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  • Manutenzione delle caldaie: in vigore le nuove norme

    Manutenzione delle caldaie: in vigore le nuove norme

    caldaia-calderinaL’inverno si avvicina ed il tema della sicurezza delle caldaie ritorna come ogni anno in voga. Con esso anche lo spigoloso e spinoso problema delle spese di manutenzione programmata; le aziende del settore avevano fino ad oggi usufruito di una legislazione poco chiara (tanto per cambiare, in Italia…) e facevano il bello ed il cattivo tempo nei confronti degli utenti.

    La domanda da diverso tempo rimaneva sempre la stessa: ogni quanto tempo bisogna fare controllare la caderina? Un anno? Due ? Ognuno diceva la sua.

    Oggi finalmente possiamo dire che esiste una normativa. Difatti, il 12 luglio 2013 è entrato in vigore un decreto del governo che rinnova la disciplina concernente i controlli di efficienza energetica degli impianti di climatizzazione invernale, comunemente noti come caldaie, ed estiva, anche noti come climatizzatori.
    Opportunamente si è mantenuto l’obbligo di far effettuare i controlli a ditte abilitate, mentre sono cambiati il campo di applicazione e la periodicità.
    Per la cadenza dei controlli, se non diversamente esplicitato come obbligatorio dal libretto fornito dall’installatore o, in mancanza di
    questo, dal libretto del fabbricante, si applicano i termini che possono essere così sintetizzati: i controlli per impianti di potenza compresa fra 10 e 100 kiloWatt, nei quali rientrano tutti quelli domestici, compresi quelli di piccoli condomini, devono essere effettuati ogni 2 anni se l’impianto è alimentato a combustibile liquido o solido e ogni 4 anni per se alimentato a gas, metano o GPL. Per gli impianti di potenza pari o superiore a 100 kW i tempi sono rispettivamente dimezzati.

    Novità importanti anche per quanto concerne le ispezioni, che nella Liguria sono affidate a enti o società di proprietà pubblica. Nel nuovo regolamento si stabilisce che “l’accertamento del rapporto di controllo di efficienza energetica inviato dal manutentore o terzo responsabile è ritenuto sostitutivo dell’ispezione”.
    Pertanto le ispezioni sono destinate a cessare, tranne che per particolari situazioni, quali ad esempio:
    a) impianti per cui non sia pervenuto il rapporto di controllo di efficienza energetica o per i quali in fase di
    accertamento siano emersi elementi di criticità;
    b) impianti dotati di generatori o macchine frigorifere con anzianità superiore a 15 anni.

    Ricordiamo che, oltre all’effettuazione dei controlli, è obbligatorio pagare periodicamente il ticket, ossia la quota individuale che serve a finanziare le ispezioni. Normalmente il pagamento si esegue al tecnico che effettua il controllo. Solo per coloro hanno regolarmente adempiuto a tutti gli obblighi l’eventuale ispezione all’impianto avviene senza costi.

    Per concludere, possiamo dire che non è stato fatto un miracolo legislativo, ma un passo avanti. In questo caso, va detto, bisogna dare prima un occhio alla nostra sicurezza domestica che non a normative farraginose ed inutili.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Incredibile, il Pd ha una strategia: “Berlusconi, fai cadere il governo!”

    Incredibile, il Pd ha una strategia: “Berlusconi, fai cadere il governo!”

    Enrico LettaQuesta volta sembrerebbe proprio che il PD sia seriamente intenzionato a togliere di mezzo Berlusconi. Di sicuro – l’abbiamo detto – molto, se non tutto, si deve alla presenza del M5S, che rischierebbe di fare man bassa di voti qualora i dirigenti democratici derogassero alla linea dell’anti-berlusconismo. Senza questa concretissima minaccia, probabilmente le cose sarebbero andate come sono sempre andate negli ultimi vent’anni: sarebbe arrivato il soccorso rosso – un escamotage partorito da qualche mente brillante della sinistra italiana – che avrebbe rimesso in sella ancora una volta il Cavaliere dimezzato. Tuttavia, un conto è adattarsi passivamente e contro voglia a una strada segnato, un altro conto è prendere atto della situazione e cercare di sfruttarla a proprio vantaggio. E potrebbe essere che, per una volta, il PD abbia deciso di imboccare questa seconda strada.

    Ovviamente non c’è nulla di concreto: stiamo parlando di sensazioni; e visti i soggetti, ogni previsione è un azzardo. Eppure (starò impazzendo, ma…) pare proprio che questa volta il PD abbia una strategia.

    Si, lo so: sembra assurdo. Proviamo però a riconsiderare le dichiarazioni di queste settimane. Non passa giorno senza che qualcuno non ricordi quali terribili disgrazie ci attendono, se Berlusconi fa cadere il governo: i sacrifici fatti vanificati, il ritorno della recessione, la calata dei lanzichenecchi della Commissione Europea, un paese allo sbando, carestia, povertà, cavallette, terremoti e tutte le sette piaghe d’Egitto. Benché a fare di queste osservazioni non sia il solo governo Letta (che si trova anzi nella buona compagnia di un fronte compatto che va da Bruxelles alla Confindustria), mi pare di scorgere, tuttavia, una strana insistenza da parte degli esponenti del PD, quasi a voler mettere le mani avanti. Se a ciò si aggiunge la reazione di Epifani al video-messaggio di Berlusconi, una reazione tanto più insolitamente dura, quanto più si consideri l’evidente reticenza del Cavaliere di fronte all’ipotesi di staccare la spina al governo Letta, ecco che viene quasi il sospetto che a sinistra qualcuno sia interessato ad accelerare la crisi di governo.

    Si tratterebbe di un retro-pensiero del tutto opposto a quello che appare in facciata: eppure sarebbe un pensiero logico, considerando lo stato dell’economia. Infatti, questa microscopica inversione di tendenza che stiamo registrando – lo sanno tutti, e a maggior ragione non può essere ignorato dai dirigenti del PD – dipende in gran parte dal fatto che gli aggiustamenti fiscali, come l’aumento dell’IVA o la copertura da garantire dopo l’abolizione dell’IMU, sono stati finora rimandati: il che ha permesso un temporaneo allentamento della morsa tributaria a tutto vantaggio dei consumi. Insomma, paradossalmente il governo se la sta cavando proprio perché non sta facendo nulla; non ha fatto cioè quelle “riforme” grazie alle quali, in teoria, il paese dovrebbe star bene, e senza le quali, tuttavia, in pratica sta molto meglio.

    Di converso si rischia di sforare il tetto del 3% di deficit, obiettivo che avevamo raggiunto appena qualche mese fa e che era stato ratificato dall’Unione Europea con la chiusura della procedura di infrazione (sbandierata come un successo della serietà di Letta, ma in realtà diretta conseguenza dei tagli di Monti). Purtroppo l’attuale governo ha una linea troppo filo-europeista per mettere i discussione i rigidi parametri di bilancio imposti da Bruxelles; e il risultato è che Letta e il PD sono stretti tra l’incudine dei piccoli accenni di ripresa, che vanno a scapito dei conti pubblici, e il martello del rigore contabile, che va a scapito dell’economia. In autunno si dovrà fare i conti con la realtà: o si fa contento Olli Rehn con nuove tasse, o si fa contento il paese sforando il deficit. In ogni caso ne uscirebbe del tutto sconfessata la linea dell’esecutivo, che pretende di coniugare il rigore (la famosa “credibilità” a livello europeo) con la crescita.

    Una bella gatta da pelare. Che però Berlusconi potrebbe provvidenzialmente risolvere aprendo la crisi. A quel punto i dirigenti del PD potrebbero scaricare interamente sul Cavaliere ogni responsabilità per i problemi che arriveranno in autunno: “Andava tutto così bene! Se solo quel conclamato evasore di Berlusconi non avesse smesso di sostenere il governo, avremmo potuto continuare nel risanamento, migliorando i conti pubblici, consolidando la crescita, rafforzando la nostra credibilità…” e via col vento delle panzane.

    Il piano potrebbe essere già pronto: “scouting” selvaggio a scapito del M5S (ossia una sfacciata compravendita di parlamentari), combinato con una martellante campagna mediatica sui rischi dell’ingovernabilità. A quel punto i grillini potrebbero spaccarsi sull’esigenza di dare un governo al paese, e una parte di essi potrebbe andare a sostenere un nuovo esecutivo a guida PD. In quest’ottica assumerebbe senso anche la decisione di Napolitano di nominare quattro senatori a vita, utili proprio a rimpolpare i voti di una nuova ipotetica maggioranza.

    Se il piano non avesse successo, invece, si  tornerebbe alle urne, con esiti incerti: ma almeno il PD eviterebbe di venire asfaltato, tornando dagli elettori con il carico di un’alleanza impresentabile fortemente voluta e finita male, un europeismo sterile e controproducente, ed infine un’economia italiana, di cui la Costa Concordia sarebbe davvero lo specchio più fedele. E’ stata risollevata, è vero: ma solo per essere demolita.

     

    Andrea Giannini

  • Premier League e sceicchi: gli interessi del mondo arabo in Inghilterra

    Premier League e sceicchi: gli interessi del mondo arabo in Inghilterra

    liverpool-you-ll-never-walk-alone“And you’ll never walk alone, you’ll never walk alone”. Se siete appassionati di football o se vi è capitato di visitare Liverpool, non potete non aver mai sentito queste parole. “Non camminerai mai solo” è la canzone che accompagna i giocatori del Liverpool FC all’inizio di ogni loro match casalingo.

    In effetti non è solo la gloriosa squadra dei Reds, ma tutto il calcio inglese in generale a non camminare più da solo ormai da più di dieci anni. La Premier League, il massimo campionato inglese, è diventata una vetrina mondiale e da ogni lato del globo businessmen e politici hanno iniziato a sentire l’odore di soldi e di impunità proveniente da Londra e dintorni.

    Lo hanno capito gli sceicchi di Dubai e Abu Dhabi, con l’acquisto del Manchester City da parte del principe Mansur e con il finanziamento di un importante stadio londinese non a caso battezzato con il nome di Emirates Stadium. D’altra parte, già Micheael Moore nel suo documentario Fahrenheit 9/11 sull’attacco (“presunto” secondo il regista) agli Stati Uniti  alle Twin Towers aveva fatto luce sugli interessi miliardari del mondo arabo, in particolare quello saudita, nei paesi anglosassoni.

    Prima dei fat cats – i ricconi – emirati aveva già intuito il potenziale del calcio inglese un altro tycoon asiatico, il tailandese Thaksin Shinawatra, ex Primo Ministro del suo Paese, che guarda caso da quasi dieci anni vive in esilio tra Londra e gli EAU per via di accuse di abuso di potere e corruzione.

    Un’altra celebre figurina nell’album dei magnati overseastermine che letteralmente significa “oltremare” ma in UK designa tutto ciò che è straniero – è quella di Roman Abramovich, amicone di Putin arricchitosi in maniera sospetta grazie a relazioni molto discutibili, tra cui quella con l’ex re degli oligarchi russi Boris Berezovskji, recentemente trovato morto in una sua casa in Inghilterra.

    A completare il quadro non potevano mancare gli americani, che quando possono combinare sport e business si muovono più velocemente di Usain Bolt e Carl Lewis messi insieme.

    Malcolm Glazer è il proprietario di una delle squadre più ricche e popolari del mondo, il Manchester United, mentre per collegarci all’inizio dell’articolo è proprio vero che i Reds non camminano soli visto che a possedere il Liverpool FC è John W. Henry, padrone anche dei Boston Red Sox, mitica franchigia di baseball, e del Boston Globe, principale quotidiano dell’omonima città.

    Ha proprio ragione il filosofo ed economista belga Marc Luyckx Ghisi: l’Italia è sempre anticipatrice di grandi cambiamenti. A usare la popolarità data dal calcio per interessi personali e a fare un bel minestrone di sport, editoria, affari e politica noi – e in particolare Lui – ci eravamo arrivati già diversi anni fa, alla fine dei favolosi anni Ottanta. Oltre comunque all’ovvio esempio berlusconiano, abbiamo in tempi più recenti quello di Luciano Zamparini, un friulano trapiantato a Palermo per diventare il presidente della squadra del capoluogo siciliano e – toh! – per aprire in Sicilia diversi centri commerciali, oppure di Urbano Cairo, editore e proprietario del Torino Calcio.

    Il sentimento davanti a questi giochi di soldi e potere che nulla hanno a che fare con la genuina passione sportiva può essere di sconforto e di impotenza. Tuttavia, si può anche agire: basta disdire l’abbonamento alle televisioni a pagamento; capisco che per alcuni sia doloroso, ma è molto semplice e sarebbe una mazzata efficace contro questo sistema.

    PS You’ll Never Walk Alone cantata dai tifosi del Liverpool è davvero uno spettacolo emozionante, tanto che gli stessi Pink Floyd la inserirono per chiudere Fearless, una delle loro canzoni più belle. See you!

     

    Daniele Canepa

  • Garanzia sui prodotti acquistati: la legge e il codice di consumo

    Garanzia sui prodotti acquistati: la legge e il codice di consumo

    economia-soldi-finanza-banche-DIAnche questa settimana la voglio dedicare al ripasso di alcune norme da ritenersi fondamentali nell’ambito del consumierismo. Ci riferiamo alla garanzia sui prodotti.

    Orbene, dal lontano 2002 (decreto legislativo 24 del 02/02/2002 in attuazione della direttiva CE 1999/44) la garanzia sui prodotti è stata elevata ed inchiodata al termine tassativo di due anni. Il codice del consumo, decreto legislativo 206 del 2005 ha perfezionato codesta regola con gli articoli 130 e 132.

    Senza volerci soffermare su ogni dettaglio di queste due norme, vogliamo ricordare in maniera schematica il funzionamento delle garanzie dei beni di consumo. In primo luogo, ricordiamo che il termine di 24 mesi è la garanzia legale che la legge, per l’appunto, determina. Per garanzia convenzionale si intende un diverso termine che deve essere comunque rispettato da chi lo offre; nel caso in cui questo termine sia inferiore ai 24 mesi, deve essere conosciuto e sottoscritto dal consumatore.

    E qui sta la truffa, qui sta l’inganno! Basta aggirarsi tra le corsie di un ipermercato o di un centro commerciale e si scoprono promozioni del tipo: “Garanzia del produttore di 12 mesi”. Sbagliato, illecito, truffaldino. In questo modo si tende a confondere la figura del produttore con quella del venditore, figura quest’ultima su cui la legge addossa l’onere della garanzia.

    E così, se acquistate un cellulare, vi capita facilmente che un guasto durante il primo anno di vita del cellulare medesimo ve lo riparano loro ed un guasto successivo verrà riparato da un fantomatico centro di assistenza sovente lontano dal posto dove avete acquistato l’oggetto.
    Questa situazione, è vero, non fa decadere la garanzia legale, ma vi complica inutilmente la vita.

    Altra situazione già discussa: la vendita dei beni usati, in special modo le automobili. Cartelli enormi con scritto “occasione” oppure “garanzia 12 mesi” . Errato, illecito, quasi truffaldino. La garanzia sui beni usati resta di 24 mesi; il consumatore può accettare per iscritto una garanzia inferiore, ma deve essere a conoscenza di che cosa dice la legge.

    E il concessionario non è la legge… Ho già avuto modo di rimarcare come certe case automobilistiche offrano una garanzia superiore a quella legale di due anni: questo è sintomo di serietà e, verosimilmente, di buona qualità dei mezzi venduti.

    Vi ricordo, in conclusione, che il consumatore è colui che, nell’ambito della sua vita privata e cioè non professionale, acquista un bene o un servizio. La stessa persona, qualora rivesta la qualità di professionista, non gode dei benefici legali tipici del consumatore in termini di garanzia; quest’ultima, in quel caso, si riduce a 12 mesi.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]

  • Fine degli anni 70: festival, musica negli stadi e istituzionalizzazione

    Fine degli anni 70: festival, musica negli stadi e istituzionalizzazione

    Paul Mccartney in concertoConsiderando a distanza i movimenti storici, culturali, artistici si pone in evidenza un tratto comune: il massimo livello di carica espressiva viene raggiunto nel periodo in cui già si fanno sentire le prime avvisaglie di “crisi”. Anche il periodo da noi affrontato in questa lunga serie di scritti non sfugge a questa “regola”, infatti l’impatto sociale massimo si ebbe nella seconda metà degli anni ’70, quando già si riconoscevano i primi segni del riflusso. L’energia creativa liberata tenne, tuttavia, banco ancora per diversi anni, da un lato recepita a posteriori dalle istituzioni; dall’altro tenuta in vita, artificialmente, dall’industria culturale unicamente per scopi commerciali, in scenari socio-economici globalizzati e ormai radicalmente modificati, dove la creatività continuerà a vivere come “ricerca individuale” impossibilitata a divenire – nell’orizzonte di oggi – comportamento diffuso e condivisibile.

    Se l’espressione artistica, nelle sue punte più avanzate, spesso “anticipa la storia” (intendendo con questo la capacità visionaria di prefigurare nuovi mondi possibili, indicare faticosi sentieri per un cambiamento praticabile, segnare direttamente la linea di rottura con linguaggi/schemi sociali/concezioni del mondo/abitudini e costumi radicati e tradizionali…), parallelamente libera energie creative che nel loro impatto con la società, continueranno a dare frutti (…”cattivo esempio”?…) per un periodo più o meno lungo, anche quando il magma rivoluzionario avrà ormai attenuato la propria incandescenza e le spinte più spontanee e anarcoidi saranno rifluite o addomesticate. Segno di questa “bolla di energia” potrebbero essere considerate da un lato la linea di continuità creativa e produttiva di musicisti, gruppi, etichette etc…che rimarranno in attività, con tutte le difficoltà esterne, dovute ad un paesaggio sociale ormai radicalmente mutato, ed interne, “psicologiche”, dovute ad un senso di isolamento, straniamento, crisi di identità (sentimento che, bruciante, toccò soprattutto i compositori di ari colta). Questo da un lato, dall’altro una risposta “istituzionale” – di necessità in ritardo sulla storia viva – che comunque recepì i desideri di cambiamento.

    Nel nostro paese l’epopea dei grandi festival iniziò verso la fine degli anni ’70, quando già si iniziavano ad intravedere i primi effetti del “riflusso”. Nuovi amministratori negli enti locali – conseguenza diretta di un diverso assetto politico-istituzionale – permisero e/o attuarono (grosso modo fino alla seconda metà degli anni ’90) una programmazione, a volte coraggiosamente aperta alle correnti espressive più recenti. Molti compositori contemporanei e “sperimentali” (pur in piena crisi di identità, come si è appena ricordato) ricevettero concrete proposte di lavoro e le loro opere vennero messe in cartellone, insieme ai classici. Anche il jazz e il blues uscirono dalla dimensione “underground” per raggiungere, grazie a importanti rassegne come Umbria Jazz, Siena Jazz, Pistoia Blues etc…un più vasto pubblico di appassionati. La riuscita di questi appuntamenti di grande risonanza si dovette anche ad un impegno istituzionale impensabile fino a qualche anno prima.

    Per la canzone d’autore – che , come si è visto iniziò in sordina e accompagnò in crescendo tutta l’evoluzione della vita politica italiana – ora, mentre il movimento stava rapidamente spegnendosi, arrivò l’epoca dei grandi concerti negli stadi: la tournèe di “Banana Republic”, di F. De Gregori e L. Dalla, i concerti di Vasco e, un po’ dopo, Ligabue. I nuovi equilibri politico-partitici portarono ad una riforma del servizio pubblico radio-televisivo (…possiamo pure leggere “lottizzazione”…): nacque “Rai tre”, più sensibile alle tematiche socio culturali care alla sinistra. Il fenomeno di una maggiore considerazione istituzionale riguardò, con precipue caratteristiche, anche le arti visive, la poesia, il teatro (ad esempio Dario Fo e Giorgio Gaber, figure molto vicine al movimento approdarono in Tv). Ma se nei primi anni ’60 tutto avveniva magmaticamente, nel “fuoco degli eventi” (…non solo in senso figurato…), dove c’era chi si improvvisava organizzatore, impresario, discografico, conduttore radiofonico, cantautore (molti che oggi sono affermati iniziarono così), ora – negli anni ’80 – tutto diventerà “attività professionale” con i ricordi dell’entusiasmo movimentista ormai alle spalle. Ecco, a questo punto il mercato – che di solito è colto di sorpresa dai sommovimenti sociali realmente innovatori – iniziò a dare consistenza ai tentativi di recuperare terreno, cavalcando l’onda della grande diffusione delle “nuove idee”.

     

    Gianni Martini

  • Crisi, cercasi dibattito serio: il punto dopo la telenovela estiva

    Crisi, cercasi dibattito serio: il punto dopo la telenovela estiva

    futuroL’estate ci ha lasciato in eredità tanti temi politici di cui discutere: l’incerto futuro del pregiudicato Berlusconi, la conseguente fragilità e inconsistenza del governo Letta-cunctator, le manovre per smantellare la Costituzione, lo psico-dramma della “instabilità politica”, il “protagonismo” di Napolitano, l’inarrestabile ascesa di Renzi, i dilemmi in casa 5 stelle per un’improbabile futura alleanza con il PD, la “abolizione” dell’IMU, le agghiaccianti ipotesi del ministro dell’economia circa nuove svendite del patrimonio pubblico, l’approssimarsi del cruciale appuntamento delle elezioni tedesche, ed infine i venti di guerra in Siria. Tuttavia entrare nel dettaglio di questi temi senza avere prima riepilogato il quadro generale, lo scenario sullo sfondo del quale si agita tutto questo balletto, significa occuparsi della pagliuzza ignorando la trave. E la trave oggi è il dibattito economico sulle ragioni e il superamento della crisi.

    Come siamo finiti in recessione? Come (e quando) ne usciamo? Dalla risposta a queste domande dipendono evidentemente le politiche economiche che vengono elaborate in risposta alla crisi; cioè quelle stesse politiche che poi vengono somministrate ai paesi in difficoltà come il nostro. Il che genera, com’è naturale attendersi, un dibattito molto acceso tra gli economisti. Eppure, nonostante l’evidente impatto di questa discussione per il nostro immediato tenore di vita, un’opinione pubblica distratta e impreparata ne rimane del tutto all’oscuro oppure ne ricava una visione completamente distorta.

    Questa anomalia è la chiave di volta per comprendere la cornice in cui ci muoviamo, per avere cioè un quadro di riferimento alla luce del quale valutare i singoli episodi politici. Per questo motivo occorre riprendere il nostro percorso a partire da qui: ossia dal totale travisamento che il tema della crisi economica subisce quando si passa dal piano scientifico al piano divulgativo, e quindi dal modo in cui ciò condiziona il dibattito politico.

     

    IL LATO DELL’OFFERTA

    lavoroSuona complesso, ma, almeno a un livello generale, la questione è in realtà piuttosto semplice. Pensiamo alle esortazioni che tutti i santi giorni qualche organismo europeo sente il dovere di rivolgerci: che cosa “ci chiede l’Europa” attraverso l’austerity? Essenzialmente due cose: 1) tagliare la spesa pubblica e 2) varare “riforme strutturali”. Le riforme strutturali sono, per un verso, riforme che impediscano l’accumulo nel tempo di eccessiva spesa (e quindi di debito), per l’altro sono semplicemente liberalizzazioni (meno vincoli, meno burocrazia, maggiore concorrenza, eccetera).

    A questa ricetta sono dunque sottesi precisi presupposti teorici. C’è l’idea che lo Stato sia un attore economico sostanzialmente inefficiente e che sia quindi preferibile limitarne il peso. E poi, all’opposto, c’è l’idea che il mercato, se lasciato libero di spiegarsi al meglio, sia in grado di trovare da solo l’assetto produttivo più soddisfacente. La crisi, coerentemente, dipenderebbe proprio dal tradimento di questi presupposti: cioè lo Stato è intervenuto troppo, generando debito pubblico, mentre il settore privato, gravato da “lacci e lacciuoli”, non è stato abbastanza efficiente. Dunque, riducendo il ruolo dello Stato e agendo su quello che si chiama il “lato dell’offerta” (la competitività di chi produce beni e servizi), sarebbe possibile uscire dalla crisi.

    Tutto questo dovrebbe suonare familiare al lettore; non tanto perché questa teoria sia in effetti materia di dibattito in Italia, quanto piuttosto per il fatto che essa è la base stessa del dibattito. Sia a livello politico che a livello giornalistico, infatti, da destra a sinistra e per tutto l’arco parlamentare, la discussione verte intorno a quali spese ridurre e in che modo essere più produttivi. Che si tratti degli F-35 o delle pensioni, delle provincie o degli insegnanti di sostegno, è comunque scontato che nel complesso siamo di fronte ad un gioco a somma negativa, ossia che qualcosa da qualche parte bisogna tagliare per forza. Ed è altrettanto scontato che sia necessario migliorare la competitività del paese rispetto all’estero (privatizzando, creando una forza lavoro con costi convenienti per le imprese, attirando i capitali, liberalizzando, tranquillizzando i mercati, eccetera).

    Dunque, se questo dibattito in Italia ha un qualche senso, dobbiamo aspettarci che non ci siano a livello scientifico altre interpretazioni possibili. Cioè, se ci fossero molti famosi accademici, e non solo strampalati predicatori del web, che si mostrassero contro il contenimento della spesa pubblica, prima o poi questa idea sarebbe già filtrata anche nell’opinione pubblica, e qualche giornale o qualche partito si sarebbe messo a cavalcare questa linea. Il fatto che nessuno parli di aumentare la spesa, è la miglior prova che l’idea non ha il sostegno di questa enorme schiera di economisti.

    E invece si da il caso che questo schiera ci sia.

     

    IL LATO DELLA DOMANDA

    lavoro_operai_cantiereEsiste una scuola di pensiero – che si rifà addirittura a quello che probabilmente è l’economista più famoso della storia (l’inglese John Maynard Keynes, 1883-1946) – che tra le sue fila annovera studiosi di grandissimo prestigio e straordinario rilievo accademico (compresi anche diversi premi nobel) tutti convinti che in tempi di crisi lo Stato si debba far carico di politiche espansive e investimenti, mettendo temporaneamente in secondo piano il problema del debito.

    Questo presuppone un quadro teorico completamente ribaltato: lo Stato ha una funzione positiva e i mercati devono essere normati, perché non sono in grado di auto-regolarsi. Anche la diagnosi della crisi segue un canovaccio opposto: i movimenti di capitali liberalizzati e senza regole stanno alla base degli squilibri che hanno portato alla recessione economica (prima) e all’esplosione dei debiti pubblici dei paesi periferici (poi).

    Ciò non significa che questi economisti accettino le sacche di clientelismo e corruzione presenti anche nello Stato italiano. Tanto meno negano l’opportunità di ridurre gli sprechi. Ciononostante essi sostengono che, in recessione, una politica che nel complesso produca tagli alla spesa è una politica miope, per il semplice motivo che la spesa di una persona è l’entrata di un’altra. In altri termini, sebbene sia indubbio che – per fare un esempio – la Calabria potrebbe trovare modi socialmente più utili per impiegare le migliaia di forestali di cui si è dotata negli anni, è anche vero che sarebbe una scelta suicida licenziarli in blocco, perché questi, insieme al loro stipendio, perderebbero anche potere di acquisto e propensione al consumo, contribuendo così alla depressione dell’economia.

    E’ questo il motivo per cui i salvataggi europei non stanno salvando nessuno: perché trascurano quello che si chiama il “lato della domanda”, ossia le politiche volte a raggiungere un determinato livello di reddito medio, in grado di sostenere la domanda di acquisto di beni e servizi. Ed è proprio la piccola, momentanea e fisiologica battuta d’arresto del rigore ad avere favorito il piccolo, momentaneo e fisiologico rimbalzo della crescita che si sta registrando in questo periodo.

     

    DESTRA E SINISTRA: IL “DIBATTITO” A UNA TESI SOLA

    La polemica potrebbe proseguire; e le ragioni delle due parti sono evidentemente molto più complesse di come è stato fin qui sintetizzato. Tuttavia ai fini del nostro discorso non è tanto importante capire chi abbia ragione, quanto evidenziare che esiste un dibattito a livello scientifico mondiale, che però è negato a livello politico europeo.

    Non lo dico io: lo ha scritto l’assai più influente Wolfgang Münchau in un articolo apparso su Der Spiegel (tradotto in italiano qui). Secondo il prestigioso editorialista del Financial Times, la SPD tedesca (ma lo stesso discorso si potrebbe fare anche per il nostro PD e per gran parte delle sinistre europee) è incapace di essere un’alternativa politica perché non possiede al fondo una visione politica alternativa: ossia il pensiero politico-economico e la narrazione della crisi fatta dai socialdemocratici è sostanzialmente coincidente con l’analisi della destra liberista. Negli ultimi trent’anni la sinistra ha progressivamente rimosso Keynes e lo stato sociale, per sposare il credo del libero mercato, tradendo così – aggiungo io – la sua funzione storica e trasformandosi nei fatti in una destra senza razzismo e senza omofobia.

    Negli Stati Uniti la contrapposizione politica ha almeno un po’ di senso economico: i repubblicani vogliono meno Stato, meno interferenze e meno tasse; i democratici più Stato, più diritti e più servizi pubblici. In Italia, invece, c’è questa curiosa diatriba tra liberisti “di destra” e liberisti di “sinistra”: come se il liberismo fosse un valore assoluto, quasi un sinonimo di “democrazia”, e l’identità di sinistra si esaurisse nell’elemosina a chi sta peggio e nei diritti delle minoranze (nel terzo millennio c’è ancora bisogno di discuterne…?).

    Eppure la “rinascita keynesiana” degli ultimi cinque anni, il successo del modello scandinavo, la politica espansiva di Giappone, Stati Uniti e Regno Unito stanno lì a dimostrare che c’è tutto lo spazio per realizzare una politica economica autenticamente sociale senza tornare al marxismo e senza scadere nel liberismo. Il paradosso che abbiamo di fronte è quello di una classe dirigente di sinistra che non sa (o non vuole) interpretare questo ruolo.

    (Siamo arrivati così al nodo centrale, il quadro di riferimento della nostra analisi. Avremmo poi modo di apprezzare nel concreto come questo stato di cose condizioni la vita politica del nostro paese e dell’Europa).

     

    Andrea Giannini

  • Assicurazioni auto, quadro generale: tacito rinnovo e polizze online

    Assicurazioni auto, quadro generale: tacito rinnovo e polizze online

    rally automobilismoSettembre, è tempo di ringhiare. Ebbene sì, cari lettori, siamo tornati… Dopo la rovente estate gli argomenti da trattare sono tanti, quindi ho deciso di riprendere con tematiche di tipo assicurativo, dato che diverse persone ci hanno contattato.

    Così, mi pareva giusto specificare ancora alcuni elementi di codesta confusa materia; in particolare relativamente alle polizze Rc Auto. Innanzitutto, due chiarimenti sulla cd. legge Bersani che nel 2007 ha rivoluzionato tutto:

    a) essa si applica a familiari conviventi
    b) essa si applica solo e soltanto in caso di effettivo passaggio di proprietà o di acquisto di un mezzo nuovo.

    Questa normativa ha permesso ai clienti di risparmiare molti quatrini, ma ha creato un evidente danno alle compagnie assicuratirci, le quali, sistemando in classi di bonus/malus molto vantaggiose gli inesperti neopatentati, si sono viste aumentare il numero dei sinistri… a danno dei guidatori virtuosi. Conseguenza di ciò è stata poi l’introduzione della normativa sul cd. “indennizzo diretto” che ha ulteriormente falcidiato clienti e compagnie.

    Ultima innovazione legislativa è stata l‘abolizione del tacito rinnovo delle polizze Rc Auto. Mi raccomando: solo le polizze Rc Auto.
    Le polizze ad essa connesse, purché distinte, hanno un proprio iter, quello tradizionale, e necessitano quindi di disdetta nei termini contrattualmente previsti, come già abbiamo avuto modo di raccontarvi qualche settimana addietro.

    Considerando che le leggi in materia assicurativa mutano allegramente e spesso, occorre prestare la massima attenzione; difatti anche tra gli assicuratori regna sovente molta confusione.
    L’errore del vostro assicuratore, di solito, lo pagate voi.

    Un’ultima considerazione: oggi pullulano le assicurazioni on line. Potete verificarne la regolarità sul sito dell’IVASS, laddove sono elencate tutte le imprese assicuratrici, italiane e straniere, che sono legittimate ad operare in Italia.
    Queste imprese praticano prezzi spesso concorrenziali, specialmente per gli automobilisti virtuosi, però bisogna sapere leggere con attenzione le condizioni contrattuali.
    Le polizze stipulate via web sono in forte aumento e la norma relativa al tacito rinnovo si deve proprio a questo fenomeno.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Società partecipate, tutto da rifare: la Giunta ritira la delibera

    Società partecipate, tutto da rifare: la Giunta ritira la delibera

    doria-folla-protesta-consiglio-comunaleLa Giunta fa dietrofront sulle partecipate. O quasi. Con una nota piuttosto stringata l’ufficio stampa di Palazzo Tursi rende noto che, in accordo con i capigruppo consiliari di maggioranza, sindaco e assessori hanno deciso di posticipare la delicata discussione sulla delibera tanto voluta dal Pd e inizialmente inserita in calendario alla ripresa dei lavori dell’assemblea prevista per martedì prossimo.

    Come si legge nel comunicato, il ritiro del provvedimento – che dovrebbe portare alle ventilate  privatizzazioni (parziali) di Amiu, Aster e di altre società in house – parrebbe solo una questione formale. Dal momento che lo stesso Consiglio comunale, nella sua ultima seduta prima delle vacanze, aveva deliberato la propria riconvocazione per il 10 settembre ponendo all’ordine del giorno un incontro monotematico sul provvedimento in questione, non sarebbe stato possibile modificare l’iter se non attraverso il ritiro della delibera.

    Sindaco e assessori, comunque, tengono a sottolineare l’importanza del documento e confermano la volontà di portarlo nuovamente in discussione in Sala Rossa entro la fine di ottobre. Magari con qualche sensibile ritocco. La mossa della Giunta, dunque, è solo un espediente tecnico che consentirà “lo svolgimento del confronto richiesto dalle organizzazioni sindacali e attualmente già in corso, sulla situazione e le prospettive del sistema partecipate e delle diverse aziende”. Forse, ci si poteva pensare già prima dell’estate.

    Non è ancora giunto il momento di cantare vittoria per i lavoratori di Amiu, Aster e Amt. Ma, senza dubbio, la dura protesta messa in atto il mese scorso ha inciso sulla decisione.

    Evidentemente soddisfatto il capogruppo del M5S, Paolo Putti, che con un duro ostruzionismo era stato tra i principali protagonisti del primo rinvio della delibera. «È una notizia molto positiva per noi ma soprattutto per i cittadini e per i lavoratori delle società partecipate. Ci siamo dovuti massacrare per una settimana perché concedessero il rinvio prima della pausa estiva e adesso scopriamo che avevamo ragione. I maligni dicono che si è arrivati oggi perché l’ha chiesto qualche sindacato che si era scordato di chiederlo un mese fa. Questo restituisce una debolezza profonda all’interno delle istituzioni. Noi, comunque, ci limitiamo a prendere il buono che ne deriva per i lavoratori, che finalmente potranno essere ascoltati. Speriamo che dal confronto con le parti sociali si possa arrivare a costruire un piano per le partecipate che abbia davvero l’obiettivo di valorizzare i beni comuni, senza tartassare i lavoratori».

    La nuova situazione è vista di buon grado anche dalla Lista Doria: «Sicuramente – dice il capogruppo in Consiglio comunale, Enrico Pignonesi tratta di un passo avanti rispetto a una situazione che non era nata benissimo. Il documento presentato dalla giunta non doveva sancire la privatizzazione delle società partecipate ma piuttosto indicare delle linee di indirizzo condivise per la gestione delle aziende e il mantenimento di servizi essenziali per la comunità. Dato che non c’è la necessità di una corsa contro il tempo, credo che si potrà lavorare decisamente meglio ascoltando, con la giusta calma, tutte le parti sociali».

    «Me l’aspettavo – il commento laconico di Lilli Lauro, capogruppo Pdl in consiglio comunale – era evidente già da quel famoso venerdì 2 agosto che se non si fosse approntato un percorso per ascoltare i lavoratori in commissione consiliare, si sarebbe arrivati al ritiro della delibera. La decisione di oggi è la dimostrazione della bontà di quanto avevamo detto mesi fa, ovvero che si poteva lavorare fin dall’inizio partecipata per partecipata, puntando sulle Fondazione. Sindaco e giunta sono stati obbligati a ritornare sui propri passi perché si sono trovati contro tutti i lavoratori che li hanno votati. È l’ennesima dimostrazione di come il sindaco non abbia coraggio e chi gli sta intorno sono degli incapaci. Speriamo di trovare una soluzione entro fine ottobre che tuteli sia i lavoratori sia le casse comunali».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Web e finanza, Facebook: quotazione, ricavi e rischio bolla finanziaria

    Web e finanza, Facebook: quotazione, ricavi e rischio bolla finanziaria

    FacebookFacebook. Miliardi di tastiere digitano ogni giorno queste otto lettere. Il social network più popolare del mondo, un sito internet capace in così pochi anni di invadere la vita delle persone come un gigantesco fiume in piena. Alle spalle un’azienda che conta poco meno di 5000 dipendenti, ma che viene valutata ben 100 miliardi di dollari al momento della quotazione in borsa (maggio 2012).
    Spesso quando digitiamo una parola su google o facciamo l’accesso a Facebook ci chiediamo… ma da dove arriva tutta la ricchezza dei grandi colossi del web? I soli ricavi pubblicitari sono sufficienti per affermarsi in pochi anni superpotenze economiche su scala mondiale?

    Si iniziò a parlare di “bolla tecnologica” sul finire degli anni novanta, quando l’entrata nel mercato azionario delle “dot-com” (puntocom), ovvero le società di servizi su internet (Google, Amazon, Yahoo! ecc..), generò una bolla culminata nel 2001 con il crollo a picco del valore delle azioni e il conseguente fallimento di molti presunti colossi (celebre fu il caso di Pets.com, ma ricordiamo anche webvan.com, etoys.com, oppure theglobe.com, considerato da molti il primo social network); per comprendere l’entità del crollo è sufficiente citare l’esempio di Amazon.com le cui azioni passarono da 107 a 7 dollari, ciò nonostante le aziende più forti riuscirono a rimanere in piedi. La stessa Amazon.com dieci anni più tardi vedrà salire sino a 200 dollari il valore delle sue azioni, per non parlare di Google, ovviamente.
    Oggi a distanza di tempo in molti sono tornati a parlare di bolla speculativa della new economy, puntando il dito spesso e volentieri proprio sul re dei social network.
    Senza pretesa d’essere esaustivi, cerchiamo di capirci qualcosa in più, con l’unico obiettivo di fornire al lettore uno spunto di riflessione.

    Venture capital: di che cosa si tratta?

    Mark Zuckerberg
    Mark Zuckerberg

    Io ho un’idea per un sito web. Potenzialmente un ottimo business. Non ho capitale, sono nella fase di start up e raggiungo in poco tempo un numero spropositato di utenti. Ciò nonostante il business rimane potenziale, rimane una prospettiva, perché stando ai fatti i ricavi pubblicitari non riescono nemmeno a coprire le spese.
    Non potendo restare in perdita all’infinito, ho bisogno di capitale per poter andare avanti, e se il mio “facebook” ha già raggiunto migliaia di utenti attivi ma io non riesco a guadagnarmi nemmeno un misero stipendio, è necessario che intervenga un investitore. Ma perché mai un investitore o un gruppo di investitori dovrebbe credere in me se la mia attività non genera ingenti guadagni?
    È qui che interviene il venture capital, ovvero il fondo di investimento di cui ho bisogno, quello disposto a sopportare il rischio a fronte di un potenziale rendimento futuro di gran lunga più elevato. Il soggetto che effettua questa operazione viene chiamato venture capitalist: una volta ottenuta la valutazione della start up (operazione denominata due diligence), versa nelle tue casse la somma di denaro necessaria per sviluppare il tuo business. E naturalmente diventa socio.

    Esempio. Mettiamo di aver bisogno di 500.000 euro e di trovare un fondo di investimento disposto a versarli. Ovviamente, prima di investire, questo soggetto vuole capire quale è il valore della mia azienda. Ipotizziamo che la società venga valutata 1.500.000 euro. A questo punto il valore totale dell’azienda risulterà essere la somma del valore pre – investimento (1.500.000 euro) più l’investimento effettuato per un totale di 2 milioni. Quale è il guadagno dell’investitore? Lui adesso rappresenta ¼ della società ed è a tutti gli effetti socio con potere decisionale sulle strategie societarie.

    La quotazione in borsa

    Superata la fase di start up, la società per ingrandirsi avrà bisogno di nuovi capitali e anche in questo caso il denaro non potrà arrivare dagli utili, bisognerà nuovamente affidarsi a terzi. La quotazione in borsa è il passo fondamentale che l’azienda compie per ottenere dalla vendita delle azioni denaro liquido da reinvestire. Le banche acquistano le azioni e le rivendono agli investitori, piccoli o grandi che siano. E quando l’azienda avrà bisogno di nuovi liquidi per crescere e svilupparsi procederà con un aumento di capitale e immetterà nel mercato nuove azioni. Un circolo senza fine.
    Nel mondo della new economy la valutazione di una start up (due diligence) è sicuramente molto complessa, perché il mercato online ha la particolarità non da poco di non avere ancora una storia alle spalle, si tratta di modelli di business ancora inesplorati e il margine di errore è molto elevato. Quanti utenti raggiungi e quanti sei in grado potenzialmente di raggiungere? E una volta quantificato questo dato, che valore economico bisogna assegnargli? Una valutazione eccessivamente ottimistica potrebbe in breve tempo creare una forte disparità fra gli utili reali della società e il valore delle azioni. In parole povere, una bolla finanziaria.

    economia-soldi-finanza-banche-DIEconomia, finanze

     

     

     

     

     

     

     

    Facebook: modello di business sopravvalutato?

    Il 18 maggio del 2012 Facebook è stata quotata in borsa. Il titolo valeva 38 dollari al momento della quotazione, oggi, a poco più di un anno di distanza, è scambiato per 26 dollari: una perdita del 31%. Nello stesso anno i ricavi dell’azienda di Zuckerberg hanno raggiunto i 5,1 miliardi di dollari, facendo registrare un utile netto di 53 milioni. Parte dei ricavi viene ovviamente reinvestita e non figura come utile netto, ciò nonostante stiamo parlando di numeri che, ben lontani da stime e previsioni, non possono certo tranquillizzare gli investitori. Questo proprio a causa dell’eccessiva valutazione dello scorso anno. Ora la domanda sorge spontanea: sarà mai capace Facebook di “sostenere” una simile aspettativa di mercato?

    Facebook, datacentre
    Uno dei datacentre di Facebook, Lulea (Svezia)

    I ricavi di Facebook

    Pubblicità, ovvero inserzioni a pagamento e post sponsorizzati (poco meno del 90% dei ricavi), ma anche giochi online “free-to-play” come ad esempio Farmville. Si tratta di giochi gratuiti prodotti dalla società Zynga i cui ricavi sono rappresentati da una serie di limitazioni al gioco che gli utenti possono scegliere di oltrepassare spendendo soldi reali. Circa il 10% delle entrate di Facebook arrivano proprio dai giochi Zynga.

    Senza contare il valore commerciale di ogni singolo utente attivo sul social network. Non bisogna dimenticare, infatti, che ognuno di noi lavora quotidianamente per Facebook palesando le proprie preferenze e facendo quindi risparmiare alle aziende che faranno pubblicità tutta quella parte di lavoro dedicata alle strategie marketing e alle ricerche di mercato per riuscire ad indirizzare i propri messaggi pubblicitari direttamente alle persone potenzialmente interessate all’acquisto. È naturale che pubblicizzare schiuma da barba rivolgendosi ad un soggetto glabro non è il massimo del marketing… Per questo motivo le aziende hanno sempre lavorato sodo per portare a termine ricerche di mercato su vasta scala e centrare i loro obiettivi. Oggi per un’azienda fare pubblicità su Facebook singifica bypassare il problema, e questo grazie al “lavoro” non retribuito svolto da milioni di utenti.

    Il futuro

    web
    1999 – LA CLASSIFICA DEI SITI PIU’ VISITATI DEL MONDO: QUANTI SONO ANCORA IN VOGA?
    1. Broadcast.com
    2. Mp3.com
    3. Amazon.com
    4. Den.com
    5. Espn.com
    6. Cnet.com
    7. Tripod.com
    8. Imagineradio.com
    9. Onebox.com
    10. Artmuseum.net
    11. Pseudo.com
    12. E-Trade.com
    13. Hsx.com (Hollywood Stock Exchange)
    14. Askjeeves.com
    15. Feedmag.com
    16. Cnn.com
    17. Dealtime.com
    18. Kodak.com
    19. Thesync.com
    20. Ebay.com

    Fare previsioni su quello che potrà essere il futuro di Zuckerberg e compagni non è ovviamente possibile. Quel che è certo è che siamo ancora in una fase in cui l’azienda è considerata giovane e quindi ancora con ampi margini di miglioramento (e quindi “profittabile” per chi ne acquista le azioni). Gli utili di Facebook potranno crescere vertiginosamente nei prossimi anni e raggiungere le stime fatte al momento dell’entrata nel mercato azionario… Oppure no. E questo significherebbe guai per la “f” più celebre del mondo.
    D’altronde la caratteristica principale della new economy è proprio la velocità impressionante con cui le cose cambiano, anche drasticamente. Si può citare il caso di MySpace (oggi acquistata dal cantante Justin Timberlake che sta provando a rilanciarla), celebre social network della musica soppiantato completamente nel giro di pochi mesi da nuovi servizi come soundcloud.com. Il box qui accanto mostra la lista dei siti più visitati a livello mondiale nel 1999… Non è certo passato un secolo, eppure ben pochi di questi siti oggi vantano ancora numeri importanti. Molti sono addirittura scomparsi. Inutile dire che ciò potrebbe anche accadere a Facebook e in quel caso le stime fatte nel 2012 impiegherebbero pochi mesi per sgretolarsi facendo precipitare il valore delle azioni ed esponendo l’azienda americana al rischio crack.
    Zuckerberg da tempo dichiara che il futuro del suo sociial network è nel mobile. La metà degli utenti iscritti, infatti, accede a Facebook da dispositivi mobili. Il lancio di Facebook Home va proprio in questa direzione. Il giovane enfant prodige, quindi, è pienamente convinto di riuscire a mantenere la sua creatura come primo riferimento per quanto riguarda il mondo dei social network ancora per molti anni. In questo senso va letta anche la decisione di acquistare Instagram, social network basato sulla condivisione di immagini, per una cifra vicina al miliardo di dollari (al momento dell’acquisto Instagram contava ben… 13 dipendenti).
    Solo il tempo potrà dargli ragione. In caso contrario, ci ritroveremo davanti all’ennesima bolla finanziaria, senza sconti per nessuno.

     

    Giorgio Avanzino

  • Ile de Brehat, Francia: la splendida isola della Bretagna

    Ile de Brehat, Francia: la splendida isola della Bretagna

    brehat2-DI (7)Leggero come una foglia trasportata dal vento il suono di un’arpa accompagnava i miei passi attraverso la via che conduceva al molo, i fiori si alternavano ai bordi della strada in una moltitudine di colori, e il mare era mosso solo da una leggera tramontana, una romantica cornice per due innamorati che si abbracciavano davanti al faro.
    Il piccolo porto di Ploubazlanec in Bretagna è utilizzato solamente come collegamento con l’Isola di Brehat per i turisti e i rifornimenti ed è composto da una piccola banchina in legno, un casottino per i biglietti e un bar per ristorarsi in attesa di navigare nel breve tratto di mare dell’arcipelago. La musica proveniva da una ragazza seduta sugli scogli vicino alla barca, accarezzava le corde della sua arpa con le dita lunghe e affusolate fondendosi con lo strumento in un unico essere, i capelli biondi ballavano al ritmo del vento in netto contrasto con la sua espressione malinconica.
    Non potevo non riconoscere Bridge Over troubled water di Simon and Garfunkel, una canzone che risvegliava i ricordi del mio primo periodo londinese quando al mercatino di Camden Town ho acquistato la musicassetta con i loro successi.

    La giornata era serena, il mare uno specchio e le poche nuvole presenti sembravano pecorelle smarrite, tutti i presupposti per una navigazione tranquilla. Il battello, poteva contenere cinquanta persone al massimo, seduto al piano scoperto per godere del paesaggio e della brezza marina ho preso la reflex e ho iniziato a scattare, mentre alcuni gabbiani seguivano l’imbarcazione volando perpendicolari alle nostre teste sfruttando le correnti senza bisogno di battere le ali. Navigando l’arcipelago attraverso piccole isole dove sorgevano spettacolari ville costruite su misura, barche a vela, pescatori e grossi fari che fino ad ora avevo visto solo in cartolina, ho incontrato il faro di Paon, tra i più famosi della tradizione della Bretagna, un’asimmetrica costruzione di pietre bianche che brillano nelle azzurre acque del canale della manica.
    I cormorani osservavano i movimenti in acqua dall’alto di grandi boe, pronti a tuffarsi in caso di qualche sfortunato pesce, gli aironi si bagnavano le zampe sulle rive degli isolotti non curandosi del passaggio di alcuni pescatori.

    Una volta attraccati all’Ile de Brehat mi sono incamminato in mezzo ai sentieri delineati da muri di pietra che separano i giardini delle splendide ville composti da alberi e fiori di una bellezza unica e naturale, cresciuti in un luogo che, almeno quel giorno, sembrava il paradiso terrestre.
    Piccole strade salivano in ogni direzione per poi scendere in picchiata verso il mare, seduto tra ortensie e ginestre, sotto le fronde di una betulla mangiavo una pesca osservando le acrobazie dei gabbiani dall’alto di un colle, il sole riscaldava e saturava i colori ricordando i paesaggi dei quadri di Monet.

    Ho ripreso a passeggiare e fotografare ogni angolo di questa tranquilla isola senza una meta precisa, attraverso passaggi sotto archi di pietra e piccole strade fiorite sono arrivato a un bivio al cui centro un gatto si riscaldava al sole. Scegliere la direzione è stato facile, il felino alzandosi si è incamminato verso destra dove una stradina scendeva verso il mare. L’ho seguito come Alice seguiva il coniglio bianco, arrivando in un piccolo golfo dove decine di persone prendevano il sole e si ristoravano al bar ascoltando le note di una Jazz band che suonava di fronte alla spiaggia. Mi sono fatto servire un trancio di pesce con patatine fritte e, seduto in riva al mare con i piedi a bagno, ascoltavo il contrabbasso suonare Fever di Elvis Presley e la tromba condire di originalità il brano.

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    Mi sono riposato qualche minuto e sono ripartito con una bicicletta in affitto che mi ha permesso di raggiungere gli estremi più impervi dell’isola come una bellissima scogliera a picco sul mare dalla quale ho avvistato una foca, lontana da fotografare ma sempre emozionante da vedere.
    La zona più interna dell’isola ricorda un presepe, il verde brillante dei prati pare moquette e le case adagiate sopra da una mano gigante. Un piccolo uomo uscito da una porta blu mi è venuto incontro… Lui, originario di Saint-Brieuc, un paese della costa francese, racconta che le notti d’estate sono illuminate da miliardi di stelle, tante da far confondere i fari e il vento leviga la pelle facendolo sentire sempre più giovane e affascinante.
    Ci siamo salutati con una forte stretta di mano, un altro personaggio componeva il puzzle dei miei viaggi e questa è la cosa che mi arricchisce maggiormente.

    Nella parte più alta dell’isola sorge una piccola chiesa, dietro ad essa una strada conduce al centro del paese dove sono presenti i soliti negozi di souvenir, bistrot e creperie.
    L’isola è abitata principalmente da francesi in villeggiatura per l’estate, solo poche anime ci vivono tutto l’anno, nonostante questo i servizi sono completi e adeguati per affrontare gli inverni più rigidi.

    La giornata volgeva al termine, il battello delle diciannove era l’ultimo e dovevo affrettarmi, riconsegnata la bicicletta mi sono incamminato verso il molo osservando per l’ultima volta i colori dell’isola e la sua natura. Quando vuole l’uomo riesce a convivere con lei senza distruggerla.

     

    Diego Arbore

    [foto dell’autore]

  • Silvio Berlusconi pregiudicato: il futuro del governo Letta

    Silvio Berlusconi pregiudicato: il futuro del governo Letta

    silvio-berlusconi-2Ora che Silvio Berlusconi è ufficialmente un pregiudicato, capitolando così dopo più di vent’anni di fuga dai numerosi processi pendenti, la domanda che tutti si fanno è: cosa succederà? Può il governo Letta sopravvivere alla condanna definitiva del principale leader alleato?

    Per rispondere a queste domande non bisogna guardare ad Arcore. Il Cavaliere dimezzato è in una posizione di oggettiva debolezza e ha tutto da perdere a dar retta all’istinto, allo spirito guerriero che gli suggerirebbe di rovesciare il tavolo e portare tutti a nuove elezioni. Non è riesumando Forza Italia che può sperare davvero – al di là dei proclami – di ottenere quella maggioranza politica necessaria per togliersi di impaccio in Parlamento. Per cui, se la vecchiaia e la stanchezza non gli giocano brutti scherzi, Berlusconi farà di tutto per tenere in vita l’attuale esecutivo, nella certezza che per ora non rischia di finire in carcere e nella consapevolezza che solo tenendosi buono il PD può sperare di raccattare una qualche amnistia o leggina ad personam che lo metta al riparo da guai persino peggiori (processo Ruby). E dunque, per sapere se il governo riuscirà ad andare avanti, bisogna guardare proprio in casa PD, cercando di capire se il partito di maggioranza relativa dimostrerà di avere lo stomaco sufficientemente forte per digerire un’alleanza con un pregiudicato per frode fiscale.

    A prima vista non parrebbero esserci problemi: il partito di Epifani si è messo da tempo alle spalle qualsiasi idealismo in nome della più bieca realpolitik. E non importa che nei fatti questa strategia si sia rivelata clamorosamente inconcludente. Il partito si è ormai legato mani e piedi all’obiettivo di garantire un governo all’Italia purchessia, senza discuterne la qualità o l’utilità. Ma in questo modo si è messo nella condizione di dover accettare di ingoiare rospi via via sempre sempre più grandi, per non dover ammettere che era stato un errore ingoiare quelli più piccoli; un po’ come la monaca di Monza descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi, che dapprima viene circuita dal padre, e poi in seguito è costretta a rinnovare voti sempre più saldi per non smentire sé stessa: «Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un si tante volte detto; lo ripeté, e fu monaca per sempre» (Capitolo 10).

    D’altronde sarebbe un sofismo sostenere che la condanna definitiva cambia qualcosa: perché i fatti erano già sufficientemente accertati. Quello che Berlusconi ha commesso lo sapevano già tutti quelli che volevano farsi un’idea in merito. E lui è sempre lo stesso: era così ieri; era così due, cinque, o anche vent’anni fa. Pertanto non sembrerebbe esserci motivo sostanziale per ipotizzare che il governo venga picconato a breve: tutti hanno interesse a che le larghe intese continuino. Non a caso, da Napolitano a Letta, è stato tutto un appello a “la responsabilità”, a “l’interesse del paese”. La condanna, dunque, sembrerebbe solo una questione formale, destinata a non incidere più di tanto.

    Eppure rimane un aspetto importante: ossia che la forma è sostanza. E nonostante tutto, per Berlusconi, per questo governo e per tutta questa classe politica, potrebbe essere cominciato davvero il conto alla rovescia. Se infatti i partiti hanno interesse a che nulla cambi, all’interno dell’opinione pubblica, invece, le cose cambiano eccome. Da ieri si può dire tranquillamente che Berlusconi è un delinquente senza tema di querela; si può dire, come ha detto Marco Travaglio, che l’antiberlusconismo ha avuto ragione, e non lo si può più contrapporre al berlusconismo come se si trattasse di un fenomeno equivalente; si può dire infine che è una contraddizione in termini quella di far riformare la giustizia, di far riscrivere la Costituzione e di affidare la lotta all’evasione fiscale a uno che si è beccato quattro anni per aver frodato il fisco.

    Ciò significa che anche la balla secondo la quale siamo un popolo di evasori e corrotti, ed è per questo che la speculazione ci attacca, non potrà più essere raccontata, a meno di non compromettere le relazioni con il Cavaliere pregiudicato: sarà quindi necessario trovare una nuova scusa, col rischio però di smentire le ragioni che giustificherebbero questo governo, oppure giocarsi l’alleanza con il PDL, facendo cioè saltare di fatto questo governo. Come se non bastasse questa sentenza da forza, fuori dal Parlamento, ai movimenti che si oppongono a Berlusconi e, dentro al Parlamento, a SEL e M5S, che da oggi hanno nuovi e solidissimi elementi per criticare l’inciucio e mettere in difficoltà il PD. Se a ciò si aggiunge che il mese prossimo ci sono le elezioni in Germania (che con ogni probabilità non toglieranno le castagne dal fuoco alla politica europea) e che la crisi economica non si allenta, ecco che diventa sempre più probabile che l’attuale esecutivo sia destinato a sfasciarsi a breve giro. Come, ancora non è chiaro: ma le premesse ci sono tutte. E anche se non è possibile fare previsioni precise, una cosa si può dire: c’è la seria possibilità che a settembre, quando questa rubrica riprenderà, le cose si avvieranno ad essere molto, molto diverse.

     

    Andrea Giannini

  • Consigli per l’estate: le piante più adatte per gli assolati mesi estivi

    Consigli per l’estate: le piante più adatte per gli assolati mesi estivi

    1Abbiamo deciso di dedicare questo ultimo articolo, prima della consueta pausa estiva, ad un tema particolare: la scelta delle varietà botaniche che garantiscono i migliori risultati nelle assolate e lunghe giornate estive. Le piante danno infatti, di solito, il loro meglio nei mesi primaverili quando le fioriture sono abbondanti e lo sviluppo vegetativo è all’apice. Anche a giugno e luglio gli arbusti e taluni rampicanti quali le Bignonie, le Bouganville, i Solanum e l’azzurro Plumbago garantiscono pareti colorate e rigogliose. Di regola verso fine luglio ed agosto vi è però una pausa ed una stasi. Le piante sembrano stanche, spossate 2nella calura e nel sole incessante. Solo a settembre vi saranno nuove, seconde fioriture, meno abbondanti delle precedenti. In particolare, alcune varietà di rose, talvolta la Wisteria, i caprifogli, alcuni tipi di geranio producono spesso nuovi fiori.
    Nei caldi mesi estivi, vi è poi anche un variare profondo nei toni e nelle colorazioni delle piante. Non vi sono di massima colori chiari e tenui ma le fioriture si fanno sgargianti ed accese. Abbiamo infatti i gialli intensi dei tageti, i rossi scarlatti di alcune varietà di Salvia Splendens (da non confondere con quella aromatica) ed i blu accesi delle Lobelie… Le chiome degli alberi si tingono ai margini, spossate nell’impietosa calura, di striature rossastre e brunastre.
    Proprio pensando a questo periodo dell’anno, consiglio assolutamente di utilizzare una particolare varietà di pianta, poco nota ma estremamente suggestiva: l’Anemone giapponese (Anemone hupehensis).3 Questa particolare tipologia di anemone differisce, infatti, dagli altri per il periodo della fioritura che è tardo estivo o autunnale e non primaverile. Questa erbacea perenne richiede pochissime cure, non presenta malattie particolari, è di un rosa tenue (o talvolta persino bianco) e dall’aria di rarefatta eleganza. Le foglie sono verdi, appena grigiastre, alte svettano sul suolo grazie a sottili gambi. Formano un grande cespuglio, da cui emergono racemi dai boccioli sferici ed argentei. Quando questi ultimi si schiudono, appaiono splendidi fiori semplici, rosa 4chiarissimo, con all’interno dei petali di un giallo paglierino, appena dorato. L’insieme della pianta è estremamente elegante e rende benissimo alla base di alti arbusti, dove forma cortine fiorite che hanno la caratteristica di spuntare velocemente, fiorire e sparire nuovamente con altrettanta rapidità. Le foglie non sono infatti molto longeve e, terminata la spettacolare e quasi inaspettata fioritura, le piante tornano velocemente a riposo.
    Completamente diversa e molto più rustica è invece la Buddleia davidii. Questa pianta forma un arbusto di grandi dimensioni, caratterizzato da foglie verdi scuro e grigie nella pagina inferiore, che produce un enorme numero di spighe5 fiorite, spesso di colore violetto. La pianta non presenta esigenze colturali particolari, cresce facilmente ed ovunque. Si sviluppa velocemente ma necessita di potature contenitive, volte a conferirle una forma più ordinata. Si consigliano soprattutto le varietà “Lochnich”, di colore azzurro, la viola quasi nero “Black Night” e quella bianco non troppo puro “White Profusion”. La pianta è anche detta “albero delle farfalle” perché attira queste ultime, che si posano spesso e numerose sulle abbondanti spighe floreali. Può essere utilizzata sia da sola, come grande punto focale, che nei bordi misti, date le sue dimensioni preferibilmente sul retro.
    6Come ben dimostrano le due piante sopra descritte, la varietà di tipologie vegetali è variegatissima ed infinita. Come sconfinati sono gli abbinamenti e le combinazioni di piante ed arbusti possibili. Per concludere, tutto dipenderà sempre dallo stile e dall’effetto che si vogliono ottenere. L’anemone giapponese conferirà, ad esempio al giardino di città, un’impronta elegante, rarefatta e stupirà l’osservatore per i suoi colori inusuali, orientaleggianti ed eterei. Al contrario, la Buddleia darà il suo meglio nei rustici giardini di campagna, dove la sua aria disordinata e la crescita spontanea valorizzeranno le balze di terreno. Le piante risalteranno poi al meglio, grazie alle loro spighe viola intenso, sui muri in pietra grigia.
    Anche la più torrida delle estati ed il più inospitale dei terreni non impediranno quindi la crescita delle infinite e variopinte varietà di erbacee, arbusti e piante annuali, che si alterneranno sempre, le une alle altre, incessantemente nel perenne mutare delle stagioni.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: 
    ema_v@msn.com

  • Comune di Genova, approvato il bilancio previsionale per il 2013

    Comune di Genova, approvato il bilancio previsionale per il 2013

    palazzo-tursi-D4Amt e il cofinanziamento da 25 milioni per lo scolmatore del Fereggiano sono salvi. Genova ha il suo bilancio previsionale per l’anno 2013. E con un giorno di anticipo rispetto al previsto. Con 22 voti favorevoli, 11 contrari e 2 astenuti il Consiglio comunale ha approvato il documento (concessa immediata eseguibilità) presentato dalla giunta Doria quindici giorni fa, nonostante gli enormi polveroni sollevati nel corso della discussione.
    È durato solo due giorni e mezzo il duro ostruzionismo in Sala Rossa che aveva portato le opposizioni, con capofila il Movimento 5 Stelle, a presentare solo per le delibere su Imu e Tares circa 500 documenti tra ordini del giorno e, soprattutto, emendamenti.
    Sarà stato lo sfinimento delle due sedute fiume di martedì e mercoledì. Sarà stata la necessità di arrivare per forza all’approvazione del bilancio per garantire la sopravvivenza di Amt e il recepimento del cofinanziamento ministeriale per lo scolmatore sul Bisagno. Sarà stato l’incombere della pausa estiva. Fatto sta che nella notte tra mercoledì e giovedì ogni tassello del criptatissimo puzzle della Sala rossa sembra essere andato magicamente al suo posto.

    In un colpo solo sono svaniti i ricordi delle vibranti proteste fuori e dentro palazzo Tursi e l’elevata tensione delle logiche politiche che nei giorni scorsi ha fin troppo distolto l’attenzione dal cuore della discussione, ovvero quel bilancio da cui dipende il futuro della città. Con operazione degna del miglior Harry Potter, giunta e consiglieri hanno deciso di rinviare a dopo il bilancio la madre di tutti i problemi, ovvero la delibera di indirizzo sulle società partecipate che avrebbe rischiato di sciogliere come neve al sole una maggioranza fin troppo multisfaccettata. La discussione sulle ventilate, parziali, privatizzazioni di Amiu, Aster e altre società in house viene, dunque, rimandata a domani (venerdì 2 agosto). Con il rischio di chiudersi ben oltre la pausa estiva, contro la volontà del Pd. Ma, almeno, con il bilancio condotto in porto.

    Il bilancio e la riorganizzazione delle partecipate: il quadro politico

    È proprio la ventilata ipotesi di riorganizzazione delle partecipate che aveva scatenato, a inizio settimana, le proteste dei lavoratori che avevano invaso palazzo Tursi e via Garibaldi. Una delibera di per sé non direttamente collegata al bilancio, ma che era diventata imprescindibile in seguito alla volontà del Partito Democratico di vincolare il proprio assenso al provvedimento-madre proprio a una radicale revisione del sistema delle società partecipate dal Comune di Genova. Una decisione che aveva suscitato le ire degli altri partiti di maggioranza, Lista Doria, Sel e FdS. E che ancora oggi non ha fatto mancare clamorosi colpi di scena. Come la minaccio del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino, di lasciare la maggioranza e unirsi al gruppo misto, di cui da oggi fanno ufficialmente parte i consiglieri ex Idv Stefano Anzalone e Salvatore Mazzei. Boutade o meno, a Pastorino sembra che non sia andato giù il tentativo del Pd di far passare la delibera sulle partecipate come allegato al documento principale del bilancio. Tentativo, comunque, sfumato e che non ha compromesso gli accordi sul bilancio, per la cui discussione sono state messe da parte le pratiche ostruzionistiche (nonostante 166 ordini del giorno e 44 emendamenti) che riprenderanno sulla delicata questione delle società in house. Che rischia di non arrivare neppure al momento della votazione considerando che alla mezzanotte in punto scatteranno le ferie e sono in calendario 219 ordini del giorno e 55 emendamenti.

    Il bilancio previsionale, ecco i numeri: 36,5 milioni alle Politiche Sociali, 30 milioni a Scuola, Sport e Politiche giovanili. Cultura e Turismo, Polizia Municipale e Sviluppo economico rimangono sotto i 5 milioni

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    Il bilancio previsionale del Comune di Genova per il 2013, nel suo complesso, ammonta a 841 milioni e 725 mila euro. Di questi, poco meno di 98,5 sono destinati alle varie direzioni amministrative: a goderne maggiormente saranno il settore delle Politiche sociali a cui andranno 36,5 milioni di euro e quello della Scuola, sport e politiche giovanili per cui sono previsti 30 milioni di stanziamenti. Il restante terzo sarà suddiviso tra tutte le altre direzioni, con particolare incidenza per Cultura e Turismo, Polizia Municipale e Sviluppo economico, tutti comunque al di sotto dei 5 milioni di euro.

    Spesa corrente: 121,7 milioni ad Amiu (la Tares), quasi 90 milioni ad Amt, 18, 3 ad Aster. Mentre i 6mila dipendenti del Comune costano 222 milioni

    autobus-amt-3Tra i capitoli di spesa corrente, i dati più significativi riguardano proprio le società partecipate, del cui futuro si discuterà domani, anche se con tutta probabilità provvedimenti definitivi verranno presi solo a settembre. Nel dettaglio: 121,7 milioni vanno ad Amiu (l’esatto ammontare della Tares); 89,6 milioni è il salvagente stanziato per il contratto di servizio di Amt; 18,3 milioni, invece, toccano ad Aster. Tuttavia, la spesa maggiore è ancora una volta il costo fisso del personale che ammonta a 222 milioni di euro per i poco meno di 6 mila dipendenti di Tursi. Spese diminuite di oltre 12 milioni rispetto all’ammontare totale previsto per lo scorso anno, ma aumentate al netto dei pensionamenti. Ovvero, se ci fosse lo stesso personale degli anni precedenti, si spenderebbe molto di più, a detta del consigliere Enrico Musso. Altre sostanziose voci di spesa sono, infine, i 49,5 milioni di accantonamento per il Fondo di svalutazione crediti, i 76 milioni di rimborso prestiti, i 37,7 di interessi e i quasi 54 per le spese generali.

    Dal lato delle entrate, invece, la voce principe è naturalmente rappresentata dai capitoli tributari che porteranno nelle casse di Tursi 588 milioni di euro. Nel dettaglio, i fondi maggiori arrivano da Imu (279 milioni), Tares (121,7 milioni) e Fondo di solidarietà comunale (107,6 milioni). Solo 101 milioni, invece, i trasferimenti che il Comune riceverà dallo Stato. Mentre poco meno di 146 milioni il gettito derivante da entrate extratributarie, tra cui i quasi 35 milioni preventivati dall’incasso di multe e i poco meno di 26 milioni derivanti dall’accesso a beni e servizi pubblici.

    Imu, Tares: gli aumenti

    Intanto, il bilancio di “lacrime e sangue”, prendendo in prestito una definizione già tanto cara alla precedente giunta Vincenzi, ha avuto il via libera. Lacrime e sangue che, come anticipato nelle scorse settimane, per i cittadini genovesi si traducono in aumento dell’Imu e della Tares. L’imposta sugli immobili comporterà dunque un aumento dello 0,8 per mille sulla prima casa, con la relativa aliquota che sale dal 5 al 5,8 per mille (su un massimo consentito dalla legge del 6 per mille). Rispetto a quanto annunciato, saranno invece più contenuti gli aumenti sui canoni concordati, la cui aliquota passa dal 7,6 all’8,5 per mille e non al 9,5 come precedentemente proposto. Una differenza di entrate per le casse comunali che sarà coperta grazie a maggiori utili incassati da Amiu.

    Il capitolo che riguarda la Tassa rifiuti e servizi, di cui è stato appena pagato l’acconto, comporterà un aumento complessivo per le tasche dei genovesi ci oltre 10 milioni di euro. Secondo le stime, poco più di 18 euro annui pro capite. Cambiano anche i criteri con cui il balzello verrà applicato: la normativa nazionale prevede infatti che il gettito proveniente dalla Tares debba coprire interamente i costi del contratto di servizio di Amiu. Per quanto riguarda le “bollette della spazzatura” i criteri di determinazione dei singoli ammontare, oltre alla dimensione dell’abitazione terranno presente i componenti del nucleo famigliare.
    Sia per Imu che per Tares, comunque, si attendono le decisioni del governo nazionale che, a inizio autunno, potrebbero rendere necessaria una corposa variazione di bilancio. Quella sorta di “secondo tempo” a cui l’assessore Miceli e il sindaco Doria hanno più volte fatto riferimento insieme con la riluttanza per la necessità dell’aumento dell’imposizione fiscale a causa delle manovre finanziarie nazionali che si sono fin qui cumulate.

     

    Simone D’Ambrosio

  • I fillers nella lingua inglese: le parole che riempono il silenzio

    I fillers nella lingua inglese: le parole che riempono il silenzio

    londra-regent-street-DI“Don’t you hate that?” “Hate what?” “Uncomfortable silences.“ “Non odii tutto questo?” “Tutto questo cosa?” “I silenzi che mettono a disagio.” È questo, tra John Travolta e Uma Thurman nei panni di Vincent Vega e Mia Wallace, uno dei più famosi dialoghi del film cult Pulp Fiction diretto da Quentin Tarantino.

    La conversazione orale è immediata, ha normalmente bisogno di essere riempita, quindi sentiamo l’esigenza di colmare i silenzi usando delle frasi o delle espressioni che in realtà dal punto di vista del contenuto non aggiungono molto, ma la cui funzione è, appunto, riempire un silenzio.

    Non è così probabilmente in tutte le culture, come spiega l’esperto di comunicazioni interculturali Richard D. Lewis: in Oriente, al silenzio viene attribuito un grande valore, in quanto mostra il rispetto per quanto l’interlocutore ha precedentemente affermato. Tuttavia, è innegabile che nella nostra società così veloce e frenetica a una domanda debba far seguito una risposta in tempi brevi. Se però il concetto non è già ben delineato e pronto in testa ecco accorrere in aiuto i fillers, termine con cui in inglese si designano le parole aventi la funzione di colmare i vuoti. To fill peraltro dovrebbe essere un verbo piuttosto noto agli studenti di inglese, i quali più di una volta nella vita avranno dovuto svolgere un esercizio della tipologia Fill in the gaps (“completa riempiendo gli spazi vuoti”).

    You know, Erm, Well, I mean, So, Right sono alcuni dei fillers più comuni. Non pensiamo, tuttavia, che il fenomeno sia circoscritto alla lingua inglese: anche in italiano usiamo abbondantemente espressioni equivalenti quali: “Sai”, “Ehm”, “Bene”, “Voglio dire”, “Appunto”.

    Gli studenti arrampicati sugli specchi durante improbabili interrogazioni di storia, matematica o letteratura ricorrono a piene mani a “Cioè” come ultima ancora di salvezza a colmare imbarazzanti silenzi. Nonostante ciò, se le cose non sono cambiate da quando andavo a scuola, il rapporto: numero di “cioè” / voto finale è sempre irrimediabilmente inversamente proporzionale … See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Prenotazione voli, biglietti aerei: regole e tipologie di acquisto

    Prenotazione voli, biglietti aerei: regole e tipologie di acquisto

    aereo-voli-aereoporto-alitalia-DINelle scorse settimane abbiamo affrontato il tema delle vacanze. Questa volta vogliamo entrare nello specifico, ovvero parlare dell’acquisto dei biglietti aerei.

    Le modalità di acquisto dei biglietti aerei ormai si sono moltiplicate. Ci si può recare presso un’agenzia di viaggi specializzata nel settore “biglietteria” oppure procedere con l’acquisto online.

    Mi preme darvi una serie di consigli e suggerimenti che ritengo doverosi. Nel caso vi rechiate presso l’agenzia di viaggi, abbiate sempre cura di verificare i vostri dati ed i termini del volo (destinazione, giorno, ora, ecc…), perché successivamente, in caso di errore, resta sempre difficoltoso dimostrare la colpa dell’agente di viaggio che ha emesso per vostro conto il biglietto.
    Va invero aggiunto che, in caso di errore che verta non sui dati personali, ma sulla vera e propria prenotazione del volo, l’agente di viaggi ha sulle spalle una responsabilità ben precisa.
    All’uopo, mi preme ricordare che l’agente di viaggio è, de facto, un mediatore tra il cliente – viaggiatore che chiede la prenotazione di un pacchetto turistico ed il tour operator (o la compagnia aerea se non l’albergo) che offra il servizio che più si avvicini alla richiesta del cliente medesimo; il compito dell’agente di viaggio sta nel soddisfare le richieste del cliente.
    Una volta individuata l’opzione interessata, l’agente di viaggio esaurisce il proprio compito.

    Nel caso di acquisto di biglietti on line, predico sempre una attenzione maggiore: le condizioni di volo, qualora non presentino clausole abusive, vanno lette con attenzione ed una volta conosciute dal viaggiatore, possono diventare vangelo.
    Però con un paio di eccezioni: le convenzioni internazionali vigenti e le legislazioni nazionali altrettanto vigenti.
    Purtroppo ciò crea non pochi problemi nel caso insorgano controversie (smarrimento bagaglio, ritardi aerei e via discorrendo); la normativa irrazionale e disomogenea dei vari paesi agevola le compagnie aeree.

    La morale è sempre la medesima: di fronte a cause di piccola entità, laddove i costi possono superare il risultato economico da raggiungere, l’utente medio rinuncia o si accontenta di rimborsi minimali per non dire offensivi.

    E i colossi, dall’alto, sorridono.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]