Autore: erasuperba

  • Arriva Cinebox, il concorso di Habanero per videoclip musicali

    Arriva Cinebox, il concorso di Habanero per videoclip musicali

    band musicaIn arrivo un’altra novità dall’associazione Habanero, attiva ormai da tre anni sul territorio genovese attraverso l’organizzazione di eventi “indie” che sono diventati appuntamenti fissi per gli appassionati: a breve uscirà un bando di concorso per video musicali a produzione indipendente, iniziativa che denota attenzione per una realtà che in loco è effettivamente molto vivace e prolifica ma che non gode della sufficiente visibilità. Ne abbiamo parlato con Emanuele Podestà, art director di Habanero.

     

    Come nasce l’idea di Cinebox?

    «In continua ricerca, un viaggio sul linguaggio in generale che è partito con la scrittura, passando per la musica, aveva un naturale passaggio nei video musicali. Cinebox nasce dalle risposte e dai feedback di Babel, Festival di editoria, musica e persone indipendenti, la cosa alla quale siamo più affezionati tra quelle che facciamo. Quindi Cinebox nasce come nuova occasione per stare insieme come piace alla gente che è solita seguirci».

     

    Come si svolge il contest , quali sono le fasi, chi può partecipare?

    «Prima di Natale uscirà il bando con le nomination e le categorie alle quali iscriversi, poi fino a marzo ci sarà la fase nella quale sceglieremo i vincitori. Sceglieremo tutti insieme. Il tutto culminerà con una festa il 5 aprile presso Villa Bombrini. La Villa d’estate è uno spazio molto bello per i concerti, noi vorremmo far vivere anche l’interno grazie alla Genova Liguria Film Commission e Società per Cornigliano».

     

    Mi sembra di capire che avete scelto di riservare una categoria ai video genovesi: quali sono le caratteristiche e le motivazioni della categoria “local heroes”?

    «La scena musicale e, in generale, artistica genovese è maturata molto negli anni e merita tutto il risalto che le riusciremo a dare. Soprattutto perché vogliamo premiare anche tanti “addetti ai lavori”, la gente che lavora dietro un video o un progetto, è la nostra speranza più grande».

     

    Il pubblico dei social è chiamato a partecipare col ruolo fondamentale di giudice: in questo modo non si corre il rischio classico che vada avanti non chi ha prodotto il lavoro migliore ma chi ha più contatti e riesce quindi a farsi votare di più?

    «Noi siamo degli inguaribili neoromantici metropolitani dalla parte della gente, la gente voterà bene le categorie (non sono tutte) nelle quali è chiamata a svolgere ruolo di giudice. Vedrete».

     

    Dall’esordio come collettivo di scrittori alla casa editrice all’organizzazione di eventi e ora questo contest… molte cose in poco tempo, tre anni se non sbaglio. Quanto vi è costato questo percorso in termini di sacrifici? Quali i momenti più duri e quali i feedback positivi che vi hanno fatto continuare? Come affrontate uno scenario fosco come quello odierno? Visto che i nostri ministri non fanno che ripetere che con la cultura non si mangia, voi cosa rispondete con la vostra esperienza? Riuscite a “mangiare” con quello che fate?

    «Sacrifici? Per noi è un piacere, tutto qua. Se ci riusciamo a mangiare, a vivere?… Beh, sulla questione pratica non so che dirti,  sicuramente non riusciremmo a vivere senza fare queste cose. È un progetto che va al di là del ritorno immediato. Abbiamo responsabilità che dobbiamo non tradire ormai. Tre anni dal primo libro, due dal primo concerto: comunque fa impressione anche a me!»

     

    Avete portato a Genova nomi importanti del mondo artistico-musicale e per di più in luoghi della cultura cittadini assolutamente riconosciuti: uno si immagina, a pensare al piccolo collettivo che contatta il grande nome, chiusure e rifiuti. Come siete riusciti ad ottenere fiducia? Avete incassato o incassate ancora dei no?

    «Per quanto riguarda gli artisti, il mondo della musica è aperto, vivo, disponibile, mai avuto chiusure o preclusioni. Sappiamo i nostri limiti e le nostre forze (entusiasmo ed educazione) e quindi sappiamo chi contattare. Abbiamo la stessa fortuna anche con le Associazioni, gli Enti e le Fondazioni che ci aiutano e ci ospitano, creiamo un rapporto di fiducia, ci mettiamo tutta la speranza e la passione che abbiamo e questo è l’unico segreto per associazioni come la nostra».

     

    Partecipanti e pubblico votante possono seguire la pubblicazione del bando e gli step del concorso sulla pagina Facebook di Cinebox.

     

    Claudia Baghino

  • Giardini Luzzati: due anni dalla nuova gestione, bilancio e progetti futuri

    Giardini Luzzati: due anni dalla nuova gestione, bilancio e progetti futuri

    giardini-luzzati-san-donato-centro-storicoNel corso degli ultimi due anni i Giardini Luzzati, a ridosso di Piazza delle Erbe nel cuore del centro storico, sono stati interessati da un processo di cambiamento radicale che li ha trasformati da luogo poco sfruttato, a centro della movida consapevole e spazio baby-friendly per le famiglie.
    La svolta arriva nel gennaio 2012 con il cambio della guardia nella gestione degli spazi: l’Associazione Il Ce.Sto, attiva da 30 anni nel giardini-luzzaticentro storico, subentra con attività di volontariato nell’ambito dei servizi socio-educativi.
    Per poter gestire il luogo, il Ce.Sto ha fondato Giardini Luzzati Nuova Associazione, gruppo composto da artisti e volontari che lavorano per dare un servizio alla comunità con diversi approcci, sociale, interculturale, artistico.

    «La piazza era sottoutilizzata, un non-luogo, sconosciuto anche dagli abitanti, privo di punti di interesse veri e propri, quindi zona frequentata nelle ore notturne e poi dimenticata durante la giornata», commenta Marco Montoli presidente de Il Ce.Sto. «Abbiamo voluto sfruttare le sue potenzialità sotto il profilo sociale, artistico, multiculturale, nel rispetto del territorio e delle esigenze di famiglie e bambini. Il nostro interesse era quello di offrire alternative e dare a tutti una motivazione per venire qui in qualunque ora. In particolare, ci siamo concentrati sull’animazione per i bambini e abbiamo voluto dotare gli spazi di attrezzature per il divertimento e per la sicurezza dei più piccoli. Adesso speriamo che con l’apertura imminente della scuola di Piazza delle Erbe questo spazio riesca a diventare una vera “Piazza dei bambini”, naturale continuazione della struttura scolastica vera e propria».

    Oggi i Giardini presentano un’offerta variegata in tutti i momenti della giornata e si rivolgono a diverse fasce di utenti. La mattina e il pomeriggio una programmazione dedicata perlopiù ai bambini e alle loro famiglie; alla sera, musica live e eventi vari, per offrire un’alternativa alla movida sregolata e arginare i fenomeni di microcriminalità e spaccio. Inoltre, una serie di iniziative importanti si sono svolte nel corso di questi anni: solo per citarne alcune, Giardini in Fiera, il mercatino vintage, il raduno di auto d’epoca, Cicloriparo (in collaborazione con il CIV e con gli operatori dei Giardini di Plastica), iniziative legate alla mobilità sostenibile, laboratori di falegnameria (dai quali sono nati gli attuali arredi della piazza) e incontri con ostetriche una volta a settimana per preparare i futuri genitori al momento della nascita. Sono state ospitate qui nel corso di questi due anni oltre 100 associazioni, che hanno potuto fruire degli spazi a disposizione; si sono svolti oltre 300 concerti; ha preso vita di recente la collaborazione con il Teatro della Tosse, che la scorsa estate ha deciso di organizzare proprio ai Luzzati lo spettacolo “Mille e una notte”.

    In più, anche un occhio attento verso il fenomeno della movida, che di recente è tornata a far discutere. L’intenzione è quella di creare un’alternativa alla movida sfrenata, per fare spazio a un divertimento consapevole. «Qui i giovani -continua Montoli- trovano uno spazio alternativo per l’aggregazione, di cui spesso la nostra città è carente: oltre ai concerti, eventi sociali e momenti di scambio culturale: dopo una serie di iniziative a tema (dedicate a vari Paesi, dal sud America al Giappone) a breve partirà un corso di dialetto genovese. Gli eventi serali sono anche un modo per finanziare le altre attività, che il più delle volte sono gratuite. Il nostro scopo era ridare vita alla zona e restituire lo spazio al quartiere: viceversa, senza presidi sul territorio si generano fenomeni di divertimento sregolato e passa il messaggio che il centro storico sia “terra di nessuno”».

    Le associazioni lavorano in modo indipendente e a costo zero: nessuna sovvenzione dalle tasche né di Tursi, né di altri enti. Il Comune ha agevolato la progettazione, condiviso gli intenti e sostenuto fin dall’inizio le associazioni, ma è un momento difficile per reperire finanziamenti. Tuttavia, i Giardini Luzzati sembra riescano ad andare avanti ugualmente bene, pur con costi di gestione e manutenzione tutti a loro carico, perlopiù finanziati con i fondi provenienti dal bar, anch’esso gestito da soci volontari.

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    Inoltre, a ridosso della piazza, sono stati scoperti anni fa reperti archeologici: un anfiteatro di epoca romana è emerso durante i lavori per la costruzione di un parcheggio. Adesso le associazioni vogliono aprire gli spazi a tutti e usufruirne magari in collaborazione con il Teatro della Tosse e altre realtà, per offrire momenti di intrattenimento e spettacoli teatrali. Si parla di una possibile apertura già entro la prossima estate.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Quarto, ex ospedale psichiatrico: firmato l’accordo restano le incognite

    Quarto, ex ospedale psichiatrico: firmato l’accordo restano le incognite

    Manicomio di QuartoLa firma dell’Accordo di programma tra Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 (azienda sanitaria locale genovese) e Arte Genova (azienda regionale territoriale per l’edilizia) sul futuro dell’ex OP di Quarto – che ospiterà la nuova piastra ambulatoriale per il Levante e un centro servizi integrato – è stata salutata dai media con un coro unanime di approvazione. Comprensibile, visto il susseguirsi di decisioni, polemiche e relative quarto-panoramicamarce indietro che hanno contraddistinto la vicenda, conclusasi con la salvaguardia delle funzioni pubbliche in 2/3 della parte ottocentesca del complesso (l’altra porzione dell’ex manicomio, invece, è già stata venduta dalla Regione a Valcomp II, società partecipata da Fintecna Immobiliare), grazie ad un vorticoso scambio di beni immobiliari tra Arte Genova e Asl 3 che ha rimesso in discussione l’ultima cartolarizzazione dell’autunno 2011. Tuttavia, entrando nel merito dell’accordo, determinate scelte paiono perlomeno discutibili, mentre alcune criticità aspettano risposta nel prosieguo della riqualificazione dell’area.

    Innanzitutto, occorre ricordare che stiamo pur sempre parlando di un compromesso. E sì, perché l’originaria intenzione della Regione era la totale svendita dell’ex OP, scelta scellerata impedita da un vasto movimento d’opinione – promosso da singoli cittadini e realtà associative (riunitesi nel Coordinamento per Quarto) – capace di stimolare il Comune affinché si prodigasse a favore di una rivisitazione delle scelte regionali, ribadendo la necessità di garantire la permanenza all’interno del complesso di funzioni sanitarie e sociali. Nonostante oggi tale risultato positivo sia stato raggiunto, il rischio cementificazione ad opera dei futuri acquirenti privati resta dietro l’angolo. E nello stesso tempo rimane difficile ipotizzare una convivenza ottimale, fianco a fianco, tra residenze di lusso e spazi destinati alla cura delle persone.

    Con deliberazione del consiglio comunale (23 luglio 2013) l’amministrazione ha promosso l’Accordo di programma mediante approvazione di una variante urbanistica al vigente PUC e contestuale variante al progetto preliminare del PUC adottato con obbligo di recepimento nel progetto definitivo di PUC. In altri termini, il Comune ha deciso di inserire l’area occupata dai padiglioni storici dell’ex OP in un Ambito speciale di riqualificazione urbana dove è prevista l’attuazione di una nuova struttura ambulatoriale per il Levante, oltre alla realizzazione di un centro servizi integrato con funzioni diversificate.

    quarto ex osp psichiatrico. accordo di programma. planimetria.002L’Ambito, come si legge nell’accordo, è suddiviso in 4 settori. Il settore 1 – ovvero 2/3 della parte ottocentesca (quella che limitatamente si affaccia su via Giovanni Maggio) – è destinato principalmente al mantenimento delle funzioni sanitarie e alla realizzazione della nuova piastra ambulatoriale.
    Il settore 2 – vale a dire 1/3 della parte ottocentesca (quella che si affaccia sul parco) – è destinato principalmente a funzioni urbane (residenza, residenze turistico alberghiere, alberghi e servizi privati). In questo settore sono consentiti interventi fino alla ristrutturazione edilizia. L’incremento della superficie agibile nel limite del 20% della s.a. (superficie agibile) esistente e comunque non oltre il 20% del volume geometrico esistente è consentito esclusivamente in presenza di un progetto che ne dimostri la compatibilità sotto il profilo architettonico e funzionale.
    Il settore 3 – comprendente una porzione di parco circostante l’ex OP (allo stato attuale fitta boscaglia) e la palazzina c ex amministrazione – è destinato principalmente a funzioni urbane (residenza, residenze turistico alberghiere, alberghi e servizi privati) con possibilità di realizzare anche nuove costruzioni esclusivamente per effetto di recupero di s.a. derivante da contestuali o anticipati interventi di demolizione. La nuova edificazione potrà avere una s.a. massima di 5400 mq.
    Il settore 4 – cioè il restante parco – è destinato a servizi pubblici per il verde urbano attrezzato alla fruizione pubblica per il tempo libero e al mantenimento del carattere naturale del luogo e del paesaggio.

    Secondo Andrea Agostini di Legambiente la vicenda di Quarto rappresenta «La presunzione, la subalternità ai poteri forti e l’incapacità delle amministrazioni locali, tutte, di immaginare una diversa politica del territorio». Per l’associazione ambientalista «Autorizzare la costruzione di nuove residenze nel parco è inaccettabile. Invece di “costruire sul costruito” si continuano a riempire i vuoti urbani. A Quarto addirittura si pensa di costruire nel bosco. Quando noi abbiamo proposto un progetto alternativo, steso da un tecnico (l’architetto Giovanni Spalla, nda) che ha passato gli ultimi 40 anni a insegnare Urbanistica nell’Università di Genova, che avrebbe garantito di salvaguardare le cubature in vendita, i pazienti, il verde e la vivibilità quartiere, siamo stati accusati di essere massimalisti e ci hanno detto che la cosa non si poteva fare. Alla fine qual è il risultato dell’accordo? Si vende, con cambio di destinazione d’uso, il palazzo di via Bainsizza a Sturla, si trasferiscono gli ambulatori in una struttura fatiscente (certo non ci sono i soldi per rimettere a nuovo la parte di Quarto che resterà pubblica), si svendono 5000 mq di parco verde pubblico a beneficio dei pazienti e della città per farne residenze private (l’altra parte è già stata venduta per farne box) raddoppiando il fronte edilizio e si carica una zona già problematica di un peso urbanistico non sostenibile».

    manicomio-quarto-D4Il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) – a cui va riconosciuto l’importante impegno nel pungolare continuamente la Regione sul tema Quarto – non può che essere soddisfatto del raggiungimento di un’intesa. Ma non si esime dal sottolineare alcune criticità. «Restano dei punti da precisare – spiega – in particolare la viabilità di accesso al complesso, sia per la parte pubblica (inevitabilmente bisognerà sedersi ad un tavolo e discutere con Valcomp II le possibili soluzioni), sia per la parte privata (che dovrà avere una sua autonomia). E poi c’è l’incognita parcheggi che occorre garantire a supporto degli spazi pubblici (piastra sanitaria e centro servizi). Infine, sarà davvero una sfida impegnativa rendere fruibile il parco e garantirne la costante manutenzione».
    L’accordo conferma le preoccupazioni di Pellerano «La trasformazione dell’area implica la necessità di realizzare parcheggi da localizzare anche in via Redipuglia (tramite allargamento della stessa) ed in altre aree esterne ma contigue, oltre alla contestuale razionalizzazione delle modalità di accesso all’area (ad esempio da via E. Raimondo)».

    Per quanto riguarda la suddivisione degli spazi (settore 1) in cui permarranno le funzioni pubbliche, vediamo nel dettaglio la suddivisione. Così scopriamo che al Comune saranno affidati i padiglioni 15, 16, 17 e 21.
    L’Asl 3, invece, riacquista la disponibilità dei padiglioni 1, 2 , 3, 11, 12, 13, 14, 18, 19, 20, 22, 23 e 24. Si tratta della porzione sud est del vecchio istituto ottocentesco (sottoposto a vincolo monumentale e a vincolo paesaggistico di bellezza d’insieme).
    Gli interventi previsti saranno di «Ristrutturazione, rifunzionalizzazione, adeguamento impiantistico, strutturale, restauro e risanamento conservativo – si legge nel programma dell’Asl 3 – Dovranno essere disconnessi i servizi centrali impiantistici attualmente utilizzati perché non inclusi nell’area in oggetto e, di conseguenza, realizzate nuove centrali termica idrica ed elettrica».
    L’obiettivo è adeguare gli spazi per accogliere funzioni sanitarie differenziate. La distribuzione prevede: padiglioni 11, 12, 13 residenza per disabili a ciclo diurno e continuativo; padiglioni 14, 23, 24 piastra ambulatoriale e funzioni sanitarie territoriali ivi comprese quelle psichiatriche; padiglione 22 ambulatori territoriali e uffici distrettuali; padiglioni 18, 19, 20 residenza psichiatrica; padiglioni 1, 2, 3 funzioni sanitarie.
    La fattibilità dell’intervento sarà garantita da fonti di finanziamento quali la valorizzazione tramite vendita di patrimonio immobiliare dell’Asl 3 (in primis l’immobile di via Bainsizza 42 attualmente sede di attività ambulatoriali del Levante), fondi di investimento regionali, statali ed europei eventualmente disponibili.

    «Siamo contenti della firma dell’accordo, frutto di una mobilitazione sociale e culturale che ha trovato ascolto nelle istituzioni – commenta il Coordinamento per Quarto – la rinascita dell’ex OP sarà possibile se saremo capaci di realismo, partecipazione e innovazione: per evitare sprechi e contestazioni inutili. Al contrario, alcune dichiarazioni vanno nella direzione opposta». In particolare, riguardo ai servizi per Alzheimer e disturbi alimentari (non citati nell’accordo) «L’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, ha affermato “Saranno decisi man mano che procederemo”. Dov’è l’idea unitaria di programmazione? –sottolinea il coordinamento – L’accordo afferma che le attuali strutture vanno mantenute, riorganizzate e innovate. Il centro sociale, ad esempio, importantissimo per le persone che vivono lo spazio dell’ex OP, ubicato nella parte di proprietà di Arte che andrà venduta, dovrà essere ricollocato attraverso una progettazione complessiva e unitaria affinché rimanga un nodo relazionale importante e fruibile. Coinvolgere i responsabili dei servizi, i cittadini, i lavoratori e gli utenti aiuta a mantenere la complessità di questa rinascita».

     

    Matteo Quadrone

  • Sarzano, accessi auto e moto alla piazza: il Civ chiede aiuto a Tursi

    Sarzano, accessi auto e moto alla piazza: il Civ chiede aiuto a Tursi

    piazza-sarzano-centro-storicoQuella di Sarzano/Sant’Agostino è un’area meno problematica di altre all’interno del contesto della Città Vecchia: è stata una delle prime zone a essere sottoposta a un’operazione di risanamento, grazie alla quale si sono attenuati nel giro di pochi anni problemi legati alla microcriminalità e al degrado. Oggi c’è un nuovo mercato, un nuovo discount e, se è vero che molti negozi chiudono, ciò è compensato dall’apertura di tanti nuovi esercizi.

    Nel corso dell’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad abbiamo incontrato la presidente del CIV Sarzano, Antonella Davite, che ha voluto portare alla nostra attenzione il problema annoso della regolamentazione del traffico nella piazza: qui, dal 1986 è iniziata un’operazione di pedonalizzazione con introduzione di ZTL e, sempre negli stessi anni, è stata inserita la prima telecamera di sorveglianza del centro storico genovese.

    marina-park-sarzanoNegli anni ’90, poi, con il crollo della caserma dei pompieri di Via della Marina, si è decisa la creazione di un nuovo parcheggio gestito dalla Marina Park, che sarebbe dovuto essere adibito alla sosta (a rotazione e/o a pagamento, ma a tariffa ridotta rispetto a quelle correnti) dei non residenti nel centro storico. Oggi, l’operazione sembra essere stata fallimentare: pochi i posti auto (molti dei quali venduti ai residenti); qualche posto per le moto; aree per la sosta di bus e camper, che restano perlopiù inutilizzati, con conseguente spreco di spazio.

    Nel 2009, poi, l’inserimento di altre 10 telecamere accompagnate dalle rumorose polemiche dei commercianti per la drastica diminuzione di passaggio e transito verso la piazza. Una “pedonalizzazione parziale” che, secondo il Civ, avrebbe portato al collasso dei commerci, danneggiando anche il tessuto sociale della zona: «Il problema -dice Davite- è che si è voluto tutelare il territorio, senza riuscirci: oggi le attività commerciali subiscono i danni della pedonalizzazione mancata e della carenza di parcheggi per facilitare l’affluenza dei genovesi che vengono da fuori. Chiediamo parcheggi a rotazione di due ore in Piazza Sarzano e la modifica degli accessi alla piazza da Via Ravasco e Via della Marina, con lo spostamento delle telecamere dall’attuale posizione all’inizio di Stradone S. Agostino. Deve essere facilitato l’accesso al centro per fermare l’emorragia degli esercizi che chiudono, in un momento già di per sé di crisi. Questo è un territorio fragilissimo: nonostante ci sia stata una ripresa, c’è il rischio di un ritorno al degrado».

    mercato-sarzano-8Da tempo, raccontano i rappresentanti del CIV, si tenta di sensibilizzare le istituzioni sul tema in questione, ma la risposta di Tursi non sembra soddisfare commercianti e residenti: da poco si è svolto un incontro con gli Assessori Dagnino (Moilità e Traffico) e Oddone (Commercio), che si sono recati di persona sul luogo in questione per cercare di capirne le problematiche. Tuttavia, dal CIV denunciano una situazione di abbandono e mettono in luce la scarsa propensione dell’Amministrazione a prendere una decisione univoca e concreta. Tanto più che per questa zona le aspettative sembrano essere tante: lo scorso luglio, l’inaugurazione dell’atteso mercatino rionale e l’apertura di un nuovo supermercato, per ridare slancio al commercio locale.

    «Ma come si possono intraprendere percorsi di rilancio della zona, se non sono aiutati da una politica concreta e duratura a sostegno delle attività? Ad esempio, per quanto riguarda il caso del mercato, avevamo proposto di introdurre l’utilizzo di un pullman per le vie del centro storico, per il trasporto dei genovesi che abitano in altri quartieri. La sperimentazione era già stata fatta, ma il pullman promesso ancora non si vede. C’è bisogno di rilanciare la zona e aprirla di più all’esterno: finora lavoriamo perlopiù con studenti e le attività più antiche si sono create un loro bacino di utenza che resiste, ma per chi decide di aprire adesso le cose sono difficili. Non possono essere gli studenti da soli a sostenere l’economia del quartiere».

    Il problema è che stanno collassandole attività storiche, come le piccole botteghe artigiane tipiche del centro storico genovese: molte hanno già chiuso, altre stanno chiudendo. Le vie più colpite sono quelle di Canneto il Lungo, San Bernardo, Via dei Giustiniani, a pochi passi da Piazza Sarzano: il problema, dicono dal CIV, è che la Piazza non riesce a essere centro propulsore in cui far giungere persone e farle confluire verso i caruggi del centro. «Nonostante la fermata della metropolitana, i genovesi scendono qui ma vanno altrove; nonostante queste zone siano a ridosso di Via San Lorenzo, i turisti o gli stessi genovesi non sono abbastanza stimolati ad addentrarsi nei vicoli. Bisogna intervenire finché si è in tempo».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

     

  • Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    giradischi-vinileDopo i primi anni di cambiamenti sociali (metà anni sessanta), periodo in cui i movimenti innovatori vivono un’esistenza prevalentemente “underground”, le grandi case discografiche – intuendo l’enorme business – iniziano a inserirsi nel gioco, da un lato mettendo sotto contratto gli artisti espressione autentica di quei movimenti, dall’altro producendo ad hoc artisti completamente inautentici, purché avessero il sapore della trasgressione, che semplicemente la evocassero.

    Contatto tra i nuovi fermenti musicali e le majors fu il “talent scout”. Questa figura professionale tipica di quel periodo, spesso era un giovane che, facendo parte di quell’ambiente, ne conosceva anche le espressioni artistiche. Improvvisamente, quindi, da qualche costola delle odiate “major” si affacciarono sul mercato etichette discografiche fondate ad hoc per i nuovi linguaggi espressivi; oppure etichette nate come “indipendenti”, nel giro di qualche anno vennero assorbite dalle grosse case discografiche che, tutt’al più, lasceranno loro la facciata di etichetta indipendente semplicemente per non perdere quel segmento di possibili acquirenti; ma soprattutto iniziano a comparire sul mercato discografico, prodotti “finti”, ossia realizzazioni di un “qualcosa che assomigliasse” nel suono, negli atteggiamenti, nell’immagine, nel logo, nei testi, nel “gesto musicale”, alle produzioni espressivamente più significative. Il tutto coniugato in una scala di “novità” pseudo originali, con l’obiettivo di accontentare tutti.

    Ciò che veniva a mancare – banalmente – è “solo” l’insieme delle profonde e autentiche motivazioni che spinsero a quelle creazioni originali. Quando poi si arriva a sentire Beethoven, Miles Davis, Hendrix, Doors o F. De Andrè impiegati come “colonna sonora” di spot pubblicitari…beh…ciao!! Ormai, la loro carica innovatrice è stata centrifugata e restituita come schiuma da barba!

    Certo, tutto questo è successo – e succede tuttora – in particolare per la “musica giovanile”: rock, pop, canzone, funky, rap… ossia in pratiche musicali di maggior vendibilità. Meno, per quanto riguarda la scena jazz, blues e classico-contemporanea. Anche se occorre ricordare che il cosiddetto “easy listening” della fine degli anni ’70- e tuttora presente, in costante attualizzazione/adattamento – di grande riuscita discografica (l’etichetta americana “GRP” di D. Grusin e L. Reetenour ne fu una delle massime espressioni) altro non è stato che confezionare un prodotto di ascolto immediato (in grado, cioè, di raggiungere un più vasto pubblico di consumatori – appassionati di musica) che potesse vantare grandi interpreti/autori, un alto livello qualitativo delle esecuzioni, un richiamo a sonorità jazz e blues, lasciandone cadere, tuttavia, gli aspetti espressivamente più spigolosi (e autenticamente “di rottura”), rendendo il suono più “moderno”, senza escludere riferimenti stilistici, vicini al pop e al rock.

    E volendo aggiungere un esempio nell’ambito della canzone, si potrebbe ricordare quella che Luigi Tenco menzionò nel suo drammatico e chiarissimo messaggio d’addio: “La rivoluzione” cantata al Festival di Sanremo del 1967 da G. Pettenati. Canzone finto-trasgressiva/protestataria che, titolando esplicitamente “La rivoluzione”, parola tabù, cercava di suggerire un’immagine di anticonformismo giovanilista. Oltre vent’anni dopo un altro esempio di produzione musicale finto-ribelle trovò sempre nel palco del Festival di Sanremo (e il fatto non va ritenuto un caso) il contesto “ideale”. E si tratta di un cantante, Scialpi, che, se non ricordo male, si presentò con i blue jeans mezzi stracciati, con una curatissima mise pseudo punk/pseudo trasandata/pseudo ribelle. A chi intendevano rivolgersi G. Pettenati e Scialpi? Obiettivo dei loro produttori era evidentemente quello di agganciare quella parte di pubblico giovanile che si sarebbe accontentata di atteggiarsi a “ribelle”, non intendendo minimamente esserlo sul serio: uno scambio giocato tutto sul piano simbolico (il modo di vestire, i gadgets, l’ascolto musicale…), tenendosi ben lontani dai processi sociali reali che quei simboli crearono.

    Anche la musica classica non fu estranea a questo fenomeno. Ricordo un ensemble, “Rondò veneziano” che proponeva brani strumentali di sapore rinascimental-barocco, come dire una musica rilassante, melodica che non creava tensioni, rivolta trasversalmente ad un pubblico anonimo e conformista. Infatti sogno del direttore generale di qualsiasi major ritengo sia quello di produrre un catalogo in grado di accontentare, come si diceva, “tutti” e semplicemente spingendo il prodotto che in quel determinato momento si ritiene possa vendere di più. 

     

    Gianni Martini

  • Campasso, progetto ex mercato ovo-avicolo: in gioco il futuro del quartiere

    Campasso, progetto ex mercato ovo-avicolo: in gioco il futuro del quartiere

    campasso. ex mercato ovo avicoloA Sampierdarena, nel cuore del Campasso – quartiere sovente dipinto come luogo degradato – sorge un immenso spazio, inutilizzato da almeno un trentennio, che potrebbe rappresentare, dopo un’adeguata riqualificazione, il volano per il rilancio dell’intera zona. Si tratta dell’ex mercato ovo-avicolo, una struttura di circa 3500 mq in totale abbandono, sulla quale peraltro pende un vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici, risalente al 17 luglio 2003.
    Nel corso del tempo si sono sprecate le promesse non mantenute sul futuro del complesso ma adesso la proprietà dell’area – Spim, società immobiliare partecipata al 100% del Comune di Genova – ha presentato un progetto, compreso nell’ambito del Programma locale per la casa del Comune, che prevede la realizzazione di nuove residenze, in parte dedicate al social housing (alloggi a canone moderato), in parte destinate alla vendita sul libero mercato, parcheggi interrati, una struttura di vendita medio-grande, esercizi di vicinato e servizi (un asilo e una scuola). Le risorse economiche necessarie saranno reperite tramite un cofinanziamento con fondi comunitari e regionali.

    campasso. ex mercato pollame.006L’intervento, però, oltre a non suscitare particolare entusiasmo negli abitanti, non convince neppure il Municipio Centro Ovest che all’unanimità ha approvato un ordine del giorno nel quale sottolinea come «l’inserimento di nuove funzioni residenziali non sia funzionale ad un quartiere e una città in netta decrescita demografica, con grande abbondanza di abitazioni sfitte e abbandonate e valori immobiliari già al minimo storico». Al contrario, i consiglieri municipali ritengono che «l’azione di risanamento di contesti degradati passi, invece, attraverso l’inserimento di funzioni vivificanti». Quindi, in altre parole, al Campasso non serve un ulteriore carico abitativo ma piuttosto una maggiore offerta di servizi pubblici, ad esempio ambulatori e uffici. Detto ciò, prima di ipotizzare qualsiasi progetto, vanno create le condizioni affinché il quartiere torni ad essere vissuto appieno dai cittadini, attraverso una generale riqualificazione del territorio, magari a partire da un miglioramento della viabilità.

    «Il Campasso fino a metà anni ’90 era un quartiere vitale – racconta Fabio Papini, residente e consigliere (Pdl) del Municipio Centro Ovest – Qui erano presenti numerose attività produttive, diverse ditte di artigiani e tanti piccoli negozi. Inoltre, ubicato su un lato dell’ex mercato ovo-avicolo, per alcuni anni ha resistito un supermercato. Poi lentamente la zona si è progressivamente depauperata. Anche a causa della trasformazione del tessuto sociale. Oggi sono rimasti soltanto un bar e un panificio. Al Campasso abitano in prevalenza persone anziane e cittadini stranieri che hanno perso l’abitudine di fare la spesa nel quartiere ed ormai, per ogni esigenza, si recano verso il centro di Sampierdarena».
    In effetti, il panorama in una qualsiasi mattina di giorno feriale, rispecchia l’immagine di cui sopra: le saracinesche sono quasi tutte abbassate e abbondano i cartelli con su scritto “vendesi” o “affittasi”; ma pure nei portoni dei palazzi sono numerosi gli annunci di appartamenti in locazione o in vendita.

    La storia della struttura

    campasso. ex mercato pollame.001

    L’edificio che per lungo tempo ha ospitato l’ex mercato ovo-avicolo vede la luce ai primi del ‘900, quando venne costruito per essere adibito a macello civico. Dopo la seconda guerra mondiale, l’immobile – rammodernato con una spesa di oltre 32 milioni – fu destinato al “nuovo mercato all’ingrosso delle uova e pollame”. Come si legge nel documentato sito web www.sanpierdarena.net, il mercato «Fu inaugurato il 20 febbraio 1955 dal sindaco Pertusio; comprendeva 23 posti auto per i commercianti, una sala per contrattazioni uso borsa merci, locali per il veterinario, per la direzione, per lo scannatoio del pollame, per la cottura del mangime, un ufficio dazio, la banca BNL e vari box di 65 mq per i venditori». La destinazione rimase tale fino agli anni ’80. «Nel 1982 una petizione del “Comitato ambiente del Campasso”, preoccupato per i rumori dovuti alle attività di carico/scarico delle merci nelle ore notturne e per i cattivi odori, determinò un ordine del giorno del Consiglio comunale che sfrattava le strutture invitandole a sgomberare i locali al più presto, prospettando una destinazione delle strutture a uso sociale (parcheggio o casa protetta per anziani; oppure cessione a privati; comunque venne esclusa la destinazione a posteggio dei nomadi)». Da allora il complesso è rimasto abbandonato al suo destino.

    Il progetto di Spim (società immobiliare del Comune di Genova)

    campasso. ex mercato pollame.005

    Vediamo la trasformazione prevista nell’immobile del Campasso, secondo planimetrie e disegni che siamo riusciti a visionare.
    La facciata principale (lato sud) rimarrà pressoché intatta, anche perché vincolata dalla Soprintendenza, mentre i lati ovest e nord resteranno in piedi ma subiranno delle trasformazioni. Il lato est (quello che si affaccia su via Pellegrini) sarà completamente abbattuto. In definitiva si delineerà una pianta a ferro di cavallo con al centro una piazza aperta con spazi verdi. Al livello inferiore troveranno spazio dei parcheggi interrati, sempre immancabili in ogni progetto e una struttura di vendita medio-grande (probabilmente non alimentare). E ancora esercizi di vicinato, distribuiti nelle tre ali superstiti dell’edificio e poi i famosi servizi, ovvero un asilo ed una scuola (peraltro già presenti in zona). Le nuove volumetrie dovrebbero rispettare, almeno in buona misura, quelle esistenti. Tuttavia, l’altezza sarà maggiore, in particolare sul lato nord dove si contempla la costruzione di un volume a torre. Le singole unità abitative avranno una superficie media di circa 60 mq. Il numero di alloggi, secondo una stima plausibile, sarà di circa 150, alcuni dei quali destinati al social housing.

    campasso. ex mercato ovo avicolo.1jpg«La proposta arrivata in Municipio è irricevibile – così la definisce Lucia Gaglianese, abitante al Campasso e consigliere (Pdl) del Municipio – Il quartiere, infatti, ha bisogno di servizi pubblici e non di nuove case, in una zona già densamente popolata. Così non si riqualifica il Campasso. Un ulteriore inserimento di persone, magari in condizioni difficili, vuol dire sommare disagio a disagio. L’intervento sarà economicamente fattibile grazie al cofinanziamento con fondi europei e regionali, visto che rientra nell’ambito dei “programmi locali per la casa di social housing”».
    In realtà, il Comune da molto tempo è impegnato nella ricerca di un acquirente per l’immobile del Campasso ma l’operazione di vendita non si è mai concretizzata. Probabilmente il contesto generale di depauperamento della zona e la difficoltà di accesso hanno allontanato i possibili compratori. E allora Spim, per superare lo stallo, ha inventato questa soluzione progettuale.

    Secondo gli abitanti, prima di pensare alla destinazione futura dell’ex mercato, occorre migliorare la viabilità. In questo senso il progetto comprende un parziale intervento. «Saranno realizzate due carreggiate parallele a via Campasso (la parte inferiore della strada) ricavate su spazi delle Ferrovie oggi inutilizzati – spiega il consigliere Papini – è un elemento positivo che dovrebbe migliorare l’accesso dei mezzi provenienti da Brin. Tuttavia, l’accesso da Sampierdarena (dunque la parte superiore di via Campasso) rimarrebbe tale e quale a oggi».

    La posizione del Municipio

    Il Municipio Centro Ovest, al quale è stato chiesto un parere – seppure non vincolante – ha bocciato il progetto di Spim. «Noi come consiglio municipale vorremmo avere maggiore voce in capitolo e fare delle proposte alternative per un uso sociale dell’immobile conclude Gaglianese – Ad esempio realizzando una residenza per anziani, un ambulatorio, insomma un presidio utile per rispondere ai bisogni reali della popolazione. L’ideale sarebbe istituire un percorso partecipato con la cittadinanza. Ma un vero percorso di condivisone della progettazione e non un mero strumento di facciata come spesso accade. Non siamo chiusi verso altre soluzioni ma esse vanno condivise con il quartiere».

    Nell’ordine del giorno bipartisan votato all’unanimità si legge «…sul territorio del Municipio Centro Ovest insistono diversi immobili pubblici e privati abbandonati; il mercato immobiliare è fermo e i valori immobiliari hanno subito un crollo importante in tutta la città ma in particolare sul territorio del Municipio Centro ovest… Ritenuto che gli spazi del mercato ovo-avicolo costituiscano l’opportunità per avviare un processo di riqualificazione sociale, economica e culturale del territorio, capace anche di offrire leve competitive al tessuto produttivo e commerciale Il Consiglio del Municipio 2 Centro Ovest impegna il Sindaco e la Giunta Comunale a predisporre ed attuare un piano complessivo di iniziative per la riqualificazione sociale, economica e culturale dell’area del Campasso concordando con il Municipio Centro Ovest contenuti, tempi e modi; attivare un ampio coinvolgimento delle aziende, delle imprese, delle associazioni e dei cittadini per la definizione delle destinazioni d’uso possibili delle aree e conseguentemente renderle possibili assumendo le necessarie decisioni negli strumenti urbanistici, pianificatori e regolamentari, individuando con il Municipio Centro Ovest le migliori strategie di gestione; valutare i progetti nel più ampio contesto delle valenze e dei processi capaci di essere attivati e non già di mera massimizzazione della valorizzazione finanziaria dell’immobile; attivare una progettazione di alta qualità dell’area e degli edifici del mercato ovo-avicolo del Campasso e delle aree connesse in quota parte del parco ferroviario con lo scopo di traguardare obiettivi di risanamento e vivificazione del quartiere».

    Matteo Quadrone

  • Stév al Garage 1517: acustica ed elettronica si incontrano

    Stév al Garage 1517: acustica ed elettronica si incontrano

    stev-live-garageIl Garage 1517, il nuovo locale di Vico degli Indoratori, si potrebbe candidare come punto di riferimento di una formula innovativa per Genova, efficace ed eclettica: mercatino dell’usato, bar, spazio artistico e musicale, quest’ultimo gestito dall’associazione LESSisMORE, fondata nel 2011 dagli stessi proprietari del Garage. Insomma, come si presentano loro stessi, “a container where vintage culture enviromental sustainability, music and arts can join the same place chilling together”. Se l’eclettismo, quindi, può essere la parola chiave del posto, eclettico si può definire anche lo stile musicale di Stèv, giovane e promettente polistrumentista elettronico e ospite dell’appuntamento musicale di mercoledì sera.

    Pseudonimo di Stefano Fagnani, Stèv coniuga due aspetti della musica che apparentemente sembrano inconciliabili: l’acustica dello strumento reale e l’elettronica del campionatore sintetico, amalgamandone sapientemente le strutture e realizzando un prodotto maturo. Attenta alla melodia, la sua ricerca coniuga il suo interesse anche per il suono e il rumore (come si legge sul suo blog).

    Accolti dalla simpatia dei ragazzi del Garage e tesserati all’ingresso, saliamo nella saletta al primo piano, spazio genuinamente riservato alle esecuzioni live. Un ambiente familiare, sobrio e decisamente vintage. Poltroncine, divanetti e un arredo soffuso e vinilico fanno da sfondo al set di Stèv: una tastiera, due pad, una loop station, il portatile e una chitarra acustica. Ci avviciniamo subito mentre armeggia con la sua strumentazione, un musicista di 22 anni che dimostra immediatamente di sapere il fatto suo. Chiacchieriamo 5 minuti prima dell’inizio della serata, giusto per conoscerci un pochino meglio e magari stemperare un po’ la tensione. Ma evidentemente non c’è ne molto bisogno: Stèv ci rivela di avere un’attività live piuttosto vivace, decisamente un buon segno, sia per la sua età che per la qualità della sua produzione. Oltre a farsi conoscere in patria, vanta esibizioni addirittura a Berlino, al Minimal Bar.

    Inizia l’evento con il calore del pubblico del Garage, che fin dai primi loop dimostra un’accoglienza particolare, diventata a fine serata vero e proprio entusiasmo. L’atmosfera del posto riesce a essere complice della risposta dei presenti, che ormai hanno riempito la stanza. Stèv, da parte sua, si muove perfettamente a suo agio tra un accordo di sintetizzatore e una sequenza di drum pad, tra un arpeggio di chitarra e una modulazione di effetti. L’electro-ambient dei suoi brani è consapevole del proprio minimalismo, facendone un punto di forza equilibrato, senza eccedere nella sovrapposizione di tracce né scadere nel semplicismo. Insomma, Stèv ha fatto suo in modo limpido il motto che da nome all’associazione: “less is more”, già celebre slogan di Ludwing Mies van der Rohe, architetto e designer tedesco a cui i fondatori intendono rendere omaggio.

    La serata procede con le esecuzioni dei brani dei suoi primi due EP, Windmills e Colorless Sky. Il suono è diverso rispetto alle tracce su SoundCloud: la versione live dei pezzi rende a meraviglia, e svanisce quell’effetto saturato della registrazione in studio. Via la sterilità digitale, emerge una profondità di suono efficace, in cui predomina più potenza degli effetti e maggiore incisività del reparto ritmico. Le percussioni si fanno protagoniste, sia scandendo le linee armoniche degli strumenti, sia coinvolgendo i giochi di rumore che la ricerca di Stèv offre e che ne personalizzano le composizioni.

    Emergono Paint Me Like the Sky e Lullaby su tutte, con momenti di coinvolgimento del pubblico che -forse- neanche Stèv si aspettava. A richiesta anche il bis del primo brano, cosa che, di certo, si dovrà abituare a fare, visto quanto si sta dimostrando promettente. A giorni, il 10 Dicembre, uscirà il suo terzo EP intitolato Elsewhere. “Awesome show yesterday in Genoa, one of the best places with the kindest people, it was really a pleasure playing there!” è il saluto che Stèv riserva su Twitter, augurandoci che l’intraprendenza di Stefano e dei ragazzi del Garage abbia la fortuna che merita e che venga accolto l’invito di LESSisMORE, “tutti a Genova, che è una bella città”.

     

    Nicola Damassino

  • Roma – Londra, quante similitudini nei media: meglio un video su Ted!

    Roma – Londra, quante similitudini nei media: meglio un video su Ted!

    giornali“Il triangolo no.” Se Rupert Murdoch conoscesse Renato Zero troverebbe queste parole molto adatte per descrivere la situazione che lo vede protagonista. Eh già, anche i ricchi piangono, specialmente se ad aver avuto incontri notturni segreti con l’ex moglie di Murdoch, la quarantaquattrenne cinese Wendi Deng, è l’amico di vecchia data Tony Blair. Sì sì, proprio lui, l’ex leader del Labour Party o meglio del New Labour, quello del nuovo corso di un partito che da “di sinistra” grazie a Blair è diventato più che altro “sinistro” nel suo appoggio incondizionato alle guerre in Medio Oriente e nel suo ammiccare proprio a gente come Rupert “Shark” Murdoch.

    Chissà ora come si scateneranno i giornali di Murdoch il quale, ricordiamolo, non è “soltanto” il padrone di Sky (il che conferisce già di per sé un discreto potere mediatico), ma anche di due giornali inglesi apparentemente distanti tra loro, come il borghesissimo e “moderato” The Times e il The Sun, dai toni scandalistici e urlati che tanto fanno presa sulle working class.

    Le cose d’altra parte in casa nostra non vanno molto diversamente: primo perché Sky è presente – eccome se è presente – anche nel nostro paese, il che significa che Shark le sue zanne affilate le ha affondate da tempo pure qui. Secondo, perché in Silvio Berlusconi abbiamo avuto e continuiamo ad avere il nostro sharketto – o meglio Caimano – made in Italy. Senza voler sminuire gli effetti altamente nocivi e deleteri del monopolio televisivo berlusconiano negli ultimi venti o trent’anni, siamo sicuri che sia Zio Silvio (o meglio Don Silvio viste le frequentazioni con un certo Mangano) da solo il Male dell’informazione italiana? Basta avere un poco di curiosità e andare a vedere di chi sono i maggiori quotidiani italiani per capire che ci sono altri personaggi più nell’ombra che, insomma, qualche problema di conflitto d’interessi lo hanno.

    Per esempio, a chi appartiene il quotidiano La Repubblica, autoproclamatosi in questi anni baluardo dell’anti-berlusconismo? Risposta: Carlo De Benedetti, proprio quello che guarda caso con Berlusconi è stato in causa – poi vinta – per anni. Di chi è Il Messaggero che ai tempi del referendum anti-nucleare e di Fukushima scriveva editoriali pro-nucleare? Di Caltagirone, imprenditore edile. Toh! Gli esempi si sprecano (non sono da meno infatti La Stampa e il Corriere) ma servirebbe molto più tempo per elencarli tutti. Il concetto, comunque, dovrebbe ormai essere chiaro.

    Ce ne sono tante quindi di similitudini e di cose da imparare confrontando la stampa e l’informazione britannica con quella italiana. La domanda a questo punto è: consci di queste dinamiche, che cosa possiamo fare? Ritengo che l’unico mezzo per contrastare questi poteri sia evitare di informarsi tramite i loro canali, nello stesso modo in cui si evitano i fast food per limitare l’invasione del cibo spazzatura: disdire l’abbonamento alle tv a pagamento e smettere di comprare certi quotidiani, almeno fino a quando non inizieranno a fare informazione vera, di qualità e negli interessi della collettività, è una soluzione tanto efficace quanto concreta.

    L’alternativa peraltro già esiste. Anche se tra le maglie della Rete è possibile che rimanga impigliato qualche altro rifiuto travestito da informazione, è però vero che su Internet è possibile trovare delle fonti davvero interessanti e – incredible! – positive, innovative e ottimistiche! E’ il caso per esempio del sito che raggruppa le conferenze TED (Technology, Entertainment, Design www.ted.com) alle quali partecipano alcune delle menti più illuminate tenendo discorsi di massimo venti minuti relativi ai più disparati ambiti del sapere. Gli speaker parlano in inglese, ma per la maggior parte dei video è possibile attivare l’opzione dei sottotitoli in italiano. Si tratta senz’altro di un modo efficace per aggiornarsi e al contempo imparare l’inglese… Che cosa desiderate di più? See you!

     

    Daniele Canepa

    Twitter: @DanieleCanepa1
    www.comeimpararelinglese.com

  • Altrove, incontro con i protagonisti del nuovo teatro della Maddalena

    Altrove, incontro con i protagonisti del nuovo teatro della Maddalena

    teatro-hops-altrove-d4Lo scorso 13 novembre il Teatro Altrove di Piazzetta Cambiaso, nel cuore della Maddalena, ha riaperto i battenti: dopo una storia travagliata, in due mesi (da settembre a novembre 2013) le associazioni vincitrici del bando per l’assegnazione dei locali sono riuscite a risistemare le sale e aprire la stagione del teatro. Un segnale per il quartiere, dicono. E sembra che la loro strategia li abbia premiati: oltre 400 persone per ognuna delle 5 serate inaugurali ad ingresso gratuito e un calendario di manifestazioni già pronto per i prossimi mesi, fino a febbraio 2014. Dopo il clamore iniziale, adesso l’incognita per il futuro è quella di passare dalla formula inaugurale con eventi gratis a quella a pagamento: in corso una campagna di abbonamenti con formula non nominativa (e quindi utilizzabili da più persone). Il pubblico continuerà a premiare l’Altrove? Ci auguriamo di sì, anche perché l’impegno degli organizzatori è tanto e le sorprese non sono mancate e non mancheranno nemmeno in futuro.

    Tanto per cominciare, è cambiato lo spazio. Diversi i locali sfruttati all’interno del teatro: i palchi sono aumentati (uno, piccolo, proprio davanti alla porta di ingresso, dove una volta c’era il bar, per richiamare gente anche da fuori e dare subito un’idea di quel che succede all’interno); il bar si è spostato in un angolo, inserito in una nicchia laterale per sfruttare tutte le superfici; i locali al piano superiore sono stati tutti ristrutturati e anche quelli che non saranno usati per gli spettacoli o per la ristorazione serviranno per le riunioni. Il tutto, nel rispetto delle norme imposte dalla Soprintendenza per i Beni architettonici e artistici, che controlla l’edificio e che ne tutela la storicità. Queste soluzioni hanno, oltre a una funzione pratica (ospitare tante persone e dare spazio contemporaneamente alle attività delle varie associazioni), anche uno scopo ideale: far capire quel che succede all’interno, trasmettere l’idea di un cantiere nel quale c’è qualcosa in continuo divenire.

    Come dice Matteo Casari di Disorder Drama: «Basta solo essere un po’ curiosi, qui dentro qualcosa succede sempre. Non ci si annoia mai». Infatti l’offerta è in continuo aumento: a breve, anche l’arrivo di danze popolari e teatro per ragazzi, con l’obiettivo di non sovrapporsi alla programmazione degli altri teatri cittadini, ma di offrire qualcosa di nuovo. Inoltre, nuova anche la “politica” alla base della rinnovata gestione dell’Altrove: il teatro deve essere una “piazza coperta” nel cuore della Maddalena, un pezzo di quartiere che entra dentro al teatro, come raccontano gli organizzatori. «L’idea -continua Casari- è quella di “essere attraversati”: da abitanti, cittadini, turisti che arrivano qui e vogliono vedere l’edificio, ammirarne la bellezza e osservarne gli affreschi».

    teatro-hops-altrove-d5Per il prossimo anno, anche la proposta di inserire l’edificio nella lista dei Rolli genovesi, in modo da essere aperto al pubblico durante i Rolli Days, con eventi e manifestazioni. La nuova politica si evince anche dalle modalità scelte per l’arredamento degli interni: a cura dello studio di architettura grooppo.org (fondato dallo stesso Casari), il design è moderno e “al risparmio”, basato sull’idea di recupero e sull’attenzione per l’ambiente. Il legno della vecchia libreria della sala principale è stato riciclato e usato per il bancone del bar; le luci sono a basso consumo; i lampadari sono fatti di cartoncino; i tavoli con materiali di scarto. «Come si suol dire, “poca spesa tanta resa” -chiosa Casari-. Non costruiamo per l’eternità». La stessa attenzione per l’arredamento e per i materiali è stata posta anche nel cibo: alimenti e bibite sono biologici e rigorosamente a km 0.

    Racconta Stefano Kovac che «la persona che ci fornisce la carne ha un allevamento in Val Bisagno e abita a 50 metri da qui, in Vico delle Rose. Abbiamo voluto coinvolgere direttamente gli abitanti del quartiere, sul piano ecologico e sociale. Alcuni all’inizio non erano contenti del nostro insediamento qui: avrebbero preferito che il teatro restasse un posto aperto a tutti, sul modello del Laboratorio Sociale di Vico Papa. Adesso però sembrano soddisfatti». Non a caso, anche il progetto di entrare a breve a far parte del CIV Maddalena e di collaborare con le associazioni come A.Ma., che hanno già dato una mano in funzione della riapertura. Empatia sarà la parola chiave.

    Infine, tante novità per il futuro: una crescente integrazione degli eventi proposti dalle varie associazioni, nel segno dell’interartisticità. Così commentano: «Siamo un nodo formato da tante reti riunite in un unico posto, un centro culturale aperto a tutti: il primo a Genova sul modello europeo. È la casa di tutti noi e di quelli che già ci seguivano prima, quando eravamo divisi. Adesso vogliamo continuare a fare, abbiamo tante idee, troppe: vogliamo partecipare a bandi europei per avere più finanziamenti e realizzare i nostri progetti in ambito fotografico, artistico, musicale, teatrale, cinematografico. Vorremmo produrre qui materiale nuovo da mettere poi in circolazione in tutta l’Italia e in Europa. Vogliamo diventare un laboratorio, un aggregatore che inglobi realtà locali, nazionali, internazionali. Abbiamo nove anni di tempo prima della scadenza del nostro mandato: se facciamo vedere che si può fare qui, sarà la testimonianza che si può esportare questa formula in spazi più periferici, o più centrali».

    Tra le prossime novità, quella di ospitare Radio Gazzarra all’interno degli spazi dell’Altrove, a collaborare da vicino sia con Disorder Drama per quanto riguarda il panorama musicale (finora, due concerti, Ulrich Schnauss e gli Orchestra of Spheres, che hanno riscosso ampio successo; stasera, invece, Maybe Happy + Three Lakes), sia con le altre associazioni. Da gennaio 2014 non è escluso che la radio inizi a trasmettere proprio dalla Maddalena, con trasmissioni sia audio che video, dj set, salotti di intrattenimento con esperti e personalità del mondo della cultura e dello spettacolo. Una dimensione ulteriore della web radio, uno spazio in cui potranno confluire ospiti e personaggi interessanti che arrivano a Genova per interviste, scambi, contributi fruibili da tutti.

     

    Elettra Antognetti

  • Afet, Ghetto e Sampierdarena: aiuti a tossicodipendenti e migranti

    Afet, Ghetto e Sampierdarena: aiuti a tossicodipendenti e migranti

    ghetto-centro-storico-vicoliÈ un progetto che parte da lontano quello che i volontari della Onlus A.F.E.T. Aquilone (Associazione Famiglie per la lotta contro l’Emarginazione giovanile e la solidarietà ai Tossicodipendenti) stanno portando avanti (non senza fatica) sul territorio genovese. Si tratta di un’iniziativa duplice, volta da un lato a fornire sostegno ai tossicodipendenti, ai giovani che vivono disagi legati all’emarginazione e alla loro famiglie; dall’altro, invece, l’attenzione è afet-centro-ghetto (6)posta verso i migranti e le problematiche legate alla povertà, alla mancanza di lavoro, al disagio di trovarsi in un Paese straniero di cui non si conosce la lingua.

    Il primo progetto è quello capofila: nato negli anni ’80, ha sede a Sampierdarena in Via Cantore, con propaggini in Via Balbi e in altri luoghi strategici della città; il secondo, invece, è attivo da una decina di anni ed è nato spontaneamente, visto il successo riscosso dal primo progetto di A.F.E.T. e in considerazione dell’alta affluenza di poveri e senzatetto nei locali dell’associazione. Da qui, l’idea di creare un presidio socio-sanitario nel cuore del ghetto ebraico, a due passi da Piazza dell’Annunziata e Via delle Fontane. Non senza incontrare problematiche. Tuttavia, dopo oltre 10 anni dalla fondazione di quest’ultima struttura, i volontari di A.F.E.T. sono ancora qui: pur senza grandi fondi e in mancanza di una strategia di promozione e di pubblicità a livello mediatico, le adesioni dei volontari e le richieste d’aiuto continuano ad aumentare. Siamo andati nel ghetto a visitare la struttura e parlare con gli operatori.

     

    Drop-in per tossicodipendenti a Sampierdarena

    Via Cantore SampierdarenaTutto ebbe inizio nel 1981 nel quartiere di Sampierdarena, quando un gruppo di cittadini, genitori di tossicodipendenti e operatori territoriali costituiscono l’associazione di volontariato A.F.E.T. per trovare risposte al disagio giovanile, in particolare ai giovani emarginati e tossicodipendenti e alle loro famiglie. Sul modello di questa prima iniziativa, nel 1986 nasce L’Aquilone, sede operativa per il reinserimento sociale e lavorativo ed il trattamento terapeutico diurno dei soggetti affetti da dipendenza patologica, con servizi di orientamento al lavoro e formazione professionale per italiani e stranieri svantaggiati o esclusi dai processi produttivi. Da gennaio 2002, individuando un’unica sede legale ed operativa, si procede all’unione delle due realtà e viene costituita A.F.E.T. Aquilone Onlus.

    Il vero momento di svolta si ebbe nel 2001, quando l’associazione dette vita a un nuovo presidio in Via Balbi con funzione di drop-in per tossicodipendenti con possibilità di sosta, ristoro, servizi per la cura dell’igiene personale, di orientamento al territorio e di tipo socio-sanitario. Anche questa struttura era originariamente rivolta a soggetti svantaggiati e/o affetti da dipendenze, ma presto l’affluenza fu così alta anche da parte degli stranieri che convinse i volontari della necessità di aprire un luogo adibito solo alla cura delle problematiche dei migranti, anche in virtù del fatto che esistevano già vari presidi per l’aiuto a tossicodipendenti o senza fissa dimora, mentre per gli stranieri c’erano più limitazioni. Da qui, l’idea di raddoppiare gli spazi.

     

    A.f.e.t. al Ghetto: centro assistenza tossicodipendenti e migranti

    Così ha preso vita dai primi anni del 2000 la struttura di Vico della Croce Bianca, nel cuore del Ghetto e a due passi da GhettUp, aperta sia a tossicodipendenti che immigrati.

    L’iter è stato complicato, a cominciare dal reperimento di fondi per finanziare l’iniziativa: le prime sovvenzioni facevano parte dello stesso blocco di finanziamenti stanziati per la creazione del Museo del Mare, inaugurato nel 2004. Nel progetto complessivo di restyling del waterfront, era previsto anche l’ampliamento del collegamenti tra porto e centro storico, con particolare attenzione alle aree più problematiche a livello sociale e con la realizzazione di progetti culturali (oltre al Mu.Ma., anche la Casa della Musica, luoghi di aggregazione per artisti e per studenti, la Facoltà di Economia), sociali (come questo) e residenziali, con il restyling di appartamenti a fondo perduto (tra i quali anche quelli del ghetto bombardati durante la seconda guerra mondiale e ancora con i ponteggi). La creazione dei locali in Vico della Croce Bianca era una clausola imprescindibile e la mancata realizzazione avrebbe comportato la restituzione dei finanziamenti.

    Scemata questa prima tranche, nel 2008-2009 c’è stata la partecipazione al bando della Regione Liguria e la conseguente vincita, con l’arrivo di fondi più ingenti che hanno permesso ai volontari di dare dimensione più vasta anche al progetto, con l’aumento dei servizi e dei giorni di apertura (da 2 pomeriggi, si è passati a 4 giornate intere).

    Da ultimo, l’adesione al Progetto FEI – Fondo Europeo per l’Integrazione dei paesi terzi 2007-2013: si tratta di un’iniziativa lanciata dal Ministero dell’Interno (Direzione per le politiche dell’integrazione e asilo) nell’ambito del programma generale “Solidarietà e gestione dei flussi migratori”, con cui sono stati stanziati 825 milioni euro da distribuire tra i Paesi membri dell’Eurozona.

    L’afflusso di fondi ha permesso ai volontari di incrementare ulteriormente i servizi: oggi esiste un ambulatorio medico-sanitario in ATS con l’associazione Mater Domina con medici volontari infettivologi, psicologi, psichiatri, che partecipano grazie alla firma di un protocollo d’intesa con Asl 3; infermieri; una farmacia. Oltre all’ambulatorio, anche un drop-in che si affaccia su Vico San Filippo, con servizi a bassa soglia: docce, lavanderia, rasatura, servizio ristoro e area di raccolta e svago. Ogni martedì, inoltre, è presente nella struttura lo Sportello Multilingue di Asl 3 per i migranti (uno dei tre presenti in tutta Genova) che, oltre a fornire informazioni e orientamento ai servizi sanitari, eroga tessere ENI (per i comunitari non iscritti ad alcuna anagrafe comunale, non assistiti negli Stati di provenienza e in condizione di fragilità sociale)  e STP (per l’assistenza sanitaria a stranieri irregolari). E ancora, come all’interno di GhettUp e della Moschea, anche qui un servizio di consulenza legale.

    Oltre alle difficoltà economiche, anche i problemi con il vicinato. Raccontano i volontari: «I residenti delle abitazioni limitrofe al nostro presidio si sono dapprima opposti all’accoglienza dei tossicodipendenti perché non li volevano nel quartiere, poi hanno posto limitazioni anche alla presenza degli stranieri: per evitare che passassero vicino alle loro case, hanno voluto mettere un doppio cancello. Adesso non si può accedere direttamente al drop-in da Vico San Filippo, ma si può entrare solo attraverso l’ambulatorio di Vico della Croce Bianca».

    Continuano: «A.F.E.T. L’Aquilone Onlus nasce come associazione culturale e sociale, che aiuta giovani e donne in difficoltà, ma abbiamo dovuto inventarci nel tempo una vocazione anche sanitaria. Abbiamo creato un’associazione di medici volontari per poter partecipare a un bando apposito e garantirci l’apertura dell’ambulatorio, in modo da permettere l’accesso anche al drop-in. Viceversa, si sarebbe creato un imbarazzante stallo con i residenti, che si sarebbe aggiunto alle altre difficoltà: siamo stati ostacolati e abbiamo aspettato circa 2 anni prima di poter entrare in questi locali (quando ci siamo insediati, le garanzie degli elettrodomestici che avevamo acquistato erano già scadute!)». Inoltre, non solo i problemi con i residenti: anche la Banca Carige di Piazza Santa Sabina, ci raccontano, non ha permesso l’ingresso alle strutture da Via delle Fontane.

    Adesso, quale futuro si prospetta per i volontari? Dopo l’assegnazione l’anno scorso dei fondi FEI, quest’anno A.F.E.T. non si è riconfermata vincitrice e farà affidamento solo sui fondi stanziati da Tursi, riservati solo al drop-in di Vico San Filippo e per altro decurtati negli ultimi anni del 33%. Due al prezzo di uno, un affare per il Comune: «Costiamo poco, siamo volontari, offriamo un servizio alla comunità e non vediamo perché Tursi (o altri soggetti) non debbano premiarci e incentivare le nostre iniziative».

     

    Elettra Antognetti

  • Ex Centrale del latte: quale futuro per i lavoratori e per l’area di Fegino?

    Ex Centrale del latte: quale futuro per i lavoratori e per l’area di Fegino?

    centrale-latte-genova-feginoL’ex centrale del latte di Feginochiusa definitivamente il 4 ottobre 2012 da Parmalat Lactalis – torna al centro della scena. Ad oltre un anno di distanza dalla cessazione delle attività, infatti, ancora non si conosce la futura destinazione dell’area e soprattutto quale ricollocazione occupazionale è prevista per i 63 lavoratori – alcuni reimpiegati in altre attività del gruppo – oggi messi in cassa integrazione speciale.

    Se ne discuterà Mercoledì 4 dicembre ore 14:30 in occasione di una seduta monotematica del Consiglio del Municipio Valpolcevera (presso la sede di via C. Reta 3), alla presenza dell’assessore al Lavoro della Regione Liguria, Enrico Vesco e dell’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova, Francesco Oddone. I cittadini sono invitati a partecipare per dire la loro su un argomento molto sentito in vallata.

    Tutti i gruppi consiliari della Valpolcevera hanno presentato una mozione congiunta in cui si fa il punto della situazione, ripercorrendo le ultime vicende «… nel corso dei mesi intercorsi dalla chiusura della Centrale del Latte di Fegino ad oggi sono apparse sui quotidiani cittadini diverse notizie relative ai progetti di destinazione dell’area e sulle difficoltà di trovare soluzioni compatibili con l’interesse generale dell’intera città; la Giunta del Comune di Genova ha in più occasioni manifestato la propria contrarietà alla destinazione dell’area a centro commerciale come invece proposto dai proprietari; lo stato di attuale indeterminatezza e difficoltà a trovare un accordo tra i proprietari dell’area e il Comune rischia di creare conseguenze insostenibili soprattutto per i lavoratori ancora in cassa integrazione».

    «Considerato che è un preciso impegno di questo Municipio collocare il “lavoro prima di tutto” – si legge nel documento – appare opportuno e doveroso continuare a mantenere viva l’attenzione su tale problematica che si colloca in un contesto territoriale, quello della Valpolcevera, già afflitto da livelli di povertà, disagio sociale e conflittualità, notevoli rispetto ad altre realtà della città».

    Per tali motivi, il Consiglio del Municipio V Valpolcevera «Impegna la Presidente del Municipio e la Giunta affinché venga richiesto al Comune e alle altre istituzioni e soggetti coinvolti: quali siano i progetti attualmente al vaglio per la destinazione dell’area, anche alla luce delle recenti informazioni apparse sui mezzi di comunicazione; quali soluzioni fattive e realizzabili possano essere adottate in tempi brevi, anche a prescindere dai progetti più ampi di destinazione dell’area; un concreto impegno affinché si possa trovare una soluzione positiva di ricollocazione lavorativa per tutti i lavoratori attualmente in cassa integrazione che scadrà ad ottobre 2014».

     

    Matteo Quadrone

  • La professione del musicista: incontro con il chitarrista Adriano Arena

    La professione del musicista: incontro con il chitarrista Adriano Arena

    adriano-arena-3Adriano Arena è un chitarrista genovese che dal 2000 è professionista. Tra tribute band, collaborazioni in studio e dal vivo con numerosi cantautori (anche all’estero, nel Regno Unito) e con un’attività di insegnamento del suo strumento che dura dal 1998, è diventato difficile seguirlo nei suoi spostamenti. Siamo riusciti a “fermarlo” fra un viaggio e l’altro per questa intervista, una chiacchierata per provare a capire meglio lo stato delle cose per chi vive di musica nella nostra città.

    Sei un musicista che da qualche anno ha deciso di fare della musica la sua professione. Da qualche tempo ti dividi tra Pontassieve, Toscana, e Genova.  Qual’è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso – se c’è stata –  nel tuo allontanarti da Genova, almeno in parte?

    «In realtà non c’è stata una ragione improvvisa: negli ultimi anni la mia vita privata si divide tra Genova e la Toscana, e diciamo che a Genova col passare degli anni sono venuti scemando dei rapporti, umani e lavorativi, che per me erano importanti. Con ciò non vuol dire che in Toscana ho trovato un paradiso dei musicisti! Semplicemente, ho visto che Genova non era più la mia città preferita, pur essendoci nato, cresciuto. Il fattore umano ed il rispetto per il mio lavoro sono cose da cui non prescindo. In Toscana, sarà per il carattere della gente più effervescente rispetto al genovese in generale, può essere uno stimolo collaborare con gente che ha un approccio alla musica differente dal tuo».

    Molte delle tue considerazioni sul tuo lavoro – prese dai social network  – sono sfoghi del momento in cui lamenti la scarsa cultura generale e la scarsa considerazione, anche economica, per il mestiere del musicista…

    «Premettendo che quello che scrivo su Internet, ad esempio su Facebook, sono degli sfoghi in reazione a fatti che lì per lì ti fanno uscire di testa. La realtà è che spesso mi trovo di fronte persone che non capiscono la validità di quello che ho da proporre, almeno come musicista. Il fattore denaro conta, ma di più conta chi ha in mano la situazione in quel determinato posto e in quella determinata occasione. Ultimamente penso che ci sia investimento sulla quantità e non sulla qualità, e manchi una volontà di investire su qualcosa che può dare un risultato nel tempo. Io ho collaborato con un locale che ha fatto quest’ultimo tipo di scelta per cinque anni, ovvero musica di qualunque genere, però con una qualità ben definita, e devo dire che c’è stato un buon successo di pubblico, con una base di audience  fedele che veniva ogni sabato. Sta diventando un classico il locale che dice di fare musica dal vivo e non ha l’impianto! C’è un tiro al risparmio che sotto molti aspetti è devastante per tutti, pubblico e musicisti».

    adriano-arenaDomanda difficile: definisci la tua professionalità.

    «Domanda difficile e semplicissima per come la vedo io! Essere professionale per me vuol dire: uno, essere puntuale, salvo inconvenienti e contrattempi. E per me vale anche da altre parti. Se io ti do un appuntamento alle otto del mattino e ti presenti alle dieci, per me non sei professionista. Bisogna essere precisi nel ricordarsi i propri impegni, l’orologio è importante e fa la differenza! Il rapporto umano può essere un’altra cosa importante, cioè, sapersi rapportare con le altre persone, avere comunque un dialogo. Bisogna sapersi adattare a varie esigenze, nei limiti della decenza, però bisogna sicuramente parlare prima con chi ti propone una certa cosa, e, se la accetti, devi stare ai suoi termini, non ai tuoi.
    Poi, la scelta del suono. Se sei un chitarrista devi passare ore di studio anche per curare il tuo suono, in modo che questo sia quasi definitivo dal vivo ed in registrazione, quando lo affidi ad un fonico. Questo comporta anche meno perdita di tempo.
    Ma attenzione, essere professionisti non è sinonimo di professionalità! Andando avanti nel tempo scopro musicisti professionisti che non fanno prove, o che fanno storie e preferiscono provare tutto un’ora prima del concerto. Questo mi manda in bestia: il prodotto che vendo deve essere perfetto. Se uno compra un’automobile, non la compra certo con la porta rigata. E poi mi domando… in fondo stai suonando, non trasporti sacchi di cemento, perché ti pesa provare? A volte vedo “credere” in un progetto più la persona che lo fa per passione, piuttosto che chi lo fa per lavoro…»

    Domanda provocatoria, ma nasce anche dalle tue risposte precedenti: perché la gente vuole suonare? Se la situazione è così come descritta, perché, ad esempio, la gente prende lezioni di chitarra da te?

    «Beh, a volte mi chiedo, soprattutto quando vado ad insegnare chitarra nelle scuole, “perché questo personaggio va a lezione?”. Noto, soprattutto nei più giovani, una certa non voglia di conoscere,  una mancanza di passione e di ascolto della musica; tra le nuove leve ci sono pochi allievi davvero interessati alla musica, al punto che ti chiedi perché vadano a lezione. C’è gente che non sa che la chitarra è fatta di legno oppure che le manopole del tono e del volume servano a qualcosa! La mancanza di curiosità porta ad ignorare il miliardo e più di informazioni ottenibili via internet per suonare bene. Io ho iniziato per passione, studiando da autodidatta dalle dieci alle otto ore al giorno, magari marinando la scuola. Solo in un secondo momento ho deciso che questo sarebbe stato il mio lavoro».

    adriano-arena-2Il mercato musicale è morto? Come si vendono – se ci si riesce – i dischi? Fai anche tu il banchetto dopo i live?

    «Altroché se è morto! Non parlo dei grossi nomi, parlo della gente che non è un’icona italiana ed estera. Quanti comprano i CD? Io e te siamo appassionati di musica ed è una cosa che ci seguirà per tutta la vita, ma siamo in minoranza, una goccia nel mare! I dischi tuoi li vendi con il banchetto dopo i live; l’etichetta minore paga il cd, a seconda del contratto, ma se vuoi rientrare dalle spese e guadagnarci un minimo devi vendere la musica nei concerti, che poi non è detto che siano tanti. Le vendite che fai attraverso l’etichetta non è guadagno, perché i negozi di dischi magari… non ci sono!»

    Hai letto della proposta di legge per la musica dal vivo? Se sì, come la giudichi?

    «Conosco una proposta di legge per far evitare di pagare la SIAE ai locali che hanno una capienza non superiore alle duecento persone».

    La SIAE è un ente che tutela la tua opera come autore o è un organismo burocratico fine a sé stesso?

    «La SIAE è un ente burocratico che devi pagare. I miei diritti di autore li devo pagare prima e poi mi vengono restituiti in percentuale del 60%, magari spalmati nell’arco di un anno. Chi è una goccia nel mare non guadagna nulla sul diritto d’autore.  Il locale che “fa suonare” – è vero – il borderò della SIAE lo compra, ma poi se ne dimentica oppure intenzionalmente non lo consegna o non lo fa compilare, giocando sul rischio di essere scoperti piuttosto che pagare la SIAE. In Inghilterra, dove ho suonato con un cantautore in  due suoi dischi,  scrivi i brani e li proteggi tramite o una licenza Creative Commons, oppure ti autospedisci il CD con ricevuta di ritorno, e quello è un documento valido per  dimostrare che in quella data hai composto i brani! Non esiste il bollino SIAE sui CD in  Inghilterra».

    Come giudichi il ritorno del vinile?

    «Per un discorso nostalgico, andrebbe anche bene. Ma costa tantissimo perché è tornato di moda! E poi, se non hai un impianto hi-fi adeguato, ti perdi delle cose. A me piace il CD, anche perché ho poco tempo di ascoltare tra una trasferta e l’altra. Certe cose mie le metto in streaming perché hanno il loro posto lì. Però preferisco semplicemente il CD come supporto fisico».

     

    Michele Bensa

  • PUC, fase finale: le proposte di comitati e associazioni genovesi

    PUC, fase finale: le proposte di comitati e associazioni genovesi

    genova-centro-veduta-panoramaCi siamo quasi. L’iter di approvazione del PUC (Piano Urbanistico Comunale) approda alla fase finale. Il Comune di Genova si appresta ad approvare le controdeduzioni alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica) presentata dalla Regione Liguria che, pur emettendo un parere finale non negativo, ha espresso una serie di rilievi – di carattere sia generale, sia particolare – sul progetto preliminare di PUC.
    «La VAS ha recepito molte delle osservazioni depositate dalle varie associazioni, adottando la politica della riduzione del consumo di suolo – spiega Andrea Bignone, portavoce del comitato genovese Salviamo il Paesaggio, che raggruppa oltre 50 realtà associative – Al contrario, il Comune continua a prevedere indici di urbanizzazione un po’ ovunque, in ambito urbano e agricolo». Insomma, nonostante le alluvioni, la consapevolezza dell’eccessiva urbanizzazione e impermeabilizzazione del suolo «Gli amministratori della città si ostinano a voler prevedere nuove aree edificabili», sottolinea Bignone.

    L’11 novembre il Forum Salviamo il Paesaggio ha partecipato all’audizione dei comitati civici e delle associazioni, presso la commissione comunale V Territorio, in merito alle osservazioni della VAS. In tale occasione il comitato genovese ha rilevato che «A fronte di un trend demografico negativo (-3,87% in 10 anni), di 15.000 abitazioni vuote, di edifici abbandonati, vi siano previsioni di crescita demografica e di nuovi volumi». Per l’amministrazione comunale «È stato possibile basarsi su dati urbanistici del 2001 (12 anni fa!) per fare una previsione pianificatoria che dovrebbe riguardare i prossimi 10 anni. La nostra proposta (come quella della Regione e del Ministero) è di compilare il questionario sul Censimento del cemento, che abbiamo inviato a Palazzo Tursi, per avere una situazione aggiornata ed oggettiva dell’espansione urbanistica del Comune».
    La rete Salviamo il Paesaggio ha ricordato come «La demolizione e ricostruzione in altro sito su suolo permeabile comporta un raddoppio di impermeabilizzazione, in quanto il suolo si forma con una velocità di circa 1-2 cm ogni 100 anni, quindi non recuperabile in tempi brevi. Pertanto “demolizione” non è direttamente proporzionale a “permeabilità” del suolo. Abbiamo quindi proposto di permettere le perequazioni solo su terreni già impermeabilizzati».
    Infine, il comitato genovese ha messo in guardia da eventuali scorciatoie «La messa in sicurezza con il nuovo piccolo scolmatore, non deve essere il grimaldello per cementificare l’area di Terralba (parco ferroviario) e permettere così nuove costruzioni, ma piuttosto per avviare dei progetti partecipati con la cittadinanza di gestione di un “nuovo bosco in città”, sulla base dell’esperienza milanese».

    «Numerose sarebbero state ancora le nostre osservazioni – racconta il portavoce Andrea Bignone – Purtroppo, però, il tempo concessoci era limitato. E allora ci chiediamo se c’era davvero la volontà di ascoltarci, oppure limitarsi alla comparsa partecipativa, visto che un tema così complesso richiede necessariamente tempi più lunghi di una semplice delibera. Il nostro obiettivo di riduzione del consumo di suolo è entrato nelle agende politiche di Governo e Regioni (siamo stati auditi alla Camera dei deputati per discutere le Proposte di Legge in discussione sul tema del consumo di suolo), ma pare che non sia nell’agenda del Comune».

    monte-moro-A2Il Forum Salviamo il Paesaggio propone «Uno stop al consumo di territorio che preveda anche una sospensione dell’efficacia dei vigenti strumenti di pianificazione urbanistica ,che individuino interventi di qualsivoglia natura, sulle superfici agricole e aree verdi urbane». Secondo la rete di associazioni «Il volano dell’economia non è più il cemento, ma il recupero, il riuso, le ristrutturazioni, l’incentivazione al vero presidio agricolo, che è solo fatto da chi la terra la coltiva per produrre il cibo che consumiamo. I presidi che non prevedano un’attività agricola produttiva non garantiscono alcuna sicurezza del territorio, anzi rischiano nel tempo di diventare un boomerang, con l’abbandono dei muretti a secco e delle terre».

    La richiesta di fermare il consumo di territorio nel PUC viene avanzata anche con una raccolta di firme da presentare al Comune. L’appello, intitolato “La città che vogliamo: Stop alle nuove costruzioni”, è il seguente: «Considerato l’alto indice di urbanizzazione e impermeabilizzazione del suolo, lo stato di abbandono del territorio e il rischio idrogeologico che ne consegue, le difficoltà di accesso alla terra per la produzione agricola locale, l’alto numero di edifici vuoti e l’andamento demografico decrescente, io cittadino genovese, chiedo che il PUC (Piano Urbanistico Comunale) non preveda ulteriore consumo di terreno libero, né in superficie, né sottoterra. Stop al consumo di territorio».

    Inoltre, mercoledì 4 dicembre, a Palazzo Tursi (salone di rappresentanza), dalle ore 17:15, si svolgerà una tavola rotonda sul nuovo Piano Urbanistico Comunale con un pool di esperti urbanisti e amministratori che dello stop al consumo di suolo hanno fatto il perno dei piani regolatori dei propri comuni. I relatori sono: Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia); Guido Montanari (docente di storia dell’architettura contemporanea del Politecnico di Torino e assessore all’urbanistica comunale di Rivalta); Roberto Corti (sindaco di Desio); Domenico Finiguerra (ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano); Fabio Balocco (avvocato ambientalista -Pro Natura). Parteciperà Giovanni Barbagallo, assessore all’agricoltura della Regione Liguria, mentre per il Comune di Genova è stato invitato il Sindaco Marco Doria.
    L’interessante confronto “La pianificazione territoriale, come affrontare il tema del consumo di territorio” è promosso dalla rete di oltre 50 associazioni genovesi che dicono “No al consumo di territorio” e chiedono alle giunte e ai consigli comunali, in primis quelli del capoluogo ligure, di adeguare i propri piani regolatori a un principio che ormai sta consolidandosi a livello teorico e pratico, come dimostrano esempi sempre più frequenti in tutta Italia.

     

    Comitati, reti e associazioni che hanno avviato la campagna di raccolta firme

    Rete if, tavolo agricoltura; Forum salviamo il paesaggio, Genova; Acli Liguria; Aiab Liguria; Amici del Chiaravagna onlus; Amici di Pontecarrega; Arci Genova; Attac; Circolo arci barabini di trasta; Circolo arci belleville; Circolo arci culturale Fegino; Circolo arci erba voglio; Circolo arci futuro primitivo; Circolo arci pianacci; Circolo arci zenzero; Comitato acqua bene comune Genova; Comitato acquasola; Comitato contro la cementificazione di Terralba; Comitato protezione Bosco pelato; Coordinamento gestione corretta rifiuti della Liguria (gcr Liguria); Fair; Gestione corretta rifiuti Genova (gcr genova); Italia Nostra; Legambiente LIguria; Le serre di San Nicola di Castelletto; Libera Genova; Liguria biologica; Mdc Genova; Medicina democratica; Medici per l’ambiente (i.s.d.e.); Movimento consumatori Liguria; Movimento decrescita felice Genova; Slow food Liguria; Terra! onlus; Vivere in collina; Wwf Genova; Wwf Italia sezione regionale Liguria; Y.e.a.s.t. youth europe around sustainability tables; GasaGenova; A.s.c.i. Liguria; Circolo nuova ecologia; Circolo arci lavoratori sturlesi accipicchia; Slow food Genova; Comitato genitori istituto comprensivo Pra’, Mfe Genova; rete Voglio la Gavoglio; arci Primo Maggio; Genova Bene Comune; Ingegneria senza frontiere; Anemmu in bici a Zena.

     

    Matteo Quadrone

  • Villa Doria, Pegli: restauro del parco da completare entro l’estate

    Villa Doria, Pegli: restauro del parco da completare entro l’estate

    villa-doria-pegli-cantiereSono partiti proprio due anni fa, il 28 novembre 2011, i lavori all’interno del parco di Villa Doria, una delle più conosciute tra le tante storiche ville del quartiere genovese di Pegli. All’epoca era stata stanziata dall’amministrazione comunale un cifra pari a 647.774,74 euro per la manutenzione generale del parco, per la ristrutturazione del laghetto e del tempio costruito dall’artista Galeazzo Alessi dedicato alla dea Diana, con statua annessa. I lavori, che dovevano essere conclusi entro l’8 novembre 2012, sono però ancora in corso e il cantiere sembra abbandonato. Come mai? Stefano Barabino, del gruppo consiliare Pdl del Municipio Ponente, ha presentato proprio pochi giorni fa in consiglio un’interrogazione a risposta immediata (Art. 35 RMP) rivolta all’Assessore municipale Maria Rosa Morlè e al presidente del Municipio VII Mauro Avvenente. Lo stesso Barabino racconta: «L’interessamento è nato dalle sollecitazioni di alcuni cittadini, che hanno lamentato il fatto che i lavori non fossero ancora ultimati e hanno altresì denunciato lo stato di abbandono del cantiere. Sembra che, attualmente, sia tutto fermo e gli operai non stiano lavorando. Perché?»

    Queste le problematiche messe in luce nel corso dell’interrogazione di Stefano Barabino e che abbiamo potuto confermare dopo il nostro sopralluogo in occasione di #EraOnTheRoad: siamo in presenza di un cantiere fantasma, di operai non vi è alcuna traccia; dopo più di un anno dalla presunta data di fine opera, i lavori risultano in evidente stato di ritardo nonché di abbandono, generando anche la presenza di rifiuti, non derivanti dai lavori stessi, nell’area del cantiere; l’area di cantiere risulta di facile accesso grazie a un varco presso le recinzioni, per cui è facile introdursi all’interno. Ciò potrebbe costituire un pericolo per l’incolumità personale, senza contare che  malintenzionati avrebbero gioco facile nell’introdursi all’interno del cantiere e sottrarre materiali necessari all’opera con conseguente danno economico.

    La paura di molti pegliesi, data la situazione, era che i fondi stanziati due anni fa risultassero ormai insufficienti per l’avanzamento dei lavori (da qui il blocco). Tuttavia, l’Assessore Morlè ha saputo rasserenare gli animi: i fondi stanziati all’epoca non sono esauriti e, se è vero che i lavori si sono fermati, ripartiranno in breve tempo, concludendosi nel giro di sei mesi.

    I ritardi, come ha spiegato l’assessore, dipendono da tre fattori: in primo luogo, il ritrovamento di residuati bellici all’interno dello scavo del cantiere, che ha costretto a un primo stop; in secondo luogo, un cambio nella direzione dei lavori (oggi affidata all’Arch. Paola Ferrari); in ultimo, la fragilità degli argini del laghetto, che non permettevano di sostenere il carico dei lavori. Proprio quest’ultimo punto ha costretto a uno stop più drastico: è stato necessario interpellare la Sovrintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici e chiedere la messa in sicurezza degli argini.

    Al momento, dopo aver inoltrato una richiesta ufficiale, si è ancora in attesa della pronuncia della Sovrintendenza, ma nulla fa presupporre un parere contrario in tal senso. Non appena sarà stata effettuata la fortificazione delle pareti del laghetto, i lavori riprenderanno: da quel momento, nell’arco di sei mesi -assicurano dal Municipio VII- saranno ultimati. Sembra che la prossima estate i pegliesi potranno godere di nuovo del loro bel parco nel cuore della città, finalmente libero da ponteggi.

    Così ancora Barabino: «Pegli è uno dei quartieri più ricchi di verde di tutta Genova, le cui ville però, come spesso capita in questi tempi, versano in evidente stato di abbandono malgrado gli sforzi delle amministrazioni per rendere le aree fruibili a tutti i cittadini. Vogliamo occuparci delle esigenze dei bambini in cerca di spazi dove giocare senza il pericolo delle autovetture, e degli anziani che vogliono prendere una boccata di aria salubre, lontano dall’inquinamento del traffico cittadino. Il parco di Villa Doria ha un gran potenziale, ci sono ampi spazi poco sfruttati: ricordo che fino a 15 anni fa qui in estate si organizzavano sagre e fiere estive con bancarelle, spettacoli pirotecnici e tanti eventi, ma oggi non è più così. Nel tempo, le ritrosie dei negozianti (contrari alla presenza di stand) e la diversa congiuntura economica hanno fatto sì che i finanziamenti scemassero. Adesso sarebbe auspicabile tornare alle vecchie abitudini (magari ridimensionate rispetto a prima, in mancanza di fondi) e ridare a Pegli l’appeal che merita».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

  • Orchestra of Spheres: talmente “Altrove” da raggiungere le sfere

    Orchestra of Spheres: talmente “Altrove” da raggiungere le sfere

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    L’Orchestra of Spheres sul palco dell’Altrove alla Maddalena

    Il secondo appuntamento del ciclo musicale del teatro Altrove, curato dall’associazione Disorder Drama, ha visto protagonista l’Orchestra of Spheres. Un nome che non suonerà certamente nuovo alla fetta di pubblico più preparata – è il caso di dirlo – sulla scena electro-prog del panorama mondiale. Ensemble neozelandese, l’Orchestra of Spheres propone un accurato “afro kraut beat” (come da locandina), ma è il titolo del loro primo EP a descriverne al meglio le sonorità: “Space Art Music”.

    L’Orchestra of Spheres non solo riesce nell’ambiziosa impresa che il nome stesso fa presagire, ovvero condurre la propria ricerca nella pitagorica musica delle sfere, ma porta sul palco una scenografia ricca, fatta di costumi, strumenti costruiti a mano ed eccentriche movenze tribali. Caratteristiche che fanno tornare alla mente i Gong di David Allen (fondatore non di meno dei leggendari Soft Machine), visionario chitarrista space-prog, che lo stesso Baba Rossa – membro dell’Orchestra – ha ammesso, tra una chiacchiera e l’altra a fine concerto, di adorare (assieme a Robert WayattBrian Eno e Sun Ra). Non solo: il chitarrista e tastierista neozelandese, alla domanda di cosa ne pensasse di Genova, si è anche lasciato andare a un incontenibile e spontaneo moto di entusiasmo, insistendo su come la città contenga bellezze che pochi altri luoghi sono in grado di racchiudere.

    I membri Baba RossaMos IocosEtonalEJemi Hemi MandalaTooth, sono anche i fondatori della Frederick Street Sound and Light Exploration Society, uno spazio sociale autogestito collettivamente con altre realtà artistiche della scena culturale di Wellington. Il loro primo disco “Nonagonic Now” (registrato nel 2011 e disponibile in streaming sul loro bandcamp), convince immediatamente con i suoi 45 minuti di groove alieno e poliritmie africane, percussività eclettica e rintocchi elettrificati di gamelan indonesiani. Non da meno il secondo lavoro, “Vibration Animal Sex Brain Music”, un altro titolo-manifesto della direzione musicale intrapresa dalla band. Registrato nel Settembre 2012 in Italia (segno di quanto la scena nostrana accoglie a dovere chi lo merita), “is a surreal road-trip through a hyper primal, fuzzed-out, synth laden, garden of Eden”, facendo dell’Orchestra “a futuristic bunga-bunga party band for 22nd century boom-boom cults”.

    Il riconoscimento internazionale giunge immediato, con una richiesta live impressionante. La band si è esibita a Genova dopo 14 concerti nell’ultimo mese nelle principali città europee (tra cui BerlinoLondraMilanoTolosaAmburgo), e altrettanti in programma per Dicembre. Nel repertorio dei due album (tra cui spiccano la seduta ipnotica di Rotate, il delirio psichedelico di Numbers, il funk extraterrestre di Hypersphere e la passeggiata lisergica di Journey, con alcune incursioni del nuovo album, in uscita il mese prossimo) non vengono sacrificate le loro radici, che emergono in alcuni testi scritti nell’idioma māori autoctono. Nota dolente di un’attività così movimentata: “half the band’s gear was stolen from the back of their tour van in Poland. Now, somewhere in suburban Krakow, the Spheres’ unique homemade instruments, including the sexomouse   marimba and electric gamelan, are changing the sound of the Polish underground for the better” (come si legge sul loro sito).

     

    Nicola Damassino