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  • Concorso esterno in associazione mafiosa: il caso Dell’Utri

    Concorso esterno in associazione mafiosa: il caso Dell’Utri

    Dell'UtriVenerdì poteva andare in scena l’atto finale del processo Dell’Utri. Dopo una prima condanna a 9 anni, e una seconda in appello a 7, il senatore del PDL, fondatore di Forza Italia e braccio destro storico del Cavalier Silvio Berlusconi al terzo e ultimo grado di giudizio rischiava davvero di finire in carcere per lungo tempo. Per sua fortuna così non è stato. La Corte di Cassazione ha annullato il processo d’appello (le motivazioni si sapranno più avanti), che dovrà quindi essere ripetuto; sempre che a chiudere definitivamente il sipario non intervenga prima il termine di prescrizione del reato, che scade nel 2014. Il rischio di un ennesimo processo sfumato nel nulla è concreto. Pertanto si può ben dire che Dell’Utri si è conquistato buone chances di scamparla.

    E a confortarlo ha contribuito anche il mutato clima generale, che in poche ore si è fatto particolarmente favorevole alla sua causa. Il sostituto procuratore Iacoviello, infatti, proprio nella requisitoria finale, dove era chiamato a esprimere il suo parere circa l’accoglimento o il rigetto dei ricorsi, ha proposto di respingere il ricorso dell’accusa e di accogliere quello della difesa; ed è poi andato ben al di là, sostenendo addirittura che «al concorso esterno ormai non crede più nessuno» e spiazzando così persino gli avvocati di Dell’Utri, che non si sarebbero potuti augurare di meglio. L’opinione pubblica e la politica si sono subito accodate, con dichiarazioni contro il concorso esterno provenienti in modo trasversale sia da ambienti di destra che da ambienti di sinistra.

    Ora, che il braccio destro di Berlusconi si salvi o vada in carcere, è un fatto certamente rilevante per la vita politica italiana. Eppure, in fin dei conti, il comune cittadino potrebbe anche disinteressarsi tranquillamente della vicenda e vivere tranquillo. Invece sarebbe molto grave ed inquietante, se questo processo diventasse l’occasione per mettere in discussione il concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratterebbe un campanello d’allarme di degenerazione contro cui la società civile dovrebbe reagire compatta. Di questo reato è stato detto di tutto e di più: che è vago e ambiguo, che non esiste nel codice penale, che siamo l’unico paese del mondo ad averlo, e via dicendo.

    Non mi interessa qui entrare nel merito di queste accuse, che sono state già smontate ripetutamente da persone ben più preparate di me. Basti dire che il concorso esterno in associazione mafiosa ha già portato in carcere molte persone e che è stato definito per la prima volta nel processo maxi-ter a Cosa Nostra da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due che forse di reati di mafia ne sapevano di più del PG Iacoviello, che lavora a Ravenna. Ma soprattutto è stato bene specificato e circoscritto dalla Cassazione.

    Molto semplicemente è il reato commesso da chi aiuta e favorisce un’organizzazione criminale di stampo mafioso pur non facendone parte. Quando l’aiuto è episodico, il pubblico ministero contesta il reato di “favoreggiamento”; quando è continuativo si contesta il “concorso esterno”. E’ quindi facilissimo capire per quali categorie sia stato disegnato questo reato: i colletti bianchi.

    Tutti i magistrati, da Castelli ad Ingroia, che si sono occupati di combattere le associazioni criminali sanno benissimo che senza un’arma giudiziaria per punire chi si mette “a disposizione”, le possibilità di estirpare il fenomeno mafioso sono prossime allo zero. Catturato un boss, se ne fa un altro: ma Falcone e Borsellino hanno insegnato che la mafia non può sopravvivere senza imprenditori insospettabili che ne riciclino il denaro sporco, senza medici che ne curino i feriti, senza avvocati che li difendano, senza funzionari pubblici che olino la macchina burocratica e senza politici che garantiscano gli appalti. Il fine della mafia non è uccidere. Uccidere è il mezzo che la mafia usa, di tanto in tanto, per il vero scopo della sua esistenza: accumulare denaro e potere. Senza chi aiuta la mafia dall’esterno, questo fine non è raggiungibile. Per questo Falcone era diventato il simbolo da colpire.

    Giusto la settimana scorsa la procura di Caltanissetta ha messo nero su bianco che anche Borsellino fece la fine del suo migliore amico perché aveva scoperto che lo Stato stava trattando con i Corleonesi e si era opposto. Ieri la procura di Firenze, nelle motivazioni della sentenza di condanna del boss Tagliavia, ha scritto che nel ’92-’93 una trattativa tra mafia e istituzioni «indubbiamente ci fu».

    Per questo proprio oggi il fatto che quasi tutta la politica trasversalmente metta in discussione il concorso esterno deve suonarci come una minaccia. Una grossa parte della crisi economica che viviamo si deve anche alle mafie, che nel loro complesso, secondo le stime raccolte da Nunzia Penelope, pesano per il 10% del PIL nazionale. Perché mai dovremmo sbarazzarci di un reato che serve proprio a colpire il cuore dell’economia illegale mafiosa?

    E’ vero che la politica è un’arte difficile, perché non basta fare la cosa giusta, ma comporta trovare accordi su interessi spesso divergenti. E in democrazia è normale e legittimo che ci siano interessi opposti. Ma diciamo le cose come stanno: quali possono essere gli interessi di chi non vuole il concorso esterno in associazione mafiosa? Un sostituto PG può anche prendersi la libertà di fare fini disquisizioni di diritto: in fin dei conti la giurisprudenza è il suo mestiere. Ma a noi, e ai politici che ci rappresentano, dovrebbe interessare solo che si colpisca la mafia duramente.

    L’unico motivo accettabile per modificare o abolire il concorso esterno sarebbe quello di sostituirlo con una fattispecie di reato ancora più dura e penalizzante degli interessi mafiosi. E invece le dichiarazioni che ha rilasciato, ad esempio, un ex-presidente della Commissione Antimafia come Violante (PD) sembrano andare nella direzione di un ammorbidimento. Che senso può avere questo tipo di propaganda politica? Se a pensare male spesso ci si azzecca, l’unica spiegazione è che i nostri attuali politici sappiano benissimo che nei loro partiti ci sono colleghi e amministratori che fanno accordi con le mafie; e piuttosto che fare i conti con questa verità, che rivolterebbe il paese, preferiscono azzoppare gli strumenti di indagine della magistratura per impedirle di indagare nella zona grigia dei rapporti tra mafia, società civile e Stato.

    Tutto questo nel silenzio tombale del governo Monti, che preferisce non addentrarsi in questi spinosissimi terreni. Eppure ci sono scarse alternative: se la terra è tonda, se le guardie sono i buoni e i ladri sono i cattivi, se non voteremo mai per chi vorrebbe abolire il reato di omicidio, perché penseremmo che difende gli assassini, per quale motivo qualcuno dovrebbe voler indebolire un reato che colpisce chi presta aiuto alla mafia? O è disinformato, oppure è compromesso.
    Andrea Giannini

  • Valle Scrivia: i cittadini chiedono una struttura sanitaria adeguata

    Valle Scrivia: i cittadini chiedono una struttura sanitaria adeguata

    Savignone, Valle ScriviaEcco il testo integrale della lettera inviata dall’associazione culturale “Giovani Liberi” indirizzata alle istituzioni provinciali e regionali e a tutti i sindaci della Valle Scrivia. “Giovani Liberi” chiede a gran voce una struttura sanitaria adeguata alle esigenze del territorio.

    «Una drammatica storia quella della sanità in Valle Scrivia. Lasciati al nostro destino, nessuno ci considera se non per tagliare, eliminare o diminuire servizi. Sicuramente siete già a conoscenza dei numeri che rappresentano il nostro territorio: circa
    22.000 abitanti, in un area particolarmente difficile, numero che nei mesi estivi quasi raddoppia; una grande valle che sotto alcuni punti di vista può assomigliare ad una città. I mezzi di trasporto non mancano, le aziende ci sono così come i negozi e quant’altro. Quello che manca, purtroppo e da troppo tempo, è una struttura sanitaria adeguata alle esigenze del territorio.

    Siamo stati abbandonati a noi stessi. In quest’ultimo periodo non abbiamo avuto niente. Non solo: ci è stato portato via qualsiasi cosa avessimo faticosamente ottenuto nel corso degli anni. Non abbiamo anche noi diritto ad una struttura sanitaria adeguata? Questa è la domanda che tutti ci poniamo da sempre; la scusa migliore è ogni volta la stessa: mancano i soldi.

    Ma qualcuno pensa ad una soluzione? A quanto pare no: i nostri sindaci fanno fatica a mettersi d’accordo; questo disastro
    costituisce per loro un’ottima opportunità di litigio. I vari colori politici, le diversità di carattere o vecchi attriti? Non sappiamo quali siano le cause di questi eterni dibattiti. Fatto sta che non si riesce a trovare un’unica linea di pensiero per contrastare un male che,
    invece, riguarda indistintamente tutta la valle. Ciò è molto grave perché ci impedisce di far fronte comune e di avanzare proposte efficaci e richieste univoche alla Regione.

    In questo caso non crediamo sia il caso di porci la domanda se abbiamo eletto le persone giuste ma piuttosto, sicuri di aver fatto la scelta corretta riponendo in voi la nostra fiducia, Vi chiediamo di non guardare alle simpatie di partito, in particolar modo in questo
    momento delicato. Passate sopra agli inopportuni campanilismi, fate qualcosa per il bene del nostro territorio, qualcosa per cui sarete ricordati e di cui andrete fieri perché la salute e il benessere degli individui sono diritti fondamentali che riguardano tutti e che vanno
    ottenuti con l’impegno e la solidarietà.

    La Regione Liguria è tenuta ad aiutarci, ha l’obbligo morale di intervenire, non può e non deve lasciarci in questa situazione preistorica. Bisogna che chiarisca la sua posizione in merito e che si mostri propositiva nei nostri confronti: offra argomenti ed alternative validi e fattibili atti alla risoluzione della nostra piaga. Basta proclami politici senza una chiara ed
    efficace conclusione: vorremmo avere la possibilità di vederla impegnata in un progetto comprovante il fatto che si sta davvero facendo qualcosa!

    Riteniamo che attualmente il problema della sanità sia di primaria importanza per la nostra valle e che i cittadini debbano essere correttamente informati e sensibilizzati. Non abbiamo la soluzione pronta e impacchettata, ma siamo sicuri che con l’impegno comune, il dialogo ed il buon senso si possano raggiungere ottimi risultati. Non vogliamo le prime pagine dei giornali, non vogliamo assolutamente fare politica (soprattutto quella che va di moda in questo periodo). Desideriamo uscire dagli schemi, da inutili atteggiamenti faziosi e spronare chi ci amministra: ecco lo spirito che ci spinge a scrivere questa lettera.

    Esigiamo che le nostre amministrazioni comunali, dopo aver scelto una strategia comune, si incontrino con la Regione Liguria per poter finalmente presentare alla cittadinanza un progetto concreto che ci elevi ad un quantomeno sufficiente livello sanitario. Questa è la prima lettera che scriviamo, ne seguiranno altre fino a quando non otterremo risposte positive e concrete. A Voi cittadini chiediamo solo l’appoggio e la volontà di difendere qualcosa che ci appartiene.»

    Firmato:
    Un gruppo di “Giovani Liberi: liberi di sognare”

  • La Sogegross di Campi diventerà un ipermercato: nasce il comitato di protesta

    La Sogegross di Campi diventerà un ipermercato: nasce il comitato di protesta

    Prosegue l’iter per la trasformazione della SoGeGross di Genova Campi da cash & carry a struttura al dettaglio, una nuova “Grande Struttura di Vendita” in un quartiere fortemente caratterizzato da questo tipo di commercio. La variante urbanistica al Puc è stata approvata e il progetto è stato presentato in conferenza dei servizi. Il Gruppo SoGeGross nasce a Genova nel 1920, è attivo nel commercio da oltre 80 anni e si articola in una logica multicanale che comprende i Cash& Carry Sogegross, i Supermercati Basko, i Discount Ekom e i Supermercati Superette in franchising Doro, oltre a 8 piattaforme logistiche.

    La trasformazione di Campi – ha dichiarato a Gdoweek Marco Bonini, direttore generale Canale Cash & Carry di Sogegrossè un progetto nuovo, una nuova apertura che comporterà la creazione di 100 posti di lavoro, occupazione aggiuntiva su diversi livelli e profili. I consumatori avranno così un’alternativa qualificata alla grande struttura alimentare presente sul territorio. In quest’ottica si muove anche il trasferimento del cash di Genova Struppa in una struttura più moderna, funzionale ed allineata con le esigenze della clientela horeca, oltre che più vicina alla città, e la cui inaugurazione è prevista nel corso del 2013”.

    In seguito all’approvazione della variante urbanistica un gruppo di commercianti di Valpolcevera, Medio-Ponente e Centro-Ovest hanno costituito il Comitato Promotore “Basta Ipermercati!”.

    Il comitato vuole promuovere e realizzare una raccolta firme di tutti gli esercenti e i cittadini contrari alla trasformazione della SoGeGross, provvedimento che per i commercianti potrebbe avere effetti devastanti non solo per il commercio al dettaglio, ma anche per una viabilità già critica e destinata a diventare ancora più problematica con l’apertura al pubblico dell’ipermercato.

    Per aderire alla raccolta firme si può visitare il sito di Confesercenti, ma anche richiedere copie cartacee tramite mail o fax contattando gli uffici di zona Confesercenti o all’Ufficio di Segreteria: tel. 0102485120, fax 0102485177, e-mail: genova@confesercenti-ge.it.

    Le firme raccolte saranno consegnate a tutte le istituzioni competenti per il procedimento amministrativo relativo alla pratica SoGeGross e saranno utilizzate per ulteriori campagne di sensibilizzazione.

  • Genova, tutor in Sopraelevata: stop all’occhio meccanico, anzi no

    Genova, tutor in Sopraelevata: stop all’occhio meccanico, anzi no

    Tutor in SopraelevataIL PRECEDENTE

    Febbraio 2010: il giudice di pace Elena Paolicchi annulla una multa generata dal tutor presente sull’autostrada A7 Genova – Milano dopo un ricorso presentato dallo staff di strademulte.it. Una sentenza che riapre un caso che fa dibattere da tempo, quello legato ai sistemi di controllo elettronico della velocità su strade urbane, extraurbane e autostrade: autovelox, tutor, T-Red e via discorrendo.

    In particolare, la sentenza pone alcuni dubbi sulla soglia di tolleranza sulla velocità del 5%, ritenuta troppo bassa rispetto alle possibilità di errore di un sistema elettronico. Cosa significa questo? Che se un’auto viaggia – per esempio – su una strada dove il limite di velocità è 50 km/h, il guidatore può eccedere questo limite fino al 5% in più (ossia può viaggiare fino a una velocità di 52,5 km/h). Oltre, scatta la multa.

    Il collaudo che “tara” questi apparecchi è fatto dalle stesse ditte installatrici, ritenute non super partes rispetto alla tutela degli interessi degli automobilisti. La sentenza auspica che questi strumenti vengano ripensati con un margine di tolleranza più alto, che tenga conto della “non infallibilità” delle macchine.

    IL PRESENTE

    Febbraio 2012: come spesso (e purtroppo) accade, le sentenze che fanno più clamore sono le prime a cadere nel dimenticatoio. Proprio oggi, martedì 6 febbraio, viene ufficialmente introdotto il tutor in sopraelevata: le multe per chi sfiorerà il limite previsto dei 60 km/h potranno variare da un minimo di 39 a un massimo di 750 €.

    La soglia di tolleranza rimane con analoga percentuale, senza tenere in considerazione quanto esposto nella sentenza di due anni fa: 5 km/h oltre il limite consentito. A chi ha fatto notare questa incongruenza, ha risposto così l’Assessore competente Simone Farello: «per il momento è così e poi in base ai risultati che otterremo potremmo anche ragionare sul fatto di apportare alcune modifiche».

    Magra consolazione.

    Marta Traverso

  • Monumento di Quarto: dopo il restyling rimane la ruggine e il bar chiuso

    Monumento di Quarto: dopo il restyling rimane la ruggine e il bar chiuso

    Monumento di QuartoNella primavera del 2010 venne annunciata la chiusura del luogo di ritrovo per eccellenza del Levante cittadino: le terrazze del Monumento di Quarto. L’imminente celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia diede un’improvvisa accelerata ai lavori di riqualificazione, in tutta fretta (e in piena estate) si decise di aprire il cantiere per il restyling dell’area. Di lì a poco sarebbe arrivato Napolitano (che poi non scese a vedere le terrazze perché la scala si rivelò troppo stretta e non permetteva al suo accompagnatore di aiutarlo a scendere le scale).

    Il vespaio di polemiche si alimentò immediatamente, tantissimi cittadini protestarono per l’inaspettata decisione di chiudere il Monumento ma, soprattutto, tantissimi dubbi vennero avanzati sulla bontà di un progetto che esteticamente parlando si preannunciava quantomeno difficile da digerire. “Ecco a voi i nuovi giardini di plastica”, si scriveva ai tempi sul web…

    Il numero 14 di Era Superba (marzo 2010) venne dedicato proprio a questo progetto e nell’occasione il presidente del Municipio Levante Francesco Carleo dichiarò: “E’ accaduto tutto all’ultimo momento, inizialmente avevamo ricevuto indicazioni per il 2011 senza però contare che i Mille partirono nel 1860 e non nel 1861, anno dell’Unità d’Italia. A quel punto siamo stati io e l’Assessore comunale Ranieri a scrivere una lettera al ministro Bondi per sollecitare un intervento nell’area del Monumento Garibaldi“.

    Un errore storico, dunque, la causa di quella fretta “cattiva consigliera” che portò in poche settimane all’inizio dei lavori. Il presidente Carleo volle anche precisare che “[…] chi gestirà il bar resterà aperto 12 mesi l’anno, la zona sarà frequentata e presidiata costantemente, non solo d’estate.

    Oggi, a quasi due anni di distanza, com’è la situazione delle terrazze del Monumento? La prima cosa che salta all’occhio è che il bar nei mesi invernali non ha mai aperto, le serrande sono state alzate l’estate scorsa come accadeva anche prima del restyling e regolarmente abbassate a fine stagione. Inoltre, dopo la pausa forzata dell’estate 2010, le presenze al Monumento sono calate, le terrazze che sino al 2010 erano frequentate a ogni ora e non solo d’estate da genovesi di qualsiasi età e genere non sono più la stessa cosa. Esteticamente di dubbio gusto, il restyling ha allontanato il Monumento dalla vita della città.

    Monumento di Quarto

    Dopo qualche mese dal termine dei lavori, tra l’altro, fece scalpore la ruggine che ricoprì immediatamente tutte le nuove strutture. I quotidiani cittadini puntarono immediatamente il dito sulla scelta scellerata di utilizzare l’acciaio per un’opera a contatto con mare e salino 24 ore su 24. In realtà oggi si scopre che si è trattato di una scelta ben precisa, quella di utilizzare metallo Cor-ten: l’ossidazione degli elementi che compongono questa particolare lega, attraverso l’azione degli ossidi di zolfo presenti nell’aria, determina la formazione di sali difficilmente solubili che generano uno strato di ruggine stabile in grado di impedire l’ulteriore infiltrazione di acqua, ossigeno e ossido di zolfo, rallentando le altre reazioni del materiale e quindi “proteggendolo” dal degrado. Ad ogni modo, che si sia trattato di una scelta o di un errore,  il mio modesto parere è che il “Monu” abbia perso la sua magia e che fosse decisamente più bello prima, senza acciaio, senza ruggine e senza retorica.

    Gabriele Serpe 

    Foto di Daniele Orlandi

    Monumento di Quarto

    Monumento di QuartoMonumento di QuartoMonumento di QuartoMonumento di QuartoMonumento di QuartoMonumento di QuartoMonumento di Quarto

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Olimpiadi Londra 2012: rischio boicottaggio a causa di uno sponsor pericoloso

    Olimpiadi Londra 2012: rischio boicottaggio a causa di uno sponsor pericoloso

    Tutti ormai conoscono l’immane tragedia avvenuta nel 1984 nella città indiana di Bhopal.

    Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 quaranta tonnellate di isocianato di metile (MIC) fuoriuscirono dallo stabilimento della Union Carbide India Limited (UCIL) di Bophal, consociata della multinazionale americana Union Carbide, specializzata nella produzione di pesticidi. La nube tossica causò oltre ventimila morti – i dati ufficiali del governo indiano parlano di 8.000 vittime nei primi tre giorni e 15.000 nei mesi ed anni successivi a causa di malattie e deformazioni – ma il disastro ambientale non si è mai fermato vista l’assenza di interventi di bonifica. Sono 500 mila le persone tuttora malate e solo una piccola parte di loro è stata risarcita.

    Lo scrittore indiano Indra Sinha, nel 2004, ricordò così quella terribile notte <<Quando scattò l’allarme tutti scapparono portandosi dietro vecchi, bambini nelle culle, ammalati, vacche e cani. La gente moriva mentre gli escrementi colavano loro dalle gambe, il gas lacerava le pupille, ulcerava i polmoni>>.

    Nel giugno 2010, dopo 26 lunghissimi anni scanditi da proteste, sit-in, marce di centinaia di chilometri, sette imputati tutti indiani – oggi settantenni, all’epoca dirigenti di medio-alto livello dello stabilimento della Union Carbide – sono stati condannati da una Corte indiana a due anni di carcere ed al pagamento di circa 2.000 dollari di multa. Una sentenza beffa anche perchè i colpevoli sono stati immediatamente scarcerati dietro una cauzione di meno di 500 dollari.

    Inoltre al processo non c’era il maggiore indiziato, ovvero Warren Anderson, l’ex presidente della Union Carbide che non è mai stato estradato dagli Stati Uniti.

    Nel 2001 la Dow Chemical acquistò la Union Carbide ma si è sempre rifiutata di ereditare i debiti legali della società ed ancora oggi opera liberamente in India con alcune consociate.

    <<La Dow Chemicals ha rilevato la Union Carbide pagandola 10,3 miliardi di dollari. La condanna per i responsabili fu pari al massimo previsto di due anni di carcere e 100.000 rupie (circa 2000 dollari) di multa, una cifra che è stata giudicata irrisoria dagli attivisti e dalla società civile. I condannati sono stati scarcerati dietro una cauzione inferiore ai 500 dollari e hanno pure presentato appello. Non vi è nemmeno l’intenzione di risanare il territorio. Ed è sconvolgente scoprire che dopo 27 anni, la zona non sia ancora stata ripulita e migliaia e migliaia di persone stiano ancora subendo le conseguenze della tossicità dell’acqua e del terreno della zona colpita>>, così scrivono in un accorato appello le organizzazioni internazionali di Yoga e della Cultura Indiana: International Yog Confederation (IYC); The World Community Of Indian Culture & Traditional Disciplines, Italy; World Movement for Indian Fine Arts; World Movement for Yoga and Ayurveda; C.U.I.D.Y. Confederazione Ufficiale Italiana Di Yoga.

    <<EBBENE, LA DOW CHEMICALS SARÀ’ LO SPONSOR DELLE OLIMPIADI DI LONDRA DEL 2012!! Tutta la Yoga Community è fortemente contraria al coinvolgimento della Società con i Giochi Olimpici che dovrebbero iniziare nel mese di luglio e ha chiesto il ritiro della Dow Chemicals, la società responsabile di una delle peggiori violazioni dei diritti umani di questa generazione, esprimendo l’angoscia della nazione per la più grande tragedia industriale del mondo – continua l’appelloMa gli organizzatori delle Olimpiadi di Londra 2012 sembra non intendano eliminare la Dow Chemical come sponsor dallo stadio principale. Come può il mondo rimanere in silenzio su questa offesa ai diritti umani? La gente dovrebbe essere libera di godersi i Giochi Olimpici di Londra 2012 senza questa eredità tossica sulla loro coscienza. Non è cambiando nome che si possono cancellare i danni tremendi su vittime innocenti>>.

    <<Le vittime di Bhopal hanno bisogno del sostegno di tutta l’umanità, il denaro che si spende per la sponsorizzazione dovrebbe andare alle vittime dell’UNION CARBIDE come risarcimento per il crimine commesso nei loro riguardi concludono le Organizzazioni – Vi prego di sostenerci come potete in ogni Paese e chiedete al vostro Governo di boicottare le Olimpiadi di Londra 2012. Non mandate le vostre squadre, i vostri campioni, se gli organizzatori non rifiutano la DOW come Sponsor, e riscattino quest’assassinio del genere umano, con un giusto risarcimento alle vittime. Si deve prendere coscienza del dolore di chi ha sofferto e il Comitato Olimpico LOCOG, organizzatore dei giochi, dovrebbe esaminare la questione. Si è parlato anche di alcuni atleti indiani che minaccerebbero di boicottare l’evento, in memoria dei connazionali toccati dalla tragedia. La DOW CHEMICAL deve essere rimossa dalla sponsorizzazione delle Olimpiadi oppure il mondo intero dovrebbe boicottare le Olimpiadi di Londra 2012>>.

     

    Matteo Quadrone

     

     

  • Sopraelevata: da martedì 6 marzo entrano in funzione i tutor

    Sopraelevata: da martedì 6 marzo entrano in funzione i tutor

    Tutor in SopraelevataFonte di polemiche, brutta, insicura, ma utile. Si torna a parlare di Sopraelevata, quel mostro di acciaio e cemento che si snoda  come un lungo serpentone per 6 km, incuneandosi, come un elemento avulso, tra le vecchie facciate storiche della Ripa Maris e le immagini fugaci del porto nelle sue molteplici attività. Un mostro sospeso a mezz’aria  con le sue 73 mila tonnellate di calcestruzzo  e le 15 mila  di  materiale ferroso che 120 pilastri  sostengono per dare respiro al traffico caotico della nostra città.

    Dopo un restyling parziale su una pavimentazione che, specie in caso di pioggia, risultava essere un vero agguato alla sicurezza dei mezzi in transito, in nome di quella stessa sicurezza sono stati installati dei controllori di velocità che, dopo un lungo monitoraggio, entreranno ufficialmente in funzione a partire dal prossimo 6 marzo. L’annuncio dato in una conferenza stampa dall’Assessore Comunale al Traffico Simone Farello, congiuntamente al Comandante della Polizia Municipale Roberto Mangiardi, ha scatenato immediate polemiche sia per la velocità imposta sia per l’entità delle sanzioni previste in caso di non osservanza dei limiti.

    Etichettata come strada urbana a scorrimento rapido, non sarà possibile superare i 60km/h,  andatura che poco si sposa col l’aggettivo “rapido” e che con più proprietà andrebbe attribuito alla proverbiale lentezza delle lumache. Tale sbarramento, infatti, risulta inutile in concomitanza delle interminabili code che, ogni giorno, affollano le 4 careggiate da Levante a Ponente (e viceversa) nei momenti cruciali della giornata ed è altrettanto aleatorio quando, traffico permettendo, un limite superiore sarebbe utile a snellire la circolazione come si richiede alle vere arterie di deflusso veloce, caratterizzate come la Sopraelevata da mancanza di semafori, incroci, attraversamenti pedonali, limitazione ai mezzi pesanti, elementi critici di pericolo. Se, poi, si punta l’attenzione sulla struttura stradale si può facilmente rilevare come la sua insicurezza sia principalmente da imputare a guardrail poco rassicuranti e mancanza di spazi per sosta di emergenza.

    In relazione alle sanzioni si parte da un minimo di 39 euro, per piccoli sforamenti per poi a salire fino a 750 euro per improvvisati piloti di formula uno. L’ennesimo modo per fare cassa, questa la protesta che dilaga sul web e che parrebbe essere fondata alla luce del periodo di monitoraggio in cui si sono rilevate una media di 25-30 mila infrazioni al mese che avrebbero fatto affluire nelle casse del Comune un vero tesoretto: basta fare i conti.

    Sorge anche spontaneo il dubbio sulla certezza della rilevazione ma è stato assicurato che le apparecchiature del Celeritas, questo il loro nome, sono di ultima generazione, resistenti alla salsedine e risultano essere state ampiamente testate.

    Rimango dell’idea che non sarà certo l’occhio puntato al contachilometri che aumenterà l’attenzione del conducente impegnato a scansare motocicli che zizzagano a destra e a manca né l’acuirsi  dell’esasperazione per un traffico ulteriormente rallentato a dare la serenità necessaria per una guida tranquilla. Il problema è biblico: sarebbe stata necessaria una programmazione, risultata inesistente, per rendere efficiente il trasporto pubblico con treni locali e reti metropolitane degne di questo nome… Ma questo ormai lo si e’ detto un migliaio di volte. Si era addiritura progettato di demolirla per lasciare spazio ad un tunnel subacqueo sotto il porto, una strada invisibile a tre corsie da San Benigno alla Foce, progetto faraonico che dopo dieci anni di studi e’ stato definitivamente accantonato poco tempo fa.

    Teniamoci, dunque, la sopraelevata che andrà percorsa con l’andatura della gita domenicale, gettando fugaci sguardi sul Porto nuovo, sulla Lanterna  aggrappate agli scogli, sulle grandi navi in partenza per mete lontane, sugli affreschi di Palazzo S. Giorgio, sull’antico quartiere Madre di Dio, grigio nelle sue colate di cemento, sulle fugaci propaggini di Villa Croce  e quando spunteranno i contorni circolari del Palazzetto dello Sport, con un sospiro di sollievo, sapremo di essere giunti alla fine del viaggio, sperando nella clemenza del Tutor.

    Adriana Morando

  • Il Teatro Cargo contro i tagli alla cultura, mancano i denari per il rilancio

    Il Teatro Cargo contro i tagli alla cultura, mancano i denari per il rilancio

    Teatro CargoIL PRECEDENTE

    Questo non è solo il solito mugugno di un teatrino, ma la richiesta di una programmazione culturale a lungo termine, di una razionalizzazione delle risorse, premiare l’innovazione, coordinare turismo e cultura, Regione, Provincia e Comune, indirizzare i privati a finanziare ciò che funziona“.

    26 febbraio 2011: il quotidiano Il Secolo XIX pubblica una lettera di Laura Sicignano, direttrice del Teatro Cargo di Genova Voltri, che con queste parole denuncia la situazione del proprio teatro e più in generale dei piccoli teatri italiani, che pur avendo una programmazione di qualità sono spesso soffocati dalle più grandi e meglio finanziate realtà locali.

    IL PRESENTE

    Un anno dopo, cosa resta di quelle parole? In un contesto di crisi economica come quello in cui viviamo, dove i tagli alla cultura continuano ad aumentare, la scelta di puntare su una programmazione di qualità e fare in modo che un (apparentemente) piccolo teatro di periferia abbia una forte eco sui media locali, sul pubblico e sulle istituzioni non sempre paga in termini di lungo periodo.

    Il Teatro Cargo vanta – oltre alla normale stagione teatrale – eventi di punta che hanno attirato negli anni grosse fette di pubblico: Collasso energetico nel 2008, Festival del corpo femminile nel 2009 e Donne in guerra nel 2010. Non solo: la normale programmazione è molto ricca, con un calendario di appuntamenti in costante crescita (44 nel 2011, 47 nel 2010, 30 nel 2009) e una buona risposta in termini di pubblico.

    Gli spettatori paganti registrati sono stati 8.643 nel 2011, in leggera flessione rispetto ai 9.402 del 2010 ma comunque nettamente superiori ai 7.100 nel 2009. Un numero considerevole per un teatro posto nell’estremo ponente cittadino e che gode di una eco mediatica inferiore rispetto ai “centrali” Teatro Stabile, Politeama o Carlo Felice. Un dato da non sottovalutare, per premiare l’impegno di chi riesce a programmare di anno in anno spettacoli di qualità per gli amanti del teatro e della cultura.

    Marta Traverso

  • Cocacolla chiude per plagio: il web si mobilita contro la censura

    Cocacolla chiude per plagio: il web si mobilita contro la censura

    cocacolla blogPuò una lettera in apparenza innocua come la L provocare l’ultimo di una lunga serie di episodi di censura che stanno mobilitando il web?

    All’inizio di febbraio una nota azienda produttrice di un’altrettanto nota bevanda – di cui non faremo nomi per motivi di privacy – ha chiesto e ottenuto la chiusura di un blog italiano che parla di arte, design, lifestyle e temi affini. Il nome del blog è Cocacolla ed è nato nell’aprile 2010.

    Lo staff del blog ha ricevuto due lettere di diffida da parte della nota azienda: per non incorrere in una difficile e costosa battaglia legale, ha scelto di chiudere e cambiare nome al blog. Il delicato momento avrà luogo il prossimo 5 marzo, ma lo staff del blog è già pronto a ripartire con un nuovo nome per portare avanti il suo progetto. Non prima di aver denunciato la cosa sul web, un tam tam che da ieri pomeriggio si è diffuso a macchia d’olio sui blog e sui social network, creando su Twitter l’hashtag #supportcocacolla.

    Marta Traverso

  • Guai a parlar male della “Mito”: la Rai condannata a pagare 7 mln a Fiat

    Guai a parlar male della “Mito”: la Rai condannata a pagare 7 mln a Fiat

    Alfa MitoPremetto che le automobili Fiat sono le migliori sul mercato. Per prestazioni e consumi sono nettamente superiori a Wolkswagen, BMW, Porsche, Lotus, Rolls-Royce e persino Ferrari. Gli optionals sono fantascientifici e le linee accattivanti. Sia lodato Marchionne; e sempre sia lodato. Scusate la premessa, ma d’oggi in poi, quando si vorrà dire o scrivere qualcosa al riguardo della Fiat, bisognerà attestarsi su questi toni. Le critiche sono abolite per legge.

    Questo infatti ha stabilito il Tribunale di Torino, condannando in primo grado la RAI e il giornalista Corrado Formigli (oggi conduttore di Piazza Pulita su LA7, ma all’epoca inviato di Annozero) a risarcire la Fiat. La somma? Una cosetta da niente, una cifra quasi simbolica: 7 milioni di euro. Si, avete capito bene: 7.000.000 €. E cosa avrebbero fatto la RAI e Formigli? Sequestrato e torturato Lapo Elkann? Appiccato le fiamme allo stabilimento di Pomigliano? Molto peggio: hanno mandato in onda un servizio dove si diceva che la Mito ha prestazioni inferiori a quelle di due vetture straniere concorrenti. E siccome i periti del tribunale hanno stabilito che questo non è vero e che Formigli avrebbe volutamente riportato dei risultati sbagliati di un test su strada, per questo motivo ora deve risarcire, nell’ordine, un danno patrimoniale (cioè perdite materiali subite dalla Fiat) di 1 milione e 750 mila euro, più un danno non patrimoniale (cioè morale e d’immagine) di 5 milioni e 250 mila euro.

    Tutto questo in un paese dove, come ha ricordato la Gabanelli sul Corriere, un risarcimento per “perdita parentale” (cioè la morte di un figlio o di un marito) si liquida con un tetto massimo di 308.700 euro (l’ha stabilito il Tribunale civile di Milano). Ma ciò che è più incredibile, in tutta questa vicenda, è il fatto che tantissime persone si sono scatenate sul web plaudendo la sentenza, gioendo e sfogandosi contro i giornalisti dell’ex-staff di Annozero, additati come faziosi ed irresponsabili. Commenti come “godo!”, “la prossima volta si preoccupi di dire la verità”, “così imparano a dare contro al Made in Italy”, “la legge vale per tutti”, “dicono sempre che bisogna rispettare le sentenze, ora lo facciano anche loro” mi hanno davvero stupito, perché sono apparsi con straordinaria frequenza su siti e blog di diversa estrazione politica.

    Sembra che la gente non si sia resa conto di che cosa stiamo parlando e quale sia il punto della questione. Ovviamente tutti sono liberi di pensare che Santoro, Travaglio e compagnia bella siano giornalisti faziosi e antipatici. Ma la libertà di espressione e di critica, che questa sentenza finirà per limitare fortemente, garantisce a chiunque non ami questo tipo di informazione di cercarsene un’altra. In Italia, tra l’altro, l’informazione televisiva è monopolizzata dalla politica e in primis dalla persona di Berlusconi, che ha grande potere di veto su 5 emittenti nazionali su 7.

    La carta stampata, poi, dipende sia dai finanziamenti pubblici (e quindi dalla politica), sia dai gruppi di potere finanziario-industriali (tra cui spicca certamente anche la Fiat). Per questo è proprio chi non ama Formigli e Santoro ad avere la più ampia offerta informativa a cui rifarsi e, pertanto, a non avere motivo di sfogare il proprio livore su internet. Un altro discorso è essere del parere che la sentenza restituisca lo scarso valore professionale dei giornalisti che stavano ad Annozero: ma non si può essere contenti per la punizione che ha subito Formigli. L’idea che chi esprima un’opinione scorretta, un’idea sbagliata, un dato scientifico o di cronaca falso debba essere “punito” rivela – e mi spiace dirlo, perché non amo affibbiare questo aggettivo a destra e a manca – una concezione fascista dell’informazione.

    E’ la professionalità che dovrebbe uscirne compromessa, non la vita. Alle falsità si contrappongono le verità, non punizioni esemplari e pene severe; per l’ovvio motivo filosofico, storico e politico che, anche se la Verità esiste sicuramente, trovarla non è affatto scontato, mentre è proprio in nome di questa che si sono fatti i peggiori massacri della storia. Nemmeno la verità cosiddetta “scientifica” o “tecnica” è immune da errori. Ogni volta che in un tribunale un perito nominato da una parte stila una perizia, chissà come mai questa è quasi sempre favorevole alla parte che l’ha commissionata.

    Ci vuole poco a portare la “scienza” dove si vuole che vada. Negli anni ’30 non solo in Germania, ma trasversalmente nell’opinione pubblica di molti paesi democratici erano diffuse convinzioni razziste ed eugenetiche, che solo oggi riconosciamo come “pseudo-scientifiche”, sulle quali all’epoca attecchì il nazismo. Dovremmo metterci in testa che è più igienica una società dove si permette a chiunque di esprimere la propria opinione, anche se scorretta e pericolosa, che una società dove si pretende di dividere i buoni dai cattivi in nome di una qualsiasi concezione di Verità.

    Ma al di là dei massimi sistemi, nel caso in questione è evidente che la presunta falsità del servizio di Formigli c’entra poco. E anche il danno commerciale arrecato alla Fiat centra poco, visto che la casa di Torino ha già detto che devolverà l’intera cifra in beneficenza. La cosa, infatti, è piuttosto strana: se mi sfasciano la macchina e l’assicurazione mi ripaga, non do i soldi in beneficenza, ma mi faccio riparare l’auto o me ne compro un’altra. Se i soldi non sono un problema, è evidente che alla Fiat interessava solo la questione di principio. E il principio è questo: non osate attaccarci o potreste ritrovarvi a pagare milioni.

    Chi pensa che, anche dopo questa sentenza, si possa ancora criticare una grande industria semplicemente dicendo la verità, commette un grosso peccato d’ingenuità. D’ora in poi ogni giornalista sa che, se tocca gli interessi commerciali di un gruppo che può pagarsi ottimi legali, in caso di errore ha davanti a sé la prospettiva di dover pagare milioni di danni. Quindi ricontrollerà mille volte prima di fare il servizio; e, a meno di non essere più che sicuro, nel dubbio preferirà evitare. E se per caso sarà davvero sicuro, sarà il suo editore a dissuaderlo per non prendersi il rischio della sanzione: può sempre succedere, infatti, che si perda pur avendo ragione, perché un grande gruppo è molto influente e perché gli errori giudiziari ci possono essere anche nei paesi più evoluti del mondo.

    Chi vorrà correre il rischio di rovinarsi la vita per fare l’eroe dell’informazione libera? Sarà più comodo adattarsi a spargere l’incenso. Si pensi alle trasmissioni che si sono occupate delle radiazioni dei telefonini o delle fabbriche che inquinano: cifre e numeri sono sempre contestati e contestabili. Pertanto chiunque voglia addentrarsi in argomenti simili dovrà tenere presente che potrà essere citato per danni milionari.

    E’ del tutto evidente che questo frenerà i giornalisti e ci consegnerà allo strapotere degli interessi commerciali delle grandi industrie. E se i loro prodotti saranno dannosi, tanto peggio per noi, che lo scopriremo solo consumandoli e subendone gli effetti. Eppure la faziosità di Formigli è tutta da dimostrare. La perizia, infatti, è stata affidata ad un collegio di esperti composto dall’attuale ministro Francesco Profumo, dal professor Federico Cheli e dal professor Salvio Vicari. Tutti e tre, per ricerca o per lavoro, hanno usufruito in passato di finanziamenti o hanno avuto legami riconducibili al gruppo Fiat.

    Ma la sentenza, oltre che dannosa e discutibile, è anche ridicola. Si vuole sostenere che la gente spenda 15.000 euro per un auto, senza andare dal concessionario, ma guardando Annozero. Si vuole sostenere che la Fiat abbia bisogno di una riparazione per il danno d’immagine, come se questa non spendesse già ogni giorno vagonate di euro per occupare TV, giornali, radio e internet con le sue pubblicità; come se non si potesse pagare testimonial del calibro di Giovanni Allevi, Chiambretti, Luca e Paolo; come se Formigli non fosse stato disponibile ad ospitare in trasmissione un incaricato del gruppo Fiat per dare il suo punto di vista. La sproporzione della punizione è evidente: bastava imporre una puntata di riparazione in cui alla Fiat fosse concesso di contestare le tesi di Formigli e sarebbe già stato tanto. Questo canovaccio era già andati in onda con Tremonti su Report e con Maroni a Vieni via con me. Quanti altri giornalisti, poi, sono stati già sanzionati in passato per errori commessi in odore di partigianeria? Basti pensare a Minzolini con Berlusconi “assolto” anziché “prescritto”, oppure a Feltri con le infondate accuse a Boffo. Qual’è la differenza rispetto a questi esempi?

    Che non c’era dietro una grande industria come la Fiat interessata non tanto alla riparazione del danno subito, che si fatica a vedere, quanto a “colpirne uno per educarne cento”. Chi ha un abbonamento a Sky sa benissimo che c’è una trasmissione britannica, Top Gear, dove si dice peste e corna di certi modelli di auto. Saranno proprio tutte corrette le valutazioni dei conduttori? C’è da dubitarne. Ma a quanto si sa nessuno ha mai citato in tribunale nessuno. Due paesi, due misure di civiltà.

     

    Andrea Giannini

  • Automobili a Genova: da Mercurio a Smart City

    Automobili a Genova: da Mercurio a Smart City

    ztlIL PRECEDENTE

    Febbraio 2011: il varo della nuova zona a traffico limitato per il centro storico e altre zone di Genova sancisce ufficialmente il fallimento del Progetto Mercurio. La Giunta comunale ha approvato il nuovo regolamento giovedì 17, mentre venerdì 18 è avvenuta la presentazione a Genova Parcheggi.

    Cosa prevede il nuovo progetto rivolto a chi vuole spostarsi in auto o moto a Genova, molto caro soprattutto agli esercenti commerciali e ai loro fornitori, che hanno un’esigenza fondamentale nella garanzia di portare le merci più vicino possibile al negozio?

    Queste le linee guida fondamentali, in vigore dal 1 marzo 2011: fino alla fine del 2011 i mezzi Euro 3 e superiori vengono “premiati” con abbonamenti simbolici che garantiscono l’accesso alla Ztl, mentre da Euro 2 in giù si pagherà il doppio della normale tariffa. Da inizio 2012 nessun veicolo Euro 2 o inferiore potrà entrare nella Ztl. Questo per favorire il passaggio di Genova agli altari delle Smart City, ovvero una pubblica amministrazione orientata alle emissioni zero e al rispetto dell’ambiente.

    L’accesso per residenti e persone collegate alle attività commerciali (esercenti, fornitori, tecnici, addetti alle pulizie ecc) potrà avvenire al costo simbolico di 27 euro annui, con un aumento delle fasce orarie per la consegna delle merci, uno dei punti più criticati del precedente progetto Mercurio.

    IL PRESENTE

    Febbraio 2012: è passato un anno dal varo della nuova Ztl. Genova Parcheggi continua a gestire tutte le aree di traffico e sosta limitata in città e i relativi pagamenti, attraverso il progetto Blu Area.

    Le Ztl attualmente attive a Genova sono sei: centro storico, Vernazzola, Molo, San Vincenzo, Boccadasse e Nervi. Come preannunciato al momento del varo delle nuove aree, sul sito di Blu Area è specificato che “Requisito essenzilale per l’accreditamento omologazione omologato “Euro 3” o superiore“. Questo significa che nessun veicolo al di sotto di questa categoria ha la possibilità di accedere a queste zone.

    Le tariffe sono le medesime del progetto iniziale, mantenendo dunque l’abbonamento simbolico a 27 € per residenti ed esercenti.

    Sul fronte delle zone a sosta limitata la partita invece si gioca su un terreno molto più minato. Nulla di fatto per l’estensione delle Blu Area nei quartieri di Marassi, Albaro e San Fruttuoso: alcuni giorni fa il Tar di Genova ha definito illegittima l’imposizione di parcheggi a pagamento in questi quartieri della città.

    Marta Traverso

  • Blu Area: si va avanti nonostante la sentenza del Tar

    Blu Area: si va avanti nonostante la sentenza del Tar

    Se qualcuno aveva gridato ”eureka” è stato subito disilluso. La sentenza con la quale il Tar ha sancito l’illegalità delle Blu Area e condannato il Comune, nella misura dei due terzi, e Genova Parcheggi, in solido per il resto, a pagare le spese legali, quantificate in 6.000 euro, è stata prontamente smentita dai fatti.

    Le aree “incriminate”,  Albaro, San Fruttuoso, Marassi e Staglieno, dove i posteggi a pagamento non lasciano scampo neppure al ricordo delle strisce bianche e, come tali, da abolire almeno in parte, proseguiranno a richiedere onerosi tributi, in primis perché il Comune ha dichiarato immediatamente la sua volontà di opporsi a tale decisione, ricorrendo al Consiglio di Stato, e, poi, dalle parole “politichesi” dell’assessore alla viabilità Simone Farello che, confermando il ricorso, parla di uno “studio” per valutare eventuali localizzazioni degli stalli a sosta libera.

    Considerato i tempi biblici che, ad esempio nella via dove abito, si esemplificano con mancanza di strisce segnaletiche dopo il rifacimento del manto stradale più di 5 anni fa, tali intenti porteranno ad una sola, solita, conclusione: nonostante i dettami della legge, la Blu Area rimarrà attiva.

    Sono quindi avvisati coloro che, ingannati da notizie poco chiare, si erano già appostati in agguato pronti a fruire di un parking non gravato da odiosi balzelli: tutto rimane come prima. A giustificazione, il Comune dice di aver attuato il diabolico “traffico mercenario” della “sosta a pedaggio” per favorire i residenti. Un “bel” favore che non lascia scelta e si trasforma, di fatto, in un illecito tributo.

    Ricordiamo, dice Giuseppe Occhiuto, membro del direttivo di Aval (Associazione Venditori Ambulanti liguri), promotore dell’iniziativa, come la giurisprudenza preveda che le aree di sosta a pagamento debbano essere soltanto in centro città, e in rapporto di 50% con i parcheggi liberi.

    Questa semplice regola di buon senso scaturisce non dal bisogno di proteggerci da un compulsivo desiderio di incenerire la carta di credito con uno shopping selvaggio, ma dalla necessità di spostarsi in zone non coperte dal proprio contrassegno, per una visita medica, per portare i figli a fare sport, per assistenza a parenti anziani, banalmente per andare al lavoro, tutte attività che comportano un esborso calcolabile, sull’arco della giornata, di 20-30 euro. Il problema è sempre lo stesso: la macchina non si può piegare e, sottobraccio, portarsela a casa né tantomeno è facile, a seconda di dove si abita, farsi “alettare” dalla voglia di prendere l’autobus. E’ qui il nocciolo della questione: ad oggi in alcune zone della città il trasporto pubblico presenta enormi lacune in quanto a corse e orari, oltre ad essere fatiscenti (mancano sistemi per l’ingresso dei disabili, per le carrozzelle dei bimbi e spazi all’interno per la loro collocazione), numericamente insufficienti (si entra in concorrenza con le acciughe in barile e si è maggiormente esposti a mani furtive che entrano nel nostro portafoglio senza la giustificazione di far parte del governo Monti), corsie gialle che si interrompono improvvisamente (l’autobus rientra nel traffico normale con ulteriori rallentamenti), mancanza di una linea metro degna di questo nome (per il Levante continua ad essere un’utopia), mezzi alternativi , quali treni locali, inadeguati (perennemente in ritardo, servizi inagibili, erogatori biglietti non funzionanti) etc etc.

    L’opzione “umana” è l’auto privata che, gravata di bollo, assicurazione, benzina e, pure, posteggio, si trasforma in una gallina dalle uova d’oro, ma non certo per chi è costretto a subire. Il candidato alle prossime elezioni comunali, Marco Doria, in un’intervista televisiva, sembra aver “biascicato” qualcosa in proposito all’abolizione delle strisce blu, ma l’accenno è stato tanto fugace che viene il sospetto della solita “butade” pre-campagna elettorale da non pubblicizzare troppo perché, poi, le promesse vanno mantenute.

    Penso con nostalgia alle biciclette pubbliche parigine che da noi, grazie alla mitezza del clima e se dotate di un supporto ad elettricità per le salite, sarebbero un ottimo mezzo per sfoltire il traffico, ridurre lo smog e fare un po’ di sport facile, nei tratti in cui la strada ripiana. Naturalmente alla “parigina” e cioè con un parking mezzi ogni 50 metri, praticamente sotto casa e in tutte le vie della città.

    Ma questa è una cosa da illuminati ben lontano da una realtà che riesce a fare posteggi blu sulle strisce gialle degli autobus (vedi corso Sardegna o via Canevari) o si inventa coreografiche ”linee” estive, quelle che ci hanno dilettato, la scorso anno, in Corso Italia. La sconsolata impressione che se ne trae è una sola: fedeli alla nomea storica che indica i genovesi come consumati commercianti, i nostri governati, prima di pensare al benessere dei cittadini, “rimuginano” sul metodo più immediato per rimpinguare le casse del Comune con ogni mezzo lecito e non, a dispetto della stessa sentenza del Tar.

    Adriana Morando

  • Non hai la tv? Non importa, devi pagare lo stesso il canone Rai

    Non hai la tv? Non importa, devi pagare lo stesso il canone Rai

    No, non è ancora finita: se pensavate che il 31 gennaio fosse il termine ultimo per non sentir più parlare di canone Rai per i prossimi dodici mesi, sappiate che l’azienda di (teoricamente) servizio pubblico radiotelevisivo ci invita a pagare la tanto odiata tassa entro il 29 febbraio con una piccola aggiunta sull’importo.

    Se la recente inchiesta del Fatto Quotidiano sugli sprechi in Rai non è sufficiente, ecco una nuova notizia destinata a suscitare non poche polemiche.

    Sembra infatti che per pagare il canone Rai non serve avere la tv in casa. L’azienda ha infatti mandato a circa 5 milioni di aziende italiane un’ingiunzione di pagamento. Niente di strano, se non fosse che buona parte di queste aziende non ha un televisore nei propri uffici: ha piuttosto computer, tablet, iPad o smartphone, dispositivi diversi dalla tv ma che “potenzialmente” danno la possibilità di vedere o ascoltare i programmi Rai attraverso lo streaming.

    L’innovativo procedimento prende le sue origini da un regio decreto del 1938, il quale impone che «Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento». Prima ancora che fossero inventati i transistor, è nata la magagna che sta facendo infuriare non poco milioni di imprenditori in tutto il nostro Paese, che tramite le associazioni di categoria sta protestando contro il pagamento di una tassa che potrebbe costare loro dai 200 ai 6.000 € l’anno a seconda della tipologia merceologica.

    Marta Traverso

  • Gas: l’Italia importa dalla Russia e non sfrutta la produzione interna

    Gas: l’Italia importa dalla Russia e non sfrutta la produzione interna

    Produzione del Gas

    Gazprom, il colosso energetico russo, nei giorni scorsi ha ridotto del 30% le proprie forniture e così rischiamo  di dover affrontare anche questo nuovo tipo di  emergenza. In verità tanto nuovo non è perché ne abbiamo già sentito parlare durante la crisi Russia-Ucraina del 2009 ma, se non si è esperti del settore, non si riesce a capire quali colossali interessi si nascondano dietro  apparenti controversie tra stati.

    Incominciamo col dire che la Russia  è il principale ”rubinetto” erogatore dell’est e che la manovra messa in atto  potrebbe nascondere una sorta di ricatto per accelerare la costruzione del mega-gasdotto “South Stream”, capace di introdurre in Europa 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno, progetto in cui è previsto un braccio terminale in Italia, presso Otranto. Una diminuzione dell’erogazione si direbbe un problema relativamente “piccolo” per un paese, come l’Italia, che ha  fonti alternative di rifornimento quali Olanda, Norvegia, Algeria, Libia, che  può contare su una produzione propria, pari a circa il 15%, grazie ai due rigassificatori  di Rovigo e Panigaglia, che è in grado di riattivare, per emergenza, vecchie centrali ad olio come quelle di Livorno e Piombino (Enel)  ed, infine, che può avvalersi di eccellenti infrastrutture.

    Il vero problema è che  non sfruttiamo interamente le nostre potenzialità a causa di una gestione “monopolistica” di Eni e Snam: lo comprova il fatto che importiamo  85 miliardi di metri cubi l’anno contro una capacità di 107 e, soprattutto, che queste società non consentono ad altre imprese concorrenti di passare attraverso i “rami” inutilizzati.

    Questo  ci da conto, immediatamente, del costo di questo combustibile che noi paghiamo più di tutti in Europa.  Gli enormi interessi economici non finiscono qui: ci sono in progettazione 10 rigassificatori e 4 gasdotti, tra cui quello Brindisi-Minerbio che con i suoi 687 Km avrà un forte impatto ambientale lungo tutto l’Appennino, un progetto che parrebbe anacronistico a fronte di un esubero di condutture ma che si spiega con l’ottica “lungimirante” di rivendere il gas ai paesi del nord-Europa.

    I primi ad aver subito un immediato disagio sono i cosiddetti “interrompibili”, fruitori che a fronte di uno sconto sul prezzo (il costo energetico grava su un’impresa per il 20%) sono disponibili a farsi bloccare l’erogazione, cosa che è puntualmente avvenuta. Ma era assolutamente necessaria? Non sarebbe stato meglio, nell’eventualità di una carenza di gas, andare ad intaccare le consistenti riserve che, guarda il caso, sono anch’esse in mano, per il 97%, alla Stogit, società del gruppo Snam? Intervento prudenziale o mera speculazione economica?

    Certo è triste se pensiamo che, negli anni passati, siamo stati all’avanguardia nel campo dell’energia come quando, nel 1903, primi nel mondo, abbiamo pensato di sfruttare quella geotermica, fornitaci “gratis” dai soffioni boraciferi di Larderello. Per anni, inoltre, siamo stati quasi totalmente autonomi grazie alle grandi centrali idroelettriche, primati accantonati per far spazio a petrolio e suoi derivati, da cui, adesso, l’Italia deve affrancarsi sia ridimensionando il potere di questi grandi colossi (dov’è l’antitrust?) ma, soprattutto, con agevolazioni  che spingano verso fonti di energie alternative che, per altro, nel nostro paese sono favorite dalla conformazione oro-geografica.

    Non stupisce, a questo proposito, apprendere che la tecnologia italiana dei pannelli solari abbia raggiunto punti di eccellenza tanto da essere sfruttata dalla Cina, da cui importiamo l’intera produzione grazie al minor costo, e che, sempre italiana, è la ricerca sperimentale per la produzione di pannelli non più in silicio ma a partire dalla plastica che, all’abbattimento dell’80% dei costi, associano una struttura meno rigida capace  di adattarsi a qualsiasi  superfice anche a quella curva.

    Non meno importanti sono i progressi in campo eolico: il vento, insieme al sole, è un’altra grande risorsa che permette di ridurre l’inquinamento atmosferico con un impatto minimo sull’ambiente. Infatti, anche le “mostruose” pale rotanti, tanto invise ai rispettosi dell’habitat, sembrerebbero avere le ore contate. Sistemi innovativi propongono strutture a bracci verticali che non necessitano di orientamenti fissi e sono molto più contenuti nelle dimensioni.  Per gli amanti del design, inoltre, sono stati progettati veri gioielli da esporre in bella vista sui tetti degli edifici che, oltre a svolgere la loro importante funzione, impreziosiscono l’architettura dell’edificio.

    Un esempio? Il Wind Tulip dell’azienda israeliana Leviathan Energy, un tulipano non proprio olandese, come si evince, ma che, se istallato sul percorso della Bora o della nostra Tramontana, farebbe concorrenza ai caratteristici mulini a vento.

     

    Adriana Morando

  • Via XX Settembre, la rambla: amore e odio dei genovesi

    Via XX Settembre, la rambla: amore e odio dei genovesi

    vasi ramblaIL PRECEDENTE

    L’immagine di una via Venti Settembre senza neanche un’automobile, dove la gente può tranquillamente camminare o pedalare in mezzo alle corsie come in una qualsiasi zona pedonale, è un sogno che la Sindaco di Genova Marta Vincenzi non ha mai tenuto nascosto.

    Per questa ragione ha annunciato, all’inizio di febbraio 2011, l’idea di costruire una rambla in vista di Euroflora: un primo passo per rendere via XX completamente pedonale.

    Questo il progetto, fortemente voluto da Tursi e che il Comune è intenzionato a portare avanti nonostante le diffuse polemiche: Genova nuova Barcellona, con una rambla che percorre l’intera via Venti, gli autobus che la attraversano ai lati nei due sensi di marcia e zona pedonale al centro, con 32 enormi vasi a fare da spartitraffico. In mezzo alla via – in corrispondenza all’incrocio con via Fieschi – una grande isola, con panchine e ulteriori spazi verdi. A seguire, un lungo vialone alberato che arriva fino alla Foce, anch’esso pedonale e con due corsie laterali per i bus. Tutto completamente pagato dagli sponsor.

    Apparentemente risolto anche il problema della viabilità: per chi va a Ponente o Levante ci sono i tragitti Galleria Colombo-via Diaz o di via Fieschi-piazza Verdi, mentre il centro e la sopraelevata restano collegati dal passaggio in via Fieschi e via Ceccardi. Il tutto agevolato da un minore traffico di auto nella zona della stazione Brignole, una volta che sarà operativa la metropolitana.

    In sintesi: piante e fiori a delimitare il tragitto che da piazza De Ferrari porta a piazzale Kennedy. Un progetto in partenza il 10 aprile, che resterà attivo per tutta la durata di Euroflora e rimarrà allestito fino alla Notte Bianca, ossia il secondo fine settimana di settembre. Totale: cinque mesi di rambla sperimentale, nella speranza che nel frattempo si verifichino le condizioni per cui il progetto possa diventare permanente.

    IL PRESENTE

    Conclusa Euroflora, è sparita pure la rambla. Il 9 maggio, a meno di un mese dal suo allestimento, è iniziata la rimozione dell’area fiorita, poco apprezzata dai genovesi ma molto di più (pare) dai loro cani, come a suo tempo qualcuno ha fatto notare nei commenti lasciati sui social network.

    La sorte dei vasi la vedete nella foto qui a fianco: sono stati dislocati in varie zone della città, come via Porta degli Archi.

    In compenso è stato mantenuto il divieto al traffico di auto nella parte di strada che ha ospitato la rambletta.

    Lo scorso novembre è stato lanciato un bando che vede la collaborazione di Comune e Facoltà di Architettura per ridisegnare il volto di via XX:  fino al 9 marzo studenti, insegnanti e architetti sono chiamati a presentare la loro idea per eliminare il traffico di veicoli privati nella via centrale cittadina – possibilmente con tanto di pista ciclabile, almeno nel tratto compreso fra piazza De Ferrari e il Ponte Monumentale – e ridisegnare la viabilità anche nelle strade circostanti.

    Archiviata la rambla, si spera che almeno in questo caso i soldi – che siano degli sponsor o nostri – vengano utilizzati per un progetto che si risolva in modo permanente.

    Marta Traverso