Categoria: Oltre il Giardino

La rubrica di botanica di Era Superba: orti, terrazze, giardini… tutte le nozioni e le idee per il proprio spazio verde

  • Il  vigneto-giardino di Amastuola in Puglia: una vera opera d’arte

    Il vigneto-giardino di Amastuola in Puglia: una vera opera d’arte

    1Il mondo dei giardini è immensamente vario e spazia dai cortili, alle terrazze ai parchi veri e propri. Non avrei però pensato che potesse comprendere anche i vigneti. Recentemente ho letto un articolo della stampa estera che parlava di un progetto davvero interessante realizzato da Fernando Caruncho, celebre paesaggista spagnolo, in Italia, per la precisione in Puglia.

    Il progettista ha, come propria formazione culturale, una preparazione da filosofo. Coltissimo e dotato di notevole sensibilità progettuale, mi ha sempre appassionato per i suoi parchi che mescolano abilmente un rigore architettonico di fondo ad una naturalezza nell’impiego di piante ed arbusti. Le linee pure del disegno sono infatti smussate attraverso un intelligente ed abile impiego dell’elemento vegetale.

    2I suoi giardini si fondano sempre sui capisaldi della storia dell’architettura. Sono quadrati o rettangolari, dotati di proporzioni perfette, corsi d’acqua e fontane attentamente disposte al loro interno, nonché di cipressi e di alberi dall’impianto classico che delineano e sottolineano il paesaggio. Le piante, il loro svilupparsi scomposto e la moltitudine dei colori di foglie e fiori fanno il resto. Rigore logico ed estro artistico sono perfettamente combinati e bilanciati tra loro.

    3In quest’ottica, va letta una delle sue più interessanti realizzazioni, sita in una area per tradizione millenaria dedita alla coltivazione della vite ed all’agricoltura. In un contesto naturale, selvaggio e profondamente legato alle consuetudini locali, egli ha reinterpretato con sapienza l’idea stessa di vigneto. Al posto dei tradizionali filari di piante, si susseguono, all’infinito all’orizzonte, onde verdi concentriche di rigogliose e lussureggianti viti. Il paesaggio è letteralmente attraversato da questo originale schema progettuale, ne è caratterizzato, profondamente. L’osservatore resta colpito dall’estensione della realizzazione, un centinaio di ettari di terreno ricoperto di piante (il Vaticano è ampio “soli” 44 ettari!) si susseguono concentrici, sotto un sole abbacinante e su un terreno di un marrone profondo.

    4L’insieme è interrotto, qua e là, da olivi millenari. Sono circa duemila enormi piante, la maggior parte delle quali risale al XIII secolo, trasferiti da un angolo della proprietà e ricollocati in luoghi ben definiti ed in base ad un preciso schema progettuale. Splendidi, sottolineano i punti, i passaggi, delineano le strade e conducono, anche visivamente, all’antica masseria in pietra. Il fogliame grigiastro luccica al sole, in voluto contrasto con quello chiaro e traslucido delle viti. I tronchi contorti e corrugati ricordano e sottolineano la storicità del contesto e la lunga tradizione della tenuta, sopravvissuta attraverso i secoli mantenendo intatta la proprio originaria vocazione.

    5Pur nella sobrietà dell’insieme, la studiata semplicità del progetto dimostra la profonda conoscenza della storia del paesaggio ed attesta una maturità progettuale che sa misuratamente fondere natura, estro e rigore.
    Irrilevante è che siano stati necessari quattro anni per completare l’insieme e che la movimentazione di alberi secolari abbia richiesto attenzioni e sforzi inimmaginabili. Ciò che conta è solo il raggiungimento della perfezione e l’estrinsecarsi della simbologia che sostiene l’insieme: una delle opere migliori in terra italiana di un moderno giardiniere (come ama farsi chiamare!) e filosofo spagnolo.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Progettare un giardino, i consigli per un’illuminazione bella e funzionale

    Progettare un giardino, i consigli per un’illuminazione bella e funzionale

    1Uno dei temi che vengono, secondo me, molto spesso del tutto trascurati o poco considerati nella progettazione di un giardino è quello inerente alla sua illuminazione. L’ho sempre pensato, visitando parchi e case private, ma la cosa mi è parsa ancora più evidente di recente. Nel periodo estivo si vive infatti di più all’aperto e nel verde e risulta quindi più facile rendersi conto di questo aspetto e di quanto nel progetto complessivo l’elemento luce incida in contrasto con il buio penetrante delle notti estive.

    Ultimamente ho anche avuto modo di scorrere un catalogo in cui venivano riportate varie, moderne tipologie di lampade, torce, faretti o fasci di luce da giardino. Le immagini mi hanno fatto pensare a quanto le diverse tipologie di luce possano essere utili per trasformare completamente, nelle ore notturne ed in base alle esigenze del progettista, un’area a verde.

    2Ovviamente i grandi paesaggisti ben sanno che la stessa scelta cromatica delle piante, degli alberi e delle fioriture ha un’incidenza determinante nella “luminosità” notturna del loro progetto. Anche in presenza di poca luce, le piante dal fogliame grigiastro (ad es: gli ulivi), chiaro o screziato di bianco scintillano e si distinguono, nitide, nel paesaggio. Nello stesso modo, non passano certo inosservate le cortecce ed i rami di alberi quali le betulle, dal colore bianco puro e quasi metallico. La medesima considerazione può infine essere ovviamente fatta a proposito delle fioriture, specie di quelle appariscenti ed estive. Il rosa chiaro, il bianco puro ed il giallo si scorgono nettamente anche nelle ore serali o persino a tarda notte. In particolare le Hydrangee, le Impatiens ma anche la Wisteria, la Westringia, il Teucrium, solo per fare qualche esempio e moltissime altre, formano masse ben distinte ed evidenti, persino nella luce fioca.

    3In estate e specie in Liguria, se si opta per un ben dosato e diffuso impiego degli Agapanthus, nella loro varietà dalla fioritura bianca, si potranno sottolineare vialetti, accentuare e dilatare certi spazi e davvero stupire i visitatori. Le infiorescenze sono infatti assai voluminose e dalla caratteristica forma a fuoco di artificio, composte da varie corolle di forme tubolari.

    In realtà e come si sarà capito, sarebbe possibile parlare per ore dell’illuminazione di un giardino, passando in rassegna gli impieghi e le diverse tipologie di luci: siano esse radenti o meno, verticali, orizzontali, di delimitazione dei vialetti o di evidenziazione di particolari architettonici o di alberi antichi o di essenze particolarmente caratteristiche…

    4Solo per citare qualche impiego pratico, nel passato mi è capitato di vedere illuminati viali interni di accesso a ville storiche con candele o con lumi a petrolio dalle fiammelle oscillanti… in un caso due torciere inclinate sottolineavano, con studiato e voluto contrasto, l’accesso ad un maniero medioevale, uniche e sole nel buio assoluto della tarda estate… al mare e nel perenne vento delle isole greche, intere scalinate delle case sono spesso delimitate da candele in pura cera d’api…

    Anche la più prosaica luce elettrica può peraltro garantire risultati altrettanto eclatanti, specie grazie all’impiego dei moderni e poco dispendiosi led, dalle svariate tipologie di colore.

    5Per fare solo un esempio, tra le migliaia di modelli di dispositivi di illuminazione esistenti, vi segnalerò una tipologia davvero inusuale e da me recentemente vista impiegata in loco. Per colpire gli ospiti del giardino, i progettisti si sono avvalsi della collaborazione di alcuni artigiani del vetro per realizzare suggestivi “sassi” luminosi. Come ben si vede nell’immagine, essi si possono mescolare a quelli in pietra ed accendere la sera. Passano inosservati di giorno, spiccano la notte e lasciano basito l’osservatore che non si aspetta certo che persino il suolo e le pietre stesse di un giardino si illuminino di luce propria.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Il “Giglio ad ananas”: una pianta sudafricana dalla spettacolare fioritura estiva

    Il “Giglio ad ananas”: una pianta sudafricana dalla spettacolare fioritura estiva

    1Questa settimana ci occuperemo di una pianta, in particolare di una bulbosa, poco nota ma esteticamente molto interessante. In Italia non l’ho mai vista crescere e per questo vale la pena di parlarne nel nostro articolo. Anche chi non è esperto o non coltiva abitualmente bulbi potrà infatti conseguire, grazie alla sua sperimentazione, ottimi risultati. Il Giglio ad Ananas, come viene spesso chiamato a causa della particolare forma del fiore, è una pianta appartenente alla famiglia delle Hyacinthaceae dall’aspetto esotico ed originariamente proveniente dal Sud Africa. Il nome scientifico con cui la si individua normalmente è Eucomis.

    OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuesta bulbosa, introdotta in Europa nel diciottesimo secolo, ha avuto ampia diffusione solo da una quindicina di anni a questa parte, quando si è iniziato a scoprire che si adatta meglio di quanto si credesse al clima continentale. Inoltre è risultata essenza meno delicata di quanto l’apparenza suggerisca e persino di facile coltivazione nei giardini privati.

    La pianta produce un cespuglio di foglie verdi scure, lussureggianti e dall’aspetto tropicale. Il fiore, dalle molteplici infiorescenze tubolari sovrapposte, si sviluppa lentamente e dura a lungo nel corso dei mesi estivi, appassendo solo gradualmente e nel tempo. Ciò garantisce una fioritura prolungata, che dura generalmente per tutto il mese di agosto e settembre, quindi dalla tarda estate fino all’inizio dell’autunno.

    3Dal punto di vista colturale, l’Eucomis può crescere direttamente in terra piena, come altre bulbose estive e più delicate, predilige però terreno sciolto, ben drenato e pienamente esposto al sole. Nelle zone a clima continentale o comunque molto freddo in inverno, si suggerisce invece di piantarla in vasi di grandi dimensioni da porre in serra durante le stagioni di riposo vegetativo. I bulbi devono essere collocati in profondità nel terreno, circa a venticinque-trenta centimetri dalla superficie. Questa precauzione limiterà gli eventuali danni dovuti a gelate improvvise. Sempre per tale fine ed in aggiunta a quanto detto, si suggerisce di non lesinare sulle pacciamature, da ripetere durante la stagione invernale, con foglie, composto o persino, qualora il clima abbia da volgere di colpo al freddo intenso, con strati di pagine di quotidiani.

    4Passando ora a suggerire alcune tipologie di facile coltivazione e che garantiranno, anche al neofita, ottimi risultati, possiamo menzionare le seguenti. L’Eucomis bicolor è una delle varietà più diffuse, con spighe di uno strano color verdastro, terminanti in propaggini marroni, e con foglie nastriformi verde chiaro. La varietà Autumnalis è simile, dalle fioriture però bianco puro. Raggiunge, a pieno sviluppo, l’altezza di settantacinque centimetri. L’Eucomis Comosa è ancora di dimensioni maggiori, dal portamento imponente e dalle fioriture di lunga durata bianco verdastre intense. La tipologia “Sparkling Burgundy” presenta invece foglie scarlatte e fiori dalle macchie rossastre. Quest’ultima è indubbiamente molto particolare e merita di essere provata, nelle aiuole, in abbinamento con altre piante dalle colorazioni affini, verdi scuro o grigiastre.

    6La più spettacolare tra le varietà coltivate e mia preferita è, infine e senza alcun dubbio, la Pallidiflora. Questa è una pianta davvero gigante, dalle enormi foglie a nastro e dalle spighe floreali imponenti che raggiungono il metro e venti di altezza e che sono di un colore verde giallastro particolarissimo. Merita assolutamente di essere piantata come sfondo nelle aiuole, il risultato ricompenserà di ogni dedizione necessaria per farla sviluppare fino alla grandiosa dimensione finale.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    1In questo articolo vi parliamo di un’altra interessantissima iniziativa sul tema del Verde e sul suo inserimento in una moderna metropoli d’oltreoceano. Questa volta torniamo a New York ed in particolare a Brooklyn. Questo quartiere sta infatti attraversando una fase di vera e propria rinascita, anche sotto il profilo della maggiore attenzione all’ecologia ed allo sfruttamento dello spazio. Tre anni fa, i soci fondatori delle Brooklyn Grange Farms hanno dato vita ad un ambizioso progetto: realizzare degli orti sui tetti dei palazzi cittadini.

    3Anastasia Cole Plakias è una delle ideatrici. Divide oggi il suo tempo tra una acclamata trasmissione radiofonica sul tema della cucina, la coltivazione di ortaggi e persino l’apicoltura. Le Brooklyn Grange Farms includono due distinte “fattorie” in cui si producono sia prodotti destinati ai ristoranti cittadini che al mercato newyorkese, il tutto su un’estensione complessiva di ben due acri e mezzo. Ogni anno si raccolgono, su queste aiuole, svariate migliaia di libbre di ortaggi, tolti dal terreno alla mattina presto e trasportati direttamente la sera stessa ai destinatari finali. Su questi tetti si trova anche il più grande centro di produzione di miele, cera e derivati di tutta New York; esso comprende oltre trenta distinti alveari, tutti perfettamente funzionanti.

    2La sfida iniziale più ardua da affrontare per il primo dei due “tetti verdi”, al di là di far approvare un progetto del tutto innovativo, è poi consistita nel trasportare in cima al palazzo ben cinquantaquattro tonnellate di terra, senza l’utilizzo di alcun ascensore!

    4L’iniziativa, sebbene sia principalmente sostenuta con fondi privati e donazioni via internet, ha ottenuto molti riconoscimenti e sta riscuotendo tutt’ora un enorme successo. I tetti producono infatti ortaggi in grandi quantità ma vengono anche utilizzati per lezioni di yoga, visite guidate, incontri delle scolaresche e per aperitivi o cene con un’incredibile vista su tutta New York.

    5Le Brooklyn Grange Farms sono, in fondo, la dimostrazione più concreta di come sia possibile ottimizzare gli spazi, creare aree verdi dai positivi effetti ambientali e persino spazi di socializzazione tra gli abitanti delle metropoli.

    6Gli ortaggi crescono poi, grazie all’esposizione favorevole, al terriccio facilmente coltivabile, all’irrigazione ed alle temperature elevate, di ottima qualità. Visitando i luoghi prima e dopo la realizzazione dei progetti, la differenza è infine enorme. Pochi centimetri di terriccio hanno infatti trasformato, in un brevissimo lasso di tempo, assolate ed inospitali superfici in cemento in uno spazio verde, caratterizzato dalle più diverse forme e sfumature degli ortaggi. Come loro quasi surreale sfondo vi è tutta New York, grigia e scintillante grazie ai suoi grattacieli, tra i più noti al mondo.

     

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  • L’Anemone Nemorosa: una pianta poco appariscente dalle fioriture spettacolari

    L’Anemone Nemorosa: una pianta poco appariscente dalle fioriture spettacolari

    1Questa settimana parleremo di una specifica e poco nota varietà di Anemone, quella Nemorosa. Abbiamo già trattato, in un nostro precedente articolo, di una inusuale varietà di questa pianta, l’Anemone Giapponese. In effetti gli Anemoni sono piante molto interessati e presentano alcune tipologie assai particolari.

    La varietà Nemorosa deriva il proprio nome dal latino “nemus”, ossia bosco. Essa cresce infatti spontaneamente in natura nelle aree boschive, in particolare nelle foreste di latifoglie, nei faggeti, nei querceti, nelle radure ivi presenti e nelle aree ombrose. Altri derivano il nome di questa essenza dal termine, sempre latino, “anima” ossia “soffio vitale”, facendo quindi riferimento alla delicatezza, raffinatezza e soprattutto alla caducità dei suoi fiori. Questi ultimi sono, nella varietà Nemorosa, di un particolare colore bianco puro appena soffuso di viola. La loro forma, bellissima e semplicissima, può ricordare, una volta che essi siano completamente aperti, quella di una stella.

    2La nostra pianta è in generale di piccole dimensioni, si aggira intorno ai venti centimetri di altezza a pieno sviluppo. Fiorisce tra le prime in primavera e per questo annuncia, insieme alle Primule ed ad alcune bulbose, l’inizio della stagione più mite. Essendo una rizomatosa che si riproduce con una certa facilità, essa colonizza alla svelta boschi ed aree aperte. Per questo motivo ne suggerisco l’impiego nei giardini, specie di grandi dimensioni e soprattutto nelle aree di confine con prati e boschi dove l’Anemone Nemorosa si inselvatichirà velocemente. Si avranno così spettacolari, candidi prati a fine inverno, inizio primavera, dalle fioriture spontanee, naturalissime come solo certe piante rustiche e semplici sanno dare.

    3Dal punto di vista colturale, questo Anemone è facilissimo da coltivare, non presenta difficoltà di alcun tipo e non è neppure soggetto a malattie particolari. Dà senza alcun dubbio il suo meglio se viene coltivato in terra piena ma sopporta anche la crescita in vaso, preferibilmente di grandi dimensioni. Il terreno migliore per ottenere un sano sviluppo della pianta è quello ricco, umido (ma non troppo) e l’area di collocazione preferibile è quella ombrosa o semiombrosa.

    Unico difetto della pianta è che essa scompare completamente in inverno, perdendo le foglie che rispunteranno solo a primavera. Anche durante la stagione estiva, specie se molto calda, l’Anemone tende a cadere in una fase di riposo vegetativo, anche piuttosto prolungata. Si dovrà quindi tenere in considerazione questa caratteristica, che determina l’improvviso scomparire della pianta, nel momento della progettazione del giardino e dell’inserimento dei tuberi nei prati o nelle aiuole.

    4Esistono diversi cultivar di Nemorosa, tra cui si ricordano: l’Alba Plena a fiori bianchi doppi e la Robinsoniana e la Vestal.
    Non è facilissimo reperire sul mercato questa tipologia di Anemone, bisognerà quindi rivolgersi a vivai specializzati. Si consiglia, infine, di scegliere le varietà più semplici e dai colori bianco puro, che spiccheranno in parchi e giardini. In sede di impianto, meglio abbondare nel numero, i risultati saranno, in breve tempo, spettacolari. Unico suggerimento: dimenticarsi della pianta. Farà tutto da sé, con esiti inaspettati ed imprevedibili per qualunque neofita!

     

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  • Urbanana: un “cubo” trasparente, di vetro ed acciaio, per produrre frutta tropicale

    Urbanana: un “cubo” trasparente, di vetro ed acciaio, per produrre frutta tropicale

    1Continuando il nostro viaggio per vedere quali siano le ultime realizzazioni in tema di Landscape Design nelle principali capitali europee, questa volta ci recheremo a Parigi. In questa città, lo studio di architettura francese SOA ha realizzato un progetto teso a creare una serra in grado di ospitare numerosissime piante tropicali. L’obiettivo è quello di riuscire a produrre a Parigi abbondanti raccolti di banane mediante l’impiego di moderne tecnologie ed impattando in modo poco gravoso sull’ambiente. Nonostante il clima fresco e temperato della capitale francese, sarà quindi possibile coltivare e far prosperare, all’interno di un futuristico “cubo” di cristallo, alberi da frutto tropicali.

    Il progetto in questione si chiama Urbanana e consiste più specificamente in un edificio di sei piani che contiene un grande giardino verticale, con pareti di vetro atte a generare un particolare tipo di effetto serra. La rifrazione della luce solare garantisce infatti un clima umido e costantemente tiepido. La struttura è stata inoltre progettata in modo che l’installazione sfrutti gli edifici preesistenti limitrofi. Il nome Urbanana deriverebbe dalla crasi tra le parole “rifiuti urbani” e “banana”.

    2L’idea di base dei progettisti della Tropical Farm di Parigi è quella di ridurre al massimo il consumo di energie e risorse, di non danneggiare l’ambiente mediante l’impiego di sostanze nocive e di limitare al massimo il trasporto di merci. Altra finalità del progetto consiste nel contenere i costi di coltivazione della frutta. Nello specifico, si punta ad una produzione a “chilometri zero”, che riduca moltissimo il prezzo dei prodotti e preservi l’ambiente dalle emissioni di CO2 causate dal trasporto, specie da quello aereo.

    3Per realizzare l’idea sono stati utilizzati edifici, specificamente adattati e progettati per le esigenze del caso. Si ha così un’area verde, costituita da centinaia di alberi da frutto che crescono in condizioni ottimali grazie all’impiego di un particolare tipo di illuminazione artificiale supplementare.
    Sotto un profilo progettuale, il piano inferiore dell’edificio consente l’accesso del pubblico e ha una superficie espositiva che è altresì destinata a laboratorio di ricerca ed a ristorante. Tutto lo spazio restante è occupato da piantagioni di banane, disposte in diversi insiemi di alberi per controllare, in modo scientifico, le varie fasi della crescita delle piante, dall’accrescimento alla finale maturazione dei frutti.
    Gli architetti ritengono che la produzione di banane, ottenute attraverso questo particolare e modernissimo processo, incrementerà l’interesse dei parigini per i frutti tropicali e ridurrà i costi di quelli importati o già presenti sul mercato cittadino.

    SOA_URBANANA_exterieur-nuit1Senza dubbio nell’Urbanana si è in presenza di un perfetto connubio tra moderne tecnologie ed ambiente. In questo progetto i materiali più moderni vengono infatti sapientemente impiegati per incrementare la produzione di frutti tropicali. Anche sofisticatissime modalità di coltura rendono possibile la coltivazione di banane nel bel mezzo di una moderna, antropizzata e cementificata metropoli europea.
    Nel “cubo” a sei piani cresceranno così particolari varietà di frutta, non presenti nell’attuale mercato ortofrutticolo europeo. Queste piante aggiungeranno, al tipico paesaggio parigino dai viali ottocenteschi con platani ed ippocastani centenari, uno spazio verde dal fogliame lussureggiante ed esotico.

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  • Cottage e casa in legno: tra alberi ed arbusti, per vivere al ritmo delle stagioni

    Cottage e casa in legno: tra alberi ed arbusti, per vivere al ritmo delle stagioni

    1Ho recentemente notato, viaggiando e leggendo, che l’approccio sulle tematiche del “verde” sta lentamente ma progressivamente mutando. Alcuni principi teorici e quello che era, un tempo, un sentimento solo latente viene spesso ora tradotto in concreto dai progettisti.
    Si va infatti diffondendo una maggiore integrazione ed una crescente interazione tra “costruito” e “spazio verde”, tra edificato e campagna, tra interno ed esterno.
    In molte recenti ideazioni, si nota come le stesse linee progettuali mirino a valorizzare la natura e renderla parte integrante dell’edificato. Abbiamo già accennato a questo tema in un nostro recente articolo sul grande Labirinto di un celebre editorialista. Qui l’insieme dei bambù è stato concepito come parte essenziale del progetto, nel quale gli edifici si inseriscono armonicamente e sono essi stessi secondari all’insieme. Prima il “verde”, le piante ed il paesaggio e poi tutto il resto.
    2Le foto di questo articolo dimostrano come anche all’estero (nel caso di specie nella campagna olandese) e nei contesti più vari, si tenda ad enfatizzare sempre di più la natura, che non fa solo da sfondo ma costituisce lo sostanza principale dell’idea progettuale.
    La scelta stessa dei materiali cambia profondamente: quelli naturali come legno e pietra, uniti all’impiego del cristallo per valorizzare gli esterni e gli scorci sul paesaggio. In particolare, mi ha recentemente molto colpito il progetto, qui riprodotto nelle fotografie, di una “capanna” nel bel mezzo di una parco, tra i prati, gli alberi e gli arbusti. La struttura è semplicissima. I materiali sono basici: ardesia, legno e vetro.

    3I colori quasi neutri: marrone che si fonde tra i tronchi, grigio-azzurro come il cielo ed uno sfavillare scintillante dato dalle vetrate che enfatizzano il verde della campagna circostante. Dalla casa si ha una visuale completa sul paesaggio, che si confonde in lontananza. Lo sguardo attraversa la struttura, vaga da un lato all’altro senza soluzione di continuità, dando quasi all’osservatore l’idea che la muratura non esista o sia essa medesima parte integrante del paesaggio. Gli alberi, le piante ed i prati sono i veri protagonisti. Niente di più. Nulla di superfluo appesantisce inutilmente l’insieme.

    4Il progetto rispecchia quindi la moderna maggiore sensibilità verso la natura. Se per secoli l’uomo ha costruito palazzi ed edifici per “tenere fuori” e separarsi dalle intemperie, dal freddo, dal sole e dal vento, oggi le cose sono completamente cambiate e direi persino l’opposto. Si edifica infatti per conglobare la natura, per sentirsene parte integrante e per essere porzione del tutto.

    5Grazie anche ai moderni materiali ed alle innovative tecniche di coibentazione, è ora possibile che soli pochi centimetri di cristallo ci separino dalla neve delle montagne, dai flutti del mare o dal vento incessante di alcune valli. Abbiamo così oggi modo di sperimentare una nuova ed inedita dimensione di percezione della Natura, davvero non cosa da poco.

     

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  • Ecco il più grande labirinto di bambù esistente al mondo

    Ecco il più grande labirinto di bambù esistente al mondo

    1Ho avuto recentemente modo di leggere un interessantissimo articolo su uno nuovo progetto di Landscape design, realizzato a Fontanellato nelle vicinanze di Parma grazie alla dedizione di un famoso ed illuminato mecenate italiano.
    L’ideatore del progetto è un uomo di grande cultura, appassionato di storia dell’arte e collezionista di libri e di oggetti artistici. Dopo aver lavorato una vita nel settore dell’editoria e della grafica, si è ritirato a vita privata e ha completato il progetto su cui meditava da sempre: realizzare il più grande labirinto vegetale esistente al mondo.

    2Il parco che lo contiene aprirà ufficialmente al pubblico il prossimo primo maggio. Il disegno del labirinto si ispira ai percorsi geometrici raffigurati nei mosaici romani ed è caratterizzato da una complessa pianta a stella. Si estende su un territorio di ben sette ettari intorno ad un quadrato centrale. A differenza dei progetti realizzati dai romani, questo si compone però di un intricato insieme di biforcazioni, bivi, vicoli ciechi e ramificazioni che rendono l’insieme assai particolare e molto suggestivo. Chi passeggia tra i viali, che compongono per stratificazione il progetto, ha a disposizione ben tre chilometri di stradine che richiedono più di un’ora per essere percorsi a piedi. Sempre che non ci si perda tra le siepi di bambù alte oltre cinque metri! 

    3Quest’essenza è presente in ben venti specie tra loro diverse, da quelle di piccole dimensioni a quelle giganti. Esse provengono dai più disparati angoli del pianeta: dalla Francia, dall’Italia e persino dalla Cina. Il bambù è stato volutamente scelto, a seguito di attente valutazioni e studi approfonditi, in luogo del più tradizionale bosso. Quest’ultimo avrebbe infatti necessitato di decenni e decenni per raggiungere un adeguato grado di sviluppo ed a trasformare così un mero disegno in una articolata realtà tridimensionale. In pochi anni il velocissimo bambù, impiantato in sito in dimensioni adeguate, ha infatti già raggiunto il pieno sviluppo e svetta ora alto verso il cielo. Muri verdi, scomposti e ondeggianti al vento, compongono un articolato disegno geometrico che si staglia all’orizzonte e che però, solo dall’alto, si può effettivamente percepisce nel suo pieno sviluppo.

    5Il bambù è poi una pianta eccezionale in quanto, assorbendo grandi quantità di anidride carbonica, purifica, tramite la sua crescita rapida e quasi prodigiosa, l’aria. Proprio per questo motivo, la fondazione del proprietario del parco ne mette a disposizione della collettività ben trenta diverse varietà. Esse sono disponibili per restaurare il paesaggio, per rivestire i lati delle autostrade, per nascondere il degrado e persino per ricucire le ferite causate alla campagna dalle speculazioni edilizie. A riprova di ciò e grazie al miglioramento dell’aria nella zona circostante al Labirinto, anche gli uccelli sono tornati a nidificare e le poiane sono diventate tanto numerose da essere oggi quasi un problema.

    Il progetto del Labirinto è stato pianificato a quattro mani dal suo proprietario insieme ad un giovane architetto, la cui tesi di laurea sulla ricostruzione dell’isola di Citera è stata pubblicata del nostro editore-mecenate qualche anno fa.
    Il parco circonda un complesso di edifici di circa cinquemila metri quadrati, di mattoni di un rosso tenue all’esterno e neoclassici all’interno con stucchi, colonne e busti in marmo. Essi completano in modo sobrio ed elegante l’idea progettuale che ha il verde come suo elemento dominante e centrale.

    4Sulla falsariga di quanto fece il principe de Ligne nel diciottesimo secolo, negli edifici sono già contenute le sconfinate collezioni d’arte del proprietario: libri, volumi, intere collane editoriali e le pubblicazioni di una vita… Verranno poi aggiunte, in un altro complesso di edifici, importanti raccolte di sculture, realizzate sia da autori antichi e celeberrimi quali Bernini e Canova che dai più moderni Carracci ed Antonio Ligabue. A completamento del complesso e per valorizzare il territorio parmense verranno poi realizzati anche un bistrot, un ristorante, uno spaccio di prodotti locali.

    Ciò che colpisce del Labirinto è però, in ultima analisi, il significato profondo del progetto. L’intrico dei viali e lo smarrirsi tra di loro simboleggia la vita, il suo articolarsi, il perdersi ed il continuo ritrovarsi delle persone nel tempo. E’ una metafora dell’esistenza umana tra certezze illuministiche ed altalenanti, continue divagazioni.
    L’ondeggiare dei bambù, molli e cedevoli al vento, accompagna costantemente il visitatore nel percorso, dissimula le vie di uscita e gli fa al tempo stesso da guida. Confonde ed indirizza. Nasconde prima, rendendo il percorso ignoto, ma poco dopo svela cosa si cela in realtà al di là dell’angolo.
    Il progetto del Labirinto è spesso specchio dell’anima del suo proprietario: articolata e complessa. La sua ideazione progettuale postula forse una comprensione delle cose che si può formare solo attraverso il lento stratificarsi delle più disparate conoscenze e delle infinite esperienze, maturate nel corso di un’intera vita.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Idroponica: coltivare fiori e ortaggi nell’acqua, senza utilizzare la terra

    Idroponica: coltivare fiori e ortaggi nell’acqua, senza utilizzare la terra

    1Una delle ultime tendenze “verdi” consiste nella coltivazione dei così detti “orti urbani”. Non sono però solo quelli tradizionali in piena terra, cui eravamo abituati, ma sono ora anche illuminati a Led ed “idroponici”. Popolano gli interni e gli esterni di grattacieli, terrazze al centotrentesimo piano e persino rifugi antiaerei di città e metropoli sparse per tutto il mondo…
    Partendo dall’Italia, di recente è stato realizzato un grande orto cittadino a Bologna, sui tetti di un colosso dell’informatica nella periferia cittadina. Il progetto ha come obiettivo, da un lato, la condivisione del cibo coltivato a “chilometri zero” e, dall’altro, divulgare le tecniche di produzione idroponica.

    2Proprio questa nuova metodologia sta recentemente diffondendosi in tutti i continenti. Essa consente di far crescere e sviluppare vegetali ed ortaggi fuori dal suolo, in vaschette d’acqua arricchita di sostanze nutritive e sali minerali. La tecnica trae la sua origine dalla coltivazione “in bottiglia”, ampiamente diffusa in Birmania e Perù.
    Grazie a queste recenti scoperte, a New York si parla già di realizzare specifici grattacieli, autonomi energeticamente e dedicati alla produzione di ortaggi e verdure. Ogni loro piano potrà essere destinato ad una diversa tipologia di coltura, dalle insalate, ai legumi fino all’allevamento del bestiame.

    3In Svezia, il grattacielo “Green House”, già in fase di costruzione, sarà integralmente finalizzato alla coltivazione idroponica, alla produzione di concimi naturali, di energie “pulite” e persino al recupero ed alla purificazione dell’acqua piovana. Oltre alla funzione abitativa e di coltivazione di vegetali, anche la parte estetica verrà attentamente curata: pareti trasparenti e spazi dal design avveniristico.

    Il successo dell’idroponica è tale che, a Londra, essa è stata persino impiegata nel progetto “Growing Underground”, in un tunnel sotterraneo. In un vecchio rifugio antiaereo, utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale, vengono ora prodotte, grazie all’impiego di moderne luci a Led, diversi tipi di insalata ed ortaggi vari.

    4Il progetto “Farmed Here” a Chicago è invece dedicato alla coltivazione specializzata, in particolare qui alla coltura del basilico. Infine neppure l’Oriente è immune dalla recente tendenza: a Tokyo alcuni designer hanno infatti trasformato la sede di un’azienda di selezione del personale in una enorme fattoria urbana. Qui si è sapientemente ottenuta una perfetta fusione tra le tradizionali tecniche giapponesi di coltivazione e l’idroponica. Grazie all’illuminazione con Led di ultimissima generazione, i diversi piani sono dedicati a varie colture: ortaggi, piante verdi e persino fiori. L’esterno dell’edificio, all’avanguardia dal punto di vista energetico, è invece ricoperto da una fittissima foresta verticale. Nel via vai mattutino si mescolano così contadini ed impiegati, anch’essi direttamente coinvolti nella coltivazione e soprattutto nella raccolta degli ortaggi di stagione.

    5Se qualche dubbio residua sulla sapidità delle verdure “idroponiche”, celebri professori garantiscono che esse siano gustosissime e per nulla differenti da quelle cui siamo abituati. Grazie anche ad un migliore impiego delle sostanze nutritive, della salinità dell’acqua e dei nuovissimi e potentissimi Led, i risultati saranno, assicurano, in futuro ancora migliori. Fragole e pomodori saranno così, con minore dispendio di risorse naturali e di terreno rispetto ad ora, indistinguibili da quelli cresciuti nella terra, sotto il sole e nel vento. Anzi si sbilanciano, persino più gustosi e dolci di quelli “naturali”…

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • L’Acanto e le erbe ornamentali: realizzare cassette, contenitori o vasconi originali

    L’Acanto e le erbe ornamentali: realizzare cassette, contenitori o vasconi originali

    2013-04-27 11.47.21Questa settimana forniremo un esempio particolare di come si possa realizzare una cassetta o un contenitore, diversi dal solito, mediante l’impiego di una particolare varietà di pianta, poco conosciuta ed utilizzata assai di rado in Italia.
    Ho recentemente avuto modo, in viaggio, di vedere realizzato un immobile (vedi immagine accanto), adibito a locale, che ha sfruttato in modo interessante ed innovativo l’elemento vegetale. La struttura esterna dell’edificio era in ferro e metallo dipinti di colore grigio scuro opaco, nel quale si inserivano finestre ed aperture in semplice cristallo. Tutto l’insieme era quindi estremamente lineare, moderno e dal taglio molto “pulito”. Affacciandosi il locale su una strada in discesa ed essendo esso realizzato su due diversi livelli, vi era una balaustra, sempre in ferro laccato di colore scuro, di delimitazione tra l’edificio e la via in salita. Il progetto architettonico ed il predetto dislivello erano stati, a mio avviso, sapientemente completati e valorizzati a mezzo dell‘impiego di numerosi grandi vasconi e di vaschette poste sulle finestre e riempite con varie essenze vegetali, attentamente scelte.
    Nella parte posta in prossimità della porta di accesso al locale, era stato inserito un contenitore in cui era stata fatta crescere una pianta di edera rampicante verde scuro, dalle fogli coriacee e lucide. Lungo la balaustra in ferro si susseguivano, invece, numerose vasche in cui erano state collocate e fatte sviluppare varie tipologie di piante dalle foglie di colorazioni grigio-verdastre e verde chiaro, molto frammiste tra loro. I loro colori sottolineavano quindi le scelte architettoniche dell’edificio e valorizzavano la palette chromatique dell’insieme. Tutti i contenitori erano stati attentamente ubicati, erano anch’essi in lega metallica e dalle forme estremamente semplici e lineari. Di particolare interesse erano poi i vasconi, collocati su tutte le finestre del locale, dalla forma rettangolare e di colore grigio ferro. Questi ultimi si inserivano perfettamente nel contesto moderno e nell’insieme del progetto. La scelta più riuscita consisteva però, a mio avviso, proprio nella varietà di piante (unica e ripetuta in tutte le vasche) scelta per completare il locale. Nel caso di specie, anziché riprodurre lo schema variegato ed articolato di essenze presente alla base della balaustra, si era optato per l’inserimento di soli e scultorii ciuffi di acanto (Acanthus mollis).

    2013-06-11 19.51.55 jLa pianta in questione è estremamente elegante e lineare, le sue foglie sono infatti quelle tipicamente utilizzate nell’architettura greca classica e sono proprio quelle che compaiono sul capitello corinzio. Esse sono lunghe, lanceolate, profondamente frastagliate e dentellate e dipartono, tutte, da un lungo gambo coriaceo.
    I colori della pianta sono poi molto uniformi e si compongono di un verde scuro, luminoso, intenso e lucido, dalle striature argentee. Gli apici terminali delle foglie sono appuntiti, con piccole spine grigie chiare. Il portamento del cespuglio è molto elegante e regolare. Essa si adatta perfettamente al clima mediterraneo ed è estremamente frugale nelle esigenze di crescita. A fine maggio, prima metà di giugno, i cespi producono poi numerose infiorescenze di grandi dimensioni (anche superiori al metro di altezza) che si ergono, alti, al di sopra delle foglie coriacee. La loro forma ricorda quella delle bocche di lupo, ossia lunghe spighe verdastre, con numerosi fiori bianco-argentei. Come si evince dalla descrizione, la pianta risulta estremamente semplice ma, al tempo stesso, molto sofisticata ed adattissima a contesti moderni e lineari, quale quello appena descritto.

    L’insieme complessivo, dato anche dal ripetersi delle vasche, tutte identiche tra loro e quindi tali da determinare un’idea di dilatazione dello spazio, risultava estremamente soddisfacente. Ad un occhio attento il progetto e la scelta delle piante appariva attentamente studiato, a mezzo di un brillante impiego sia di scelte cromatiche, che di essenze vegetali che di volumi. L’esempio dimostra davvero come la natura possa diventare parte integrante di un progetto e possa anzi esserne l’elemento caratterizzante. Una sola pianta, dalle forme scultoree e, al tempo stesso, dalle minime esigenze colturali può infatti diventare il punto focale di una intera realizzazione.

    Acorus Gramineus (Ogon) FRONT, Festuca Glauca (Elija Blue) LEFT, Imperata Clindrica (Red Baron) REARPer completezza, devo dire di avere visto raggiungere analoghi risultati anche tramite l’utilizzo di un altro insieme di piante, in particolare le c.d. “erbe ornamentali”, tra cui: Achnatherum calamagrostis, Acorus Gramineu, Ampelodesmos mauritanicus, Anemanthele lessoniana, Calamagrostis brachytricha, Helictotrichon sempervirens, ecc…

    Queste ultime posso apparire, ai non esperti, quasi delle semplici varietà di normale erba. I loro colori, le loro forme, lo sviluppo regolare e compatto dei loro cespugli, le spighe che producono nonché le necessità idrico, colturali bassissime le rendono però estremamente adatte all’inserimento in progetti architettonici ed in contesti moderni. Sui terrazzi di New York, in vasconi a Cape Town come lungo i docks di Anversa, crescono, apparentemente spontanei, cespugli di spighe verde-brunastro, verde-giallastro o verde-biancastro in grado di spiazzare completamente l’osservatore. Difficilmente egli potrebbe infatti aspettarsi che dei ciuffi, seppur adeguatamente disposti, di semplice “erba” possano cambiare completamente l’immagine di una terrazza di una metropoli o il fronte mare di un moderno porto commerciale!

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Come realizzare cassette autunnali e invernali, le piante più adatte

    Come realizzare cassette autunnali e invernali, le piante più adatte

    1Questa settimana forniremo un paio di esempi di come sia possibile realizzare una cassetta autunnale-invernale, dapprima soffermandoci su un contenitore più naturale e successivamente su di uno di impianto più classico.

    Nel primo caso, consigliamo di mescolare varie essenze al fine di ottenere, nella cassetta, un insieme eterogeneo ed un intersecarsi della vegetazione che risulti il più spontaneo possibile. Nel fare ciò si potrà scegliere tra un numero enorme di piante. A titolo esemplificativo ne menzioneremo solo alcune, spetterà poi al lettore decidere quelle che si attaglino meglio alle sue esigenze. In generale sarà anche possibile utilizzare, per l’ossatura del contenitore, alcune essenze che risultino verdi d’inverno ma che producano fiori nel periodo primaverile-estivo e che dunque si prestino a tale doppio impiego.

    2Con riferimento a questo periodo dell’anno, possiamo menzionare, per la parte arbustiva, bossi, agrifogli, piccole tuie, la più esotica feijoa sellowiana (dalle foglie grigio-verdaste), piccole conifere, cespugli della famiglia dei ginepri, lavanda ma anche, eventualmente e qualora si volesse realizzare una cassetta per la zona cucina, piante aromatiche quali timo, rosmarino, alloro, erba salvia

    In merito invece alle piante da fiore, si potrà optare per essenze dalle fioritura breve ma intensa quali settembrini (come dice il nome durano in fiore solo a settembre) eriche, margherite della famiglia dei crisantemi (preferibilmente quelle a fiore semplice), viole, gli eleganti ellebori oppure per piante dalle infiorescenze più durature come i ciclamini.

    3Una menzione a parte merita l’inserimento delle solanacee. Tra queste spicca il solanum capsicastrum che forma dei cespugli di medie dimensioni, dalle foglie di un verde brillante intenso, produce una fioritura nei toni del bianco ma soprattutto, nella stagione in discussione, molte bacche di colore arancione acceso. Queste ultime appaiono, da un punto di vista estetico, molto decorative ed interessanti.

    4Analogamente a questo cespuglio, nel contenitore potranno essere inserite altre essenze che producano frutti quali ad esempio: berberis, alcuni ginepri o eventualmente alcune varietà di rose tra cui quella rugosa. Molto ovviamente dipenderà dalle dimensioni della cassetta ed anche dall’insieme di piante, alcune infatti tra quelle menzionate sono spoglianti (la rosa rugosa) e quindi saranno esteticamente interessanti soprattutto se mescolate ad altre sempreverdi. In ogni caso, al fine di colmare eventuali vuoti, sarà sempre possibile l’impiego di edere, dalle foglie variegare, o del senecio dal fogliame grigio-argenteo.

    5Nel caso si voglia creare una cassetta che si caratterizzi per un aspetto più formale e meno classico, si potrebbe invece optare per il seguente insieme di piante. Innanzi tutto, si potrebbero collocare, ai due lati del contenitore, due identici arbusti di bosso, oppure specie di inverno di skimmie o piccoli agrifogli. A questo punto, specie per i bossi che ben si prestano ad essere modellati secondo i dettami dell’“ars topiaria”, si potrà optare per una duplice scelta: lasciar crescere le piante in forma spontanea oppure regolarle a cono, a sfera, a piramide o come meglio si vorrà. Tra le predette piante, sarà poi possibile collocare, nel primo autunno, eriche, settembrine o margherite (preferibilmente quelle semplici e non doppie) appartenenti alla famiglia dei crisantemi, in inverno, ciclamini o anche gli ellebori dalle splendide fioriture bianco puro o bianco-rosate.

    6Nel caso in cui si voglia mantenere questo impianto di base per tutto l’anno, sarà sufficiente continuare ad introdurre, nel tempo, nuove essenze (annuali o bulbose) in sostituzione di quelle che, via via, sfioriranno. L’ossatura della cassetta rimarrà quindi sempre la stessa ma il variare delle colorazioni, delle forme e delle dimensioni delle essenze che verranno ad inserirsi tra i bossi o gli altri arbusti scelti, trasformeranno completamente l’insieme, rendendolo sempre nuovo ed esteticamente interessante.

    Alle piante sopra descritte sarà poi evidentemente sempre possibile, a completamento dell’insieme, aggiungerne altre. Ad esempio, possiamo menzionare, tra le infinite possibilità, edere bianche e verdi o verdi, elicriso oppure anche, eventualmente e secondo una moda molto British, dei Paesi Bassi e del Belgio, rami secchi ritorti o molto ricchi di gemme e rametti laterali.
    Il risultato complessivo sarà articolato, spontaneo ed ottimo, specie quando nel cuore dell’inverno la pioggia, la brina o la neve risaltano sulle cortecce, sui rami secchi e frastagliati, sulle foglie coriacee dei piccoli arbusti o tra le bacche colorate.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • La Gunnera, pianta dalle foglie giganti

    La Gunnera, pianta dalle foglie giganti

    trebah_gunneraSempre in tema di piante poco note o inusuali, questa settimana parleremo della Gunnera. Questo genere appartiene alla famiglia delle Gunneraceae che comprende numerose varietà, principalmente provenienti dal Sud America o comunque da aree del pianeta a clima subtropicale. Ne esistono in natura tipologie di piccole dimensioni ma la Gunnera è nota proprio per essere pianta dal portamento imponente.

    Vi sono infatti cespi che producono foglie, su di uno stelo alto svariate decine di centimetri, che possono raggiungere i tre metri di larghezza e persino i nove di lunghezza. Le Gunnere fioriscono poi in modo altrettanto incredibile. Dal centro del cespuglio, spuntano infatti numerose pannocchie di grandi dimensioni, di colori verde, giallastro bruciato. Le foglie, dal colore intenso, sono profondamente incise, dal margine dentellato e talvolta presentano, nella pagina inferiore, sorte di spine flessuose e molli.

    gunnera2La Gunnera dà il suo meglio in terreni ricchi, fertili e profondi, preferibilmente in zone soleggiate o a mezz’ombra. Il suolo deve essere poi estremamente umido, specie nei periodi caldi o d’estate. Il cespuglio cresce in modo particolarmente soddisfacente soprattutto a ridosso dei corsi d’acqua e dei laghetti, sulla cui superficie le foglie si riflettono con effetti estetici di grande impatto visivo.

    leavesDato che la pianta proviene dalle aree subtropicali del pianeta, potrà essere coltivata dove il clima non sia troppo rigido e non vi siano forti gelate invernali. In autunno, si consiglia comunque una spessa pacciamatura (ossia coprire il terreno con resti organici per proteggere le piante) con foglie (anche le stesse della pianta, una volta essicate), da rimuovere in primavera non appena sarà passato il periodo delle gelate.

    Tra le molte esistenti, ci limitiamo qui a citare due varietà: la Gunnera Manicata e la Gunnera Tinctoria. La prima è spontanea in Brasile, dove cresce, grandiosa, lungo i corsi d’acqua. Le foglie, per le quali viene principalmente coltivata, raggiungono infatti i due metri di altezza ed i tre di larghezza. È anche nota come “Rabarbaro Gigante”, per la somiglianza con quest’ultimo. Si può trovare però, di frequente, sull’isola scozzese di Arran, dove le foglie vengono persino raccolte per essere impiegate come ombrelli per proteggersi dalla pioggia.

    gunnera1La seconda varietà proviene dal Sud America (in particolare dal Cile e dall’Argentina), dove prospera come pianta perenne. Cresce fino a due metri di altezza, in prossimità di laghi e fiumi. Le foglie ed i gambi della Gunnera Tincitoria sono commestibili, consumati nelle zone di origine sia freschi che nella produzione di marmellate e liquori.
    A differenza di altri paesi, la Gunnera è poco diffusa e conosciuta in Italia. Ne sono stati impiantati, nel tempo, alcuni gruppi in parchi e giardini storici e specie nel Nord ma è da noi quasi una rarità. Più presente in Gran Bretagna, anche nel freddo Nord del paese, dove però prospera grazie alla tiepida Corrente del Golfo. Ne ho viste di impressionanti e rigogliosissime persino in alcuni giardini scozzesi, in prossimità di laghetti ed in contrasto a turriti manieri medioevali. Un abbinamento curioso ed apparentemente poco usuale (ma da sempre praticato nel Regno Unito) che lascia, senza dubbio, colpito l’osservatore, spesso ignaro dell’esistenza di un simile “gigante” verde tropicale.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    1Ho letto, con curiosità, l’altra sera un interessante articolo relativo ad un notissimo paesaggista italiano. Devo dire la verità, ne sono rimasto affascinato, profondamente. Non sono un neofita, ho visto i principali giardini d’Europa e del mondo. Ho letto molto, tanto gli autori inglesi (maestri nel campo) quanto gli scritti dei principali architetti italiani, qualcosa dei francesi e persino dei belgi… Ho addirittura comprato un volume sul “Landscape design” in Svezia ma devo essere onesto, ho ceduto di fronte all’impossibilità di comprensione linguistica. In un certo senso, sinora ho però solo capito di non sapere. Come opera e chi è veramente il paesaggista?

    2In fondo in tanti articoli che si sono succeduti nella nostra Rubrica non abbiamo mai definito questa figura. Ebbene leggendo quel brano e soprattutto ragionando sul tema forse ho in parte compreso. Non è un architetto, non è un artista, non è un botanico o un ingegnere, non può neppure essere definito un giardiniere. E’ un insieme di tutte queste cose, unite ad una indomita passione per il viaggio, alla sbigottita ed ingenua meraviglia di fronte allo spettacolo della Natura ed alla bizzarra fantasia dell’alchimista.

    3Il paesaggista deve possedere le doti del pittore, la sensibilità del poeta, deve capire il mondo naturale, distinguere le specie vegetali, percepire le leggi non scritte che regolano la vita delle piante… Deve essere un tipo “straordinario”, nella sua accezione di fuori dell’ordinario. Deve muoversi con sapienza tra rigide norme (architettoniche e botaniche) senza il rispetto delle quali crollerebbero i muri dei parchi, cederebbero gli argini dei torrenti, morirebbero le piante senza mai acclimatarsi, poter crescere o fiorire.

    4Deve però essere in grado di violare le regole e di sapere esattamente quando ciò deve essere fatto. Senza questo innato talento, il progetto sarebbe sterile, lineare e privo di quella aura vitale che solo la natura solitamente infonde. Il paesaggista deve rispettare il contesto ma saperlo, al tempo stesso, piegare docilmente al suo volere senza che ciò sia percepito o risulti mai percepibile. Il giardino apparirà così come parte del verde circostante, mera porzione del tutto, rispetterà il “genius loci” e, nell’impalpabile distaccarsene, lo esalterà.

    5I cespugli che sono costati ore di sapienti potature sembreranno così naturali e soltanto frutto di crescite regolari e continue. Gli alberi faranno da cortina al tutto come se fossero stati sempre lì, spuntati in basi alle casuali leggi della natura. I prati si perderanno tra i boschi, si confonderanno con i laghetti ed i ruscelli, avranno contorni smussati e si caratterizzeranno per una attenta e studiata trascuratezza. Il paesaggista deve quindi capire l’esistente, rispettarlo e sapersi imporre su di esso impercettibilmente e leggiadramente. Per questo pochi sono i progetti veramente riusciti, in cui il talento innato dell’autore spicca. A prescindere dai suoi titoli accademici. Per fare tutto questo è necessario un lungo percorso di studi, di viaggi, di curiosa visita a parchi e giardini di tutte le epoche e di tutti i paesi ma anche una lenta e profonda crescita professionale, personale ed umana. Serve acquisire una peculiare e non immediata sensibilità, un rispetto profondo per le cose e gli esseri viventi, animali e vegetali.

    Per tutti questi motivi ho conosciuto molti paesaggisti ma pochi sono effettivamente all’altezza di tale nome in quanto questi soli sanno incidere nel contesto senza cedere alla naturale tendenza di apparire e di dominare la scena. Possono spontaneamente riuscire nel non facile compito di riprodurre il paesaggio senza copiarlo. Sono in grado di esaltarlo semplicemente, attraverso sapienti e mirate variazioni sul tema.
    Come le fotografie qui riprodotte ben dimostrano forse per fare questa professione bisogna essere, al tempo stesso, innatamente poeti, avventurosi viaggiatori, artisti estrosi ed avere uno Studio, dall’apparente caotico disordine di una “wunderkammer”, simile a quello di un moderno alchimista!

     

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  • New York, Green Loop: parchi e orti galleggianti per lo smaltimento dei rifiuti

    New York, Green Loop: parchi e orti galleggianti per lo smaltimento dei rifiuti

    1Dopo aver descritto la High Line, questa settimana parleremo di un secondo progetto, ancora nella fase iniziale, che mira a valorizzare il ruolo del “verde” ed ad accrescere gli spazi dedicati a parchi e giardini nella città di New York.
    L’idea di realizzare alcune gigantesche isole galleggianti sul mare, chiamate “Green Loop”, trae origine dalla volontà di migliorare la gestione dei rifiuti urbani, specie di quelli riciclabili ed “umidi” di una grande metropoli. New York produce, infatti, qualcosa come 14 milioni di tonnellate di scorie l’anno, il che implica costi di loro stoccaggio e trasporto per oltre 300 milioni. Tale movimentazione congestiona le strade, crea un enorme traffico, grandi quantità di anidride carbonica e notevole inquinamento atmosferico.

    2L’obiettivo degli ideatori del progetto consisterebbe nel valorizzare il “verde” cittadino, creando delle vere e proprie enormi isole sul mare, prospicenti a varie aree della metropoli. Tali spazi, sottratti all’acqua, verrebbero anche utilizzati per stoccare i rifiuti riciclabili da trasformarsi, attraverso un elaborato procedimento ecocompatibile, in compost ricco di minerali ed altamente concimante. Quest’ultimo verrebbe reimpiegato a New York o potrebbe essere eventualmente rivenduto a terzi. Nel progetto si mirerebbe a realizzare più o meno un’isola per ciascun quartiere in modo che ogni diversa area della città possa essere indipendente e possa autonomamente gestire lo smaltimento ed il riutilizzo dei propri rifiuti.

    PrintQuesti giganteschi “Green Loop” permetterebbero inoltre di sfruttare enormi, nuove estensioni di terreno, si ipotizzano almeno 135 acri, da destinare esclusivamente a spazi verdi e parchi pubblici. Da un punto di vista estetico, spunterebbero dal mare varie aree verdi galleggianti sull’acqua, tutte diverse tra loro per vegetazione, scelte progettuali e finalità di impiego.

    4I centri di lavorazione delle scorie sarebbero infatti siti all’interno degli isolotti e completamente coperti dalla folta vegetazione. Sarebbe così possibile realizzare boschetti, giardini, piste ciclabili ed orti collettivi dove crescere vegetali e verdure, magari reimpiegando lo stesso compost derivante dall’operazione di riciclo e bonifica dei rifiuti urbani.

    5Il progetto nel suo complesso è assai avveniristico ma permetterebbe, al tempo stesso, di riutilizzare rifiuti, abbattere i costi di loro smaltimento, ridurre l’inquinamento e di creare, dal nulla, numerose aree verdi dai più svariati impieghi.
    Le metropoli del futuro potrebbero quindi vedere, se questo ed altri progetti analoghi verranno realizzati, parchi e giardini che galleggiano sul mare o alberi spuntare dai balconi dei nuovi grattacieli, come nel caso del “Bosco verticale” di Stefano Boeri a Milano.

     

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  • Alberi millenari, la top ten in Gran Bretagna

    Alberi millenari, la top ten in Gran Bretagna

    1La passione per il Verde di un Paese si può misurare in vari modi, il Regno Unito si differenzia però sempre, rispetto agli altri stati, sia per la frequenza che per l’originalità delle iniziative intraprese sul tema.
    Recentemente è stato infatti indetto un sondaggio pubblico per scegliere l’”albero dell’anno“. Gli esperti del Woodland Trust, la Fondazione che si occupa della tutela e della salvaguardia del patrimonio arboricolo britannico, ed altri gruppi dediti alla protezione della natura hanno redatto una lista di dieci alberi millenari tra i quali i cittadini potranno, con votazione pubblica, scegliere la pianta più amata del Regno.

    2Tra i “candidati”, vi sono l’enorme Tasso sotto il quale si ritiene che sia stata firmata, nel lontano 1215, la Magna Carta Libertatum, il Melo che avrebbe ispirato la teoria di Newton sulla gravità ed una famosa Quercia, di almeno ottocento anni di età, che si tramanda avrebbe fornito protezione a Robin Hood durante le sue avventurose peripezie. Nell’elenco vi sono poi anche l’albero sotto il quale si riunirono, oltre cinquecento anni fa, i contadini che intrapresero, nella Norfolk Rebellion, la loro celebre lotta contro i baroni corrotti. Vi è infine anche l’Allerton Tree di Liverpool, che è assai particolare in quanto rappresenta l’ultimo scorcio di natura inglese visibile da parte dei numerosi migranti che lasciavano, per sempre, le banchine britanniche, in partenza per le Americhe.

    3Gli alberi presi in considerazione prosperano, da centinaia e centinaia di anni, in ogni parte del Regno Unito, senza esclusione alcuna. Si trovano nelle campagne del Galles, nelle brughiere scozzesi o nelle ricche e prosperose colline delle Cotswolds… Molti sono poi, da sempre, famosi e ben noti per la loro collocazione in prossimità di villaggi oppure sono molto amati dalle comunità locali, le cui popolazioni hanno in essi stessi un preciso punto di riferimento ed in cui si identificano da generazioni.

    SONY DSCIn un Paese profondamente legato al Verde ed al suo patrimonio boschivo, la competizione nasce proprio per rafforzare la consapevolezza dell’unicità degli alberi inglesi e della loro storicità. Il concorso è inoltre finalizzato allo specifico obiettivo di istituire un registro nazionale degli alberi storici, unitario e completo. Quest’ultimo avrà il preciso scopo di inventariare tutte gli alberi “monumentali” o millenari esistenti, di elencarli e di proteggerli ora ed in futuro.

    5Si ritiene infatti che la Gran Bretagna sia uno dei Paesi del Nord Europa più ricchi di piante di specie particolari, importanti, storiche ed antiche. E’ fondamentale pertanto, sia nell’interesse degli organizzatori della competizione che di tutta la Nazione, valorizzare questo rarissimo patrimonio naturale millenario, sopravvissuto alle guerre, alle intemperie, alle malattie ed a tutte le avversità succedutesi nei secoli e che tanto, da sempre ed ancora oggi, caratterizza il paesaggio della campagna inglese.

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