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  • Gruppi di acquisto solare: 23 impianti installati a Genova

    Gruppi di acquisto solare: 23 impianti installati a Genova

    Energia del SoleIL PRECEDENTE

    Novembre 2011: in due Municipi genovesi, precisamente a Pegli e Nervi, viene resa nota l’intenzione di aderire al progetto nazionale gruppi di acquisto solare. L’iniziativa è organizzata da Legambiente, in collaborazione con il Comune di Genova e la società AzzeroCO2, e riguarda l’acquisto e installazione di pannelli fotovoltaici da parte di un collettivo di persone, per esempio residenti nello stesso condominio.

    Il progetto fa parte del Patto dei Sindaci, che impegna a livello nazionale le amministrazioni comunali per ridurre le emissioni di CO2 e migliorare l’impatto ambientale dei territori (leggi l’approfondimento a cura di Elettra Antognetti).

    I due incontri informativi nei Municipi hanno l’obiettivo di avviare la presenza in città di fonti di energie rinnovabili ad alimentare le abitazioni private.

    Giugno 2012: vengono illustrati i primi risultati del progetto Gruppi di Acquisto Solare a Genova. Come illustra Franco Montagnani di Legambiente Liguria (in proposito leggi l’inchiesta curata da Matteo Quadrone), 27 soggetti hanno sottoscritto il contratto di attivazione mentre altri 27 hanno manifestato il proprio interesse ad aderire. L’azienda che si occuperà dell’installazione dei pannelli fotovoltaici è stata scelta nel marzo 2012 attraverso una gara d’appalto, tenendo conto che buona parte degli aderenti hanno manifestato la preferenza di una ditta ligure.

    IL PRESENTE

    Luglio 2013: passato un altro anno, il Gruppo di Acquisto Solare stila un nuovo bilancio delle attività nel territorio comunale di Genova e della Provincia.

    Lo scorso 20 giugno l’ente provinciale ha comunicato l’adesione al progetto di 12 Comuni (che diventano 13 con l’aggiunta “autonoma” di Celle Ligure, in provincia di Savona): Arenzano, Casarza Ligure, Cogoleto, Davagna, Lavagna, Leivi, Moneglia, Montoggio, Neirone, Sestri Levante, Serra Riccò e Tribogna. Nel periodo 2012/2013 sono state realizzate 17 installazioni su un totale di 69 adesioni. Cosa significa? Che ogni anno verranno prodotti dai nuovi pannelli fotovoltaici 42.000 kwh, che comporteranno un risparmio di 22 tonnellate di CO2 all’anno (che diventano 600 tonnellate calcolando l’arco di vita medio dei pannelli, ovvero 30 anni).

    Venerdì 28 giugno si è invece svolta a Palazzo Tursi la presentazione dell’esito progettuale relativo al Comune di Genova: sono stati installati 23 impianti fotovoltaici, che porteranno sul territorio comunale un risparmio di 43 tonnellate di CO2 all’anno.

    Come informarsi sul progetto Gruppo di Acquisto Solare? È possibile contattare Legambiente Liguria al numero 010 319165 o alla mail s.pesce@legambienteliguria.org, oppure i referenti della Provincia (010 5499888 – miroglio@provincia.genova.it)

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Politica e legalità, rapporto delicato: il ricatto di Silvio Berlusconi

    Politica e legalità, rapporto delicato: il ricatto di Silvio Berlusconi

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013E’ giusto ricordare che la condanna di Berlusconi nel processo Ruby non c’entra nulla col moralismo e la vita sessuale privata. Il Cavaliere ha preso 7 anni in primo grado per due capi di imputazione piuttosto gravi: prostituzione minorile (rapporti sessuali a pagamento con l’allora minorenne Karima el Mahroug) e concussione (abuso della carica di primo ministro al fine di costringere la questura a rilasciare la ragazza). Si tratta di una vicenda talmente semplice e chiara che, se non riguardasse appunto Silvio Berlusconi (allora Presidente del Consiglio, oggi principale socio di maggioranza del governo, nonché proprietario di un discreto impero mediatico), oggi non susciterebbe la benché minima contestazione o polemica. Nessuno infatti crederebbe mai che l’allora premier, impegnato in un vertice internazionale a Parigi, abbia telefonato in piena notte alla questura di Milano solo per accertarsi che una povera ragazza marocchina, che aveva tanto sofferto e a cui lui elargiva denaro per pietà, venisse trattata bene. Tuttavia è proprio perché i fatti sono così scontati e pacifici (anche al di là degli esiti processuali futuri) che il caso diventa un buon esempio per una riflessione più generale sul delicato rapporto tra politica e legalità.

     

    “DARE LA PRECEDENZA”: CHI DEVE EVITARE LO SCONTRO

    Un anno fa, in occasione del ventennale della strage di Via D’Amelio, avevo avuto modo di ricordare la lezione di Paolo Borsellino: la politica e la società civile devono anticipare la magistratura, mettendosi al riparo da comportamenti sospetti e equivoci prima che intervengano le sentenze a sancire i reati. Questo atteggiamento è la migliore garanzia contro il famigerato “cortocircuito mediatico-giudiziario”: se i politici fossero tutti immacolati come gigli ed esenti da ombre, ossia se al primo accenno di un fondato sospetto provvedessero a rassegnare le loro dimissioni, sollecitati in questo dal partito, dai colleghi e dall’opinione pubblica, si eliminerebbe alla radice il rischio che la vita politica possa essere condizionata da un percorso, come quello  giudiziario, che tendenzialmente dovrebbe esserle estraneo.

    In questo senso le lamentele sulla presunta invadenza dei giudici che vengono da destra, e allo stesso modo gli ambigui richiami alla magistratura perché tenga in conto le conseguenze politiche del suo operato (richiami provenienti tanto dalla stampa moderata, quanto talvolta dallo stesso Capo dello Stato), non potrebbero essere più fuori luogo. Se infatti un giudice dovesse calibrare la propria azione in funzione di chi sono i presunti colpevoli, e non semplicemente in funzione di che cosa hanno fatto, applicherebbe la legge diversamente da persona a persona; e quindi negherebbe quel principio per cui la legge è uguale per tutti. Dunque la magistratura ha l’obbligo di essere – per così dire – cieca; di non guardare in faccia a nessuno; di non porsi alcun problema di opportunità (il riserbo, la discrezione e il controllo sulla fuga di notizie sono tutt’altro discorso).

     

    RUOLO DELLA POLITICA E STATO DEL DIBATTITO

    legge_giustiziaUn’altra questione è se stia alla politica porsi problemi di opportunità rispetto all’azione della magistratura. Può sempre capitare, infatti, che in sede giudiziaria emergano anche questioni politiche: un esempio è proprio il caso Snowden, il funzionario del governo americano che, per aver denunciato e rivelato intercettazioni abusive della CIA, è ora accusato di spionaggio (problema giudiziario), invischiato in spinose trattative per l’estradizione (problema diplomatico) e al centro di una rovente polemica sul rapporto tra privacy del cittadino e sicurezza nazionale (problema politico).

    Ciò non significa ovviamente cedere alle parole d’ordine dei difensori d’ufficio del Cavaliere, disposti ad abbracciare qualsiasi giustificazione pur di salvare “il soldato Silvio” e sempre impegnati a invocare la cosiddetta “indipendenza/superiorità della politica” o a paventare il famigerato “schiacciamento della politica sulla magistratura”.

    Infatti i politici sono già autonomi: hanno il compito, una volta eletti, di fare quelle leggi che i magistrati dovranno poi far rispettare; hanno la possibilità di esercitare varie forme di controllo (ad esempio i membri del Consiglio Superiore della Magistratura sono nominati per un terzo dal Parlamento); infine hanno la possibilità di negare l’autorizzazione a procedere, se ritengono che un membro delle camere sia indagato pretestuosamente e solo per fini politici (il famoso fumus persecutionis). La politica pertanto può conservare benissimo la propria autonomia pur collaborando con la magistratura in nome del comune interesse per il rispetto della legalità. Ciò premesso bisogna anche ammettere, tuttavia, che la battaglia per la legalità non esaurisce il senso dell’azione politica.

    E’ questo un rischio che può coinvolgere il “partito trasversale della legalità”, ossia quella folta schiera dell’opinione pubblica coalizzatasi in antitesi a Berlusconi e interessata al tema della questione morale: una rivendicazione altrimenti sacrosanta, infatti, rischia di perdere efficacia, se si spinge fino a fare della “legalità” la bandiera di un partito (come era ad es. per l’Italia dei Valori) o ad individuare nel tradimento di questo valore da parte della classe politica italiana la ragione unilaterale del declino economico del paese. A questo proposito occorre invece dire che “legalità” non può essere un manifesto ideologico, per l’evidente motivo che non ci può essere (almeno formalmente…) un partito dell’illegalità a fare da contraltare in un ipotetico confronto politico. Allo stesso modo, oltre al fatto che nessun economista serio direbbe mai che l’attuale crisi dipenda in primo luogo dall’illegalità (ad es. corruzione ed evasione), il problema è chiaramente di natura diversa anche per un’altra banalissima considerazione: nulla ci assicura che un politico onesto sia anche competente; in altre parole non è possibile salvarsi dal rischio che si prendano decisioni sbagliate o deleterie solo predicando l’onestà. E’ evidente dunque che la legalità non può essere il traguardo, ma deve essere la normalità, la base di partenza su cui andare poi a costruire quella buona politica di cui pure sarebbe doveroso discutere e di cui invece non si parla mai, come se si sapesse già con sicurezza le decisioni che si deve prendere.

     

    RISPETTO DELLA LEGGE vs REALISMO POLITICO

    In un senso più profondo, non solo la legalità è condizione necessaria e non sufficiente, ma in circostanze ben specifiche, codificate e del tutto eccezionali, è possibile e accettabile che la politica si ponga anche in contraddizione rispetto all’azione della magistratura.

    Esiste una ragion di Stato; esistono esigenze di segretezza; si danno questioni di opportunità politica: per tutto questo è previsto, ad esempio, che il Parlamento possa promulgare un’amnistia (pensiamo all’amnistia Togliatti, che rispondeva a esigenze di pacificazione nell’immediato dopoguerra); è previsto anche che il Presidente della Repubblica possa concedere la grazia (di fatto cambiando l’esito di una sentenza); è previsto infine che siano opposte ad un’indagine ragioni di sicurezza nazionale.

    Si tratta ovviamente di casi assolutamente particolari e molto delicati, comunque già contemplati nell’ordinamento vigente. E quello che si è detto fin qui dovrebbe servire a capire perché, appunto, è così raro che il realismo politico si scontri con la legalità: non solo per il rischio intrinseco dato dalla sospensione del normale ordine legale, ma anche perché se una regola è buona (e dobbiamo presumere che lo sia, altrimenti basterebbe cambiarla), raramente infrangendola si producono benefici superiori agli effetti negativi. E per questo stesso motivo l’ipotesi di un salvacondotto per i guai giudiziari di Berlusconi non può essere sostenuta.

     

    COSA DAVVERO È “OPPORTUNO” IN POLITICA

    enrico-lettaNegli ultimi vent’anni abbiamo avuto da una parte un centro-destra militarizzato e asservito agli esclusivi interessi personali del padre-fondatore; dall’altra un centro-sinistra che non ne ha mai votato l’ineleggibilità, non ha neutralizzato il conflitto di interessi e non ha abolito nemmeno una delle tante leggi-vergogna (quando non ha contribuito direttamente a votarle): questo calpestio della legalità si è poi dimostrato giustificato da una qualche ragione di causa maggiore? Il declino morale ed economico del paese sta lì a testimoniare con tutta evidenza che questa ragione non c’era. Farsi governare da chi pensa solo ai propri interessi e da una classe dirigente di presunti oppositori, che crede solo nei maneggi sottobanco e mente spudoratamente ai propri elettori, era piuttosto prevedibilmente una pessima idea, che niente aveva a che fare con il bene del paese.

    La storia oggi non è cambiata. Per la seconda volta consecutiva le due parti governano insieme, dimostrando nei fatti di essersi sempre sorrette a vicenda; e per l’ennesima volta invocano delle finte ragioni di opportunità politica, che sono in realtà ragioni per la sopravvivenza di questa specifica classe politica.

    Per assurdo, cediamo pure al ricatto: ammettiamo di fare davvero quell’amnistia che consenta a Berlusconi di non andare in carcere e al governo Letta di sopravvivere. Ci guadagneremmo – è vero – la tanto sospirata “governabilità”; tuttavia, in che modo la governabilità verrebbe messa a frutto per il bene del paese? L’Italia avrebbe bisogno di recuperare quella sovranità monetaria che oggi è affidata ad una banca europea condizionata dagli interessi preminenti di Berlino; e poi avrebbe bisogno di ingenti investimenti pubblici per stimolare la domanda. Invece, come è stato negli ultimi vent’anni e come è tuttora, è evidente che Berlusconi ritornerebbe a farsi i fatti suoi, mentre Letta proseguirebbe nella rincorsa del sogno “eurista” che sta devastando il paese e nelle deleterie riforme istituzionali che si pongono come obiettivo lo sfascio della Costituzione. Qualche “decreto del fare” o qualche “pacchetto per l’occupazione”, non incidendo sui veri problemi di cui sopra, sarebbero solo un palliativo, o peggio una foglia di fico.

    Insomma: il gioco non vale la candela. Si dimostra quindi che non c’è alcuna ragione di realismo, pragmatismo o opportunismo politico nel tenersi una classe dirigente che non rispetta le regole, visto che in genere il politico non rispetta le regole perché o è un ladro o è un venduto. Ed è normale che il ladro derubi anche chi lo elegge e il venduto venda persino il suo paese.

     

    Andrea Giannini

  • Inglese e latino: parole anglosassoni che arrivano dall’antica Roma

    Inglese e latino: parole anglosassoni che arrivano dall’antica Roma

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIUscire dalla porta per rientrare dalla finestra. Il latino si traveste da inglese per poi ritornare nella sua terra d’origine, l’Italia. Accade così che, mentre siamo intenti a fare sfoggio della nostra pronuncia inglese che fa tanto international (parola, guarda caso, di origine latina), quando parliamo di mass media  in italiano, pronunciando alla maniera English (“midia”), ci stiamo dimenticando che in realtà entrambi i termini affondano le loro radici nel latino.

    Al pari di media, un altro termine inglese ormai quasi più diffuso di “mamma” e “papà” nel nostro vocabolario quotidiano è computer.

    Bravo Bill Gates, ci sei riuscito a coronare il tuo sogno di portare uno di questi arnesi all’interno di ogni casa; non dimenticare, però, il tuo debito nei confronti della lingua di Giulio Cesare e Cicerone e del verbo computare… E bada che nemmeno aggiungendo il personal  (dal sostantivo persona appartenente alla prima declinazione) potrai sfuggire alla latinità dei nostri PC, i personal computer.

    Che cosa dire poi di tutor? Leggere la parola così come è scritta sarebbe troppo semplice e allora via con il “tiutor”, che spesso diventa “tiuto” e rischia alla fine di trasformarsi in un “ciuccio”…

    Per tornare ad argomenti più vicini a Bill Gates, ecco il server, termine che secondo la definizione data da Wikipedia indica un “componente o sottosistema informatico di elaborazione che fornisce, a livello logico e a livello fisico, un qualunque tipo di servizio ad altre componenti (tipicamente chiamate client, cioè “cliente”) che ne fanno richiesta attraverso una rete di computer, all’interno di un sistema informatico o direttamente in locale su un computer.”

    Indovinate qual è l’origine di server? Anch’esso usato in ambito informatico, il termine proviene dal verbo latino servire o dal sostantivo della seconda declinazione servus.

    Wikipedia cita anche la parola inglese client, dal latino cliens, “cliente”, dal quale deriva anche “clientelismo” ovvero l’infame pratica di approfittare di un incarico pubblico al fine di instaurare un sistema illegale di favoritismi a danno della meritocrazia.

    Di esempi di clientelismo la nostra politica è colma. Portare a esempio l’azione di Berlusconi infierendo soltanto su di lui, dopo la sentenza di lunedì, assomiglia a picchiare un bambino impegnato a fare la po-po ed è comunque giusto solo in parte. Infatti, anche gli alleati di governo del PDL non se la cavano meglio quanto a clientelismi: consiglio a tale proposito la lettura di “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez. Peraltro, il marciume clientelare in Italia non è storicamente soltanto colpa della politica, ma anche di certa imprenditoria compiacente, a volte corruttrice a volte concussa…

    Ma torniamo all’argomento di oggi. Trovo interessante che, come abbiamo visto, molte delle parole inglesi correntemente usate nel lessico tecnologico italiano siano latine. La materia simbolo della modernità va a pescare a piene mani nell’antichità: that’s wonderful!

    Ciò potrebbe instillare il dubbio di voler rivalutare la propria posizione in coloro i quali caldeggiano l’abolizione del latino come materia di studio, definendolo “desueto e inutile”. Va bene, è auspicabile che tra le nuove materie a scuola emergano anche i nuovi media, i quali sono certamente il nostro futuro e in buona parte anche il nostro presente, ma il latino è la nostra storia e per sapere dove vogliamo andare è bene capire anche come siamo arrivati qui. See you!

     

    Daniele Canepa

  • Mediazione obbligatoria, il ritorno: nuove regole e vecchi interessi

    Mediazione obbligatoria, il ritorno: nuove regole e vecchi interessi

    Sentenza del TribunaleChe l’Italia sia il paese delle meraviglie lo sappiamo. E purtroppo sappiamo anche delle sue meravigliose invenzioni.
    Abbiamo avuto modo di parlare delle mediazioni – conciliazioni obbligatorie, della loro introduzione e – successivamente – della loro incostituzionalità dichiarata.

    Non avevamo parlato di un dettaglio: fervente sostenitrice delle mediazioni era l’avv. Tiziana Miceli, moglie di Angelino Alfano, allora ministro del Governo Berlusconi; Ella è mediatrice e, a quanto risultava, titolare di una catena di aziende di mediazione.

    Oggi Alfano è tornato in auge nel governo Letta e le mediazioni con lui. Il Consiglio dei Ministri, nella sua serie di iniziative legislative, ha introdotto ed approvato un decreto legge recante misure urgenti in materia di crescita.

    Al suo interno anche gli interventi urgenti in materia di giustizia civile messi a punto dal guardasigilli Annamaria Cancellieri, che prevedono, fra gli altri punti, il ritorno della nuova mediazione obbligatoria.

    Il ripristino della mediazione obbligatoria – finalizzata ad evitare che ogni conflitto divenga necessariamente una causa senza tentare composizioni amichevoli degli interessi – è avvenuto con otto rilevanti correttivi, e in particolare:

    1. Esclusione dall’area della obbligatorietà delle controversie per danni da circolazione di veicoli e natanti, posta anche la presenza di ulteriori e speciali procedure di composizione stragiudiziale di queste controversie, rispetto alle quali la mediazione necessaria sarebbe stata un’inutile duplicazione;

    2. Introduzione, sempre nell’area dei diritti disponibili, della mediazione prescritta dal giudice e valutata in contraddittorio con le parti del processo già avviato;

    3. Integrale gratuità della mediazione obbligatoria anche nel caso sia prescritta dal giudice, per i soggetti che, nella corrispondente controversia giudiziaria, avrebbero avuto diritto all’ammissione al patrocinio a spese dello Stato;

    4. Previsione di un incontro preliminare in cui le parti, davanti al mediatore, verifichino con il professionista se sussistano, o meno, effettivi spazi per procedere utilmente e volontariamente alla mediazione;

    5. Forfettizzazione e abbattimento dei costi della mediazione, in particolare di quella c.d. obbligatoria, attraverso la previsione legislativa di un contenutissimo importo, comprensivo delle spese di avvio, per l’incontro preliminare di cui al punto precedente;

    6. Limite temporale della durata della mediazione in 3 mesi, in luogo di 4, decorsi i quali il processo può sempre essere iniziato o proseguito;

    7. Previsione della necessità che, per divenire titolo esecutivo e per l’iscrizione d’ipoteca giudiziale, l’accordo concluso davanti al mediatore sia non solo omologato dal giudice ma anche sottoscritto da avvocati che assistano le parti;

    8. Riconoscimento di diritto, agli avvocati che esercitano la professione, della qualità di mediatori.

     

    Il minimo comun denominatore di questi interventi correttivi è dato per un verso da un significativo restringimento dell’area per materia della mediazione necessaria e, per altro verso, dell’abbattimento dei costi della medesima mediazione obbligatoria, in uno alla valorizzazione delle garanzie offerte dall’assistenza legale, e della competenza professionale, anche in chiave di composizione stragiudiziale degli interessi, propria degli avvocati.
    Questa è la sintesi del decreto legge, ora ci vogliono sessanta giorni per vedere che succede.
    Un fatto è certo. La materia assicurativa ne è esente, mentre quella condominiale, combinata alla nuova normativa appena entrata in vigore, diventa un ginepraio dove gli avvocati sguazzeranno, alla faccia della tutela dei consumatori.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Costituzioni anti-fasciste: un ostacolo per l’economia dell’euro zona

    Costituzioni anti-fasciste: un ostacolo per l’economia dell’euro zona

    economia-soldi-D6La notizia della settimana non è né Berlusconi e il pronunciamento della Corte, né Grillo e l’espulsione della senatrice Gambaro.

    Che il Cavaliere abbia una concezione “elastica” del rispetto della legge, che questo gli abbia portato molti guai giudiziari, che abbia cercato di usare il consenso elettorale come riparo da eventuali condanne e che tutto ciò sia un peso per il buon scorrimento della vita politica del paese non sono cose che scopriamo oggi. Se poi Berlusconi, nonostante la sempre più probabile condanna, riesce ad ostentare una relativa tranquillità, allora siamo autorizzati a pensare che qualcuno lo abbia rassicurato con la promessa di un’amnistia o una leggina ad personam: e ciò significherebbe che per il momento non ci sono rischi per la tenuta del governo.

    Discorso analogo si può fare per Beppe Grillo. La sua idea di movimento “guidato” attraverso la rete, la rigidità programmatica, il rifiuto per le scelte di campo ideologiche e l’insofferenza verso la strutturazione interna dei partiti tradizionali sono tutti argomenti già ampiamente dibattuti, a proposito dei quali la mia personale valutazione non si sposta certo per una senatrice che si scopre “grillo-scettica” sulla via di Damasco e che perciò viene espulsa con un voto su internet.

     

    LA “VERA” NOTIZIA DELLA SETTIMANA

    europa-bceNo, la notizia della settimana, più che nelle aperture dei TG o nelle prime pagine dei giornali, bisogna (come al solito) andarsela a cercare. Ed è così che spulciando l’edizione on-line del Fatto Quotidiano capita di imbattersi in un articoletto a firma Luca Pisapia la cui rilevanza per il dibattito politico è inversamente proporzionale alla scarsa visibilità. L’autore in realtà non fa null’altro che riprendere e commentare un report di JP Morgan, il famoso istituto finanziario. Di per sé, dunque, non sembrerebbe esserci nulla di eclatante: in questi tempi di crisi le grandi banche di investimento, giustamente interessate all’andamento dell’economia e alle prospettive per il futuro, diffondono centinaia di documenti simili contenenti analisi, prospettive, grafici, suggerimenti e auspici. Non fosse che nella fattispecie il contributo dei due analisti, Malcolm Barr e David Mackie, si spinge fino a un punto molto importante, ossia fino a delineare quello che viene considerato un ostacolo politico all’integrazione delle economie dell’euro-zona: le costituzioni anti-fasciste.

    Si avete, capito bene: le costituzioni sorte nel dopo guerra, come la nostra, sono un intralcio. I motivi? Vediamoli: «Esecutivi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale del diritto al lavoro; sistemi di costruzione del consenso che favoriscono il clientelismo; e il diritto di protestare, se vengono fatti cambiamenti indesiderati dello status quo politico». Più chiaro di così… Ma siccome repetita iuvant, parafrasiamo il contenuto per i duri d’orecchi.

    Anche se ormai siamo abituati agli attacchi quotidiani cui è sottoposta la nostra carta costituzionale, queste poche righe hanno il pregio di fare chiarezza di tutte le ampollosità e i tecnicismi (semi-presidenzialismo alla francese, camera delle regioni alla tedesca, elezioni diretta al quintuplo turno con golden gol e rigori) che creano un sacco di confusione e ci fanno passare la voglia di capire cosa diavolo stia succedendo. Ed invece è semplice: ci vuole un esecutivo forte, che comandi indisturbato, che prenda finalmente decisioni penalizzanti per i lavoratori, senza che questi possano protestare nelle piazze o presso i politici che hanno eletto. E in questo senso la nostra Costituzione, che ovviamente è stata pensata proprio per proteggere la gente dagli abusi di chi ha il potere, è un intralcio; al contrario un nuovo meraviglioso super-Stato federale europeo lo si può tirare su senza tutte queste fastidiose tutele e questi scoccianti diritti. Certo, potremo sempre votare Tizio, Caio o Sempronio, ma nei fatti sarà la grande ed illuminata élite europea a prendere per noi quelle decisioni, dolorose ma giuste, che noi siamo troppo ottusi per comprendere. Quando dunque sentite dire che la crisi è colpa della “finanza speculativa”, tanto cattiva e tanto brutta, e che l’euro non è il problema, ricordatevi che quella stessa finanza speculativa scrive nero su bianco che l’integrazione europea è cosa gradita: la Costituzione italiana no. Domanda da un milione di euro (o due miliardi di lire): a noi cosa converrà di più? Tenersi la Costituzione o affrettare l’integrazione europea? Ai posteri l’ardua sentenza.

    Ricordo solo che un tempo perseguire determinati fini era considerato golpismo: roba da P2, servizi segreti deviati, neo-fascisti simpatizzanti dei dittatori argentini. Ma questi oggi sono metodi superati: si può ottenere lo stesso risultato con calma e pazienza, senza occupare militarmente le sedi del governo e della televisione, ma convincendo la gente, abituandola a determinati argomenti poco alla volta fino al momento in cui non destano più scandalo. Ci si incontra nelle grandi riunioni, si coordinano le strategie da adottare, e poi si finisce che oggi la politica italiana contro la crisi non fa nulla, ma parla molto – quando si dice il caso… – di riforme costituzionali  e presidenzialismo.

    D’altronde è proprio quello che sta scritto sul report di JP Morgan: «Il test chiave nell’anno a venire sarà l’Italia, dove il nuovo governo ha una chiara opportunità per dare l’avvio a significative riforme politiche». E’ tutto molto semplice e chiaro. E davvero non si capisce che bisogno ci sia di invocare chissà quale teoria del complotto, quando è semplicemente elementare esperienza di vita che chi ha il potere cerchi di tenerselo e che le élite tentino giustamente di fare i loro interessi (ovviamente evitando di pubblicizzarli troppo, perché se no la gente capirebbe subito).

    Ovviamente le contromisure ci sono e sono le solite: la Costituzione appunto, e poi le istituzioni, un’informazione libera, una solida cultura democratica e un sano sospetto verso chi vorrebbe gestire la vita politica al posto nostro. Ma soprattutto bisogna comprendere non tanto chi sia il nemico, ma più semplicemente quali siano i nostri interessi e quali altri interessi siano in gioco. Una dinamica, questa, che dovrebbe essere ormai chiarissima. A meno, certo, di non volersi ostinare a non capire.

     

    Andrea Giannini

  • Le piante aromatiche più adatte per la terrazza o il balcone

    Le piante aromatiche più adatte per la terrazza o il balcone

    salvia-officinalisQuesta settimana forniremo qualche suggerimento su quali piante aromatiche sia possibile coltivare in cassette ed in vasi, in spazi limitati, sui balconi e sulle terrazze.
    In generale, va detto che, per le piante da frutto, le verdure ed affini, i migliori risultati si ottegono senza dubbio nella terra piena. Nulla può infatti essere paragonato ad un orto, dove le piante sono ben esposte al sole, possono affondare nel terreno le radici e svilupparsi liberamente. Tuttavia, una scelta attenta delle varietà e delle loro tipologie permette di rosmarinoottenere, anche in spazi ridotti e molto esposti (ad es: una terrazza assolata) risultati eccellenti. E’ infatti interessante notare che queste essenze garantiscono, su terrazze, balconi e persino in cassette sulle finestre, riscontri ottimi, sia da un punto di vista della produzione alimentare che da sotto un profilo prettamente estetico. Se ben combinate la varietà delle foglie, i colori delle piccole infiorescenze ed il loro portamento arbustivo, permettono di realizzare contenitori variopinti e variegati che uniscono, al piacere del risultato della produzione casalinga, un indubbio aspetto decorativo.
    timoIn tema di piante aromatiche, possiamo menzionare, oltre alle abituali basilico, origano, erba salvia, rosmarino, le meno note e diffuse erba cipollina, peperoncini, prezzemolo, finocchio selvatico, cappero, erba luisa, maggiorana, timo, mirto
    In particolare, durante l’estate, suggerisco proprio la coltivazione degli spesso assai sottovalutati peperoncini. Esistono molte differenti varietà di questa pianta, esse differiscono sia nella forma del frutto (rotondeggiante, appuntito, più o meno bitorzoluto) che nella sua colorazione (dal giallo cappero-salinapiù o meno intenso, all’arancione, al rosso vivo, fino al viola-bluastro). Il peperoncino è poi caratterizzato dall’estrema semplicità colturale. Saranno infatti sufficienti una esposizione al sole, una innaffiatura nei momenti di siccità ed una eventuale concimazione per ottenere ottimi risultati: le piante si sviluppano molto alla svelta e senza problemi. Importante è scegliere bene la varietà adatta al contesto ed al contenitore in quanto le dimensioni dei cespugli sono molto diverse a seconda delle specie, potendo variare da poche decine di centimetri fino al metro o metro e mezzo. Le infiorescenze sono poco mirtoappariscenti ma molto numerose, con fiori piccoli, a forma di stella bianchi. I frutti sono abbondantissimi, colorati e restano a lungo sulla pianta anche dopo la loro completa maturazione. Si possono infatti raccogliere o lasciare, come elemento decorativo, sui rami dell’arbusto fino al tardo autunno.
    Al di là del peperoncino, tutte le essenze aromatiche sopra menzionate, possono poi essere combinate tra loro creando vasconi di medie dimensioni, esteticamente ed olfattivamente interessanti. In estate infatti queste piante producono infiorescenze, magari peperoncini di calabrianon molto appariscenti, ma numerose e decorativamente rilevanti. Si spazia infatti dal blu intenso del rosmarino, al violetto della salvia, al bianco puro con pistilli screziati di viola del cappero, al bianco metallico del mirto, fino al rosa del timo
    A parte le piante più note su cui non ci soffermiamo, una particolare menzione merita la pianta del cappero. Quest’ultimo cresce spontaneo in natura, negli anfratti e nelle fessure dei muri, in terreni aridi ed inospitali. E’ pianta estremamente frugale e, per ottenere risultati adeguati, deve essere lasciata crescere spontaneamente e libera di svilupparsi e di adattarsi all’ambiente. Cresce anche da seme ma esso deve essere piantato seguendo una procedura piuttosto complessa, che non garantisce sempre risultati certi. Per questo finocchio-selvatico1suggeriamo l’acquisto ed il più semplice impianto di piccoli cespugli già coltivati. Una volta posizionato in loco, il cappero produce fioriture abbondantissime e quasi esotiche che scintillano nella luce del sole estivo. I frutti sono, come noto, commestibili. Se si coglie il bocciolo prima della fioritura si avranno i capperi cui siamo usualmente abituati e più comuni. Se invece si stacca il seme, dopo la fine della fioritura e la maturazione, si avranno grosse bacche verdi, contenenti semini dal gusto più marcato. Mescolato al mirto dalle foglie scure, a cespugli di rosmarino ed a disordinarti ciuffi di finocchietto selvatico, il cappero permette di ottenere insiemi articolati e cromaticamente vari. I colori delle foglie varieranno infatti dal verde più chiaro (finocchietto) a quello più intenso (mirto), le fioriture si susseguiranno nel tempo, con piccole infiorescenze nei toni del bianco e dell’azzurro, con l’eccezione del caratteristico giallo-verdastro degli ombrelli fioriti del finocchietto. Un insieme inusuale che dimostra che anche le piante aromatiche, se ben scelte e combinate tra loro, possono validamente competere con insiemi (spesso banali o troppo colorati) di gerani, tageti, petunie ed altre annuali estive.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • L’esame di inglese ai politici italiani: errori, gaffe, promossi e bocciati

    L’esame di inglese ai politici italiani: errori, gaffe, promossi e bocciati

    Beppe GrilloSiamo a giugno ed è tempo di pagelle ed esami di maturità. Come se la cavano le personalità italiane più influenti con la lingua inglese? Passerebbero l’anno? Giudicando dai casi che ho preso in esame, il livello di preparazione sembra alquanto carente.

    Partiamo dal nostro ex massimo rappresentante, Silvio Berlusconi. La pronuncia alquanto singolare di United States  (lui li chiama Iunai Steis) non è certo un buon biglietto da visita, ma Silvio prosegue imperterrito trasformando anche but in buzz e and in av … Se a queste sommiamo la sua idea che Google sia in realtà Gogol (chissà, forse è un involontario omaggio all’omonimo scrittore russo)  possiamo desumere che quando parlava dell’importanza delle tre I (inglese, informatica, impresa) il Berlusca stesse pensando a se stesso e a un imminente ritorno tra i banchi di scuola, magari nella classe di Maristella, la compìta maestrina di campagna diventata Ministro della (D)Istruzione. Fail (“bocciato”).

    Meglio non fa il fido scudiero Ignazio La Russa, il quale, durante una conferenza stampa internazionale, dopo aver lasciato gli ultimi rimasugli delle sue unghie sugli specchi, non è in grado di mettere insieme più di cinque parole inglesi e deve infine cedere la parola a un collaboratore. D’altra parte, da un uomo che ha battezzato i suoi figli con i nomi di Geronimo e Apache ci si poteva aspettare che si esprimesse nella lingua di Sitting Bull, “Toro Seduto”, e non in quella di Buffalo Bill e del Generale Custer. Bocciato in inglese, ma promosso in cultura Sioux.

    Un po’ meglio, ma non troppo, se la cava Beppe Grillo, che in modo stentato riesce a comporre qualche frase di senso compiuto in un’intervista all’emittente CNBC. Rimandato.

    Passano l’esame di inglese, invece, Mario Monti ed Enrico Letta. E’ evidente che chi si esercita costantemente in una lingua straniera raggiunge ottimi risultati. I due, frequentatori assidui del blindatissimo, inavvicinabile e ultra-elitario gruppo internazionale Bilderberg, mostrano una buona padronanza dell’inglese. Promossi.

     

    Spostando l’attenzione all’ambito sportivo, per gli allenatori italiani sembra essere di moda – e di aiuto al portafogli – emigrare all’estero. E’ il caso del coach di basket Ettore Messina, entrato nello staff tecnico dei leggendari Los Angeles Lakers nel 2011-2012: il suo inglese è eccellente. Promosso.

    Non benissimo, invece, fece Carlo Ancelotti qualche anno fa: alla prima conferenza stampa da manager del Chelsea Football Club esordì con un I’m joke (letteralmente: “Sono scherzo”), anziché I’m joking (“Sto scherzando”), che fece sorridere i giornalisti presenti. A onor del vero, da quella conferenza stampa il suo inglese è via via migliorato. Promosso.

    In ultimo, non poteva mancare Giovanni Trapattoni. I suoi interventi in un italiano improbabile sono stati per anni fonte d’ispirazione per la trasmissione televisiva comica Mai Dire Gol. E’ stato però all’estero che l’allenatore milanese si è davvero scatenato; in Germania, al termine di una conferenza stampa passata alla storia, affermò: “Ich habe fertig,” che tradotto letteralmente dal tedesco significherebbe: “Io ho pronto” oppure “Io sono terminato”. In Irlanda, dove attualmente allena, si è distinto per la frase: “No say the cat is in the sac when you have not the cat in the sac.” Nell’ilarità generale, l’interprete è andata vicina allo svenimento … Come spiegare ai giornalisti: “Non dire gatto se non l’hai nel sacco?” Inutile sottolineare che pronunciata nel modo in cui è stata formulata da Trapattoni la frase non ha alcun senso. Tuttavia, i presenti sembravano aver compreso, forse grazie alla spontaneità del mitico Trap, a riprova del fatto che la comunicazione è fatta all’ottanta per cento di comunicazione non verbale. Promosso.

    See you!

     

    Daniele Canepa

  • Servizi di rete, Enel: guadagnare due volte sullo stesso servizio

    Servizi di rete, Enel: guadagnare due volte sullo stesso servizio

    enel-energia-elettrica-DIDopo la pubblicazione dell’articolo della scorsa settimana, siamo stati letteralmente subissati di telefonate che ci chiedevano a vario titolo alcuni chiarimenti di natura comportamentale in caso di contenzioso con un gestore che fornisce energia elettrica e/o gas.

    Voglio citare due esempi che maggiormente ricalcano situazioni tipo.

    Il primo caso ce lo segnala la signora Monica, la quale acquista una casa e poi la cede in comodato d’uso a sua zia; quest’ultima entra convinta di potere attivare contratti di fornitura di energia elettrica e gas senza problemi. E invece non è andata così.
    Il vecchio proprietario ha lasciato un debito nei confronti di GDF Suez, la quale, essendo titolare dei due punti vendita (luce e gas) non ne vuole sapere di ripristinare il tutto, a meno che la signora Monica non saldi il dovuto; quanto è il dovuto? “Eh, signora, non glielo possiamo dire per privacy…” Ora, fossimo in un paese normale certe cose nemmeno verrebbero pensate, ma in Italia tutto è possibile.
    E così si scopre che:

    1. la normativa AEEG prevede che, per il libero mercato, l’azienda titolare del punto di fornitura, può decidere in totale autonomia se continuare a distribuire o meno luce e/o gas. Ora, voi vi chiederete: ma che razza di normativa è questa? E’ quella accettata dalle associazioni di consumatori che poco fanno per tutelare davvero i cittadini.

    2. nel caso di Monica, il vecchio proprietario ha lasciato la residenza in quell’immobile e quindi, paradossalmente, GDF Suez, da un punto di vista giuridico non ha tutti i torti, se non fosse per l’esistenza di una raccomandata che spiega tutto e chiede lo sblocco della situazione. Sarà dunque compito di Monica recarsi presso il comune e notiziare dell’irreperibilità del piantadebiti di turno.

    Il secondo caso, capitato a molti utenti domestici, è un’altra situazione negativa, però mi dà ragione di quanto sostengo da anni.

    Enel Energia inserisce nelle proprie fatture la voce “Servizi di rete“. Evviva la trasparenza, potremmo dire…
    Difatti, essa altro non è che il pagamento “del passaggio di energia attraverso i fili del distributore“; in parole povere, i gestori che operano nel libero mercato debbono pagare una sorta di affitto dei fili o delle tubature al “proprietario”.
    Orbene, – nei casi di specie – il venditore è Enel Servizio Elettrico. Ciò significa che Enel Energia paga ad Enel Servizio Elettrico l’affitto per il passaggio dell’energia attraverso i fili di proprietà di quest’ulitma, ribaltandone il costo sull’utente finale, non sappiamo se aumentato oppure no.

    Questo spiega in maniera inequivocabile il motivo per cui molti distributori del mercato tutelato si siano buttati anche nel libero mercato, un modo comodo per guadagnare due volte sul medesimo servizio.

    Col beneplacito di AEEG ed associazioni di consumatori.

    AMEN.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]

  • Pomodori ripieni: ingredienti e preparazione

    Pomodori ripieni: ingredienti e preparazione

    Pomodori ripieni al fornoDopo i ripieni di verdure, ecco una ricetta light, adatta per i vegetariani. I pomodori ripieni sono facili da preparare ma molto gustosi, questa variante tutta genovese prevede che vengano cotti in forno e poi serviti.

    Ingredienti

    8 pomodori tondi abbastanza grossi, 2 uova, mollica di un panino bagnata nel latte e strizzata, 80 grammi di formaggio grattugiato, una manciata di funghi secchi, 2 cipolle bianche,  pane grattugiato, olio extravergine di oliva, origano, sale e pepe.

    Preparazione

    Lavate i pomodori, tagliateli a trequarti circa eliminando i semi. Salateli e metteteli rovesciati sulla carta da cucina in modo che perdano tutta l’acqua di vegetazione.

    Tritate le cipolle, i funghi ammollati, l’aglio, il prezzemolo e soffriggete il tutto in una padella unta d’olio.

    Togliete dal fuoco, lasciate intiepidire e unite poi la mollica di pane bagnata nel latte e strizzata, le uova, l’origano, il sale, il pepe, amalgamando bene il tutto.

    Riempite con il composto le metà più alte dei pomodori, disposte in una teglia con un filo d’acqua, spolverizzare di pane grattugiato e versando un filo di olio d’oliva.

    Cuocete in forno medio per circa 25 minuti.

    Buon appetito!

     

    Foto: ww.saledolce.com

  • Astensionismo: Pd, Pdl e M5S non convincono gli italiani

    Astensionismo: Pd, Pdl e M5S non convincono gli italiani

    elezioniNessuno ha fatto notare che il grande astensionismo registrato alle ultime elezioni comunali potrebbe anche avere una qualche attinenza anche con la diffusa percezione che le amministrazioni comunali e regionali facciano molto poco per i cittadini. Da una parte ciò si deve sicuramente alla reminiscenza degli scandali tipo Franco Fiorito, che hanno contribuito a consolidare l’idea che il cambio di giunta sia solo il passaggio di testimone tra consorterie di diverso colore, ma tutte comunque dedite al medesimo “magna magna”. Dall’altra parte c’è l’esaurirsi della speranza e della voglia di cambiamento che avevano ingrossato l’onda arancione, responsabile tra 2011 e 2012 delle vittorie di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli e Doria a Genova. Infine c’è il patto di stabilità, che l’ANCI ha sempre denunciato come una delle principali limitazioni all’effettiva autonomia di movimento dei comuni. Ci sono buone ragioni, insomma, perché il cittadino medio si domandi: perché votare, se tanto non serve a nulla?

    Il dato dell’astensionismo deve far riflettere anche sotto un altro punto di vista. I sondaggi nazionali continuano a dare il PDL in vantaggio rispetto al PD, seguito a sua volta da un M5S in caduta. Il voto comunale, però, ha a dir poco affossato sia il partito di Berlusconi che il movimento di Grillo; a riprova del fatto che certamente erano in gioco dinamiche diverse, di tipo locale. Tuttavia lo scarto è troppo marcato perché ci si possa accontentare di una simile spiegazione. In realtà, se il PD ha retto mentre gli altri sprofondavano, ciò non si deve solo ai candidati azzeccati (v. Marino a Roma) o ai disastri delle concorrenza (v. Alemanno sempre a Roma), ma anche al fatto che in questa fase di estrema difficoltà economica ed enorme incertezza politica il partito di Epifani rimane l’unica scelta percorribile.

    I fan di Berlusconi – lo sappiamo – sono uno zoccolo duro consistente (a spanne) in un 25% dei votanti: a meno che il Cavaliere non finisca affossato da qualche scandalo dei suoi, questi fedelissimi risponderanno sempre presente. Tuttavia Berlusconi alla comunali non corre; e alle nazionali sta giocando in senso conservativo, tenendo quel basso profilo che gli consenta di portare a casa il “soccorso rosso” degli alleati per i suoi processi e la tanto sospirata abolizione dell’IMU: abbastanza per permettergli di vivacchiare, ma troppo poco per fare del centro-destra una grande onda in grado di smuovere il paese come ai vecchi tempi.

    Ci si aspettava piuttosto che la mancanza di proposte politiche sarebbe stata colmata dal movimento di Grillo: ma purtroppo anch’egli ha i suoi problemi. Di certo l’atteggiamento della stampa non aiuta. Di certo c’è anche una questione di inesperienza, che è alla base di una serie di errori più o meno evitabili (a riguardo sono in parte d’accordo con l’analisi di Andrea Scanzi). Di certo, infine, c’è una grossa questione di forma, cui facevo accenno giusto la settimana scorsa. Eppure tutto questo non basta a spiegare l’arresto di quella che sembrava già una cavalcata trionfale. C’è di più: al fondo c’è una questione di contenuti. Anzi, è proprio la mancata transizione da movimento a forma-partito che sta alla base della mancata maturazione ideologica del M5S: il quale infatti è fermo ai vecchi cavalli di battaglia del tutto fuorvianti. Vediamone alcuni

    • Spese dei partiti e rimborsi elettorali Restituire 42 milioni è stata senza dubbio una scelta giusta, ma se non se n’è accorto quasi nessuno, non è solo colpa dei giornalisti: il fatto è che la cifra non incide sulle sorti del bilancio statale. L’idea che siano state le spese pazze dei partiti a mandare in rovina l’Italia è semplicemente falsa; e l’arricchimento della classe politica non è un problema di soldi.
    • Reddito di cittadinanza – Insistere sull’elemosina a chi è disoccupato, anziché sul problema dell’occupazione significa fraintendere l’articolo 1 della Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro proprio perché chi lavora è libero, avendo in sé lo strumento del proprio sostentamento; chi invece vive di elemosina dipenderà sempre da chi ha la bontà di fargliela.
    • Modello tedesco e superamento della rappresentanza sindacale – Le simpatie di Grillo per il modello economico e di relazioni sindacali teutonico stanno lì a dimostrare che non c’è alcuna comprensione dei meccanismi della crisi in atto, che ha a che fare piuttosto con la debolezza  dei nostri sindacati.
    • Referendum sull’euro – Secondo alcune stime “Alternative fuer Deutschland”, il partito euroscettico tedesco, potrebbe arrivare sino al 26%: ben più del M5S, in molto meno tempo e semplicemente cercando di dire le cose come stanno. Perché allora non fare una scelta di campo chiara e comprensibile, anziché baloccarsi con salomoniche e improbabili soluzioni?

    Chiarezza e coraggio nei contenuti potrebbero costare qualcosa nel breve periodo: ma oggi la vera rivoluzione si fa sforzandosi semplicemente di dire la verità. E non occorrerà molto tempo per raccoglierne i frutti.

    Per ora, se il M5S non riesce a costruire il rinnovamento e il PDL non è in grado di rievocare gli antichi fasti, all’elettore non rimane che il PD per dare ancora un senso alla fatica di trascinarsi fino alle urne: se non altro, il continuo richiamo alla “responsabilità” serve a dare un perché a questo governo e a questi sacrifici. Ma non può durare: che siano due mesi o due anni, la svolta arriverà. E allora si scoprirà chi oggi sta mentendo.

     

    Andrea Giannini

  • Il riflusso: la fine degli anni 70 e dell’impegno politico e civile

    Il riflusso: la fine degli anni 70 e dell’impegno politico e civile

    Bologna, strage stazioneLa strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 imprimerà il sigillo della strategia della tensione di marca fascista sull’uscita dagli anni ’70. Le piazze per un po’ non si riempiranno più perché le giovani generazioni, cresciute con i telefilm americani saranno occupate più a ballare che a pensare. I nuovi comportamenti sociali indicano un ritorno al privato in luogo di una dimensione di confronto/impegno collettive. In pochi anni etichette, case editrici, punti di aggregazione legate al “movimento” chiuderanno o diventeranno altro.

    La raggiunta consapevolezza dell’impossibilità di arrivare all’apertura di una fase rivoluzionaria, gettò nello sconforto – come si è già scritto – più di una generazione, sia in senso politico che anagrafico. Si iniziò quindi a parlare di “riflusso”, già verso la fine degli anni ’70. Questo fenomeno sociale fu caratterizzato da specifici comportamenti collettivi – almeno a livello giovanile – primo fra tutti il rifiuto di tutto ciò che potesse costituire una qualche forma di “impegno”. Ovviamente, fu innanzitutto l’impegno politico a crollare vertiginosamente, ma anche, più genericamente, l’impegno e la riflessione culturale, fattori entrambi indispensabili per qualsiasi azione autenticamente creativa e innovativa.

    Nel dilagare del riflusso vorrei ricordare qualche dato, per costituire un minimo di ambientazione storica, sollecitando la nostra memoria. Nel 1978 verrà eletto presidente della Repubblica Sandro Pertini, anziano leader e figura carismatica di quella parte del partito socialista che mal tollerava la svolta rampante e “imprenditoriale” di Bettino Craxi. Questa elezione è certo figlia di quel nuovo clima politico che portò il PC al sorpasso della DC. Sempre nel ’78 verrà invece eletto Papa Wojtyla, grande comunicatore, pontefice “moderno” nelle apparenze, ma schierato in realtà su posizioni conservatrici, quasi a esorcizzare le aperture, più vicine a Papa Giovanni XXIII, che Papa Luciani aveva espresso nei suoi 33 giorni di brevissimo pontificato (tra l’altro la sua uscita di scena così repentina ha lasciato non pochi dubbi…).

    Tra il ’78 e il ’79 inizieranno a dilagare, in una Tv ormai a colori, telefilm e telenovele americani, portatori sani del “virus terribilis” dell’idiozia indotta. Due film, “Il cacciatore” e “Apocalipse now” saranno i primi dedicati alla guerra in Vietnam, mostrando atrocità e crudeltà commesse da ambo le parti. Nel 1979 arriverà il “walkman”, oggetto con cui inizierà a modificarsi la maniera di ascoltare musica, in senso sempre più “comodo” e superficiale.

    E penso che a chiusura di questo arco di 20 anni così denso di cambiamenti e fatti importanti, vada collocata per il significato che ebbe in relazione alla storia di quel periodo, la strage fascista della stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti). La strategia della tensione siglò nel sangue di quest’ultimo assurdo e folle episodio, l’uscita da una arco di tempo in cui i cosiddetti “poteri occulti” cercarono costantemente di stroncare con le bombe i progetti di emancipazione sociale e le spinte al cambiamento delle classi lavoratrici, di cui un primo segno di una diversa presenza nella società fu dato dai fatti di Genova del 30 giugno del 1960.

    Ecco, in questa rapida ricostruzione spesso ho nominato la musica – centro delle nostre considerazioni – solo marginalmente. Ma è proprio così che occorre procedere, secondo il mio tipo di approccio, ovviamente. Come scrissi nei primi articoli di questa rubrica, per comprendere al meglio le produzioni artistiche, per coglierne la carica espressiva autentica occorre parallelamente indagare (descrivere, comprendere) i contesti storico-sociali in cui quelle nuove idee sono germogliate e maturate. Solo successivamente si potrà così arrivare ad una valutazione più obbiettiva delle specifiche produzioni artistiche.

     

    Gianni Martini

  • Londra, Chelsea Flower Show: esposizione di landscape design e giardinaggio

    Londra, Chelsea Flower Show: esposizione di landscape design e giardinaggio

    chelsea flower showQuesta settimana parleremo del Chelsea Flower Show di Londra. Per chi è appassionato di botanica e per gli addetti ai lavori, questa è l’Esposizione di giardinaggio e di “landscape design”. Essa si tiene ogni anno a Londra, a fine maggio (l’edizione 2013 tra il 21 ed il 25), ed espone il meglio della produzione di piante, le novità in campo botanico ed i progetti dei più noti paesaggisti al mondo. Consiste, nel Regno Unito che è da sempre ed in assoluto il Paese più appassionato del “verde”, in una enorme esposizione che caratterizza ed influenza, per alcuni giorni, la vita sociale di Londra. Secondo gli esperti, il Chelsea Flower Show non è paragonabile con le italiane, chelsea flower showseppure celebri, Euroflora di Genova, “I tre giorni per il Giardino del Castello di Masino”, “Orticola” dei giardini Indro Montanelli a Milano e neppure con il famoso, francese “Festival Internazionale dei Giardini di Chamount-sur-Loire”. Per dare un’idea dell’incidenza sulla vita della città, all’edizione dello scorso anno si sono recate oltre duecentomila persone e ciò nonostante il costo del biglietto non sia proprio abbordabile (si parla di alcune decine di Sterline per una permanenza di poche ore). Ospiti fissi all’inaugurazione sono i Membri della Casa Reale inglese, da sempre appassionati di botanica e patrocinatori di questa manifestazione. L’esposizione si svolge negli oltre quattro ettari e mezzo di giardini dell’antico e chelsea flower showsplendido Royal Hospital di Chelsea ed è il palcoscenico tanto per i progettisti che per l’“high society” inglese ed internazionale. Il “dress code” di molti ospiti è impeccabile: con signore dagli incredibili cappellini colorati ed a tema floreale. In questa sede vengono presentati i progetti più avveniristici in tema di “landscape design”, qui si espongono nuove varietà di fiori, erbacee perenni e si decidono i trend futuri in tema di paesaggistica, sia essa minimalista, neobarocca o di pura fantasia. Da questa esposizione sono poi passati molti dei più acclamati, moderni progettisti, provenienti dall’Inghilterra, dall’Olanda, dall’Italia e da tutto il resto del Mondo. Nonostante gli anglosassoni rivendichino una sorta di supremazia in fatto di giardini, sono, chelsea flower showin generale, ben propensi alle novità ed assai democratici nelle valutazioni degli stranieri presenti alle loro manifestazioni. Chi merita vince, qualunque sia la sua provenienza geografica. Ottenere una menzione od una Medal a questa esposizione (per la Gold ricordiamo quest’anno quella al Trailfinders Australian Garden by Fleming’s (Best Show Garden)), concessa attraverso il vaglio di una attenta e preparatissima giuria, equivale ad entrare nella Storia del Giardinaggio …ed avere una quasi certa e brillante carriera internazionale di fronte a sé… Alcuni partecipanti alle precedenti esposizioni progettano infatti oggi giardini in ogni angolo del mondo: da quello del resort ecocompatibile in Africa, a qualche terrazza verde a New York, alle isole artificiali di un emirato fino alle storiche balze di celebri parchi persi nella campagna toscana… chelsea flower showQuest’anno il Chelsea Flower Show ha poi celebrato il suo centesimo anniversario, dimostrando che l’esposizione non solo è più che mai viva ma che sa anche evolversi nel tempo ed autocelebrarsi con un’ironia tutta britannica. In proposito, ho letto qualche giorno fa, su un quotidiano inglese, che quest’anno, nell’Olimpo del giardinaggio, sono stati persino ammessi i tanto criticati “gnomi da giardino”… Si tratta di una eccezione del tutto eccezionale ovviamente, ma tant’è essi hanno potuto varcare i, finora, impenetrabili cancelli… Queste sculture ornamentali, come qualunque altra creatura mitologica dai colori vistosi, sono infatti sempre state, chelsea flower showdall’anno di fondazione ossia dal 1913 fino all’edizione attuale, rigorosamente bandite dalla manifestazione. Gli organizzatori devono avere, in fondo, pensato che se se ne è avvalso Philippe Starck in collaborazione con Kartell, progettandoli inizialmente proprio per un famoso hotel londinese… avrebbero, forse, potuto “cedere” anche loro… In fondo poi bisognava anche un po’ “smitizzare”, con ironia tutta inglese, la centesima edizione dello storico Show… Da buoni inglesi, essi poi non sottovalutano mai il lato commerciale di ogni loro attività e per celebrare l’esposizione si sono persino avvalsi di locandine non proprio caratterizzate dal tradizionale “aplomb” britannico. Di certo non penseresti di vederle abbinate ad una antica ed “aristocratica” esposizione di giardini! chelsea flower showTuttavia la peculiarità del mondo anglosassone sta proprio in questo: l’eccellenza mescolata alla quotidianità. In un antico castello puoi infatti trovare un preziosissimo mobile antico affiancato ad una cesta di vimini o alle cose di tutti i giorni, un Pari del Regno che pota, in logori abiti da giardino, i cespugli tra i visitatori (un po’ increduli!) del suo Palazzo e quindi visitare una manifestazione che mira e tocca l’indiscussa eccellenza in cui si mescolano esperti da tutto il mondo, reali, appassionati da ogni dove e migliaia di persone qualsiasi. Tutti, alla pari, si “strapperanno” letteralmente di mano, l’ultima giornata della manifestazione, le piante dagli stand della manifestazione che volge al termine… Ogni anno, Londra e le sue vie si trasformano così in una colorata fiumana di persone che, a piedi, in bicicletta o con ogni altro mezzo possibile, portano via con sé, visibilmente “trionfanti”, una pianta ibridata proprio quell’anno o un pezzetto di quella che, sui giornali di settore ma anche sui quotidiani internazionale del giorno successivo, diventerà la Storia del Giardinaggio.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Superare il doublespeak: comunicare, condividere e comprendere

    Superare il doublespeak: comunicare, condividere e comprendere

    microfono-radio-speaker-voce

    Come abbiamo visto nella puntata precedente, con il termine composto inglese Doublespeak si definisce il “dire senza dir nulla” al fine di fuorviare l’ascoltatore, nascondere la realtà a volte cruda e spiacevole dei fatti e arrivare in alcuni casi a capovolgere la verità.

    Ecco quindi che in campo economico si parla di spending review invece che di “tagli indiscriminati”, mentre in politica estera vanno di moda le peacekeeping missions, le missioni di pace, conosciute anche dalle popolazioni che le subiscono come “vere e proprie azioni di guerra”, le quali costano ogni anno anche al nostro paese tante morti inutili e diversi miliardi di Euro nonostante – minuscolo irrilevante particolare – tali missioni siano ripudiate dall’Articolo 11 della nostra Costituzione.

    Fingiamo invece di fare ciò che gran parte dei mass media non fanno quasi mai, ovvero andare nella direzione opposta del Doublespeak senza usare mezzi termini.

    Partiamo dal campo della gestione dei rifiuti con il “termovalorizzatore”, nel quale proditoriamente è stata inserita la parola “valore”, dal significato rassicurante, per addolcire la descrizione di un impianto che in realtà è un inceneritore. Non è un caso che chi è a favore di questo tipo di impianti preferisca usare il primo termine. Matteo Renzi, per esempio, non li ritiene nocivi alla salute, mentre il suo avversario (o mentore?) Berlusconi piazzerebbe un bel termovalorizzatore vicino agli ospedali, forse per permettere ai malati di svolgere delle salutari sessioni di inalazioni respirando, invece che l’eucalipto, parte del vapore prodotto nell’incenerimento dei rifiuti.

    Spostando l’attenzione verso il mondo del lavoro, si sta facendo strada il termine inglese placement, ancora poco noto e quindi sufficientemente elusivo, in affiancamento alla parola francese stage, la quale ormai nella percezione collettiva condensa il concetto di “periodo di lavoro gratuito in azienda con la flebile quanto illusoria speranza di arrivare dopo mesi a strappare un contratto sottopagato precario”. Un mio amico, giustamente, la definisce: “schiavitù dei giorni nostri”.

    A proposito di stage, è bene chiarire alcuni punti prettamente linguistici. La pronuncia corretta della parola che utilizziamo in italiano per indicare un periodo in un’azienda è alla francese e fa rima con garage, la quale già da tempo fa parte del nostro vocabolario.

    Anche in inglese esiste il termine stage, ma la pronuncia è diversa in quanto facente rima con page (“pagina”) o age (“età”). Essa ha principalmente due significati. Il primo è “palco”: All the world’s a stage, (“Tutto il mondo è un palcoscenico”) scriveva William Shakespeare, mentre il secondo è “fase”, “tappa”. Per esempio, possiamo affermare: Our relationship is going through a difficult stage (“la nostra relazione sta attraversando una fase difficile”) oppure The Giro d’Italia is a stage race (“il Giro d’Italia è una corsa a tappe”). Se vi rivolgerete a un interlocutore anglofono usando la parola stage come traduzione di “tirocinio”, non verrete compresi. Dovrete invece parlare di internship oppure, come detto, di placement.

    Tornando al Doublespeak, sarebbe interessante verificare la reazione dell’opinione pubblica se fosse esposta alla nuda verità piuttosto che intontita con giri di parole astrusi e fuorvianti. E’ ora che i mezzi di comunicazione chiamino le cose con il loro nome. Potremmo a tale riguardo coniare un nuovo termine: Monospeak, oppure Unispeak: parlare per comunicare davvero… Quale preferite? See you!

     

    Daniele Canepa

      

  • Contratti dual, luce e gas: come difendersi dalle cattive sorprese

    Contratti dual, luce e gas: come difendersi dalle cattive sorprese

    notte-luce-arti-visive-arte-RMDue settimane fa abbiamo parlato dei contratti “dual” di somministrazione di energia elettrica e di gas. Siamo stati raggiunti da diverse telefonate e mail di commercianti che, per il loro tipo di attività (focaccerie, panetterie e ristoranti) hanno concluso contratti di quel tipo credendo di risparmiare tanto denaro… In particolare, mi voglio soffermare su un caso limite, quello di una focacceria che ha stipulato un contratto “dual” soltanto in apparenza.

    Difatti, un addetto Sorgenia si è recato nei locali del malcapitato utente in due fasi successive, vendendo prima il contratto di fornitura di energia elettrica e poi di gas. E qui scatta il primo allarme, il primo alert, ovvero il primo momento in cui bisogna drizzare le antenne: leggete quello che firmate, soprattutto perché spesso, nel caso di due contratti separati, non è da escludersi la sovrapponibilità dell’uno sull’altro.

    Orbene, il Nostro ha sottoscritto due contratti, le cui condizioni sono scritte sotto ai fogli firmati, intendo dire non sul retro, ma sotto, all’interno della cartellina che contiene le veline (non quelle televisive) contrattuali.

    Secondo alert: chiedete una copia di ciò che dovreste firmare e leggetevela con comodo a casa vostra, per guardare la partita di calcio c’è sempre tempo! Se non vogliono consegnarvela, peggio per loro, non procederete alla sottoscrizione.

    Sorgenia inizia così la doppia fornitura, seppure in due distinti momenti, e spedisce doppia puntuale (più o meno) bolletta. Ad un certo punto, sorge un contenzioso di natura contrattuale per quanto attiene la fornitura di energia elettrica e via col rondò di lettere e di conseguenti avvocati che si succedono senza dare un punto di riferimento al Nostro…

    La fornitura di gas procede regolarmente, ma per quanto attiene all’energia elettrica il Nostro cambia gestore. Dopo anni di silenzio, Sorgenia stacca il gas! Incredibile ma vero! Cosa, tra l’altro, illecita.

    Questa storia, al di là della richiesta per i danni subiti da parte della Focacceria, porta a fare alcune considerazioni conclusive:

    1. L’utente medio è spesso ingenuo ed i gestori (anche di telefonia) ne approfittano;
    2. Proprio per questo insisto sempre sul fatto che sia necessario leggere con la massima attenzione ciò che si sta sottoscrivendo;
    3. Gli esercizi commerciali per loro natura non sono considerati consumatori, ma “professionisti”, però allorquando la contrattualistica delle utenze e le condizioni contrattuali siano in tutto e per tutto identica a quella di un privato, allora, i rapporti sono assimilabili a quelli propri dei consumatori, con conseguenze giuridiche non di poco conto: una per tutte quella del Foro competente in caso di controversia. Nel caso di rapporti con un soggetto definito consumatore, è quello della residenza di quest’ultimo.

    Aggiornamento, 13 Giugno 2013:

    Per dovere di cronaca, ci teniamo a precisare che, come comunicato dal nostro lettore, Sorgenia dopo sei giorni ha riattivato la fornitura di gas.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Roberto Manzoli]

  • Lobby e think tank in Italia: i segreti della politica e l’assenza di norme

    Lobby e think tank in Italia: i segreti della politica e l’assenza di norme

    ParlamentoFa piacere vedere come il giornalismo italiano abbia riscoperto il gusto per l’inchiesta scomoda. Lo si capisce dal modo in cui viene tallonato Beppe Grillo, al quale i vari Lilly Gruber e Corrado Formigli non mancano di rinfacciare continuamente questioni di democrazia interna,  autoritarismo e indipendenza dei parlamentari. Basta pazientare ancora un po’ e forse queste portentose coscienze critiche della nostra società riusciranno persino ad enucleare quello che è il vero tema della questione (un tema che nessuno avrebbe potuto porre  – tanto per dire – già a maggio dell’anno scorso): e cioè che un leader non eletto che condiziona i suoi parlamentari dall’esterno è un’anomalia politica.

    Nel caso del M5S è difficile, francamente, scorgere particolari finalità eversive. Ciononostante la questione ha una qualche rilevanza dal punto di vista formale: è giusto che Grillo e Casaleggio, due privati cittadini che restano fuori da un’architettura istituzionale fatta di pesi e contrappesi, possano dettare la linea ai parlamentari del loro movimento attraverso il blog? La vita politica, infatti, si svolge entro precisi luoghi istituzionali proprio perché possa essere controllata: se ci spostiamo da quei luoghi non rischiamo, come cittadini, di perdere il controllo? E’ possibile accettare forme di democrazia telematica? Funziona il controllo della rete, oppure a decidere realmente sono Grillo, Casaleggio e – peggio – chi eventualmente riesca a esercitare su di loro una qualche influenza? Sono domande lecite, perché al fondo c’è una questione di democrazia. Però, attenzione: non può valere solo per Grillo.

    Il problema delle influenze esterne, cioè di chi e come tenti di condizionare le scelte dei  rappresentanti eletti e dei funzionari pubblici, è molto importante ed è giusto che venga posto: ma il M5S è piccola cosa rispetto alla vastità del fenomeno. Che, per esempio, comprende il tema del lobbismo.

    Le lobby, cioè libere associazioni che cercano di promuovere interessi di categoria presso il legislatore, sono una realtà di cui in Italia si parla poco. Negli Stati Uniti sono riconosciute e  regolamentate da precisi leggi, oltre che oggetto di un dibattito sempre molto acceso. A livello di Comunità Europea, invece, esiste solo un registro a cui i vari gruppi di pressione possono decidere o meno di iscriversi: un’iniziativa che a quanto pare ha avuto scarso successo, facendo si che l’attività lobbistica tra i palazzi di Bruxelles si svolga in modo piuttosto opaco. Da noi si sono fatte varie proposte, ma l’argomento è delicato: infatti, se da un lato la mancanza di un quadro normativo e di un codice deontologico può lasciare spazio ad un sistema di relazioni “gelatinoso” (in direzione del modello dell’UE), dall’altra un riconoscimento effettivo del ruolo delle lobby può essere il preludio per il consolidamento legale del loro potere (portando verso il modello degli USA).

    Ma sulla scena internazionale non ci sono solo le fantomatiche lobby dei petrolieri e dei banchieri: ci sono anche i cosiddetti “think tank”, cioè fondazioni o associazioni che si occupano di promuovere una riflessione critica su determinati argomenti. E poi ci sono non meglio precisati ibridi. Per lo meno questo è quello che sta scritto sul sito (non si capisce se ufficiale o meno) dell’ultimo raduno del club Bilderberg, che proprio in questi giorni va in scena a Watford, nel Regno Unito: «Il Club Bilderberg” – cito testualmente – “è in parte una lobby, in parte un think tank, in parte un corpo impegnato a delineare linee-guida politiche».

    Oltre al club Bilderberg esistono anche altre “associazioni”: la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute, e in Italia l’Aspen Institute Italia e il think tank Vedrò. Questi “gruppi” non facilmente definibili hanno la caratteristica di includere al loro interno esclusivamente personalità “outstanding”, cioè straordinarie: il che significa essenzialmente uomini di potere, sia esso finanziario, economico, industriale, mediatico, intellettuale o anche politico. L’altra particolarità è la riservatezza delle riunioni: benché tutti sappiano quando si tengono e chi siano gli invitati (il che quindi esclude la connotazione di segretezza), di fatto si svolgono a porte chiuse e ciò impedisce la diffusione all’esterno di quello che è stato detto all’interno.

    Ovviamente tutto ciò ha alimentato varie teorie del complotto, la più famosa delle quali è quella “demo-pluto-giudaico-massonica”. Ma noi cerchiamo di restare ai fatti, a quello che si sa e si può dire con certezza.

    enrico-lettaE’ un fatto che alle riunioni del club Bilderberg abbiano partecipato, tra gli altri, gli ultimi due Presidenti del Consiglio: Mario Monti ed Enrico Letta, i quali quindi sono tenuti alla stessa riservatezza che si chiede agli altri membri. E’ un fatto, d’altra parte, che queste riunioni siano perfettamente legali, perché c’è la libertà d’associazione. Ciononostante è lecito porre una questione: può un ministro della Repubblica, o addirittura un Presidente del Consiglio, partecipare a riunioni riservate senza renderne conto al popolo?

    Non si può obiettare nulla se dei privati istituiscono delle associazioni private e chiedono ai loro membri di rispettare un principio di riservatezza: ma questa stessa riservatezza può esser richiesta a chi svolge ruoli pubblici o rappresenta la nazione? La riservatezza che attiene alla vita privata di ciascuno (privacy) è una cosa; le ragioni di segretezza che sono talvolta indispensabili per il governo di un paese (segreto di Stato) sono un’altra cosa; ma le ragioni di riservatezza di un’associazione privata sono una terza cosa ancora, che non c’entra nulla con le prime due.

    Inoltre il fatto che vi prendano parte esponenti del mondo economico-finanziario, dell’industria, dell’informazione e della politica, cosa che di fatto realizza una concentrazione di potere, desta particolare preoccupazione, perché rischia di mettere in discussione un principio che col complottismo non ha nulla a che vedere. Scriveva infatti Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere». E’ la teorizzazione della separazione dei poteri, alla base della concezione moderna dello Stato di diritto. E’ pur vero che classicamente questa separazione riguarda i poteri politici (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma è anche vero che il principio filosofico e di buon senso che la ispira (chi ha il potere tende ad abusarne) è alla base di varie leggi sul conflitto di interessi e del richiamo continuo all’indipendenza che dovrebbe avere chi fa informazione.

    C’è poi la Costituzione. L’art. 54 dice: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». L’art. 98, poi, recita: «I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione». Insomma, è evidente che chi cura gli interessi delle élite non può curare gli interessi pubblici in uno Stato di diritto, che per sua definizione serve proprio come argine nei confronti del potere del più forte (il quale infatti sopravviverebbe benissimo anche nello Stato di natura). Cos’altro serve allora per ribadire che non si può servire Dio e mammona; per richiamare ad una maggiore separazione, anche formale, tra chi svolge attività pubbliche e chi è inserito in non meglio precisate organizzazioni internazionali d’élite?

    E’ appunto l’indeterminatezza che avvolge queste organizzazioni è fornire un ultimo elemento di perplessità, perché non è ben chiaro cosa facciano o a cosa mirino. Di sicuro non sono assimilabili a semplici lobby, perché non ci sono specifici interessi o particolari categorie di riferimento. E non a caso di solito si richiamano a “mission” del tutto generiche e imprecisate. Ad esempio, sul sito dell’Aspen Italia si parla de “l’approfondimento, la discussione, lo scambio di conoscenze, informazioni e valori”. Ma in concreto, cosa vuol dire?

    L’ex-sottosegretario Michel Martone, che dell’Aspen è un entusiasta frequentatore, ha detto addirittura che scopo dell’associazione è costruire una società più giusta. Dobbiamo credere davvero, dunque, che uomini potenti si rinchiudano in una stanza per studiare come fare il bene degli altri? Forse converrebbe suggerire a questi ingenui che l’occasione sarebbe propizia, piuttosto, per farsi gli affari loro. Anche perché, magari Martone non la sa, ma c’era uno “sfigato” tanti anni fa che aveva inventato un modo molto semplice per costruire una “società più giusta”:

    «Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni» (Mc 10, 17-30).

     

    Andrea Giannini