UPDATE! Bando prorogato al 22 maggio 2013. Ars. Arte che realizza occupazione sociale è un bando di concorso che si pone lo scopo di rivalutare il patrimonio artistico italiano, soprattutto quei luoghi oggi meno accessibili e visitati. Chi partecipa è chiamato a inviare proposte per aumentare i visitatori, migliorare i servizi culturali (visite guidate, laboratori didattici, marketing territoriale anche se web), valorizzare luoghi poco conosciuti, con l’obiettivo finale di creare ricavi e generare occupazione.
Il concorso indetto da Fondazione italiana Accenture mette in palio un milione di euro al progetto migliore, cifra che consentirà al suo autore di realizzarlo concretamente.
Possono partecipare persone maggiorenni, singolarmente o in gruppo (incluse fondazioni, associazioni, organizzazioni di volontariato), che dovranno registrarsi al sito www.ideatre60.com e caricarvi un progetto inerente ai campi di architettura, pittura, scultura entro il 25 marzo 2013.
La valutazione dei progetti avverà secondo due fasi: la prima attraverso votazione online, la seconda da parte di un comitato tecnico: entro luglio 2013 saranno selezionati i cinque progetti finalisti e il primo classificato otterrà la cifra in palio. La realizzazione dell’opera sarà affidata all’ente no profit indicato dal proponente oppure a un ente terzo che dimostri le competenze necessarie.
Agli altri quattro progetti finalisti saranno assegnati premi in denaro e il supporto nella realizzazione dei business plan della propria idea.
Nonostante ci siano ancora molte persone convinte del contrario, Genova è una città dal grande fermento artistico: ne sono la prova i numerosi progetti ideati da giovani creativi della città per sostenere la loro arte e quella di loro coetanei, esperti in varie discipline della cultura.
Un esempio è Gruppo Matreska, fondato nel 2011 dalla fotografa Martina Massarentee dal poeta e autore teatrale Daniel Nevoso. Artisti molto attivi sul territorio genovese, hanno dato vita a questo gruppo con lo scopo di promuovere iniziative e culturali a Genova, delle quali curano in toto la direzione artistica e gli aspetti gestionali e organizzativi.
Il nome deriva dalla celebre bambola russa, le cui caratteristiche (bambole una dentro l’altra, via via sempre più piccole) riprendono anche il “metodo” attraverso cui il gruppo seleziona progetti e collaboratori, che agiscono di fatto come tanti anelli di una catena: “dato un argomento e un riferimento artistico di base (fotografia, teatro, danza, etc), ciascun artista invitato alla collaborazione dovrà strettamente attenersi al lavoro del successivo, affinché il risultato finale possa essere omogeneo e connesso con l’obiettivo finale del progetto complessivo“.
Al momento sono due le opere realizzate dal gruppo: lo spettacolo teatrale Martindi Daniel Nevoso, selezionato nel bando del Teatro della Tosse per compagnie emergenti Pre-visioni, e Sussurri, mostra fotografica di Martina Massarente che si è svolta a Palazzo Rosso lo scorso maggio.
Per conoscere i due artisti, le loro attività e i progetti futuri potete recarvi domani (venerdì 28 dicembre, ndr) alle 21 presso la Libreria Falso Demetrio di via San Bernardo, dove Martina e Daniel presentano il loro libro fotografico-poeticoSussurri, edito da Sagep. Il testo ripercorre – attraverso immagini fotografiche e testi poetici a cura dei due artisti – le opere oggetto dell’omonima mostra.
Saranno presenti, oltre agli autori, l’editor di Sagep Fabrizio Fazzari e l’attrice Umberta Coglio.
Nelle scorse settimane abbiamo parlato di film passati alla storia del cinema, i quali hanno contribuito a costruire un certo stereotipo raffigurante gli italo-americani – e gli italiani più in generale: Gooodfellas, The Untouchables e The Godfather. La traduzione di questi titoli in italiano è molto simile all’originale inglese: “Quei bravi ragazzi” (fellas è un termine colloquiale che significa “amico”, “tizio”, “ragazzo”, “tipo”), “Gli intoccabili” e “Il Padrino”. Non sempre però le cose si presentano in questi termini, nel senso che in molti casi il titolo viene tradotto in maniera alquanto distante dall’originale.
Ecco quindi che per esempio qualche anno fa con un amico inglese non riuscivo a comunicare il mio grande apprezzamento per “Le ali della libertà”, con Tim Robbins e Morgan Freeman. Continuando a chiamarlo The Wings of Freedom, che ne sarebbe la traduzione letterale, non c’era modo di far capire al mio amico di che cosa stessi parlando. Quando poi ho iniziato a raccontargli la trama, finalmente si è illuminato e mi ha detto che mi stavo riferendo a The Shawshank Redemption, del quale anche lui era un grande appassionato. La stessa discrepanza tra titolo in inglese e in italiano si riscontra in un altro film sulla malavita di Chicago che abbiamo già citato, Road to Perdition, proiettato sui nostri schermi come “Era mio padre”.
Una pellicola che ha ispirato e credo ispiri tuttora la categoria degli insegnanti è invece Dead Poets Society dell’australiano Peter Weir. Se come me ne siete grandi appassionati e l’avete visto un migliaio di volte come minimo, non avrete difficoltà a capire di quale film si tratta, specialmente dopo aver cliccato su questo link che mostra la commovente scena finale di “Oh Captain, My Captain”, nella quale l’illuminato insegnante John Keating, interpretato da Robin Williams, viene salutato per un’ultima volta dai suoi studenti. Se invece non lo conoscete, o comunque l’avete visto solo una volta, difficilmente immaginerete che il titolo della pellicola in italiano è “L’attimo fuggente”.
Passando al grande maestro della suspense (in inglese la sillaba accentata è l’ultima: /səˈspent s/) Alfred Hitchcock, se parlate in inglese di “Intrigo internazionale”, con i grandi attori Cary Grant, Eva Marie Saint e James Mason, dovrete usare il titolo: North by Northwest. L’avreste mai indovinato?
Al contrario, Rope (letteralmente “corda”), thriller psicologico del grande regista inglese con protagonista James Stewart, è stato presentato al pubblico italiano come “Nodo alla gola”. Per quanto non rappresenti una traduzione fedelissima all’originale, il titolo è comunque collegato all’evento principale della trama del film, ovvero un omicidio per strangolamento.
Ma le traduzioni talvolta libere – per usare un eufemismo – dei titoli dei film sono una peculiarità soltanto dell’italiano? In realtà no. Anche in altri paesi il titolo tradotto si allontana spesso da quello originale.
Se noi abbiamo “La donna che visse due volte”, in Francia il titolo è “Sueurs froides” (letteralmente “sudori freddi”), mentre l’inglese è Vertigo. Sex and the City, che non è stato modificato nella versione italiana, diventa Sexo en Nueva York in spagnolo.
Talvolta il cambiamento nella traduzione è dovuto a ragioni di marketing e alla volontà di avvicinare il pubblico, ma in alcuni casi le differenze rispetto al titolo originale appaiono misteriose al punto che anche il grande esperto di gialli Hitchcock avrebbe fatto fatica a comprenderle … See you!
Un progetto “contenitore” capace di accogliere idee e spunti differenti, proposte di associazioni e singoli cittadini, con al centro la valorizzazione di un Bene Comune dell’intera cittadinanza, ossia Valletta San Nicola, un’area verde di 20 mila metri quadrati che sorge alle spalle del glorioso ex Albergo dei Poveri – costruito con i blocchi di pietra estratti dallo sbancamento dell’antica collina Carbonara che ha dato vita a questa conca naturale – proprietà dell’Asp Emanuele Brignole, l’istituto di assistenza agli anziani (azienda pubblica ma di diritto privato, nel cui consiglio di amministrazione siedono rappresentanti del Comune di Genova e della Regione Liguria, oltre agli eredi della famiglia Brignole) che oggi si trova alle prese con uno spaventoso buco di bilancio.
“Il sogno”, come lo chiamano i promotori dell’iniziativa, è stato illustrato martedì sera a Castelletto, presso i locali del Circolo Arci 1 maggio di San Nicola, alla presenza di numerosi cittadini interessati e curiosi, realtà associative (ad esempio L’Erba Voglio, che da anni cura con successo un’area verde in via Ferrara) giovani architetti, scout laici, rappresentanti dei Gruppi di Acquisto Solidali, tutti stimolati dalle suggestioni che, fin dal principio, il progetto è stato in grado di suscitare.
«Da circa un paio di anni abbiamo iniziato a discutere sul futuro di Valletta San Nicola e così è nata questa fantastica avventura –racconta Domenico Villani, coordinatore del gruppo che ha elaborato il progetto, guidato dal “Comitato Le Serre” con la collaborazione di Isde-Medici per l’ambiente, Italia Nostra, Legambiente, Movimento Decrescita Felice – l’ultima assemblea, svoltasi nel febbraio scorso, è stata molto partecipata. Negli ultimi 3 mesi abbiamo intensificato l’attività e ci siamo visti settimanalmente. Il nostro è stato un lavoro condiviso e stasera lo presentiamo per la prima volta a persone che come noi hanno il medesimo obiettivo, cioè riappropiarsi degli spazi del territorio, oppure alle diverse realtà che in altre zone di Genova già svolgono attività di questo genere, quali ad esempio la manutenzione di aree verdi o la creazione e gestione di nuovi spazi di aggregazione».
«Dopodomani (giovedì 13 dicembre) avremo un incontro con il Municipio Centro-Est, poi presenteremo il progetto al Sindaco e prima di Natale avremo un incontro con la Regione Liguria – continua Villani – A gennaio-febbraio 2013 organizzeremo un’assemblea pubblica per presentare il progetto alla cittadinanza. A questo punto andremo a bussare alla proprietà per vedere quali prospettive si apriranno».
Il problema è appunto legato alla disponibilità dei terreni, proprietà dell’Asp Brignole. L’istituto, come detto in precedenza, naviga in cattive acque. Per ripianare il debito – che ammonterebbe a circa 50 milioni di euro – l’Asp Brignole sta alienando diverse proprietà e anche l’area di San Nicola corre il rischio di essere messa in vendita.
La valletta, nel corso degli anni, è stata interessata da diversi tentativi di cementificazione, fortunatamente sventati. L’ultimo in ordine di tempo prevedeva la realizzazione di centinaia di parcheggi interrati.Il progetto, tuttora esistente, è strettamente legato alle destinazioni d’uso stabilite dal nuovo Puc (Piano Urbanistico Comunale) che indica Valletta San Nicola come Distretto di Trasformazione.
Dove sarebbe previsto tutto ed il contrario di tutto «È una somma di contraddizioni – spiega Franco Montagnani di Legambiente – parcheggi privati, servizi privati, ma anche aree verdi e polo agricolo. Noi, insieme ad Italia Nostra, altre associazioni e comitati, abbiamo presentato diverse osservazioni al Puc che a breve dovranno essere discusse in sede comunale e ci auspichiamo possano dare la svolta decisiva per il futuro della valletta».
In questi giorni la Regione Liguria, nell’ambito della Vas-Valutazione Ambientale Strategica (nuovo strumento che per la prima volta viene applicato per un piano urbanistico del capoluogo ligure), ha espresso parere negativo in merito alla destinazione a parcheggi interrati. «Se da un lato c’è la pressione della regione e dall’altra quella dei cittadini, possiamo raggiungere 2 obiettivi – sottolinea Domenico Villani – intanto che non si costruisca alcunché; e poi ottenere, gradualmente, tutta la valletta, restituendola così al quartiere».
Inoltre, i terreni dell’Istituto Brignole ospitano anche i vivai comunali, un prezioso patrimonio naturalistico che sembrava destinato a trasferirsi altrove (l’ipotesi più probabile era presso i Parchi di Nervi). Questo perchè l’amministrazione comunale, ormai da anni, non paga l’affitto alla proprietà. Ma recentemente l’orientamento del comune pare esser cambiato e sul “Corriere Mercantile” dello scorso 3 ottobre, il Vice sindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini dichiara «Stiamo pensando di acquistare i terreni. Visto che il comune è in debito con il Brignole per pagamenti d’affitto arretrati , l’acquisto dei terreni potrebbe essere la strada per saldare il tutto e chiudere la partita». Bernini ha aggiunto «Se valorizzate, le nostre serre potrebbero diventare un’attrazione turistica. Comunque, indipendentemente dall’acquisto dei terreni, io penso che in quell’area vada salvaguardato il verde e che quindi si debba riconsiderare la possibilità di costruire parcheggi, prevista dal Puc».
Tornando al progetto, l’obiettivo generale è «Dimostrare prima di tutto a noi stessi che è possibile elaborare insieme un modello di gestione sostenibile dei beni comuni del territorio e delle sue risorse agricole basato sul contributo diretto della comunità locale e dei soggetti ad essa riconducibili – spiega Villani – il nostro sogno è trasformare la valletta in uno spazio integrato di attività ricreative, didattiche e produttive in cui persone di tutte le età e condizioni, possano incontrarsi ed operare insieme producendo capitale sociale, non necessariamente monetario, da mettere a disposizione della comunità locale».
I promotori dell’iniziativa sono partiti da 3 assunti: tutela, riqualificazione e valorizzazione «La valletta è un ecosistema urbano, un’area verde di pregio, da tutelare e riqualificare – racconta Montagnani – Restituendola alla cittadinanza per una pubblica fruibilità basata su una gestione collettiva».
«Il sito ha una storia verde – continua Montagnani – Dietro e di fronte all’Albergo dei Poveri si pensò di lasciare dei terreni liberi in modo tale che le persone indigenti potessero procurarsi da vivere con attività agricole (orti, ecc).Inoltre, dal 1850 la valletta ospita i vivai comunali. La storia ci conferma la sua vocazione agricola».
Senza dimenticare che su quest’area grava un vincolo monumentale della Soprintendenza che l’ha definita “di interesse storico–artistico particolarmente importante”.
Al suo interno c’è un patrimonio da difendere e valorizzare «Finora ci siamo riusciti – sottolinea Montagnani – Le 2 grandi serre ospitano felci arboree e piante tropicali. Secondo noi devono essere valorizzate a dovere, ad esempio dal punto di vista didattico. Siamo vicini all’orto botanico Hanbury e si potrebbe creare un’importante sinergia».
Sono 3 le linee di azione: agricoltura urbana (orti urbani); turismo e didattica (serre storiche); ricerca e impresa (ecotipi locali e ricerca). «Questo progetto è un contenitore aperto composto da tanti progetti che possono esser presentati da cittadini e associazioni– continua Montagnani –Le attività che verranno svolte si sosterranno con forme di autofinanziamento. E poi con la ricerca di fondi europei».
L’area è stata suddivisa in macro-aree, ognuna con la propria macro-funzione:
– Polo Botanico Storico-Scientifico (in collegamento con il Polo Botanico Villa Hanbury dell’università di Genova): conservazione e tutela collezione comunale di felci e piante esotiche; tutela biodiversità locale ligure; formazione di un polo cittadino di eccezionale rilievo botanico a fini scientifico-culturali da inserire nel circuito degli orti botanici liguri (Hanbury, Pallanca, ecc.).
– Spazio pubblico di riaggregazione sociale: punto di incontro, informazione e formazione dei cittadini per lo scambio prodotti biologici di filiera corta; punto ristorazione vegetariana con prodotti locali;aree verdi aperte al quartiere; attività sportive a basso impatto ambientale e basso livello di competitività (corsa, bocce, ecc.).
– Produzione agricola e biovivaistica:vivaio amatoriale e/o commerciale di produzione, distribuzione piante orticole biologiche da trapiantare; vivaio di produzione, distribuzione di piante autoctone derivanti da ecotipi locali (quale luogo ideale per la difesa della biodiversità); orti urbani individuali e/o collettivi, coltivati con tecniche tradizionali o sperimentali (orti sinergici, biodinamici, ecc.); orti urbani con funzione didattica e di recupero sociale.
L’ambizione, espressa da molti dei presenti, è che questa iniziativa partita da Castelletto possa diventare un modello, riproducibile in altre zone della città.
Giovedì 13 dicembre 2012 alle 18.30 presso la Libreria Falso Demetrio (via San Bernardo, Genova) avrà luogo la presentazione di Le Prince Noir, antologia di racconti curata da Alessandro Greco e pubblicata dalla casa editrice Aisara per omaggiare l’opera di Andrè Helena, uno fra i più autentici rappresentanti del romanzo noir francese.
Tra gli autori selezionati c’è il genovese Claudio Bagnasco, che Era Superba ha di recente incontrato per la rubrica Videoscrittori. L’autore sarà alla libreria insieme a Matteo Sechi, che condurrà l’incontro.
Questi gli altri autori che hanno partecipato all’antologia: Alessandro Greco vive a Pescara, è traduttore delle opere di Andrè Helena, curatore di antologie per vari editori e collabora con la rivista Satisfiction e con la webzine Sul romanzo. Mauro Marcialis vive a Reggio Emilia, ha pubblicato romanzi con Mondadori e Piemme; Gianluca Morozzi vive a Bologna, è autore di diversi romanzi usciti per Guanda, Castelvecchi, TEA, Fernandel. Romano De Marco vive in provincia di Chieti, ha pubblicato un romanzo nella collana Il Giallo Mondadori ed direttore artistico della rassegna “Estate Letteraria” di Orton (Ch). Sacha Naspini ha pubblicato vari romanzi per Historica, Elliot e Perdisa Pop. Leonardo Casula vive a Cagliari, nel 2011 è uscito per Fandango il suo primo romanzo. Paolo Maccioni vive a Cagliari, suoi romanzi sono usciti per Il Maestrale, CUEC e Arkadia. Luca Occhi vive a Imola ed è tra i fondatori del collettivo di scrittura “Compagnia Letteraria Colonne d’Ercole”. Luca Sulis vive e lavora Cagliari come libraio. Laureato con una tesi su Jean-Claude Izzo, collabora con la rivista “Pulp Libri”. Daniela Frascati vive a Roma e ha pubblicato un romanzo con Ciesse Edizioni.
California Dreamin’, così titolava una famosa canzone dei The Mamas & the Papas negli anni ’60, scritta da Papa John Philips durante un periodo di permanenza in un rigido inverno di New York, descrivendo le foglie gialle, il cielo grigio e un predicatore amante del freddo , lui sognava la California, il caldo di Los Angeles e il cielo blu, dove quasi come un sogno premonitore, vi morì nel 2001.
Morire in California deve essere un esperienza affascinante, a me è andata male e mi sono limitato a visitarla decidendo di comprare un biglietto aereo soltanto due settimane prima della partenza, non sapendo dove andare mi sembrava una destinazione originale e forse non essendomi organizzato al meglio avrei vissuto una vacanza avventurosa come in un film di Oliver Stone.
Sono atterrato in California dopo tre scali e quasi 24 ore di volo, fuori dall’aeroporto di San Diego un vento caldo mi ha accolto facendosi largo tra le palme e le collane di fiori che i ragazzi portavano al collo. Ho dedicato la mattina al vicino porto militare visitando un vascello pirata molto simile a quello del porto antico di Genova e un bellissimo sommergibile russo poco adatto ai claustrofobici. Dalle banchine si potevano scorgere gli alti grattacieli tipici delle città americane e attratto da loro ho raggiunto il centro per un un pomeriggio spensierato tra shopping e fotografie.
Il giorno successivo ecco la Old Town, il primo insediamento spagnolo della città restaurato per i turisti; permette di fare un balzo indietro nel tempo e passeggiare tra suonatori gitani e abitazioni dell’età coloniale gustando una tortillas nei ristorantini delle vie del centro. Ho preso un’auto a noleggio, una Ford Taurus con l’assetto ad altezza strada e un color porpora metallizzato, la radio passava “I Heard it throught the Grapevine” nella cover dei Creedence Clearwater Revival, undici minuti e sei secondi in cui la band di Fogarty esprime una delle loro migliori performance, l’ideale per iniziare il viaggio nella West Coast americana.
Ho seguito le indicazioni del navigatore direzione nord, destinazione Los Angeles. Il giorno volgeva al termine emi sono fermato in un motel di fortuna a Dana Point, un piccolo centro abitato situato sulla sommità di una collina a strapiombo sul Pacifico. Una cena molto simile a quelle di Arnold’s di Happy Days un ottimo hamburger con patatine fritte ascoltando gli Eagles che fuoriuscivano da un vecchio Juke Box.
Il giorno dopo ho trovato una Los Angeles caotica, dispersiva ma affascinante, il centro città mimetizzato tra i grattacieli e i quartieri alternavano sobborghi pericolosi e sporchi a moderne costruzioni e attività commerciali. Ho soggiornato a Santa Monica, una delle località balneari più belle di L.A., dove spiagge di sabbia gialla sembravano invitarmi a prendere il sole insieme a giovani di ogni sesso e nazionalità. Santa Monica è una dei luoghi più belli e noti in California e proprio per questo motivo è stato difficile trovare un motel libero, ma per la modica cifra di 17 dollari ne ho scelto uno dentro un’autofficina, il mio vicino di stanza era un Pastore Tedesco e tra un motore rotto e una batteria da cambiare il gestore mi faceva vedere la stanza… Un ambiente spoglio e sporco, con tracce organiche tra le lenzuola, sicuramente mai cambiate con bruciature di sigarette e un mozzicone spento al loro interno, la televisione aveva probabilmente trasmesso l’allunaggio di Armstrong nel 1969 e la doccia si distingueva da una cannetta per l’acqua solo per la tenda.
Non ho accettato e sono riuscito a sistemarmi solo nel pomeriggio, comunque in tempo per un bagno nell’oceano freddo e per sdraiarmi a fianco a una dozzina di foche che si scaldavano al sole. Uno spettacolo indimenticabile, soprattutto per chi come me ama la natura e gli animali. Verso sera le spiagge si riempivano di surfisti intenti ad accendere bracieri per grandi grigliate mentre lungo i moli di legno decine di persone pescavano e vendevano ai ristoranti guadagnando qualche dollaro per vivere la giornata successiva.
Nei giorni successivi, dopo aver visto le celebri “lettere sulla montagna” e visitato gli Universal Studios di Hollywood, ho raggiunto Santa Barbara dedicando una giornata al mare e allo shopping, in un negozio dell’usato ho trovato alcuni vinili di Neil Young e i Crazy Horse, manifesti pubblicitari degli anni ’60 e la giacca di pelle di Fonzie, almeno così diceva l’etichetta. Santa Barbara è una famosa cittadina di villeggiatura, nota per le sue spiagge e per aver dato il nome a un noioso telefilm degli anni ’80; lungo le vie che portano al mare fiori colorati sui muri intervallano negozi alla moda incastonati in costruzioni che riportano alla mente lo stile coloniale ispanico.
Proseguendo in direzione nord ho incontrato Monterey, un motel immerso nel verde mi ha permesso di ricaricare le batterie per il giorno successivo, 200 km mi separavano dalla mitica San Francisco. Prima di partire, dopo una lauta colazione, ho fatto il pieno di benzina perché avevo letto che la strada sarebbe stata praticamente priva di rifornimenti… non volevo rischiare di spingere la Taurus. Lungo i 200 km di strada solo oceano e natura, distese di sabbia frequentate da foche e gabbiani, e un saliscendi asfaltato che si perde in prossimità dei promontori, la classica foto da cartolina delle Highway americane.
Ho incontrato anche un ciclista, un homeless, uno dei numerosi senzatetto americani… Si riposava con la bicicletta al fianco, stremato per la fatica e il pensiero dei km ancora da percorrere. Questo incontro di lavoro è rimasto impresso nella mia mente per una frase che mi ha detto quell’uomo “L’America tanto ti dà, tanto ti toglie”, e detta da una persona che come casa ha una bicicletta, inevitabilmente porta a riflettere.
La crisi nasce da uno shock esterno: la bolla dei mutui sub-prime, che è scoppiata negli USA e poi da lì si è ripercossa sui mercati globali. Giunta in Europa la bolla ha impattato contro un’ideologia economica ottusa e un sistema monetario troppo rigido e squilibrato, che ha impedito di contenere gli effetti negativi, e anzi li ha ampliati, creando una spirale recessiva perversa e senza uscita. E’ stato così che gli errori strutturali dell’euro-zona hanno trasformato una crisi finanziaria in una grave recessione continentale; recessione che a sua volta frena la ripartenza dell’intera economia globale. Ma da cosa dipende l’inadeguatezza del nostro sistema?
La baia di San Francisco mi aspetta agitata, in una giornata grigia e ventosa che non toglie nulla al fascino delle cartoline o di quei poster colorati che vendono all’Ikea insieme alla cornice. Quello con la foto del Golden gate, il ponte sospeso più grande del mondo… mi sono deciso a scattarla personalmente attraversandolo in entrambe le direzioni per cogliere le varie angolazioni.
Già dopo i primi passi in città mi sembrava di essere in un film, San Francisco, proprio quella dei ripidissimi saliscendi con persone di ogni tipo che appaiono e scompaiono al volo dalle Cable Cab per tornare a casa o andare al lavoro; Chinatown, uno dei quartieri cinesi più grandi al mondo, il porto , dove ho mangiato un granchio appena pescato e degli ottimi gamberoni fritti al Bubba Gump, si proprio quello di Forrest Gump.
“Se stai andando a San Francisco mettiti dei fiori nei capelli”, così cantava Scott Mc Kenzie negli anni 60 e anche se i fiori non ci sono più , un’aria di libertà si respira ancora passeggiando per la città anche solo osservando l’abbigliamento delle persone o ascoltando la musica che passa la radio o suonata da musicisti di strada. La sera ho cenato in uno dei centinaia di ristoranti italiani che invadono il centro e il giorno dopo ho raggiunto alla storica prigione di Alcatraz.
Alcatraz si trova nel bel mezzo della baia di San Francisco, pochi km da attraversare con un traghetto che approda sull’isola di massima sicurezza in venti minuti di traversata. Il carcere si presenta allo stato attuale come era nei trent’anni in cui è stato aperto, ovvero lugubre, freddo e ventoso , un luogo dove evadere è l’unico pensiero per un detenuto e le possibilità praticamente nulle, solo pochi ci sono riusciti, ma di loro nessuno conosce la sorte, se hanno resistito alle gelide acque dalla baia o se hanno cominciato una nuova vita sotto falso nome. Solo 1500 detenuti hanno soggioranto nelle scomode e strette stanze di Alcatraz, il più celebre è sicuramente Alphonse Gabriel Capone, meglio conosciuto come Al Capone, il gangster di origine italiana più famoso al mondo, sicuramente non un vanto per il nostro paese.
Ritornato dall’isola ho attraverso lustrascarpe e band musicali agli incroci delle strade, uomini in carriera con abiti firmati e senzatetto che frugavano nei rifiuti alla ricerca di qualcosa di utile. Come accennato in precedenza, i senzatetto sonoveramente tanti in America… nelle grandi città e nei piccoli centri, nel deserto e nei boschi, un carrello e una montagna di abiti e oggetti in equilibrio instabile rappresenta la loro casa.
Ho abbandonato la baia dopo aver pranzato su uno dei numerosi moli del porto, con rammarico e con la promessa di ritornare presto a riassaporare il brivido del vento e delle piccole scosse telluriche che accompagnano le giornate di una delle più belle città degli States.
San Francisco è il giro di boa della California, abbandonato il turismo classico fatto di shopping e visite guidate, ho deciso di ripiegare verso l’interno e attraversare il cuore dello stato. La prima città che ho incontrato è Fresno, calda come l’inferno e brutta come il peccato, l’unica attrazione un cinema anni 50 con i cartelloni e l’insegna immutata nel tempo. Ho incontrato scoiattoli grossi come gatti, un culturista che posava dentro una fontana e diverse persone che presumibilmente dormivano su panchine o aiuole. I negozi erano chiusi e quei pochi erano in lingua spagnola tanto da ricordare, come gli stessi abitanti, una siesta messicana.
Ho pensato che non sarebbe stato il posto ideale dove passare la notte e mi sono spinto sino alla tappa successiva, Sequoia National Park. La strada Da Fresno non è breve, guadagnavo il monte mentre il sole iniziava a calare e rendere i colori più caldi e la temperatura più fresca. Ho pagato l’accesso al parco, e con la cartina ho cercato i pochissimi villaggi con letto disponibili, ma il parco è immenso e la luce ormai era un vago ricordo, solo gli abbaglianti mi facevano strada tra i grandi alberi che coprivano il cielo. Il mio sogno di dormire immerso nella natura si era fatto realtà quando anche l’ultimo villaggio mi aveva chiuso la porta in faccia costringendomi a passare la notte in macchina… Se decidete di dormire nel Sequoia Park sarebbe opportuno prenotare da casa o tramite agenzia la camera, in alternativa sceglietevi una comoda macchina.
La Ford Taurus era scomoda oltre che brutta, ma almeno aveva un tetto e il riscaldamento a portata di mano, mi chiusi all’interno in compagnia delle patatine al mais “Guerrero” ascoltando una raccolta rock acquistata in una specie di autogrill americano. I rami degli alberi creavano un fitta trama che rendeva impossibile scorgere le stelle, rumori sinistri e fruscii tra le foglie mi inquietavano e feci fatica a prendere sonno.
Quando un timido chiarore si è poi fatto largo attraverso i tronchi, ho sgranato gli occhi e guardato l’ora, erano le sei del mattino… Acceso il riscaldamento, sono rimasto a guardare per qualche minuto fuori dalla macchina, pensando di scendere per svolgere le funzioni primarie, ma qualcuno me lo impedì… un orso con tre cuccioli stavano trafficando tra i cespugli alla ricerca di cibo; ho preferito non essere io la loro colazione.
Dopo una colazione nella mensa di un camping, sono partito alla ricerca della foresta Gigante; sono rimasto estasiato davanti agli alberi più grandi del mondo, sono passato con la macchina sotto una galleria scavata nel tronco di una sequoia abbattuta e le pigne erano tre volte più grandi del mio 45 di piede. Per non parlare della Generale Shermann, la sequoia più grande del parco e una delle piante più grandi del mondo, 83 mt di altezza, oltre 1400 mt cubi di volume e circa 30 mt di circonferenza, al suo cospetto è facile sentirsi degli gnomi.
Sono sceso fino alla Death Valley dove il caldo del deserto strozza l’aria condizionata della macchina e nelle strade polverose è facile trovare animali morti sul ciglio della strada, si percepivano almeno circa 50 gradi dei 42 segnalati sul termometro e la paura di un guasto alla macchina mi costrinse a sostare nel primo centro popolato più vicino, Calico Ghost Town. Il nome non prometteva nulla di buono ma ho scoperto poi esser un vecchio paese costruito alla fine del ‘800 per sfruttare una miniera d’oro. Una volta esaurito il prezioso materiale il paese è stato abbandonato così come era, in perfetto stile Western, con tanto di saloon, ufficio dello Sceriffo, prigioni e spazio a sufficienza per uno scontro all’ok corral. Ho acquistato un cappello da Cow Boy, utilissimo per ripararsi dal sole , e ho ripreso a viaggiare lasciandomi la California alle spalle sino a superare il confine con l’Arizona, ma questa è un’altra storia, un’altra avventura…
Raimondo Sirotti è nato a Bogliasco nel’34. Alla pittura e alla ricerca artistica ha sempre affiancato l’attività di docente, prima al liceo e poi presso l’Accademia di Belle Arti di Genova, di cui è stato successivamente vicedirettore, direttore e per la quale oggi ricopre l’incarico di presidente. È l’autore degli arazzi che ornano il foyer del Teatro Carlo Felice, e suoi sono diversi interventi sul patrimonio artistico genovese. Ha lavorato alla decorazione degli interni di grandi navi, e ha realizzato opere per edifici pubblici di Genova, Chiavari, Camogli, Bogliasco. Per dieci anni è stato anche sindaco della natia Bogliasco. A lui Edoardo Sanguineti ha dedicato un sonetto nel 2005.
Abbiamo intervistato il pittore nella sua casa di Bogliasco. Lo studio dà su un bellissimo e raccolto giardino; il gatto, “che a volte ha combinato qualche disastro qui in studio”, salta su e giù dal divano mentre discorriamo. Fuori, il silenzio tiepido di un mattino d’autunno in riviera: la stessa luce e gli stessi colori che escono dai suoi quadri e dalla sua arte.
Un po’ di storia, dai primissimi inizi a quando ha capito che dell’arte voleva fare un mestiere…
«Mio padre mi aveva iscritto a ragioneria all’istituto Tortelli, perché c’era già mio fratello che frequentava il liceo artistico, quindi poteva sembrare un po’ esagerato che due figli su due volessero fare gli artisti; fortunatamente ci fu l’incontro con un docente di lettere che vedendomi disegnare convinse mio padre. Non ci fu nemmeno bisogno di insistere troppo, devo dire che fu davvero molto comprensivo, e passai al liceo artistico. Poi, quello che serve è la voglia rabbiosa di chi ha intenzione di fare un certo tipo di lavoro di cercarsi le solidarietà giuste nei docenti e nei compagni, compagni con cui si condivide e ci si fomenta a vicenda, e quindi lievita la voglia di perseguire questo obiettivo. Come ho detto, bisogna farlo quasi con rabbia, bisogna essere convinti, non avere indecisioni e farsi prendere dalla pittura. O forse è la pittura che ci prende fin dalla nascita. Non so, può darsi che sia già un germe dentro di noi».
Ancora oggi chi decide di vivere di arte o di musica viene visto leggermente come outsider… all’epoca come venivate visti dalla generazione precedente?
«Un po’ strani, come d’altronde è sempre stato visto l’artista. Quando per anni sono stato sindaco di Bogliasco, i giornali parlando di me scrivevano “il sindaco pittore” mentre se uno è ingegnere, geometra o altro non scrivono “il sindaco geometra”: questo dà la misura di come l’artista sia considerato fuori dal normale. Forse è anche colpa, o merito, dell’artista che in fondo vuole essere fuori da certi schemi. Per me dipingere, vivere al cavalletto momenti che ho già vissuto sono come un liberare dei sentimenti, delle voglie. Alla fine, è una voglia di libertà».
Nel suo percorso, come molti genovesi, è andato a Milano, dove chi guardava i suoi quadri le diceva “si vede che sei ligure”… cosa intendevano?
«Altri compagni di scuola erano già andati, io li raggiunsi. All’epoca Milano era, in Europa, una delle città più vive di fermenti artistici, con un dibattito dialettico apertissimo tra la forma geometrica e la non forma; per mio essere mi sono orientato verso l’informale. In questo tipo di pittura si va sul colore, si fanno dei gesti (componenti principali dello stile informale sono la gestualità e il colore, n.d.r.)… e così veniva fuori la mia natura. Siamo tutti condizionati dagli ambienti in cui viviamo, e qui c’è un condizionamento dei luoghi talmente forte che basta una pennellata di bianco per capire che è stata data da uno che ha assorbito i nostri climi».
Il legame con la nostra terra sembra essere molto forte in tutti gli artisti liguri, mi viene in mente anche la scuola cantautorale genovese per esempio…
«Credo che tutti, non solo i liguri, siano influenzati dal contesto. Ma il sapore della nostra luce ligure è qualcosa di veramente penetrante, che ci condiziona sempre. Giustamente ricordava i cantautori, certamente questo elemento è presente anche presso di loro».
Come nascono le sue opere? È qualcosa di meditato interiormente e poi esplicitato in immagini o la costruzione avviene direttamente sulla tela?
«Ormai ho un processo mentale acquisito che deriva dalla tanta pratica. Quando mi metto davanti a un albero, evidentemente, anche senza rendermene conto, il processo formativo dell’immagine è già dentro di me. Ciò significa che io vedo già l’albero come lo farò. Ho detto albero perché mi sono avvicinato alla natura, dopo aver fatto tutto il percorso dell’informale, onde evitare di finire in un accademismo di cui avevo sincero terrore. La natura mi ha dato la possibilità di fare cose nuove utilizzando l’esperienza che avevo accumulato con l’informale. Spesso quando mi pongo di fronte alla natura creo degli appunti su cui lavorare, e spesso lavoro su fotografie. Ma quando poi vado in studio e sono davanti al cavalletto, devo lavorare soprattutto sulla memoria di quello che ho visto. Altrimenti sarebbero soltanto banali ingrandimenti di un’immagine più piccola».
Più di cinquant’anni di attività… cosa la emoziona ancora abbastanza da portarla davanti alla tela? Non si corre il rischio di ripetersi o annoiarsi?
«Un momento di stanchezza può capitare. Mi succede per esempio di buttare all’aria un quadro che la sera mi sembra andare bene e invece la mattina dopo, sceso in studio, non mi soddisfa più. Ma è proprio questo che mi spinge davanti alla tela, tornare sulle cose, cambiandole e inventandone nuove. Lavorare sempre di certo rischia di far cadere nella routine, ma avviene che di fronte al momento di stanchezza ci sia uno “scatto”, ed è lì che il quadro matura, giunge a completamento. Se no il resto è preparazione, quasi un pregustare… a volte mi viene in mente di mettere una cosa in un quadro, e non la metto, aspetto, come lasciarsi il dolce per la fine del pasto, e il massimo godimento è quando poi inserisco quel particolare, alla fine».
E se qualcuno guardando una sua opera percepisce qualcosa di completamente diverso da quello che aveva dentro quando l’ha realizzato?
«Questo capita ed è capitato non tanto sul piano di ciò che io volevo esprimere, quanto sul piano della piccola forma. Faccio un esempio banale: qualcuno legge magari una figura laddove una figura non c’è. E devo dire che la mia pittura ha anche questa possibilità di lettura, ci si possono vedere delle cose diverse.
D’altronde dal momento in cui l’arte ha smesso di raccontare i fatti, la storia, la sua vicinanza alla musica si è fatta sempre più forte: nella musica uno può pensare cose sempre diverse, e così nell’arte, nella pittura quando non è più legata alla funzione descrittiva».
Lei ha insegnato per molti anni: qual è la cosa più importante che ha insegnato ai suoi studenti, e cosa ha tratto invece da loro?
«Credo che una delle doti più autentiche e utili di un docente sia l’onestà intellettuale. Far dipingere gli studenti scimmiottando per esempio Pollock può essere divertente per un po’, ma non insegna niente. Ho sempre detto ai miei allievi che l’esercizio quotidiano, il saper disegnare, il saper dipingere sono il lasciapassare per ogni tipo di libertà, perché se uno decide di fare una certa cosa quando ha tutti gli strumenti in mano, decide con coscienza e sa che è una scelta; se invece parte con una limitazione nel fare, è chiaro che quella è l’unica strada che ha, non potrà più cambiare e non sarà più libero di decidere. Dagli studenti ho tratto moltissimo. Sembra un luogo comune, ma è vero che nella vita c’è sempre da imparare, da tutti. Nei giovani c’è voglia, vivacità intellettuale e soprattutto curiosità».
Cosa si sente di dire a un giovane che vuole fare arte oggi?
«Credo che le istituzioni preposte alla formazione artistica debbano cercare assolutamente il rapporto con l’esterno: se la scuola chiude le porte, quando le apre per far uscire chi ha finito il ciclo di studi finisce per sbatterlo in mezzo alla strada, quindi è giusto che si facciano lavorare i ragazzi già durante la formazione, che ci siano coinvolgimenti esterni. Questa è la strada».
La pittura oggi ha ancora un senso? Molti giovani artisti che usano tecniche diverse definiscono morta la pittura.
«Se io mi esprimo è ovvio che dica che nella pittura ci ho sempre creduto e ci crederò sempre. Se dipingo è perché ci credo fino in fondo».
Nell’ottobre scorso la popolazione di Prà ha scoperto che il tanto attesoprogetto di riqualificazione della Fascia di Rispetto(Progetto Integrato Prà Marina) rischiava di saltare– e con esso 15 milioni di euro di finanziamento (in gran parte provenienti dall’Unione Europea) – a causa di alcuni evidenti errori tecnici nel progetto, già approvato in tutte le sedi e pronto per l’appalto.
In appena 1 mese e mezzo il piano è stato rivisto e stasera alle ore 20:40 presso il Centro Remiero, la Prà del futuro sarà ufficialmente presentata dal sindaco Marco Doria durante un consiglio municipale straordinario, chiamato ad esprimere il proprio parere in merito alle soluzioni progettuali scelte dell’amministrazione comunale.
Ma già si annuncia una serata movimentata perchè il Comitato per Prà – una delle tante realtà associative da anni impegnata sul territorio – denuncia «Dovevamo decidere insieme ma alla fine hanno deciso solo loro!!!».
«Si è costituito un tavolo tecnico composto da municipio, tecnici, associazioni, comitati di Prà – spiega Mauro Avvenente, presidente del Municipio Ponente – Gli architetti del Comune di Genova sono stati incaricati di preparare un nuovo progetto».
Una corsa contro il tempo per non perdere il finanziamento, visto che il termine ultimo per il completamento delle opere è fissato entro il 31 dicembre 2015.
«A settembre il Comune di Genova ammette che la progettazione dei P.O.R. è a rischio – spiega il Comitato per Prà – Di fronte alla loro manifesta incapacità, abbiamo accettato di formare un tavolo tecnico che doveva: definire un paio di ipotesi progettuali su cui la cittadinanza poteva esprimersi e decidere attraverso un vero percorso partecipato. Una delle ipotesi doveva puntare più sulla vivibilità del quartiere (quindi un restyling dell’Aurelia che preveda solo 2 corsie) piuttosto che sulla viabilità (4 corsie)».
Inoltre, il tavolo tecnico aveva il compito di «Sottoscrivere un protocollo d’intesa che impegnava l’amministrazione comunale su aspetti importanti per il futuro di Pra’ – continua il comitato – quali ad esempio: aumento spazio piscina; da subito pulizia e decoro della Fascia; manutenzione del “verde” previsto a progetto; riqualificazione e messa in sicurezza del Parco Dapelo e della zona a levante Palamare; posizione definitiva su NaveBus; pedonalizzazione di Sapello e semipedonalizzazione di Airaghi; realizzazione di una “Passeggiata” tra Pegli e Voltri».
Di fronte alla decisione di non far decidere la cittadinanza della delegazione, il Comitato per Prà è uscito dal tavolo tecnico.
«Non vogliamo essere complici di chi ci ha usato – conclude il Comitato per Prà – La partecipazione è stata negata. Hanno deciso le solite facce con i soliti modi. Chi ha sbagliato deve pagare!!!».
Entro il 31 gennaio 2013 architetti, designer e studenti di queste discipline possono partecipare a un bando rivolto a proposte di progettazione urbana sostenibile attraverso l’attenzione al risparmio energetico e l’utilizzo di materiali riciclabili.
La Biennial International Trimo Urban Crash Competition 2013 riguarda il tema della bici elettrica e prevede la realizzazione di un meeting point, ossia uno spazio dove i ciclisti possano mangiare, bere, risposarsi e avere accesso ad alcuni servizi come una postazione di ricarica per biciclette elettriche e dispositivi informatici.
Per candidarsi è sufficiente registrarsi al sito www.trimo-urbancrash.com e caricare il proprio materiale.
I finalisti parteciperanno a un workshop di specializzazione a Lubiana, in Slovenia, mentre il primo classificato avrà la possibilità di realizzare concretamente il suo progetto.
Ormai va di moda. In stazione, nel metrò, in alcuni uffici… la radio con la musica di sottofondo rilassa e predispone la clientela ad acquistare con più facilità.
L’altro giorno, entrando in un supermercato si poteva distinguere la voce di Francesco De Gregori che cantava Viva L’Italia. Tra uno scaffale e l’altro ho voluto annotare le differenze di questo periodo rispetto alla “normalità” dell resto dell’anno.
Panettoni ovunque tenuti in braccio da improvvisati babbi natale, torroni, frutta secca…. E poi i cesti natalizi: mega offerta tutto compreso con pandoro, spumante, torrone… in un colpo solo si compra tutto ad un prezzo… natalizio!
E qui ritorniamo al discorso già fatto sulle confezioni delle uova: come faccio a leggere la scadenza?
Le uova normalmente sono quattro o sei e scadono tutte lo stesso giorno: vista una, viste tutte. I prodotti contenuti nel cesto natalizio sono tanti e diversi; per logica debbono avere scadenze differenti, eppure… la scadenza non la vedo. Così come mi viene difficile controllare gli ingredienti di ogni singolo prodotto… Ma vogliamo rinunciare al cesto natalizio? neanche per idea!
Alla cassa carrelli pieni…
Occhio alle scadenze: in un periodo convulso come quello prenatalizio, è facile che qualche scadenza sfugga agli addetti merci del supermercato; se trovate un prodotto con la data di scadenza superata, fatelo presente al direttore del supermercato, non riponete il prodotto dov’era… aiutare gli altri significa aiutare se stessi, in questo caso.
Anche a Natale i supermercati non si sottraggono ad una regola di marketing: ciò che si vuole vendere viene posizionato nei punti strategici, per esempio in corrispondenza delle casse, così mentre si è in coda e si attende il proprio turno, in un anelito antidietetico, riponiamo nel nostro carrello una scatola di cioccolatini, perché le altre dieci che abbiamo in casa magari non bastano per tutti i parenti… Anche gli scaffali non si sottraggono al marketing: la merce in offerta speciale sempre ad “altezza occhi”, così non ci può sfuggire a meno di non percorrere bendati le corsie.
A proposito di offerte: ricordatevi che l’offerta promossa con tanto di cartellino presso uno scaffale equivale ad “offerta al pubblico”, quindi, una volta alla cassa, controllate la corrispondenza del prezzo battuto sullo scontrino col prezzo indicato nell’offerta.
E non venite a dirmi: c’era troppo caos, non avevo tempo, ecc, ecc….. basta solo un po’ di attenzione, almeno quando si può!
E mentre osservavo tutto ciò che ho appena descritto, superavo la cassa e la fila di persone perché non avevo comprato nulla; in compenso, Francesco De Gregori mi cantava “Viva l’Italia del 12 dicembre, l’Italia con le bandiere, l’Italia povera come sempre…”
Povera come sempre, sì. Povera di normative severe contro chi prova da sempre a truffare i consumatori indifesi. E dire che a Natale si è tutti più buoni.
Alberto Burrometo
Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.
La seduta di Palazzo Tursi di ieri, come molte delle precedenti, è stata caratterizzata da un ordine del giorno povero nella sostanza, con ben otto interpellanze, una sola mozione e una modifica al regolamento rinviata alla seduta di martedì prossimo.
Partiamo dalle interpellanze. Il regolamento del Consiglio prevede che «i consiglieri e le consigliere hanno diritto di presentare al Sindaco interpellanze su argomenti che riguardino direttamente le funzioni di indirizzo e di controllo politico–amministrativo del Consiglio Comunale». Ciò significa che i membri del Consiglio possono chiedere alla Giunta di chiarire la propria posizione su uno specifico argomento. All’esposizione dell’interpellanza segue una risposta dell’assessore competente e infine una replica del consigliere “proponente”. Di fatto però questo procedimento non prevede né un voto dell’aula sull’argomento né la presa di una decisione in merito. Si tratta semplicemente di un chiarimento dell’orientamento dell’amministrazione.
Per esempio, ieri abbiamo scoperto che è intenzione dell’Assessore ai Lavori Pubblici Crivello procedere alla demolizione del “bruco” soprelevato che collega Corte Lambruschini con l’inizio di via Cadorna, oppure che per combattere gli eccessi di velocità in città ci vorrebbero dei tutor, ma mancano i soldi per installarli, o ancora che i cassonetti a scomparsa – soluzione ottima per l’estetica della città – non riescono a smaltire cartoni di grosse dimensioni. Tutto molto interessante, ma nulla di definitivo e sicuramente non di grande impatto sulla vita dei cittadini.
Passiamo poi alle mozioni. L’unica mozione all’ordine del giorno riguardava la mappatura e il ripristino dei sottopassi genovesi ed è stata approvata all’unanimità. Una provvedimento tanto innocuo quanto generico.
L’unico sussulto poteva – forse – derivare dalla modifica all’articolo 49 del regolamento comunale che riguarda le risorse finanziarie per lo svolgimento delle attività dei gruppi consiliari. E invece si dovrà aspettare il prossimo martedì per affrontare l’argomento, vista la decisione di rimandare il punto alla seduta successiva.
Di proposte di deliberazione nemmeno l’ombra. E pensare che le proposte di deliberazione sono il principale strumento con cui un consiglio comunale può produrre atti amministrativi, ovvero emanare quei provvedimenti che vanno realmente ad influire su persone o situazioni.
La trappola del populismo è dietro l’angolo ed è facile cadervi, ma davvero viene voglia di dire che di fronte alle tante emergenze, che pure la Giunta Doria aveva cercato di risolvere all’inizio del suo mandato, ci si potrebbe aspettare dall’amministrazione comunale e dalla sua maggioranza un’azione più incisiva e qualche decisione in più.
Nella prima parte del Consiglio, dedicata agli articoli 54 (interrogazioni a risposta immediata), si è affrontato, per esempio, il tema della mobilità pubblica in seguito alle notizie dei giorni scorsi relative alla possibile scomparsa del biglietto integrato AMT – Trenitalia. Si tratta di un argomento su cui il Comune ha una grande responsabilità essendo socio di maggioranza di AMT, un’azienda che ha anche deciso di rifinanziare proprio pochi mesi fa con 7 milioni di euro (dei cittadini genovesi). La posizione dell’amministrazione assume ancora più importanza poiché, come ha affermato lo stesso assessore Dagnino, «l’accordo con Trenitalia era fortemente squilibrato» proprio a sfavore dell’AMT.
Questioni come queste dovrebbero essere discusse in modo ben più approfondito in aula, non solo con un semplice scambio domanda-risposta tra consigliere e assessore, bensì con una decisione forte del Consiglio sostenuta nel modo più trasversale possibile da tutte le forze politiche.
A fare da contraltare alle sedute soft degli ultimi mesi vi sarà una seduta decisamente strong la prossima settimana, quando si prevedono ben due giorni di Consiglio Comunale (martedì e mercoledì). Ma allora è solo una questione di programmazione delle sedute? Non proprio, perché come sostengono diversi consiglieri di opposizione (Lilli Lauro del Pdl e Paolo Putti del M5S) si corre il rischio di dover prendere tutte le decisioni nelle ultime sedute prima della fine dell’anno con la necessità di contingentare la discussione senza i tempi necessari per analizzare le questioni. Se così fosse il Movimento 5 Stelle ha già annunciato di voler abbandonare l’aula in segno di protesta.
Qualche maligno potrebbe persino pensare – e alcuni lo pensano – che dietro questa scelta di rinviare le decisioni più delicate alle ultime sedute pre-natalizie non ci sia solo una mancanza di organizzazione, ma la precisa volontà di ridurre al minimo le sollecitazioni per una maggioranza che, soprattutto sui temi di grande importanza, ha dato diversi segnali di squilibrio. Ridurre i tempi della discussione per limitare le possibilità di scontro.
In realtà al momento non si conoscono ancora gli argomenti del prossimo Consiglio, ma restano di sicuro ancora pendenti molte questioni su cui speriamo che la Giunta e il Consiglio vogliano prendere decisioni importanti.
A prima vista può sembrare l’ennesimo gruppo Facebook nato per omaggiare questo o quel grande artista scomparso troppo presto. Di fatto Radio Faber è un progetto molto più ambizioso, che oltre a far conoscere De Andrè in tutto il mondo – attraverso link, video e immagini postati quotidianamente dai suoi oltre ottomila membri – ha creato un ricco calendario di appuntamenti per mantenere viva la musica del più noto cantautore di Genova.
«L’idea è nata ad aprile 2010, quando ci siamo resi conto che molte persone su Facebook chiedevano dediche e citazioni su De Andrè» ci spiega Antonio Rocchi, uno dei fondatori e amministratori del gruppo insieme ad Aldo Ascolese, Gianluca Origone e altri. «In breve tempo siamo diventati “ufficiali”, Guido Harari ci ha concesso l’utilizzo delle sue foto e la Fondazione De Andrè promuove i nostri eventi attraverso il suo sito».
Gli utenti del gruppo sono davvero molto attivi, provengono da varie parti d’Italia e del mondo e ogni giorno mantengono vivo il loro legame attraverso le parole del loro artista preferito. «Una delle soddisfazioni più grandi è che tra i membri del gruppo ci sono ragazzi molto giovani, che non hanno potuto conoscere la musica di De Andrè quando era vivo: Facebook si è rivelato molto utile anche per questo. Il gruppo è anche un luogo dove si dialoga di temi importanti, per esempio la fede e la religione: ci sono state molte discussioni e commenti interessanti sui testi dell’album “La buona novella”».
Tanti eventi in programma, soprattutto a sfondo benefico: Radio Faber è legata al reparto di oncologia pediatrica del Gaslini, cui ha devoluto gli incassi degli ultimi concerti, che si tengono a Genova ma a cui partecipano persone da ogni parte d’Italia.
I prossimi appuntamenti si terranno venerdì 21 dicembre in spianata Castelletto, sabato 29 dicembre al Castello di Nervi e venerdì 11 gennaio al Clan (salita Pallavicini). È anche in programma un grande evento in previsione del 18 febbraio, compleanno di De Andrè: un tour che dal cimitero di Staglieno passerà per via del Campo e le altre zone di Genova presenti nelle sue canzoni.
Il trasporto pubblico locale è un bene comune e come tale va salvaguardato, attraverso il mantenimento della tariffa integrata Amt-Trenitalia ed evitando ulteriori aumenti.
Questa è la premessa, espressa in maniera trasversale da gruppi di maggioranza e opposizione in consiglio comunale «Ma la discussione va affrontata in Sala Rossa – sottolinea il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – mentre, finora, la questione del biglietto integrato è stata elusa».
«La tariffa integrata è stata per lungo tempo un’avanguardia della nostra Amt – ricorda il consigliere Clizia Nicolella (Lista Doria) – questo accordo è andato incontro all’esigenza di promozione del trasporto pubblico locale (tpl) quale risposta alla crisi, non solo economica ma anche ambientale, consentendo al tpl di rimanere competitivo rispetto al trasporto privato. Inoltre , ha permesso di allargare il bacino di utenza e dunque incrementare gli introiti di Amt. Oggi la prospettiva di incrementare il prezzo del biglietto è preoccupante; ma lo è ancor di più l’ipotesi di una possibile rotura dell’accordo Amt-Trenitalia». Quello che manca, secondo il consigliere della Lista Doria, è una programmazione regionale «Consentitemi il paragone, un po’ come è accaduto nel caso della redistribuzione dei servizi sanitari sul territorio».
Mettere in dubbio l’integrazione tariffaria «È una vera follia – denuncia il capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino (Sel) – essa rappresenta il primo passo per realizzare l’integrazione dei servizi. A breve Amt e Atp (Azienda Trasporti Provinciale) dovranno parlarsi, così come si stanno parlando Amt e Trenitalia. La Regione Liguria dovrà confrontarsi con tutti i tre soggetti. Bisogna trovare gli strumenti per fermare una scelta che sarebbe folle».
Da alcune settimane sono in corso trattative «Allo stato attuale, è emersa l’ipotesi di un biglietto integrato al costo di 2,50 euro (rispetto all’attuale costo di 1,50 euro)– afferma Vittoria Emilia Musso (Lista Musso) – Si tratta di un aumento insostenibile. Già la cifra di 1,50 euro è una delle più alte d’Italia. Io vorrei sapere se è possibile creare due biglietti distinti: 1 semplice ed 1 integrato». Poi il consigliere aggiunge «Il dissesto economico dell’azienda di trasporto urbano non può ricadere sui cittadini. Amt dovrebbe fare un profondo esame di coscienza».
Il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro lancia l’accusa «Non volete affrontare l’argomento in quest’aula, preferite parlare del nulla. Invece dovete confrontarvi con il consiglio comunale e chi rappresenta le istanze del territorio».
L’Assessore a Mobilità e Traffico, Anna Maria Dagnino, replica così «La trattativa va avanti da tempo e si svolge in sede regionale. Il Comune di Genova è stato convocato al tavolo. Nel momento in cui si arriverà ad una definizione, l’argomento sarà portato in Consiglio comunale o sviscerato in apposita commissione». Il biglietto integrato nasce nel 1996 come un elemento distintivo della città, racconta Dagnino «Ma con due aspetti anomali che ne fanno un unicum sul territorio nazionale. Innanzitutto a Genova non esiste una differenza tra biglietto semplice e biglietto integrato. Esiste solo quest’ultimo. Ed il valore di questo titolo di viaggio non corrisponde al servizio effettivamente erogato».
L’altra criticità, invece, sarebbe legata al rapporto Amt-Trenitalia «L’ultimo accordo firmato nel 2010, in scadenza a fine 2012, è decisamente assimetrico – spiega l’assessore – ovvero Amt contribuisce a Trenitalia un valore fisso. Per il 2012 fissato in 7 milioni di euro.Una cifra forfettaria indipendente dai ricavi del servizio.Amt e Comune di Genova, a queste condizioni, non possono proseguire l’accordo. Il contributo forfettario non è più sostenibile. Secondo i calcoli dell’azienda, dalla rinegoziazione dobbiamo recuperare circa 2 milioni che sono fondamentali per il bilancio 2013 di Amt.Questo è il primo obiettivo. Il secondo è mantenere l’integrazione tariffaria».
L’assessore aggiunge «La Regione Liguria, forse, non ha svolto al meglio il ruolo programmatorio ma nelle ultime settimane si è molto impegnata. L’obiettivo è mantenere il biglietto integrato (forse differenziandolo con la creazione di un biglietto semplice). E contenere l’aumento del costo, che in ogni caso sarà inevitabile».
«Io spero che la Giunti lavorisu questo tema – ha concluso Lilli Lauro – ho sentito parlare solo di calmierare i prezzi. Ma se siamo arrivati a questo punto è per precise responsabilità degli amministratori di Amt. E allora sarebbe necessario quantificare economicamente tali responsabilità».
Da qualche tempo presso i Giardini Luzzati si tiene ogni settimana una serata gastronomica: una volta al mese l’organizzazione dell’evento è affidato al Collettivo Babette, un gruppo spontaneo di persone appassionate di cucina naturale. Ogni volta viene scelto un menu diverso, che prevede l’utilizzo di prodotti biologici e senza impiego di ingredienti di origine animale.
Cosa si può trovare in queste serate? “Il collettivo ha raccolto l’invito dei Giardini Luzzati di promuovere il bio e la cultura del mangiare sano ed equilibrato attraverso delle cene a prezzo il più possibile popolare, come è nella filosofia del circolo. Nonostante il menù sia vegano il collettivo si rivolge a tutti: ci fa molto piacere che i partecipanti alle cene abbiano preferenze culinarie diverse tra loro, ci piace pensare che tutti – dal vegano all’osservante religioso, dall’intollerante ai latticini all’onnivoro più completo – in queste serate possano ricevere spunti per ampliare e diversificare quello che mangiano nel proprio quotidiano“, ci spiega Elena del Collettivo Babette.
Il terzo appuntamento si tiene mercoledì 12 dicembre.
Questo il menu.
Primo: Pasticcio di Paccheri Libera Terra con ragù di lenticchie e besciamella ai porri
Secondo: Sformatino di verza e arachidi con broccoletti saltati e insalatina
Dolce: Cheescake ‘scomposta’ alla vaniglia e marmellata di mirtilli
Il prezzo della cena è 15 € (comprensivo di primo, secondo, contorno, acqua e bicchiere di vino), mentre il dolce è a parte e costa 3 €. Per info e prenotazioni collettivobabette@gmail.com – 349 8356901.
Un’iniziativa nata per promuovere l’uguaglianza di genere, anche nel linguaggio della pubblica amministrazione, finisce in polemica politica.
Accade a causa di una mozione, presentata dalla neo-eletta consigliera di parità Eva Ferrara (Sel) e licenziata dal Municipio Centro Est durante il Consiglio del 21 novembre scorso «All’interno di una seduta ricca di contenuti – spiega una nota dello stesso ente municipale – cheha approvato tra fra i vari punti il Piano triennale delle opere pubbliche e un programma di manutenzioni del territorio e della rete scolastica».
La mozione intende promuovere il rispetto dei generi e combattere ogni forma di pregiudizio verso le donne anche attraverso un linguaggio che riconosca le differenze. Questo piccolo atto si inserisce in un programma di iniziative sociali e culturali che il Municipio intende portare avanti insieme alle reti di donne per contrastare ogni forma di violenza e pregiudizio.
Il quotidiano “Il Giornale” nell’edizione di oggi dedica un ampio spazio a tale atto del consiglio municipale e raccoglie le dichiarazioni di esponenti del PDL che polemizzano su tale scelta. «La tesi è che si sprecano tempo e denaro per occuparsi del linguaggio di genere e si scordano i problemi manutentivi del territorio – continua la nota del Municipio Centro Est – Intanto, come si può desumere dall’o.d.g. del Consiglio, questi problemi sono stati trattati per ore, mentre la mozione sui temi di genere ha occupato una piccolissima parte della discussione. Inoltre, la mozione non ha comportato alcun costo in quanto inserita in un Consiglio già previsto.Infine, il Consiglio del Municipio Centro Est quest’anno ha risparmiato 14.500 euro dei 33.000 previsti per le attività del Consiglio stesso, destinando le risorse recuperate, grazie ad una gestione oculata, al sociale e alle manutenzioni».
«La verità è che il Pdl ha iniziato la campagna elettorale – commenta Simone Leoncini, Presidente Municipio Centro Est – e non sapendo a cosa appigliarsi inventa polemiche strumentali sul nulla. Così sì che si offre un pessimo servizio ai cittadini che avrebbero diritto a una politica seria e capace di confrontarsi sul merito. La cosa più triste è che da queste dichiarazioni emerge ancora una volta la misoginia di una certa destra. La loro idea di donna è rimasta al bunga bunga e alle veline, per cui non digeriscono che ci si occupi di parità e rispetto di genere».