Categoria: Nice to meet you, English!

Un viaggio nella lingua inglese fra passato, presente e futuro a cura di Daniele Canepa

  • Lingua inglese, differenze fra pronuncia e grafia: la storia dell’alfabeto

    Lingua inglese, differenze fra pronuncia e grafia: la storia dell’alfabeto

    Bus di LondraLa corrispondenza tra pronuncia e grafia in inglese è un problema che affligge non solo coloro che studiano l’inglese come lingua straniera ma anche i native speaker stessi.

    David Crystal, uno dei più grandi o forse il più grande studioso vivente della lingua inglese, sostiene che se il problema della mancata corrispondenza tra “come si scrive” e “come si legge” non è drammatico come a volte viene descritto, è altrettanto vero che non può essere sottovalutato. Infatti, le parole che non sembrano seguire gli schemi si attestano su una percentuale pari a circa il 20%.

    Le discrepanze tra spelling e pronuncia inglese hanno ragioni storiche e alla base di tali differenze un ruolo importante è giocato dal fatto che la lingua inglese ha tre diverse “anime”: germanica, greco-latina e francese. La difficile armonizzazione dei tre sistemi di corrispondenza tra grafia e pronuncia ha contribuito a generare parte della confusione nella quale ci troviamo oggi.

    Tra l’altro, un discorso interessante andrebbe fatto in merito alla storia dell’alfabeto della lingua inglese. Gli Angli, i Sassoni e gli Iuti che migrarono a ondate verso l’Inghilterra nel corso del V secolo d.C. utilizzavano l’alfabeto runico, del quale abbiamo traccia di soltanto una trentina di iscrizioni runiche in Inglese Antico (Old English), alcune delle quali, peraltro, contengono solamente un nome.

    Fu soltanto con la cristianizzazione dell’Inghilterra a opera di Agostino di Canterbury che verso la fine del VI secolo d.C l’alfabeto latino venne introdotto sull’isola. Alle ventitré lettere latine applicate all’Old English vennero affiancati quattro simboli di derivazione runica (chiamati ash, thorn, wynn e yogh) che fossero in grado di rappresentare la pronuncia di suoni poco familiari.

    Con la conquista normanna del 1066 e l’avvento di una nuova classe dominante di lingua francese le quattro lettere legate al retaggio anglosassone scomparvero però definitivamente: ash venne sostituito da a, thorn da th, yogh da gh e wynn dalla lettera w.

    Il risultato definitivo al quale siamo giunti oggi è di un alfabeto a ventisei lettere; tra l’altro, sempre secondo il monumentale lavoro di Crystal, The Cambridge Encyclopedia of the English Language, la lettera più frequente all’interno delle parole inglesi è la e seguita dalla a, mentre all’ultimo posto della lista figurano due consonanti, z e qSee you!

     

    Daniele Canepa

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    [foto di Diego Arbore]

     

  • Andare a lavorare a Londra per imparare l’inglese

    Andare a lavorare a Londra per imparare l’inglese

    big.ben.londra-DI“L’unico modo per imparare bene l’inglese è fare la valigia (o il trolley) e andarsene a Londra, Los Angeles, Dublino o Melbourne a lavorare!” Più volte ho sentito pronunciare questa frase in modo assolutamente convinto da diversi studenti: la realtà, però, non sta esattamente in questi termini.

    Se è vero che una full immersion in un paese anglosassone può velocizzare l’apprendimento in quanto per esigenze di pura sopravvivenza ci si sente fortemente motivati a imparare per riuscire a comunicare, è altrettanto illusorio credere che sia sufficiente la sola permanenza in suolo britannico o americano per migliorare il proprio livello di conoscenza della lingua.

    Non basta andare a lavorare in Inghilterra per imparare “magicamente” nuove parole, correggere la pronuncia e approfondire la conoscenza grammaticale e sintattica dell’inglese: sono necessari anche uno studio costante e un sincero desiderio di imparare.

    Un’esperienza fuori dall’Italia, quindi, va pianificata con anticipo – e non parlo soltanto dell’acquisto del biglietto aereo qualche mese prima per spendere meno – soprattutto dal punto di vista degli obiettivi che tramite un periodo all’estero, sia esso di lavoro o di studio, si desidera conseguire.

    Il rischio, diversamente, è quello di andare incontro a una forte delusione, anche perché se alla partenza la conoscenza della lingua non è adeguata è impossibile pensare di trovare lavori lautamente retribuiti in paesi come quelli anglosassoni, il cui costo della vita è peraltro di per sé molto elevato. La crisi del 2008 – spesso definita in inglese recession per attenuare i toni – ha poi colpito fortemente tutto il settore occupazionale e paesi che avevano registrato grandi crescite prima del fatidico e famigerato fallimento di Lehman Brothers, come per esempio l’Irlanda, si trovano da cinque anni in una situazione stagnante o perlomeno meno florida rispetto a qualche tempo fa e del periodo d’oro.

    Un altro aspetto da tenere in considerazione che viene invece di norma ampiamente sottovalutato è il cosiddetto culture shock, o shock culturale, ovvero quel sentimento che mescola estraniamento, difficoltà ad adattarsi a nuove abitudini culturali, alimentari e sociali e tristezza causata dalla lontananza da casa. Se un po’ di saudade – come la chiamano i brasiliani – è inevitabile, è tuttavia vero che per attutire gli effetti del culture shock ci si può attivare prima della partenza.

    Il primo stratagemma, che più da vicino tocca questa rubrica, è quello di studiare la lingua del paese ospitante già prima di partire. Il secondo consiste nell’approfondire la conoscenza non solo linguistica, ma anche storica e culturale del paese nel quale ci si vuole trasferire. Conoscere la storia di una nazione e comprendere le ragioni che l’hanno portata a essere quello che è ha un’importanza fondamentale per capire più velocemente le dinamiche sociali e comportamentali e ambientarsi più in fretta… See you!

     

    Daniele Canepa

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  • Roma – Londra, quante similitudini nei media: meglio un video su Ted!

    Roma – Londra, quante similitudini nei media: meglio un video su Ted!

    giornali“Il triangolo no.” Se Rupert Murdoch conoscesse Renato Zero troverebbe queste parole molto adatte per descrivere la situazione che lo vede protagonista. Eh già, anche i ricchi piangono, specialmente se ad aver avuto incontri notturni segreti con l’ex moglie di Murdoch, la quarantaquattrenne cinese Wendi Deng, è l’amico di vecchia data Tony Blair. Sì sì, proprio lui, l’ex leader del Labour Party o meglio del New Labour, quello del nuovo corso di un partito che da “di sinistra” grazie a Blair è diventato più che altro “sinistro” nel suo appoggio incondizionato alle guerre in Medio Oriente e nel suo ammiccare proprio a gente come Rupert “Shark” Murdoch.

    Chissà ora come si scateneranno i giornali di Murdoch il quale, ricordiamolo, non è “soltanto” il padrone di Sky (il che conferisce già di per sé un discreto potere mediatico), ma anche di due giornali inglesi apparentemente distanti tra loro, come il borghesissimo e “moderato” The Times e il The Sun, dai toni scandalistici e urlati che tanto fanno presa sulle working class.

    Le cose d’altra parte in casa nostra non vanno molto diversamente: primo perché Sky è presente – eccome se è presente – anche nel nostro paese, il che significa che Shark le sue zanne affilate le ha affondate da tempo pure qui. Secondo, perché in Silvio Berlusconi abbiamo avuto e continuiamo ad avere il nostro sharketto – o meglio Caimano – made in Italy. Senza voler sminuire gli effetti altamente nocivi e deleteri del monopolio televisivo berlusconiano negli ultimi venti o trent’anni, siamo sicuri che sia Zio Silvio (o meglio Don Silvio viste le frequentazioni con un certo Mangano) da solo il Male dell’informazione italiana? Basta avere un poco di curiosità e andare a vedere di chi sono i maggiori quotidiani italiani per capire che ci sono altri personaggi più nell’ombra che, insomma, qualche problema di conflitto d’interessi lo hanno.

    Per esempio, a chi appartiene il quotidiano La Repubblica, autoproclamatosi in questi anni baluardo dell’anti-berlusconismo? Risposta: Carlo De Benedetti, proprio quello che guarda caso con Berlusconi è stato in causa – poi vinta – per anni. Di chi è Il Messaggero che ai tempi del referendum anti-nucleare e di Fukushima scriveva editoriali pro-nucleare? Di Caltagirone, imprenditore edile. Toh! Gli esempi si sprecano (non sono da meno infatti La Stampa e il Corriere) ma servirebbe molto più tempo per elencarli tutti. Il concetto, comunque, dovrebbe ormai essere chiaro.

    Ce ne sono tante quindi di similitudini e di cose da imparare confrontando la stampa e l’informazione britannica con quella italiana. La domanda a questo punto è: consci di queste dinamiche, che cosa possiamo fare? Ritengo che l’unico mezzo per contrastare questi poteri sia evitare di informarsi tramite i loro canali, nello stesso modo in cui si evitano i fast food per limitare l’invasione del cibo spazzatura: disdire l’abbonamento alle tv a pagamento e smettere di comprare certi quotidiani, almeno fino a quando non inizieranno a fare informazione vera, di qualità e negli interessi della collettività, è una soluzione tanto efficace quanto concreta.

    L’alternativa peraltro già esiste. Anche se tra le maglie della Rete è possibile che rimanga impigliato qualche altro rifiuto travestito da informazione, è però vero che su Internet è possibile trovare delle fonti davvero interessanti e – incredible! – positive, innovative e ottimistiche! E’ il caso per esempio del sito che raggruppa le conferenze TED (Technology, Entertainment, Design www.ted.com) alle quali partecipano alcune delle menti più illuminate tenendo discorsi di massimo venti minuti relativi ai più disparati ambiti del sapere. Gli speaker parlano in inglese, ma per la maggior parte dei video è possibile attivare l’opzione dei sottotitoli in italiano. Si tratta senz’altro di un modo efficace per aggiornarsi e al contempo imparare l’inglese… Che cosa desiderate di più? See you!

     

    Daniele Canepa

    Twitter: @DanieleCanepa1
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  • Dal blog al vlog: in Inghilterra spopolano i vlogger, che cosa significa?

    Dal blog al vlog: in Inghilterra spopolano i vlogger, che cosa significa?

    Bus di LondraNe avevo già parlato a sufficienza qualche mese fa delle gaffe (o forse è meglio definirla semplicemente come pura ignoranza) di diversi politici italiani alle prese con l’inglese, per cui, nonostante l’europarlamentare PD Gianni Pittella mi abbia recentemente fornito un altro ghiotto assist (ecco il video, due minuti di spasso e inglese alla Totò), preferisco passare ad altro e parlare di vlogger e vlog, due neologismi provenienti dalla lingua di Her Majesty Elizabeth II e  destinati nel giro di poco tempo a entrare anche nella nostra lingua.

    A dire il vero, non credo che l’attuale Regina, quasi novantenne, sia a conoscenza nemmeno dell’esistenza, oltre che del significato, dei due termini. La distanza tra la velocità alla quale si muovono la maggior parte degli uomini e delle donne al potere e quella a cui viaggia il resto del pianeta è siderale non solo nella nostra Italia. Così va il mondo, al giorno d’oggi.

    Chi è dunque un vlogger e che cos’è un vlog? La pagina inglese di Wikipedia definisce un vlog (o video log) come una forma di blog che usa come mezzo il video. Scusandomi per la spiegazione a scatole cinesi, è opportuno a questo punto chiarire il significato di blog: derivante dalla fusione di web e log, il termine indica una pagina della Rete sulla quale vengono pubblicati con una certa periodicità contenuti di carattere informativo.

    Se in Italia vanno per ora di moda i blogger, tanto che anche il sito del Fatto Quotidiano ormai da tempo lascia loro uno spazio considerevole in home page, in Inghilterra sono i vlogger a spopolare specialmente tra i giovani, anche perché i vlogger di maggiore successo sono poco più che ventenni. È il caso per esempio del ventiduenne Dan Howell, ex-studente di giurisprudenza diventato famoso al punto di avere due milioni di iscritti al suo canale YouTube danisnotonfire. Un’altra celebrità del mondo del vlogging è Phil Lester, laureato in Linguistica, che con il suo canale YouTube ha raggiunto quattro mesi fa i due milioni di subscribers.

    Non è quindi una coincidenza se i due, che sono anche grandi amici, sono stati messi sotto contratto da BBC Radio1 e conducono la trasmissione della domenica sera.

    C’è, si diceva all’inizio, un mondo fatto in gran parte di giovani che viaggia a una certa velocità ed è sintonizzato – è proprio il caso di dirlo! – su determinate frequenze. Ai Pittella o al/alla monarca di turno si richiederebbe quantomeno di interessarsene e di guardare a esso con curiosità, se non, addirittura, di provare a sviluppare nei suoi confronti un minimo grado di empatia… See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • L’inglese e le discriminazioni sessuali in ambito linguistico

    L’inglese e le discriminazioni sessuali in ambito linguistico

    Women manSi chiamano gender studies, o studi di genere, e si occupano di analizzare da un punto di vista multidisciplinare i significati e le implicazioni sociali e culturali dell’appartenenza a un genere sessuale.

    In particolare, le campagne femministe degli anni Sessanta e Settanta si sono concentrate sulle discriminazioni in ambito linguistico: parlando dell’inglese, per esempio, come mai spinster, “zitella”, ha una connotazione (fortemente) negativa e bachelor, “scapolo”, no?

    Altro oggetto dell’attenzione dei gender studies relativamente alla lingua inglese sono gli aggettivi e i pronomi personali e possessivi di genere maschile e femminile (o meglio femminile e maschile, prima che venga tacciato di sexism anche l’autore di questo articolo). Fino a qualche decennio fa, per esempio, sarebbe stato normale scrivere una frase di questo tipo:

    Every worker wants his work to be appreciated.

    His è un aggettivo possessivo che indica un possessore di genere maschile. Visto che worker può riferirsi in inglese sia a una lavoratrice sia a un lavoratore, negli anni Sessanta ci si è chiesti perché si debba usare l’aggettivo maschile e discriminare a priori il femminile her.
    In questo caso, la diatriba è stata più o meno risolta utilizzando il plurale, their, che può essere maschile, femminile o neutro allo stesso tempo, per cui la frase precedente diventerebbe:

    Every worker wants their work to be appreciated.

    Il problema, però, rimane intatto con quei sostantivi che hanno di per sé una forte connotazione di genere. Se, infatti, non si pone con worker o student, si presenta invece con spokesman (“portavoce”), chairman (“presidente”), fireman (“pompiere”), ecc. Come comportarsi in questi casi?

    Il Congresso degli Stati Uniti, nel quale sono presenti congressmen e congresswomen, per superare l’ostacolo senza che nessuno si senta discriminato ha deciso di optare per member of Congress, termine neutro.

    In altre situazioni, la diatriba legata al gender viene ovviata tramite la creazione di un nuovo sostantivo, come chairperson usato al posto di chairman e chairwoman, dato che quest’ultimo in particolare potrebbe suonare forzato.

    La discriminazione in ambito linguistico tocca ovviamente anche la nostra terra. Poche settimane fa Laura Boldrini ha affermato a chiare lettere di voler essere chiamata: “La presidente” e non “Il presidente”. Perché non “La Presidentessa”, mi domando? Probabilmente mi sono perso per strada qualche pezzo, ma il vero guaio è che non so più come devo chiamarla!

    La mia conclusione è che, per quanto generate in origine da istanze più che legittime, le acrobazie linguistiche appena citate stiano diventando alquanto ridicole e, più ci si sforza di trovare modi sempre più arzigogolati di essere politically correct nella forma, più si mette in evidenza che il problema della parità e dell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità è ben lungi dall’essere risolto nella sostanza.

    Eppure, l’articolo 3 della nostra Costituzione, uno dei cardini attorno ai quali dovremmo basare la nostra convivenza civile, afferma: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

    Attiviamoci, ognuno di noi, per rendere vita quotidiana queste parole e la soluzione a problemi quali chairman/chairwoman e “La” o “Il” presidente verrà da sé e apparirà per quello che è.

    Addirittura, se nella sostanza e non nei formalismi si metterà in pratica l’ideale di una società egualitaria, si arriverà anche ad accettare che Neil Armstrong, posando il piede sul suolo lunare, abbia affermato in tempi di maschilismo ancora dominante: “That’s one small step for man” (e non woman o person)… Ma mi raccomando, non dite niente di tutto questo alla Boldrini, che se no s’arrabbia.

    See you!

     

    Daniele Canepa

  • Estinzione di lingue e dialetti: la colpa è dell’inglese?

    Estinzione di lingue e dialetti: la colpa è dell’inglese?

    londra-big-ben-DI“L’estinzione di una lingua comporta la perdita di un patrimonio scientifico e culturale di grande valore e può essere paragonata all’estinzione di una specie.” È questo, in sintesi, il grido d’allarme lanciato da endangeredlanguages.com, pagina Internet di un progetto il cui scopo è quello di proteggere le lingue che rischiano di morire.

    Circa il 43% delle lingue parlate nel mondo potrebbe estinguersi entro la fine del ventunesimo secolo: non si tratta delle percentuali spaventose vicine al 90% che ogni tanto vengono tirate in ballo, ma la cifra è comunque impressionante e preoccupante.

    Uno studio condotto dal sociologo indiano Ganesh Devy ha rivelato per esempio che nel sub-continente indiano un quinto delle lingue parlate fino a cinquant’anni fa è scomparso. Opinione comune, vox populi o leggende metropolitane dicono che la colpa dell’estinzione delle lingue sarebbe da attribuire all’inglese, lingua “vorace” che miete vittime in tutto il pianeta e che, chissà, potrebbe anche minacciare l’italiano stesso, considerando il sempre crescente numero di prestiti inglesi nella nostra lingua.

    Certamente, l’inglese in quanto lingua franca internazionale ha avuto e ha un ruolo nel processo di perdita di prestigio (e di parlanti) di molte lingue, ma la colpa, se così si può dire, non è affatto ascrivibile soltanto all’inglese.

    Le cause dell’estinzione di diverse lingue risalgono al XIX secolo, periodo in cui si afferma l’idea di identità di lingua e nazione. Ma in quale modo si radica la “lingua dello Stato” nella popolazione? Attraverso la scuola, che diventa la fucina di una lingua nazionale standard, il modello di riferimento a cui tutti guardano. Essere in grado di padroneggiare la lingua insegnata a scuola permette di avere maggiori opportunità di trovare un buon lavoro e di aspirare a una posizione sociale più elevata; d’altra parte, quello della padronanza della lingua “corretta” come status symbol è un discorso non nuovo alla nostra rubrica, che relativamente all’Inghilterra avevamo già affrontato qualche tempo fa.

    Ma è possibile, a fronte di questo pericolo di estinzione di così tante lingue, opporre un qualche tipo di resistenza? La materia che si occupa di queste problematiche si chiama pianificazione linguistica, è molto complessa e non la si può affrontare in poche righe. Ciò che comunque ci interessa sapere è che il lavoro dei pianificatori nel tempo ha dimostrato che basare la rivitalizzazione di una lingua facendo leva su ragioni di tipo “morale” o “sentimentale” ha ben poca presa. Il tempo è poco, la vita è breve, l’istinto di sopravvivenza la fa da padrone e quindi, per quanto idealmente toccate dall’argomento, le persone compiono scelte linguistiche che abbiano una qualche convenienza e le aiutino a vivere meglio.

    Partendo proprio da questa considerazione sono nati dei progetti i quali, anziché parlare esplicitamente del valore culturale della protezione del patrimonio linguistico, esaltano i benefici tangibili nella vita quotidiana della salvaguardia di una lingua. Per esempio, l’iniziativa nata in Irlanda, a Galway, con il nome di Gallhim le Gaeilge (“Galway in irlandese”) ha un carattere essenzialmente economico. Essa mira a far notare agli operatori turistici e ai commercianti di Galway che la lingua irlandese può essere un ottimo sponsor per la città. L’idea è quella di persuaderli a usare il gaelico nelle insegne dei negozi e nelle pubblicità come tratto distintivo e caratterizzante della città.

    Usiamo esempi come questo come spunto per salvare i nostri dialetti, anziché piagnucolare e lamentarci – in italiano – di quanto fossero belli i tempi passati in cui per le creuze di Genova e della Liguria si parlavano solo il genovese o il savonese …

    See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • L’America è sempre l’America: condizionati dall’industria di Hollywood

    L’America è sempre l’America: condizionati dall’industria di Hollywood

    hollywood-universal-studios-DIUna decina di giorni fa l’agenzia di rating Dagong ha declassato il dollaro nel silenzio pressoché totale dei nostri organi di informazione (ho anche sentito un downgradato che mi ha fatto salire i brividi lungo la schiena). Un altro segnale di un’incrinatura che diventerà una crepa nel sistema di potere economico, finanziario e politico dominato dal mondo anglosassone.

    Ma come mai, nonostante così tanti segnali più o meno evidenti, nella percezione dell’”uomo della strada” in Europa e nel mondo occidentale in generale, l’America è ancora e sempre l’America?

    Oltre al ruolo giocato dai mezzi di informazione che tacciono volutamente o sono troppo sciocchi per riuscire a capire (probabilmente una commistione di entrambe le cose), un ruolo decisivo nell’affermazione del modello americano lo ha avuto, per decenni, l’industria di Hollywood.

    Talvolta apparentemente seri, talvolta pacchianamente esagerati, i film made in USA che ci vengono propinati da anni hanno spesso il sottotesto: “Gli Stati Uniti sono i bravi e i loro nemici sono i cattivi da combattere”. Ovviamente non sto parlando del grande cinema americano di veri artisti quali Francis Ford Coppola o Martin Scorsese, per citare due dei più noti, ma mi sembra evidente che il cinema Stars & Stripes, in particolare quello dei cosiddetti B-movie, abbia avuto e abbia ancora un impatto molto forte dal punto di vista della propaganda. Sono i film che abbiamo visto per anni “per rilassarci” o “per staccare la spina dopo una giornata faticosa” quelli che, lentamente, ci hanno fatto interiorizzare e assumere come veri determinati stereotipi assolutamente falsi. Per esempio:

    gli USA sono i salvatori del mondo (pensate a Independence Day, in cui il Presidente statunitense in persona conduce l’attacco decisivo contro gli alieni);

    – la legge è inefficiente e quindi è normale che alcuni individui, eroi o giustizieri, si pongano al di sopra di essa così come gli USA faranno nel resto del mondo. Il film dal titolo Dredd- La legge sono io è emblematico, così come Robocop, Cobra, Il Giustiziere della Notte, i film con i vari Arnold Schwarzenegger, Steven Seagal, ecc.;

    – le popolazioni arabe sono legate a una visione barbara e incivile della società (il film-cartone animato Aladdin della Walt Disney si apre con una canzone che dipinge in modo becero il mondo arabo);

    – il mondo socialista/comunista è popolato da individui indistinatmente cattivi e negativi, più simili a freddi automi che a esseri umani (Rambo III e Rocky IV, diretti da Sylvester Stallone, amico di Ronald Reagan che non a caso come Presidente USA coniò l’espressione Evil Empire per definire l’Unione Sovietica).

    Alla luce di questo bombardamento tanto subdolo quanto continuo, non stupisce allora se, immediatamente dopo l’Undici Settembre, l’opinione pubblica occidentale in massa fosse pronta ad appoggiare un intervento militare massiccio in Medio Oriente senza nemmeno attendere che venisse svolta un’indagine seria, dato che le incongruenze riguardo a quell’evento erano e restano davvero tante. Allo stesso modo, non stupisce che negli Stati Uniti abbiano ancora così tanta influenza le lobby delle armi e le associazioni di possessori d’armi da fuoco quali la National Rifle Association, che dell’idea del “farsi giustizia da soli” fanno la propria bandiera… Ma tutto questo finirà: è solo una questione di capire quando esattamente. See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Caribbean Islands: l’inglese dei Caraibi, la lingua del reggae

    Caribbean Islands: l’inglese dei Caraibi, la lingua del reggae

    bob-marleyNel panorama della lingua inglese la situazione che si registra nelle Caribbean Islands non ha praticamente eguali. Se in molti dei paesi colonizzati dall’Impero Britannico l’inglese è stata l’unica lingua occidentale con la quale la popolazione locale è venuta in contatto, la zona dei Caraibi ha visto invece l’alternarsi di diversi popoli europei: spagnoli, francesi, olandesi e, appunto, inglesi, portatori ciascuno della propria rispettiva lingua madre che si andava a innestare e  fondere con altre lingue dagli abitanti del luogo.

    A questo contesto si aggiunsero gli schiavi importati dall’Africa in condizioni disumane, parlanti anch’essi le varietà linguistiche delle loro terre di origine. Il melting pot che risultò portò a una commistione di culture che spiega la grande gamma di varietà dell’inglese presenti sul territorio.

    È possibile affermare che nei Caraibi e in Guyana, altra ex-colonia inglese del continente sudamericano, convivano da un lato una forma di inglese standard internazionale, utilizzata per documenti e incontri ufficiali e in ambito accademico, e dall’altro un creolo, fortemente influenzato dal contatto tra l’inglese e le altre lingue menzionate in precedenza.

    In generale, i linguisti distinguono tra un acroletto (la varietà più vicina all’inglese standard) e un basiletto (la varietà più vicina al creolo). Le variazioni riguardano tutti gli aspetti della lingua, dalla pronuncia, al vocabolario, alla grammatica.

    Per esempio, in Guyana si passa dalla forma Standard English: I gave him ad altre creole come A giv him oppure le quasi irriconoscibili A did gi ii e mi gii am. Questo spiega la difficoltà di comprensione dei testi di alcune canzoni, in particolare appartenenti al genere reggae in Giamaica, che attingono a piene mani al creolo. Tratti distintivi come la presenza di una doppia negazione, non accettata nell’inglese standard, sono riscontrabili in I Shot the Sheriff, celebre pezzo di Bob Marley. Il verso: I didn’t shoot no deputy sarebbe in realtà I didn’t shoot any deputy in Standard English.

    Se tuttavia la frase di Bob Marley è ancora chiara, più vicino al creolo e più difficile per noi da comprendere è: If him slip, I gaan leave him hand di Chase the Devil, famoso pezzo di Max Romeo, altro musicista giamaicano, dal significato: If he slips, I’m going to leave his hand.

    Peraltro, non è solo in campo musicale che i Caraibi hanno dato un contributo culturale significativo, ma anche in quello letterario, con poeti e romanzieri del calibro di Derek Walcott e V.S. Naipaul, nato da una famiglia di origini indiane ma cresciuto a Trinidad e vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2001… See you!

     

    Daniele Canepa

  • La Cina vuole un mondo de-americanizzato: il dominio dell’inglese è a rischio?

    La Cina vuole un mondo de-americanizzato: il dominio dell’inglese è a rischio?

    La Bandiera AmericanaSe l’agenzia di stampa nazionale cinese se ne esce fuori con un comunicato che afferma che il mondo va “de-americanizzato” non credete la cosa dovrebbe andare come minimo in prima pagina con tanto di approfondimento su tutti i cosiddetti maggiori quotidiani di informazione a livello nazionale e si dovrebbe parlare quasi solo di quello, vista la portata della dichiarazione, non propriamente diplomatica? Invece, tranne qualche articoletto qui e lì, non molto si è detto, almeno non immediatamente dopo che Xinhua, così è chiamata la press agency in questione, ha rilasciato la dichiarazione.

    La news non ha fatto troppo scalpore forse perché i media, come avevamo visto la settimana scorsa con il caso Murdoch, sono posseduti da pochi magnati nella maggior parte dei casi provenienti dal mondo anglosassone e quindi tendono a minimizzare tutto ciò che mette in discussione gli USA, i loro alleati e l’ordine costituito.

    Tuttavia, molto semplicemente, l’agenzia di stampa cinese non ha fatto altro che puntare il dito verso il re (o ex-re del globo) e dire con lo stesso candore di un bimbo: “Ops, è nudo”.

    Non sono un economista e non intendo sconfinare in campi diversi dal mio, ma non ci vuole un economista per applicare quello che Aristotele chiamava sillogismo. Se A è uguale a B e B è uguale a C, ciò significa che C è uguale ad A…

    Al liceo presi pure un otto tondo tondo di filosofia per aver saputo illustrare questo concetto tanto semplice che, applicato alla realtà di oggi, porta alla conclusione seguente: se gli Stati Uniti hanno imposto al mondo un modello industriale e capitalista basato su Conquer, Command, Control  e se questo modello ha fallito conducendo a una crisi globale e spolpando il pianeta delle sue risorse, allora gli Stati Uniti hanno fallito e il loro ruolo dominante verrà assunto da qualcun altro.

    Quali sono state le cause di questa inesorabile discesa? Diverse, sicuramente. Credo che alla base, più che intricati modelli economici e finanziari, a far perdere agli USA la loro egemonia sia stata l’avidità che divora gli esseri umani se essi non la sanno controllare o canalizzare.

    Tutta questa lunga premessa per arrivare a considerazioni di carattere linguistico che toccano da vicino l’inglese. Se nel mondo il punto di riferimento non sarà più l’America, anche la lingua inglese perderà il suo stato di lingua franca internazionale, le cui fortune nel XX secolo erano andate di pari passo con l’ascesa di Washington? Dovremo forse imparare la lingua della nuova potenza emergente, sia essa la Cina, l’India o la Russia (oppure, udite udite, l’UE)?

    Ci sto lavorando da tempo, ma per adesso non riesco ancora a vedere in anticipo gli eventi dei decenni a venire. Credo, però, sulla base degli elementi di analisi che abbiamo a disposizione attualmente, che sia improbabile che il futuro dell’inglese come lingua intercontinentale sia in pericolo.

    Le ragioni sono molteplici: innanzitutto, USA e Regno Unito sono ancora delle potenze mondiali, seppur in declino, e da milioni di persone vengono ancora percepite come il modello da seguire. In secondo luogo, quelle stesse potenze emergenti che entro breve sostituiranno gli Stati Uniti stanno formando in questi anni una classe dirigente che oltre a esprimersi nella propria lingua madre conosce molto bene l’inglese.

    In Cina quasi cinque milioni di nuovi studenti ogni anno iniziano a imparare l’inglese. In Russia, i businessmen (leggasi oligarchi senza scrupoli) fanno affari a Londra o addirittura ci vivono (emblematico l’esempio di Roman Abramovich, padrone del Chelsea FC). In India, la classe dirigente si forma e si esprime in inglese, pur essendo l’hindi la lingua franca parlata nel paese. Nell’UE, la documentazione viene normalmente redatta in inglese e comunque la lingua di comunicazione tra politici e funzionari è di norma l’inglese (tranne per la maggioranza degli europarlamentari italiani, ovviamente al di sotto della media nella conoscenza della lingua di Shakespeare).

    Insomma, se nel XX secolo il baricentro della lingua inglese si era spostato da Londra a New York per ragioni politiche ed economiche, in futuro esso vagherà in giro per il mondo. D’altra parte già al giorno d’oggi dei due miliardi di persone che parlano inglese solo uno su quattro è un native speaker e il rapporto diventerà presto 1/5 o 1/6. Qualcuno è ancora assolutamente convinto che solo i madrelingua possano e debbano insegnare l’inglese?

    See you!

     

    Daniele Canepa

     

  • Stampa inglese, addio watchdog: da Fleet Street a Rupert Murdoch

    Stampa inglese, addio watchdog: da Fleet Street a Rupert Murdoch

    giornaliSi chiama Fleet Street, si trova nella City londinese ed è stata per diversi secoli il cuore pulsante della stampa britannica. A Fleet Street journalist si dice ancora oggi per parlare di un professionista della carta stampata di un certo livello. La storia di Fleet Street incomincia nei primi anni del 16mo secolo, quando appaiono le prime stamperie e la via, che ora ospita diverse sedi di banche e società che operano nell’alta finanza, inizia a popolarsi di editori e di giornali.

    E’ nel 19mo secolo che si assiste al boom definitivo della carta stampata britannica e a Fleet Street arrivano, tra gli altri, importanti giornali e agenzie di stampa quali The Daily Telegraph, The Daily Mirror o Reuters, che però a uno a uno abbandonano alla fine del XX secolo la vecchia sede per trasferirsi nei nuovi centri della stampa britannica, ovvero Canary Wharf e Southwark, altri quartieri della capitale.

    A feral beast, “una bestia selvaggia”, così Tony Blair verso la fine del suo mandato decennale da primo ministro aveva definito Fleet Street. I toni della stampa britannica spesso sono schietti e diretti nei confronti del potere politico, ma Blair era evidentemente infastidito da titoli e articoli che mettevano in luce le contraddizioni di un governo che di laburista ebbe poco altro se non il nome, come dimostrò per esempio la netta presa di posizione a favore dell’intervento militare in Medio Oriente nel periodo post-Torri Gemelle. Forse l’ex premier proveniente dalla Scozia avrebbe desiderato dei giornalisti più mansueti, delle scimmiette ammaestrate ossequiose nei confronti del Primo Ministro di turno pur di mantenere un posto, una trasmissione televisiva, una colonna su un quotidiano e un lauto stipendio, magari per un canale pubblico o per un quotidiano che va avanti grazie ai finanziamenti dei partiti politici… Vi richiama alla memoria qualche similitudine con l’Italia la figura del giornalista in livrea auspicata da Blair?

    Fatto sta, comunque, che negli ultimi anni anche l’informazione britannica, da sempre considerata watchdog, “cane da guardia”, del potere, ha subito diverse restrizioni alla sua libertà di azione, non tanto a causa di leggi-bavaglio (per quelle per adesso abbiamo ancora noi il primato e il copyright), quanto per le persone – poche e spregiudicate – alle quali è finita in mano.

    Un nome su tutti? Rupert Murdoch, il magnate australiano che, oltre a controllare Sky, in Inghilterra già dagli anni Sessanta è diventato padrone del Sun, un tabloid la cui linea editoriale si è sempre fatta distinguere per calunnie, maschilismo e razzismo.

    Purtroppo, analogamente a quanto è accaduto in Italia con la televisione pubblica che ha seguito il degrado della tv privata, anche in Inghilterra alcuni giornali hanno preferito inserirsi nel solco tracciato dal Sun anziché distaccarsene. E’ stato per esempio questo il caso del Mirror, tabloid che specialmente nel periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale si era distinto nel suo intento informativo ed educativo.

    Il guaio è che Murdoch, oltre a comprare il Sun si è anche nel frattempo preso The Times, il monumento del giornalismo inglese. Se a essi sommate i canali televisivi posseduti dal tycoon australiano, oltre alle sue frequentazioni bipartisan con Laburisti (Blair in testa) e Conservatori, capirete bene che quando si parla di oggettività dell’informazione, beh, un piccolo dubbio si insinua. Ecco perché, inoltre, quando si sentono alcuni giovani (sulla carta di identità) aspiranti leader di casa nostra parlare di modello-Blair e New Labour all’italiana francamente è dura non avere i brividi – e non per il freddo…  See you!

     

    Daniele Canepa

  • William Shakespeare, frasi che ancora fanno parte dell’inglese parlato

    William Shakespeare, frasi che ancora fanno parte dell’inglese parlato

    William ShakespeareNell’ultima settimana mi è capitato due volte che studenti o conoscenti mi chiedessero lumi riguardo a un inglese alquanto famoso che risponde al nome di William Shakespeare. Non credendo alla casualità ma alla causalità degli eventi, ho pensato fosse giusto usare la puntata di oggi per raccontare qualcosa su The Bard, il Bardo, soprannome con il quale l’autore è conosciuto.

    Innanzitutto, partiamo dalla pronuncia corretta del cognome, che probabilmente vi stupirà già in partenza. La prima “a” non si legge “e” come in molti credono, ma con il dittongo “ei”, proprio come nella parola shake, che probabilmente già conoscete come verbo dal significato di “scuotere” o “stringere”, nel caso di to shake hands, “stringersi la mano”.

    Nato nel 1564 nella graziosa cittadina di Stratford-upon-Avon e morto nel 1616, Shakespeare è stato una delle figure più prolifiche e influenti non solo della letteratura inglese, ma di quella mondiale. Diversi studiosi si chiedono se egli stesso abbia realmente scritto tutte le opere teatrali che convenzionalmente gli sono attribuite e le opinioni riguardo alla biografia del più grande drammaturgo – nonché poeta – inglese sono talvolta discordanti. Parlarne nel dettaglio in questo breve articolo non mi sembra opportuno, per cui fingerò di ignorare i misteri e sospetti che aleggiano intorno al Bardo – così come il fantasma del padre svolazzava attorno a Hamlet, protagonista dell’opera forse più nota di Shakespeare – e fingerò che effettivamente sia lui l’autore di tutti i lavori che gli vengono attribuiti.

    In particolare, è opinione piuttosto diffusa che Shakespeare (ricordate la pronuncia corretta) abbia inventato centinaia di nuove parole ed espressioni. In realtà le cose non sono andate proprio così, nel senso che nessuno inventa nulla che non esista già, perlomeno nelle lingue. Una lingua, infatti, è un insieme di elementi limitati (il vocabolario, per quanto ampio, ha un numero finito di parole) che possono essere combinati tra loro per creare un numero potenzialmente illimitato di frasi: si chiama, questo, aspetto creativo del linguaggio umano.

    Non voglio ovviamente sminuire Shakespeare. Credo che qualsiasi scrittore sarebbe felice di essere bravo un milionesimo della metà di quanto fu un genio lui nell’arte di usare parole e frasi e comporle in modo inusuale e creativo per descrivere personaggi, stati d’animo ed emozioni universali.

    E’ comunque innegabile che, sia che fossero farina del suo sacco sia che fossero “prese in prestito” dall’ambiente che il Bardo frequentava, diverse frasi o espressioni che si trovano nei lavori di Shakespeare sono entrate a far parte dell’inglese che parliamo oggi:

    – to be or not to be, that is the question, “essere o non essere, questo è il problema”, da Hamlet;

    – a foregone conclusion, “un risultato scontato”, da Othello;

    – all’s well that ends well, “tutto è bene quel che finisce bene”, dall’opera omonima;

    – salad days, “il periodo della giovinezza”, da Anthony and Cleopatra.

    Con l’ultima espressione, che letteralmente si tradurrebbe “i giorni dell’insalata”, Shakespeare faceva riferimento ovviamente al colore della pianta, il verde, associato alla gioventù, e non al fatto che già ai tempi i ragazzi si lanciassero in diete a base di insalatone per avere un fisico sempre più tonico… See you!

     

    Daniele Canepa

     

  • Commonwealth of Nations: il filo sottile tra Gran Bretagna ed ex colonie

    Commonwealth of Nations: il filo sottile tra Gran Bretagna ed ex colonie

    Bandiera InleseChe cos’hanno in comune l’Australia, la Nuova Zelanda, il Canada, la Papua Nuova Guinea e – udite, udite – perfino le Bahamas?

    L’inglese, d’accordo, in  quanto lingua ufficiale di tutti questi paesi, in alcuni casi in solitaria e in altri in coabitazione. Fin qui, nulla di strano. Forse, allora, vi stupirete di più se vi dico che questi e altri undici paesi hanno in comune il capo dello stato, o meglio la regina: Elisabetta II del Regno Unito, residente a Londra e vicina a compiere gli ottantasette anni d’età e i sessantadue di regno.

    Com’è successo che paesi sparsi per il mondo e situati a distanze in alcuni casi siderali l’uno dall’altro abbiano lo stesso sovrano, specialmente considerando che si tratta nella maggior parte di stati democratici con parlamenti eletti a suffragio universale? Si tratta della legacy, l’eredità, lasciata dall’Impero Britannico, il più vasto che l’umanità abbia mai conosciuto, quello sul quale il sole non tramontava mai, almeno fino al ventesimo secolo.

    Gradualmente, i paesi che facevano parte del British Empire si sono però affrancati, in modo particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale: decisiva fu la spallata dell’India del Mahatma Gandhi, diventata indipendente nel 1947 dopo quasi duecento anni di dominio inglese.

    Tuttavia, il cordone ombelicale con Londra non è stato tagliato del tutto, almeno nei cinquantaquattro paesi che hanno deciso di aderire al Commonwealth of Nations, sedici dei quali sono chiamati realms e hanno, appunto, la peculiarità di aver mantenuto come monarca Elisabetta II.

    In realtà, la posizione di Elisabeth II nei sedici realms è puramente simbolica e non ha particolari scopi, se non quello di permettere alla regina – o ai suoi parenti, data l’età avanzata – di scorrazzare in giro per il mondo a passare in  rassegna qualche truppa, tenere uno speech commemorativo, indossare un cappello nuovo e far suonare le note di God Save the Queen in qualche occasione ufficiale.

    Oltre ai realms, il Commonwealth of Nations comprende altri trentotto stati membri, tra i quali l’India, il Pakistan, il Sudafrica e, ovviamente, il Regno Unito.

    Per quanto all’interno del Commonwealth non viga la libera circolazione di lavoratori e merci come nell’UE, c’è chi spinge affinché l’organizzazione segua le orme del cammino intrapreso dal Vecchio Continente. Tra l’altro, i paesi del Commonwealth, per quanto distanti tra loro geograficamente, riconoscono generalmente di avere delle affinità culturali, mentre l’organizzazione nel suo complesso è nata con l’obiettivo di favorire la libertà individuale in ognuno degli stati membri e di contribuire alla pace a livello globale. Questo, ovviamente, in teoria e nelle belle intenzioni, così care al perbenismo delle culture anglosassoni.

    La realtà è che ben tre dei membri più influenti dal punto di vista economico e demografico, Regno Unito, India e Pakistan, sono tuttora dotate di bombe atomiche, mentre solo il Sudafrica, nel 1991, ha deciso di disfarsi dell’arsenale nucleare che aveva costruito negli anni Settanta.

    Se da un lato ci sono spinte per cercare di infittire i rapporti tra i paesi del Commonwealth, dall’altro alcuni di essi hanno a che fare con movimenti separatisti al proprio interno. E’ il caso del Canada, dove per un soffio nel 1995 il Québec, regione a maggioranza francese, non riuscì a rendersi indipendente con un referendum che venne perso dai nazionalisti québecois per meno di un punto percentuale.

    L’occasione, tra l’altro, permise a una radio di Montréal, città più importante del Québec, di organizzare uno scherzo telefonico, proprio a Elisabetta II. Il presentatore, spacciandosi per l’allora Primo Ministro canadese Jean Chretien (qui il video), esortò la regina a schierarsi contro gli indipendentisti, incontrando il di lei consenso e causando, oltre a qualche risata del pubblico, un sensibile malcontento tra la popolazione canadese, visto che la monarca inglese non è tenuta a entrare nelle questioni riguardanti ciò che avviene all’interno dei singoli stati membri del Commonwealth.

    Curioso che, prima di diventare il nome di un’organizzazione facente capo a un monarca, la parola Commonwealth – letteralmente “ricchezza comune” e calco del latino res publica – fosse stata usata per indicare la forma di governo dell’Inghilterra dal 1649 al 1660 guidata dal Lord Protettore, o dittatore, Oliver Cromwell, fino a oggi l’unico periodo repubblicano della storia di un’isola che senza re o regina non sembra saper stare… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Hello, Goodbye: come salutare in inglese, tutte le forme

    Hello, Goodbye: come salutare in inglese, tutte le forme

    Beatles“You say Goodbye and I say Hello. Hello, hello. I don’t know why you say Goodbye and I say Hello.” Se siete appassionati di musica e dei Beatles in particolare avrete immediatamente riconosciuto che si tratta di lyrics – parola inglese che indica il testo di una canzone – dei quattro ragazzi di Liverpool.

    Hello, Goodbye è per l’appunto il titolo di un brano composto dai Fab Four e pubblicato nel novembre del 1967 ed è proprio con Hello, Goodbye e altre forme di saluto che si picchiano da anni gli studenti italiani alle prese con lo studio della lingua inglese. Già, perché se nella nostra lingua è molto facile salutare in modo informale usando un bel “Ciao” sia per iniziare sia per terminare una conversazione, in inglese occorre invece fare attenzione, in quanto esistono determinati saluti di apertura e altri, diversi, di chiusura.

    Se appena incontrate un vostro conoscente gli dite Goodbye, il poverino non capirà che cosa vi ha fatto di così male da essere liquidato con la forma equivalente al nostro “Arrivederci” o “Addio” già all’inizio della conversazione, così come un “Hello” in fase di commiato rischierà di far tornare indietro il vostro interlocutore, spaesato da un saluto che si usa invece all’inizio di una conversazione…

    Se Hello e Goodbye sono i saluti più conosciuti, non possiamo di certo ignorare che ne esistono molti altri. Se Good morning, good afternoon, good evening (magari seguiti da Sir/Madam, oppure Mr/Mrs So and So) e Goodbye o Bye sono quelli più formali al momento dell’incontro prima e della separazione poi, più la conversazione è amichevole, colloquiale e informale, più è possibile sbizzarrirsi con espressioni talvolta variopinte.

    Oltre al frequente Hi usato a inizio conversazione, possiamo elencare: Hey / Right then /  Yo! così come al momento del commiato è possibile sentire, oltre a See you (later), espressioni colorite quali Catch you later (Letteralmente “Ci prendiamo dopo”) o addirittura Smell you later (“Ti odoro dopo”, ma non preoccupatevi è solo un modo di dire e non c’è nulla di anti-igienico o di particolarmente ambiguo).

    Peraltro, al saluto iniziale seguono molto spesso frasi ed espressioni come: How’re you / How’s things / How’s it going che significano tutte più o meno: “Come va?”

    Che modo gentile di prendersi cura dell’altra persona, penserete voi, se in italiano siamo abituati soltanto al massimo a un “Ciao” detto di corsa e magari con il musone perché siamo impegnati a riflettere su quanto “In Italia la situazione sia tragica”.

    In realtà, passato il momento in cui avete avuto modo di stupirvi piacevolmente per la cortesia e la premura anglosassoni, farete in tempo a vedere che la persona che vi ha chiesto come state è già sparita alla velocità della luce, perché il saluto: Hello. How’re you?” altro non è se non una mera questione di abitudine. Se volete, e se la persona non è già troppo distante – si sa, nei paesi anglosassoni capitalisti il tempo è denaro – potete provare a mettere a rischio le corde vocali e rispondere, urlando, che va tutto bene con: “I’m fine, thanks. And you?” sperando che l’utente abbia un udito talmente fino da sentirvi anche a distanza …

    See you!

     

    Daniele Canepa

  • Premier League e sceicchi: gli interessi del mondo arabo in Inghilterra

    Premier League e sceicchi: gli interessi del mondo arabo in Inghilterra

    liverpool-you-ll-never-walk-alone“And you’ll never walk alone, you’ll never walk alone”. Se siete appassionati di football o se vi è capitato di visitare Liverpool, non potete non aver mai sentito queste parole. “Non camminerai mai solo” è la canzone che accompagna i giocatori del Liverpool FC all’inizio di ogni loro match casalingo.

    In effetti non è solo la gloriosa squadra dei Reds, ma tutto il calcio inglese in generale a non camminare più da solo ormai da più di dieci anni. La Premier League, il massimo campionato inglese, è diventata una vetrina mondiale e da ogni lato del globo businessmen e politici hanno iniziato a sentire l’odore di soldi e di impunità proveniente da Londra e dintorni.

    Lo hanno capito gli sceicchi di Dubai e Abu Dhabi, con l’acquisto del Manchester City da parte del principe Mansur e con il finanziamento di un importante stadio londinese non a caso battezzato con il nome di Emirates Stadium. D’altra parte, già Micheael Moore nel suo documentario Fahrenheit 9/11 sull’attacco (“presunto” secondo il regista) agli Stati Uniti  alle Twin Towers aveva fatto luce sugli interessi miliardari del mondo arabo, in particolare quello saudita, nei paesi anglosassoni.

    Prima dei fat cats – i ricconi – emirati aveva già intuito il potenziale del calcio inglese un altro tycoon asiatico, il tailandese Thaksin Shinawatra, ex Primo Ministro del suo Paese, che guarda caso da quasi dieci anni vive in esilio tra Londra e gli EAU per via di accuse di abuso di potere e corruzione.

    Un’altra celebre figurina nell’album dei magnati overseastermine che letteralmente significa “oltremare” ma in UK designa tutto ciò che è straniero – è quella di Roman Abramovich, amicone di Putin arricchitosi in maniera sospetta grazie a relazioni molto discutibili, tra cui quella con l’ex re degli oligarchi russi Boris Berezovskji, recentemente trovato morto in una sua casa in Inghilterra.

    A completare il quadro non potevano mancare gli americani, che quando possono combinare sport e business si muovono più velocemente di Usain Bolt e Carl Lewis messi insieme.

    Malcolm Glazer è il proprietario di una delle squadre più ricche e popolari del mondo, il Manchester United, mentre per collegarci all’inizio dell’articolo è proprio vero che i Reds non camminano soli visto che a possedere il Liverpool FC è John W. Henry, padrone anche dei Boston Red Sox, mitica franchigia di baseball, e del Boston Globe, principale quotidiano dell’omonima città.

    Ha proprio ragione il filosofo ed economista belga Marc Luyckx Ghisi: l’Italia è sempre anticipatrice di grandi cambiamenti. A usare la popolarità data dal calcio per interessi personali e a fare un bel minestrone di sport, editoria, affari e politica noi – e in particolare Lui – ci eravamo arrivati già diversi anni fa, alla fine dei favolosi anni Ottanta. Oltre comunque all’ovvio esempio berlusconiano, abbiamo in tempi più recenti quello di Luciano Zamparini, un friulano trapiantato a Palermo per diventare il presidente della squadra del capoluogo siciliano e – toh! – per aprire in Sicilia diversi centri commerciali, oppure di Urbano Cairo, editore e proprietario del Torino Calcio.

    Il sentimento davanti a questi giochi di soldi e potere che nulla hanno a che fare con la genuina passione sportiva può essere di sconforto e di impotenza. Tuttavia, si può anche agire: basta disdire l’abbonamento alle televisioni a pagamento; capisco che per alcuni sia doloroso, ma è molto semplice e sarebbe una mazzata efficace contro questo sistema.

    PS You’ll Never Walk Alone cantata dai tifosi del Liverpool è davvero uno spettacolo emozionante, tanto che gli stessi Pink Floyd la inserirono per chiudere Fearless, una delle loro canzoni più belle. See you!

     

    Daniele Canepa

  • I fillers nella lingua inglese: le parole che riempono il silenzio

    I fillers nella lingua inglese: le parole che riempono il silenzio

    londra-regent-street-DI“Don’t you hate that?” “Hate what?” “Uncomfortable silences.“ “Non odii tutto questo?” “Tutto questo cosa?” “I silenzi che mettono a disagio.” È questo, tra John Travolta e Uma Thurman nei panni di Vincent Vega e Mia Wallace, uno dei più famosi dialoghi del film cult Pulp Fiction diretto da Quentin Tarantino.

    La conversazione orale è immediata, ha normalmente bisogno di essere riempita, quindi sentiamo l’esigenza di colmare i silenzi usando delle frasi o delle espressioni che in realtà dal punto di vista del contenuto non aggiungono molto, ma la cui funzione è, appunto, riempire un silenzio.

    Non è così probabilmente in tutte le culture, come spiega l’esperto di comunicazioni interculturali Richard D. Lewis: in Oriente, al silenzio viene attribuito un grande valore, in quanto mostra il rispetto per quanto l’interlocutore ha precedentemente affermato. Tuttavia, è innegabile che nella nostra società così veloce e frenetica a una domanda debba far seguito una risposta in tempi brevi. Se però il concetto non è già ben delineato e pronto in testa ecco accorrere in aiuto i fillers, termine con cui in inglese si designano le parole aventi la funzione di colmare i vuoti. To fill peraltro dovrebbe essere un verbo piuttosto noto agli studenti di inglese, i quali più di una volta nella vita avranno dovuto svolgere un esercizio della tipologia Fill in the gaps (“completa riempiendo gli spazi vuoti”).

    You know, Erm, Well, I mean, So, Right sono alcuni dei fillers più comuni. Non pensiamo, tuttavia, che il fenomeno sia circoscritto alla lingua inglese: anche in italiano usiamo abbondantemente espressioni equivalenti quali: “Sai”, “Ehm”, “Bene”, “Voglio dire”, “Appunto”.

    Gli studenti arrampicati sugli specchi durante improbabili interrogazioni di storia, matematica o letteratura ricorrono a piene mani a “Cioè” come ultima ancora di salvezza a colmare imbarazzanti silenzi. Nonostante ciò, se le cose non sono cambiate da quando andavo a scuola, il rapporto: numero di “cioè” / voto finale è sempre irrimediabilmente inversamente proporzionale … See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]