Categoria: Oltre il Giardino

La rubrica di botanica di Era Superba: orti, terrazze, giardini… tutte le nozioni e le idee per il proprio spazio verde

  • Il Bosco Verticale: il primo grattacielo “verde” nella metropoli milanese

    Il Bosco Verticale: il primo grattacielo “verde” nella metropoli milanese

    1Questa settimana parleremo di un progetto, recentemente realizzato a Milano, in occasione dell’insieme dei lavori per l’Expo del 2015. Il grattacielo, appena terminato, a tutti noto con il nome di “Bosco Verticale” è firmato dall’architetto milanese Stefano Boeri e ha recentemente vinto il premio di edificio “più bello del mondo”. L’innovativo palazzo, situato nel quartiere meneghino di Porta Nuova, si è infatti aggiudicato, a Francoforte, l’International Highrise Award 2014, prevalendo su altri quattro finalisti: l’edificio ”De Rotterdam” disegnato da Rem Koolhaas, il ”One Central Park” di Sydney, il ”Renaissance Barcelona Fiera Hotel” entrambi progettati da Jean Nouvel ed il complesso cinese ”Sliced Porosity Block” di Chengdu, progettato da Steven Holl.

    2Il complesso milanese, entrato nella rosa dei finalisti insieme allo Shard di Renzo Piano, è composto da due torri residenziali alte, rispettivamente, 112 e 80 metri. La peculiarità principale dello stabile consiste proprio nella sua particolare struttura che ospita un grandissimo numero di terrazze e ben un centinaio di differenti specie vegetali: 800 alberi fra i 3 e i 9 metri di altezza, undicimila piante perenni e tappezzanti, cinquemila arbusti di varie dimensioni e migliaia di erbacee perenni. L’estensione complessiva dell’area a verde ammonta a ben 20.000 metri quadrati di bosco e sottobosco.

    3Questo grattacielo rappresenta il primo esempio in Italia, ed uno dei primi al mondo, di effettiva integrazione tra l’elemento naturale e quello umano. L’edificio si compone di numerosissimi piani e di un grande numero di terrazze, aggettanti verso l’esterno e profonde tanto da poter consentire il proliferare di arbusti ed alberi di medie dimensioni. Nell’idea del progettista, la natura avrebbe dovuto prevalere sul costruito, il verde delle piante sul grigio del cemento e dell’acciaio.

    4Nel corso di un’interessante conferenza sul progetto, cui ho potuto assistere, si è spesso sottolineata l’importanza del progetto come chiave di volta nel futuro edificare in modo ecologico. Tutto è stato infatti qui attentamente studiato e ponderato: la profondità e l’estensione dei vasconi, il tipo di terreno, il numero, la conformazione e la varietà delle piante scelte…

    5Queste ultime sono state infatti attentamente selezionate tra migliaia presenti in vivaio, tenute sotto osservazione (e persino talvolta testate nella galleria del vento!) per verificarne l’adattabilità al contesto ed alla crescita in verticale. Questi alberi saranno, negli anni a venire, curati e potati da tecnici specializzati in modo da potersi sviluppare al meglio. Ovviamente tutte le varietà impiegate devono essere molto resistenti, adattabili agli sbalzi di temperature, al sole, al forte vento ed al freddo invernale. La superficie a verde garantirà così una migliore protezione dello stabile dagli agenti atmosferici, con beneficio in termini di minore dispersione del calore in inverno e di maggiore refrigerio in estate.

    6Il progetto è assai avveniristico e pensato in modo tale da fare sì che l’area a verde “invecchi”, migliorando nel tempo ed modificandosi, come avrebbero fatto l’intonaco o altri materiali, con il passare degli anni. Proprio per garantire i migliori risultati manutentivi ed evitare che il progetto complessivo possa venire snaturato dai singoli comproprietari, la proprietà delle piante e la loro manutenzione restano condominiali.
    Solo nei prossimi decenni si potrà sapere se l’esperimento abbia dato effettivamente i risultati sperati e rappresenti una efficace fusione tra uomo e natura, tra costruito ed aria a verde. Per il momento, il Bosco Verticale costituisce una novità nel panorama internazionale ed è il primo significativo passo in avanti, in Italia, nella valorizzazione del verde nelle metropoli del nord del Paese.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • La High Line di New York: un parco di piante spontanee, sospeso tra i grattacieli

    La High Line di New York: un parco di piante spontanee, sospeso tra i grattacieli

    1Questa settimana e la prossima parleremo di due progetti, uno realizzato e l’altro ancora solo in fase progettuale, legati al “verde” ed alla metropoli per eccellenza, New York.
    Come noto, qualche anno fa è stato qui intrapreso un vasto ed innovativo progetto di riutilizzo di un troncone della rete ferroviaria dismessa, la West Side Line. In passato si erano formate diverse posizioni in merito a tale strada sopraelevata: molti erano favorevoli al suo abbattimento mentre altri pensavano invece che essa costituisse parte integrante del panorama metropolitano. Dopo aver più volte rischiato di essere abbattuta, essa è stata recentemente trasformata in un parco cittadino, sul modello di un simile progetto parigino, la Promenade plantée.

    2Lo schema progettuale si deve allo Studio Field Operations di James Corner ed agli architetti Diller Scofidio + Renfro, la parte più prettamente di design botanico è invece opera dell’olandese Piet Oudolf. Altri numerosi collaboratori si sono poi occupati dell’illuminotecnica e di correlati aspetti tecnici. Il parco è attualmente accessibile attraverso nove diversi ingressi e comprende un grandissimo numero di piante, ben 210.

    3Vi sono, infatti, tanto varietà di succulente quanto numerose erbacee perenni, arbusti e ciuffi di erbe (sul sito della High Line vi è l’elenco completo, suddiviso per i periodi di fioritura). E’ interessante notare che molte di queste sono state scelte tra quelle che spontaneamente avevano colonizzato la railway durante i suoi anni di abbandono. Tale scelta conferisce all’insieme un’aria naturale, prettamente “urbana” e permette, al tempo stesso, una gestione semplificata del progetto: poche potature, limitate esigenze colturali e soprattutto idriche.

    4Lo schema progettuale della High Line si ispira ad un paesaggio che si auto propaga per seme e che si è naturalizzato da solo nei venticinque anni di disuso della linea ferroviaria. Tutte le specie sono state specificamente scelte per la loro resistenza, oltre che per il loro variegato impatto cromatico e volumetrico. Si tratta quindi di un progetto avveniristico, a basso impatto ambientale e che permette di cogliere, dall’alto e quindi da una prospettiva inusuale, splendidi scorci sulla città circostante e sul vicino fiume Hudson.

    5In questo caso il “verde”, oltre alla funzione estetica e di miglioramento delle condizioni abitative, è divenuto importante motore di sviluppo dell’intera area urbana. La High Line è, infatti, passata da desolato troncone in cemento armato a frequentata attrazione turistica, sistematicamente percorsa tanto da turisti che dagli stessi newyorkesi. La valorizzazione del tracciato in disuso ha garantito una rivalutazione (soprattutto in termini di vivibilità, oltre che economici) dei quartieri che attraversa e degli immobili che su di essa si affacciano.

    E’, al tempo stesso, luogo per passeggiate, per esposizioni e polo turistico, tanto che numerose altre città americane, tra cui Philadelphia, St Louis e Chicago, stanno progettando analoghi riutilizzi di similari infrastrutture stradali. Tale è il successo di questa realizzazione “verde” che persino le fondazioni dei più noti musei cittadini sono ora interessate a collocare loro nuove sedi affianco di questa arteria sopraelevata, popolata di alberi, piante e cespugli. In particolare il Whitney Museum ha recentemente affidato il progetto dell’edificio, destinato all’esposizione dell’arte americana, a Renzo Piano, che dovrebbe essere pronto già per il 2015.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • I “cacciatori di piante”: dopo il furto della rarissima ninfea a Londra, un excursus fra i ladri più celebri di sempre

    I “cacciatori di piante”: dopo il furto della rarissima ninfea a Londra, un excursus fra i ladri più celebri di sempre

    JY0C3858.jpgGiovedì 09 gennaio 2014 è una data qualsiasi, tranne nel mondo della botanica e nei più famosi giardini e centri di ricerca internazionali. Ai celeberrimi Kew Gardens di Londra è stata infatti rubata, nonostante la grandissima attenzione riservatale e le notevoli misure di sicurezza, la più rara ninfea esistente sul Pianeta. La Nymphea Thermarum è una pianta minuscola, particolarissima, rarissima, completamente estinta in natura, dove è stata vista in vita ed allo stato spontaneo, per l’ultima volta, in Rwanda nel 2008. La sua riproduzione in cattività ha richiesto enormi sforzi, grandi investimenti economici ed è riuscita, dopo un lungo processo, partendo da alcuni suoi semi, faticosamente recuperati dopo rocambolesche avventure.

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    Il mondo delle piante rare è una realtà a sé, fatta di collezionisti disposti a sborsare cifre inimmaginabili pur di possedere varietà esclusive o uniche, di scambi tra appassionati di semi e talee, di viaggi ai confini del Pianeta, sulle vette Hmalayane, nei deserti e nelle foreste tropicali, di corruzione e di amicizie altolocate.

    3Tra competizioni dissennate e grandi rischi personali, il celebre “cacciatore di piante” Hooker importò, ad esempio, clandestinamente in Gran Bretagna ben 7.000 specie rarissime, tra cui 25 spettacolari rododendri giganti. Tutto questo dopo una spedizione di due anni sulle vette tibetane e dopo essere stato imprigionato, per questi reati, dal Re del Sikkim. Alcuni appassionati ed avventurosi esploratori vennero addirittura uccisi a colpi di rivoltella, altri espulsi da alcuni Paesi come spie con il divieto assoluto di rientrarvi in futuro. La stessa smodata passione per i tulipani si basò, nel Seicento, sul furto reiterato (e quasi “autorizzato”) di rarissimi, e allora semi ignoti, bulbi dal giardino di Leida del famoso botanico di nome Carolus Clusius. Essi erano stati, a loro volta, generosamente concessi, nell’ambito di delicate trattative internazionali, a diplomatici stranieri da altolocati membri della Corte Ottomana.

    Nymphaea thermarum water lilyGli stessi Kew Gardens pagarono, nel 1876, la favolosa somma di ben settecento sterline a Henry Wickham per migliaia di semi dell’albero della gomma che egli aveva sottratto nelle foreste amazzoniche. In Brasile, per questi reati, egli venne ribattezzato il “Principe dei Ladri” e persino il “Carnefice dell’Amazzonia”. Pochi anni dopo, lo stesso Wicham venne però poi investito di un Cavalierato dal Re Giorgio V per “i servizi resi all’industria della gomma”…

    Il paradosso è che certe specie rarissime, quasi estinte in natura e di immenso valore sul mercato (gli esperti hanno valutato che se si vendessero le piantine della Ninfea rubata a sole 5 sterline l’una, a fronte di richieste di svariate migliaia e migliaia di domande, si ricaverebbero profitti milionari), queste stesse non hanno quasi tutela nei loro Paesi di origine. Ad esempio, vi sono sulle Ande Peruviane orchidee rarissime e quasi scomparse nel loro habitat naturale, a tutt’oggi prive di ogni salvaguardia. Se qualcuno provasse a toccarle per riprodurle e salvarle dall’estinzione certa ed imminente sarebbe subito incarcerato, tuttavia i coltivatori locali possono, bruciando i loro campi, distruggere, rimanendo completamente impuniti, gli ultimi preziosi esemplari esistenti.

    JY0C4048.jpgUn appassionato scienziato dei Kew Gardens, tanto dedito da aver coltivato una Zanthoxylum Paniculatum delle Mauritius, unico esemplare rimasto su tutto il Pianeta, per ben ventotto anni senza che producesse mai un solo frutto, trae, di fronte all’interlocutore incredulo e che non comprende fino in fondo il problema, queste conclusioni.
    Per poter capire, egli precisa, servono attenzione e grande sensibilità: ciascun cromosoma è una lettera, ciascun gene una parola, ciascun organismo vivente è un libro. Ogni pianta che si estingue contiene parole che sono riportate solo in quel dato “libro vegetale”. La maggior parte delle scienze mediche, di grandi scoperte tecnologiche e farmacologiche derivano proprio dalle piante. Ogni varietà che muore, ogni “libro” che si perde ed ogni linguaggio che viene meno implica perciò il perdersi di un senso delle cose che non sarà mai compreso. Stiamo quindi “bruciando”, con la dissennata distruzione di molte specie vegetali (ed animali), intere biblioteche di volumi sulla Natura che nessuno potrà mai più scrivere. Ed infine e più prosaicamente come avrebbero potuto esistere i testi di Shakespeare senza le rose o i quadri di Monet senza le ninfee?

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Viaggio nella Francia del sud e a Parigi: muri di piante e pareti verdi

    Viaggio nella Francia del sud e a Parigi: muri di piante e pareti verdi

    1Abbiamo già parlato, in un nostro precedente articolo, della tecnica di realizzazione dei tetti e dei muri verdi. Questa “tendenza” si è diffusa moltissimo negli ultimi anni, specie nelle grandi metropoli, tanto in Europa che negli Stati Uniti d’America e persino nei Paesi asiatici emergenti. In generale, queste progettazioni vengono utilizzate principalmente all’esterno, in luoghi spesso impensati. Quest’estate ad esempio ho molto apprezzato una particolare applicazione progettuale nel sud della Francia.

    In prossimità del porto di imbarco per le isole Porquerolles, vi è un lunghissimo muro divisorio, alto un paio di metri. Posto tra la strada e le proprietà private, è stato ricoperto di una fitta rete metallica, di un substrato di terriccio ed è ora popolato di migliaia di piantine, principalmente autoctone e mediterranee. D’estate l’insieme è davvero suggestivo, colorato ed inusuale. Anche uno spazio pubblico può quindi essere destinatario di questa tecnica di impianto che, una volta realizzata, sembra garantire risultati sorprendenti ed una bassa (data l’estensione del muro!) manutenzione.

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    Sempre in tema, ho letto di recente un articolo che mi ha incuriosito. Non avevo, infatti, ancora visto realizzare simili opere a “verde” in un contesto privato. In Francia, per la precisione a Parigi, un progettista ha voluto sottolineare l’interazione tra interno ed esterno tramite un inusuale impiego della tecnica delle pareti verdi.

    Il risultato finale lascia l’osservatore davvero colpito e quasi basito. In un edificio di fine Settecento il proprietario ha ricavato la propria abitazione che si affaccia su di un cortile interno. Quest’ultimo è stato arredato come un salotto ottocentesco, con tanto di camino, specchiera e classico orologio. Il tutto contrasta però con una rigogliosa parete verde che ad esso fa da sfondo, in cui crescono Heuchere, Bergenie, Felci, Edere e molte altre varietà di erbacee perenni.

    3Queste piante sono state scelte, secondo precisi criteri progettuali, per la loro adattabilità e per il loro cromatismo. Sono tra loro frammiste, mescolate secondo uno schema preciso. Creano contrasti di colori e di forme, sfruttando non solo le colorazioni ma anche le diverse fogge e le estensioni variabili delle foglie (strette, lunghe, larghe, aghiformi…). Il cortile è poi visibile da varie angolazioni e da molti punti di vista, un po’ come nelle “ville” romane e nei monasteri medioevali diventa il centro della casa.

    4Le vetrate in cristallo permettono infatti di valorizzare l’elemento vegetale, rendendo la Natura presente anche nel cuore di un appartamento cittadino. Il progetto stupisce lo spettatore con un fantasioso contrasto tra disegnato e costruito ed elemento vegetale spontaneo e naturale: l’istallazione non passa di certo inosservata. È la dimostrazione (forse estrema) che, anche grazie alle moderne tecniche progettuali ed agli attuali terreni di coltura, il “verde” si può adattare a tutto, crescere (e fiorire!) davvero dappertutto, persino nel pieno centro di una metropoli, nel buio di un cortile interno.

     

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • “Land Art”alla Torre di Londra: papaveri in ceramica per i caduti della Grande Guerra

    “Land Art”alla Torre di Londra: papaveri in ceramica per i caduti della Grande Guerra

    papaveri-torre-londra-1Ho recentemente letto un interessante articolo, relativo ad una opera che potremmo definire di Land Art, progettata ed installata in un famoso parco storico del Regno Unito. L’intervento, realizzato per celebrare in giorno in cui la Gran Bretagna è entrata nel Primo Conflitto Mondiale, non impiega piante vere e proprie. Si tratta invece di una particolare e grandiosa installazione composta di elementi artificiali e sita nel giardino della Torre di Londra. Qui è stata infatti collocata, per le commemorazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale, una infinita moltitudine di fiori di papavero in ceramica.

    papaveri-torre-londra-2Perfetti nella loro rustica semplicità per un maniero medioevale. In particolare, sono stati posizionati, su disegno del designer teatrale Tom Piper, l’incredibile numero di ben 888.246 fiori del ceramista britannico Paul Cummins. Essi rimarranno in loco per un po’ di tempo per essere poi venduti in beneficienza. Tutti i membri della Famiglia Reale hanno personalmente partecipato all’evento e provveduto a collocare i loro papaveri tra quelli già in loco.

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    Come si può vedere dalle fotografie, l’effetto è assolutamente spettacolare, le migliaia e migliaia di fiori spiccano, a contrasto con le mura grigie del maniero medioevale e sul verde intenso e piatto dei prati circostanti i torrioni del castello. Osservando dall’alto della cinta muraria, le onde scarlatte appaiono ancora più evidenti e lasciano la spettatore incredulo di fronte alla peculiarità ed originalità della realizzazione. L’effetto è ancora amplificato se si pensa che ciascun papavero, dalle effimere corolle increspate, rappresenta un soldato britannico o del Commonwealth, ucciso in azione tra il 1914 ed il 1918.

    papaveri-torre-londra-4Questa installazione, seppure solo temporanea, dimostra come l’elemento vegetale, vivo o riprodotto nei più diversi materiali ed inserito nei vari contesti, possa modificare completamente, nel visitatore, l’usuale percezione dei luoghi conosciuti. La Torre di Londra, inserita nel cuore di una moderna metropoli internazionale, appare infatti, per effetto del progetto, in una luce totalmente diversa. Spunta, solitaria nel costruito, grigia ed altera nel bel mezzo di un prato scarlatto, su di un irreale fondo verde smeraldo. Su di essa volano, cupi e teatrali, gli enormi corvi imperiali neri, alla cui sopravvivenza sarebbero legate, in base ad una antica leggenda, le sorti della Monarchia Inglese e di tutto il Regno.

    Più che di fronte ad un celeberrimo monumento od ad un semplice maniero medioevale, l’osservatore ha così, per il breve periodo di durata dell’istallazione, l’effimera percezione di trovarsi di fronte ad un castello immaginario, fuori del tempo e sbucato di colpo da un mondo fiabesco.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • I giardini di Venezia: terreni sottratti alla Laguna, piante esotiche da tutto il mondo

    I giardini di Venezia: terreni sottratti alla Laguna, piante esotiche da tutto il mondo

    giardini-di-venezia-1In generale quando si pensa a Venezia, viene immediatamente in mente il mare, la Laguna, l’acqua ed un intricato labirinto di calle su cui si affacciano i palazzi cittadini. In questo panorama, passa, apparentemente, in secondo piano il Verde. Durante una mia vacanza di qualche anno fa, ho avuto modo di capire quanto siano invece numerosi, e spesso segreti, i giardini della Serenissima. Un po’ come in altre città italiane, Genova in particolare, a Venezia alberi, arbusti e cespugli si celano, spesso volutamente, tra gli edifici. Serve uno sguardo attento (e buone amicizie!) per poter cogliere il ricco insieme che si nasconde sulle terrazze e nei giardini interni ai palazzi.

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    Sin dai tempi più remoti la città, grazie ai commerci con l’Oriente, ha importato numerosissime e particolari varietà di piante, per lo più sconosciute altrove. In particolare preziose ed inusuali erbe aromatiche, moltissime varietà di rose, di oleandri e molti rampicanti profumati sono sempre stati assai apprezzati ed utilizzati.

    I giardini veneziani sono poi, tra loro, estremamente diversi, si passa da quelli classici ai moderni, dagli articolati ai linearissimi, dai barocchi a quelli essenziali. Si spazia dal labirinto del monastero di San Giorgio Maggiore, dedicato dalla Fondazione Cini a Borges nel 2011, all‘orto-giardino con ulivi del monastero del Redentore dei francescani (così impostato per ricordare il luogo di nascita di San Francesco d’Assisi), al parco barocco di Palazzo Barnabò con fontane, statue ed un incredibile affaccio sui canali, all’inaspettato bosco “selvaggio” di Palazzo Soranzo, fino alla stupefacente e vagamente nipponica semplicità concettuale del giardino di Carlo Scarpa della Fondazione Querini Stampalia…

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    Stanti gli spazi limitati, i veneziani hanno poi sempre sfruttato, per i loro giardini, la ricca campagna intorno alla città. Le enormi ricchezze provenienti dai traffici marittimi sono state investite in numerosissime tenute campestri in cui l’estetica sposava le esigenze dalla produzione agricola. Poste a poca distanza della città, queste proprietà erano abbellite da lussureggianti giardini.

    Per citarne solo uno, si pensi allo splendido parco barocco (uno dei più belli d’Italia!) di Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani, giunto sino a noi quasi immutato. Le infinite controversie legali, succedutesi nei secoli, tra eredi legittimi o meno, in merito alla proprietà della tenuta ed allo sconfinato patrimonio familiare, economico, artistico e paesaggistico, hanno infatti provvidenzialmente “congelato” il giardino nel tempo.

    giardini-di-venezia-4Venezia e le ville venete sono strettamente legate e rappresentano quindi un percorso integrato che merita di essere scoperto perché offre un variegato insieme di giardini, molto differenti tra loro per caratteristiche e peculiarità. Tanto quelli di città sono, in genere, piccoli, articolati e spesso “intricati”, quanto quelli in campagna sono invece estesi fino a perdita d’occhio, caratterizzati da prati, alberi secolari e da filari di statue a sottolinearne le sconfinate dimensioni. Nei primi predominerà il profumo ed il colore di rose, rampicanti e varietà esotiche, nei secondi la luce ed il verde chiaro dell’erba che si perde, all’infinito, nella campagna pianeggiante.

    In tutti, dominerà però sempre l’acqua, si tratti delle calle veneziane su cui si affacciano i cortili ed i giardini cittadini o di quella dei canali dei parchi. Ovunque vi è un susseguirsi di fontane tese ad abbellire il paesaggio, estenderne le dimensioni, valorizzare le alberature e le tenute barocche, che si riflettono nelle vasche. L’acqua ha, nel giardino veneto, però soprattutto un valore simbolico: ricorda il Mare, solcato per i traffici con paesi lontani. Rappresenta in sintesi l’elemento su cui si fonda tutta la fortuna e la grandezza della città.

    A Venezia l’acqua nutre parchi e giardini ma, al tempo stesso, mina le fondamenta dei palazzi, che su di essa galleggiano. Rappresenta quindi l’origine della Serenissima, l’inizio e la fine. È la fonte delle passate ricchezze terrene ma ricorda sempre quanto queste ultime “scorrano” e siano fugaci.

     

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  • L’Anemone Giapponese: fiori autunnali increspati rosa tenue o bianco puro

    L’Anemone Giapponese: fiori autunnali increspati rosa tenue o bianco puro

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    Nell’articolo di questa settimana parleremo di una pianta estremamente particolare ma facilmente coltivabile: l’Anemone Giapponese. Con questo termine generico si individuano più correttamente una serie di specie di anemoni a fioritura autunnale, originari della Cina e dell’Oriente in generale, tra cui l’Anemone Hupehensis, l’Anemone Vitifolium e l’Anemone Tomentosa. Tutte queste tipologie appartengono alla grande famiglia delle Ranuncolaceae.

    anemone-giapponese (2)La pianta è elegante e poco diffusa, specie in Italia. Cresce spontanea in zone a clima temperato, in terreni preferibilmente leggeri e, in natura, soprattutto in aree montuose o collinari.
    Non soffre le malattie, non richiede cure particolari e predilige zone semi ombrose o comunque non troppo esposte al sole. In generale dovrebbe mantenere per alcuni mesi la parte vegetativa, composta di alte foglie ombrelliformi di un particolare verde spento, un po’ grigiastre e leggermente corrugate. In realtà nelle stagioni avverse o troppo secche (specie nell’area mediterranea, nella piena estate) questo Anemone tende a scomparire, in particolare le foglie periscono o diventano brunastre.

    anemone-giapponese (3)In autunno, alle prime piogge, l’Anemone riprende però a vegetare, di improvviso ed in modo assai vigoroso. Incredibilmente, dal terreno spuntano nel giro di pochissimi giorni, vigorosi getti di foglie e, poco dopo, eleganti e sofisticati fiori crespati, di un pallido rosa o bianco puri.

    Come avrete capito, la pianta è molto particolare: generalmente fiorisce dopo alcuni anni dalla sua piantagione e mal sopporta trapianti o spostamenti. Nel caso venga spostata dal luogo in cui è cresciuta, spesso non fiorisce per una o più stagioni successive all’espianto.
    L’Anemone Giapponese dà poi i migliori risultati se collocato in terra piena, in vaso stenta ad accrescersi e non si sviluppa né fiorisce in modo rigoglioso.

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    L’ideale è creare macchie di numerose piante dello stesso colore e di grandi dimensioni, da lasciare indisturbate a diffondersi ed “inselvatichirsi” nei prati e nei giardini. Le fioriture saranno davvero spettacolari, di colori assolutamente inusuali e cadranno nel periodo tardo estivo, inizio autunnale in cui vi sono poche altre varietà dalle intense fioriture.

    Sia la colorazione dei numerosi fiori, raggruppati su steli alti anche ottanta centimetri che la loro particolare conformazione, dai petali semplici o doppi, increspati, attorno ai pistilli giallo oro intenso, colpiscono l’osservatore.

    anemone-giapponese (5)Grandi onde rosa spento o bianco puro, su foglie grigio verdastre spiccano, nella particolare luce di inizio autunno, sul suolo brullo ed un po’ “stanco” dopo la calura estiva.
    Consiglio senza dubbio l’impiego di questo particolare Anemone, ancora meno noto e diffuso di quelli primaverili (peraltro già poco presenti nei nostri giardini) con una unica accortezza. Si utilizzi la pianta frammista ad altre essenze, erbacee perenni od altro che colmino gli spazi lasciati liberi dagli Anemoni Giapponesi durante l’apice torrido dell’estate ed il pieno inverno.
    Non cercate infine di addomesticare o controllare questa pianta, otterreste il risultato opposto. È un po’ bizzarra, spunta, compare e scompare come e quando vuole. La sua leggiadra, improvvisa e sofisticata fioritura ripaga però ampiamente il suo coltivatore, necessariamente dimentico per molti mesi di questa stravagante varietà di Anemone.

     

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  • Bhutan, i giardini dell’ultimo regno Himalayano indipendente

    Bhutan, i giardini dell’ultimo regno Himalayano indipendente

    bhutan-1Sono recentemente tornato da un Paese lontano e remoto, tanto nello spazio che nel tempo, in cui nessuna delle nostre regole ed abitudini ha un senso. In Buthan il tempo è sospeso, sembra non siano trascorse le ere e tutto è, contemporaneamente, immobile eppure in inesorabile movimento. Ogni azione è complessa e costa enorme fatica. Tutto è estremo: l’altitudine, il clima, l’assenza di macchinari ed attrezzature moderne rendono il lavoro nei campi e nei giardini esclusivamente manuale. I frutti del terreno ed i fiori sono diversi dai nostri, per colori, profumi, dimensioni, forme e spuntano con fatica nei campi sottratti alle aspre montagne e nei rari giardini. Resistono e proliferano nonostante gli sbalzi estremi di temperatura, i venti Himalayani, le correnti e le torrenziali piogge dell’estate in cui imperano, costanti ma improvvisi, i monsoni. Verdura, frutta e le fioriture sono eccezionali per quantità e qualità e sono una faticosa vittoria dell’uomo sulla natura.

    bhutan-2In un simile contesto, sospeso in un’epoca ancora pienamente medioevale, vi è spazio solo per l’essenziale e l’indispensabile. Nessuna velleità è concessa, se si tentasse verrebbe subito vanificata dagli eventi. Non esistono giardini strutturati secondo la concezione occidentale, i progetti ambiziosi sono impraticabili né vi può essere una precisa suddivisione architettonica degli spazi, applicata su larga scala. Lo stesso concetto di benessere è qui totalmente diverso dal nostro. È una dimensione non economica, prettamente umana, astratta e che permea tutti gli aspetti della vita.

    bhutan-3Non vi sono, in alcun campo, possibilità di mediazioni. Nella maggior parte dei casi, non vi è quindi né spazio né modo per distinguere l’orto dal giardino, le aree destinate alla coltivazione da un vero e proprio spazio verde. A parte il parco del palazzo reale, assolutamente inaccessibile, non fotografabile neppure da lontano e di impianto più simile alla nostra concezione di giardino, tutto è minimale e scarno. L’estrema semplicità non significa che gli spazi risultino spogli o poveri. Le dimensioni ed i risultati sono qui prettamente mentali, ogni singola foglia è una conquista.

    bhutan-4Nei giardini, i fiori spontanei o diffusi anche nella natura circostante si mescolano alle fioriture dei piselli, delle zucchine, delle zucche ed ai numerosissimi girasoli, qui impiegati non tanto per i colori e le corolle sgargianti quanto per la raccolta dei loro semi. I meli sono ovunque, producono, su alberi di piccole dimensioni, dai tronchi e dai rami contorti e coperti di muschio, succose mele rosso profondo. Anche i banani spuntano, improvvisi e lussureggianti, nel paesaggio. I frutti, piccoli e dolcissimi, colorano di giallo intenso le valli dalle foreste tropicali. Il riso, qui dai chicchi rossi e dalle foglie verde smeraldo intensissimo, ammanta con la consistenza di un soffice muschio i pendii, ricordando l’estremo oriente. Infine, lunghe liane di licheni, decine di varietà di felci dalle foglie fittamente frastagliate e coloratissime orchidee popolano i rami degli alberi.

    bhutan-5Soltanto grandi gruppi di Canna Indica, numerose e semplici varietà di Dahlie, ciuffi di erbacee perenni e di Anemoni Giapponesi si frammezzano a piante spontanee, strani cespugli dalle bacche colorate, tipici solo di questa parte del mondo ed i cui nomi sono ignoti ed esotici per gli europei.

    Anche nei monasteri, l’impianto dei “giardini” è ridotto al minimo, ad una dimensione meditativa e prettamente spirituale. Lo spazio è caratterizzato da uno o più alberi millenari, scabri e quasi spogli, dai pochi rami o dagli sparuti ciuffi di foglie sui maestosi tronchi scuri. Imponenti, sembrano faticosamente sopravvivere sospesi tra un suolo, scavato dalle piogge torrenziali, rosso sangue, le rarefatte nubi e le nebbioline a mezz’aria. Qualche isolato arbusto dalle spettacolari fioriture gialle scintillanti o rosso scarlatto interrompe le balze di erba irregolare che si piega al vento, spesso sferzante. Talvolta vi è qualche inaspettata Bougainvillae, dai tronchi intricati ed incrociati, che sembra sopravvissuta, nella sua stanca fioritura violacea, abbarbicandosi spossata agli alberi vicini.

    bhutan-6La voluta e necessitata scabra semplicità dei giardini rispecchia il profilo aguzzo delle montagne, gli spazi sottratti a fatica alle pendici dei monti, le impetuose correnti e le nubi sfatte dai venti e vagabondanti, rarefatte, a mezz’aria.

    Solo in questo immobilismo, lontano dal resto del mondo, tra vette irraggiungibili, giardini di arroccati monasteri millenari ed in un silenzio puro ed assoluto, si percepisce, nell’imperturbabile distacco, l’irrequieta tensione sottostante alla natura ed a tutte le cose.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • The Garden Bridge, Londra. Il ponte verde, un progetto avveniristico

    The Garden Bridge, Londra. Il ponte verde, un progetto avveniristico

    1gardenbridgeOltre il giardino riprende dopo la pausa estiva parlandovi di un nuovo ed avveniristico progetto nella città di Londra. Tanto a Parigi quanto a New York fervono ultimamente nuove realizzazioni “verdi” ma la capitale inglese non è, in questo campo, seconda a nessuna altra città.
    The Garden Bridge dovrebbe essere costruito a breve (i lavori dovrebbero iniziare nella primavera del prossimo anno) come ponte sul Tamigi, da percorrere solo a piedi e completamente ricoperto di alberi ed arbusti. Galleggerà sull’acqua del fiume, congiungendo la zona di Temple Station al South Bank. Se si guarda a volo d’uccello il susseguirsi dei ponti londinesi, vi è infatti sempre un ritmo ed una continuità, ma, tra Waterloo e Blackfriars, c’è ancora una lacuna. Per colmarla, è stato ideato proprio The Garden Bridge.

    2gardenbridgeNell’idea dei progettisti il ponte dovrebbe apparire come un verde giardino, affacciato sull’acqua dove, pur nel pieno centro di una moderna metropoli, perdersi tra gli alberi, sentire gli uccelli cantare nell’erba popolata di insetti. Per sottolineare il carattere naturale del ponte, i suoi sostegni saranno costituiti da due sole enormi colonne costolate. Queste spunteranno dall’acqua ed emuleranno grandi tronchi, ripartiti in rami a sorreggere tutta la struttura. Saranno realizzati in cupronickel in quanto questo materiale acquista, nel tempo, un patina brunastra particolare, senza richiedere manutenzioni specifiche e senza diventare troppo scuro.

    3gardenbridge

    Per accentuare l’idea di perdersi in un verde parco, si è deciso che i percorsi pedonali saranno zizzaganti tra gli alberi, i prati e gli arbusti, senza che da una parte sia possibile scorgere l’altro lato del ponte. Vi saranno poi numerosi affacci, per tutta l’estensione della struttura, da cui poter apprezzare, da una nuova prospettiva, particolari scorci della città.

    4gardenbridgeCome schema base, si è deciso di utilizzare le essenze vegetali in modo da dare continuità all’insieme, senza che il giardino risulti un campionario botanico, con alcune varietà peculiari e tipiche sia della città di Londra che delle banchine del Tamigi. Gli alberi dovranno poi essere estremamente flessibili ed adattabili per assecondare i forti venti. Tutte le piante scelte dovranno essere quelle giuste in modo da potersi sviluppare al meglio e da abbattere i costi di gestione e manutenzione nel tempo.

    5gardenbridgeDal punto di vista del “landscape design”, l’approccio mirerà ad esaltare l’aspetto naturale e “selvatico” dell’insieme. L’attraversamento del ponte costituirà un viaggio nel “verde”, suddiviso in cinque diversi capitoli. Si comincerà da South Bank con piante ed alberi che avrebbero potuto essere autoctoni in quella zona del Tamigi, essenze spontanee come collegamento ideale con le aree umide della banchina del fiume. Seguirà una zona con alberi di grandi dimensioni, che potranno svilupparsi grazie ad un terreno profondo alcuni metri. Vi sarà poi un’ampia area, più luminosa, soleggiata ed esposta, dove cresceranno piante di tipo mediterraneo: pini, mirti e rosmarini. Si passerà ad un prato popolato di gelsi, di querce e meli, piante diffuse nella parte più antica della città, posta sulla banchina a nord. Il capitolo finale, proprio prima di raggiungere Temple, sarà tipicamente boscoso ed evocherà i parchi spontanei vittoriani.
    Nell’idea dei progettisti sarà una Londra, da percorrere a piedi e con lentezza, sempre nuova ed incorniciata da alberi, da cogliere sospesi sull’acqua da un innovativo ponte “verde”.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Quando casa e giardino diventano una cosa sola, progettare il proprio spazio verde

    Quando casa e giardino diventano una cosa sola, progettare il proprio spazio verde

    giardino (2)

    Ho recentemente letto un interessante articolo di un architetto e paesaggista in cui si raccontava l’evolversi del progetto di realizzazione della propria abitazione e del relativo giardino. Il progettista sottolineava l’importanza di immaginare l’insieme dell’edificato e dello spazio a verde come un unico complesso, in cui le due parti costituiscono reciproco completamento e valorizzazione l’una dell’altra.

    Ho sempre pensato che le cose stessero così e che invece, spesso, le realizzazioni di giardini prescindano troppo, magari per assecondare i gusti della committenza, dai luoghi di loro inserimento. L’utilizzo di specie autoctone, o similari a quelle presenti in natura, e la ricerca di uno stile affine a quello degli edifici circostanti creano invece continuità tra esterno ed interno, dilatano gli spazi e rendono il tutto completo e molto soddisfacente da un punto di vista estetico.

    giardino (3)Traendo proprio spunto dalle parole dell’autore del progetto, si evince che questo giardino è stato ideato insieme alla casa e ritenuto tanto importante quanto l’edificio stesso. Da un verde prato è stato ritagliato, innanzi tutto e prima di tutto, uno spazio a verde in cui la villa è stata, poi, armonicamente inserita. L’uno sembra la naturale e spontanea estensione dell’altra. Ogni pianta ed aiuola non avrebbe potuto essere piantata o disposta che in quella esatta posizione ed in nessun’altra.

    Come spesso accade nella progettazione dei giardini, allontanandosi dall’edificio l’impianto del verde “sfuma” e l’impiego delle piante diventa, via via, più spontaneo e naturale fino a far apparire l’insieme volutamente “incolto”.

    giardino (4)Il rapporto organico con il contesto, la percezione della luce, la studiata geometria di aperture e movimenti nelle facciate, le suddivisioni armoniche negli ambienti interni, la piscina strettamente compenetrata alle singole stanze, sono poi tutti elementi di chiara ispirazione ed impianto architettonici.

    Nel progetto complessivo, si legge infatti l’influenza dello stile progettuale di Mies Van Der Rohe, cui si richiama l’autore anche nella sua descrizione orale del progetto. In particolare, si rimanda alla famosa lezione, attualizzata ai tempi moderni ed al contesto, del “Less is more” che caratterizza l’architettura californiana degli anni ‘50.

    giardino (5)Un progetto quindi per sottrazione e semplificazione, in cui il verde è il vero protagonista di ogni “stanza”, interna ed esterna. Quest’ultimo si riflette sulle vetrate in cristallo, completa i vuoti, sottolinea i volumi e si scorge, nelle diverse forme e colorazioni dovute al variare delle stagioni, da tutte i vani della casa con prospettive inaspettate e sempre mutevoli.

    Graminacee, felci e bambù sono stati quindi attentamente inseriti per completare, come si sarebbe fatto con gli elementi di arredo per gli interni, l’infilata delle “stanze” ritagliate nel verde, all’esterno. Sono tutte piante accomunate dalle limitate esigenze colturali, dalla rapida crescita e frugalissime. Prosperano quasi da sole e hanno un portamento naturale, oculatamente scelte per un progetto complesso, contemporaneo ed attento alle problematiche ambientali e di manutenzione.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Trasformare il davanzale in uno spazio verde, consigli per la coltivazione in piccole cassette

    Trasformare il davanzale in uno spazio verde, consigli per la coltivazione in piccole cassette

    giardino-cassette-1Spesso in città si dispone di poco spazio o quello sulle finestre potrebbe, apparentemente, non consentire alle piante ed ai rampicanti di svilupparsi in modo adeguato. In realtà, se si opta per le varietà giuste, anche la collocazione più ombrosa e meno felice può riservare notevoli sorprese.

    Dopo aver letto di recente un articolo su alcuni paesaggisti, ho visitato i loro siti internet e ho avuto conferma delle mie esperienze personali. In particolare, un progettista ha dedicato una sezione del suo sito alle realizzazioni a verde negli spazi limitati. Le fotografie ivi pubblicate sono particolarmente interessanti e dimostrano che, specie nelle grandi città, si presti attenzione alla valorizzazione delle piccole aree disponibili. Più l’area è limitata e sacrificata più il lavoro progettuale si complica. Sono infatti necessarie doti estetiche, ampie conoscenze botaniche e competenze tecniche per sfruttare il poco terreno o per fare sviluppare adeguatamente e senza troppa manutenzione, in piccole cassette, le più disparate essenze vegetali.

    giardino-cassette-2Se la posizione è assolata e si possono collocare solo vasi di dimensioni molto limitate o comunque contenenti poco terreno, la soluzione migliore sono senza dubbio le piante succulente. In particolare i Sedum, nelle loro infinite varietà, garantiscono la produzione di cespuglietti dalle molteplici forme, con foglie molto variegate e dalle colorazioni che vanno dal verde intenso, al grigiastro, al marrone brunastro, fino al verde rossastro. Le loro esigenze colturali sono minime e ci si può persino “dimenticare” per qualche mese delle piante senza che l’insieme ne risenta troppo. Le infiorescenze, sebbene piccole, sono esteticamente apprezzabili e si presentano nelle varianti del giallo intenso, del bianco puro o talvolta del rosa-rosso.

    giardino-cassette-3L’impiego delle essenze aromatiche richiede invece un po’ più di cura ma garantisce sempre ottimi risultati. Rosmarino, erba salvia, timo, lavande, menta, persino basilico o prezzemolo oppure le differenti varietà di ginepro producono piccoli cespugli dai verdi più svariati e piccole infiorescenze che, negli spazi ridotti, si notano e rallegrano l’insieme.

    Nel contesto cittadino, spicca poi l’utilizzo delle felci e del capelvenere. Queste piante sono, infatti, perfette per l’uso in spazi limitati: sono duttili, non richiedono cure particolari e soprattutto crescono bene all’ombra ed all’umido (ad esempio nei cortili interni o sulle finestre poco esposte al sole).

    Nelle immagini qui riprodotte, si può inoltre notare l’utilizzo di essenze vegetali insolite o comunque poco impiegate. Le foglie verde chiaro e molli delle africane Calle (Zantedeschia) o di giovani piante di Alocasia (nei climi temperati) o dell’Aucuba, in contrasto con quelle un po’ stellate e lobate della Aralia, con quelle lanceolate della quasi indistruttibile Aspidistra (meglio negli esemplari giovani e di piccole dimensioni) o della Hosta dalla spighe floreali blu, possono, mescolate ad edere ed altre essenze, trasformare pochi centimetri di davanzale in un vero e proprio, articolato spazio verde. Come si evince dalle fotografie, questa piccola cortina vegetale migliora, con poco sforzo e manutenzione assai ridotta, la percezione dell’esterno, conferendo profondità all’insieme e, al tempo stesso, mascherando vedute cittadine spesso esteticamente poco interessanti.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Atene, i giardini cittadini ospitano templi e reperti archeologici

    Atene, i giardini cittadini ospitano templi e reperti archeologici

    atene-1Questa settimana abbiamo deciso di trattare del “verde” di una capitale europea di cui non si sente molto spesso parlare. In un mio recente viaggio ad Atene, ho avuto occasione di visitare i giardini cittadini, in particolare quello dell’Acropoli e quelli delle aree archeologiche poste ai suoi piedi. Ho sempre sentito parlare in termini non proprio entusiastici della città tuttavia sono rimasto davvero colpito dalle decisioni assunte in queste aree verdi. Le scelte progettuali e le loro realizzazioni sono secondo me perfette.

    atene-2Il quartiere di Plaka, posto subito sotto l’Acropoli, è il più antico e caratteristico, tra le strette viuzze e le case colorate, si inframmezzano ampi spazi verdi in cui si ergono templi, colonne e gli antichi resti archeologici greci. Ogni porzione è circondata da un’alta cancellata in ferro nero, lucida. Il disegno è sobrio ed elegante, richiama lo stile classico delle architetture e permette di osservare, dalla strada, un variopinto insieme di alberi, arbusti, rampicanti ed erbe semi selvatiche, inframmezzate ed abbarbicate ai reperti. Vi è così un “continuum” tra città e zona archeologica, tra costruito ed aree a verde.

    La particolare ed oculata scelta e collocazione delle singole piante mi ha poi molto colpito. In un contesto di frammenti, colonne, archi e pietre sparpagliate sul terreno, tra templi e resti di pavimentazioni a mosaico, crescono numerose essenze tipicamente mediterranee.

    atene-3Vi sono pini marittimi, prostrati e piegati dal vento, antichi platani, qualche cipresso che “verticalizza” gli spazi e lecci che uniscono alla nobiltà delle querce (famiglia cui appartengono) i toni grigi e scuri delle foglie. Proprio grazie a tutto questo, i colori chiari delle pietre e del marmo degli edifici vengono, a contrasto, enfatizzati. L’insieme della vegetazione fa da sfondo a statue e colonnati, in un sapiente gioco chiaroscurale che accentua l’aspetto storico del contesto.

    atene-4Crescono poi canne, erbe semi spontanee frammiste a pietre storiche, si abbarbicano viti corrugate, edere tra le colonne e spuntano, tra i crepacci, inaspettati ciuffi di papaveri rosso scarlatto dai petali crespati. Il tutto in una luce assoluta che sembra provenire, uniforme e pura, da ogni angolazione. Qui e là, tra le colonne, vi sono poi mirti e gruppi di melograni, fichi ed Ailanti… I primi hanno foglie lanceolate, scure e lucenti, fiori bianchi purissimi e rimandano ai miti classici. I melograni spiccano per le foglie chiare ed i fiori di un acceso arancione, che volutamente contrasta con il non colore dei reperti archeologici.

    atene-5Gli Ailanti, siano essi spontanei o appositamente collocati in loco, sono infine perfetti. In generale considerati una pianta invasiva e di poco pregio, un po’ scomposti, presentano poche foglie su lunghi rami spogli. Trasmettono all’insieme un’aria di voluta trascuratezza che si addice alla, ora decadente ma pur sempre perfetta, ritmata eleganza dell’arte greca.
    Salendo quindi verso l’Acropoli si è circondati da un verde che lentamente ma costantemente dirada. Una sorta di cammino di elevazione, attraverso essenze tipicamente mediterranee, in un paesaggio che diventa sempre più scabro fino a ridursi alla sola pietra ed alla pura linearità degli edifici.
    Dall’alto e sotto un cielo blu cobalto si domina la città che si stende ai piedi dell’Acropoli, lontana fisicamente e mentalmente, bianca e verde. Questi soli tre colori puri dominano tutto il paesaggio che si estende fino al mare in lontananza. Evidente è la discrasia tra disordine della parte moderna della metropoli ed il perfetto equilibrio di quella antica, il contrasto tra costruito e natura.
    Al di là delle singole essenze, è proprio il verde nel suo insieme che ricuce il paesaggio, nasconde quello che c’è da nascondere, fa da sfondo all’insieme ed esalta, con rimandi classici (Mirto, Acanto, Alloro…) e di spontaneo disordine, i fondamenti dell’arte classica occidentale.
    Dimenticando di essere nell’anno in cui siamo, sotto il cielo di un blu solo greco e nel verde di un “giardino” mediterraneo sottratto alla natura, si colgono, tra i resti dei più alti esempi dell’arte greca, le radici profonde della cultura europea.

    Note critiche a cura di Valentina Dallaturca

    Nel 1954, in un clima di riscoperta dell’orgoglio nazionale ellenico dopo la guerra civile, Dimitris Pikionis (1887 – 1968), architetto greco, fu incaricato della progettazione e del recupero dei camminamenti interni al parco archeologico.
    Le pavimentazioni sono la chiave di lettura: il detrito storico riceve la stessa attenzione dell’antico monumento divenendo strumento di sintesi tra storia e contemporaneità. Pochi i disegni preparatori, ogni pietra era scelta e posizionata in cantiere come meglio poteva adattarsi alle esigenze del terreno. Il riutilizzo di pietre scolpite, marmi, capitelli e terracotte è antica abitudine vernacolare quando nulla può essere sprecato. Qui nasce un progetto di paesaggio moderno, così ben integrato con il contesto da apparire come se lì fosse sempre stato.
    Il progetto descritto ha ricevuto il Premio internazionale Carlo Scarpa per il giardino nel 2003.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • L’Euphorbia, i fiori gialli delle coste mediterranee

    L’Euphorbia, i fiori gialli delle coste mediterranee

    Euphorbia-1La pianta di cui parliamo questa settimana appartiene alla famiglia delle Euphorbaceae ed è assai comune lungo le coste e nelle aree dal clima mediterraneo, in particolare dell’Italia, della Francia, della Spagna e della Grecia. Il nome trarrebbe origine dal medico Euphorbus che avrebbe utilizzato il succo lattiginoso e biancastro, proveniente dai rami della pianta, nella preparazione delle sue pozioni. A seconda della specie, vi sono tipologie legnose o erbacee, tutte diverse tra loro ma accomunate dalla tipologia della fioritura. La caratteristica principale della pianta consiste proprio nei caratteristici fiori che si formano in tarda primavera o inizio estate e che ricoprono la parte terminale dei rami. Il loro colore è estremamente raro e quasi unico in Natura, sono infatti di un giallo verde accesso, acido, inusuale e quasi fosforescente sotto il sole. Alcune specie presentano caratteristiche campanelle dal cuore marrone brunastro, anch’esse estremamente inusuali.

    Euphorbia characiasL’ Euphorbia è frugalissima, spontanea nell’area mediterranea, non richiede nessuna particolare tecnica colturale: né specifiche concimazioni, né potature e neppure di essere annaffiata. Essa è poi soggetta al fenomeno dell’“estivazione”: la pianta, per sopravvivere alla estrema calura estiva, lascia infatti che tutte le foglie (lanceolate e di un bel verde brillante) cadano e rimane completamente spoglia. La traspirazione dell’Euphorbia viene così ridotta al minimo e le esigenze idriche sono quasi azzerate. La pianta butterà, alle prime piogge e nella successiva primavera, nuove foglie e nuovi fiori, tornando rigogliosissima come se nulla fosse accaduto.

    Euphorbia-4

    Una ulteriore particolarità dell’essenza consiste nelle modalità di diffusione dei suoi semi. Questi ultimi vengono infatti letteralmente gettati, per effetto dell’esplosione -sotto il cocente sole estivo- dei baccelli che li contengono, lontano dalla pianta madre.
    Perfetto è l’utilizzo di questa pianta, specie di quella arbustiva, nei bordi misti di essenze mediterranee. L’Euphorbia presenta infatti una struttura articolata di rami, foglie e fiori dalle colorazioni particolari che completano gli insiemi di piante dalle chiome grigiastre (ad es: Westringia, Ulivo,…) o verdi scuro (ad es. Mirto). Nelle estati più torride quando l’arbusto perde le foglie, l’insieme dei rami rimane comunque molto particolare, di un suggestivo rosso brunastro. Il risultato è il migliore, specie se la pianta viene collocata lungo la costa a strapiombo sul mare, che traspare attraverso lo scheletro contorto dei rami.

    In realtà, tanto l’Euphorbia è diffusa in natura tanto poco lo è in parchi e giardini. Meriterebbe invece maggiore attenzione, da un lato per la fioritura che è assai particolare e dall’aspetto orientaleggiante, e, dall’altro, per le limitatissime esigenze idriche, da tenere sempre in maggiore considerazione nel futuro impianto del verde.

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  • Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    graminacee-1Nell’articolo di questa settimana ci occuperemo delle Graminacee (nel Regno Unito “Ornamental Grasses” cioè, letteralmente, varietà di erba ornamentale) e del loro impiego nei moderni giardini. Queste piante sono ancora oggi poco conosciute ma erano, solo qualche anno fa, del tutto ignote, almeno in Italia. In generale, esse sviluppano cespugli di medie dimensioni che ricordano l’erba selvatica. Le foglie sono lanceolate, verdi, grigiastre, rossastre, brunastre, bianche e verdi, più o meno lunghe e dalle conformazioni molto variabili.

    graminacee-2Le moderne varietà, impiegate in botanica e nel landscape design, sono estremamente diversificate per forme, colori, dimensioni e possibilità di impiego. Dato il numero incredibile di tipologie esistenti, ricordiamo: Feather Reedgrass, Fountaingrass, Pennisetum Villosum, Cortadeira Selloana “Punila”, Stipa Tenuissima… Moltissime piante producono poi vistose spighe che troneggiano sui cespugli. Queste ultime sono particolarmente interessanti da un punto di vista estetico. Verdi e molli si piegano ai venti primaverili, giallo brunastre spiccano in autunno ed inverno sulla neve candida. Questa famiglia di piante è poi numerosissima e giunta recentemente alla ribalta per validissimi motivi. Le Graminacee sono infatti rusticissime e robustissime. Non richiedono terreni profondi per proliferare, resistono al caldo intenso ed al freddo anche pungente, agli sbalzi di temperatura, non necessitano di concimazioni o terreni particolari di coltura, non abbisognano di potature e non sono neppure soggette a malattie. Si possono abbinare ad altre piante rustiche (ad es: Sedum o piante tipiche della flora mediterranea e dalle simili esigenze colturali) o mescolare tra loro le differenti varietà, creando insiemi sempre diversi ed eterogenei. In quest’ultimo caso si potranno creare vere e proprie “onde” verdi, grigiastre o dei colori più vari che ammantano il terreno ed oscillano al vento, con effetti inaspettati e sempre nuovi.

    Dal punto di vista estetico, le Graminacee sono molto lineari e dalle linee pulite e scultoree. Si prestano quindi benissimo ad essere inserite in contesti ed edifici moderni, dove spiccano a contrasto con cemento, vetro ed acciaio. Sono anche perfette per essere impiegate sui tetti verdi, dove il poco terreno a disposizione ed il notevole irraggiamento solare rendono difficile la sopravvivenza di molte altre piante.

    Esempi celebri di loro recente impiego si possono trovare sia sulla High Line di New York che negli spettacolari giardini di Piet Oudolf. Quest’ultimo è noto proprio per il frequente utilizzo, nei suoi progetti, delle Graminacee. Egli realizza infatti particolari spazi verdi che richiedono poche cure e sono a c.d. “bassa manutenzione”, incentrati su grandi gruppi omogenei di piante. Tutte le essenze da lui impiegate sono poi estremamente frugali e variano, da luogo a luogo, a seconda della loro collocazione, dei gusti e delle diverse esigenze del committente. Si hanno così giardini semplicissimi da mantenere in una varietà potenzialmente infinita di forme, di insiemi e di colori.

     

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  • Hydrangea Quercifolia, la “sorella” americana della ben più nota ortensia

    Hydrangea Quercifolia, la “sorella” americana della ben più nota ortensia

    Hydrangea-Quercifolia1Continuando ad occuparci di piante rare o poco impiegate nei giardini italiani, questa settimana ci soffermeremo sulla Hydrangea Quercifolia. Questa pianta appartiene alla stessa famiglia della ben più nota ed utilizzata Ortensia (Hydrangea Macrophilla). Proviene dagli Stati Uniti di America (dove è diffusa in natura soprattutto in Georgia, Florida e Louisiana) ed è stata introdotta per la prima volta in Europa (in particolare nel Regno Unito di Gran Bretagna) nel lontano 1803. La pianta cresce facilmente, fino a sviluppare un grande cespuglio di circa due metri di altezza. Il nome della varietà deriva dalla forma caratteristica della foglia: profondamente lobata e simile, per l’appunto, a quella di una quercia.

    Hydrangea-Quercifolia2La Hydrangea Quercifolia è una pianta bellissima in ogni stagione. In primavera le foglie sono verde chiaro e molto dentellate, in estate produce vistose infiorescenze bianco crema, formate da tantissimi piccoli fioriti riuniti in grandi “pannocchie”, dette panicoli. Anche d’autunno la pianta risulta molto interessante in giardino in quanto le foglie si tingono di rosso scuro, a partire dal margine esterno e procedendo via via fino al centro. Persino nel cuore dell’inverno, l’articolata e ritorta impalcatura di rami rende questa Hydrangea più interessante delle altre varietà. Il legno della corteccia tende infatti a sfogliarsi, dopo aver costituito grandi placche di colore arancione acceso.

    Hydrangea-Quercifolia3A differenza della ben più nota Ortensia, questa Hydrangea necessita di un minore apporto idrico, si adatta meglio a posizione meno ombrose e più soleggiate ed entra nella fase vegetativa più tardi, diminuendo così i rischi derivanti dalle eventuali gelate tardive. Fiorendo la pianta dalle gemme apicali sviluppatesi nella stagione precedente, si può praticare una leggera potatura (se necessaria e di solo sfoltimento del cespuglio) subito dopo la fioritura e non in autunno, come invece accade per la normale Ortensia.

    Hydrangea-Quercifolia4Dal punto di vista delle varietà più diffuse, la Hydrangea Quercifolia esiste tanto nella varietà “semplice” che a fiore doppio nota come “Snowflake”. Quest’ultima presenta, dato l’elevato numero di fiori sulla stessa “pannocchia”, una fioritura più prolungata di quella a fiore semplice. In caso si fosse interessati ad acquistare questa tipologia, si consiglia di scegliere le piante quando sono nel pieno della fioritura. Distinguere infatti questo arbusto da quello ad infiorescenza semplice risulta, prescindendo dalle spighe floreali, di fatto impossibile. Una menzione a parte meritano le HydrangeeSnow Queen”, “Alice”, “Peewee”, “Sikes Dwarf”, in quanto di dimensioni minori rispetto alla precedente e quindi più adatte alla coltivazione in piccoli giardini o in vaso.

    Hydrangea-Quercifolia5

    In generale quasi tutte le varietà presentano una peculiarità: i fiori si tingono, man mano che invecchiano sullo stelo, di un rosa tenue. L’intera spiga vira così dapprima leggermente verso un tono ambrato fino ad appassire, mutando l’originario bianco puro in un suggestivo verdastro dai contorni marrone bruciato.

    La Hydrangea, sebbene poco impiegata e spesso in Italia del tutto sconosciuta, è un arbusto che meriterebbe di essere maggiormente valorizzato. Si presta benissimo a crescere nei giardini tanto classici che moderni ed alla coltivazione in vasi di grandi dimensioni. Il bianco intenso dei fiori contrasta perfettamente su sfondi di piante dal fogliame scuro. Se si desidera un impianto formale, edera a foglia verde intenso o variegata, siepi o forme geometriche in bosso, felci sempreverdi, Rhyncospermum Jasmoinoides o Clematidi, unite alla Hydrangea Quercifolia, garantiranno in poco tempo, in cortile ombrosi o piccoli giardini cittadini, un risultato eccellente.

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