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  • Consiglio Comunale Genova: sì al Registro delle unioni civili

    Consiglio Comunale Genova: sì al Registro delle unioni civili

    palazzo-tursi-movimento-5-stelle-DIl Consiglio comunale di Genova ha approvato il regolamento del Registro amministrativo delle unioni civili, dopo oltre sette ore di discussione. Ben 69 gli emendamenti presentati al documento proposto dalla Giunta.
    Il commento del sindaco Marco Doria: «Con l’approvazione del regolamento delle unioni civili il Consiglio Comunale realizza uno degli impegni programmatici della maggioranza e della giunta, al termine di un percorso di confronto e discussione ampio e partecipato. Si tratta di una decisione di grande valore civile, pur nei limiti delle competenze amministrative.
    Si riconoscono infatti diritti di persone e legami presenti e diffusi nella nostra società. Ritengo che tali temi debbano essere affrontati anche a livello legislativo.
    Come amministratori siamo impegnati ogni giorno sulle emergenze occupazionali, economiche e sociali e anche per provvedimenti ispirati a valori di civiltà e di cultura. Abbiamo varato recentemente una normativa comunale contro la piaga delle sale da gioco, approviamo stasera il regolamento per il registro delle unioni civili
    »

    Rivivi con noi tutta la giornata dalla Sala Rossa di Palazzo Tursi.

    Simone D’Ambrosio

  • Berlusconi vittima della magistratura? Italiani, sentitevi in colpa!

    Berlusconi vittima della magistratura? Italiani, sentitevi in colpa!

    silvio-berlusconi-2In settimana, commentando la requisitoria della Boccassini sul processo Ruby, Lilly Gruber ha diffuso un sondaggio di Demopolis, secondo il quale ben il 39% degli Italiani penserebbe che Berlusconi sia vittima di un accanimento giudiziario. Al di là della cifra in sé, l’indulgenza che una buona parte del paese indubbiamente concede al Cavaliere è sempre stata usata come pretesto dal PDL per giustificare la sopravvivenza politica di un leader molto compromesso; mentre a sinistra ha indotto ad un altro tipo di considerazione: “se milioni di persone in Italia continuano a credere a Berlusconi, allora gli Italiani sono un popolo di ignoranti”.

    E’ lo snobismo, ancora molto vivo, tipico dei circoli intellettuali de gauche (e anche di quella bassa borghesia che di questi circoli si sente idealmente parte, in nome di chissà quale supposta supremazia culturale). Questa sorta di “appagamento” derivante dall’auto-inclusione nel magico mondo della comunità morale “de’ sinistra” impedisce una vera analisi dei problemi e un processo di critica costruttiva; fa si che al bar si finisca spesso per liquidare ogni questione con un bel: “Signora mia! Il mondo non va perché c’è in giro taaaanta ignoranza”.

    Intendiamoci: per quel che mi riguarda, non è che non sia chiara la vera natura delle cosiddette “cene eleganti”; non è che non sia chiaro cosa ci facessero tutte quelle ragazze, a volte anche minorenni, nelle varie residenze dell’allora Presidente del Consiglio; non è che non sia evidente l’intento della telefonata alla Questura con cui Berlusconi fece si che Ruby venisse affidata a Nicole Minetti. Ciò non toglie, però, che anche il “piddino medio”, quello che si informa leggendo Repubblica perché “è un giornale di sinistra”, che si reputa interclassista e progressista, avrebbe ormai buoni motivi, dopo tutto quello che è successo, per cominciare a dubitare dei propri dirigenti e del modo in cui forma le proprie convinzioni. Infatti, se è vero che è molto difficile credere alla versione di Ruby “piccola fiammiferaia”, è francamente altrettanto difficile capire perché tutti gli intelligentoni di sinistra continuino a negare il dibattito sull’euro, che pure era dichiaratamente un progetto teso alla disciplina di lavoratori e sindacati e che oggi sta evidentemente implodendo. Se quindi c’è dogmatismo nella difesa ad oltranza di Berlusconi, non c’è meno dogmatismo nella difesa ad oltranza di certi totem della sinistra: e dunque non siamo autorizzati a dividere il mondo in buoni e cattivi, o a dare della pancia degli Italiani un’immagine stereotipata e denigratoria.

    Converrebbe smetterla di ragionare per appartenenza e provare piuttosto a guardare le cose per quello che sono. E’ pur vero che nel nostro paese, forse più che all’estero, resistono molte sacche di analfabetismo democratico e politico: ed è qui che probabilmente prospera la propaganda berlusconiana. Tuttavia invito a considerare: chi è responsabile per questo? Siamo noi Italiani ad essere costitutivamente ignoranti, oppure la democrazia passa attraverso l’acculturamento delle masse e questo obiettivo è stato colpevolmente tradito da qualcuno?

    E’ un fatto che l’ignoranza si batta con la cultura: e la cultura si diffonde con l’informazione e una buona scuola pubblica. Siamo sicuri che la scuola pubblica sia stata fatta oggetto di pesanti tagli e di attacchi ideologici solo da una parte politica? Quale ideologia è responsabile di una mal intesa visione egalitaria, che non ha saputo distinguere tra meritocrazia e libera cultura e ha così contribuito all’impoverimento culturale del paese? Anche a sinistra chi è senza peccato scagli la prima pietra.

    Sull’informazione invece non voglio ripetermi, ma invitare solo a considerare questo: il tema del contrasto tra Berlusconi e la giustizia è comunemente trattato dai media come se si potesse fare necessariamente solo un tipo di valutazione, oppure come se fossero possibili pareri diversi? Cioè, dire in televisione “Berlusconi è un perseguitato” è dire un’eresia, come dire “la terra è piatta”; oppure al contrario è semplicemente un punto di vista con diritto di cittadinanza?

    Ovviamente abbiamo esperienza che vale la seconda ipotesi: e anzi, sono soprattutto i giornali cosiddetti “moderati” a trattare la questione con un mal inteso senso di equidistanza che si presta ad equivoci. Se infatti il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore parlano di “pacificazione tra politica e giustizia” come se ci fosse una guerra in atto, indirettamente lasciano intendere ai loro bravi lettori moderati che Berlusconi non abbia poi tutti i torti. Ma c’è di più. Se il Cavaliere non è un perseguitato, allora, visti tutti i processi che ha avuto, c’è la ragionevole presunzione statistica che qualche reato l’abbia commesso per davvero: nel qual caso, non potrebbe essere un interlocutore politico e un alleato credibile.

    Eppure è da vent’anni che la sinistra dialoga con lui: bisogna concludere allora, andando a ritroso, che non c’è la ragionevole sicurezza che si tratti di un delinquente; e dunque, in mezzo a tutti quei processi, qualche pregiudizio di qualche toga rossa ci deve essere per forza. D’altra parte proprio in questo periodo, in cui sul capo di Berlusconi è arrivata una condanna in secondo grado e poi una dura requisitoria preludio di un’altra possibile condanna in primo grado, nel PD, che con Berlusconi governa, non si muove una foglia: anzi, Violante parla di riformare la giustizia, quasi che il problema sia chi l’amministra e non chi la viola; e il capogruppo Speranza teorizza la separazione tra problemi giudiziari e politici. Di fronte a cotanti pareri c’è ancora chi si stupisce che per molti “cosa importa se anche è andato a letto con Ruby”? Le persone non hanno sempre tempo di leggere e approfondire: spesso, per forza di cose, si possono informare solo superficialmente. E’ abbastanza normale quindi che, se Berlusconi viene sempre giustificato non solo dalle sue TV e dai suoi giornali, ma anche dall’opinione pubblica moderata e, nei fatti, dai supposti “avversari” politici, l’atteggiamento più logico e razionale sia quello di pensare che qualche reato l’abbia in effetti commesso, ma anche che non si possa escludere un pregiudizio nei suoi confronti da parte della magistratura.

    Anzi, viste le premesse stupisce molto vedere che per il 51% degli intervistati, cioè – è utile ribadirlo – per la maggioranza assoluta, Berlusconi non si può considerare un perseguitato politico. Vuol dire che gli Italiani non sono poi così scemi come vengono descritti. Al contrario spesso dimostrano di essere più avanti dei loro giornalisti, dei loro intellettuali e dei loro politici.

     

    Andrea Giannini

  • Giardini nei palazzi del centro storico genovese: inaspettati e nascosti

    Giardini nei palazzi del centro storico genovese: inaspettati e nascosti

    1Questa settimana parleremo del giardino nei palazzi genovesi del centro storico. In particolare, ci occuperemo di quale sia la peculiare concezione sul tema del “verde”, che è venuta maturando nella mente dei progettisti e dei committenti, a partire dal Cinquecento.

    Tutti i genovesi sapranno certamente che la città si divide in una parte densamente urbanizzata che coincide, grosso modo, con il centro storico e le zone limitrofe e poi la restante area, originariamente meno edificata, di Albaro, Nervi… Nella prima si concentravano i palazzi storici delle antiche famiglie cittadine, nella seconda le residenze estive del patriziato.

    Nei giardini delle predette ville domina da sempre la concezione del verde come “luogo di delizia”, ci sono fontane zampillanti, grotte, agrumi in vaso disseminati ovunque e spesso suggestivi affacci sul mare, sottolineati a mezzo dell’impiego della prospettiva a “canocchiale”.

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                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I progettisti e gli architetti hanno però ripreso, sin dal Cinquecento, questa esaltazione del “verde” e la hanno riproposta anche nel giardino cittadino. Nella sostanza, essi volevano che il committente ed i suoi ospiti potessero, sebbene necessariamente in spazi più limitati, astrarsi dalla realtà cittadina e godere di un verde, ancora più prezioso perché sottratto all’edificato. Questa idea non è affatto scontata ed è profondamente innovativa, se si pensa che è maturata, in Genova, molti secoli fa, in un periodo storico in cui vi era minore sensibilità, rispetto ad oggi, per il tema del paesaggio. Superati quindi gli spessi portoni dei palazzi, si entrava e si entra ancora oggi in una realtà diversa da quella che ci si potrebbe attendere.

    4 Recentemente ho avuto modo di visitare il giardino interno di un Palazzo di Via Garibaldi, cosa che mi ha permesso meglio di capire quanto la concezione sopra descritta permei i singoli edifici.

    Innanzi tutto, superato l’atrio, il visitatore può qui immediatamente cogliere l’imponente fontana a grotta che gli si staglia dinnanzi. Dopo quindi un volume costruito (l’atrio) vi uno spazio vuoto (il cortile) che ha come soffitto, non più gli stucchi su fondo grigio azzurro, ma proprio il blu del cielo. L’aria, l’acqua e la vegetazione sono quindi elementi immediatamente percepiti e percepibili, magari anche solo indirettamente, da qualunque visitatore. Ovviamente l’impatto non è solo visivo ma anche sonoro.

    In particolare, il rumore prodotto dall’acqua che cade lungo le pareti rocciose della grotta e poi nel bacino sottostante si diffonde sia nell’atrio che nelle stanze del palazzo, ingenerando un’impressione, molto naturale, di refrigerio e di calma tranquillità. A completamento di quanto descritto, al livello superiore si trova poi un incredibile giardino, letteralmente ritagliato nella collina ed ad essa arroccato. A tale spazio verde si accede attraverso una scala e poi un suggestivo camminamento con balaustra in marmo.

    Anche in questo limitato spazio, il verde è però sempre presente e viene valorizzato: vi sono infatti vari limoni nelle vasche addossate alle pareti. La fatica necessaria per percorre la scala viene ripagata dal verde lussureggiante e francamente inaspettato. Il tutto appare quasi configurasi come percorso di elevazione catartica dal buio del cortile alla luce del sole del giardino.

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                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Qui vi sono sentieri in acciottolato bianco e nero a spina di pesce, aiuole a prato, una fontana centrale zampillante e varie essenze vegetali. In particolare, sono presenti numerosissimi agapanti ed alcune glicini sui gazebi in ferro battuto. Le fioriture di queste piante (azzurro intenso e violetto-azzurro) riprendono sapientemente i colori grigio-bluastri delle facciate dell’edificio. L’insieme richiama gli schemi del giardino classico all’italiana, movimentato però dalle fioriture estive, è sobrio e solenne ma al tempo stesso colorato ed allegro. Persino i busti in marmo bianco e le decorazioni classicheggianti e barocche spuntano tra le aiuole e le apparentemente spontanee fioriture di grandi gruppi di iris, sempre azzurro-violacei. La vegetazione ed i fiori sottolineano e, al tempo stesso, mitigano l’intrinseco senso di grandiosità dell’insieme.

    7Pur nelle sue ridotte dimensioni, il giardino quindi completa ed esalta il palazzo, riprendendone lo stile, i colori, le decorazioni e lo spirito che traspare dal progetto dell’architetto. L’idea del raffinato rigore artistico del palazzo, mitigato dai colori e dalle forme delle decorazioni, trova proprio il suo omologo nel giardino, classico ma non banale, movimentato e non statico, barocco ma in fondo molto semplice, comprensibile tanto per l’esperto quanto immediatamente apprezzabile da chiunque.

    Il parallelismo tra opera dell’uomo e della natura permea dunque, in modo attentamente meditato, ogni cosa, sia da un punto di vista strutturale che cromatico. Come le facciate sono ripartite e stuccate, così il prato è diviso in siepi e queste ultime hanno profili movimentati. Il colore dominante dello stabile è il grigio-azzurro, le fioriture estive riprendono ed esaltano, in modo spontaneo e sofisticato al tempo stesso, proprio questi colori.

    Questi ultimi sono poi, forse non del tutto casualmente, i molteplici blu del Mediterraneo. Su questo mare si affaccia infatti tutta Genova, essa ne è pervasa e proprio da queste acque grigio-azzurre derivavano, quasi sempre, quelle fortune che permisero la realizzazione di gran parte dei palazzi cittadini e dei loro inaspettati giardini!

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Brunch, Coopetition, Smog: i termini composti nella lingua inglese

    Brunch, Coopetition, Smog: i termini composti nella lingua inglese

    Alice nel Paese delle MeravigliePochi giorni fa parlavo con una cara amica a proposito di un articolo di giornale che aveva letto e apprezzato: “Lo trovo acuto e allo stesso tempo divertente,” mi disse: “Anzi, potrei definirlo acutente?”

    In modo inconscio, la mia amica aveva appena elaborato un esempio di portmanteau word, definita in italiano come “composto”, “ibridismo” o anche “parola macedonia” (definizioni un po’ cacofoniche secondo me: più piacevoli quella inglese e quella francese di mot-valise, parola-valigia”). Un portmanteau ha la caratteristica di essere composto dalla fusione dei suoni e dei significati di due diverse parole, come nel caso appena illustrato.

    Il curioso nome – al quale testi più recenti preferiscono il termine blend – trae la sua origine da Lewis Carroll, autore di Alice in Wonderland, libro nel quale il personaggio di Humpty Dumpty paragona una parola composta a una valigia  – porte-manteau in francese – nella quale “due diversi significati vengono impacchettati in un unico termine”. Accade così che in italiano un cantante che sia allo stesso tempo autore del testo di una canzone diventi un “cantautore” o che un noleggio di automobili sia un “autonoleggio”.

    Frequenti i blend in lingua inglese, alcuni dei quali si sono insinuati nell’italiano, sebbene in certi casi non ce ne siamo nemmeno resi conto.

    Sapevate, per esempio, che smog è il risultato della combinazione di smoke + fog (fumo + nebbia)? Oppure pensate a brunch, composto da breakfast + lunch ovvero un pasto che è una via di mezzo tra colazione e pranzo. Non mi capita di guardare la tv da diverso tempo, ma se non sbaglio ogni anno la RAI propone Telethon (television + marathon), una maratona televisiva avente lo scopo di raccogliere fondi per vari tipi di ricerche mediche e scientifiche… Uno degli ultimissimi casi in cui il servizio pubblico televisivo si sforza di conservare una vaga parvenza di essere ancora tale: una rarità paragonabile alla probabilità di vedere un orso polare parlare in cinese all’Equatore.

    Sempre nel settore televisivo va di moda l’infotainment (information + entertainment), il quale presenta il problema, a mio modo di vedere, che in diverse situazioni non si capisce fino a che punto arrivi l’intrattenimento e da dove invece parta – se davvero c’è – l’informazione: Ballarò & co. docent.

    In tempi di recessione o di crisi economica, non è raro imbattersi nella stagflation, altra portmanteau word generata dalla fusione di stagnation e inflation.

    Recentemente, invece, ho trovato con piacere in due diversi testi di ambito economico il composto coopetition (cooperation + competition). Se da un lato il termine non esclude l’aspetto competitivo che sprona le singole persone e le organizzazioni delle quali fanno parte a migliorarsi, dall’altro inquadra questa pulsione individualistica all’interno di un più ampio e inclusivo disegno di società, che rifiuta la sopraffazione, la logica dell’Homo homini lupus e le strutture piramidali, preferendogli invece la cooperazione e la creazione di valore. Sta a noi, nella nostra quotidianità, realizzare dei modelli concreti di coopetition, soddisfacendo le nostre legittime ambizioni individuali, ma contribuendo al tempo stesso alla realizzazione di una società più armoniosa. Si tratta di un compito che definirei “ambiziolante”: ambizioso + stimolante … See you  

     

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale, Forti di Genova: il sogno Patrimonio Umanità Unesco

    Consiglio Comunale, Forti di Genova: il sogno Patrimonio Umanità Unesco

    palazzo-tursi-chessa-leonardo-SEL-D«Sono giorni molto tristi per la città, si percepisce un senso di smarrimento che non si attenua, c’è una grande esigenza di capire a fondo il perché di una simile tragedia, di valutarne le cause e di far emergere le eventuali responsabilità». Con queste parole, il presidente Guerello ha aperto martedì pomeriggio la seduta ordinaria del consiglio comunale, rivolgendo, prima del doveroso minuto di raccoglimento, un pensiero ai lavoratori rimasti feriti e al prezioso impegno senza sosta dei soccorritori.

    Tuttavia, proprio la questione porto ha lasciato qualche malumore in Sala Rossa. È il caso del consigliere Stefano Anzalone (Idv), già assessore allo Sport della giunta Vincenzi, che si è visto rifiutare la richiesta di un art. 54 con cui avrebbe voluto chiedere lumi ai suoi successori su eventuali iniziative concrete previste a sostegno delle famiglie colpite dalla tragedia. “Troppe volte nel nostro Paese le Istituzioni hanno espresso la loro completa solidarietà e vicinanza solo a parole – si legge nella nota stampa rilasciata dal consigliere – per tale motivo si voleva conoscere quali azioni fossero state già intraprese o previste nel prossimo futuro”.

     

    È lo stesso Anzalone a spiegarci il significato di queste parole: «Non voleva essere un’interrogazione volta a fare polemica sulla tragedia ma mi sembrava opportuno capire se oltre ai funerali di Stato, dopo i momenti di vicinanza, sostegno e lutto, l’amministrazione avesse previsto delle azioni concrete di sostegno a queste famiglie che assieme al loro caro hanno perso tutto». Proprio in questa direzione il capogruppo dell’Italia dei Valori avanza la proposta di individuare, insieme con l’Autorità portuale, un percorso che possa offrire un’opportunità lavorativa ai componenti delle famiglie colpite dal lutto: «Oltre a quello che ci sarà sotto il profilo assicurativo dal punto di vista del sostegno economico, che avrà comunque tempi lunghissimi, trovare una collocazione lavorativa in tempi rapidi, eventualmente anche nell’ambito della Capitaneria di porto, potrebbe rappresentare un segno efficace della volontà dell’amministrazione di non lasciare sole queste famiglie».

     

    Tra gli argomenti che hanno tenuto banco nella giornata di ieri in Sala Rossa, spicca senza dubbio la situazione di molti lavoratori del terzo settore che dopo un presidio davanti a Palazzo Tursi hanno occupato compostamente gli spazi dell’aula consiliare riservati al pubblico, nonostante all’ordine del giorno non vi fosse alcun provvedimento che li riguardasse direttamente. Tuttavia, è proprio alla loro massiccia presenza che è stata dovuta la prima delle numerose interruzione della giornata, in apertura dei lavori. Come ormai prassi consolidata in questi casi, si è consentito che una rappresentanza dei lavoratori incontrasse la conferenza dei capigruppo per un rapido confronto. Non molti i risultati ottenuti ma, d’altronde, finché non verrà approvato il bilancio comunale previsionale risulta piuttosto proibitivo ottenere risposte certe sul futuro. «Il sindaco si è impegnato a non tagliare il welfare – ha dichiarato Ferdinando Barcellona, portavoce del Forum del terzo settore – ma ad oggi non esiste alcuna garanzia sulla base finanziaria di partenza per questi servizi che ogni giorno a Genova coinvolgono oltre mille lavoratori». Del tema si tornerà a parlare giovedì prossimo, con un ordine del giorno presentato ad hoc nel corso della commissione congiunta Welfare e Bilancio.

    Dopo aver respinto ad ampia maggioranza, compresi i voti del M5S, un ordine del giorno “fuori sacco” con cui il leghista Rixi impegnava il sindaco a riferire al consiglio comunale circa l’iter progettuale per la costruzione della moschea nonché a verificare eventuali irregolarità sui lavori di ristrutturazione nella sede di via Coronata a causa della presenza di amianto, l’aula è passata all’approvazione di alcune modifiche allo statuto di Amiu e Fiera di Genova, immediatamente eseguibili. La maggioranza, invece, ha rischiato di andare sotto su una mozione presentata dal M5S che proponeva una modifica allo statuto dell’associazione Smart City al fine di ampliare la partecipazione attiva della cittadinanza nello sviluppo dei progetti e rivedere i criteri di sorveglianza, soprattutto in ambito occupazionale: la mozione è stata respinta con 16 voti contrari, 15 favorevoli (maggioranza e De Benedictis, Gruppo Misto) e 3 astenuti, tutti della Lista Doria.

    Il pomeriggio si era aperto con diversi articoli 54 che, come di consueto, avevano anticipato i lavori dell’aula. Oltre al restyling di via Buranello, di cui abbiamo già parlato, merita di essere citata l’interrogazione proposta dalla consigliera Vittoria Musso (Lista Musso) circa la riqualificazione dei Forti di Genova. La risposta è stata affidata all’assessore all’Ambiente Valeria Garotta, che ha lanciato l’ambizioso progetto di seguire la strada francese di riconoscimento come patrimonio dell’Unesco. «Siamo in attesa della convocazione del tavolo tecnico con Sovrintendenza e Ministero per avere il via libera all’acquisizione dei Forti da parte del demanio, passo imprescindibile per iniziare il processo di valorizzazione». L’obiettivo dell’amministrazione è quello di realizzare un vero e proprio museo a cielo aperto, puntando fin da subito su nuove attività ricettive nelle strutture meglio conservate, come Forte Sperone e Forte Begato, senza precludere la libera fruizione dei cittadini e cercando di accedere a diversi finanziamenti europei che riguarderanno proprio la riqualificazione dei parchi urbani.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Co.Re.Com., telefonia e televisione: funzioni delle strutture regionali

    Co.Re.Com., telefonia e televisione: funzioni delle strutture regionali

    antenne_2639Questa settimana vogliamo parlarvi dei Co.Re.Com., ovvero di quelle strutture regionali che svolgono compiti di conciliazione in materia di comunicazioni, sia telefoniche che televisive.

    Il mercato dei gestori telefonici e quello delle emittenti a pagamento (odiosa l’espressione anglosassone di pay – tv…) è in ribollente evoluzione e già da molti anni si è cercato di snellire il potenziale di contenzioso in codeste materie creando organi di conciliazione. Il Codice del consumo ne ha fissato l’obbligatorietà: non si può adire l’Autorità Giudiziaria se prima non si è “passati” attraverso il Co. Re. Com.

    L’acronimo Corecom significa Comitato regionale per le comunicazioni. Il Corecom è un organo del Consiglio regionale, autonomo e indipendente previsto dagli statuti delle regioni italiane, che svolge importanti funzioni attribuitegli sia dalla normativa nazionale (appunto, il Codice del Consumo) che da quella regionale, ed esercita attività di controllo e garanzia nelle comunicazioni in campi importanti come, a esempio, la tutela dei minori, l’accesso ai mezzi di informazione, la conciliazione delle controversie tra operatori di comunicazione e utenti, in sintesi svolge una fondamentale attività di tutela nei confronti dei cittadini.
    Il Corecom svolge attività di consultazione e partecipazione di soggetti esterni, pubblici e privati: Rai, associazioni delle emittenti radiofoniche e televisive private, associazioni degli utenti, categorie rappresentative degli interessi diffusi relativi alle materie o ai procedimenti di competenza del Comitato, soggetti collettivi che operano nel campo delle comunicazioni e dell’informazione. Il Comitato organizza, inoltre, eventi, quali convegni e incontri pubblici, per approfondire e dibattere le principali problematiche che rientrano nella sua attività.

    Ma oggi ed in questa sede ci occupiamo di ciò che più interessa i consumatori e gli utenti, ossia le vertenze contro i gestori di telefonia e di emittenti a pagamento.

    Come dicevamo, qualora abbiate un contenzioso con uno dei soggetti sopra citati (ad esclusione della RAI, televisione di stato), non potete adire l’Autorità Giudiziaria competente per materia e/o territorio, se prima non avete tentato la conciliazione presso il Co.Re.Com. di competenza: fa fede la vostra residenza o la sede di un soggetto giuridico.

    Si noti bene che il Corecom, in quanto organo di conciliazione, non entra mai nel merito della vicenda, ma può soltanto, attraverso la figura di un conciliatore terzo tra le parti , invitare queste ultime ad una transazione che vada al si là del contendere, al di là dei torti e delle ragioni.

    Io ho sempre consigliato di conciliare, al fine di evitare costi inutili di cause e di foraggiare gli avvocati, che sovente si presentano al Corecom con la palese intenzione di non conciliare per farsi una bella e remunerativa causa, in barba al significato medesimo della parola “conciliazione”.

    In altre parole, pochi maledetti e subito, perchè il futuro non è scritto… Unico neo: presso il Co.Re.Com. trovate l’elenco ed i riferimenti delle associazioni di consumatori a cui rivolgervi in caso di contestazioni contro i gestori telefonici e televisivi; peccato soltanto che vengano citate quelle iscritte negli appositi albi regionali e che non si parli di quelle associazioni che svolgono (spesso in modo migliore) la stessa mansione. Ma si sa, la perfezione non è di questo mondo…

  • “Stasera vorrei trovare la forza per convincermi…”

    “Stasera vorrei trovare la forza per convincermi…”

    letteredallaluna-quadernoStasera vorrei trovare la forza per convincermi.
    Vorrei trovare la forza per guardarmi intorno, ed esibirmi in un “sì”, un cenno deciso con il capo. Vorrei partire dal presupposto che ogni cosa ha il suo senso solo se smetto di cercarne uno per ogni cosa. E che se tutti vanno in una direzione, procedere in quella contraria non deve essere una presa di posizione e, soprattutto, non deve trattarsi di una scelta rivelatrice, non deve rivelare proprio nulla circa colui che la compie.

    E vorrei capire, stasera, perché si finisce sempre nel deve o non deve, perché diventiamo assolutisti ogni volta che prendiamo una decisione o che maturiamo un nostro parere su qualsivoglia argomento.

    Io stasera vorrei tanto non avere pareri, essere vergine, e non sentire il bisogno di farmi penetrare da qualcosa o qualcuno.

    Questa sera vorrei pensare alla mia persona come un soggetto privo di desideri, o anche solo timide attitudini, vorrei essere privo di me e ricominciare da capo. Per poi, magari, rifare ogni singola cosa. Questa volta, però, senza prima pensarci.

    PS Bisognerebbe ricoprire il mondo di pannelli fonoassorbenti, ché il vero rumore arriva da fuori, quello del nulla, dell’ignoto.

    Gabriele Serpe

  • Crisi e dibattito economico: le responsabilità dell’informazione

    Crisi e dibattito economico: le responsabilità dell’informazione

    giornaliUna conseguenza nefasta dell’affermazione dell’ideologia neoliberista negli ultimi trent’anni è stata quella di mandare in soffitta il concetto di responsabilità. Riconosco che questa affermazione possa incontrare vigorose obiezioni. Tuttavia resta il fatto che un capitalismo assoluto è concepibile unicamente se si accetta il presupposto che la libera ricerca del profitto individuale abbia come risultato il benessere collettivo; e in questa prospettiva, a lungo mitizzata, è inevitabile che gli obblighi del singolo verso la società si riducano sensibilmente. Se infatti basta che ognuno resti concentrato sul perseguimento della propria ricchezza personale per fare del mondo, come per l’azione di una “mano invisibile”, un posto migliore, allora una passiva osservanza della legge (cioè non commettere illeciti o reati) sarà sufficiente per sollevare l’individuo da ogni questione di opportunità, liceità o sostenibilità della propria condotta.

    Secondo questa visione, dunque, si è responsabili unicamente per la ricchezza che si produce e non per le conseguenze delle proprie azioni, dato che il libero mercato renderà queste conseguenze automaticamente soddisfacenti anche per tutti gli altri. Si tratta ovviamente di un’illusione, una prospettiva utile giusto per potersi auto-assolvere. Occorre invece tornare a dire che anche nella società moderna ogni individuo ha precise responsabilità di cui è chiamato a farsi carico.

    Lasciamo da parte le responsabilità morali, perché si tratta di un argomento alquanto spinoso; parliamo piuttosto di responsabilità professionali, soprattutto in relazione a ruoli di pubblica rilevanza. Parliamo dell’informazione. Il modo in cui si fa più o meno bene questo mestiere concorre al processo di formazione dell’opinione pubblica e quindi influenza in modo decisivo le scelte politiche. Per di più questi sono tempi cruciali, in cui chi si occupa di informare dovrebbe avvertire più che in altri momenti il peso della responsabilità della propria funzione: che poi è quella di selezionare e diffondere notizie sulla base della loro verità e rilevanza.

    Ora, quanti sono i giornalisti e gli editori in Italia che, cogliendo le implicazioni di quello che fanno, si preoccupano di attenersi scrupolosamente a questi criteri? Purtroppo bisogna andare a cercarli col lanternino. Non alludo qui soltanto a quelli che vengono definiti spesso “gli organi di stampa del potere”, cioè i giornali e i telegiornali vicini ai partiti e ai gruppi industriali; alludo anche a quelle voci che avrebbero la presunzione di far passare un’informazione alternativa, compreso – lo sottolineo – il blog di Beppe Grillo.
    In tutti manca ugualmente la capacità (e in alcuni casi, senza dubbio, la volontà) di agganciarsi al livello della discussione che si sta svolgendo all’estero, dove si sta ripensando l’intero assetto dell’economia mondiale. Il curioso effetto è che nel nostro paese si può assistere ogni giorno a dozzine di reportage su cassaintegrati, miseria e disoccupazione, eppure non si discute mai sulle ragioni economiche di questa deriva. Quello che qui da noi viene chiamato “dibattito economico” in realtà non ha nulla a che vedere con quello di cui stanno realmente discutendo gli economisti, i quali invece appaiono schierati su due fronti opposti piuttosto definiti: da una parte i fautori di una regolamentazione dei mercati e delle piazze finanziarie, del ruolo positivo dell’intervento statale e della funzione anticiclica della spesa pubblica (che non è sempre e solo “improduttiva”); dall’altra parte i difensori dell’austerità, quelli che “dalla crisi si esce tagliando la spesa pubblica, facendo sacrifici per essere più competitivi e aprendosi ai capitali esteri” (e che solo a margine si ricordano di dire che anche il sistema finanziario meriterebbe qualche ritocco).

    Economia, finanzeQuesti ultimi sono gli unici invitati nei talk-show di casa nostra. E lo si capisce da un semplice fatto: quale è stata l’ultima volta che avete sentito dire che in questo momento converrebbe aumentare la spesa pubblica e non tagliarla? Molto probabilmente non lo avete sentito dire da nessuno. Eppure si tratta della posizione che sta uscendo vincente nel dibattito internazionale, perché il prolungarsi della recessione ha reso evidente quanto fossero controproducenti le misure di austerità e perché le basi scientifiche di questa visione economica si stanno sgretolando: il capo economista del FMI Olivier Blanchard ha fatto dietrofront, ammettendo che le misure “recessive” sono molto più recessive di quello che loro avevano previsto; la “bibbia dell’austerità”, cioè uno studio di Reinhart e Rogoff del 2010 sugli effetti recessivi di un alto debito pubblico, presentava un grossolano errore di calcolo, che è stato scoperto da semplici studenti mentre rifacevano i conti per esercizio (non è vero cioè che i paesi con un debito/PIL superiore al 90% siano condannati alla recessione: al contrario crescono ad una media del 2,2%). Si dirà che fare spesa non si può, perché siamo costretti dai nostri partner europei ad una ristretta disciplina di bilancio. Ed in effetti è vero: tant’è che proprio questo fatto, cioè l’evidenza che esistano forti interessi contrari ad una strategia espansiva, sta attirando sempre più critiche sul progetto dell’euro. In Germania è nato “Alternative fuer Deutschland”, un partito euroscettico che promette di scompigliare le carte della campagna elettorale; l’economista francese Jaques Sapir commenta il report di una fondazione tedesca sui possibili scenari per concludere che una dissoluzione concordata dell’eurozona sarebbe la soluzione allo stesso tempo più realistica e ragionevole; Martin Wolf sul Financial Times spiega perché è intrinsecamente impossibile seguire la strategia della Germania tutti insieme; Oskar Lafontaine, ministro delle finanze tedesco all’epoca dell’introduzione dell’euro, dichiara che ormai è «necessario abbandonare la moneta unica»; infine il solito Paul Krugman sentenzia: «entrando nell’euro l’Italia ha trasformato se stessa, da un punto di vista macroeconomico, in un paese del terzo mondo con debiti denominati in valuta straniera; e si è esposta a crisi di debito».

    Potrei andare avanti per molto, ma quello che importa è che tutti questi pareri avrebbero un enorme rilievo per noi che cerchiamo di capire se valga la pena strangolarci per tenerci l’austerità e l’euro: eppure vengono sistematicamente ignorati. Lilly Gruber a Otto e mezzo imbastisce un finto dibattito invitando in trasmissione da una parte Alberto Alesina e Lorenzo Bini Smaghi, che in realtà sono sostanzialmente concordi sull’idea di austerità, e dall’altra Norma Rangeri, che blatera per tutto il tempo sulla fine del capitalismo, come se l’unica alternativa sia il comunismo. A Servizio Pubblico Santoro invita il pittoresco Paolo Becchi solo per parlare delle sue infelici dichiarazioni: e quando il professore prova ad accennare al problema dell’euro e a quello dell’atteggiamento mercantilista della Germania, viene confutato da Travaglio con il pregnante argomento che i Tedeschi hanno più eolico di noi.

    Attendiamo di vedere la puntata di Report di domenica prossima nella speranza che migliori un po’ il quadro complessivo; ma nel frattempo bisogna concludere che i media non stanno restituendo le reali proporzioni di quello che sta accadendo. Corruzione, evasione, sprechi, Casta, malgoverno e processi di Berlusconi sono tutti problemi che meritano di essere commentati e denunciati: ma NON hanno causato la crisi. E gli Italiani hanno il diritto di saperlo, se non altro per togliersi di dosso l’errata impressione che, se siamo a questi punti, sia soprattutto per colpa nostra.

    Per questo riequilibrare il dibattito è oggi una responsabilità precisa di chi fa informazione. Domani, quando sarà evidente come stanno le cose e ci si chiederà giustamente come sia stato possibile che nessuno abbia raccontato per tempo la verità, non si potrà invocare il “senno di poi” o dire che la situazione era difficile da decifrare: perché, come ho cercato di dimostrare, è ormai tutto perfettamente chiaro, almeno per quello che concerne gli estremi della questione. Rimane solo da capire perché  il mondo dell’informazione sia così indietro. In Francia è uscito un film-documentario, “Les nouveaux chiens de garde”, che ha messo in evidenza i legami esistenti tra media e gruppi politico-industriali. Emerge che uomini di potere e giornalisti condividono gli stessi luoghi di vacanza, partecipano agli stessi “club” riservati ed elitari, e a volte instaurano persino relazioni sentimentali (di solito la bella giornalista con il politico); ma soprattutto emerge la forte partigianeria mediatica a favore dei teorici di un’ideologia economica che pure è stata smentita per la sua incapacità di prevedere e poi correggere la crisi. Fa impressione constatare come negli ultimi trent’anni i Francesi si siano sentiti dire esattamente le stesse cose che ci sentiamo dire anche noi: “non volete fare le riforme”, “non siete produttivi”, “le tutele sociali sono un ostacolo allo sviluppo”, “avete vissuto sopra i vostri mezzi”, “dovete fare le liberalizzazioni”, “non dovete dare le colpe alla globalizzazione, ma cambiare voi stessi”, eccetera. Per cui, se oggi i media continuano ad attenersi a questo canovaccio, allora si dovrà ammettere che si rendono complici di una propaganda di parte. Non sapremo mai chi per ignoranza o chi per dolo: ma tutti si dovranno assumere la responsabilità di non aver saputo fare il loro lavoro.

     

    Andrea Giannini

  • Istanbul, Turchia: Palazzo Topkapi e il suo splendido giardino

    Istanbul, Turchia: Palazzo Topkapi e il suo splendido giardino

    Topkapi 1Questa settimana vorremmo parlarvi di un giardino particolare ed esotico: quello del Palazzo Topkapi di Istanbul.
    Ho recentemente avuto occasione di visitare l’antica città di Costantinopoli, tra i vari siti ho molto apprezzato questo antico palazzo ed il relativo giardino.

    Innanzi tutto il grande parco è suddiviso in molteplici cortili interni, di ampie dimensioni ed una porzione di notevole estensione, attualmente adibita a giardino pubblico. Il tratto caratteristico che più mi ha colpito da subito consiste nella diversa concezione del rapporto costruito-vegetazione.

    Tale visione è qui completamente invertita rispetto a quella cui siamo abituati in Europa.Topkapi 2 In generale, da noi, predomina sempre l’edificio sul verde circostante, che costituisce mero completamento ed integrazione delle costruzioni. Nel Palazzo Topkapi, la situazione è esattamente opposta. Si è ivi in presenza di un complesso che è letteralmente realizzato e ruota anzi attorno ai cortili interni e che, su molti lati, si affaccia sull’ampio parco che parzialmente lo circonda.

    Le particolari condizioni climatiche hanno consentito, e forse persino suggerito, ai progettisti di incentrare l’edificazione del palazzo sull’elemento naturale. I cortili si susseguono infatti, in un continuo crescendo, gli uni dopo gli altri. Su di essi si affacciano vari gruppi di stanze, ciascuno destinato ad un diverso impiego: ai ricevimenti, alle riunioni politiche, alle cene, alle cucine… Dall’interno del palazzo si scorge quindi in ogni momento l’esterno, che è pertanto sempre presente e che caratterizza la visuale da ogni prospettiva. Il verde dei grandiosi cedri del libano, dei platani secolari, i colori delle fioriture primaverili ed estive nonché i loro profumi permeano le infilate delle stanze.

    Il “verde” è quindi tanto interno all’edificio che ad esso esterno: dalle porte affacciate sui cortili si scorgono le piante delle corti, dalle finestre laterali si possono sempre vedere gli alberi del parco che circonda il palazzo.Qui crescono piante ed arbusti e fioriscono i numerosi e maestosi ippocastani dalle bianche infiorescenze primaverili. A fare da “continuum” e “cerniera” tra l’interno e l’esterno, sono poi stati attentamente collocati alcuni corridoi o piccoli vani di passaggio, ricoperti di maioliche colorate, spesso a soggetto naturalistico o floreale.

    Topkapi 4Topkapi 3

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Tali pannelli in piastrelle riprendono, nei loro disegni, alcune delle essenze presenti nel parco e ricordano, anche nei mesi invernali, il lussureggiante paesaggio estivo, che diventa quindi ancor più parte integrante delle stanze dell’edificio.

    L’impatto estetico del giardino risulta poi particolarmente spettacolare in primavera, verso fine aprile, quando fiorisce il bulbo tipico e tradizionale di Istanbul: il tulipano. Ad esso è addirittura dedicato uno specifico giardino del Palazzo e tutte le aiuole della città ne sono stracolme. In particolare uno dei cortili interni del Topkapi, con una particolare e suggestiva fontana al centro, viene letteralmente ricoperto dalla fioritura di migliaia di bulbi, quest’anno di un rosso scarlatto.

    Topkapi 5

    L’effetto è ancora oggi incredibile ma stupefacente doveva soprattutto apparire all’antico visitatore del palazzo, all’epoca non avvezzo a questa pianta non ancora coltivata in Europa.

    L’insieme complessivo del progetto mirava poi a lasciare l’osservatore basito: innanzi tutto lo stile dell’edificio è molto particolare ed orientaleggiante, le fontane creano un suggestivo rumore d‘acqua che fa da sfondo al parco, i tetti sono dorati e splendono alla luce del sole intenso della Turchia e la vegetazione è studiata in modo da valorizzare tutto l’insieme. Alcuni alberi del parco sono infatti grandiosi e secolari, forse persino millenari, tanto che i tronchi cavi possono ospitare, al loro interno, più persone!
    Topkapi 6

    Le stesse cronache dell’epoca narrano proprio che il fine di tutto il giardino fosse, da un lato, arrecare piacere alla Corte ma, dall’altro, anche quello di stupire gli ambasciatori stranieri. In particolare, l’effetto veniva scientemente amplificato la sera quando il parco era illuminato con luci artificiali, mediante l’impiego di centinaia di tartarughe, cui veniva fissata una candela sul dorso, lasciate libere di girare per i numerosi cortili. La luce tremula illuminava così i marmi, faceva scintillare l’acqua, brillare i tetti in metallo dorato e risaltare dal basso, amplificandone l’effetto, le centinaia di tulipani, allora ignoti per il visitatore occidentale, stupito dalle musiche e dal contesto orientaleggiante, cui non era per nulla abituato.

    Tutta la scenografia era quindi attentamente studiata, mediante un sapiente utilizzo dell’arte e soprattutto della natura, per colpire l’immaginazione e rendere indimenticabile, nell’ospite straniero, lo splendore e la potenza di una corte e di una città millenaria, un tempo capitale dell‘impero romano d’oriente.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Telefonia, utenze private e business: persone fisiche e giuridiche

    Telefonia, utenze private e business: persone fisiche e giuridiche

    telefonoDopo una settimana di pausa riprendiamo le buone abitudini con la nostra settimanale rubrica a tutela dei cittadini. E riprendiamo con un argomento in relazione al quale abbiamo avuto diverse richieste e/o segnalazioni, ovverosia la telefonia.
    Innanzitutto, mi preme ricordare una distinzione contrattuale: utenze cosiddette private ed utenze cosiddette business. Le prime riguardano le persone fisiche, individuate con il codice fiscale; le seconde riguardano le persone giuridiche o le ditte individuali (anche liberi professionisti) , individuate con una partita IVA.

    Anche questo è il caso di situazioni identiche “trattate” in modo differente. Iniziamo con i contratti: ce ne sono di molti tipi ed ormai tutti i gestori sdoppiano la loro offerta in relazione ai due tipi di utenti finali: privati o professionisti.

    I privati possono beneficiare di tariffe molto più convenienti, di un costo dimezzato della odiosa ed illegittima tassa di concessione governativa; i clienti “business” hanno sicuramente costi più elevati da sopportare, ma hanno pure la possibilità di operare lo sgravio fiscale delle fatture emesse a loro nome.
    Mi fa piacere segnalare che la Vodafone sta iniziando a promuovere piani tariffari senza TCG, assumendosene i costi: forse siamo sulla buona strada.
    Al contrario, appare illegittima la tassatività con cui molti gestori telefonici, per i professionisti, pretendono il paganento solo con carta di credito o IBAN, escludendo la modalità bollettino.
    Ciò produce un duplice effetto: il contraente forte prevale sul debole e voi professionisti siete costretti a pagare oppure, se volete contestare un addebito, dovete bloccare i pagamenti in banca con conseguenti rotture di scatole e perdite di tempo.

    Vi ricordo ancora che i contratti telefonici “business” soggiaciono ad una regola: qualora essi siano assimilabili ad un contratto stipulato da una persona fisica, sono contratti tipicamente da diritto dei consumatori, quindi contenenti le medesime caratteristiche e garanzie di legge.
    E allora, perchè non concedere la facoltà di pagare con il classico bollettino postale ?
    Un’assurdità: le associazioni sono viste come “business”, il che è tutto dire…

    Voglio concludere con un’ultima osservazione: le connessioni internet.
    Ferme restando le argomentazioni sopra esposte, molti mi chiedono quale sia la migliore: ADSL, chiavetta o Wi-fi a banda larga?
    Innanzitutto, dipende dalle vostre esigenze.
    Di sicuro la ADSL è più stabile, al contrario della chiavetta che fa della comodità d’uso il suo punto forte.
    La connessione wi-fi, che l’ARPAL non ha ritenuto assolutamente dannosa o pericolosa per la salute, è il futuro; per ora appare assolutamente indicata in quei posti dove la rete telefonica latita, come alcune zone impervie di cui il nostro paese abbonda.
    Ma gli utenti debbono portare ancora un poco di pazienza: a breve telefonare e connettersi potrà costare davvero poco (o nulla).

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Instant messaging in inglese: le formule magiche e talvolta astruse

    Instant messaging in inglese: le formule magiche e talvolta astruse

    sms“Text me” è l’equivalente di: “Mandami un messaggino”, “Mandami un SMS”, “Inviami un messaggio” Sì, perché in inglese si chiama text-messaging la pratica di pigiare i tasti – oppure il touch screen – alla velocità della luce sul mobile phone, ossia il cellulare, per comunicazioni scritte istantanee.

    La generazione dei miei genitori si stupisce della rapidità con cui i giovani muovono il thumb, il dito pollice, per comporre gli SMS, ma d’altra parte il mondo della comunicazione viaggia veramente alla velocità della luce e gli oggetti tecnologici diventano autentiche estensioni dei nostri corpi. A questo proposito e a proposito delle implicazioni della tecnologia in fatto di privacy si è anche espresso (minuto 17’:30” ) Stefano Rodotà, l’uomo che più o meno tutti gli italiani meno la carica dei 738 volevano al Quirinale… E infatti hanno vinto i 738 (soltanto per ora, per fortuna) che hanno votato King George.

    Tornando agli SMS e in generale al fenomeno dell’instant messaging, diffusosi con programmi come Skype e Messenger e quindi con i social network, esso è argomento di studio da parte dei linguisti perché si configura come varietà linguistica particolare, caratterizzata dalla brevità e dalla “compressione” di significato in pochi o addirittura un simbolo solo: pensate ad alcuni condensati quali @ oppure #.

    Per quanto riguarda gli SMS, torno indietro di qualche anno a quando – sembra già preistoria – erano i text messages l’avanguardia della comunicazione scritta in tempo reale. Mi ricordo in particolare di uno dei primi messaggi che ricevetti una quindicina d’anni fa da un amico inglese. “b ther in 1min. cu.” Mentre cercavo di decifrare quest’accozzaglia alfanumerica, vedo spuntare il mio compare all’angolo della strada. Solo allora ho capito che il suo SMS scritto per esteso sarebbe stato: I’ll be there (b ther) in one minute (in1min). See you (cu), che in italiano significa: “Sarò lì tra un minuto. Ci vediamo.” Insomma, nei momenti che io avevo impiegato nel dispendio di preziosa energia cerebrale per capire, lui era già arrivato. Pazienza, avevo imparato qualcosa: “Tutta arte che entra,” si direbbe più o meno in genovese.

    Nel tempo ho imparato diverse altre formule magiche dell’inglese dell’instant messaging, alcune delle quali esse sono diventate comuni anche in italiano, tramite la pubblicità o i media. Alcuni esempi sono: 4u = for you; 2moro = tomorrow; ur = your /you are /  you’re; its = it is;  ill / ull = I will / you will e così via.

    Non sono soltanto i madrelingua inglesi ad aver coniato queste abbreviazioni. Senza andare lontano pensate ai nostri: c6, ki6, x te, ci ved stas, e tante altre.

    I puristi della lingua storcono il naso, invece personalmente vedo di buon occhio il cambiamento. Prima di tutto perché da sempre la lingua si evolve in tutte le sue forme seguendo lo sviluppo della storia. In una società in cui è possibile scriversi in tempo reale tra la Terra del Fuoco e la Siberia, è perfettamente naturale che la comunicazione scritta si avvalga di simboli e di strategie che consentano una trasmissione del messaggio nel più breve tempo possibile. Forse dovremmo porci delle domande relativamente al nostro modo di vivere frenetico che ci porta a comunicare altrettanto freneticamente, ma questo è un altro discorso.

    Francamente, anziché disgustato, sono ammirato dalla creatività umana che si esprime attraverso nuove forme di comunicazione e linguaggio per rimanere in linea con lo spirito del tempo… Cu !

     

    Daniele Canepa

  • Iren, il Consiglio Comunale chiede di non modificare l’assetto dell’azienda

    Iren, il Consiglio Comunale chiede di non modificare l’assetto dell’azienda

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaC’era una volta l’Amga, l’Azienda Municipalizzata Gas e Acqua, una controllata del Comune che negli anni ha raggiunto dimensioni notevoli, diventando la seconda realtà industriale di Genova dopo Ansaldo Energia. La fusione con altre aziende comunali per la distribuzione di acqua e gas ha portato alla nascita di Iren, di cui il Comune di Genova controlla una quota pari al 16%. Un patrimonio che il Consiglio Comunale ha voluto proteggere approvando all’unanimità un emendamento, presentato da Pd, Lista Doria e Sel, che impedisce una modifica dell’assetto aziendale preliminare al trasferimento di alcune attività dal capoluogo ligure a Torino, Reggio Emilia e Parma. Come ha sottolineato lo stesso consigliere Vassallo illustrando il documento «L’emendamento va a modificare radicalmente un punto di un allegato sui principi generali di assetto organizzativo», aggiungendo poi che «le aziende che sono a Genova devono obbligatoriamente restare a Genova».

    La modifica apportata genererà ripercussioni anche sugli altri comuni azionisti. Infatti tutti i Consigli Comunali che dispongono di una quota Iren stanno procedendo all’approvazione di un nuovo statuto che dovrebbe rendere più efficiente e competitiva l’azione dell’azienda sul mercato. Tuttavia il testo finale deve essere uguale per tutti i comuni rendendo di fatto necessario che tutti approvino lo stesso documento.


    Il Sindaco Doria, intervenendo sull’argomento, ha chiarito la volontà dell’amministrazione di procedere ad una revisione dello statuto, affermando che quello attualmente in vigore «non garantiva un’integrazione ottimale delle risorse ed era macchinoso». Con l’approvazione dell’emendamento gli altri comuni dovranno riavviare una non facile discussione, che in altri casi, in particolare a Torino, ha creato forti tensioni anche all’interno della maggioranza.

    iren-gasAlla base di tutto il processo di revisione dello statuto vi è una critica alla gestione aziendale degli ultimi anni, che è stata chiara anche nel discorso del Sindaco, il quale ha affermato: «Iren è un’impresa importante, ma non posso dire che abbia avuto un andamento soddisfacente negli ultimi anni». In particolare preoccupa l’amministrazione il pesante indebitamento e la perdita di valore delle azioni passate da un valore di 1,60 euro a 0,60 euro.

    Il nuovo statuto di Iren è orientato quindi ad ottenere due grandi cambiamenti soprattutto riguardanti la gestione dell’azienda. La governance non sarà più legata alla dimensione territoriale, sulla base della quale veniva determinata la scelta dei manager. Verrà inoltre eliminato il consiglio direttivo creando invece la figura dell’amministratore delegato a cui si affiancheranno un presidente un vicepresidente con importanti deleghe operative. Ciò significa dare alla dirigenza di Iren un assetto più imprenditoriale; un vertice snello in grado di prendere decisioni senza cedere al ricatto delle lottizzazioni, che ogni realtà locale aveva fatto pesare in passato.

    No a rifiuti dal Lazio e al trasferimento di Ingegneria Navale

    In apertura di seduta sono stati affrontati due importanti argomenti. In primo luogo è stato presentato un ordine del giorno che impegna il sindaco e la giunta a esprimere parere negativo sull’accordo tra Regione Liguria e Regione Lazio per smaltire 400 tonnellate di rifiuti al giorno, provenienti da quest’ultima regione, per far fronte alla chiusura della discarica di Malagrotta. Una posizione appoggiata all’unanimità da tutti i partiti del Consiglio e che prevede un immediato chiarimento con la Regione.

     

    Infine il Consiglio Comunale ha espresso la propria contrarietà anche all’ipotesi di trasferimento della Facoltà di Ingegneria Navale a La Spezia. Nel testo approvato con il voto favorevole di 30 consiglieri su 35 si legge: «l’economia del mare genovese non può vedere messo il suo prestigio nazionale ed internazionale attraverso la perdita di un tassello fondamentale […] quale il corso di Ingegneria Navale, pena l’indebolimento della capitale italiana dello shipping e del settore intero a livello nazionale».

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • I dieci anni del Buridda: no allo sgombero, protesta a oltranza

    I dieci anni del Buridda: no allo sgombero, protesta a oltranza

    Lsoa BuriddaIL PRECEDENTE

    Ottobre 2011: alcune aste pubbliche indette dal Comune di Genova vanno deserte, bloccando così la vendita di parte del patrimonio immobiliare necessaria a dare sollievo alle casse dell’ente pubblico. Tra questi, l’edificio di via Bertani (in cui un tempo vi era la Facoltà di Economica) dove dal 2003 è attivo il laboratorio sociale Buridda: uno spazio di 5.600 metri quadrati con una base d’acquisto di 7.800.000 €.

    Novembre 2011: ufficializzato il trasferimento del Buridda in piazza Cavour, nei locali dell’ex mercato del pesce. Promotore di una regolarizzazione di questo e degli altri centri sociali presenti in città è Don Andrea Gallo, che si è fatto tramite tra i gestori dei centri e il Comune affinché sia firmato un protocollo d’intesa che ne regolarizzi le attività.

    La firma del protocollo è fondamentale sia per ufficializzare l’occupazione degli spazi e le attività che in essi si svolgono, sia per garantire (soprattutto sul piano economico) gli opportuni lavori di ristrutturazione e di messa in sicurezza.

    Ottobre 2012: in piazza Cavour un primo passo verso il trasloco, con l’inaugurazione di un’area adibita a palestra per arrampicata. Si tratta dell’unico spazio attualmente agibile nell’area ex mercato, in attesa dei lavori che renda disponibile anche il resto.

    Dicembre 2012: un anno dopo la firma del protocollo d’intesa, abbiamo chiesto ai gestori dei centri sociali genovesi di fare il punto sulle promesse mantenute, soprattutto dopo il cambio di Sindaco e Giunta.

    Luciano, che opera nel Terra di Nessuno a San Teodoro, ci spiega che «l’amministrazione Doria ha confermato di voler proseguire sulla stessa traccia aperta dalla precedente, verificando lo stato degli accordi contenuti nel protocollo e riprendendo in mano i passaggi ancora mancanti».

    Febbraio 2013: mentre le trattative appaiono in stallo, si discute circa il futuro dell’area del Mercato del pesce. L’ipotesi più probabile è un trasferimento a Bolzaneto, dove già si trova da alcuni anni il mercato ortofrutticolo un tempo sito in corso Sardegna.

    IL PRESENTE

    Sgomberare il Buridda senza garanzie sulla nuova sede: questa è la voce circolante da qualche tempo, una comunicazione ufficiosa giunta dal Comune secondo cui la Procura ha già disposto – entro brevissimo tempo – l’allontanamento di chi gestisce lo spazio per indire una nuova vendita pubblica, senza attendere l’ufficialità del trasloco in piazza Cavour né la disponibilità immediata di un’eventuale altra sede temporanea.

    Da pochi giorni è stata creata la pagina Facebook Un polpo al cuore, nata per celebrare i dieci anni del Buridda e per sostenere lo stato di assemblea permanente deciso dallo staff. Inoltre Antonio Bruno, consigliere comunale di Federazione della Sinistra, ha presentato un’interrogazione per capire lo stato delle cose.

    Trascriviamo parte del messaggio con cui i quattro centri sociali di Genova si sono uniti per far fronte a questa emergenza: «Dieci anni di occupazione dell’ex Facoltà di Economia in via Bertani 1 hanno saputo restituire alla città spazi unici per la libera espressione, la creatività e l’aggregazione. (…) Il successo e il coinvolgimento della cittadinanza in questo percorso confermano la pratica dell’autogestione quale necessità e strumento in grado di garantire la libera fruizione degli spazi senza alcuna esclusione o limite di accesso. (…) Il Comune intende vendere l’immobile di Via Bertani 1 per coprire parte del suo enorme buco di bilancio; da subito il Laboratorio Buridda si è detto disponibile al trasferimento in altra sede se adeguata e se non avesse comportato l’interruzione delle attività che quotidianamente vivono in quegli spazi. (…) Per raggiungere tale obiettivo oggi il Comune blocca un percorso iniziato sei anni fa, ritrattando le condizioni raggiunte rispetto alla totale assegnazione del mercato del pesce (…). Ribadiamo che finché non avremo uno spazio adeguato alle nostre attività non cederemo il passo».

    Questo venerdì (10 maggio 2013, ndr) si svolge inoltre al Buridda Minimo Vol. 5, un evento dedicato alla musica e alle autoproduzioni artistiche. Un’occasione ulteriore per sostenere lo spazio e conoscere le ragioni della protesta dalla viva voce di chi da dieci anni mantiene attiva – grazie a eventi come Critical WineCritical BeerIf the bomb falls e altri – una delle realtà culturali più produttive in città.

    Marta Traverso

  • Crisi, violenza e disperazione: ecco la condanna al moralismo ipocrita

    Crisi, violenza e disperazione: ecco la condanna al moralismo ipocrita

    parlamento-italianoImprovvisamente l’opinione pubblica si è ricordata che la crisi è violenza. Non che occorresse un grande acume per vedere i fallimenti, la disoccupazione e l’incertezza economica che ogni giorno spingono al suicidio qualche anonimo disperato; ma tant’è si è dovuto attendere che volassero i proiettili. Ora che però il dato è registrato, ciò non basta alla collettività per abbozzare una reazione libera finalmente dal teatrino ipocrita della “condanna alla violenza”. Anziché avviare una discussione sulle cause di questa violenza, continuiamo ad avvitarci nel nostro solito sterile perbenismo: “non si deve giustificare”, “non si possono fornire alibi”, “non si devono lasciare aperti spiragli”, eccetera.

    Contro questo atteggiamento ripetitivo, inutile e fastidioso mi ero già espresso addirittura nel primo articolo di questa rubrica, scritto in occasione della morte di Gheddafi: allora avevo cercato di mostrare quanto fosse, se non discutibile da un punto di vista morale, di sicuro incoerente da un punto di vista logico l’atteggiamento di un occidente che si lanciava a capofitto nella guerra civile libica, salvo poi condannare selettivamente le atrocità “scomode” agli occhi della propria opinione pubblica.

    Si trattava di una critica che non eludeva il problema della “morale”, ma lo definiva, anzi, segnandone la distanza dal “moralismo”: la morale, infatti, ha un valore senza dubbio generale; il moralismo, invece, si applica solo in particolare la dove ci interessa. Ed è proprio questo il caso della situazione in cui ci troviamo. Io non ho alcuna difficoltà a dire che la condanna della violenza di cui tutti si riempono la bocca in questi giorni è solo volgare moralismo. E il motivo di questo giudizio così netto è che la violenza a cui stiamo assistendo non è premeditata: è solo disperazione.

    Dalla disperazione la gente avrebbe bisogno di essere salvata, non additata da una riprovazione collettiva che sa tanto di auto-assoluzione. Ha senza dubbio un senso condannare la violenza quando a perpetrarla sono sovversivi con in mente un obiettivo specifico: era il caso, ad esempio, delle Brigate Rosse, che perseguivano un fine rivoluzionare attraverso l’uso della violenza. Dire, soprattutto da sinistra, che si trattava di gesti insensati e dalle conseguenze tragiche non era affatto inutile: serviva a isolare politicamente i violenti, a togliere loro il sostegno, a rendere evidente l’impossibilità che le masse venissero alla fine attirate lungo il solco di una strada solitaria fatta di sangue. Ma oggi questo rischio non c’è. Stando almeno alle ricostruzioni che ci vengono fornite, oggi non abbiamo di fronte atti di violenza commessi in nome di chissà quale logica distorta.

    Non c’è nessun partito o movimento che predichi azioni violente: ci sono invece gesti di individui per cui il senso della vita è in discussione, la ragione si spegne e a dettare la linea è la disperazione. In questi casi, allora, le parole diventano del tutto inutili. A chi può passare per la testa che un aspirante suicida, preda del fallimento personale e di un dramma umano che chi non vive può a stento immaginare, possa recedere dal suo proposito per il ditino alzato di quel politico o per il biasimo di quell’altro giornalista? E difatti non esistono leggi contro il suicida, perché – banalmente – i morti non si possono mettere in carcere.

    Per brutto che ci possa sembrare il gesto, una volta compiuto cessa automaticamente di costituire materia di competenza umana e passa di diritto in mano al buon Dio (almeno per chi è credente). All’uomo resta solo il compito di interrogarsi e di agire sulle cause in modo da evitare che in futuro qualcun altro possa essere intenzionato a ripetere un simile atto estremo, magari coinvolgendo ignari ed innocenti passanti. Se invece che occuparci di questo, preferiamo andare a fare la morale ai disperati, allora significa semplicemente che ci illudiamo che il problema si possa risolvere attribuendone in qualche modo la responsabilità agli individui.

    Ecco perché “condannare la violenza” in questi casi non è solo inutile: è anche dannoso e ipocrita. Si dovrebbe parlare invece di “prevenire un ricorso insensato alla violenza”. Ma se lo si facesse, si eviterebbe il moralismo. E quindi si ammetterebbe che la crisi, nel modo in cui è gestita, è già da lungo tempo violenta: quando scarica sulla disoccupazione i costi del recupero dei margini di produttività perduti; quando predica un brutale darwinismo socio-economico; quando colpevolizza i lavoratori italiani per gli errori di una finanza senza controlli e regole. Quelli che stanno in fondo e che hanno subito gli effetti collaterali di tutto questo non è che non sappiano che la violenza è inutile e controproducente: il problema è che, perso il lavoro e persa la propria dignità, tendono più facilmente a dimenticarselo.

     

    Andrea Giannini

  • Un anno di “giardini” attraverso le culture, i continenti ed i secoli

    Un anno di “giardini” attraverso le culture, i continenti ed i secoli

    mare piantaE’ passato già un anno da quando il nostro primo articolo sul tema del “verde” è stato pubblicato da questa testata. Nella rubrica abbiamo parlato di molti argomenti, passando da giardini famosi, in Italia e nel Mondo, alle recenti tendenze del “landscape design”, alle pubblicazioni ed ai libri in materia, italiani e stranieri, ai paesaggisti più contesi ed alcune specie botaniche meno note.

    Speriamo di essere riusciti a far percepire al Lettore quanto possa essere varia, interessante e diversificata la materia e che il “verde” sia stato colto nella sua articolata natura e nelle sue molteplici valenze: architettonica, estetica, scientifica e di fondamentale complemento nel moderno contesto urbanizzato. Cervara giardino verticaleSiamo passati dalle assolate lande dell’Africa del Nord, alle piovigginose e brumose campagne inglesi, dai parchi storici francesi ai moderni spazi verdi in stile razionalista…

    Abbiamo quindi visto che ogni luogo ha la sua storia, caratteristiche specifiche ed essenze vegetali autoctone. Le piante si adattano e resistono alle condizioni meteorologiche più estreme, al sole, al freddo, al salino, al vento sferzante ed esse hanno la meglio persino nelle aree più densamente cementificate del Pianeta.
    La Natura merita però attenzione e dedizione. Fino ad oggi ciò non è spesso stato garantito, lo straordinario patrimonio naturalistico-botanico ed artistico italiano è stato, frequentemente e troppo a lungo, abbandonato a se stesso.

    Le coste verdeggianti, gli oliveti secolari, le palme centenarie delle isole siciliane, i boschi dell’Umbria, i giardini storici delle ville venete sono il passato e proprio il migliore futuro di questo Paese!3 Basta però visitare uno dei numerosi parchi italiani per cogliere lo stridente contrasto tra gli originari ed illuminati intenti del committente e dei progettisti e lo stato di attuale abbandono e degrado.

    Recentemente ho avuto modo di visitare un noto giardino del ponente genovese, famoso per il suo impianto architettonico, e sono rimasto molto colpito, nonostante alcuni interventi di restauro eseguiti, dallo stato in cui esso versava. Quasi nulla resta infatti del progetto originario. L’antico impianto è stato stravolto: compromesso dal passaggio dell’autostrada (su cui affaccia il cosiddetto “belvedere”), dagli edifici anni sessanta e da un moderno autosilo.

    Le prospettive sul mare sono cancellate dallo sviluppo eccessivo degli alberi, gli edifici in stile neoclassico ed i padiglioni abbandonati, le alberature secolari “capitozzate” ed i viali invasi dalle sterpaglie e dai resti delle potature. Nel diciottesimo secolo, l’educazione di una persona non poteva dirsi completa senza un “Grand Tour” che attraversasse l’Italia. Il Paese, pur periferico e frazionato in vari Stati, era infatti al centro del Mondo per monumentiStoriaArte e celebre ovunque per i suoi Paesaggi, la sua natura ed i suoi giardini
    Majorelle vaso 111

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Come nella celebre poesia, la ginestra china il capo, renitente ma non sconfitta, sotto le colate di lava che la faranno soccombere, così oggi ettari di macchia mediterranea, di boschi e dune costellate di bianchi gigli cedono di fronte alla crescente cementificazione.

    Mentre però, per quanto crudele, la Natura non è mai ciecamente distruttiva e quindi, dalle rocce vulcaniche, spunteranno in breve nuovi germogli e nuove fioriture, così non potrà essere a fronte dell’insensata furia speculativa dell’uomo.ars topiaria L'Oreal Distruggere la natura non significa però solo cancellare ciò che spesso ha richiesto centinaia di anni per svilupparsi (tale è il tempo necessario per avere alberi secolari, fitti boschi e coste coperte di macchia mediterranea) ma precludere, per sempre, al pittore di ritrarla nelle sue opere, al poeta nei suoi versi, al musicista nelle sue note ed a ciascuno di noi di cogliere il senso di infinito che la pervade.

    Se i beni culturali meritano rispetto e richiedono tutela, questo è ancora più vero per la Natura, cui l’Arte sempre si ispira e di cui al massimo può essere mera emulazione.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com