lavoratori. Lunedì 7 marzo, infatti, sono scaduti i primi 45 giorni dall’inizio della procedura di messa in mobilità dei lavoratori prima della liquidazione dell’azienda e non essendo state sufficienti le trattative sindacali, la palla è passata alla Regione che da quel momento ha ancora 30 giorni di tempo per risolvere la vertenza. Se anche quest’ultimo mese dovesse essere infruttuoso, i dipendenti sarebbero tutti licenziati e andrebbero in mobilità con le relative indennità per due anni. Ecco perché il 15 marzo, il nuovo incontro in Regione potrebbe essere la chiave di volta di tutta la vicenda, pur in un contesto piuttosto inconsueto in cui il regista delle operazioni, ovvero la Regione, è anche una della parti in causa chiamata a trovare una soluzione, essendo uno dei soci di Fiera.

    L’esito della trattativa non è per nulla scontato. La soluzione proposta dal Comune di Genova non soddisfa le esigenze di tutti i lavoratori che, secondo Tursi, potrebbero essere ricollocati nelle aziende partecipate Amiu, Aster, Asef e Spim. Sono i 24 lavoratori che, secondo l’ipotesi di accordo, sarebbero destinati all’Amiu, a dire un secco no. Il problema non è difficile da individuare, basta porre una semplice domanda: può un contratto a 18 ore a settimana con uno stipendio di circa 600 euro al mese essere sufficiente per vivere? La risposta è no. «Il nostro scopo è quello di avere garanzie sull’occupazione – ha detto Silvia Avanzino, della Fisascat Cisl – ma questo non dev’essere slegato da quella che è l’attività fieristica e da tutta la partita Fiera. Ricordo che a oggi è in corso una procedura di cessazione dell’attività». Insomma, non se ne fa certo una questione di tipologia di lavoro, ma di reddito. Va anche detto che il Comune di Genova è stato l’unico dei soci pubblici a farsi avanti, mentre Regione Liguria, Città Metropolitana, Camera di Commercio e Autorità Portuale non hanno ancora dato disponibilità a farsi carico dei dipendenti. La strada delle partecipate per ora sembra essere l’unica percorribile ma la proposta dovrà essere rimodulata.


    Michela Serra

  • Terzo Valico, amianto e tribunali fermano i cantieri. In arrivo la Primavera dei No Tav

    Terzo Valico, amianto e tribunali fermano i cantieri. In arrivo la Primavera dei No Tav

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoLa notizia potenzialmente più impattante arriva direttamente da Roma: lo scorso 15 gennaio è stato licenziato il testo del decreto della presidenza del Consiglio dei ministri sulla disciplina del trattamento di terre e materiali rocciosi provenienti dagli scavi che, al fine di evitare una procedura di infrazione da parte della Comunità Europea, ha aggiornato le procedure per lo smaltimento dei rifiuti di scavo, cercando di armonizzare la normativa italiana con quella comunitaria. Tra le novità principali, l’abbassamento da 1000 a 100 millilitri su chilogrammo della soglia riguardante la presenza di fibre di amianto nella roccia, sopra la quale la terra di scavo dovrebbe essere considerata come rifiuto speciale e quindi da trattare come tale, stoccandola in siti dedicati, con procedure particolarmente complesse, finalizzate in primis alla tutela dei lavoratori ma necessarie anche per evitare un pericoloso rilascio ambientale in fase di lavorazione. Questo cambiamento comporterebbe un immediato innalzamento dei costi per le operazioni di estrazione, trasporto e stoccaggio dello smarino nella “grande opera” del Terzo Valico dei Giovi che, secondo alcune stime, potrebbero aumentare anche di 300 milioni di euro, cifra che andrebbe ad aggiungersi ai 6 miliardi e 200 milioni di spesa previsti dal progetto finale. Ma non solo. Oltre ai costi operativi, le tempistiche di cantiere potrebbero triplicare, diventando necessarie procedure più elaborate per mettere in sicurezza il materiale di risulta e il suo trasporto. I cantieri potrebbero quindi fermarsi nuovamente, dopo le diverse sospensioni avvenute nei mesi scorsi, come quella di luglio imposta dall’Asl 3 per quanto riguarda lo scavo della galleria di Cravasco, seguita al ritrovamento di ingenti quantità della temuta fibra cancerogena. Un cambiamento che ha messo in allarme anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, il quale, durante la visita a Genova dello scorso 17 febbraio del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti sui cantieri di messa in sicurezza idrogeologica della città, ha fatto pressione per arrivare ad una modifica del testo scatenando la polemica sulla priorità data dalla politica alla realizzazione ad ogni costo del manufatto, a discapito della salute dei cittadini. Il ministro, da parte sua, ha assicurato che il governo proverà a rivedere la norma, ma le direttive europee non lasciano margini a riguardo.

    Il cantiere di via Coni Zugna

    terzo valico3In attesa di notizie da Roma, Cociv, società di Impregilo general contractor di Rfi per i lavori del Terzo Valico, potrebbe essere costretta a fermare un altro cantiere, questa volta a seguito di una decisione del Tar della Liguria: stiamo parlando del sito di via Coni Zugna, a Pontedecimo, dove è in costruzione un by-pass i mezzi pesanti diretti in Val Verde. La vicenda ha inizio il 18 febbraio 2015, quando i tecnici del consorzio depositarono la documentazione dell’avvenuto accesso per l’esproprio di un giardino attiguo all’argine del Polcevera, nonostante le notifiche fossero indirizzate a persona defunta e, quindi, irricevibili. Questo esproprio ha permesso ai lavori di partire: il 9 giugno scorso, gli operai sono entrati nel terreno dell’attuale proprietario, avviando la cantierizzazione. Dopo pochi giorni, ecco arrivare il ricorso al Tar, che il 17 dicembre 2015 ha dichiarato nullo l’atto, con sentenza immediatamente esecutiva. Nonostante ciò, i lavori sono andati avanti a piè sospinto e al danno si è aggiunta anche la beffa. Oltre ai 34 metri quadrati previsti dalle carte, il cantiere ha “sforato” inglobando altri 42 metri quadrati. Per quest’ultimo fatto è stata intrapresa causa civile che dovrebbe arrivare a sentenza il prossimo di aprile e potrebbe essere decisiva per i destini di questo cantiere.

    La querela al vicesindaco Bernini

    Bolzaneto Biacca Terzo Valico 005 smallA questa vicenda è anche legato un ulteriore “fronte” più squisitamente politico: durante il consiglio comunale del 16 giugno 2015, infatti, interrogato sui fatti dal consigliere comunale Paolo Putti, capogruppo del Movimento 5 Stelle e noto attivista No Tav, il vice sindaco di Genova, Stefano Bernini, si espresse in Consiglio comunale definendo la difesa del terreno da parte del legittimo proprietario come un’occupazione “manu militari. La dichiarazione considerata diffamatoria da parte del diretto interessato è stata quindi oggetto di querela, sulla quale adesso il tribunale dovrà esprimersi.

    A riguardo, il vice sindaco risponde a “Era Superba” smorzando i toni e dichiarando di non aver ricevuto nessuna informativa o notifica: «Era evidentemente una battuta, battuta su una questione che vede un interesse privato, anzi, privatissimo, scontrarsi con l’interesse di una intera comunità. L’opera di cui stiamo parlando da anni viene richiesta dai cittadini di Pontedecimo e l’amministrazione l’ha fatta inserire come opera compensatoria, approfittando dei grandi lavori per il valico». Come proseguirà la vicenda è ancora da capire: senza dubbio, un’eventuale sentenza a favore del querelante, pur non cambiando direttamente le sorti della grande opera, potrebbe aggiungere una nota politica importante per saggiare la distanza tra il mondo politico – amministrativo, che appoggia l’opera, e la sempre più numerosa parte di cittadinanza che invece vi si oppone.

    In sintesi, nei prossimi mesi sono attese tre decisioni molto importanti che incideranno in maniera profonda sui già complicati destini del Valico dei Giovi, un’opera che, da anni, sta scavando, e non solo in senso figurato, una voragine sempre più profonda tra modelli diversi di sviluppo, di crescita del territorio e di approccio politico alla risoluzione dei conflitti. Una primavera calda, quindi, che potrebbe essere il preludio per un’estate torrida.


    Nicola Giordanella

  • Grande distribuzione, ecco come la Regione Liguria ha soffiato la programmazione commerciale ai Comuni

    Grande distribuzione, ecco come la Regione Liguria ha soffiato la programmazione commerciale ai Comuni

    carrello_spesaRegione Liguria (ri)entra di prepotenza nel prezioso mondo della grande distribuzione organizzata (GDO) e lo fa in due modi. In attesa della nuova programmazione commerciale regionale, che sarà presentata entro il prossimo giugno, per prima cosa la giunta Toti ha sospeso l’accettazione delle istanze per nuove aperture di centri commerciali fino al prossimo 30 giugno. E, poi, si è ripresa la competenza esclusiva di decidere cosa-dove-chi, togliendola ai comuni.

    GDO, diminuiscono i ricavi ma aumento i punti vendita

    Dal 2007, secondo una decisione presa dalla giunta Burlando, l’avvallo dell’apertura di nuovi centri commerciali spettava alle singole municipalità che potevano decidere in maniera autonoma. Ma se la Regione può concedere, la Regione può anche togliere, come sottolinea l’assessore allo sviluppo economico Edoardo Rixi della giunta Toti: «Solo un ente come il nostro può avere uno sguardo complessivo omogeneo. Ad oggi esistono criteri di distribuzione che variano da area a area, con troppe differenze». Il leghista sostiene, inoltre, che la Regione «non avrà quel conflitto di interessi tipico dei Comuni che, spesso, per fare cassa o intervenire su questioni urbanistiche, non potendo permettersi la spesa, hanno concesso permessi rifacendosi su opere di compensazione o accessorie».

    Questa tendenza in Liguria sembrerebbe confermata anche dai dati numerici: il settore della GDO, dal 2008 ad oggi, ha registrato una contrazione dei ricavi, dovuta alla diminuzione dei consumi. In questo contesto, però, sono aumentati gli spazi commerciali della grande distribuzione: dai 298 mila metri quadri del 2012 si è passati ai 340 mila del 2015 (un aumento di 42 mila in tre anni, secondo i dati forniti dagli uffici regionali). Gli ipermercati, cioè quegli esercizi con superficie superiore agli 8 mila metri quadrati, sono passati dai 9 del 2011 ai 13 del 2014, mentre i supermercati sono aumentati nello stesso arco temporale da 211 a 250.
    Numeri schizofrenici che danno adito alla polemica politica secondo la quale certi operatori investivano in immobili pubblici, tappando o tamponando i buchi di bilancio delle amministrazioni, in cambio di un mantenimento di un certo tipo di assetto di mercato, inficiando ecosistemi economici di zona o soprassedendo sui pericoli ambientali. Da questo potrebbe derivare il fatto che la Liguria, e Genova in particolare, secondo i dati di Altroconsumo, ha i prezzi medi tra i più alti di Italia (+25-30%), per quanto riguarda la GDO: una sorta di tassa indiretta, che serve a mantenere conveniente l’apertura di nuovi centri commerciali.

     Regione vs Comune, ovvero Coop vs Esselunga

    «Uno dei criteri principali della nuova programmazione – riprende Rixi – sarà quello di garantire veramente il libero mercato dei marchi, tutelando però il commercio al dettaglio e i centri storici». Una sana concorrenza potrebbe, secondo l’assessore, far calare i prezzi, aumentando il poter d’acquisto delle persone.
    Ed è proprio su questo punto che negli ultimi giorni si è scatenata la polemica tra le parti politiche: se da un lato, il governatore Giovanni Toti, attraverso questo provvedimento, rivendica la fine del monopolio delle Coop, dall’altro lato il Partito democratico attacca, sostenendo la natura ad personam della legge, che potrebbe far saltare i vincoli che vietano la costruzione di centri commerciali in strutture di pregio, favorendo così l’insediamento di Esselunga.

    Da circa 20 anni, infatti, la catena di supermercati della famiglia Caprotti (controllata dalla Supermercati Italiani s.p.a., fondata nel 1957 da Nelson Rockfeller), cerca di inserirsi nel mercato ligure della grande distribuzione, senza però mai ottenere i permessi necessari (escluso il punto vendita della Spezia), nonostante gli spazi commerciali, come abbiamo visto, siano aumentati in maniera considerevole.

    Rixi risponde alle crtiche: «La nuova programmazione tutelerà il territorio»

    Anche il Movimento Cinque Stelle assieme alle associazioni ambientaliste e di territorio, annuncia battaglia: il territorio ligure è oltremodo saturo e, ciononostante, si progetta ancora di costruire grandi spazi commerciali, come per il supermercato di via Romana della Castagna di Quarto o l’apertura di un Leroy Merlin sotto lo stadio Carlini, a San Martino, solo per citare un paio di esempi noti.

    La programmazione territoriale per il commercio, ribatte Rixi, «sarà stilata acquisendo anche i pareri delle Camere di commercio e delle associazioni territoriali, in piena tutela dell’ambiente, cosa che non è stata fatta in questi ultimi anni visto che si è continuato a costruire anche in zone ad alto rischio idrogeologico».

    Intanto, in attesa del termine di giugno, va registrato un cambio importante per l’assetto commerciale della nostra Regione: le premesse di tutela potrebbero essere, almeno sulla carta, confortanti, soprattutto in una realtà come la Liguria, che, secondo l’Istat, è quella col più alto tasso di incidenza della povertà relativa di tutto il nord del Paese. I luoghi del consumo, come i supermercati, sono sempre di più cartina di tornasole della salute di una società: se questi hanno la priorità anche sulla sicurezza pubblica, è evidente che qualcosa non funziona. La partita è stata riaperta, aspettiamo i risultati.

    Nicola Giordanella

  • Parchi storici, alla scoperta del nuovo regolamento. Le associazioni: «Servono normative specifiche»

    Parchi storici, alla scoperta del nuovo regolamento. Le associazioni: «Servono normative specifiche»

    parchi-nervi-sopralluogo (5)Genova è la città dei Parchi. Sono poche le città che possono vantare così tante oasi naturali in cui fermarsi a respirare tenendo i piedi immersi nel verde ma volgendo comunque gli occhi e il cuore al mare ancora vicino. In città possiamo godere di ben 20 polmoni urbani, tra parchi, ville e giardini storici. Eppure, fino ad oggi, non hanno mai avuto un regolamento d’uso unico che li comprendesse e tutelasse per quello che sono, un bene prezioso e quanto mai delicato.
    Ma dopo una lunga attesa, il “Regolamento d’uso dei parchi storici del Comune di Genova” (clicca qui per leggere il teso completo del regolamento, in attesa di approvazione definitiva) è finalmente stato approvato in giunta l’11 febbraio scorso, su proposta dell’assessore comunale all’Ambiente, Italo Porcile. Prima di entrare effettivamente in vigore dovrà passare all’esame dei Municipi, delle Commissioni e del Consiglio comunale. In altre parole, ci vorranno all’incirca ancora due mesi prima che entri formalmente in vigore ma un giro di vite c’è stato e Genova finalmente può dire di avere una normativa ufficiale.

    Il nuovo Regolamento d’uso dei Parchi storici

    Il documento ha come primario interesse la ridefinizione dei vincoli e delle modalità di utilizzo dei 20 parchi e giardini storici al fine di tutelarli in quanto beni di interesse storico, artistico e ambientale. Abbiamo parlato con l’assessore Porcile per saperne di più sull’intenzione che si pone alla base di questo nuovo provvedimento e sui cambiamenti che potenzialmente intende favorire.
    «Genova – ci spiega – non aveva mai avuto un regolamento unificato, pur essendo una delle città con il maggior numero di parchi e ville di pregio sia dal punto di vista architettonico che ambientale». Fino ad oggi le disposizioni a cui si faceva riferimento erano quelle del “Regolamento del Verde” e della Polizia Municipale. «Questo regolamento – aggiunge l’assessore – nasce in coerenza con queste norme e per un certo verso le supera e sostituisce»I principi di riferimento sono quelli della Carta dei giardini storici denominata “Carta di Firenze” che ha fissato le linee guida riconosciute a livello internazionale per la salvaguardia dei giardini storici. «Per alcune aree – ci anticipa l’assessore – sono previste integrazioni o regolamenti ulteriori in virtù della loro specificità ambientale o strutturale e in funzione delle loro esigenze di conservazione e fruizione. Ad esempio, i Parchi di Nervi avranno sicuramente norme dedicate in quanto si distinguono dagli altri parchi per estensione, punti d’accesso e caratteristiche naturali».

    Oltre alle norme comportamentali che diventano più stringenti e severe in un’ottica di maggior tutela, l’assessore Porcile pone l’accento sull’importanza che avranno queste aeree come teatro di eventi ludico culturali: «Il regolamento cerca di trovare il giusto punto di equilibrio tra la tutela del bene e del territorio e l’interesse a utilizzare questi spazi per eventi di più largo respiro sia dal punto di vista della divulgazione culturale che della fruibilità turistica».

    Particolare attenzione viene posta nell’individuazione di un unico referente, il direttore responsabile del parco, per quanto concerne alcuni aspetti di tipo gestionale o di tutela per identificare puntualmente le attività soggette al rilascio di autorizzazione da parte del Comune.

    Ci è voluto tanto, forse troppo, per fare il punto su un tema così sentito e Porcile non nega che la lunga attesa sia stata dovuta soprattutto alle lungaggini amministrative (e il cambio di assessore comunale all’Ambiente da Valeria Garotta a Italo Porcile non ha certo accelerato le pratiche) e che questo regolamento sarebbe potuto arrivare prima ma «l’esigenza primaria – sostiene – era quella di averlo adesso in sinergia con gli interventi di riqualificazione dei parchi, sopratutto quelli di Nervi, dell’Acquasola, di Villa Brignole Sale-Duchessa di Galliera e Villa Durazzo Pallavicini».

    Che cosa prevede il nuovo regolamento

    Il documento approvato si struttura in tre parti: la prima dedicata al regolamento vero e proprio, la seconda elenca le 20 aree oggetto dei provvedimenti, la terza illustra la tabella relativa alle sanzioni.

    Il regolamento elenca tutta una serie di disposizioni e limitazioni d’uso rivolte sia ai fruitori dei parchi che agli addetti ai lavori, che di fatto mettono nero su bianco che cosa possiamo e non possiamo fare all’interno delle aree verdi. Salvo deroghe previste in caso di organizzazione di eventi o in caso di manutenzione straordinaria, ad esempio, è interdetto l’accesso al di fuori dell’orario consentito e ai veicoli non autorizzati; viene inoltre ribadita in più punti la pedonalità che caratterizza queste aree. Sono inoltre indicate norme di comportamento generale e regole d’uso rivolte ai proprietari dei cani e all’utilizzo delle aree di gioco in un’ottica di salvaguardia del manto erboso, per cui i cani devono necessariamente essere tenuti a guinzaglio e i bambini devono giocare nelle aree consentite e opportunamente segnalate.

    Come già sottolineato da alcuni organi di stampa, curioso l’articolo 16 che dispone il pagamento di un corrispettivo per riprese fotografiche e televisive con finalità commerciali. Per ora restano salvi turisti e fotoamatori.

    Infine, nel regolamento sono ampiamente trattate le disposizioni relative alle attività consentite all’interno dei parchi, dai concerti agli spettacoli teatrali, dalle fiere ai laboratori didattici, dalle attività commerciali a quelle di volontariato, che devono essere svolte in un’ottica di rispetto del contesto naturale in cui si trovano. Questo, come vedremo, è probabilmente l’aspetto più nebuloso che preoccupa maggiormente gli ambientalisti: il rispetto sulla carta è previsto ma, in pratica, richiederà l’impiego di ingenti risorse.

    I dubbi delle associazioni ambientaliste

    villa-serra-di-comago-natura-verde-parchi-d6Il testo elaborato è frutto di un lungo lavoro partecipato che ha visto coinvolta la Consulta del Verde, un organo consultivo previsto dal vigente regolamento del Verde e che ne monitora la corretta applicazione. Tra i Componenti della Consulta, che si è costituita nel 2012 e di cui fanno parte anche Legambiente e Italia Nostra, c’è l’associazione “Amici dei Parchi di Nervi” che da tempo aspettava l’uscita di questo Regolamento.

    Betti Taglioretti, vicepresidente dell’associazione, accoglie con qualche riserva il testo approvato. «Il primo Regolamento d’uso era già stato progettato nel 2008 sotto l’assessorato di Luca Dallorto – racconta – ma non era stato portavo avanti, probabilmente per ragioni politiche. Solo nel 2012 il discorso è stato ripreso con l’istituzione della Consulta del Verde di cui facciamo parte. Fin dalla sua prima stesura, la nostra proposta prevedeva l’istituzione di una figura fondamentale, un curatore che sovrintendesse il Parco sia sotto l’aspetto botanico che della promozione turistica. Questa figura non viene nominata perché il cosiddetto “direttore del parco” risulta un soggetto non ben definito nelle sue mansioni».

    Il tema su cui insiste di più la vicepresidente è la necessità di avere dei Regolamenti d’uso specifici per ogni Parco. Sebbene l’assessore abbia annunciato il lavoro degli uffici in questo senso, secondo Betti Taglioretti non risulta chiaro da chi verranno proposti e in quali modalità. «I Parchi di Nervi – sottolinea a gran voce l’ambientalista – hanno una caratteristica botanica molto accentuata. Il turismo del Verde in Europa ha dei numeri altissimi ma non siamo ancora riusciti a intercettarlo: è assolutamente necessario creare una rete turistica dei Parchi perché Genova non è solo l’Acquario e il Porto Antico. Consideriamo l’uscita del Regolamento un successo ma quello che si evince maggiormente è il forte interesse a voler usare i Parchi come contenitori di eventi ed il rischio è che un bene così prezioso diventi più una messa a reddito che un’occasione per attirare un certo tipo di turismo sostenibile».

    L’auspicio, dunque, è che il nuovo provvedimento sia un punto di partenza e che la Consulta del Verde venga presto interpellata nella stesura dei Regolamenti specifici. «Il regolamento – ribadisce Taglioretti – sembra più che altro indirizzato alla promozione della Cultura e questo ovviamente è un bene ma non dobbiamo dimenticarci che la natura dei Parchi è fisiologicamente un’altra e dobbiamo tenere conto che inevitabilmente l’organizzazione di eventi porterà ad uno sfruttamento intensivo del manto erboso sia per l’affluenza che per le strutture allestite. È importante capire chi si assumerà gli oneri del ripristino. La speranza è che a farne le spese non siano i cittadini perché in questi anni sono già stati spesi 18 milioni di euro per la manutenzione e la riqualificazione (4 milioni solo per i Parchi di Nervi)».
    Questo un altro aspetto che non convince la vicepresidente che si sofferma sul tema delle deroghe previste praticamente per ogni normativa«È una questione di scelte, se ad esempio si decide che nel rispetto della pedonalità l’accesso alle vetture è interdetto, non possiamo permetterci di concedere tutte queste deroghe che di fatto invalidano la norma. Sarebbe preferibile decidere degli orari di accesso prestabiliti per gli addetti ai lavori e rispettarli».

    La speranza è che questo Regolamento porti una maggiore consapevolezza e sia da stimolo per un ulteriore dialogo partecipato. Il punto d’arrivo deve essere la stesura dei regolamenti specifici in un’ottica di migliore comprensione del testo principale e di una maggiore ridefinizione delle regole volte alla valorizzazione del territorio e alla promozione turistica del Verde cittadino oltre che al mantenimento e alla tutela dell’esistente.

    Giulia Manno