Categoria: Dai Quartieri

  • Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    “I fautori della modernità ci hanno insegnato a non fidarci di noi stessi e a non amarci. Tutte quelle storie sulla coscienza individuale, sul dolore solitario. La modernità si basava sulla nevrosi e sull’alienazione. Basta guardare l’arte, l’architettura che hanno espresso. Hanno qualcosa di molto freddo”

    (J.G.Ballard, Regno a venire)

    Tra le tante mutazioni urbanistiche genovesi degli ultimi anni, il 2020 appena concluso passerà alla storia cittadina non solo per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sulle macerie di Ponte Morandi ma anche, seppur con meno clamore, per l’inizio dell’abbattimento della Diga di Begato, divenuta un simbolo della peggiore architettura e urbanistica del secondo Novecento genovese e italiano. Per comprendere il significato storico di questo luogo e il suo monito per il presente ed il futuro, è opportuno allargare gli orizzonti spaziali, temporali e mentali oltre gli angusti confini cittadini e del dibattito puramente specialistico.

    Due eventi ed un architetto hanno segnato indelebilmente la storia e l’immaginario urbani dell’ultimo quarto del XX secolo. Il 15 luglio 1972 i tre edifici centrali dell’enorme complesso residenziale di Pruitt-Igoe, alla periferia di Saint-Louis, vennero fatti saltare in aria con la dinamite dalle autorità comunali su richiesta esplicita e unanime degli abitanti. Costruiti appena diciassette anni prima per ospitare la popolazione immigrata dalle campagne intorno alla grande città del Missouri, questi formicai urbani concepiti dall’architetto Minoru Yamasaki sul modello della “città radiosa” di Le Corbusier avevano letteralmente fatto infuriare i suoi abitanti, divenendo in poco tempo un ricettacolo di degrado, alienazione e violenza. La demolizione di quel complesso fu eclatante e divenne rapidamente il simbolo del fallimento di un modello urbano che imperversava dalla fine della seconda guerra mondiale. Come ricorda Tom Wolfe, fu “un avvenimento storico per due motivi. Uno: per la prima volta, nella storia cinquantennale degli alloggi operai, si chiedeva un parere ai clienti. Due: la vox populi. La vox populi attaccò subito a intonare in coro: “Blow it… up! Blow it… up! Fatelo saltare in aria! Buttatelo giù!” (T.Wolfe, Architetti maledetti, Bompiani 1997, p.78). Caso vuole che proprio nel momento in cui quei tre blocchi venivano fatto brillare con la dinamite (molto materiale informativo si trova in rete sulla storia e sulla demolizione di Pruitt-Igoe, materiale all’interno del quale spicca ancora per capacità evocativa un bel capitolo del poema visivo Koyaanisqatsy di Godfrey Reggio), Yamasaki stesse portando a termine il secondo grande progetto della sua carriera, le Twin Towers, cuore del World Trade Center di New York, all’epoca i due grattacieli più alti del mondo. Inaugurati il 4 aprile 1973, essi, come noto, vennero abbattuti l’11 settembre 2001: un altro crollo, non voluto in questo caso dall’esasperazione degli abitanti, ma programmato da un commando di terroristi islamici che scelse quei grattacieli per il loro valore simbolico di summa del potere dell’Occidente (il capo attentatore Mohammed Atta era tra l’altro un architetto, laureatosi in Germania con una tesi contro la modernizzazione occidentale della sua città, Aleppo). Solo diciassette anni visse il complesso di Pruitt-Igoe, solo ventotto le Twin Towers; difficile trovare un architetto del XX secolo divenuto più celebre di Yamasaki per il fallimento e la sfortuna delle sue creazioni.

    Casermoni popolari modellati sul modello della casa per abitare di Le Corbusier e grattacieli in acciaio e vetro come simboli del potere sono due architetture archetipiche del capitalismo del Novecento e diffusesi in tutti gli angoli del globo. Anche Genova, nel suo piccolo e con i suoi tempi dilatati, ha il suo Yamasaki locale e una storia che riflette questi cambiamenti epocali. Anche Genova ha infatti un sede locale della World Trade Centers Association (l’Associazione mondiale dedicata alla promozione e alla facilitazione del commercio mondiale), il World Trade Center Genoa, un grattacielo di 25 piani alto 102 metri costruito negli anni Ottanta nella zona di San Benigno dall’architetto Piero Gambacciani. Anche Genova ha la sua Pruitt-Igoe, la Diga di Begato, costruita anch’essa negli anni Ottanta come parte di un più ampio progetto urbanistico e oggi in via di demolizione, ancorché non con la dinamite, ma smontata pezzo per pezzo. L’architetto progettista di Begato è sempre Piero Gambacciani. Lo stesso architetto per due luoghi simbolo della Genova contemporanea e lo stesso destino nel secondo caso sono due similitudini cariche di significato in quanto specchio di trasformazioni internazionali epocali, ma le date non sono un dettaglio. Se Pruitt-Igoe segnò uno spartiacque all’interno della modernità funzionalista già nel 1972, la costruzione di Begato a distanza di un decennio ne fa infatti un fallimento decisamente fuori tempo massimo.

    Piero Gambacciani era nato a Prato nel 1923. Il padre Tullio era un anarchico e morì giovane lasciando la famiglia in difficoltà. Il giovane Piero si iscrisse alla Facoltà di Architettura a Firenze nel 1941, sotto il magistero dell’architetto razionalista Giovanni Michelucci. L’8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale di Mussolini ed il 25 aprile 1945, a Novara, si ritrovò davanti ad un plotone di esecuzione di partigiani. Fucilato e creduto morto, fu portato in ospedale da un prete e sopravvisse, ma con una condanna a morte sulla testa; il fratello, che invece era un ufficiale dell’esercito di Liberazione, lo prelevò dal carcere, sottraendolo a possibili vendette e riportandolo in Toscana. Ripresi gli studi e laureatosi nel 1948, Gambacciani giunse a Genova al seguito di Michelucci, e da allora non lasciò più la città, morendovi nel 2008. A Genova Gambacciani raggiunse nel corso degli anni una posizione professionale di gran rilievo, realizzando, oltre ad una una serie di edifici privati, numerose opere di grande impatto architettonico e urbanistico per la città, in un lungo arco di tempo che va dal grattacielo della SIP di Brignole costruito negli anni Sessanta per finire con il complesso residenziale-turistico di Ponte Morosini e Ponte Calvi nell’area del Porto Antico realizzato negli anni Novanta. Prosecutore della lezione corbusiana del genovese Daneri, Gambacciani ha notevolmente contribuito a definire l’identità urbana di fine Novecento di Genova nel segno della modernità tardofunzionalista che celebra se stessa sulle macerie dell’eredità storica della città. In questo senso, oltre a Begato e al WTC che ne fanno lo Yamasaki genovese, va ricordata almeno Corte Lambruschini. Fino al 1982 lì, nel cuore del quartiere di Borgo Pila, sorgeva, unico caso a Genova, un caseggiato ottocentesco a corte; più che un enorme palazzo era un piccolo quartiere a sé che, all’interno di un vasto perimetro di abitazioni popolari e operaie, racchiudeva la grande corte, sede di un mercato interno. Nel 1982 venne decisa la sua demolizione e, sulle sue macerie, Gambacciani vi costruì il nuovo centro direzionale in acciaio e vetro culminante nelle due torri principali, alte cento metri e suddivise in venti piani, che incombono all’angolo di Corso Buenos Aires.

    Ma torniamo alla storia di Begato. La costruzione della Diga avvenne a compimento di un progetto urbanistico ben più articolato e complesso che merita di essere brevemente ricordato. Questo progetto – nominato ufficialmente quartiere Diamante, dal nome del forte che sovrasta la vallata, mentre Begato è il nome storico della località e della frazione di paese che sorge a qualche chilometro di distanza – parte da lontano. Nel 1965 la variante locale del Piano nazionale delle “Aree 167” per l’edilizia residenziale pubblica aveva previsto di insediare sui rilievi collinari che circondavano le alture comprese tra la Valpolcevera e il centro di Genova una popolazione di circa 70.000 persone. Era il momento del massimo trionfo del boom economico e industriale della città, la quale, secondo progettisti e statistici, avrebbe presto superato il milione di abitanti (alcuni di essi vaneggiavano addirittura cinque milioni), e quel progetto prevedeva di urbanizzare tutte le colline genovesi fino al limite rappresentato dalla cinta dei forti.

    [quote]i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere[/quote]

    Quel sogno di “progresso” durò poco, colpito e affondato dalla crisi industriale dei primi anni Settanta; conseguentemente la popolazione di Genova si stabilizzò prima di cominciare a decrescere costantemente fino ad oggi, rendendo obsoleta quella idea di urbanizzazione massiva. Così il Piano Regolatore Generale del 1976 limitò l’applicazione di quel progetto a poche aree, la principale delle quali fu proprio Begato, che fino a quel momento era stata una collina boscosa della Valpolcevera punteggiate di case contadine con annessi orti, che storicamente vantava una produzione di pregio di prodotti della campagna (cfr E.Poleggi, P.Cevini, Genova, Laterza 1981, p. 211) e che era stata per lungo tempo un luogo di villeggiatura. L’insediamento della nuova zona 167 di Begato – anche Scampia a Napoli è noto come il quartiere 167, figlio della stessa legge – avrebbe dovuto dare alloggio a 21.000 persone, il quaranta per cento della popolazione della Valpolcevera di allora. La realizzazione dell’area fu rapida; nel 1980 gran parte degli edifici erano completati. Il modello era quello solito della “città radiosa” formulato da Le Corbusier; grandi unità di abitazione modulari, teoricamente dotate di negozi e servizi interni e immerse in spazi verdi, con strade che servissero da collegamento sia interno che con il resto della città. La realtà si mostrò da subito ben diversa dalle tavole intrise di ottimismo del progetto: gli edifici, realizzati con “sistemi edilizi industrializzati e prefabbricati” a basso costo, si dimostrarono di pessima qualità; i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere. Insomma, detto in parole povere, Begato è diventata la variante collinare, caratteristica della particolare orografia genovese, di uno degli infiniti, anonimi, ghetti-dormitorio che si posso vedere ai margini di qualsiasi territorio urbano dell’Occidente, dalle banlieues francesi alle nuove periferie che, da nord a sud – Rozzal Melara a Trieste, il Corviale a Roma, le Vele di Scampia a Napoli, i casi più celebri a cui la Begato ha avuto “l’onore” di essere stata accostata –, hanno riempito le nostre città di megastrutture allucinate in uno scenario distopico. “Sono quartieri per molti versi cresciuti in parallelo, edificati a distanza di qualche anno, ultime espressioni dell’edilizia pubblica tra anni Settanta e Ottanta. Si tratta di modelli insediativi completamente avulsi dal tessuto urbano, di un’urbanistica collinare fuori scala e fuori luogo, nata in un’epoca in cui la città aveva disperata fame di case e poco denaro da spendere, realizzazioni già anacronistiche e tristemente superate rispetto ai modelli dell’edilizia popolare europea coeva. Quartieri segnati da numerose debolezze, che si manifestano non solo nel livello di reddito e nella composizione demografica dei residenti, ma sono evidenti anche sul piano territoriale e infrastrutturale. Zone ‘amorfe’ della città che hanno a lungo funzionato come strumento di confinamento sociale” (A.Petrillo, La periferia elevata a potenza? Il caso del CEP a Genova, in Indagine sulle periferie, “Limes”, n°4, 2016, pp. 81-82). D’altronde che un quartiere concepito così, a distanza di dieci anni dal fallimento proclamato da Pruitt-Igoe e nel contesto specifico di Genova, fosse un’idea funesta in partenza fu evidente già da subito a più di un addetto ai lavori. Nel 1983, nel corso di un Congresso che si tenne in città, Bruno Gabrielli affermava: “A me sembra incredibile che si mandi avanti una iniziativa del tipo appunto di Begato, senza valutare minimamente quali possano essere le conseguenze a livello urbanistico, a livello sociale, a livello economico” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi 2015, p. 103).

    A coronamento del piano di Begato arrivò da ultima la costruzione della famigerata Diga. Le due imponenti costruzioni, comunemente denominate “Dighe Rossa e Bianca” per il colore dei rivestimenti, proprio come una diga idrica tagliavano la vallata da Est a Ovest, dando la possibilità, grazie ad alcune passerelle pedonali sospese a mezz’aria e colleganti i due blocchi, di passare da un versante all’altro senza mai uscire dall’edificio. Inutile sottolineare come il complesso ebbe un forte impatto ambientale e paesaggistico, ostruendo completamente l’orizzonte.

    Lo scopo iniziale della Diga doveva essere quello di ospitare per un periodo limitato di tempo un alto numero di famiglie per lo più sfrattate dal centro storico. Pochi anni prima era stata completata la scellerata distruzione del quartiere di via Madre di Dio e si scelse di spostare gli sfollati in questi casermoni posti all’interno della Valpolcevera, lontani e isolati dai caruggi e dal centro in cui erano abituati a vivere. Costituiti da oltre 500 alloggi, i due complessi della Diga hanno ospitato oltre 1200 persone (rimasti poco meno di 800 al momento della demolizione), il corrispettivo degli abitanti di un piccolo comune concentrati all’interno di un unico edificio. A dispetto delle intenzioni dichiarate e col passare degli anni, la Diga è rimasta a tutti gli effetti una residenza stabile per la maggior parte delle persone lì deportate, mentre solo una minima percentuale di esse ha trovato una sistemazione diversa. A fianco dei primi abitanti la titolarità a vedersi assegnato un alloggio nella Diga – con canoni di affitto bassissimi – è stata per decenni riservata alle liste che danno diritto ad una casa popolare: persone e nuclei famigliari con difficoltà socio-economiche e altri tipi di indigenza. Questa concentrazione di disagio sociale unita al fallimento da subito evidente del modello architettonico-urbanistico ha rapidamente trasformato Begato intera e la Diga in particolare in un vero e proprio ghetto. E’ facile fare una breve ricerca in rete o sui giornali per trovare molte descrizioni e testimonianze delle condizioni di vita vissute dai suoi abitanti. Mutatis mutandis esse riecheggiano la descrizione fatta da Tom Wolfe a proposito di Pruitt-Igoe parlando di una situazione vissuta quasi mezzo secolo prima: “Questi campagnoli inurbati provenivano da zone assai poco densamente popolate … dove raramente si saliva a più di tre metri sul livello del mare ammenoché non ci si arrampicasse su un albero: ed eccoli alloggiati in casermoni di 14 piani, a Pruitt-Igoe. A ciascun piano c’erano ballatoi coperti, in obbedienza al concetto di Corbu delle “strade per aria”. Siccome non v’era nell’agglomerato, alcun altro luogo ove peccare in pubblico, tutto ciò che d’ordinario sarebbe avvenuto nelle bettole, nei bordelli, nei caffè, nelle sale da biliardo, al lunapark, all’emporio, nei campi di granturco, nei pagliai, nelle stalle o nei granai, aveva luogo in quelle “strade per aria”. In confronto a quei boulevards di Corbu, la Gin Lane (o Vico dei Beoni) di Hogarth sarebbe sembrata una strada tranquilla” (T.Wolfe, op.cit., p.78).

    Come a Pruitt-Igoe, gli abitanti della Diga sono stati costretti a districarsi all’improvviso tra ascensori, ballatoi, scale interne prive di luce naturale e spazi labirintici, percepiti rapidamente come luoghi alienanti e insicuri. Si è subito imposta ad essi la sensazione di vivere asserragliati. Di conseguenza i pianerottoli sono stati rapidamente chiusi con inferriate, isolando così i singoli appartamenti, e gli spazi comuni dei ballatoi sono stati divisi verticalmente, per limitare la circolazione di figure estranee. Molti appartamenti vuoti sono stati occupati ma non attraverso forme di lotta organizzata di “diritto alla casa”, come in altre città e situazioni (per esempio alle Vele di Scampia), ma quasi sempre in una logica di marginalità e disperazione. Nel frattempo i box, mai terminati, sono divenuti una “zona franca” per ogni sorta di attività illecita. All’esterno l’assenza di negozi e botteghe, bar e qualsivoglia luogo di cultura e socialità ha alimentato lo stesso senso di insicurezza e gli spazi pubblici, le piazze e i presunti luoghi di aggregazione sono stati ben presto divorati dall’incuria e dal degrado. E’ lo stesso scenario che era già stato vissuto dagli abitanti di Pruitt-Igoe, al punto che proprio l’analisi di quel clamoroso fallimento spinse – nel 1973, appena un anno dopo la distruzione di Pruitt-Igoe stessa – Oscar Newman, allora professore alla Washington University di Saint Louis, a scrivere il saggio Defensible Space. Crime and Prevention Through Urban Design, divenuto subito un classico della microsicurezza urbana, la risposta tecnica ad una visione securitaria dell’ambiente metropolitano. Osservando come gli spazi pubblici di Pruitt-Igoe fossero divenuti oggetti di abbandono e, conseguentemente, ricettacoli di un alto tasso di criminalità, Newman ne fece un caso studio per proporre soluzioni “riparatorie” che andavano dal design deterrente alla promozione di attività di sorveglianza informale da parte degli abitanti. La teoria dello “spazio difendibile” di Newman – che ha ottenuto grande successo nei piani dei dipartimenti di urbanistica e nelle retoriche politiche sulla sicurezza imperanti da decenni – aveva come sottotesto il principio che la tutela della sicurezza degli abitanti di luoghi anonimi e marginali debba passare non per la messa in discussione radicale dell’idea di città alla loro base, ma per pratiche concrete di sopravvivenza in un territorio ostile, pratiche fondate sul sospetto e sulla diffidenza che, di fatto, implicano la rinuncia definitiva alla dimensione sociale e pubblica della città e l’abitudine a considerare strade e piazze come territori naturalmente pericolosi da cui difendersi.

     

    Alcuni storici dell’architettura locali, ammiratori del funzionalismo di Gambacciani, lamentano come la sua fama sia rimasta ancorata alla dimensione cittadina genovese. Questa constatazione si potrebbe spiegare con il semplice fatto che egli si è mostrato un epigono limitatosi a declinare localmente una tendenza internazionale, facendolo, soprattutto a Begato, particolarmente male e fuori tempo massimo. Ma per comprendere il significato più profondo di ciò che hanno rappresentato Begato e tutti i ghetti realizzati ben oltre la dead line rappresentata dall’abbattimento di Pruitt-Igoe, occorre andare alla radice della sua idea architettonica e urbanistica, alla sua matrice ideologica e pragmatica primigenia, ovvero all’opera e al pensiero di Le Corbusier.

    Negli ultimi anni in Francia sono uscite diverse monografie che hanno ricostruito i legami profondi di Le Corbusier con l’estrema destra francese degli anni Venti e Trenta, sia in campo culturale che politico, legami spintisi fino all’ammirazione esplicita per Hitler e al collaborazionismo attivo con il regime di Vichy, e per altro ben occultati da Le Corbusier stesso nel secondo dopoguerra e trascurati dalla critica per decenni. Sarebbe facile fare un parallelismo con la militanza fascista del giovane Gambacciani, ma non è questo il punto interessante della questione che ci interessa.

    Ciò che emerge di più interessante da questi saggi è il riduzionismo freddo e totalitario del suo pensiero. L’uomo, diceva Le Corbusier, è come un’ape costruttrice di cellule geometriche, o come una formica, «con delle abitudini precise, un comportamento unanime» (citato in X. Jarcy de, Le Corbusier, un fascisme français, Albin Michel 2015, p. 175). La vita dell’uomo moderno si riduce a quattro bisogni fondamentali: lavorare, riposare, abitare, circolare, e la città contemporanea deve rispondere nel modo più funzionale ad essi. La risposta architettonico-urbanistica naturale al loro soddisfacimento è la standardizzazione: in primis la standardizzazione della casa, una “macchina per abitare” che va organizzata nelle “unità di abitazione”, concepite ognuna come una piccola città verticale racchiusa in un unico edificio, capace di ospitare 1500 persone; contemporaneamente la standardizzazione della città, una macchina ortogonale, fredda e impersonale, votata al puro funzionamento della produzione economica; infine – e come conseguenza delle prime due – la standardizzazione della vita dei suoi abitanti, organizzati come masse laboriose e disciplinate che, come negli alveari e nei formicai, devono seguire percorsi obbligati e sempre uguali a se stessi. La fabbrica fordista, la catena di montaggio, “l’organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor erano un modello assoluto di efficienza utilitaristica per Le Corbusier e per l’urbanistica funzionalista di quegli anni; lo erano ovviamente per il capitalismo, ma lo erano anche per i regimi totalitari. Questi ultimi non ressero, il capitalismo sì e si sarebbe aggiornato ed evoluto.

    [quote]Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.[/quote]

    Il capitalismo ha infatti fatto tesoro se non del modello integrale di città ideale di Le Corbusier, sicuramente del suo spirito ordinatore, modulando l’organizzazione urbana della vita sociale in funzione delle proprie esigenze economiche. Di radere completamente al suolo interi centri storici per sostituirli con griglie di grattacieli destinati ai luoghi del potere e dell’amministrazione – la soluzione pensata da Le Corbusier per tutti i centri urbani – se la sono sentita in pochi, anche se la tendenza a conservarli è stata dettata quasi unicamente dalle ragioni del profitto incarnate dal turismo e dalla gentrification; oppure lo si è fatto solo parzialmente, come avvenuto in modo clamoroso a Genova a Piccapietra e nel quartiere di via Madre di Dio. Di ammassare i poveri nei ghetti di periferia modellati sul principio delle “città radiose” nessuno si è fatto invece scrupolo. Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «la gerarchia è la legge del mondo organizzato nella natura come tra gli uomini» (Le Corbusier, Arte decorativa e design, Laterza 1973, p. 16) e che fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.

    Le Corbusier amava definirsi un tecnico che risolve problemi e non un politico: «Tenevo molto a non uscire dal piano tecnico. Sono un architetto, non sono disposto a fare della politica. Che ciascuno nel proprio campo, secondo la più rigorosa specializzazione, conduca la propria soluzione alle estreme conseguenze» (Le Corbusier, Urbanistica, Il Saggiatore 2017, p. 290). Questa presunta neutralità è il tratto fondamentale del pensiero totalitario; in una vita sociale organizzata dall’alto in modo così capillare, gerarchica e razionale, dove nessuno può mettere in discussione l’ordine generale (ovvero fare politica), ognuno deve limitarsi a svolgere il proprio compito come un tecnico. La categoria fondamentale del pensiero di Le Corbusier non era dunque il nazifascismo – tant’è vero che egli si rivolse con altrettanto entusiasmo anche a Stalin – ma il totalitarismo economico-produttivista, l’ordine razionale e l’efficienza di un mondo industriale, tecnico e utilitarista: “una visione fredda del mondo”, per dirla con Marc Perelman, della quale le forme urbane delle “città radiose” sorte tutte uguali ai quattro angoli del globo, da Pruitt-Igoe fino a Begato (passando per le periferie delle città del socialismo reale, non a caso perfettamente speculari a quelli dell’Occidente capitalistico), hanno rappresentato una manifestazione tanto orribile nei risultati quanto coerente negli scopi. «L’opera-sistema di Le Corbusier è fermamente associata ad una visualizzazione totalitaria della vita, ad una compulsione ripetitiva dell’idea di macchina (umana, architettonica, urbana), all’inquietante progetto di un urbanismo della rarefazione visiva, al freddo allineamento di blocchi di edifici e unidimensionali. […] Poiché Le Corbusier non fu solo lo specchio della società dei suoi tempi, egli certamente fu l’espressione vivente e dunque pericolosa di quei tempi, l’individuo-soggetto, ma soprattutto il soggetto-progetto che ha cristallizzato nella propria persona il cupo divenire della città, l’anticipatore che ha proiettato, con un saper fare sicuramente inedito, un’esistenza sottomessa ad un behemoth urbano mostruoso» (M.Perelman, Une froide visione du monde, Michalon 2015, pp. 70-71).

     

    L’organizzazione totalitaria delle forme di vita dell’uomo all’interno della città alveare è dunque la cifra urbana del Novecento inventata da Le Corbusier e pedissequamente ripresa da mille suoi seguaci, tra cui Gambacciani. In uno degli altri suoi progetti della metà degli anni Ottanta, modellando il nuovo quartiere di Quarto Alto secondo gli stessi schemi architettonici e urbanistici di una ennesima piccola “città radiosa” – e, non a caso, molti dei “profughi” della Diga di Begato vengono oggi ricollocati proprio a Quarto Alto -, Gambacciani ha definito il grattacielo più alto del complesso “il supercondominio” (citato in A.Vergano, op.cit., p.119). Non so se Gambacciani avesse letto e conoscesse Il condominio scritto da Ballard nel 1975 e volesse così fare del citazionismo autoironico. Non lo credo, visto che quel romanzo è una denuncia spietata della psicopatologia indotta dalle forme della macchina per abitare corbusiana, ancorché in una versione “borghese”, e che quasi tutti gli altri suoi romanzi dagli anni Settanta in poi sono incentrati sulla descrizione di una cupa distopia sociale incentrata sui non-luoghi caratteristici del tardocapitalismo. Nel suo ultimo grande romanzo prima di morire, Regno a venire, Ballard è arrivato a definire il consumismo indotto dai grandi centri commerciali come una nuova forma di totalitarismo, la cui veridicità profetica l’abbiamo potuta verificare recentemente osservando le code che si sono create fuori dai grandi centri commerciali nel periodo del lockdown e delle restrizioni, quando, non potendo muoversi liberamente o andare fare delle scampagnate, le masse delle metropoli si sono accalcate alle loro porte: “La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia. Crediamo di poter scegliere ma è tutto già deciso. Dobbiamo continuare a comprare, se no falliamo come cittadini. Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere soddisfati solo dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva… Questa è una nuova forma di totalitarismo che opera nei pressi dei registratori di cassa” (J.G.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli 2006, p.114).

     

    “Nel quadro delle campagne di politica sociale di questi ultimi anni, per rimediare alla crisi degli alloggi, prosegue febbrilmente la costruzione di topaie. Di fronte all’ingegnosità dei nostri ministri e dei nostri architetti urbanisti non si può che restare ammirati. Per evitare ogni disarmonia, costoro hanno messo a punto alcune topaie tipo, i cui progetti vengono impiegati ai quattro angoli della Francia. Il cemento armato è il loro materiale preferito. Questo materiale, che si presta alle forme più elastiche, viene adoperato soltanto per fare case quadrate. Il più bel risultato del genere sembra essere la “Città Radiosa” del generale Corbusier, benché le realizzazioni del brillante Perret gli contendano la palma. Nelle loro opere si sviluppa uno stile che fissa le norme del pensiero e della civiltà occidentale del ventesimo secolo e mezzo. E’ lo stile “caserma” e la casa del 1950 è una scatola. Lo scenario determina i gesti: noi costruiremo case appassionanti” (Internazionale lettrista, Costruzione di topaie, “Potlatch” n.3, 6 luglio 1954). Questo scrivevano i più radicali nemici del progetto politico di Le Corbusier – l’Internazionale lettrista è il gruppo parigino di Guy Debord antecedente alla creazione dell’Internazionale situazionista – un anno prima che Yamasaki completasse il complesso di Pruitt-Igoe e trenta prima che Gambacciani, ignorando quella lezione storica, ripetesse lo stesso modello a Begato. Per i situazionisti, lo stile di vita che si incarnava nelle città ristrutturate secondo il dettato funzionalista corbusiano era il campo sul quale il dominio totalitario del capitalismo moderno – quello che Debord avrebbe definito “la società dello spettacolo” – si espandeva in modo subdolo e pervasivo, aggiornandosi ai bisogni imposti dalla ristrutturazione della società dei consumi degli anni Cinquanta, la stessa che si sarebbe evoluta nella distopia descritta da Ballard. D’altronde, vedendo sorgere alla periferia di Parigi le banlieues, già nel 1961, i situazionisti furono facili profeti delle sommosse che le avrebbero attraversate decenni dopo: “Se i nazisti avessero conosciuto gli urbanisti di oggi, avrebbero trasformato i campi di concentramento in case popolari… i privilegiati delle città dormitorio non potranno che distruggere” (R.Vaneigem, Commenti contro l’urbanistica, “Internationale situationniste”, n°6, 1961, pp. 33-37, Nautilus 1994). L’Italia non è la Francia, Genova non è Parigi, Begato non è Sarcelles; la composizione sociale delle banlieues ne fa un caso unico nel contesto europeo. Begato non è mai stata caratterizzata da rivolte e oggi viene smantellata sommessamente, senza la volontà popolare espressa attraverso assemblee pubbliche né l’atto spettacolare della dinamite di Pruitt-Igoe.

    Neanche il WTC di San Benigno, ben difficilmente e per fortuna, sarà bersaglio di attacchi terroristici come il suo fratello maggiore di New York. Egli rimane lì dov’è, una gelida lastra di vetro e acciaio sulla spianata che ha livellato il colle di San Benigno che per secoli divideva Genova dal ponente cittadino. Su questa piana il WTC è giocoforza diventato il vicino e il contraltare postmoderno della Lanterna di Genova che da novecento anni guida la navigazione al largo delle coste liguri del Mediterraneo. A questo proposito è buffo e significativo il fatto che Hitler fosse convinto che il Reich nazista sarebbe stato millenario e che, a fronte di questo delirio, Le Corbusier nel 1933 scrivesse alla madre che “Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa. […] Questa è la fine dei discorsi da tribuna o da assemblea, dell’eloquenza e della sterilità parlamentare. La rivoluzione si farà nel senso dell’ordine» (cit. in M.Perelman, op.cit., p. 39). Quel regno millenario durò fortunatamente soltanto dodici anni, meno ancora di Pruitt-Igoe e delle Twin Towers. E’ facile immaginare che anche le forme e lo spirito dell’architettura genovese di Gambacciani non si avvicineranno minimamente alla vita della ben più gloriosa Lanterna. Lo smantellamento di Begato dopo meno di quarant’anni di esistenza s’inserisce in questo processo; e sarebbe bello che esso fosse l’alba di una presa di coscienza collettiva del voler farla finita per sempre con questa “visione fredda del mondo” incarnata dall’urbanistica totalitaria degli architetti del Novecento e del volerne ricostruire uno nuovo, di mondo, popolato di case davvero “appassionanti”.

     

    Eppure le forme di vita imposte dalle “città radiose” di Le Corbusier, da Pruitt-Igoe a Begato, al di là delle loro vetuste forme architettoniche, sembrano incarnare una profezia nefasta proprio alla luce di quanto abbiamo vissuto in questo 2020: il distanziamento sociale, la vita quotidiana reclusa in cellule abitative segregate dal mondo esterno, il tramonto della vita sociale e pubblica surrogata dalla realtà virtuale, la mobilità esterna ridotta al lavoro e agli spostamenti per necessità. Tutto ciò che era stato pensato da Le Corbusier come struttura della vita ridotta ad ingranaggio di una megamacchina produttiva lo abbiamo sperimentato in prima persona con l’emergenza della pandemia. Il problema è che molti di coloro che, stando ai vertici del comando economico planetario, hanno il potere di decidere delle nostre vite non esitano a predire che questo modello, opportunamente edulcorato, dovrebbe essere in qualche modo mantenuto anche una volta sconfitto il virus e cessata l’emergenza. Secondo i loro piani lo stato di eccezione temporanea dettato dalla pandemia potrebbe diventare preludio di una rivoluzione permanente. Per i capi del World Economic Forum la pandemia dovrebbe infatti essere esplicitamente l’opportunità da non perdere per il grande reset (cfr. K. Schwab, T.Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020), l’avvio di quella quarta rivoluzione industriale (K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, FrancoAngeli 2019) che, grazie alle mirabolanti conquiste dell’era digitale, dovrebbe rendere strutturali alcune di queste sperimentazioni. In questa visione di futuro prossimo, il trionfo della virtualità, lo smart working e la didattica a distanza, l’innovazione tecnologico-digitale, le prospettive transumaniste e cyborg che arrivano a mettere in discussione persino il significato stesso di “essere umano”, si innestano su una organizzazione sociale nella quale il distanziamento, la separazione netta tra la “libertà” interna alle mura domestiche e limiti sempre più necessari alla vita sociale e pubblica, sistemi pervasivi di sorveglianza che aggiornano tecnologicamente la teoria dello spazio difendibile di Newman, dovrebbero diventare la norma, aggiornando in senso autoritario il tardocapitalismo alle crisi (ambientali, economiche e sociali) da esso stesso provocato. Meno libertà, più sicurezza; di questo i capi dell’economia mondiale parleranno al prossimo incontro del World Economic Forum di Davos. L’obiettivo esplicito di questa operazione è rendere l’Occidente liberale competitivo con la Cina, la potenza economica più forte al mondo ed un modello di autoritarismo statale capitalistico che, se fosse ancora vivo, Le Corbusier apprezzerebbe sicuramente molto, sia da un punto di vista politico-sociale che urbanistico. Non a caso una delle immagini più forti e simboliche di questo 2020, l’inizio della rivoluzione indotta dalla pandemia, è racchiusa nel video impressionante degli abitanti di Wuhan costretti dal lockdown a stare chiusi negli enormi “supercondomini” di quella megalopoli-alveare di undici milioni di abitanti che cantano all’unisono dalle finestre delle proprie cellule abitative per farsi coraggio. Una visione che sembrava tratta da un mix distopico di Metropolis di Fritz Lang e un romanzo di Ballard e che si è invece rivelata la profezia di una trasformazione globale forse appena agli esordi.

    In questo scenario la “visione fredda del mondo” non si incarnerebbe più, forse, nelle forme obsolete e ostili di Pruitt-Igoe e Begato ma potrebbe propagarsi come un virus silenzioso degno di quello de Il demone sotto la pelle di Cronenberg, coltivato proprio nelle viscere di una macchina per abitare corbusiana (significativamente ribattezzata L’arca di Noè) e da lì pronto a propagarsi per il mondo. Quel film del 1975, concepito come una distopia ballardiana (il film è dello stesso anno de Il condominio) sulle relazioni tra una certa architettura moderna e l’avvertito pericoloso disfacimento della società occidentale, assume oggi i connotati di una metafora ancora più densa di significato. Là, nella finzione cinematografica del 1975, l’isolamento salvifico dalla crisi della civiltà su quella sorta di arca allegorica che era la “città radiosa” si trasformava, proprio grazie ad un virus, nella creazione di un nuovo modo di essere figlio dell’ambiente insostenibile in cui veniva generato. Qua, nella realtà presente, un virus nato e propagatosi per l’invadenza dell’uomo urbanizzato nei confronti degli equilibri di un ecosistema pianeta che abbiamo trasformato in una specie di supercondominio-alveare ci costringe a rimettere in discussione l’idea che si possa continuare a concepire la nostra vita come funzione della megamacchina economica e produttiva.

    Di ben altre dighe avremo bisogno in quel caso, ma, nel frattempo, visto che il futuro resta ancora una incognita e la storia una pagina da scrivere collettivamente, limitiamoci, dal nostro piccolo punto di vista locale, a rivolgere uno sguardo benevolo che le luci della Lanterna possano idealmente ricongiungersi con quelle provenienti dalle colline di Begato non più ostruite da una colata di cemento, esclusione ed alienazione.

    Leonardo Lippolis

  • L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    Quando le chiediamo di commentare la recente vendita dell’ex mercato del pesce di Piazza Cavour da parte del Comune di Genova, Marina Montolivo Poletti mette subito in chiaro una cosa: «Sono molto arrabbiata». Architetta che negli anni ha combattuto diverse battaglie contro alcune evoluzioni urbanistiche della città (vincendo alcune, come quella contro la costruzione di un parcheggio all’Acquasola e perdendone altre come quella contro la realizzazione della Fiumara a Sampierdarena) oggi considera la vendita dell’ex mercato ittico l’ennesimo anello della lunga catena di errori e orrori urbanistici che hanno investito Genova – a suo parere – negli ultimi 30 anni, senza apparente soluzione di continuità tra le giunte di centrosinistra e, più recentemente, quelle di centrodestra. «Questa vendita – dice infatti ai nostri microfoni – è l’ennesima prova della totale incapacità di programmazione urbanistica di questa città».

    Ieri mercato del pesce, domani chissà

    Lo scorso giugno il Comune di Genova ha venduto l’immobile di Piazza Cavour a Pix Development S.r.l., società di investimento, sviluppo e gestione immobiliare con sede legale a Roma e attiva soprattutto nel centro Italia. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, il portfolio del sito web della società è in fase di aggiornamento, ma tra i settori di competenza lo stesso sito cita il retail (commercio), gli hotel e le residenze di lusso. Non è ancora chiaro con quali intenzioni la società abbia acquistato l’ex mercato del pesce, ma lo scorso 18 giugno l’amministratore unico della società Paolo Cavini diceva al Secolo XIX che l’idea sarebbe quella di un “mix di funzioni” a cominciare da quelle ricettive e commerciali. Dunque alberghi e supermercati. A più di un mese da quelle parole abbiamo chiesto all’assessore ai lavori pubblici del Comune di Genova eventuali novità, ma l’assessore ci ha risposto che, al momento, novità non ce ne sono. Nemmeno il PUC (Piano Urbanistico Comunale) dà molti indizi al proposito, dal momento che per l’edificio prevede una possibile riconversione in “residenza, strutture ricettive, servizi d’uso pubblico e servizi privati, uffici, connettivo urbano escluse sale gioco parcheggi, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita”. Quasi tutto, insomma.

    «Mi chiedo chi avrà voglia di andare ad abitare in quella zona – si chiede Montolivo – sporca, costantemente intasata dal traffico e quindi con l’aria irrespirabile. O chi avrà voglia di andare fare la spesa in quel groviglio di macchine dove non puoi neanche fermarti un secondo». Una zona brutta e intasata, ma strategica, almeno a volerlo vedere: «L’edificio, oltre a essere interessantissimo dal punto di vista architettonico – commenta infatti l’architetta – si trova nel punto di congiunzione tra il progetto della passeggiata di Renzo Piano e il Porto Antico. Un’attrazione di tipo culturale come un museo di arte moderna avrebbe attratto il turismo dell’acquario, l’unico di una certa consistenza e continuità del centro storico. Ad oggi il turismo del centro non esce dal porto antico, non arriva neanche in Piazza Banchi. Servono attrazioni in grado di allargare e indirizzare in modo virtuoso i flussi di turisti».

    Da qui la provocazione, ma fino a un certo punto: «Perché piuttosto non abbiamo venduto villa Croce, struttura nata residenziale? – propone Montolivo – dalla vendita di quell’immobile, che ad oggi rappresenta un debito per la città, si sarebbero ricavati 10 milioni di euro e 6 begli appartamenti. Invece abbiamo venduto l’ex mercato del pesce (che sembra fatto apposta per ospitare un museo come quello di arte moderna di Villa Croce) per un tozzo di pane».

    Dal 2016 – anno in cui ha smesso di ospitare il mercato ittico – si sono rincorse varie ipotesi sull’utilizzo della struttura, ampia 1300 metri quadrati e realizzata negli anni 30. Si è pensato di farne un museo di auto d’epoca o un centro per l’impiego, una palestra, un parcheggio e persino una moschea. Una precedente asta da 1 milione e 700 mila euro è andata deserta. Alla fine Tursi è riuscito a vendere la struttura per 1 milione e 500 mila euro, facendo anche cadere il vincolo dell’obbligo di presentazione di un progetto dettagliato sull’uso della struttura. «Praticamente come un bell’appartamento» commenta con amarezza Montolivo dopo averci raccontato il grande valore potenziale dell’edificio.

    “Come la droga per un tossico all’ultimo stadio”

    Se dopo aver ipotizzato tutto e il contrario di tutto alla fine nella struttura dell’ex mercato del pesce si dovesse installare un supermercato, non sarebbe una scelta troppo fantasiosa. Su queste pagine abbiamo infatti già raccontato come Genova si sia da tempo convertita al credo della grande distribuzione: «La scelta meno intelligente dal punto di vista economico – commenta lapidaria Montolivo – perché è già provato in tutti i modi che le grandi strutture commerciali, come i complessi residenziali, non portano pil. Ma chi ha amministrato Genova negli ultimi 30 anni sembra capire solo la lingua dei centri commerciali, basti vedere a cosa è diventata la Val Polcevera».

    O la zona dove oggi svetta la Fiumara di Sampierdarena. Nel corso della nostra intervista, Montolivo ne parla come una delle grandi battaglie della sua carriera: «C’erano fior di proposte per fare dell’area un district park, cioè una zona di assemblamento delle merci del porto – ricorda – un tipo di attività pulita, che avrebbe previsto solo la realizzazione di capannoni bassi, ma indispensabile per il porto, e che avrebbe generato molti posti di lavoro e benefici per tutto l’indotto circostante. Intorno si potevano ipotizzare attività per rendere l’area appetibile, come una fascia di rispetto o un expo permanente delle merci che arrivano dall’Africa o dall’oriente, sul modello della fiera di Milano, dove vanno a comprare gli stessi commercianti genovesi. Queste sono le scelte che risanano davvero i quartieri e le periferie».

    Le cose, però, sono andate diversamente «È inutile poi lamentarsi e dire che a Genova manca un retroporto – sottolinea ironicamente Montolivo – se nelle ex aree industriali vengono costruiti centri commerciali e abitazioni. Siamo una città in profonda crisi economica, ma continuano a costruire centri commerciali per indurci a comprare una maglietta in più. È come dare la droga a un tossico all’ultimo stadio».

    «Serve una vera visione strategica del territorio – conclude – che immagini un futuro per questa città decidendo su cosa investire. Anche l’area del porto antico è stata gestita senza alcuna visione strategica, assembrando attività incongrue, poco attrattive e complessivamente mal gestite (basta pensare al museo Luzzati). Di fatto, un’ area di questa importanza e vocazione turistica, risulta null’altro che la passeggiata degli abitanti del centro storico per espletare i bisogni dei cani».

    Luca Lottero

  • Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    “Continua l’assurda politica di chiusura dei vicoli da parte dell’Amministrazione Comunale di Genova con sinistri cancelli di ferro. Non si passa più. La strada pubblica diventa uno spazio privato. Per entrare nella “Zona” – che è demanio pubblico – si deve avere la chiave. Gli amici degli auto-galeotti devono aspettare che vengano ad aprirgli la strada! La motivazione di questo delirio non ha niente di pubblico: i cancelli servono per allontanare i tossicodipendenti, ed aumentare il prezzo degli appartamenti. Domanda: ma hanno smesso di drogarsi costoro? Ovviamente no, si sono solo spostati. Dobbiamo aspettarci altre chiusure di strade? Perché per questa zona si possono tener fuori gli “odiati” tossici e per altri quartieri no? Se non ci sono figli e figliastri, con questo metodo avremo una bella città blindata, come nel terrificante film “La zona”. È stato creato un ghetto, che rende impossibile un’attività sociale”. Questo è quanto denunciava l’Osservatorio del Centro Storico nel 2009: oggi in centro storico ci sono più cancelli di 11 anni fa, e quali sono stati i risultati?

    Nel corso degli anni, in maniera del tutto illegittima, vicoli, piazzette e giardini del cuore della città sono stati chiusi con conseguenti non poche polemiche e proteste. La chiusura avveniva con provvedimenti in teoria provvisori ma che in pratica sono diventati definitivi e le ‘zone morte’, sbarrate con delle cancellate, sarebbero circa una quarantina. La procedura era sempre la stessa, spiegavano gli animatori dell’Osservatorio anni fa: “Qualche vicolo viene lasciato nel degrado, la strada non viene riparata per anni, il vicolo diventa sgradevole, a volte mal frequentato. A questo punto il Comune “accontenta” i cittadini che chiedono “sicurezza” e mette i cancelli, regalando lo spazio pubblico a pochi e garantendosi voti di scambio. Chiudere le strade equivale a violare il diritto civico e costituzionale di transitare e di vivere liberamente nelle strade pubbliche. I vicoli vanno aggiustati, ripuliti e illuminati, non chiusi”.

    Cancelli contro il degrado: davvero non esiste soluzione migliore di questa?

    In risposta all’allarme degrado nel centro storico, residenti e commercianti nel corso degli anni hanno chiesto – e ottenuto – il via all’installazione di cancellate per ‘proteggere’ alcuni dei vicoli più malfamati della città vecchia. In sostanza, secondo le ordinanze, quando cala il sole numerosi vicoli del centro storico dovrebbero blindarsi, per poi riaprire la mattina seguente. Alcune cancellate sono ‘finte’, non necessitano cioè di alcuna chiave e rappresentano semplicemente un deterrente per chi è habitué a infilarsi nei vicoli per spacciare o consumare droghe, bere, mangiare o bivaccare sugli scalini in prossimità dei portoni. Altre, dotate di chiave e lucchetto, sottraggono letteralmente angoli di suolo pubblico e possono rappresentare un ostacolo in caso di soccorso urgente degli inquilini dei palazzi interessati. Molte di queste gabbie con il tempo sono diventate dei depositi di merce varia, utilizzate dai negozianti per accatastare qualunque tipo di cosa, mentre altre dei parcheggi abusivi per moto.

    Il trend delle cancellate è iniziato intorno agli anni Ottanta, per poi intensificarsi dal 2008 al 2013. Il fenomeno ha visto sempre più vicoli e piazzette ‘ingabbiati’ per tentare di eliminare fisicamente presenze indesiderate come clochard e tossicodipendenti. L’Osservatorio del Centro Storico è stata la prima associazione a insorgere contro questi furti di pezzi di città: tramite un blog l’Osservatorio si è occupato per anni di informare i cittadini con articoli, fotografie e mappe in merito a quanto stava succedendo nel quartiere. Il rosicchiamento illegittimo di luoghi pubblici, avvenuto ‘in via provvisoria’, persiste da quasi mezzo secolo. “Tutti gli anni facevamo il giro dei cancelli chiusi – ci racconta Roberto Faure, avvocato ed ex attivista dell’Osservatorio. Organizzavamo un gruppo di persone che andava a visitare, come una specie di funerale, tutti i vicoli e le piazze chiuse. Poi non ne abbiamo più fatti perché abbiamo perso le speranze”.

    Al fine di contrastare le varie forme di degrado per gran parte dei residenti e dei commercianti del centro storico la realizzazione delle inferriate è stata la soluzione migliore. La chiusura ha spesso rappresentato un’amara vittoria per coloro che si sono battuti per ottenerla: da una parte c’era la consapevolezza che chiudere un vicolo fosse un peccato mortale e che vivere in gabbia non era ciò che desideravano, dall’altra parte però non avrebbero avuto scelta. Sono stati ‘costretti’, a seguito di   operazioni di pulizia, di sorveglianza e di allontanamento che hanno portato solo esiti parziali e circoscritti nel tempo. Gli interventi effettuati, palesemente inefficienti, oltre a incoraggiare la blindatura di una città che si spaccia per turistica, non hanno eliminato affatto il problema del degrado ma al massimo l’hanno spostato e aggravato. La chiusura tramite cancellate non può essere l’unica soluzione: la più semplice e immediata forse, ma non di certo l’unica. È il paradosso di una città che punta sul turismo ma che possiede angoli off-limits a chi non possiede la chiave d’accesso.

    Il contraddittorio caso di Piazzetta dell’Amico

    Nel novembre del 2013 la Direzione Urbanistica del Comune di Genova chiariva in merito alla cancellata la cui installazione è stata voluta da un commerciante di Piazzetta dell’Amico: “Come da accordi intercorsi la cancellata dovrà essere posata esclusivamente nelle ore notturne (ore 23) e smontata al mattino (ore 7) non dovrà quindi essere presente durante tutto l’arco della giornata compresi i giorni festivi e nelle date di chiusura dell’esercizio commerciale. Il mancato rispetto di tale prescrizione prevede la rimozione della stessa”. Bene, a distanza di sette anni la cancellata si trova ancora lì, in un via vai di gente e vigilanti che sembrano aver accettato la ‘gabbia’ come se quello fosse sempre stato il suo posto. Le proteste ‘anti-cancelli’ ci sono state, fino a un certo punto, e poi, stanchi, ci si è arresi. “La soluzione? Emigrare, andare in un altro paese. Qua non c’è nessuna speranza”, ha sbottato Faure, ex attivista dell’Osservatorio.

    A due passi dal Porto Antico e dall’Acquario – l’attrazione principe della città che porta milioni di visitatori ogni anno – troviamo una città blindata da cancelli arrugginiti, a cui manca soltanto il filo spinato. Una vera e propria fregatura se ci mettiamo nei panni di un turista in visita ai celebri ‘caruggi di Genova’, che si trova costretto a fare dietrofront in continuazione. Quella dei cancelli non è una soluzione che ha adottato unicamente il Comune di Genova, poiché di esempi simili ne possiamo trovare a bizzeffe in tutta Italia. Milano, Roma, Ferrara, Rimini e molte altre città italiane si sono viste ‘costrette’ a piantare delle cancellate per limitare il degrado urbano. Eppure, pare assurdo che questa sia l’unica soluzione attuabile. Forse si dovrebbe ragionare un modus operandi diverso, mirato ad estirpare il problema, se il problema esiste, alla radice e non a metterci una pezza e spostarlo un po’ più in la in modo che diventi il tormento di qualche altro quartiere. 

    La nascita di A.Ma per la vivibilità della Maddalena

    Nel 2012 nasce A.Ma – Associazione abitanti Maddalena – con lo scopo di ragionare insieme una serie di regole condivise per la vivibilità degli spazi pubblici del quartiere. Un movimento dal basso che punta alla concretizzazione di idee in azioni che possano migliorare davvero la qualità della vita. Secondo A.Ma la privatizzazione dei vicoli per ragioni di ordine pubblico non può essere la soluzione, quanto piuttosto produrre cultura, organizzare eventi, ritrovi e momenti di condivisione per riqualificare quei quartieri ad alto tasso di criticità. Se l’intero centro storico si impegnasse in questa direzione, invece di chiedere l’installazione di ferrame, forse la vivibilità sarebbe maggiore. La chiusura non è certo la risposta, anzi una contraddizione, nel momento in cui la città si fa portatrice di una sempre più vasta dimensione turistica.

    “Tendenzialmente siamo per la libera circolazione – ci ha spiegato Luca Curtaz, segretario A.Ma e consigliere Municipio centro-est. Crediamo che i cancelli non siano la soluzione adatta. A nostro avviso, è sempre l’ultima spiaggia chiudere dei vicoli con i cancelli. In alcune zone è arrivata forte questa richiesta dai residenti e l’Amministrazione – sia l’attuale e sia quelle precedenti – ha cercato di assecondare istanze di questo tipo. È chiaro che chiudere con i cancelli risolve un aspetto più diretto, a livello di frequentazione, ma mette in moto tutta un’altra serie di problemi: ad esempio Amiu non passa, o fa molti meno passaggi”. Gli attivisti di A.Ma nel 2014 hanno studiato il primo bicibox della città, convinti che un andirivieni di grandi e piccini in sella avrebbe creato un flusso positivo per il quartiere: “In vico Fasciuole abbiamo creato un bicibox condiviso. Il fatto che ci sia un luogo dove tutti i giorni decine di persone vanno a prendere la bici e la riportano per le loro attività, crea un viavai favorevole. Quello che pensiamo è che se i luoghi vengono attraversati e vissuti non ci sia bisogno di chiuderli con dei cancelli”.

    Ancora oggi ci sono richieste da parte di condomini per chiudere alcuni vicoli per le solite questioni riguardanti lo spaccio e il degrado, anche se al momento non sono deliberate altre chiusure. Nel corso degli anni ciò che è rimasto una costante e, anzi, ha visto un peggioramento è la pulizia dei vicoli stessi: “Oggi quello che si nota è che aumentata la carenza di igiene. Le spazzature a mano son sempre più rare e i vicoli più piccoli in cui i mezzi non passano sono in condizioni igienico-sanitarie precarie. Gli Ecopunti di nuova generazione hanno arginato un problema – quello degli spazi utilizzati per svariati motivi di illegalità – ma ne hanno fatto sorgere un altro. I cosiddetti ‘invisibili’ non hanno il badge per accedervi, dunque succede spesso che davanti agli Ecopunti ci siano montagne di spazzatura e questo genera di nuovo sporco e degrado”.

    Il post Covid e i cancelli ‘anti-fuga’ per i pusher

    L’11 maggio 2020 in un post su Facebook la presidente A.Ma Marzia Giorgi ha comunicato: “La situazione in via della Maddalena è al limite del vivibile e il pericolo per i commercianti e abitanti è reale. La nostra speranza è che la giunta comunale di adoperi a risolvere questo problema di sicurezza pubblica anche esponendosi in prima persona con chi ha la competenza in questo ambito. La Maddalena non è all’anno zero, molte cose sono state fatte e appena possibile torneremo ad animare il quartiere con iniziative perché noi continuiamo a credere in questo luogo e qui vogliamo restare a vivere”. Con l’emergenza legata al Covid-19 la situazione nel centro storico è peggiorata e oggi il trend delle cancellate potrebbe subire una nuova impennata. La presenza di strade deserte, secondo i residenti, ha incentivato pusher e malviventi a prenderne il controllo. Quei quartieri che di lotte ne hanno combattute parecchie per ottenere la maggior vivibilità possibile per le famiglie del luogo, sono rapidamente regrediti al punto di partenza.

    Com’è immaginabile, la pandemia ha lasciato un segno soprattutto sui più fragili, fomentando una solitudine che ha portato a una richiesta maggiore di droghe rispetto a prima. La Maddalena è di nuovo zona di spaccio a cielo aperto e si parla – ancora – di cancelli, ma questa  Di nuovo cancelli, di nuovo chiusure. Abbiamo chiesto ad A.Ma se questa fosse una soluzione attuabile: “Assolutamente no. Sono proposte demagogiche, elettorali. Chi ha partorito quest’idea dovrebbe chiudere tutti i vicoli di Genova e sappiamo già cosa vuol dire vivere con cancellate tutte intorno alle nostre case. Sanno benissimo chi sono i pusher, cosa fanno e dove. Se volessero, potrebbero agire ben prima. Esiste un sistema di videosorveglianza con cui, se fosse utilizzato come dicono di voler fare, potrebbero avere un controllo ‘in diretta’ su quello che avviene senza il bisogno di dover chiudere i vicoli con dei cancelli”, ci ha risposto Curtaz.

    “Quel tipo di attività repressiva che va a colpire solo gli spacciatori non serve a niente – ha aggiunto. Arrestati quelli – a patto che succeda e che vengano condannati – ce ne sono molti altri pronti a sostituirli, perché dietro a quelle persone c’è un’organizzazione che trova sempre manodopera per azioni d’illegalità. Primo non vogliamo chiuderci dentro e secondo sono altri gli strumenti per contrastare l’illegalità. Ad esempio, meditare azioni che vadano a colpire i vertici, perché continuando ad arrestare i piccoli spacciatori non si smuoverà mai niente. Ci vorrebbe la volontà politica e istituzionale di proiettare delle risorse economiche di un certo livello per elevare la quantità e la qualità delle indagini, andando così a scardinare le organizzazioni criminali. Lo soluzione è colpire i vertici, che alla fine sono sempre gli stessi. Storicamente, chi muove le fila dello spaccio e della prostituzione nel centro storico di Genova, sono famiglie italiane. Il controllo continua ad essere nelle loro mani”.

    Conclusioni

    Creare istintivamente delle ‘protezioni’ alla propria ‘zona personale’ non risolverà alcun problema, ma lo sposterà di qualche metro. L’idea della cancellate a difesa del decoro urbano è un’illusione. I cittadini si sentono al sicuro, dietro ai cancelli, ma si tratta di una sicurezza fittizia che svanisce nel momento stesso in cui si mette il piede fuori da quel confine. Il degrado va combattuto diversamente, promuovendo occasioni di incontro, coinvolgendo le persone e non confinandole, e alimentando uno spirito di comunità. Il problema va senz’altro affrontato alla radice: un migliore sistema di controllo non può bastare, però. Ad un grande flusso di persone che attraversa le strade andrà proposta una vasta gamma di servizi per consentire di diluire questi flussi. Dunque servono attrezzature, panchine, aree verdi e aree coperte in cui rifocillarsi, ad esempio. E, non per ultimo, la riqualificazione degli spazi fatiscenti con pulizia, arredo urbano, operazioni di restauro e recupero di locali dismessi da tempo. Il centro storico deve respirare, e per farlo i cancelli devono essere aperti.

    Paola Alemmano

     

  • Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    In una manciata d’anni, il vecchio fabbricato dell’ex stazione di Pra’ ha visto trasformarsi tutto ciò che gli stava intorno. A lato mare, dove prima c’erano i binari della ferrovia, ora c’è l’Aurelia. A monte, la strada dove passavano le automobili è stata a sua volta sostituita da una zona pedonale su cui affacciano case e negozi. Una trasformazione cominciata nel 2006, con la costruzione più a sud della nuova stazione, e proseguita in anni più recenti con i Por, finanziamenti dal valore di 20 milioni di euro targati Unione europea e Comune di Genova, che hanno cambiato in modo consistente il volto del quartiere.

    A rimanere sempre uguale, in mezzo a tutto questo cambiamento, è stata proprio la ex stazione. Solo recentemente liberata dalle transenne che la circondavano ormai da tempo, la struttura oggi espone le sue pareti esterne ripitturate di fresco al centro della strada. Vuota. Perché cosa ce ne faremo, di questa palazzina che cominciò la sua carriera di stazione ferroviaria nel 1856, ancora non è chiaro. E dire che le idee, negli ultimi mesi e negli ultimi anni, non sono mancate. Solo che le idee del Comune di Genova, che ci mette i soldi, sono diversi da quelle del Municipio 7 Ponente, che accusa Tursi di non tenere abbastanza in considerazione le esigenze della cittadinanza e di voler imporre dall’alto il proprio progetto. L’idea originale del Municipio, approvata all’unanimità, era quella di dividere il prima piano della struttura tra un mercato per prodotti alimentari a chilometro zero e un museo del pesto mentre al piano superiore l’idea era realizzare una biblioteca multimediale che fosse anche uno spazio aperto per mostre e incontri. «Una piccola città dei bambini – la definisce Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio, che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico e sta seguendo il progetto – richiesta anche dal civ, dall’associazione La giostra della fantasia e dalla comunità praese». Lo scorso aprile, invece, il Comune di Genova ha approvato una mozione perché negli spazi venga realizzato un centro per la prevenzione dei disturbi alimentari.

    Lo scontro tra Municipio e Comune

    Lo scorso 23 settembre, la commissione che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico del Municipio 7 ha votato contro il progetto presentato in quell’occasione dalla direzione progettazione del Comune, rappresentata dagli architetti Tartaglino e Bartolini e dall’ingegnere Piro. «Il progetto presentato si riferiva solo al primo piano della struttura, ma noi avremmo dovuto votarlo in toto – spiega Ferrando – come si fa a votare un progetto se non ci sono ancora i fondi e senza sapere in cosa consiste? Al momento ci sono i 400 mila euro per il piano di sotto che potrebbero diventare 600 mila per il progetto complessivo, ma ad oggi, di certo, per il piano di sopra non è stato stanziato un soldo». Il consigliere municipale di A Sinistra Filippo Bruzzone ha invece giustificato il suo no con un post su Facebook, in cui ha lamentato soprattutto uno scarso ascolto del territorio: «Ho votato no perché il Comune ha redatto un progetto senza coinvolgere la cittadinanza ma nelle stanze del matitone – ha scritto – Come Municipio abbiamo “costretto” a presentare un progetto a marzo (bocciato già quello): dopo 6 mesi hanno presentato lo stesso identico progetto, una presa in giro».

    Solo che a tirar troppo per le lunghe il dialogo tra sordi tra Comune e Municipio rischiano di venir meno i 400 mila euro messi a disposizione da Tursi. «Se ci troviamo in questa situazione – commenta Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio – è a causa della presa di posizione dell’ex assessore ai lavori pubblici, che aveva imposto una destinazione d’uso dei locali senza curarsi della decisione presa all’unanimità dal Consiglio Municipale e della volontà della delegazione». Il riferimento, neanche troppo velato, è all’ex assessore Paolo Fanghella, di recente uscito dalla giunta Bucci. I rapporti tra Fanghella (che del municipio ponente è stato consigliere e ha provato a diventare presidente alle elezioni del 2017) e la maggioranza di centrosinistra che appoggia il presidente del Municipio 7 Chiarotti, del resto, non sono mai stati semplici. Per tutta l’estate tra le due parti sono volate accuse – via social o interviste sui media – sul ripascimento della spiaggia di Voltri e i lavori di sistemazione della passeggiata, con l’assessore che rivendicava di aver rispettato i tempi e la maggioranza del 7° che invece oltre a criticare i tempi lunghi per i lavori di riparazione della passeggiata (non ancora conclusi) e avanzava dubbi sulla qualità dei materiali usati per il ripascimento della spiaggia (una polemica che va avanti ancora adesso). Visto l’orientamento opposto, poi, entrambi accusavano la controparte di agire per calcolo politico.

    La ricerca di un compromesso

    Con Pietro Piciocchi, che dallo scorso 7 settembre ha preso il posto di Fanghella, il settimo municipio spera di avere rapporti meno tempestosi: «Il nuovo assessore sembrerebbe di idee più aperte – chiosa Ferrando – speriamo sia più disponibile a venire incontro alle esigenze del territorio». La riprova delle parole di Ferrando arriverà molto presto. La riunione di commissione del 23 settembre, infatti, si è chiusa con l’incarico al presidente Chiarotti di trovare in tempi rapidi una quadra insieme al nuovo responsabile ai lavori pubblici: «Se Chiarotti riesce a bloccare il discorso del mutuo e possiamo allungare i tempi – spiega Ferrando – possiamo definire un progetto nuovo e nel caso votarlo, possibilmente già nel giro di due o tre settimane». L’idea sarebbe insomma quella di trovare un compromesso tra il piano del Municipio e quello del Comune, nella speranza che il nuovo assessore abbia un approccio meno rigido. Compromesso per cui Ferrando vede spazi, visto che l’idea della “città dei bambini” al piano superiore è già di fatto stata abbandonata per caratteristiche tecniche della struttura, che al piano superiore è poco adatta perché si è rilevato non fattibile abbattere i muri per creare lo spazio necessario: «Se invece la mettessimo al piano di sotto, lato ponente – ragiona il consigliere – avremmo comunque uno spazio di nove metri per quattro, quindi un buon spazio. Sul lato levante ci sarebbe invece spazio per il mercato a chilometro zero. Al piano di sopra potremmo avere tre stanze più piccole a disposizione, in cui fare anche la stanza per i disturbi alimentari voluta dal Comune e le altre assegnarle a rotazione alle associazioni del territorio». Sull’idea del centro per i disturbi alimentari, però, mantiene molte riserve Bruzzone, che da consigliere ha seguito da vicino l’evoluzione del progetto e su Facebook elenca così i motivi del dissenso: «a) non è stato concordato col territorio; b) il territorio non lo vuole ; c) il servizio è garantito da asl3 sia al martinez sia a Voltri; d) non ho documentazione che attesti chiaramente che il suddetto servizio sia totalmente pubblico e gratuito; e) un centro per i disturbi alimentari sopra ad un mercato (?); f) immagino che chi affronta questa difficile battaglia voglia più discrezione possibile, e questo lo garantisce la struttura asl3 non certo il secondo piano della vecchia stazione di Pra dove tutti sanno chi va a fare cosa».

    Luca Lottero

  • Dal tram alla monorotaia, il voltafaccia del Comune che non piace alla Val Bisagno. Un progetto “pericoloso”

    Dal tram alla monorotaia, il voltafaccia del Comune che non piace alla Val Bisagno. Un progetto “pericoloso”

    Elaborazione grafica Amici di Pontecarrega

    Il candidato sindaco Marco Bucci, nel 2017, prometteva che con la sua amministrazione la Val Bisagno avrebbe finalmente avuto una propria linea tranviaria, un mezzo di trasporto che avrebbe mitigato lo storico isolamento di quella parte di città con una soluzione largamente apprezzata dai residenti. Il sindaco Marco Bucci, però, nel 2019 ha cambiato idea e propone qualcosa di diverso. «Qualcosa di ancora più bello del tram – aveva detto con un sorriso rispondendo alla stampa lo scorso aprile, in occasione della presentazione del Pums, il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile – un supertram».

    Solo che la bellezza è un concetto relativo. Del cambio di programma non sembrano infatti essere particolarmente contenti gli Amici del Ponte Carrega, un’associazione di quartiere tra le più attente e documentate su questi temi. L’associazione, pochi giorni dopo la presentazione, ha infatti pubblicato sul proprio sito un lungo e documentato articolo in cui ribadisce le proprie posizioni storiche e contesta, punto per punto, il nuovo piano della Città Metropolitana. Svelando sin dalle prime righe il trucco lessicale dell’amministrazione: «Per la Val Bisagno oltre al filobus è stata prevista una monorotaia sospesa lungo il greto del torrente Bisagno, chiamata dal sindaco Bucci il “Super Tram”, come se bastasse la parola per far passare una infrastruttura con caratteristiche completamente diverse dal tram come il tram promesso in campagna elettorale». Chiamare le cose col proprio nome è un primo passo per capire di cosa stiamo parlando.

    Tram addio

    Gli interventi per la Val Bisagno sono inseriti nel più ampio Pums, adottato lo scorso 9 aprile dal Consiglio Metropolitano di Genova (l’organo dell’ente Città Metropolitana) e poi presentato a Tursi il 17 aprile. Oltre ai progetti sulla Val Bisagno, sono inclusi nel piano anche una monorotaia per il collegamento tra l’aeroporto e il parco tecnologico degli Erzelli, 51 chilometri di rete filoviaria lungo gli assi Centro, Levante e Ponente e il prolungamento della linea metropolitana, con il completamento della linea Pallavicini – Terralba e una nuova diramazione verso la Fiumara, a Sampierdarena. Per quel che riguarda i fondi, l’unica parte già finanziata dal Ministero dei Trasporti è il rafforzamento della metropolitana, per cui ha stanziato 152 milioni di euro, mentre per la Val Bisagno Bucci si dice fiducioso di poter ottenere i 350 milioni necessari dopo la presentazione ufficiale del progetto al Ministero, fissata per il prossimo 30 settembre.

    Rendering ufficiale del progetto

    Progetto che, al posto del tram, prevede fondamentalmente due punti: i filobus da 18 metri e il cosiddetto sky tram, cioè sostanzialmente una linea metropolitana di superficie che, anziché a terra, poggia su una struttura sopraelevata. «È la mobilità del futuro», ha assicurato Bucci, che ha anche spiegato il cambio di idea sul tram sostenendo che nel mondo si starebbe andando in quella direzione, abbandonando la mobilità su ferro. Secondo Enrico Musso, direttore del Cieli, Centro italiano di eccellenza sulla logistica, trasporti e infrastrutture, e principale ideatore del piano, la soluzione proposta sarebbe inoltre meno invasiva del tram «sia dal punto di vista dei cantieri sia in termini di occupazione di spazio» e inoltre «garantirebbe un collegamento più rapido». Anche Bucci ha sottolineato che a suo avviso i cantieri per il tram avrebbero completamente bloccato il traffico della valle. Con lo sky tram, invece, il problema non si porrebbe, visto che i piloni verrebbero costruiti nell’alveo del Bisagno o, in alternativa, sui marciapiedi che lo circondano. «Si tratterebbe di piloni di una dimensione assolutamente minima – aveva precisato il vicesindaco e assessore alla mobilità del Comune di Genova Stefano Balleari – si parla di un metro, un metro e mezzo, niente di particolarmente invasivo».

    Autostrada Bisagno

    Tutto questo, però, non basta a convincere gli Amici del Ponte Carrega. Le prime perplessità riguardano la sostenibilità ambientale dell’opera prevista, in una zona dove il fiume è già esondato in passato, e dove la necessità di non soffocarlo più con il cemento sembrava ormai una lezione acquisita. E neanche costruire sui marciapiedi sarebbe una soluzione: «Per realizzare i piloni si deve scavare ad una profondità di almeno 5 metri, per realizzare una piastra di fondazione molto importante a sostegno dell’infrastruttura – spiega a Era Superba Fabrizio Spiniello, presidente dell’associazione – Gli attuali marciapiedi sono molto vicini all’abitato e sarebbe come realizzare una sorta sopraelevata per tutta la sponda destra del Bisagno. La soluzione della monorotaia è quindi molto impattante per il paesaggio della vallata».

    La sensazione è anche che, nel presentare l’opera, il Comune abbia messo da parte alcune difficoltà logistiche: «Le fermate previste – sottolinea infatti Spiniello – non sono semplici pensiline ma importanti stazioni dotate di ascensori per disabili e scale mobili. Questo limiterebbe il numero di fermate a poche decine e sostanzialmente si limiterebbe anche l’utenza complessiva. Inoltre l’infrastruttura dovrebbe sorvolare tutti i ponti e pensiline ad almeno 3,5 metri dal punto più alto, questo implica che i piloni non potranno essere più bassi di 8-10 metri e quindi anche le stazioni dovranno essere realizzate a tale quota con imponenti strutture di sostegno».

    Non dobbiamo immaginarci gli Amici del Ponte Carrega come il classico comitato di quartiere che non vuole i cantieri nel giardino di casa, o credere che l’opposizione allo sky tram sia la questione di principio di un gruppo di bastian contrari. In realtà, alla soluzione del tram si era arrivati al termine di un lungo percorso partecipativo, che tra il 2010 e il 2011 aveva visto gli abitanti della Val Bisagno collaborare con le istituzioni per trovare una soluzione allo storico isolamento dell’area. «Dal processo partecipativo – si legge nelle linee guida conclusive – emerge l’apprezzamento unanime per la scelta del tram considerato come un elemento di riconnessione della vallata con il resto della città, come strumento di forte riqualificazione urbana, ambientale e viabilistica per una migliore qualità della vita degli abitanti».

    Il tram non rappresenta dunque la volontà di un’associazione, ma quella – definita persino “unanime” – di un’intera vallata, coinvolta in un processo di partecipazione che il nuovo Pums rinnega completamente. I motivi della scelta del tram sono elencati nelle stesse linee guida. «Un asse tranviario – si legge – riqualifica gli spazi urbani, rappresentando l’occasione per il rifacimento delle strade, dei marciapiedi e per la creazione di zone di verdi ed inoltre, dopo il suo inserimento, garantisce la riduzione dei flussi di traffico privato limitando gli effetti negativi dell’inquinamento gassoso ed acustico».

    A questi benefici, però, la nuova amministrazione non sembra credere molto e preferisce puntare sulla monorotaia, ponendosi in questo anche controcorrente rispetto ad altre amministrazioni italiane come quella di Bergamo, che ha recentemente festeggiato i dieci anni del proprio tram. Come sottolineano gli Amici del Ponte Carrega, solo recentemente Brescia, Torino, Milano, Firenze, Palermo, Padova e Roma hanno fatto richiesta di fondi per il potenziamento della linea tranviaria locale, mentre Genova punta su un’infrastruttura che in Italia conta solo tre esemplari, di cui due nei parchi divertimenti di Gardaland e Mirabilandia. Non va meglio nel resto d’Europa, dove le monorotaie usate per il trasporto di massa sono in tutto quattro.

    «Il punto – conclude Spiniello – è che si continua a vedere il Bisagno non come un fiume ma come un’autostrada di servizio su cui si può costruire ogni cosa. Si pensa che una volta realizzato lo scolmatore si potrà ricominciare con coperture per fare parcheggi, piloni, restringimenti. La nostra visione di vallata vuole valorizzare la presenza del fiume come elemento caratteristico, come spazio e presenza della natura in città, come luogo di bellezza, e riteniamo sbagliata ogni altra forma di sfruttamento».

     

    Luca Lottero

  • Piccapietra, la zona morta. Pianificazione urbana e significato politico di un non luogo

    Piccapietra, la zona morta. Pianificazione urbana e significato politico di un non luogo

    di Leonardo Lippolis

     

    Le recenti chiusure de “la Rinascente” di via XII Ottobre, dopo 58 anni di attività, e successivamente di alcuni bar e locali, ha sollevato un dibattito cittadino sulla scarsa vitalità dell’area di Piccapietra, divenuta l’emblema di una Genova in crisi, vecchia ed immobile. Pare strano, ad amministratori e commentatori, che una zona così centrale e moderna non attragga investimenti e non sia il cuore dinamico della città, sul modello delle grandi metropoli occidentali.

    Oggi Piccapietra, concepita all’epoca dai progettisti per diventare il centro direzionale finanziario di una metropoli che avrebbe dovuto superare i due milioni di abitanti, è vissuta come un’enclave, uno scheletro muto e freddo privo di forme di vita, da attraversare frettolosamente. Insomma, il prototipo di quelli che l’antropologo francese Marc Augè ha definito i non luoghi: spazi, tipici dell’urbanesimo contemporaneo, in cui le persone transitano ma nessuno vi abita, respingenti qualsiasi dimensione sociale, privi di identità e rapporto con la storia, talmente uguali gli uni agli altri da risultare interscambiabili. Se la nuova Piccapietra non è mai diventata la city finanziaria, e questo per la miopia di chi ha idealizzato un futuro rivelatosi impossibile per Genova, ha tuttavia vissuto un paio di decenni di relativa vitalità commerciale, a partire proprio dall’apertura della Rinascente nel 1960, come salotto della borghesia cittadina. Ora che le sue principali attrazioni commerciali hanno chiuso, ci si accorge di come essa stia diventando una zona morta e di come l’intero progetto della città moderna concepita in quegli anni stia mostrando una vecchiaia prematura.

    Le radici lontane di un fallimento

    Eppure questo fallimento ha delle radici lontane. Sebbene oggi la distruzione dell’antica Piccapietra venga unanimemente considerata come un errore, quello che si omette di dire è che essa fu una scelta voluta e pianificata per decenni, perfettamente inserita nello spirito dell’epoca e, come tale, rappresenta un paradigma ed un crocevia della storia urbana, sociale e politica del Novecento. A Piccapietra, sia simbolicamente che materialmente, “la città è nuda”.

    Portoria era uno dei sei sestieri che formavano l’antica città medievale, periferico in senso geografico ma vitale nel suo tessuto sociale. La porta che sorgeva al suo margine faceva parte della cinta di mura del Barbarossa; per quanto meno monumentale di Porta Soprana e Porta dei Vacca, essa vantava due solide torri e, oltreché Aurea, era anche detta Porta D’Oria, perché sorgeva sui terreni della nobile famiglia, e la sua contrazione in “Port’Oria” portò alla sua denominazione. All’interno del sestiere, che si estese nel corso dei secoli fino a coprire una parte molto ampia del centro città, Piccapietra era una porzione di territorio che prendeva il nome dalla principale attività artigianale che vi si svolgeva, la lavorazione della pietra. A Piccapietra tenevano bottega infatti numerosi scalpellini, scultori e artigiani che lavoravano i marmi nonché l’ardesia che veniva cavata in Val Fontanabuona.

    [quote]Nel nuovo contesto urbano la zona di Piccapietra venne a trovarsi incastrata come un residuo medievale circondato dai nuovi assi viari e, già nel 1885, l’ingegnere e architetto Cesare Gamba, il progettista di via XX Settembre, auspicò la necessità di uniformarla al tessuto circostante[/quote]

    La storia plurisecolare del sestiere subì il primo scossone con la rivoluzione urbanistica di fine Ottocento. Genova era all’epoca una delle città economicamente più importanti della nuova Italia unita e voleva rappresentarsi con un’immagine degna del suo crescente prestigio. Tra gli anni settanta e la fine del secolo nacque così il centro borghese e monumentale delle varie via XX Settembre, piazza De Ferrari e via Roma con allargamenti, sbancamenti, sfratti. Le celebrazioni colombiane del 1892 furono un ottimo pretesto ideologico e un’occasione economica per quest’opera di modernizzazione e l’inaugurazione, proprio nel 1900, di via XX Settembre, segnò simbolicamente il suo compimento. Nel nuovo contesto urbano la zona di Piccapietra venne a trovarsi incastrata come un residuo medievale circondato dai nuovi assi viari e, già nel 1885, l’ingegnere e architetto Cesare Gamba, il progettista di via XX Settembre, auspicò la necessità di uniformarla al tessuto circostante. Così il primo sbancamento di una parte della collina che costituiva la peculiarità fisica di Piccapietra venne realizzato tra il 1874 e il 1876 per realizzare Galleria Mazzini, andando a distruggere, tra altre strade, la famigerata Crosa del Diavolo, così chiamata in ricordo del “bosco del diavolo”, una zona di vegetazione intorno a Corvetto considerata per molto tempo pericolosa a causa di strani rumori e apparizioni, dovuti in realtà a stratagemmi che contrabbandieri e malfattori vari mettevano in atto per evitare di essere disturbati nei loro traffici, e per questo motivo fatta radere al suolo dal Senato genovese già nel Seicento.

    Il dibattito ed i progetti di Gamba proseguirono per lunghi anni senza nessun riscontro pratico fino al Piano Regolatore del 1932, che organizzò una trasformazione razionalista del centro città culminata nella distruzione dell’antico quartiere di Ponticello e nella costruzione dell’attuale piazza Dante e del grattacielo di Piacentini. Dopo quest’ulteriore operazione, Piccapietra e la zona di via Madre di Dio rimanevano due resistenze medievali ancora più isolate e assediate dalla modernità e si posero quindi come urgenze da risolvere.

    La resa dei conti

    La questione venne finalmente affrontata nell’immediato secondo dopoguerra. Due furono i fattori decisivi che intervennero tra i progetti non realizzati dal Piano Regolatore del 1932 e l’effettiva distruzione di Piccapietra negli anni cinquanta. Innanzitutto gli ingenti danni provocati dalla seconda guerra mondiale, che colpì pesantemente il centro città, distruggendo numerosi palazzi e lasciando imponenti rovine. La necessità di ricostruire fu un ottimo pretesto per organizzare la resa dei conti con le vestigia della città vecchia. Ma soprattutto, a dare forma e contenuto al nuovo che avanzava, era sopraggiunta la redazione del manifesto dell’urbanistica moderna: la Carta d’Atene, scritta da Le Corbusier, a capo del pool di architetti internazionali del CIAM, nel 1933 e pubblicata nel 1938.

    [quote]Le Corbusier si ispirava esplicitamente alla fabbrica di Henry Ford rivoluzionata dall’introduzione della catena di montaggio[/quote]

    La Carta d’Atene sosteneva che, nella nuova civiltà urbana, la vita dell’uomo moderno si riducesse a quattro bisogni fondamentali: abitare in alloggi salubri, lavorare, ricrearsi nel tempo libero e circolare rapidamente. La città doveva organizzarsi ex novo intorno alle necessità della produzione industriale e della circolazione delle merci e, non a caso, Le Corbusier si ispirava esplicitamente alla fabbrica di Henry Ford rivoluzionata dall’introduzione della catena di montaggio. In questo senso i suddetti quattro bisogni dell’uomo diventavano funzioni utilitaristiche dell’economia capitalistica. Il sistema concettuale di Le Corbusier era lineare e geometrico come i suoi progetti: il motore che muove tutto è la produzione industriale; la città, in quanto luogo privilegiato della sua organizzazione, va modernizzata come una macchina efficiente; le persone, inquadrate come una massa anonima, laboriosa e obbediente, devono essere integrate come ingranaggi di questa macchina.

    Tradotto in pratica, questo modello di un formicaio umano automatizzato prevedeva innanzitutto lo sventramento dei centri storici, i quali dovevano divenire poli direzionali fatti di grattacieli, uffici e servizi. Il cuore pulsante della città pubblica doveva trasformarsi nel cervello organizzativo della città fabbrica. Soltanto alcuni monumenti di valore storico artistico dovevano essere salvati dalla distruzione, ma completamente isolati dal loro contesto urbano di origine. La popolazione sfollata dal centro andava redistribuita a corona in zone periferiche, organizzate in agglomerati di edifici di nuova concezione, le cosiddette Città radiose. Unità di abitazione concepite ognuna come una piccola città verticale, esse dovevano ospitare oltre 1500 persone l’una e tutti i servizi del vecchio quartiere (negozi, scuole, attività varie) compresi al proprio interno. Le Corbusier – teorizzando che la casa sarebbe una “macchina per abitare” – realizzò il prototipo della Città radiosa a Marsiglia tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta, prototipo che sarebbe stato clonato (quasi sempre privo dei servizi previsti al suo interno) nei decenni successivi nelle periferie di tutto il globo. Il resto della città doveva essere strutturato attraverso un reticolato perfettamente ortogonale di spazi verdi per rigenerare il corpo dalle fatiche del lavoro e grandi arterie di traffico che permettessero la circolazione veloce delle automobili. Sostanzialmente incurante delle specificità storiche, geografiche e climatiche, questa città geometrica di cemento, vetro e viali infiniti avrebbe dovuto essere riprodotta pressoché uguale a se stessa ovunque.

    Alla base della teoria di Le Corbusier c’era sicuramente una visione prometeica della nuova civiltà delle macchine e dell’ “uomo nuovo”, condivisa con il resto della comunità architettonica e urbanistica dell’epoca. L’ideologia funzionalista era infatti prettamente funzionale ai bisogni della ristrutturazione capitalistica postbellica e la Carta d’Atene offriva ottimi principi per la modernizzazione delle città, tanto che venne accolta nelle sue concezioni di fondo. Ma, a differenza di altri urbanisti e architetti sinceramente progressisti, Le Corbusier aveva un più preciso progetto politico reazionario che è riuscito a far passare attraverso la sua retorica modernista.

    Che Le Corbusier avesse simpatie per il fascismo e il nazismo non è ormai più un mistero; ben tre biografie uscite recentemente in Francia lo documentano. Pieno di entusiasmo e probabilmente speranzoso di rientrare in quel piano, egli scriveva in una lettera alla madre: «Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa». Ma già nel tumulto sociale degli anni venti Le Corbusier, dichiarando esplicitamente “architettura o rivoluzione, si può evitare la rivoluzione”, aveva fatto intendere che una certa pianificazione architettonica e urbanistica sarebbe stato un ottimo strumento per reprimere le lotte e gli slanci rivoluzionari dell’epoca. Così, trent’anni dopo, la sua Città radiosa permetteva finalmente di raggiungere il conseguente obiettivo urbanistico di quel programma politico: “sopprimere la strada”, considerata una vestigia di barbarie, un insopportabile anacronismo.

    [quote]attraverso un’equazione urbanisticamente lombrosiana, il popolo che si annidava tra le sue pieghe non poteva che essere moralmente corrotto[/quote]

    La strada, da sempre scenografia della vita collettiva della città, sua anima sociale e politica, andava sostituita con il corridoio interno all’unità di abitazione, da usare per transitare da casa a scuola, dalla lavanderia al negozi. Nei suoi testi urbanistici, Le Corbusier associava esplicitamente l’insalubrità dei vecchi quartieri, principale pretesto per la loro demolizione, con un giudizio morale negativo sui suoi abitanti. Come i crocicchi di strade tortuose della città medievale erano brutti e malsani rispetto all’ordine perfetto della linea retta, così, attraverso un’equazione urbanisticamente lombrosiana, il popolo che si annidava tra le sue pieghe non poteva che essere moralmente corrotto.

    La Carta d’Atene venne redatta al termine di una crociera-laboratorio compiuta dal pool di architetti del CIAM nell’estate del 1933 tra Marsiglia ad Atene, durante la quale vennero visitate e studiate una serie di città da cui trarre indicazioni per un’idea di rinnovamento urbanistico generale. Tra di esse vi fu Genova, di cui Le Corbusier discusse con i colleghi, ed è facile immaginare in quali termini progettuali. La Carta d’Atene divenne dunque il manifesto incontrastato dell’ideologia urbanistica del secondo dopoguerra ed alla sua stretta osservanza si attenne anche la Commissione Urbanistica incaricata dal Comune di Genova, alla fine del 1945, di studiare la redazione di un Piano di Ricostruzione delle zone bombardate, nonché quella delle linee guida di un nuovo Piano Regolatore Generale cittadino. Varie vicende portarono allo slittamento dell’approvazione e a varie modifiche del Piano Regolatore fino al 1959, ma l’urgenza spinse il Comune ad elaborare nel 1950 un Piano Particolareggiato di Esecuzione, reso operativo dal 1953, per la sola zona di Piccapietra.

    Fedele interprete di Le Corbusier, Eugenio Fuselli, uno dei responsabili del piano, dopo averla già in un’altra occasione definita “inaccessibile e squallida”, affermava: “Piccapietra è porzione centralissima della città rimasta esclusa dalla vita moderna ed è un tipico esempio del “baracchismo” insediatosi nelle aree necrotiche centrali, residuate dai bombardamenti dove tipiche isole etniche di immigrati in breve tempo si ambientano e vengono raggiunti dai familiari” (E.Fuselli, La città e il piano, 1954).

    [quote]“Va notato – si legge nella relazione del Piano Regolatore – che mediante la realizzazione di questi piani e di quello generale scompariranno completamente i seguenti vecchi quartieri: Piccapietra, San Vincenzo, Madre di Dio, San Donato, il Molo e Prè”[/quote]

    In tutti i testi degli architetti preposti allo studio della trasformazione di Genova la contrapposizione tra città “vecchia” e città “moderna” veniva esplicitamente usata nei termini di un giudizio inappellabile di condanna della prima ed esaltazione della seconda. Il progetto formulato dalla Commissione urbanistica prevedeva lo sventramento dell’intero centro storico: “Va notato – si legge nella relazione del Piano Regolatore – che mediante la realizzazione di questi piani e di quello generale scompariranno completamente i seguenti vecchi quartieri: Piccapietra, San Vincenzo, Madre di Dio, San Donato, il Molo e Prè” (B.Giontoni, L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni Sessanta, Erga, 2017, p.183). Per capire la portata dell’intervento sul centro storico (comprese Piccapietra e Madre di Dio), si pensi che i tecnici avevano previsto la necessità di sloggiare e deportare complessivamente 68 mila genovesi (ivi, p.165). Mario Labò, infine, spiegava come la popolazione espulsa dal centro città dovesse essere ricollocata in “borghi satellite”, ovvero in zone periferiche lontane dal centro e che, a tal fine, fosse necessario “vincere la diffusa ostinazione ad abitare nel centro” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi, 2015, pp.41-42).

    Tutto ciò si materializzò nell’espansione urbana collinare che caratterizzò Genova per i successivi vent’anni. Nuovi edifici e quartieri sorsero sulle alture di una città già satura di spazi, avviando quel meccanismo di speculazione edilizia diffusa e incontrollata, i cui risultati abbiamo ancora oggi sotto gli occhi. D’altronde, lo stesso Labò, mettendone in guardia dal “pervertimento”, affermava che la speculazione fosse la “leva dell’industria” da incoraggiare e finanziare, osservando cinicamente che l’espropriazione degli edifici della città vecchia, visti i loro modesti valori economici, sarebbe stata poco gravosa e che fosse quindi urgente “metterla a disposizione dei costruttori” (B.Giontoni, op.cit, p.96).

    Anche l’ondata costruttiva seguita al dibattito teorico si ispirò al dettato corbusiano. Nello specifico, la prima area identificata per ricollocare gli sfollati del centro storico fu la collina circostante Mura degli Angeli. Il fotomontaggio del nuovo borgo satellite realizzato dai progettisti nel 1949 e pubblicata sulla rivista “Genova” rende l’idea: una quindicina di unità di abitazioni che avrebbero occupato tutto lo sviluppo verticale della collina. Di fatto ne venne materializzato soltanto un frammento, il complesso delle due “macchine per abitare” (quella orizzontale identica al prototipo di Marsiglia) realizzate da Carlo Daneri a Mura degli Angeli tra il 1954 e il 1956. Stesso destino ebbe il borgo satellite previsto a Quezzi. Anche in questo caso venne realizzato meno della metà del progetto originario; ispirati dal modello mai realizzato del Plan Obus, pensato da Le Corbusier per Algeri, Daneri e Fuselli idearono questa volta una città radiosa sinuosa che seguisse il profilo della collina di Forte Quezzi: il celebre Biscione, costruito tra il 1956 e il 1968. A questo proposito merita di essere ricordato un piano, concepito nel 1965 per il ponente genovese come revisione del Piano Regolatore del 1959, che testimonia in modo inequivocabile ed impressionante quale fosse l’utilizzo che si voleva fare di complessi simili e l’intero immaginario della città fabbrica dell’epoca. Il piano, elaborato dalla commissione Astengo (comprendente anche il già citato Fuselli) prevedeva che l’intera costa venisse occupata da un’area portuale ed affiancata da una ripida successione di costruzioni a intasare la collina che, in successione, comprendeva: la ferrovia, una linea di edifici di scalo al porto, una strada sopraelevata a scorrimento veloce, l’Aurelia, un centro direzionale di edifici destinati alla gestione dei traffici portuali, l’autostrada ed, infine, in cima alle alture, un’area residenziale costituita da una serie continua di supercondomini ispirati al Biscione.

    Il Piano di Piccapietra, adottato dal Consiglio Comunale nel luglio del 1950 e regolamentato attuativamente nel 1953, prevedeva lo sbancamento totale dell’area per ottenere una superficie urbanistica di 63.700 mq e l’allontanamento e il ricollocamento delle 808 famiglie (circa 2200 persone) residenti negli edifici da demolire, 705 delle quali, appartenendo alla fascia dei meno abbienti, avrebbero dovuto accedere ad alloggi a canone sociale previsti dal piano nazionale Ina-Casa. I lavori cominciarono nel 1951 per realizzare via XII Ottobre, il collegamento tra piazza Corvetto e via XX Settembre previsto già dalla fine dell’Ottocento. La distruzione proseguì per tutti gli anni cinquanta. Insieme alla Porta Aurea e agli ospedali degli Incurabili e del Pammatone (di quest’ultimo, seriamente danneggiato dai bombardamenti della guerra, venne conservato solo il colonnato di base, inglobato nella struttura moderna del nuovo Tribunale), scomparve l’intero reticolato di vicoli compresi tra via Cebà, salita di Piccapietra e piano di Piccapietra, vico Pelle, vico Tintori, scalinata Casacce, vico delle Fucine, vico dei Santi, vico Pellissoni, vico Agogliotti, vico Zuccarello, via Balilla, vico Pevere, via Bartolomeo Bosco, salita Cannoni, via di Portoria, e con esso il fitto e vivo tessuto popolare di attività artigianali e di una comunità plurisecolare. Nel 1957 i lavori erano già così avanzati che Ottavio De Santis e Gino Pesce potevano comporre la struggente Piccon dagghe cianin, canzone immediatamente entrata nel repertorio tradizionale genovese. A partire dal palazzo de “la Rinascente”, inaugurata nel 1960, la ricostruzione proseguì per tutto il decennio, coinvolgendo numerosi ed affermati architetti.

    [quote]E’ facile immaginare cosa sarebbe oggi Genova e quale sarebbe stata la responsabilità politica dei progettisti dell’epoca se il loro piano fosse stato realizzato integralmente: l’intero centro storico raso al suolo e sostituito da un’enorme colata di cemento[/quote]

    E’ facile immaginare cosa sarebbe oggi Genova e quale sarebbe stata la responsabilità politica dei progettisti dell’epoca se il loro piano fosse stato realizzato integralmente: l’intero centro storico raso al suolo e sostituito da un’enorme colata di cemento, fatta di non luoghi anonimi, grattacieli, qualche palazzo storico isolato in mezzo al nulla e larghe strade di attraversamento per collegare il levante al ponente (necessità quest’ultima a cui avrebbe sopperito la Sopraelevata, cominciata nel 1961). Le paludi della politica e gli eccessivi investimenti economici richiesti impedirono la concretizzazione di questo scempio. Vanno ricordati, a tal proposito, i nobili interventi di personaggi come Caterina Marcenaro e Ludovico Quaroni che, chiamati a dare una consulenza sul tema specifico del centro storico, ne difesero l’integrità, rivendicando “il senso poetico della vita” come un valore sociale e ricordando che “la città è come l’uomo. Non può vivere senza memorie” (citato in B.Giontoni, op.cit, p.182).

    La guerra mondiale contro la “feccia dei quartieri poveri”

    Ma torniamo a Le Corbusier, per approfondire le appena accennate implicazioni politiche della sua progettazione urbanistica. Egli affermava di ispirarsi al “genio” del barone Haussmann, il prefetto della Senna che, nella Francia di Napoleone III, tra il 1853 e il 1870, aveva disegnato il volto moderno di Parigi radendo al suolo i suoi quartieri medievali per costruire la città monumentale con i suoi grandi viali, meglio noti come boulevards.

    Anche le motivazioni ufficiali della ristrutturazione voluta da Haussmann erano stati la modernità, l’igiene, il decoro, la grandeur. Ma un’altra ragione fondamentale del suo piano fu esplicitamente il disperdere quel popolo che, negli ultimi decenni della storia della città, era insorto troppe volte. In una arringa del 1864 contro la “feccia” dei quartieri poveri, Haussmann aveva fatto intendere come la nuova organizzazione urbana dovesse materialmente togliere il terreno da sotto i piedi ai rivoltosi. Costruendo viali enormi, come ci ricorda Walter Benjamin, “egli voleva rendere impossibile per sempre l’erezione di barricate a Parigi” (W.Benjamin, Angel novus, 2014, p.158). Purtuttavia il progetto di Haussmann non ottenne subito i risultati previsti; costretto a dimettersi nel 1870, egli fu costretto l’anno dopo ad assistere alla più clamorosa e radicale insurrezione proletaria del XIX secolo, la Comune. «Secondo Haussmann i parigini non esistevano, e la città era soltanto un immenso albergo di ricchi e di lavoratori […]. L’assedio ha dato ad Haussmann la risposta che meritava. Stranieri, notabili, burocrati, gente a caccia di piaceri, nomadi, tutti sono fuggiti. I veri abitanti di Parigi sono rimasti soli. Erano stati isolati, separati, cacciati di quartiere in quartiere e privati di ogni diritto per vent’anni. Ma la vita municipale non era finita, e alla prova del fuoco è tornata a fluire come il vino dal torchio». Così commentò a caldo il politico e pubblicista Augustin Cochin, riportato dallo storico Louis Chevalier in un capolavoro della storia sociale ottocentesca, Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella rivoluzione industriale, scritto nel 1958. In questo saggio Chevalier analizzava la nascita, sull’onda della grande industrializzazione, della Parigi moderna come luogo affollato di masse sradicate dal mondo contadino e ancora prive di un’identità operaia; masse che il capitalismo voleva per l’appunto laboriose ma che invece ondeggiavano ancora pericolosamente sui margini di una minaccia incontrollabile all’ordine costituito. Questa divisione, tra classi pericolose e laboriose, si era riproposta, aggiornata ai tempi, al centro della riflessione di Le Corbusier; il suo “architettura o rivoluzione” degli anni venti del Novecento si muoveva esattamente nel senso della necessità di dare l’accelerata definitiva al processo di disciplinamento delle masse e, mutatis mutandis, echeggiava ancora nella lotta tra la città “vecchia” e quella “moderna” delineata dagli architetti e urbanisti alle prese con la trasformazione di Genova nell’immediato secondo dopoguerra.

    Se il celebre Plan Voisin, progettato e mai realizzato da Le Corbusier nel 1925, era stato esplicitamente concepito “per distruggere i quartieri più malfamati” di Parigi (Le Corbusier, Urbanistica, Garzanti, Milano, 1974, p.234), il piano di ricostruzione della Genova postbellica si muoveva di fatto sulla stessa direttrice. Negli ambienti ravvicinati della città vecchia, come Le Corbusier ben sapeva, il popolo viveva a stretto contatto, maturando forme di vita proprie, legami di solidarietà e mutuo appoggio, ovvero una propria esperienza sociale autonoma, spesso in conflitto con la disciplina richiesta dalla ristrutturazione capitalista. In una città concepita come una fabbrica, l’elemento comunitario diveniva un intralcio, un ostacolo da rimuovere, e l’urbanistica e la zonizzazione funzionaliste intervennero in questo senso. Disintegrando comunità, invadendo le strade con le automobili, isolando e separando le persone, segregando la socialità negli spazi chiusi dell’edilizia residenziale, esse riuscirono nell’intento di uccidere quello che Vasco Pratolini chiamava “il sentimento di quartiere, e quel sapersi inventare la vita nella misura dei nostri corpi, vicini e solidali” (Pratolini, Il quartiere, 1945).

    Una suggestiva sintesi della collisione tra questi due mondi è ben rappresentata in Mon Oncle, un film di Jacques Tati del 1956 che descriveva ironicamente la caotica, disordinata ed allegra vita di un quartiere popolare della vecchia Parigi, minacciata dall’avanzare dell’alienante e asettica modernizzazione razionalista. La comodità offerta dal frigorifero, dalla lavatrice, dalla televisione e dall’automobile – che proprio in quegli anni si imponevano come beni del consumo di massa – veniva pagata ad un caro prezzo, quello che, negli stessi anni, i situazionisti riassumevano nel baratto tra “la garanzia di non morire più di fame con la certezza di crepare di noia”. Proprio le trasformazioni urbanistiche pensate da Le Corbusier erano, secondo i situazionisti, strumenti fondamentali per imporre questa “idea borghese di felicità”. Nella prospettiva innovativa della “critica della vita quotidiana”, essi identificavano infatti nell’alienazione dello stile di vita organizzato dalla modernizzazione delle città – che i sociologi francesi avevano ribattezzato metrò-boulot-dodo (metrò-lavoro-nanna) – un’arma formidabile con cui il capitalismo, insieme al suo corollario consumistico, si stava trasformando in un sistema di mercificazione totalitaria (“la “società dello spettacolo”) della vita individuale e sociale, colonizzandone ogni momento dello spazio-tempo e l’immaginario, e rendendo di fatto impossibile sperimentare un altro modo di vivere che non fosse il solo funzionamento produttivistico della mega macchina.

    Piccapietra tra speculazione e “scenografica politica”

    In questo senso la storia di Genova assomiglia a quella delle altri grandi città europee. Nel 1977 in Francia usciva un altro libro di Louis Chevalier, intitolato L’Assassinat di Paris, che denunciava gli esiti catastrofici della politica urbanistica che, sulle orme di Haussmann e Le Corbusier, aveva completamente sventrato la Parigi storica e popolare. Chevalier faceva nomi e cognomi della speculazione, citava atti ufficiali di quel delitto urbanistico. Un libro sull’assassinio di Genova avrebbe sicuramente un ampio capitolo da dedicare a Piccapietra.

    Sebbene nelle intenzioni del progetto elaborato in quegli anni di demolizione dell’intero centro storico non ci fosse sicuramente più un’urgenza “poliziesca” di controllo e sradicamento delle “classi pericolose”, il caso volle che anche la distruzione di Piccapietra anticipò di poco l’ultima insurrezione del popolo genovese. Nella gara tra gli speculatori che nel 1950 Mario Labò incoraggiava a mettere le mani sulla ricostruzione di Piccapietra, tra i vincitori ci fu Fausto Gadolla, un self made man arricchitosi nel campo delle costruzioni già dalla fine degli anni venti e che, nel periodo postbellico, seppe sfruttare l’onda favorevole della ricostruzione. Con la complicità di alcune connivenze politiche, fece circolare la voce che il Comune volesse espropriare la zona e convinse i proprietari a vendere per cifre modestissime, arrivando a impossessarsi di buona parte dell’area da ricostruire (Cfr. P.Zerbini, Dalle sabbie del Bisagno ai grattacieli di Piccapietra, “Il Lavoro nuovo”, 7 ottobre 1970). Gadolla, in particolare, fece erigere la Torre San Camillo, in onore dell’attigua chiesa dedicata al santo, unica architettura superstite della vecchia Piccapietra. Iniziato nel 1960 e terminato nel 1966, questo banale grattacielo completava, fisicamente e simbolicamente, la ricostruzione della nuova Piccapietra.

    Fausto Gadolla era anche di dichiarata fede fascista e nel 1960, proprio mentre apriva i battenti la Rinascente di via XII Ottobre, decise di concedere il Teatro Margherita, di sua proprietà e sito in via XX Settembre a pochi metri dai cantieri della demolizione, come sede del congresso del MSI che avrebbe dovuto tenersi il 2 luglio. Com’è noto, questo fatto venne considerato come una provocazione intollerabile da una città che, appena quindici anni prima, tramite l’azione militare dei partigiani e la complicità dell’intera popolazione, si era liberata da sola dei nazisti, senza dover attendere l’aiuto degli Alleati. Il 30 giugno 1960 scesero in piazza decine di migliaia di genovesi e la rivolta che ne seguì travalicò pure il tentativo da parte del PCI e dei sindacati di contenerne la rabbia. Le cronache di quel giorno insistono molto sulla protezione che i vicoli a ridosso da De Ferrari diedero ai rivoltosi nell’alternarsi delle cariche e dei caroselli dei blindati; su come il popolo del centro storico partecipò attivamente agli scontri e come, dalle sue finestre, volassero vasi sulle teste dei poliziotti. Risulta facile immaginare che la composizione proletaria di Piccapietra, se non fosse stata appena sloggiata, avrebbe probabilmente partecipato alla sommossa, offrendole una porzione di territorio amico in più.

    Va anche detto che il 30 giugno 1960 non può essere spiegato soltanto con l’orgoglio antifascista della città. I famosi giovani con le magliette a strisce – che affiancarono numerosi gli ex partigiani, i camalli e gli operai – erano troppo giovani per aver partecipato alla Resistenza ed esprimevano una nuova componente sociale. C’era in ballo qualcosa in più, un disagio che cominciava a manifestarsi nei confronti del benessere consumistico che, se da un lato innalzava innegabilmente il livello materiale della vita delle persone, dall’altro lato spingeva sensibilità acute come quella di Luciano Bianciardi a parlare di nuove “vite agre”. Non a caso Danilo Montaldi, acuto osservatore della nuova urbanizzazione di quegli anni (si veda il suo Milano Corea del 1960), scrisse, a nome del gruppo militante antistalinista di Unità proletaria di cui faceva parte e con cui partecipò agli scontri, che quella rivolta dimostrava che “quando cessa la fame e la miseria non cessano i motivi per mettersi contro l’attuale società, le classi che la governano, e la polizia che la difende” (Il significato dei fatti di luglio, “Quaderni di Unità proletaria”, luglio 1960).

    Questo intreccio tra storia della forma urbana e storia politica di Genova, generatasi intorno ai protagonisti della distruzione di Piccapietra, avrebbe riservato altre suggestioni interessanti.

    Il 5 ottobre 1970 Sergio Gadolla, il figlio secondogenito di Fausto, venne rapito attraverso un’azione clamorosa e inedita, e rilasciato soltanto dopo quasi tre mesi di prigionia dietro il pagamento di un riscatto di 200 milioni di lire. Il rapimento era opera della banda 22 ottobre, il primo gruppo di lotta armata d’Italia, apparso sulla scena genovese nel 1969. I membri della 22 ottobre erano proletari della Val Bisagno che si ispiravano alla teoria della Resistenza “tradita”, avevano partecipato alla rivolta del 30 giugno ed erano decisi a combattere, in una prospettiva neoresistenziale, contro un capitalismo in cui percepivano che il fascismo fosse sopravvissuto e si stesse riciclando. Essi scelsero Sergio Gadolla proprio per la responsabilità politica del padre nell’aver concesso il Teatro Margherita per il convegno del MSI, ma anche per una certa coscienza del significato politico dei luoghi urbani, dal momento che provenivano tutti dalle case popolari di piazzale Adriatico, un quartiere che si era appena sviluppato proprio a partire dalla ricollocazione e deportazione di una parte consistente degli sfollati di via Madre di Dio, il cui sventramento aveva seguito di pochi anni quello di Piccapietra. Non fu dunque un caso che la 22 ottobre, l’anno dopo il rapimento Gadolla, scelse l’Istituto Autonomo Case Popolari per una rapina di autofinanziamento. Lo IACP fu individuato infatti come responsabile delle politiche di speculazione edilizia che erano state all’origine della recente strage di via Digione, quando il 21 marzo 1968 una delle palazzine costruite sulle alture della collina degli Angeli crollò seppellendo sotto le macerie 19 persone. La rapina andò male; il fattorino Floris provò a resistere all’esproprio e rimase ferito a morte da un colpo di pistola sparato da Mario Rossi. I membri della banda vennero arrestati e la sua storia finì lì, mentre la speculazione edilizia continuò a colonizzare le alture genovesi per anni (basti pensare a Begato, alle lavatrici di Prà, al CEP di Voltri o all’insediamento di Quarto alta), rispondendo non più ad un’espansione della città che si era fermata ma allo sfollamento di altri abitanti del centro città che invece proseguì a lungo.

    [quote]Portman dichiarò all’epoca che a Genova non ci fosse nulla che restasse impresso nella mente di chi la visitava e che il suo grattacielo avrebbe fatto la fortuna della città[/quote]

    Se di Sergio Gadolla si ricorda solo questo episodio legato alla cronaca, il primo rapimento politico d’Italia, l’altro figlio Gianfranco ha proseguito la strada del padre e ha tentato un colpo di mano speculativo che, se si fosse realizzato, avrebbe segnato ancor di più la storia recente della città. In vista dell’ondata di soldi in arrivo su Genova per i Mondiali di calcio del 1990 e le Colombiane del 1992, a Genova si scatenò una nuova ondata speculativa da parte dei palazzinari che portò, tra l’altro, al disegno della zona di San Benigno con il nuovo centro direzionale (WTC e il Matitone) e alla discutibile realizzazione di Corte Lambruschini, uno storico caseggiato a corte con annesso mercato dei fiori rimpiazzato dal solito complesso di grattacieli di cemento e vetro. Gianfranco Gadolla, per l’occasione, si fece sponsor e promotore, nel 1988, di un impressionante progetto di cementificazione dell’intero Porto Antico, il Cono Portman, dal nome dell’architetto americano John Portman. Esso prevedeva la distruzione di tutta l’area compresa tra la Stazione marittima e il Molo vecchio, mediante la costruzione di un’isola di cemento alta sei piani e culminante in una torre alta 262 metri a forma per l’appunto di cono, che sarebbe stato il più alto grattacielo d’ Europa. L’isola avrebbe avuto forma di triangolo equilatero di trecento metri per lato, per una superficie corrispondente a otto campi di calcio, e avrebbe dovuto ospitare garage, negozi, uffici, spazi per attività commerciali, ristoranti tra colonnati, loggiati, giardini pensili. Il grattacielo avrebbe avuto trenta piani dedicati ad albergo e uffici e ristoranti, culminanti in una terrazza panoramica. Portman dichiarò all’epoca che a Genova non ci fosse nulla che restasse impresso nella mente di chi la visitava e che il suo grattacielo avrebbe fatto la fortuna della città, facendone un’attrazione turistica al pari di Roma, Firenze e Venezia. Il progetto venne preso decisamente sul serio, tanto da vedere schierarsi favorevolmente il sindaco e il presidente della Regione e divenire oggetto di un aspro dibattito cittadino che si protrasse per mesi, prima di essere soppiantato da quello poi realizzato da Renzo Piano. Gadolla, con un sinistro millenarismo hitleriano, affermava: “Noi abbiamo un progetto mentre Piano non l’ha: la sua è soltanto un’ idea. Oltretutto l’Expo ’92 è limitata nel tempo: la torre di Portman invece può durare cento, mille anni. Noi garantiamo 1600 posti macchina e 300 mila metri quadri di pedonalizzazione” (G.Pepe, La città dimentica l’acciaio e insegue il boom dell’edilizia, “Repubblica”, 28 ottobre 1988).

    Ma la storia di Piccapietra non può chiudersi senza un riferimento ad una delle pagine più celebri della storia cittadina. Portoria, come detto, era un cuore pulsante della vecchia Genova popolare, e da lì, non a caso, partì l’insurrezione del 1746, con la quale la città si sollevò contro l’esercito austriaco che la occupava. La scintilla che fece esplodere la rabbia di una popolazione esasperata dalle angherie delle truppe straniere avvenne il 5 dicembre, allorché, proprio nella zona di Piccapietra, un pesante cannone, trascinato da un drappello di soldati austriaci, sfondò il manto stradale rimanendo incastrato; i soldati intimarono ai passanti di fornire il proprio aiuto, e di fronte alla loro indifferenza, li aggredirono a colpi di bastone. La tradizione orale narra che fu l’undicenne Giovan Battista Perasso, il Balilla (ballin, balletta, in genovese per indicare un ragazzino), urlando «che l’inse?» (ossia: «la comincio?»), a scagliare la prima pietra contro gli austriaci, dando il là ad una rivolta che durò tre giorni e si concluse il 9 dicembre, quando gli austriaci furono costretti alla tregua e ad andarsene, mentre il popolo insorto si era già organizzato in un Quartier generale, una sorta di governo parallelo pronto a prendere decisioni militari e diplomatiche in modo indipendente dal governo ufficiale, rinchiusosi imbelle e timoroso a Palazzo Ducale.

    Oggi, a memoria di questo episodio, rimane la statua bronzea del Balilla, opera realizzata nel 1863 dallo scultore Vincenzo Giani, allievo del più celebre Vincenzo Vela, dopo che una statua in gesso dello scultore genovese Cevasco era già stata collocata su un arco trionfale effimero eretto nel 1847 per il centenario della cacciata degli austriaci. Il Balilla del Giani, subito posizionato nel cuore di Piccapietra, fu uno dei primi monumenti pubblici della città, preceduto di un solo anno dal Cristoforo Colombo di Piazza Acquaverde, a testimoniare l’attaccamento dei genovesi a questa figura di eroe divenuto un’icona dell’orgoglio di un popolo refrattario all’oppressione. Il valore simbolico della statua era tale che essa non conobbe una vera e propria inaugurazione ufficiale, poiché le autorità cittadine temevano che l’evento sarebbe potuto servire da pretesto per manifestazioni anti piemontesi e venne rimandata addirittura al 1881, in occasione del presunto centenario della morte del Perasso. Con i lavori di demolizione e ricostruzione di Piccapietra la statua fu smontata, custodita e restaurata a Palazzo Tursi per tornare nella sua collocazione originaria, quella che si dice fosse il luogo in cui avvenne il fatto, soltanto nel 2001. Quel quartiere non esisteva più e la collocazione della statua oggi, nell’attuale contesto totalmente stravolto, la rende oggi una presenza dallo scarso impatto emotivo.

    Fantasmi e coincidenze di una Piccapietra inoffensiva

    Tuttavia la lettura delle trasformazioni storiche della città affida alla sua ubicazione, e al momento del suo ritorno nella sede originaria, un valore contemporaneamente beffardo e simbolico. Intanto – il che, nella sua surrealtà, ci dice già molto di quanto il potere consideri innocui i messaggi di un’arte sempre meno pregna di significato comunicativo nel mondo odierno – il Balilla oggi punta il suo braccio teso con la pietra in mano contro il nuovo Tribunale, un edificio in cemento e vetro inaugurato nel 1974, mentre la statua era ancora in esilio a Palazzo Tursi. Il Palazzo di Giustizia inglobava i resti dell’ospedale del Pammatone, la cui funzione era già da tempo stata trasferita a San Martino dove, proprio in quegli stessi anni, Daneri e Fuselli, gli architetti del Biscione, costruirono il Monoblocco, facendoci ulteriormente riflettere sul fatto che le fattezze architettoniche di un reparto ospedaliero fossero concepite identiche a quelle delle abitazioni che venivano contemporaneamente costruite per ammassarvi migliaia di persone. Secondariamente, il ricollocamento della statua del Balilla avvenne pochi mesi prima dell’ultima grande sommossa che ha attraversato Genova, quella del G8 del luglio 2001.

    Tra le molte analisi spese su quanto avvenne in giorni si è andata via via perdendo nel tempo una delle più interessanti e meno piegabili a interpretazioni sul suo dibattuto e complesso significato politico. La città venne allora letteralmente presa in ostaggio dall’organizzazione del summit. La creazione della enorme zona rossa, che per giorni vietò l’ingresso al centro storico a chi non vi fosse residente, fu diffusamente percepita come un palese sopruso da parte dei genovesi. Cancelli alti diversi metri, grate, checkpoint operanti ventiquattr’ore al giorno, costruirono un’enorme gabbia a protezione degli otto grandi e a sfacciato spregio degli abitanti della città, dando un paradigmatico esempio della creazione di uno stato d’eccezione, il vero stigma di cui ogni forma di governo, ancorché democratica, fa l’essenza del proprio potere nel momento del bisogno.

    [quote]consapevoli che il labirinto medievale dei vicoli sarebbe stata un’utile alleata dei contestatori, non poterono far altro che renderlo inaccessibile[/quote]

    Quella zona rossa paradossalmente incarnò il sogno dei progettisti del secondo dopoguerra, svuotando la città vecchia della sua vita, ma con l’effetto decisamente più straniante che le sue architetture storiche erano ancora in piedi. Se, come ci ricorda Benjamin, Haussmann costruì i boulevards parigini anche per farci passare più comodamente i cannoni pronti a reprimere le insurrezioni del popolo, gli urbanisti del G8 di Genova chiusero i vicoli per renderli gestibili alle forze che dovevano garantire la serenità di chi doveva discutere del nuovo ordine mondiale nei saloni di Palazzo Ducale. Ancora una volta, nel luglio 2001, l’urbanistica si è dimostrata scienza di polizia. Poco importa che la rivolta, ignorando la fortezza inespugnabile, abbia scelto di disperdersi nel resto della città. Gli strateghi predisposti all’organizzazione del summit si confermarono degli attenti conoscitori di Haussmann; consapevoli che il labirinto medievale dei vicoli sarebbe stata un’utile alleata dei contestatori, non poterono far altro che renderlo inaccessibile.

    Il fatto che Piccapietra rimase tagliata fuori, immediatamente a ridosso della zona rossa, è la conferma che essa non faceva più parte di quel tessuto urbano e che, nel suo freddo rigore di non luogo asettico, era considerata del tutto inoffensiva. Ciononostante, la suggestione della storia e dei suoi rimandi non può non far pensare al tempismo con cui quel Balilla di bronzo sia stato ricollocato nel suo luogo originario subito prima del vertice. Libero per pochi metri dalle grate della zona rossa, custode dello spirito ribelle della città, forse ci teneva ad essere lì in tempo, pronto a lanciare il suo “che l’inse?” e la sua prima pietra contro l’ennesimo sopruso di un potere invasore così sfacciato nei confronti della città. Eppure, a distanza di anni, l’ultima parola su quelle giornate del 2001 uscì dal Tribunale che si erge cupo ed opprimente a pochi metri davanti a lui. L’ironia della storia delle trasformazioni urbane fa sì che la lettura di una delle pagine più controverse della recente storia della città si possa intravedere nel confronto muto tra questo piccolo Davide, monumento eretto a memoria dell’orgoglio resistente di un passato remoto del popolo genovese, e un Golia postmoderno di cemento e vetro sorto durante la sua assenza, ultimo tassello del mosaico della nuova Piccapietra. Potere materiale e simbolico dei luoghi urbani, si potrebbe dire, oppure, forse più correttamente in questo caso, dei fantasmi che abitano certi non luoghi.

  • Ex fonderie di Multedo, le trasformazioni di un edificio storico lasciato al degrado

    Ex fonderie di Multedo, le trasformazioni di un edificio storico lasciato al degrado

    Tutti ricordano lo stato in cui erano ridotte le ex fonderie di Multedo. Altri ancora hanno vissuto in prima persona il passaggio graduale che ha subito la fabbrica, dagli anni in cui rappresentava uno dei maggiori stabilimenti della Società Ansaldo allo stato di decadenza e abbandono. Oggi quell’edificio dall’immenso valore storico-artistico svolge una nuova funzione, ospitando lo stabilimento di Esaote, il magazzino di Mondo Convenienza e da pochi giorni il nuovo centro diagnostico ‘Casa della Salute’. Tuttavia, prima di giungere allo stato attuale, dovuta al nuovo progetto di ristrutturazione, le ex fonderie hanno avuto un vissuto non facile, spesso suscitando polemiche e proteste sia da parte degli ex operai che difendevano il proprio lavoro sia dai cittadini che, per anni, si sono trovati di fronte a una struttura fatiscente. Nulla, però, ha potuto cambiare le sorti della fabbrica.

    Storia delle fonderie

    Le Fonderie di Ghisa di Multedo avevano un ruolo fondamentale per il ponente genovese, soprattutto perché, grazie alle loro dimensioni e installazioni, rappresentavano uno dei maggiori stabilimenti del loro tempo. La fabbrica fu costruita nel 1917, quando l’Italia era nel pieno sforzo bellico, dall’architetto Adolfo Ravinetti. Disposta su un’area di 28.856 m2, era dotata di binari tranviari che collegavano Genova a Savona. Gli stabilimenti di Multedo disponevano della più moderna utensileria per lavorare le materie prime. A testimoniarlo è un documento relativo alla “situazione del macchinario” delle Fonderie, datato il 15 giugno 1918, che attesta l’acquisto di 9 macchine da tornio, di 6 trapani, di 5 pialle e limatrici, di 8 affilatrici e altra utensileria varia, per un totale di 93 macchine. Anche la gestione dell’organico era al passo con le più innovative teorie sul lavoro, caratterizzate da una struttura gerarchica ben definita, in grado di esercitare un controllo di produzione ferreo, affinché la produttività potesse procedere a pieno ritmo.

    Lingottiera di Ghisa di Multedo 1915. Storia dell’Ansaldo. Archivio storico

    La fabbrica lavorò con stabilità, ottenendo risultati soddisfacenti, e, tra il 1914 e il 1919, la ghisa occupava il 70% della produzione. Il materiale prodotto negli stabilimenti di Multedo serviva per fabbricare l’artiglieria e per costruire le cacciatorpediniere e i sottomarini. Infatti, in quegli anni venivano varati, nei cantieri Ansaldo, i piroscafi “Cesare Battisti” e “Leonardo da Vinci”, navi da guerra utilizzate nel secondo conflitto mondiale famose per la loro tecnologia costruttiva navale.

    In seguito all’estromissione dei Perrone, tutti gli stabilimenti Ansaldo subirono forti ripercussioni, comprese le Fonderie di Multedo.

    Dalla crisi alla decadenza

    Gli ultimi decenni della fabbrica possono essere spiegati meglio da chi li ha vissuti in prima persona. Antonio Celano è un ex operaio, giunto a Genova dal sud, intorno al 1973, per dare una vita migliore alla sua famiglia. Cominciò a lavorare in fabbrica e vi rimase per sette anni, fino alla sua chiusura.

    L’uomo, ormai in pensione, ha raccontato che erano quasi cinquecento operai con un modesto stipendio. La metà di loro lavorava ai basamenti per la costruzione delle navi, mentre l’altra metà si dedicava a tutto ciò che serviva per la produzione delle automobili Alfa Romeo e Fiat. “La mia mansione -ha riferito il sig. Celano a Era Superba- era quella di trasportare il muletto e di occuparmi dei basamenti”. La sfortuna dell’uomo è stata quella di trovarsi nel periodo in cui la fabbrica andò in liquidazione e i politici decisero di chiuderla. “Per quasi un anno –ha raccontato l’ex operaio- la gente ha scioperato a Multedo, affinché la fabbrica riaprisse”. Purtroppo tutto ciò non portò a nulla, perché i forni si spensero definitivamente e la fabbrica chiuse nel 1981.

    Gli operai finirono in cassa integrazione e, una parte di loro fu assegnata ad altri lavori. “C’è chi andò all’ANAS o alla forestale –ha raccontato Antonio Celano- io, dopo circa cinque anni, fui assunto in ferrovia, ma –ha aggiunto poi- buona parte dei miei ex colleghi, che ormai aveva raggiunto una certa età, si trovò senza un lavoro, perché non venne mandata da nessuna parte”.

    Da lì in avanti, l’edificio storico ha subito un lungo processo di degrado e rimase in quello stato per almeno trent’anni. Per decenni le ex fonderie sono state inaccessibili, poiché presentavano una struttura ormai fatiscente. Se si passava per Multedo, non si vedeva altro che un edificio recintato da filo spinato, varcato abusivamente dai senzatetto e dai cosiddetti writers per realizzare graffiti. Per il resto, l’ex fabbrica era riempita unicamente da erba alta, muschio e sporcizia.

    Il punto di svolta

    Archivio fotografico Camera del Lavoro

    Negli anni, la struttura che ospitava le fonderie è passata a proprietà privata, precisamente a una cooperativa composta da Panorama Genova, Tecnocittà, Talea e Coop Liguria. Soltanto nel 2008 l’edificio ha suscitato interesse nell’Aipai e per Italia Nostra, i quali ne hanno chiesto il vincolo per tutelarlo come bene culturale.

    Inizialmente vi sono stati troppi rimandi per raggiungere un accordo e un progetto concreto, nonché troppa lentezza da parte della Pubblica Amministrazione e scarso interesse da parte dei soggetti privati. Queste titubanze hanno suscitato perplessità da parte dei cittadini, convinti che si stesse trascurando una struttura con molte potenzialità. Il timore era che si arrivasse alla decisione di demolirla senza un piano specifico.

    Invece, negli ultimi anni, l’edificio è giunto a una svolta che, per lo meno, gli ha restituito una dignità estetica. Sul sito di Italia Nostra, infatti, si legge che nel 2014 dalla Soprintendenza per i Beni architettonici è stato autorizzato “un nuovo progetto da TALEA Soc di Gest Immobiliare proprietaria dell’immobile che prevede per l’edificio vincolato un recupero ad uso produttivo”. Nel 2015 vengono avviati i lavori di recupero, affidati all’impresa COSMO – Costruzioni Moderne srl, a seguito di un progetto architettonico sviluppato dallo Studio Atelier di Architettura.

    Nel 2017 è stato inaugurato il nuovo stabilimento di Esaote e, poco più tardi, il magazzino di Mondo Convenienza. Oggi apre una struttura poliambulatoria privata. Questi sono i risultati di un restyling non invasivo, che ha cambiato la sorte di uno dei tanti spazi vuoti di Genova abbandonati al degrado e privati di manutenzione.

    Veronica Garreffa

    (Foto credits: “Storia dell’Ansaldo. 4. La Grande Guerra,1915-1918”. A cura di Valerio Castronovo. Editori Laterza, 1997 – Archivio storico Genova )
  • Voto e dintorni: nel ponente il Movimento Cinque Stelle si è preso la Sinistra, tra lavoro, ambiente e futuro

    Voto e dintorni: nel ponente il Movimento Cinque Stelle si è preso la Sinistra, tra lavoro, ambiente e futuro

    sestri-ponente-DSarebbe sin troppo facile paragonare le macerie della vecchia piscina di Voltri, sulla quale da qualche giorno imperversano le ruspe in vista della riapertura prevista per il 2019, con quelle del centrosinistra genovese, uscito sconfitto anche qui, nell’ormai definitivamente ex roccaforte, dalle recenti elezioni nazionali. Dalla mappa politica della Liguria il rosso è completamente scomparso. E nel mare blu del centrodestra quasi egemone nel Nord Italia, la Superba è un’isola gialla. Il colore del Movimento Cinque Stelle. Matteo Frulio, assessore del Municipio 7 Ponente, dirigente orlandiano (si dice ancora?) del Pd di Voltri, mostra su un foglio tutti i numeri della disfatta dei suoi nei quartieri ponentini. E per prima cosa traccia una freccia, dal centrosinistra al Movimento Cinque Stelle: «I nostri elettori sono andati lì…», e poi un’altra, più piccola dal M5s al centrodestra: «…mentre una parte di quella dei 5 Stelle, quella diciamo più estremista, è andata alla Lega». Si spiegano così i 329 voti che il Movimento ha perso a Voltri in 5 anni, o i 127 di Pra’ e i 512 di Pegli. Briciole, rispetto al crollo del centrosinistra, che negli stessi quartieri segna rispettivamente -1535, -1207 e -947. In termini di voti assoluti, cresce solo la destra a trazione leghista che però, per il momento, sfiora il primato solo a Pegli e resta seconda (con distacco) a Pra’ e terza a Voltri.

    Mentre a livello nazionale si discute delle possibilità di un governo a guida 5 stelle, qui la contiguità dei due elettorati sembra un fatto acquisito. In questo momento, però, il flusso è unidirezionale. Una destra tradizionalmente debole in questa parte della città cresce, ma ancora non attrae chi per una vita ha votato “rosso”. Non resta che il movimento fondato da Beppe Grillo. «Il ponente è una zona disastrata da un’industrializzazione scellerata. Noi abbiamo cercato di mettere al centro il tema della sostenibilità ambientale e di un’industria che deve crescere in armonia con la città. Può essere che le persone abbiano riconosciuto il nostro impegno».

    Massimo Currò, consigliere municipale ed ex candidato alla presidenza del “parlamentino” di Ponente, spiega così la vittoria del Movimento Cinque Stelle. «È chiaro che c’è un elettorato di sinistra che si è spostato da noi – riconosce – però questo non dipende dal fatto che portiamo avanti lotte di destra o di sinistra, ma dal buon senso delle nostre proposte. Non dimentichiamo che a livello di liste singole siamo il primo partito quasi ovunque. Ci presentiamo come una forza pragmatica, libera da retaggi del passato. Gli elettori hanno evidentemente scelto qualcosa di diverso dall’eterno dibattito tra destra e sinistra, che non ha risolto i problemi reali».

    Industrie e servitù

    Non è un caso che Currò citi quasi subito il problema del rapporto tra industria e qualità della vita degli abitanti. Per tanti, da queste parti, industria ha fatto rima con servitù. Basti pensare alle proteste degli scorsi anni di fronte alla prospettiva di ulteriori allargamenti del porto di Pra’ o la presenza di impianti “a rischio incidente rilevante” come Carmagnani, a Multedo.

    [quote]Vista in questo modo, è quasi naturale che a vincere le elezioni sia chi si schiera con più decisione per la sostenibilità ambientale.[/quote]

    CarmagnaniVista in questo modo, è quasi naturale che a vincere le elezioni sia chi si schiera con più decisione per la sostenibilità ambientale. Tema che premia in modo decisivo il Movimento in altre zone della penisola (come Taranto) e che in definitiva ha pesato di più di altre emergenze vere o presunte. Come quella dei 12 richiedenti asilo ospitati nell’ex asilo Govone di Multedo, e le successive polemiche dei cittadini (rivolte anche alla generale situazione di abbandono in cui versa il quartiere) su cui la Lega ha tentato di mettere il cappello, senza però riuscire a strappare il primato al Movimento. Che si impone con più forza nelle zone “povere”: Voltri 2, Cep, Palmaro e Multedo, appunto. «A queste persone – ammette con amarezza Frulio – ormai il Pd fatica a parlare». Eppure, nemmeno un anno fa questa stessa parte di città avrebbe eletto sindaco Gianni Crivello. A livello nazionale, però, è un’altra storia. Il Pd riesce a mettersi alle spalle il Movimento Cinque Stelle solo nelle zone “nobili” della delegazione: Pegli centro e Crevari, entrambi quartieri dove il costo al metro quadro di un’abitazione si aggira intorno ai 2.000 euro. È la situazione, in scala, di quanto succede a livello nazionale, dove il centrosinistra convince le metropoli e perde nelle periferie: «Purtroppo il mio partito, come molti altri di sinistra in Europa, parla ormai solo alla parte benestante dell’elettorato – riflette Frulio – se perdiamo contatto con il nostro elettorato storico, saremo destinati a perdere sempre».

    Luca Lottero

     

  • Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    corte-lambruschini-uffici-siaeUna città non è il luogo dove abitano tante persone, ma è il posto dove una comunità organizzata  ha deciso di mettere casa. Questa distinzione è molto importante se vogliamo provare a spiegare (rapidamente) in che modo Genova ha assunto l’aspetto che ora  conosciamo, e per raccontare, come faremo nelle prossime puntate di questa panoramica, la storia di alcuni quartieri e di alcune parti della città.

    Nel giro di una sessantina d’anni Genova è infatti passata, nell’opinione comune degli italiani, dall’immagine di elegante città ricca di storia e monumenti a ingrigita metropoli dalle periferie indefinite e inquinate, per poi tornare ad essere, nell’ultimo decennio, una meta turistica di viaggiatori curiosi e spesso stupiti.

    Non è successo per caso

    Nel dopoguerra una Genova stremata, che usciva da cinque anni di bombardamenti costanti a causa sia della presenza strategica del porto sia delle numerose industrie essenziali per la produzione bellica, aveva necessità di ricostruire un patrimonio abitativo distrutto. Si calcola che almeno 11.000 case fossero state abbattute o gravemente danneggiate durante gli attacchi: le strade erano un cumulo di macerie, edifici storici ed ospedali apparivano in gran parte compromessi e solo in città si contavano oltre 50.000 persone senza più una casa abitabile.

    Anche dal punto di vista lavorativo il capoluogo era in gravissima difficoltà poiché né le industrie né i cantieri navali riuscivano a mantenere i ritmi produttivi e gli organici del periodo bellico, così che i militari di ritorno dal fronte si ritrovavano spesso senza lavoro e con la casa distrutta.


    Il Governo italiano per porre rimedio  a questo dramma comune a tutto il paese varò nel 1950 i “Piani di Ricostruzione” proprio per facilitare le licenze edilizie e la stesura dei vari Piani Regolatori, che a Genova fu emanato nel 1959.

    Il Piano teoricamente voleva dare una sorta di continuità ai municipi che erano stati riuniti nella Grande Genova nel 1926, migliorando le vie di collegamento e razionalizzando i servizi di zona: in realtà per 15 anni fu inteso come un vero lasciapassare, in nome del progresso e della rinascita.

    La manodopera in eccesso venne rapidamente assorbita dai cantieri edilizi che in breve occuparono tutto lo spazio sino al margine dei boschi che circondavano la città, e nel giro di pochi anni anche le zone verdi furono inglobate nell’area urbana.

    [quote]Fu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo.[/quote]


    prestito genova cementoFu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo. Una sorta di  “urban sprawl”  al sapore di pesto, ma che comunque si manifestò attraverso consumo di suolo, lottizzazione selvaggia,  progettazioni dissennate e dispersione urbana.

    In realtà nel momento di maggiore espansione Genova raggiunse al massimo circa 800.000 abitanti, e finalmente nel 1976 (ma diventerà legge solo nel 1980) venne emanato un nuovo Piano Regolatore, che pose un limite ridimensionando le pretese espansive, sia sociali che economiche, quindi anche edilizie, di Genova. Ma ormai il danno era stato fatto.  Mentre la città cresceva in termini di metri cubi si perdevano  migliaia di posti di lavoro nell’industria: era solo l’inizio, ma ancora non lo si sapeva.

    Al termine degli anni ’70 il patrimonio residenziale si calcolò aumentato del 77% rispetto al dopoguerra, con insediamenti in gran parte nelle zone collinari: Sampierdarena, Lagaccio, Oregina, San Teodoro, Quezzi, Borgoratti e Sestri Ponente. In molti casi l’autostrada in costruzione passava di fianco ai caseggiati, spesso di edilizia popolare, ma questo apparentemente non rappresentava un problema per i nuovi residenti.

    L’impulso a costruire andò comunque avanti ancora nel decennio successivo, quando sorsero i quartieri più “residenziali” dedicati ad una classe media che stava rapidamente crescendo, ed acquistava gli appartamenti ancora in fase di progettazione. Voltri, Pegli, Quarto, S.Eusebio avrebbero dovuto essere quartieri autosufficienti dotati di servizi ed arredo urbano di qualità.

    I Centri direzionali in città si moltiplicarono, oltre a Piccapietra che fu la prima (sulle macerie dell’antico quartiere) ecco il Centro dei Liguri (quartieri Molo e Portoria) e poi San Benigno, nell’area della Lanterna, Corte Lambruschini a Brignole, costruita praticamente in riva al Bisagno, dove prima era il vecchio mercato dei fiori. Un totale di 800.000 metri cubi di acciaio, cemento e vetro di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno, poiché il declino era ormai sotto gli occhi di tutti.

    Molti profeti, pochi padri e nessun colpevole

    Gli effetti di una cementificazione così rapida ed estesa non tardarono purtroppo a farsi sentire, dall’alluvione che dal 1970 ciclicamente si ripropone, e di cui abbiamo più volte diffusamente parlato (ma non è argomento tale da essere esaurito una volta per tutte, purtroppo) ad un’emergenza ambientale divenuta continua. Emergenza che adesso ha molti profeti, pochi padri e nessun colpevole, pur essendo chiaro a tutti che un territorio così fragile e complesso avrebbe dovuto essere trattato con maggiore cautela ed attenzione; solo in questo modo, forse, si sarebbero evitati gran parte degli episodi drammatici che tutti ricordiamo.

    [quote]Il risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa.[/quote]

    bassa-valbisagno-marassi-via-montaldo-burlandoIl risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa. Il quartiere di Begato, le costruzioni a ridosso dei Forti, il palazzo nel letto del torrente Chiaravagna o la palazzina in cemento armato in Via Sottoripa accanto alle facciate rinascimentali e medievali sono solo alcuni esempi, da completare a piacere.

    In realtà, saldandosi con quanto preesistente (poco), e grazie all’attaccamento tipicamente ligure alla proprietà, molti quartieri costruiti negli anni dello scempio hanno mostrato caratteristiche ed unicità proprie, e fra i residenti, comunque fossero capitati lì, si è andato creando un senso di appartenenza che sembra essere peculiare rispetto ad analoghi agglomerati di altre zone d’Italia. In effetti molti urbanisti, parlando di Genova, la vedono come una città composta da molti paesi con la periferia al centro, che rimane decisamente diverso da qualsiasi altro; né salotto buono né covo di delinquenza, o forse sì ma con molto altro ancora.

    Una città comunque indefinibile, come molte volte è già stato detto, ma con la caratteristica di muoversi e cambiare apparendo sempre immobile; immobilità che sembra essere la critica più frequentemente mossa al nostro capoluogo.

    Genova è cambiata

    Invece “a poco a poco e poi improvvisamente” anche Genova cambia,  e all’inizio degli anni ’90 con 200mila abitanti in meno rispetto al 1970 e con le aziende siderurgiche ormai decimate, con la cantieristica in crisi profonda ed il ridimensionamento inevitabile dell’indotto, si trova a doversi reinventare un ruolo e un’identità. Dimostrando uno spirito combattivo ed intraprendente che mal si sposa con la filosofia del “maniman” riesce ad organizzare l’Expo del 1992, il G8 nel 2001 e ad essere Capitale della Cultura nel 2004.

    Certamente non si trattò di una passeggiata: fra convegni, progetti, accordi e disaccordi furono anni pieni di polemiche ma anche di creatività ed entusiasmo, sempre mescolato con il nostro solito, inguaribile mugugno. Al netto di aspettative eccessive e progetti lasciati a metà molto resta ancora da fare, molte buone proposte sono rimaste lettera morta ma ci furono anche geniali intuizioni e risultati di cui la città continua tuttora a beneficiare.

    IMG-20180129-WA0000Risanare il centro storico, ridipingere le facciate di Sottoripa: sembrava banale dirlo ma costò molto, in termini sia di denaro sia di perdita di attività, poiché molti piccoli operatori furono allontanati per aprire i cantieri e alla fine non tornarono più nel medesimo luogo.

    Anche riportare il mare alla città, cosa che può apparire ovvia a chi abbia meno di trent’anni, fu invece una delle conquiste più ardue dati i non sempre facili rapporti fra Autorità Portuale ed Enti locali, tanto che inizialmente consentirono solo l’apertura ad orari stabiliti; oggi sembra impossibile pensare Genova senza l’Area Expo.

    Sempre nel 1992 si inaugura il rinnovato teatro Carlo Felice e si apre l’Acquario con il timore, a pochi giorni dall’evento, che non arrivino in tempo tutti i pesci o che manchino attrezzature e servizi; ad oggi sono fiori all’occhiello della città, insieme al Museo del Mare e della Navigazione inaugurato nel 2004.

    I Palazzi dei Rolli e una consistente parte del Centro Storico diventano, nel 2006, Patrimonio Unesco mentre i turisti in città continuano ad aumentare pur non diventando mai le folle scomposte e ciabattone di altre mete storiche, e gli stessi genovesi sono tornati a passeggiare nei vicoli e al Porto Antico come nelle stampe di fine ottocento.  

    Nel frattempo nelle aree dismesse ex industriali sono nati centri commerciali, come a Campi o a Bolzaneto o spazi di attrazione e shopping center, come alla Fiumara. In alcuni casi hanno disatteso quelli che erano i progetti sulla carta, rimanendo poli puramente economici; in altri, come in ValBisagno, la costruzione o il recupero di infrastrutture sportive e sociali hanno invece fatto da collante ad insediamenti altrimenti sparsi.

    Certo sono aumentati quelli che gli urbanisti chiamano “i luoghi del rifiuto”, cioè quelle parti di città che gli abitanti non riescono a vivere e che non si inseriscono nei programmi di sviluppo. Aree industriali dismesse e degradate, quartieri abitati in gran parte da immigrati che diventano off limits per etnie differenti, costruzioni di edilizia popolare abbandonate e parti di terreni fra le lottizzazioni: sono questi i luoghi dove nasce e cresce l’isolamento, dove si sviluppa la criminalità per bande o dove, semplicemente, si ammucchiano detriti.

    I Genovesi cambiano?

    La sfida del futuro si giocherà qui: dare vita a queste parti del territorio potrebbe, nei prossimi anni, fare davvero la differenza: non solo Blueprint, stadio sul mare o funicolari ma periferie attraenti, vivibili, partecipate.

    [quote]Ma non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.[/quote]

     

    Lavatrici di PràMa non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.  A dicembre, presentando la nuova “Agenzia per la Famiglia” ha parzialmente corretto l’impegno, limitandolo  a “40-50mila abitanti in più da qui a fine mandato”. Ovviamente agendo sul fronte del lavoro, quindi difendendo i posti di lavoro che già ci sono (i lavoratori Ericsson sono quindi al sicuro?) ed attirando nuovi investimenti, in che modo però non lo ha spiegato.

    Anzi, spulciando il programma elettorale vediamo quantificati in 30.000 i posti di lavoro in più, 15.000 i nuovi alberi che sarebbero stati messi a dimora nelle aree verdi, 15 i chilometri di pista ciclabile (dalla Lanterna a Capolungo) con l’aggiunta della Valletta dello Sport al Lagaccio e l’inevitabile lucidatura delle strade.

    Il paesaggio  genovese reggerebbe? Forse, chissà. Per ora è Inevitabile chiedersi dove abiterebbero, questi 40, 50, 100mila genovesi in più: dovrebbe forse ripartire l’edilizia con il consumo di suolo? Neanche questo è stato spiegato dal Sindaco, che ovviamente conoscerà benissimo gli errori sciagurati del passato e non vorrà, speriamo, replicarli. Forse il Sindaco pensa  a riempire le numerose case che risultano essere vuote (le statistiche dicono il 21,98%) ma prima sarebbe interessante capirne le ragioni, sia delle case vuote, sia del bisogno di annunciare sempre numeri sensazionali come se solo su questo a Genova  si giocasse la partita elettorale.

    Certo che immaginare una città capace di assorbire in pochi anni un tale aumento di abitanti riesce difficile, soprattutto pensando ai quartieri che abbiamo appena raccontato, alle difficoltà di chi tutti i giorni deve inventarsi un parcheggio, oppure farsi posto su un autobus sgangherato o su di un treno affollato.

    La consapevolezza della nostra storia ci ricorda che gli obiettivi si possono raggiungere anche quando assomigliano ai sogni, e ci è utile per valutare i progetti di quello che potrà essere Genova domani: ma per gli incubi abbiamo già dato.

    Bruna Taravello

    _____________

    Fonti:
    L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni sessanta, di Bruno Giontoni – Ed. Ideaxs 2017
    La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova , di Andrea Vergano – Ed. Gangemi 2015
    Progetti di paesaggio per i luoghi rifiutati, a cura di Annalisa Calcagno Maniglio – Ed. Gangemi 2010
    Genova e il suo urban sprawl, di Rinaldo Luccardini  – Ed Sagep 2008
    Conferenza strategica 1997 – Comune di Genova 
    La biografia progettuale della città,  di Luca Salvetti – www.urbanisticainformazioni.it 
    La Republica, articoli vari

     

     

  • Villa Pallavicini, il parco più bello d’Italia. Pegli capitale italiana della botanica

    Villa Pallavicini, il parco più bello d’Italia. Pegli capitale italiana della botanica

    Inauguraz. Villa PallviciniSì è svolta questo pomeriggio a Villa Durazzo Pallavicini la cerimonia di consegna del Premio “Il Parco più bello d’Italia”. La XV edizione del prestigioso concorso promosso dal network ilparcopiubello.it, che premia le bellezze verdi italiane è stata vinta da Villa Durazzo Pallavicini a Genova Pegli per la categoria parchi pubblici e da Villa La Foce a Chianciano Terme (Siena) per la categoria parchi privati.

    Erano presenti per il Comune di Genova Elisa Serafini, assessore alla Cultura, Paola Bordilli, assessore al Turismo, Matteo Campora, assessore all’Ambiente; con loro Claudio Chiarotti, presidente del Municipio Ponente.

    Il presidente de Il Parco Più Bello Leandro Mastria e il presidente del Comitato scientifico che ha selezionato i vincitori Vincenzo Cazzato hanno consegnato due speciali targhe a Silvana Ghigino, direttore A.T.I., concessionaria di Villa Durazzo Pallavicini, e a Katya Lysy, che rappresentava la Proprietà di Villa La Foce.

    «Il premio come “Parco pubblico più bello d’Italia” assegnato a Villa Pallaviciniha dichiarato l’assessore al Marketing Territoriale e alla Cultura del Comune di Genova Elisa Serafini ci ricorda che Genova è ricca di tesori nascosti in tutti i nostri quartieri, da Levante a Ponente. Un riconoscimento importante che ci incoraggia a proseguire l’azione di valorizzazione e promozione del territorio, per sviluppare il turismo e migliorare la sostenibilità e la qualità di vita dei nostri concittadini».

    Anche l’assessore al Turismo Paola Bordilli ha sottolineato il rapporto con i quartieri. «Portare i turisti anche nelle Delegazioni, da Nervi a Voltri alla Valpolcevera – ha detto Bordilli – è l’obiettivo e la sfida della nostra Amministrazione. Un percorso che permetta di valorizzare le tante bellezze del nostro territorio e di utilizzare dal punto di vista della promozione ogni singolo angolo di una città ricca e meravigliosa».

    Il parco

    Villa Durazzo Pallavicini di Pegli ha riaperto al pubblico nel settembre dello scorso anno in una data simbolica: 170 anni dopo l’inaugurazione avvenuta il 23 settembre 1846. La villa, voluta dal marchese Ignazio Pallavicini, era rimasta chiusa per consentire i lavori di restauro del tempio di Flora, del castello e del mausoleo del capitano, dell’obelisco egizio, della tribuna gotica, del ponte romano, del chiosco turco e della pagoda cinese.

    Considerato uno dei parchi romantici più originali del mondo, il parco di villa Durazzo Pallavicini fu ideato e realizzato dallo scenografo Michele Canzio. Ne scaturì non solo un parco in stile romantico, ma un itinerario composto da scenografie legate una all’altra da una traccia narrativa: il Viale Classico, la Coffee House, l’Arco di Trionfo, la Casa dell’Eremita, le Grotte, il Lago Grande con la Pagoda Cinese, il Tempio di Diana, il Ponte Romano, i Giardini di Flora, il Gazebo delle Rose; il tutto in una pittoresca realizzazione paesaggistica meticolosamente composta nei suoi elementi architettonici e vegetali e ordinata secondo un preciso percorso dai contenuti esoterici. Non mancano esemplari vegetali di grande pregio botanico-paesaggistico: la monumentale canfora affiancata al cedro del Libano posti a margine del lago, la collezione di palme esotiche, l’araucaria e il sughero secolari, la rosa banksia e il lauroceraso; in particolare spicca tra tutte la collezione di antiche camelie, alcune delle quali ultracentenarie, che ogni primavera costituisce una vera attrazione con la sua particolare fioritura.

     

    Motivazioni della Giuria

    Inauguraz. Villa PallviciniIl parco della villa Pallavicini a Pegli che il marchese Ignazio fece realizzare da Michele Canzio costituisce una delle più alte espressioni di giardino romantico ottocentesco, con un preciso impianto scenico studiato come un’opera teatrale ripartita in atti, con un prologo e un epilogo. Recentemente restituito all’aspetto originario grazie all’impegno del Comune di Genova attraverso un imponente e attento restauro che ha portato alla ricomposizione delle scene vegetali e alla ricostruzione dei percorsi (nell’ambito di un programma che ha consentito la fruizione di altri parchi urbani) si segnala per l’attento e oculato piano di gestione – affidato a un raggruppamento temporaneo di imprese comprendente al suo interno professionalità di alto livello che da tempo si occupano del recupero del parco – che prevede, in collaborazione con l’Amministrazione, la manutenzione ordinaria del patrimonio esistente e il recupero di architetture e arredi che non sono stati ancora oggetto di restauro.

     

    Cos’è Il Premio “Il Parco Più Bello d’Italia”

    Il Parco Più Bello” è un concorso nazionale dedicato a parchi e giardini, che ha lo scopo di valorizzare l’inestimabile patrimonio di parchi e giardini presenti nella nostra penisola, contribuendo a stimolare l’interesse e la sensibilità verso il verde nelle sue forme più eccelse.

    Al concorso partecipano tutti i parchi affiliati al network dei Parchi più Belli d’Italia (www.ilparcopiubello.it), ad oggi oltre 1.000 realtà, tra le quali vengono ogni anno selezionate le eccellenze tenendo conto degli aspetti storico-artistici, botanici, dello stato di conservazione, del programma di manutenzione e gestione, della presenza di adeguati servizi, dell’accessibilità e delle informazioni all’utenza.

    Il Premio intende promuovere la cultura e la conoscenza di questo nostro inestimabile patrimonio, per rendere tali beni apprezzabili non solo da una ristretta cerchia di specialisti, ma soprattutto dai giovani e da un vasto pubblico nazionale e internazionale. Il concorso è ormai giunto alla quindicesima edizione e, poiché è l’unico Premio in Italia nel settore parchi e giardini, sta riscuotendo un interesse e un successo sempre più ampi. Lo dimostrano sia il numero che la qualità dei giardini partecipanti, sia l’attenzione da parte della stampa e dei media nazionali, in costante crescita nel corso degli ultimi anni.

     

  • Pra’, cantieri Por fermi per “liquidazione”, conclusione (forse) a fine agosto. I retroscena di un “pasticcio” annunciato

    Pra’, cantieri Por fermi per “liquidazione”, conclusione (forse) a fine agosto. I retroscena di un “pasticcio” annunciato

    lavori-cantiereLo scorso febbraio l’allora assessore ai lavori pubblici e non ancora candidato sindaco Gianni Crivello indicava come data-obiettivo per la conclusione dei lavori dei P.o.r. di Pra’ il 31 marzo, e si diceva fiducioso del fatto che la scadenza sarebbe stata rispettata. Oggi, a estate ormai avviata, alcuni cantieri continuano a puntellare l’Aurelia in questa zona del ponente genovese. Tra l’ottimismo di allora e i ritardi di oggi c’è stato il crac di Unieco, la cooperativa di Reggio Emilia che aveva vinto il bando pubblico per il lotto A dei lavori, quelli che interessano l’area dal ponte del rio S. Pietro a Via Taggia. Un tonfo da 600 milioni di euro che scendono a 90 se si considerano solo le perdite nette e che ha coinvolto i 340 dipendenti e posto più di un interrogativo sulla tenuta del modello economico rappresentato dalle cooperative, un tempo fiore all’occhiello della “rossa” Emilia. L’avvio della procedura per la liquidazione coatta è stato annunciato ai dipendenti dal cda di Unieco lo scorso 29 marzo, proprio nel momento in cui – secondo l’ultima previsione del Comune di Genova – si sarebbe dovuta porre l’ultima pietra sui lavori di riqualificazione di Pra’.

    La Unieco vinse il bando per l’assegnamento dei lavori indetto dal Comune di Genova nell’ottobre del 2014, battendo la concorrenza di altre 16 aziende, un bando da 3,9 milioni di euro. Possibile che, allora, non vi fossero segnali di quello che sarebbe successo negli anni successivi? «Assolutamente no – afferma Claudio Chiarotti, nella scorsa legislatura consigliere municipale con delega ai P.o.r. e neoeletto presidente del Municipio 7 Ponenteanzi, visto che il bando del Comune di Genova aveva come priorità la qualità dei materiali usati per gli interventi, Unieco ha vinto con un ribasso d’asta molto basso, mentre altre aziende che avevano promesso gli stessi lavori a prezzi inferiori finirono in riserva. Tutti i partecipanti alla gara avevano le carte in regola per partecipare, a maggior ragione chi ha vinto. Non c’era nulla che potesse far pensare a un default del genere».

    Riassegnazione e subappalti

    I primi segnali che qualcosa non andasse nella direzione giusta, però, arrivarono il 30 gennaio 2017, quando Unieco si dichiarò inadempiente e interruppe i lavori. Al Comune di Genova venne però garantita la possibilità da parte della cooperativa di chiudere i cantieri aperti e le parti si accordarono per una tempistica di fine lavori che però, come abbiamo visto, non verrà mai rispettata. «A quel punto si aprirono due questioni – ricorda Chiarotti – l’assegnazione dei lavori a una nuova azienda e quella con Unieco, che vuole farsi rimborsare ancora alcuni lavori dal Comune». Per quel che riguarda la prima delle due partite, i lavori sono stati affidati alla seconda classificata al bando del 2014, la Cos.In. s.r.l.: «l’avvocatura del Comune stabilì che il modo migliore era risentire i partecipanti alla gara per verificarne la disponibilità a finire i lavori – spiega Chiarotti – subito si catapultarono tutti, poi quando hanno capito che i lavori sono quasi finiti e quindi non c’è un grosso margine d’impresa su questo lotto, ha risposto sostanzialmente solo la seconda classificata, che ha accettato di concludere. Attualmente sono al lavoro da circa un mesetto».

    parco-dapelo-praTutto finito, dunque? Non proprio, perché, trovata una nuova azienda che ha accettato di farsi carico dei lavori, i problemi ora vengono dai subappalti, che riguardano soprattutto la parte impiantistica. Le ditte subappaltatrici («con cui il Comune non ha alcun rapporto visto che si interfacciano solo con l’azienda che vince l’appalto», chiarisce Chiarotti) non erano infatti state pagate da Unieco, e ora chiedono il pagamento degli arretrati prima di lanciarsi in nuovi lavori «L’idea – rivela Chiarotti – sarebbe sostanzialmente quella di affidare i lavori alle stesse ditte subappaltatrici che c’erano prima per risparmiare tempo, fermo restando che l’azienda che ha vinto l’appalto è libera di assegnare i subappalti a chi ritiene. I subappaltatori attuali stanno però (giustamente) chiedendo il pagamento del lavoro svolto finora e il problema grosso è che nessuno può oggi garantire questo pagamento. Nel caso non si riuscisse a convincerli a continuare coi lavori, bisognerà trovare dei subappaltatori nuovi, con conseguente aumento delle tempistiche». Azzardato, dunque, a questo punto fare previsioni sulla fine dei lavori. Per questo, il neo presidente del Municipio di Ponente predica cautela: «Se tutto va bene dovremmo chiudere a fine agosto, ma non è per niente detto, proprio a causa dei problemi con i subappaltatori».

    La vertenza con Unieco

    Se possibile ancora più complessa da portare in porto la partita aperta con Unieco. In questo momento è in corso una vertenza legale tra il Comune di Genova e la cooperativa, rappresentata da un commissario liquidatore, con Tursi che chiede il pagamento di una penale di circa 320 mila euro e Unieco che invece reclama il pagamento del lavoro svolto «anche su lavori che in realtà negli ultimi mesi non hanno fatto – sottolinea Chiarotti – come la manutenzione del verde, che spettava per due anni alla vincitrice del bando».

    «Il Comune – conclude il presidente – ha sicuramente il coltello dalla parte del manico sia dal punto di vista degli argomenti sia da quello economico e giuridico. Il commissario liquidatore fa il suo mestiere, che è quello di tirare più acqua possibile al mulino della cooperativa, hanno poco spazio ma si giocano le carte che hanno. Certo, questo può allungare ulteriormente le tempistiche per la chiusura dei cantieri».

     

    Luca Lottero

  • Voltri, per il secondo mercato settimanale manca solo l’ok di Autorità Portuale

    Voltri, per il secondo mercato settimanale manca solo l’ok di Autorità Portuale

    Mercato Voltri modifiche parcheggio Dagnino.docxManca solo il via libera da parte di Autorità Portuale, proprietaria della zona di Piazza Caduti Partigiani interessata, e poi Voltri avrà il suo secondo mercato settimanale, al pari di altre realtà genovesi come quella di Sestri Ponente. A pochi giorni dal primo turno delle elezioni amministrative il Comune di Genova aveva infatti approvato la delibera necessaria, e gli uffici sono attualmente al lavoro per limare gli ultimi dettagli. Il nuovo mercato rionale si svolgerà nella giornata di sabato, in aggiunta a quello del martedì di Piazza Gaggero, e conterà una trentina di bancarelle distribuite nella zona più occidentale dell’ampio parcheggio.

    Per la realizzazione del mercato, sono previste modifiche come l’introduzione di new jersey per separare la zona delle bancarelle dalle auto e alcune modifiche alla disposizione dei parcheggi. La proposta, partita originariamente dai commercianti della zona che sperano così di ottenere un supporto alle proprie attività in difficoltà, aveva incontrato l’opposizione dell’Associazione Venditori Ambulanti Liguri (Aval), convinti che un mercato del genere avrebbe attirato solo merce di bassa qualità e non avrebbe portato niente ai commercianti della zona.

    Ma alla fine, nella scelta del Comune hanno pesato maggiormente le istanze del territorio: «il Comune di Genova – spiega Emanuele Piazza, assessore comunale uscente allo sviluppo economico e con delega ai mercati – ha accolto una richiesta portata avanti con convinzione dal Municipio». Si avvia dunque alla conclusione una vicenda che, tra le richieste del territorio e i consueti rimpalli burocratici, va avanti da quasi un anno. Una volta installato il mercato nella zona, partirà un periodo di sperimentazione di circa 6 mesi.

    Luca Lottero

  • Il Ponente al voto tra voglia di autonomia e di riscatto. L’analisi sulle sfide dei prossimi 5 anni e le eredità del passato

    Il Ponente al voto tra voglia di autonomia e di riscatto. L’analisi sulle sfide dei prossimi 5 anni e le eredità del passato

    PraQuando un abitante di Voltri, Pra’ o Pegli va, per esempio, all’acquario, non dice “vado in centro” ma “vado a Genova”. Abitudine linguistica forse ereditata dai tempi che furono, quando ognuno dei tre quartieri che oggi compongono il Municipio 7 Ponente faceva comune a sé, e chiaro segnale di un forte radicamento verso il proprio territorio, tale da percepirsi quasi come qualcos’altro rispetto alla Genova “del centro”. Non a caso, cinque anni fa il ponente premiò con una vittoria piuttosto netta il candidato del centrosinistra poi diventato sindaco Marco Doria, di cui sembrò apprezzare il proposito di rendere Genova una città policentrica. L’obiettivo dichiarato era quello di superare il concetto di periferia e la valorizzazione dei diversi centri storici disseminati lungo tutto il territorio comunale, spesso trascurati e poco noti. Oggi, con nuove elezioni comunali e quindi municipali alle porte, quello dell’autonomia municipale rispetto a Tursi torna a essere un tema caldo della campagna elettorale. In particolare, i candidati alla successione al presidente uscente Mauro Avvenente si confrontano sull’eredità dell’amministrazione Doria, dividendosi tra chi sostiene sia necessario proseguire sulla strada tracciata negli ultimi cinque anni e chi invece invoca una netta discontinuità.

    I candidati

    Un’ importante occasione di confronto delle idee dei candidati è stata la “tribuna elettorale” praese organizzata lo scorso 20 maggio dalla Fondazione Primavera nella sala del municipio di Pra’. All’incontro molto partecipato dalla cittadinanza hanno partecipato Alessio Boni (Chiamami Genova), Claudio Chiarotti (Pd, Lista Crivello e A Sinistra), Massimo Currò (Movimento Cinque Stelle) e Paolo Fanghella (Lega Nord, Forza Italia, Lista Bucci, Fratelli d’Italia, Lista Musso), assente il candidato della lista Ge9si Fabiano Debarbieri. Come naturale, a indicare come necessaria una continuità con la precedente amministrazione è stato soprattutto il candidato del centrosinistra, mentre tutti gli altri hanno espresso una volontà di cambiamento, ognuno con le proprie sfumature.

    Se però grattiamo via le naturali differenze politiche e la retorica della campagna elettorale, le tematiche fondamentali del territorio sono comuni a tutti i candidati in corsa, che differiscono soprattutto nelle soluzioni proposte e, come abbiamo visto, nel giudizio sul modo in cui sono state affrontate dalla scorsa amministrazione. A prescindere da chi vincerà le elezioni, le sfide dei prossimi anni sono già sul tavolo.

    La convivenza con il porto

    A partire dagli anni ’60 del secolo scorso, la vita di questa parte di città è stata profondamente influenzata dalla realizzazione del Vte, nato per sopperire alle esigenze di ampliamento del porto di Genova. Allora il ponente accentuò la propria vocazione industriale, pagando però un prezzo altissimo in termini ambientali. A risentirne in particolare è stato il territorio di Pra’ (che perse completamente le proprie spiagge), ma echi della presenza portuale si sentono anche su Voltri e Pegli. A partire dagli anni ’90 si è iniziato a porre il problema della convivenza tra l’infrastruttura e gli abitanti, grazie soprattutto all’attivismo di diverse associazioni di cittadini, che negli anni hanno organizzato manifestazione contro i rumori e l’inquinamento o ogni volta che si è ventilata la possibilità di nuovi ampiamenti.

    Su quest’ultimo punto si sono detti contrari tutti i candidati, evidenziando come la struttura attuale sia sufficiente per le esigenze del traffico attuale e come non sia più accettabile chiedere nuovi sacrifici al territorio. Accordo unanime anche sulla necessità di ammodernamento delle tecnologie portuali, per esempio con l’introduzione di strumenti come le banchine elettriche e su quella di un aumento della produttività del porto.

    La gronda: occasione o scempio ambientale?

    Decisamente meno unanimi le opinioni sul tema Gronda, già tema centrale della campagna elettorale cinque anni fa. Con i lavori previsti per il 2019, le forze politiche si dividono tra chi la ritiene un’opera necessaria allo sviluppo portuale e chi invece la boccia sul piano ambientale. Questi ultimi, inoltre, sostengono che per migliorare il collegamento del porto con l’entroterra sarebbe sufficiente un miglior sfruttamento delle infrastrutture già esistenti come la ferrovia, sfruttata solo su uno degli otto binari in entrata e in uscita dal porto.

    Vivibilità dei quartieri, servizi e turismo

    Oltre ai grandi temi, sono sul tavolo anche tutti quegli interventi volti al miglioramento degli aspetti più minuti della vita quotidiana dei cittadini, ambiti in cui il Municipio ha spesso maggiori possibilità di intervento effettivo. Nel corso della tribuna praese, per esempio, da più parti si è chiesta l’attivazione di servizi burocratici anche nei municipi di Pra’ e Pegli oltre che in quello “istituzionale” di Voltri, abbandonando la modalità “a rotazione” introdotta recentemente. In questo modo si verrebbe incontro alle esigenze soprattutto dei cittadini più anziani, ma sono state avanzate delle perplessità sui costi che l’operazione comporterebbe. Dal punto di vista del turismo, invece, si è richiesta l’estensione del servizio navebus fino a Pra’ e Voltri, in modo che i visitatori possano muoversi in modo piacevole dal centro per visitare il ponente. Piena approvazione, inoltre, per il centro civico culturale praese, che sorgerebbe nello spazio della vecchia stazione. In questo campo, però, il vero obiettivo dei prossimi cinque anni sarà la conclusione della passeggiata a mare, che nella versione definitiva dovrebbe collegare Multedo ad Arenzano.

    I compiti del Municipio

    Se numerose sono le sfide che attendono il territorio del ponente nei prossimi anni, è anche vero che il Municipio ha possibilità di intervento piuttosto limitate su molte tematiche che pure toccano da vicino la vita dei propri abitanti. Secondo quanto si legge sul “Regolamento per il decentramento e la partecipazione municipale” approvato nel 2010, i Municipi “rappresentano le esigenze della popolazione sul proprio territorio”, “assicurano e promuovono la partecipazione dei/delle cittadini/e, singoli/e, associati/e residenti od operanti nel territorio” e vengono valorizzati in quanto “organismi di democrazia, partecipazione, consultazione e gestione dei servizi di base”. Sono, in poche parole, la prima interfaccia dei cittadini con le istituzioni, e hanno per lo più funzione di raccolta delle istanze dei cittadini e di presentarle ai livelli istituzionali più alti come il Comune o la Regione.

    Luca Lottero

  • Sanità, la Valpolcevera chiede “soccorso”. Casa della Salute ancora al palo, servizi al limite del collasso. La preoccupazione dei cittadini

    Sanità, la Valpolcevera chiede “soccorso”. Casa della Salute ancora al palo, servizi al limite del collasso. La preoccupazione dei cittadini

    valpolceveraLa “vallata” genovese torna a chiedere a gran voce la costituzione del presidio socio-sanitario più volte promesso ma mai realizzato. «I soldi per il Galliera si sono trovati, come anche quelli per acquistare il palazzo di De Ferrari – lamenta Iole Murruni, presidente uscente del Municipio Valpolcevera ma per la salute di chi vive questo quartiere non ci sono mai».

    L’appello arriva durante l’assemblea pubblica organizzata dalla triade sindacale Cgil-Cisl-Uil per chiedere chiarimenti alle istituzioni sulle cose e non fatte, e su quelle che devono essere fatte. L’ospedale Gallino di Pontedecimo, infatti, sembra non bastare per assicurare il servizio sanitario alla vallata: «Deve essere garantita la continuità sanitaria a tutta la popolazione» spiega Maria Pia Scandolo (Cgil) in apertura del dibattito. Tante le proteste e le proposte dei cittadini presenti: vicinanza delle strutture (come un pronto-soccorso h24), nuovi servizi legati alle nuove esigenze socio-sanitarie di una popolazione con tanti anziani, e tante servitù e un livello di povertà dovuta alla crisi e alla emarginazione sociale sempre più allarmante. «Non possiamo subire soltanto» gridano dalla platea, mentre chi prende la parola ricorda come il dibattito sul presidio sanitario in valle sia oramai decennale. «L’uniche cose che sono state aperte sono stati i cantieri, con centinaia di camion che transitano su e giù, di nuovo abbiamo solo i lavori del Terzo Valico e poi della Gronda».

    Interviene l’assessore alle politiche sociali del Comune di Genova Emanuela Fracassi: «Bisogna aumentare i momenti di concertazione sia con la popolazione, ma anche tra enti, per unire le energie tra sanità e sociale, tra comuni e Regione». Secondo molti, però, il problema è la tendenza “in auge” negli ultimi anni di accorpare grandi strutture sanitarie, per risparmiare risorse: la cosa ha due precipitati, da un lato si creano gli spazi per delle specializzazioni, ma dall’altro si fa “esplodere” il servizio alla persone, relegando nei territori solo alcuni servizi, accentrando il resto nelle grandi strutture.

    «Penso che la Valpolcevera abbia bisogno di una casa della salute che garantisca un’offerta più ampia possibile – conferma la vicepresidente e assessore regionale alla Sanità, Sonia Viale nel frattempo, il mio compito è rispondere ai bisogni di salute di oggi: per questo abbiamo razionalizzato l’esistente, Celesia e ex Pastorino. Il mio impegno però non termina con la conclusione dei lavori del Pastorino, nella consapevolezza che i bisogni di salute dei cittadini della Valpocevera devono avere risposte più articolate».

    L’incontro termina con la firma da parte dell’assessore Viale di un impegno sottoscritto con i sindacati per tornare a confrontarsi sulla questione “Casa della Salute”: in altre parole l’ennesimo rinvio. Può bastare questo per i cittadini della Valpolcevera?

  • Sampierdarena ha il suo “Blueprint”. Ecco i cinque punti per il rilancio della città nella città, tra sicurezza e qualità della vita

    Sampierdarena ha il suo “Blueprint”. Ecco i cinque punti per il rilancio della città nella città, tra sicurezza e qualità della vita

    san-benigno-sampierdarena-lungomare-canepa-terminal-wte-ponente-DI
    Sicurezza, infrastrutture, riqualificazione urbana, gestione dell’ambiente e valorizzazione culturale. Questi i cinque punti per la rinascita di Sampiedarena, la città nella città che da troppo tempo aspetta di essere “ricordata” dalla politica, sempre presente in campagna elettorale, ma poco nella quotidianità.
    Ne abbiamo parlato con Gianfranco Augusti, rappresentate delle “Officine Sampierdarenesi”, l’associazione che da anni lavora per il rilancio del quartiere che, per prima cosa, ci ha assicurato che le risposte verbali dei candidati alla carica di sindaco di Genova, alle “Officine” non basteranno: dovranno mettere nero su bianco le loro risposte attraverso un questionario che sarà distribuito durante gli incontri, poi, una volta eletto il primo cittadino, subito al lavoro per mettere in atto il “progetto cura” per il quartiere di ponente.
    Lo hanno definito il “Blue Print di Sampierdarena”, ma se non dovesse bastare, c’è chi pensa addirittura a un referendum per diventare un comune autonomo. In sintesi, le Officine non hanno intenzione di perdere tempo prezioso per riqualificare e valorizzare il quartiere ostaggio di degrado che invece avrebbe molto da offrire: «Se il prossimo ciclo amministrativo sarà come quello che si sta per concludere – spiega Gianfranco Angusti il quartiere è destinato a morire».
    Altro che grido d’allarme, c’è molto di più. Dati alla mano, circa il cinquanta per cento delle saracinesche si è abbassato, i problemi di sicurezza abbondano e il disagio sociale che ne consegue è ormai noto a tutti, tant’è vero che si è stilata una vera e propria mappa dei punti più caldi: nella zona di via Sampierdarena, via Pietro Chiesa e dintorni c’è il problema dei cosiddetti “circoli culturali” e della promiscuità tra prostitute e residenti, che si sta estendendo alla vicina via Buranello. In piazza Settembrini, piazza Montano e vie limitrofe, c’è il problema dei minimarket e dei bivacchi. E però con le parole si fa poco: «Abbiamo già incontrato Gianni Crivello, candidato per la coalizione di Centrosinistra, e assessore uscente della giunta Doria e Arcangelo Merella, candidato con la sua lista Ge9si – prosegue Angusti – nelle prossime ore incontreremo Luca Pirondini (M5S), poi sarà la volta di Marco Bucci per il Centrodestra e Paolo Putti della lista Chiamami Genova. A ciascuno di loro abbiamo presentato e presenteremo il nostro dossier con i cinque punti chiave per il rilancio di Sampierdarena“.
    via cantoreNon a caso il primo punto del programma delle Officine è proprio la sicurezza, protagonista assente della vita di quartiere: affare assai delicato, da trattare però con convinzione, esigendo il rispetto delle ordinanze sulla vendita di alcol e la limitazione delle nuove aperture di sale slot. Le infrastrutture avranno un ruolo fondamentale per il volto del ponente genovese che si appresta a cambiare, tra strada a mare, nodo ferroviario e porto. Servirà un monitoraggio serrato per evitare disagi anche gravi ai residenti, sia in fase di cantiere che a opere concluse. Il terzo punto del documento sarà centrale per il quartiere perché riguarda la riqualificazione urbana, legata con un filo rosso al rilancio dei negozi di vicinato. Valorizzare questo tipo di commercio e far sì che le saracinesche si alzino di nuovo sarà un obbiettivo base per il quartiere e per questo, sotto la lente di ingrandimento c’è il “bando periferie”, ovvero quei ventiquattro milioni di euro che serviranno per palazzo della Fortezza, piazza Tre Ponti, mercato, centro civico Buranello, mercato ovovaicolo del Campasso, ex biblioteca, Magazzini del sale ed ex deposito rimozioni di via San Pier d’Arena.
    Seguono a ruota la gestione dell’ambiente e del ciclo dei rifiuti e la valorizzazione culturale. Proprio quest’ultimo punto è particolarmente importante per le Officine, perché riguarda il teatro Modena, la Lanterna di Genova e il polo scolastico.«Basta interventi spot – dice ancora Angusti – questi cinque punti devono essere parte di un progetto globale che preveda innanzi tutto l’immediata bonifica della zona sotto tutti gli aspetti».
    I candidati alla carica di sindaco di Genova sono avvisati: subito dopo l’11 giugno si ritroveranno i sampierdarenesi a bussare alle porte di Tursi per esortare il prescelto a mantenere quanto promesso in campagna elettorale. Come a dire che immaginando i fasti del passato, che osservarne il rapido declino, si avrà la possibilità di gettare le basi di un quartiere tutto nuovo, con un cuore pulsante fatto di commercio, industria e vivibilità. «Se si rivelerà necessario non esiteremo a tornare in strada e a mettere in campo anche iniziative clamorose – conclude Angusti – questo luogo ha un’anima che dev’essere ritrovata, ma deve brillare di una luce diversa, evoluta. Ecco la Sampierdarena che vogliamo e che ci meritiamo».
    Nina Genta