Tag: polemiche

  • Servizio civile aperto agli stranieri: escluderli è discriminazione

    Servizio civile aperto agli stranieri: escluderli è discriminazione

    Il Servizio Civile in LiguriaIn attesa di conoscere le sorti delle centinaia di ragazzi che hanno vinto l’ultimo bando di servizio civile nazionale, da Milano è arrivata una sentenza destinata a cambiare radicalmente i progetti negli anni a venire.

    Premessa: il bando di servizio civile nazionale è aperto solo a cittadini italiani, maggiorenni e senza precedenti penali.

    Fatto: uno studente pachistano di 26 anni, Shahzad Sayed, residente in Italia da 15 anni ma ancora privo della cittadinanza, ha fatto ricorso per discriminazione lo scorso ottobre, sostenendo che i valori fondanti del servizio civile – “difesa della Patria quale dovere di solidarietà politica, economica e sociale” – possono essere accolti anche da chi non è cittadino a tutti gli effetti ma vive stabilmente in Italia da molto tempo.

    Proprio questa è la motivazione che ha portato il giudice del lavoro Carla Bianchini ad accogliere il ricorso: una sentenza che potrebbe di fatto annullare l’ultimo bando di servizio civile. La sentenza ordina infatti “alla Presidenza del Consiglio dei Ministri -Ufficio Nazionale per il Servizio Civile – di sospendere le procedure di selezione, di modificare il bando (…), consentendo l’accesso anche agli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia e di fissare un nuovo termine per le domande“.

    Marta Traverso

  • Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ogni tanto è utile osservare il nostro paese attraverso il racconto che ne fanno media e giornali, il più prestigioso dei quali è per antonomasia il Corriere della Sera. Come altri quotidiani, insieme alle cronache di bravi giornalisti, il Corriere ospita le opinioni di “illustri” firme del giornalismo italiano. Mi ha sempre affascinato il mestiere dell’opinionista: deve essere bello poter esporre su un organo di stampa così importante le proprie considerazioni personali. Chissà quali vastissime competenze e quali ricchissime esperienze devono avere coloro ai quali è concesso questo privilegio. Ecco: un’attenta lettura del quotidiano di Via Solferino ci da una buona misura di quale sia lo stato dell’informazione e quale enorme contributo diano certi editorialisti al dibattito pubblico. Prendiamo l’edizione di ieri.

    Esordio col botto: in prima pagina troneggia Galli della Loggia, intellettuale esperto di storia, economia e politica, con un articolo dal titolo “Svolta necessaria, nostalgie inutili“. Nel giorno in cui Sarkozy incontra la Merkel per discutere l’atteggiamento da tenere con i paesi in difficoltà economica, come il nostro, la storica firma di Via Solferino si preoccupa piuttosto di informarci che «dopo Monti, nulla sarà più come prima». Addirittura? E’ iniziata la fulgida epopea, dice Galli della Loggia, di un nuovo modo di governare, che consentirà di «evitare le snervanti trattative, le infinite mediazioni, le mezze misure». Cioè decide tutto Monti? Ma no: sarà solo «una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo».

    Basta che Monti si renda conto che deve essere ancora più fermo e ancora più deciso per superare da qui in avanti tutte le divergenze, i mal di pancia e le resistenze corporative della nostra società. Strano: sarebbe venuto da pensare che a volere essere troppo rigidi gli attriti sarebbero aumentati. E il dialogo? La concertazione? Il compromesso? Roba vecchia: Galli della Loggia ha già chiaro in testa il volto dello statista del nuovo millennio, modellato sull’algida figura dell’ex-commissario europeo e attuale Presidente del Consiglio.

    Magari ad alcuni potrebbe apparire un pelino prematuro, dopo neanche due mesi di governo, mettersi a decantare le virtù di un supposto Monti-pensiero; ma l’illustre pensatore rincara la dose e ammonisce, anzi, che i partiti sono necessariamente ad una svolta, perché la maggioranza degli Italiani «non sarebbe più disposta […] a sopportare governi di coalizione» dato che il successo di Monti «segna l’inevitabile tramonto della loro forma attuale». Sarà. Ma non è che la casta difetti in trasformismo e capacità di sopravvivenza…

    In ogni caso, dopo gli aruspici di Galli della Loggia, il lettore può girare pagina alla ricerca di altre perle di saggezza. Probabilmente, semisepolto in un fondo interno, non noterà l’unico interessante commento di Sergio Rizzo sul sottosegretario Malinconico e la vacanze pagate a sua insaputa modello Scajola-due-punto-zero, e pertanto tirerà avanti fino ai paginoni centrali delle opinioni.

    E qui non ci si può perdere la rubrica dell’ex-ambasciatore Sergio Romano, che rispondendo a due lettori, ci illustra “i pro e i contro di una rinuncia”: le “missioni militari”. I pro paiono chiarissimi: risparmiamo un bel po’ di soldi. Quali sono i contro? Romano fa un bel excursus storico dagli anni ’90 a oggi per non lasciarci nell’equivoco: quali sono gli altissimi motivi umanitari che ci hanno spinto a mandare i nostri uomini a farsi ammazzare in giro per il mondo?

    Nell’ordine: in Somalia ci siamo andati perché dopo Tangentopoli cercavamo un modo per dimostrare di saper «preservare e coltivare il nostro ruolo storico nel Corno d’Africa»; in Bosnia e in Kosovo per «chiudere una fase durante la quale l’Italia era stata esclusa dal piccolo direttorio occidentale»; in Iraq perché «Silvio Berlusconi voleva creare un rapporto privilegiato con l’America di Bush»; in Libano «per riconquistare lo spazio che l’Italia aveva perduto nelle vicende mediterranee e mediorientali»; e in Afghanistan «perché non volevamo dire no agli Stati Uniti e alla Nato». Cioè realpolitik coloniale del peggior stampo.

    Dunque meglio ritirarsi? Si può anche fare, dice Romano, ma ci potrebbero essere «gravi imbarazzi per i partner» (oddio: faremo la fine della Spagna, che infatti ha uno spread più basso del nostro?); e poi bisogna tenere in conto le «condizioni locali e i bisogni delle popolazioni» e il fatto che i nostri militari hanno creato «un capitale di stima per il loro Paese e migliorato la vita di coloro che dipendono dalla loro presenza». Cioè: sembra che ci sparino addosso, ma in realtà ci vogliono bene. Siamo asserragliati in fortezze-caserme, ma non è perché ce l’abbiano con noi: tutt’altro. In Iraq e in Afghanistan adorano quelli che entrano nel loro paese armi in pugno, soprattutto quelli con una Costituzione in cui sta scritto che si «ripudia la guerra […] come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Articolo 11). Costoro non possono che venire in “missione di pace”, e quindi gli invasi si sentono tutelati e non si fanno ingannare dagli elmetti e dai fucili.

    Comunque subito a fianco c’è anche lo spazio di Pierluigi Battista, leggendario vice di Giuliano Ferrara a Panorama negli anni ’90. Tema: blitz della finanza a Cortina. Ecco che improvvisamente Battista scomoda tutte le teorie liberali di questo mondo, risveglia lo spirito di Montesquieu e si appella all’anima di Adam Smith per spiegarci che anche lo Stato, l’altro contraente del “patto fiscale”, si rivela «inadempiente, esoso e oppressivo» e «commina punizioni mostruosamente smisurate, sin quasi all’esproprio, a chi si è macchiato di piccoli errori contabili». Forse gli sfugge che questi eccessi Equitalia li riserva a chi paga le tasse, ma non toccano affatto i grandi evasori che passano il Capodanno a Cortina, i quali infatti fino ad oggi vivevano impuniti e contenti. Ma Battista non demorde: è bene snidare gli evasori, ma lo Stato deve chiedere «il giusto». Vero. Peccato che quale sia “il giusto” non lo decidono né Battista, né gli evasori che svernano sulle Dolomiti. Peccato che le nostre altissime tasse dipendano anche dal fatto che in tantissimi non le pagano.

    Detto questo, è pur vero che un grosso scandalo sono «i soldi sprecati da una spesa pubblica foraggiata con i ricavi delle tasse». L’ha detto anche il più grande tra tutti i commentatori di Via Solferino: Piero Ostellino. In trasferta su Radio 24, ieri mattina spiegava che il problema non è l’evasione, ma la spesa pubblica. Fantastico. Allora, le pensioni le abbiamo già allungate: a meno di non volere eliminare il sistema sanitario, resta solo la corruzione, che in Italia drena 60 miliardi l’anno. E come si fa a corrompere? Si evadono le tasse per creare fondi neri (le mazzette non possono essere messe a bilancio): cioè evasione e corruzione sono strettamente legate. I fondi neri si usano per corrompere soprattutto per fare le opere pubbliche, che quindi costano di più. Ecco come si spiega un debito pubblico di 2.000 miliardi. Peccato però che i “liberali” Battista e Ostellino, quando si facevano i processi per Tangentopoli o per fondi neri di Mediaset, erano preoccupatissimi solo per le garanzie degli imputati.

    Peccato che in dieci anni governati quasi tutti dal centro-destra, in cui la spesa pubblica è esplosa (lo ha ricordato ieri Santo Versace, che pure era con Berlusconi), i due non abbiano levato nemmeno un monito di disapprovazione. Peccato che tutte le notizie di questi anni relative a corruzioni, evasioni, frodi, bancarotte, furbetti del quartierino e via dicendo, venissero commentate con editoriali cerchiobottisti, in cui si lamentava l’accanimento delle procure, l’eccessivo uso delle intercettazioni e altre panzane simili. Peccato che ponti sullo stretto e TAV vengano spacciate per improrogabili necessità, senza che si batta ciglio per gli altissimi costi stimati.

    A dire il vero non c’è solo la corruzione ad alzare la spesa pubblica. Ci sono i costi della politica, gli enti inutili (province e regioni sono doppioni) e il clientelismo che produce un’amministrazione inefficiente. Peccato solo che quando si scoprì come mai Nicole Minetti era stata paracadutata nel consiglio regionale lombardo a godersi un lauto stipendio, un editoriale del Corriere della Sera ci abbia ricordato come i veri “liberali” non si debbano scandalizzare per certe signorine che fanno carriera grazie alle “doti” sulle quali sono sedute. Chi lo scrisse? Un certo Ostellino. Sarà un omonimo…

    Andrea Giannini

  • Banda larga in Liguria, a che punto siamo?

    Banda larga in Liguria, a che punto siamo?

    adslIL PRECEDENTE

    Gennaio 2010: il quotidiano ligure Il Secolo Xix pubblica un’inchiesta a puntate sul tema di Internet lumaca, ossia la difficoltà per molti liguri di accedere a una connessione veloce alla rete.

    Non stiamo solo parlando della difficile situazione di molti paesini incastonati nei monti dell’entroterra. In alcune zone del centro storico di Genova all’interno di uno stesso palazzo ci sono condomini con l’Adsl e altri che viaggiano a 56k.

    Questo perché ogni centralina telefonica ha un numero massimo di porte, ossia di singoli nodi da cui parte la rete per il singolo apparecchio (modem, router e quant’altro), e può capitare che in una stessa via non basti una sola centralina. Da qui: centraline diverse, velocità diversa.

    IL PRESENTE

    Il 2012 sarà l’anno di Twitter, l’anno del blog, l’anno dell’editoria digitale. Tutti strumenti meravigliosi, ma ai quali una buona fetta di liguri non ha ancora modo di accedere.

    Certo, rispetto a due anni fa si è sviluppato notevolmente l’accesso a Internet tramite rete mobile: basta collegare al pc una chiavetta che si avvale dello stesso ripetitore (e degli stessi fornitori di servizi) dei telefoni cellulari, e si può fare tranquillamente a meno della rete fissa.

    Nonostante questa evoluzione tecnologica, la connessione Adsl è ancora utopia in molte aree della nostra regione.

    La scorsa estate la Regione Liguria – tramite la sua società informatica Datasiel – ha indetto una gara d’appalto europea per fornire i servizi di banda larga in tutte le zone non ancora coperte dal servizio, in particolare frazioni e comuni in ciascuna delle quattro province. Il bando è scaduto lo scorso 14 novembre, e per le prossime settimane sono attese notizie sul suo esito.

    Marta Traverso

  • Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto CalderoliAAA, cercasi sede opportuna per cotechino fraudolento. Non certo provvisto del rigido aplomb inglese ma sfoderando la gioia godereccia della cucina emiliana, questo improvvido ospite ha osato presentarsi, sull’austera tavola di Palazzo Chigi, per dare vita ad un “party” di Capodanno, il cui “riguardevole” costo rischia di minare il bilancio dello stato. E’ questo l’urlo di Munch… oh pardon.. dell’ex ministro Calderoli che, venuto a conoscenza del misfatto, ha immediatamente presentato istanza in Parlamento, evocando scenari apocalittici, non ultimo quello delle immediate dimissioni del neo leader Monti.

    La vicenda Kafkiana, per il paradosso, fantozziana per il grottesco, nasce dalla notizia “clandestina” che il nostro austero Primo Ministro avrebbe usufruito, indebitamente, dell’apparato dello stato per approntare una cena luculliana i cui partecipanti, possibili carbonari eversori dell’ordine costituito, andavano sollecitamente individuati e ai quali andavano estorte confessioni inequivocabili sul tenore degli argomenti trattati, nel corso del diabolico convegno.

    Vorrei avere la linguaccia della Litizzetto o l’ironia pungente di Crozza per commentare il fattaccio o, meglio ancora, avrei voluto avere la telecamera nascosta dell’indimenticabile Nanni Loi per immortalare l’espressione del nostro flemmatico capo di gabinetto: la traccia di un sorriso un po’ sbieco, un sopracciglio lievemente inarcato, una pausa ad effetto, uno sguardo panoramico sulla comitiva “godereccia” e poi un ….esterrefatto ohibò! E in questo semplice afflato, la sintesi del suo giudizio sulla somma “intellighenzia” del conclave politico.

    Giusto per la cronaca, non sono molto distanti i giorni in cui le “menti fanciulle” di una nutrita schiera di parlamentari sono riuscite a credere alla nuova versione della favola orientale di Ali babà (e dei ladroni, molti più di 40) con tanto di principessa egizia, Ruby, protagonista di una storia da libro Cuore, così come sono riusciti a scusare un “paseo”, degno di quella via Veneto di felliniana memoria, con la giustificazione che la sede non era istituzionale, dimentichi che le “sedicenti” dame venivano accompagnate al castello su “carrozze blu” trainate da potenti cavalli a benzina e “lacchè” in divisa, rigorosamente finanziati dallo stato.

    Con lo stesso candore, direi poco ecologico, non hanno puntato il dito contro l’ecatombe vegetale perpetrata sotto forma di erotici pali per lap dance, perché un po’ di sano movimento è quello che ci vuole per una “mens sana in corpore sano”. In questa idilliaca atmosfera scoprire, con orrore, che sotto le parvenze di un equilibrato dr Jekyll si nasconde la natura perversa di mr Hyde è stata veramente dura. Meriterebbero un aumento di stipendio!

    Il laconico messaggio giustificativo, subito apparso per placare l’intrepido disdegno dei seguaci del Senatur, si può riassumere in poche righe: la cena è avvenuta in quella parte del palazzo adibita a residenza privata del Premier; le persone del complotto erano 12: Monti e signora, 2 figli con i rispettivi coniugi , la sorella con marito e 4 nipotini; il pranzo preparato e servito dalla padrona di casa, senza l’intervento di personale di servizio esterno, era sufficientemente frugale e in linea col rigore della manovra anticrisi (non ci è dato di sapere se ci fossero anche lacrime e sangue); i costi per i generi alimenti sono stati accreditati sul suo conto personale, non tra le spese rimborsabili, e l’acquisto è stato “perpetrato” nei negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).

    Ci si rammarica, nel comunicato, di quel plus-consumo, effettivamente ingiustificabile, di acqua, gas ed elettricità (la festa si è conclusa alle 00,15 del 1 gennaio) che, a mio parere, con un atto di clemenza, andrebbe condonato a fronte dell’esborso gratuito per le lenticchie che, come recita il tradizionale gesto scaramantico, dovrebbero assicurare la ricchezza necessaria a scongiurare un’altra manovra.

    Adriana Morando

  • Befana anti-evasione: blitz al Porto Antico e alla Marina Aeroporto

    Befana anti-evasione: blitz al Porto Antico e alla Marina Aeroporto

    La Befana sbarca a Genova ma non è quella che ha cercato di fare sorridere i piccoli ospiti dell’Ospedale Gaslini, neppure quella che è comparsa sulla spiaggia di Sturla per premiare i bambini ”coraggiosi” che hanno partecipato al cimento invernale, è la stessa che a Cortina, invece di regali o dolciumi, ha portato controlli e multe per gli evasori fiscali.

    Quindici pattuglie e 30 agenti della Guardia di Finanza si sono spostati tra Portofino, Chiavari e Santa Margherita, non tralasciando il Porto Antico di Genova e la Marina dell’Aeroporto, effettuando più di 150 controlli sia su esercizi commerciali che su macchine e barche di lusso.

    Non sono, naturalmente, mancate le polemiche che si concentrano non tanto sul “contenuto”, nessuno o quasi osa affermare che non sia giusto, ma sulle modalità di esecuzione. Questa spettacolarità, infatti, secondo alcuni esponenti politici, rischierebbe di turbare le vacanze dei turisti e li spingerebbe verso altre mete. Capisco il dramma: perdere i “finti poveri” è una catastrofe economica, in quanto, proprio per il latrocinio perpetrato ai danni della stato, sono i soli in grado di sostenere la “crescita” facendo “girare” il denaro senza parsimonia.

    Il paradosso è evidente ed è stato materia di satira pungente alla quale i politici continuano a contrapporre una drastica levata di scudi che la dice lunga sulla reale volontà di una seria lotta all’evasione perché, tra le maglie della finanza, potrebbero incappare anche alcuni di coloro che siedono “intoccabili “ sugli scranni del Parlamento.

    E’ evidente che il censimento di auto di lusso si possa fare comodamente con i dati del PRA, che il controllo dell’emissione degli scontrini fiscali dovrebbe essere una pratica normale e non solo a Natale o all’Epifania, che verificare la fedeltà retributiva di prestigiosi studi professionali o attività commerciali, siti nei posti più esclusivi, si possa fare attraverso un banale computer e, dunque, questi blitz, dal sapore di folcloristiche scenate napoletane, servano più che altro a dare l’idea di un’improvvisa, rigorosa efficienza in nome di un’equità e giustizia fino ad oggi dimenticate.

    Se così fosse, ben vengano con il preciso intento, però, di essere rese “di routine” aumentando i finanziamenti alle forze dell’ordine (si assiste all’esatto contrario) e, magari, indirizzate proprio verso quella “casta” politica che continua a dare indecorosi spettacoli di malcostume e di sprechi, nascondendosi dietro privilegi talora incomprensibili. Che dire, ad esempio, delle indennità erogate ai parlamentari per collaboratori mai assunti o pagati in nero? Per par condicio, posso assumere una domestica e non pagarle i contributi o chiedere lo sgravio del 55% per pannelli solari mai messi? Non sono reati? Perché mi si chiede di rendere conto di prelievi superiori ai mille euro quando a un politico si rimborsano le spese sulla mera “fiducia” cioè senza l’esibizione di fatture giustificative?

    La mia proposta è che, nell’ambito di una seria campagna nazionale antievasione, non si dimentichino questi “signori”, promulgatori di leggi che per primi infrangono perché, noi, questi provvedimenti li aspettiamo “da..m..pezzo”.

    Adriana Morando

  • Costi della chiesa: nuova campagna dell’Uaar

    Costi della chiesa: nuova campagna dell’Uaar

    Genova è ancora una volta l’apripista di un’iniziativa dell’Uaar, la sigla che rappresenta atei ed agnostici razionalisti. Dopo i manifesti affissi nel 2009 su alcuni autobus genovesi – lo slogan era “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno” – ed il convegno “In un mondo senza Dio”, realizzato a maggio, il 5 dicembre è partita dalla nostra città la campagna pubblicitaria contro i costi pubblici della chiesa, considerati troppo elevati. E dopo alcuni giorni sono comparsi i primi maxi cartelloni – 15 in tutto – per le vie del centro ma non solo (in Corso Saffi, lungo il Bisagno, in via Cantore, per citarne alcune). Genova e Venezia sono le città destinate ad ospitare una campagna che ovviamente susciterà curiosità e riflessioni, ma pure inevitabili polemiche.

    “Con 6 miliardi l’anno, l’Italia farebbe miracoli”. È lo slogan che campeggia su uno sfondo blu dal vago sapore celestiale. Perché il costo della Chiesa è alto ed è “un prezzo che pagano credenti e non credenti”, come sottolinea il manifesto. Quando invece le religioni dovrebbero essere sostenute soltanto da chi le professa, ribadisce l’Uaar.
    “Alcuni tagli proposti dal governo sono stati bloccati dalle resistenze delle caste – osserva Raffaele Carcano, segretario Uaar – ma qui siamo di fronte a una super-casta talmente intoccabile che nemmeno Monti ha il coraggio di sfiorare”.
    Negli ultimi tempi si è parlato molto di Ici, spesso al centro delle cronache, ma l’Uaar va oltre e conti alla mano, individua altri privilegi da abbattere “Vogliamo cominciare a parlare anche del miliardo e mezzo che costa l’ora di religione, del miliardo che costa l’Otto per Mille, degli oltre 700 milioni che finiscono a scuole e università cattoliche?”.
    E mentre il Parlamento discute la manovra, gli atei e gli agnostici rilanciano. “Siamo contribuenti discriminati, e vogliamo che tutti se ne rendano conto – prosegue Carcano – è incredibile che la Chiesa cattolica, la più importante proprietaria immobiliare del paese, non sia chiamata a compiere i sacrifici che la crisi economica richiede”.
    Con sei miliardi si potrebbe non solo ridurre il debito, ma anche investire in “ricerca, istruzione, risanamento del territorio”, come propone l’Uaar nel manifesto.

    Ma come mai Genova è la patria di elezione per le iniziative dell’Uaar?
    Genova è una città laica che ci permette di esprimerci liberamente – spiega il coordinatore del circolo Uaar genovese, Silvano Vergoli – cosa che in altre realtà purtroppo non accade”.
    Certo la scelta di Genova non appare casuale visto che è la sede del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana. Ma l’obiettivo è ottenere la più ampia visibilità possibile, anche perché “Quando la Chiesa parla può godere di una cassa di risonanza mondiale – continua Vergoli – mentre noi dobbiamo affidarci a modalità di comunicazione più modeste in grado però di stimolare un dibattito tra le persone”.
    E i riscontri positivi non mancano “In un giorno abbiamo registrato 23 mila accessi al nostro sito online e per tutto il mese di dicembre il traffico è stato elevato – conclude Vergoli – questo significa che l’iniziativa sta riscuotendo successo e si amplifica l’interesse nei confronti delle nostre proposte”.

     

    Matteo Quadrone

  • Trenitalia razzista? Scandalo sul web per lo spot del Frecciarossa

    Trenitalia razzista? Scandalo sul web per lo spot del Frecciarossa

    trenitalia immigratiIn un’atmosfera che ricorda le classi del Titanic più che quelle di un treno, lo spot del Frecciarossa targato Trenitalia ha fatto inferocire non poco gli utenti del web, che in pochi giorni hanno diffuso su blog e social network la loro indignazione e fatto rimuovere da Trenitalia la foto incriminata.

    Ecco i fatti. Lo spot che promuove il rivoluzionario treno ha illustrato la divisione in quattro classi introdotta lo scorso 25 novembre, così rappresentate:

    1) Executive. Descrizione: «Otto poltrone singole in pelle, bevande, pasti gourmet di prodotti freschi». Rappresentata nello spot con tre manager che discutono un progetto di lavoro davanti a un enorme monitor HD.

    2) Business. Descrizione: «Welcome drink e quotidiani nazionali al mattino». Nello spot l’immagine di un vagone con sedili super spaziosi.

    3) Premium. Descrizione: «Servizio di benvenuto con snack e bevande». Raffigurata con una hostess che serve uno spuntino a due ragazzi.

    4) Standard. Chi viaggia in questa classe non può accedere al vagone bar né ad alcuna carrozza delle classi superiori. Nello spot è raffigurata con una sorridente famiglia di immigrati, papà mamma e una bambina.

    Come dire: i ricchi che possono permettersi le classi superiori non vogliono rimescolamenti di razze. O almeno questo è ciò che molti hanno inteso nel vedere lo spot.

    Eccesso di indignazione in un clima già pieno di crisi e proteste? Sarà. Ma Trenitalia per precauzione ha rimosso l’immagine dal sito, sostituendola con una foto di sedili vuoti. In effetti una banalissima coppia di studenti in clima da Interrail poteva essere più indicata.

    Marta Traverso

  • Lettera aperta a Antonio Mazzocchi dopo l’intervista su Radio24

    Lettera aperta a Antonio Mazzocchi dopo l’intervista su Radio24

    Antonio MazzocchiScusi Onorevole …non si vergogna? Ho ascoltato il suo “amaro” sfogo diffuso sulla rete internet e …sono trasecolata. Spero si renda conto, risentendosi, dell’enormità delle sue dichiarazioni. La mia non vuole essere, come è stata definita dal suo collega, l’onorevole Cicchitto, a proposito degli stipendi dei parlamentari, una campagna denigratoria, anzi, non vorrei toccare l’argomento, limitandomi a commentare quello che mi rimanda la sua viva voce.

    Dunque, Lei asserisce che un povero “eletto”, stante l’attuale normativa, se dura in carica solo una legislazione si vede erogare una pensione di 800 euro mensili, da considerarsi miserabile ed indecorosa. Sono d’accordo perché è vergognoso che questa sia la somma, se non inferiore, con sui sono costretti a vivere oltre la metà degli italiani e chi la percepisce, come pensione, ha lavorato per 40 anni ed oltre. La sua strenua difesa è argomentata dal fatto che, terminato il compito parlamentare, non è facile riproporsi nel circuito lavorativo e si rischia di rimanere per lunghi anni senza un sostentamento, fino a paventare una vita da “barboni” . Non vorrei sembrare polemica ma mi sorge spontanea una domanda: ma in che Italia vive?

    Ascolta un breve estratto dell’intervista andata in onda su Radio24

    Non partecipa a social network, non legge giornali, non segue le notizie o, semplicemente, nessuno si è premurato di informarLa che questo problema è vissuto, quotidianamente, da 30-40enni che non riescono a trovare un’occupazione e, se sono stati fortunati, vivono con contratti precari e con stipendi molto al di sotto della cifra di cui Lei argomenta con tanto spregio?

    Lo stesso dicasi per quelli che hanno superato gli ”anta” e vengono “espulsi” dal mondo del lavoro e che si ritrovano con una cassa integrazione destinata, prima o poi, a cessare. Non crede di avere migliori chance?

    La perplessità non è solo la mia, è la stessa incredulità che traspare nella domanda posta dal suo interlocutore il quale non riesce a capacitarsi come, una persona erudita al pari suo, non sia in grado, fuori dal Parlamento, di trovarsi un altro impiego. Provo a darmi una risposta che necessariamente suonerà provocatoria: o Lei è un totale incapace, cosa che non credo, ma se così fosse mi chiedo come può svolgere un compito istituzionale così delicato, o Lei appartiene a quella “casta” di intoccabili che, come re, dittatori ed imperatori, si sente di aver ricevuto una sacra ed intoccabile investitura “a divinis” su cui nessuno si può permettere di sindacare.

    Con un candore che mi fa quasi sorridere, non nasconde che se si riesce a “sopravvivere” per 3 legislature, l’ammontare della pensione sale vertiginosamente fino a 4000 euro. Beh, facciamo due conti: 3 legislazioni sono pari a 15 anni di “duro e onesto” lavoro come a dire l’equivalente di una baby pensione di “Rumor-iana” memoria (abolita nel 1992) , saldata con un “premio” che per l’italiano medio rimane una chimera. Vede. Onorevole, non si tratta di una caccia alle streghe ma di mero buon senso che dovrebbe scaturire spontaneo davanti ad un difficile momento storico che richiede sacrifici a tutti, anche, a chi ne fa già tanti. Le ingiustizie, però, quando sono lapalissiane, sono indifendibili e, quindi, a noi non rimane che sperare in una nuova legge elettorale che ci permetta di scegliere chi crediamo più meritevole, almeno, se sbagliamo, sapremo chi incolpare.

    Adriana Morando

  • Omsa licenzia 329 operaie, su Facebook parte il boicottaggio

    Omsa licenzia 329 operaie, su Facebook parte il boicottaggio

    omsaProprio in questi giorni, mentre i saldi invernali sono alle porte e le varie attività commerciali – soprattutto nei settori abbigliamento, calzature e così via – sperano di recuperare dal calo di acquisti del periodo natalizio, sul web è partita una campagna di boicottaggio nei confronti di Golden Lady (sì, proprio quella delle collant).

    Questo il fatto: l’azienda ha deciso di chiudere lo stabilimento di Faenza per delocalizzare in Serbia – le ragioni del gesto sono facilmente intuibili, basta pensare al caso Fiat – e la vigilia di Capodanno ha annunciato il licenziamento, a partire da marzo, delle 239 operaie già in cassa integrazione.

    A partire da questo annuncio, su Facebook è partita una campagna di boicottaggio di tutti i marchi che appartengono a questo gruppo aziendale.

    Ora, scegliere quale marca di calze comprare è una vostra responsabilità. Appare tuttavia interessante notare come la Rete – entità misteriosa, dipinta spesso sui telegiornali come covo di pedofili e causa di licenziamento per impiegati annoiati – possa diventare uno strumento per diffondere notizie che fino a pochi anni fa sarebbero state taciute.

    Marta Traverso

  • Ricordi e movida, addio alla Panteka locale storico di Genova

    Ricordi e movida, addio alla Panteka locale storico di Genova

    piazza santa brigidaIL PRECEDENTE

    Gennaio 2008: il Capodanno è appena trascorso, ma non c’è stata nessuna festa alla Panteka. Il locale di piazza Santa Brigida – proprio sopra l’inizio di via Balbi – uno dei pezzi da novanta della movida genovese e punto di riferimento della musica dal vivo, ha chiuso i battenti la sera del 29 dicembre.

    I gestori hanno gettato la spugna dopo dodici anni di attività, perché i proprietari del locale hanno imposto un nuovo canone di affitto troppo alto rispetto alle loro possibilità: «Non me la sento di ricominciare da capo da qualche altra parte: per me c’era solo la Panteka», aveva dichiarato all’epoca l’Oste Stefano.

    IL PRESENTE

    La Panteka non ha riaperto. Non solo, i locali di piazza Santa Brigida sono attualmente ospitati dal nulla. Un garage, forse un magazzino. Di sicuro nessuna attività commerciale in grado di far tornare i genovesi in quello spazio così piccolo da non permettere molta libertà di movimento, ma soprattutto così lontano dalle vie di passaggio per studenti, lavoratori e pendolari che ogni giorno bazzicano per via Balbi.

    Le polemiche sulla movida le conosciamo tutti, i locali che gravitano intorno a piazza delle Erbe e vicoli limitrofi sono quotidianamente sulle scena mediatica per le polemiche di chi abita in quelle zone, e al tempo stesso cantanti e musicisti invocano nuovi spazi in cui poter suonare dal vivo.

    Ciò di cui si parla meno è la differenza che può fare anche un solo locale nel ridare vita a una strada abbandonata: cosa sarebbe piazza delle Erbe senza i suoi locali? Senza quel trambusto all’ora dell’aperitivo, senza quelle orde di gente la sera che impediscono di attraversare la piazza senza sgomitare a destra e a sinistra? Un quadro desolante, già.

    Cos’è diventata piazza Santa Brigida senza la Panteka? Una piazzetta come tante nel centro storico, dove non vale più la pena di passare. Un angolo di Genova senza più vita, diventato di serie B rispetto (per esempio) a un’altra Santa Brigida, quella dei Truogoli, che negli ultimi anni ha avuto un rilancio niente male con le facciate delle case ridipinte, nuovi locali, una libreria di viaggi.

    Nel frattempo il resto del centro storico è cambiato, hanno aperto nuovi locali e chi vuole ascoltare buona musica ha ancora pane per i suoi denti. Chissà se c’è ancora qualcuno che si ricorda della Panteka.

    Marta Traverso

  • Servizio civile a rischio: l’avvio dei volontari slitta a ottobre?

    Servizio civile a rischio: l’avvio dei volontari slitta a ottobre?

    Clima natalizio e speranze per il nuovo anno ridotte al minimo per gli oltre ventimila giovani italiani che nelle scorse settimane sono stati selezionati con il bando 2011 di servizio civile nazionale, un anno di volontariato retribuito (433,80 € al mese) presso enti pubblici, associazioni no profit e realtà del terzo settore.

    L’avvio in servizio dei volontari su tutto il territorio nazionale avrebbe dovuto tenersi nei primi mesi del 2011, garantendo così a molti giovani non solo un’interessante esperienza formativa e umana, ma anche un anno di tranquillità sul fronte della ricerca di lavoro e un’occasione per arricchire il curriculum.

    Pochi giorni prima di Natale, l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile ha tuttavia annunciato una dilazione dell’avvio in servizio fino a ottobre, perché la carenza di fondi renderebbe impossibile retribuire tutti i volontari attivi (che come ogni lavoratore ricevono il loro rimborso alla fine di ogni mese). E se un tempo le polemiche trovavano il contraltare in un eccesso di spese militari, oggi la crisi colpisce davvero tutti, tanto che anche la mini naja è a rischio estinzione.

    Gli unici enti che avranno garantito l’avvio a gennaio sono quelli che hanno presentato l’elenco definitivo dei volontari entro il 4 novembre: si tratta di una manciata di enti, perché il bando è stato chiuso il 21 ottobre e per quasi tutti è stato necessario un tempo più lungo per procedere ai colloqui di selezione e stilare la graduatoria definitiva.

    L’esito di tutto questo è che a oggi molti volontari non sanno quando inizierà il loro anno di servizio civile. Tra questi i giovani che avrebbero dovuto svolgere questa esperienza nei Comuni di Trento e di Modena, che si sono appellati al Ministro Riccardi con una lettera aperta.

    Eccone un breve estratto: «Abbiamo scelto il servizio civile credendo in uno Stato che incentiva i giovani ad attivarsi, che promuove progetti con determinati programmi e tempi e che in sostanza prende un impegno verso tutti noi. Concretamente però non vediamo lo sforzo necessario per investire su noi giovani e nel sostegno di questi progetti, visto che si è venuta a creare una situazione che determina incertezza verso la reale possibilità di partire (…) Vogliamo iniziare quanto prima questo servizio civile, perché ci sono progetti funzionali a determinati periodi dell’anno. Che senso avrebbe per esempio cominciare un progetto di lavoro nelle scuole quando le stesse scuole stanno terminando?».

    Marta Traverso

  • Inps, stop alle pensioni in contanti superiori ai 1000 euro

    Inps, stop alle pensioni in contanti superiori ai 1000 euro

    InpsL’Inps ha inviato una lettera a circa 450 mila pensionati: addio alle pensioni pagate in contanti superiori all’importo di 1000 euro. Lo impone, si sa, la legge n. 214 dell 22 dicembre 2011: “[…] le Pubbliche Amministrazioni devono utilizzare strumenti di pagamento elettronici, disponibili presso il sistema bancario o postale, per la corresponsione di stipendi, pensioni e compensi di importo superiore a mille euro (limite che potra’ essere modificato in futuro con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze)”.

    L’adeguamento alle nuove modalita’ di pagamento dovra’ avvenire entro il 6 marzo 2012. L’Istituto quindi non potra’ effettuare pagamenti in contanti per importi superiori a mille euro a partire dal 7 marzo 2012. I pensionati che stanno ricevendo la lettera dell’Istituto potranno comunicare entro il mese di febbraio 2012 le nuove modalita’ di riscossione, scegliendo tra l’accredito in conto corrente, su libretto postale o su carta ricaricabile.

    E veniamo ad un problema di fondo, i decreti del governo Monti volti a combattere l’evasione fiscale favorendo la tracciabilità delle spese impongono, a chi non lo ha, l’apertura di un un conto, in banca o in posta che sia, poco cambia. Questo, se per molti è un problema irrilevante, per altri è una costrizione, un’imposizione difficile da digerire.

    Per carità, non è certo questo decreto che pone il sistema bancario al centro della vita di tutti noi, ma non poter pagare in contanti per una spesa superiore ai mille euro e non poter ricevere il pagamento della pensione senza prima aver donato liquidi alle casse bancarie è un segnale da non sottovalutare, indipendentemente dalle personali opinioni in merito.

     

  • Bomba carta al Palacep: squarcio alla tensostruttura di Prà

    Bomba carta al Palacep: squarcio alla tensostruttura di Prà

    palacep pianacciChe si tratti di un botto di Capodanno finito nella direzione sbagliata? Oppure qualcuno ha voluto approfittare del clima da fuochi d’artificio per danneggiare voutamente il Consorzio Pianacci, che da anni si impegna per riscattare il quartiere del Cep di Prà?

    Fatto sta che proprio mentre si aspettava l’anno nuovo una bomba carta ha aperto uno squarcio nella tensostruttura del Palacep, danneggiando il telone di rivestimento nella parte centrale superiore. Un danno rilevante per la struttura, che non è incendiata grazie al fatto che il telone è composto di materiale ignifugo.

    Tuttavia lo squarcio potrebbe aggravarsi con il maltempo di questi giorni, in attesa dei lavori per la sua riparazione, per i quali sarà necessaria una gru con un carrello mobile alto almeno dieci metri.

    L’ipotesi dolosa è per molti più che una possibilità, tanto che a riguardo è stata subito aperta un’inchiesta per individuare il responsabile. Il presidente del Consorzio Carlo Besana spera tuttavia che le fiamme siano dovute «al maldestro utilizzo di un “mortaretto” da parte di qualche ragazzo».

    Marta Traverso

  • Stop ai fondi, addio alla carta: “Liberazione” è solo online

    Stop ai fondi, addio alla carta: “Liberazione” è solo online

    liberazioneLasciamo stare per un attimo la politica: certo, Liberazione è l’organo di stampa “ufficiale” di Rifondazione Comunista, ma non è l’appartenenza a questo o quello schieramento a determinare come vengono distribuiti i fondi per l’editoria. Limitiamoci dunque a un fatto: con il 2011 si è chiusa la pubblicazione su carta di Liberazione, un fatto che potrà far piacere a chi non ne condivide le idee, potrà far indignare chi le condivide, ma che di fatto ha portato alla luce la crisi della carta stampata e messo a rischio 50 posti di lavoro.

    Da oggi – 2 gennaio 2012 – il quotidiano sarà consultabile solo online. E proprio dalla homepage del sito si legge l’appello di tutta la redazione: “Ferie forzate da oggi per i lavoratori di Liberazione. Che invece hanno occupato la redazione e tenteranno di continuare a far uscire il giornale. Non nelle edicole, ma qui in rete. Un’edizione in pdf del giornale di carta. Da stampare, attacchinare, leggere sul proprio computer o diffondere in rete“.

    Il taglio del 70% dei finanziamenti corrisponde a 2,5 milioni di euro in meno per il quotidiano, un salasso che ha reso impossibile continuare la normale edizione. Una situazione di crisi che tocca circa 70 quotidiani, che non beneficiando dei “grandi numeri” di testate come Corriere della Sera e Repubblica hanno sulla propria testa lo spettro di una sorte analoga.

    Marta Traverso

  • Mini naja: finiti i soldi per le tre settimane di servizio militare

    Mini naja: finiti i soldi per le tre settimane di servizio militare

    La mini-naja, progetto voluto dall‘ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa, finanziato per tre anni con circa 20 milioni di euro, sembra che abbia già terminato i fondi.

    “L’ipotesi è quella che siano stati gia’ spesi tutti i fondi per i primi due anni perchè La Russa aveva anticipato buona parte delle partenze nel 2011 – spiega Francesco Spagnolo (Tavolo ecclesiale sul servizio civile) – In questo momento non si sa se verra’ ripetuta nel 2012 perchè il ministro della difesa Giampaolo Di Paola non si è ancora espresso sull’argomento e non si sa se ci saranno i soldi“.

    Il progetto mini-naja ha suscitato numerose perplessità ed è stato contestato anche da alcuni esponenti dell’esercito. Ma sopratutto non ha mai convinto il mondo del Servizio civile che, nello stesso periodo in cui venivano racimolati i fondi per far partire il progetto voluto da La Russa, vedeva i propri assottigliarsi sempre più.

    La mini-naja è stata approvata nel 2010 e finanziata con 20 milioni, mentre nello stesso tempo il Servizio civile nazionale ha visto i fondi precipitare dai circa 170 milioni del 2010 ai 68 del 2012.

    Ad onor del vero i fondi per la mini-naja provenivano in gran parte dal ministero della Difesa e non erano utilizzabili per il Servizio civile.

    “Il fondo della mininaja ha due origini –  precisa Spagnolo – uno da risparmi del ministero della Difesa, l’altro da una serie di economie che lo Stato faceva tra cui fondi residui del mondo della scuola. I fondi residui comunque rimangono nelle economie del ministero della Difesa, ma sullo stato attuale delle risorse c’è una situazione poco chiara perchè La Russa in questo non è stato mai esplicito e alle interrogazioni parlamentari ha sempre risposto con i riferimenti della legge. Senza spiegare nulla”.

    Lo scopo della mini-naja era quello non tanto di investire sui giovani ma di alimentare le associazioni d’arma come ad esempio l’associazione nazionale alpini che, dopo la fine della leva obbligatoria, rischiava di restare senza iscritti – aggiunge Spagnolo – Queste associazioni ricevono una sorta di contributo dallo Stato in base al numero di iscritti, quindi meno ne hanno, meno soldi ricevono. Così La Russa ha inventato questa modalità: con queste tre settimane di naja automaticamente è possibile iscriversi a queste associazioni d’arma. Ma non solo. La Russa inoltre ha creato “Vivi le forze armate”, un’associazione di giovani che hanno svolto la mini-naja”.

    Il progetto dell’ex ministro della Difesa sembra avere le ore contate e qualcosa si è mosso anche in Parlamento.

    “Ci sono state delle interrogazioni parlamentari – spiega Spagnolo -L’ultima l’ha fatta agli inizi di dicembre il senatore Ferrante che chiedeva di conoscere i risultati del progetto e quanti soldi erano stati spesi”.

    Per quanto riguarda il Servizio civile i segnali del mondo politico sono purtroppo ancora deboli.

    “Il governo ha soltanto accolto due ordini del giorno alla Camera – conclude Spagnolo – Uno si impegna a rifinanziare quest’anno il Servizio civile con la cifra mancante, circa una cinquantina di milioni, e l’altro riguarda il taglio dell’Irap sul compenso dei volontari per risparmiare circa 8 milioni. Per ora è un impegno formale. Speriamo nel prossimo decreto sullo sviluppo dove dovrebbero essere contenute proposte concrete di investimento“.