Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Comune di Genova: il quadro generale e i numeri delle società partecipate

    Comune di Genova: il quadro generale e i numeri delle società partecipate

    Analizzando il bilancio del Comune di Genova abbiamo cercato di comprendere qual è lo stato dell’arte delle cosiddette società partecipate ovvero quelle che vedono la partecipazione finanziaria – in tutto o in parte – dell’istituzione di Palazzo Tursi.

    Innanzitutto focalizziamo l’attenzione esclusivamente sulle società controllate (detenute per una quota superiore al 50%) e sulle collegate (dove la partecipazione del Comune varia tra il 20 e il 50%).

    Partiamo dalle controllate:
    Due società sono in liquidazione perché la loro gestione si è rilevata fallimentare: A.M.I. spa (100%) in liquidazione con C.C. 10/2008; Sportingenova spa in liquidazione con C.C. 35/2010.
    Le altre sono: S.P.IM. spa (100%); Job centre srl (100%); A.M.I.U. spa (97,03%); A.M.T. spa (59%); A.S.TER. spa (100%); Ri.Ge.Nova srl (51%); Themis srl (69,93%); A.se.F. srl (100%); Porto Antico spa (51%).

    Mentre per quanto riguarda le collegate, questa è la situazione:
    Fiera di Genova spa (32%); Società per Cornigliano spa (22,5%); Finanziaria Sviluppo Utilities srl.

     

    Nel Conto Economico del bilancio del Comune è possibile osservare nella categoria Entrate correnti quali sono gli Utili netti da partecipate:

    Altre entrate           Cons. 2010            Prev. 2011       Cons. 2011
    Proventi servizi pubblici

    49

    70

    68

    Utili netti da partecipate

    11

    18

    11

    Proventi beni comunali

    34

    33

    32

    Altre

    58

    24

    35

    Totale

    152

    145

    146

    Totale entrate correnti

    804

    769

    778

     

    La tabella evidenzia come nel consuntivo 2011 gli utili netti da partecipate (11 milioni di euro), siano minori rispetto al preventivo 2011 (18 milioni di euro).

    A livello consuntivo i Trasferimenti da parte dello Stato sono stati minori mentre la Regione è riuscita a dare di più delle previsioni, con un contributo straordinario, in gran parte legato al Trasporto pubblico locale, di circa 12 milioni di euro che è servito anche per sistemare i conti della società controllata AMT la quale ha approvato il bilancio 2011 (non ancora visibile) il 16 aprile scorso.

    Per quanto riguarda le Uscite correnti, cioè le spese correnti che ogni anno il Comune deve sostenere per erogare i suoi servizi, questo è il quadro:

    Per natura    Cons. 2010    Prev. 2011    Cons. 2011
    Personale

    246

    245

    238

    Prestazioni di servizi

    281

    354

    382

    (compresa il servizio smaltimento rifiuti)
    Locazioni

    12

    12

    13

    Trasferimenti

    118

    22

    33

    interessi passivi

    43

    51

    44

    altre uscite

    38

    40

    23

    Totale uscite correnti

    738

    724

    733

     

    per destinazione

       Cons. 2010

      Prev.  2011

     Cons. 2011

    Funzioni generali

    204

    220

    201

    Polizia locale

    49

    45

    48

    Istruzione

    78

    78

    78

    Cultura e beni culturali

    28

    24

    26

    trasporti e viabilità

    122

    116

    123

    gestione del territorio

    148

    148

    151

    settore sociale

    86

    72

    82

    sviluppo economico

    10

    8

    9

    settore sportivo

    3

    4

    4

    turismo

    5

    3

    4

    giustizia

    6

    6

    6

    Totale

    738

    724

    733

    Nelle Prestazioni di servizi e nei Trasferimenti sono indubbiamente comprese anche le uscite a favore delle società controllate e collegate ma nel bilancio comunale non è possibile visionare il dettaglio preciso.

     

    Passando allo Stato patrimoniale, nell’Attivo del Comune di Genova, figurano le Partecipazioni:

    Comune di Genova – ATTIVO

                2009

                2010

                   2011

     

     

     

    Immobilizzazioni materiali:
    Beni indisponibili

    2.576

    2.574

    3.147

    Immobilizzazioni in corso ed altri beni

    429

    514

    565

    Immobilizzazioni non disponibili

    3.005

    3.089

    3.712

    Beni disponibili

    119

    113

    127

    Totale immobilizzazioni materiali (mln euro)

    3.124

    3.202

    3.839

    Immobilizzazioni finanziarie:
    Partecipazioni

    573

    565

    563

    Crediti ed altre immobilizzazioni finanziarie

    12

    22

    2

    Totale immobilizzazioni finanziarie (mln euro)

    585

    587

    565

    Attivo circolante:
    Crediti verso contribuenti

    106

    100

    83

    Crediti verso lo Stato e la Regione

    333

    239

    218

    Crediti netti verso altri, debitori diversi, IVA ed altre attività

    382

    263

    174

    Banche e Cassa Depositi e Prestiti

    51

    187

    216

    Totale attivo circolante (mln euro)

    872

    788

    691

    Comune di Genova – TOTALE DELL’ATTIVO

    4.580

    4.577

    5.095

    Dal 2009 al 2011 l’entità economica delle partecipazioni è diminuita.

    Mentre nel Passivo troviamo i Debiti verso aziende controllate, collegate, speciali ed altre, ed in questo caso, rispetto al 2009, le uscite sono aumentate:

    Comune di Genova – PASSIVO

                2009

                2010

                   2011

    Patrimonio netto e conferimenti (mln euro)

    2.948

    2.958

                    3.548
    Debiti:
    Debiti di finanziamento

    1.329

    1.328

                    1.320
    Debiti di funzionamento

    240

    198

                      165
    Debiti verso aziende controllate, collegate, speciali ed altre

    36

    50

                        45
    Altri debiti, ratei e risconti

    29

    44

                        17
    Totale debiti (mln euro)

    1.633

    1.619

    1.547

    Comune di Genova – TOTALE DEL PASSIVO

    4.580

    4.577

    5.095

     

    Alcuni dati, di facile lettura, estrapolabili dai bilanci delle singole società controllate e collegate, possono aiutarci a comprendere meglio la situazione.

    Questo è il fatturato 2010 di controllate e collegate:

    Società Fatturato
    AMT  €    186.350.297
    AMIU  €    139.911.390
    ASTER  €      40.803.743
    FINANZIARIA SVILUPPO UTILITIES  €      36.124.935
    FIERA DI GENOVA €       23.704.976
    SPIM SPA  €      16.122.257
    PORTO ANTICO  €      14.629.800
    ASEF  €      11.577.402
    SOCIETA’ PER CORNIGLIANO  €        9.911.365
    SPORTINGENOVA  €        4.216.850
    AMI  €        1.741.468
    RIGENOVA  €        1.552.437
    THEMIS  €           681.158
    JOB CENTRE  €           580.931
    totale  €    451.784.081

     

    Confrontando i ricavi ed il risultato economico vediamo che la società in maggiori difficoltà economiche risulta essere, come è noto, AMT :

    Società

    Ricavi

    Risultato economico

    AMT  €    186.350.297 -€        6.512.544
    AMIU  €    139.911.390  €           316.680
    ASTER  €      40.803.743  €            31.623
    FIERA DI GENOVA  €      23.704.976 -€           835.850
    SPIM SPA  €      16.122.257  €        3.266.163
    PORTO ANTICO  €      14.629.800  €           810.473
    ASEF  €      11.577.402  €           294.745
    SOCIETA’ PER CORNIGLIANO  €        9.911.365 -€           383.240
    SPORTINGENOVA  €        4.216.850 -€        9.442.644
    AMI  €        1.741.468 -€        1.622.131
    RIGENOVA  €        1.552.437  €              1.468
    THEMIS  €           681.158  €            16.538
    JOB CENTRE  €           580.931 -€            41.659
    FINANZIARIA SVILUPPO UTILITIES  €       36.124.935  €      29.290.454

    Ma in perdita risultano anche – ad esclusione di AMI e Sportingenova, entrambe in liquidazione – Fiera di Genova, Società per Cornigliano e Job Center.

    Il risultato di AMI è esposto al netto della plusvalenza di carattere straordinario realizzata nel 2010 per euro 18.978.000 e dell’utilizzo del fondo spese di liquidazione.

    Il risultato di Sportingenova è dovuto allo squilibrio economico della società e ad un accantonamento per rischi di liquidazione di euro 5 milioni.

    L’utile di SPIM è conseguenza della chiusura di un contratto derivato con Bnl Paribas che ha consentito la realizzazione d un provento finanziario non ripetibile di euro 8.875.000.

    L’utile di Finanziaria Sviluppo Utilities è costituito quasi interamente dai dividendi erogati da Iren spa.

     

    Se invece confrontiamo i ricavi e i trasferimenti, per capire quanto del risultato 2010 non è attribuibile alla gestione tipica, la società che ha goduto dei maggiori trasferimenti da parte del Comune è nuovamente AMT, ma nonostante questo la società di trasporto pubblico locale versa in condizioni disperate:

    Società

    Ricavi

    Trasferimenti

    AMT  €    186.350.297  €    118.423.660
    AMIU  €    139.911.390  €        4.092.000
    ASTER  €      40.803.743  €                   –
    FIERA DI GENOVA  €      23.704.976  €            32.823
    SPIM SPA  €      16.122.257  €                   –
    PORTO ANTICO  €      14.629.800  €           351.000
    ASEF  €      11.577.402
    SOCIETA’ PER CORNIGLIANO  €        9.911.365
    SPORTINGENOVA  €        4.216.850  €                   –
    AMI  €        1.741.468
    RIGENOVA  €        1.552.437
    THEMIS  €           681.158
    JOB CENTRE  €           580.931
    FINANZIARIA SVILUPPO E UTILITIES  €       36.24.935  €                     0

     

    Infine analizzando i ricavi e l’indebitamento si comprende come Finanziaria Sviluppo Utilities sia la società che ha il maggior indebitamento verso il sistema bancario. Di conseguenza non tutti i dividendi pagati da Iren possono essere girati al Comune a riduzione del debito.
    Ma anche AMT, AMIU e SPIM risultano fortemente indebitate.

     

    Società Ricavi Indebitamento
    FINANZIARIA SVILUPPO UTILITIES  €      36.124.935  €    196.059.915
    AMT  €    186.350.297  €      82.410.148
    AMIU  €    139.911.390  €      76.523.678
    SPIM SPA  €      16.122.257  €      72.801.424
    SPORTINGENOVA  €        4.216.850  €      37.529.029
    FIERA DI GENOVA  €      23.704.976  €      28.143.335
    PORTO ANTICO  €      14.629.800  €      21.298.217
    ASTER  €      40.803.743  €      16.485.550
    SOCIETA’ PER CORNIGLIANO  €        9.911.365  €        9.422.713
    RIGENOVA  €        1.552.437  €        6.707.660
    ASEF  €      11.577.402  €        3.404.510
    THEMIS  €           681.158  €           108.980
    JOB CENTRE  €           580.931  €            92.991
    AMI  €        1.741.468

     

    I dati presentati sono stati analizzati facendo riferimento agli studi condotti dalla Commissione analisi Bilancio del Comune di Genova di “Primavera Politica”.

    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore

     

  • Asl 3: in appalto i servizi di assistenza infermieristica nel carcere di Marassi

    Asl 3: in appalto i servizi di assistenza infermieristica nel carcere di Marassi

    SanitàA causa del blocco delle assunzioni di personale, conseguenza della stagione di tagli di risorse previsti dalla Regione Liguria, l’azienda sanitaria locale genovese (Asl 3) si trova costretta, se vuole garantire i servizi, ad assumere lavoratori esterni tramite gare d’appalto.
    «Aste al massimo ribasso», le chiama il sindacato autonomo Fials, che denuncia a gran voce l’ultimo esempio in ordine di tempo, ovvero le 4 gare per l’affidamento di altrettanti servizi clinici per un periodo di 48 mesi (4 anni), stabilite con la recente delibera n. 245 del 29 marzo 2012.
    Il documento aziendale dell’Asl 3 ribadisce che è «Ritenuto opportuno, nell’espletamento della procedura di gara per l’individuazione di un nuovo contraente, adottare come criterio di aggiudicazione quello stabilito dall’art. 82 del D.lgs. n. 163/2006 e cioè dell’offerta più bassa».

    Ma stiamo parlando dell’esternalizzazione di alcuni servizi particolarmente delicati. Si tratta, infatti, di 3 lotti, così suddivisi:
    Lotto 1: 36.500 ore annuali di assistenza infermieristica a favore della popolazione detenuta presso il carcere di Marassi (numero di personale richiesto: 20 infermieri e 3 OSS); 14.000 ore annuali per l’assistenza infermieristica a minori e studenti affetti da particolari patologie nel territorio di competenza della Asl 3, da prestarsi presso la scuola o a domicilio (9 infermieri); per un costo totale annuo di 1.212.000 euro (costo lavoro orario lordo: 24 euro).
    Lotto 2: 34.114 ore annuali per l’assistenza infermieristica a favore della popolazione detenuta presso il Centro Clinico all’interno del carcere di Marassi (11 infermieri e 9 OSS); per un costo totale annuo di 819.000 euro (costo lavoro orario lordo: 24 euro).
    Lotto 3: 17.520 ore annuali per il servizio di trasporto degli utenti (barellamento) all’interno del Dea dell’ospedale Villa Scassi (10 ausiliari); per un costo totale annuo di 315.000 euro (costo lavoro orario lordo: 18 euro).

    «Invece di bandire i concorsi e assumere il personale la Regione e l’Azienda appaltano – spiega Mario Iannuzzi, Fials – La linea dei tagli e delle chiusure, la linea della progressiva demolizione del servizio sanitario pubblico, deborda fino ad appaltare il lavoro vivo di Infermieri, OSS e Ausiliari».
    «Nella sua essenza il bando dell’Azienda non è altro che un appalto di manodopera giocato sul ribasso d’asta – sottolinea Iannuzzi – e quindi, in questo caso, unicamente sulla riduzione del “costo del lavoro” e sui salari dei lavoratori, molti dei quali, manco a dirlo, saranno giovani disoccupati e lavoratrici immigrate con l’aggiunta di qualche pensionato».

    Dunque il compenso dei lavoratori in appalto – il cui costo orario lordo va da 24 euro a 18 euro – considerando il ribasso d’asta, le spese generali e il profitto degli imprenditori, non supererà i 7/8 euro all’ora. Secondo i calcoli che il sindacato autonomo Fials si è prodigato a fare, le conseguenze di queste scelte, sono le seguenti.
    «Anche ipotizzando un costo del lavoro lordo di 40.000/42.000 euro annuali per ogni Infermiere dipendente della ASL 3 e un costo non superiore a 30.000 euro annuali medie per il personale socio sanitario di supporto (OSS e Ausiliari), è evidente che il costo dell’appalto, calcolato su base d’asta, è superiore – spiega Mario Iannuzzi – La “convenienza” per il padronato pubblico si gioca tutta sul ribasso d’asta e quindi sul taglio del “costo del lavoro” che l’appaltatore potrà conseguire unicamente con contratti meno onerosi (ad esempio a progetto), oppure con assunzioni con finte partita Iva o, meglio ancora, riducendo gli organici di fatto rispetto a quelli richiesti dalla ASL».
    «Comunque a contratto pubblico i 62 operatori richiesti hanno un “costo lordo a bilancio” che non raggiunge i 2 milioni di euro e risulta inferiore ai 2.400.000 euro del “costo” messo all’asta – continua Iannuzzi – Aggiungiamo che l’appalto prevede una durata di 4 anni (48 mesi) con un costo complessivo (senza ribasso), di circa 9,3 milioni di euro».

    In pratica ci troviamo di fronte a 4 anni senza assunzioni – sottolinea il sindacato – anche se, almeno per quanto riguarda il Centro Clinico del carcere di Marassi, l’Asl 3 mette nero su bianco che «si riserva di non procedere all’aggiudicazione del lotto qualora riuscisse a soddisfare e coprire l’assistenza infermieristica con risorse proprie».
    «Qualcuno davvero pensa che non esistano Infermieri, OSS e Ausiliari disposti ad affrontare un concorso pubblico (o chiamata diretta dall’ex collocamento), per un posto “in ruolo” in ASL 3? – è la domanda retorica di Iannuzzi – La verità e che non si vuole assumere. La corsa ai tagli imposta in questa Regione approda al “caporalato legale”. Nessuno si stupirà se alla fine i servizi offerti finiranno nelle mani di qualche consorzio “cooperativo” o di finte ONLUS».

    Non è così drastico, invece, il giudizio del sindacato Uil «La Asl 3 prima di predisporre le gare di appalto per i servizi clinici all’interno del carcere di Marassi, ha provato a fare un bando di selezione interna – spiega Emilio De Luca, delegato Uil – ma purtroppo il personale non ha risposto in numero adeguato e l’azienda è stata costretta a decidere l’esternalizzazione».
    Il nocciolo della questione, secondo De Luca, è il seguente «Se la regione non concede deroghe per quanto riguarda l’assunzione di personale, l’azienda sanitaria locale deve comunque garantire la continuità dei servizi. Le carenze sul territorio sono ormai evidenti, basta pensare che nel 2011 abbiamo perso per pensionamento almeno 150 lavoratori (tra dirigenti, medici, operatori sanitari,ecc.). L’unica soluzione è una negoziazione con la Regione. Nel frattempo speriamo di recuperare una parte di personale in precedenza impiegato presso le strutture dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, oggi in via di dismissione».

     

    Matteo Quadrone

  • Dall’Ici all’Imu: alla scoperta della nuova tassa sulla casa

    Dall’Ici all’Imu: alla scoperta della nuova tassa sulla casa

    “Dopo 16 anni scompare l’Imposta comunale sugli immobili relativamente alla prima casa e alle sue pertinenze”. Così nel 2008 il Governo Berlusconi annunciava l’abolizione dell’Ici, una tassa locale nata nel 1992 come imposta straordinaria, trasformata poi in tributo permanente sulle abitazioni. A partire dal giorno 5 giugno 2008 gli italiani non sono più tenuti a pagare l’imposta sulla prima casa (che rimane solo per gli immobili di lusso adibiti ad abitazione principale).

    In quell’occasione il Governo stimò il costo totale dell’operazione per lo Stato in 2,5 miliardi di euro per ciascuno degli anni 2008, 2009, e 2010; miliardi a cui si sarebbe dovuto provvedere con la legge finanziaria del 2011.

    E badar bene a chiamarle spese, perché non si tratta di “mancati introiti”, ma di uscite effettive. Una parte delle entrate che di lì a poco i Comuni di tutta Italia avrebbero visto scomparire dalla voce entrate del bilancio, quelle riferite appunto alla tassa sulla prima casa, sarebbe stata rimborsata dallo Stato con un trasferimento annuale a ogni singolo Comune. Insomma, non è difficile intuire che l’Ici, pur non pagandolo direttamente sotto forma di imposta, non è scomparso all’improvviso dalla scena. I soldi versati ai Comuni non provenivano certo da tasche diverse da quelle che per 16 anni hanno pagato regolarmente l’imposta.

    Prendiamo come esempio il bilancio consuntivo 2011 del Comune di Genova. Le entrate derivanti dall’Ici sono state pari a 119 milioni di euro; una cifra così consistente solo per i contributi derivanti dalla proprietà di immobili diversi dalla prima casa? No. Approfondendo la voce “trasferimenti” all’interno delle entrate correnti del conto economico del Comune, si evince che, di questi 119 mln, ben 77 milioni di euro sono stati versati dallo Stato nelle casse comunali come “compensazione del minor gettito Ici prima casa“.

    Oggi, con l’entrata in vigore dell’Imu, ovvero imposta municipale propria (una riproposizione dell’Ici nella vecchia versione  articolata tra l’abitazione principale e altri immobili diversi dell’abitazione principale), che cosa cambia?

    Partiamo dal presupposto che tutti i dati relativi all’Imu sono ancora molto vaghi; in un normale iter burocratico, il Comune di Genova è tenuto ad approvare il bilancio preventivo 2012, cioè il prospetto nel quale vengono indicate le previsioni di spesa e di entrate per l’anno in corso, entro il 30 giugno 2012: sarà dunque il primo “compito in classe” della nuova amministrazione comunale.

    Tra le previsioni delle entrate del bilancio c’è anche la voce riguardante l’Imu, ma come detto esiste ancora una forte incertezza circa questa nuova imposta, tanto che  pochi giorni fa il governo Monti ha diramato una disposizione per cui a giugno si pagherà sulla base delle aliquote standard, 4 per la prima casa e 7,6 per mille per le altre (quando era in vigore l’Ici l’aliquota sulla prima casa era del 4 per mille, quella della seconda del 6 per mille n.d.r.).

    In un secondo momento le Giunte comunali dovranno fissare, entro il 30 settembre, le aliquote definitive sulla cui base i cittadini a dicembre pagheranno il saldo. Il decreto Salva Italia del Governo Monti ha infatti eliminato il provvedimento emanato dal Ministro Tremonti con il D.L. 93/2008 che impediva ai Comuni di agire sulle tariffe (Tosap, TIA,  imposta sulla pubblicità etc), concedendo agli Enti la facoltà di applicare un aumento delle aliquote del 2 per mille sulla prima casa (che arriverebbe al 6 per mille) e 3 per mille sulla seconda casa (che arriverebbe a 10,6 per mille).

    Difficile quindi fare una previsione sull’andamento del 2012 e quantificare correttamente le entrate derivanti dell’Imu senza un quadro normativo di riferimento completo e definitivo.

    base

    Aumento rendite 60%

    totale

    min

    max

    totale min

    totale max

    ICI 1,a casa

    77

    46

    123

    15

    31

    139

    154

     

     

    ICI altre fattispecie

    120

    72

    192

         71

        104

        263

        296

    Totale

    197

    118

    315

         86

        135

        402

        450

    Quote teoriche  Comune

          201

          225

    Stato

          201

          225

    Secondo queste stime l’IMU del 2012 a carico dei cittadini di Genova dovrebbe essere pari ad almeno 400 mln di euro; quindi, rispetto all’esborso del 2011, ci sarà un maggior onere di circa 280  mln di euro. La manovra prevede inoltre una rivalutazione del 60 % della base imponibile, cioè della rendita catastale per gli immobili maggiormente diffusi, quelli della categoria A. Questa rendita catastale così rivalutata viene tassata, come detto, al 7,6 per mille, aliquota  base che viene ridotta al 4 per mille per gli immobili destinati ad abitazioni principali. Su queste ultime la  manovra prevede una detrazione di 50 euro per ogni figlio minore di 26 anni sino ad un massimo di 400 euro.

    A tale maggiore esborso si deve aggiungere anche il maggior prelievo per l’addizionale comunale, che  è passata da 0,7 a 0,8 per cento già a partire dallo scorso mese, con un introito prevedibile  a regime per il Comune di altri 8-9 mln di euro. In più, su queste aliquote il Comune ha la facoltà, come detto, di applicare una leva del due per mille e del tre per mille rispettivamente sull’aliquota del 4 e su quella del 7,6. Solo in questo caso il Comune può aumentare il gettito del proprio bilancio.

    Su questo tema l’assessore al bilancio Francesco Miceli ha dichiarato: «La posizione della Giunta Comunale è quella di sfruttare i tre punti percentuali di aumento possibile per gli immobili diversi dalla prima casa, portando l’aliquota dal 7,6 per mille al 10,6 per mille e lasciando inalterata l’aliquota base della prima casa». Bisogna vedere ora quale sarà la decisione della nuova Giunta.

    E’ importante sottolineare che questi ipotetici 400 milioni che graveranno sui cittadini di Genova saranno incassati dallo Stato per almeno il 50%; al Comune, quindi, rimarranno circa 200 milioni, comunque di piu’ rispetto ai 119 incassati nel 2011. D’altro canto, se nel 2011, come abbiamo visto, il Comune di Genova è costato allo Stato 77 milioni, nel 2012 garantirà un ricavo di 200.

     

    Manuela Stella
    foto di Diego Arbore

    I dati presentati sono stati analizzati facendo riferimento agli studi condotti dalla Commissione analisi Bilancio del Comune di Genova di “Primavera Politica”.

  • Certosa, via Canepari: punto Cup e ambulatori, il loro futuro è incerto

    Certosa, via Canepari: punto Cup e ambulatori, il loro futuro è incerto

    A Certosa, da qualche tempo, c’è una forte preoccupazione relativa al destino del punto CUP (Centro Unico di Prenotazioni sanitarie) e dei servizi ambulatoriali di via Canepari.
    Un quartiere con numerosi anziani residenti, in una vallata, la Val Polcevera, che in questi ultimi anni è stata progressivamente privata dei suoi presidi sanitari: gli unici superstiti, infatti, sono i poliambulatori di via Bonghi a Bolzaneto, gli ambulatori dell’ex ospedale Celesia a Rivarolo e quelli dell’ospedale Gallino di Pontedecimo.

    Un atto ufficiale dell’azienda sanitaria locale genovese (Asl 3), la delibera n. 1421 del 23 dicembre 2011 (Adozione Piano di rientro 2012 per il contenimento strutturale dei costi), prevede – nell’ambito delle azioni da implementare nel 2012 – il trasferimento delle attività ambulatoriali finora svolte presso i locali di via Canepari, una sede in affitto che dovrà essere dismessa per consentire all’azienda di perseguire la sua strategia di razionalizzazione, puntando sul migliore utilizzo possibile delle strutture di proprietà.
    Così sta scritto nero su bianco a pagina 24 della delibera, nella quale si parla anche del contestuale potenziamento della Palazzina della salute di via Bonghi, a Bolzaneto.
    Parliamo di una delibera programmatica che, in prospettiva, individua alcuni interventi, non ad esecuzione immediata, tra cui lo spostamento delle attività di via Canepari. L’affitto dei locali di Certosa costa all’azienda sanitaria locale una cifra significativa, circa 100 mila euro all’anno, un salasso non più sostenibile. Quindi, anche se non è da escludere a priori che in futuro possano profilarsi all’orizzonte soluzioni alternative, l’orientamento dell’Asl 3 viaggia in questa direzione.

    La preoccupazione dei cittadini del quartiere non riguarda solo la scomparsa del mero servizio di prenotazione e pagamento delle prestazioni sanitarie, bensì il trasferimento dei servizi ambulatoriali.
    Attualmente negli spazi di via Canepari 64r, come si legge nel sito dell’Asl3, sono presenti: punto prelievi, angiologia, cardiologia, dermatologia, gastroenterologia, neurologia, oculistica, otorinolaringoiatria, ambulatorio infermieristico, CUP , ambulatorio del medico funzionario.
    «L’allontanamento dalla zona di tali servizi – sottolinea Patrizia Palermo del comitato di via Piombelli – rappresenterebbe un grosso ostacolo soprattutto per le persone anziane o quelle prive di mezzi propri di trasporto visto che l’ex ospedale Celesia è collocato in collina e raggiungibile con mezzi pubblici la cui frequenza non sembra essere ad oggi particolarmente idonea. Il diritto alla salute sicuramente sarebbe ostacolato da questioni logistiche tutt’altro che secondarie».

    Mentre a Bolzaneto la situazione è tutt’altro che rosea e gli ambulatori di via Bonghi sono sottoposti ad un costante e quotidiano sovraffollamento, come sottolineano i sindacati. Concentrare presso questa sede anche i servizi finora svolti a Certosa, non pare essere la soluzione migliore.

    «Per quanto ne sappiamo la questione di via Canepari è in stand-bye– sottolinea Emilio De Luca, Uil – C’è stato anche un intervento informale del Municipio Val Polcevera ma non esiste nessuna nota ufficiale in merito ad un cambio di orientamento dell’Asl 3. Bisogna ricordare che il piano di riorganizzazione dell’azienda comporta, per la sua attuazione, un arco temporale di 2-3 anni. Quindi, di conseguenza, quello che adesso è sospeso, un domani potrebbe riprendere il suo corso».

    Gianni Crivello, presidente uscente del Municipo Val Polcevera, conferma «Abbiamo fatto le nostre pressioni, per quanto possibile e come sempre in questi casi. Spero sia servito non solo a rinviare, ma piuttosto a cancellare definitivamente il rischio chiusura del punto Cup e degli ambulatori di via Canepari».

    Ma una spiegazione plausibile a questo anomalo impasse, la trova Mario Iannuzzi, del sindacato autonomo Fials «Tutto è sospeso a causa delle elezioni amministrative, esclusivamente per motivi elettorali. La questione, vedrete, rispunterà fuori tra qualche giorno, anche perché l’intenzione dell’azienda, esplicitata espressamente nella delibera, è quella di chiudere».

     

    Matteo Quadrone

  • Liguria, piccole imprese artigiane: l’analisi dei dati economici tra 2011 e 2012

    Liguria, piccole imprese artigiane: l’analisi dei dati economici tra 2011 e 2012

    Nonostante la crisi finanziaria globale, secondo i dati dell’Ufficio studi di Confartigianato, nel 2011 è cresciuto il numero degli imprenditori artigiani in Liguria. L’anno scorso la nostra regione con un tasso di sviluppo dell’1% si è piazzata al primo posto in Italia in controtendenza rispetto alla media nazionale che ha registrato una flessione del -0,4%.
    Costruzioni e servizi alle imprese sono i settori che in Liguria registrano i dati maggiormente positivi, in crescita, rispettivamente del 2,7% e dello 0,3%. Segno negativo, invece, per manifatturiero (-0,9%)e servizi alle persone (-0,6%).
    «L’aumento maggiore si è registrato nell’edilizia, fenomeno che dovrebbe essere approfondito ma che rappresenta il segnale di una certa vivacità del settore nonostante la pesante crisi in atto – ha spiegato Giancarlo Grasso, presidente regionale di Confartigianato Liguria – La tenuta degli altri settori e la lieve crescita dei servizi alle imprese liguri sono in controtendenza rispetto al resto d’Italia».
    La crescita maggiore delle costruzioni si registra nel capoluogo, con un +4,2%.
    In generale le quattro province liguri nel 2011 registrano una dinamica imprenditoriale positiva: Genova è al primo posto con un +1,6%, seguita dalla Spezia (+0,5%), Savona (+0,4%) e Imperia (+0,2%).

    Ma nel primo trimestre 2012 la situazione muta: secondo l’indagine elaborata da Confartigianato Liguria su dati Infocamere, su un totale di circa 47 mila imprese artigiane attive in Liguria, 1.297 hanno intrapreso l’attività nei primi tre mesi dell’anno. 1.579 hanno invece chiuso i battenti tra gennaio e marzo 2012, registrando un saldo negativo dello 0,6%. Una flessione comunque più contenuta rispetto alla media nazionale (-1,1% ).
    Il movimento riguarda in larga parte le imprese individuali – sottolinea Confartigianato – superano le 38.200 nella nostra regione, di cui 1.138 aperte nel primo trimestre dell’anno. Oltre 1.500 hanno invece chiuso l’attività. A patire in questo avvio d’anno sono soprattutto le imprese meno strutturate.
    «Nel primo trimestre dell’anno il calo è fisiologico – spiega Luca Costi, segretario regionale di Confartigianato Liguria – Quello che desta maggiore preoccupazione è l’aumento del numero di imprese che avviano l’attività e la chiudono nel primo anno di vita, salito dal 10% al 14%. Inoltre il 50% delle nuove imprese cessano l’attività nel primo quinquennio di vita. Sono cifre elevate che inevitabilmente devono condurre ad alcune riflessioni».

    Il settore delle costruzioni, che ha registrato nella nostra regione una decrescita dello 0,34% contro il +2,7% del 2011, conta quasi 23 mila realtà presenti in Liguria (di cui quasi 20.500 sono ditte individuali): di queste, 746 hanno intrapreso da poco l’attività, mentre 825 l’hanno chiusa.
    «Il calo nell’edilizia dimostra che è un settore “volatile” dove spesso aprono un’attività dei soggetti destrutturati – continua Luca Costi – parliamo soprattutto di imprese individuali che nascono e muoiono nel volgere di breve tempo. La nostra associazione ha sollecitato la realizzazione di un disegno di legge per l’accesso all’edilizia (“Norme per la disciplina dell’accesso all’attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia”) , oggi fermo in Parlamento, che consentirebbe di migliorare l’approccio al settore da parte di nuovi imprenditori che dovranno dimostrare di possedere i requisiti professionali necessari per avviare un’impresa nel settore».

    Segno meno anche per il comparto manifatturiero, con un andamento del -1,27%: questa volta il calo, incrementato rispetto al -0,9% del 2011, è addirittura superiore a quello della media nazionale, pari a -1,1%. Sulle oltre 8 mila realtà manifatturiere in Liguria, 156 hanno intrapreso l’attività tra gennaio e marzo 2012 ma in questo stesso periodo ben 259 hanno chiuso.

    In generale, tra le province liguri, Genova è quella che registra il saldo meno negativo: -0,26% contro il +1,6% del 2011, con 779 imprese chiuse e 717 nuove attività nel primo trimestre 2012.

    «Quando un soggetto intende avviare un’attività dovrebbe essere provvisto di un business plan – sottolinea Costi – Al contrario spesso si tenta di aprire un’impresa senza aver realizzato adeguati studi di mercato. Sono diversi i casi di persone che si rivolgono a Confartigianato e, per prima cosa, domandano se esistono contributi ed agevolazioni per nuove aziende. Ma è necessario avere un progetto di impresa alle spalle, coerente con le possibilità offerte dal mercato».

    Per cercare di comprendere meglio la dinamica imprenditoriale occorre analizzarla dal punto di vista delle variazioni congiunturali e tendenziali ma anche in termini previsionali. In questo senso risulta utile leggere attentamente i dati che emergono dall’Osservatorio congiunturale sull’artigianato e la piccola impresa in Liguria, un’indagine realizzata da Confartigianato Liguria e Cna Liguria, in collaborazione con Unioncamere Liguria e curata dal Centro Studi Sintesi, che coinvolge un campione di 1500 imprese con meno di 20 addetti e che si pone l’obiettivo di monitorare lo stato di salute del settore attraverso l’analisi di indicatori quali produzione/domanda, fatturato, ordini ed esportazioni (solo per il settore manifatturiero), prezzi dei fornitori, investimenti, occupazione, liquidità, indebitamento, sulla base dei giudizi espressi direttamente dagli imprenditori. Questi parametri sono stato esaminati in tre momenti temporali: a consuntivo per il 2° semestre 2011 rispetto al 1° semestre 2011 (variazione congiunturale) e rispetto al 2° semestre 2010 (variazione tendenziale ) ed in chiave di previsione per la prima parte del 2012.
    Il campione di imprese è stato studiato in modo tale da fornire informazioni statisticamente significative oltre che a livello regionale anche a livello settoriale (manifatturiero, edilizia/costruzioni, servizi alle imprese, servizi alle persone) e per provincia di localizzazione. L’indagine è stata condotta per via telefonica nei giorni lavorativi compresi tra il 5 ed il 20 dicembre 2011.

    Principali risultati

    Le variazioni congiunturali e tendenziali rilevate evidenziano la stazionarietà dei volumi produttivi e del fatturato prodotto, mentre la crescita dei prezzi a livello tendenziale supera il +3%.
    La dinamica occupazionale nel complesso è rimasta stabile con una piccola flessione (-0,2%) a livello tendenziale mentre continua a diminuire la propensione ad investire: meno del 9% delle imprese ha operato in questi termini nella seconda parte dell’anno scorso. Da sottolineare anche l’entità modesta dei capitali investiti: il 35% degli investimenti risulta inferiore ai 10 mila euro ed una quota inferiore (il 23%) si colloca tra i 10 ed i 25 mila euro. Infine rimane rilevante il problema della liquidità aziendale nelle imprese liguri: per la maggior parte degli imprenditori la situazione è rimasta stabile (71,3%); il 25% ha rilevato un peggioramento della disponibilità di cassa nel 2° semestre 2011 e solo il 3,5% ha dichiarato un miglioramento.
    Le previsioni per il 2012 sono più ottimistiche con una discreta ripresa della produzione/domanda (+0,4%) e del fatturato (+0,3%) mentre si dovrebbe assistere ad un sostanziale equilibrio nell’occupazione ed alla ripresa degli investimenti (la quota di possibili investitori è pari al 13,3%).

    Genova

    L’economia della Liguria risulta sostenuta dalla provincia di Genova mentre nelle altre realtà provinciali non si evidenziano particolari segni di crescita.
    Nel capoluogo, nel 2° semestre 2011 rispetto al 1° semestre, si registra una moderata crescita della produzione/domanda (+0,3%) mentre il livello del fatturato rimane stabile. In leggero calo risultano però le dinamiche tendenziali con valori pari a -0,2% nel caso di produzione e fatturato.
    Quello che appare più importante sottolineare è la ripresa degli ordini (+0,6% a livello congiunturale e +0,7% su base annua) trainata dall’export (variazioni congiunturali e tendenziali rispettivamente pari al +1,9% e al +1,2%) mentre sul fronte occupazionale si registra una situazione di stabilità con qualche dinamica positiva (+0,1% a livello congiunturale e +0,2% a livello tendenziale).
    E nel primo semestre 2012 sarà sempre Genova ad evidenziare le tendenze di maggiore crescita con un progresso di domanda (+0,5%) e fatturato ( +0,3%). L’occupazione subirà qualche flessione negativa (-0,1%) mentre dovrebbe aumentare la propensione ad investire(15,4%).

    Settori

    A livello settoriale il comparto manifatturiero presenta nel secondo semestre 2011 dinamiche positive in tutti i parametri economici. Particolarmente incisivo in questo senso risulta l’andamento positivo dell’export: in crescita rispetto alla prima parte dell’anno del +1,7% e rispetto al 2° semestre 2010 del +1,1%. Anche gli ordini riportano andamenti in crescita registrando in entrambi i periodi un incremento di mezzo punto percentuale.
    Ma i dati rapportati su base annua evidenziano delle dinamiche di crescita più contenute e una situazione di stabilità in particolare per produzione, fatturato ed occupazione. L’incremento dei prezzi dei fornitori si attesta al +3,6% mentre in ribasso si segnala la propensione ad investire con solo il 7,8% delle aziende che ha effettuato un investimento nel corso del 2° semestre 2011.
    Positive sono le previsioni per il 2012 anche se l’entità degli incrementi si attestano sotto al punto percentuale, mentre in ripresa si segnalano gli investimenti.

    «Solitamente il primo settore che si rimette in moto è quello manifatturiero – spiega Luca Costi – parliamo di realtà di piccole dimensioni dove può essere un fattore importante anche la sensibilità economica aziendale. Ma soprattutto la prospettiva di nuovi investimenti può essere letta in due modi: bisogna capire se si tratta di una questione tecnica, ovvero sono terminate le scorte e quindi di conseguenza l’azienda, se vuole ripartire, è costretta ad investire; oppure è una ripartenza direttamente legata ai mercati di riferimento, in particolare quelli esteri».

    Ed in effetti la crescita dell’export e degli ordini potrebbe indicare proprio una ripresa dovuta a dinamiche macro economiche.

    Negli ultimi mesi del 2011 il settore dei servizi alle imprese ha riportato andamenti stabili in tutti gli indicatori economici ed una buona propensione ad investire (10,5%). Ma una leggera flessione si rileva a livello tendenziale per domanda, fatturato ed occupazione. Le prospettive per il 2012 paiono essere buone con lievi incrementi (sotto il mezzo punto percentuale) sia della domanda che del fatturato e un +0,6% per l’occupazione.

    Riscontrano maggiori difficoltà le aziende dei servizi alle persone e le imprese edili, infatti in entrambi i settori vengono evidenziate flessioni sia a livello congiunturale che tendenziale. «In particolare questi due settori risentono del calo dei consumi», sottolinea Costi.
    Le imprese che si occupano di servizi alle persone nel 2° semestre 2011 registrano una flessione della domanda (-0,4%) e del fatturato (-0,6%), confermata anche a livello tendenziale (rispettivamente -0,4% e -0,3%). Mentre a livello occupazionale la variazione tendenziale registra un ridimensionamento contenuto (-0,2%). Nella prima parte dell’anno 2012 non si segnalano particolari dinamiche di sviluppo e rimane stabile il trend occupazionale.

    Il settore dell’edilizia è sempre in affanno e la situazione sembra ormai endemica: nel secondo semestre 2011 c’è stata una flessione della domanda (-0,3%) e del fatturato (-0,6%) con pesanti ricadute sul calo dell’occupazione (-0,5%) e sulla propensione ad investire (7,3%) con valori peggiori rispetto alla media regionale. Le variazioni tendenziali evidenziano perdite più contenute per quanto riguarda il fatturato (-0,3%) e simili per domanda ed occupazione. L’incremento dei prezzi delle materie prime è notevole e a livello tendenziale raggiunge quota +3,5%. Le previsioni per inizio anno 2012 sono stabili con una moderata ripresa degli investimenti. Significativo, come sottolinea l’osservatorio, che per quasi un’azienda su quattro la liquidità sia peggiorata e che solo la stessa percentuale non sia indebitata (24,7%) valore nettamente inferiore rispetto alla media regionale.

    «Il settore resta fermo al palo – conclude Costi – perché purtroppo con il perdurare della crisi economica i privati difficilmente investono in ristrutturazioni. L’unica speranza sono i lavori pubblici e forse le grandi opere potrebbero rappresentare un’opportunità».

    Ma, aggiungiamo noi, probabilmente sarebbero sufficienti le “piccole” opere pubbliche necessarie, per ridare fiato ad una marea di piccoli costruttori edili. Anche perché, ormai è risaputo, le grandi opere difficilmente danno da mangiare alle imprese del territorio.

     

    Matteo Quadrone

  • Bilancio 2011 del Comune di Genova: stock di debito di oltre 1,3 miliardi

    Bilancio 2011 del Comune di Genova: stock di debito di oltre 1,3 miliardi

    Palazzo TursiIl 12 aprile 2012 la Giunta Vincenzi ha approvato il bilancio consuntivo del 2011, ultimo grande atto prima del passaggio di testimone al nuovo sindaco, che verrà eletto il 7 maggio.

    Genova vive un periodo di grandi cambiamenti sia dal punto di vista politico che da quello economico-finanziario: come noto, il Governo Monti ha apportato drastiche riduzioni alla spesa pubblica (si prevede che il Comune di Genova avrà 83 milioni di euro in meno dallo Stato nel 2012) e introdotto novità come l’Imu, sulla quale vigono ancora molti dubbi circa le aliquote e le applicazioni, ma che comporterà maggiori entrate per lo Stato e minori per i Comuni.

    Partendo da questi presupposti è interessante conoscere la situazione attuale economica e finanziaria del Comune di Genova (i dati relativi al conto economico e allo stato Patrimoniale sono consultabili integralmente sul sito dell’Ente), un Comune fortemente indebitato ormai da oltre 10 anni, con uno stock di debito di oltre 1,3 miliardi di euro (il debito è oltre il 150% delle entrate correnti nel conto economico). Tuttavia, in questi anni, l’indebitamento è sceso da un miliardo e 387 milioni alla fine del 2007, a un miliardo 321 milioni del dicembre del 2011, con una riduzione di circa 4,5%.

    Ma cerchiamo di capire meglio e proviamo ad analizzare il bilancio del Comune. I dati in analisi sono riferiti ai bilanci consuntivi del 2012 e 2011 e a quello preventivo del 2011. Il bilancio preventivo contiene le spese e le entrate che si prevede di realizzare nel corso dell’anno, per questo circa a metà dell’anno, a giugno-luglio, si attua una manovra di assestamento che in base all’andamento dei primi mesi rimodula le poste. Nel bilancio consuntivo invece si verificano le entrate ed uscite effettive e si determinano gli avanzi o disavanzi rispetto alla previsione approvata. Partiamo dal conto economico…

    CONTO ECONOMICO (ENTRATE)

    1. Entrate correnti
    Imposte 1
    consuntivo 2010 preventivo 2011 Consuntivo 2011
    ICI 120 120 119
     Add Irpef 56 56 56
    Comp.Irpef/Iva 18 18 42
    Altre 6 5 5
    TIA 103 106 106
    Tassa affissioni 1 1 1
    Totale 304 306 332
    Trasferimenti 2
    Stato 254 218 25
    Stato – fondosperimentale 182(tot 207)
    Regione 91 77 87
    Altri 3 23 3
    Totale 348 318 298
    Altre entrate 3
    Proventi servizi pubblici 49 70 68
    Utili netti da partecipate 11 18 11
    Proventi beni comunali 34 33 32
    Altre 58 24 35
    Totale 152 145 146
    Totale entrate correnti 804 769 778

    La voce “imposte 1″ è composta da tutte le entrate derivanti da imposte e tasse. L’ Ici è l’imposta comunale sugli immobili che da quest’anno viene sostituita dall’Imu.  Addizionali Irpef (Imposta su reddito delle persone fisiche): vengono trattenute dalla busta paga dei lavoratori, nel 2011 è dello 0,7%, nel 2012 è  dello 0,8%, con un introito prevedibile a regime per il Comune di altri 8-9 mln di euro. Compensazioni Iva /Irpef:  la compensazione Irpef è diminuita passando da 18 a 0 per effetto del decreto che ha ridotto del 17% (dal 99% all’82%) l’importo dovuto con l’acconto di fine novembre, mentre l’Iva è aumentata da 0 del 2010 a 39 del 2011.

    Comp.Irpef 18 18 0
    Comp Iva 0 0 39

     

     

    La Tia, invece, è la tariffa igiene ambientale che ha sostituito la tarsu. La voce “trasferimenti 2” si riferisce alle entrate derivanti da trasferimenti di fondi dallo Stato, dalla Regione o da altri enti pubblici per la copertura di spese correnti. Dal 2010 al 2011 sono diminuiti di 50 milioni di euro. In particolare è lo Stato ad aver ridotto i propri trasferimenti: nel  2010 erano 254 milioni, nel 2011 sono stati 207 (contro i 218 che erano stati preventivati) di cui 182 per il fondo sperimentale di riequilibro e 25 milioni ad altro titolo.

    Determinante in questa situazione è stata la Regione Liguria che ha trasferito più di quanto era in previsione, con un contributo straordinario di circa 12 milioni di euro, che è servito per sistemare anche i conti di AMT.

    Le previsioni per il 2012, come evidenzia anche la nota del Comune , sono di considerevole riduzione  dei trasferimenti da parte dello Stato; si parla di ben 83 milioni di euro,  cioè 33 milioni più di quanto aveva già previsto Tremonti  nella manovra per il 2012.

    Il primo punto alla voce “Altre entrate 3” riguarda i Proventi servizi pubblici, ovvero tariffe che i cittadini pagano per accedere ai servizi del Comune come refezione scolastica delle scuole elementari, musei, piscine. Vi rientrano anche parte delle sanzioni amministrative per violazione al codice della strada, che vengono in parte destinate ai fini della sicurezza della circolazione stradale, alla redazione dei piani urbani del traffico, alla fornitura dei mezzi per i servizi di polizia stradale, al miglioramento della segnaletica stradale, e alla tutela degli utenti deboli (bambini, anziani, disabili, pedoni e ciclisti). Il secondo punto è Proventi beni comunali, quindi redditività del patrimonio dato in concessione, mentre per Utili netti da partecipate si intendono i proventi delle partecipazioni in altre società.

    In definitiva, le entrate dal 2010 al 2011 sono diminuite di 35 milioni di euro a livello di preventivo e di 26 milioni a livello di consuntivo, a causa principalmente della riduzione dei trasferimenti dallo Stato e in piccola parte dalla Regione.

    Il grado di copertura delle spese correnti senza contare sui trasferimenti di Stato e Regioni è del 57%, e considerando la popolazione genovese a quota 607 mila, l’esborso medio che ogni singolo cittadino paga in un anno per i servizi direttamente erogati dal Comune è di 741 euro.

     

    CONTO ECONOMICO (USCITE)

    Per natura Cons 2010 Prev 2011 Cons 2011
    Personale 246 245 238
    Prestazioni di servizi 281 354 382
    (compresa il servizio smaltimento rifiuti)
    Locazioni 12 12 13
    Trasferimenti 118 22 33
    interessi passivi 43 51 44
    altre uscite 38 40 23
    Totale uscite correnti 738 724 733
    per destinazione Cons 2010 Prev  2011 Cons 2011
    Funzioni generali 204 220 201
    Polizia locale 49 45 48
    Istruzione 78 78 78
    Cultura e beni culturali 28 24 26
    Trasporti e viabilità 122 116 123
    gestione del territorio 148 148 151
    settore sociale 86 72 82
    sviluppo economico 10 8 9
    settore sportivo 3 4 4
    turismo 5 3 4
    giustizia 6 6 6
    Totale 738 724 733

    Tra le spese spiccano quelle di trasporti e viabilità e quelle della gestione del territorio, mentre è evidente che il Comune di Genova non investa nel turismo, nello sport e nella cultura.

    Le spese medie del Comune di Genova per ogni cittadino si attestano intorno ai 1207 euro. Salta all’occhio, infine, la situazione di Amt che, prendendo come riferimento l’anno 2010, ha prodotto un fatturato di 186.350.297 e ha ottenuto dei trasferimenti per  118.423.660.

     

    ENTRATE IN CONTO CAPITALE (riguardano gli investimenti)

     

     

     

     

    Consuntivo 2010

    Previsione 2011

    Consuntivo 2011

    Alienazioni terreni /fabbricati

    15

    79

    5

     

     

     

    Trasferimenti UE

    34

     

    0

     

     

     

     

    Trasferimenti stato

    28

    69

    97

     

     

     

     

    Trasferimenti regione

    10

    26

    24

     

     

     

     

    Altri trasferimenti

    5

    31

    21

    Contributi edilizi

    11

     

     

    Altre entrate

    2

     

     

    Riscossione crediti

    135

    150

    15

    Sub Totale

     240

     355

     162

     

     

     

     

    Nuovi mutui

    73

    35

    71

    Sopr. da rinegoziazione mutui

    5

    1,5

    0

    Anticipazioni di cassa

    0

    0

     

    Totale

    318

    391,5

    233

    USCITE IN CONTO CAPITALE

    2010

    p 2011

    c 2011

    Investimenti

    96

    195

    214

    rimborso mutui

    73

    74

    74

    concessione di crediti

    135

    150

    15

    Totale

    304

    419

    303

    Il Comune di Genova ha un debito consolidato molto alto, cioè non si impegna a rimborsare il valore dei debiti (titoli) a data certa, ma solo al pagamento degli interessi in misura fissa. Per evitare un incremento del debito, nel 2011 si era pianificato di effettuare investimenti solo per importi pari o inferiori alle entrate in conto capitale, cioè le entrate che derivano da alienazioni di patrimonio, trasferimenti dallo Stato, dalla Regione e da altri enti del settore pubblico, destinati a finanziare investimenti, nonché dal ricorso al credito

    Il saldo delle entrate e delle uscite in conto capitale nel 2011 e’ stato decisamente negativo a causa delle mancate dismissioni immobiliari previste nel bilancio preventivo (-74)  e per questo motivo il bilancio del Comune ha rischiato di sforare il patto di stabilità e di non poter sbloccare le risorse finanziarie necessarie a pagare i fornitori.

    L’assessore al Bilancio Miceli ha dichiarato che è stato possibile  far fronte a questo problema grazie a «un lungo elenco di riscossioni non previste, che vanno da un rimborso Iva pari a 6 milioni, una restituzione di Ici del 2008 relativo alla prima casa per 8 milioni di euro, più altre entrate straordinarie come gli oneri di urbanizzazione che hanno consentito di pareggiare i mancati introiti». (vedi conto economico)

    STATO PATRIMONIALE

    COMUNE DI GENOVA – ATTIVO

    2009

    2010

    2011

    Immobilizzazioni materiali:

     

     

     

    Beni indisponibili

    2.576

    2.574

    3.147

    Immobilizzazioni in corso ed altri beni

    429

    514

    565

    Immobilizzazioni non disponibili

    3.005

    3.089

    3.712

    Beni disponibili

    119

    113

    127

    Totale immobilizzazioni materiali (mln euro)

    3.124

    3.202

    3.839

     

     

     

     

    Immobilizzazioni finanziarie:

     

     

     

    Partecipazioni

    573

    565

    563

    Crediti ed altre immobilizzazioni finanziarie

    12

    22

    2

    Totale immobilizzazioni finanziarie (mln euro)

    585

    587

    565

     

     

     

     

    Attivo circolante:

     

     

     

    Crediti verso contribuenti

    106

    100

    83

    Crediti verso lo Stato e la Regione

    333

    239

    218

    Crediti netti verso altri, debitori diversi, IVA ed altre attività

    382

    263

    174

    Banche e Cassa Depositi e Prestiti

    51

    187

    216

    Totale attivo circolante (mln euro)

    872

    788

    691

    Comune di Genova – TOTALE ATTIVO

    4.580

     4.577

     5.095

     

     

     

     

    Comune di Genova – PASSIVO

    2009

    2012

     2011

    Patrimonio netto e conferimenti (mln euro)

    2.948

    2.958

     3.548

     

     

     

    Debiti:

     

     

     

    Debiti di finanziamento

    1.329

    1.328

     1.320

    Debiti di funzionamento

    240

    198

       165

    Debiti verso aziende controllate, collegate, speciali ed altre

    36

    50

         45

    Altri debiti, ratei e risconti

    29

    44

         17

    Totale debiti (mln euro)

    1.633

    1.619

    1.547

    Comune di Genova – TOTALE PASSIVO

    1.633

    1.619

     1.547

    Dalla lettura dello Stato Patrimoniale si può facilmente constatare quanto già detto nell’apertura di questo articolo, ovvero che il Comune di Genova presenta uno stock di debito di oltre 1,3 miliardi di euro.

    Manuela Stella

     

    I dati presentati sono stati analizzati facendo riferimento agli studi condotti dalla Commissione analisi Bilancio del Comune di Genova di “Primavera Politica”.

     

  • Certosa, discarica di via Piombelli: la bonifica non è ancora conclusa

    Certosa, discarica di via Piombelli: la bonifica non è ancora conclusa

    Il numero esatto ancora non si conosce ma sono migliaia i bidoni contenenti sostanze tossiche altamente inquinanti, sotterrati impunemente nella discarica abusiva di via Piombelli, sulle alture di Certosa.
    Una storia inquietante iniziata probabilmente già negli anni ’80 quando l’area di proprietà dei marchesi Cattaneo Adorno – 5500 metri quadrati di terreno adiacente alle abitazioni – è diventata il rifugio illecito per lo stoccaggio di fusti tossici che hanno avvelenato la terra e tutto l’ambiente circostante, senza dimenticare le eventuali ripercussioni sulla salute degli abitanti di via Piombelli.
    L’area dove si trova la discarica, sotto il cavalcavia dell’autostrada, è stata ricavata artificialmente colmando una depressione naturale con i detriti provenienti dallo scavo delle gallerie del nuovo tratto autostradale Genova-Milano e tombinando il rivo Maltempo.
    Da oltre 12 anni le istituzioni (Comune, Provincia, Regione ed Arpal ) sono al corrente della situazione ma ancora oggi non è stata portata a termine la bonifica della zona.

    Il terreno sul finire degli anni ’90 viene messo sotto sequestro dalla polizia provinciale e il Comune di Genova, a partire da allora, inizia ad intimare ai proprietari di provvedere alla rimozione dei rifiuti.
    I marchesi Cattaneo Adorno, possessori di numerosi terreni in tutta la città, non hanno mai gestito in prima persona quello di via Piombelli. L’ultimo affittuario è stato un uomo che, a totale insaputa dei proprietari (i quali infatti verranno assolti dall’accusa di realizzazione di discarica abusiva), ha interrato ad alcuni metri di profondità centinaia di fusti provenienti da aree industriali. Il responsabile fu scoperto e denunciato ma morì di tumore prima della fine del processo.
    Si aprì allora un lungo contenzioso davanti al Tar che oppose l’amministrazione comunale ed i marchesi Cattaneo Adorno. Una sentenza del Consiglio di Stato nel 2010 ha sancito definitivamente che la responsabilità della bonifica spetta al Comune.

    Quello che più colpisce in questa vicenda è il colpevole ritardo delle istituzioni. Gli abitanti della zona infatti si erano accorti dei continui transiti di camion in ore sospette e avevano già lanciato diversi allarmi, evidentemente sottovalutati da chi di dovere. Parliamo di un terreno abitualmente frequentato dagli escursionisti che si recavano ai Forti mentre a pochi metri di distanza alcune persone continuavano tranquillamente a coltivare i loro orti ignari del pericolo.
    Il Comune, in attesa della sentenza definitiva, incaricò Amiu di procedere alla bonifica, svolta in due tranche, nel 2000 e nel 2005, ma interrotta a metà a causa dell’assenza dei fondi necessari.
    In pratica le operazioni riguardarono esclusivamente l’area sud del sito, circa 2000 metri quadrati sui 5500 complessivi, dai quali furono rimossi oltre 600 fusti metallici interrati (molti danneggiati) contenenti rifiuti pericolosi (in particolare solventi ma anche amianto).
    Le indagini analitiche eseguite hanno permesso di rilevare livelli elevati di inquinamento da metalli pesanti, in particolare cadmio, zinco, manganese, cobalto e xileni. L’Arpal ha affermato che l’inquinamento dell’area è superiore dell’80% rispetto ai valori consentiti ma nello stesso tempo ha escluso il rischio di contaminazione delle falde perché il materiale inquinante sarebbe ormai cristallizzato, solidificato.
    Oggi resta ancora da rimuovere un’ingente quantità di fusti sotterrati soprattutto nella zona nord dove non sono state eseguite rilevazioni né interventi di bonifica.
    E c’è voluto parecchio tempo, nonostante le sollecitazioni degli altri enti coinvolti (Regione, Provincia ed Arpal), affinché il Comune si decidesse a recintare adeguatamente la zona per impedirne l’accesso e salvaguardare la salute dei cittadini.

    «La chiusura dell’area prima accessibile da chiunque è stata un importante passo avanti – spiega Patrizia Palermo del Comitato di cittadini di via Piombelli – così come la messa in opera di attività di monitoraggio, lo smaltimento di manufatti contenenti amianto e la parziale rimozione dei bidoni in superficie. Le ripetute istanze, gli incontri con gli enti preposti, la denuncia depositata in Procura hanno sortito l’effetto di far destinare appositi stanziamenti per l’espletamento di tali attività (Decreto Regione Liguria 3761 del 23/12/2009). Speriamo che i futuri dati tecnici emergenti dal monitoraggio siano effettivamente rassicuranti».

    Nel settembre 2011, proprio in merito allo stato di inquinamento, Arpal scrive «In termini generali la configurazione attuale del sito (la delimitazione fisica del sito non permette esposizioni di contatto dermico e ingestione del suolo) e gli attuali esiti del monitoraggio in corso (assenza di criticità nelle acque sotterranee, acque superficiali e nei vapori) portano a ritenere che non sussistano condizioni di rischio per i potenziali ricettori».

    Attualmente Comune ed Arpal – anche se le indagini finora condotte hanno escluso la contaminazione di acqua ed aria nella zona in cui è presente la discarica – hanno deciso, a maggiore salvaguardia dell’incolumità dei residenti, di procedere ad un ulteriore fase di controlli ambientali a cura di Amiu.
    «Dal 1 marzo 2012 sono iniziate le perforazioni per la messa in opera di piezometri integrativi di quelli già esistenti e di inclinometri, finalizzati alle attività di monitoraggio periodico rispettivamente delle acque sotterranee e della stabilità del versante – spiega l’assessore all’ambiente, Carlo Senesi – Per quanto riguarda il monitoraggio dell’aria, a dicembre 2011 Amiu ha comunicato al Comune che a partire dalla metà del mese di luglio aveva effettuato il monitoraggio qualità dell’aria con i campionatori passivi. I risultati del primo periodo, da un’analisi ancora in fase di completamento, sembrerebbero del tutto tranquillizzanti».

    Siamo in attesa di poter rendere noti gli ultimi risultati del monitoraggio ambientale che l’assessorato all’ambiente del Comune di Genova ha assicurato di fornirci al più presto.

     

    Matteo Quadrone

  • Raccolta differenziata: il progetto pilota di Sestri Ponente e Pontedecimo

    Raccolta differenziata: il progetto pilota di Sestri Ponente e Pontedecimo

    Quasi 4 anni fa, Il 30 aprile 2008, con una delibera di giunta veniva adottato il Protocollo d’Intesa siglato tra l’Amministrazione Comunale e le associazioni Amici del Chiaravagna, Italia Nostra e Legambiente Liguria per il “monitoraggio della progettazione, conduzione e finalizzazione del Progetto di Raccolta differenziata di tipo domiciliato già realizzati o da realizzarsi nei Municipi 6 (Medio Ponente) e 5 (Valpolcevera) nel 2007/2008 ed alle proposte di sviluppo nel territorio comunale”.

    Il famoso “progetto pilota” – così denominato perché avrebbe dovuto rappresentare l’apripista di un nuovo modello di gestione del ciclo dei rifiuti da estendere su tutto il territorio comunale – era partito da meno di un mese (il 28 marzo 2008) nel quartiere di Pontedecimo (progetto di Amiu) e sarebbe stato avviato da lì a breve (26 maggio 2008) nel quartiere di Sestri Ponente (progetto voluto dalle associazioni).

    Premessa: alla fine del 2007, Genova, contrariamente al resto delle città del nord Italia, era immobilizzata al di sotto di un imbarazzante 15% di raccolta differenziata (RD).
    Contro questa tendenza, ma in particolare contro la prospettiva assai concreta di mandare la “rumenta” prodotta dall’intera città a bruciare in un inquinante tradizionale inceneritore a griglia (unica soluzione proposta dalla precedente giunta Pericu), le Associazioni scelsero di ribellarsi opponendo a tale scelta quella di un ciclo integrato dei rifiuti basato principalmente sull’attuazione di decise politiche di RD, secondo i sistemi più avanzati.

    IL PROGETTO INIZIALE

    il 16 Aprile del 2007 le Associazioni, con il sostegno del Municipio Medio Ponente, presentarono una proposta preliminare di Progetto, volutamente sviluppata in collaborazione con una delle Società più esperte del settore, la Società IDECOM srl, che già da tempo operava in esperienze analoghe.
    Il preliminare di Progetto venne acquisito dalla nuova Sindaco Marta Vincenzi, che lo affidò, dal punto di vista gestionale, al neo Assessore alla Città Sostenibile/ Ciclo dei Rifiuti, Carlo Senesi.
    Dopo anni di duro confronto con Comune e AMIU ma senza la possibilità di un confronto diretto, alle associazioni non parve vero poter finalmente instaurare un dialogo costruttivo con le istituzioni.
    Furono organizzati alcuni incontri pubblici con gli abitanti delle due aree interessate nell’ambito di una campagna informativa, progettata da IDECOM, che venne attuata in maniera efficace, almeno nella fase di lancio, ma non altrettanto nella fase di mantenimento.
    Insomma, a metà 2008 si erano create le premesse necessarie perché cittadini ed enti pubblici potessero lavorare nella piena collaborazione per il raggiungimento del migliore risultato possibile.
    Il Protocollo prevedeva anche “un Tavolo di Coordinamento”, composto da Comune e Associazioni, AMIU, Municipi Valpolcevera e Medio Ponente, Ecosportello comunale e IDECOM, il cui «Compito … [era] quello di monitorare l’andamento dei progetti in questione e di valutare eventuali proposte di modifica per ciò che riguarda la loro organizzazione e pianificazione»; era previsto che fosse predisposto «un sistema di monitoraggio puntuale di tipo qualitativo e quantitativo realizzato, di comune accordo, dai tecnici AMIU e IDECOM». Infine «Verrà valutato anche l’andamento dei costi associati alle attività di raccolta differenziata (mezzi e personale) che verranno comunicati periodicamente da AMIU». Purtroppo questi impegni – nonostante le continue sollecitazioni delle associazioni – non vennero mai realizzati.

    Secondo i promotori del progetto solo un sistema di raccolta spinto come quello porta a porta avrebbe permesso di recuperare il tempo perduto con innegabili vantaggi economici sia per le casse comunali sia per quelle di AMIU.

    Innanzitutto consentendo al Comune di non dover più pagare le penali previste dalla ecotassa regionale; senza dimenticare altri importanti vantaggi: la diminuzione dei costi della raccolta grazie ai contributi CONAI; il prolungamento della vita operativa della discarica di Scarpino; la diminuzione dell’impatto ambientale ottenuto attraverso la riduzione del traffico veicolare necessario per il trasporto della frazione residua dei rifiuti in discarica e grazie all’ abbattimento delle dannose emissioni o eluati derivanti dalla frazione umida. Infatti, per la prima volta a Genova, oltre a carta e cartone, plastica, vetro, alluminio e metalli, veniva raccolto in modo differenziato anche il rifiuto organico di provenienza domestica, condizione essenziale perché la RD fosse veramente efficace. Questa frazione, da sola, rappresenta almeno il 30% in peso degli scarti prodotti in ambito urbano da famiglie, ristorazione, mercati, rete distributiva ed è caratterizzata da una elevata quantità di acqua e da un elevato peso specifico.

    L’organizzazione della RD, in particolare a Sestri Ponente – nelle migliori intenzioni mai tradotte in realtàdoveva essere di tipo cosiddetto domiciliarizzato o porta a porta. Per attuarla Amiu avrebbe dovuto rimuovere i grandi contenitori stradali per la raccolta indifferenziata e sostituirli con appositi singoli contenitori destinati a ciascuna utenza o se necessario per più utenze (ad esempio in spazi condominiali). Ma a causa delle scelte imposte da Amiu, entrambi i Progetti, che dovevano essere di tipo prevalentemente porta a porta, diventarono in larga parte di prossimità. Infatti, la distribuzione sul territorio dei contenitori di colore diverso per ciascuna classe merceologica venne stabilita, in quasi tutti i casi, in base alla densità abitativa del circondario, invece di procedere ad un’assegnazione per ogni unità abitativa monofamiliare o condominiale prescelta, come chiedevano le associazioni.
    E così in alcune aree furono raggruppati anche 20 contenitori, creando degli anomali “atolli ecologici”, con conseguenti problemi di occupazione del suolo pubblico, di accesso ai contenitori più interni, di sporcizia e odori ai danni delle abitazioni limitrofe.

    RISULTATI

    In vista delle imminenti elezioni amministrative per l’elezione del nuovo sindaco, ci sembra utile ricordare questa esperienza – lasciata colpevolmente languire nel corso del tempo e mai estesa in tutta la città – diffondendo i dati sui risultati raggiunti, raccolti in una relazione finale a cura delle associazioni.

    Il Progetto di Sestri Ponente e Pontedecimo alla fine del 2009 interessava un totale di 6.783 famiglie, composte da 17.243 cittadini (circa 2,8% della popolazione genovese stimata a 611.171 nel gennaio 2009), a cui si devono aggiungere 34 diverse attività commerciali ed artigianali, anch’esse coinvolte nella differenziazione dei loro scarti. Il peso di queste attività, in particolare la loro produzione di materiali post consumo (MPC) normalizzato in abitanti equivalenti, non è mai stato oggetto di valutazione da parte di AMIU.

    A fine del 2009in entrambi i quartieri e in base alle stime AMIU – la RD si assesta al 44,3 %, come media annuale, contro il 22%, raggiunto nel frattempo nel resto della città. In pratica, in tempi rapidissimi, il nuovo sistema ha permesso di raddoppiare la percentuale di RD.
    A questo valore occorre aggiungere la RD realizzata grazie agli ECOVAN ed ECOCAR che hanno operato nelle aree pilota, alle raccolte differenziate realizzate presso le farmacie e con gli “Staccapanni” della Caritas presenti nelle aree pilota. Anche le isole ecologiche, in particolare quella di Pontedecimo, più vicina alla zona pilota, hanno intercettato parte della RD effettuata nelle aree pilota.
    «Conteggiando queste ulteriori raccolte differenziate (legno, tessuti, rifiuti urbani pericolosi, farmaci, pile) – spiegano le associazioni – è possibile che il valore più corretto di RD nelle aree pilota fosse già il 50%».

    Con conseguenze notevoli anche in termini economici: in pratica nei primi due anni il progetto pilota ha permesso al Comune di risparmiare 44.219 € di ecotasse regionali, mentre il contributo CONAI – se tutte le frazioni fossero state nella prima fascia di qualità – avrebbe potuto essere pari a 271.763 € .
    Si stima che questo contributo possa coprire il 30% dei costi della raccolta differenziata.
    Quindi – considerando il risparmio della ecotassa regionale e il contributo CONAI – una tonnellata di scarti differenziati potrebbe valere 88,52 € che AMIU si troverebbe a risparmiare nei propri bilanci.

    «Se le percentuali si avviassero verso valori pari ad almeno il 65%, i costi scenderebbero proporzionalmente – sottolineano le associazioni – e diventerebbero allora assolutamente comparabili con quelli dei sistemi di raccolta a campana, con il vantaggio che, accanto a percentuali di quantità di RD superiori, si raggiungerebbero anche analoghi livelli di qualità finalizzata al riciclo».
    Ma il contributo CONAI non è l’unico ricavo derivante dalla scelta di realizzare una raccolta differenziata spinta e di qualità.
    Una tonnellata di rifiuto urbano, dopo essere stato ben compresso, prima di essere messo a discarica, occupa un volume di 0,67 metri cubi. Quindi il progetto pilota di Sestri e Pontedecimo, durante l’intero periodo esaminato, ha fatto risparmiare almeno 2.391 metri cubi di volume di discarica, aumentando la vita utile della discarica; inoltre la frazione umida non messa a discarica grazie al progetto (1.353 tonnellate, in circa 19 mesi) riduce, in proporzione alla sua quantità, i costi, nei decenni a venire, che deriverebbero dalla presenza degli eluati generati dal rifiuto “tal quale”, dannosi per l’ambiente.
    Un ulteriore guadagno è quello derivante dal risparmio di gasolio e dall’usura motori e freni dei 238 camion (portata 15 tonnellate ciascuno) che si sarebbero dovuti arrampicare fino a Scarpino e tornare indietro.
    Infine, gli evitati costi di smaltimento dei materiali riciclati che sono destinati ad aumentare (100-120 € a tonnellata?) con l’entrata in funzione di impianti per il trattamento finale a caldo (gassificatore o inceneritore) della frazione residua.

    QUALITA’

    Nell’ottobre 2009, le analisi merceologiche – commissionate da AMIU a IDECOM – delle diverse frazioni di MPC raccolte in modo differenziato a Sestri e Pontedecimo hanno permesso di valutarne la qualità in base alla percentuale di frazione giudicata estranea rispetto al materiale separato (carta, vetro, plastiche riciclabili, ecc.). Il contributo che CONAI assegna ai Comuni, a parità di quantità, è commisurato alla presenza, nei diversi materiali raccolti, di frazioni estranee: minore è questa frazione, maggiore è l’entità di contributo CONAI erogato al Comune.
    In entrambi i quartieri la percentuale maggiore di frazioni estranee (21% Sestri e 32% Pontedecimo) riguarda la raccolta differenziata di plastiche e lattine: le principali frazioni estranee sono carta e giocattoli di plastica. Nella scala delle contaminazioni segue la frazione organica, in cui i contaminanti (2,7 – 3,6%) sono in prevalenza sacchetti di plastica all’interno dei quali sono stati messi i sacchetti di carta dati in dotazione per la raccolta dell’organico. La frazione più pulita in assoluto è il vetro, in cui le principali fonti di contaminazione (0,6 -0,4%) sono tappi e coperchi di plastica e metallo, ma che pesano poco, vista l’alta densità del vetro.
    «La qualità delle frazioni raccolte è risultata ottima per il vetro, buona per l’umido, accettabile per la carta, pessima per la plastica, ma può migliorare con una adeguata comunicazione che riduca i conferimenti sbagliati», sottolineano le associazioni.

    «Siamo riusciti a dimostrare che è possibile fare una raccolta differenziata di qualità finalizzata al riciclo – spiega Enrico Pignone, Amici del Chiaravagna – Per questo abbiamo chiesto al Comune di individuare, all’interno del nuovo Piano Urbanistico Comunale (PUC), delle aree da destinare a imprese ed aziende che si occupano di gestione e trasformazione dei rifiuti perché riteniamo esista la concreta possibilità di sviluppare la filiera del riciclo/riuso dei materiali, in grado di creare anche nuovi posti di lavoro, ma la nostra proposta finora è caduta nel vuoto».

    COSA NON SI E’ RIUSCITI A DIFFERENZIARE?

    Le analisi merceologiche effettuate sulle frazioni conferite nei cassonetti per il residuo indifferenziato hanno permesso di capire quale tipologia di rifiuti i residenti nelle aree pilota non hanno voluto o potuto differenziare. Ebbene, nel 2009, nei cassonetti dell’indifferenziato di Pontedecimo e Sestri, c’erano ancora grandi quantità di scarti riciclabili (dal 68,2 al 79,4%).
    Questi dati dimostrano che all’origine – l’83,5% degli scarti di Pontedecimo e l’88,7% di quelli di Sestri – sono potenzialmente riciclabili in quanto imballaggi, carta e cartoni, scarti compostabili, tessuti e oggetti per l’abbigliamento.
    «Parliamo di un sistema industriale dove non si può improvvisare nulla – sottolinea Enrico Pignone – Prima di avviare una raccolta differenziata spinta occorrono analisi cicliche sui cassonetti della raccolta indifferenziata. In maniera tale da comprendere i reali bisogni dell’utenza nella varie aree della città e predisporre le contromisure necessarie. Se ad esempio in una zona la maggiore quantità di rifiuti è legata ad una determinata tipologia, è necessario mettere a disposizione un sufficiente numero di contenitori destinati alla raccolta di quella particolare frazione».

    CONCLUSIONI

    «La prima proposta che abbiamo fatto ad AMIU e Comune era di estendere il Progetto almeno all’intera area dei due Municipi interessati – spiega Enrico Pignone – inoltre era necessario investire in direzione di una più decisa e convincente campagna di comunicazione a sostegno delle iniziative».
    Ma purtroppo nessuna di queste sollecitazioni venne presa in considerazione dalle istituzioni che dimostrarono, in questo modo, di non credere fino in fondo al progetto.

    Secondo le associazioni una percentuale variabile di famiglie nelle aree pilota (tra il 25 e il 35%) ha evitato, del tutto o quasi, di impegnarsi nella raccolta differenziata.
    «Per ridurre le sacche di “evasione” si doveva intervenire imponendo ai soggetti renitenti il pagamento di una TIA maggiorata – sottolineano nella relazione finale – mentre era possibile sperimentare forme di contributi economici (sconti sulla TIA, biglietti dell’autobus, ecc.) proporzionali alla quantità di scarti speciali, elettronici, pericolosi e ingombranti conferiti dai cittadini agli Ecovan, Ecocar e alle Isole Ecologiche».

    «Per rilanciare il progetto è necessario tornare alla domiciliariazzazione – spiega Enrico Pignone – attraverso l’eliminazione di tutti i grandi cassonetti per la raccolta indifferenziata ancora presenti nell’area e la loro sostituzione con contenitori per utenti singoli e condominiali di dimensioni adeguate».
    In pratica i contenitori per la RD verrebbero assegnati ad uno o più condomini il cui numero civico è riportato sui contenitori mentre l’individuazione di una figura responsabile (ad esempio l’amministratore del condominio) a cui riportare anomalie e “benemerenze” evidenziate dagli operatori AMIU, renderebbe maggiormente affidabile la gestione responsabile “a cura” di tale gruppo di utenza.
    «il condominio che conferisce meno scarti indifferenziati, paga una TIA scontata, chi conferisce più scarti indifferenziati, paga di più – continua Enrico Pignone – in maniera tale da responsabilizzare i cittadini che, anche in termini economici, otterrebbero dei benefici da una RD eseguita a regola d’arte».
    Senza dimenticare che analoghi sconti sulla TIA andrebbero applicati anche alle attività commerciali coinvolte nella RD.

    Ma purtroppo la situazione è ben diversa e a distanza di 4 anni dall’avvio dei progetti, questi ultimi restano fermi al palo. Un timido tentativo è stato fatto – tra l’altro senza un’adeguata informazione ai cittadini – esportando in altri quartieri la raccolta dell’umido, ma i risultati sono stati insoddisfacenti.
    Oggi a Genova la raccolta differenziata si attesta al 32%, ben al di sotto dei limiti di legge.
    Ma per il futuro chiunque amministrerà la città dovrà assolutamente e riprendere le fila di un discorso interrotto troppo bruscamente.
    «La nostra esperienza rappresenta uno spunto significativo ora sta alle istituzioni raccogliere il messaggio e provare a ripartire da un progetto colpevolmente troncato a metà – conclude Enrico Pignone – Bisogna finalmente sfatare il luogo comune per cui la raccolta differenziata costerebbe troppo. Questo perché finora è stata concepita come un sistema parallelo alla raccolta indifferenziata. Ovvero come fossero due filiere distinte e di conseguenza due spese che si sommano. In realtà, come noi predichiamo da anni, un’organizzazione funzionale dovrebbe prevedere la completa eliminazione della raccolta indifferenziata a favore della sola raccolta differenziata di qualità».

     

    Matteo Quadrone

  • Val Polcevera e Valle Scrivia: quale futuro per i servizi sanitari?

    Val Polcevera e Valle Scrivia: quale futuro per i servizi sanitari?

    I servizi sanitari sul territorio vanno riducendosi di pari passo con l’esigenza, improcrastinabile, di razionalizzare la spesa e far quadrare i conti della Asl 3. Ma, soprattutto per le aree più decentrate, i cittadini si domandano quali siano gli orientamenti dell’azienda sanitaria locale, considerando che negli ultimi anni hanno assistito impotenti ad un inesorabile processo di erosione dell’offerta sanitaria, prima con la scomparsa progressiva degli ospedali e oggi attraverso la riduzione delle prestazioni e degli orari di apertura all’utenza di alcune strutture ambulatoriali, con gli inevitabili disagi che ciò comporta.
    La Val Polcevera e la Valle Scrivia – rispettivamente 63 mila e 23 mila residenti – sono due aree particolarmente colpite da questo fenomeno.

    Ne abbiamo parlato con il direttore amministrativo della Asl 3, l’avvocato Piero Giuseppe Reinaudo, per cercare di comprendere qual è l’orientamento dell’azienda sanitaria locale in merito all’assetto futuro dei servizi in aree periferiche.
    «L’Asl 3 persegue una linea precisa, quella di utilizzare il più possibile gli spazi disponibili di nostra proprietà – spiega Reinaudo – al contempo limitando al minimo il ricorso a locali in affitto».

     

    L’EX OSPEDALE CELESIA A RIVAROLO

    Partiamo da Rivarolo, dove fino a gennaio 2006 gli abitanti del popoloso quartiere potevano contare su un ospedale vero e proprio, il Celesia. Una struttura in buone condizioni, ristrutturata alcuni anni fa, con a disposizione un ampio parcheggio gratuito – un elemento non trascurabile – che garantiva una facile accessibilità all’utenza.
    Oggi all’interno del Celesia troviamo, nell’ala destra uffici ed ambulatori tra i quali oculistica, dermatologia, radiologia, centro prelievi, cup, medicina dello sport e del lavoro, il dentista e uno psicologo per le adozioni. Mentre nel padiglione a valle sono ospitati 25 pazienti della Rsa mantenimento.

    «Per l’ex ospedale Celesia è previsto un potenziamento della residenzialità – racconta Reinaudo – con la realizzazione di un secondo nucleo di Rsa per ulteriori 25 pazienti».
    Inoltre nella struttura di Rivarolo verranno trasferiti dei servizi non destinati al pubblico, ovvero alcuni uffici amministrativi.
    «Questi spazi verranno sfruttati maggiormente – spiega Reinaudo – l’intenzione è quella di valorizzare a dovere l’intera struttura».

    In effetti a partire da gennaio sono in corso alcuni lavori all’interno del padiglione a valle del Celesia, in particolare al terzo piano (dove un tempo c’era il reparto medicina con 50 posti letto), per trasformarlo completamente in struttura residenziale.
    Ma il cantiere si inserisce in un progetto più ampio, come indicato nel cartello di esecuzione lavori (per una spesa complessiva di 700 mila euro), che prevede la trasformazione dell’ex ospedale in struttura poliambulatoriale e residenzialità.
    Quindi per quanto riguarda gli ambulatori, la Asl 3 ha intenzione di aumentarli?
    «Per adesso rimangono quelli che sono – afferma il direttore amministrativo – la nostra intenzione è utilizzarli al meglio e se possibile aggiungere altre specialità».

    Nel frattempo il servizio di radiologia è stato eliminato per essere accorpato con quello dell’ospedale Gallino di Pontedecimo, un brutto colpo per i cittadini e non solo. Radiologia infatti svolgeva un servizio utile anche per gli ospiti della Rsa mantenimento. Con l’ampliamento della struttura residenziale questa operazione appare un controsenso, anche se Reinaudo afferma che «Non esiste connessione clinica tra Rsa e radiologia. I pazienti residenziali non acuti non hanno bisogno di alcune prestazioni specialistiche». E però a partire da aprile gli anziani, anche nel caso di una semplice ecografia, dovranno essere trasportati fino a Pontedecimo.

     

    L’OSPEDALE GALLINO A PONTEDECIMO

    Qui tutto ruota attorno alla questione dell’ospedale Gallino, alcuni mesi fa al centro delle polemiche e delle vigorose proteste dei residenti per una paventata chiusura della struttura, in pratica l’unico ospedale ancora presente nella vallata (il Pastorino di Bolzaneto infatti, chiuso negli anni ’90, oggi è stato anch’esso riconvertito in Rsa).

    «È un ospedale che mantiene le sue funzioni di base – sottolinea Reinaudo – ed in questo momento non esiste nessuna ipotesi di chiusura e neppure di ridimensionamento».
    Si tratta invece di una revisione delle attività «In ragione di alcune evidenze cliniche – precisa Reinaudo – alcune funzioni verranno riviste all’interno di uno schema complessivo».
    Le trasformazioni previste al Gallino hanno suscitato timori nei cittadini della vallata, «Questo è comprensibile – spiega Reinaudo – probabilmente l’azienda sanitaria non ha comunicato in maniera sufficiente sul territorio, le proprie intenzioni».

    Detto questo, allo stesso tempo, secondo il direttore amministrativo Asl 3 «Non possiamo partire dall’ipotesi che un ospedale sia una sorta di “monade” a prescindere dal contesto in cui è inserito. In altri termini non può rimanere sempre uguale a se stesso. Dal punto di vista sanitario questo è un presupposto inconcepibile».

    «Il senso delle nostre operazioni non va in direzione di un depotenziamento – continua Reinaudo – piuttosto possiamo parlare di una revisione secondo criteri di efficienza clinica».
    «Il Gallino comunque rimarrà aperto, questo occorre sottolinearlo – afferma Reinaudo – sia per quanto riguarda la chirurgia sia per quel che concerne la cardiologia».
    Ma il piano di riorganizzazione aziendale della Asl 3 – è scritto nero su bianco nella delibera del 20 febbraio scorso – prevede una sola struttura complessa di chirurgia generale in luogo delle 4 presenti oggi.
    In pratica un drastico ridimensionamento delle chirurgie che, secondo i sindacati, significherà per i cittadini della vallata ma anche di tutto il ponente, poter contare solo sull’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    «Questo non vuol dire che il Gallino perderà la chirurgia – ribatte Reinaudo – il reparto verrà invece riorganizzato in funzione di day surgery» In pratica, come dice la parola stessa, “chirurgia in un giorno”, sarà una divisione ospedaliera dedicata agli interventi di medio-bassa complessità con dimissione il giorno stesso dell’intervento.

    E anche cardiologia – almeno per ora – manterrà le sue funzioni. Su questo punto il problema è più complesso perché il Gallino sconta l’assenza della sala di emodinamica e Reinaudo è tranchant «Continuare ad insistere con cardiologia è inutile dove non c’è l’emodinamica. O si porta un ospedale a un tale livello per cui è in grado di rispondere a tutte le esigenze dei pazienti oppure è meglio rivedere le sue funzioni e potenziare quelle strutture che forniscono una risposta complessiva».
    Ovvero un ospedale che garantisce l’intero ciclo di cura, come il Villa Scassi di Sampierdarena.

    Sempre in attesa del famoso ospedale “di vallata”, oggi denominato “del Ponente”, perché se prima il previsto nuovo presidio avrebbe dovuto fornire risposte alle esigenze della Val Polcevera, allo stato attuale, con la riduzione dei presidi sanitari anche nel ponente genovese – da Cornigliano a Voltri – dovrà garantire un servizio efficiente ad un numero, assai superiore, di cittadini.

     

    LA VALLE SCRIVIA

    Anche in Valle Scrivia la situazione appare difficile e – nonostante a parole si parli di un potenziamento dei servizi sul territorio – oggi di fatto si assiste ad una diminuzione del numero di prestazioni sanitarie. L’ultimo disservizio, in ordine di tempo, è la chiusura, a partire dal 1° marzo, dei Consultori di Busalla, Montoggio, Casella e Campomorone.
    Inoltre, come denuncia la Uil, la riduzione degli specialisti dagli Ambulatori di Borgo Fornari (Comune di Ronco Scrivia) – in particolare Cardiologia, Ortopedia e Odontoiatria – produce come unico effetto il disagio per gli abitanti della valle che, a causa delle lunghe attese, sono costretti a peregrinare per ottenere i servizi di cui hanno bisogno.

    Ma quali sono attualmente i presidi sanitari attivi in Valle Scrivia? Sono 3, il già citato poliambulatorio di Borgo Fornari, l’ex Ospedale Frugone di Busalla che ospita alcuni ambulatori specialistici e, sempre a Busalla, i locali di Piazza Malerba «Spazi poco adeguati alle nostre funzioni – precisa Reinaudo – e non di proprietà della Asl 3» dove oggi si trova il Cup, un ambulatorio infermieristico e poco altro.

    Proprio l’ex ospedale Frugone, smantellato a poco a poco tra le vivaci proteste degli abitanti, rappresentava fino a qualche anno fa il presidio di riferimento per l’intera Valle Scrivia mentre oggi offre un servizio a dir poco scadente, una sorta di “ultima spiaggia” per chi proprio non ha la possibilità di recarsi in strutture più attrezzate a Genova o in Basso Piemonte, ad esempio presso l’ospedale di Novi Ligure.
    Il servizio di Radiologia, uno dei pochi ancora attivi al Frugone, come sottolinea la Uil, è stato ridotto sia in termini di personale che di apertura all’utenza. In questo modo, sostengono all’unanimità tutte le sigle sindacali, si favoriscono esclusivamente le strutture private convenzionate presenti in vallata e le fughe in Basso Piemonte, con le conseguenti spese per la Regione Liguria.

    «La presenza dei servizi sanitari sul territorio è determinata dalla relazione tra 3 fattori – afferma Reinaudo – la vastità della zona interessata, il numero dei residenti ed il costo complessivo dell’erogazione dei servizi. Il problema si aggrava in quelle aree, come ad esempio la Valle Scrivia, dove la popolazione residente non è poi così numerosa ma al contempo è distribuita su un territorio ampio».

    Comunque anche per questa zona periferica, come spiega il direttore amministrativo, sono in corso di studio ma per ora rimangono solo sulla carta, alcuni progetti di potenziamento «Ad esempio vorremmo realizzare un centro di cure primarie, in accordo con i medici di base, in maniera tale da fornire un servizio intensivo durante tutto l’orario diurno. E ancora immaginiamo la costruzione di una sorta di ospedale di comunità per un livello di bassa intensità di cura, non per pazienti acuti, in particolare cure di mantenimento per pazienti dimessi da altri ospedali».

     

    «Oggi, rispetto al passato, è cambiato il concetto di ospedale – continua Reinaudo – Prima la qualità di una struttura ospedaliera dipendeva quasi esclusivamente dalla professionalità di medici e operatori sanitari. Inoltre il livello di cura non era specialistico come quello odierno, senza considerare l’evoluzione tecnologica ed i costi sempre più alti per l’acquisto e la manutenzione di attrezzature indispensabili».

    Una volta la chiave di lettura era soprattutto geografica ed in base a questa valutazione si predisponevano i presidi sanitari sul territorio, allo stato attuale invece «L’ospedale è intrinsecamente legato al concetto di intensità di cura – conclude Reinaudo – e per questo motivo puntiamo a rafforzare le strutture che davvero possono fornire una risposta a tutte le esigenze».

    Insomma delle scelte sono inevitabili e l’eccellenza che consente cure adeguate ad un livello di intensità medio-alta – per i costi e per le professionalità specialistiche richieste – non può essere garantita dappertutto.

     

    Matteo Quadrone

  • Loro Dentro: un documentario sulla vita all’interno del carcere di Marassi

    Loro Dentro: un documentario sulla vita all’interno del carcere di Marassi

    Dieci giovani uomini tra i 20 e i 30 anni di età, italiani e stranieri, davanti alla telecamera raccontano la loro esperienza quotidiana e personale dentro il penitenziario più affollato della Liguria. Ma non si tratta di un’azione di denuncia fine a se stessa, piuttosto di un processo di ricerca reso possibile dall’instaurazione di una relazione continuativa tra i protagonisti del video e gli autori, un punto di vista parziale ma indipendente, una scelta precisa e consapevole, ovvero quella di dare la possibilità di parola a chi non l’ha mai avuta e invitare la società a guardarsi allo specchio attraverso i corpi, i volti e le voci dei giovani che hanno partecipato al film.

    Il documentario è il risultato di un prezioso lavoro promosso dal Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova – uno spazio sperimentale all’interno della Facoltà di Scienze della Formazione, nato dall’esigenza di utilizzare l’audiovisivo come linguaggio accessibile a tutti per la divulgazione dei risultati della ricerca sociale e la telecamera come strumento di indagine della realtà sociale – un gruppo eterogeneo, formato da sociologi, ricercatori, studenti, registi, artisti e video maker, in collaborazione con il Centro Frantz Fanon ed il Ser.T ASL 4 di Chiavari sui giovani adulti in carcere.

    Martedi 17 aprile alle ore 18 “Loro Dentro”, questo il titolo del film, sarà presentato in anteprima nazionale presso il Cinema Sivori in Salita Santa Caterina 12. (Il trailer è visibile al link http://www.laboratoriosociologiavisuale.it/lab/?p=5)

    «Dall’incontro con il direttore del carcere di Marassi, Salvatore Mazzeo e con l’assessore provinciale alle carceri, Milò Bertolotto è scaturita la nostra proposta di realizzare un laboratorio video all’interno delle mura del penitenziario di Marassi coinvolgendo una decina di giovani detenuti – spiega Francesca Lagomarsino, sociologa, ricercatrice presso l’Università di Genova – la nostra intenzione era confrontarci con i reclusi attraverso un percorso di conoscenza reciproca e metterli in condizione di esprimere quello che sentivano come maggiore esigenza di comunicare all’esterno. E così i ragazzi hanno deciso di raccontarci la loro vita all’interno del carcere, un racconto, ovviamente soggettivo, di una quotidianità che oscilla tra le domandine, l’attesa di un colloquio, la speranza di ottenere le pene alternative».

    Il film è uno strumento per informare, sensibilizzare e riflettere sulla situazione del carcere in Italia, proprio a partire dalle narrazioni dei detenuti coinvolti nel laboratorio. Il gruppo di lavoro – composto da Massimo Cannarella, Francesca Lagomarsino, Luca Queirolo Palmas, Fabio Seimandi, Simone Spensieri, Cristina Oddone – ha girato insieme a loro nei luoghi del carcere quali ad esempio la sala colloqui, l’aria, il campo, le cucine, i corridoi delle sezioni, provando a raccontare le storie di vita dei protagonisti, biografie spesso segnate dalla migrazione, dell’emarginazione sociale, della tossicodipendenza.

    «Ci interessava raccontare il carcere dal punto di vista di chi lo abita nella quotidianità – spiega Cristina Oddone, videomaker, dottoranda in Sociologia presso l’Università di Genova e regista del documentario – quali sono le pratiche di adattamento o di resistenza all’interno dell’istituzione penale, quali relazioni si stabiliscono tra i detenuti, se riflettono le appartenenze culturali o se queste vengono negoziate in funzione di altri interessi (scambi economici, relazioni di potere, alleanze, favori, ecc.). Abbiamo voluto creare una relazione continuativa recandoci in carcere ogni settimana per 5 mesi (tra febbraio e giugno 2011) proprio per superare l’urgenza della denuncia, sia per andare più in profondità rispetto alle traiettorie biografiche dei giovani, sia per non ripetere le notizie sul carcere prodotte da stampa e televisione. C’è voluto tempo per arrivare a identificare i nodi fondamentali della narrazione. Penso che sia stato un processo di ricerca per noi, ma soprattutto per loro: il percorso comune li ha aiutati a guardarsi dentro, ha creato la possibilità di uno spazio di riflessione sul proprio vissuto».

    «Il laboratorio video è stato lo strumento per costruire questa relazione, offrendo ai detenuti la possibilità di “mostrarsi” alla telecamera, utilizzando il proprio linguaggio, la propria fisicità, guidandoci negli spazi della loro vita quotidiana – racconta Oddone – i temi che emergono, soprattutto all’inizio, sono quelli di loro interesse: come si fa la spesa, quali sono le possibilità di lavorare, come si trasformano le relazioni con la famiglia».

    «Abbiamo superato un’inevitabile distanza iniziale grazie ad un approccio graduale – continua Oddone – Il visuale è stato uno stimolo fin dall’inizio, una sorta di mediazione: abbiamo visto insieme film, documentari, video clip, frammenti del materiale girato. Riconoscersi sullo schermo è stato molto importante per i ragazzi che hanno compreso la preziosa opportunità offerta dalla realizzazione di questo video».

    Due fattori hanno contribuito a creare questo clima di confidenza e fiducia reciproca, come spiega la regista «In primis la continuità della nostra presenza, in uno spazio assolutamente privo di cura, dove le iniziative sono per lo più sporadiche e saltuarie, dove non c’è certezza di niente e si può essere trasferiti da un giorno all’altro senza essere avvisati; e ancora il fatto che il nostro fosse un gruppo di 6 persone, uomini e donne con età e saperi differenti, ha permesso l’instaurazione di dinamiche di gruppo ma anche di relazioni individuali».
    «Non abbiamo mai avuto nessun interesse nell’indagare il “perché sono finiti dentro”, nel senso stretto di “quali reati avete commesso” – precisa Oddone – ma di cercare piuttosto le cause macro sociali che portano giovani, poveri, per lo più stranieri, moltissimi tossicodipendenti, a un destino di isolamento, solitudine e castigo, così come è oggi l’esperienza del carcere in Italia».

    E due sono anche le criticità maggiori del sistema penitenziario italiano, emerse in tutta evidenza dall’esperienza del laboratorio video. «Innanzitutto parliamo di giovani che appartengono a classi sociali medio-basse, alcuni transitati da dolorose esperienze di tossicodipendenza – spiega Lagomarsino – Oggi il carcere è diventato un contenitore di persone che non hanno potere economico, che non dispongono di buoni avvocati, molti sono i reclusi per reati minori come il piccolo spaccio o l’assenza di documenti, nel caso di stranieri». Quindi l’attuale presenza in prigione di una larga parte di detenuti appare legata in misura preponderante alla marginalità sociale da cui essi provengono, piuttosto che alla gravità dei reati commessi.

    «Il secondo aspetto che emerge è il fallimento delle politiche alternative alla detenzione – continua Lagomarsino – Ci sono storie di ragazzi transitati attraverso l’affidamento esterno ad esempio a servizi come i Ser.T (i servizi pubblici per le tossicodipendenze). Giovani che hanno iniziato un percorso di distacco dalla tossicodipendenza ottenendo relazioni positive e magari anche l’opportunità di un posto di lavoro. Ma poi, proprio nel momento in cui stanno provando a ricostruirsi un futuro nella società, ecco arrivare il verdetto della pena definitiva».
    Questa è la schizofrenia delle istituzioni che «Delegittima i servizi forniti dallo Stato e il cui operato ed i risultati raggiunti, non vengono riconosciuti – sottolinea Lagomarsino – In altri termini, nel momento in cui, grazie alle misure alternative alla detenzione, si intraprende un percorso e in alcuni casi si conclude positivamente, questo non viene valorizzato adeguatamente». In pratica la pena provvisoria permette l’inserimento in un circuito di inclusione sociale – faticosamente portato avanti tra mille ostacoli dalle istituzioni più sensibili, operatori sociali e realtà del volontariato – che però viene inesorabilmente spezzato quando la condanna diventa definitiva.

    Per gli stranieri le problematiche maggiori sono dovute al permesso di soggiorno «Persone che al termine del periodo di detenzione escono dal carcere e si ritrovano al punto di partenza, ovvero senza documenti – racconta Lagomarsino – a causa delle evidenti difficoltà a trovare un lavoro e reinserirsi nel tessuto sociale dopo l’esperienza della detenzione, per i più deboli è fin troppo facile ricadere in un circolo vizioso e ritrovarsi nuovamente reclusi». Senza dimenticare che «All’interno delle prigioni italiane purtroppo le opportunità sono limitate, quasi assenti le attività riabilitative e la possibilità di lavorare è un privilegio per pochissimi – conclude Lagormasino – Per questo motivo vanno incentivati i percorsi alternativi. La presenza in regime di detenzione di ragazzi così giovani è completamente inutile e dannosa ai fini del loro recupero».

    «Abbiamo cercato di capire cosa vuol dire avere 20 anni e stare in carcere, in un momento di massima vitalità e possibilità di costruirsi un futuro – racconta Oddone – questi giovani subiscono un destino che non è stato scritto da loro: molto spesso la scelta di migrare è stata quasi imposta; in generale la decisione di delinquere è l’unico modo per sopravvivere in una società che non offre molte prospettive a chi non ha ereditato dalla famiglia la possibilità di studiare, viaggiare, lavorare».
    Il fallimento delle politiche riabilitative dimostra in qualche modo la funzione reale del carcere, assai diversa rispetto a quella ufficialmente dichiarata «Rinchiudere gli “scarti della società”, isolarli e nasconderli piuttosto che rieducarli e fornirgli le cure adeguate soprattutto nel caso delle tossicodipendenze – sottolinea la regista – Oggi la detenzione porta alle perdita di sé anziché alla riabilitazione. Il sistema carcerario infatti riproduce e mantiene l’ordine sociale esistente e gli stessi meccanismi di confinamento, siano essi di classe o di razza».

    Quali sensazioni ti ha lasciato l’esperienza all’interno del penitenziario di Marassi ?
    «È un mondo di grandissimo dolore ed è faticoso affrontarlo con distacco – conclude Cristina Oddone – Un grande senso di ingiustizia sociale, non solo legato al carcere ma alla società in generale. L’idea che l’essere umano ha la possibilità di emanciparsi se gli viene concessa la possibilità di esprimersi, sviluppare se stesso, la propria identità e la propria socialità: la trasformazione di una società passa da questa stessa possibilità».

     

    Matteo Quadrone

  • Tav, Terzo valico dei Giovi: favorevoli e contrari, opinioni a confronto

    Tav, Terzo valico dei Giovi: favorevoli e contrari, opinioni a confronto

    I lavori per le infrastrutture preparatorie – il cosiddetto primo lotto dei sei complessivi – stanno per partire. Parliamo del famoso Terzo valico dei Giovi, un’opera fortemente voluta dalle istituzioni locali che la ritengono essenziale per aprire Genova alla Pianura Padana e all’Europa ma fortemente contrastata da alcuni abitanti delle zone interessate tra Liguria e Basso Piemonte.
    Il 6 dicembre scorso il Cipe – il Comitato Interministeriale Programmazione Economica – ha sbloccato 1,2 miliardi di euro per la seconda tranche dei lavori di realizzazione della tratta ad alta velocità ed alta capacità Genova – Milano che si sono andati ad aggiungere ai 500 milioni già assegnati nel 2009. Oggi quindi il totale dei finanziamenti disponibili è di circa 1 miliardo e 700 milioni di euro sui 6,2 complessivi .

    Il cantiere del primo lotto comprende per il 90% interventi per la viabilità funzionale ai cantieri, di interconnessione e di accesso ai siti di conferimento dello smarino (il materiale di risulta proveniente dagli scavi). In pratica opere funzionali all’attività di scavo della galleria principale. Si partirà dalla apertura degli uffici e dei campi base. I primi interventi riguarderanno la messa in sicurezza ed il monitoraggio ambientale delle opere di cantiere. Quindi la bonifica da possibili ordigni bellici, siti inquinati, demolizioni per eliminare le interferenze, ovvero quelle barriere che sono all’interno delle aree di cantiere, ma anche indagini storico – archeologiche. Attività particolarmente delicate che prevedono una serie di esproprioltre una cinquantina nei comuni di Genova, Campomorone e Ceranesi – di abitazioni ed attività commerciali, industriali ed agricole (Il Programma Regionale Intervento Strategico stabilisce un indennizzo per ogni nucleo sfrattato pari a 40 mila euro).

    L’elemento cruciale è la realizzazione delle strade per raggiungere i vari cantieri. Alcuni di questi verranno predisposti in particolare in Val Polcevera, in Val Lemme, a Serravalle (zona di Libarna) ed in adiacenza agli ingressi ed uscite del tunnel, comprese le finestre di Arquata, Voltaggio e Fraconalto. Per quanto riguarda la Liguria le strade per far viaggiare camion e ruspe saranno le seguenti: innanzitutto la galleria che collegherà lo svincolo dell’aeroporto con Borzoli e uscirà in corrispondenza della galleria di Scarpino con deviazione dei mezzi fino al raggiungimento di Fegino dove avrà sede il cantiere dal quale inizieranno gli scavi, bypass di Pontedecimo, adeguamento strada provinciale 6 Comune di Ceranesi, bypass Isoverde Comune di Campomorone, adeguamenti strada di Castagnola Comune di Ronco Scrivia.
    In Val Polcevera sono ben 7 i cantieri previsti: 2 a Fegino (cantiere di servizio e cantiere operativo), Trasta (campo base con dormitorio), Bolzaneto (campo base con dormitorio), San Quirico (cantiere operativo), infine altri 2 a Cravasco (campo base con dormitorio e cantiere di servizio).
    E sette sono anche gli anni di lavoro – termine previsto nel 2019 – per la realizzazione dell’opera, una galleria che forerà gli Appennini per uscire nella piana di Libarna fra Serra Valle Scrivia e Tortona, 53 km in totale di cui 39 in galleria.

    Un’opera che fa discutere gli abitanti delle zone interessate dalla cantierizzazione (sono recenti le polemiche relative al cantiere di Trasta con il previsto “sfratto” della scuola Villa Sanguineti).
    Ma vediamo quali sono i nodi principali del contendere tra favorevoli e contrari. Sostanzialmente le ragioni dei contrari sono tre: le ripercussioni sull’ambiente, l’effettiva utilità dell’opera, i costi eccessivi.

     

    AMBIENTE

    In primis l’impatto ambientale: il fatto che la linea sia in gran parte in galleria creerà numerose conseguenze. «Oltre al tunnel principale infatti ci saranno tante gallerie minori di servizio, trasversali a quella principale con altrettanti cantieri a ridosso dei centri abitati – spiegano i No Terzo valico – Quindi deforestazioni, rumore, polveri ed inquinamento con il passaggio di centinaia di camion, giorno e notte. Con pericolo di prosciugamento di molte falde acquifere come peraltro avvenuto per le gallerie tav nel Mugello».

    E poi il pericolo amianto: è infatti accertata la presenza di rocce amiantifere nel tratto Voltri – Val Lemme. Nel corso di una conferenza dei servizi in merito ad impianti fra la Val Lemme e Ronco Scrivia, la Provincia di Alessandria ha effettuato dodici campionamenti. Nel novembre 2011 ne ha reso noti i risultati: «Le analisi, con una sola eccezione, hanno evidenziato concentrazioni di amianto tra i 1430 e 250.000 mg/kg, non conformi ai limiti tabellari. Ulteriori analisi hanno appurato che in nove pozzi su dieci i valori di amianto sono superiori al limite massimo nell’ordine di decine o addirittura di centinaia di volte».
    La presenza di amianto è accertata anche sui versanti montuosi della Val Polcevera. Autostrade per l’Italia in merito al progetto Gronda ha dovuto riconoscere le problematiche relative alla gestione di terre e rocce contenenti fibre d’amianto che potrebbero essere disperse nell’ambiente circostante.

    «I milioni di metri cubi di smarino contenente amianto costituirebbero un grave rischio per i lavoratori, per le popolazioni interessate dal passaggio di camion e dalle discariche», sottolineano i No Terzo valico.

    Le Regioni hanno già indicato dove dovrebbe finire questo materiale frantumato, sia in Liguria, che nei paesi dell’Appennino o nelle varie cave dell’Alessandrino. La Regione Liguria ha individuato questi siti: Porto di Voltri (820 mila metri cubi); Ribaltamento Fincantieri (500 mila mc); Calata Libia – Canepa (450 mila mc); Riempimento terrapieno area Scarpino (800 mila mc); Cava Castellaro – Cravasco (2.222 mila mc); Cave Buzzi Unicem/Vecchie Fornaci (Sestri ponente, un milione di metri cubi). Inoltre chiede, per quanto riguarda l’avvio dei lavori, la priorità delle finestre di Polcevera e Val Lemme, la galleria di Linea Campasso e la predisposizione degli imbocchi di galleria di valico (nord e sud) e dell’imbocco della finestra Cravasco.

    UTILITA’

    Ma è sull’effettiva utilità dell’opera che i pareri diventano assai discordanti. Se per le istituzioni locali – in particolare l’Autorità portuale genovese – il Terzo valico è un’opera imprescindibile per far crescere economicamente la città, per gli oppositori esistono alternative valide con minor impatto ambientale e costi più contenuti.

    La linea alta velocità viene concepita inizialmente – siamo negli anni 90’ – come funzionale al trasporto passeggeri. «La Genova – Milano servirà a spostare in 50 minuti circa 50 mila passeggeri al giorno», dichiarano le autorità. Nel 1994 si corregge il tiro e si sostiene che vi sarà un utilizzo misto passeggeri e merci soprattutto in chiave di rilancio del porto, con una riduzione di 15 minuti tra Genova e Milano. Oggi infatti la linea è denominata AV/AC, alta velocità ed alta capacità di trasporto merci.
    «L’utilità per i pendolari è praticamente nulla – ribattono gli oppositori – il 95% dei pendolari ferroviari utilizzano i treni su percorsi brevi ma per questo genere di trasporto viene utilizzata una percentuale piccolissima degli investimenti. Tutti i finanziamenti vengono invece concentrati verso l’Alta Velocità che ha pochi passeggeri. Inoltre ci raccontano che la linea in questione sarebbe mista passeggeri-merci, cosa impossibile da realizzare come dimostra il fatto che non esiste una linea del genere in nessuna parte del mondo».

    Veniamo ora ai dati sui traffici del porto di Genova per comprendere se è davvero necessaria una nuova linea di valico per superare gli Appennini.
    Nel 2011 – secondo i dati dell’Autorità portuale – lo scalo di Genova si conferma il secondo d’Italia per movimentazione container (dopo Gioia Tauro), raggiungendo quota 1 milione e 847 mila TEUS (unità di misura del container che corrisponde ad un pezzo da 20 piedi). Un risultato che si avvicina a quello del 2007, ultimo anno prima della grande crisi. Il problema principale del porto è la carenza di infrastrutture e la difficoltà nell’usare il treno per la movimentazione delle merci.
    Attualmente sono tre le linee di valico esistenti che collegano Genova con la pianura padana: la Genova – Ovada – Alessandria, la Genova – Torino dei Giovi, la Succursale dei Giovi. Oggi le linee esistenti vengono utilizzate al minimo delle loro potenzialità.

    Il presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo, da noi contattato per cercare di capire come stanno le cose e quali siano le prospettive future, spiega «Oggi su rotaia viaggia il 12% circa dei container ma il nostro obiettivo è raggiungere il 30% entro il 2015». Obiettivo ambizioso che vorrebbe dire un salto decisivo dalla gomma – il sistema di trasporto maggiormente utilizzato e più costoso – al ferro.
    Il progetto di incremento del trasporto su rotaia fa leva sull’opportunità che sta nascendo oltre Appennino: Alessandria è il partner più stretto di Genova e attende con trepidazione la realizzazione del terzo valico che farà dell’alessandrino un punto di riferimento insostituibile per tutta l’economia del trasporto genovese. Al di la dei Giovi, a Rivalta Scrivia, si lavora alacremente per realizzare il principale parco ferroviario del nord ovest, che sarà la base certa per il retro porto di Genova: un’area di 265 mila metri quadrati che nel 2014 sarà completamente operativa, un hub della logistica che sarà in grado di movimentare 304 mila container con un transito di oltre 10 mila treni all’anno.

    La cifra del 30%, precisa Merlo «È una stima potenziale legata al rafforzamento delle infrastrutture interne al porto, lavori già partiti per la realizzazione di linee e binari per la movimentazione delle merci che consentiranno nel futuro prossimo di facilitare il trasporto dei container sui treni».
    Anche a livello di previsione dei traffici futuri, il presidente dell’Autorità portuale spiega che «Grazie a questi lavori gettiamo le basi per una crescita dei traffici, ovviamente intrinsecamente legata all’andamento del mercato, che potrebbe portare a superare quota 3 milioni di teus nel 2015 e raddoppiare il risultato odierno in 5 anni, quindi nel 2017, arrivando a circa 3 milioni e 700 mila teus».

    A questo punto è necessario fare due conti: nel 2011 sul totale di 1 milione e 847 mila container sono stati trasportati su ferro il 12%, ovvero circa 221 mila container. Una percentuale modesta che le attuali linee di valico garantiscono senza nessun problema.
    Secondo le previsioni più ottimistiche dell’Autorità portuale nel 2017 potremmo raggiungere una quota di container doppia rispetto all’attuale, quindi circa 3 milioni e 700 mila container. L’obiettivo è trasportarne su ferro il 30%, vale a dire circa 1 milione e 110 mila container.

    Oggi, secondo gli oppositori dell’opera, le 3 linee attuali genovesisfruttando appieno le loro potenzialità con semplici ammodernamenti e cioè senza raddoppi hanno una capacità residua di: Linea Succursale 70 treni da 57 TEUS = 3990 TEUS/g x 280 gg/a = 1.117.200 TEUS/anno; Linea dei Giovi 80 treni da 54 TEUS = 4320 TEUS/g x 280 gg/a = 1.209.600 TEUS/anno; Linea Ovada 30 treni da 60 TEUS = 1800 TEUS/g x 280 gg/a = 504.000 TEUS/anno. In pratica un totale di 2 milioni e 800 mila TEUS all’anno.
    «Ciò dimostra che il Terzo Valico è una opera inutile ancor prima che impattante sull’ambiente – ribadiscono i No Terzo valico – Le previsioni di traffico dei progettisti finora si sono rivelate errate. Si basano sul concetto della crescita infinita. La linea attuale, secondo le stime doveva essere satura già dal 1998, la cosa non è affatto avvenuta. La crescita continua non esiste e il trasporto di merci voluminose diminuisce costantemente, diminuendo di conseguenza le necessità di trasporto. Per arrivare al recupero del 15% delle spese sostenute, tutte a carico dello Stato e quindi di noi tutti, si dovrebbero movimentare almeno 4 milioni di teus all’anno».

    L’autorità portuale considera il miglioramento delle linee storiche un fattore positivo ma non sufficiente a cambiare lo stato delle cose, mentre il Terzo Valico rimane un’opera imprescindibile. «Le vecchie linee presentano delle criticità oggettive – spiega Merlo – tutte e 3 sono caratterizzate da una discreta pendenza, una conformazione difficile con la presenza di ostacoli (passaggi a livello, numerose curve, alcuni tratti a binario unico) ed inoltre sarebbe difficile, per problemi di orari e frequenze di passaggio, riuscire a coniugare il traffico merci e passeggeri».

     

    COSTI

    Gli oppositori del Terzo Valico puntano il dito anche contro i costi dell’opera ed in particolare la loro moltiplicazione, verificatesi nelle tratte di Alta velocità già realizzate.
    «Il costo preventivo dei 54 km di terzo valico è di 6 miliardi e 200 milioni ossia 115 milioni di euro a Km – spiegano i No Terzo valico – almeno tre volte in più rispetto ai costi medi francesi secondo un’inchiesta del Sole 24 ore». Senza dimenticare il pericolo di infiltrazioni di organizzazioni criminali mafiose, presenti sia in Liguria che in Piemonte, capaci di infilarsi nelle pieghe di appalti e subappalti gestiti con un sistema che appare troppo “lasco”, come riconosciuto dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (Avcp).

    Quest’ultima nell’autunno 2011 ha diffuso le conclusioni di un’indagine avviata nel 2007 sugli interventi gestiti da Tav Spa e Rfi, e da Fiat e Cepav Uno, per la costruzione dell’Alta velocità in Italia. I risultati sono chiarissimi: nella costruzione dell’opera, almeno per quanto riguarda le tratte già realizzate, c’è stata una «violazione sistematica e sistemica dei seguenti principi: libera concorrenza e non discriminazione, in quanto in tutte le tratte conferite al general contractor è stato registrato il mancato affidamento dei lavori da parte di quest’ultimo a imprese terze con procedure a evidenza pubblica nella misura stabilita dalle convenzioni (60% del valore totale dell’appalto); economicità del sistema di realizzazione (…) efficacia dello stesso essendo confermati lunghi tempi di esecuzione delle opere, rilevanti incrementi di costo rispetto alla stima inizialmente ipotizzata, nonché onerosi contenziosi».

    Nel 1991, quando fu dato il via all’Alta velocità, l’Italia adottò il sistema dei general contractor che prevedeva l’affidamento diretto – senza una gara a evidenza pubblica – ad un soggetto unico degli appalti per la realizzazione dell’opera. L’affidamento diretto senza gara ad un general contractor ha comportato un risultato di non economicità: un’opera che doveva essere terminata anni fa è ancora in corso di realizzazione ed i costi nel frattempo sono ampiamente lievitati.
    L’Unione europea nel 1993 ha emanato una direttiva che stabilisce dei principi a tutela della concorrenza e del libero mercato. La stessa UE ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per non aver garantitonell’assegnazione degli appalti per la realizzazione dell’Alta velocitàl’apertura al mercato e alle imprese. Nel 2005 il nostro Paese negoziò con Bruxelles un compromesso “all’italiana”: l’Europa rinunciò alla penale inflitta al nostro Paese per aver affidato gli appalti ai general contractor senza gara pubblica ed in cambio l’Italia si impegnò a far sì che questi ultimi affidassero il 60% dei lavori ancora da realizzare a terzisti attraverso gare pubbliche.

    Infine le ricadute occupazionali sul territorio. Il Terzo valico potrebbe rappresentare una grande opportunità per il comparto produttivo dell’edilizia che attraversa un drammatico periodo di crisi.
    Come detto in precedenza il general contractoril Cociv, consorzio di imprese incaricato della realizzazione, composto al 54% da Impregilo, Condotte 21%, Technimont 20% e Civ 5% – potrà dare in affidamento diretto in forma di subappalto il 40% delle opere, mentre per il 60% è prevista la procedura a evidenza pubblica con bando di gara internazionale.

    Ebbene, per accorciare i tempi delle operazioni, i lavori del primo lotto saranno compresi tutti nel 40% di affidamento diretto. In pratica sarà il general contractor a decidere a chi affidare la gestione dei lavori. Probabilmente società controllate, ma esiste anche la facoltà di scegliere ditte locali “affidatarie con procedure negoziate”.
    La scorsa settimana si è svolta una riunione a Roma per presentare il piano dell’opera a cui hanno preso parte i vertici di Ance Genova e Ance Alessandria nonché rappresentanti del livello nazionale e territoriali di Fillea (Cgil), Filca (Cisl), Feneal (Uil). In calendario è già previsto un secondo incontro, all’inizio di maggio, per scendere nei dettagli.
    «Abbiamo trovato una buona disponibilità nel voler coinvolgere ditte e manodopera del luogo – spiega Maurizio Senzioni, presidente di Ance Genova (Associazione Nazionale dei Costruttori Edili) – Una grande opportunità in un momento di crisi massima».
    Ma garanzie – formali o informali che siano – non esistono. E tutti i presunti posti di lavoro nell’area genovese per ora rimangono un dato empirico. Un dato di fatto è invece la realizzazione di 3 strutture dormitorio a Trasta, Bolzaneto e Cravasco che potranno ospitare circa 300 operai ciascuna: sicuramente non genovesi.
    «Sono strutture destinate a ditte specializzate che si occuperanno dei lavori successivi – conclude Senziani –Noi come ditte locali ci giochiamo gran parte delle possibilità nei lavori del primo lotto, dove possiamo dire la nostra. Speriamo si tratti di procedure accessibili anche per le piccole imprese».

     

    Matteo Quadrone

  • Via Shelley, venticinque anni di battaglie fra residenti e Comune

    Via Shelley, venticinque anni di battaglie fra residenti e Comune

    Via ShelleyL’anno scorso sono stati pubblicati gli atti, sono partite le ingiunzioni per gli espropri ai terreni dei privati, e il progetto della nuova strada in via Shelley a Genova Quarto sembrava essere giunto nella fase ultima dell’iter, a un passo dalla realizzazione: invece è arrivato puntuale il settimo ricorso al Tar presentato dai residenti riuniti in comitato.

    Ora si attende la data della discussione del ricorso, se il Tar darà ragione ai residenti il Comune si affiderà ancora una volta al Consiglio di Stato, in caso contrario l’appalto potrebbe partire. Un progetto da 8 milioni di euro, che prevede la tombinatura del rio Penego e la costruzione della strada di collegamento, di cui 2,2 milioni sarebbero pagati dai privati come oneri di urbanizzazione in cambio del permesso di costruire 5 palazzi di 4 piani nella valletta dei rio Penego, ovvero in quel versante denominato “collina degli ulivi” di fronte alle abitazioni di via Shelley.

    I residenti bocciano con forza la realizzazione delle abitazioni definendo l’intera operazione una speculazione edilizia e chiedono che la strada venga costruita fuori dal terreno di loro proprietà. Allo stato attuale del progetto la parte di tracciato che coincide con la via privata è quella iniziale per chi giunge da corso Europa, e questa sarebbe una delle argomentazioni del loro ultimo ricorso.

    Ma cerchiamo di capire meglio. Il nucleo di via Shelley venne realizzato negli anni 60/70 da un gruppo di cooperative, si tratta di una decina di condomini lungo il corso dei rio. Il progetto della strada di collegamento fra corso Europa e Apparizione è una storia “vecchia come il cucco”, risale addirittura all’epoca di Cesare Campart sindaco di Genova, venne infatti deliberata nel 1986 con un piano particolareggiato. Da quel momento una battaglia fatta di tribunali, ricorsi, giudici, Consiglio di Stato, commissario ad acta e chi più ne ha più ne metta ha fatto sì che venissero progettate sette diverse ipotesi di tracciato che oggi, dopo ventisei anni, non hanno portato a nulla di concreto. Negli anni il Comune è riuscito solo a completare il primo lotto di lavori, ovvero la parte a monte del tracciato stradale da via Monaco Simone (tre miliardi di vecchie lire gettati dalla finestra) che non è mai stato aperto perché scatenerebbe una guerra locale fra i residenti di via Shelley, le cooperative a valle chiuderebbero la strada e le auto da via Monaco Simone si ritroverebbero una sbarra a metà del tragitto prima di raggiungere corso Europa.

    In sostanza un centinaio di persone riunite in comitato tengono in scacco il Comune di Genova da ventisei anni, forti dei ricorsi vinti al Tar e di una sentenza del Consiglio di Stato che ha bocciato il progetto comunale a causa, soprattutto, di errori procedurali per quanto riguarda la lottizzazione.

    il Traffico in via Tanini
    Via Tanini a Borgoratti

    Dall’altra parte della valle, invece, il tracciato è considerato un’opera fondamentale. Parliamo del quartiere di Borgoratti, via Posalungavia Tanini budello di automobili da almeno trentanni, una strada, quest’ultima, che dovrebbe essere a senso unico vista la ridotta larghezza della corsia e che invece è l’unica possibilità di percorso per i mezzi diretti ad Apparizione e da Apparizione verso il centro, costretta a sopportare ad ogni ora del giorno autobus incastrati fra muro e macchine parcheggiate, code interminabili, smog e inquinamento alle stelle… scene di ordinaria amministrazione.

    Ma per il Comune di Genova non è solo una questione legata al traffico. A Tursi sostengono che via Shelley sia allo stato attuale una delle zone di Genova maggiormente esposte al rischio idrogeologico, l’ultimo tratto del rio Penego verserebbe in condizioni definite disastrose a causa di tombinatura abusiva realizzata in occasione della costruzione da parte delle cooperative (Comune e Provincia avevano emesso due ordinanze perché le cooperative effettuassero verifiche alla tombinatura del rio, cosa che non è mai stata fatta). La tombinatura non ricalcherebbe fedelmente l’alveo demaniale cadendo anche in terreni privati e la sezione del rio a valle sarebbe troppo stretta e danneggiata, generando una situazione che gli esperti definiscono di “pericolo assoluto”.

    Ma non tutti gli esperti sembrano essere dello stesso parere. Se infatti il progetto del Comune ha come priorità la messa in sicurezza idrogeologica, Andrea Agostini di Legambiente sostiene che l’area in questione non sarebbe soggetta a nessun tipo di rischio e che si tratterebbe soltanto di un pretesto per ottenere il via libera al progetto.

    «Se andiamo a vedere i documenti della Provincia, la zona di via Shelley è indicata come Zona Azzurra, ovvero non soggetta a particolari rischi idrogeologici. Siamo davanti ad un pretesto per poter realizzare la strada utilizzando parte dei fondi privati di Coopsette che procederà con la costruzione delle palazzine. Per carità, è vero che l’ultimo tratto del rio Penego nella confluenza con il torrente Sturla ha qualche problema da risolvere, ma si tratterebbe di un intervento singolo, su 50/60 metri di corso, non di più. Un intervento che non giustificherebbe certamente la copertura dell’intero rio.»

    «Noi non siamo contrari alla costruzione di una strada di collegamento, siamo contrari alla speculazione edilizia – continua Agostini -e appoggiamo la proposta del comitato che è quella di un percorso alternativo, un progetto che costerebbe al Comune molto meno di quello per cui si sta combattendo da anni e anni. Si potrebbe passare più alti, collegare via Monaco Simone alla strada già esistente di Quarto Alta grazie ad una brevissima galleria, nemmeno 50 metri. Le auto sfocerebbero così nel cavalcavia di Quarto potendo poi procedere sia in direzione Nervi che in direzione centro. E’ bene sottolineare che nel progetto del Comune le auto, una volta scese in corso Europa, potrebbero esclusivamente svoltare verso il centro città.»

    «Infine – conclude Agostini – l’assessore Mario Margini durante un incontro pubblico ha dichiarato che ci sono i soldi per la tombinatura e per fare la strada sopra la tombinatura… ma solo sino a metà di via Shelley, ovvero sino al termine delle palazzine costruite da Coopsette».

    E per quanto riguarda gli abitanti di via Tanini, il quartiere di Borgoratti non è la prima vittima in questa storia? «Negli anni passati via Tanini è stato il teatro di una speculazione edilizia senza precedenti – afferma Agostini –  i cittadini hanno venduto i terreni al Comune perché venissero costruiti palazzi su palazzi, portando così la portata abitativa a livelli incontrollabili e decisamente superiori alle reali e concrete possibilità della zona. Quello che vive via Tanini ogni giorno, purtroppo, è il risultato di un errore del passato, un errore la cui responsabilità è anche degli stessi abitanti, magari non direttamente di chi ci vive ora, ma dei padri o dei nonni…”

     

    Gabriele Serpe

    Via Shelley a GenovaVia Shelley a QuartoRio Penego a Genova Quarto

    Via Shelley, Quarto

  • Incubatore di imprese del centro storico: senza fondi, stop agli aiuti

    Incubatore di imprese del centro storico: senza fondi, stop agli aiuti

    I rubinetti sono chiusi ormai da alcuni anni ma nonostante ciò la sua funzione continua ad essere vitale per alcuni tra i quartieri più difficili della città vecchia, in particolare via della Maddalena, via di Prè e via dei Giustiniani. Parliamo dell’Incubatore di imprese del centro storico, attivo dal 1999, favorisce e supporta la creazione di nuove imprese e non solo, svolge infatti un ruolo cruciale anche nell’aiutare le imprese esistenti a riqualificarsi. Gestito in stretta collaborazione dall’ufficio politiche promozione di impresa del Comune di Genova e da Job centre, grazie ad attività di animazione e promozione della conoscenza del territorio, è stato capace di dare una spinta significativa al rilancio di alcune zone del centro storico.

    Oggi rischia di terminare la sua esperienza a causa del mancato rifinanziamento della legge nazionale – la cosiddetta legge Bersani, la Legge 266/1997 “Interventi urgenti per l’economia”, utile per l’innovazione economica in aree colpite da degrado urbano – che ne ha reso possibile la nascita. Chiariamo subito che la responsabilità di questa scelta non ricade sull’amministrazione comunale, la quale al contrario – tramite l’assessore alle politiche del lavoro e strumenti per il suo sviluppo, Mario Margini – ha promesso il massimo impegno nel fare pressioni, affinché l’attuale esecutivo guidato da Monti, sostenga la legge.
    In realtà, come detto, già a partire dall’ultimo Governo Berlusconi, da Roma non sono più arrivati soldi. L’incubatore è riuscito comunque a svolgere il suo ruolo fornendo agevolazioni alle imprese in parte a fondo perduto ed in parte con finanziamenti in sette anni allo 0,5%. In pratica è solo grazie al denaro che lentamente rientra dai finanziamenti passati, se l’incubatore ha portato avanti le sue iniziative.
    «Nel 2012 raccoglieremo i frutti del lavoro svolto nel 2011 – spiega Claudio Oliva, direttore del Job centre e uno dei protagonisti del Patto per lo sviluppo della Maddalena – ma se quest’anno non seminiamo, a causa della mancanza di fondi, il raccolto nel 2013 sarà misero».

    Ma non è sufficiente aiutare le imprese ad insediarsi, occorre sostenerle con iniziative in grado di rivalutare l’intero contesto territoriale che le circonda. Ed i risultati si sono visti, in particolare alla Maddalena, dove negli ultimi tempi si registra un frizzante e positivo fermento in tutto il tessuto sociale, abitanti, negozianti, associazioni, tutti uniti con un comune obiettivo: riqualificare l’intero quartiere.
    «In zona maddalena abbiamo ottenuto importanti risultati – ricorda Oliva – da luglio a dicembre 2011 abbiamo favorito l’insediamento di 9 nuove aziende. Mentre negli ultimi anni 14 attività sono state riqualificate».
    «Se davvero non avremo più il supporto dell’Incubatore noi protesteremo vivacemente – annuncia Carla Gregori, storica commerciante della zona – insieme al Patto per lo sviluppo della Maddalena e con l’impegno del Civ, siamo riusciti a far dialogare tra loro cittadini, titolari di esercizi commerciali, parrocchie e realtà sociali».

    Il rischio insomma è quello di inceppare un meccanismo ben oliato e poi ritrovarsi in grave difficoltà per rimetterlo in moto. il ruolo dell’Incubatore infatti è molteplice, rappresenta il fulcro di un processo complesso che comprende l’assistenza ai potenziali nuovi imprenditori, l’azione diretta sul territorio per stimolare la risposta della comunità residente e degli operatori commerciali, ma anche il sostegno per la riqualificazione delle attività che stentano ed hanno bisogno di una mano per rilanciarsi.
    Dal 1999 ad oggi sono state numerose le persone che si sono rivolte all’Incubatore per proporre le proprie idee, ricevere tutte le informazioni sulle agevolazioni possibili, visionare i locali disponibili e poi decidere se partecipare ai bandi. L’incubatore si occupa di selezionare i locali e si adopera con i proprietari, dando loro la possibilità di rendere fruttuosi spazi altrimenti abbandonati. Valuta attentamente le proposte dei potenziali nuovi imprenditori per accettare quelle più qualificate che offrano garanzia di solidità.

    E a proposito di conoscenza del territorio oggi ci si muove anche su nuovi fronti, come dimostra un’importante iniziativa, recentemente avviata. Parliamo dell’organizzazione di visite guidate in zona Maddalena, un progetto reso possibile grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo (uno dei soggetti attivi del Patto). «Oltre 500 persone hanno già partecipato – spiega Oliva – è stato un grande successo. Li abbiamo accompagnati a visitare i negozi ed i luoghi storici del quartiere. Sono attività che fanno leva sulla cultura e contribuiscono a creare un clima consono affinché nuove imprese si possano inserire nel contesto della Maddalena».

    Per quanto riguarda la zona di Prè, qui la situazione “ambientale” è leggermente diversa. Infatti, se alla Maddalena grazie ad un mix di elementi – cittadini, negozianti, associazioni – il quartiere ha invertito la rotta, in via di Prè nonostante l’impegno degli abitanti, i passi avanti sono stati decisamente più limitati. Indubbiamente un miglioramento c’è stato perché oggi il quartiere è maggiormente vivibile rispetto a poco tempo fa, ma i problemi legati a spaccio, eccessivo consumo di alcol e microcriminalità, permangono.
    Su questa cruciale porzione di centro storico però, grava un’ingombrante ambiguità di fondo. La zona non è mai stata sfiorata dal cosiddetto fenomeno della “movida”, che numerose criticità sta creando in altre zone della città vecchia (ad esempio via di San Bernardo), invase dai giovani nelle ore notturne e completamente spettrali durante il giorno. Ma neppure è mai stato promosso – con la dovuta convinzione – un processo di trasformazione in senso turistico, nonostante le incredibili potenzialità di una strada conosciuta a livello internazionale, a due passi dal Porto antico.
    «Secondo me finora l’amministrazione ha giudicato che in questa zona non valesse la pena fare investimenti in questo senso», spiega Ornella Cocorocchio, residente e portavoce dell’associazione La coscienza di Zena.

    Eppure l’Incubatore di imprese anche a Prè ha svolto e continua a svolgere, un ruolo fondamentale. In questi anni ha favorito l’avvio di ben 44 nuove imprese. E non solo. «Due operazioni significative hanno riguardato la riqualificazione dei Truogoli di Santa Brigida e del mercatino di Shangai – ricorda Oliva – oggi purtroppo c’è solo un bando aperto per piazza Sant’Elena».
    Il problema è che in zona Prè non ci sono più locali pubblici disponibili. Tutti quelli che c’erano sono stati recuperati. «La gran parte dei locali sono in affitto ma vanno adeguati – continua Oliva – sarebbero necessari dei bandi per riqualificare le imprese esistenti ma non ci sono fondi».
    «L’incubatore a Prè è assolutamente necessario – spiega Cocorocchio – abbiamo inviato una lettera all’assessore Margini affinché faccia tutto il possibile per preservare questo presidio».
    Una presenza ancora più importante perché «L’università ha aperto i portoni su via Prè, Palazzo Reale inserisce una libreria ed un museo dell’artigianato sopra lo Statuto, un imprenditore privato ha recuperato un edificio e sta riqualificando la piazzetta di proprietà dell’Università (recentemente intitolata alle vittime di mafia) – scrivono comitati/associazioni nella missiva – Tutto questo potrebbe essere un’operazione feconda di ricadute positive per il quartiere e riproporre l’azione benefica apportata a Sant’Agostino, se solo fosse garantita intorno alle nuove realtà che andranno a formarsi, una nuova rete di attività adeguate. Una garanzia per questo è che continui ad esistere a Prè l’Incubatore di imprese, il solo che in questa fase può agire avendo quella visione d’insieme che non fa disperdere le forze e può convogliare al massimo risultato».

    Gli abitanti, considerato il probabile aumento del transito degli studenti, grazie all’apertura delle porte dell’Università e con l’auspicio che anche i turisti vengano invogliati a passare con più frequenza dall’antica via di Prè, chiedono che venga incentivata la presenza di pubblici esercizi, ovvero bar, ristoranti, ma anche un semplice panificio, oggi ancora un miraggio.
    «Purtroppo qualsiasi spazio disponibili va appannaggio dei privati per aprire l’ennesimo rivenditore di kebab o phone center – aggiunge Cocorocchio – sono numerose anche le sale preghiera ed ora, con l’ennesimo rinvio della moschea, aumenteranno anch’esse. Il problema è che così si restringe il campo per l’insediamento di nuove attività commerciali adeguate all’auspicabile trasformazione del quartiere».
    Senza considerare che quelle poche attività già presenti dovranno fronteggiare, nel prossimo futuro, anche il pericolo della maxi struttura di vendita in progetto a Ponte Parodi «Rischiamo di finire come a Sampierdarena con la Fiumara – denuncia Cocorocchio – una volta insediato, infatti, il centro commerciale ha annullato tutto il tessuto dei piccoli negozi situati nell’area circostante».

    Ma per fortuna ci sono anche dei buoni segnali. L’incubatore doveva essere trasferito il 31 gennaio invece è ancora al suo posto.

    «Se nel prossimo futuro non sarà più operativo – conclude Cocorocchio – significa implicitamente che qui non c’è possibilità di sviluppo economico. In pratica equivale alla resa di tutti: istituzioni e cittadini».

    L’assessore Mario Margini, interpellato da Era superba sulla questione, lascia aperta la porta della speranza «Giovedì prossimo saremo a Roma con altri comuni italiani per cercare di capire quali sono le intenzioni del Governo Monti in merito al rinnovamento del finanziamento della legge 266/1997. Non si tratta di una scelta politica ma di una scelta economica che compete all’esecutivo nazionale. Per me l’Incubatore è un presidio che va mantenuto e speriamo di riuscirci».

     

    Matteo Quadrone

  • Raccolta differenziata: riciclare conviene a comuni e cittadini

    Raccolta differenziata: riciclare conviene a comuni e cittadini

    Differenziare e riciclare conviene, è necessario ribadirlo con forza se davvero vogliamo compiere un salto decisivo – soprattutto a livello di mentalità dei cittadini – e finalmente avviare un cambiamento radicale nella gestione del ciclo dei rifiuti.
    Basti pensare a quali benefici economici sono possibili per le casse comunali nel caso in cui si decida di impostare una raccolta differenziata di qualità. I comuni italiani infatti hanno l’opportunità di consorziarsi con il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) e ricevere contributi economici per ogni tonnellata dei diversi materiali raccolti. E proprio in questi giorni sono aumentati gli introiti che il CONAI riconosce alle amministrazioni comunali.

    Ad esempio per quanto riguarda l’acciaio, si va da 38,99 €/ton (contro 38,27 del 2011) per frazioni estranee tra il 15 e il 20%, fino a 85,07 €/ton (erano 83,51) con impurità limitate al solo 5%. Per la raccolta dell’alluminio si va da 177,21 €/ton (erano l’anno scorso 173,96) a 434,77 (contro 426,79). Per i rifiuti di imballaggi cellulosici si passa dai 91,38 ai 93,09 €/ton. Per quelli di legno da raccolta pubblica vengono corrisposti dai 7,10 €/ton ai 14,18 per qualità superiori. Per il vetro, invece, in fascia d’eccellenza, il corrispettivo è di 38,27 €/ton (contro i 37,57 dell’anno scorso). Più variegati e diversificati sono contributi per i materiali in plastica. Comunque, anche in questo caso plastiche monopolimero post consumo (i famosi tappi di plastica), valgono almeno 246 euro a tonnellata.
    Secondo una stima del CONAI, un comune di 100 mila abitanti con una raccolta differenziata complessiva intorno al 45% in prima fascia di qualità per la raccolta di tutti gli imballaggi, può arrivare a ricevere corrispettivi pari a circa 1 milione di euro.
    «Chi pensa che “la raccolta differenziata non serva” e ci continua a raccontare che “la differenziata costa troppo”, è servito – scrive il dott. Federico Valeri, chimico ambientale dell’Istituto Tumori di Genova, nel suo blog http://federico-valerio.blogspot.com – La “rumenta” non è un problema, al contrario genera un valore economico notevole, questo è il messaggio che dobbiamo diffondere».

    E proprio in questo senso si muovono due iniziative assai virtuose, attive sul territorio genovese. La prima riguarda la raccolta di tappi di plastica, lanciata ormai da qualche anno grazie all’impegno del Centro d’ascolto di Marassi-Quezzi (che fa riferimento alla Caritas), poi costituitasi in associazione “Non solo parole”. I volontari e le persone seguite dall’associazione (che così hanno l’opportunità di impegnarsi in un lavoro utile) raccolgono i tappi da privati, aziende, scuole, condomini (oltre un centinaio sono i punti di raccolta) e li radunano nel deposito di Pianderlino-San Fruttuoso.
    Il progetto si è trasformato in un protocollo d’intesa con il Comune di Genova che, tramite Amiu, una volta al mese ritira i tappi e li consegna presso un’azienda di Pavia (fino a poco tempo fa invece venivano portati ad un’azienda di Cuneo) che si occupa del loro riciclo.

    Ebbene, come detto in precedenza, una tonnellata di tappi di plastica ha un valore commerciale, riconosciuto dal CONAI, superiore ai 200 euro. Di questi, 170 euro vengono versati dal Comune di Genova all’associazione “Non solo parole”, che li utilizza per aiutare le persone in difficoltà afferenti al Centro d’ascolto.
    «Sono plastiche particolari che caratterizzano tutti i tappi di bottiglia – spiega Valerio – plastiche post consumo monotipio, ossia fatte di un unico tipo di polimero, in questo caso polietilene, facilmente riutilizzabili e questo giustifica il loro elevato valore».
    Considerando che ogni mese l’associazione recupera circa 2-3 tonnellate di tappi, le cifre cominciano a diventare interessanti.
    «Se si pensa che Napoli spende 120 euro per ogni tonnellata di ecoballe che spedisce in Olanda per essere incenerite, dovrebbe essere chiaro a tutti che riciclare bene conviene», sottolinea Valerio.
    Oggi la raccolta dei tappi viene promossa anche da Coop Liguria in collaborazione con Amiu e Masci (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani), al fine di promuovere la costruzione di reti idriche in Tanzania.

    Il messaggio “la raccolta differenziata ha valore” può essere applicato alla perfezione ad un’altra innovativa iniziativa. Parliamo del recupero ai fini del riciclo di un materiale che a Genova, almeno finora, nessuno si era preoccupato di recuperare. Vale a dire il sughero ed in particolare i tappi di sughero (anch’essi considerati imballaggio). E pure in questo caso si tratta di un’attività a scopo benefico, promossa però da soggetti privati attenti alle buone pratiche di tutela dell’ambiente. In prima fila, quali punti di raccolta dei tappi di sughero, troviamo la Tipografia Grafica KC (via alla Stazione per Casella n. 30, da segnalare per l’attenzione a tenere bassa l’impronta ecologica dell’attività), il negozio la Formica (via Trebisonda 21r, da menzionare anche per la raccolta di pile usate), l’Enoteca (via Galata 110r), il locale Mescite (vico Sant’Agnese 25r), l’Associazione ARCI Lo Zenzero (via Torti 35).
    «Il sughero ha a che fare con la frazione organica, ma la sua biodegradabilità è bassissima e da un normale ciclo di compostaggio uscirebbe intatto – racconta Valerio – questo materiale di sintesi biologica ha interessanti qualità: impermeabile, leggero, inattaccabile dalle muffe. E può essere utilizzato, dopo un adeguato trattamento, come isolante sia termico che acustico».
    Quindi i tappi di sughero riciclati si trasformeranno in pannelli con un elevato potere termoacustico.
    La Tipografia Grafica KC raccoglie i tappi e li consegna ad un’associazione di Milano, “A braccia aperte onlus”, che si occupa del loro riciclo. Il negozio la Formica collabora con “Arti e Mestieri”, una cooperativa sociale di Boves (in provincia di Cuneo)specializzata nel campo della bioedilizia, capace di trasformare i tappi in pannelli isolanti.

    A Genova dunque, i buoni esempi esistono ma, come ricorda il dott. Valerio «Bisogna incentivarli, promuoverne la conoscenza presso tutti i cittadini, insomma crederci con più forza».
    Oggi siamo al 32% di raccolta differenziata mentre l’obiettivo rimane il 65% e con un po’ di coraggio può essere raggiunto, magari non nei termini previsti, ovvero fine 2012, ma comunque in tempi brevi. Ottimi risultati si sono visti nel “progetto pilota di raccolta porta a porta e di prossimità” realizzato in due quartieri ad alta densità abitativa, Sestri ponente e Pontedecimo, dove si è raggiunta quota 50% di differenziata con buona qualità in tutte le frazioni. Una strategia che se fosse estesa a tutta la città potrebbe risultare la carta vincente.

    Per quanto riguarda le ricadute economiche – oltre ai contributi CONAI che grazie ad una raccolta differenziata di qualità potrebbero rimpinguare le casse dei comuni – in tutto il territorio regionale c’è un’enorme spazio vuoto che andrebbe colmato e che consentirebbe la creazione di nuovi posti di lavoro. Parliamo dell’opportunità, finora non sfruttata, di sviluppare aziende specializzate nel trattamento dei diversi materiali al fine del loro riciclo. Oggi infatti tutti i materiali raccolti – ad eccezione del vetro, riciclato presso un’azienda vicino ad Altare – vengono consegnati ad imprese operanti fuori dalla Liguria. «Riciclare i rifiuti sul nostro territorio è un elemento fondamentale – conclude Valerio – sono in gioco quantità importanti che equivalgono a cifre notevoli. Ma siamo di fronte ad un’ottusa miopia. Nessun imprenditore sembra interessato ad investire in un settore che garantisce un futuro assicurato. Eppure la “rumenta” vale e dobbiamo insistere affinché questo concetto diventi patrimonio di tutti: cittadini, istituzioni ed imprese».

     

    Matteo Quadrone

  • Multe: come vengono spesi dal Comune i ricavi delle sanzioni

    Multe: come vengono spesi dal Comune i ricavi delle sanzioni

    Molti cittadini si domandano in quale maniera vengano utilizzati, da parte dell’amministrazione pubblica, i sostanziosi proventi frutto delle sanzioni amministrative comminate per le trasgressioni al Codice della strada. Parliamo di una cifra di tutto rispetto – quasi 1,9 miliardi di euro all’anno (1500 milioni il ricavo delle contravvenzioni eseguite dalle polizie locali; 400 milioni da quelle nazionali, come Polstrada, Carabinieri, ecc.) – che finisce nelle casse dello Stato e delle amministrazioni locali.

    Soldi pubblici che, secondo l’ex articolo 208 del Codice della strada (modificato dalla legge 120/2010 ma il cui senso originario è rimasto sostanzialmente identico), dovrebbero essere destinati ad incrementare la sicurezza dei cittadini siano essi pedoni, automobilisti, motociclisti o ciclisti.
    Il Codice della strada stabilisce infatti che il 50% degli introiti ricavati dalle multe, spettanti agli enti locali, sia così ripartito: almeno il 12,5% destinato ad interventi di sostituzione, ammodernamento, potenziamento, messa a norma e manutenzione della segnaletica delle strade; almeno il 12,5% al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale anche attraverso l’acquisto di automezzi, mezzi ed attrezzature dei corpi e servizi di polizia provinciale e municipale; almeno il 25% ad altre finalità connesse al miglioramento della sicurezza stradale: innanzitutto la manutenzione delle strade, la sistemazione del manto stradale, interventi a tutela degli utenti deboli (bambini anziani disabili pedoni e ciclisti), svolgimento nelle scuole di corsi di educazione stradale, ecc.

    Una dettagliata ricerca della Fondazione Luigi Guccione Onlus (Ente morale vittime della strada), presentata meno di un mese fa, basata sui dati relativi ai proventi delle multe forniti da 14 grandi città italiane (tra cui Genova), mette in luce come il problema principale sia la gestione del denaro. Perché se è vero che quasi tutti i Comuni interpellati rispettano la quota riservata – ed anzi la maggioranza di essi riserva una cifra maggiore ai fini stabiliti dall’ex art. 208 – non esiste nessuna trasparenza sulle modalità di spesa e soprattutto sulla qualità della spesa. In altri termini non risulta chiaro l’impiego effettivo dei fondi e sono del tutto assenti dei criteri uniformi per valutare l’efficacia degli interventi.
    Ogni anno le Giunte comunali sono chiamate a determinare con una delibera le quote da destinare alle finalità stabilite dall’ex art. 208 ma non sono tenute a specificare nel dettaglio come sarà utilizzato il denaro.

    L’Italia non ha raggiunto l’obiettivo fissato dall’Unione Europea nel Libro Bianco del 2001, vale a dire la riduzione della mortalità del 50% entro il 2010, ma nell’ultimo decennio si è registrata una diminuzione del 42,4% del numero dei morti sulle strade, valore in linea con la media europea UE a 27, pari al -42,8%. Nell’ultimo quinquennio però il nostro Paese, a fronte delle numerose entrate, ha speso soltanto 30 milioni all’anno per il Piano nazionale per la sicurezza stradale, distanziandosi di gran lunga dagli investimenti effettuati dagli altri Paesi dell’Europa a 15, quelli con cui dobbiamo direttamente confrontarci, dove la mortalità è scesa mediamente del 48%.

    Secondo il rapporto della Fondazione Guccione, le 14 grandi città analizzate (Torino, Milano, Venezia, Trieste, Genova, Bologna, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Messina, Cagliari) nel quinquennio 2006-2010 hanno incassato sanzioni per un totale di 3,4 miliardi (il 38% dei proventi sanzionatori complessivi; mentre i proventi medi annui sono stati pari a poco più di 680 milioni).

    Genova (i cui dati si riferiscono al periodo 2007-2010) mediamente ha raccolto ogni anno oltre 33 milioni di euro. Cifre lontane dai 270 milioni di Roma o dai 130 di Milano ma comunque consistenti. La pressione sanzionatoria media nel capoluogo ligure è stata di 55 euro procapite (Roma e Milano hanno raggiunto 100 euro, Bologna 97, Catania 87, Torino e Napoli 67), inferiore alla media delle 14 grandi città (74 euro).

    Ma i dati più sconcertanti riguardano la variazione del livello dei tassi di mortalità. Il rapporto sancisce un calo medio nei 14 Comuni, pari al 20%. Genova invece va in controtendenza (insieme a Palermo, Venezia e Messina) e registra una crescita di oltre il 40%.
    A confermarlo sono i dati Istat che certificano come Genova sia salita dai 27 morti del 2007 ai 46 del 2010 (l’unico calo si è verificato nel 2009 con 31 vittime rispetto alle 39 del 2009).
    La tabella relativa al costo sociale per morti e feriti procapite, vede la nostra città raggiungere quota 800 euro procapite (la media si attesta sotto i 700 euro). Con un conseguente aumento di quasi il 10% rispetto alla media in discesa delle 14 città analizzate(- 15%).

    Come detto in precedenza quasi tutti i Comuni destinano alle finalità dell’ex art. 208 più del 50% dei proventi sanzionatori. A Genova la media 2007-2010 è pari al 52%.
    Guardando invece gli impegni effettivi, ovvero i settori di spesa in cui sono confluiti i fondi delle grandi città, il documento evidenzia come la maggioranza degli introiti delle multe siano destinati alla manutenzione stradale (in media quasi 173 milioni all’anno), seguita dagli investimenti nel trasporto pubblico (oltre 154 milioni); mentre alla generica definizione di “altre finalità connesse con la sicurezza stradale” le maggiori città italiane destinano in media 58 milioni all’anno.
    In totale questi tre settori rappresentano mediamente l’80% della spesa complessiva dei 14 Comuni.

    La singola composizione della spesa del Comune di Genova presenta alcuni aspetti di difficile interpretazione. Quasi il 68% degli introiti infatti sono destinati all’indefinito settore denominato “altro”(la media delle 14 città è del 12%). Di una cosa però siamo sicuri: “altro” non vuol dire manutenzione stradale ma neppure interventi a tutela degli utenti deboli, a favore della ciclo mobilità o dell’educazione stradale, considerando che nel rapporto queste voci rappresentano delle categorie a sé. Quindi è lecito domandarsi a cosa servono concretamente i soldi pubblici ricavati dalle multe e se davvero sono utili per incrementare la sicurezza dei cittadini.
    Per quanto riguarda i settori a cui sarebbe necessario riservare il 12,5% degli introiti, Genova destina all’aumento della segnaletica un rotondo quanto inutile 0% mentre per l’aumento dei controlli solo il 6% (la media è del 9,3%). Alla manutenzione stradale sono invece destinate il 25% delle risorse(la media è del 35,6%) e per il trasporto pubblico anche qui siamo allo 0% (la media sfiora il 32%).

    Secondo il rapporto, a livello nazionale, nonostante il 71% dei proventi venga utilizzato per le finalità dell’ex art. 208, gli impieghi collegati direttamente alla sicurezza stradale rappresentano solo il 10% o poco più.
    In pratica ciò significa che «quote ampiamente maggioritarie dei proventi finiscono per alimentare spese correnti, spese ordinarie, spese di gestione dei servizi ai cittadini, per il funzionamento di uffici, strutture tecniche ed amministrative – sottolinea la Fondazione Guccione – Per contro sono rare ed esigue le voci riconducibili ad investimenti in sicurezza stradale: specifici, aggiuntivi, straordinari (cioè connessi all’individuazione e rimozione di fattori e condizioni di rischio)».
    In questo modo «si verificano due effetti indesiderabili: si crea un’oggettiva convenienza a mantenere stabile nel tempo tale gettito perché indispensabile per alimentare il funzionamento di servizi ed apparati essenziali. Inoltre si disincentiva ogni altro impiego delle risorse finanziarie che fosse dettato dall’esigenza di rimuovere un determinato fattore di rischio e migliorare i livelli di sicurezza».

    L’incapacità della spesa nel determinare sostanziali miglioramenti di sicurezza non deriva dall’esiguità delle risorse perché le 14 città hanno speso 489 milioni in media all’anno per le finalità dell’ex art. 208, dedicandogli ben più del 50% previsto dalla norma.
    «Il problema semmai è da ricercarsi nella bassa qualità della spesa», sottolinea la Fondazione.
    È dunque necessario monitorare gli effettivi risultati raggiunti, valutare l’efficacia dell’intervento e la resa dell’investimento. Il suggerimento della Fondazione Guccione è quello di «creare una struttura tecnica in ogni ente locale dedicata alla sicurezza stradale. In grado di gestire in modo autonomo e separato dalle procedure ordinarie il processo di individuazione degli interventi prioritari e di gestione degli stessi».

     

    Matteo Quadrone