Il Tropaeolum Majus, più comunemente noto come nasturzio, è una pianta originaria del Sud America e principalmente del Perù. In Italia ed in Inghilterra, viene generalmente chiamato nasturzio, ingenerando spesso una certa confusione con il crescione d’acqua (Nasturtium officinale) che presenta piccolissimi fiori bianchi e belle foglioline commestibili. Anche il nasturzio è edibile, dal sapore vagamente simile a quello del crescione, in tutte le sue parti, con sentore agro-piccante. Fiori e foglie, molto ricche di vitamina C, possono essere aggiunti, sia come elemento decorativo che per il loro aroma, alle insalate. I semi non ancora maturi si possono invece utilizzare, in salamoia o sotto sale, come surrogati dei capperi.
La specie è perenne solo in Sud America. In Europa ne vengono coltivati (sebbene in questo periodo sia pianta un po’ trascurata e poco “di moda”) diversi ibridi. In questa area geografica si ottiene per lo più una coltivazione di tipo annuale o, talvolta, biennale: la pianta è infatti particolarmente sensibile al gelo invernale. I suoi fiori vengono apprezzati per il loro valore ornamentale e sono presenti in natura in diversi colori, dal crema al giallo, dall’arancione al rosso intenso. Il nasturzio cresce particolarmente bene in una posizione soleggiata ed in un terreno non troppo ricco. Viene utilizzato come pianta a cespuglio, pendente, strisciante (se ne vedono molte di questo tipo nei giardini spontanei, sul
monte di Portofino) e persino rampicante. I nasturzi preferiscono posizioni luminose e soleggiate: all’ombra la pianta tende infatti a produrre grandi foglie ma pochi fiori. Esistono però varietà dal fogliame variegato che risaltano bene anche in aree del giardino poco illuminate. E’ una pianta assai semplice da coltivare, anche per il neofita. Per ottenere buoni risultati, è sufficiente annaffiarla regolarmente mantenendo il terreno leggermente umido. I nasturzi possono tuttavia agevolmente sopportare brevi periodi di siccità. Durante le giornate molto calde suggeriamo comunque di aumentare sensibilmente le annaffiature. Ogni
due o tre settimane è bene concimare le piantine con del fertilizzante liquido, da aggiungere all’acqua delle annaffiature. Durante le prime fasi di crescita si consiglia di usare un concime con un titolo leggermente più alto di azoto, mentre durante il periodo di fioritura, un fertilizzante con un più alto titolo di potassio.
La moltiplicazione dei nasturzi avviene principalmente tramite i loro semi che verranno raccolti dopo la fioritura e lasciati essiccare bene. La semina può essere fatta in febbraio o marzo, tenendo le piantine in luogo riparato e facendole germinare in vasetti singoli, per un paio di mesi, prima di trapiantarli in giardino. Invece in maggio o giugno, si possono seminare direttamente i nasturzi in piena terra. Questa pianta si riproduce facilmente anche da talea ed ancora più semplicemente per propaggine, tecniche queste ultime più sofisticate e meno adatte al neofita.
Come abbiamo accennato, generalmente i nasturzi sono coltivati, nel nord Italia, come piante annuali, che alla prima gelata muoiono. Se si abita in zone temperate o rivierasche, una bella pacciamatura sarà sufficiente per far loro superare l’inverno e per vederli rifiorire in primavera. I
nasturzi adulti non sopportano il trapianto ma le piantine giovani possono essere maneggiate con tranquillità. Una particolarità botanica del nasturzio consiste nella capacità idrorepellente delle foglie. Questo fenomeno viene individuato con il nome di “effetto loto” (osservabile appunto anche sulle foglie dei fiori di loto).
La pianta è, infine, particolarmente apprezzata nel Regno Unito dove viene spesso utilizzata, date le scarse esigenze colturali, tra le varietà presenti nei “mixed borders”, nei vasi e nei contenitori di giardini e strade cittadine. Per gli appassionati vi è poi un catalogo inglese di sementi (che spedisce anche in Italia) che raccoglie le varietà più disparate: nasturzi dalle foglie variegate, marmorizzate, chiare, scure e dalle fioriture più eleganti, dai pallidi toni del rosa, al bianco puro o crema, fino al rosso cardinalizio su foglie verde intenso
Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
Per informazioni: ema_v@msn.com













































Pur nelle sue ridotte dimensioni, il giardino quindi completa ed esalta il palazzo, riprendendone lo stile, i colori, le decorazioni e lo spirito che traspare dal progetto dell’architetto. L’idea del raffinato rigore artistico del palazzo, mitigato dai colori e dalle forme delle decorazioni, trova proprio il suo omologo nel giardino, classico ma non banale, movimentato e non statico, barocco ma in fondo molto semplice, comprensibile tanto per l’esperto quanto immediatamente apprezzabile da chiunque.








Siamo passati dalle assolate lande dell’
Basta però visitare uno dei numerosi parchi italiani per cogliere lo stridente contrasto tra gli originari ed illuminati intenti del committente e dei progettisti e lo stato di attuale abbandono e degrado.

Distruggere la natura non significa però solo cancellare ciò che spesso ha richiesto centinaia di anni per svilupparsi (tale è il tempo necessario per avere alberi secolari, fitti boschi e coste coperte di macchia mediterranea) ma precludere, per sempre, al pittore di ritrarla nelle sue opere, al poeta nei suoi versi, al musicista nelle sue note ed a ciascuno di noi di cogliere il senso di infinito che la pervade.

















Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, ampie aree dei giardini vennero invece trasformate in campi coltivati per far fronte all’emergenza alimentare. Dopo la guerra, i Kew Gardens vennero nuovamente adibiti a parco, attentamente restaurati e riportati all’originario splendore. Oggi essi rappresentano, da un lato, uno magnifico giardino, ricchissimo di specie e varietà di piante di ogni genere e di ogni provenienza, dall’altro, un centro di studio e di ricerca scientifica tra i più avanzati al mondo.



rare varietà botaniche, di piante esotiche, provenienti dalle colonie, era poi, in passato, appannaggio e vanto di pochissimi. Le orchidee, le palme, la canfora, gli agrumi e tutte le varietà recentemente scoperte raggiungevano costi incomprensibili per le persone non appassionate e diventarono, nel Seicento, nel Settecento ed ancora nell’Ottocento, veri e propri status symbol da “esibire” nei giardini. La botanica ed i giardini sono quindi stati, nella storia, ben più di una semplice passione o sole aree verdi. I parchi dimostravano, infatti, il potere ed il prestigio di chi li possedeva e si prestavano ad essere le quinte per feste di gala, ricevimenti e persino per delicate trattative diplomatiche. Tutto questo avveniva, si badi bene, solo per assecondare le mode dell’epoca, la passione per queste allora rare varietà e per assaporare, cosa per noi oggi scontata ma che non lo era affatto in quell’epoca, il gusto di un limone o di una allora “esotica” arancia! Anche per quelli che conoscono
tutti questi precedenti storici, due realizzazioni, di cui ho recentemente letto in un libro e su di una rivista straniera, non potranno però davvero passare inosservate. Nel volume di una nota paesaggista italiana si racconta, infatti, che un cliente, un filosofo appassionato di botanica, le avrebbe chiesto di progettare delle stufe da giardino tali da permettere la “forzatura”, ossia la fioritura anticipata, di alcune piante cui l’intellettuale sarebbe particolarmente legato. In particolare, egli avrebbe voluto, riscaldando l’aria del proprio parco fino alla giusta temperatura, far sbocciare nei mesi freddi le bouganville piantate in giardino, di fronte al proprio studio in una villa di Marrakech! Non ho idea se il risultato sia stato conseguito o meno, certo è che l’operazione, giustificata da intenti puramente estetici e del tutto voluttuari, deve essere risultata non poco complessa… L’ideazione più incredibile è stata però, secondo me, progettata
dagli inglesi che, come noto, sono immensamente appassionati di botanica. Qualche giorno fa, leggevo infatti su un giornale di settore che una nota famiglia di imprenditori sarebbe stata talmente interessata alla produzione del proprio frutteto ed alla spettacolare fioritura degli alberi di pesco ed albicocco, ivi presenti, da far progettare e realizzare, nell’ottocento, un avveniristico progetto. In concreto, essi fecero cingere le proprie piante da frutto da un doppio muro in muratura, dotato di una sorta di intercapedine interna e con all’apice numerosi comignoli. Durante il tardo inverno, i proprietari facevano riscaldare l’aria presente tra i mattoni, facendo bruciare una immensa quantità di carbone, in modo da mantenere la temperatura a livello adeguato e soprattutto costante nel tempo. Gli alberi venivano quindi “forzati” a fiorire in anticipo, con grande impatto estetico rispetto al panorama esterno al muro, ancora invernale, e, si dice, a produrre una immensa quantità di frutti, di eccellente qualità. L’operazione non era certo alla portata, sia progettuale che gestionale, di tutti ma le cronache riportano che la fioritura valesse l’incredibile “sforzo”, tanto da rendere il frutteto noto in tutto il Regno e da farlo rimanere, tuttora, una celebre attrazione turistica.







