Autore: erasuperba

  • Prà, ex stazione e parco Dapelo: rimane soltanto il degrado

    Prà, ex stazione e parco Dapelo: rimane soltanto il degrado

    cantiere-stazione-praPrà è un quartiere sui generis e ancora in divenire. Dopo la creazione del porto commerciale a discapito delle spiagge che attiravano turisti da tutto il nord Italia soprattutto negli anni ’50 e ’60, la sua fisionomia è mutata radicalmente e ancora oggi i praini ne pagano lo scotto. I progetti del POR-Fesr Prà Marina di questi ultimi anni per il rilancio della zona si sono sviluppati con andamento variabile e incerto nel corso di tre amministrazioni fascia-rispetto-pradifferenti, dalla giunta Pericu all’attuale Doria, e oggi restano tante perplessità: la Fascia di Rispetto attualmente risponde alle iniziali aspettative di cittadini e amministrazione? La risposta è no.

    Nel corso di #EraOnTheRoad abbiamo visitato il quartiere e abbiamo parlato con cittadini, associazioni e rappresentanti politici. In questo articolo ci concentriamo in particolare su due aree della Fascia di Rispetto: Parco Dapelo ed ex stazione ferroviaria.

    Quella che sarebbe dovuta essere una zona di “respiro” tra città e porto, dotata di strutture per il divertimento, lo sport, il relax, è oggi perlopiù nel degrado. La parte a Levante è occupata abusivamente da quattro anni da una quindicina di famiglie (in totale 30 – 40 persone) che hanno insediato lì le loro baraccopoli. Il tutto, con ripercussioni anche sulla vivibilità nel quartiere. Ad ascoltare i racconti dei cittadini, gli occupanti si aggirerebbero nel centro cittadino, non senza causare disagi: «Li vediamo ancora fare i loro bisogni in strada, anche dopo che Piazza Sciesa è stata dotata di un vespasiano, e avvertiamo tensioni sociali». Non a caso, poche settimane fa CIV e Comitato per Prà hanno presentato alla procura oltre 500 esposti per lo sgombero, ma finora non sono arrivate risposte.

     

    Parco Dapelo

    parco-dapelo-praAnche la parte più a Ponente della Fascia di Rispetto, seppur in stato migliore, presenta non poche contraddizioni: se il polo sportivo (campo da calcio, piscina, centro remiero) funziona e attira ogni giorno sportivi e cittadini, la zona occupata dal Parco Dapelo, di proprietà comunale, è invece l’emblema di un’operazione di riqualificazione fallita: nato nel 2001, è stato pensato per essere il polmone verde del quartiere, sul modello nerviese (con palme provenienti dalla dotazione di Euroflora 2001), con spazio giochi e teatro all’aperto per coinvolgere la cittadinanza in manifestazioni e concerti. Oggi, le palme -secche- sono da sostituire e dei sei pioppi originari due sono crollati una settimana fa, mentre gli altri quattro dovrebbero essere abbattuti, con procedure lunghe e costose. La scarsa cura dei 30 mila mq, con le erbacce che superano in altezza le panchine e la poca illuminazione, lo rendono poco frequentato.

    La manutenzione del parco è stata affidata dal Comune all’associazione Prà Viva, gruppo sociale senza scopo di lucro che registra la partecipazione di oltre mille cittadini e riunisce in sé oltre 15 Associazioni differenti, e nel cui Consiglio Direttivo sono stati insediati soggetti (3, dei 7 totali) nominati direttamente dal Comune di Genova. La missione di Prà Viva è la gestione di tutti i servizi pubblici, impianti sportivi, parcheggi, aree e immobili, spazi verdi, attività commerciali esistenti e previste sulla Fascia di Rispetto. Dal 2004-2005, considerate soprattutto le difficoltà dell’associazione nel garantire da sola il decoro, Prà Viva ha sottoscritto un accordo con Aster, per cui i due soggetti collaborano nella gestione degli 80 mila mq totali, con Prà Viva che versa ad Aster circa 40 mila euro l’anno, impianti esclusi: spesa insostenibile per l’associazione, che è attualmente alla ricerca di soluzioni diverse. Racconta il presidente Ginetto Parodi: «Vorremmo optare per una formula in cui i costi sono gestiti dall’Amministrazione. Noi diventiamo “sponsor” di Aster e gestiamo le aree di pertinenza limitrofe al nostro circolo, mentre loro si occupano del restante. Per noi è un impegno troppo grande, sono aree pubbliche e non c’è ritorno economico».

    Continua Parodi: «Impensabile per noi pensare di farci carico di un onere di questa portata, il Comune delega a noi ma noi non abbiamo i mezzi per gestire la “cosa pubblica”. Chiediamo ai cittadini di Prà di collaborare: creare gruppi di aggregazione è sì indice di una città viva e che vuole cambiare, ma nel nostro quartiere ce ne sono tanti e spesso il rischio è quello di disperdere le forze. Meglio stare uniti».

    Il parco Dapelo e le restanti porzioni della Fascia di Rispetto dovrebbero essere il simbolo della rinascita del quartiere, sui progetti si è investito molto anche in termini di promozione, invece la realtà dei fatti sottolinea impietosa gli errori di valutazione commessi dalle amministrazioni, a partire dall’affidare la gestione di un’area così vasta e delicata ad un soggetto che non avrebbe mai potuto avere le spalle abbastanza grosse per sostenerne il peso.

     

    Ex stazione ferroviaria

    Ex stazione Ferroviaria Genova PràSempre davanti all’impianto sportivo, ecco il vecchio sedime ferroviario, ora smantellato ma mai rimosso, con tracce di amianto. Di questo, solo una parte è stata trasformata in parcheggio provvisorio, ad uso degli utenti degli impianti. La vecchia stazione, invece, fa parte degli interventi del POR 2007-2013: erano stati stanziati finanziamenti dall’Unione Europea per la creazione di un mercato a Km 0, per l’integrazione del centro abitato con la Fascia di Rispetto, ma finora nulla è stato fatto. Al posto di quest’ultimo, racconta Nicola Montese del Comitato per Prà, al sabato mattina ci sono due banchi di Coldiretti, ma non sono sufficienti a sostituire il progetto iniziale. Nuova, invece, l’altra stazione di Prà, quella più a mare: aperta dal 2006, lo stesso Montese avanza l’ipotesi che l’architettura così imponente sia stata voluta solo “per riempire” gli oltre 6 km di fascia di rispetto, troppo “vuoti”. E poi? Null’altro: si attende di vedere se verrà realizzata la modifica alla viabilità della Via Aurelia entro il 2015 (concessa una proroga di due anni), con i fondi stanziati per il POR, altrimenti ci sarà la revoca dei finanziamenti. Anche qui il Comitato mostra perplessità. Quello che doveva essere un percorso “partecipato”, che coinvolgeva Amministrazione e cittadini, per molti operatori (come ad esempio Comitato per Prà e Associazione Per il Ponente) si è rivelato un percorso “a senso unico” e partecipato solo nominalmente. Mentre i cittadini avrebbero preferito la trasformazione di Via Aurelia in una strada a due corsie a scorrimento lento (30 Km/h, con agevolazioni per il traffico ciclabile a limitazioni per quello automobilistico), con la creazione di una nuova strada a scorrimento veloce più lontana dal centro abitato (lungo l’ex sedime ferroviario), l’Amministrazione ha dato il via libera a una soluzione che prevede il raddoppiamento delle corsie sulla Via Aurelia, senza limitazioni di velocità. Cosa che, a detta dei comitati, non fa che allontanare la Fascia di Rispetto dal centro commerciale del quartiere (Via Fusinato) e non integrare le due realtà.

    Nicola Montese racconta: «Avevamo tutto, non abbiamo più niente: ci hanno portato via la nostra identità, promettendoci un risarcimento mai arrivato. Storicamente questa era una delle località turistiche più ambite della riviera ligure (la Nervi o la Camogli di Ponente come ricorda una vecchia canzone popolare “Sabbo a Camoggi e dumenega a Prà”, n.d.r.). Poi, la frattura: dagli anni ’70-’80, le spiagge – prima fonte di occupazione, di reddito e parte dell’identità locale – sono state smantellate per far posto all’insediamento del porto merci con la prospettiva di 5 mila posti di lavoro per i cittadini di Prà (i posti sono stati poi mille, di cui solo 26 sono praini). Per “risarcire” gli abitanti della perdita, prima è arrivata la Fascia di Rispetto e poi il progetto di creazione di una “grande Prà”, invece siamo nel degrado assoluto. Proviamo a interagire da tempo con un Municipio inesistente e un Comune che pensa di poter nascondere qui tutto il “marcio”. Abbiamo creato un Comitato senza bandiere politiche per rivendicare quel che ci spetta e dare voce a quelle persone che hanno così paura di vivere nel loro quartiere, che non denunciano nemmeno più i crimini: dopo l’arrivo delle baraccopoli, i furti risultavano diminuiti».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Terzo Valico, Val Polcevera: uno sportello informativo sui lavori

    Terzo Valico, Val Polcevera: uno sportello informativo sui lavori

    terzo valico trasta3Dopo l’amara sorpresa del campo base di Bolzaneto, trasformatosi sotto silenzio in deposito di materiali inerti e il caso degli espropri minacciati ma immediatamente sospesi anche per l’intervento del Comune – nella persona del vicesindaco Stefano Bernini – sentitosi scavalcato, per l’ennesima volta, dalle modalità interventiste del Cociv (general contractor dell’opera), adesso il gruppo consiliare Movimento 5 Stelle Val Polcevera presenta una mozione per chiedere al Municipio di sollecitare l’apertura di uno sportello sul territorio, dedicato a fornire ai cittadini informazioni corrette e puntuali sui lavori del Terzo Valico.

    Intanto il 9 novembre scorso lungo le strade di Pontedecimo e San Quirico (con visita al cantiere dietro il Mercato dei Fiori), circa un migliaio di persone hanno manifestato il proprio dissenso alla realizzazione dell’opera, un evento che ha confermato ancora una volta, indipendentemente dalle opinioni, il ruolo determinante della cittadinanza della Val Polcevera nel cammino che porterà alla grande opera ferroviaria.

    «Considerato che i cittadini coinvolti direttamente o indirettamente nei lavori di quest’opera sono costretti a sopportare i disagi ad essi relativi – si legge nel documento presentato dal M5S – molto spesso non riescono neanche ad avere informazioni precise su lavori in esecuzione, modalità di realizzazione/tempistiche e questo può causare una degenerazione del dissenso ed avere effetti negativi sulla fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni pubbliche».

    Il documento impegna il Presidente e la Giunta municipale «affinché si attivi a livello comunale per garantire l’apertura di uno sportello informativo in cui i cittadini possano ricevere, da parte della pubblica amministrazione comunale, con il supporto e la presenza di personale qualificato di Cociv, general contractor dell’opera, informazioni precise e chiare sull’opera e conoscere con congruo preavviso le tempistiche degli interventi previsti, specie quelli che potranno avere impatti sulle abitudini di vita dei cittadini (scavi, demolizioni, modifiche alla viabilità, ecc.)».

    Il punto informativo, secondo i consiglieri del M5S, dovrebbe essere realizzato al più presto, possibilmente in spazi comunali sul territorio della Val Polcevera, resi disponibili a tale scopo.

     

    Matteo Quadrone

  • Cannabis e droghe chimiche: prevenzione rischi e riduzione danni

    Cannabis e droghe chimiche: prevenzione rischi e riduzione danni

    Cannabis, Marijuana, HashishIl collettivo TDN da tempo rappresenta una realtà consolidata del Lagaccio che collabora attivamente con le associazioni di quartiere in tutti i progetti di partecipazione dei cittadini, vedi il recente “Voglio la Gavoglio”. Talvolta, però, la sola presenza del TDN suscita fastidio, probabilmente dovuto al fatto che il collettivo rivendica apertamente il proprio percorso politico antiproibizionista, non improvvisato e neppure volto ad un semplice uso personale delle sostanze psicoattive, bensì con l’intento di contribuire a scardinare la legislatura repressiva e criminogena che affligge il Paese.

    La mattina del 24 ottobre scorso al centro sociale Terra Di Nessuno hanno fatto visita i reparti Digos e Antidroga, muniti di mandato di perquisizione per accertare l’esistenza di piante di canapa, trovandone e sequestrandone alcune. «La segnalazione viene da chi, troppo ottuso per comprendere o almeno discutere faccia a faccia, preferisce gridare insulti da lontano e diffondere odio – replicano i componenti del TDN – Noi comunque siamo tranquilli e ribadiamo la nostra posizione: sono anni che auto-produciamo canapa allo scopo di informare i consumatori e soprattutto di sostenere concretamente i pazienti che hanno necessità di curarsi con questa pianta ma spesso si vedono negare il diritto a questa possibilità (cancro, sclerosi multipla, epilessia e HIV, solo per citare qualche patologia). Siamo in contatto con dei malati e intendiamo offrire loro un’opportunità alternativa a costo zero – spiegano – Inoltre, portiamo avanti progetti contro lo spaccio e l’abuso di sostanze stupefacenti tra i giovani, essendo tra le poche realtà in Italia che si pongono il problema dell’informazione, prevenzione e riduzione del danno e non esclusivamente della repressione cieca».

    Un processo di autoconsapevolezza dal basso, così lo chiamano, che ha portato il centro sociale TDN a confrontarsi periodicamente con riconosciute realtà italiane (Sert, comunità di S. Benedetto al Porto) e internazionali – istituzionali e non – di Spagna, Belgio, Francia, Austria, ecc., per ampliare riflessione e consapevolezza. «Abbiamo organizzato numerosi incontri culturali e informativi per contribuire allo sviluppo di un vero dibattito su questi temi anche a Genova – raccontano – in risposta all’interpretazione colpevolmente superficiale che tutti i giorni giornali e tv propagandano a gran voce, peggiorando di fatto la realtà del consumo di droghe».

    Insomma, è arrivato il momento di diffondere ad ampio raggio le esperienze antiproibizioniste e le pratiche di prevenzione dei rischi e riduzione del danno: «Chiediamo a tutte le persone che a vario titolo, come consumatori abituali o meno, pazienti, frequentatori di luoghi in cui si fa uso di sostanze psicoattive, di impegnarsi in tal senso – afferma Giovanni del TDN – Noi siamo partiti ponendoci delle semplici domande, ad esempio cosa succede quando un/a ragazzo/a usa le droghe? E come incide questo uso sulle loro vite? Così da un anno a questa parte stiamo provando, sulla scia degli esempi italiani più virtuosi, ovvero Bologna (Lab Alchemica-Livello 57) e Torino (infoshock-csoa Gabrio), a sviluppare interventi di informazione e riduzione del danno che riguardano in particolare le droghe chimiche, oggi quelle maggiormente utilizzate dai consumatori, spesso giovanissimi/e».

    L’esperienza di Genova

    Panoramica di Lagaccio e OreginaNegli ultimi tempi – anche a seguito della grande diffusione di free party e raves auto-organizzati – il principale fenomeno a cui occorre dare risposte è relativo al consumo e all’abuso di sostanze psicoattive sintetiche. «Ci siamo accorti che tra i giovani frequentatori del centro sociale sono in aumento i consumatori occasionali di droghe chimiche – racconta Giovanni – Di conseguenza, durante le serate di musica elettronica che abitualmente organizziamo, abbiamo pensato di realizzare un servizio di informazione e prevenzione».
    Al TDN, infatti, è possibile trovare un info-point – sempre aperto in occasione di eventi – che distribuisce materiali informativi sulle sostanze stupefacenti e psicotrope (redatti dall’Osservatorio Antipro di Pisa) e fornisce consigli ai frequentatori del centro. Ma la novità più importante, almeno per quanto riguarda Genova, è stata la creazione delle zone Chill-out, ovvero degli spazi di decompressione destinati al relax delle persone, oltre ad un punto di primo soccorso.

    Oggi, tra le problematiche più evidenti emerge sicuramente il poli-consumo irresponsabile «La causa principale è proprio la comune ignoranza in merito all’effetto delle sostanze e alle loro controindicazioni quando vengono utilizzate simultaneamente – spiega Giovanni – L’abuso, invece, è probabilmente legato alla sempre minore età dei consumatori».

    Il progetto del centro sociale TDN procede da circa un anno e finora, pur tra molte difficoltà «Possiamo affermare che un primo positivo passaggio di comunicazione e informazione si è verificato – continua Giovanni – Noi pensiamo che sia fondamentale mettere a disposizione un luogo dove si possa svolgere un evento in totale sicurezza. È una questione di responsabilità che vogliamo trasmettere a tutti i frequentatori. Seppur lentamente il pubblico inizia a recepire la nostra azione. Certo, è particolarmente arduo confrontarsi con giovanissimi, talvolta in stato di alterazione. Ma questa è una pratica orizzontale che dunque ci avvicina l’uno all’altro. Noi non siamo operatori specializzati e stiamo facendo formazione proprio per imparare al meglio le metodologie di intervento. L’obiettivo è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di utenti in un processo di crescita collettivo. L’assunto di base è che le droghe esistono ed è inutile demonizzarle o addirittura non parlare di esse, lasciandole avvolte in un alone di mistero. Secondo noi, invece, è molto più utile provare a conoscerle nel dettaglio. Ciò significa diventare consumatori critici e consapevoli, senza esporsi ad ulteriori pericolosi rischi sanitari. Sotto questo aspetto la nostra cultura, soprattutto per colpa del proibizionismo imperante, è sotto zero».

    Un “lavoro sporco”, si potrebbe definire, che qualcuno deve pur fare. «Adesso pensiamo di sviluppare l’analisi delle sostanze psicoattive – spiega Giovanni – allo scopo di testarne la qualità e tutelare la salute dei consumatori di fronte alla presenza di eventuali adulterazioni. Si tratta di una pratica di prevenzione dei rischi che in Italia è al limite della legalità».
    Nonostante ciò, la longeva esperienza del Lab57-Alchemica di Bologna – riconosciuta positivamente dalle istituzioni almeno nella sua fase iniziale – incoraggia il TDN nel provare ad intraprendere questa strada.

    L’esperienza di Bologna

    imageAlchemica è un’Associazione di Promozione Sociale nata nel novembre 2007 dall’esperienza ultradecennale del progetto Lab57 che a sua volta è scaturito dal lavoro svolto dallo storico centro sociale bolognese Livello57, uno spazio di incontro, informazione, studio e ricerca sulle nuove droghe, attività culturali, luogo di divertimento e di impegno politico – al pari di tante altre realtà simili in Italia – chiuso nel 2006 per accuse di incoraggiamento all’uso di sostanze psicoattive e favoreggiamento dello spaccio. «Accuse in seguito rivelatesi infondate – racconta Max del Lab57-Alchemica – il procedimento giudiziario ha chiarito i fatti ed ha stabilito la nostra completa estraneità». Comunque sia, l’eredità culturale del Livello57 è stata raccolta da Alchemica-Laboratorio Antiproibizionistico Bolognese, consentendo così la sopravvivenza del progetto Lab57-Alchemica che tuttora continua a fornire supporto informativo, ascolto psicologico e punto di primo soccorso per evitare le conseguenze provocate dall’abuso di sostanze psicoattive, legali e non, o più in generale causate da comportamenti di vita a rischio.
    Lab57 non condanna né incoraggia in nessun modo l’ uso di sostanze psicoattive, ma si impegna da sempre nella libera ricerca di informazioni affidabili e non pregiudiziali in quanto ritiene che solo un uso consapevole possa prevenire i rischi, ridurre i danni e contenere gli abusi, stimolando lo sviluppo di una coscienza critica rispetto alle scelte di vita e di gestione del proprio tempo.

    Le attività principali del progetto sono: creazione e distribuzione di materiali informativi specifici e dettagliati sulle sostanze psicoattive – legali e illegali – di più largo consumo nei contesti giovanili (descrizione, effetti, controindicazioni, indicazioni legali); costruzione di zone Chill-out, vale a dire zone di decompressione e allestimenti multimediali per rilassarsi dopo ore di ballo sfrenato e consumo di sostanze, dove è possibile godere dell’assistenza diretta degli operatori presenti nell’area del free party e sono disponibili gratuitamente bevande analcoliche e cibi energetici. Tutto ciò denota una particolare attenzione al benessere di corpi e menti con la consapevolezza che – al di là delle libere scelte dei singoli – il consumo di sostanze psicoattive deve essere comunque auto-regolato.
    Altro elemento significativo è il monitoraggio delle sostanze tramite test rapido, con la creazione di un database statistico-relazionale.
    Ma la caratteristica peculiare che connota il personale del Lab57-Alchemica è la preparazione nel primo soccorso e negli interventi sul campo specializzati nel trattamento di overdose, mix pericolosi e abusi di sostanze psicotrope durante grandi eventi, festival legali, street parades, free party e raves auto-organizzati.
    Infine, risulta fondamentale l’opera di informazione, prevenzione e riduzione del danno, svolta dal Punto di ascolto e presso scuole, centri giovanili, conferenze pubbliche istituzionali e momenti di formazione per operatori specifici.

    imageInizialmente il progetto ha goduto del sostegno della Regione Emilia Romagna e di un primo finanziamento dell’Asl bolognese nel 2000-2001. Nel frattempo – grazie alla fertile collaborazione quasi sempre gratuita di medici, tossicologi, psicologi, etnobotanici, chimici, storici, ecc. – il Lab57 ha contribuito alla creazione del Coordinamento Regionale delle Unità di Strada, istituito dalla Regione per intervenire negli eventi giovanili con massiccia affluenza di pubblico come la Street rave parade di Bologna 2004, 2005 e 2006, Street rave parade di Reggio Emilia, Mtv Day a Bologna, ecc.
    Nel 2004-2005 il Lab57 ha ricevuto il secondo e ultimo finanziamento dall’Asl. Poi i rubinetti si sono definitivamente chiusi e da allora, il nuovo Lab57-Alchemica va avanti soltanto con le proprie gambe, attraverso il lavoro semi-volontario dei suoi operatori e le iniziative di autofinanziamento con eventi benefit organizzati in spazi sociali autogestiti.

    «Noi ormai da lungo tempo cerchiamo di lavorare sui consumatori e la loro consapevolezza – spiega Max del Lab57 – Le sostanze per noi appartengono agli stili di vita, alle esperienze, insomma fanno totalmente parte del nostro sistema culturale. L’approccio alle droghe come problema sociale, di cui pure riconosciamo l’importanza, a nostro parere isola un solo aspetto del fenomeno, ne riduce il significato ed il valore complessivi, circoscrivendoli ad un ambito d’intervento specifico per i saperi e le pratiche socio-sanitarie. In tal modo, però, si rischia fortemente di non capire nulla di realistico sul consumo e su come comunicare efficacemente ai consumatori».

    Oggi il campo di intervento principale è quello dei free party che, come afferma Max «Presenta diverse criticità. Ultimamente ci sono stati degli episodi preoccupanti che hanno coinvolto alcuni ragazzi finiti all’ospedale, anche in condizioni gravi. Questo accade quando all’interno delle feste, legali o auto-organizzate, i consumatori di sostanze psicoattive sono totalmente abbandonati a loro stessi. Invece, laddove esiste un presidio informativo e delle Zone Chill-out, con operatori pronti ad accogliere e consigliare i frequentatori, situazioni simili di solito non si verificano o comunque c’è la possibilità di intervenire prima che sia troppo tardi».
    L’obiettivo odierno è la creazione di una vasta rete di intervento nei free party per costruire degli eventi in totale sicurezza. «La rete per ora è sviluppata soprattutto al centro e nord Italia – continua Max – Ma stiamo coinvolgendo le realtà territoriali interessate a partecipare. C’è bisogno di gruppi stabili di persone che credano nel progetto. Noi facciamo formazione per tutti coloro che operano nei contesti di consumo di sostanze psicoattive, come organizzatori di free party, gestori di locali notturni, militanti dei centri sociali, operatori di comunità terapeutiche, personale delle unità mobili, ecc

    droga_11114Inoltre, da una decina d’anni a questa parte, il Lab57-Alchemica pratica l’analisi delle sostanze tramite il test rapido. Parliamo di uno strumento di prevenzione dei rischi – sviluppato in Olanda sin dai primi anni ’90 – particolarmente efficace per rilevare la presenza di sostanze dannose, inaspettate o in elevata concentrazione.
    «Si tratta del più diretto canale comunicativo per raggiungere i consumatori, offrendo loro informazioni individuali e personalizzate proprio mentre è in atto l’uso di sostanze illegali di dubbia composizione e quantità – spiega il Lab57-Alchemica – Solo in questo modo si possono dare indicazioni visive sulle quantità limite delle varie sostanze da non superare per evitare overdose acute e danni cronici, sui più pericolosi mix di principi attivi da evitare, sulle interazioni più critiche con farmaci o patologie particolari, ecc. Il test rapido consente, da un lato di sapere in tempo reale quali sostanze circolano, con quale concentrazione, adulterazione o tossicità, attingendo a specifici database locali e internazionali e dall’altro lato permette di interagire direttamente con gli utenti, facendo emergere abitudini o stili di vita sommersi o assolutamente nuovi e imprevisti». Senza dimenticare che tale strumento «Può orientare positivamente il mercato illegale – continua il Lab57-Alchemica – in quanto la semplice comunicazione di informazioni su sostanze adulterate, sconosciute e potenzialmente pericolose, ne riduce spesso il consumo e la diffusione attraverso un virtuoso passaparola che tende a isolare e smascherare i “mercanti” più disonesti».

    Considerando i costi ridotti e la relativa semplicità del suo utilizzo «Ci si domanda perché il test rapido sia ancora così poco diffuso in Italia – sottolinea il Lab57-Alchemica – Infatti, esso è usato legalmente in Svizzera, Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria, Belgio, Repubblica Ceca, in Olanda viene utilizzato solo in un apposito ufficio e non più negli eventi, mentre in Francia è divenuto illegale nel 2005 in seguito alle leggi speciali anti-rave, tuttavia alcuni progetti come Medicine Du Monde, dal 2009 hanno ripreso a utilizzarlo stabilmente durante gli eventi. Comunque sia, negli Stati che non permettono il test rapido, è attiva una rete di allarme rapido che passa alle Unità di strada, ai Sert, ai presidi di Pronto soccorso, ecc., i risultati delle analisi delle sostanze pericolose sequestrate dalle forze dell’ordine, o che hanno provocato gravi intossicazioni. In Italia, invece, questo sistema di allarme rapido funziona poco e male, non esiste neppure un database uniforme tra una Prefettura e l’altra, tra un ospedale e l’altro».

    Il nostro Paese sconta l’assenza di una specifica normativa sul test rapido, come racconta ancora Max «Da oltre 10 anni noi operatori del Lab57–Alchemica pratichiamo gratuitamente il test rapido (a reazione colorata) in rave illegali, teknival, spazi sociali autogestiti, street parades antiproibizioniste, party e festival legali, cercando di tutelare al massimo la privacy degli utenti. Ebbene, nessuno di noi ha mai avuto problemi legali a causa del test rapido, forse perché è evidente a tutti, anche alle forze dell’ordine che si tratta di tutelare la salute e la “famosa sicurezza” dei cittadini, prima di ogni altra cosa».

    Tuttavia, anche in questo settore l’evoluzione è rapida e la nuova ONG TLConscious sta attualmente lavorando ad un progetto per rendere disponibili in tutto il mondo dei kits economici per l’analisi delle sostanze allo scopo di diminuire i rischi legati al consumo (vedi all’indirizzo web http://www.tlconscious.me/).

    L’esperienza di Torino

    L’Infoshock del centro sociale Gabrio di Torino è uno spazio aperto alle persone che intendono approfondire questioni e concetti inerenti le sostanze, attraverso un metodo di confronto ed ascolto. «Il nostro è uno sportello a “bassa soglia” nato circa sei anni fa – racconta Frenkie dell’Infoshock – Operiamo all’interno di un luogo di consumo, cioè il centro sociale Gabrio e pure in contesti esterni, in particolare nei free party. L’obiettivo è la promozione di una maggiore consapevolezza nei consumatori di sostanze psicoattive. Facciamo parte della rete “Fine del mondo proibizionista”, ci confrontiamo quotidianamente con importanti realtà italiane come il Lab57-Alchemica e promuoviamo la crescita di altri processi di partecipazione dal basso».

    imageParliamo di un servizio che« Ci consente di avvicinare persone che hanno bisogno di consulenza – continua Frenkie – ma che non intendono rivolgersi ad servizio ad “alta soglia”, come ad esempio i Sert che, per altro, oggi sono probabilmente inadeguati a fornire risposte sul fronte delle nuove droghe».
    Il percorso è partito con un questionario distribuito ai frequentatori del centro sociale, per comprendere gli stili e le modalità di consumo «Poi abbiamo organizzato degli incontri tematici sulle varie sostanze, grazie ai quali siamo riusciti a realizzare degli specifici materiali informativi. In seguito, ci siamo formati sulle modalità di intervento: quindi creazione di Zone Chill-out, distribuzione di materiali sterili per evitare ulteriori rischi sanitari, riconoscimento dei segni di intossicazione per sostenere interventi di primo soccorso, ecc.».

    Anche gli operatori dell’Infoshock praticano il test rapido delle sostanze, come spiega Frenkie «È uno strumento davvero efficace per agganciare i più giovani e metterli in guardia dai pericoli dovuti al poli-consumo o all’abuso. Ma soprattutto, il test rapido permette di monitorare le droghe che girano nel mercato illegale, individuando eventuali sostanze dannose. Questa è una necessità primaria, visto che in Italia non esiste un efficace sistema di controllo e neppure di allerta rapida. Noi lavoriamo proprio sulla prevenzione, in modo tale che sia possibile intervenire prima dell’insorgere di un’intossicazione».

    Le istituzioni italiane non riconoscono l’efficacia di simili progetti che di conseguenza non sono economicamente sostenuti. «Noi ci autofinanziamo con serate benefit e altre iniziative – sottolinea Frenkie – I miglioramenti sono desumibili dalla semplice osservazione dei luoghi di consumo: rileviamo, infatti, una maggiore attenzione da parte degli utenti. Per noi è fondamentale aver creato un contenitore aperto dove tutti possono confrontarsi liberamente su queste tematiche, evitando che i consumatori di sostanze siano costretti a nascondersi. È importante che queste pratiche si diffondano in tutta Italia, coinvolgendo sempre più consumatori».

    È paradossale, però, che tali esperienze siano sviluppate solamente in contesti spesso demonizzati dall’opinione pubblica, come spazi sociali autogestiti, free party, raves, ecc. Nei locali commerciali ufficialmente riconosciuti, invece, è assai difficile vedere operatori impegnati in azioni di informazione e prevenzione. «I responsabili di questi spazi, con disarmante semplicità, negano la presenza dei consumatori di sostanze psicoattive – continua Frenkie – E così escludono qualsiasi tipo di assistenza, abbandonando i consumatori al loro destino».

    Il modus operandi dell’Infoshock di Torino fa leva in particolare sull’autoregolazione. «Nei free party, quando le persone ci vedono e capiscono il motivo per cui siamo lì, solitamente le reazioni sono positive. Ad esempio, ci vengono segnalati casi di malore o altre situazioni di rischio. Insomma, siamo degli interlocutori affidabili ai quali chiedere consigli o aiuto. Oggi, anche grazie alla fiducia che ci siamo conquistati, stiamo sviluppando una rete italiana che si pone l’ambizioso obiettivo di sostenere soltanto gli organizzatori di feste sensibili alle tematiche di prevenzione dei rischi e riduzione del danno».

    Matteo Quadrone

  • Estinzione di lingue e dialetti: la colpa è dell’inglese?

    Estinzione di lingue e dialetti: la colpa è dell’inglese?

    londra-big-ben-DI“L’estinzione di una lingua comporta la perdita di un patrimonio scientifico e culturale di grande valore e può essere paragonata all’estinzione di una specie.” È questo, in sintesi, il grido d’allarme lanciato da endangeredlanguages.com, pagina Internet di un progetto il cui scopo è quello di proteggere le lingue che rischiano di morire.

    Circa il 43% delle lingue parlate nel mondo potrebbe estinguersi entro la fine del ventunesimo secolo: non si tratta delle percentuali spaventose vicine al 90% che ogni tanto vengono tirate in ballo, ma la cifra è comunque impressionante e preoccupante.

    Uno studio condotto dal sociologo indiano Ganesh Devy ha rivelato per esempio che nel sub-continente indiano un quinto delle lingue parlate fino a cinquant’anni fa è scomparso. Opinione comune, vox populi o leggende metropolitane dicono che la colpa dell’estinzione delle lingue sarebbe da attribuire all’inglese, lingua “vorace” che miete vittime in tutto il pianeta e che, chissà, potrebbe anche minacciare l’italiano stesso, considerando il sempre crescente numero di prestiti inglesi nella nostra lingua.

    Certamente, l’inglese in quanto lingua franca internazionale ha avuto e ha un ruolo nel processo di perdita di prestigio (e di parlanti) di molte lingue, ma la colpa, se così si può dire, non è affatto ascrivibile soltanto all’inglese.

    Le cause dell’estinzione di diverse lingue risalgono al XIX secolo, periodo in cui si afferma l’idea di identità di lingua e nazione. Ma in quale modo si radica la “lingua dello Stato” nella popolazione? Attraverso la scuola, che diventa la fucina di una lingua nazionale standard, il modello di riferimento a cui tutti guardano. Essere in grado di padroneggiare la lingua insegnata a scuola permette di avere maggiori opportunità di trovare un buon lavoro e di aspirare a una posizione sociale più elevata; d’altra parte, quello della padronanza della lingua “corretta” come status symbol è un discorso non nuovo alla nostra rubrica, che relativamente all’Inghilterra avevamo già affrontato qualche tempo fa.

    Ma è possibile, a fronte di questo pericolo di estinzione di così tante lingue, opporre un qualche tipo di resistenza? La materia che si occupa di queste problematiche si chiama pianificazione linguistica, è molto complessa e non la si può affrontare in poche righe. Ciò che comunque ci interessa sapere è che il lavoro dei pianificatori nel tempo ha dimostrato che basare la rivitalizzazione di una lingua facendo leva su ragioni di tipo “morale” o “sentimentale” ha ben poca presa. Il tempo è poco, la vita è breve, l’istinto di sopravvivenza la fa da padrone e quindi, per quanto idealmente toccate dall’argomento, le persone compiono scelte linguistiche che abbiano una qualche convenienza e le aiutino a vivere meglio.

    Partendo proprio da questa considerazione sono nati dei progetti i quali, anziché parlare esplicitamente del valore culturale della protezione del patrimonio linguistico, esaltano i benefici tangibili nella vita quotidiana della salvaguardia di una lingua. Per esempio, l’iniziativa nata in Irlanda, a Galway, con il nome di Gallhim le Gaeilge (“Galway in irlandese”) ha un carattere essenzialmente economico. Essa mira a far notare agli operatori turistici e ai commercianti di Galway che la lingua irlandese può essere un ottimo sponsor per la città. L’idea è quella di persuaderli a usare il gaelico nelle insegne dei negozi e nelle pubblicità come tratto distintivo e caratterizzante della città.

    Usiamo esempi come questo come spunto per salvare i nostri dialetti, anziché piagnucolare e lamentarci – in italiano – di quanto fossero belli i tempi passati in cui per le creuze di Genova e della Liguria si parlavano solo il genovese o il savonese …

    See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Nervi: piscina Mario Massa, dopo la riapertura estiva si pensa al futuro

    Nervi: piscina Mario Massa, dopo la riapertura estiva si pensa al futuro

    NerviA Nervi, presidio del turismo levantino e indiscusso polo di attrazione genovese, nonostante le tante bellezze, non mancano le contraddizioni. È il caso delle proteste per lo stato di incuria dei Parchi, per la scarsa attrattiva dei suoi Musei, per il degrado di luoghi storici, simbolo dello splendore passato (di recente, ad esempio, la chiusura prolungata del locale Marinetta, simbolo della belle epoque genovese e del boom anni ’50-’60). Nonostante le difficoltà, le notizie positive a Nervi non mancano. Lo dimostra il caso della riapertura della Piscina Massa, nel porticciolo: prima gestita dalla Società Sportiva Nervi, da maggio 2012 è stata costretta alla chiusura ed è passata nelle mani di Tursi. Nonostante la mobilitazione dei nerviesi e il serrato dialogo tra Municipio e rappresentanti comunali, le speranze di riapertura sembravano remote a causa degli ingenti costi per gli interventi di adeguamento degli impianti e per i debiti contratti dalla precedente gestione.

    Tuttavia, come noto, lo scorso 8 agosto la piscina è stata inaugurata ed è rimasta aperta dalla fine della stagione estiva fino al 31 ottobre. Un risultato raggiunto grazie alla sinergia tra My Sport, società consortile che raggruppa gruppi natatori e pallanuotistici della provincia genovese, e Comune di Genova: traguardo certamente soddisfacente, che ha fatto gioire i nerviesi e messo d’accordo tutti.

    Adesso è necessario iniziare a lavorare in previsione della prossima stagione, in cui si vuole tenere aperto l’impianto da maggio a ottobre, in coincidenza con l’attività degli stabilimenti balneari della zona. Alcune criticità sono persistenti e i rappresentanti cittadini, in anticipo, si adoperano per dare stabilità alla situazione.

    Così il Presidente del Municipio IX Levante Nerio Farinelli: «La piscina adesso non sarà più usata, come in passato, per ospitare gare agonistiche ma esclusivamente per la balneazione. Nel porticciolo persiste il divieto di balneazione e la piscina è una buona alternativa per i bagnanti della zona. L’anno scorso il Comandante della Capitaneria di Porto Vincenzo Melone ha presidiato l’area, controllando che venisse rispettato il divieto di balneazione da parte dei singoli, ma anche di sub, barche e canoe che agiscono in promiscuità del porticciolo o in attracco nel molo. La situazione è caratterizzata da forte pericolosità e eccessivo movimento, per cui si è resa necessaria una regolamentazione. L’alternativa della piscina è diventata ancora più importante e si lavora per ultimare le migliorie e i lavori di adeguamento».

    La piscina è più sicura e, dopo le restrizioni, i bagnanti si sono trasferiti qui: per renderla ancora più fruibile da parte di tutti sono state messe in atto strategie come l’ingresso gratuito per i bambini e ulteriori agevolazioni per gli adulti. Inoltre, per la prossima estate è in programma un restyling dell’intera area del porticciolo, con ampliamento dell’impianto natatorio e riqualificazione generale, ma si tratta di interventi articolati e complessi, che necessitano di attenzione e costanza. Attendiamo maggio 2014 per vedere i risultati, con impulso a tutto il quartiere.

     

    Elettra Antognetti

  • Forti di Genova: l’iniziativa sul web del blog “E Bellesse de Zena”

    Forti di Genova: l’iniziativa sul web del blog “E Bellesse de Zena”

    fortiE Bellesse de Zena, dal progetto di creazione di uno spazio web dove mostrare il lato bello della “Genova che mangia”, allo sfruttamento delle potenzialità di internet per una promozione più vasta del nostro territorio. Di recente, i fondatori, Giulia e Alessandro, hanno allargato le prospettive iniziali e si sono lanciati in un progetto legato alla riqualificazione e al recupero dei sedici Forti di Genova, sotto il profilo culturale, storico, artistico, architettonico e “affettivo”. Un’iniziativa lanciata da pochi mesi (fine settembre 2013) che vive del tam-tam mediatico e del passaparola. “Sfruttare le potenzialità di internet per aprire gli occhi ai giovani genovesi, recalcitranti, e dimostrare loro che questa negatività potrebbe essere liquidata da una voglia naturale e sana di scoperta e di divertimento, che la nostra città offre in quantità abbastanza elevata”, si legge sul blog dei due giovani universitari. E sappiamo che questa prospettiva sta a cuore a molti altri genovesi, che -giovani e meno giovani- si battono per far passare l’idea che il mugugno sia spesso sterile, che Genova è una delle città più belle d’Italia (del mondo?) e che ha molto da offrire. Sì, ma senza fermarsi agli sterili proclami e alle vane dichiarazioni di intenti e di superiorità, Giulia e Alessandro si sono fatti venire un’idea e sono passati dal “dire” al “fare”…

    «Il nostro progetto nasce dalla riscoperta del patrimonio murario genovese che abbiamo fatto recentemente: una domenica pomeriggio, in mancanza di alternative allettanti, abbiamo deciso d’improvvisarci escursionisti e di visitare i Forti nella nostra zona (sul percorso Trensasco – Righi). Colpiti dalla bellezza dei paesaggi, per non parlare di quella dei Forti stessi, abbiamo deciso, nello spirito un po’ “cinico” del blog, di effettuare una ricerca tra le genti: il risultato è che la maggior parte li conosce, collocandoli nei dintorni dell’Europa, ma nessuno li frequenta, almeno abitualmente. Per carità, anche noi ci siamo accorti di conoscerne solo una piccola parte, e leggere sul web che la lunghezza totale delle nostre sette cinta murarie è seconda solo a quella della Grande Muraglia ci ha convinto a cospargerci il capo di cenere e a dare avvio a questo esperimento di “ri-/scoperta”. In quanto abitanti della Val Bisagno, questo argomento ci riguarda da vicino. Non ci siamo accorti dell’enormità di questo patrimonio storico e naturale finché non abbiamo dato un’occhiata ai numeri: le sette cinta murarie cittadine sono, per estensione totale, le più lunghe d’Europa e le seconde nel mondo; i forti sono sedici, divisi tra quelli cittadini e quelli fuori dalle mura, cui aggiungere quelli di Ponente (ormai demoliti), le torri, le batterie costiere e i resti innumerevoli dei sistemi difensivi della prima e della seconda guerra mondiale. In fatto di conservazione e manutenzione, va riconosciuto l’impegno di chi se ne occupa: i forti (tranne qualche caso più drammatico, come Forte San Martino) non sono ruderi né immondezzai, i sentieri (segnalati spesso e chiaramente, con tempo di percorrenza relativo) sono numerosi e caratterizzati da gradi di difficoltà diversi, adatti quindi a persone in condizioni fisiche differenti, senza contare i siti d’interesse non difensivo come le neviere, di cui prima ignoravamo l’esistenza. Per i collegamenti, invece, il quadro è meno roseo: i mezzi esistono (ad esempio il trenino di Casella), ma sono tentativi timidi e troppo sporadici».

    Il passo successivo è stato quello della ricerca e dello studio delle proposte di riqualificazione che negli anni si sono moltiplicate riguardo alle fortificazioni genovesi «Alcune piuttosto interessanti, altre assurde, la maggior parte comunque irrealizzabili, a causa soprattutto dei soliti impedimenti burocratici». Una su tutte, la questione del Demanio statale, che detiene la proprietà di molti beni comunali – tra cui gli stessi Forti, ma non solo – per cui l’Amministrazione Comunale dovrà decidere entro fine novembre di acquistare almeno parte dei beni in questione, previo presentazione di un progetto di riqualificazione.

    forti2«Abbiamo creato una sorta di database multimediale che contenga e aiuti a diffondere ogni dato possibile su questo patrimonio: post di blog, articoli di giornale, commenti, foto personali, video, disegni, racconti, mappe, consigli sui percorsi ecc. La proposta si articola in quattro punti: mettere in sicurezza le strutture; potenziare la segnaletica (basterebbe qualche indicazione stradale in più, non a cinque metri dal forte ma a valle e in centro); promuovere il patrimonio attraverso manifestazioni, eventi di tipo “sportivo” (trekking, corsa campestre, mountain bike…), riunioni di scout, gite scolastiche e parrocchiali (negli ultimi otto anni, gli eventi sono stati solo dieci!); creare strutture adeguate a ricevere un flusso di visitatori si spera il più consistente possibile (con banchetti di panini, fontanelle con cisterne, tavoli e panche di legno, staccionate, ecc.).

    Veniamo al tasto sino a qui dolente, ovvero la risposta dei genovesi… «Purtroppo, come in altri casi, la risposta del pubblico è stata pressoché nulla. Il risultato è particolarmente scoraggiante se teniamo conto del fatto che il nostro blog vanta all’incirca quattrocento lettori abituali (una cifra ridicola rispetto a quella di altri blog ma comunque abbastanza significativa) e che nessuno di loro, nemmeno quelli appartenenti a forum dedicati esplicitamente a questa problematica, ha avuto né il tempo né la voglia di dare anche solo un minimo contributo. Pertanto, lo sviluppo dell’iniziativa è al momento bloccato: qual è il senso, per entrambi, di faticare nel tentativo di riqualificare i forti se poi anche chi si proclama affezionato a questo patrimonio rimane totalmente apatico? Possiamo solo sperare di sbagliare e che dal nostro blog, prima o poi, nasca qualcosa di bello e di utile per tutti. Non demordiamo!».

     

    Elettra Antognetti

  • Giardini Strada Nuova, la proposta: spazio verde per cittadini e turisti

    Giardini Strada Nuova, la proposta: spazio verde per cittadini e turisti

    palazzo-tursi-D3La Città Vecchia, per forza di cose, manca di ampi spazi verdi. I cittadini del centro storico, stretti fra il Porto Antico e Spianata Castelletto, non hanno un parco vicino alle loro case. Stesso discorso per i turisti che visitano i nostri caruggi e che si aggirano fra i Musei di Strada Nuova e i bassi della Maddalena.

    Nasce da questo ragionamento la proposta di Antonio Bruno, capogruppo Fds in consiglio Comunale: aprire al pubblico i giardini dei palazzi di Strada Nuova, in particolare quelli di Palazzo Tursi. «Aprire i giardini di Strada Nuova – spiega Antonio Bruno – sarebbe un ottimo investimento in termini di offerta turistica e vivibilità del centro storico che si ritroverebbe finalmente con uno spazio verde di grande pregio a pochi passi dalle abitazioni».

    Parliamo dell’ampio cortile – attualmente interessato da lavori di ristrutturazione – fra Palazzo Tursi e Palazzo Nicolosio Lomellino, i giardini pensili che si arrampicano sino al belvedere Montaldo e del giardino fra palazzo Bianco e Palazzo Doria Tursi arricchito dallo splendido porticato da cui un tempo, prima della costruzione di Palazzo Rosso, i nobili della famiglia genovese e gli illustri ospiti godevano di una vista aperta sui tetti e sul golfo.

    «I giardini di Palazzo Tursi sono in capo al Patrimonio e la gestione del verde è affidata ad Aster. Sono stati edificati in epoca successiva rispetto alla costruzione del palazzo e quindi non da considerare “storici” – ha commentato l’assessore ai Lavori Pubblici Gianni Crivello – inoltre si trovano adiacenti agli uffici amministrativi e l’unico accesso per raggiungerli è l’ingresso principale di Tursi. Si creerebbe un problema di presidio e, se si considera che alcune zone sono transennate e non accessibili, anche di sicurezza per i visitatori. In questo caso si potrebbe ovviare al problema facendo un ragionamento con una cooperativa o un’associazione per controllare gli accessi». Diverso il discorso per quanto riguarda il giardino fra Tursi e Palazzo Bianco: «In questo caso si tratta di giardini “storici” e perciò di pertinenza dei Musei di Strada Nuova;  già oggi sono aperti al pubblico, ma solo ai visitatori del polo museale», conclude Crivello.

    Rimane dunque possibilista l’assessore, vedremo se il discorso iniziato in queste settimane in Aula Rossa avrà un seguito e nuove puntate o se sarà destinato a rimanere lettera morta.

  • Quarto Castagna: appello al Sindaco per la difesa delle aree storiche

    Quarto Castagna: appello al Sindaco per la difesa delle aree storiche

    UlivetoMentre la discussione sul nuovo Piano Urbanistico Comunale si appresta ad entrare nella fase decisiva, quando l’amministrazione di Palazzo Tursi dovrà tirare le somme tra le proposte dei tecnici e le obiezioni di cittadini e di altri enti (vedi tutti i rilievi mossi dalla Regione Liguria soprattutto in materia di edificazione in aree esondabili e collinari), fuori dai saloni istituzionali diversi nuovi progetti sono già stati approvati o continuano a seguire il loro iter burocratico. Nel frattempo «Il cittadino qualunque, per far sentire la propria voce, arranca fra mille peripezie con sforzi e difficoltà considerevoli – spiega Ester Quadri del Circolo Nuova Ecologia Legambiente – A volte, per ostacolare l’ennesima bruttura su territorio, si devono trovare cavilli legali per opporsi a ciò che la logica e il buon senso fin da subito evidenzierebbero. È mai possibile che per difendere l’unicità di un muretto a secco si devono formulare pagine e pagine di leggi e normative? – si domanda Quadri – Dove è finito il senso della bellezza se per salvaguardarla si deve fare appello a tribunali e avvocati?».

    Da tempo, i residenti della Castagna di Quarto stanno combattendo per difendere il proprio quartiere da interventi che, secondo l’associazione ambientalista «Stravolgeranno la bellezza di quel sito storico dove ogni frammento di pietra rappresenta la testimonianza di un passato prezioso e mai più riproducibile. Un’area che si snoda lungo l’antica creuza di Via Romana della Castagna, fra salite e discese, torrenti ed argini di pietra, fra piccole casette a schiera ancora con le persiane di legno e antiche dimore storiche con i loro giardini secolari, muretti a secco ed orti, ulivi, bastioni di pietra, insomma un concentrato di bellezza che qualsiasi Paese al mondo chiederebbe di promuoverlo alla tutela dell’Unesco».

    UlivetoL’Uliveto Murato di Quarto ne rappresenta il simbolo ma, sottolinea Ester Quadri «La salvaguardia di tale bellezza deve essere estesa a tutta l’antica creuza, comprendendo il Parco storico di Villa Quartara; a tutte le abitazioni; ai vari immobili che si affacciano sull’antico percorso, con i loro giardini, parchi, alberi e statue. È necessario ed urgente fermare ogni tipo di costruzione non congrua all’interno di questo meraviglioso sistema storico». Dall’altra parte, però «Molti dei nostri politici non lo hanno assolutamente compreso – continua Quadri – Anzi, continuano a dare il via libera progetti insostenibili che oggi sono fuori dal tempo e, diciamolo, orrendi. In Via Romana della Castagna è stata approvata la ricostruzione di un manufatto industriale (ex Fischer) trasformato ora in immobile residenziale con i suoi piani in più ed un pieno di cemento a carico del quartiere». Per Legambiente, invece, una soluzione migliore sarebbe stata «Recuperare quel manufatto e renderlo testimone di un’archeologia industriale ancora esistente nella zona, magari riadattandolo a un utilizzo sociale e creativo».

    Inoltre, soltanto pochi giorni fa «Siamo venuti a conoscenza di un’altra operazione che avrebbe già ricevuto delle autorizzazioni – denuncia Quadri – Si tratta di una piccola casetta, in stato di totale degrado, ubicata all’interno delle antiche mura dell’Uliveto Murato di Quarto. Crediamo, ma il condizionale è d’obbligo perché stiamo cercando di reperire maggiori informazioni, che l’intenzione sia quella di raddoppiarne i volumi, oltre a costruire un’autorimessa interrata che coprirebbe tutto il sedime del fabbricato e una piscina al posto del giardino dove una volta sopravvivevano alberi ad alto fusto».
    Quadri, a tal proposito ricorda il caso di Villa Gervasoni, un’antica dimora dove un tempo i pellegrini cercavano ristoro e conforto «Adesso oggetto di ristrutturazione alla beffa di tutti quei cittadini che chiedono cosa e come diventerà».

    Il Circolo Nuova Ecologia Legambiente, dunque, si appella al Sindaco Marco Doria, invitandolo a venire di persona nel quartiere, perché «Siamo certi che comprenderebbe la bellezza storica, archeologica, paesaggistica e monumentale della creuza di Via Romana della Castagna, memoria vivente della primitiva Aurelia e patrimonio incomparabile da salvare, ad esempio trovando nuove soluzioni per tutti i progetti previsti e autorizzati, spesso in modo inspiegabile. Infine, lo preghiamo di fermare lo scempio urbanistico ed estetico che il nuovo piano urbanistico permetterà di compiere».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Musei di Nervi, visite e promozione: il punto con la direttrice Giubilei

    Musei di Nervi, visite e promozione: il punto con la direttrice Giubilei

    Musei di NerviOltre i consueti e più noti musei del centro cittadino, Genova offre anche una serie di proposte artistiche meno a portata di mano poiché dislocate in altri siti, ma di indubbio valore. È il caso del polo museale nerviese: quattro musei con proposte legate all’arte moderna e al collezionismo, e che dialogano con il sistema dei tre Parchi in cui sono collocati. Essi, che fanno parte del circuito dei Musei di Genova, gestiti direttamente dal Comune, sono in grado di competere con i musei del centro? Vivono del doppio dialogo, quello interno ai quattro poli nerviesi e quello con i musei del centro e del Ponente. Difficile? Stando ai dati relativi ai flussi di visitatori nei Musei di Nervi forniti dall’Assessore Sibilla nel corso dell’ultima conferenza stampa, sembra di sì:

    I trimestre 2012: 4.605 / I trimestre 2013: 3.773 con una variazione -18%
    II trimestre 2012: 7.080 / II trimestre 2013: 6.251 con una variazione -12%
    luglio/agosto 2012: 1.921 / luglio/agosto 2013: 2.113 con una variazione +10%

    Il totale dei visitatori nel 2012 è pari a 17.910, mentre quello del 2013 è ancora in fase di determinazione e dati più precisi non sono ancora disponibili: rincuora l’incremento del 10%, a conferma del trend positivo. Dei circa 18 mila visitatori dello scorso anno, 8 mila si contano solo alla GAM – Galleria d’Arte Moderna: in media 22 persone al giorno.

    gam-verticale

    Nel corso di #EraOnTheRoad siamo stati alla GAM e abbiamo incontrato gli addetti del Museo: «Siamo in un contesto meraviglioso – raccontano – che però non sempre premia: non ci sono spiazzi per i pullman e non è facilmente raggiungibile perché mancano indicazioni che portino direttamente ai musei. C’è dialogo aperto con le Associazioni cittadine che si occupano dei parchi perché la loro crescita è la nostra crescita, ma spesso non è facile come sembra: alcuni si sono opposti all’inserimento della segnaletica nei parchi per preservarne il valore storico. Inoltre, si era proposto di introdurre un servizio bus o un trenino elettrico che, dal centro o da Nervi, portasse i visitatori al Museo, ma anche qui c’è stata forte opposizione. Tutte queste misure sarebbero necessarie, ma non arrivano proposte a livello centrale. L’affluenza non è molta, e spesso è legata alla didattica».

    Ma un Museo può vivere di didattica? Quali strategie per valorizzare il polo museale nerviese? Ne abbiamo parlato con la direttrice, la Dott.ssa Maria Flora Giubilei.

    Galleria d’Arte Moderna, Wolfsoniana, Raccolte Frugone e Museo Luxoro: come collaborano tra loro e come interagiscono con il sistema dei Parchi?

    «I quattro Musei di Nervi sono una ricchezza per il quartiere e per l’intera città, fra loro dialogano fortemente dando vita ad un “polo” articolato, in cui l’uno non può prescindere dall’altro. Per quanto riguarda l’interazione con i Parchi, cornice importante e attrazione turistica, c’è cooperazione: ad esempio, esiste già uno shuttle che, dalla stazione di Nervi, permette ai turisti di visitare i parchi e di raggiungere i musei».

    Il filo rosso che li lega è quello del collezionismo pubblico e privato: è il caso del Museo Luxoro, diventato comunale nel '45; delle raccolte Frugone (nella Villa Grimaldi-Fassio acquisita dal Comune tra '35 e '53); della Wolfsoniana, con i pezzi del collezionista americano Mitchell Wolfson Jr. dedicati alle arti decorative, arredi e sculture; infine, la GAM in Villa Saluzzo-Serra, nata dal collezionismo pubblico (gli acquisti più consistenti fatti fino al '48) e poi integrata con opere private, pezzi della tradizione artistica ligure e del '900 italiano: da De Pisis a Nomellini. Oltre alla consueta esposizione permanente (più di 2700 opere tra dipinti, sculture, disegni, incisioni dagli inizi dell'Ottocento agli anni '40 del '900, fino all'epoca più recente), la GAM attualmente ospita la mostra personale di Pina Inferrera “Accenti e parole tronche. Il vernacolo di Pina Inferrera”, la quarta di una serie di esposizioni del ciclo “Natura ConTemporanea”, con installazioni sul tema dello sfruttamento della natura e della donna che, spesso percepita come un oggetto, si fa oggetto essa stessa (diventando, per esempio, una poltrona fatta di parrucche nell'opera dal titolo “Anita Ekberg”). Per chi voglia visitare i Musei, diamo la possibilità di acquistare biglietti cumulativi (per i quattro siti) o combinati (due musei su quattro).
    “Il filo rosso che lega i quattro musei nerviesi – commenta la direttrice Maria Flora Giubilei – è quello del collezionismo pubblico e privato: è il caso del Museo Luxoro, diventato comunale nel ’45; delle raccolte Frugone (nella Villa Grimaldi-Fassio acquisita dal Comune tra ’35 e ’53); della Wolfsoniana, con i pezzi del collezionista americano Mitchell Wolfson Jr. dedicati alle arti decorative, arredi e sculture; infine, la GAM in Villa Saluzzo-Serra, nata dal collezionismo pubblico (gli acquisti più consistenti fatti fino al ’48) e poi integrata con opere private, pezzi della tradizione artistica ligure e del ‘900 italiano: da De Pisis a Nomellini. Oltre alla consueta esposizione permanente (più di 2700 opere tra dipinti, sculture, disegni, incisioni dagli inizi dell’Ottocento agli anni ’40 del ‘900, fino all’epoca più recente), la GAM attualmente ospita la mostra personale di Pina Inferrera “Accenti e parole tronche. Il vernacolo di Pina Inferrera”, la quarta di una serie di esposizioni del ciclo “Natura ConTemporanea”, con installazioni sul tema dello sfruttamento della natura e della donna che, spesso percepita come un oggetto, si fa oggetto essa stessa (diventando, per esempio, una poltrona fatta di parrucche nell’opera dal titolo “Anita Ekberg”). Per chi voglia visitare i Musei, diamo la possibilità di acquistare biglietti cumulativi (per i quattro siti) o combinati (due musei su quattro)”.

    I poli nerviesi nella rete dei Musei di Genova: uno scambio proficuo?

    «Senza dubbio: lo scambio c’è, e da tempo. Per la gestione della rete dobbiamo fare capo al Comune». 

    I dati sulle visite confermano le difficoltà che vivono i musei, in particolar modo quando si trovano lontano dai grandi centri.

    «Nervi è una cornice particolare: vero che siamo lontani dalle rotte tradizionali, però lavoriamo ugualmente bene. Dobbiamo promuoverci, come e più di altri, perché il nostro obiettivo è ricostruire la fisionomia di Genova e renderla a tutti gli effetti “città d’arte”, con quella dignità culturale e artistica che le è propria. Tuttavia, questo momento di stallo non è un male tutto genovese: anche gli altri poli artistici italiani non sono immuni da problematiche analoghe a quelle nerviesi. Ad esempio, a Firenze i numerosi musei cittadini sono messi in ombra dall’imponente presenza degli Uffizi; a Torino, il circuito dei musei cittadini (egizio, del cinema, Palazzo Reale) mette in ombra il Castello di Rivoli, a solo 10 km dal centro ma meno visitato degli altri. Caso analogo, quello di Nervi: anche noi siamo a 14 km dal cuore di Genova e ciò non accresce la nostra visibilità, i visitatori si spalmano soprattutto su altri siti (Musei di Strada Nuova e Porto Antico, n.d.r.). Tuttavia, abbiamo riscontrato da questa estate l’aumento dell’affluenza turistica. Gli stranieri, soprattutto, sono diventati una presenza reiterata e il nostro “libro degli ospiti” si è arricchito di testimonianze e saluti da Paesi fino ad ora insoliti: l’Australia, il Giappone, la Finlandia. Il turismo straniero è più numeroso di quello italiano e ligure. Molto è ancora da fare, però siamo soddisfatti. Certo, per quanto bene possiamo promuoverci, serve a monte l’azione di comunicazione di Tursi: l’Amministrazione deve essere brava a portare il nome di Genova e della Liguria nel mondo, poi i turisti arriveranno da sé, sempre di più, da Nervi al Ponente, lungo i 30 km in cui si snodano le attrazioni culturali cittadine. Il centro di Genova deve diventare polo d’arte, però servono percorsi obbligati per rinsaldare il tessuto urbano limitrofo sotto il profilo artistico-culturale».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

  • Centro storico: corteo di Associazioni e Comitati contro il degrado

    Centro storico: corteo di Associazioni e Comitati contro il degrado

    Via San Lorenzo, GenovaQuali sono i “mali” del centro storico genovese? Nonostante la ventennale operazione di riqualificazione di Piazza delle Erbe, Sarzano, Sant’Agostino, San Bernardo e limitrofe, e mentre sono in corso vari progetti per il recupero di Pré e della Maddalena, un gruppo di abitanti del centro storico lamenta il fatto che, nonostante le misure intraprese, le problematiche siano rimaste le stesse del passato, e che anzi in molti casi si siano aggravate col passare del tempo. Solito “mugugno” o situazione reale? Le opinioni centro-storico-vicoli-piazza-delle-erbe-d2sono certo contrastanti, ma di fatto il disagio vissuto dai cittadini li ha spinti a prendere l’iniziativa: è prevista per domani martedì 12 novembre, la manifestazione organizzata dalle Assemblee dei Cittadini e dalla FACCS – Federazione Associazioni Comitati Centro Storico (Ass. Centro Storico Est, Osservatorio Prè-Gramsci, Assoutenti, Ass. Naz. Centri Storici ed Artistici) per protestare contro il degrado del centro storico. Si parte da Piazza Caricamento, con appuntamento per le 17.30 davanti al Galeone, e si attraverserà tutto il centro storico, nelle sue arterie principali e più critiche: Sottoripa e Portici Turati (bombardati di attenzione mediatica e istituzionale, a causa delle recenti proteste contro il mercatino abusivo, prima smantellato, poi ricomparso); Canneto il Curto, San Luca e Maddalena. Il corteo si concluderà a Tursi, dove i rappresentanti delle Associazioni hanno in programma un incontro con gli Amministratori per discutere dei temi salienti.

    Cosa chiedono i manifestanti? Sfilano nel centro storico per chiedere (“esigere”, come si legge nel programma) il rispetto della legalità, “strumento né di destra, né di sinistra, ma difesa dei più deboli contro i più forti”, e maggior ordine. Dicono no alle risse, diventate da anni sempre più frequenti per le strade del centro, e ai mercatini illegali e al commercio abusivo, polo di attrazione della malavita “che ci rendono la vita impossibile”. Quest’ultimo punto, in particolare, riprende la questione attuale posta da Confcommercio, che ha organizzato proprio per oggi, 11 novembre 2013, la Giornata di mobilitazione nazionale sul tema “Legalità, mi piace”, allo scopo di  analizzare le conseguenze sull’economia reale di fenomeni illegali e concorrenza sleale che alterano il mercato e alimentano l’economia sommersa. Proprio l’11 novembre alle ore 10, a Palazzo della Borsa di Via XX Settembre, i Giovani Imprenditori di Ascom Genova presentano la manifestazione a livello locale, dopo la diretta streaming da Roma. Il tema a Genova è molto popolare, una vera piaga sociale dei giorni nostri, che sottrae circa 11.000 posti di lavoro, fa aumentare le tasse, blocca i consumi.

    La manifestazione di domani delle Associazioni del centro storico, inoltre, non risparmia nemmeno la “movida” giovanile (indicata come “malamovida”, qui il documento oggetto dell’interrogazione comunale): non accanimento indiscriminato, dicono, ma denuncia del divertimento senza regole, che priva del “diritto alla salute-riposo notturno i residenti, divenuta ormai solitudine, ubriacatura sopratutto di minori, coagulo di reati predatori, danneggiamenti e droga”. Tra i temi caldi, anche quello dell’ormai imminente Expo di Milano 2015: si vuole rompere la separazione Genova-Milano e favorire l’afflusso di visitatori dal capoluogo lombardo a quello ligure, nella speranza di incrementare i visitatori (stimati oltre 1 milione annui). Questo, soprattutto in considerazione della firma nel febbraio 2013 di un patto di collaborazione tra Regione Lombardia e Regione Liguria (con programma pluriennale di progetti e attività di interscambio tra le due città), e della recente proposta di creare un nuovo treno di lusso ad alta velocità che permetta di viaggiare da Genova a Milano in un’ora, sette giorni su sette, con rincaro del prezzo del biglietto e limitatamente al periodo dell’Expo. E ancora, la diffusione e fruibilità della rete wi-fi, il ripristino della pavimentazione in Via Luccoli e Via Garibaldi, in cui visitatori, commercianti e residenti da anni vivono il problema dei cantieri aperti, con i conseguenti disagi.

    Ma non solo proteste in negativo: anche varie proposte “positive” per la rinascita del centro, con l’incremento dei percorsi culturali alla scoperta dei tesori artistici, dei mercatini di specialità liguri e non, la creazione di un portale multimediale, con incentivi alle realtà che si occupano di cultura, sport, spettacolo, arte. Tema tirato in ballo, anche quello dei parcheggi: pochi in centro quelli per i residenti (emblematico il caso di Piazza Sarzano, che già in vista dell’inaugurazione del mercato rionale aveva suscitato perplessità).

    Abbandono, immobilismo, noncuranza, mancanza di progettualità: queste le colpe che le associazioni imputano all’attuale Giunta Comunale, e proprio di questo chiederanno risposta ai diretti interessanti, al termine del corteo. “Specifici incontri sono stati richiesti con Prefetto e Questore per ottenere un presidio anche notturno del territorio, maggiore efficacia e continuità agli interventi in atto”, dicono i rappresentanti, lamentando la latitanza dell’Amministrazione e auspicando che domani sarà inevitabile trovare ascolto.

     

    Elettra Antognetti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Rischio idrogeologico, convegno al Ducale: “il mini-scolmatore non basta”

    Rischio idrogeologico, convegno al Ducale: “il mini-scolmatore non basta”

    alluvione3-DI«Nessun intervento può garantire la messa in sicurezza assoluta. Un rischio residuo rimane sempre». Così Giorgio Roth, direttore del Dipartimento di Ingegneria civile, chimica e ambientale dell’Università di Genova, è intervenuto sabato al Ducale durante il convegno “Dal dissesto idrogeologico un’opportunità per la città”, organizzato da WWF e associazione Amici di Ponte Carrega, con il contributo di altre realtà di cittadinanza attiva quali il Comitato per la salvezza di Bosco Pelato (San Fruttuoso), il Comitato di Terralba e l’associazione Vivere in Collina (Quezzi).

    La realizzazione del mini-scolmatore del Fereggiano, panacea di tutti i mali secondo alcuni, intervento la cui effettiva utilità è ancora tutta da dimostrare secondo altri, è stata una delle questioni più calde al centro del dibattito.
    «Quest’opera risolve un problema di sicurezza in un’area circoscritta –  spiega Roth – ma per tutta la zona a valle di Brignole non cambia niente. Il mini-scolmatore deve essere integrato con l’intero scolmatore del Bisagno e va completato il rifacimento della copertura del torrente. La speranza è che con tutte queste opere il rischio residuo diminuisca».

    Per quanto riguarda l’ipotesi ventilata, anche dal Comune, della possibilità di allentare i vincoli all’edificabilità che – dopo l’alluvione 2011 – sono stati posti a valle nel bacino del Bisagno, vedi ad esempio nell’area dell’ex mercato di Corso Sardegna, gli esperti parlano quanto meno di ipotesi scorretta: «Solo dopo che si sarà completato il rifacimento della copertura del Bisagno e si sarà realizzato l’intero scolmatore, occorrerà verificare quali sono i rischi di esondazioni in tali aree e quindi valutare se le norme vadano modificate», sottolinea il professor Roth.

    Il genovese Renzo Rosso, docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia al Politecnico di Milano, autore del libro di prossima uscita “Bisagno. Il fiume nascosto”, punta il dito contro l’assenza di pianificazione complessiva «Si procede con interventi spot, sulla base dei finanziamenti disponibili» e liquida con una battuta il progetto dell’amministrazione comunale che prevede la demolizione dello storico Ponte Carrega per risistemare gli argini del Bisagno «A Firenze nessuno immagina di buttare giù il Ponte della Carraie».

     

    Matteo Quadrone

  • Comune di Genova: Dameri si dimette, Emanuela Fracassi nuovo assessore

    Comune di Genova: Dameri si dimette, Emanuela Fracassi nuovo assessore

    palazzo-tursi-aula-rossa-d27Nel pomeriggio il Comune di Genova ha comunicato le dimissioni dell’assessore alle Politiche Sociali e della Casa Paola Dameri. L’assessore “ha informato il sindaco di aver maturato la scelta di rinunciare all’incarico nella Giunta comunale per la necessità e il desiderio di impegnare tutte le proprie energie nell’attività di ricercatrice universitaria”, si legge nella nota.

    Le deleghe passano alla dottoressa Emanuela Fracassi che assume l’incarico di assessore alle Politiche Socio Sanitarie e della Casa del Comune di Genova.

    “Emanuela Fracassi è nata a Genova il 24 maggio 1961. Laureata in lettere presso l’Università degli studi di Genova, con diploma post-universitario conseguito presso l’Ecole des Hautes Etudes Sciences Sociales di Parigi. Iscritta all’albo degli psicologi della Liguria.
    Ha una consolidata esperienza nel settore sociale, socio-educativo e socio-sanitario, in attività di educazione, ricerca, progettazione, formazione e comunicazione, un percorso professionale avviato all’inizio degli anni ottanta presso l’associazione Il Ce.sto e proseguito presso l’Università di Genova, l’Institut de travail social et de recherche sociale di Montrouge a Parigi, l’associazione Sondagenova, Federsanità Anci-Liguria, la società di ricerca, consulenza e formazione Arcos”.

  • Dispersione scolastica: progetto di formazione METIS, la tappa genovese

    Dispersione scolastica: progetto di formazione METIS, la tappa genovese

    Cesare Moreno e Marco Rossi Doria al Museo Luzzati
    Cesare Moreno e Marco Rossi Doria (sottosegretario all’Istruzione del governo Letta) al Museo Luzzati

    Promosso e organizzato da MIUR, Maestri di Strada e Museo Luzzati, da venerdì 8 a domenica 10 novembre al Museo di Sant’Agostino avrà luogo la tappa genovese di M.E.T.I.S., un progetto di formazione rivolto agli insegnanti delle scuole primarie e secondarie di tutta Italia. La sigla, acronimo di “Metodologie Educative Territoriali di Inclusione Sociale”, sta a indicare un’iniziativa che si svolge in varie città italiane (già a Napoli, Cosenza, Bologna, in seguito a Milano e Roma) e si occupa di sensibilizzare sul tema ancora attuale della dispersione scolastica.

    La tappa di Genova è stata resa possibile grazie alla collaborazione tra Museo Internazionale Luzzati e Associazione onlus Maestri di Strada di Napoli di Cesare Moreno: dal canto suo, il Museo ha avviato da tempo un progetto di formazione rivolta agli insegnanti grazie all’iniziativa Officina Didattica; l’Associazione Maestri di Strada, invece, si occupa specificamente di formazione e misure contro la dispersione.

    Il progetto, come detto, è promosso dal MIUR, con il patrocinio di Regione Liguria, Comune e Provincia di Genova. Ai lavori genovesi parteciperanno l’Assessore regionale alla Formazione, Istruzione e Università Sergio Rossetti e il direttore del Museo Luzzati Sergio Noberini. Inoltre, il presidente di Maestri di Strada Cesare Moreno, Gianni Marconato, architetto di ambienti di apprendimento e autore di saggi sull’argomento,  Agnese Bertello, esperta di gestione dei conflitti,  Katia Provantini psicologa e esperta in problematiche evolutive, saranno docenti del corso di formazione in queste tre giornate. Ma non è finita qui: sì, perché il corso non si esaurisce, ma prevede lo svolgimento in ogni città di  due sessioni di 16 ore distribuite in due fine settimana, uno adesso (all’inizio dell’anno scolastico) e uno a giugno, e si articola in lezioni frontali, laboratori e presentazione dei risultati. Tra i temi trattati, responsabilità, unicità e significatività nella relazione educativa; la cura educativa e l’individuo; scuola e territorio; la didattica dell’ascolto.

    «Da tempo -racconta Sergio Noberini- abbiamo avviato progetti contro la dispersione scolastica, a favore di una diversa metodologia educativa, con iniziative sparse sul territorio e coinvolgendo esperti di settore, come nel caso dei Maestri di Strada di Napoli: il loro metodo rinnova il modo di affrontare il problema della dispersione scolastica e dell’inclusione sociale, e la loro idea è quella di ricomporre la frattura (non più prerogativa esclusiva di certi ambienti, ma che si sta sempre più espandendo anche nei ceti sociali agiati) tra sapere formale e elemento emozionale. Pensiamo che l’arte sia un elemento indispensabile per arginare questo problema: può creare attrazione e rappresentare per molti una via di recupero e riscatto dall’abbandono. Arte è cultura ed è patrimonio. Per Genova è una bella scommessa».

     

    Questo il programma degli incontri:

    Venerdì 8 novembre 2013
    Ore 11 Gruppo di lavoro dei coordinatori, conduttori di gruppo e osservatori
    Ore 14.30 Registrazione
    Ore 15 Saluti istituzionali e apertura lavori
    Progetti formativi tra Museo Luzzati e territorio
    Sergio Noberini direttore Museo Luzzati Genova
    Metodologia e obiettivi del corso
    Cesare Moreno e Gianni Marconato

    Ore 16 Nuovi disagi dell’adolescenza nel quotidiano e nella scuola
    Relazione di Katia Provantini (Cooperativa sociale Minotauro)
    Ore 16.50 Autopresentazione dei conduttori dei gruppi
    Ore 17.10 – 19.00 Lavori di gruppo

    Sabato 9 novembre 2013
    Ore 9 Le condizioni dell’apprendimento e la strada stretta della didattica (Gianni Marconato)
    Ore 10 – 12.30 Discussione di gruppo
    Ore 12.30 -13 plenaria
    Ore 14.30 -18.30 L’ascolto attivo e la gestione dei conflitti;
    OPEN SPACE TECHNOLOGY: ABITARE LA SCUOLA
    Idee, proposte, nuovi spazi per far sentire ogni singola persona, ben accolta e valorizzata
    Laboratorio a cura di “Ascolto Attivo sas”, animato da Agnese Bertello

    Domenica 10 novembre 2013
    Ore 9 -10.20 Restituzione del lavoro dei gruppi; integrazioni ai temi emersi
    A cura di Cesare Moreno e Gianni Marconato
    Riunione del gruppo di lavoro per raccogliere i risultati dei gruppi
    Ore 12 Presentazione video Coloriamo il futuro (progetto di formazione operatori Genova 2013, Museo Luzzati in collaborazione con Regione Liguria)
    Ore 12.15 Sergio Rossetti Assessore alle Risorse finanziarie e controlli, patrimonio e amministrazione generale, istruzione, formazione, università
    Ore 12.30-13 Conclusioni e compiti per il seminario successivo

     

    Elettra Antognetti

  • Varenna, alluvione ’93: vent’anni dopo, cosa è stato fatto e cosa bisogna fare

    Varenna, alluvione ’93: vent’anni dopo, cosa è stato fatto e cosa bisogna fare

    val-varennaA distanza di vent’anni dalla tragica alluvione che nel settembre 1993 colpì la Val Varenna – ambiente di pregio del ponente genovese, sia per valori naturalistici (geologici, idrici, vegetazionali e faunistici), sia insediativi (ambiente di villa del nucleo di Granara, antiche cartiere e mulini) e infrastrutturali (viadotti della linea ferroviaria Genova-Ovada, ponti stradali in pietra) – l’omonimo torrente fa ancora paura. «Negli ultimi tempi siamo stati fortunati soltanto perché le grandi calamità, quali le ormai tristemente note “bombe d’acqua”, non hanno colpito il nostro territorio – racconta Elio Bottaro, presidente del locale comitato di cittadini – Sennò ci saremmo ritrovati nella medesima situazione del 1993».

    Nell’ottobre 1999 venne approvato un dettagliato Piano di bacino – successivamente modificato a partile dall’aprile 2002 (l’ultima modifica risale al maggio 2012)- che prevedeva la messa in sicurezza dell’alveo, dei versanti e degli impluvi che insistevano sull’intero bacino del Varenna, compresi i propri affluenti.
    Sulla rete web sono reperibili alcuni documenti che confermano la realizzazione di una serie di interventi di messa in sicurezza e consolidamento di frane e paleo frane. Tuttavia, i problemi di instabilità ed erosione restano un nodo tuttora aperto, vedi l’evento franoso che nel 2010 colpì l’ex sito di compostaggio dell’Amiu in località Carpenara, da allora mai più ripristinato.
    Inoltre, le risorse individuate hanno consentito di liberare i fornici laterali del ponte ferroviario, prima ostruiti da orti e baracche abusive, recuperando cosi spazio al letto naturale del torrente e di risistemare ampi tratti degli argini e dell’alveo, anche attraverso la demolizione di vecchi edifici.
    Infine, in questi anni si è proceduto alla progressiva dismissione delle attività di coltivazione delle attività estrattive delle cave denominate Coleol e Pian di Carlo, quest’ultima trasformata in discarica di materiali inerti.
    Ma l’azione più importante, portata finalmente a termine nell’autunno del 2011, è stato lo spostamento della sottostazione Enel, una piastra in calcestruzzo costruita sopra il letto del corso d’acqua, che fin dagli anni ’60 ha costituito una pericolosissima barriera per il deflusso dell’acqua, giocando un ruolo decisivo nell’alluvione del 1993.

    Varenna affluente 7

    Attualmente, però, a destare preoccupazione è l’assenza di manutenzione costante, con particolare riguardo alla pulizia dell’alveo del Varenna e dei suoi affluenti. Oltretutto con la consapevolezza che gli enti locali hanno sempre meno denaro in cassa per approntare soluzioni adeguate. «Oggi gli alberi ad alto fusto, che rappresentano la criticità maggiore, stanno infestando gli alvei del Varenna e dei suoi affluenti», sottolinea Bottaro. Nel torrente principale della vallata ponentina, infatti, confluiscono le acque di numerosi rivi – tra gli altri rio Gandolfi, rio Vaccarezza, rio Cantalupo, rio Pomà, rio del Grillo, ecc. – che, nel caso di piogge persistenti, rendono la portata del primo assai impetuosa. Vista la presenza di numerosi ponti stradali (alcuni dei quali di antica fattura) «Tronchi e ramaglie di vario genere vengono trascinate verso valle dalla forza dell’acqua e possono facilmente incastrarsi sotto queste strutture con il conseguente rischio di un effetto diga», aggiunge il presidente del Comitato Val Varenna.

    La tragica alluvione del 1993

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    La Val Varenna, nel settembre del 1993, fu sconvolta da un evento meteorologico di carattere estremamente intenso. Le località più colpite furono la strada per Lencisa, Camposilvano, S. Carlo di Cese, Carpenara, Chiesino, Novagette, Tre Ponti, Cantalupo e la foce del Varenna, con parte dell’abitato di Pegli. La furia dell’acqua causò il crollo della casa abitata da una coppia di anziani che così persero la vita.
    Il centro abitato di S. Carlo di Cese ed altre frazioni rimasero isolate per diversi giorni. Il bilancio finale dell’alluvione ammontò a diversi miliardi di lire di allora.
    Nel settembre di quest’anno il comitato di cittadini ha voluto rendere omaggio alle vittime con una mostra fotografica presso il chiesino della Val Varenna «L’iniziativa è sorta anche con l’intento di sensibilizzare le istituzioni – ricorda Bottaro – Insomma, in mezzo a tante emergenze, non vogliamo che il nostro territorio venga dimenticato».

    Il volontariato: una risorsa preziosa

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    Negli ultimi anni gli abitanti hanno instaurato una proficua collaborazione con l’Amiu, soprattutto in merito alla pulizia della strada principale, una via stretta e ripida dalla quale continuano a transitare parecchi camion e mezzi pesanti, con inevitabili disagi per l’intera zona. «Ci siamo occupati di eliminare la vegetazione ingombrante – racconta il presidente del comitato – E adesso stiamo trattando affinché alcuni fondi siano messi a disposizione per continuare l’opera e migliorare le sinergie anche sul fronte della raccolta dei rifiuti».

    Per quanto riguarda il torrente Varenna, i cittadini non sono stati con le mani in mano, anzi «Siamo intervenuti da maggio a settembre, ogni week-end, per pulire la parte alta, tra Campo Silvan e Cian de Vì, in pratica fino al confine con Ceranesi – continua Bottaro – È una situazione molto critica. Ma stiamo già organizzando un’ulteriore fase di lavori».
    Altra significativa criticità è quella relativa al rio Pomà, uno degli affluenti del Varenna. «Anche qui recentemente abbiamo realizzato una pulizia dell’alveo – aggiunge Bottaro – E ancora sul rio Cantalupo che è il maggiore affluente. L’anno scorso siamo intervenuti in particolare alla confluenza del Cantalupo con il Varenna. Gli alberi, però, crescono fin troppo velocemente e noi, solo con i nostri mezzi, di più non riusciamo a fare».

    Va dato atto alle istituzioni locali di aver eliminato la famigerata piastra Enel a valle del torrente ma, nello stesso tempo, va anche detto che ciò è stato fatto con un notevole ritardo «Sanando una situazione di estremo pericolo generata da scelte scellerate compiute anni addietro dai rappresentanti politici dell’epoca», sottolinea Bottaro. Nei pressi della Foce del Varenna «In effetti qualche intervento è stato eseguito – continua Bottaro – a monte, invece, ricordiamo soltanto un’operazione di pulizia del greto, realizzata qualche anno fa dalla Provincia».

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    Secondo il comitato, in questa parte del ponente genovese, le tematiche della sicurezza idraulica e della prevenzione dal rischio idrogeologico, sono state pressoché abbandonate. «Noi rappresentiamo un presidio del territorio e vogliamo svolgere un’azione preventiva – spiega il presidente – Impegnandoci in prima persona ma soprattutto sensibilizzando gli enti locali. Perché non basta la buona volontà dei cittadini se al loro fianco non si schiera una guida pubblica in grado di fornire un aiuto concreto in termini di competenze, capacità e mezzi».
    L’assessorato comunale ai Lavori pubblici «Ci ha confermato che, a breve, svolgerà un sopralluogo in vallata – aggiunge Bottaro – per vedere da vicino lo stato del torrente». Staremo a vedere se tale promessa avrà un seguito positivo. «Nella parte a monte noi abbiamo iniziato l’opera che adesso, però, va completata – conclude Bottaro – Sappiamo bene che, per un’adeguata messa in sicurezza, sarebbero necessarie risorse sostanziose finalizzate a interventi strutturali. Ma i soldi non ci sono. Quindi, almeno cerchiamo di monitorare attentamente gli alvei del Varenna e dei suoi affluenti. Perché è altrettanto vero che è meglio spendere prima in prevenzione, piuttosto che spendere dopo, magari pure il doppio, per ripristinare gli eventuali danni generati da una carente manutenzione».

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

  • L’America è sempre l’America: condizionati dall’industria di Hollywood

    L’America è sempre l’America: condizionati dall’industria di Hollywood

    hollywood-universal-studios-DIUna decina di giorni fa l’agenzia di rating Dagong ha declassato il dollaro nel silenzio pressoché totale dei nostri organi di informazione (ho anche sentito un downgradato che mi ha fatto salire i brividi lungo la schiena). Un altro segnale di un’incrinatura che diventerà una crepa nel sistema di potere economico, finanziario e politico dominato dal mondo anglosassone.

    Ma come mai, nonostante così tanti segnali più o meno evidenti, nella percezione dell’”uomo della strada” in Europa e nel mondo occidentale in generale, l’America è ancora e sempre l’America?

    Oltre al ruolo giocato dai mezzi di informazione che tacciono volutamente o sono troppo sciocchi per riuscire a capire (probabilmente una commistione di entrambe le cose), un ruolo decisivo nell’affermazione del modello americano lo ha avuto, per decenni, l’industria di Hollywood.

    Talvolta apparentemente seri, talvolta pacchianamente esagerati, i film made in USA che ci vengono propinati da anni hanno spesso il sottotesto: “Gli Stati Uniti sono i bravi e i loro nemici sono i cattivi da combattere”. Ovviamente non sto parlando del grande cinema americano di veri artisti quali Francis Ford Coppola o Martin Scorsese, per citare due dei più noti, ma mi sembra evidente che il cinema Stars & Stripes, in particolare quello dei cosiddetti B-movie, abbia avuto e abbia ancora un impatto molto forte dal punto di vista della propaganda. Sono i film che abbiamo visto per anni “per rilassarci” o “per staccare la spina dopo una giornata faticosa” quelli che, lentamente, ci hanno fatto interiorizzare e assumere come veri determinati stereotipi assolutamente falsi. Per esempio:

    gli USA sono i salvatori del mondo (pensate a Independence Day, in cui il Presidente statunitense in persona conduce l’attacco decisivo contro gli alieni);

    – la legge è inefficiente e quindi è normale che alcuni individui, eroi o giustizieri, si pongano al di sopra di essa così come gli USA faranno nel resto del mondo. Il film dal titolo Dredd- La legge sono io è emblematico, così come Robocop, Cobra, Il Giustiziere della Notte, i film con i vari Arnold Schwarzenegger, Steven Seagal, ecc.;

    – le popolazioni arabe sono legate a una visione barbara e incivile della società (il film-cartone animato Aladdin della Walt Disney si apre con una canzone che dipinge in modo becero il mondo arabo);

    – il mondo socialista/comunista è popolato da individui indistinatmente cattivi e negativi, più simili a freddi automi che a esseri umani (Rambo III e Rocky IV, diretti da Sylvester Stallone, amico di Ronald Reagan che non a caso come Presidente USA coniò l’espressione Evil Empire per definire l’Unione Sovietica).

    Alla luce di questo bombardamento tanto subdolo quanto continuo, non stupisce allora se, immediatamente dopo l’Undici Settembre, l’opinione pubblica occidentale in massa fosse pronta ad appoggiare un intervento militare massiccio in Medio Oriente senza nemmeno attendere che venisse svolta un’indagine seria, dato che le incongruenze riguardo a quell’evento erano e restano davvero tante. Allo stesso modo, non stupisce che negli Stati Uniti abbiano ancora così tanta influenza le lobby delle armi e le associazioni di possessori d’armi da fuoco quali la National Rifle Association, che dell’idea del “farsi giustizia da soli” fanno la propria bandiera… Ma tutto questo finirà: è solo una questione di capire quando esattamente. See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]