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  • Consiglio Comunale: approvato il Regolamento sulle Sale da Gioco

    Consiglio Comunale: approvato il Regolamento sulle Sale da Gioco

    Consiglio Comunale GenovaUna lunga seduta si è conclusa ieri con l’approvazione del Regolamento sulle Sale da Gioco. Il regolamento prevede l’obbligo di collocare queste attività ad almeno 300 metri da luoghi sensibili come gli istituti scolastici e i luoghi di culto o impianti sportivi. Al tempo stesso richiede una distanza di almeno 100 metri da bancomat o negozi come i compro oro che forniscono ai clienti di queste sale giochi il denaro per le macchinette. Un ulteriore limitazione viene posta affermando che l’esercizio di tali attività viene vietata negli immobili di proprietà della pubblica amministrazione.

    Molti consiglieri hanno proposto modifiche che avrebbero reso ancora più rigido il regolamento imponendo, ad esempio, che non fossero consentiti i vetri oscurati ai locali in cui si svolge questo tipo di attività, che fossero fatti maggiori controlli sull’emissione degli scontrini su caffè e drink – spesso offerti ai clienti per prolungare la loro permanenza nelle sale -, che si obbligassero gli esercenti a mantenere un registro di chi utilizza slot e videopoker. Ma, come ha spiegato l’assessore  alle attività produttive Francesco Oddone, non è stato possibile accettarli per evitare di creare conflittualità con la normativa nazionale vigente.

    In effetti il limite di questa delibera è legato proprio alla sua natura di regolamento comunale. Pur basandosi sui presupposti espressi dalla legge regionale 17 del 2012 riguardante la Disciplina delle Sale da Gioco, si tratta di un documento che in molti punti avrebbe potuto rischiare di creare contrasti con leggi nazionali, come la legge sulla privacy che limita la possibilità di raccogliere dati personali, o di valicare le competenze comunali, come accade in materia di sorvegliabilità delle sale gioco.

    Il capogruppo dell’Udc Gioia ha evidenziato questa debolezza sottolineando come il Regolamento stesso definisca diverse tipologie di giochi d’azzardo, ma precisi anche che fanno eccezione «gli apparecchi e i congegni consentiti dalla legge». In questo modo, in realtà, vengono riammessi tutti i dispositivi elettronici attivati da monete e pagamenti in altre forme, come previsto dal Testo Unico per la pubblica sicurezza. Atri possibili casi di conflittualità sono testimoniati dall’esperienza di altri comuni italiani in cui il TAR è intervenuto per eliminare i luoghi di culto dall’elenco dei luoghi sensibili. C’è quindi il rischio che molti esercizi commerciali impugnino le norme del regolamento pur di mantenere le slot e i guadagni garantiti dal loro giro d’affari, che spesso vanno a colmare le frastiche riduzioni dei consumi che si sono registrate a causa della crisi.

    La stessa Regione intervenendo sul tema aveva evitato il rischio di possibili conflitti di attribuzione con le norme statali decidendo di concentrare il proprio interesse sugli aspetti sanitari della questione, ovvero sulla ludopatia, prevedendo azioni di prevenzione e di cura di questa patologia.

    Il rischio che questa delibera sia nei fatti poco applicabile c’è ed è reale e dipende  dalla presenza di leggi nazionali molto più liberiste per ciò che concerne la concessione di autorizzazione per la gestione di sale giochi o di singole slot. Ha sintetizzato il punto il capogruppo della Lista Doria Enrico Pignone, evidenziando che il denaro speso nelle famigerate “macchinette” produrrebbe 4 miliardi di euro di iva se convertito in consumi, ma le concessioni statali ne fanno già incassare il doppio. È in questo rapporto di numeri che si gioca la principale contraddizione tra la volontà di limitare la proliferazione del fenomeno e i costi sociali da un lato e gli introiti facili che questo settore garantisce per i monopoli di stato. Più di un consigliere ha utilizzato il termine “Stato biscazziere”, sottolineando l’ipocrisia di un’azione normativa che da un lato incassa i proventi di queste attività e dall’altro lascia alle amministrazioni regionali e locali il compito di dover far fronte a questa emergenza sociale.

    Il Regolamento è stato approvato (24 favorevoli, 6 astenuti e 4 presenti non votanti) con l’appoggio di tutta la maggioranza e del M5S, mentre l’intera opposizione si è astenuta proprio in ragione della presunta scarsa efficacia della delibera. Ma la norma, ha sottolineato la giunta in più occasioni, deve essere interpretata anche come un segnale politico lanciato verso il legislatore nazionale perché si intervenga per rendere più stringente anche la normativa statale prendendo una posizione chiaramente contraria al gioco d’azzardo e a favore della salvaguardia dei cittadini.

    Federico Viotti

  • Scrivere un’email in inglese: forme contratte e forme estese

    Scrivere un’email in inglese: forme contratte e forme estese

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DILa scorsa settimana abbiamo accennato ad alcune formule di apertura e di chiusura dei messaggi di posta elettronica. Proseguiamo oggi approfondendo questo argomento, con particolare attenzione al livello di formalità o informalità di un’email.

    Oltre ai saluti iniziali e finali, i quali come abbiamo visto denotano il grado di confidenza con una persona (dai più rispettosi Dear Sirs / Sir / Madam e Best regards / Sincerely yours / Yours sincerely ai più diretti Hi / Hello / See you / Bye), un altro indicatore di formalità è espresso dall’uso delle forme contratte o estese (in inglese short/contracted forms o long forms).

    Esempi di forme contratte sono I’m, it’s, you haven’t, I won’t ecc., contrapposte alle corrispettive forme estese I am, it is, you have not, I will not.

    Gli studenti spesso mi chiedono e si chiedono quando usare le short e quando usare le long forms: esistono tra esse delle particolari differenze? E’ bene tenere a mente che in contesti ufficiali e formali, le forme contratte non sono accettate e non vengono considerate corrette. Su un contratto e su un documento che abbiano validità legale non troverete mai le short forms, ma vi imbatterete sempre nelle forme estese.

    Tornando al discorso relativo alle email, quanto ho appena illustrato implica che se al vostro testo vorrete dare un carattere di maggiore “ufficialità” dovrete scrivere you are, it is, I don’t ecc. mentre se il vostro intento è di avere un tono più colloquiale andranno benissimo you’re, it’s e I do not. Non è raro trovare dei testi di email scritti in modo piuttosto informale, mentre il file contenuto in allegato, per esempio un CV (Curriculum Vitae), è stato redatto usando un registro linguistico più alto e facendo ricorso esclusivamente alle forme estese.

    Questa che vi ho descritto è la situazione allo stato attuale. Tuttavia, siccome la lingua è in continua evoluzione e si trasforma seguendo il principio che permea l’universo secondo il quale “tutto è in perenne mutamento”, non è da escludere che in futuro le cose cambino e che anche le short forms vengano gradualmente accettate nello standard scritto.

    E’ opportuno ricordare sempre che la velocità delle comunicazioni, favorita dalle nuove – mica tanto ormai – tecnologie, accelera notevolmente anche i cambiamenti linguistici, sebbene le evoluzioni grammaticali e sintattiche siano assimilate e standardizzate più lentamente rispetto per esempio all’ingresso nella lingua di nuovi vocaboli.

    Rispetto al carattere più formale della lettera prima e dell’email poi, maggiore immediatezza e minore rigidità sono invece assunte da altri canali di comunicazione, quali per esempio i social network. Pensate al numero limitato di caratteri di un messaggio su Twitter: il cinguettio – tweet in inglese – impone al fringuello, pardon, all’utente, di contrarre ogni parola all’inverosimile, come per esempio in c u, che sta per … see you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Verdure ripiene al forno: come preparare un classico della cucina genovese

    Verdure ripiene al forno: come preparare un classico della cucina genovese

    verdure-ripiene-alla-genoveseLe verdure ripiene al forno sono un grande classico della cucina genovese, servite sia come antipasto che come seconda portata.

    Un piatto povero che in origine prevedeva un ripieno di magro, cioè privo di carne o simili, ma oggi è consuetudine prepararlo anche con della carne tritata, del prosciutto o della mortadella.

    Le verdure più diffuse per questa preparazione sono zucchini, melanzane, peperoni, cipolle, pomodori ripieni.

    Ingredienti (per 6 persone)

    8 zucchini, 4 melanzane di media dimensione, 4 peperoni,  4 cipolle bianche abbastanza grosse, 4 pomodori, 200 grammi di pane raffermo, pangrattato, 2 cucchiai di parmigiano grattugiato,  latte, 200 grammi di carne trita, o prosciutto cotto o mortadella (le dosi variano in base ai vostri gusti), 2 uova, aglio, prezzemolo, maggiorana, olio, burro, sale.

    Preparazione

    Pulite tutte le verdure e lessatele (ad eccezione dei pomodori) in acqua bollente per una decina di minuti. Intanto, mettete il pane spezzettato in una terrina a bagno nel latte per farlo ammollare. Scolate le verdure, lasciatele raffreddare e scavatele togliendo la polpa (conservatela per il ripieno), avendo cura di mantenerle comunque di un certo spessore.

    Fate rosolare la carne in una padella con dell’olio d’oliva e poco burro, salatela, e una volta cottaunitela al pane raffermo. Mettete poi la polpa delle verdure,  la maggiorana, il sale, il parmigiano, le uova, un filo d’olio, il prosciutto o la mortadella a piacere e mescolate bene.

    Prendete poi le verdure svuotate, riempitele con il ripieno preparato, cospargetele di pangrattato e mettetele in una teglia ben unta d’olio a cuocere in forno per mezz’ora a 180 gradi.

    Buon appetito!

    Foto: lacucinaaccanto.blogspot.com

  • Università online: lezioni gratuite sui siti e sui canali youtube

    Università online: lezioni gratuite sui siti e sui canali youtube

    harvardKhan Academy ha fatto diventare l’apprendimento online un fenomeno di massa. Come prevedibile questo ha fatto sì che si moltiplicassero siti e canali Youtube che offrono lezioni gratuite sugli argomenti più disparati. Quello che invece è sorprendente è il fatto che sempre più università stiano puntando sull’apprendimento online rendendo disponibili i propri corsi gratuitamente (i cosiddetti MOOC: massive open online course).

    Non stiamo parlando di piccole atenei di provincia, ma di università come Harvard, Yale, Stanford, MIT e di tutti i più prestigiosi college americani. In qualche modo è ora possibile fruire di ciò che, fino a pochi anni fa, era accessibile solo a chi poteva permettersi di pagare rette da decine di migliaia di dollari l’anno. Orientarsi in questo mondo non è però facile, così, per chi tra voi ha voglia di mettersi (o rimettersi) a studiare, questo è quanto di meglio possiate trovare in rete:

    • Udacity è un’organizzazione fondata da  Sebastian Thrun, fondatore del laboratorio Google X dove il colosso di Mountain View sviluppa i propri progetti futuristici. Questo progetto è l’evoluzione dell’idea di fornire gratuitamente le lezioni di alcuni corsi dell’università di Stanford. I corsi proposti riguardano esclusivamente materie scientifiche e alle lezioni vengono alternati esercizi che permettono di verificare il grado di preparazione raggiunto. Ogni corso può essere seguito al ritmo che si preferisce e, una volta concluso, viene rilasciato gratuitamente un certificato che attesta il livello raggiunto. Questo certificato non può essere utilizzato per ottenere crediti formativi che possono però essere acquisiti (solo per alcuni corsi) sostenendo un ulteriore esame a pagamento.
    • Coursera è una compagnia fondata da alcuni professori dell’università di Stanford che offre la possibilità ad altri atenei di condividere i propri corsi online. I corsi offerti riguardano gli ambiti più disparati e coinvolgono numerose università, tra cui l’università “La Sapienza” di Roma. A differenza di Udacity i corsi possono essere frequentati in determinati periodi dell’anno in quanto è prevista un’interazione tra gli studenti e l’insegnante e sono inoltre assegnati dei compiti settimanali. Anche in questo caso è prevista la possibilità di ottenere crediti sostenendo un esame a pagamento.
    • edX è una società senza scopo di lucro fondata dall’università di Harvard e dal Massachusetts Institute of Technology che offre corsi di alcune delle più prestigiose università americane. Sostanzialmente il servizio offerto è lo stesso di Coursera, anche se il numero di corsi offerti è molto più limitato.
    • MIT OpenCourseWare è un’iniziativa del Massachusetts Institute of Technology che ha avuto inizio nel 2002 e che permette di accedere a più di 2000 corsi che trattano praticamente tutto lo scibile umano. L’unica nota dolente è che non per tutti i corsi sono disponibili i video delle lezioni. Visto l’enorme quantità di materiale è necessario armarsi di pazienza per trovare il corso che fa per noi. La qualità del materiale didattico compensa pienamente lo sforzo profuso.

    Un tempo le università erano molto gelose dei propri contenuti e ritenevano che condividere i propri corsi sul web fosse inutile o addirittura, nel caso peggiore, avrebbe potuto compromettere l’immagine della scuola. Oggi invece aprire i propri corsi al web è un’opportunità per mostrare quanto la propria università sia avanzata e, di conseguenza, raccogliere più finanziamenti. Oltre a ciò organizzazioni come Udacity stanno pensando di offrire un servizio che permette di mettere in contatto le aziende con gli studenti più meritevoli che seguono i corsi online. Sicuramente si troveranno altri modi per rendere profittevole l’apprendimento online, quello che è certo è che l’effetto collaterale sarà quello di avere sempre più contenuti liberamente consultabili. Per una volta la concorrenza sta funzionando veramente per rendere migliore la vita di tutti noi.

     

    Giorgio Avanzino

  • Operazione restaurazione: scandalo politico, crollano le ipocrisie

    Operazione restaurazione: scandalo politico, crollano le ipocrisie

    giorgio-napolitanoIl bello di queste ultime votazioni per il Quirinale è stato che hanno permesso di smascherare tante ipocrisie.

    Cade l’ipocrisia che la formazione di un governo col PD fosse impedita dall’oltranzismo del M5S. In realtà era evidente che le due forze politiche non potessero stare assieme semplicemente sulla base di otto punti programmatici tanto interessanti sulla carta, quanto fumosi nella pratica. E dopo un mese di (supposto) corteggiamento, non appena il M5S ha gettato un ponte proponendo Rodotà, cioè un politico di sinistra che potesse anche farsi garante di un cambio di rotta grazie alla sua notoria indipendenza e integrità, il PD ha accuratamente evitato di prenderlo in considerazione, senza preoccuparsi nemmeno di spiegare perché. (A dire il vero qualche parlamentare ha provato ad azzardare un: «Non potevamo votarlo, perché metà del partito non l’avrebbe votato», ma poi forse gli altri si sono accorti che addurre l’indisponibilità a votare il miglior candidato di sinistra come giustificazione dell’indisponibilità a votare il miglior candidato di sinistra sarebbe stato uno sprezzo del ridicolo fin troppo sfacciato).

    Cade poi l’ipocrisia delle “larghe intese”. In realtà, impallinata la candidatura di Marini, Bersani ha provato subito a far passare un uomo del PD contando soltanto sui voti del PD e nonostante l’aperta ostilità del PDL e l’indisponibilità del M5S (tra l’altro neppure interpellato).

    Cade anche l’ipocrisia che il PD sia un partito di sinistra: anzi, che si tratti affatto di un partito. In realtà questa strana formazione, aggregatasi in un tempo neanche troppo lontano (era il 2007) dietro ad una mal compresa “necessità” di bipolarismo, ha rappresentato lo sforzo di far convivere i reduci dell’Unione Sovietica con i reduci della Democrazia Cristiana: due culture che erano state entrambe tagliate fuori dalla Storia, che avevano poco da spartire e che dovevano però trovare una ragione per stare insieme. Ripudiata in gran segreto la tradizionale vocazione dei partiti di sinistra, cioè la difesa dei lavoratori e dello Stato sociale, perché considerata ormai (con grande lungimiranza storica) definitivamente fuori moda, fu necessario trovare un’altra piattaforma ideologica: ed è da qui che derivano quei feticci che sono stati la bandiera della sinistra italiana dell’ultimo ventennio.

    In primis l’anti-berlusconismo: uno slogan di facciata a cui tanti militanti hanno voluto credere fino all’ultimo, nonostante tutte le evidenze del contrario; ma che dal week-end scorso è ormai definitivamente smascherato. Impossibile infatti azzardare qualsiasi scusa di fronte all’evidenza del “gran rifiuto” opposto a Rodotà per favorire la “sorpresa” Marini, tanto cara a Berlusconi (il quale – si sa – non da mai niente per niente…).

    L’altro feticcio è l’europeismo, un dorato vincolo esterno che già Vladimir Bukovskij, con felice sintesi, definì “EURSS”; un bel sogno di diritti, multiculturalismo, efficienza nordica e maturità nazionale, che alla sinistra italiana veniva molto comodo per dare l’impressione di avere una qualche posizione. Tuttavia da questo sogno siamo a breve destinati a svegliarci. E se l’input ad uno smantellamento ordinato dell’euro-zona non verrà da un altro paese membro, per l’Italia il ritorno alla realtà non potrà che essere traumatico. Di ciò sarà responsabile proprio la forza politica che per anni ha impedito un serio dibattito sulla moneta unica, che ha mitizzato il lavoro di Ciampi, Prodi e Padoa-Schioppa e che ancora oggi finge di non sentire voci autorevoli, come quella di Paul Krugman, che pure sta cercando di avvisarci del disastro in tutti i modi.

    L’ultimo feticcio è stato consacrato definitivamente in questi giorni, per la sorpresa solo di chi faceva finta di non capire: Giorgio Napolitano. Avendo scelto di erigere un partito sui due feticci di cui sopra, i dirigenti della sinistra sono stati costretti a divorziare completamente dall’analisi del reale per privilegiare il calcolo elettoralistico, il politically correct e le mode del momento; cosicché, se il vento cambiava, privi di strumenti per navigare, non potevano far altro che andare alla disperata ricerca di un’ancora di salvezza. Per sette anni quell’ancora è stata il Presidente della Repubblica. Questo simpatico vecchietto, che ha saputo muoversi in modo da accontentare un po’ tutti i partiti, e che grazie all’aurea di ultimo baluardo istituzionale e alla dolcezza da primo “nonno d’Italia” ha saputo conquistarsi la benevolenza delle masse, è rimasto nel corso della crisi l’unica figura politica che si potesse presentare alla gente, il cavallo di troia con cui un establishment anacronistico poteva perpetrare se stesso: e per questo è stato conservato come una reliquia e venerato come un semidio.

    Da qui deriva la leggenda del grande statista Giorgio Napolitano; il quale, invece, ad uno sguardo disinteressato appare una figura piuttosto mediocre, un Presidente preoccupato soprattutto di conservare l’esistente, autore di pesanti forzature, con gravi responsabilità politiche nella gestione della crisi e serie opacità. Non è strano che alla fine la sua riconferma al Quirinale si sia rivelata l’unica soluzione possibile; ma che si tratti dell’ultima foglia di fico di un sistema politico allo sbando appare evidente dalla scena kafkiana del giuramento: il Parlamento in festa applaude le parole del Presidente mentre questi si prende il vezzo di criticarlo violentemente. E’ l’impietoso specchio di una classe politica priva di contenuti fino alla contraddizione; un’istantanea iconica della Casta da consegnare alla Storia, insieme con il volto imperturbabile di Maurizio Paniz mentre galvanizza gli impavidi “trecento” che faranno di Ruby “Rubacuori” la possibile nipote di Mubarak.

    Cade infine anche l’ipocrisia di una stampa conservatrice se non libera, almeno capace di esprimere qualche autonoma riserva. In realtà, dopo averci raccontato delitti e castighi del M5S con scomode inchieste tipo: “Rodotà è davvero il candidato della rete?”, il “quarto potere” non ha trovato di meglio da fare che salutare l’elezione del vecchio Presidente con editoriali degni di un cinegiornale degli anni ’30. Né al Corriere della Sera, né al Sole 24 Ore, né alla Stampa, né all’Unità, né agli altri grandi giornali che ci tengono “informati” è venuto in mente di denunciare lo scandalo politico dell’operazione di restaurazione a cui abbiamo assistito e che ha come ultimo precedente il Congresso di Vienna del 1815. A nessuno è venuto in mente di sottolineare che una tornata elettorale nazionale che aveva terremotato l’Europa e una cruciale corsa per l’inquilino del Quirinale sono passate come acqua fresca, riproponendo esattamente la situazione preesistente. Ieri avevamo un governo Monti all’insegna dell’austerità, una presidenza Napolitano e una maggioranza PD più PDL: oggi ci ritroviamo con una presidenza Napolitano, un inciucio tra PD e PDL bello apparecchiato, un governo fatto col rimpasto nel miglior stile “prima repubblica” e, quanto alle riforme da fare, indovinate un po’ di cosa si parla tanto per cambiare? Dell’agenda Monti. E a fronte di questo scempio, non appena Grillo pronuncia la parola “golpe”, esattamente come hanno fatto tutte le altre forze politiche in passato, si grida subito all’eversione. E’ un vero peccato che il comico si sia corretto (con inedito senso della misura) e si sia fermato proprio sul più bello, perché sarebbe stato un discreto spettacolo assistere al coro degli “aita, aita!” rivolti a Re Giorgio II per convincerlo ad inviare i carabinieri contro il vile gerarca in marcia verso Roma.

    Il vantaggio di tutta questa situazione è che nessuno potrà più dire di non aver capito. La Casta ha deciso di arroccarsi nel bunker e di regalare a Grillo quella battaglia per la novità e il ricambio che fin qui ha fatto la sua fortuna (permettendogli tra l’altro di mettere in secondo piano i nodi irrisolti e di imparare a moderare toni e linguaggio). E’ probabile che proprio su questa linea di frattura nei prossimi giorni il PD si spaccherà: da una parte i “responsabili” che sosterranno il “governissimo”, dall’altra quelli che andranno all’opposizione con Grillo, i quali pure, visti i nomi che circolano, non sembrano davvero preparati a separare il liberismo dalla difesa dello Stato sociale, in modo da tentare il difficile esodo verso la terra promessa di una cultura politica di sinistra.

     

    Andrea Giannini

  • Treetop Walkway: una “passeggiata” tra le chiome degli alberi

    Treetop Walkway: una “passeggiata” tra le chiome degli alberi

    Kew Garden 7Nei giardini di Kew, per valorizzare il rapporto uomo-natura, esiste un’avveniristica struttura sospesa tra gli alberi: la Rhizotron and Xstrata Treetop Walkway.

    Questa passeggiata tra le chiome verdi si trova sospesa a diciotto metri da terra, tra gli alberi e la parte apicale delle piante. L’esperienza di passeggiare a questa altezza vale da sola il viaggio a Kew, la vista spazia infatti a trecentosessanta gradi sul paesaggio circostante, permettendo di cogliere, da vicino ed una prospettiva del tutto inusuale, le differenti specie vegetali.

    Sembra proprio di essere un albero tra gli alberi e dall’alto si percepisce davvero in modo diverso come si sviluppino le piante, come siano disposti i rami, le foglie, le bacche e soprattutto si accede a dimensioni diverse dall’usuale.

    In particolare, mi hanno colpito due specifiche percezioni sensoriali, normalmente non riscontrabili da terra: il movimento ed il rumore delle piante. Gli alberi infatti si muovono quasi sempre, anche la più lieve brezza ne determina un moto, impercettibile dal suolo.

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                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Così facendo, essi producono anche suoni leggeri e molto peculiari. Dall’alto e stando tra loro, si capisce insomma cosa intendano i poeti con lo stormire delle fronde e si coglie una dimensione vitale dell’albero, ignota a chi sta a terra.

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                                                                                                                                                                                                                                                                                            Circondati su tutti i lati da alberi secolari, ci si sente un po’ come uno di loro e l’articolata vita della natura, con i suoi segreti, sembra intellegibile e meno lontana. Nelle specifiche aree, dedicate alle piante tropicali, si potranno invece apprezzare le variopinte e diversissime fioriture di migliaia di orchidee.

    I colori lasciano esterrefatti, le piante sono poi così ben collocate da sembrare cresciute nel loro habitat naturale. I rami e le foglie pendono infatti dagli alberi, spuntano da suolo e dai cespugli in modo apparentemente spontaneo. Kew Garden 12Gli stagni di Kew racchiudono poi centinaia di altre varietà lacustri, tra cui la celebre Ninfea Victoria Amazonica, dalle enormi foglie capaci di reggere, sul pelo dell’acqua, anche il peso di un bambino!

    La diversità di specie vegetali è quindi immensa in questo luogo, che è al tempo stesso parco, giardino e centro di studio e di ricerca. Pur restando in Europa e nei pressi di una grande capitale si ha così l’occasione di ammirare migliaia di specie vegetali, molte delle quali in via di estinzione, provenienti da tutto il mondo. In un certo senso, i Royal Botanic Gardens di Kew sono la concreta dimostrazione di quanto sia importante, per gli inglesi, la botanica.

    Essa è qui un’arte nella articolata ed esteticamente curata disposizione delle specie vegetali ed è una scienza nei laboratori di ricerca, studio, catalogazione e conservazione dei semi delle varie essenze. La natura è infine elemento culturale nell’insieme complessivo del giardino, che offre attrattive di ogni genere in tutte le stagioni dell’anno. I Kew Gardens insegnano insomma come dovrebbe essere concepito e valorizzato, nel moderno mondo occidentale, il rapporto uomo-natura e come storia, progresso e civilizzazione possano felicemente convivere all’interno di un giardino, sito proprio a pochi chilometri da una delle più attive e popolate città del mondo.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Consiglio Comunale Genova: lavori bloccati sul futuro di Amt

    Consiglio Comunale Genova: lavori bloccati sul futuro di Amt

    amt-trasporto-pubblico-d1Da mesi l’immagine è sempre la stessa. L’aula del Consiglio Comunale gremita di lavoratori dell’AMT,  consiglieri – soprattutto quelli del PD – contestati e lavori dell’amministrazione completamente bloccati.

    Non è bastato il congelamento del piano industriale avvenuto la scorsa settimana a tranquillizzare gli animi dei dipendenti AMT, che proprio ieri hanno effettuato un nuovo sciopero.  Presenti in Sala Rossa hanno dapprima interrotto il Sindaco intento a riportare le ultime evoluzioni della vicenda e poi hanno lanciato una serie di attacchi diretti al capogruppo del Pd Farello, reo di aver dichiarato alla stampa nei giorni scorsi che l’unica via per la soluzione della crisi aziendale fosse l’intervento un partner privato. Di fronte all’escalation di urla nei confronti del consigliere del PD la seduta è stata sospesa convocando una riunione capigruppo a cui hanno preso parte anche il Sindaco e i rappresentanti sindacali.

    Alla ripresa della seduta il rappresentante della FAISAL  – CISAL (il principale sindacato dell’AMT), chiamato a parlare proprio dai banchi della Giunta, ha voluto precisare che il rispetto delle istituzioni da parte dei lavoratori è massimo, ma che «la situazione è di grande tensione» e che in tale contesto l’intervento del consigliere Farello rischia di mettere in discussione la difficile trattativa in atto tra dirigenza AMT, Comune e sindacati per la risoluzione della crisi aziendale.

    Il Sindaco Doria ha quindi ripreso l’intervento interrotto, ribadendo che il principale obiettivo dell’amministrazione resta quello di «garantire la sopravvivenza dell’azienda», pur essendo consapevoli, però che essa si trova in un profondo squilibrio strutturale tra costi e ricavi. Mentre saranno ridotti i contribuiti statali, erogati attraverso la Regione Liguria, da 67 a 65 milioni di euro, il Comune manterrà inalterato il proprio contributo di 20 milioni di euro, anche se, precisa il Sindaco, sarà necessario ridurre il costo del lavoro facendo ricorso anche agli ammortizzatori sociali.  «Non si tratta di un intervento per far stare meglio i lavoratori, ma per tenere in vita l’azienda».

    «Ma una volta che l’azienda  sopravvive cosa accadrà domani? – prosegue Marco Doria – Bisogna considerare la possibilità di dare un’adeguata solidità patrimoniale ad un’azienda che è sottocapitalizzata». Ed è proprio questo punto che restano i maggiori punti interrogativi, visto che, a meno di un improbabile miglioramento repentino dei conti pubblici difficilmente si troveranno nuove risorse per finanziare AMT. Parlare di privatizzazione fa paura a tutti, ma nessuno sembra saper definire con chiarezza un piano alternativo. A ben vedere non è nemmeno molto chiaro quale privato possa avere interesse ad acquistare l’azienda e l’incertezza regna ancora sovrana sulla questione. Il Sindaco ha poi concluso il proprio discorso facendo riferimento alle contestazioni fatte dai lavoratori nei dei politici, evidenziando che in una situazione complicata come quella di AMT è sbagliato individuare un “cattivo” a cui addossare delle responsabilità individuali e ribadendo che in Consiglio Comunale «le opinioni hanno cittadinanza piena».

    Approvazione rendiconto del Comune

    Nella seconda parte della seduta si è approvato il rendiconto consuntivo del 2012 con 21 voti a favore, 8 astenuti (M5S, Lista Musso), 3 contrari (Pdl). Nonostante si trattasse di un passaggio piuttosto formale, è stata l’occasione per introdurre molti temi che, con ogni probabilità, saranno al centro del dibattito politico nei prossimi mesi . Innanzitutto l’opposizione ha toccato il nervo scoperto di questa amministrazione di centro sinistra chiedendo che, in occasione della programmazione del nuovo bilancio, venga chiarita la posizione della giunta su sviluppo economico e infrastrutturale. Le emergenze legate alle difficoltà economiche di molte aziende genovesi hanno messo in sordina, questioni come le grandi opere su cui la maggioranza è stata più volte in difficoltà.

    Il consigliere Vassallo (Pd) ha risposto a queste osservazioni anticipando alcune linee che potranno guidare il percorso del Consiglio Comunale. Il Comune ha bisogno di far cassa per trovare nuove risorse da investire e questo potrebbe essere fatto soprattutto incrementando gli affitti dei propri immobili, ad esempio rivedendo al rialzo alcuni canoni di locazione particolarmente agevolati, come avviene nel caso delle società sportive.  Il consigliere ha poi aggiunto che la discussione sulle sorti di Amt dovrà essere allargata ricomprendendo altre aziende partecipate come Aster e le Farmacie del Comune.

    Di fatto il consiglio è ancora inchiodato sulle emergenze da risolvere, come il trasporto pubblico, la cui soluzione non è ancora stata decisa, ma la necessità di approvare il bilancio previsione del 2013 pone le basi per “voltar pagina” introducendo nel dibattito nuovi temi di importanza strategica per il futuro di Genova.

     

     Federico Viotti

  • Vendite porta a porta, pratiche ingannevoli: ecco alcuni esempi

    Vendite porta a porta, pratiche ingannevoli: ecco alcuni esempi

    contratti-energiaAbbiamo già avuto modo di parlare delle vendite porta a porta. Queste operazioni commerciali, al giorno d’oggi, non sono più collegate soltanto alla vendita di aspirapolveri o enciclopedie; oggi alla vostra porta può suonare chiunque: dal venditore di contratti telefonici al venditore di gas o luce, dal venditore di assicurazioni al venditore di contratti di altra natura.

    Partiamo dalle segnalazioni ricevute.

    Iren Mercato, fornitore e venditore del gas per il mercato tutelato in Liguria e Piemonte, non si accontenta più di raggirare i propri clienti con offerte al limite del lecito, ma vende anche assicurazioni.
    Abbiamo ricevuto segnalazioni (che abbiamo opportunamente verificato) circa la vendita della polizza “GAS ASSICURATO”, con la quale, oltre a promettere il blocco del prezzo del gas per ben due anni, cercano di appiopparvi una assicurazione nel caso
    in cui necessitiate con urgenza di un fabbro, di un idraulico o di un elettricista…
    Siccome Iren mercato non può vendere assicurazioni in proprio, si appoggia ad Europ Assistanca Italia.
    Orbene, chi abbia stipulato una polizza assicurativa sulla casa, probabilmente queste garanzie le ha già…

    Edison Energia: riceviamo segnalazioni di soggetti che riescono ad entrare in casa delle persone e non se ne vanno se non sottoscrivete il contratto. Una nostra lettrice che chiedeva una copia del contratto per poterla leggere con la dovuta calma si è sentita dire: “Ma come, non si fida di noi?”
    No comment…

    Telecom Italia promuove la vendita del servizio internet con modem wi-fi. Fin qui nulla di strano. Peccato soltanto che nessuno vi comunichi che quel modem va acceso e spento ogni volta che vi connettete… Cosa che non è assolutamente necessaria con una normale linea ADSL. Così molti malcapitati, si sono visti appioppare bollette astronomiche perché… hanno navigato per un mese di seguito!

    Gli esempi di questo tipo si sprecano, ne abbiamo voluto indicare tre per fare capire ai nostri lettori quanta attenzione debbano avere quando qualcuno bussa alla porta di casa. Innanzitutto, questi venditori sono scaltri e spesso approfittano della situazione in cui si trovano: la signora anziana piuttosto che la madre col bimbo da allattare; l’uomo che stava dormendo dopo un turno di lavoro o la donna delle pulizie… In secondo luogo, il venditore di turno vuole farvi sottoscrivere il contratto senza darvi il tempo di leggere. Una volta che avete firmato lui guadagna.

    Nel ricordarvi ancora che la vendita porta a porta soggiace alle medesime regole delle vendite a distanza (e cioè la facoltà di recedere entro dieci giorni lavorativi), invitiamo tutti voi a non firmare niente senza essere sicuri: questo resta ad oggi l’unico modo per non farsi raggirare.

    In altre parole, recatevi voi stessi presso i punti vendita, chiedete le dovute informazioni e – soprattutto – verificate che un’offerta commerciale sia davvero consona alle vostre effettive esigenze.

    Salvarsi dalle truffe si può, tentar non nuoce.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Web learning, Khan Academy: la scuola online che ha conquistato il mondo

    Web learning, Khan Academy: la scuola online che ha conquistato il mondo

    khan-academyLa vita di Salman Khan sembra lo stereotipo del sogno americano. Nato a New Orleans da genitori immigrati, Salman (per gli amici “Sal”) frequenta le scuole pubbliche e, grazie alle sue doti fuori dal comune, vince una borsa di studio per uno dei college più prestigiosi al mondo: il Massachusetts Institute of Technology. Qui consegue tre lauree di cui una in ingegneria elettrica, una in matematica e una in informatica. Successivamente frequenta la prestigiosa università di Harvard dove consegue un Master in Business Administration che lo porta a trovare un lavoro molto ben retribuito come analista presso un fondo speculativo.

    Per molti questa sarebbe stata la realizzazione di un sogno, ma non per Sal: un giorno avrebbe voluto fondare una scuola dove gli studenti potessero mettere in pratica la propria creatività senza sacrificare il rigore accademico e, soprattutto, dove gli studenti non perdessero ogni possibilità di frequentare le università più prestigiose solo per aver fallito un test all’età di 11 anni così come accade nel sistema scolastico americano. Questo giorno non era molto lontano ed è arrivato molto prima di quanto lui avrebbe mai potuto aspettarsi.

    La svolta arriva inaspettatamente quando sua cugina Nadia, avendo difficoltà in matematica, rischia di non passare l’esame di passaggio alle scuole medie compromettendo irreparabilmente la propria carriera scolastica. Sal, nonostante al tempo vivesse lontano da sua cugina, decide di aiutarla e, per sopperire alla distanza, si avvale di un telefono e di un semplice programma chiamato Yahoo Doodle che permette di disegnare su uno schermo virtuale, come se fosse una lavagna.

    Grazie al suo aiuto Nadia riesce così a passare brillantemente l’esame e, in poco tempo, grazie al passaparola, Sal si ritrova a dare ripetizioni virtuali a quasi tutti i membri della sua numerosa famiglia. A questo punto, vista la difficoltà di gestire un numero così grande di persone, Sal decide nel 2006 di registrare i video delle sue lezioni e pubblicarle su Youtube in modo che i suoi parenti possano accedervi in qualunque momento. All’inizio non è molto convinto di questa soluzione, ma, con grande sorpresa, si rende conto che i suoi cugini cominciano ad apprezzare più la versione “digitale” del proprio cugino di quella in carne e ossa. E ancora più sorprendentemente i suoi video vengono visti e commentati da sempre più persone. Il sogno di Sal sta cominciando a diventare realtà.

    Nel 2008 decide di creare un’organizzazione no-profit e di chiamarla “Khan Academy” e nel 2009 lascia il suo lavoro per dedicarsi al suo progetto. All’inizio il “team” è composto solamente da lui, una tavoletta grafica da 80$ e un software per catturare le immagini dallo schermo. L’inizio non è facile, ma già dopo pochi mesi i suoi video vengono visti da migliaia di persone ogni giorno. Al successo in termini di visite non corrisponde purtroppo un successo dal punto di vista finanziario: Sal può fare affidamento solo sui suoi risparmi che si stanno velocemente erodendo. Dopo pochi mesi riceve il primo assegno di 100000 dollari da un venture capitalist che gli permette di tirare un primo sospiro di sollievo. Da quel momento tutto cambia: due mesi dopo Bill Gates annuncia ad un convegno sulle tecnologie innovative di essere un grande fan di Khan Academy e di utilizzarlo con i suoi figli. A questa dichiarazione fa seguire una ricca donazione di 1,5 milioni di dollari a cui sono seguiti 2 milioni da parte di Google. A questo punto Sal può finalmente fare le cose in grande assumendo i migliori informatici e designer presenti sul mercato. Le visualizzazioni del sito continuano ad aumentare e il canale Youtube raggiunge addirittura 250 milioni di visualizzazioni. Il sogno di Sal si sta avverando.

    Ma cosa rende così diverso Khan Academy rispetto ad ad altri siti analoghi? A prima vista il sito non presenta nessuna peculiarità. Si possono scegliere le lezioni da seguire scegliendo tra più di 4000 video, suddivisi in quattro aree tematiche principali: matematica, scienza ed economia, informatica e scienze umanistiche. Ognuna di queste aree è suddivisa a sua volta in ambiti più specifici. Prendiamo ad esempio la matematica: si possono scegliere lezioni che vanno dall’algebra e alla geometria di base fino ad arrivare al calcolo differenziale.

    La prima peculiarità è che le lezioni non utilizzano la consueta formula dei video didattici dove si vede una persona che spiega davanti a una lavagna. Il viso di Sal non appare in nessun video, si vedono solo apparire sullo sfondo nero le scritte, le immagini e le formule create da Sal con la tavoletta grafica che, come ha dichiarato lui stesso, “saltano fuori da un universo oscuro ed entrano nella propria mente con una voce proveniente dal nulla”. L’effetto che si vuole dare è quello di far sentire chi guarda il video come se stesse lavorando fianco a fianco con Sal.

    Sul sito è possibile inoltre tenere traccia degli argomenti affrontati ed esercitarsi con gli esercizi proposti per verificare i propri progressi, ma la vera innovazione è la possibilità di applicare facilmente questa metodologia didattica nelle scuole: l’insegnante e i suoi alunni possono creare i propri profili e l’insegnante può monitorare i progressi dei propri alunni.

    Le lezioni non avvengono come al solito: compiti e lezioni in classe vengono “ribaltati”. Gli studenti preparano a casa le lezioni seguendo i video, mentre in classe svolgono i test e lavori di gruppo. Gli alunni in questo modo, potendo mettere in pausa o ripetere il video, hanno la possibilità di assimilare i concetti seguendo il proprio ritmo. In classe l’insegnante, grazie all’interfaccia grafica offerta dal sito, può vedere in tempo reale chi è in difficoltà potendo così intervenire subito aiutando chi rimane indietro senza rallentare gli altri studenti. Il modello classico di apprendimento prevede che il tempo dedicato all’apprendimento sia fisso e il livello a cui si sono assimilati i concetti sia variabile e misurabile con un voto. C’è chi padroneggia completamente la materia, chi invece ha una conoscenza appena sufficiente e chi rimane definitivamente indietro. Il metodo di Khan Academy mette in atto una vera e propria rivoluzione: a variare è il tempo impiegato dai singoli studenti per apprendere i concetti, mentre si fissa il livello di padronanza… tutti gli studenti, alla fine del loro percorso assimilano i concetti senza avere carenze su singoli argomenti.

    A chi lo accusa di voler sostituire l’interazione umana con la fredda informatica Sal risponde che è proprio per avere più interazione umana che tutto questo è stato creato. Con questo metodo viene meno la passività che spesso caratterizza le lezioni tradizionali per poter lasciare spazio alla creatività.

    Tutto questo potrebbe sembrare una bella teoria che, per quanto affascinante, rimarrà poco più di uno spot pubblicitario. A volte però i sogni si realizzano: nel distretto di Los Altos vicino a San Francisco più di 20 scuole hanno deciso di sperimentare questo metodo riportando buoni risultati, soprattutto per gli studenti che avevano avuto, fino a quel momento, più difficoltà di apprendimento. Versioni offline del sito sono state utilizzate nelle aree più povere di Asia, Africa e Sud America per consentire ai ragazzi di quelle zone di avere la stessa esperienza educativa di quelli che vivono nella Silicon Valley.

    Che questo sia il futuro dell’educazione? È difficile dirlo, l’unica cosa certa è che, come ha detto Bill Gates riferendosi a Salman Khan, “quasi 160 punti di QI sono stati spostati dalla finanza speculativa all’insegnamento a un numero sterminato di persone. È stato un bel giorno quello in cui sua moglie gli ha fatto lasciare il proprio lavoro”. In un paese che negli ultimi anni ha impiegato i suoi migliori cervelli nella speculazione finanziaria questo è un fatto più unico che raro.

     

    Giorgio Avanzino

     

  • Royal Botanic Gardens: centro di ricerca all’avanguardia nella botanica

    Royal Botanic Gardens: centro di ricerca all’avanguardia nella botanica

    Kew Gardens 1Come abbiamo brevemente anticipato nello scorso articolo, i Kew Gardens dimostrano come un bene originariamente privato abbia potuto evolversi e trasformarsi in una ricchezza per la collettività e possa, al tempo stesso, assommare i pregi di un giardino a quelli di un “laboratorio” a cielo aperto, che preserva e valorizza migliaia di specie vegetali, spesso estinte in natura o a rischio di estinzione.
    Se avrete occasione di fare un giro a Londra, varrà sicuramente la pena visitare i Kew Gardens. Essi si trovano a pochi minuti dal centro della città, sono facilmente raggiungibili in metropolitana e valgono sicuramente la fatica del viaggio.
    I Royal Botanic Gardens presentano infatti sia piante di ogni genere e varietà (sono presenti, solo per le orchidee, più di cinquemila specie), da quelle per il giardino roccioso, a quelle tropicali o a quelle acquatiche, che interessanti e “listed” edifici (cioè tutelati dal competenti Autorità per i beni culturali).

    Kew Gardens 3Kew Gardens 2

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    .

    Il primo tra tutti è rappresentato da una alta costruzione orientaleggiante, su più piani, noto come la Pagoda e costruita nel settecento sulla base dello stile all’epoca dominante. La più celebre ed antica tra le molte serre è, invece, la Palm House. Essa venne progettata in un luogo limitrofo ad uno specchio d’acqua in modo da riflettersi sulla sua superficie così da accrescere l’effetto di stupore sull’osservatore. Venne inoltre realizzata con l’acciaio usato nella costruzione delle navi. Tale espediente permise così di ampliare al massimo la larghezza intercorrente tra i pilastri interni dell’edificio, con grande beneficio dello spazio da adibire alle piante. Merita anche una menzione l’ultra moderna struttura Princess of Wales Conservatory, che ha fatto dell’efficienza energetica la sua principale prerogativa. All’interno dell’esteso parco si trova infine anche una antica dimora secentesca con annesso giardino, Wakehurst Place.

    Da un punto di vista botanico, i Kew Gardens non potranno deludere neppure il più appassionato dei botanici.
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                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   .

     La Palm House contiene infatti una ricca raccolta di palme ed altre analoghe piante, la collocazione dell’insieme è molto curata ed estremamente suggestiva. Le varie specie si intrecciano, infatti, tra loro sotto le volte della antica struttura in ferro e vetro, alcune piante fiorite adatte ai climi caldi spuntano tra le verzure ed infine piccoli uccelli si librano nell’aria. La serra è poi dotata, nella sua parte più alta, di una sorta di balconata in ghisa, raggiungibile a mezzo di scalette a chiocciola.

    Kew Gardens 6Dall’alto la vista è davvero particolare, sembra infatti di trovarsi nel mezzo di una foresta tropicale e si ha inoltre l’inusuale opportunità di cogliere le singole varietà di piante da una distanza estremamente ridotta. Queste ultime sono tutte saggiamente potate, tanto da non scorgere neppure i tagli o i rami ridimensionati nel tempo. L’insieme è molto spontaneo e naturale, mille toni di verdi e molteplici tipologie di foglie fanno dimenticare di trovarsi all’interno di un luogo chiuso, in un paese europeo e per di più a pochi chilometri dal centro di una moderna ed urbanizzata capitale, come è Londra.

    Le molte altre serre dei Kew Garden racchiudono infine strepitose raccolte di piante grasse, provenienti dai più disparati deserti del pianeta. Anche qui l’intenditore come il semplice curioso avrà modo di approfondire le proprie conoscenze o di restare semplicemente stupido di fronte all’enorme varietà di forme, colori e fioriture esistenti nel pianeta.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • L’elezione del Presidente della Repubblica e lo “sfascismo” di Grillo

    L’elezione del Presidente della Repubblica e lo “sfascismo” di Grillo

    rodotaNon si riesce davvero a sfuggire all’impressione che si voglia a tutti i costi delegittimare il M5S. Intendiamoci: non è che Grillo e i suoi siano esenti da critiche. Tutt’altro. Il problema è che, anche se la critica è sempre legittima, circostanze e toni sono piuttosto sospetti. Ad esempio, sul Corriere della Sera il professor Sartori spiega bene perché la Costituzione liberi i parlamentari dal vincolo di mandato: essenzialmente perché devono rappresentare il popolo, non il partito che li ha catapultati in Parlamento. Giusta quindi la critica tanto alla sparata di Grillo di qualche tempo fa, quanto, più in generale, all’idea che i rappresentanti del popolo non debbano essere dei mediatori, ma dei meri portavoce teleguidati dal web (come anche io avevo scritto mesi fa).

    Però il professore va ben oltre: «non riesco a capire» – conclude  – «come la nostra Corte costituzionale non abbia sinora veduto una così macroscopica violazione costituzionale». Il M5S sarebbe (testualmente) una «organizzazione incostituzionale» perché il suo leader ha detto che vorrebbe cambiare la Costituzione in modo da poter dettare la linea politica agli eletti del suo partito. Quella di Sartori è una valutazione davvero assurda e ipocrita. E’ assurda perché la Corte costituzionale non si occupa di censurare parole e opinioni discutibili, a maggior ragione se arrivano da un privato cittadino quale Grillo tutto sommato rimane. E’ ipocrita perché, quanto ai fatti, non mi pare che il M5S si sia particolarmente distinto per tutto questo intruppamento “eversivo” cui sembra alludere Sartori: anzi, è vero il contrario, dato che alla prima occasione si è subito spaccato, non diversamente da quello che può accadere a qualsiasi altro partito. Ma l’ipocrisia dipende soprattutto dal fatto che il vincolo di mandato, per quanto a me possa dispiacere e benché il professore paia non essersene accorto, è già una realtà: lo ha reso un’arte quasi sublime Berlusconi, quando ha chiesto e ottenuto che trecento parlamentari votassero la presunzione di parentela tra Ruby Rubacuori e l’ex-presidente dell’Egitto Mubarak; lo ha reso sistemico la “peggiocrazia”, ovvero una classe politica reclutata appositamente per le sue caratteristiche di debolezza e ricattabilità, e quindi docile ai voleri di un ristretto gruppo dirigente, che è il vero decisore; infine lo presuppongono implicitamente anche i continui richiami alla responsabilità, al voto utile e alla condivisione, che provengono spesso e volentieri proprio dal giornale dove Sartori scrive.

    La coperta, infatti, è corta: se i parlamentari votano secondo coscienza, c’è anche il rischio che le minoranze possano ricattare le maggioranze oppure fare cadere i governi (dunque, addio responsabilità); ma se bisogna essere responsabili e sostenere i governi, allora i parlamentari devono inevitabilmente sacrificare un po’ di autonomia di pensiero. Strano che a un fine politologo come Sartori sfugga questa banalità. (Abbiamo dovuto aspettare un economista, Claudio Borghi Aquilini, per sentir dire finalmente : «il voto responsabile non esiste: se si votano delle cose sbagliate, il voto è irresponsabile»).
    Strano che dopo vent’anni che i partiti fanno strame della carta costituzionale, improvvisamente, per una sparata tanto sbagliata quanto inoffensiva, Sartori si sia messo a strillare “Accorruomo!” e  “Gendarmi!”. Strano che non si marchi mai la differenza che c’è tra i progetti piduisti ed eversori che dichiaratamente costituiscono il nucleo ideologico di molti reputatissimi politici e le parole sconclusionate di Grillo; quasi che le due cose possano essere messe sullo stesso piano.

    Beppe GrilloIn realtà, fino a prova contraria, pare che dietro a Grillo e Casaleggio ci siano solo loro stessi: per cui, turpiloquio a parte, se nel tentare di proporre soluzioni nuove il comico e il suo guru peccano di “giovanilismo”, non si vede per quale motivo gridare al colpo di Stato. Al contrario sembra che, almeno per il momento, il M5S sia interessato a rappresentare esigenze di coerenza e reale democratizzazione del paese; esigenze peraltro abbastanza genuine, anche se magari grossolane, imprecise e a volte totalmente mal direzionate.

    Piuttosto, se Grillo ha costruito un grande consenso sul rifiuto del compromesso (che pure è un ingrediente essenziale della politica) e una trasparenza talebana, ciò non dipenderà forse dal fatto che per anni la parola “compromesso” è stata usata come scusa per i peggiori inciuci e le più volgari trattative? Se non si fanno queste contestualizzazioni, è facile allora cadere nel sospetto che si avanzi una critica legittima solo per farne poi un uso pretestuoso. E’ difficile dire, per fare un altro esempio, che Lilli Gruber stia esercitando solo un libero diritto di critica quando invita nel suo salotto televisivo tre esponenti dell’opinione pubblica che sparano a zero sul M5S, mentre lei, commentando la candidatura di Milena Gabanelli, tra vari aggrottamenti di sopracciglia si chiede: «Sarà una trappola?».

    Ognuno è libero di dire quello vuole: ma resta il fatto che sono vent’anni che il centro-sinistra puntualmente si fa fregare da Berlusconi; esattamente nello stesso momento in cui la Gruber va in onda, Bersani è ancora lì, fedele alla tradizione, che si affanna alla ricerca del compromesso col Cavaliere; e quando arriva Grillo a proporre l’icona par excellence del presepio delle belle statuine di sinistra, una che fa molto “Raitre”, ma anche una persona onesta, seria, proveniente (finalmente) dalla società civile e per giunta (finalmente) donna, la Gruber, che il giorno prima se la prendeva financo con Napolitano per la mancanza di presenze femminili tra i dieci saggi (quale sanguinosa perdita per le discendenti di Eva!), invece di rallegrarsi improvvisamente si scopre preoccupata che l’offerta possa nascondere una non meglio imprecisata “trappola”.
    E’ dunque quantomeno lecito chiedersi se non esista verso Grillo una diffusa diffidenza da parte dell’opinione pubblica, alimentata dal rifiuto del M5S ad omologarsi.

    In ogni caso, se mai ci sono stati, questi giochi sono destinati ad arrestarsi. La Gabanelli si è tirata indietro e ora il candidato del M5S è Rodotà (un nome che io stesso avevo fatto nell’immediato dopo-elezioni): a questo punto cade anche l’ultima foglia di fico di una laureata al DAMS che non viene dal mondo delle istituzioni e non si potrà più speculare sullo “sfascismo” di Grillo. Tant’è che, in un clima da “notte dei lunghi coltelli”, si prepara la resa dei conti tra i dirigenti PD, costretti dagli eventi ad una scelta radicale: o con Grillo per un nome davvero indipendente e autorevole, o con Berlusconi per i suoi processi.

    Andrea Giannini

  • Come scrivere un’email in lingua inglese: forme di apertura e di chiusura

    Come scrivere un’email in lingua inglese: forme di apertura e di chiusura

    londra-regent-street-DILa parola email  è entrata di prepotenza nel nostro lessico a causa del boom della tecnologia e di Internet. Di questo termine in inglese vengono ammessi due diversi spelling: e-mail oppure email. Probabilmente la usiamo ormai più frequentemente anche di “spaghetti” o addirittura di “calcio”.

    Comunque sia, che si scelga email o e-mail, si tratta, in entrambi i casi, di un’abbreviazione di electronic mail, espressione che è stata coniata per distinguere la posta elettronica da quella tradizionale, chiamata semplicemente  mail. Proprio questo termine viene spesso usato nella nostra lingua per indicare i messaggi inviati e ricevuti tramite la Rete, ma in English, onde evitare confusione e a scanso di equivoci, è meglio sempre specificare usando la dicitura email per la posta elettronica.

    Tra l’altro, in inglese email non è soltanto un sostantivo, ma anche un verbo. Per esempio posso dire: Email me as soon as you can (“Mandami un’email appena riesci”). Oppure: I emailed him but he never replied (“Gli ho inviato un messaggio di posta elettronica ma non mi ha mai risposto”).

    Fatta questa premessa, vediamo alcune delle più comuni formule di apertura e chiusura di un’email redatta in inglese.

    Tutto dipende dal grado di confidenza che avete con il destinatario del vostro messaggio. Si va da Dear Sirs, usato quando scrivete un’email molto formale a destinatari ignoti, a Dear Mr / Mrs Brown, Jones, ecc. se conoscete il destinatario ma non volete usare un tono troppo familiare, per arrivare a forme molto più colloquiali se vi state rivolgendo a un amico (Hi / Hello. How’re you?).

    Alla fine del messaggio, oltre al ringraziamento per l’attenzione e per la disponibilità (Thank you very much for your attention / help / time), normalmente si chiude l’email con un saluto, come per esempio Best regards / Best wishes / All the best, o più semplicemente Bye / See you / See you soon / Speak soon se il contesto non è formale e stiamo scrivendo a un conoscente.

    Un consiglio che mi sento di dare in generale nella stesura di un’email sia che la scriviate in inglese, in italiano, in francese o in swahili  è quello di porvi la seguente domanda: la persona che leggerà il mio messaggio sarà in grado di capire quello che ho scritto? Se scrivete in una lingua diversa dalla vostra lingua madre, evitate i periodi troppo complessi e cercate quanto più possibile di essere semplici e lineari.

    E’ bene sottolineare, tra l’altro, che la cultura anglosassone è più pragmatica e meno formale della nostra: si vuole arrivare dritti al cuore della faccenda. I formalismi vuoti e ampollosi servono a poco e i nostri “Egregio”, “Esimio”, “Illustrissimo” – che personalmente trovo goffi e piuttosto ridicoli – sono condensati in Dear Sir / Madam o Dear Mr/ Mrs So and So (Signor / Signora Tal dei tali). Esistono tuttavia rare eccezioni, come la forma Your Majesty, usata per rivolgersi alla regina, ma dubito fortemente che vi capiterà mai di inviarle un’email.

    Nel caso comunque vi capitasse di incontrarla di persona, evitate di fare la brutta figura fatta da un nostro ex Presidente del Consiglio che si mise a urlare a pochi metri da lei: la nostra immagine a livello internazionale è già stata sufficientemente compromessa … See you!

     

    Daniele Canepa 

    [foto di Diego Arbore]

  • Inps ed Equitalia: gli interessi sul mancato versamento dei contributi

    Inps ed Equitalia: gli interessi sul mancato versamento dei contributi

    InpsLa settimana scorsa abbiamo parlato della composizione strutturale di Equitalia, società per azioni composta da Agenzia delle Entrate ed INPS. Per dovere di completezza, oggi sento il dovere di specificare alcune cose sull’INPS, dapprima con con un paio di osservazioni criticamente oggettive e successivamente con un breve cenno storico dell’istituto.

    Prima del breve excursus storico, focalizziamo la nostra attenzione su due punti:

    – Il versamento dei contributi, quando è dovuto, è obbligatorio; se non si pagano, l’INPS procede al recupero delle somme dovute. Come? Attraverso Equitalia, ovviamente!
    E quando pagate la vostra o le vostre belle cartelle esattoriali, pagate degli interessi e delle somme che vanno nelle casse di Equitalia, in quanto l’ente impositore “recupera” solo i suoi soldi (con gli interessi o con l’applicazione di sanzioni ove previste).
    Peccato solo che l’INPS detenga il 49% di Equitalia e quindi… guadagna due volte sulle vostre tasche.

    – Il versamento dei contributi previdenziali è una delle voci che presenta maggiori difficoltà per il contribuente, per una serie di motivi sui quali in questa sede non mi dilungo; però va detto che, proprio per codesto motivo, risulta anche difficile, sempre per il contribuente medio, poter opporre difese o eccezioni di fronte alla richiesta di pagamenti di questo tipo.

    La morale della favola: se l’INPS è il “nostro” ente previdenziale e se l’Italia è il nostro paese, qualcuno mi deve spiegare come fa il cittadino medio a riconoscersi in una nazione che per prima gli tende dei tranelli facendolo pagare più del dovuto.
    Nel vero senso del termine.

    LA STORIA DELLA PREVIDENZA SOCIALE IN ITALIA

    L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) è il principale ente previdenziale italiano, presso cui debbono essere obbligatoriamente assicurati tutti i lavoratori dipendenti pubblici o privati e la maggior parte dei lavoratori autonomi, che non abbiano una propria cassa previdenziale autonoma.
    L’INPS è sottoposto alla vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
    Il Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201, ha disposto la soppressione di ben due istituti previdenziali, ovvero dell’INPDAP e dell’ENPALS trasferendo all’INPS le relative funzioni.

    Nel nostro paese, il sistema della previdenza sociale venne istituito nel 1898 con la costituzione della Cassa nazionale di Previdenza la quale era competente in materia di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai. Si trattava di una assicurazione volontaria, finanziata dai contributi pagati dai dipendenti, ed integrata dall’intervento statale e da versamenti volontari dei datori di lavoro.

    L’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia divenne obbligatoria nel 1919 con l’istituzione della Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali (CNAS). Nel 1933 la Cassa assunse la denominazione di Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, costituito in ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e a gestione autonoma.

    Successivi interventi del legislatore ampliarono in modo significativo i compiti dell’Istituto, cui già nel 1939 fu attribuita la gestione dei primi interventi a sostegno del reddito (assicurazione contro la disoccupazione, assegni familiari, integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto).
    Nel 1943 assunse la denominazione attuale senza l’aggettivo “Fascista”.
    Nel 1968 nasce la Pensione Sociale e la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS)
    Nel 1980 fu affidato all’INPS anche il compito, in precedenza assolto dall’ex INAM, di riscuotere i contributi di malattia e corrispondere ai lavoratori dipendenti la relativa indennità.
    Nel 1989 entra in vigore la Legge 9 marzo 1989, n. 88 di ristrutturazione dell’INPS che introduce i criteri di economicità e di imprenditorialità e separa finanziariamente, l’assistenza dalla previdenza.
    Dagli anni ’90 una serie di istituti previdenziali di categoria, dei dirigenti e di alcuni ordini professionali, sono confluiti nell’INPS, con accollo su quest’ultimo dei relativi debiti e risparmi sui costi amministrativi, derivanti da una gestione pensionistica in capo ad un unico ente.

    Nelle regioni italiane che beneficiano di un regime di bilinguismo, la denominazione INPS è stata resa: in Valle d’Aosta, bilingue italiano/francese, Institut national de la prévoyance sociale (INPS); nella provincia autonoma di Bolzano, bilingue italiano/tedesco, Nationalinstitut für Soziale Fürsorge (NISF).

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Amt, Consiglio Comunale: il sindaco congela il piano industriale

    Amt, Consiglio Comunale: il sindaco congela il piano industriale

    autobus-amt-5«Ritirate il piano industriale»! Questo il grido che ha accompagnato ieri l’intera seduta del Consiglio Comunale. A pronunciarlo sono stati i lavoratori dell’AMT presenti in aula, infuriati e preoccupati per la previsione di 430 esuberi all’interno dell’azienda.

    La contestazione, a volte molto accesa, ha costretto in più occasioni il presidente Guerello ad interrompere la riunione e per placare gli animi è servito un intervento diretto del sindaco che ha parlato a lungo con i lavoratori presenti nella tribuna del pubblico.

     

    Al termine di una giornata di incontri e trattative è giunta la comunicazione, firmata da Marco Doria in persona, che sanciva la momentanea interruzione del piano aziendale «finalizzata all’avvio immediato di una trattativa che consenta il raggiungimento di un’intesa con le organizzazioni sindacali». Tutto rinviato, dunque, ma solo fino a fine aprile, data entro la quale il documento richiede che venga trovata una soluzione condivisa.

    doria-folla-protesta-consiglio-comunaleIl rifiuto del piano industriale  è stato netto fin dal principio da parte dei dipendenti, che non accettano alcun intervento a riduzione del personale. «Ma quali esuberi che non ci danno un congedo nemmeno per miracolo» afferma a gran voce qualche lavoratore dagli spalti dell’aula rossa di Palazzo Tursi. I conti dell’azienda però dipingono una situazione davvero preoccupante, con il rischio per nulla remoto di portare AMT al fallimento entro giugno. In questi mesi il nodo del trasporto pubblico locale è stato costantemente al centro del dibattito politico, senza però mai giungere ad una decisione definitiva e risolutiva del problema.

     

    Il piano industriale AMT, presentato lunedì alla commissione consiliare territorio, in realtà, non avrebbe dovuto essere oggetto di dibattito del Consiglio, ma è stato inevitabilmente richiamato dal primo punto all’ordine del giorno della seduta, che riguardava l’aumento del prezzo dei biglietti e degli abbonamenti. Una manovra inizialmente legata al mantenimento della tariffazione integrata bus-treno, ma che, vista la delicatissima situazione finanziaria dell’azienda, è ormai ritenuta fondamentale per la sua stessa  sopravvivenza.

    Gli aumenti previsti riguarderanno, per esempio, il biglietto singolo che passerà da 1,50 a 1,60 euro, l’abbonamento mensile che salirà da 43 a 46 euro e quello annuale da 360 a 395 euro. In questo modo l’azienda ha previsto di aumentare di circa due milioni di euro le proprie entrate (da 71 a 73 milioni) trasformando però al tempo stesso il trasporto pubblico genovese nel  più caro d’Italia.

    Nonostante si riconoscano le oggettive difficoltà dell’AMT, che per mantenere il servizio integrato ha dovuto anche pagare 6,5 milioni di euro (più un milione messo a disposizione dalla Regione) a Trenitalia, molti partiti hanno espresso la propria contrarietà agli aumenti . Il consigliere Enrico Musso ha criticato questa scelta affermando che non esiste alcun collegamento tra il mantenimento del biglietto integrato e l’incremento delle tariffe: «Si tratta di un aumento dei ricavi indifferenziati che si applica a perdite indifferenziate». Per questa ragione il capogruppo della Lista Musso ha proposto di affiancare al biglietto treno – bus anche un biglietto di costo inferiore per chi utilizza solo l’autobus.

    A questa proposta se ne sono affiancate molte altre, come la richiesta, comune a molti i partiti, di non aumentare il costo degli abbonamenti e persino la riduzione dell’abbonamento per i giovani da 255 a 199 euro, avanzata dal M5S, per fidelizzare la fascia giovanile della popolazione all’uso dei mezzi di trasporto pubblici. Proposte respinte dall’Amministrazione, per bocca dell’assessore alla Mobilità e Traffico Anna Maria Dagnino, poiché ogni modifica avrebbe portato a conseguenze poco prevedibili sulle stime dei ricavi aziendali calcolati per il 2013.

    Ma  chi ha controllato fino ad oggi la correttezza della gestione di AMT? È stato fatto tutto il possibile per il suo rilancio? Questi sono alcuni dei quesiti che ha rivolto il consigliere dell’Idv Anzalone all’aula, proponendo di istituire una commissione speciale che effettuasse degli approfondimenti su questi aspetti. A sostenerlo in questa richiesta di chiarezza anche il M5S, che ha chiesto la presentazione dei libri mastri dell’azienda per poterne analizzare i contenuti e individuare eventuali sprechi. Il consigliere Anzalone ha affondato ulteriormente il colpo mettendo in evidenza l’incongruenza di una manovra che da un lato prevede licenziamenti e aumenti tariffari, mentre dall’altro stabilisce il pagamento di 3 milioni di euro di straordinari.

    La delibera è stata infine approvata, ma con numeri che evidenziano uno scarso sostegno al provvedimento da parte dell’aula. Solo 15 voti a favore (Pdl e Lista Doria), 8 contrari (Pdl, Listo Musso, Fds, Sel) e9 astenuti (M5S, Udc, Gruppo Misto). Particolarmente evidente è l’ennesima spaccatura all’interno della maggioranza con il voto contrario dei due alleati più “radicali” (Sel e Fds).

     

    Federico Viotti

  • “La loro lungimiranza è uno scudo antisommossa”

    “La loro lungimiranza è uno scudo antisommossa”

    letteredallaluna-azzurroLa città è fatta di persone, certamente, tante persone e tante macchine, uno sciame di moscerini per un’idea di movimento, traffico, scambio, mobilità. Poi ci sono le case, i palazzoni e gli edifici storici. Eh si, perché la città, prima di tutto, è fatta di cose immobili, di pietra e di cemento. E la fermezza in città prevale senza ostacolo alcuno sul movimento, non facciamoci illudere dagli scooter imbizzarriti, non c’è proprio partita, credetemi.

    Vi dirò di più, la differenza a favore dell’immobilità la fanno gli uomini stessi.

    Ci sono corde marce e intrise di sale che stringono e costringono questa pozzanghera di città, ferme e incrostate da decine e decine di anni, bulloni corrosi dalla ruggine che basta applicare un po’ di vernice color argento e sembrano nuovi di pacca.

    Li riconosci subito, hanno lo sguardo pietoso e il lamento sulle labbra, vecchie ferraglie che si scaldano al sole, mentre fuori piove. Complici e indispensabili uno per l’altro in uno sputo di cortile, inutili alla causa appena varcata la soglia.

    Li trovi negli uffici pubblici, in quelli più piccoli dove non si svolgono attività considerate “essenziali”, ai margini della macchina istituzionale, dove spesso si fa fatica a svolgere con successo il proprio lavoro per mancanza di fondi e soprattutto di buone idee; li trovi anche negli uffici più grandi, sono dirigenti terrorizzati dal confronto con l’iniziativa privata, soprattutto quando gli interlocutori sono giovani. Ma i nostri bulloni, guardate bene, non arrugginiscono solo nella pubblica amministrazione. Inquinano anche i cda delle grandi società cittadine, protagonisti canuti di un’interminabile partita “inter nos”, convinti di dover resistere, di doversi proteggere da un futuro che si sta preannunciando più faticoso del previsto.

    La loro lungimiranza è uno scudo antisommossa.

     

    Gabriele Serpe