Categoria: Iplom

  • Oltre 50 metri di barriera sommersa per salvare le falesie di Bogliasco

    Oltre 50 metri di barriera sommersa per salvare le falesie di Bogliasco

    Bogliasco prova a mettere al sicuro la propria costa con una nuova stagione di interventi “difensivi” pensati per anteporre alla furia delle onde delle barriere composte da dighe sommerse, capaci di frantumare la potenza dei marosi. Questo il progetto presentato dal Comune di Bogliasco che prevede l’allestimento di una vera e propria diga di scogli sul fondale davanti a Punta Demoa, in località Fontana, lunga una cinquantina di metri e larga 16 che si ‘aggancerà’ alla barriera di massi già presente e agli scogli del litorale.

    Il progetto prevede la costruzione di una struttura trapezoidale a forma di arco a pochi metri dalla linea di costa, con una base di 16 metri e una larghezza di otto in sommità, sommità che arriverà a circa 2 metri di profondità rispetto al livello del mare, partendo da un fondale di circa 4 metri. La struttura e l’aspetto sarà simile a quella progettata per proteggere la Marinella di Nervi, anche se di dimensioni ridotte.
    Stando al progetto, in questi giorni al vaglio degli uffici tecnici di Regione Liguria per la valutazione di impatto ambientale, la struttura sarà costruita senza ausilio di ancoraggi di cemento, ma fissata grazie al peso dei massi utilizzati, che varierà dalle 8 alle 13 tonnellate ciascuno. Si sta valutando se utilizzare in parte materiale reperibile in loco. La barriera sarà interamente sommersa, tranne nella parte più a levante dove l’attuale scogliera artificiale sarà sistemata e inglobata, e, stando alle tavole, in parte ingrandita e con la sommità resa piana per una area di lunghezza di 5 metri.
    Il progetto non è scevro da alcune criticità, soprattutto di carattere ambientale: stando alla relazione di compatibilità allegata al progetto, nell’area prevista dalla costruzione della massicciata sarebbero presenti alcuni insediamenti di posidonia, la pianta acquatica mediterranea tutelata per via delle sue capacità rigenerative dell’habitat marino. Ma non solo: in tutto il litorale della zona sussiste il vincolo paesistico ‘Bellezze d’insieme per la “Fascia costiera di Bogliasco e Pieve Ligure’. Per questo motivo la valutazione dell’impatto dovrà mettere a sistema la capacità stimata della struttura di ridurre del 50% la forza delle onde con l’inevitabile impatto visivo della costruzione. Sicurezza e bellezza, due esigenze sempre più contrapposte per il fragile territorio della nostra regione.
  • Euro 2020, l’edizione più inquinante della storia: 20 anni per assorbire la CO2 prodotta

    Euro 2020, l’edizione più inquinante della storia: 20 anni per assorbire la CO2 prodotta

    Credits: Uefa.com

    Di questo Euro 2020 ricorderemo ovviamente solo il bello, ovvero la vittoria all’italiana dell’Italia di Roberto Mancini, insieme alle storie da condimento di questa epopea sportiva, come il malore del danese Eriksen, l’entusiasmo del tifoso svizzero, il cerchiochesièchiuso sampdoriano della finale di Wembley. Tutto bello, tutto lucido. Ma dietro a questo grande sfarzo come sempre, c’è il retroscena più indigesto: questa edizione dei campionati europei è stata probabilmente la più inquinante della storia, soprattutto per quanto riguarda la produzione di CO2.

    A pesare la scelta della logistica diffusa, che tra spostamenti aerei di squadre e (pochi) tifosi ha prodotto solo per i viaggi circa 450 mila tonnellate di Co2, come riportato da una stima di Ener2Crowd, calcolata sul solo trasporto aereo. Una scelta, quella del “continente ospitante” fatta prima dell’esplosione del Covid-19, per evitare la costruzione di nuovi impianti, (di fatto ex novo si è costruito solo a Budapest) ma che avrebbe generato oltre 2 milioni di viaggi aerei in più, per la gioia dei main sponsor della manifestazione, tra compagnie aeree e portali turistici.

    Per compensare questa pesante impronta ecologica, che per avere una proporzione equivale al consumo mensile di circa 1 milione di cittadini europei in base alla media di consumo pro-capite annuo di circa 6 tonnellate, la Uefa ha annunciato che saranno piantati 50 mila alberi in ogni paese ospitante, ma secondo alcuni analisti la misura sarebbe largamente insufficiente perchè per calcolarla è stata stimata la capacità di assorbimento delle piante in tutto il loro ciclo vita, ovvero una media di circa due dacadi anni. In pratica quanto prodotto in più dai viaggi di Euro 2020 sarà assorbito in 20 anni, come minimo.

    Secondo le stime di Ener2Crowd, considerando che ogni albero è in grado di assorbire 30kgCO2/anno, la quantità reale di fusti che si dovrebbero realisticamente piantare per compensare subito le «emissioni Uefa» è di 13,5 milioni di alberi, con un costo di almeno 65 milioni di euro. Un altro paio di maniche, senza dubbio.

    «I 600 mila alberi rappresentano solo un tentativo di greenwashing” che si inserisce su quella pericolosa e tendenziosa strada di voler scaricare in modo improprio le responsabilità di comportamenti antropici che oggi andrebbero assolutamente evitati, in particolare dalle istituzioni, se realmente si volesse fare qualcosa per dare un segnale —anche educativo— che possa coinvolgere i singoli e determinarne azioni climaticamente consapevoli» commenta Giorgio Mottironi, cso e co-fondatore di Ener2Crowd nonché chief analyst del GreenVestingForum.it, il forum della finanza alternativa verde.

    Un mese di kermesse sportiva, quindi, rischiano di aumentare il già pesante fardello dell’inquinamento ambientale che lasciamo a chi verrà dopo di noi. E ci riportano un dato evidente, vale a dire la cortina fumogena che un sistema economico fondato sul consumo sta generando intorno alle tematiche ambientali, che tra le altre cose continua a rispolverare il vecchio trucco delle compensazioni, che abbiamo già visto quali mostri può generare negli ambiti urbanistici, sociali e, appunto, ambientali. Insomma, una europeo davvero da togliere il fiato.

     

     

     

  • Mini-idroelettrico, ecco perché è una risorsa senza futuro che porta solo devastazione e cemento

    Mini-idroelettrico, ecco perché è una risorsa senza futuro che porta solo devastazione e cemento

    Oggi, grazie all’idroelettrico, una parte importante della produzione elettrica nazionale è rinnovabile: nel 2016 si stimava il 15,3%. Tuttavia, più del 70% della potenza installata è costituita da impianti maestosi e in esercizio da prima degli anni Settanta. Ne deriva quindi un complesso di strutture troppo vecchio per stare al passo coi tempi in termini di adeguamento tecnologico e, soprattutto, sostenibile. Al contrario, invece, le numerose installazioni degli ultimi anni sono riconducibili al mini-elettrico con risultati non rilevanti in termini di produzione.

    In futuro, il potenziale idroelettrico incorrerà in una decisa trasformazione a causa dei cambiamenti climatici. Si stima che per effetto delle variazioni delle precipitazioni annue – in diminuzione rispetto al passato – oltre che della maggiore evaporazione, il deflusso delle acque e, di riflesso, la produzione di energia elettrica nei prossimi anni calerà fino al 10%. Infatti, alla continua e inesorabile riduzione dei ghiacciai segue la scomparsa dell’acqua che deriva dalla loro fusione perciò, in un contesto così instabile, è bene rivedere lo sfruttamento dell’acqua allo scopo di produrre energia idroelettrica.

    La proposta: invasi lungo i fiumi liguri, ma aumenterebbero il dissesto idrogeologico

    Come un film visto e rivisto, durante le forti ondate di maltempo, assistiamo alle stesse temute scene: piogge battenti che mettono in ginocchio intere comunità, a causa della cattiva manutenzione e pulizia dei torrenti che, puntuali, esondano e spazzano via tutto ciò che incontrano. Le conseguenze sono paesi che rimangono isolati, senza corrente elettrica e in grande difficoltà per giorni interi, oltre che danni materiali incalcolabili. L’emergenza climatica non è vicina, ma è già in atto, ed è ora che la classe politica stabilisca un piano d’azione rapido, efficace e soprattutto sostenibile. La recente proposta di del governatore Toti di installare degli invasi lungo i fiumi della Liguria per ‘disinnescarli’ e contenere le piene, non è passata inosservata e ben presto è arrivata la bocciatura da parte dell’associazione ambientalista Legambiente.

    Mentre il governatore ligure pensa a emulare il cosiddetto ‘Modello Trentino’ tramite la creazione di mini-invasi lungo i torrenti della regione, c’è chi gli ricorda che le valli della Liguria a livello morfologico sono altamente diverse da quelle del Trentino. Inoltre, i nostri torrenti hanno un flusso molto variabile e per nulla costante – dipendente sostanzialmente dalle stagioni – e un mini impianto idroelettrico installato su un corso d’acqua per gran parte dell’anno secco equivale a mettere a rischio interi ecosistemi per produrre quantità di energia estremamente basse. Nel dossier sull’idroelettrico stilato da Legambiente nel 2018, emerge che nel 2014 oltre duemila impianti idroelettrici di potenza inferiore a 1MW hanno prodotto soltanto il due per mille dell’energia complessivamente consumata. Dallo studio ne deriva, poi, che costruire invasi – tramite il versamento di ingenti quantità di cemento – per ‘salvaguardare’ il territorio ligure innescherebbe un deterioramento del suolo, con conseguente incremento del dissesto idrogeologico.

    La ‘protesta dei pesci’

    L’obiettivo è di tutto rispetto: rendere meni pericolosi i torrenti e scongiurare le piene distruttive durante le ondate di maltempo come quella degli scorsi mesi che ha colpito l’estremo Ponente. I mini-invasi si pagherebbero da soli grazie alla creazione di energia elettrica e, in secondo luogo, conterrebbero l’acqua dei torrenti evitando inondazioni. Ma ci si è domandati come funzionano queste installazioni e se il gioco vale la candela? La questione del mini-elettrico in Liguria non è nuova: il Rio Carne, che score nell’imperiese, per anni è stato oggetto di battaglie, in quanto un progetto voleva la costruzione di una mini centrale idroelettrica lungo il suo corso che avrebbe però avuto un impatto negativo sull’ecosistema circostante. Il piano è stato stracciato soltanto grazie alla presenza di un ponte che ne ha impedito la realizzazione altrimenti la situazione, con tutta probabilità, sarebbe ancora irrisolta. Ma, nonostante i precedenti, il governatore ligure sembra intenzionato a riprendere in mano la tematica, anche se i tempi di realizzazione si ipotizzano superiori ad almeno un lustro.

    In controtendenza con le dichiarazioni di Toti, solamente qualche mese fa, decine di associazioni ambientaliste protestavano contro tutti i progetti idroelettrici che mettono a rischio i corsi d’acqua e di conseguenza la fauna ittica che vive al loro interno. Si tratta della ‘protesta dei pesci’, nata per denunciare il furbesco modus operandi delle regioni che aggirano la Direttiva Quadro Acque, mettendo a rischio i corsi d’acqua naturali con progetti micro-idroelettrici totalmente incompatibili con la tutela del suolo e delle acque. La Direttiva Europea, infatti, punta a prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, a migliorarne lo stato e ad assicurarne un suo utilizzo sostenibile. Quest’ultima stabiliva il 2015 come scadenza entro la quale tutte le acque europee dovevano risultare in buone condizioni, dove per ‘buono stato’ si intende la presenza una pressione antropica ridotta. L’obiettivo, purtroppo, non è stato centrato e probabilmente non lo sarà finché la legislazione in merito non sarà più severa e meno superficiale.

    Mini-idroelettrico: i pericoli della sua applicazione

    Centrale Idroelettrica di Isoverde - foto di Aquae Giorgio TemporelliI piccoli impianti di sfruttamento delle acque a fini energetici apportano un contributo irrisorio al settore delle energie rinnovabili, ma l’impatto ambientale che ne deriva è devastante. Mentre l’attuale Decreto Rinnovabili FER 1 incentiva l’installazione di mini-centrali, ciò che andrebbe incentivata è la tutela di quei tratti fluviali ancora naturali delle nostre montagne e non la loro continua manipolazione. Per quanto gli impianti siano di dimensioni ridotte, questi finiscono per eliminare sentieri, territori per il pascolo, abbattere alberi e minacciare la sopravvivenza di specie rare di animali. Se nel secolo scorso quest’attenzione alla salvaguardia del paesaggio passava in secondo piano, all’interno di un’attività che offriva in cambio una grande domanda di manodopera locale unita ad un necessario presidio del territorio, oggi questi presupposti sono venuti meno per via della crescente automazione e dello sviluppo di sistemi di controllo da remoto. Senza contare la presa di coscienza rispetto alla crisi climatica che stiamo vivendo. È quindi alla luce del sole, ormai da anni, la consapevolezza che non vale la pena rovinare i nostri fiumi per una produzione così esigua di energia.

    Sempre più ecosistemi sono ormai artificializzati – basti pensare che dal 2009 a questa parte sono sbucati oltre 3 mila nuovi impianti – e, complice il fatto di trattarsi di opere realizzate in luoghi perlopiù isolati, le trasgressioni alle normative vengono spesso non sanzionate. I dati non mentono: questi piccoli impianti costruiti lungo i torrenti sono inutili, producono poca energia, rovinano interi ecosistemi e arricchiscono solo i privati. In generale, ogni intervento di invaso comporta delle modifiche peggiorative sull’ambiente e di conseguenza sul patrimonio storico-culturale. L’impatto, in ogni caso negativo per il territorio, comporta lo sconvolgimento dell’ambiente naturale che viene brutalmente urbanizzato, mutamenti del microclima e dell’ecosistema. Insomma, mentre l’effetto di queste infrastrutture non sarebbe affatto irrilevante, non solo il gioco non vale la candela ma aumenterebbe il rischio di dissesto idrogeologico. In Liguria permane un problema di sicurezza ambientale che da tempo avrebbe dovuto essere affrontato, ma la risposta non sembra certo essere quella proposta dal governatore.

    Ecco come sfuggire alle normative sul V.I.A.

    Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad una spasmodica proliferazione di mini-centrali idroelettriche e al conseguente impatto negativo sull’habitat della flora e fauna. La manipolazione dei paesaggi naturali si ripercuote poi sul turismo, a causa della costruzione di opere di cementificazione e di strutture accessorie che rendono meno appetibili le destinazioni per i turisti. Come detto in precedenza, le attuali normative incentivano la loro propagazione e il business non accenna a smarrire il suo appeal, anche perché all’imprenditore che realizza una mini-centrale viene concessa persino la ‘pubblica utilità’ che comporta un ventaglio di vantaggi fra cui la possibilità di espropriare i proprietari dei terreni su cui si andrà a costruire.

    Emergono poi delle contraddizioni di non poco conto in materia sul V.I.A (Valutazione Impatto Ambientale): in Liguria le mini-centrali elettriche – ossia quelle di potenza installata inferiore ai 100 KWh – non richiedono tale valutazione. Perciò, se un soggetto vuole realizzare un’installazione di potenza 400 KWh, può decidere con tutta convenienza di costruirne quattro di potenza 100 Kwh, sfuggendo così senza troppa difficoltà a quanto stabilito dalle normative sulla valutazione dell’impatto ambientale.

    Mini-centrali e speculazione privata

    Foto: Free Rivers ItaliaI nostri fiumi già sono provati dagli effetti della crisi climatica in atto e dunque da lunghi mesi di siccità, le installazioni di micro-idroelettrico provocano un ulteriore danno alle acque, le quali perdono la loro capacità di auto-depurarsi, di far crescere la vita al loro interno e si deteriorano, con il conseguente mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dalle normative europee. È il cane che si morde la coda. Le mini-centrali idroelettriche funzionano in maniera ottimale se la portata d’acqua è costante tutto l’anno, ma se questa è variabile, per alcuni mesi le centrali rimangono necessariamente inattive, quindi con capitale investito immobilizzato. Si è notato come, prevalentemente, questi impianti vengano installati in aree montane gestite da piccoli comuni, dove è più difficile trovare strutture adeguate a verificare e ad approfondire in modo efficiente una documentazione progettuale e come spesso gli abitanti siano rimasti all’oscuro di progetti di questo genere.

    La superficialità con la quale vengono approvati i progetti di mini-elettrico – senza minimamente considerare le conseguenze paesaggistiche o la presenza di specie protette – la dice lunga sul posto che ricopre la tutela della natura nella scala delle priorità. Occorre riscrivere le regole di tutela ambientale e di corretta gestione di questi impianti, regole che dovrebbero essere innovative e chiare, unite ad un sistema sanzionatorio rapido ed efficiente. Alla scadenza delle concessioni, servono gare per assegnarle con procedure regionali che stabiliscano criteri chiari di garanzia per le entrate pubbliche, eliminando lo squilibrio esistente in favore dei privati. Legambiente propone normative che prevedano la presenza di una commissione d’inchiesta in caso di contestazione e che sia obbligatoria la pubblicizzazione – fin dalle prime fasi – di un eventuale nuovo progetto per la costruzione di una mini-centrale.

    Conclusioni e sfide future

    E’ ai grandi impianti esistenti, e ormai parecchio datati, che bisogna guardare con attenzione in modo tale da mantenere, ma migliorare, la produzione idroelettrica dei prossimi anni. Secondo gli ambientalisti per l’installazione di altre centrali idroelettriche dovranno essere contemplate solo le reti già artificiali come acquedotti e fognature, siccome difficilmente sarà possibile individuare nuovi bacini con caratteristiche idonee alla costruzione. Nei grandi impianti le questioni più rilevanti riguardano l’elevata età – in media maggiore di 65 anni, mentre alcuni raggiungono quasi il secolo – e la conseguente assenza di adeguamento tecnologico e di manutenzione, spesso derivanti dai mancati rinnovi delle concessioni. Tale stallo si ripercuote sia sulla potenzialità produttiva, di cui se ne perde un 30% e sia sulla salubrità dell’ambiente, poiché la mancata messa a gara delle concessioni impedisce anche il compimento delle procedure di V.I.A.

    Il ri-affidamento delle concessioni scadute con gara potrebbe essere finalmente l’occasione per rendere trasparente la gestione degli impianti e per evitare all’Italia, nuovamente, una messa in mora dalla Commissione Europea per il Mercato Interno come nel 2013. Paradossalmente, la ripetuta emissione di proroghe delle concessioni ormai scadute, ritarda le procedure di gara per la ri-assegnazione e non giova affatto alla produzione: dopo decenni di attività gli impianti e gli invasi necessitano di ingenti investimenti per essere rinnovati, per aumentarne l’efficienza e la sicurezza. Tali investimenti però per essere programmati e concretizzati, richiedono delle garanzie di redditività che sono possibili soltanto con adeguati tempi di ritorno e che sono bloccati in assenza di concessioni regolarmente rinnovate.

    Paola Alemanno

     

     

     

     

  • Biciclette per decongestionare Genova. Se l’emergenza ci costringe a essere bike-friendly

    Biciclette per decongestionare Genova. Se l’emergenza ci costringe a essere bike-friendly

    La partenza a singhiozzo della nuova corsia ciclabile in Corso Italia (causa pioggia e dubbi sulla sicurezza) ci dice che servirà ben più di qualche striscia di vernice per cambiare il modo in cui le persone si muovono in città. Dice bene il sindaco Marco Bucci, quando dice che i genovesi dovranno cambiare mentalità. Ma ci vorrà anche molto altro.

    Nei prossimi mesi, forse anni, la convivenza con il Covid-19 ci costringerà a limitare i posti sui mezzi di trasporto pubblico per garantire il distanziamento sociale. È plausibile inoltre che molti, specialmente nei primi tempi, sceglieranno di evitare bus e treni per paura di contagiarsi. Se la bicicletta non diventerà davvero un’alternativa alle automobili per gli spostamenti quotidiani per una buona fetta di popolazione, c’è il rischio che città congestionate come Genova si trasformino definitivamente in inferni di traffico, parcheggi e smog.

    Per questo, in queste settimane, diverse città europee stanno mettendo su in fretta e furia modifiche urbanistiche (a volte piuttosto audaci, anche se spesso provvisorie) per stimolare l’uso di biciclette e monopattini, cercando di tradurre precipitosamente in pratica una serie di concetti come mobilità dolce o sostenibile di cui negli ultimi anni si è spesso parlato spesso in modo un po’ teorico.

    Più bici e monopattini, meno auto e moto: una tendenza europea

    Il Comune di Milano, per esempio, ha in programma di realizzare entro settembre 23 chilometri di nuovi percorsi ciclabili, e altri 12 entro la fine del 2020. Piani per la mobilità d’emergenza (quindi, almeno per il momento, provvisori) sono stati pensati in diverse altre città italiane più o meno estese come Torino, Roma, Firenze, Rimini e altre, forse stimolate dalle misure del decreto rilancio. Il decreto, infatti, pur non prevedendo fondi per i Comuni per la realizzazione di piste ciclabili, sul tema introduce un bonus fino a 500 euro per l’acquisto di biciclette per chi vive in aree metropolitane e soprattutto modifiche al Codice della Strada che introducono il concetto di “corsia ciclabile” (cioè uno spazio riservato alle bici ma non separato fisicamente dalle corsie per le auto) e di “casa avanzata”, cioè una linea d’arresto ai semafori più avanzata per bici e monopattini . E una “corsia ciclabile” – cioè uno spazio per le bici separato solo dalla vernice dalle corsie delle auto – è anche la nuova corsia di Corso Italia, come i prossimi interventi in programma. Per le “piste” vere e proprie dovremo aspettare.

    Ma la realizzazione di piani urbanistici d’emergenza è una tendenza che va oltre i confini italiani. A Bruxelles, per esempio, si sta sottraendo molto spazio alle automobili in ampie vie del centro abituate a essere costantemente congestionate dal traffico e insomma diverse città europee si stanno muovendo verso la mobilità dolce e stanno incoraggiando i propri cittadini a lasciare il più possibile l’automobile in garage.

    I tentativi di Genova si inseriscono dunque in una tendenza piuttosto estesa. Un’ulteriore difficoltà per il capoluogo ligure sarà superare i limiti di una conformazione poco spaziosa e pianeggiante che la rende una città meno ospitale di altre per le biciclette. Del resto anche la città portuale Marsiglia, a cui Genova è spesso paragonata per caratteristiche, sta affrontando difficoltà simili. La corsia ciclabile tra Piazza De Ferraris e Boccadasse dovrebbe essere – almeno nelle intenzioni dell’assessore alla mobilità Matteo Campora – solo il primo passo di un progetto complessivo di mobilità dolce che dovrebbe arrivare fino a Sampierdarena a ovest e toccare la Val Bisagno e la Val Polcevera a nord, passando per quartieri come Marassi e Staglieno.

    Un’iniziativa pensata già da tempo, resa più urgente dalla pandemia e in questi giorni spinta anche mediaticamente da #genovaciclabile, una petizione rivolta al sindaco Bucci e all’assessore Campora che chiede la realizzazione in tempi rapidi di progetti di mobilità alternativa, che nel momento in cui scriviamo questo articolo conta 8.418 firme e un gruppo Facebook di 7.482 membri, che ogni giorno si scambiano articoli e idee sulla mobilità sostenibile e seguono appassionatamente i lavori in corso a Genova.

    Segno che il tema è sentito e che una domanda di mobilità sostenibile esiste anche a Genova. Genova, del resto, avrebbe avuto bisogno di un ripensamento radicale della propria mobilità da ben prima che il coronavirus sconvolgesse le nostre esistenze.

    Una città congestionata

    Genova è tra le città più congestionate del Paese tradizionalmente con il più alto rapporto tra automobili e abitanti d’Europa. Secondo i dati raccolti dalla multinazionale Tom Tom basandosi sul segnale gps di auto e cellulari, nel 2019 Genova è stata la sesta città italiana per “livello di congestione” (dietro a Roma, Palermo, Napoli, Messina e Milano) e la 128ᵃ a livello globale. L’anno scorso il livello di congestione del capoluogo ligure era del 30%, in calo rispetto al 31% del 2018. Significa che a Genova un automobilista impiega in media il 30% in più del tempo a percorrere un certo tratto di strada rispetto al tempo che impiegherebbe senza traffico. Una percentuale che sale al 53% per l’ora di punta mattutina e al 54% per quella serale, quando si impiegano in media 46 minuti a compiere un viaggio che ne richiederebbe 30. Valori risultato di una media di una serie che va dalla congestione del 9% del 15 agosto (il giorno con meno traffico) al 69% del 22 novembre, il giorno invece con più code e ingorghi. Sempre secondo i dati di Tom Tom, nel 2019 in media ogni genovese ha passato nel traffico 121 ore, cioè cinque giorni e un’ora.

    Un livello di traffico che influisce sulla qualità dell’aria. Nel 2018, secondo il rapporto “Mal d’Aria” 2019 di Legambiente, Genova è stata la prima città italiana per superamento dei livelli d’ozono, con 103 giorni di esposizione a inquinamento “grave” contro il limite di 25 giorni. Un dato ridimensionato nell’edizione 2020 del rapporto, per cui nel 2019 Genova ha superato il livello di polveri sottili e ozono “solo” 43 giorni . Secondo la classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore, nel 2019 Genova si è piazzata al 31° posto tra le città italiane per qualità dell’aria ma al 106° posto su 107 per incidenti stradali, con 9,4 morti e feriti ogni mille abitanti (dove la posizione più bassa in classifica indica un numero maggiore di incidenti).

    Ma come è noto non tutto l’inquinamento da motori a combustione arriva dal traffico privato: il porto merci e passeggeri, collocato nel centro geografico della città contribuisce enormemente ad aumentare i livelli di inquinamento: parlare di sostenibilità di Genova, quindi, significa progettare un piano della mobilità di lungo periodo, non “obbligato” dall’emergenza di turno, e, inoltre non può e non deve prescindere dal convitato di pietra che è il nostro porto, e che tutti i giorni, dalle sue banchine avvelena un po’ tutti noi, ciclisti compresi.

     

    Luca Lottero

     

     

  • La Liguria e le sue bombe ecologiche: le fitobonifiche con piante “mangia veleni” potrebbero salvarci?

    La Liguria e le sue bombe ecologiche: le fitobonifiche con piante “mangia veleni” potrebbero salvarci?

    StoppaniIl deterioramento dei suoli è uno dei grattacapi più seri che la società deve – e ha urgente bisogno – di affrontare. L’eccessiva pressione demografica, l’utilizzo di tecniche agricole per niente sostenibili e l’inquinamento causato dagli scarti delle lavorazioni industriali, hanno messo i terreni di fronte ad un progressivo degrado. Per farsi un’idea, basti pensare che negli ultimi 50 anni la produzione agricola è cresciuta del 150%. Oggi l’agricoltura, oltre ad essere intensiva, dipende da fertilizzanti chimici sintetici e da pesticidi che contribuiscono ad avvelenare il suolo e l’acqua. Secondo l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) i due terzi del suolo in Italia presenterebbero problemi di degradazione. Quest’ultimi sarebbero più accentuati dove l’attività dell’uomo si fa più intensa, non soltanto nei siti dedicati alla produttività ma anche in prossimità di aree urbanistiche costruite senza tenere conto del successivo impatto ambientale, specialmente sul suolo. Le conseguenze per il terreno sono drammatiche: perdita di fertilità e della capacità produttiva, compattazione causata dai pesanti mezzi agricoli con conseguente perdita di permeabilità e capacità di filtraggio, contaminazione da inquinamento e uso eccessivo di fertilizzanti, sterilità, erosione che può dare vita a frane, impermeabilizzazione che impedisce lo stoccaggio dell’acqua e la regolamentazione della temperatura.

    Un aiuto dalla canapa, la pianta ‘mangia-veleni’

    Filiere produttive gestite in modo sconsiderato hanno prodotto dei veri e propri disastri ambientali e oggi occorre escogitare una soluzione per rimediare al danno. Tramite una pratica sostenibile come quella della ‘fitodepurazione’ si potrebbe dare il via ad una nuova e ambiziosa green economy. Alcune tipologie di piante – dette fitomediatrici o fitodepuranti – hanno infatti la capacità di depurare i terreni, le acque e l’aria, stoccando gli inquinanti al loro interno, principalmente delle foglie e nelle radici. La tecnica si chiama fitoestrazione: i metalli inglobati dalla pianta vengono estratti e recuperati. Tra i migliori ‘mangiatori di veleni’ si configura la canapa, in grado di togliere dai terreni metalli pesanti come piombo, cromo, rame, cadmio e altri. Da qui al possibilità di ri-estrarli e ri-utilizzarli nell’industria. La stessa canapa può essere utilizzata nuovamente in settori come la bioedilizia, come biomassa nelle filiere bioenergetiche o, ancora, in campo tessile. Si chiuderebbe così un cerchio ‘green’ molto importante e positivo da ogni punto di vista che gioverebbe alla salute dell’ambiente e dell’uomo.

    Le fitotecnologie si basano sul principio di ‘utilizzare la natura per disinquinare la natura’ e rappresentano una serie di tecniche di bonifica alternative che sfruttano la capacità intrinseca degli organismi viventi di ‘risucchiare’ i veleni dalla terra. Il fitorimedio è alquanto competitivo per diverse ragioni. Si tratta di una tecnica silenziosa, esteticamente gradevole ed ecologica, che non faticherebbe quindi a trovare consenso nell’opinione pubblica. I costi sono contenuti, la manutenzione richiesta è minima e prevede l’utilizzo di pratiche e macchinari di comune uso agricolo. In più, una parte degli interventi richiesti prevedono attività di natura colturale e dunque si evidenzia anche l’aspetto sociale, in termini di occupazione. È un approccio pratico sia dal punto di vista economico che da quello tecnico, ideale per processi di bonifica eco-sostenibili ma anche per prevenire la diffusione della contaminazione con la restituzione di aree al settore agricolo o anche al verde pubblico/privato.

    Disastri ambientali e bonifiche interminabili: i casi Stoppani e Iplom

    Tra i 41 siti italiani ad alto rischio sanitario, considerati dall’ISPRA come ‘siti di interesse nazionale’ troviamo tre siti liguri fra cui l’area intorno all’ex Stoppani, ubicata in provincia di Genova. L’azienda – che produceva composti di cromo esavalente – è stata chiusa nel 2003 e nel suo sottosuolo sono state rilevate massicce concentrazioni della sostanza cancerogena che dava lavoro a oltre 400 persone. Lo stato di emergenza è attivo nell’area dal 2006 e, dopo quasi 20 anni dalla chiusura dei battenti, i lavori di bonifica sarebbero fermi al 90%. Tra gli interventi di bonifica attuati in tutti questi anni, c’è anche la costruzione di una barriera fisica per delimitare il sito e impedire sversamenti pericolosi nel torrente Lerone. Tale barriera nel 2017 trasudava inequivocabilmente materiale nocivo, segno che i lavori fatti avevano messo una pezza al problema senza di fatto risolverlo. Milioni di euro sono stati spesi e gigantesche quantità di rifiuti tossici sono stati versati nella discarica di Molinetto. Oggi la bonifica continua, mentre l’obiettivo finale dovrebbe essere un’area verde da restituire ai cittadini, forse tra 4 o 5 decenni.

    Anche il quartiere di Fegino nel 2016 è stato protagonista di una grave contaminazione ambientale per via dell’incuria di alcuni dirigenti dell’oleodotto Iplom di Busalla. Il 17 aprile di quell’anno un tubo malandato di proprietà della società è esploso e grandi quantità di petrolio si sono rovesciate nel rio Pianego, successivamente nel Fegino, poi nel torrente Polcevera e, infine, in mare. Le prime operazioni di tamponamento sono state svolte di notte, quindi inizialmente fu difficile capire l’entità del danno ma circa 600 mila litri di greggio avevano avvelenato l’area.

    L’azienda ha impiegato milioni di euro per i lavori di messa di sicurezza e per la bonifica del territorio, ma per altri tre anni le acque sotterranee del Fegino e del Pianego dovranno subire dei controlli.  Soltanto che a distanza di anni i residenti di Fegino affermano di sentire ancora odore di idrocarburi, in particolare quando piove e sospettano che questo miasma giunga dal fiume. E se avessimo optato per una più moderna metodologia di bonifica, compatibile con la sicurezza dell’ambiente e dell’uomo? Stando ai dati delle sperimentazioni delle tecniche di fitodepurazione, avremmo potuto recuperare le aree liguri contaminate da tempo, con costi inferiori e senza peggiorare i già gravi danni ecologici. Soltanto a Genova e provincia sono decine le aziende che potrebbero innescare un disastro ambientale nel caso in cui accadesse un incidente di qualsiasi tipo. Tra le più a rischio troviamo Iplom di Busalla, Sigemi di San Quirico, A-Esse Spa di Carasco, il deposito del porto Petrolio di Multedo, la Superba di Multedo di Pegli, Silomar di ponte Etiopia, Petrolig ed Eni Porto in porto e il deposito Iplom di Fegino.

    Acna: la bomba ecologica ligure dopo 20 anni di bonifiche fallimentari

    Attualmente i siti oggetto di bonifica o messa in sicurezza permanente – soltanto nel comune di Genova – sono 88, in tutta la regione Liguria 250, mentre i siti con analisi di rischio approvata sono invece 92. Dunque le aree da ripulire e riqualificare sono parecchie, come anche i problemi per la salute (dell’uomo e dell’ecosistema) se le sostanze tossiche non verranno rimosse presto e in maniera sostenibile. Particolarmente critica sarebbe l’area di Cencio ­– piccolo comune in provincia di Savona – dove si trova l’Acna, ex ‘fabbrica di veleni’ che ha lasciato in eredità oltre 500 mila metri quadrati di area contaminata. L’azienda, che trattava coloranti e affini, per quasi un secolo ha versato tonnellate di sostanze tossiche nelle acque della Bormida, le stesse acque che venivano prelevate per abbeverare animali e bagnare orti. La contaminazione della Val Bormida è sempre stata sotto gli occhi di tutti ma l’Acna dava lavoro a migliaia di persone e la lotta alla chiusura è stata lunga, oltre a costare moltissimo. La fabbrica è chiusa dal 1999 ma la bonifica non è ancora stata conclusa, mentre tonnellate di scorie chimiche ancora presenti fanno del sito una vera e propria bomba ecologica. Non sono bastati gli anni di negligenza in cui i residenti della Val Bormida si sono visti avvelenare ogni cosa intorno a loro, perché a questo si aggiunge un ventennio di bonifiche fallimentari e alquanto misteriose.

    Foto Eni.com

    L’area contiene ancora cumuli di rifiuti tossici e le acque sotterranee del sito presentano concentrazioni di contaminanti oltre ogni limite di legge, difficile quindi pensare che la zona verrà recuperata per un qualsiasi impiego futuro. Il risultato è uno degli episodi più gravi nella storia del nostro paese: una contaminazione su larga scala fra la Liguria e il Piemonte, un’eredità che ha messo e mette tutt’ora a repentaglio la salute di tutti i residenti, con una moria per casi di cancro nella zona difficile da digerire. Il rischio ambientale è ancora altissimo: tonnellate di rifiuti tossici accatastati a mo’ di montagna attendono di essere messi in sicurezza e minacciano nuovamente l’area – già fortemente martoriata – in caso di alluvione. Una tecnica ecologica come quella della fitodepurazione dei suoli potrebbe configurarsi come un’opportunità per bonificare l’intera zona, con costi che in confronto a quelli a cui siamo avvezzi sarebbero bazzecole e il raggiungimento di un risultato ottimale in tempi più contenuti. Siamo così abituati a bonifiche ventennali – gravose ed inefficienti – che pare quasi normale, ma così non è. Che cosa si aspetta, dunque, per attuare un risanamento sostenibile di tutti quei territori che egoisticamente sono stati avvelenati? Probabilmente troppe mani sono attaccate ai progetti di bonifica tradizionali, quelli impattanti, infiniti, il cui risultato non è quello auspicato. Un giro di soldi enorme che va ad impinguare organizzazioni e a devastare terre che di devastazione ne hanno vista fin troppa.

    Le bonifiche che inquinano

    Attualmente, le bonifiche dei siti inquinati si affidano a metodologie di vecchia concezione che implicano l’utilizzo di grandi quantità di mezzi e risorse, soprattutto energetiche. Il risultato è spesso peggiore della situazione preesistente la bonifica. Grandi mezzi dissodano la terra contaminata e la caricano su camion che la trasportano in centri di bonifica appositi. Qui la terra viene sottoposta a trattamenti chimici per limitare il grado di pericolosità delle sostanze nocive in essa contenute. Tale procedimento non elimina quindi gli elementi di tossicità, ma li degrada per renderli meno pericolosi. Le operazioni di bonifica che si svolgono oggi hanno come obiettivo primario raggiungere – in base alla normativa vigente – un dato livello di concentrazione di inquinanti, mentre si fa scarsa attenzione alle conseguenze delle tecnologie usate sulla qualità del suolo. Inoltre, il dissodamento e il trasporto da un luogo ad un altro di questo terreno inquinato, genera nubi di polveri velenose che si diffondono nell’ambiente.

    Le attuali bonifiche richiedono l’investimento di un massiccio capitale economico, oltre che un eccesso di risorse, e non fanno altro che procurare un nuovo e diverso danno all’ambiente, a volte superiore a quello che si intendeva eliminare. La bonifica sostenibile è, invece, quella che combina una o più tecnologie in modo che il beneficio complessivo per la salute umana e quella dell’ambiente sia reso massimo attraverso un uso limitato di risorse. È la migliore soluzione da ogni punto di vista: economico, sociale e ambientale, ma non solo. Si definisce sostenibile quella bonifica che soddisfa i bisogni del presente, senza compromettere le stesse possibilità di soddisfazione per le generazioni future.

    Biomassa come volano economico e freni al fitorimedio

    A rendere concorrenziali i progetti di bonifica eco-sostenibili basati sulle fitotecnologie è anche la possibilità di valorizzare la biomassa. Quest’ultima è un prodotto organico derivante dalla fotosintesi e utilizzato per generale energia, ma non solo. La normativa relativa alla valorizzazione delle biomasse provenienti da impianti di fitorimedio è lacunosa, tuttavia queste potrebbero essere destinate – oltre alla generazione di energia tramite combustione diretta nelle centrali elettriche – alla produzione di biocarburante, biometano, materiali da costruzione e bioplastiche. Essendo la biomassa contaminata andranno selezionate le filiere di destinazione adeguate a garantire il rispetto della qualità dell’ambiente e della salute umana sia durante il processo di trasformazione che durante l’utilizzo.

    Quest’approccio ‘green’ del fitorimedio, purtroppo, deve affrontare ostacoli di varia origine. In primis, la tecnica deve superare la resistenza di un mercato che tende a preferire soluzioni tradizionali, o per meglio dire ‘vecchie’. Dal punto di vista economico, scarseggiano incentivi diretti e indiretti ad adottare soluzioni innovative e con un più basso impatto ambientale, mentre dal punto di vista sociale è necessaria la definizione di una metodologia in grado di sottolineare in maniera trasparente ed efficiente i pro e i contro delle diverse alternative di approccio. Infine, normativamente parlando, manca nel quadro italiano un iter amministrativo e approvativo più fluido per quanto concerne la formulazione di progetti di bonifica controcorrenti come questo. Tuttavia, l’approccio ha un potenziale enorme, soprattutto se si pensa a tutte quelle aree del nostro paese che meriterebbero di essere portate a nuova vita tramite riqualificazione, come le ex discariche o le ex industrie. Certo è che la scelta delle ditte per le bonifiche dovrà essere più che accurata, altrimenti il disastro sarà doppio, a causa delle ecomafie che potrebbero fiutare il business: chi in passato ha distrutto e ci ha guadagnato, ora potrebbe tentare di guadagnare risanando o fingendo di farlo.

    Modello Taranto

    Foto di Mafe de Baggis (wikipedia) 2007

    Il primo esempio di bonifica tramite semina di canapa è riconducibile al disastro di Chernobyl, quando nel 1998 una società americana avviò un progetto di fitorisanamento per la messa in sicurezza della zona circostante, contaminata da agenti tossici e materiale radioattivo. I risultati furono positivi e il modello fu replicato in altre parti del mondo. Al momento nel nostro paese il progetto più importante di bonifica tramite semina di canapa è stato avviato a Taranto nel 2014, dove si è sperimentata per la prima volta la tecnica della fitodepurazione nella Masseria Carmine, quella che era un’efficiente realtà agricola e agroalimentare vicino all’ex Ilva. La famiglia Fornaro nel 2008 fu costretta ad abbattere 600 ovini a causa degli alti livelli di diossina e PCB riscontrati negli alimenti di produzione propria e a convertire l’azienda in masseria per cavalli. I terreni, infatti, non possono più essere utilizzati per attività colturali o zootecniche per via del disastro ambientale causato dall’acciaieria: qui vige ancora il divieto di pascolo entro un raggio di 20 km. L’obiettivo dell’intervento è recuperare i terreni agricoli circostanti l’impianto siderurgico, altamente inquinati, attraverso una semina di canapa nel 2014 ed una nel 2016. Ora si attende quella definitiva, l’ultima speranza di trasformare un inenarrabile disastro in risorsa locale.

    Conclusioni

    Mentre in nazioni come gli Usa il fitorimedio è applicato sin dagli anni ’90, dove il suo impiego ha riguardato oltre 200 aree, nel nostro paese questa tecnologia ha trovato impieghi soltanto sperimentali e non ha ancora raggiunto un livello paragonabile alle ‘vecchie’ e impattanti tecniche di bonifica, seppure con varie sperimentazioni in Puglia, in Campania, in Sardegna e in Veneto. Alle base dell’applicazione di queste tecnologie dovrebbe esserci la presa di coscienza del valore del suolo e la volontà di preservarlo. Il futuro si dovrà necessariamente orientare verso soluzioni che permettano di ottenere un suolo funzionale e che, allo stesso tempo, non lo considerino come rifiuto da trattare ma come risorsa da proteggere. Anche se una direttiva europea comune sul suolo è ancora di lontana approvazione, il fitorimedio rappresenta una reale pratica di conservazione di questo capitale, decisamente preferibile alle tecniche distruttive utilizzate fin’ora.

    Paola Alemanno

  • Rischio idrogeologico, tutto il sistema dei fondi per la prevenzione è “a pezzi”. Lo dice la Corte dei Conti

    Rischio idrogeologico, tutto il sistema dei fondi per la prevenzione è “a pezzi”. Lo dice la Corte dei Conti

    Nei giorni scorsi il Codacons ha minacciato di denunciare la Regione Liguria per non aver speso i 10 milioni di euro ricevuti quest’anno dal Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico. “Belinate” ha risposto Giovanni Toti in conferenza stampa, la sera del 27 novembre. Non solo – dice il presidente – Regione Liguria ha impiegato tutti i fondi ricevuti quest’anno ma, dall’inizio dell’amministrazione Toti (quindi dal 2015) il governo regionale ha messo a bilancio circa 552 milioni per la tutela del territorio. Una cifra che include tutte le opere in corso d’appalto, da quelle per cui sono ancora in corso le gare fino a quelle effettivamente concluse. Per il programma triennale 2019-2021, inoltre, la Regione ha già mandato al Ministero dell’ambiente un piano di progetti per un totale di 268 milioni di euro.

    “Belinate” e beghe della politica locale a parte, però, è tutto il sistema della progettazione delle opere necessarie e quindi della prevenzione a non funzionare. L’ha scritto la Corte dei Conti nel report di analisi sul Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico 2016-2018, pubblicato lo scorso 31 ottobre. Il documento passa in rassegna i vari piani nazionali che si sono alternate negli ultimi anni, dall’Italia Sicura del governo Renzi al Proteggi Italia del Conte 1. Il giudizio complessivo è severo. “Nonostante i tentativi intrapresi dai vari governi che si sono succeduti – si legge infatti nelle valutazioni conclusive – non sembra ancora essere compiutamente definita una vera e propria politica nazionale di contrasto al dissesto idrogeologico, di natura preventiva e non emergenziale, coerente anche con una politica urbanistica e paesaggistica, rispettosa dei vincoli ambientali, con interventi di breve, medio e lungo periodo”. Le conseguenze le avremmo viste tutte poche settimane dopo la pubblicazione dello studio.

    Il fondo per la progettazione

    La legge n.221 del 2015 stanzia 100 milioni di euro per la progettazione delle opere necessarie a mitigare il rischio idrogeologico e per accelerare l’attuazione dei piani nazionali contro il rischio idrogeologico. Con questi soldi, quindi, non si finanziano direttamente le opere, ma si punta a favorire le attività di progettazione necessarie, da sempre un problema per le amministrazioni regionali. A ricevere i fondi sono direttamente i presidenti di Regione, che Italia Sicura aveva in precedenza reso commissari straordinari per il rischio idrogeologico, sempre nell’ottica di accelerare i tempi.

    I finanziamenti, però, non sono stati distribuiti a scatola chiusa. Per ottenerli, le Regioni dovevano inserire nel database del ReNDiS (il Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) progetti con requisiti tecnici minimi di ammissibilità, che includessero per esempio una valutazione dell’impatto dell’opera. E poche, a quanto pare, sono state in grado di farlo. Tra l’inizio del 2017 e la fine del 2018, infatti, alle Regioni è effettivamente arrivato solo il 19,9% dei 100 milioni complessivi. A circa due anni dall’istituzione del fondo, la stessa Italia Sicura evidenziava la criticità in un comunicato stampa: “Il vero ritardo – si legge nel passaggio riportato nel report della Corte dei Conti – a dimostrazione di un lavoro di prevenzione mai realizzato finora, sta nelle progettazioni. Delle 9.397 opere richieste dalle regioni solo l’11% dei progetti pervenuti sono esecutivi e pronti per gare e finanziamenti”. Anche il Ministero dell’Ambiente, poco prima, aveva segnalato “problemi di spesa da parte dei soggetti attuatori (Presidenti di Regione) dovuti in parte a problemi di ordine burocratico e amministrativo e in parte alla cronica mancanza di progettazione di livello adeguato”.
    Tutti i tentativi di accelerare, semplificare e snellire le procedure sono andati a sbattere contro alcuni storici problemi delle amministrazioni locali, che spesso non possono o non sono capaci di spendere i fondi che pure avrebbero a disposizione. E la Liguria non fa eccezione.

    Il caso ligure: a maggio del 2019 arrivati solo 41 milioni dei 275 previsti per le opere più urgenti

    Nel 2015, il Ministero dell’Ambiente e Italia Sicura, basandosi sulle richieste provenienti dalle Regioni, stanziano circa 20 miliardi di euro per il Piano operativo nazionale degli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico (quello che ha fatto litigare Toti e il Codacons) per il periodo 2014-2020. Tutti gli interventi relativi al dissesto idrogeologico sono finanziati dalla delibera CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) n. 32 del 2015. Per gli interventi più urgenti, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 15 settembre 2015 stila un “piano stralcio” per le aree molto popolose e a forte rischio idrogeologico, del valore complessivo di 13,05 miliardi. Il piano stralcio si divide più o meno a metà tra gli interventi già finanziati (654 milioni) e interventi ancora da programmare (648 milioni).

    Tra gli interventi già finanziati ce ne sono anche quattro da realizzare in Liguria, la Regione che, in questa prima tranche di finanziamenti, riceve più soldi di tutte: 275 milioni. Ma al 21 maggio del 2019 (data della ultima rilevazione della Corte dei Conti) dei quattro progetti in questione due risultano “in progettazione” e due “in esecuzione” e dei 275 milioni complessivi solo 41 sono effettivamente arrivati nelle casse regionali, mentre 233 risultano ancora da erogare. In percentuale, equivale al 15% del totale, ovvero la quota prevista per il primo lotto di finanziamenti, erogati a giugno 2018, per le regioni che sono state in grado di presentare progetti finanziabili (Liguria, Toscana, Lombardia, Abruzzo, Veneto e Sardegna ed Emilia Romagna). In effetti, come rileva la Corte, solo all’Emilia Romagna sono state versate tutte e cinque le tranches di finanziamento previste, mentre tutte le altre nell’elenco si sono dovute limitare alla prima.

    Un’opera ligure compare anche nell’elenco delle opere ancora ferme alla fase progettuale (almeno a maggio di quest’anno): il Canale scolmatore T. S. Siro e Magistrato di Santa Margherita Ligure, 33 milioni di cui 621 mila ancora da finanziare.

    Le cause di un’inefficienza che pagheremo sempre più cara

    I motivi di questa enorme differenza tra le risorse impiegate e quelle che poi arrivano effettivamente sui territori sono sempre gli stessi: troppa burocrazia e troppa poca capacità progettuale. Di Italia Sicura, la struttura renziana che nelle intenzioni degli ideatori doveva accelerare il sistema, la Corte dei Conti boccia però anche il metodo di fondo.Italia sicura si è configurato come una mera raccolta di richieste di progetti e di risorse, talvolta non omogenee, – si legge infatti nel report – senza addivenire ad una vera e propria programmazione strategica del settore”. Non solo quindi agli enti locali manca la capacità progettuale. È anche lo Stato che, negli anni, si è mostrato carente di visione strategica, forse vittima di governi che hanno preferito accogliere tutte le richieste delle regioni e annunciare finanziamenti esorbitanti anziché coordinare risorse dove ce n’era più bisogno, con un lavoro di analisi mirato.

    Certo non sarebbe semplice stabilire quali aree abbiano effettivamente più bisogno di risorse e quali meno. Il dissesto idrogeologico interessa infatti tutto il territorio nazionale, colpito con sempre maggior intensità e frequenza da eventi estremi causati anche dal cambiamento climatico globale.

    Non che le cose siano migliorate con i piani dei governi Conte, che (nella versione 1, quella Lega-5 Stelle) aboliscono la struttura di Italia sicura e tolgono il controllo della lotta al cambiamento climatico dalla presidenza del Consiglio per trasferirla interamente nelle mani del Ministero dell’Ambiente. I problemi di fondo restano tutti lì. Oltre alle carenze burocratiche e progettuali, il report della Corte dei Conti menziona anche l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi, una comunicazione complicata tra Stato e Regioni, la frammentazione e la disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto (che complica ulteriormente il lavoro di progettazione delle Regioni) e il ricorso a una gestione sempre emergenziale e non ordinaria.

    Leggendo il rapporto della Corte, sia ha l’impressione che poco, del sistema complessivo, rimanga da salvare e che agli enti locali non resti che provare a mettere “tapulli” a una situazione che a ogni alluvione e frana sembra sorprenderci.

    In compenso, nel 2017 e nel 2018 è tornato a crescere il consumo di suolo (rispettivamente dello 0,21 e dello 0,22% a livello nazionale), dopo una decrescita di alcuni anni, nonostante sia ormai riconosciuto come uno dei fattori che rende i nostri territori più fragili. In barba, oltre a varie leggi e disposizioni italiane ed europee, all’agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che nel 2015 fissava l’obiettivo, per il 2030, di un land degradation neutral world, cioè un mondo in cui il consumo di suolo rimanga stabile o aumenti all’interno di sistemi specificati e mai comunque a un ritmo più elevato della crescita della popolazione.

    Non è di sicuro il caso della Liguria, una terra in decrescita demografica. Eppure, il consumo di suolo interessa anche la nostra regione anche se, come sottolinea l’ultimo report dell’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra), meno rispetto ad altri territori come il nord-est o il sud. Nel 2018, infatti, sono stati consumati solo 350mila metri quadrati di terreno, in percentuale lo 0,08% del territorio. Una percentuale, dunque, ben al di sotto della media nazionale. Lo stesso rapporto però ci dice anche che la Liguria è la Regione più cementificata di tutte in aree ad alta “pericolosità idraulica”, quindi più fragili. È consumato, infatti, il 22,7% del terreno in aree che l’Ispra definisce a pericolosità “elevata” (solo le Marche, in questo settore, fanno peggio, con il 37,8%), il 29,3% di quelle a pericolosità “media” e il 33,4% di quelle a pericolosità “bassa”.

    Percentuali da un lato spiegate dalla fragilità generale del nostro territorio, che ci dicono anche come il conto di ogni metro quadrato cementificato per la Liguria rischi di essere molto più salato che per altre regioni.

    Luca Lottero

     

  • Isola di plastica, correnti salvano (per ora) la Liguria, ma il nostro mare è una zuppa. E dovremmo preoccuparcene

    Isola di plastica, correnti salvano (per ora) la Liguria, ma il nostro mare è una zuppa. E dovremmo preoccuparcene

    Isola di plastica nel Tirreno, @Francesco Alesi/ Greenpeace

    Nelle scorse settimane, l’Istituto francese di ricerca sull’inquinamento del mare (Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer – Ifmer, di Bastia) ha rilevato una concentrazione altissima di plastiche e microplastiche nel tratto di Mar Tirreno tra la Corsica e l’Isola d’Elba. Un’“isola di plastica”, come si sono affrettati a battezzarla i giornali francesi e i pochi giornali italiani che ne hanno dato notizia, con chiaro riferimento al più famoso Great Pacific Garbage Patch (o Pacific Trash Vortex) dell’Oceano Pacifico settentrionale. Una notizia che sulla sponda ligure del Tirreno non ha avuto molto seguito, passata praticamente rapidamente in archivio: eppure quello che oramai è dato empirico dovrebbe preoccuparci molto. Oggi.

    L’isola scoperta nel Tirreno non ha la stessa estensione di quella oceanica e a differenza di questa, come ha spiegato il direttore dell’Ifmer François Galgani non è permanente, ma generata periodicamente dal particolare gioco delle correnti del Mediterraneo nord-occidentale, che tendono a risalire la costa italiana e poi, ostacolate dall’isola Elba e dalle altre isole dell’arcipelago toscano, ad accumulare in quell’area il materiale trasportato, con le concentrazioni maggiori lungo le coste della Corsica.

    Occhio non vede…

    Questo però non vuol dire che il problema della plastica nel Mar Mediterraneo sia meno grave che quello nel Pacifico. Anzi. «Il Mediterraneo è un mare chiuso – spiega Stefano Pedone, dell’associazione Worldrisee questo fa si che le concentrazioni di plastiche siano molto più elevate di quanto non accada nell’Oceano, che ha la possibilità di diluire maggiormente la concentrazione di microplastiche. Tanto che, nell’intero Mediterraneo, la concentrazione di plastica è quasi pari a quella delle isole, o “zuppe” oceaniche. Per la zona tra l’Isola d’Elba e la Corsica parliamo quindi di concentrazioni assolutamente straordinarie».

    Plastica raccolta sulla spiaggia di Santa Margherita – Dicembre 2018, foto Worldrise

    Isola di plastica è un termine mediaticamente efficace ma in realtà improprio: «Dà l’idea di una vera e propria isola su cui si possa camminare – spiega Pedone, che è laureato in Scienze Naturali all’Università di Genova e in questo momento sta studiando per ottenere la seconda magistrale in biologia marina – in realtà le plastiche che finiscono in mare si riducono progressivamente di dimensioni per effetto del sole, del sale e del moto ondoso, fino a diventare microplastiche e a mischiarsi con l’acqua marina. Passando con la barca in aree che chiamiamo “isole di plastica” quasi non ci se ne accorge, perché la superficie è uguale a quella di una zona normale. Le microplastiche sono invisibili a occhio nudo, in realtà, senza accorgersene, si naviga in una sorta di zuppa di acqua e plastica».

    Grazie correnti, ma ci pensa il porto

    E Genova? Nel golfo ligure il particolare gioco delle correnti rende in teoria poco probabile una concentrazione in stile “isola di plastica” al largo delle nostre coste, ci racconta Pedone nel corso della nostra chiacchierata. Ciò non vuol dire, però, che nel mar ligure la plastica non ci sia: «I porti sono grandi produttori di microplastiche – spiega infatti Pedone – come confermato di recente da forti concentrazioni di microplastiche rilevate al largo del porto di Napoli». A noi, in un certo senso, non serve una sfortunata combinazione di correnti marine come quella che interessa il mare tra l’Elba e la Corsica. Basta la principale attività economica cittadina. Un’attività che, tra l’altro, ci rende di fatto esportatori netti di microplastiche che, prodotte dal nostro porto, si ritrovano poi a viaggiare per tutto il Mediterraneo: «Ovviamente non sono gli abitanti dell’Elba o delle Tremiti a produrre tutta quella plastica – sottolinea Pedone – sono in generale le città di riviera, e in particolare quelle portuali come Genova, o altri fattori come, per quel che riguarda le isole Tremiti, nell’Adriatico, il fiume Po, che riversa in mare tutte le plastiche raccolte lungo la Pianura Padana, che vengono trasportate verso sud dalle correnti superficiali finché non vengono bloccate delle Tremiti».

    Il Mediterraneo che cambia

    Se le correnti, ad oggi, ci stanno tenendo lontani dalla parte più visibile del problema, è anche vero che il contesto del Mediterraneo è soggetto a forti mutamenti, dovuti alla attività antropica e a cambiamenti microclimatici in atto da diversi decenni.

    Foto di Kevin Krejci

    Diversi sono gli studi scientifici che hanno certificato un aumento della temperatura media del nostro mare registrata negli ultimi decenni: un dato che può arrivare ad incidere sulle correnti e sulle quantità e qualità delle precipitazioni e dei fenomeni atmosferici. Un mare sempre più “tropicale” favorisce fenomeni altrettanto “tropicali”, con estremi inediti per le nostre coste. Fenomeni a cui non siamo preparati.

    Il dibattito sui cambiamenti climatici è molto ampio e discusso, talvolta anche “tifato”ma gli eventi degli ultimi mesi ci portano sul piatto alcune evidenze, che se diventassero “strutturali” ad un rinnovato contesto appunto climatico, potrebbero non essere troppo da sottovalutare, anche nel breve periodo: la mareggiata dello scorso ottobre ne è un esempio lampante, con una altezza di onde registrata fuori dalla media. Il day after, lo ricordiamo, fu caratterizzato, oltre che dalla conta dei danni, dalla necessità di ripulire le coste da decine di quintali di rifiuti plastici spiaggiati, che il mare conservava da qualche parte e che ci ha restituito. Con gli interessi, visto la difficoltà di una bonifica quasi impossibile, se si parla di microplastiche, oramai presenza fissa e invisibile sulle nostre spiagge. 

    La nostra zuppa di plastica

    Sulla immediata costa di questo “quasi lago”, che è il Mediterraneo, vivono almeno 150 milioni di persone, ma i fiumi portano il fall-out di un bacino umano molto più ampio. Il Wwf, in uno studio del 2018 ha calcolato che la concentrazione di frammenti per chilometro quadrato è pari a 1,25 milioni, circa quattro volte quella registrata presso l’isola di plastica trovata nel nord del pacifico. Numeri estremamente sensibili alle attività umane: durante il periodo estivo, infatti, il numero di persone sulla costa praticamente raddoppia, con un aumento di immissione di plastica in mare che sale, durante i “mesi delle vacanze” del 40%. Milioni di rifiuti plastici giacciono da qualche parte sui fondali marini, in balia degli eventi, e rilasciano costantemente piccoli frammenti: una miniera ad estrazione continua che ha trasformato il nostro mare in una vera zuppa di plastica.

    Sempre il Wwf ha riportato in un recente studio che nel Santuario dei Cetacei Pelagos, che comprende tutto il mar ligure fino alla Sardegna, cioè tutto il nostro mare, il 56% del plankton è contaminato da microplastiche, avendo trovato nei fanoni delle balene abituate a vivere in questa acque quantità 4 o 5 volte superiori ai livelli considerati normali. E forse, quindi, non è un caso che gli spiaggiamenti di balene e delfini morti siano sempre più frequenti nel Tirreno, spesso con le viscere piene di plastica. Un santuario che sta diventando un sepolcro.

    L’inquinamento del Mediterraneo, uno dei più “abitati” e trafficati del pianeta è, quindi, per lo più invisibile, ma inequivocabile. L’isola di plastica della Corsica e dell’Elba sono solo una versione tangibile e ingombrante di un problema molto esteso, che ci coinvolge in prima persona. Anche se ad oggi le correnti ci hanno fatto da scudo di quella parte del problema maggiormente impressionante, forse dovremmo iniziare a preoccuparci seriamente della salute del nostro mare. E della nostra.

    Luca Lottero, Nicola Giordanella

     

     

     

  • Spiagge liberate: tra mareggiate, sequestri e un castello di sabbia che sta per crollare

    Spiagge liberate: tra mareggiate, sequestri e un castello di sabbia che sta per crollare

    Quella che stiamo vivendo è un’estate diversa, con una stagione balneare particolarmente complicata, che convive con le profonde cicatrici della mareggiata di ottobre, e in ultimo, con vicende giudiziarie quanto meno dirompenti. Due situazioni in apparenza negative, ma che in realtà hanno dischiuso un possibile nuovo assetto dei nostri litorali, che potrebbe rappresentare una svolta per il nostro mare e la sua fruibilità. Con la restituzione del maltolto.

    La notizia più interessante è che questa estate Genova ha una spiaggia libera in più: si tratta del piccolo arenile di quelli che erano i Bagni Monumento, devastati dalle onde fuori misura dello scorso autunno. I lavori di ristrutturazione non sono stati completati, e i gestori hanno tenuto chiuso. Risultato? Decine di persone, ogni giorno, accedono liberamente al piccolo lido, posizionando asciugamani e zaini la dove erano fissi gli inamovibili e danarosi ombrelloni dello stabilimento. Una spiaggia liberata.

    Il concessionario aveva quantificato in oltre 110 mila euro i danni subiti, che secondo le prime stime avrebbero ridotto del 20% la fruibilità, ma nei fatti oltre alla messa in sicurezza di quelli che il mare ha ridotto come ruderi, poco si è riuscito a fare in tempo utile, per cui oggi gli stabilimenti sono chiusi. L’unica presenza è quella del bagnino, come previsto dal contratto di concessione.

    Questo ha portato degli inevitabili problemi per chi ci lavorava e per l’indotto del settore, come accade nelle molteplici situazioni in qualche modo simili che troviamo su tutto il litorale ligure. Ma come abbiamo visto anche in altri articoli, il caso singolo si inserisce in una prassi decisamente in debito verso la collettività, visto il contesto normativo regionale e comunitario disatteso da anni.

    E proprio su questo si innesta la seconda notizia dell’estate, cioè quella del sequestro delle aree oggetto di concessione demaniale sulla spiaggia dei Bagni Liggia, andata in scena pochi giorni fa. Un episodio circoscritto, ma che potrebbe essere la prima pietra di una valanga molto più ingente di quanto i pochi metri di transenne potrebbero lasciare intendere.

    [quote]La coesistenza dicotomica tra norme europee vigenti ma non recepite e condotta de facto ha retto fino a due giorni fa, quando i giudici genovesi hanno creato il precedente esplosivo[/quote]

    Causa dell’azione giudiziaria il mancato rispetto della Bolkestein, attraverso un rinnovo automatico della concessione, non previsto dall’ordinamento comunitario, e che invece in tutto il paese è continua prassi. La coesistenza dicotomica tra norme europee vigenti ma non recepite e condotta de facto ha retto fino a due giorni fa, quando i giudici genovesi hanno creato il precedente esplosivo: a dirlo lo stesso gestore di Liggia, che in tutte le interviste rilasciate alla stampa ha dichiarato che presenterà “un esposto alla Procura –per dire che esistono oltre 10 mila concessioni in Italia che sono nella mia situazione. Sono elencate nel database del ministero delle infrastrutture e del ministero del turismo e vi elenco le 453 autorità concedenti che vi chiedo di indagare”. Saltato il tappo, la questione balneare potrebbe degenerare in un tutti contro tutti la cui responsabilità è esclusivamente politica.

    Il castello di sabbia che rischia di crollare è, infatti, il risultato di un continuo nicchiare da parte della classe dirigente del paese, che negli ultimi anni, (la Bolkestein è del 2006, tanto per dire) ha cullato la categoria nell’illusione che tutto sarebbe rimasto uguale per sempre, senza fare altro che normative transitorie “tappullo” puntualmente impugnate perché incompatibili con l’ordinamento comunitario. Ora il tempo sembra essere scaduto.

    La cosa che rimane poco comprensibile è la paura atavica per la Bolkestein, che di per sé prevede la gara per le concessioni ogni dieci anni, senza che venga esclusa la eventuale riconferma di chi che sia. Se uno fa bene, investe (principale argomento contro) e ha la proposta più conveniente per lo Stato vince. Punto. Il problema è che come abbiamo visto l’attuale gestione non è il meglio per lo Stato e la collettività che lo compone, ma una generosa pratica che da anni sostiene un florido mercato che restituisce pochissimo all’erario, garantendo un indotto considerevole e un bacino elettorale prezioso.

    Il crollo di questo castello di sabbia potrebbe essere, invece, una buona occasione per rimettere mano alla decennale cannibalizzazione delle spiagge libere della nostra regione, che, come abbiamo visto più volte, è ferma ad un 14% fortemente sotto la soglia del 40% posta dalla stessa Regione Liguria, in mancanza di una normativa nazionale.

    Insomma, in attesa di avere dati più completi della stagione in corso, le cui avvisaglie non sono molto confortanti, è necessario iniziare a ragionare su come ripensare il nostro approccio alla questione. La forza della natura e l’italico e furbesco pressapochismo culturale e politico hanno mescolato prepotentemente il mazzo di carte. Non tutto il mare viene per nuocere.

     

    Nicola Giordanella

     

  • Stoppani e la bonifica senza fine della Cernobyl genovese. Storia di una bomba ambientale ancora innescata

    Stoppani e la bonifica senza fine della Cernobyl genovese. Storia di una bomba ambientale ancora innescata

    StoppaniNell’elenco dei più di 12 mila siti inquinati sparsi in tutta Italia realizzato a inizio maggio di quest’anno dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), 41 tra quelli considerati a elevato rischio sanitario sono classificati come “Siti di interesse nazionale” (Sin) per la particolare gravità della loro situazione e sono sotto la diretta responsabilità del Ministero dell’Ambiente. Di questi, due si trovano in Liguria. Il più esteso è il sito di Cengio e Saliceto, in provincia di Savona, che per più di un secolo ha ospitato uno spazio industriale divenuto col tempo il più grosso polo della chimica italiana (l’Acna) ed è ancora alle prese con un lungo processo di bonifica che, se tutti i tempi saranno rispettati, si concluderà nel 2020. Al sito di Cengio e Saliceto Era Superba ha recentemente dedicato un lungo approfondimento, che potete leggere cliccando qui.

    L’altro sito ligure nell’elenco è invece l’area intorno alla ex Stoppani tra i Comuni di Arenzano e Cogoleto, nell’estremo ovest della Provincia di Genova. La storia della Stoppani è simile a quella dell’ex Acna, nei suoi tratti fondamentali. È quella di una grossa realtà industriale che per decenni ha portato posti di lavoro che hanno arricchito la comunità locale, lasciando però in eredità gravi problemi ambientali che forse non verranno mai del tutto risolti. Negli anni 70 e 80 del secolo scorso, tra dipendenti diretti e di ditte esterne la Stoppani dava lavoro a più di 400 persone. Al momento della chiusura, nel 2003, i lavoratori dell’azienda erano ancora 140. Alla Stoppani si producevano composti di cromo esavalente, una sostanza dalle molte applicazioni, dalla metallurgia alla produzione di nastri magnetici. Una sostanza che, però, è anche molto tossica e cancerogena. La legge italiana consente una concentrazione massima di 5 microgrammi di cromo in ogni litro d’acqua, nella falda acquifera nel sottosuolo dell’area Stoppani, prima dell’inizio dei lavori di bonifica, per ogni litro d’acqua ce n’erano in media 250mila, poi scesi a 15mila. Nel 2010, l’allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, in visita allo stabilimento, parlò di “scenario post Chernobyl”.

    Bonifica a colpi di emergenze

    Quel giorno Bertolaso si trovava a Cogoleto, insieme al presidente della Regione Liguria Claudio Burlando e il vicecommissario alla bonifica Cecilia Bressanini, per sostenere la necessità di andare avanti con le operazioni di messa in sicurezza del sito. L’area della ex Stoppani è in stato d’emergenza dal 2006, quando la Regione Liguria chiese e ottenne dal Governo la gestione emergenziale del sito. Poche settimane dopo, il Governo nominò un commissario per il superamento della situazione d’emergenza. Da allora, la gestione emergenziale è stata rinnovata con cadenza annuale e diversi commissari si sono alternati senza soluzione di continuità.

    Negli scorsi mesi, il mancato rinnovo del commissariamento dell’area entro il 14 febbraio (giorno in cui scadeva la gestione precedente) ha causato uno scontro tra Regione e Governo, con il presidente Giovanni Toti che ha mandato una lettera di diffida al Ministero dell’Ambiente. Scaduto il termine, è stato il Prefetto di Genova Fiamma Spena a intervenire con un’ordinanza tampone per non fermare i lavori di messa in sicurezza e garantire che non venissero interrotte le attività fondamentali per la salute pubblica come il trattamento delle acque di falda. L’ordinanza del Prefetto è rimasta in vigore fino al 6 marzo e il 7 marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto per il rinnovo del Commissariamento. Esprimendo la soddisfazione sua e dell’amministrazione regionale per il decreto, quel giorno l’assessore alla Protezione Civile della Regione Liguria Giacomo Giampedrone sottolineò l’urgenza di concludere i lavori di un sito che ha raggiunto il 90% della messa in sicurezza, ma per cui mancano ancora passi importanti per la bonifica completa.

    Cosa è stato fatto, cosa resta da fare

    L’area inquinata dalla ex Stoppani occupa circa 2 chilometri quadrati, di cui circa 1,6 a mare e 0,4 a terra (dati Ispra). Passando con la macchina dalla tangenziale, fino a qualche anno fa si scorgevano le carcasse dei vecchi forni che incombevano sulle rive del torrente Lerone, che nasce a un’altitudine di circa 1000 metri sul Passo della Gava e arriva fino al mare. Oggi, di quei monumenti di archeologia industriale non è rimasto quasi più nulla, se non le poche strutture ancora presenti nell’area nord. Tutte le altre sono state abbattute tra il 2008 e il 2016. L’ultima è stata la vecchia portineria, detta “il fungo”, per la sua forma particolare, abbattuta a gennaio del 2016. Pochi mesi prima era stato il turno del forno 70 (il numero indica l’anno di costruzione), rimasto in funzione fino al 2003. Il forno 70 era tra i più grandi di tutta l’azienda, insieme al forno 58, ed è rimasto in funzione fino alla chiusura nel 2003. La sua figura imponente svettava proprio a fianco alla strada provinciale di Lerca.

    Negli anni precedenti erano stati demoliti il magazzino scorte, la palazzina uffici e tutti gli altri forni, ed erano stati trasferiti e smaltiti i rifiuti di solfato di sodio anidro (più comunemente detto solfato giallo) impacchettati nel magazzino V che, per le loro caratteristiche, non potevano essere smaltiti in discarica.

    Tra il 2010 e il 2012, inoltre, sono state bonificate le spiagge di Cogoleto e Arenzano, con la rimozione dei cosiddetti crostoni di cromo presenti sottoterra e il ripascimento della battigia con materiali puliti. L’unico tratto di spiaggia ancora da bonificare è la cosiddetta area Envireg, dove i crostoni raggiungevano una profondità di 9 metri sottoterra. I crostoni presenti nei fondali marini, invece, potrebbero rimanere lì per sempre. Quando una violenta mareggiata, a febbraio del 2014, ne fece emergere alcuni l’Associazione Amici di Arenzano lo fece notare al Ministero dell’Ambiente, ma la conferenza dei servizi convocata per l’occasione dal Commissario delegato arrivò alla conclusione che la rimozione dei crostoni sommersi avrebbe liberato quantità eccessive di cromo in mare e, in definitiva, peggiorato la situazione. I monitoraggi annuali che Arpal, insieme ad altri soggetti, conduce sulle acque marine della zona, d’altronde, evidenziano livelli di inquinamento accettabili, sicuramente inferiori rispetto a quando quelle acque accoglievano direttamente le scorie della Stoppani trasportate a mare dal Lerone.

    Gli interventi ancora da realizzare, secondo quanto si legge in un documento del Parlamento del marzo 2018 dovrebbero costare allo Stato italiano ancora 20 milioni di euro, da aggiungere ai 40 milioni stanziati nel 2006 e alle varie aggiunte che si sono alternate negli anni. Una spesa ricaduta interamente sulle spalle dello Stato italiano, dal momento che l’Immobiliare Val Lerone, l’azienda erede della Stoppani, dichiarò fallimento ad aprile del 2007, non potendo così ripagare gli obblighi che pochi mesi prima le aveva imposto il Consiglio dei Ministri, ma continuando la produzione all’estero.

    I rifiuti e le scorie nel sottosuolo, l’eredità della Stoppani più pesante da gestire

    Tra i vari interventi condotti negli anni della bonifica, c’è anche una barriera fisica, costruita sottoterra, per separare l’area di Pian Masino da quella del torrente Lerone. Sulla parete esterna di quella muraglia, però, negli anni scorsi sono state trovate macchie giallastre visibili a occhio nudo, segno inequivocabile che nella parte interna erano ancora ammassate grandi quantità di cromo esavalente e che quei rifiuti, frutto di più di un secolo di sversamento di materiali nocivi nel sottosuolo, erano ancora potenzialmente in grado di strabordare fuori dai confini delimitati. La scoperta divenne di dominio pubblico a seguito dell’ispezione della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti, promossa dal parlamentare del Pd Alessandro Bratti. Il deputato del Movimento Cinque Stelle Alberto Zolezzi, anche lui membro della Commissione, commentò che quella scoperta rendeva necessaria una nuova bonifica, e che i lavori avrebbero potuto prolungarsi per altri quattro o cinque decenni.

    Non era bastato, evidentemente, oltre ai tanti soldi spesi fino a quel momento, il trasferimento di 500mila metri cubi di rifiuti tossici nella discarica di Molinetto, al confine tra Cogoleto e Varazze. La gestione della discarica, adibita al trattamento di rifiuti pericolosi, era stata attribuita dalla Provincia di Genova alla Immobiliare Val Lerone. Dopo il fallimento dell’azienda, la discarica è stata sostanzialmente abbandonata al suo destino, con sversamenti illegali di rifiuti (anche contenenti amianto) che hanno generato un’ulteriore emergenza ambientale. Le istituzioni hanno messo una pezza sulla situazione con un protocollo d’intesa per la gestione della discarica, firmato a novembre del 2007 dalla Regione Liguria, la Provincia di Genova, i Comuni di Cogoleto e Arenzano e il Commissario delegato. La discarica è comunque rimasta oggetto di una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea per il mancato rispetto delle direttive sulle discariche. La procedura è stata annullata nel 2014, quando con una gara si è affidata la gestione e la messa in sicurezza di Molinetto alla Riccoboni Spa. Anche quel passaggio, però, non fu indolore. La Riccoboni fu l’unico partecipante alla gara, e questo fattore attirò l’attenzione della Guardia di Finanza, che sospettava la gara fosse stata cucita su misura della società poi emersa vincitrice. A seguito di quell’indagine, a settembre del 2016 la discarica è stata sequestrata e poi dissequestrata e restituita al Prefetto di Genova a marzo di quest’anno.

     

    Luca Lottero

     

     

  • Ex Acna di Cengio e Saliceto e la bonifica attesa da 20 anni. La storia di un impianto industriale che inquina ancora

    Ex Acna di Cengio e Saliceto e la bonifica attesa da 20 anni. La storia di un impianto industriale che inquina ancora

    Foto Eni.com

    A inizio maggio di quest’anno, l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) ha stilato un elenco di tutti i luoghi contaminati in Italia. Sono in totale 12.482, di cui 58 classificati come gravemente inquinati e a elevato rischio sanitario. Di questi 58, 41 sono classificati come “Siti di interesse nazionale” (Sin), sotto la diretta responsabilità del Ministero dell’Ambiente, e di questi due si trovano in Liguria: un’area di più di 220 chilometri quadrati nei Comuni di Cengio e Saliceto (in provincia di Savona) e la zona intorno alla Stoppani di Cogoleto (provincia di Genova) per un totale di più di due chilometri quadrati, di cui 1,67 a mare e 0,45 a terra. Il sito di Pitelli, in provincia di La Spezia, è stato invece cancellato dall’elenco dei Sin nel 2013, quando la responsabilità dell’area venne trasferita alla Regione Liguria provocando le polemiche di associazioni ambientaliste come Legambiente.

    Due siti possono sembrare pochi rispetto, per esempio, ai cinque della Lombardia, ma bastano a fare della Liguria la quinta regione italiana per estensione delle proprie zone Sin, alle spalle di Piemonte, Sardegna, Sicilia e Puglia. Inoltre, non sono conteggiati come liguri due Sin appena fuori i confini della nostra Regione, come quello di Serravalle Scrivia e quello di Massa Carrara.

    L’Italia iniziò a interessarsi seriamente della gestione dei propri siti inquinati nella seconda metà degli anni 80. Nel 1986 venne istituito il Ministero dell’Ambiente, a cui le leggi degli anni successivi attribuirono la responsabilità della gestione dei siti ritenuti inquinati secondo criteri come la quantità e la pericolosità degli agenti inquinanti presenti nel terreno e nelle acque sotterranee e l’impatto di tali sostanze sull’ambiente circostante.

    Da allora, i lavori di bonifica si sono conclusi solo sul 15% della superficie dei Sin individuati e il 12% delle acque sotterranee, e nonostante la caratterizzazione (cioè la definizione dei fenomeni inquinanti) sia già stata fatta su più del 60% dei terreni e delle acque, ad oggi sono approvati interventi solo per il 12% dei suoli e il 17% delle acque. A rallentare le operazioni di bonifica sono, oltre alle difficoltà tecniche, anche la frammentazione o la mancanza di chiarezza nella proprietà di diverse aree, che rende difficile comprendere di chi sia la responsabilità operativa delle opere di bonifica richieste, oltre a una selva di regolamenti farraginosi.

    Il Sin di Cengio e Saliceto

    La storia del sito di Cengio e Saliceto inizia nel 1882, quando nella valle del fiume Bormida si installa il Dinamitificio Barbieri. La fabbrica, a poca distanza dal porto di Savona che la rifornisce in modo efficiente di materie prime, fiorisce nei primi decenni del 900, quando è già diventata la Sipe (Società italiana prodotti esplodenti) e occupa un’area di mezzo milione di metri quadrati. Le numerose guerre del Regno d’Italia nella prima parte del secolo assicurano una dose costante di lavoro allo stabilimento, ma i danni ambientali sono già evidenti al punto che nel 1909 il pretore di Mondovì vieta qualsiasi utilizzo dell’acqua contenuta nei pozzi a valle dello stabilimento. Nel libro Un giorno di fuoco, del 1963, lo scrittore Beppe Fenoglio descriverà così il fiume che raccoglieva gli scarti dell’industria: “Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna”.

    Nel 1925 l’Italgas rileva l’impianto per renderlo una fabbrica di coloranti, nel 1929 il regime fascista rende lo stabilimento uno dei centri dell’immensa Acna (Aziende Chimiche Nazionali Associate), ma nonostante l’intervento del Governo il progetto è un fallimento e nel 1931 l’Acna viene svenduta alla Montecatini. L’Acna mantiene lo stesso acronimo, ma diventa “Società anonima colori nazionali affini” e poi “Aziende Colori Nazionali e Affini”. A parte la parentesi della Seconda Guerra Mondiale, che vede l’Acna tornare alla produzione bellica, il centro di Cengio diventa un importante polo chimico dell’Italia repubblicana, con una storia che nei decenni successivi vede contrapposte da un lato le proteste degli abitanti della valle per i livelli insostenibili di inquinamento e dall’altra un fronte compatto di politica, industria e sindacati, più attenti alla tutela dei posti di lavoro.

    Negli anni 60 l’Acna acquisisce quasi tutte le fabbriche di coloranti in Italia, per chiuderle e trasferire tutta la produzione nello stabilimento di Cengio, che nel 1979 ha più di 4.000 dipendenti. Le proteste popolari per i livelli di inquinamento ormai insostenibili raggiungono l’apice nel 1987, quando i cittadini si organizzano nell’Associazione per la Rinascita della Val Bormida. L’anno dopo, il 23 luglio, un’enorme nube bianca fuoriesce dallo stabilimento. Quel giorno, come riportano le cronache dell’epoca, un odore acre raggiunse tutti i comuni limitrofi e gli abitanti di Saliceto denunciarono irritazione agli occhi e alle vie respiratorie e attacchi di nausea. Solo l’anno prima il Consiglio dei Ministri aveva dichiarato la Val Bormida “area ad elevato rischio ambientale”.

    Persino in quell’occasione, alla proposta del ministro dell’ambiente Giorgio Ruffolo di chiudere a turno i vari comparti dello stabilimento per poterli risanare, i sindacati risposero con un’assemblea per presidiare lo stabilimento, invitando a non farsi prendere dall’emotività del momento e ricordando che l’azienda dava da mangiare a quattromila famiglie. Il ministro dell’industria Adolfo Battaglia la pensava allo stesso modo.

    [quote]“Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna”.[/quote]

    Il passaggio a Eni e il piano di bonifica

    Lo stesso anno in cui esplodeva la nube tossica, la Montedison (azienda erede della Montecatini proprietaria dello stabilimento) conferì le attività di Acna alla Enimont, una società nata dalla fusione di Enichem (all’epoca interamente pubblica) e, appunto, Montedison. Enimont doveva essere un enorme polo della chimica, nato dalla fusione tra pubblico e privato. La sua storia, però, dura pochi anni e finisce per disaccordi tra le parti che porta all’uscita di scena del socio privato. L’accordo per la fusione, inoltre, è accompagnato da un giro di tangenti pagati a politici di tutto l’arco parlamentare, che fecero dello “scandalo Enimont” uno degli eventi centrali della stagione di mani pulite. Finita la breve parentesi Enimont, nel 1991 il controllo del sito di Cengio passa interamente alla Enichem, in un momento in cui il gruppo Eni si sta già orientando al mercato del petrolio e dell’energia, più che su quello della chimica. La Enichem (che oggi si chiama Syndial, ed è la controllata di Eni che si occupa delle attività di bonifica dei siti Eni dismessi) negli anni successivi riduce progressivamente la produzione, fino alla chiusura definitiva dello stabilimento, nel 1999.

    L’anno successivo viene siglato un accordo di programma tra l’Acna, i ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Industria, le Regioni Liguria e Piemonte e il Commissario Delegato alla bonifica, che prevede la divisione del sito in quattro aree e un piano di bonifica. «Le attività di bonifica dovrebbero formalmente concludersi nel 2020» racconta a Era Superba Andrea Melis, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle. Melis è primo firmatario di una mozione presentata lo scorso 10 giugno in Commissione Ambiente per tirare le somme di un ciclo di audizioni tenuto la settimana prima con tutti gli attori istituzionali coinvolti nel piano di bonifica, durante il quale si è discusso di eventuali modifiche e integrazioni al piano di bonifica.

    «L’ultima attività – prosegue Melis – dovrebbe essere il cosiddetto capping, si prevede cioè che in un’area del sito vengano raccolti tutti i materiali inquinanti raccolti nelle altre aree e messi in sicurezza. Per le altre aree del sito, invece, è prevista la bonifica. Non si parla infatti di un sito per cui è prevista la bonifica completa, ma in parte la bonifica e in parte la messa in sicurezza».

    Secondo quanto scritto sul sito di Eni, l’area dedicata al capping dovrebbe essere la zona nominata A1. Sempre sul sito della compagnia, leggiamo che al 31 dicembre 2018 Syndial ha investito 340 milioni di euro per la bonifica del sito, e che conta di investirne altri 15 per concludere i lavori. L’accordo di programma iniziale prevedeva una spesa di 300 miliardi di lire, vale a dire qualcosa in più di 150 milioni di euro.

    Foto Eni.com

    Un piano che ha bisogno di modifiche?

    «Dal ciclo di audizioni – racconta Melis – è emerso che ci sono attività di bonifica ancora da concludere, e che alcune attività di bonifica hanno dimostrato che ci sono ancora lacune o mancanze che ci ripromettiamo di analizzare e discutere meglio». In particolare, sarebbero state le alluvioni che nel 2016 hanno colpito la Val Bormida a far emergere le lacune di cui parla Melis. In quell’occasione l’acqua era entrata nell’area del sito, portandosi dietro tutte le sue sostanze inquinanti, per questo ora gli attori coinvolti ritengono si debba includere nel piano di messa in sicurezza anche un rafforzamento di alcune parti degli argini del Bormida.

    «Per questo – sottolinea il consigliere – riteniamo di debba valutare, anche in relazione al progetto iniziale di messa in sicurezza, se tutto è stato fatto correttamente e se è necessario prevedere ulteriori integrazioni al progetto in modo che quelle criticità che si sono presentate siano definitivamente risolte e non si presentino più». Negli anni, inoltre, è emersa la necessità di bonificare aree inizialmente non incluse nel piano di bonifica, come la cosiddetta area Merlo.

    La bonifica del sito industriale di Cengio ha attirato anche l’attenzione dell’Unione europea, perché violerebbe una direttiva del 1999 sulle discariche di rifiuti. «In particolare – spiega Melis – allora il commissario governativo non aveva fatto la procedura d’impatto ambientale perché non era previsto per il tipo di intervento, dal momento che non trattandosi di una discarica non aveva seguito la procedura tecnica necessaria per quel tipo di sito».

    Le 52 discariche non ancora bonificate – tra cui anche quella di Cengio, dove sono radunati i rifiuti industriali dell’impianto – costano all’Italia ogni anno 21.200 milioni di euro. Per uscire dalla procedura di infrazione europea, il ministero dell’ambiente che dovrebbe fare una procedura d’impatto ambientale ex-post. «In questo frangente – spiega Melis – sarà importante attenzionare il ministero dell’ambiente perché sia tutto analizzato, anche le aree che al tempo non erano ricomprese e che il progetto iniziale sia aggiornato a tutte le variabili che negli anni sono emerse e che in qualche modo ne preveda la totale bonifica e messa in sicurezza».

    Dopo la conclusione dei lavori di bonifica, prevista nel 2020, Syndial avrebbe l’onere di un presidio costante sul sito per i successivi 30 anni. Ma non c’è il rischio che le modifiche e le integrazioni necessarie che stanno emergendo facciano allungare i tempi per la conclusione dei lavori? «Per noi – risponde Melis – è importante che verifichi la congruenza del progetto e che se necessario si facciano ulteriori interventi, per essere certi che le aree bonificate lo siano davvero e possano essere adatte a ospitare nuovi stabilimenti industriali».

    Luca Lottero

     

     

  • Liguria, regione a “rischio di incidente rilevante”. Di 20 impianti solo uno oggi ha un Piano Emergenza Esterna regolare e pubblico

    Liguria, regione a “rischio di incidente rilevante”. Di 20 impianti solo uno oggi ha un Piano Emergenza Esterna regolare e pubblico

    Snampanigaglia-panigaglia-gnlPoco più di un anno fa, Era Superba aveva lanciato l’allarme: i documenti relativi alla gestione dell’emergenza esterna in caso di incidente rilevante dei grandi impianti industriali della provincia di Genova erano scaduti (all’epoca, a parte uno), e fuori norma. Allargando la ricerca al territorio regionale, però, la situazione sembra ancora peggiore. Secondo il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in Liguria sono presenti 20 impianti industriali considerati a “rischio di incidente rilevante”, cioè che “trattano” prodotti e sostanze in una quantità tale da mettere a repentaglio, in caso di incidente appunto, anche il territorio e le persone prossime agli impianti. Questa classificazione è stata redatta in base al decreto legislativo 344 del 17 agosto 1999, in recepimento delle normative comunitarie, modificato successivamente dal decreto legislativo 48 del 14 marzo 2014, e successivamente dal decreto Legislativo 105 26 giugno 2015, per l’“Attuazione della Direttiva 2012/18/UE relativa al controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con sostanze pericolose.

    Oggi di questi impianti solo uno ha un PEE regolare, aggiornato al 2016: per gli altri la documentazione è in fase di aggiornamento o addirittura non è pubblica. Vediamo il dettaglio

    Genova

    Come più volte scritto su queste pagine, i dieci impianti genovesi fino a pochi mesi fa avevano PEE scaduti. Nei mesi successivi alla nostra inchiesta, Prefettura di Genova ha attivato le procedure per l’aggiornamento dei documenti, organizzando le consultazioni pubbliche previste dalla normativa, a cui hanno fatto seguito le assemblea aperte in cui sono state presentate le bozze dei nuovi piani, non senza qualche imbarazzo: per l’impianto di Fegino, infatti, la bozza del piano di emergenza è stata redatta basandosi su un rapporto di sicurezza scaduto da due anni, come denunciato dagli stessi cittadini. Nel frattempo i lavori dei tecnici continuano, staremo a vedere il risultato.

    La Spezia

    In provincia di La Spezia sono tre gli impianti a rischi di incidente rilevante: il deposito di oli minerali di Arcola, il rigassificatore GNL della Baia di Panigagli e la centrale termoelettrica Enel di Spezia. Per quanto riguarda i primi due impianti, il 14 aprile scorso erano presenti sul sito web della Prefettura di La Spezia due PEE risalenti al 2008, e quindi scaduti, fuori legge. Alla richiesta di chiarimenti, gli uffici hanno risposto ringraziandoci della segnalazione, e assicurandoci che in breve tempo avrebbero pubblicato gli aggiornamenti. Detto, fatto: dopo poche ore ecco i nuovi documenti. Qualcosa, però, non torna. Dopo la telefonata, infatti, per quanto riguarda Arcola compare un documento in sostituzione di quello “scaduto” intitolato: “Piano di Emergenza Esterna allo Stabilimento “Deposito di Arcola S.r.l.” aggiornato a seguito dell’esercitazione denominata “Deposito di Arcola2013” svoltasi il 18 settembre 2013” e “Notifica” ai sensi del Decreto Legislativo 105/2015. Il primo documento lascia qualche dubbio, perché, anche se tra le prime pagine si legge che “sostituisce l’edizione 2008, ed è immediatamente operativo”, i riferimenti normativi all’interno del piano si fermano al 2007, quando sappiamo che negli anni successivi la normativa è cambiata, e di molto. Anche la notifica di seguito riportata (che non un PEE ma una descrizione delle caratteristiche dell’impianto) ha riferimenti normativi non aggiornati, cioè che si fermano al 2012. Cosa è successo? Può essere considerata attendibile questa documentazione?

    Per quanto riguarda l’impianto di Panigaglia, dopo la nostra telefonata, viene cambiato il titolo al file del PEE, con l’aggiunta di un “in corso di aggiornamento a seguito di esercitazione dicembre 2016”. Una buona notizia, anche se nel decreto legislativo 105 del 2015 si legge che il PEE deve essere aggiornato al massimo ogni tre anni e che “La revisione tiene conto dei cambiamenti avvenuti negli stabilimenti e nei servizi di emergenza, dei progressi tecnici e delle nuove conoscenze in merito alle misure da adottare in caso di incidenti rilevanti”. Visto che dal 2008 sono passati un po’ di anni, un’esercitazione può bastare?

    L’impianto Enel, invece, come dicevamo, è l’unico in tutta la regione che ad oggi ha un PEE in regola, essendo stato redatto nel 2016. Tutto sommato, un bel primato.

    Savona

    Vado_Ligure-IMG_1570I PEE dei sette impianti savonesi sono un mistero. Sul sito della Prefettura competente non vi è traccia alcuna: abbiamo provato a chiedere direttamente agli uffici, ma abbiamo ricevuto dei “richiamerò” che da più di un mese stiamo ancora aspettando. Di questi documenti non abbiamo trovato traccia. Gli impianti sono per lo più concentrati a Vado Ligure con il Deposito di oli minerali Petrolig srl, lo stabilimento petrolchimico Infineum Italia srl e l’acciaieria Zinox spa. Due sono a Quigliano (il deposito di oli minerali Sarpom srl e la Tirreno Power spa), uno a Legino (deposito di Oli minerali TotalErg spa) e uno ad Albenga (deposito gas liquefatti Liquigas spa). Industrie che almeno in due casi sono concentrate in modo da poter generare un “effetto domino”, come descritto dalla normativa, per cui la pubblicazione dei relativi PEE potrebbe essere fondamentale in caso di incidente. A Vado Ligure vivono circa 8 mila persone, a Quigliano poco più di 7mila: Savona è ha cinque chilometri in linea d’aria, e conta oltre 60mila persone.

    La misura del rischio

    In Liguria, quindi, si convive con il rischio, ma spesso a nostra insaputa: gli impianti industriali sono una necessità per la nostra società e il nostro mondo economico, ma lo dovrebbe essere anche la tutela delle persone e dell’ambiente. Occorre fare al più presto chiarezza su questa situazione che potrebbe risultare abbastanza “imbarazzante”: cosa succederebbe in caso di incidente? Oggi è meglio non saperlo.

    Nicola Giordanella

  • Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    iplom-petrolio-inquinamentoIl 17 aprile 2016, esattamente un anno fa, una delle tubature dell’oleodotto Iplom che collega i depositi di Fegino con la raffineria di Busalla si rompeva, sversando centinaia di migliaia di litri di greggio nei rio Pianego. Un disastro ambientale che ha “travolto” gli abitanti della delegazione della Val Polcevera, che da decenni convivo con il “rischio” di un incidente “rilevante”: un rischio divenuto realtà.

    Il primo anniversario cade nel giorno di Pasquetta, ricorrenza festosa, durante la quale, per tradizione, la comunità popolare si riversa su prati e colline, per godere del sole primaverile e della natura. Una coincidenza che impone una riflessione su quanto è stato fatto per arginare il disastro di Fegino, e quanto si sta facendo per evitarne di nuovi.

    Bonifica

    Era Superba sta documentando la lenta opera di bonifica ambientale, ad oggi ancora al palo. Come abbiamo visto, infatti, dopo una prima fase emergenziale sono state eseguite delle perizie per quantificare il danno e misurare le necessità dell’intervento; il famoso Piano di Caratterizzazione. La prima versione di questo documento, presentata ad agosto, però non ha chiarito alcuni aspetti, per cui l’amministrazione comunale ha richiesto delle integrazioni. Qui è nata una querelle squisitamente burocratica che ha visto rimbalzare la palla tra Genova e Roma, per determinare chi avesse l’ultima parola sulla questione. Dopo nove mesi è stato stabilito che la regia dei lavori doveva rimanere a Genova, è solo a marzo Comune, Regione e Arpal si sono riuniti per “deliberare” ulteriori prescrizioni da consegnare all’azienda, per avviare la bonifica. Il tutto, ovviamente, stando nei termini di legge. Dodici mesi, però, in cui centinaia di persone sono rimaste esposte alle esalazioni chimiche, solo perché lì vivono e lì lavorano. Veramente la politica non poteva fare, o pretendere, di più?

    La misura del rischio

    fegino.iplom3Nelle ore successive al disastro Era Superba ha denunciato l’irregolarità dei Piani di Emergenza Esterna degli impianti industriali a rischio di incidente rilevante situati nell’area metropolitana genovese. Tra questi ricade anche il deposito di Fegino. In questi giorni la Prefettura è al lavoro per la redazione dei nuovi documenti, non senza qualche difficoltà. La normativa, però, esclude le tubature degli oleodotti da questa procedura, non vincolando queste invasive infrastrutture ad un protocollo di intervento emergenziale rafforzato. Il 14 marzo scorso il Consiglio comunale del Comune di Genova ha votato all’unanimità una impegnativa che da mandato alla amministrazione di “lavorare” affinché questa lacuna venga colmata. Una determinazione che rischia di rimanere lettera morta: la Prefettura, infatti, nel presentare la prima bozza del PEE dell’impianto di Fegino, pare non abbia tenuto conto di questa richiesta, attenendosi scrupolosamente alle prescrizioni di legge. Oggi, quindi, i territori attraversati da oleodotti sono esposti al medesimo rischio di un anno fa. Siamo sicuri che non si può fare di più? Le Istituzioni davvero non possono agire in maniera migliorativa rispetto alle leggi?

    Rabbia degna

    In tutto questo, nel mezzo di questo mare di codici e cavilli, ci stanno le persone, la cui tutela dovrebbe essere uno degli scopi ultimi di normative, politica e istituzioni. Nel caso di Fegino, i cittadini si sono organizzati, e dopo un anno di “battaglie” continuano a monitorare e ad aggiornare la loro mobilitazione e le loro iniziative, anche legali. Nella loro lettera aperta, scritta in occasione del “primo” anniversario del disastro e che pubblichiamo integralmente, oltre alla rabbia per una emergenza che sembra non finire, si legge la speranza che qualcosa possa ancora cambiare: chi ha orecchie per intendere…

    [quote]

    TRISTE ANNIVERSARIO 17 APRILE 2016 – 17 APRILE 2017

    Lo avevamo definito “Atto finale” quello che intorno alle 19.30 del 17 aprile 2016 ha riversato nel rio Pianego, rio Fegino, torrente Polcevera e infine in mare , oltre 600 mila litri di petrolio fuoriuscito a seguito della rottura della tubatura di IPLOM spa che, dal Porto Petroli di Multedo , trasporta il greggio verso la raffineria di Busalla .

    Il 17 aprile 2016 , per ironia della sorte , era il giorno del referendum sulle trivelle , andato vano per il mancato raggiungimento del quorum , una scelta che avrebbe potuto determinare la volontà dei cittadini ad iniziare un percorso di cambiamento verso fonti energetiche alternative e meno inquinanti.

    Così non è stato per molte ragioni, la più importante e decisiva la scelta del governo di non accorpare il referendum alla tornata delle elezioni.

    A Fegino ci siamo ritrovati in un incubo, una marea nera scorreva nei rivi ed ha segnato nel profondo anche le nostre vite.

    Come cittadini ci siamo visti catapultare in un mondo di burocrazia, interessi economici contrapposti ma comunque opposti al nostro diritto alla salute e sicurezza, difficoltà ad avere momenti di vera partecipazione, in cui le nostre richieste venissero ascoltate ed accolte .

    Per mesi a contatto con le esalazioni degli idrocarburi, che vediamo riaffiorare ad ogni pioggia, con la preoccupazione per i danni che, nel tempo, potremmo dover contare per essere stati esposti a tali esalazioni.

    E, dopo un anno, manifestazioni, presidi, commissioni, interrogazioni, mozioni, tavoli tecnici, un tentativo di allontanare dal controllo dell’amministrazione locale la regia delle operazioni di bonifica sperando magari di non doverla fare , la bonifica non è ancora iniziata .

    E’ stata aperta la conferenza dei servizi, della quale per altro non abbiamo ancora avuto relazioni ed i tempi continuano ad allungarsi e aumenta la preoccupazione.

    Avremmo pensato che quanto accaduto, potesse essere motivo di riflessione sulla normativa a livello nazionale che, evidentemente, ha ancora notevoli lacune perchè possa essere efficace per la tutela della salute e della sicurezza delle persone .

    Avremmo pensato che le persone dovessero venire prima dell’appellarsi al rispetto delle normative e ai limiti di legge, prima di numeri e tabelle, perché nessuno dovrebbe essere costretto a subire percentuali di rischio per la propria salute, sicurezza, per la tutela del territorio, a vantaggio del profitto di pochi.

    Noi però continueremo a lottare, nonostante la stanchezza, nonostante i tentativi di dipingerci allarmisti, autosuggestionabili e forse anche un po’ fastidiosi, perché il faro che ci guida è la volontà di far rispettare i nostri diritti di persone che amano e vivono il proprio quartiere e che, qui, vogliono continuare a vivere, in salute , in sicurezza e nel rispetto di ambiente e territorio.

    Comitato spontaneo cittadini Borzoli e Fegino.

    [/quote]

    Nicola Giordanella

  • Fegino, bozza del nuovo PEE elaborato su rapporto di sicurezza non aggiornato. Esplode la rabbia dei cittadini

    Fegino, bozza del nuovo PEE elaborato su rapporto di sicurezza non aggiornato. Esplode la rabbia dei cittadini

    fegino.iplom2Durante l’assemblea pubblica di consultazione della popolazione riguardo la stesura dei Piani di Emergenza Esterna esplode la protesta dei cittadini di Fegino. A seguito della presentazione dei risultati dell’analisi di rischio, infatti, è emerso che le analisi fin qui effettuate per tratteggiare la bozza di PEE presentato alla popolazione si sono basate sul rapporto di rischio redatto nel 2010, quindi non aggiornato, scaduto dal 2015.

    Questo documento è la relazione che l’azienda o il gestore dell’impianto a rischio di incidente rilevante deve presentare, secondo la legge, alle autorità competenti, e deve essere aggiornato ogni volta vengano apportante modifiche all’impianto stesso, e comunque al massimo ogni cinque anni. Per quanto riguarda l’impianto Iplom di Fegino, stando a quanto riportato dai cittadini presenti all’assemblea, l’ultimo rapporto di sicurezza è stato redatto nel 2010, oggi quindi scaduto. La cosa non è stata smentita dai tecnici del tavolo di lavoro, coordinato da Prefettura, che sta lavorando sulle bozze dei PEE. A giustificazione di ciò la mancanza di cambiamenti della struttura. Le perplessità, però nascono dal fatto che rispetto al vecchio PEE, la bozza del nuovo sembra aver “diminuito” i rischi. A parità, quindi, di impianto, i pericoli sembrerebbero diminuiti.

    La cosa, ovviamente, ha generato forte critiche: nella documentazione presentata, per esempio, solo per un deposito dei 12 presenti è stata considerata l’eventualità di danni esterni, mentre nel precedente PEE erano presi in considerazione tutti. Inoltre tra le ipotesi di incidente, non sono state considerate le esplosioni e la diffusione di fumi e gas derivanti da combustione. Le motivazioni di queste scelte di metodo sono state motivate dai responsabili dello studio in base ai dati ricavati dalle specifiche degli impianti e dalle perizie effettuate in loco, oltre che dai calcoli di rischio ricavati dalla letteratura tecnica sul tema.

    La risposta però non ha “soddisfatto” le domande dei cittadini: tante, infatti, sono le persone che abitano a pochissimi metri dall’impianto; circa 288 persone entro i 150 metri, e 446 entro i 250 metri. Vicinissima è anche una scuola, come vicino sono anche il tracciato della ferrovia, strade e altri impianti industriali di varie dimensioni.

    Tante le domande: «L’impianto è sicuro?», «è stato considerato l’effetto domino con altre insediamenti industriali della zona?», «è stato considerato un eventuale attacco terroristico?», «quanto il personale è preparato?», «chiuderci in casa basta in caso di incendi?», «Le nostre case reggerebbero? Chi, eventualmente, ce le mette in sicurezza?», e molte altre sulla qualità dell’aria, la sicurezza della scuola, e ovviamente sulla questione oleodotto, il cui tracciato è secretato per questioni di sicurezza strategica.

    Inoltre, pare che non siano state recepite le richieste di Comune di Genova, che nei giorni scorsi si era impegnato, su scelta del Consiglio Comunale, a predisporre un sistema di allarmi esterni, cosa non prevista nella bozza del nuovo Piano di emergenza.

    Insomma, l’impressione a caldo è che il lavoro fatto fino ad oggi per la bozza del nuovo PEE non sia sufficiente per garantire la totale sicurezza della vita e la salute degli abitanti. «Il rischio zero non esiste» è la risposta che arriva dal tavolo della Prefettura; ed è proprio questo forse il punto cardine della questione: è tollerabile che centinaia di cittadini vivano nel rischio? Un impianto del genere è compatibile con il tessuto urbano? Nel frattempo il lavoro da fare è ancora molto, senza dubbio.

    Nicola Giordanella

  • Piani di Emergenza Esterna, Comune in pressing per comprendere oleodotti. Piano per predisporre allarmi esterni

    Piani di Emergenza Esterna, Comune in pressing per comprendere oleodotti. Piano per predisporre allarmi esterni

    fegino.iplom2Un Piano di Emergenza per gli oleodotti che attraversano il territorio comunale, e predisporre un sistema di allarme per avvertire la popolazione in caso di incidenti industriali con possibili ricadute sull’esterno. Questo è l’impegno che Comune di Genova ha preso, votando la mozione presentata da Antonio Bruno e Gian Piero Pastorino, di Federazione della Sinistra.

    Inchiesta: i Piani di Emergenza Esterna scaduti

    Il documento, votato all’unanimità dal Consiglio comunale, risponde a quelle che sono le principali esigenze di sicurezza emerse dopo l’incidente di Fegino dell’aprile scorso, quando la rottura di una tubazione dell’oleodotto Iplom riverso migliaia di litri di greggio nel Polcevera. Stando al testo, il Comune di Genova dovrà attivarsi affinchè sia emesso un Piano di Emergenza per gli oleodotti, soprattutto nelle zone vicine agli abitati. Ma non solo: il testo prevede che venga predisposto un piano per “far conoscere alla popolazione gli allarmi esterni”.

    L’impianto di Fegino, come evidenziato dai documenti resi pubblici dalla Prefettura, è circondato da case, pre-esistenti all’impianto stesso: molte case sono all’interno della cosiddetta “zona rossa”, cioè quella area potenzialmente ad alto rischio in caso di incidente. La mozione approvata oggi vincola l’amministrazione comunale ad effettuare controlli per verificare le condizioni di sicurezza all’interno di queste abitazioni.

    Il documento arriva mentre Prefettura, enti locali e organi di sicurezza sono al lavoro per predisporre i Piani di Emergenza Esterna aggiornati, colmando quindi una grossa lacuna della sicurezza cittadina.

    Nicola Giordanella

  • Fegino, Governo chiarisce: «La regia della bonifica è del Comune di Genova». Iplom dovrà presentare piano rivisto entro 30 giorni

    Fegino, Governo chiarisce: «La regia della bonifica è del Comune di Genova». Iplom dovrà presentare piano rivisto entro 30 giorni

    iplom-petrolio-inquinamentoLa regia della bonifica delle aree inquinate dalla rottura dell’oleodotto Iplom, che lo scorso mese di aprile aveva riversato 680.000 litri di greggio nei rivi Fegino e Pianego, spetta al Comune di Genova. A chiarire ogni dubbio è il sottosegretario all’Ambiente, Silvia Velo, rispondendo a un’interrogazione del deputato di Sinistra Italiana, Stefano Quaranta, in Commissione alla Camera. L’azienda, infatti, aveva richiesto che la competenza passasse al ministero. «La competenza in materia di siti contaminati, che non siano stati individuati di interesse regionale o nazionale, e la conseguente bonifica – spiega Velo all’agenzia Dire – è del Comune, residuando in capo all’amministrazione regionale esclusivamente le funzioni pianificatore e programmatore degli interventi sostitutivi, nonché quelle di coordinamento e indirizzo nel confronti delle Province e dei Comuni, mentre resta in capo al ministero dell’Ambiente la competenza in materia di danno ambientale».

    Approfondimento: Lo “scontro” sulla bonifica tra Comune e Iplom

    Di conseguenza, il Comune di Genova ha pieno «titolo per procedere all’approvazione del Piano di caratterizzazione (indagine con cui Iplom deve attestare l’entità dei fenomeni di contaminazione ambientale, ndr), individuando eventualmente puntuali prescrizioni. Il ministero continuerà a tenersi informato mantenendo alto il livello di attenzione sulla questione». Ora, dunque, entro fine mese l’azienda dovrà ottemperare alle prescrizioni presentate dall’amministrazione comunale alla prima versione del piano presentata ad agosto. Il Comune procederà poi a riconvocare la Conferenza dei servizi e far riprendere i lavori da dove si erano fermati quest’autunno. Soddisfazione trapela da Palazzo Tursi dove, comunque, si attende una conferma ufficiale delle notizie in arrivo da Roma, dopo la stretta lanciata la scorsa settimana.