Categoria: Ianuenses

  • San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    cappella-san-giovanniNell’ottobre del 1797, un viaggiatore inglese di nome Thomas Watkins, di passaggio a Genova, assistette in un’osteria cittadina a una singolare disputa tra due veneziani e i genovesi presenti. La discussione verteva – afferma Watkins, con un po’ di stupore – sui meriti dei rispettivi santi patroni: san Giovanni Battista e san Marco. Secondo i genovesi, il Battista aveva compiuto molti miracoli e per questo era da considerarsi il più grande tra i santi. Per i veneziani, san Marco era senz’altro superiore poiché sedeva in Cielo a fianco alla Vergine. Gli animi dovettero scaldarsi: un genovese, evidentemente indignato per l’affronto subìto, estrasse un pugnale e trafisse al cuore il veneziano gridando: «Ti manda questo San Giovanne; che ti guarìano le osse di San Marco!». Watkins, che riporta l’episodio nel proprio libro di memorie, ne attribuisce la causa all’odio secolare tra le due città, sviluppatosi in quel Medioevo dei commerci che le aveva viste tra le principali protagoniste. Un Medioevo nel quale i santi patroni tifavano naturalmente per i propri protetti.

    Il “furto” delle ceneri

    Il culto di Giovanni Battista ha origini antichissime. A Genova, se ne colgono le tracce già attorno al 1130. Molte volte, gli annalisti cittadini del Duecento ricordano le processioni effettuate in suo onore, generalmente per sedare marosi e tempeste. Tuttavia, è solo alla fine del Duecento che tale culto conosce un impulso decisivo grazie alla grande opera dell’arcivescovo Iacopo da Varazze. Nella sua “Istoria sive legenda translationis beatissimi Iohannis Baptiste” egli narra di come, nel corso della prima crociata, poco dopo la presa di Antiochia del giugno 1098, alcuni crociati genovesi, di ritorno in patria, fossero sbarcati nei pressi dell’antichissima città di Myra, in Anatolia, alla ricerca delle reliquie del beato Nicola. Trovando che i sacri resti erano già stati trafugati, i Genovesi si misero ugualmente a scavare sotto l’altare Santo, di fronte agli sguardi sconsolati dei monaci presenti. Poco dopo, s’imbatterono in una cassa marmorea che portarono di corsa alle proprie navi. Solo allora, i monaci confessarono loro, tra le lacrime, la reale consistenza del tesoro. Non si trattava, infatti, delle reliquie di Nicola, ma di un premio maggiore: le ceneri di san Giovanni Battista. I Genovesi non poterono che rallegrarsene: divisero il bottino tra le imbarcazioni e ripresero il mare, guadagnando il porto di Genova dopo aver superato i marosi e i venti contrari con la forza di una fede rinnovata.

    Le ceneri sarebbero giunte a Genova nel 1099, al termine di un periodo di aspre lotte intestine tra i sostenitori della riforma della Chiesa e i loro oppositori. Si era allora in piena lotta per le investiture e, da circa un cinquantennio, la città era retta da personaggi aderenti al partito filo-imperiale. L’elezione del filo-papale Airaldo era stata fortemente avversata. Secondo Iacopo da Varazze, l’arrivo delle ceneri avrebbe avuto l’effetto di sedare le discordie intestine e di spingere i Genovesi all’organizzazione di una nuova spedizione. Tuttavia, una volta insediatosi, il nuovo vescovo, di concerto con i consoli e i rappresentanti del governo civile, decise di operare ulteriori accertamenti: i crociati in procinto di partire per la Terrasanta avrebbero dovuto recarsi a Myra, conferire con i monaci e sincerarsi del racconto dei propri concittadini. Solo in quel modo si poté essere certi dell’autenticità dei sacri resti, i quali, da allora, iniziarono a essere venerati «maiori devotione atque reverentia».

    Un patrono per tutti

    Sin qui la leggenda. Ma quanto di vero v’è nelle parole del prelato? In realtà, la domanda è, in sé, mal posta: il Medioevo è pieno di racconti di questo genere, che rientrano in un filone specifico, quello dei “furta sacra”. Non è tanto importante, dunque, cercare di comprendere quanto il racconto si avvicini alla realtà, bensì valutare quanto esso pesasse nella mentalità comune, quanto abbia influito sulla vicenda cittadina. Impresa assai ardua, naturalmente, circa la quale, però, qualcosa è possibile dire. D’altra parte, risulta senz’altro singolare il fatto che Caffaro, il primo cronista cittadino, contemporaneo agli eventi, non faccia menzione alcuna dell’avvenimento. Che non si fosse ancora cristallizzata una leggenda relativa all’arrivo a Genova delle ceneri del Precursore? E’ obiettivamente difficile spiegarne il silenzio postulando l’esistenza di cronache espressamente dedicate; tanto meno affermando (come è stato fatto) ch’egli intedesse dare avvio ai propri Annali dalla spedizione successiva, quella del 1100, la quale fu effettivamente una spedizione importante, partecipata da tutta la cittadinanza, finalmente pacificata alla notizia della conquista di Gerusalemme. Probabilmente, il culto del Battista non aveva ancora ricevuto l’attenzione che meritava.

    Tuttavia, è probabile che esso fosse già in auge nel 1130. Ne rimangono tracce, infatti, in corrispondenza dell’erezione della diocesi genovese ad arcidiocesi. Numerose, inoltre, sono le attestazioni superstiti per la seconda metà del XII secolo e per tutto il XIII. Iacopo da Varazze, dunque, non fece altro che rileggerne il culto alla luce delle esigenze del proprio tempo, forse con l’obiettivo di trasformarlo in qualcosa di simile a una “religione civica”, nella quale i Genovesi di ogni fazione, in perenne lotta tra loro, avrebbero potuto identificarsi. Da questo momento in poi, infatti, le attestazioni si moltiplicano: nel 1299, nel bicentenario dell’arrivo delle ceneri, l’arcivescovo Porchetto Spinola approvò, dunque, la costituzione di una «consortia» (e, cioè di una confraternita) dedita esplicitamente al culto del santo; il 13 febbraio del 1312, l’imperatore Enrico VII stabilì che chi avesse voluto pregare a suo vantaggio (e a suffragio dell’imperatrice Margherita, da poco defunta e sepolta in San Francesco di Castelletto a Genova) avrebbe dovuto recarsi presso l’altare del Battista: nel 1319, le reliquie furono portate in processione dalla parte guelfa, vincitrice sui ghibellini della Riviera di Ponente. Bisognerà attendere, però, il 1323 perché, su iniziativa di due privati cittadini – Benedetto e Nicolò Campanari (forse appartenenti alla «consortia» di recente approvazione) – le ceneri trovino accoglienza in una cappella apposita nella cattedrale, e il 1327 perché, per volontà dell’influente famiglia Fieschi, il Battista sia finalmente dichiarato «Patrem civitatis».

    Tra arte e diplomazia

    Nonostante ciò, il culto battistino stenterà ad assumere un carattere ufficiale. Basti pensare agli affreschi trecenteschi della cattedrale: il Santo non possiede affatto un ruolo di preminenza. Poche, inoltre, sono le chiese e le cappelle dedicate al Battista nel territorio genovese. Senza dubbio, il Battista ebbe un peso nel segreto delle coscienze: nel corso della grande peste di metà secolo, ad esempio, le catene che assicuravano l’arca delle ceneri furono oggetto di particolare venerazione, giacché il solo toccarle – pare – assicurava protezione. E’ sintomatica, tuttavia, la vicenda della concessione da parte di Urbano VI, il 26 settembre 1386, per la festa della natività del Battista, delle stesse indulgenze godute dalla chiesa di San Marco a Venezia per la solennità dell’Ascensione: i Genovesi non si curarono affatto di richiedere al papa i termini esatti dell’indulgenza, bastando loro d’essere equiparati alla città rivale! Soltanto nel XV secolo, le ceneri avrebbero acquisito un valore simbolico in ordine all’accrescimento della potenza genovese, venendo ospitate nella splendida cappella del Gagini, nella navata sinistra della cattedrale di San Lorenzo. Per il momento, tensioni e spaccature evitarono che il culto – sostenuto solo da parte della popolazione (nello specifico dalla parte guelfa) – divenisse realmente espressione corale della cittadinanza.

    E oggi? Oggi si festeggia il 23 giugno, col grande falò di piazza Matteotti, che ricorda i grandi fuochi d’età moderna, seguito da un inspiegabile Ghost Tour che sa molto di notte di tregenda… e dalla tradizionale processione delle ceneri al mare, il 24. Ce n’è per tutti.


    Antonio Musarra

  • Quelle strane crociate dei Genovesi

    Quelle strane crociate dei Genovesi

    genova-crociata-bambiniIl legame tra Genova e le crociate è, in certo qual modo, strutturale. Caffaro, il decano dell’annalistica genovese, non esita a coniugare il sorgere della “compagna” – e, cioè, di quell’organismo dai labili tratti pattizi e istituzionali dal quale sarebbe scaturito il comune di Genova – alla partecipazione dei propri concittadini alla prima crociata, consumatasi nel decennio a cavallo tra XI e XII secolo. La crociata – si può dire – fu un fatto nuovo e per molti versi totalizzante, che avrebbe impregnato la mentalità collettiva per secoli. E di ciò i Genovesi sarebbero stati testimoni e partecipi. La stessa storiografia genovese avrebbe fondato sulla crociata la rappresentazione dei propri concittadini, affatto tratteggiati nelle vesti di mercanti – con buona pace della nota equivalenza Ianuensis ergo mercator – bensì di combattenti, anzi, di milites Christi, a dimostrazione di quanto quell’esperienza fosse penetrata nel profondo.

    Ciò nonostante, grande fu lo stupore, a Genova, quando, nel 1212, giunse in città una nutrita massa di pellegrini – giovani, poveri, vagabondi e senza radici, o più semplicemente esclusi –, che diede vita a quella che è passata alle cronache come la “crociata dei fanciulli”. L’episodio – su cui si è scritto molto, spesso a sproposito – si inserisce nel quadro delle cosiddette “crociate popolari”: movimenti spontanei di uomini e donne, talvolta armati, speso usi alla violenza (in alcuni casi si parla perfino di cannibalismo, come nel caso dei Tafur della prima crociata), pienamente rientranti nel contesto più generale del movimento crociato, essendone sostanzialmente una delle variabili possibili e storicamente realizzate.

    A incidere sull’immaginario dei cosiddetti pueri – i semplici – del 1212 furono le aspettative di rinnovamento della chiesa e le inquietudini mistico-religiose del tempo, corroborate dall’inizio delle campagne di predicazione volte a contrastare manu militari (ma col sostegno della croce) gli albigesi della Linguadoca – meglio conosciuti come catarie i saraceni della penisola iberica, il cui messaggio conteneva pressanti appelli alla semplicità apostolica e alla penitenza. La volontà di liberare il Santo Sepolcro senza armi – vista anche l’ingloriosa fine della spedizione del 1202-1204, che era giunta a conquistare nientemeno che Costantinopoli – guidava quella turba di disperati, parte della quale, partita dai Paesi Bassi, dalla Renania e dalla Francia settentrionale tra la primavera e l’estate, era giunta a valicare le Alpi, alla ricerca di un modo per recarsi nel levante.

    L’arrivo di un gruppo consistente di pellegrini a Genova è testimoniato dall’annalistica locale, che costituisce, a tutti gli effetti, una delle poche fonti riguardanti l’episodio. Secondo l’annalista Ogerio Pane, nel corso dell’estate giunsero in città, guidati da un certo Nicola – che sappiamo da altre fonti essere originario dei dintorni di Colonia – circa settemila persone tra uomini, donne e bambini:

    [quote]Nel mese di agosto, di sabato, otto giorni prima delle calende di settembre, un certo fanciullo tedesco di nome Nicola entrò nella città di Genova, poiché era in pellegrinaggio, e con lui un’enorme moltitudine di pellegrini che portavano croci, bordoni e scarselle, oltre settemila tra uomini, donne, fanciulli e fanciulle, a giudizio di un uomo di senno. E la domenica seguente uscirono dalla città; ma molti uomini, donne, fanciulli e fanciulle di quella schiera rimasero a Genova.[/quote]

    La turba, dunque, avrebbe sostato per qualche tempo in città, o, più verosimilmente, al di fuori delle mura, probabilmente nei pressi della commenda ospitaliera di San Giovanni di Pré, che segnava allora il limite occidentale dell’abitato.

    Qualche particolare è aggiunto da Iacopo da Varagine nella sua Chronica civitatis Ianuensis, composta alla fine del secolo (nonostante egli collochi erroneamente l’episodio nel 1222). A quanto pare, Nicola aveva promesso ai propri seguaci l’apertura del mare e l’agevole accesso alla Terrasanta. Ma, sfortuna volle, che il miracolo tardasse a manifestarsi. Ciò deluse le speranze collettive, sì che, dopo qualche tempo, la maggior parte dei presenti decise di abbandonare l’impresa e di fare ritorno alle proprie case. Iacopo, anzi, afferma che i Genovesi avrebbero insistito perché i pellegrini se ne andassero, sia perché diffidavano della loro giovane guida, sia perché avevano paura che il gran numero di persone presenti in città provocasse una carestia o, più in generale, problemi di natura igienica, sia, infine, per motivi di natura politica: il giovane Federico II Hohenstaufem aveva abbandonato la città da poco tempo, il 25 luglio; la presenza di una gran massa di tedeschi, ancorché pellegrini, avrebbe potuto dare adito a fraintendimenti, visti i contrasti in corso tra il sovrano e Ottone di Brunswick per il controllo della corona imperiale. L’impegno crociato dei pueri tedeschi, dunque, pareva del tutto fuori luogo.

    La crociata delle donne

    genova-crociata-donneQualche decennio dopo, in pieno 1300, un altro episodio avrebbe fatto parlare di sé. In quell’anno, i mongoli, provenienti dalle steppe, calarono in Siria, sconfiggendo alcune armate mamelucche che controllavano la regione. La notizia – squisitamente falsa – della riconquista di Gerusalemme, contribuì a risvegliare gli animi, afflitti da quando, nel 1291, con la caduta di Acri, tutta la Terrasanta era stata perduta. Nell’estate del 1301, un francescano savonese, un certo Filippo Busserio, si fece latore presso papa Bonifacio VIII dei voleri di alcune nobildonne genovesi, appartenenti a famiglie dai nomi altisonanti – per citarne alcune: Carmadino, Ghizolfi, Grimaldi, Doria, Spinola, Cibo… –, le quali, «mente viros in corpore fragili», desideravano vestire lorica e corazza e partire alla riconquista dei Luoghi Santi. Inizialmente, Bonifacio accolse con soddisfazione i loro propositi, tanto più che a guidare la spedizione (definita significativamente «passagium quasi particolare» e, cioè, non proprio una crociata ma qualcosa di simile) sarebbe stato Benedetto Zaccaria, l’ammiraglio genovese che aveva trionfato sui Pisani alla Meloria nel 1284.

    Il 9 agosto, il papa diramò alcune lettere nelle quali esaltava l’ardimento delle donne genovesi e denigrava l’atteggiamento di principi e dei potenti nei confronti della Terrasanta:

    [quote]O miracoli, o prodigi! Le donne prevengono gli uomini nel soccorso della Terrasanta![/quote]

    Al contempo, ordinava al frate minore Porchetto Spinola, amministratore dell’arcivescovado genovese, di predicare la croce in città, ingiungendo ai membri dell’ordine francescano di accompagnare la spedizione. Bonifacio si spinse sino a chiedere allo Zaccaria d’informarlo dei piani d’azione. Tuttavia, poco dopo, tornò sui propri passi, vietando alle dame genovesi di partire.

    Perché? Difficile dirlo. Il sospetto è che il problema fosse rappresentato dallo stesso Zaccaria – un personaggio scaltro e facoltoso, dalla biografia degna d’un romanzo – che desiderava probabilmente ritagliarsi un dominio personale lungo la costa siro-palestinese. Il tutto, dunque, finì in una bolla di sapone.

    E di quelle ardite femmine non si seppe più nulla.

    Antonio Musarra

  • Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    catino-genovaLa si attendeva da tempo. La mostra sul Medioevo genovese, recentemente inaugurata presso il Museo di Sant’Agostino, è quel che si suol dire “un lieto evento”, soprattutto per un città che di quel Medioevo conserva ancora molto, anzi, moltissimo. Certo, sarebbe stato meglio rendere il percorso espositivo più lineare perché chi entra nella chiesa di Sant’Agostino si trova un po’ in balìa di se stesso; qualche pannello, inoltre, riflette schemi storiografici piuttosto compassati, senza contare che, a dispetto del titolo – Genova nel Medioevo. Una capitale del Mediterraneo al tempo degli Embriaci – di Embriaci si parla, in fin dei conti, poco. Ma, in fondo, si tratta di sensazioni personali: nel complesso, si può dire che il lavoro effettuato sia, comunque, eccellente. Chiunque desideri conoscere i punti salienti della storia medievale genovese ha tutti gli strumenti a disposizione; soprattutto, ha di fronte a sé tutto ciò che serve per farsene, in certo qual modo, un’idea chiara: tessuti, oreficerie, marmi, monete, e poi quel Catino, solitamente conservato nel museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo, che non manca d’attirare su di sé lo sguardo del visitatore, anche di quello più distratto. Nell’inaugurare questa mia piccola rubrica mensile, mi sono detto: perché non trattare brevemente di qualcosa che raccolga in se la “genovesità medievale” nel più ampio significato del termine? Ebbene: come si vedrà, il Catino fa esattamente al caso nostro.

    Memorie dannunziane

    Garneray-genova-800Sarebbe troppo lungo elencare tutti coloro che hanno tratto spunto dal Catino per trattare di un’epoca nella quale, per così dire, Genova iniziava a “insuperbirsi”. Mi riferisco a quel medioevo centrale, compreso grossomodo tra i secoli X e XIII, che vide i Genovesi dare abbrivio alla propria espansione sui mari. Tra tutti, ho scelto il mio preferito: quel D’Annunzio che tanta parte ha avuto nel raccogliere e rielaborare i caratteri di quel “medievalismo risorgimentalistico” (o, se si vuole, di quel “risorgimento medievalistico”), che aveva fatto del Comune medievale e della sua “sacra espansione” sui mari una delle proprie fonti d’ispirazione. Ebbene: nel corso della guerra italo-turca, egli unì la propria vena medievistica, d’ascendenza prettamente carducciana e, dunque, profondamente, civica, con i più ampi orizzonti mediterranei, producendo autentici capolavori quali la Canzone d’Oltremare, la Canzone del Sacramento o la Canzone del Sangue, contenute in Merope, ritenuto il quarto libro delle Laudi. Nella Canzone del Sangue, una copia della quale fu donata dal poeta stesso, nel 1911, al Consorzio autonomo del porto di Genova, D’Annunzio prende spunto dal Catino per cantare la potenza genovese nel Mediterraneo:

    In Cristo Re o Genova, t’invoco.
    Avvampi. Odo il tuo Cìntraco, nel caldo
    vento, gridarti che tu guardi il fuoco.

    Non Spinola né Fiesco né Grimaldo
    trae con la stipa. Il sangue del Signore
    bulica nella tazza di smeraldo.

    S’invermiglia a miracolo d’ardore
    il tuo bel San Lorenzo, come quando
    tornò di Cesarèa l’espugnatore.

    Tornò Guglielmo Embrìaco recando
    ai consoli giurati, in sul cuscino,
    tra la sesta e il bastone di comando,

    tra la coltella e il regolo, il catino
    ove Giuseppe e Nicodemo accolto
    aveano il sangue dell’Amor divino.

    Era desso, l’Embrìaco, figliuolto,
    quei che fece al Buglione il battifredo
    onde il vóto santissimo fu sciolto.

    Con le mani che diedero a Goffredo
    la scala invitta, sopra il popol misto
    levò la tazza. E il popol disse: “Credo”.

    E ribolliva il sangue ad ogni acquisto
    di Terrasanta; e n’eri tutta rossa,
    il popolo gridando: “Cristo, Cristo!

    Cristo ne preste grazia che si possa
    andar di bene in meglio”. E la Compagna
    incastellava cocca e galèa grossa.

    Quel Catino che merita una visita

    Come si vede, il Catino possiede un’intrinseca simbolicità. Ma di che si tratta? Che cosa sappiamo di questo piatto dalla forma esagonale e dal colore tanto particolare? In realtà, Caffaro, il primo cronista genovese, autore di un opuscolo espressamente dedicato alla partecipazione dei propri concittadini alla crociata, non ne parla affatto. È Guglielmo di Tiro, vissuto in pieno XII secolo, a citarlo per primo, riportando verosimilmente quanto circolava su di esso. A suo dire, i Genovesi erano soliti mostrarlo ai visitatori più illustri, sostenendone il carattere smeraldino, attestato, in realtà, soltanto dal colore. Verso la metà del Trecento, Francesco Petrarca lo dirà comunque meritevole di visita, e ciò a prescindere dal materiale di cui era fatto. E, certamente, il Catino merita d’essere visto, e studiato, anche solo per scoprire che è probabilmente di fattura islamica, databile al IX-X secolo. Ciò che colpisce il visitatore, a ogni modo (quantomeno quello più attento e preparato) è la connessione tra l’oggetto e le vicende graaliche. Intendiamoci: non è affatto certo che i Genovesi, o, quantomeno, che l’élite colta cittadina, credessero di possedere davvero il piatto utilizzato da Gesù nel corso dell’Ultima Cena (o da Nicodemo per raccogliere il sangue del Signore crocifisso); solo che era comodo farlo. Tali connessioni, sviluppatesi nel corso della seconda metà del Duecento, erano sfruttate per impressionare, per mostrare a prelati, diplomatici e ambasciatori in visita a Genova (sempre che questi si lasciassero impressionare) la gloria e la potenza della città. Nell’agosto del 1287, ad esempio, il Catino fu mostrato al vescovo nestoriano Rabban Bar Ṣaumā, proveniente dall’Oriente, che lo descrive come “un bacile di smeraldo a sei facce” nel quale “Nostro Signore aveva mangiato la Pasqua con i suoi discepoli e che era stato portato lì al tempo della presa di Gerusalemme”. Lo stesso Iacopo da Varagine, arcivescovo di Genova tra il 1292 e il 1298, lascia trasparire, tuttavia, nella sua Chronica civitatis Ianuensis, la sua incredulità al riguardo, preferendo discorrere della sua mirabile fattura: un oggetto tanto perfetto non poteva essere frutto dell’ingegno umano; ciò lo rendeva senz’altro degno di venerazione.

    Il Catino non è una reliquia

    Il Catino, del resto, non fu mai al centro di un culto specifico: mai fu utilizzato, ad esempio, nella liturgia del Giovedì Santo o nella solennità del Corpus Domini (anche se permangano tracce di un suo utilizzo al principio della Quaresima); mai assurse al ruolo di reliquia, tantomeno di reliquia cristica. Non fu mai, ad esempio, fomite di miracoli, né meta di pellegrinaggio; e ciò, nonostante, le possibilità offerte dalla cosiddetta “materia di Bretagna” (per intenderci: tutto ciò che concerne santi graal, belle dame e cavalieri seduti attorno a un tavolo. Rotondo, naturalmente). Nel 1319, anzi, il Comune giunse perfino a impegnarlo al cardinale Luca Fieschi, come garanzia per un prestito di 9.500 lire, necessario per difendere la città contro l’assedio della coalizione ghibellina. Si trattava, a detta dei più, di un oggetto di valore (che fosse di smeraldo o meno poco importava): di una sorta di tesoro, testimone d’un epoca gloriosa per il Comune genovese, che aveva visto la cittadinanza fuoriuscire da un periodo di lotte civili e riunirsi sotto l’egida della croce. Un raro momento di concordia cittadina da serbare nella memoria.

    Un oggetto di valore

    genova-nel-medioevoIl Catino, dunque, possedeva un altissimo valore simbolico; e ciò ne aumentava l’appetibilità. Non a caso, nel 1409, l’arcivescovo di Genova, Pileo De Marini, avrebbe accusato il governatore francese della città di volerlo rubare. E non sarebbe stato l’unico: nel 1518, Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, si diceva preoccupato che l’oggetto – “il Sangradalo o il Catino dove mangiò Christo con li discipuli” – fosse sottratto e sostituito da una copia. Secondo Agostino Giustiniani, attento compulsatore delle memorie cittadine, nel corso del sacco di Genova del 1522 da parte delle truppe di Carlo V,

    [quote]il preciosissimo Catino con tutta la sacristia di San Lorenzo furono in gran pericolo di essere saccheggiati, perché un capitano Georgio Fereexperte, alamanno, tentò romper le porte et il muro di essa sacristia, ma i preti i quali erano serrati in quella fecero gran resistenza et i Padri del Comune, con riscatto di mille ducati, ottennero che il capitano alamanno si levassi dall’impresa.[/quote]

    Da quel momento in poi, il Catino fu mostrato poche volte. Ciò avrebbe alimentato le leggende, oltre che le descrizioni contrastanti. Pare, anzi, che ne fosse fatta una copia, di diversa misura, da tenere in bella mostra, serbando in un luogo segreto l’originale. Tali misure, a ogni modo, non impedirono a Napoleone di portarlo a Parigi. Era il 24 aprile del 1806. L’imperatore lo fece esaminare da alcuni esperti, che lo dichiararono di vetro. Tuttavia, le sue misure differivano da quelle rilevate, nel 1726, da uno dei suoi più illustri studiosi, il religioso Gaetano di Santa Teresa, che lo aveva detto alto 16 cm contro i suoi 9 cm attuali. Il Catino, a ogni modo, sarebbe stato restituito, anche se soltanto dieci anni dopo; per giunta rotto in undici pezzi, di cui uno mancante. Ed è così che è possibile ammirarlo, assieme al suo carico di rappresentazioni e, perché no, al dubbio che si tratti effettivamente dell’originale, esposto in bella mostra, nella chiesa di Sant’Agostino.


    Antonio Musarra