Categoria: EraSuperba59

  • Emergenza abitativa a Genova (terza parte): le case della Chiesa come fonte di reddito

    Emergenza abitativa a Genova (terza parte): le case della Chiesa come fonte di reddito

    santa-maria-castello-interni (8)Mettere il becco negli affari della Chiesa non è mai compito semplice. Ancor di più in una città dall’animo fortemente conservatore come Genova, sede arcivescovile, cardinalizia e del presidente della Cei. Dalla Curia alle Opere Pie, dalle associazioni religiose ai lasciti testamentari dei fedeli, l’universo Chiesa nel suo complesso è considerato uno dei più grandi proprietari immobiliari della nostra città, in particolar modo del Centro Storico.

    Ne abbiamo parlato con l’assessore Fracassi che, nella prima parte di questa nostra inchiesta dedicata all’emergenza abitativa genovese (leggi qui), neanche troppo velatamente, ha accusato la Chiesa di non dare una grossa mano alle istituzioni pubbliche, quantomeno dal punto di vista della disponibilità di alloggi da utilizzare per locazioni a canone moderato. «Ad oggi non esiste una vera e propria collaborazione con i grandi proprietari della città (qui la seconda parte dell’inchiesta dedicata alle società a partecipazione pubblica, ndr) – dichiara l’assessore – Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità (17 famiglie inserite nella struttura “boschetto” dell’Istituto don Orione, ndr) perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato».

    L’inchiesta integrale “Emergenza abitativa a Genova”  è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    centro-storico-castello-vicoli«L’assessore – ribattono dalla Curia – forse si dimentica le tante persone bisognose che i servizi sociali rimbalzano ai nostri Centri d’ascolto vicariali».
    Certamente, nessuno può mettere in dubbio il grande servizio che la Chiesa svolge nel campo assistenziale, spesso sostituendosi alle gravi mancanze degli enti pubblici. A venire in mente è, innanzitutto, la Caritas, la Fondazione Auxilium ma sono davvero tante le associazioni di stampo cattolico e le iniziative di laici che si impegnano nell’aiuto alle persone più emarginate.
    «Avere una casa è un grande dono ma è un dono ancora più grande poterla mantenere e avere un lavoro che consenta di farlo – commenta mons. Marino Poggi, direttore della Caritas diocesana – la vera emergenza non dipende tanto dalla presenza o meno di case ma dal fatto che, chi ha bisogno di case, non è nelle condizioni economiche di mantenerle, di viverci con tutte le spese che ciò comporta».

    Va bene. Ma che cosa fa, in concreto, la Chiesa di Genova per rispondere a questa emergenza anche e soprattutto laddove i servizi pubblici latitano? Ancora don Poggi: «Ci sono i centri d’ascolto vicariali che, pur con le risorse limitate che hanno a disposizione (e che provengono soprattutto dai proventi dell’8 per mille e dalle offerte dei parrocchiani, ndr), aiutano a pagare bollette e affitti: a ciò si aggiunge un certo numero di case da dare gratuitamente per rispondere alle emergenze più gravi». C’è chi dice, però, che questi alloggi, rispetto a quello che è il patrimonio immobiliare della Chiesa, potrebbero essere molti di più… «Ultimamente – risponde il direttore della Caritas – stiamo cercando di ampliare la disponibilità di questo tipo di alloggi, soprattutto grazie ai lasciti dei privati. Si tratta di sistemazioni che non possono pretendere affitti altrimenti si tornerebbe al problema iniziale. Ma devono essere sistemazioni provvisorie per consentire alle persone di trovare un aiuto per il tempo in cui non avrebbero possibilità di abitare dignitosamente, magari in attesa di una risposta definitiva da parte delle istituzioni pubbliche. Stiamo cercando di lavorare su questo anche in sinergia con altre realtà genovesi. Ad esempio, la fondazione Carige ci sta mettendo a disposizione nei vicoli un palazzo per cui stiamo cercando i fondi per completare i lavori di ristrutturazione. Si cerca di fare quel che si può».
    Difficile, se non praticamente impossibile, capire se “quel che si può”, quantomeno a livello di patrimonio abitativo messo a disposizione, potrebbe essere di più. Le proprietà ecclesiastiche sono gestite da un ente dedicato, il C.A.P.E. (Consorzio per l’amministrazione del patrimonio immobiliare enti dell’arcidiocesi di Genova), il cui presidente, ragionier Emilio Nichele, si è più volte sottratto alle nostre domande. Così come parecchie difficoltà abbiamo avuto ad entrare in contatto con i responsabili dell’ufficio amministrativo ed economato della Diocesi.

    Non si è tirato indietro, invece, il direttore della Caritas, mons. Marino Poggi: «Esistono delle case che hanno come presidente l’arcivescovo: le Opere Pie Riunite ne hanno un centinaio nel proprio patrimonio e qualcosa meno ha anche il Magistrato di Misericordia. Ma si tratta di organizzazioni che devono, comunque, mantenersi in piedi per cui possono mettere a disposizione gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose solo un certo numero di case, altrimenti i loro servizi complessivi non starebbero in piedi. Naturalmente si spera che la gestione degli appartamenti che vengono affittati secondo le logiche di mercato più tradizionali sia fatta con la giusta attenzione e non “a coltello”. Certo, probabilmente si potrebbe fare di più e di meglio ma solo il Signore sa se la conduzione di queste proprietà è la più oculata e generosa possibile».

    Qualche dubbio in proposito lo nutre Bruno Pastorino, l’ex assessore comunale alle Politiche della casa che ci ha accompagnato in questa lunga inchiesta: «Esiste una distribuzione multiforme della proprietà ecclesiastica che viene gestita unitariamente da questo ente che avrebbe come scopo il sostentamento economico del clero. E vista l’ingente dotazione immobiliare – dice sorridendo sarcasticamente – possiamo affermare che si propone di sostenere molto bene il suo clero». Al di là delle battute, Pastorino sostiene che la Chiesa quando applica regimi locativi non abbia una vocazione sociale particolarmente evidenziata e, anzi, si allinei senza difficoltà ai valori di mercato spesso disimpegnandosi nella gestione degli immobili e facendo ricadere sugli inquilini oneri di ristrutturazione come la messa in sicurezza degli impianti che, di per sé, spetterebbero alla proprietà.
    «La dimostrazione della scarsa attenzione sociale – prosegue l’ex assessore – ha delle manifestazioni concrete: alcuni Comuni liguri, come Celle e Noli, si sono impegnati a cercare partenariati con istituti religiosi locali per presentare progetti di edilizia destinati alla locazione calmierata con contratti di 15 anni o permanenti. Nonostante fossero garantiti sostanziosi contributi a fondo perduto, di fronte alla previsione di dover affittare per un periodo prolungato i propri alloggi a canoni moderati, questi istituti hanno chiuso la porta al pubblico preferendo disporre liberamente degli immobili a canoni desiderati o vendendoli».

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    genova (3)Quasi 4000 cittadini genovesi in lista per una casa popolare, senza contare il numero di sfratti che ogni anno colpisce sempre più famiglie. L’emergenza abitativa, che investe la nostra città ma anche l’intera penisola e tanti altri Paesi europei, oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. Nella prima parte della nostra inchiesta (leggi qui) ci siamo soffermati sull’analisi dei dati e delle politiche degli enti locali, Comune e Regione in primis.

    A complicare ulteriormente un quadro piuttosto desolante e con scarsissime probabilità di ripresa, ci si mette una nuova tendenza che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede: molte operazioni immobiliari non trovano più soddisfazione all’interno del real estate tradizionale ma vengono utilizzate come un vero e proprio strumento neo-finanziario. Gli immobili, cioè, non vengono più costruiti o acquisiti per essere abitati ma come strategica voce di bilancio per grandi aziende da sfruttare per un più facile accesso al credito nel confronto degli istituti bancari o per riequilibrare situazioni economiche altrimenti fallimentari. Per le grandi imprese, dunque, avere nel proprio patrimonio alloggi vuoti non rappresenta un gravoso onere finanziario ma diventa piuttosto un pass par tout per l’accesso al credito. Operazione, tra l’altro, che in un certo qual modo sembra essere stata avvallata dai piani alti della politica nazionale dato che le imprese edili sono state risparmiate da una serie corposa di oneri fiscali sugli invenduti.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    La questione diventa ancora più grave se ad essere chiamati in causa sono soggetti pubblici o aziende partecipate dallo Stato e da enti locali che sacrificano alla divinità immobiliare beni patrimoniali che potrebbero altrimenti essere impiegati per ben più nobili scopi sociali. Politica e istituzioni segnano così una decisa migrazione da ruolo di mediatori sociali a vero e proprio supporto e assistenza al mercato finanziario. Se, infatti, una parte di questi alloggi venisse riproposta sul mercato a prezzi calmierati, la domanda abitativa potrebbe essere in buona parte assorbita. E gli incentivi per intraprendere questo cammino non sarebbero così complicati: basterebbe, infatti, una politica fiscale che punisse chi detiene alloggi vuoti per un certo numero di anni.

    Una situazione da cui anche Genova non è immune. Secondo stime approssimative, gli addetti ai lavori parlano di almeno 400 alloggi che potrebbero essere messi in circolo se si puntasse a valorizzare in chiave sociale questa categoria di immobili vuoti e proprietà di enti che hanno qualcosa a che fare con il settore pubblico. Nella nostra città, i due casi più eclatanti riguardano il Gruppo Iren e Poste Italiane: nel primo caso, si parla di un’azienda che chiama in causa per quasi la metà della sua proprietà i Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia, e che rappresenta l’élite della trasmissione dell’energia nel nostro Paese con grandi escursioni nei mercati emergenti; nel secondo caso, invece, il controllo pubblico avviene attraverso Cassa Depositi e Prestiti.

    Per quanto riguarda il Gruppo Iren, bisogna risalire a dicembre 2013 quando il Consiglio comunale diede il via libera all’operazione di liquidazione di Sportingenova, la partecipata del Comune che aveva in gestione i principali impianti sportivi della città. Per far fronte a circa 10 milioni di debito maturati nella gestione, il Comune ha sostanzialmente “riacquistato” gli impianti coprendo l’esposizione nei confronti dei creditori attraverso una significativa operazione di permuta immobiliare. Sono così passati da mano pubblica a mano para-privata i seguenti immobili: il mercato di Pontedecimo, un complesso ex industriale nella zona dell’Eridania a Sampierdarena, una palazzina a Nervi, alcuni appartamenti nella zona del Lagaccio e di Brignole, un ex asilo comunale a Trasta, un’ex scuola in via Pagano Doria e il famoso palazzo delle Poste di Borgo Incrociati. I creditori hanno un’identità ben precisa: si tratta di Cae, Mediterranea delle Acque e Iren Mercato, tutte appartenenti al Gruppo Iren. Che, a circa un anno e mezzo dall’ottenimento, si è fin qui dimostrato indisponibile a qualsiasi ipotesi progettuale volta a riutilizzo in chiave abitativa sociale di questi edifici, anche quando le proposte sono giunte da aziende pubbliche. Una tendenza confermata anche dalla mancata partecipazione di Iren all’ultimo bando regionale che elargiva fondi per la riqualificazione di immobili esistenti da convertire a edilizia sociale fino a un massimo di 500 mila euro.

    Un’accusa che il professor Luca Beltrametti, presidente di Mediterranea delle Acque e noto uomo di sinistra, rispedisce sostanzialmente al mittente: «Non sono assolutamente in grado di rispondere per conto di tutto il gruppo Iren ma, per quanto ci riguarda, il fenomeno è molto circoscritto. Abbiamo ricevuto dal Comune 3 immobili a saldo del credito di Sportingenova ma non ci siamo mai inoltrati deliberatamente nel settore immobiliare per fini speculativi». Di questi ci risulta facciano parte l’ex scuola di via Pagano Doria e una porzione dell’ex palazzo delle Poste di Borgo Incrociati: «Effettivamente – ammette Beltrametti – questi immobili avrebbero anche una valenza residenziale ma li abbiamo ricevuti in condizioni pessime e non certo abitabili. Sono stati messi in sicurezza ma ci vorrebbero investimenti nell’ordine del milioni di euro per edificio per una ristrutturazione completa. E non si può chiedere a un gruppo che si occupa di acqua e depuratori di investire queste cifre in questioni non solo non riguardano il nostro business ma neppure obiettivi statutari o sociali: se decidiamo di fare un intervento nel sociale, lo facciamo nei nostri settori».

    «Ci sono poi altri immobili nella nostra dotazione patrimoniale – conclude il docente universitario – ma derivano da vicende industriali del passato che avevano a che fare con le attività tipiche dell’azienda e che non riguardano edifici con uso abitativo».
    A destinazione residenziale o meno, nel frattempo gli edifici restano vuoti e i genovesi assistono impotenti al depauperamento di strutture fortemente insediate nel tessuto urbano e il cui recupero creerebbe riqualificazione del territorio oltre, naturalmente, a fornire un’opportunità per alleviare la domanda abitativa locale, laddove possibile.

    begato-diga-d5Il secondo capitolo, come detto, fa riferimento a Poste Italiane. Oltre a una serie di patrimoni sparsi in città, la società è proprietaria di circa un centinaio di alloggi in via Linneo, al Cige di Begato, in un complesso unitario vuoto ormai dal 2001 e prima destinato a scuola professionale con foresterie per gli impiegati in arrivo da fuori città. Rifiutata la proposta di affitto da parte del Comune tra fine 2011 e inizio 2012 per convertire la struttura a esigenze abitative sociali, Egi (partecipata di Poste italiane che ne amministra il patrimonio) ha più volte richiesto invano a Palazzo Tursi una variante urbanistica per riconvertire l’immobile a uso abitativo privato, destinazione al momento esclusa dal Puc, e quindi avere il via libera all’ennesima speculazione edilizia.

    A nostra precisa domanda circa un chiarimento su questa totale mancanza di sensibilità sociale da parte di aziende almeno parzialmente pubbliche, l’assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova, Emanuela Fracassi, risponde: «A me questa cosa non risulta. Ne prendo atto». Commenti e riflessioni, ai lettori.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    casa-ediizia-popolareTremilaottocento. Dietro questa cifra si nasconde uno dei più gravi drammi sociali del nostro tempo: il disagio abitativo. A tanto ammontano i nuclei familiari a Genova che fin qui hanno fatto richiesta di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ovvero una casa in affitto a canoni fortemente calmierati. Solo una minima parte di questi genovesi emarginati riuscirà a trovare una risposta efficace al proprio bisogno vitale. La nuova graduatoria per assegnare gli appartamenti che il Comune avrà a disposizione si chiuderà a fine aprile, dopo una proroga concessa per le difficoltà conseguenti all’entrata in vigore del nuovo metodo per calcolare il reddito ISEE. Ma già ora si può sapere con certezza che non basterà una manciata di case a rispondere in maniera efficace a questa piaga. Una piaga che non riguarda solo la nostra città ma che è estesa a tutta la penisola e ai Paesi dell’Europa mediterranea.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    «Quella che stiamo vivendo – è la tesi di Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova sotto la giunta Vincenzi e delegato di Anci Liguria sullo stesso tema – è una crisi abitativa radicalmente diversa da quelle che hanno contraddistinto la storia recente del nostro Paese. Nel Dopoguerra o negli anni ’60, in seguito al flusso migratorio che ha portato città come Torino quasi a raddoppiare il numero dei propri abitanti, l’unica risposta possibile era quella di avviare un massiccio piano edificatorio. Chi ha pensato di affrontare con strumenti analoghi la crisi iniziata nel 2007 ha compiuto una sorta di terapia omeopatica che non ha avuto alcun effetto positivo». Senza considerare gli effetti nefasti per l’ambiente, a causa di una crescente impermeabilizzazione del suolo, in seguito all’aumento della possibilità edificative che si sono succedute con i vari “piani casa” nazionali a partire dal 2008. Insomma, il problema oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. In altre parole, l’analisi del reale ci racconta di un surplus abitativo paradossalmente non in grado di soddisfare in alcun modo la crescente domanda abitativa: domanda e potenziale offerta non si parlano.

    Questa sensazione viene confermata anche dai numeri. Dai dati censuari del 2011 è emerso che in Italia, nell’ultimo decennio, abbiamo avuto una crescita di oltre 1,5 milioni di alloggi. Ad aumentare sono state anche le unità familiari – non certo per un boom delle nascite quanto piuttosto per una crescita di separazioni e nuclei monofamiliari – ma il numero di abitazioni non occupate si attestano attorno ai 2,7 milioni in tutta la penisola. Ed è la stessa realtà a confermarci la veridicità di quest’analisi. A Genova, ad esempio, basta vedere le altissime quote di invenduto che conoscono le più gradi speculazioni edilizie degli ultimi anni, una su tutte le Torri Faro di San Benigno. Una situazione che si replica in quasi tutte le città italiane.

    Politiche abitative: quello che lo Stato non fa >> Leggi l’approfondimento

    regione-liguriaA livello locale, la regia delle politiche per la casa è quasi interamente in mano alla Regione, a cui compete per legge la programmazione delle risorse finalizzate a sostenere le fasce più deboli e la determinazione dei requisiti e dei criteri per l’assegnazione e la gestione degli alloggi ERP. Ed è proprio la Regione a entrare nel mirino delle critiche di Bruno Pastorino: «Da piazza De Ferrari è stata dimostrata una forte insensibilità alla crisi dell’abitare mentre molta attenzione è stata posta agli interessi cementificatori, nel percorso di ricerca di consensi elettorali tra le élite economiche del territorio». Sono tre gli indizi che rafforzano la tesi di Pastorino. Il primo è rappresentato dalla promozione di un bando da parte della Regione per la realizzazione e la rigenerazione di alloggi sociali, destinati all’affitto: 7 milioni di euro ai quali se ne sono aggiunti altri 7 da parte dei Comuni partecipanti, per realizzare complessivamente meno di 95 alloggi. La classica montagna che partorisce il topolino, con l’aggiunta di un’ingente spesa di denaro pubblico. Tra l’altro i fondi sono arrivati a Comuni ragionevolmente poco oberati dalla domanda abitativa a carattere emergenziale ma piuttosto attrattivi dal punto di vista immobiliare come Porto Venere, Sestri Levante, Santa Margherita, Alassio. Secondo indizio: poche settimane fa, la Regione ha deciso di non confermare la dotazione economica per i fondi di sostegno agli affitti per le famiglie con i redditi più bassi, a cui ogni anno veniva elargito complessivamente circa 1 milione di euro. Terzo elemento: all’interno di una legge omnibus, la Regione ha inserito tra le proprie politiche per la casa il sostegno all’acquisto, anche attraverso la possibilità di concedere fideiussioni per la contrazione di mutui, e all’affitto. «In sostanza – commenta Pastorino – la Regione compensa con una quota di risorse pubbliche le attese di redditività di un mercato in crisi. Il sostegno all’affitto per gli alloggi di proprietà privata consente al mercato di mantenersi su prezzi elevati senza dover calmierare i canoni fino a incontrare le necessità della domanda. Tutti elementi che, oltre a non cogliere l’esigenza del potenziamento dell’affitto calmierato, non si pongono l’obiettivo di abbassare le pretese economiche del mercato. Così, anche a livello locale, troviamo una totale trascuratezza nei confronti di chi ha più bisogno a fronte di una sottomissione ai poteri forti dell’edilizia».

    Focus su Genova

    genova (3)Come detto in apertura, a bando ancora aperto, le domande giunte al Comune di Genova per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica sfiorano la soglia di 4000. Si tratta di affitti mediamente attorno ai 100 euro mensili ma la fascia più bassa, che è quella più “popolosa” e rappresenta il 42% degli aventi diritto, non supera i 35 euro al mese. Indicatore ancor più significativo del disagio abitativo è il numero degli sfratti (da alloggi privati, ndr): a Genova abbiamo ogni anno circa 1000 famiglie che devono abbandonare la propria casa perché non sono state in grado di sostenere l’affitto. Gli ultimi dati ufficiali disponibili parlano di 835 sfratti eseguiti nel 2012 e 970 nel 2013, a fronte rispettivamente di 2496 e 2929 richieste. Esisterebbe un fondo dedicato al sostegno della morosità incolpevole che consentirebbe di tamponare almeno un centinaio di sfratti l’anno ma non è stato finanziato dalla Regione. Il Comune, dal canto suo, non ha le risorse economiche per prendersi in carico tutte le situazioni di sfratto. Esiste un servizio di emergenza abitativa (che rientra nel “Programma per l’emergenza abitativa” attivo dal 2012 in forma sperimentale, ora definitivo con delibera approvata ieri 16 aprile 2015, ndr) che interviene nelle situazioni più gravi ma riguarda un numero esiguo di casi (un’ottantina di famiglie nel 2014) e offre soluzioni temporanee attraverso alloggi, talvolta anche in regime di coabitazione, presso strutture protette.

    A questo punto, alle famiglie non resta che rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica che, tuttavia, non è assolutamente in grado di fornire una risposta efficace all’emergenza come spiegato dall’assessore alle politiche abitative del Comune Emanuela Fracassi: «Negli anni scorsi eravamo in grado di assegnare circa 250 alloggi ma nel 2014, soprattutto per problemi di Arte (la partecipata di Regione Liguria a cui è delegata la gestione e la manutenzione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica) ci siamo fermati a un centinaio (124 attraverso la graduatoria del bando 2012, utilizzata da luglio 2014, per cui sono giunte 4227 domande di cui 3595 idonee. In precedenza, la graduatoraia del 2011 utilizzata da gennaio a luglio 2014 aveva portato all’assegnazione complessiva di 334 alloggi, ndr)».

    I dati di Arte e del Comune non corrispondono

    A Genova ci sono circa 9100 mila alloggi Erp, 5100 di proprietà di Arte (a cui vanno aggiunti altri 700 alloggi non in regime Erp) e 4 mila del Comune. Benché questa tipologia di dati sia in costante mutazione, sorprende abbastanza la differenza tra quanto comunicato da Arte e dal Comune di Genova: secondo la partecipata regionale, al momento gli alloggi sfitti si attesterebbero attorno a 130 unità, una sessantina di proprietà di Arte e una settantina del Comune. Più gravi e dettagliati, invece, i numeri forniti da Tursi. L’amministrazione comunale parla di 8470 alloggi regolarmente assegnati: per quanto riguarda la proprietà comunale, 50 appartamenti sono in fase di ristrutturazione, altri 120 attendono di essere finanziati dal Piano casa nazionale e 115 sono ancora da periziare; per la proprietà di Arte, invece, si parla di 201 alloggi in ristrutturazione, 23 in manutenzione ordinaria, 120 da periziare e 101 inseriti in piano di vendita.
    Si stimano attorno all’11% i nuclei familiari morosi a cui l’amministrazione cerca di andare incontro attraverso piani di rientro del debito spalmati su più anni: tuttavia, salvo situazioni di particolare disagio e incolpevolezza, se la situazione non si regolarizza, interviene lo sgombero (nel 2014 ne sono stati eseguiti 34 su 91 programmati). Secondo Arte, 76 sono le case occupate abusivamente, 48 del Comune, 28 della partecipata della Regione a cui vanno aggiunti 14 appartamenti “murati”.
    Ogni anno mediamente avvengono 350 abbandoni di alloggi Erp ma non sono altrettanti gli appartamenti che vengono rimessi in circolo: nell’80% dei casi, infatti, è necessaria una manutenzione radicale per cui mancano le risorse; solo circa un 20% degli appartamenti può essere riassegnato con una rapida rinfrescatura.

    Il problema maggiore per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica genovese è proprio la manutenzione ordinaria. «Fino a qualche anno fa – spiega l’assessore Fracassi – era prevista la presa in carico da parte di Arte di un forfait di 100 alloggi all’anno ma nel 2014 ne sono stati manutenuti meno di 20. È un problema grave a cui Arte deve rispondere velocemente».

    «Effettivamente – ammette l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – nel 2014 c’è stato un ritardo imputabile agli stanziamenti regionali: le ditte che eseguono i lavori di manutenzione non possono anticipare le spese né possiamo farlo noi per tutti gli alloggi. Ma per il 2015 è già stato finanziato il recupero di 90 appartamenti e nel mese di aprile dovrebbero essere terminati anche 70 alloggi in via Sertoli. Insomma, a fine 2015 contiamo di arrivare a circa 200 ristrutturazioni, recuperando un po’ i ritardi dell’anno scorso».

    In proposito, l’assessore Fracassi sta pensando a un percorso di assegnazione parallelo alla graduatoria standard, ovvero la consegna di alloggi Erp, che non necessitano di riqualificazioni straordinarie ma solo di piccoli ritocchi, ai quei nuclei famigliari in grado di farsi direttamente carico degli interventi stessi in cambio di uno sconto sui canoni di locazione dovuti alla proprietà pubblica. Si è parlato di una soglia massima di 5 mila euro ma il percorso sembra piuttosto difficile perché in molti sarebbero pronti a chiamare in causa la regolarità dei bandi e delle graduatorie per l’assegnazione.

    Ma la soluzione a un problema così vasto e radicato non può essere lasciata esclusivamente nelle mani del pubblico. Occorre che il mercato privato, soprattutto quello dei grandi proprietari immobiliari, sia coinvolto all’interno di programmi di locazione a canoni moderati. Solo così si riuscirà a impostare una risposta efficace.
    «Manca un coordinamento rispetto a una politica di contrasto al disagio che coinvolga anche i grandi i proprietari – ammette l’assessore Fracassi – Ad oggi non c’è. Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato». Ma la questione non riguarda solo la Chiesa, come vedremo nella seconda parte di questa lunga inchiesta (leggi qui).

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

     

  • A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    verdura-ortoNati nel 1994 a Fidenza, i Gas (Gruppi di acquisto solidale) in Italia sono in continua e costante crescita. Dopo vent’anni non hanno neanche più bisogno di grosse presentazioni, si tratta di gruppi di persone che si mettono insieme per condividere in modo continuativo l’acquisto di prodotti alimentari o di uso comune per poi ridistribuirli al loro interno; non si tratta di spendere meno, si tratta di spendere meglio e di avviare un processo virtuoso nel difficile ciclo produzione- commercio-consumatore. Una connessione dal produttore al consumatore quanto più possibilmente breve e rispettosa dei diritti di tutti gli attori, garantendo un salario dignitoso a chi lavora, una ricompensa adeguata per chi produce ed un prodotto biologicamente sano con un prezzo corretto per chi consuma.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 59 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    I Gas, negli anni successivi alla crisi del 2009, vantano un incremento dell’11% in valore assoluto, con 3 miliardi annui di giro d’affari: si calcola che circa il 20% degli italiani acquisti da fonti “alternative” rispetto alla grande distribuzione.
    In Italia il sito ufficiale conta circa 970 Gruppi di acquisto solidali, ma si calcola che moltissimi, forse addirittura altrettanti, potrebbero essere quelli che non hanno ritenuto di doversi registrare. La Liguria ne conta una quarantina, una trentina solo nel capoluogo, ma anche qui sono molto numerosi i “cani sciolti”.

    Il punto di vista dei consumatori

    mercato-frutta-verdura-sarzanoAbbiamo parlato con Enrica e Michele, una coppiache partecipa al gruppo Birulò di Genova Centro: «noi siamo in questo gruppo da quasi 15 anni, avevamo letto su un giornale dell’esistenza dei Gas, abbiamo partecipato ad un incontro e da lì in poi è nata la nostra collaborazione. Birulò, essendo un gruppo numeroso, è suddiviso in microGas formati da diverse famiglie con un denominatore comune, che può essere il posto di lavoro, la vicinanza di abitazione, il rapporto di amicizia o addirittura il condominio. Lo scopo principale è alimentare un’economia alternativa ai canali usuali, basata sui principi di equità, solidarietà e sostenibilità, soprattutto attraverso gli acquisti, possibilmente a chilometro zero, da produttori marginali o in difficoltà finanziaria, che sarebbero strangolati dalla grande distribuzione, scomparendo dal mercato».

    I gruppi non hanno bisogno di fare opera di ricerca per avere nuovi membri, anzi sempre più persone cercano di inserirsi in questo mercato parallelo, condividendone gli obiettivi e creando nuovi gruppi che si appoggiano a quelli già esistenti. «Nessuno ha un impegno minimo di acquisto, anzi certe famiglie partecipano solo ad un certo tipo di forniture ed altre si fanno vive solo attraverso internet per inviare gli ordini e ci si incontra semplicemente per il ritiro della merce. Voglio dire che non è obbligatorio socializzare, se si ritiene di non farlo, ma ci sono anche volontari che invece, oltre che occuparsi di tenere i contatti con il fornitore e riscuotere i pagamenti, tengono anche la contabilità interna, gestiscono le iniziative collaterali come la Banca del Tempo e si riuniscono periodicamente con rappresentanti di Gas fuori Regione per confrontarsi e scambiarsi conoscenze e competenze anche su argomenti diversi come le energie alternative ed altro».
    E riguardo alla scelta dei produttori? «Funziona il passaparola o la conoscenza diretta, noi li cerchiamo preferibilmente sul territorio ligure o comunque molto vicino ma, per gli agrumi, gestiamo personalmente il contatto con un consorzio di produttori della Sicilia dove abbiamo passato una settimana non solo di vacanza, ma visitato e osservato le tecniche agricole, instaurando anche una bella amicizia».

    Il punto di vista dei produttori

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareIl consorzio cui fanno riferimento Enrica e MIchele si chiama Le galline felici, è in provincia di Catania, collabora a sua volta con una piccola serie di cooperative sociali: ce lo racconta Beppe, lo abbiamo raggiunto al telefono mentre sta visitando i campi di produzione.
    «Noi siamo partiti in nove soci, eravamo proprio piccoli però il nostro socio fondatore aveva già le idee chiare. Ora siamo 23 persone, ci siamo divisi i compiti all’interno dell’azienda, che nasce come produttrice di agrumi siciliani e serve esclusivamente i Gas: niente negozi, niente privati, men che meno grande distribuzione. Il nostro scopo, fin dai primi passi, è stato produrre in maniera biologica, certo, ma soprattutto etica: io dico sempre che un arancio biologico raccolto da un extracomunitario sfruttato è più nocivo di uno cresciuto a pesticidi».

    Riguardo ai rapporti del consorzio con i Gas, Beppe aggiunge: «noi non vogliamo entrare in competizione con i produttori del nord, che sono magari vicini come area geografica a Gas nostri clienti: ad esempio i pomodori non li coltiviamo, perché sono ottimi anche quelli liguri, lombardi o piemontesi, e per arrivare nelle case dei clienti non attraversano l’Italia. Invece forniamo agrumi anche a gruppi francesi e belgi da molti anni ormai: e stiamo studiando una sorta di collaborazione, vorremmo avere i loro prodotti di eccellenza, come la birra, e scambiarli con i nostri, ma è una cosa un po’ complicata, non so ancora se e come la concluderem

    Abbiamo incontrato Enrica, titolare dell’Azienda Agricola Boccarda di Busalla (Ge) che ci racconta di essere diventata fornitrice del Gas Fratello Sole di Albaro tramite conoscenti comuni, perché «alla fine quello che conta è il passaparola, è la gente che ti fa buona pubblicità e parla bene di te dopo che ha assaggiato i tuoi prodotti».
    «Noi abbiamo anche provato ad avere la certificazione biologica – aggiunge – ma è molto costosa, e sinceramente neanche così rigorosa come si potrebbe pensare. Chi ci conosce sa benissimo i criteri con cui lavoriamo, volendo ci vengono a visitare in qualsiasi momento. Abbiamo un piccolo allevamento, dove gli animali sono alimentati con i nostri prodotti; abbiamo polli e galline e infatti al Gas vendiamo sempre le uova, ovviamente quando ci sono. In più, abbiamo il bollo Cee per il nostro Macello a Sarissola, e fra i piccoli produttori ormai siamo quasi gli unici ad essere autorizzati a macellare, e vengono da noi anche da fuori valle».

    Si dirà che sono lussi che non tutti possono permettersi ed in parte può essere vero: ma per qualcuno il lusso può essere anche un semplice panino al salame, a patto di conoscerne l’origine e la qualità.

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #59

  • I “soldi di Colombo”, Genova e i grandi eventi: Expo ’92, G8 e Capitale della Cultura 2004

    I “soldi di Colombo”, Genova e i grandi eventi: Expo ’92, G8 e Capitale della Cultura 2004

    porto-antico-bigo-DILa prima volta che si parlò di “manifestazioni colombiane” in occasione dei 500 anni dalla “scoperta” dell’America (1992) fu nel 1984 su proposta di Renzo Piano. Il via ai lavori e finanziamenti risale al 1988. Fu il primo passo verso il cambiamento che la nostra città avrebbe subito: scoprire il centro storico come risorsa e il porto come occasione turistica e fare in modo che le due realtà potessero essere legate. Nei primi duemila sono seguiti altri due grandi eventi: il vertice G8 e Genova 2004, Capitale europea della Cultura. Periodi di progettazione urbanistica e finanziamenti. Cosa hanno portato e cosa hanno lasciato? Abbiamo raccolto dati e dettagli per suscitare nel lettore una riflessione su come eventi di questo tipo possano segnare in modo indelebile lo sviluppo di una città.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Quando siamo partiti nella ricerca era recente la notizia che alcuni residui dei fondi colombiani avessero partecipato alla spesa per gli interventi di riqualificazione dei parchi di Nervi. Come è possibile che a oltre vent’anni di distanza dal grande evento ci siano ancora denari in cassa da investire? Cerchiamo di fare chiarezza.
    Nel marzo 2007 viene sottoscritto un Accordo di Programma tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Regione, Provincia e Comune di Genova per l’impiego di fondi residuali dalle manifestazioni colombiane per interventi di recupero del tessuto urbano e del patrimonio storico artistico. Questi fondi ammontano a 97 milioni di euro. La somma è frutto delle riduzioni dei tassi di interesse sui mutui (grazie al passaggio lira-euro) che erano stati contratti originariamente dal Comune. Inizialmente era stata prevista la disponibilità dei fondi in 5 anni, però lo Stato non essendo riuscito a rispettare i tempi nel 2013, ha prorogato fino a fine 2015 il loro utilizzo. Ad oggi i denari sono stati completamente versati dallo Stato e quasi interamente reinvestiti.

    Le Colombiane

    porto-antico-bigo-ML’Expo 1992 è stato realizzato con 600 miliardi di lire (300 milioni di euro) e il passaggio lira-euro, come detto, ha permesso di avere risparmi riutilizzabili. G8 e Genova 2004 (per l’evento Capitale della cultura sono stati spesi circa 160 milioni di euro), in base ai dati in nostro possesso, non hanno prodotto residui né risparmi.
    Proviamo dunque a tracciare un percorso che parta dalle Colombiane, passi attraverso il G8 per arrivare a Genova 2004. Insomma un viaggio fra i grandi eventi genovesi dell’ultimo ventennio, con l’aiuto dell’architetto Bruno Gabrielli (Giunta Pericu, assessore urbanistica e centro storico dal 1997, assessore qualità urbana e politiche culturali dal 2001 al 2006) e dal professore Francesco Gastaldi dell’Università IUAV di Venezia. «I grandi eventi degli ultimi 20 anni hanno giocato un ruolo decisivo, hanno messo in campo ingenti risorse economiche, hanno attivato capitale sociale e hanno ridefinito l’immagine della città», esordisce il professore. Secondo Gastaldi è stata la ricerca del binomio waterfront-centro storico (iniziata con le Colombiane e proseguita fino all’evento capitale della Cultura) che ha caratterizzato le scelte di politica urbana degli anni ’90 e 2000. Binomio che ora, sembrano convinti sia Gastaldi che Gabrielli, non è più priorità della politica. «Si era parlato di proseguire il percorso anche con opere non-materiali di valorizzazione degli interventi eseguiti per Genova 2004, ma questo non è stato fatto – commenta Gabrielli – se non vi è continuità si perde il senso della strategia iniziata con le Colombiane e proseguita con G8 e Genova 2004, cioè che Genova non ha bisogno di soldi, ma di eventi».

    Aldilà dell’errore politico che portò a sovrastimare la portata dell’evento in termini di visitatori (a pochi mesi dal via la stima sulle presenze di visitatori all’Expo raggiungeva un milione e 800 mila, a evento concluso si contarono in realtà poco più di 800 mila visitatori e l’Ente Colombo che gestiva la manifestazione incassò solo 13 miliardi di lire rispetto ai 45 previsti in partenza), “i soldi di Colombo” hanno dato il via ad una strategia di urbanizzazione della città che si è sviluppata fra il 1986 e il 2006 e che ha trasformato il rapporto fra la città e il porto. Una complessa orchestrazione fra strumenti urbanistici e rapporti fra le autorità, gestione degli interventi e dei finanziamenti. L’arch. Gabrielli ricorda: «Nonostante le scarse risorse di base, Genova ha saputo sfruttare i tre grandi eventi, sono stati il volano per mettere in moto cospicui investimenti pubblici e privati».
    Nel 1984 la giunta affida a Renzo Piano l’incarico per progettare modi e luoghi per l’esposizione del 1992. L’intento è realizzare opere che anche dopo l’evento possano essere utilizzate per lo sviluppo della città, le cronache di quel periodo raccontano di parte dell’area del Porto Antico chiusa a cui non si può accedere, il destino di Acquario, Centro Congressi dei Magazzini del cotone e dell’area sono incerti. La soluzione è rappresentata dalla costituzione della Società Porto Antico spa (80% del comune), punto di partenza per il riavvio di una nuova gestione dell’area. L’Acquario diventa privato e Genova acquista un valore aggiunto impensabile fino a pochi anni prima, ovvero il libero accesso di cittadini e turisti alle aree portuali, l’apertura alla città di zone cruciali ma per secoli rimaste inaccessibili e gestite solo dall’Autorità portuale.

    Gli interventi dal 2001 al 2004

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoAltri interventi di riqualificazione sono stati eseguiti in occasione del vertice G8 del 2001 i cui finanziamenti hanno permesso l’avanzamento del progetto di integrazione fra centro storico e waterfront già avviato nel ‘92, grazie alla pedonalizzazione di molte aree. Interventi urbani che in qualche modo hanno anche aiutato il riutilizzo degli spazi creati dalle Colombiane (Magazzini del cotone, Acquario, Bigo, Metropolitana). Non trascorre neanche un anno che arriva il momento dell’esecuzione degli interventi pensati per Genova Capitale della Cultura Europea che hanno l’obiettivo principale del miglioramento e della riorganizzazione del sistema museale cittadino e del patrimonio architettonico.
    Per la manifestazione del 2004 i finanziamenti hanno raggiunto un totale di circa 160 milioni di euro, fra Comune, Provincia, Regione, fondazione CARIGE, Università di Genova e Comunità Ebraica. Gli interventi si sono realizzati sul polo museale di via Garibaldi, su quello della Darsena, su alcune strutture statali e altre per la formazione come ad esempio Abbazia di San Giuliano o Palazzo Belimbau. I fondi sono stati spesi per i musei cittadini, per la ristrutturazione o l’abbellimento di chiese, ville e strade cittadine.
    Per quanto riguarda il waterfront con il G8 si completa innanzitutto l’opera di Piano iniziata nel 1992 (Acquario, Magazzini del Cotone, apertura dell’area portuale ai cittadini) con pavimentazioni, illuminazione, piantumazione delle palme, sistemazione di piazza Caricamento e limitrofe. Poi l’intervento privato della Marina di Genova, l’hotel, le residenze e il porto turistico. I finanziamenti di circa 5 milioni di euro hanno in parte permesso la realizzazione della Passeggiata alla Lanterna oltre, ad esempio, al restyling di via delle Palme a Nervi e delle principali strade cittadine: San Lorenzo, San Vincenzo, Lomellini, Balbi, Fontane Marose, Garibaldi, Via del Campo. Dulcis in fundo, il recupero della Darsena con il Museo del Mare cofinanziato da fondi Urban (Commissione Europea) e Compagnia di San Paolo (oltre 23 milioni di euro). Da sottolineare anche i progetti per la viabilità, come la metropolitana che collega la Valpolcevera al centro, impegno di spesa pari a 492.360.110,54 € a cui saranno aggiunti circa 167 milioni di euro per l’ultimo tratto fino a Brignole. Circa il 60% dei costi è stato coperto dallo Stato Italiano.

    Veniamo ai musei. Sono stati spesi per la riforma del sistema museale cittadino circa 52 milioni di euro di cui circa 15 milioni governativi, altri 15 da fondi privati e dalle amministrazioni l’investimento è stato di circa 10 milioni. Discorso a parte per il Galata che, come abbiamo visto, è stato finanziato da Urban, quindi dalla Commissione europea. Sono stati poi realizzati nuovi spazi verdi, su tutti la valletta del Rio San Pietro, la Fascia di Rispetto di Prà e l’area verde Fiumara. In totale fra il 2000 e il 2004 sono stati investiti dal Comune circa 1000 miliardi di lire per opere pubbliche, come ad esempio opere di riassetto idrogeologico o di tipo manutentivo.
    Tirando le somme, il bilancio 2001-2005 vede circa 999 mila euro di cui il 35% è derivato da progetti speciali del Ministero del lavori pubblici. Privati ed Enti hanno contribuito per il 26%, il finanziamento governativo per G8 e Genova 2004 è stato del 13%.

    Cosa rimane oggi

    «Il compito di chi si trova a gestire i grandi eventi e i denari che ne derivano – commenta il prof. Gastaldi – è quello di mettere in moto un processo che non sia solo occasione per spendere soldi “extra”, ma che diventi prima di tutto opportunità di tipo strutturale per cambiare la città. Non è tanto importante il grande evento ma la sua capacità di mettere in moto azioni, cose che poi rimangono, anche quando esso è terminato».
    Insomma dopo un ventennio Genova ha capitalizzato in modo appropriato o no denari e grandi eventi?
    «In parte sì e in parte si sono verificati dei passi indietro, nel senso che si è puntato meno sul binomio che aveva dato il via a questo processo e cioè il binomio porto-centro storico». prosegue. «Ci sono meno fondi, ma bisogna avere anche la capacità e la voglia di sapere dove e come andarseli a prendere questi fondi..

    Certo, di quel piccolo grande “boom” Genova oggi non eredita solo l’Acquario e il Porto Antico e un abito più bello fra i caruggi e i campanili, ma anche vuoti urbani. Gli Erzelli, il cui avvio formale al progetto venne dato in quell’ormai lontano 2004 e che oggi a distanza di dieci anni ha già un piede nel grande album delle “potenzialità inspresse di Genova”, la stessa Passeggiata alla Lanterna abbandonata per anni al suo destino dopo la realizzazione, il faraonico progetto di riqualificazione di Ponte Parodi, giusto per citare alcuni esempi.
    La città di oggi è diversa da quella degli anni ‘90 e dei primi 2000, eppure il declino dell’industria e delle trame sociali che caratterizzano il tessuto genovese continuano ad essere i problemi principali a cui ancora non si è riusciti a trovare soluzioni. Se è vero che il treno delle grandi manifestazioni passa una sola volta, allora dovremo attendere ancora qualche anno prima di poter affermare se davvero siamo stati bravi a coglierlo per farlo fruttare al massimo delle sue possibilità oppure no. Per adesso una sola cosa è certa: i soldi sono finiti. Anzi, due: passare le notti in stazione sperando che prima poi il treno ripassi non è una buona idea.

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero 59 di Era Superba