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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Il geranio odoroso: una particolare varietà di pelargonium

    Il geranio odoroso: una particolare varietà di pelargonium

    1Questa settimana parleremo di una particolare varietà di geranio, in realtà ed in termini più tecnici, di pelargonium. La tipologia di pianta di cui tratteremo è generalmente poco utilizzata ma estremamente interessante, sia da un punto di vista estetico che per la semplicità della sua coltivazione.
    Innanzi tutto il pelargonium è originario del Sudafrica dove è spontaneo e molto diffuso in natura, fu importato in Europa da alcuni mercanti olandesi che commerciavano, a loro volta, con le Indie Orientali. E’ una pianta molto robusta, resistente alla siccità ma non al freddo intenso e facile da propagare. Fino dal Settecento è stata studiata dagli appassionati e dai botanici, sopratutto inglesi, che negli anni 2hanno dato vita a numerose, nuove varietà. Oggi se ne contano migliaia, facenti capo a diverse tipologie. Il nome geranio viene dal greco gerànion, cioè “becco di grù”; sembrerebbe che tale parola sia stata scelta per la particolare forma che assume il frutto contenete il seme. Il termine pelargonium, dal simile significato, è stato invece coniato circa due secoli fa, in un periodo in cui la pianta era però già nota e diffusa con il suo nome più comune e meno “tecnico” di geranio.
    All’interno della grande famiglia dei pelargonium, meritano, secondo me, una particolare menzione quelli odorosi. Ve ne sono di numerosissimi e di tipologie tra loro assai differenti, tutti però accomunati da alcuni tratti caratteristici comuni, e tra le quali spicca la varietà, molto nota “Malvarosa”. Innanzi tutto, i gerani odorosi sono, più o meno,3 intensamente profumati. In particolare le foglie emettono, se sfregate, un profumo dolciastro che varia da tipo di pianta e può assomigliare a quello del limone, della zagara, della cannella, della menta o di molteplici altre essenze. La pianta si caratterizza poi, a differenze per esempio del geranio zonale, per uno sviluppo piuttosto considerevole. Alcune varietà possono infatti facilmente raggiungere e superare il metro e mezzo di altezza. La crescita è poi piuttosto rapida e consente, nel giro di solo un paio di anni, di ottenere siepi e cespugli di grandi dimensioni. Per quanto riguarda le infiorescenze, esse variano, nel 4colore, dal rosa tenue al rossastro, al viola, fino al bianco puro. Generalmente i fiori non sono particolarmente appariscenti ma ciò è compensato dal fatto che siano molto numerosi, essi spiccano poi tra le foglie profondamente lobate e frastagliate nei vari toni del verde e del grigio verde. La moltiplicazione è, anche per questi gerani, semplicissima. E’ infatti sufficiente tagliare un rametto della pianta, che non sia né troppo giovane né troppo legnoso, qualche centimetro al di sotto dell’attaccatura delle foglie e piantarlo nella stagione estiva, dopo averlo leggermente schiacciato, nel semplice terreno. La propagazione della pianta sarà, in questo caso, quasi certa e permetterà di ottenere, in poco tempo, da un solo geranio, decine di esemplari.
    5Come abbiamo detto la peculiarità principale della pianta è però data dall’inteso profumo che essa emana. Talvolta persino la semplice esposizione del geranio al sole è sufficiente ad ottenere lo sprigionarsi del fenomeno, specie quando le piante sono collocate a ridosso delle coste e sulle isole esposte al solo ed al vento del Mediterraneo. Un ulteriore tratto caratteristico consiste poi nel notevole e rapido sviluppo vegetativo della pianta, non del tutto usuale per un geranio, che consente impieghi diversi da quello dell’usuale pelargonio zonale che normalmente cresce in cassetta.
    Consiglio quindi a tutti, neofiti o meno, di piantare questa varietà di geranio che garantisce risultati eccellenti, con pochissimo sforzo, che richiede minime esigenze di innaffiature e potature e che è quindi adattissima a qualsiasi contesto.
    La pianta produrrà inoltre risultati eccellenti anche se fatta crescere in riva al mare, su terrazze e balconi. Personalmente ne avevo acquistati alcuni esemplari qualche anno fa da un celebre (e molto specializzato) vivaio siciliano per collocarli sulla costa, lungo il mare, su di un terrazzo. Nel 6giro di poco tempo le piante si sono sviluppate in modo sorprendente, frammistandosi agli altri arbusti e cespugli già presenti e così conferendo all’insieme un aspetto molto naturale. Le fioriture, ancorché non appariscenti ma mescolate a quelle di altre piante, spiccano ora nella bordura e, specie durante l’estate, i cespugli rilasciano un particolare profumo che tiene lontani gli insetti.
    Infine consiglio di abbinare, nel caso si desideri realizzare un bordo misto o una siepe di divisione, i gerani profumati, ad esempio, a poligala, westringia, lavatera e lantana. La varietà dei colori delle fioriture, i molti e diversi toni di verde, i differenti ed articolati portamenti degli arbusti si abbinano, tra loro, assai bene. Nel caso in cui vi fossero poi le condizioni atte a fare crescere e sviluppare anche dei rampicanti, l’insieme potrebbe essere arricchito con bounganville, rincospermum jasminoides, bignonia e diverse varietà di ipomea. Tutte queste piante presentano esigenze colturali simili o comunque assimilabili, non vi saranno dunque problemi per la loro coltivazione, anche in spazi piuttosto ridotti.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Parlare senza dir nulla: il doublespeak al servizio della politica

    Parlare senza dir nulla: il doublespeak al servizio della politica

    enrico-lettaC’è un concetto connesso a quello del politically correct che abbiamo introdotto la scorsa settimana: si chiama doublespeak. Se il politicamente corretto cerca in qualche modo di camuffare o attenuare l’isolamento e l’emarginazione di determinati gruppi trovando delle alternative bizzarre (folically challenged anziché bald, “calvo”) e un po’ improbabili, il doublespeak si configura invece come “linguaggio che non dice nulla”.

    L’origine del termine proviene dal romanzo 1984 di George Orwell, che presenta un modello distopico – l’opposto di utopico – di società, in cui le persone vivono sotto un tiranno, il Grande Fratello o Big Brother, all’interno di un regime totalitario che riforma il linguaggio creando il Newspeak, una nuova lingua più povera di parole, allo scopo di limitare la libera espressione e il libero pensiero e di rafforzare il controllo dello Stato sui singoli individui. Associato al Newspeak è il concetto del Doublethink, l’accettazione simultanea di due idee contrastanti: da qui il nuovo termine doublespeak.

    Sebbene probabilmente non fosse a conoscenza del termine, un grande maestro di doublespeak fu Arnaldo Forlani, vecchio leader DC passato alla storia per essere stato un esponente di spicco dell’ex maggiore partito italiano – forse non così ex, leggendo la storia di chi, mano nella mano, è alla presidenza e vicepresidenza dell’attuale governo –  e anche per aver balbettato con tanto di bava alla bocca delle risposte confuse durante una testimonianza in tribunale in piena Tangentopoli. Durante un’intervista a un periodico, Forlani affermò: “Parlo senza dir niente? Potrei farlo per ore.”

    Proprio nel parlare a vuoto, nel “fingere di comunicare e far sembrare buono ciò che è cattivo, positivo ciò che è negativo, attraente o almeno tollerabile ciò che è spiacevole,” come afferma il linguista americano William Lutz, si trova l’essenza del doublespeak. Per chiarire ulteriormente il concetto, porterò un altro luminoso esempio dal film Full Metal Jacket, capolavoro di Stanley Kubrick sulla guerra in Vietnam. Il protagonista del film, il marine Joker, si trova in una base americana come corrispondente per la rivista Stars and Stripes, molto vicina alle forze armate e al Ministero della Difesa. In una scena, il caporedattore, anch’egli un soldato americano, redarguisce i giornalisti sulla terminologia da usare nella descrizione delle operazioni militari statunitensi. Per esempio, tra i diversi “taglia, sostituisci e cuci,” ordina di rimpiazzare la formula search and destroy – “perquisire e distruggere” – con sweep and clean – “spazzare e pulire”… In effetti la formula assume così un suono più ascoltabile da parte del pubblico.

    Analogamente, per lungo tempo si è parlato di clean bombs, le “bombe pulite”, riguardo agli ordigni termonucleari o di smart bombs, le famose “bombe intelligenti”.

    Senza scomodare gli USA, troviamo bastimenti carichi di doublespeak anche a casa nostra: pensate all’uso proditorio delle parole di origine straniera in italiano per confondere le persone che hanno scarsa padronanza dell’inglese o di altre lingue. I tagli selvaggi sono ora chiamati spending review, i licenziamenti diventano downsizing, la gara per assegnare le frequenze si trasforma in beauty contest. Se si usa la terminologia inglese quante persone riescono a capire? Un ottimistico 20%? Ma non è compito di media e politica parlare in modo chiaro e trasparente a tutti?

    Tornando all’argomento di questo articolo, un paio di mesi fa mi colpì una frase proprio di Letta che, rivolto all’opposizione, la esortava a non rimanere in disparte e a “mescolarsi”. La “mescolanza” intesa dal buon vecchio compagno di partito di Forlani nel senso di “massa informe”, nella quale tutto diventa uguale, nella quale non esistono più le divergenze di opinione e tutti hanno ragione e torto allo stesso tempo, mi ha subito richiamato alla mente il doublespeak, anche se made in Italy… anzi, de’ noantri! See you!

     

    Daniele Canepa

  • Tursi: la Tares e il regolamento per l’occupazione aree pubbliche

    Tursi: la Tares e il regolamento per l’occupazione aree pubbliche

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-DMaggioranza compatta almeno questa settimana in Consiglio comunale. Ma i rapporti burrascosi tra la Giunta e la Sala Rossa hanno avuto modo di emergere anche nel corso dell’ultima seduta nell’aula consigliare di Palazzo Tursi. I motivi di contrasto, questa volta, sono arrivati dalla discussione sull’anticipo della Tares, il tanto chiacchierato tributo comunale sui rifiuti e sui servizi che dovrebbe portare ossigeno vitale alle casse di Amiu. La notizia, prima di tutto. La delibera di Giunta è stata approvata con un’ampia maggioranza, grazie anche ai voti favorevoli del Movimento 5 Stelle: i genovesi, dunque, in attesa di sapere come il governo rimodulerà il balzello, dovranno versare al Comune un anticipo pari all’83% dell’importo previsto lo scorso anno per la Tia.

    Le polemiche, naturalmente, arrivano dal centrodestra, con capofila la pidiellina Lilli Lauro che ha accusato la giunta di aver mentito sul presunto accordo con le associazioni e ha puntato il dito contro l’assessore Miceli reo, a suo dire, di non aver mostrato alcuna disponibilità al confronto.

    Tuttavia, anche il capogruppo del PD, Simone Farello, ha manifestato un leggero mal di pancia, sebbene non nel merito del provvedimento quanto piuttosto riguardo il suo iter amministrativo: «La delibera è doverosa e completa nella sua forma: l’amministrazione ha fatto quello che si doveva fare», ha dichiarato in aula l’ex assessore della giunta Vincenzi, anticipando il voto negativo della maggioranza rispetto a una sospensiva del provvedimento avanzata dal leghista Rixi e, in seguito, bocciata dall’aula. «Non nascondo, però – ha proseguito Farello – che io stesso in Conferenza capigruppo ho manifestato ferma contrarietà a questo nuovo, sbagliato modo di procedere che porta in aula al martedì le delibere passate in giunta il giovedì precedente, limitando così fortemente l’esercizio di controllo da parte del Consiglio. Vi sono certamente situazioni emergenti, ma questo iter non può diventare la norma: su tre delibere, oggi ben due (la seconda è quella con oggetto le farmacie comunali, NdR) hanno vissuto questo procedimento». A dire il vero, come ha sottolineato il presidente Guerello, il documento è stato licenziato dalla giunta nel corso della seduta del 23 maggio ma si è dovuto attendere più di una settimana per la presentazione in commissione a causa di problemi di calendarizzazione. Resta, comunque, il fatto che, nonostante l’impellente necessità di sistemare i conti di Amiu e garantire gli stipendi ai lavoratori, la situazione è stata affrontata con eccessiva fretta e un po’ di confusione.

    Come detto, il M5S si è ancora una volta unito alla maggioranza per un «atto di responsabilità nei confronti dei cittadini che un domani si troverebbero a pagare di più a causa degli interessi bancari che seguirebbero l’accensione di un mutuo per ripianare il bilancio di Amiu», come ha dichiarato il capogruppo Paolo Putti dopo aver precisato la propria contrarietà al balzello in sé e per sé, dal momento che rappresenta uno «scarico di responsabilità da parte del governo centrale sulle spalle delle amministrazioni locali che si rivalgono sui cittadini».

    Grande ilarità, infine, ha suscitato tra i consiglieri la motivazione con cui l’assessore Miceli si è detto costretto a respingere la richiesta di abbassare l’acconto a un ammontare di poco superiore al 70% della Tia versata lo scorso anno: «Il software con cui vengono emesse le bollette – ha spiegato l’assessore al Bilancio – procede per scaglioni di venti punti percentuali. Per una revisione del sistema sarebbe necessario un mese e mezzo di lavoro, andando ben oltre i tempi limite imposti dalla legge per poter prevedere l’acconto».

     

    Occupazione aree pubbliche: le modifiche al regolamento

    piazza-sestri-ponente-DII lavori della seduta ordinaria in Sala Rossa si sono aperti con l’approvazione di alcune modifiche al Regolamento per l’applicazione del canone per l’occupazione di spazi e aree pubbliche (Cosap). Il documento (clicca qui per consultarlo) prettamente tecnico presentato dalla giunta prevede una razionalizzazione delle occupazioni “fuori mercato”, i classici banchetti che si trovano a cadenza settimanale o bisettimanale nelle piazze genovesi, e modifica le modalità di pagamento di tutti mercati merci varie. All’interno della delibera, inoltre, è stato recepito un emendamento (clicca qui per consultarlo) dell’ex assessore Vassallo (PD) che estende le disposizioni a diverse strade cittadine interessate dalla presenza di fiere a cadenza periodica: «Le grandi fiere sono in difficoltà sui banchi periferici – ha spiegato Vassallo – mentre le piccole hanno problemi di concorrenzialità. A Bolzaneto, ad esempio, molti banchi restano vuoti perché con lo stesso prezzo un esercente può recarsi due giorni alla fiera della Spezia. Con questo emendamento si abbassano i prezzi dei banchi in difficoltà che altrimenti resterebbero vuoti: da un lato, dunque, si aiutano gli imprenditori, dall’altro si cerca di rimpinguare le casse comunali proponendo canoni accessibili e concorrenziali».

    Sempre sullo stesso tema, è stato espresso parere favorevole su un ordine del giorno (clicca qui per consultarlo), presentato da Gozzi (PD), che impegna la giunta a modificare le tariffe inserendo un sistema di premialità per i mercati virtuosi che puntano al decoro e al rinnovamento, che vada in un certo qual modo a bilanciare gli ultimi tagli orizzontali del 5% sul precedente ammontare del canone, innalzando la competitività dei mercati.

    È bene precisare che da questa nuova normazione restano fuori i mercati rionali e i dehors, regolamentati ad hoc.

     

    Farmacie comunali: rimane invenduta via Linneo

    L’ultimo provvedimento della giornata riguarda l’approvazione della trasformazione della ragione sociale di Farmacie Genovesi da s.p.a. in s.r.l. Nell’occasione l’assessore al bilancio, Francesco Miceli, ha informato il Consiglio circa l’esito dell’asta per la vendita di tre farmacie comunali: quella di via Modigliani è stata venduta per 221 mila euro, mentre poco più di 423 mila euro sono stati ricavati dalla vendita dell’esercizio di via Coronata; nessuna offerta, invece, è giunta per la farmacia di via Linneo.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Assicurazione Rc Auto, tacito rinnovo: istruzioni e normative

    Assicurazione Rc Auto, tacito rinnovo: istruzioni e normative

    Il ponto di CorniglianoMolti lettori ci hanno scritto in questi giorni chiedendoci lumi sulle assicurazioni auto e quindi sento il dovere di rispondere loro pubblicamente. Parliamo dell’annosa questione del tacito rinnovo delle polizze RC Auto e dintorni…

    In particolare, Nicola mi chiede se, con l’abolizione del tacito rinnovo, serve la disdetta nei 15 giorni precedenti. Ovviamente no: la disdetta era il corollario indispensabile del tacito rinnovo, se non disdettavi la polizza, questa si rinnovava tacitamente ed automaticamente.
    La normativa attuale prevede che i contratti assicurativi relativi alla circolazione di veicoli, abbiano durata annuale, 365 giorni; dopo molte incertezze interpretative, una circolare ministeriale ha precisato che comunque le imprese assicurative debbano concedere i 15 giorni di proroga.
    Ciò per dare tempo all’assicurato di valutare offerte migliori oppure, semplicemente, per dare la possibilità di pagare in caso di dimenticanza o impedimenti di qualsivoglia natura.

    Restano due problemi:
    1. Nel caso in cui Tizio sia assicurato con l’Impresa assicuratrice Alfa e alla scadenza esatta (o prima) decida di cambiare compagnia di asicurazione, Alfa non sarà più tenuta ad allungare la copertura di 15 giorni, in quanto Tizio è già “coperto” dalla nuova assicurazione. Però, non essendo più obbligatoria la disdetta, Alfa non ne viene a conoscenza… L’unica certezza è che, in tema di RC Auto, non vi possono essere due coperture assicurative.

    2. Per quanto attiene al bonus/malus, quest’ultimo viene regolato dal cosiddetto “periodo di osservazione”, che termina due mesi prima della scadenza contrattuale: in altre parole, le compagnie di assicurazione, verificano la sussistenza di sinistri in capo all’assicurato per 10 mesi e non per 12; e gli altri due mesi che fine fanno? In caso di rinnovo della polizza, verranno conteggiati l’anno successivo; in caso di mancato rinnovo della polizza, chiunque può “inventarsi” sinistri senza essere gravato dal malus. E con l’aggiunta dei 15 giorni “sempre e comunque”, il pericolo delle truffe assicurative è destinato ad aumentare.

    Invece, Antonella ci chiede se una polizza infortuni legata alla polizza RC Auto segua o meno la regola del tacito rinnovo. La risposta è semplice: se la polizza infortuni del conducente è separata dalla polizza Auto, essa è un contratto diverso e quindi non rientra nella nuova normativa; in altre parole esso va disdettato alla scadenza.
    Se la copertura degli infortuni del conducente fa capo alla polizza madre RC Auto ovvero essa è una cosiddetta garanzia accessoria, allora rientriamo nella nuova normativa dove il tacito rinnovo sparisce.
    La stessa cosa dicasi per qualunque altra polizza legata alle polizze auto, come, a titolo di esempio, la tutela legale.

    E se pensate che la legge è molto recente, direi che siamo messi veramente bene.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Istituto Idrografico della Marina: nuova sede ai Magazzini del Cotone?

    Istituto Idrografico della Marina: nuova sede ai Magazzini del Cotone?

    forte-san-giorgio-particolare-ist-idrograficoIL PRECEDENTE

    L’Istituto Idrografico della Marina, struttura che opera dal 1872 in Forte San Giorgio, è alla ricerca di una nuova sede, più funzionale rispetto alle proprie attività ed esigenze rispetto all’edificio storico che la ospita.

    Il centro è l’unica struttura italiana adibita alla produzione della documentazione nautica ufficiale nazionale: si occupa pertanto del monitoraggio sistematico dei mari italiani e della rilevazione e comunicazione di ogni eventuale criticità alla sicurezza della navigazione (presenza di relitti, variazione dei fondali, etc). Inoltre vi si svolgono attività più ad ampio respiro, legate alla valorizzazione dell’ambiente marino da un punto di vista scientifico, ambientale e tecnologico, e vi è una biblioteca che ospita circa 30.000 volumi e 3.000 carte nautiche.

    Le ipotesi in campo sono attualmente due: il polo tecnologico degli Erzelli o l’ex Lavanderia Italia situata a Palazzo Selom, nei Magazzini del Cotone. Quest’ultima ipotesi appare la più plausibile, soprattutto a causa della vicinanza con la sede dell’Autorità Portuale e con la zona del Porto Antico, di elevato flusso turistico.

    A giugno 2012, in occasione dell’Open day annualmente svolto in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Idrografia, noi di Era Superba abbiamo visitato il centro per capirne meglio le modalità di lavoro e gli obiettivi.

    IL PRESENTE

    A che punto sono le attività per il trasferimento dell’Istituto? Paolo Lusiani, responsabile delle relazioni esterne, ci conferma che il fabbricato di Palazzo Selom (estensione di circa 2.700 metri quadri, nella parte terminale dei Magazzini del Cotone) potrebbe ospitare in futuro l’Istituto. «Il nostro capo di Stato Maggiore, Ammiraglio De Giorgi, ha avuto di recente diversi incontri con le autorità politiche locali, guidate dalla Senatrice Roberta Pinotti che è stata nominata Sottosegretario al Ministero della Difesa. È stata anzitutto ribadita la volontà di tutti di mantenere a Genova la sede dell’Istituto e da qui si sono valutate le varie opzioni per comprendere quale potesse essere la sede migliore. Tutti gli attori coinvolti – ossia il Dipartimento Militare di La Spezia, l’Autorità Portuale di Genova e l’Agenzia del Demanio – hanno convenuto che Palazzo Selom sia il luogo più indicato: entro la fine di quest’anno si dovrebbe raggiungere un’accordo definitivo sulla disponibilità dell’edificio, e da qui si partirà per capire tempi e modalità delle necessarie ristrutturazioni».

    La necessità di un edificio più “moderno” è funzionale alle attività che quotidianamente si svolgono presso l’Istituto: proprio la dicotomia tra vecchie e nuove modalità di lavoro sarà il centro dell’open day del 13 giugno (ore 9.30 – 12 e 14.30 – 16.30), in cui sarà rimesso per la prima volta in funzione il macchinario usato un tempo per la riduzione in scala, oggi sostituito dagli scanner.

    L’evento, che ha lo scopo di far conoscere alla cittadinanza le attività dell’Istituto e farne comprendere i benefici, sarà anche l’occasione per far comprendere le ragioni che hanno portato alla ricerca di un nuovo spazio.

    Marta Traverso

  • Suggerimenti per un terrazzamento fiorito in riva al mare

    Suggerimenti per un terrazzamento fiorito in riva al mare

    1Questa settimana vorremmo fornire al lettore qualche suggerimento per realizzare un declivio in riva al mare utilizzando piante di facile coltivazione. La Liguria è infatti una regione che si affaccia, per tutta la sua estensione, sul Mediterraneo ed è caratterizzata dalla presenza di un grandissimo numero di giardini che digradano, veloci e spesso a balze, fino alla superficie dell’acqua.

    Queste aree verdi richiedono, stante la loro particolare collocazione, l’utilizzo di alcune specifiche varietà di piante. Esse sono infatti molto esposte al salino, al torrido sole estivo, agli sbalzi di temperatura ed alle forti e talvolta improvvise raffiche di vento. Se si esamina la costa ligure, specie in primavera, si rimane colpiti dall’enorme varietà di essenze presenti. E’ peraltro spesso necessario un occhio attento ed allenato.

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    La Liguria si presenta, infatti, al primo impatto come “ostile”, a tratti sui monti quasi brulla, grigia come le sue rocce e giallo-verdastra come la macchia di arbusti, frugali e poco appariscenti, che la caratterizza. Osservando però con attenzione, si potranno scorgere il viola dei crochi primaverile e degli Iris, i rosa accesi del baico, il bianco intenso del Cistus, il giallo oro del Ginestrone, il bianco-rosato delle ericacee, il bianco puro e l’arancione intenso dei fiori e dei frutti dei corbezzoli.

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    Il territorio ligure è quindi solo apparentemente inospitale, battuto dai venti e riarso dall’intenso sole estivo. Se debitamente coltivato e curato, il giardino costiero offre poi notevoli soddisfazioni e può divenire un rigoglioso spazio verde sottratto al mare, che lambisce la costa, ed ai monti che, spesso a strapiombo, in esso si tuffano. In questa prima parte dell’articolo suggeriremo come ricreare una scarpata fronte mare a mezzo dell’utilizzo di essenze estremamente rustiche, spesso spontanee e di facile accrescimento e cura.

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    Successivamente proporremo qualche nome di altra pianta, di regola coltivata nei vivai, di utile inserimento in simili contesti. Nel corso di una passeggiata ho osservato, lungo il mare, il seguente insieme di piante che mi è apparso, nella semplicità e spontaneità, molto soddisfacente. Lo sfondo era caratterizzato da un folto insieme di semplici Canne, dal colore grigio verdastro tenue. Alla base di queste si trovavano fitti gruppi di Malve selvatiche dal viola-rosa intenso e di medie dimensioni, sotto queste ultime cresceva un enorme numero di Allium bianchi. La macchia era inframmezzata da numerose Tamerici, in piena fioritura primaverile. In questo periodo dell’anno, i rami di tali piante si ricoprono di piccolissimi fiori, nei toni del rosa, che rendono l’arbusto simile ad un gigantesco corallo marino.

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    Pur nella sua estrema semplicità, l’insieme risultava esteticamente molto soddisfacente, risaltando tra le rocce grigie, il blu ancora pallido del mare primaverile e l’erba, già un po’ lunga e di un verde argenteo intenso. D’altra parte la natura offre spesso spunti inaspettati e garantisce risultati estremamente soddisfacenti, quasi vi fosse, a monte, un preciso progetto cromatico e di disposizione delle singole essenze. L’insieme ora descritto può essere riprodotto agevolmente in un giardino fronte mare e permette, anche al meno attento dei giardinieri, di ottenere un buon risultato con minimi interventi di manutenzione e cura.

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    Le piante in questione non necessitano, infatti, di alcuna potatura, eccezion fatta per quelle, eventuali, di mero loro contenimento, non richiedono particolari concimazioni e non presentano specifiche esigenze di tipo idrico o colturale. Se si volesse poi arricchire l’insieme ed inserire qualche ulteriore pianta, senza rendere più complessa la gestione del giardino, sarebbe sufficiente optare per alcune essenze molto frugali. Si potrebbero aggiungere, ad esempio, gruppi di agavi, disposte in modo geometrico, dal colore grigio-azzurro, Cistus dai fiori bianchi, cespugli di rosmarino o bordure di valeriana (peraltro spontanea in natura), rosa o bianca. Le esigenze colturali del giardino non varierebbero quasi per nulla ed il risultato complessivo sarebbe sempre garantito. Per mantenere la semplicità e rusticità dell’insieme si potrebbe anche optare per l’aggiunta di piante aromatiche quali il timo o il rosmarino, dalle fioriture poco appariscenti ma inaspettate, oppure di particolari varietà di gerani, quali il Pelargonium Malvarosa.

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    Quest’ultimo forma grossi cespugli irregolari, dalle foglie profumate e dai fiori di dimensioni non eccessive e di un rosa-viola intenso. Il risultato cromatico dell’insieme risulterà quindi, optando per le varietà sopra descritte, omogeneo, nei toni cromatici che varieranno dal verde-grigio, al bianco-rosa, fino al rosa-viola.

    Nulla di meglio che avere un giardino dalle minime esigenze colturali ed idriche e soprattutto un declivio che sembra sottratto alla natura, che si “mimetizza” nel paesaggio, confondendosi con le fasce soprastanti, e che si perde nel grigio delle rocce e nell’azzurro, ancora indeciso, del mare primaverile.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Luce e gas, contratti dual doppia fornitura: evitare bollette cumulative

    Luce e gas, contratti dual doppia fornitura: evitare bollette cumulative

    bollette-spese-postaQuesta settimana torniamo alla carica con un argomento di cui pochi parlano, i contratti doppi di fornituta di luce e gas… Grazie al mercato libero si sono aperte le porte per i gestori – venditori di energia elettrica e/o gas; avete letto bene: ” e/o “. Da un po’ di tempo, infatti, le offerte commerciali spaziano… spaziano così tanto da porre in vendita pacchetti promozionali che offrono condizioni (a loro dire) speciali per chi stipula contratti “dual”, ossia di somministrazione sia di energia elettrica che di gas.

    Il contratto generalmente è unico (ma non sempre), il codice cliente è unico e le bollette possono essere di due tipi:
    – singole, ovvero una bolletta per l’energia elettrica ed una per il gas
    – cumulative, ovvero contenenti entrambi i consumi ed un unico importo complessivo da pagare.

    Quali sono le conseguenze di tutto ciò?

    Nel caso di bolletta separata, sicuramente l’utente può comprendere meglio l’entità dei consumi e dei costi; nell’altro caso, il tutto diventa confusionario, per quanto effettivamente vi sia una sezione che parla di mc di gas ed una che parla di kw/h.

    In entrambi i casi, però, diventa davvero difficile cogliere l’applicazione degli sconti promozionali promessi, anzi, spesso proprio non si coglie…

    Dal punto di vista giuridico, si pone un problema. In caso di contestazione sugli importi, se – per esempio – vi è un contenzioso che riguarda la fornitura di energia elettrica, può il gestore, in caso di morosità, staccare il gas?
    Seguendo una logica contrattuale, si direbbe proprio di sì solo quando il contratto è unico e prevede a chiare lettere la fornitura di energia elettrica e gas; ma non solo: deve essere specificato nelle condizioni contrattuali (che devono essere messe a conoscenza dell’utente) che il mancato pagamento di una fornitura produce, ipso iure, la facoltà del gestore di staccare l’altra.

    Il mio consiglio, quindi, è di non cadere in tentazione e di non sottoscrivere contratti “dual”; il tranello è sempre dietro l’angolo anche quando la strada sembra dritta.

     

    Alberto Burrometo

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  • Politically correct, le espressioni inglesi politicamente corrette

    Politically correct, le espressioni inglesi politicamente corrette

    londra-cabina-DITra le tante parole, espressioni, frasi della lingua inglese che sono penetrate nell’italiano, ce n’è una particolarmente frequente: politically correct. Le espressioni politicamente corrette riflettono un atteggiamento di particolare sensibilità nei confronti di determinate categorie di persone, affinché tali gruppi non si sentano in alcun modo offesi, turbati o discriminati.

    Questo, in principio, era lo scopo della political correctness, espressione la cui origine, secondo il manuale di storia della lingua inglese di Geoffrey Hughes, A History of English Words, risale agli anni Sessanta.

    Fu così che negli Stati Uniti di quel periodo, segnato dalle lotte per i diritti civili guidate da grandi leader come Martin Luther King o Rosa Parks, le parole black o negro vennero prima attenuate con coloured e successivamente sostituite da Afro-American o African-American, come si può ascoltare in questo discorso di un altro celebre attivista, Malcolm X  .

    Il guaio è che, come spesso succede, con il passare del tempo le ragioni che hanno portato a coniare nuove parole ed espressioni vengono perse di vista e allora accade che un sondaggio condotto negli anni Novanta negli USA riveli che una larga maggioranza di neri preferisca essere nuovamente chiamata black e non African-American, considerato che intanto le discriminazioni razziali sono ancora all’ordine del giorno.

    Nel suo carattere puramente formale e spesso mancante di sostanza – come appunto nel caso di black / African-American – la political correctness è la spia di un atteggiamento falsamente paternalistico della nostra società occidentale piuttosto che autenticamente compassionevole nei confronti degli emarginati e degli ultimi.

    A ulteriore riprova di ciò è l’esempio di with learning difficulties – “con difficoltà di apprendimento” – che in inglese ha sostituito mentally handicapped, considerato troppo diretto e quindi offensivo. Come riportato dal linguista David Crystal nella sua Cambridge Encyclopaedia of the English Language, negli anni Novanta fu lo stesso direttore del marketing di Mencap, un’organizzazione benefica, ad affermare che i bambini per prendersi in giro si chiamavano “LDs” (acronimo di Learning Difficulties). Se dietro alle parole non c’è una sincera intenzione, possiamo anche parlare di genius anziché LD ma il nostro intento di base risulterà comunque discriminatorio.

    Altri esempi divertenti sono quello di vertically challenged  (“che ha un handicap verticale”, ovvero “che è basso”) anziché short o mentally challenged anziché unintelligent o stupid… Folically challenged, poi, per le persone calve, si commenta da sé.

    Per concludere il discorso sulla political correctness, suonano quanto mai opportune le parole di un filosofo inglese del Seicento, Sir Francis Bacon: “Men imagine that their minds have command of language: but it often happens that language bears rule over their minds.” (“Gli uomini pensano che le loro menti controllino il linguaggio: ma accade spesso che sia il linguaggio a dominare le loro menti.”) See you!

     

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale Genova: trema la Giunta sul biglietto Amt

    Consiglio Comunale Genova: trema la Giunta sul biglietto Amt

    palazzo-tursi-giornalisti-consiglio-DMolto rumore per nulla. Il tanto discusso aumento unitario del biglietto Amt a 1,60 euro non ci sarà. Almeno per ora. Quando tutti erano pronti all’ennesimo dibattito fiume – caratterizzato dalla rinnovata, spiacevole, pratica ostruzionistica di un’infinita moltiplicazione di emendamenti e ordini del giorno, che tanto sa di ritorno a una vetusta, brutta abitudine di fare politica – l’assessore alla Mobilità e Trasporti, Anna Maria Dagnino, ha sparigliato le carte in tavola, ritirando la delibera di Giunta che avrebbe modificato quanto già approvato in Consiglio poco più di un mese fa.

    protesta-amt-consiglio-comunaleA dire il vero, qualche indiscrezione a tale riguardo era circolata già dalle ore immediatamente precedenti la seduta. Ma la certezza si è avuta solamente quando l’assessore Dagnino ha palesato in aula la propria intenzione, ufficialmente a causa della necessità ravvisata dalla Giunta di procedere con un supplemento di indagine sulla questione. Applausi dall’emiciclo e, ancor più fragorosi, dai numerosi dipendenti di Amt, arrivati ad assistere ai lavori del Consiglio e determinati a chiedere un’assunzione di responsabilità a politici e amministratori a fronte dei sacrifici a cui loro stessi si sono sottoposti con la firma dell’ultimo accordo.

    Ma che cosa ha fatto cambiare così repentinamente idea alla Giunta, a sole 24 ore di distanza da un’infuocata seduta di Commissione al termine della quale era, comunque, stata confermata la volontà di discutere il provvedimento in aula?
    A voler essere cattivi, la risposta sembrerebbe ben più che evidente: il timore, o meglio, la quasi certezza di una sonora bocciatura da parte dell’assemblea. Fin dall’appello, infatti, è parso chiaro che la maggioranza non avrebbe potuto raggiungere i numeri per far approvare il provvedimento: alle chiacchierate assenze in quota PD (Veardo e Villa), andava infatti ad aggiungersi quella, non strategica, di Bartolini (Lista Doria), senza considerare la non remota possibilità di qualche franco tiratore.

    La sensazione è che nella maggioranza ben più di un consigliere si stia mangiando le mani per aver approvato il fatidico emendamento del Movimento 5 Stelle che ha di fatto aperto la strada alla doppia tariffa (1,50 euro per il biglietto ordinario, 1,60 euro per il biglietto integrato Amt-Trenitalia). Una sensazione confermata anche dalle parole del capogruppo PD, Simone Farello: «Le difficoltà politiche non derivano solo dal ritiro della delibera ma hanno radici più profonde. Quando una delibera è preparata male, la colpa non è solo della Giunta ma di tutta la maggioranza. Non possiamo continuare ad andare avanti con provvedimenti che ogni quindici giorni rischiano di smentire quelli precedenti: aiuterebbe tutti prendere decisioni definitive sulla dimensione strategica».

    È lo stesso Farello a chiare il futuro prossimo del provvedimento, destinato a tornare in Commissione, così come licenziato dalla Giunta, in tempi piuttosto brevi. Tuttavia, qualche minuto prima, una visibilmente frustrata Dagnino, era stata molto più cauta e vaga circa i prossimi passaggi: «È necessario un ulteriore approfondimento della questione, tenendo anche presenti le rivendicazioni sindacali. Dovremmo riflettere con molta attenzione sul da farsi, ma intanto resta il problema del buco Amt da 750 mila euro».

    Sulla Dagnino, inoltre, si aggira anche lo spettro delle dimissioni: «La decisione è nelle ginocchia di Zeus» ha commentato l’assessore, facendo intendere che tutto sta nella mani del sindaco, che per il momento non sembra essere intenzionato ad azioni clamorose. Anche le parole dell’ex assessore Farello sembrano allontanare il primo rimpasto di Giunta: «Ho molto apprezzato la disponibilità dell’assessore Dagnino al confronto diretto. Nelle prossime decisioni che verranno prese non si dovrà dimenticare la serietà di chi ha portato avanti gli atti, essendo sempre disponibile a metterci la faccia, anche di fronte a scelte impopolari».

    L’unica certezza finora è che sia stata fatta una grande confusione. Se da un lato è vero che in qualche modo sia necessario trovare i fondi per ripianare il buco di bilancio di Amt, è altrettanto vero che non risulta una pratica molto ortodossa cercare di cambiare nel giro di un mese una decisione presa dallo stesso Consiglio. Ad ogni modo, pare non sia finita qui. Anche se a questo punto deve per forza proseguire il cammino verso la doppia tariffa. Per le tempistiche, la palla passa ad Amt.

     

    LA LIQUIDAZIONE DI AMI

    Finita, invece, ufficialmente è l’avventura di Ami (Azienda Mobilità e Infrastrutture). Con 22 voti favorevoli (maggioranza e Udc) e 14 astenuti (centrodestra e M5S) il Consiglio ha approvato la proposta del liquidatore di destinare al Comune di Genova il patrimonio di 516 mila azioni di Genova Parcheggi e i beni immobiliari della “bad company” di Amt, che si occupava di manutenzione e innovazione di mezzi pubblici e infrastrutture destinate ai parcheggi. Anche in questo caso qualche strascico polemico da parte degli astenuti che chiedevano di vincolare i beni liquidati alla patrimonializzazione di Amt: proposta non accolta dall’assessore al Bilancio Miceli.

     

    TORNANO LE ORDINANZE ANTI ALCOOL

    palazzo-tursi-rixi-edoardo-lega-D4La non facile giornata della Giunta in Consiglio comunale è confermata anche dall’approvazione da parte della Sala Rossa di una mozione proposta dal leghista Rixi, passata a maggioranza strettissima nonostante il parere contrario di sindaco e assessori. Il consigliere, modificando leggermente una proposta della scorsa estate, ha impegnato il sindaco a “dare corso, dopo incontri e valutazioni di concerto con i Municipi ed i medesimi residenti, a nuove ordinanze ‘anti-alcool’, secondo le criticità che verranno indicate da ogni delegazione investita dal problema”.
    Il parere negativo espresso dall’assessore a Legalità e diritti, Elena Fiorini, riguardava un duplice aspetto. Il primo, ovvero l’esplicitazione nel testo della mozione del riferimento alla comunità ecuadoriana di Sampierdarena che avrebbe negato la trasversalità di questa piaga sociale, è venuto meno in seguito alla rimozione del richiamo concordata con lo stesso consigliere proponente. Il secondo, invece, riguardava la presupposta limitatezza nell’individuazione delle sole ordinanze anti-alcool come strumento di intervento, ma è rimasto inalterato nel documento definitivo, approvato con 17 voti a favore (Idv, centro destra, Udc, Rixi, Baroni, e i consiglieri PD Caratozzolo, Gozzi, Lodi, Pandolfo e Vassallo), 14 contrari (i restanti consiglieri Pd, Sel, Lista Doria, il presidente Guerello e il sindaco Doria) e 4 astenuti (M5S).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Bratislava, Slovacchia: la nebbia fra i tetti, i vicoli e la malinconia

    Bratislava, Slovacchia: la nebbia fra i tetti, i vicoli e la malinconia

    petralkaGiuseppa Koshkova è un’infermiera che vive a Bratislava e ogni mattina si reca in stazione per prendere il treno che la porta a Vienna dove inizia il suo turno all’ospedale generale della capitale austriaca, due città distanti poco più di cinquanta chilometri e nonostante siano vicine le differenze culturali sono visibili a occhio nudo.

    Quindici anni fa, durante una vacanza in Austria, avevamo conosciuto alcune ragazze che ci avevano invitato a passare una giornata con loro nella capitale slovacca. A quei tempi era necessario il passaporto per passare la dogana ed essendo dotati della sola carta d’identità ci aspettava un mesto ritorno a casa con qualche giorno a disposizione prima di riprendere gli studi.

    Giuseppa era seduta in una kaffeehausen del centro di Vienna, leggeva distrattamente un libro ascoltando le nostre conversazioni su come poter superare il confine. Il pomeriggio era fresco e una densa pioggia restava attaccata ai vetri appannati del locale, un giornalaio chiudeva la saracinesca mentre le luci del teatro iniziavano a scaldarsi per l’arrivo dei primi signori in abito scuro.

    Siamo rimasti senza parole quando Giuseppa si è seduta al nostro tavolo dicendo che ci avrebbe potuto aiutare, la nostra diffidenza iniziale fu spezzata dal suo aspetto che ispirava fiducia. Il suo italiano era discreto, il nonno era calabrese di nascita ed emigrato nei primi anni del novecento in Germania per lavorare nelle miniere di Rammelsberg, in seguito fu deportato in Austria a causa della guerra, trovò pace in Slovacchia per ragioni sentimentali…

    Ci ha proposto di passare in treno la frontiera la mattina successiva e che se ci fossero stati problemi ci avrebbe pensato lei grazie alle sue conoscenze in dogana ferroviaria. L’occasione era ghiotta e la paura reale ma nonostante le apparenze il regime comunista era un lontano ricordo e il rischio era quello di essere rispediti al mittente quindi abbiamo accettato l’offerta e anche le eventuali conseguenze.

    Abbiamo passato il confine senza problemi, Giuseppa ci avrebbe riportato indietro il giorno dopo e ci ha lasciato liberi di scoprire la città, non abbiamo trovato le ragazze ma al loro posto abbiamo conosciuto la bellezza e il fascino immortale di storia e cultura che scorre lungo le acque impetuose del Danubio, uno dei fiumi più lunghi e grandi d’Europa. Quella è stata la prima stretta di mano fra me e Bratislava, nel tempo è diventata una tappa annuale per trascorrere weekend lunghi o capodanni alternativi e divertenti ma sempre con un regolare passaporto.

    La città è piccola ed è abitata da poco meno di mezzo milione di persone che vivono nel tranquillo centro storico dominato dal castello oppure nelle zone più periferiche e malfamate oltre il Danubio.

    La signora Giuseppa non poteva che abitare a Petralka, uno dei peggiori e mal tenuti quartieri, ma pur di risparmiare due soldi abbiamo soggiornato nella sua modesta casa in più di un’occasione  dormendo su un divano e un materassino da mare gonfiato in soggiorno. Rimangono nella memoria i suoi gulash e il pollo farcito legato con ago e filo di sartoria, le zuppe con corpi estranei galleggianti e le colazioni di pane secco tostato e marmellata di frutta sconosciuta, tutto però era preparato con l’amore di una persona altruista e sola.

    Petralka è un quartiere popolare e mal frequentato soprattutto nelle ore serali, molte persone vivono in edifici obsoleti e dimenticati e altre in case più moderne e ben arredate ma comunque in un contesto più economico rispetto al centro storico.

    Nei giorni di mercato il quartiere si ferma per lasciare il posto a banchi di frutta non proprio in buono stato a causa anche delle basse temperature, altri banchi vendono materiale storico e articoli bellici come elmetti e maschere antigas, spille e cappelli dell’armata rossa, binocoli usati e vecchi cartelli con scritte in cirillico.

    Dopo un giro perlustrativo ci si reca in centro, superando il parco Sad Janka Krala dove una torre con un UFO (così viene chiamato) con al suo interno un ristorante panoramico, svetta tra gli alberi. Il parco è stato anche luogo di riprese del video “Sei nell’anima” di Gianna Nannini, dove si riconosce la torre in più di un fotogramma.

     

    Superato il parco si attraversa il ponte che cavalca il Danubio e si arriva ai piedi del castello che domina la città dal suo colle più alto che permette di ammirarlo da ogni parte della città.

    Il lato del colle che costeggia il Danubio è formato da piccole grotte e gallerie naturali dove trovano alloggio i senzatetto, meglio non curiosare al loro interno. Tuttavia Bratislava è tranquilla e vivibile, il centro storico negli ultimi dieci anni è stato rimodernato con la pavimentazione delle strade e la ristrutturazione dei palazzi, questo ha permesso l’aumento di attività commerciali.

    Nei primi anni non era così, una coltre di nebbia copriva le vecchie case dalle finestre consumate e le strade erano poco frequentate, l’ambiente sembrava più povero ma sicuramente più affascinante e molto più malinconico.

    Lungo le vie del centro si trovano statue in ferro che rappresentano personaggi di ogni genere, un operaio che esce da un tombino è il più famoso, centinaia di turisti si fermano a fotografare e farsi immortalare con lui mentre Napoleone si appoggia su una panchina e da un angolo di un vicolo un paparazzo è pronto a scattare un fotografia.

    Una delle prime serate l’abbiamo passata mangiando un ottimo piatto di pasta al ristorante Paparazzi, proprio dove c’è l’omonima statua, per poi andare a ballare al Circus Barok, una discoteca galleggiante sul fiume.

    Il locale non deve essere in regola con le norme di sicurezza e non è neanche frequentato dalla creme di Bratislava ma è un posto inusuale e originale a cui abbiamo dedicato almeno una serata per ogni vacanza.

    Una sera siamo usciti molto stanchi, tornare a piedi sarebbe stato faticoso e abbiamo deciso di prendere un taxi, uno dei tanti che fermano all’uscita della discoteca che con pochi spiccioli ti portano a destinazione. Saliamo a bordo di una vecchia skoda verde militare che non aveva per niente l’aspetto di un taxi e il conducente guidava freneticamente parlando al telefono con tono forte in lingua slovacca.

    Matteo era dietro che dormiva, io stavo seduto sul sedile posteriore osservando la strada con sospetto, i palazzi e le case lasciavano il posto a fitte trame di alberi in fila come soldati e luoghi isolati. Accostò in una piazzola e ci chiese il conto con un coltello, Matteo finalmente era sveglio, abbiamo svuotato il portafoglio ma fortunatamente eravamo senza carte di credito e il cambio era a nostro favore, la cosa preoccupante era tornare indietro a piedi ma una cosa era sicura, non avremmo chiamato un taxi.

    Abbiamo seguito la strada, le luci e il Danubio fino ad arrivare al ponte quando ormai il sole iniziava timidamente a sorgere, alcuni raggi rimbalzavano sulla nebbia mattutina, altri invece brillavano sull’erba bagnata del parco indicando la strada di casa. Petralka deserta sembrava ancora più povera, un gatto malconcio cercava cibo tra i rifiuti facendo allontanare degli sporchi piccioni, attraversando il mercato chiuso siamo arrivati a casa dove Giuseppa aveva preparato un’abbondante colazione con uova, latte e pane tostato accompagnato dalla sua marmellata di arance fatta in casa.

    Per raggiungere il castello si percorre una bellissima promenade che taglia il parco alla base delle mura, spesso una leggera nebbia lascia intravedere le scure statue dei personaggi storici che lasciano a quel luogo un aspetto ancestrale.
    L’accesso al cortile principale e i sotterranei sono gratuite mentre per visitare le stanze si paga un economico biglietto. In cima al colle si può ammirare una vista a 360° e osservare il lungo scorrere del Danubio, le verdi campagne slovacche e durante le giornate più terse scorgere Vienna all’orizzonte.

    Durante l’inverno le cime degli alberi sono coperte da un sottile strato di neve e il freddo è tagliente come la lama di un rasoio, non resta che sedersi all’ Irish pub e bere una Guinnes in attesa che venga sera per poi cenare da Paparazzi davanti ad un ottimo piatto di pasta italiana.

    hotel-kievNegli ultimi anni Giuseppa non ci ospitò per problemi di salute e ci siamo accontentati di un orribile albergo, uno spoglio casermone che un tempo era la sede del vecchio partito comunista, l’hotel Kiev.

    Con più di mille stanze rappresenta la soluzione più economica per soggiornare in centro, poco importa se in bagno ci sono resti di peli e le lenzuola sono gialle per dormire due ore a notte è più che sufficiente.

    Da Dicembre a Gennaio, nella piazza principale e lungo le vie pedonali, ci sono i mercatini di Natale dove si può passeggiare tra gli addobbi bevendo una cioccolata calda o un vin brulè e pattinare nella pista ghiacciata.

    L’ultimo viaggio risale al 2009, le cose sono cambiate dai primi tempi, la città si modernizza e si globalizza, la moneta diventa l’euro e la moda si fa avanti portando turisti che aiutano l’economia ma forse fanno perdere quel fascino incontaminato che c’era prima.

    Il ricordo mi consola, dormire a Petralka è un’esperienza unica così come il vecchio hotel Kiev, ormai di lusso, le città cambiano e le mode vanno e vengono, le esperienze e i ricordi restano per sempre, questa è Bratislava, storia, natura, arte e semplicità.

     

    Diego Arbore

  • Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    studio-televisivoFare un giro su Youtube di tanto in tanto regala sempre qualche sorpresa. E’ stato così che mi sono imbattuto in una puntata di “Punto e A Capo“, programma di approfondimento in onda su Class TV MSNBC (canale 27) condotto da Marco Gaiazzi. Il tema della trasmissione era l’euro. Si, lo so che non ne potete più di sentirmi parlare della moneta unica; ma in questo caso non mi interessa tanto il contenuto in sé, quanto la forma. In particolar modo vorrei sottolineare due aspetti che hanno attinenza con la qualità dell’informazione che riceviamo: cioè il modo in cui si sviluppa il dibattito televisivo e gli interlocutori che sono chiamati a prendervi parte.

    Cominciamo da questo secondo punto. Era ospite in trasmissione Michele Boldrin, padovano, professore di economia negli Stati Uniti, tra i fondatori di Fare con Oscar Giannino, già editorialista per il Fatto Quotidiano e volto piuttosto noto grazie anche alla frequente presenza in varie salotti televisivi, da Ballarò a Servizio Pubblico. Capisco che in base a questa descrizione il lettore possa essere indotto a fare una serie di equazioni di valore, come: “insegnare economia negli Stati Uniti = competenza e merito”; “partito nuovo = idee fresche”; “Fatto Quotidiano/Servizio Pubblico = area di sinistra”. Temo tuttavia che Boldrin debba essere inquadrato piuttosto come il classico provocatore, impegnato più o meno consapevolmente nella difesa d’ufficio di idee e interessi di parte. Avevo già fatto qualche velato accenno in vari articoli del passato alla possibilità che l’informazione potesse essere condizionata non solo dall’ignoranza degli addetti ai lavori (che è forse il problema principale), ma anche da precisi intenti distorsivi. Ecco: penso che questo sia il caso di Michele Boldrin.

    Quello che squalifica l’economista padovano, tanto per cominciare, non sono le cose che dice, quanto l’atteggiamento che tiene. In tutte le partecipazioni televisive si è sempre distinto per l’arroganza con cui tratta gli interlocutori, che vengono sistematicamente attaccati sul piano personale, incastrati in un’antipatica gara a “chi ce l’ha più lungo” (il curriculum scientifico) e accusati senza mezzi termini di ignoranza. Resta da capire come abbia fatto questo autentico genio dell’economia, che fatica ad abbassarsi al livello dei semplici professori associati, a dare credito ad Oscar Giannino, uno che difficilmente si poteva scambiare per un economista, anche prima che si scoprisse la nota vicenda del finto master.

    Al di là dei modi, tuttavia, anche sul piano teorico le tesi di Boldrin non sembrano molto convincenti. L’economista insiste molto sulle fantomatiche “riforme”, sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa, sul ridimensionamento dello Stato (il che giustifica l’accostamento con i movimenti della destra americana dei Tea Party) e sulla cessione del patrimonio pubblico. Le responsabilità delle banche ci sono, ma, secondo l’economista, dipendono sempre dallo Stato, che le controlla tramite i politici che siedono nelle fondazioni bancarie. Non una parola, invece, sugli squilibri di un sistema finanziario globale senza regole che ha prodotto la crisi dei mutui sub-prime e il crack Lehman Brothers. Allo stesso modo rimane un mistero la benevolenza con cui Boldrin guarda al sistema spagnolo, che pure, a prima vista, sembrerebbe messo peggio del nostro.

    Per inciso, uno così a proposito dell’euro cosa può dire? Ovviamente non può che difendere la moneta unica a spada tratta, replicando i soliti luoghi comuni (cosa che ha aperto spazio all’irrisione e ad una critica serrata da parte di qualche collega). Certo fin qui l’attività divulgativa del (non tanto) simpatico economista padovano potrebbe dipendere soltanto dalla difesa legittima di un’ideologia, che è poi quella della scuola di Chicago, dove Boldrin ha trascorso periodi di studio. Tuttavia, se a pensar male spesso ci si azzecca, qualche spiegazione in più potrebbe venire da ragioni più “prosaiche”. Come è già stato fatto notare, infatti, Boldrin è dentro FEDEA, che, per chi non la conoscesse, è – pensate un po’! – proprio una fondazione ed è sponsorizzata – indovinate un po’! – proprio da banche spagnole.

    Ecco che improvvisamente tutto sembrerebbe assumere un senso: o quantomeno gli inviti a sbarazzarsi in fretta dei cosiddetti “gioielli di famiglia”, se vengono da uno che rappresenta chi movimenta i capitali per comprarli, suonano improvvisamente un po’ più sospetti.

     

    LA QUALITA’ DEI DIBATTITI TELEVISIVI

    In ogni caso, venendo all’altro punto della questione (qualità dei dibattiti televisivi), bisogna dire che, comunque la si pensi su Boldrin, è evidente che se si fa la scelta di invitarlo in trasmissione, non si compie un’operazione neutrale: si definisce anzi un estremo del dibattito in oggetto e si finisce per riconoscere implicitamente a questa posizione una minima dignità e onestà intellettuale; ma soprattutto, una volta che si è fatta questa scelta, poi bisogna anche lasciare che le diverse posizioni siano liberamente dibattute dagli ospiti presenti in studio, perché si possa restituire al pubblico a casa, alla fine, una sintesi convincente.

    Ed invece no. La regola non scritta della televisione italiana è che i dibattiti non devono mai andare al di là della definizione delle due tesi contrapposte; non deve mai emergere un vincitore, perché se no la trasmissione diventa “di parte” e poi “sarà la gente a casa a farsi la sua opinione”; e guai ad approfondire, perché “non bisogna andare troppo sul tecnico”. Così anche il conduttore di punto a capo, il povero Marco Gaiazzi, non si sottrae a questo canovaccio.

    A un certo punto del programma è Claudio Borghi Aquilini ad entrare in polemica con Boldrin, ricordandogli i circa 45 miliardi che l’Italia ha già versato nel cosiddetto Fondo Salva Stati. Boldrin ribatte che le banche italiane rischiano di pagare ben di più in caso di fallimento dei paesi in crisi, perché sono esposte per il 3% su un totale di almeno 1000 miliardi di titoli di Stato europei a rischio. Ha ragione Borghi o ha ragione Boldrin? L’Italia, in quanto contributore netto, in Europa ci sta rimettendo, come vuole Borghi, o tutto sommato paga quello che è giusto che paghi, come vuole Boldrin? Mi sembra un punto interessante; un punto che dovrebbe essere deciso: perché o le cose stanno ad un modo, oppure stanno nell’altro. Tertium non datur.

    E invece Gaiazzi preferisce passare ad un altro ospite e lasciare la querelle in sospeso. Forse che gli spettatori di Class TV, che fa parte del gruppo editoriale di Milano Finanza, non sono interessati ai dati economici? O forse non sono capaci a fare le addizioni o le percentuali? Direi di no. In particolar modo direi che chiunque può capire che il 3% di 1000 è 30; ed è meno di 45. Quindi, ammesso che le cifre date dai due economisti siano giuste, apparentemente ha ragione Borghi. Eppure, stante tutto quello che ho scritto su Boldrin, non è da escludere che avesse altri elementi da aggiungere al dibattito: perché dunque non starlo a sentire? C’era il rischio che si andasse avanti all’infinito? Non mi pare. Allora perché non spendere qualche minuto in più per ascoltare ulteriori dettagli e poi dire: “caro Borghi/Boldrin, mi pare che la matematica smentisca le tue argomentazioni”? Nemmeno di fronte ai freddi numeri si riesce ad avere indipendenza e un briciolo di coraggio intellettuale? Ecco. Spero che da questo esempio appaia chiaro una volta per tutte come si sta comportando l’informazione, le responsabilità che ha, il modo in cui si fa castrare e poi, se serve, il modo in cui si castra anche da sola.

     

    Andrea Giannini

  • Olea Europea: produzione dell’olio e pianta per il terrazzo

    Olea Europea: produzione dell’olio e pianta per il terrazzo

    olivoQuesta settimana daremo qualche consiglio pratico per coltivare una pianta molto diffusa in Liguria ed in tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo: l’olivo. In realtà, esso proveniva originariamente dal Caucaso ma si è, al pari dell’arancio e di altre essenze vegetali ormai tipicamente locali, connaturato al paesaggio dell’Europa meridionale.
    Si vedono frequentemente sui terrazzi ed i balconi piante di olivo, questa pianta attira infatti molto spesso il favore dei botanici in erba ma i risultati non sono spesso scontati. Questo albero cresce al meglio nel pieno terreno ma può tuttavia garantire, con i dovuti accorgimenti e cure non troppo complesse, ottimi risultati anche in vaso.

    olivo 1La scelta di questa essenza ben si presta al clima ligure ed al contesto paesaggistico di questa regione. A mio avviso la pianta si inserisce al meglio in contesti più rustici ed agresti ma, utilizzata quale singola e potata in modo scultoreo, può ben adattarsi anche ad ambiti più formali, quali terrazze e balconi cittadini. In questo caso l’utilizzo del contenitore, sia per forma che per materiale, dovrà essere ben ponderato e contestualizzato all’area in cui si inserisce. Si potranno preferire acciaio o leghe di colori metallici per posizionare la pianta in contesti più moderni o razionalisti ed, invece, il cotto per ambiti più classici.

    olivo 3 Per ottenere i migliori risultati ed avere anche sul terrazzo un piccolo “raccolto” di olive, basterà seguire le seguenti, semplici regole.
    Innanzi tutto non sono richiesti contenitori di grandi dimensioni: una pianta di sessanta centimetri circa può crescere e svilupparsi all’interno di un vaso di venticinque o trenta centimetri di diametro. Se l’olivo supera il metro di altezza, sarà invece necessario un contenitore di almeno cinquanta centimetri di diametro. Generalmente ed al fine di migliorare l’aspetto estetico dell’insieme di piante presenti sul balcone o sul terrazzo sarà meglio optare per alberelli di medie dimensioni, in cui viene maggiormente valorizzata la particolare conformazione dei rami ed il colore delle foglie, della corteccia e del tronco. Come noto, il colore è grigio verdastro e spicca molto bene sia sullo sfondo delle pareti colorate delle case liguri che a contrasto con i verdi brillanti delle altre essenze.
    Come terreno sarà preferibile utilizzare del terriccio universale mescolato, per circa un quarto dell’intero, a sabbia (non però di mare o comunque priva di tracce di salino). Il drenaggio della pianta è fondamentale e dovrà essere garantito tramite l’impiego di numerosi cocci, pietre o palline di argilla, da collocare sul fondo del contenitore. Si potrà procedere all’annaffiatura ogniqualvolta il terreno si presenti asciutto: in generale ogni due o tre giorni, controllando attentamente che non vi sia alcun ristagno d’acqua tra vaso e sottovaso.

    olivo 4In merito alla posizione, sarà preferibile collocare la pianta in pieno sole ed in un luogo arieggiato e che non sia troppo freddo durante l’inverno. La pianta non gradisce che la temperatura scenda sotto i setto o otto gradi centigradi, tuttavia essa è comunque in grado di resistere, se debitamente protetta con paglia o meglio strati di c.d. “tessuto non tessuto”, anche a temperature piuttosto rigide.
    L’olivo richiede infine, per fruttificare al meglio ed abbondantemente, una potatura particolare, tale da richiedere specifiche conoscenze in materia e da garantire uno spazio aperto tra i rami. Ai fini, invece, della semplice coltivazione dell’olivo come arbusto ornamentale, sarà sufficiente rimuovere tutti i polloni, i rami che spuntano direttamente dalle radici, dal tronco della pianta, dal fusto e tutte quei rametti più giovani che compromettano la regolarità della conformazione della chioma.
    olivo 5In generale e da un punto di vista pratico, si suggerisce di attribuire alla pianta una conformazione ad alberello, in cui la parte apicale risulti rotondeggiante od ovaliforme. L’aspetto esteticamente caratterizzante la pianta è infatti principalmente rappresentato dai rami e dal tronco che reggono, corrugati ed intricati, la particolare chioma.
    Come noto, gli esemplari di olivo più antichi o secolari sono altamente ricercati, stante la loro valenza scultorea, per essere collocati in posizioni strategiche di parchi e giardini o per essere posizionati, isolati, in grandi contenitori sulle terrazze. Ai fini della loro valorizzazione, si utilizzerà in tali casi una luce radente e dal basso che esalti la forma del tronco e l’intricato ed elaborato insieme dei rami. Il risultato estetico è notevole ed indubbio anche se il prezzo pagato dall’ambiente è notevole. Antichi oliveti, specie pugliesi, sono infatti stati, negli ultimi anni “depredati”, per immettere sul mercato, a prezzi esorbitanti, olivi antichi e secolari. Questi ultimi sono talvolta però collocati in contesti inadatti o climaticamente incompatibili con le esigenze colturali delle piante (persino in Lombardia!) dove gli alberi, già stremati per l’espianto dal luogo di origine, hanno purtroppo assai breve vita.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • “Siamo vestiti da marinai, senza sapere dove andare”

    “Siamo vestiti da marinai, senza sapere dove andare”

    Lettere dalla LunaHa piovuto a lungo sulle nostre teste, le strade si sono lavate a dovere e il mare ha ingoiato a fatica litri e litri d’acqua sporca. Stroncato a più riprese il corso naturale delle fioriture, il paesaggio per settimane è andato in confusione, come se gli fosse giunto veloce sulla fronte un colpo secco di bastone, come l’alcol nelle tempie quando ti sbronzavi sul serio.

    Ora sembra tutto passato. Ora puoi uscire, senza paura, la mattina puoi liberare gli occhi dall’imbroglio delle croste e aspettarti il sole. Trovi gente lungo i marciapiedi e alle fermate degli autobus, un po’ più illuminata e un po’ meno vestita. Si prova tutti quanti un sottile piacere.

    Intorno continuano a scendere silenziose le serrande dei negozi, gli ampi locali sfitti diventano slot house o empori cinesi, quando si riesce box, altrimenti rimangono vuoti. I risparmi dei nonni tengono per il colletto un sistema in caduta libera, non c’è rivoluzione, non c’è apocalisse e a trent’anni il futuro è già un ospite assente, in ritardo, come la primavera.

    “È solo una fase di passaggio, torneremo a far guazzabuglio nel fango, a fare i maiali con la pancia piena, torneremo a lavorare, a produrre, a spendere”.

    Siamo stanchi, siamo spenti e stanchi. Il cielo è coperto, le nubi nascondono la stella polare.

    Siamo vestiti da marinai, senza sapere dove andare.

     

    Gabriele Serpe

  • Cockney Rhyming Slang, la parlata colorita dell’East End di Londra

    Cockney Rhyming Slang, la parlata colorita dell’East End di Londra

    londra-notte-bus-DIRecentemente mi è capitato di rivedere (o meglio rigustare) un film del 1998 del regista londinese Guy Ritchie, dal titolo Lock, Stock and Two Smoking Barrels, tradotto in italiano come “Lock & stock, pazzi scatenati”. Si tratta di una sorta di Pulp Fiction all’inglese, una commedia – tanto truce quanto ironica – ambientata nei bassifondi dell’East End londinese, la parte più a est della capitale e quindi più vicina all’estuario del Thames, il fiume Tamigi.

    Questa zona della metropoli inglese è considerata storicamente essere il covo della malavita londinese e l’area di chi, per tirare a campare, si arrangia come può. E’ il caso anche dei quattro protagonisti del film appena citato – nel quale appare anche Sting, seppur in un ruolo marginale – che vivono di trucchi, espedienti e piccole truffe. Nel momento in cui i quattro tentano il grande colpo per arricchirsi ai danni di un potente criminale locale, rimangono più o meno consapevolmente invischiati in un gioco molto più grande di loro, riuscendo tuttavia con poca abilità e molta – molta – fortuna a uscire salvi e quasi sani e a tenere i due fucili – barrel in inglese indica la canna di un’arma da fuoco attorno ai quali ruota tutta la vicenda del film.

    Oltre al ritmo incalzante del montaggio, sono principalmente i dialoghi a spingermi a rigustare Lock, Stock and Two Smoking Barrels, in particolare le espressioni colorite e divertenti del cosiddetto Cockney Rhyming Slang tipico dell’East End.

    Cockney Rhyming Slang: di che cosa stiamo parlando? Partiamo dalla spiegazione della parola Cockney, termine sia sociale sia geografico, che identifica la working class  londinese proveniente dalla zona orientale della città. Rhyming significa invece “in rima”, mentre slang indica l’uso circoscritto a determinati ambienti sociali e culturali di parole ed espressioni che normalmente non vengono utilizzate nella lingua standard.

    Sviluppatosi verosimilmente come risposta all’esigenza di ladruncoli, truffatori e malavitosi di vari livelli di non farsi comprendere dalla polizia, il Cockney Rhyming Slang si è nel tempo arricchito di un notevole numero di espressioni, quali China plate – letteralmente “piatto cinese” – in cui plate fa rima con la parola mate, “amico”. Se per qualche motivo avete delle amicizie nell’East End, non sorprendetevi se qualcuno vi saluta così: “Hi, old China”. Il vostro conoscente non vi ha associato ai viaggi in Oriente di Marco Polo, vi sta solo dando del: “Vecchio mio” o “Amico mio.”

    Analogamente, trouble and strife – letteralmente “problemi e conflitto” – fa rima con wife, cioè “moglie”. Con: “Use your loaf” si intende invece: “Usa il cervello,” in quanto loaf of bread – letteralmente “pagnotta” – sta per head, “testa”. Divertente anche Holy Grail – Sacro Graal – usato con il significato di “email”, per cui: “Send me a Holy” vuol dire in realtà: “Send me an email” ovvero “Mandami un’email.”

    La creatività con la quale gli esseri umani riescono a scomporre, ricomporre e modellare il linguaggio a seconda delle loro esigenze e delle circostanze, come dimostrato dall’esempio del Cockney Rhyming Slang, mi ha richiamato alla memoria un capoverso del libro “La scienza della vita” del grande saggista e fisico Fritjof Capra: “Una rete vivente – in questo caso la lingua vista come rete vivente, ndr – risponde agli stimoli dell’ambiente esterno attraverso cambiamenti strutturali scegliendo sia quali stimoli notare sia come rispondere.” See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Equitalia addio, il Comune di Genova riorganizza la riscossione tributi

    Equitalia addio, il Comune di Genova riorganizza la riscossione tributi

    equitaliaEbbene sì, pare che Equitalia sparisca… Anzi no, resta tutto uguale a prima. Prendiamo spunto dalla notizia circolata in questi giorni sull’addio di Equitalia, per fare luce su alcuni aspetti.

    Per quanto riguarda Genova, il Consiglio Comunale si è espresso ieri in Sala Rossa sull’argomento. Così l’assessore Miceli: «Gli uffici amministrativi comunali non hanno le competenze e le risorse per gestire autonomamente la riscossione coattiva. L’attività di Equitalia per conto del Comune di Genova terminerà il 30 giugno, non è ancora chiaro se questa cessazione riguarderà anche le pendenze pregresse». E ancora: «Lo scenario che si apre per i Comuni è la riscossione in proprio delle entrate tributarie e patrimoniali, attraverso l’ingiunzione fiscale disciplinata da un Regio decreto del 1910, o l’affidamento a terzi. Per quanto riguarda il Comune di Genova sono stati già approntati i documenti per aprire una gara per il supporto della riscossione coattiva che si affiancherebbe alla riscossione spontanea di Imu e Tares che avviene già. La gara, con asta al ribasso, sarebbe per un appalto e non per una concessione: il titolare resterebbe il Comune che avrebbe quindi sempre l’ultima voce in capitolo, soprattutto per la gestione dei casi particolari. Qualora dovesse essere prevista una proroga per il servizio di riscossione di Equitalia per ulteriori 6 mesi, molto probabilmente il Comune di Genova ne beneficerebbe. Resta il fatto che è necessaria una riforma del sistema di riscossione e delle sue modalità».

    Nel tentativo di analizzare la questione in un quadro più ampio che vada oltre il singolo caso genovese, cerchiamo di fissare alcuni punti fondamentali.

    Innanzitutto:
    1. Non tutti i comuni hanno Equitalia come agente di riscossione; anzi, molti piccoli comuni hanno dato il mandato a riscuotere a piccole società, rimaste semisconosciute solo perchè hanno compiuto meno scelleratezze rispetto alla più nota “sorella maggiore”;
    2. Le concessioni con Equitalia possono avere scadenze differenti da Comune a Comune, quindi va verificata la data esatta in cui ciò accadrà.
    3. Rimangono in piedi tutti i tributi dovuti in materia di previdenza (INPS) e fiscale (Agenzia delle Entrate); ciò vale a dire che i tributi non di natura comunale restano tali e quali.

     

    LE CONSEGUENZE PRATICHE

    1. Bisognerà fare molta attenzione alle date di notifica, alle prescrizioni e quant’altro possa influire sulla sussistenza di un tributo in capo a ciascun contribuente.
    2. Giocoforza si creerà un buco nero tra la data di scadenza della concessione con Equitalia e la data in cui il Comune, in proprio o attraverso altro agente di riscossione, riprenderà in mano la gestione dei tributi; in altre parole: molti dati potrebbero pedersi per strada, molte sanzioni amministrative potrebbero prescriversi tout court, con ovvio beneficio per il cittadino, ma con grave danno per i Comuni coinvolti.
    3. Proprio per questo motivo, non si può escludere che proprio quei Comuni, per ovviare agli introiti mancati, non emettano nuovi tributi o aumentino quelli già esistenti…

    Vi consigliamo, pertanto, di tenere d’occhio qualunque pendenza possiate avere con gli enti pubblici, in particolare con i comuni.
    Dire a tutti di non pagare e sperare di farla franca è un’opportunità indubbia, ma non è un consiglio che, visto il mio ruolo, mi sento di appoggiare….

    Ultima considerazione: che cosa succede per chi ha delle rateizzazioni in vigore? Per quelle temo che, essendovi traccia tangibile, non ci sia altro da fare che portarle a termine.

    In conclusione: Equitalia, essendo sì una S.p.A. di natura parlamentare (situazione che solo a dirla fa rabbrividire…), solo dal parlamento può essere chiusa; e non basta neppure un referendum abrogativo, stante la natura giuridicamente societaria di Equitalia.

    Mi fanno ridere alcune campagne elettorali contro Equitalia o a favore dell’eliminazione della stessa: molti dei candidati la votarono oppure, se non l’hanno votata, militano in un partito che l’ha votata.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.