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  • Società partecipate, la giunta presenta la delibera che apre ai privati

    Società partecipate, la giunta presenta la delibera che apre ai privati

    palazzo-tursi-D4Di indirizzo doveva essere e di indirizzo sarà. Sempre che riesca a trovare la maggioranza in Consiglio comunale. La delibera sulle società partecipate dal Comune di Genova (di cui in tabella potete osservare nel dettaglio i singoli assetti), che fa discutere da quest’estate e che era stata ritirata dalla stessa giunta nell’ultima seduta utile prima delle vacanze, nel contesto di continue manifestazioni di dissenso da parte delle associazioni sindacali, è stata nuovamente approvata da sindaco e assessori. Con qualche ritocco e precisazione in più rispetto al documento presentato, in fretta e furia, poco meno di tre mesi fa,  la giunta conferma sostanzialmente l’apertura all’ingresso di capitali privati che possano consentire l’ampliamento degli orizzonti industriali delle società e la loro sopravvivenza economica.

    «Dopo il rinvio tecnico – ricorda il vicesindaco Bernini – abbiamo sviluppato un fitto dialogo con tutte le rappresentanze sindacali, comprese quelle di categoria, alla presenza anche degli amministratori delle società partecipate. Un lavoro faticoso ma fruttuoso che, da un lato, ci ha consentito di fare un quadro completo su tutte le ramificazioni che il Comune ha dentro le società, dall’altro, ci ha permesso di apportare correttivi alla delibera, recependo alcune istanze dei lavoratori».

    Ma il lavoro fatto fin qui non sembra sufficiente a placare gli animi. Sia sul fronte sindacale che su quello politico, soprattutto tra le fila di una multisfaccettata maggioranza che mostra ormai da tempo segni di cedimento. Così, la riunione già convocata per lunedì prossimo difficilmente finirà a tarallucci e vino. Secondo alcune indiscrezioni, infatti, pare che una buona fetta di maggioranza avesse espressamente richiesto di condividere il documento all’interno della mura di Tursi prima di presentarlo ufficialmente alla stampa e, quindi, ai genovesi. Invece, ieri mattina si è passati direttamente dalla seduta di giunta alla conferenza con i giornalisti. A cui, tra l’altro, non ha partecipato il sindaco Marco Doria, la cui motivazione ufficiale di altri impegni istituzionali ha destato più di un sospetto.

    Critiche anche le reazioni da parte dei sindacati di base che affidano la risposta a un comunicato unitario, in cui si definisce la delibera “una scelta che ha il sapore dell’autoreferenzialità, un’accelerazione imposta che rischia di scaricare su lavoratori e cittadini le scelte sbagliate compiute in questi anni dall’amministrazione comunale”. Per Cgil, Cisl e Uil il documento presentato ieri interrompe bruscamente il positivo percorso di confronto “esclusivamente per ragioni di interesse politico, e non in quello dei lavoratori e della città, non accogliendo peraltro le correzioni e le proposte di merito avanzate dalle Organizzazioni sindacali”.

     

     La delibera sulle partecipate: occhi puntati su Amt, Amiu e Aster

    Veniamo alla delibera, che nella struttura e nella sostanza non presenta clamorosi cambiamenti rispetto agli intendimenti già manifestati a fine luglio. «Si tratta di un documento più didascalico e prescrittivo – sostiene Bernini – che si apre anche a importanti riflessioni circa il futuro prossimo della città».

    amt-trasporto-pubblico-d1Naturalmente l’attenzione è puntata sulle tre partecipate più grandi: Amt, Amiu e Aster. Sull’Aziendà Mobilità e Trasporti c’è ben poco da dire, se non che la Giunta aspetta i risultati definitivi della valutazione dell’Advisor per poter presentare al Consiglio comunale, entro la fine dell’anno, una proposta operativa che garantisca la sopravvivenza economica dell’azienda e un livello qualitativamente e quantitativamente accettabile del servizio.

    Rifiuti

    Per quanto riguarda Amiu, invece, la delibera richiede al management l’adozione di un nuovo piano industriale che contempli l’opportunità di aprirsi all’ingresso di capitale privato, con partecipazione non di maggioranza, per uscire dalla condizione di società in-house che altrimenti bloccherebbe ogni prospettiva di sviluppo per l’azienda.

    A differenza della prima stesura della delibera, dunque, non si parla più direttamente di cessione di una quota della società.

    «Ad ogni modo – sottolinea Bernini – non spetta a noi entrare nel merito specifico di come questi obiettivi debbano essere raggiunti. Noi diamo solo delle linee di indirizzo e saranno poi gli amministratori delle società a dover presentare un dettagliato piano industriale».

    Simile, ma molto più urgente per questioni di bilancio, la situazione di Aster, per cui viene richiesto alla società di presentare un nuovo piano industriale, secondo la riorganizzazione illustrata, entro la fine del 2013. «Aster deve diventare meno Comune-dipendente, vista la situazione in cui versano le casse di Tursi», sorride Bernini. Che poi, più seriamente, aggiunge: «Con questa delibera il Comune non vuole fare cassa, quanto piuttosto reperire le risorse necessarie per valorizzare le società dal punto di vista industriale, facendo compiere un salto di qualità che nel futuro potrà consentire l’apertura a orizzonti più ampi». Il riferimento è chiaramente alla nuova legge regionale che, in virtù anche del processo di realizzazione delle Città Metropolitana, obbligherà le società partecipate a svincolarsi dallo status di in-house per poter concorrere all’assegnazione di commesse in ambiti territoriali più estesi. «Ad esempio – incalza Bernini – Aster potrebbe entrare in una gara per la fornitura di bitume per le opere stradali necessarie alla realizzazione del Terzo Valico. Oppure potrebbe avvalersi della collaborazione di partner specifici per interventi di risparmio energetico nel Comune di Genova, con l’investimento di un capitale privato che miri a costituire un know-how da poter esportare poi oltre confine».

    I vertici delle aziende, almeno per il momento, si trincerano dietro il più istituzionale dei “no comment”. Ma nel frattempo sono già al lavoro per studiare le misure necessarie a rispondere alle esigenze del Comune. «È vero che il mandato non è ancora formale – ammette Bernini – ma è anche vero che gli amministratori hanno già ricevuto informalmente queste direttive, dal momento che hanno preso parte alle riunioni in cui sono state via, via costruite». Ora la parola passa alle commissioni competenti, prima di tornare in Aula e sottoporsi al giudizio dei consiglieri, verosimilmente all’inizio di novembre.

    Il termine privatizzazione, dunque, non compare mai nel testo licenziato dalla giunta. Ma le note di indirizzo agli amministratori delle società partecipate sono piuttosto precise e partono tutte da un presupposto fondamentale: il riconoscimento dei settori ritenuti strategici e che, quindi, devono rimanere prevalentemente a gestione pubblica. Da questo riassetto complessivo, la Giunta conta di reperire alcune risorse che la stessa delibera vincola ad essere riutilizzate per l’abbattimento del debito, l’investimento in settori riorganizzati e strategici come i trasporti e l’housing sociale e l’adozione di provvedimenti che garantiscano un maggior controllo pubblico su settori di particolare interesse come quello idrico.

     

    Il caso dei Bagni Marina e di Farmacie Genovesi

    Tra gli ambiti ritenuti non particolarmente strategici, rientra l’operato di Bagni Marina e Farmacie Genovesi. Per queste due società viene predisposta la cessione nel caso in cui il bilancio economico-patrimoniale non dovesse raggiungere l’equilibrio. «Per quanto riguarda i Bagni – spiega Bernini – il Comune deve vigilare affinché vengano resi accessibili tutti i servizi anche alla fasce più deboli. Ma per fare questo possiamo utilizzare strumenti diversi rispetto a una partecipazione economica in perdita». Diversa la situazione per le Farmacie comunali (8 quelle ancora attive rispetto alle 11 iniziali), nate per coprire buchi del settore privato che attualmente non sussistono più. Grazie alla riorganizzazione che ha portato ad esempio a esternalizzare il costo dei magazzinieri, dai 130/140 mila euro di passivo del 2012 si potrebbe arrivare al pareggio nell’anno in corso.

     

    L’ultima disposizione della delibera riguarda il comparto occupazionale. La giunta, infatti, si fa promotrice della definizione di un protocollo di mobilità tra le varie partecipate, coinvolgendo laddove possibile anche il Comune stesso, incentivando il più possibile il turn-over con la conseguente assunzione delle professionalità necessarie a compiere il tanto agognato salto di qualità.

     

    Simone D’Ambrosio
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Stampa inglese, addio watchdog: da Fleet Street a Rupert Murdoch

    Stampa inglese, addio watchdog: da Fleet Street a Rupert Murdoch

    giornaliSi chiama Fleet Street, si trova nella City londinese ed è stata per diversi secoli il cuore pulsante della stampa britannica. A Fleet Street journalist si dice ancora oggi per parlare di un professionista della carta stampata di un certo livello. La storia di Fleet Street incomincia nei primi anni del 16mo secolo, quando appaiono le prime stamperie e la via, che ora ospita diverse sedi di banche e società che operano nell’alta finanza, inizia a popolarsi di editori e di giornali.

    E’ nel 19mo secolo che si assiste al boom definitivo della carta stampata britannica e a Fleet Street arrivano, tra gli altri, importanti giornali e agenzie di stampa quali The Daily Telegraph, The Daily Mirror o Reuters, che però a uno a uno abbandonano alla fine del XX secolo la vecchia sede per trasferirsi nei nuovi centri della stampa britannica, ovvero Canary Wharf e Southwark, altri quartieri della capitale.

    A feral beast, “una bestia selvaggia”, così Tony Blair verso la fine del suo mandato decennale da primo ministro aveva definito Fleet Street. I toni della stampa britannica spesso sono schietti e diretti nei confronti del potere politico, ma Blair era evidentemente infastidito da titoli e articoli che mettevano in luce le contraddizioni di un governo che di laburista ebbe poco altro se non il nome, come dimostrò per esempio la netta presa di posizione a favore dell’intervento militare in Medio Oriente nel periodo post-Torri Gemelle. Forse l’ex premier proveniente dalla Scozia avrebbe desiderato dei giornalisti più mansueti, delle scimmiette ammaestrate ossequiose nei confronti del Primo Ministro di turno pur di mantenere un posto, una trasmissione televisiva, una colonna su un quotidiano e un lauto stipendio, magari per un canale pubblico o per un quotidiano che va avanti grazie ai finanziamenti dei partiti politici… Vi richiama alla memoria qualche similitudine con l’Italia la figura del giornalista in livrea auspicata da Blair?

    Fatto sta, comunque, che negli ultimi anni anche l’informazione britannica, da sempre considerata watchdog, “cane da guardia”, del potere, ha subito diverse restrizioni alla sua libertà di azione, non tanto a causa di leggi-bavaglio (per quelle per adesso abbiamo ancora noi il primato e il copyright), quanto per le persone – poche e spregiudicate – alle quali è finita in mano.

    Un nome su tutti? Rupert Murdoch, il magnate australiano che, oltre a controllare Sky, in Inghilterra già dagli anni Sessanta è diventato padrone del Sun, un tabloid la cui linea editoriale si è sempre fatta distinguere per calunnie, maschilismo e razzismo.

    Purtroppo, analogamente a quanto è accaduto in Italia con la televisione pubblica che ha seguito il degrado della tv privata, anche in Inghilterra alcuni giornali hanno preferito inserirsi nel solco tracciato dal Sun anziché distaccarsene. E’ stato per esempio questo il caso del Mirror, tabloid che specialmente nel periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale si era distinto nel suo intento informativo ed educativo.

    Il guaio è che Murdoch, oltre a comprare il Sun si è anche nel frattempo preso The Times, il monumento del giornalismo inglese. Se a essi sommate i canali televisivi posseduti dal tycoon australiano, oltre alle sue frequentazioni bipartisan con Laburisti (Blair in testa) e Conservatori, capirete bene che quando si parla di oggettività dell’informazione, beh, un piccolo dubbio si insinua. Ecco perché, inoltre, quando si sentono alcuni giovani (sulla carta di identità) aspiranti leader di casa nostra parlare di modello-Blair e New Labour all’italiana francamente è dura non avere i brividi – e non per il freddo…  See you!

     

    Daniele Canepa

  • Agenzie immobiliari, foglio visita e caparra confirmatoria

    Agenzie immobiliari, foglio visita e caparra confirmatoria

    Geometra Impazzito di Alberto MarubbiQuesta settimana raccolgo due segnalazioni dei nostri lettori, cercando di trasformarle in buoni ed utili consigli.

    La prima proviene dalla signora Giovanna, la quale mi riferisce di essersi recata presso un’agenzia immobiliare per potere visionare un appartamento che suscitava il suo interesse. Al momento di entrare nell’appartamento, l’agente fa sottoscrivere alla signora un foglio visita con l’esplicazione della percentuale dovuta all’agenzia in caso di affare andato a buon fine (il 4% come provvigione). Successivamente, la signora scopre che l’agenzia non ha l’esclusiva e che un’altra agenzia vende quel medesimo appartamento chiedendo la metà della provvigione. Che fare?

    I punti in questione sono diversi e qui li sintetizzo. Il cd. foglio visita è obbligatorio per legge e ha un duplice scopo: con esso l’agenzia può dimostrare di avere trovato il compratore (e quindi si autotutela) e non lede la legge sulla privacy nei confronti del proprietario dell’appartamento in vendita. Da ultimo, nel foglio visita ci sarà sempre indicata una data: quella data è fondamentale.
    Difatti, tra due agenzie “litiganti” non c’è la terza che gode, ma può godere soltanto quella che per prima ha fatto visionare l’immobile.
    Un’ultima annotazione: sotto i 100.000 € di valore è di prassi che le agenzie chiedano il 4% di provvigione.

    Il secondo caso riguarda la caparra confirmatoria e ce lo sottopone il sig. Mario.
    Egli ci scrive di avere formulato proposta di acquisto di un immobile, con tanto di compromesso e di versamento della caparra confirmatoria. Successivamente, Mario rinuncia all’acquisto dell’immobile ed è perfettamente consapevole che “perde” la somma versata a titolo di caparra confirmatoria. Senonché il venditore veniva a richiedergli anche la restituzione della somma versata all’agenzia immobiliare intervenuta nella conclusione dell’affare.
    Molto sinteticamente, la caparra confirmatoria si può definire, già di per sè, un risarcimento, comprensivo quindi di qualsivoglia onere, financo la provvigione dell’agenzia immobiliare; pertanto, il venditore non può avere più nulla da pretendere.

    In conclusione, vi ricordo sempre una buona regola: informatevi al meglio prima commettere errori grossi come una casa!

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Alberto Marubbi]

  • Una, due, mille realtà: “Quello che c’è fuori è tutt’altro tema…”

    Una, due, mille realtà: “Quello che c’è fuori è tutt’altro tema…”

    letteredallaluna-calamaioPrendi ad esempio un gruppo di amici, nelle più classiche delle circostanze confidenziali, seduti a discorrere intorno ad un fuoco o a tavola davanti ad un piatto. È semplice comprendere quanto parte della realtà che percepiamo nasconda svariati aspetti bui, che tendiamo ad ignorare quando ci rapportiamo con la gente. In una qualunque discussione su qualsivoglia argomento, gli interventi dei presenti non è affatto detto che rispecchino o spieghino il loro punto di vista, l’opinione, che il soggetto parlante sostiene e magari vorrebbe anche spiegare.

    Vuoi per cosciente falsità o desiderio di tacere e così ascondere vari anfratti di sé e del proprio pensiero, vuoi per l’oggettiva impossibilità di spiegare, di riuscire attraverso il linguaggio a rendere anche minimamente l’idea a chi ci sta ascoltando. Tuttavia quell’enorme fetta di noi, che consciamente o inconsciamente non riusciamo o non vogliamo rivelare, è totalmente presente e incide non poco sulla nostra percezione del reale in misura di quanto invece è assente in quella del nostro interlocutore, che non ne può sapere nulla e chissà, magari, che messaggio distorto gli è arrivato. D’improvviso una cerchia di amici intorno al fuoco può diventare un’agghiacciante esposizione di maschere.

    Quale ruolo ha nei rapporti umani quel che c’è e non si rivela? Quello che è, anche se non accade? Le parole sono condizionate da un’infinità di inibizioni, così i gesti e le intenzioni stesse di ognuno di noi. Quel che vedi non è tutto, quel che ascolti non è tutto, mai.

    Mancherà sempre qualcosa alla realtà per poterla definire tale.

    Sei silente universo
    che i sensi cinque in fila
    difendono
    dipingono
    perpetui
    costellano.
    Quello poi che c’è fuori
    è tutto altro tema.

     

    Gabriele Serpe

  • Finlandia, Tampere e Helsinki: profumi, luoghi e persone

    Finlandia, Tampere e Helsinki: profumi, luoghi e persone

    finlandia-helsinki-gabbiani-DILeggevo “Caduta libera” di Nicolaj Lilin quando uno scrollone mi ha fatto capire che l’aereo stava iniziando la fase di atterraggio. Superate le mille isole che formano uno spettacolare arcipelago siamo entrati dentro una nuvola per poi uscire sopra le verdi foreste finlandesi. Le punte degli alberi parevano grattare la pancia dell’aereo e la pista di atterraggio ancora non si vedeva. Improvvisamente è apparsa una piccola striscia di asfalto, le ruote si appoggiano dolcemente e l’aereo si ferma dopo un’iniziale brusca frenata. In attesa che aprissero i portelloni osservavo un addetto dell’aeroporto fuori dall’oblò, aveva un giaccone arancione allacciato fino al collo, un berretto in cotone che metteva caldo solo a guardarlo e dei guanti da operaio, nonostante la bella giornata ho pensato ci fosse freddo e mi sono preparato psicologicamente. Mentre scendevo le scale un raggio di sole caldo mi ha abbracciato e il termometro sopra la baracca del piccolo aeroporto segnava ventotto gradi, mi sono voltato a guardare quell’uomo tutto bardato, con una smorfia di interrogazione mi sono avviato verso l’uscita.
    L’aeroporto di Pirkkala è uno dei più piccoli che io abbia mai visto, la sala d’attesa è composta da alcune sedie in legno come quelle di scuola, un bar al piano superiore e uno shop di souvenir chiuso se il personale è impegnato nelle operazioni di check-in. Ho preso la navetta che con sei euro mi ha portato nel centro di Tampere in compagnia di alcuni studenti italiani che scontavano il loro periodo di Erasmus.

    In stazione mi aspettava una vecchia compagna di classe delle elementari che mi avrebbe accompagnato all’ostello, mi sentivo emozionato a rivederla dopo tanti anni. Il bus si è fermato nella piazza della stazione dove ho visto una ragazza con un cartello con scritto “Diego”, l’avrei riconosciuta comunque ma sono rimasto colpito dai mutamenti che può subire il corpo umano, era con il suo compagno, un ragazzo libanese che di mestiere fa l’interprete e il traduttore, nonostante il suo aspetto non fosse rassicurante era tuttavia simpatico e socievole. Mi hanno accompagnato in ostello, avevo un letto prenotato in una stanza comune per dodici persone, ho sistemato i bagagli e abbiamo fatto un giro veloce per le vie del centro. Ci siamo seduti sui gradini del teatro nella piazza principale, hanno deciso di raccontarmi la loro storia non priva di colpi di scena, mi hanno indirizzato verso alcuni posti da visitare per poi ritornare al loro destino, io ho proseguito solitario alla ricerca di un pasto caldo.

    Il primo impatto con l’ostello è stato con l’uomo della sicurezza, un ciccione che stava seduto su una sedia a guardare un film in bianco e nero mangiando dei nachos. Il suo sguardo di pietra mi fissava, sembrava avesse visto un alieno, mentre mi avvicinavo notavo le briciole sul pizzetto e il labbro inferiore immobile con la bocca leggermente aperta e una mano ancora dentro il sacchetto. Ho percorso il corridoio che ci separava con un passo stile “Mezzogiorno di fuoco”, quando gli sono arrivato davanti era immobile, sembrava di cera. Qualcuno doveva rompere quel silenzio, ho esordito con un “good night” ricevendo in cambio un cenno del capo, con lo sguardo ha seguito i miei movimenti fino a  che non sono sparito dietro l’angolo. Nonostante l’uomo della sicurezza il Dream Hostel è un ottimo ostello dove pulizia e efficienza regnano sovrani, la cucina è aperta a tutti e la sera la sala è piena di ragazzi che parlano, si conoscono, giocano a poker e utilizzano il WiFi gratuito. La mia compagnia serale era formata da un croato iperattivo sulla quarantina, un tedesco in sedia a rotelle, un disadattato italiano con una maglia nera dei Megadeath, un francese e un marocchino residente Bologna che non sapeva neanche il motivo per cui si trovava a Tampere. Giocavamo a poker per passare le serate, le partite duravano fino a quando il croato decideva di smettere sollevando il tavolo e rovesciando tutto quello che c’era sopra, era chiaro che non sapeva perdere, il ciccione della sicurezza arrivava puntuale a tavola ormai rovesciata guardandomi con occhiate sospette.

    Ma veniamo al dunque… Tampere sorge tra i laghi Nasijarvi e Pyhajarvi che hanno una differenza di altitudine di 18 mt, il centro è piccolo e scarno di grosse attrattive e neanche troppo ben frequentato, in contrapposizione la natura esplode in tutte le sue forme appena si esce dalla città. I ristoranti si contano sulle dita di una mano e non tutti ispirano fiducia, inoltre i prezzi dei piatti sono alti e l’istinto mi ha guidato verso il primo fast food disponibile, la catena Hesburger, l’omologo finlandese del McDonald’s con la differenza che i nomi dei panini sono scritti in finnico e di conseguenza è difficile fare delle scelte, fortunatamente l’inglese unisce tutto il mondo e un cheeseburger e delle crocchette di pollo sono state facili da ordinare.

    Il primo giorno di buon mattino ho camminato sulle sponde del lago inferiore, lungo tutto il suo perimetro si percorre un sentiero dentro a un parco naturale, gabbiani, corvi, aironi e cormorani popolano le rive in attesa di qualche pesce da mangiare. Ho riposato su un prato che terminava con una piccola spiaggia, decine di persone godevano del caldo eccezionale, mi sono spogliato e immerso nel lago, nonostante la temperatura esterna le acque sono gelide a causa dell’escursione termica che avviene nelle ore notturne. Rigenerato e ancora inconsapevole del raffreddore che sarebbe arrivato dopo poche ore, mi sono incamminato verso il centro per pranzare. Dentro un palazzo della via principale ho trovato un vecchio mercato in legno, Kuppahalli, al suo interno banchi di carne di renna, alci e scatolette di orso, negozi di souvenir ed economici ristorantini, ho ordinato una zuppa di pesce con trancio di salmone da leccarsi i baffi e una pentola di cozze in umido. Il pomeriggio ho preso una bici a noleggio per visitare il lago superiore e un parco a nord della città, dopo tre ore di pedalate mi sono dedicato allo shopping nel piccolo centro di Tampere e terminare la giornata con una sontuosa cena da Hesburger.

    Il mattino seguente ho preso il treno alle 8 del mattino per Helsinki, i costi dei trasporti sono altissimi ma il servizio è di un’eccellenza unica, la puntualità, la pulizia, il Wi-Fi gratuito e funzionante, il servizio di ristorazione, le poltrone con lo schienale retraibile, l’attacco per la corrente e per le cuffie della radio rendono il viaggio estremamente comodo e piacevole. Questo è quello che avrei scritto se non avessi preso il treno di ritorno in classe economica, gente ammassata come bestie al macello si spartiva un fazzoletto di spazio tra un vagone e l’altro, per un attimo mi sono sentito a casa.

    Ad Helsinki ho prenotato una stanza presso l’ostello dello stadio olimpico, una volta sceso dal treno ho cercato le indicazioni e ho attraversato a piedi il parco con lo splendido lago che separa la stazione dallo stadio. Lungo le sue rive ci sono due piste, una ciclabile e una pedonale dove ad ogni ora del giorno centinaia di persone si tengono in forma facendo sport immersi nella natura pur essendo in centro città. Non immaginavo che l’ostello fosse parte integrante dello stadio, si trova infatti nella curva e l’idea di dormire in quel posto così originale mi affascinava sempre di più.
    Helsinki è una città molto elegante, il centro è pulito e in ordine ed è facile veder passare alcuni senzatetto con grossi sacchi pieni di lattine e bottiglie vuote che inserite in appositi macchinari di smaltimento rifiuti differenziati pagano dieci o venti centesimi, un modo intelligente per tenere occupate le persone e rispettare l’ambiente.
    Il mare mi attirava come una calamita trascinandomi fino al porto dove ho pranzato con un ottimo trancio di salmone fresco e verdure, preso un caffè e fumato una sigaretta tra banchi di frutta e pesce fresco che si alternano sulla banchina del porto dove mendicanti e artisti cercano di spillare qualche moneta ai numerosi turisti che si aggirano alla ricerca di un battello per visitare le isole.


    Sulle note di “Spaced Cowboy” di Sly & the Family Stone sono salito a bordo della nave Mulligan per un tour di circa tre ore attraverso l’arcipelago, tempo necessario per vedere fari e verdi isolette con piccole case in legno, avvistare una foca, una coda di balena e ammirare il panorama della città vista da un’altra prospettiva.

    Sui gradini della grande cattedrale in legno che domina Helsinki, seduto tra coppie di innamorati e turisti giapponesi intenti a fotografare ogni cosa, scaldato dagli ultimi raggi di  una splendida settimana di sole attendevo il tramonto, nelle orecchie passava Paolo Conte, nulla sembrava più appropriato di “Diavolo Rosso” e quelle bambine bionde, con gli anellini alle orecchie.

    Il buio e il freddo dell’inverno reprime l’entusiasmo degli abitanti di Helsinki che esplode nelle stagioni più calde con manifestazioni artistiche e concerti lungo le vie della città dove tutto è più allegro e anche un viaggiatore solitario trova compagnia.
    Il mio viaggio in Finlandia sarebbe finito il giorno successivo quando avrei preso il traghetto per Tallin, ma quello è un altro viaggio.
    Un altro adesivo è stato attaccato sulla mia valigia, profumi, luoghi e persone di questa esperienza rimarranno sempre vivi nella mia mente come una fotografia da archiviare nell’album dei ricordi di una vita in giro per il mondo.

    Diego Arbore

  • La fine di Berlusconi e berlusconismo? Una questione di interessi

    La fine di Berlusconi e berlusconismo? Una questione di interessi

    campagna-elettorale-berlusconi-2008E’ davvero la fine di Berlusconi e del berlusconismo? Per rispondere a questa domanda occorre ripercorrere il percorso tortuoso che ha portato il Cavaliere a smentirsi e rismentirsi, fino a capitolare sul tragicomico voto di fiducia a Letta. Diciamo subito che quello che è realmente successo nelle segrete stanze delle politica e nelle menti dei protagonisti di questo psicodramma non si può ovviamente sapere: ma ciò non toglie che si possano fare delle ipotesi anche piuttosto realistiche.

    Innanzitutto pare che la sollevazione interna al PDL ci sia stata davvero, e che sia stata talmente ampia da imporsi, per una volta, sul volere dello stesso Berlusconi. Questo fatto inedito (sul quale francamente non avrei scommesso) comporta un clamoroso ridimensionamento della leadership arcoriana: il Cavaliere non ha più il controllo assoluto. In termini meramente elettorali si tratta di una mossa controproducente per tutto il partito, giustificata dal “senso di responsabilità” e dal “bene del paese”: ma esistono spiegazioni più soddisfacenti.

    Il colpo di testa di Berlusconi, col ritiro dei ministri e la minaccia concreta di far cadere il governo, rischiava di produrre (e stava già producendo) un risultato potenzialmente letale per il centro-destra: mettersi contro un fronte di opposizione compatto e impenetrabile.

    Nel passato molti dei successi politici di Berlusconi sono dipesi dalla sua capacità di trovare sponde tra le fila avversarie: da D’Alema a Violante, sono tanti i nomi dei supposti “nemici” del Cavaliere che nella pratica hanno spesso contribuito a salvarlo. Questa volta però, se il governo fosse caduto sancendo la fine delle larghe intese e sconfessando la linea del Presidente della Repubblica, lo smacco per il PD sarebbe stato troppo grande, col rischio elevatissimo che i democrats finissero per fare causa comune col fronte degli anti-berlusconiani duri e puri (cioè quel vasto movimento di opinione che va dal Fatto Quotidiano al M5S): una prospettiva pericolosissima e senza precedenti, oggettivamente non paragonabile né al contesto che portò alla rimonta su Prodi del 2006, né a quello in cui maturò l’ottimo 22% dell’aprile scorso.

    Resta il fatto, però, che finora Berlusconi aveva sempre, se non vinto, almeno pareggiato le sue scommesse elettorali; per cui, c’è da chiedersi: basta davvero una situazione di accerchiamento politico per giustificare questo attacco alla leadership del Cavaliere, cioè l’unica cosa che aveva garantito voti e poltrone e che per questo era stata seguita fino all’altro ieri con cieca obbedienza?

    In realtà ci stiamo perdendo un pezzo importante del quadro. La politica non è un gioco a sé stante: è espressione di interessi. E quali siano gli interessi in discussione è presto detto. Fatevi questa semplice domanda: fuori dagli schieramenti politici, nell’opinione pubblica nazionale, chi ha espresso un parere non voglio dire “positivo”, ma per lo meno “non catastrofico” a fronte di una eventuale caduta del governo? A parte quelli a libro a paga di Berlusconi (per ovvie ragioni), e a parte pochi commentatori indipendenti (come il sottoscritto), la risposta è facile: nessuno.

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013silvio-berlusconi-2

     

     

     

     

     

     

     

    La caduta di Berlusconi: una convergenza assoluta di interessi

    Può sempre essere che, se il governo Letta fosse caduto, gli esiti sarebbero stati davvero catastrofici. lo non lo credo affatto: e per questo ho tentato, quantomeno, di opporre un discorso di buon senso a quella che ritengo essere stata una vera e propria campagna di terrorismo mediatico. Ma anche se mi sbaglio, rimane il fatto che, considerato lo stato dell’informazione in Italia, se ci fosse stato qualcuno di potente ed influente che avesse avuto da guadagnarci da una caduta del governo, non c’è dubbio che il suo parere si sarebbe sentito: avrebbe trovato facilmente un trombettiere pronto a fargli da megafono. Al contrario, il fatto che nessuno si sia espresso in modo diverso ci autorizza a concludere che i principali blocchi di potere nell’attuale establishment siano compatti nel sostenere il governo Letta.

    Ripeto il ragionamento per chi fa finta di non capire. Se ci fossero stati grandi gruppi industriali, banche, centri finanziari, partner in Europa o oltre l’Atlantico che avessero visto favorevolmente nuove elezioni, avrebbero avuto sicuramente mezzi e occasioni per intervenire fuori dal coro nel dibattito scatenatosi sulle conseguenze della crisi politica. Se ciò non è avvenuto, allora bisogna concludere che si è verificata un’assoluta convergenza di interessi da parte di tutte le principali forze che cercano di influenzare l’opinione pubblica, data dal fatto che nessuno voleva ritrovarsi a che fare con un paese senza interlocutori politici “affidabili” (leggi: con i quali contrattare leggi favorevoli) e senza possibili soluzioni di compromesso in vista.

    La rappresentazione unilaterale che i media ci hanno dato non dimostra che quella rappresentazione sia necessariamente vera: dimostra solo che non c’era nessuno di realmente potente che avesse interesse a contraddirla. Altrimenti, se questo forte interesse di parte ci fosse stato, bisognerebbe concludere che non si è fatto sentire perché è rimbalzato sul muro compatto e impenetrabile dell’amore per la verità, dell’integrità e dell’indipendenza culturale del giornalismo italiano: una cosa assurda per i livelli di servilismo che l’esperienza e tutti gli osservatori internazionali ci dimostrano esistere.

    Il distacco fra il Cavaliere e il blocco di interessi che lo ha sempre sostenuto

    Da questo discorso discende per conseguenza che chi era aperto al voto (che abbia valutato bene l’opportunità della cosa oppure o no) ha se non altro dimostrato un certo grado di indipendenza o opposizione rispetto ai suddetti blocchi di potere. E’ questo il caso, per esempio, del M5S, che appare dunque come espressione, a quanto ci è dato vedere, solo dell’iniziativa di un comico e del desiderio di cambiamento di tanti cittadini (magari ingenui e faciloni, ma sempre cittadini come gli altri). Ma è pure il caso di Silvio Berlusconi. Il dato politico più significativo, infatti, è che con il voto della settimana scorsa è giunto a compimento il processo di distacco tra il Cavaliere e il blocco di interessi che lo aveva sostenuto.

    Qualcuno preferirebbe non ricordarlo, ma una volta in tanti erano berlusconiani. E non è che Berlusconi fosse tanto meno “impresentabile” di oggi: si era già preso le sue belle prescrizioni, con sentenze tutt’altro che lusinghiere; si sapeva già che il boss mafioso Vittorio Mangano era stato “stalliere” ad Arcore; erano note queste ed altre cose. Eppure non era certo trattato come un appestato. Ricordo, tra le altre cose, le manifestazioni di stima del simpatico “amico George” (Bush junior), la standing ovation del Congresso americano, gli alleati europei che non facevano sorrisini sprezzanti quando c’erano da concludere certi affari e persino le platee festanti di Confindustria: tutto questo mentre in Parlamento il centro-destra portava avanti egregiamente, a colpi di leggi-vergogna, la sua bella battaglia per l’impunità personale del capo. Da un certo punto in avanti, però, il cammino giudiziario di Berlusconi è diventato incompatibile con la difesa degli interessi costituiti: perché questi interessi hanno preteso continuità proprio quando il Cavaliere ha avuto bisogno di rompere.

    La fine politica?

    Oggi Berlusconi è ormai vecchio, stanco e pensa solo a evitarsi la galera: non può più essere quel paladino del liberismo su cui molti confidarono. Anzi, come si è capito la settimana scorsa, può essere addirittura un ostacolo da eliminare. Eppure non è detto che sia giunta la sua fine politica.

    In primo luogo, se per il momento le strade del Cavaliere e dell’establishment politico-economico divergono, non è detto che non possano ancora tornare a convergere in futuro. E’ difficile, proprio perché è difficile trovare una soluzione ai molti nodi giudiziari: ma non è impossibile.

    Secondariamente a Berlusconi rimane un grande capitale in mano: i voti. Se le cose dovessero andare bene per le larghe intese (periodo ipotetico dell’irrealtà), ne beneficerà elettoralmente soprattutto il PD;  e se dovessero andare male, nessuno voterà mai per Angelino Alfano. La realtà, dunque, è che Berlusconi rimane il catalizzatore elettorale del centro-destra. Per questo nel suo partito tutti continuano a lisciargli il pelo: perché sanno che senza di lui fanno poca strada. E questo comporta non poca influenza in mano al pregiudicato di Arcore.

    Infine, anche volendo sognare un mondo senza Berlusconi (ma non “deberlusconizzato”, perché i piccoli “berluschini” sono tanti e sono fra noi), non è lecito aspettarsi di poter godere dell’unica conseguenza veramente positiva di tutta questa situazione: cioè (almeno fin che il pover’uomo resterà in salute) non è lecito attendersi che “Berlusconi” cessi finalmente di essere l’alibi per tutte le idiozie fatte a Roma e Bruxelles. Al contrario: accanto allo spread, ai mercati e all’instabilità politica, sembra già di vederli, commentatori e politici di ogni risma, impugnare la nuova arma per il terrorismo di massa contro chi osa muovere la più piccola critica: “volete forse che torni lui?”.

     

    Andrea Giannini

  • William Shakespeare, frasi che ancora fanno parte dell’inglese parlato

    William Shakespeare, frasi che ancora fanno parte dell’inglese parlato

    William ShakespeareNell’ultima settimana mi è capitato due volte che studenti o conoscenti mi chiedessero lumi riguardo a un inglese alquanto famoso che risponde al nome di William Shakespeare. Non credendo alla casualità ma alla causalità degli eventi, ho pensato fosse giusto usare la puntata di oggi per raccontare qualcosa su The Bard, il Bardo, soprannome con il quale l’autore è conosciuto.

    Innanzitutto, partiamo dalla pronuncia corretta del cognome, che probabilmente vi stupirà già in partenza. La prima “a” non si legge “e” come in molti credono, ma con il dittongo “ei”, proprio come nella parola shake, che probabilmente già conoscete come verbo dal significato di “scuotere” o “stringere”, nel caso di to shake hands, “stringersi la mano”.

    Nato nel 1564 nella graziosa cittadina di Stratford-upon-Avon e morto nel 1616, Shakespeare è stato una delle figure più prolifiche e influenti non solo della letteratura inglese, ma di quella mondiale. Diversi studiosi si chiedono se egli stesso abbia realmente scritto tutte le opere teatrali che convenzionalmente gli sono attribuite e le opinioni riguardo alla biografia del più grande drammaturgo – nonché poeta – inglese sono talvolta discordanti. Parlarne nel dettaglio in questo breve articolo non mi sembra opportuno, per cui fingerò di ignorare i misteri e sospetti che aleggiano intorno al Bardo – così come il fantasma del padre svolazzava attorno a Hamlet, protagonista dell’opera forse più nota di Shakespeare – e fingerò che effettivamente sia lui l’autore di tutti i lavori che gli vengono attribuiti.

    In particolare, è opinione piuttosto diffusa che Shakespeare (ricordate la pronuncia corretta) abbia inventato centinaia di nuove parole ed espressioni. In realtà le cose non sono andate proprio così, nel senso che nessuno inventa nulla che non esista già, perlomeno nelle lingue. Una lingua, infatti, è un insieme di elementi limitati (il vocabolario, per quanto ampio, ha un numero finito di parole) che possono essere combinati tra loro per creare un numero potenzialmente illimitato di frasi: si chiama, questo, aspetto creativo del linguaggio umano.

    Non voglio ovviamente sminuire Shakespeare. Credo che qualsiasi scrittore sarebbe felice di essere bravo un milionesimo della metà di quanto fu un genio lui nell’arte di usare parole e frasi e comporle in modo inusuale e creativo per descrivere personaggi, stati d’animo ed emozioni universali.

    E’ comunque innegabile che, sia che fossero farina del suo sacco sia che fossero “prese in prestito” dall’ambiente che il Bardo frequentava, diverse frasi o espressioni che si trovano nei lavori di Shakespeare sono entrate a far parte dell’inglese che parliamo oggi:

    – to be or not to be, that is the question, “essere o non essere, questo è il problema”, da Hamlet;

    – a foregone conclusion, “un risultato scontato”, da Othello;

    – all’s well that ends well, “tutto è bene quel che finisce bene”, dall’opera omonima;

    – salad days, “il periodo della giovinezza”, da Anthony and Cleopatra.

    Con l’ultima espressione, che letteralmente si tradurrebbe “i giorni dell’insalata”, Shakespeare faceva riferimento ovviamente al colore della pianta, il verde, associato alla gioventù, e non al fatto che già ai tempi i ragazzi si lanciassero in diete a base di insalatone per avere un fisico sempre più tonico… See you!

     

    Daniele Canepa

     

  • Luce, gas, telefono: assistenza e tecnici in subappalto

    Luce, gas, telefono: assistenza e tecnici in subappalto

    telefonoQuesta settimana mi preme fare luce sui subappalti, sostantivo che avrete sentito nominare più e più volte, ma su cui occorre precisare alcune cose.

    Quando un soggetto riceve una commissione (per meglio dire, l’incarico per eseguire una prestazione di fornitura o di servizi), può succedere che questi “deleghi” parte del lavoro ad un altro soggetto. Mi spiego meglio: per la manutenzione delle strade comunali, il Comune di Genova ha affidato in appalto ad Aster la manutenzione. Se Aster delegasse ulteriormente una parte del suo lavoro, lo farebbe sotto la forma del sub-appalto.

    Ma questo è un caso tutto sommato semplice. Purtroppo, veniamo a scoprire che anche nel campo delle utenze domestiche (luce , gas e telefonia), la legge degli appalti pare inesorabilmente vigente. Con problematiche che si ripercuotono sui cittadini malcapitati.

    Per esempio, se vi capita di dover traslocare una linea telefonica di Telecom Italia, chiamate il 187 (se siete privati) o il 191 (se siete imprenditori – professionisti) e fate la dovuta richiesta.
    E qui viene il bello; voi pensate che vengano dei tecnici Telecom, con tanto di tesserino di riconoscimento, invece vedrete arrivare un soggetto di una ditta in appalto (o sub appalto a seconda delle situazioni) che esegue il lavoro.

    Voi vi chiederete a questo punto: “Che cosa cambia?” Nulla se il lavoro viene svolto correttamente e nell’immediatezza.
    Ma se per qualche motivo il tecnico di turno non è in grado di compiere il trasloco della linea da voi richiesto, iniziano i guai… Questo signor tecnico comunica alla ditta madre (Telecom Italia) la mancata esecuzione del lavoro e Telecom vi comunicherà la data in cui il tecnico tornerà… magari una settimana dopo! Nel frattempo voi avete traslocato e vi trovate con i mobili nella nuova casa (o nel nuovo ufficio) e la linea telefonica nella vecchia. E che cosa potete fare ?
    Protestare al 187 o al 191, voi mi risponderete…
    Esatto. Peccato che il call center si rifà a quanto dicono i tecnici, i quali, secondo la suadente voce della signorina che sta all’altro capo, hanno sempre ragione perché la loro parola, o meglio, la loro relazione tecnica, è incontrovertibile….

    Qual è la morale della favola?

    1. La Telecom, nel caso di specie, è certamente responsabile della linea telefonica (di sua gestione…) ma ribalta su altro soggetto la propria “mala gestio”;
    2. Per il consumatore/utente diventa assai difficile risolvere un problema come quello prospettato, in quanto, di fatto, perde di vista l’unico riferimento certo che aveva, ossia la compagnia telefonica stessa.
    E, paradossalmente, finisce che la compagnia telefonica perde di vista pure se stessa…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Beni del Demanio, acquisto gratuito: il Comune di Genova prepara la lista

    Beni del Demanio, acquisto gratuito: il Comune di Genova prepara la lista

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaCon il parere unanime favorevole del Consiglio comunale – e già qui ci sarebbe la notizia, considerate le scintille delle ultime seduteè iniziato ufficialmente il percorso per l’acquisizione a titolo gratuito dal Demanio di una lunga serie di strutture che potrebbero modificare sensibilmente la viabilità e l’aspetto di Genova nel prossimo futuro, di pari passo con il nuovo Piano Urbanistico. Un elenco di dodici pagine sciorina i beni che entro il 30 novembre potrebbero passare dal Demanio a Palazzo Tursi. Una lista di aree, terreni, immobili, gallerie e forti che non è assolutamente esaustiva e potrà essere implementata a seconda delle segnalazioni, delle esigenze e delle proposte dei municipi e del territorio.

    Si preannuncia, dunque, un tour de force per gli uffici comunali che in una cinquantina di giorni dovranno predisporre un’istruttoria per ciascuno dei beni che Tursi intende acquistare, specificandone la descrizione, le finalità di utilizzo futuro e le risorse finanziarie previste per lo stesso. Toccherà, poi, alla Giunta dare il via libera alla presentazione formale della richiesta, prestando particolare riguardo agli aspetti ambientali, geomorfologici e idrogeologici del territorio, nonché alla fattibilità tecnico-economica degli interventi di ripristino. Dopodiché la palla passerà definitivamente al Demanio che valuterà la bontà delle richieste pervenute dagli Enti Locali.

    Quello di oggi rappresenta certamente un passo importante per la Genova del futuro. Non va dimenticato, però, che in un contesto alquanto tragico per quanto riguarda le casse comunali, non sarà facile reperire le risorse necessarie per la bonifica dei beni acquistati e per la loro riconversione d’uso. Diverso il ragionamento se buona parte di queste aree e strutture venissero rivendute ai privati, dal momento che la legge statale non pone vincoli in merito. Un comportamento, d’altronde, che ben si sposerebbe con la volontà che più volte il premier Letta ha annunciato di dismissione parziale del patrimonio pubblico per risanare le casse dello Stato. «Ma il nostro obiettivo principale non è questo», risponde a precisa domanda l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli. «I beni e le aree che richiederemo saranno soprattutto utili per il patrimonio immobiliare della città. Ogni elemento avrà una sua specifica funzionalità nell’ottica del miglioramento di servizi e viabilità. Questo non è tanto il momento di pensare alle “coperture” economiche, quanto quello di capire quali sono i beni che ci possono essere più utili e in quale prospettiva».

    Un lungo elenco: immobili, terreni, greti dei torrenti, gallerie antiaree, forti…

    righi-forti-DIL’attenzione di tutti si rivolge immediatamente all’ex Caserma Gavoglio, al Lagaccio, per la quale la delibera approvata prevede una norma specifica. Viene, infatti, dato mandato agli uffici competenti di procedere con urgenza su questa pratica e verificare l’eventuale disponibilità del Demanio a consegnare anticipatamente l’area. Se non nella sua interezza, quantomeno per quanto riguarda la zona tra i due cancelli d’ingresso, dove dovrebbe sorgere il nuovo parcheggio per i residenti di Via Ventotene, e i tratti  necessari alla messa in sicurezza del territorio circostante.

    Ma già in questa prima versione dell’elenco compaiono altri beni piuttosto interessanti. Come le Mura di Malapaga nel quartiere del Molo, l’ospedale militare di Sturla, che potrebbe essere oggetto di una significativa trasformazione urbana del quartiere, e le cliniche universitarie di San Martino, che garantirebbero la ricomposizione della proprietà nell’ottica dell’introduzione di una nuova funzione urbana privata della zona, affianco naturalmente a quella universitaria.

    Oltre ad aree, immobili e terreni che potrebbero rivestire in futuro nuove funzioni urbane, ad esempio con la realizzazione di spazi verdi o di servizio; oltre al miglioramento della viabilità cittadina, attraverso l’acquisizione di sedimi stradali come la rampa di accesso alla Sopraelevata o la strada che conduce al forte di San Martino; oltre ai vecchi greti di torrenti che potrebbero consentire la realizzazione di opere funzionali alla messa in sicurezza degli alvei o alla loro riqualificazione anche in ottica della mobilità veicolare e pedonale; vi sono due categorie particolari di immobili che meritano assolutamente di essere citate. Stiamo parlando dei Forti e delle ex gallerie anti-aree. Per quanto riguarda i primi, più volte l’amministrazione ha accennato alla volontà di pensare a nuovi sistemi di attrazione turistica, sperando di non ripetere errori e sprechi economici del passato (su tutti, Forte Begato). Le seconde, invece, sono una risorsa molto preziosa sia nell’ottica della realizzazione di nuovi parcheggi o depositi di mezzi aziendali, che andrebbero così a liberare le strade, sia per l’attuazione di nuovi collegamenti interni alla città.
    A questo proposito, risultano di particolare interesse: la galleria di via Cantore – corso Scassi, per l’accesso tramite ascensore all’area ospedaliera e alle zone collinari di Sampierdarena (un collegamento di questo tipo è già previsto nel piano di riqualificazione di Sampierdarena da 12 milioni di euro ma non ancora realizzato, ndr); la galleria Brignole – Sturla, che potrebbe rappresentare un’eccezionale opportunità per i collegamenti tra centro e Levante, ma soprattutto tra la stazione e l’ospedale Gaslini; la galleria sottostante le Mura di Carignano, che necessita ancora di qualche approfondimento circa le proprie potenzialità in ottica di mobilità.

    Insomma, il parco delle disponibilità e delle opportunità è molto ampio e variegato. Proprio per questo, chiediamo anche a voi lettori di Era Superba: su quali di queste strutture dovrebbe ricadere la scelta del Comune? Dite la vostra, dateci il vostro parere (qui riproponiamo l’elenco completo). Scorrendo l’elenco potreste individuare luoghi e strutture che per voi hanno un significato particolare, raccontateci le vostre idee. Utilizzate le nostre pagine sui social network o la mail di redazione: chissà che qualche rappresentante istituzionale non possa prendere ispirazione dalle proposte dei cittadini.

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto Daniele Orlandi]

  • Rischio instabilità: la disinformazione condiziona un intero paese

    Rischio instabilità: la disinformazione condiziona un intero paese

    finanza-borsa-affari-economia-statisticheI due giorni immediatamente precedenti al voto di mercoledì, che ha confermato la fiducia al governo Letta, hanno visto una martellante campagna di stampa tesa ad inchiodare l’opinione pubblica su alcune precise parole chiave: il “responso dei mercati”, il solito “spread” ed infine il mantra della “stabilità”. Di mercato e spread abbiamo già parlato, e magari torneremo a parlarne in futuro; ma il rischio instabilità, invece, è in parte una novità di questi giorni, almeno per le altissime vette di disinformazione che questo spauracchio ha permesso di toccare. Stiamo parlando, è ovvio, solo di un sostantivo (o di un aggettivo, a seconda dei casi): eppure, visto che è stato usato per condizionare un intero paese, occorrerà discuterne come se si trattasse di una faccenda seria.

    Cerchiamo quindi di fare un ragionamento sensato. Se l’instabilità fosse davvero quel male terribile che toglie il sonno ai nostri più autorevoli commentatori, se fosse davvero quella grave minaccia per i nostri partner europei e per tutto il continente, se davvero contasse per quasi un punto di crescita, come sostiene il Centro Studi di Confindustria, in una parola, se tutto il terrore che ci hanno gettato addosso alla sola idea di nuove elezioni fosse giustificato, allora dovremmo aspettarci, quantomeno, che esista una qualche correlazione tra recessione e incertezza politica. Il problema è che questa correlazione non si vede da nessuna parte.

    Intendiamoci: nessuno nega che continui e repentini avvicendamenti di governo, prolungate difficoltà nel formare maggioranze, caos sociali, assassinii di uomini politici e guerre civili siano possibilmente da evitare. Il fatto però è che nei periodi precedenti elezioni democratiche (che siano anticipate o no) un po’ di incertezza è del tutto fisiologica. Si tratta, in fin dei conti, di un piccolo prezzo da pagare (che le dittature non esigono): e ci si può tranquillamente convivere senza compromettere il benessere economico generale. Se ancora non siete convinti, allora mettiamoci pure a fare due conti.

     

    La seconda repubblica: 20 anni di grande stabilità, eppure…

    silvio-berlusconi-2Veniamo da una stagione politica particolarmente stabile. La seconda repubblica, dal primo governo Berlusconi (1994) a oggi, comprende 6 legislature e 12 governi, per un totale di circa 233 mesi: dunque, in media, una legislatura ogni 38,8 mesi e un governo ogni 19,4. Si tratta di una performance molto buona, non accompagnata però da dati sulla crescita altrettanto incoraggianti: la variazione annuale sul PIL è in media inferiore al +1%.

    Nella prima repubblica, al contrario, dal governo Pella del 1953 al governo Ciampi, terminato appunto nel 1994, in circa 369 mesi abbiamo avuto 10 legislature e 44 governi: cioè una legislatura ogni 36,9 mesi e, soprattutto, un governo diverso ogni 8,4 mesi…! Questo significa che i governi della prima repubblica sono durati, in media, meno della metà di quelli della seconda; eppure abbiamo assistito ad una crescita portentosa: più o meno +4% all’anno per trent’anni di fila!

    In parte questo risultato è fisiologico: un paese che deve costruire tutto, se cresce, lo fa di solito a ritmi alti, per poi rallentare progressivamente. Ma fare questo tipo di considerazione significa già riportare la discussione su un percorso di maggiore buon senso, allontanando semplicistiche connessioni tra i termini del vocabolario e i dati dell’economia: altri sono i discorsi che dovremmo fare in tema di crescita. Resta il fatto che – si è dimostrato – essa non è incompatibile con scenari di incertezza politica (e giusto per capire di quale livello di incertezza si discute, ricordo che negli anni ’70 si tentavano colpi di Stato e c’erano le Brigate Rosse).

     

    La situazione di oggi e le promesse di apocalisse

    giorgio-napolitanoDicono, tuttavia, che oggi è tutto più difficile: siamo in recessione e l’instabilità ci costerebbe molto più cara del normale. Faccio notare, allora, che le stime fatte da Confindustria, secondo cui un’eventuale caduta del governo Letta ci avrebbe consegnato una recessione del -1,8% nel 2013, sono esattamente identiche alle stime fatte dal Fondo Monetario Internazionale che pure scontano un clima di incertezza, ma che comunque sono precedenti alla decisione di Berlusconi di aprire la crisi; e sono superiori solo dello 0,1% a quelle fatte a suo tempo dallo stesso governo. Mi pare quindi che siano proprio i numeri portati da quelli che si stracciano le vesti a smentire eventuali catastrofi (catastrofi peggiori – s’intende – di quella in cui già siamo).

    Dicono che c’è l’IVA e l’IMU. Vero, ma qualcosa avremmo pagato comunque. Non dimentichiamoci che la coperta è corta: rinviare l’IVA avrebbe significato trovare la copertura da qualche altra parte. Cioè, avremmo pagato in altro modo, ma avremmo pagato. Quei soldi sono un impegno verso Bruxelles che, nell’ottica di questo esecutivo, andava comunque onorato. Guardate perciò il lato positivo: abbiamo fatto contento Olli Rehn.

    Dicono che ci sono un sacco di temi politici sul tavolo. Vero: peccato solo che il governo Letta non li affronti, ma li rimandi di continuo. Dunque non è solo una battuta dire che molti non avrebbero notato la differenza. Ricordo comunque che un governo dimissionario resta in carica per gli affari correnti: per cui saremmo stati comunque nelle condizioni di affrontare eventuali emergenze.

    Dicono che le elezioni avrebbero ritardato gli investimenti esteri. Vero, ma è anche abbastanza normale. Succede sempre quando ci sono delle elezioni importanti, e non è mai morto nessuno. Ricordo poi che gli investimenti esteri non sono la panacea: anzi, se arrivano in eccesso possono causare degli squilibri significativi, come in effetti è successo proprio nella genesi dell’attuale crisi. Oppure pensiamo al caso Telecom: si tratta di un investimento straniero, ma se ne parla come di un problema; segno che i capitali esteri non sono sempre una buona cosa.

    Dicono, infine, che tutta l’Europa è preoccupata per la nostra instabilità. Vero anche questo. Ma diciamoci la verità. Quello che interessa ai nostri partner europei e al mondo finanziario non è l’incertezza in sé: è il rischio che un nuovo governo smetta di seguire le politiche che piacciono a loro. Le quali sono ben note: l’austerità, ossia la stessa cosa che faceva Monti, la stessa cosa che gli Italiani avevano bocciato alle ultime elezioni, quella politica che fa gli interessi dei paesi creditori come la Germania e quel principio economico che, secondo il premio Nobel Paul Krugman, nel dibattito internazionale tra economisti non trova più sostenitori di rilievo.

     

    Andrea Giannini

  • Commonwealth of Nations: il filo sottile tra Gran Bretagna ed ex colonie

    Commonwealth of Nations: il filo sottile tra Gran Bretagna ed ex colonie

    Bandiera InleseChe cos’hanno in comune l’Australia, la Nuova Zelanda, il Canada, la Papua Nuova Guinea e – udite, udite – perfino le Bahamas?

    L’inglese, d’accordo, in  quanto lingua ufficiale di tutti questi paesi, in alcuni casi in solitaria e in altri in coabitazione. Fin qui, nulla di strano. Forse, allora, vi stupirete di più se vi dico che questi e altri undici paesi hanno in comune il capo dello stato, o meglio la regina: Elisabetta II del Regno Unito, residente a Londra e vicina a compiere gli ottantasette anni d’età e i sessantadue di regno.

    Com’è successo che paesi sparsi per il mondo e situati a distanze in alcuni casi siderali l’uno dall’altro abbiano lo stesso sovrano, specialmente considerando che si tratta nella maggior parte di stati democratici con parlamenti eletti a suffragio universale? Si tratta della legacy, l’eredità, lasciata dall’Impero Britannico, il più vasto che l’umanità abbia mai conosciuto, quello sul quale il sole non tramontava mai, almeno fino al ventesimo secolo.

    Gradualmente, i paesi che facevano parte del British Empire si sono però affrancati, in modo particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale: decisiva fu la spallata dell’India del Mahatma Gandhi, diventata indipendente nel 1947 dopo quasi duecento anni di dominio inglese.

    Tuttavia, il cordone ombelicale con Londra non è stato tagliato del tutto, almeno nei cinquantaquattro paesi che hanno deciso di aderire al Commonwealth of Nations, sedici dei quali sono chiamati realms e hanno, appunto, la peculiarità di aver mantenuto come monarca Elisabetta II.

    In realtà, la posizione di Elisabeth II nei sedici realms è puramente simbolica e non ha particolari scopi, se non quello di permettere alla regina – o ai suoi parenti, data l’età avanzata – di scorrazzare in giro per il mondo a passare in  rassegna qualche truppa, tenere uno speech commemorativo, indossare un cappello nuovo e far suonare le note di God Save the Queen in qualche occasione ufficiale.

    Oltre ai realms, il Commonwealth of Nations comprende altri trentotto stati membri, tra i quali l’India, il Pakistan, il Sudafrica e, ovviamente, il Regno Unito.

    Per quanto all’interno del Commonwealth non viga la libera circolazione di lavoratori e merci come nell’UE, c’è chi spinge affinché l’organizzazione segua le orme del cammino intrapreso dal Vecchio Continente. Tra l’altro, i paesi del Commonwealth, per quanto distanti tra loro geograficamente, riconoscono generalmente di avere delle affinità culturali, mentre l’organizzazione nel suo complesso è nata con l’obiettivo di favorire la libertà individuale in ognuno degli stati membri e di contribuire alla pace a livello globale. Questo, ovviamente, in teoria e nelle belle intenzioni, così care al perbenismo delle culture anglosassoni.

    La realtà è che ben tre dei membri più influenti dal punto di vista economico e demografico, Regno Unito, India e Pakistan, sono tuttora dotate di bombe atomiche, mentre solo il Sudafrica, nel 1991, ha deciso di disfarsi dell’arsenale nucleare che aveva costruito negli anni Settanta.

    Se da un lato ci sono spinte per cercare di infittire i rapporti tra i paesi del Commonwealth, dall’altro alcuni di essi hanno a che fare con movimenti separatisti al proprio interno. E’ il caso del Canada, dove per un soffio nel 1995 il Québec, regione a maggioranza francese, non riuscì a rendersi indipendente con un referendum che venne perso dai nazionalisti québecois per meno di un punto percentuale.

    L’occasione, tra l’altro, permise a una radio di Montréal, città più importante del Québec, di organizzare uno scherzo telefonico, proprio a Elisabetta II. Il presentatore, spacciandosi per l’allora Primo Ministro canadese Jean Chretien (qui il video), esortò la regina a schierarsi contro gli indipendentisti, incontrando il di lei consenso e causando, oltre a qualche risata del pubblico, un sensibile malcontento tra la popolazione canadese, visto che la monarca inglese non è tenuta a entrare nelle questioni riguardanti ciò che avviene all’interno dei singoli stati membri del Commonwealth.

    Curioso che, prima di diventare il nome di un’organizzazione facente capo a un monarca, la parola Commonwealth – letteralmente “ricchezza comune” e calco del latino res publica – fosse stata usata per indicare la forma di governo dell’Inghilterra dal 1649 al 1660 guidata dal Lord Protettore, o dittatore, Oliver Cromwell, fino a oggi l’unico periodo repubblicano della storia di un’isola che senza re o regina non sembra saper stare… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Decreto del fare: Equitalia e le nuove norme

    Decreto del fare: Equitalia e le nuove norme

    equitalia2Cari lettori, questa settimana vi tedio con uno spaccato del più volte menzionato Decreto del Fare; qualcuno si domanda che cosa ci sia da fare… Per l’appunto, quel decreto (ora divenuto legge) pone nuovi paletti per i contribuenti debitori nei confronti degli enti pubblici o del fisco.

    Note apparentemente liete ci arrivano sul fronte di Equitalia, notizie che alcuni giornali non hanno riportato correttamente.

    E dunque, con l’entrata in vigore della legge di conversione del Decreto del Fare (Decreto legge 21 giugno 2013, n. 69 convertito, con modifiche, in legge 9 agosto 2013, n. 98) sono state introdotte misure per la semplificazione in materia fiscale. Senza dubbio, tra le novità più importanti, l’allungamento del periodo di rateizzazione dei debiti di natura tributaria fino a 120 rate mensili (invece delle 72 prima concesse) ed il sostanziale blocco dei pignoramenti della prima casa da parte di Equitalia.

    In particolare, all’art. 52, leggiamo che l’agente della riscossione, nelle ipotesi di riscossione a mezzo ruolo, non dà corso all’espropriazione se l’unico immobile di proprietà del debitore, con esclusione delle abitazioni di lusso, è adibito ad uso abitativo e lo stesso debitore vi risiede anagraficamente.

    In sintesi, Equitalia non può ottenere il pignoramento solo ed esclusivamente quando il debitore si trovi nelle seguenti condizioni:

    1 –  il contribuente debitore sia proprietario di un solo bene immobile;
    2 – che detto immobile sia adibito ad uso abitativo;
    3 – che l’immobile non abbia le caratteristiche di “abitazione di lusso” cui al decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 agosto 1969, e comunque il fabbricato non sia classificato nelle categorie catastali A/8 (abitazioni in ville) ed A/9 (Castelli, palazzi di eminenti pregi artistici o storici);
    4 – il contribuente abbia la residenza anagrafica nell’unico immobile di sua proprietà.
    Ma non solo: un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, adottato d’intesa con l’Agenzia delle Entrate, individuerà un paniere di “beni essenziali” (vedremo più avanti se si tratterà di beni mobili ovvero altre tipologie di beni immobili) che Equitalia non può comunque pignorare.

    Ma non cantiamo vittoria troppo presto! Difatti, il nuovo dettato normativo vigente, tuttavia, introduce una clausola di salvaguardia a favore di Equitalia. È sempre fatta salva, infatti, “la facoltà di intervento ai sensi dell’art. 499 del codice di procedura civile”.
    Ciò significa che laddove il contribuente debitore avesse subito il pignoramento della prima casa (anche se è l’unico immobile di proprietà), su iniziativa di soggetti diversi da Equitalia (ad esempio, banche, creditori privati, ecc.), la stessa potrebbe intervenire nella procedura esecutiva concorrendo al riparto sul ricavato della vendita del bene staggito.

    Invece, per i casi di contribuenti proprietari di due o più immobili (ad uso abitativo e non), resta salva la facoltà di intervento di cui abbiamo raccontato poc’anzi. Equitalia può farsi promotrice del pignoramento di beni del contribuente debitore a condizione che il credito da riscuotere superi 120.000 euro.

    L’espropriazione può essere avviata se:

    1 – è stata iscritta ipoteca sugli immobili del debitore;
    2 – siano già trascorsi 6 mesi dall’iscrizione ipotecaria senza che il debito sia stato estinto

    Quest’ultima norma risulta francamente incomprensibile: se il debito viene estinto come si può procedere al pignoramento? D’altronde si sa, l’Italia non è mai stata un paese di arguti legislatori…
    Per concludere, mi si permetta una riflessione: che interesse ha un debitore proprietario della sola prima casa a pagare un debito di natura fiscale/tributaria se costui è inattaccabile grazie alla norma sull’impignorabilità della prima casa?
    Insomma, non lamentiamoci se poi aumentano l’aliquota IVA…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Cade il governo Letta? Nessun dramma, i problemi veri sono altri

    Cade il governo Letta? Nessun dramma, i problemi veri sono altri

    Palazzo ChigiOra che siamo sull’orlo di una nuova crisi politica, davvero non ce la faccio a strapparmi i capelli. Sono mesi che cerco di spiegare perché il governo Letta non ha alcun senso: perché si è formato calpestando vergognosamente il responso delle urne, perché pretende di annullare le differenze tra destra e sinistra attraverso una rappresentazione unilaterale della crisi, e perché era già condannato a fine certa sin dall’inizio, avendo legato il proprio destino politico a una promessa di crescita che è un bluff. Tutto questo senza considerare la bomba a orologeria della situazione giudiziaria di Berlusconi: la quale magari è deflagrata prima del previsto, ma che comunque scandiva sin dal principio un ticchettio funesto per il destino dell’esecutivo, sia per la quantità e la serietà dei procedimenti pendenti, sia per la pressante pretesa di impunità del Cavaliere, che non poteva essere ignorata. E con la condanna definitiva era facile prevedere il destino che attende Letta junior.

    Si, lo so che c’è lo spread che sale, la borsa che scende, la credibilità a rischio e gli investitori sconcertati proprio adesso che, grazie al “serio” discorso a New York del nostro “concreto” premier, erano già quasi alle porte del paese con valigie stracolme di denaro da regalare alle nostre imprese. Ma queste obiezioni lasciamole agli altri. Noi sappiamo già come stanno le cose: ed è facile prevedere che la speculazione si farà sentire, ma non ci massacrerà, almeno fintanto che non si capisce che piega prenderanno gli eventi. E qui mi par già di sentire quelli che lamentano la mancanza di “alternative politiche”.

    Ribadiamolo una volta per tutte: le alternative si creano quando si pone in concreto il problema. Dire che non c’è alternativa a PD e PDL, dal momento che questi partiti nelle loro varie mutazioni occupano militarmente la scena politica da vent’anni, è una tautologia, un’ovvietà; ma quando queste forze cominceranno a precipitare, allora si creerà la domanda di nuova offerta politica e si svilupperanno nuove proposte. Lasciamo dunque che i partiti si autodistruggano, se è questo quello che hanno deciso di fare. Altri ne verranno.

    Un’ulteriore obiezione è che, se si andasse alle elezioni senza una nuova legge elettorale, ci sarebbe il rischio di una replica della situazione di questa primavera: ossia un pareggio tra i tre maggiori partiti. Ora, posto che la legge elettorale andrebbe certamente cambiata, non credo che da essa dipendano le future sorti del paese. Innanzitutto non è detto che si vada ad elezioni, perché forse c’è il modo di formare un nuovo esecutivo. Secondariamente, se davvero si dovesse tornare a votare, è difficile che lo scenario non muti radicalmente.

    Proviamo ad immaginare: non solo ci troveremmo un pregiudicato che fa campagna elettorale dagli arresti domiciliari, ma anche – cosa ben più importante – verrebbe sancito il fallimento di Napolitano, che aveva scelto di abbandonare i confini strettamente istituzionali per rivestire un vero e proprio ruolo politico e che, per coerenza con quanto dichiarato il giorno della rielezione, dovrebbe dimettersi. Grillo, dal canto suo, dovrebbe chiedersi seriamente cosa vuol fare da grande, non avendo più le larghe intese come obiettivo polemico. E forse sarebbe il turno di Renzi. Insomma, impossibile prevedere le conseguenze, ma certo tutti sarebbero costretti a fare le loro mosse: per cui  un nuovo stallo non è ipotizzabile.

    Infine qualcuno sostiene che potrebbe persino vincere Berlusconi… ma francamente mi pare una boiata pazzesca. Che Forza Italia 2.0 possa fare più di PD e M5S messi insieme è più che inverosimile, a meno di un suicidio pianificato. E’ pur vero che il Cavaliere mantiene intatto il proprio indice di gradimento nei sondaggi anche dopo la condanna definitiva, ma di che ci stupiamo? Non è forse lo stesso PD che fino a ieri teorizzava la necessità di tenere separati gli esiti giudiziari dal governo del paese?

    No, comunque la si guardi, non è la crisi di governo che deve spaventare: sono altre le cose che fanno davvero paura in questo momento. Ad esempio stiamo assistendo impotenti ad un’assurda svendita di marchi e aziende italiani: una vera e propria deindustrializzazione che garantisce profitti agli acquisitori esteri, mentre consegna a noi un paese sempre più povero. E poi ci sono le inquietanti analogie tra la repubblica di Weimer degli anni ’30 e la Grecia di oggi: una paurosa recessione, un enorme debito pubblico, una politica economica suicida, una popolazione allo stremo e un partito ultra-xenofobo pronto al colpo di Stato.

     

    Andrea Giannini

  • Hello, Goodbye: come salutare in inglese, tutte le forme

    Hello, Goodbye: come salutare in inglese, tutte le forme

    Beatles“You say Goodbye and I say Hello. Hello, hello. I don’t know why you say Goodbye and I say Hello.” Se siete appassionati di musica e dei Beatles in particolare avrete immediatamente riconosciuto che si tratta di lyrics – parola inglese che indica il testo di una canzone – dei quattro ragazzi di Liverpool.

    Hello, Goodbye è per l’appunto il titolo di un brano composto dai Fab Four e pubblicato nel novembre del 1967 ed è proprio con Hello, Goodbye e altre forme di saluto che si picchiano da anni gli studenti italiani alle prese con lo studio della lingua inglese. Già, perché se nella nostra lingua è molto facile salutare in modo informale usando un bel “Ciao” sia per iniziare sia per terminare una conversazione, in inglese occorre invece fare attenzione, in quanto esistono determinati saluti di apertura e altri, diversi, di chiusura.

    Se appena incontrate un vostro conoscente gli dite Goodbye, il poverino non capirà che cosa vi ha fatto di così male da essere liquidato con la forma equivalente al nostro “Arrivederci” o “Addio” già all’inizio della conversazione, così come un “Hello” in fase di commiato rischierà di far tornare indietro il vostro interlocutore, spaesato da un saluto che si usa invece all’inizio di una conversazione…

    Se Hello e Goodbye sono i saluti più conosciuti, non possiamo di certo ignorare che ne esistono molti altri. Se Good morning, good afternoon, good evening (magari seguiti da Sir/Madam, oppure Mr/Mrs So and So) e Goodbye o Bye sono quelli più formali al momento dell’incontro prima e della separazione poi, più la conversazione è amichevole, colloquiale e informale, più è possibile sbizzarrirsi con espressioni talvolta variopinte.

    Oltre al frequente Hi usato a inizio conversazione, possiamo elencare: Hey / Right then /  Yo! così come al momento del commiato è possibile sentire, oltre a See you (later), espressioni colorite quali Catch you later (Letteralmente “Ci prendiamo dopo”) o addirittura Smell you later (“Ti odoro dopo”, ma non preoccupatevi è solo un modo di dire e non c’è nulla di anti-igienico o di particolarmente ambiguo).

    Peraltro, al saluto iniziale seguono molto spesso frasi ed espressioni come: How’re you / How’s things / How’s it going che significano tutte più o meno: “Come va?”

    Che modo gentile di prendersi cura dell’altra persona, penserete voi, se in italiano siamo abituati soltanto al massimo a un “Ciao” detto di corsa e magari con il musone perché siamo impegnati a riflettere su quanto “In Italia la situazione sia tragica”.

    In realtà, passato il momento in cui avete avuto modo di stupirvi piacevolmente per la cortesia e la premura anglosassoni, farete in tempo a vedere che la persona che vi ha chiesto come state è già sparita alla velocità della luce, perché il saluto: Hello. How’re you?” altro non è se non una mera questione di abitudine. Se volete, e se la persona non è già troppo distante – si sa, nei paesi anglosassoni capitalisti il tempo è denaro – potete provare a mettere a rischio le corde vocali e rispondere, urlando, che va tutto bene con: “I’m fine, thanks. And you?” sperando che l’utente abbia un udito talmente fino da sentirvi anche a distanza …

    See you!

     

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale, la maggioranza va sotto sui tagli Amt in Val Bisagno

    Consiglio Comunale, la maggioranza va sotto sui tagli Amt in Val Bisagno

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Nulla di clamoroso, per carità. In fondo, si tratta solo di un ordine del giorno “fuori sacco”. Ma il fatto che la maggioranza vada sotto e il consiglio comunale approvi un documento presentato dal Pdl, è già di per sé una notizia. Se il tutto avviene con il voto favorevole di un Consigliere del PD (Claudio Villa), la questione si fa interessante. E se, ancora, il tema in oggetto sono i tagli alle linee Amt in Val Bisagno, viene da sé che il dibattito si faccia piuttosto acceso.

    I fatti, prima di tutto. Nella seduta di ieri pomeriggio, il Consiglio comunale di Genova ha approvato – con 15 voti a favore, 13 contro, 5 astenuti e 1 presente non votante – un ordine del giorno presentato dal capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, che impegna sindaco e giunta a ripristinare le corse della linea 13 Prato – Caricamento durante tutto il giorno e il capolinea della linea 14 in via Dante. Di per sé un atto che dovrebbe essere sostenuto dalle -ormai tanto di moda – larghe intese, visto l’appoggio pressoché universale incassato nei giorni scorsi dalle proteste dei cittadini. Ma la questione è più sottile. Vediamo perché.

    Innanzitutto, il documento presentato in Sala Rossa questa settimana era già stato proposto alla Conferenza dei capigruppo martedì scorso, vista anche la mozione sul tema passata all’unanimità il 16 settembre in Municipio IV Media Val Bisagno. Il Pd, per voce del suo capogruppo, Simone Farello, aveva chiesto il rinvio di sette giorni con l’intenzione di approfondire le questioni in un’apposita commissione, in attesa di avere anche qualche riscontro più preciso da Amt circa gli esiti dell’ennesima riorganizzazione delle rete. Una commissione che, tuttavia, non mai è stata convocata e che, secondo voci di corridoio, avrebbe probabilmente trovato spazio alla fine di questa settimana. L’ordine del giorno, dunque, è stato riproposto ieri mattina, trovando questa volta un netto rifiuto da parte della proponente Lilli Lauro a un nuovo rinvio e giungendo, nel pomeriggio, al voto in aula. Un voto a sorpresa, che ha mostrato ancora una volta una certa fragilità della maggioranza a Palazzo Tursi.

    La corona di franco tiratore del giorno spetta a Claudio Villa, consigliere Pd che ci spiega così il suo voto a favore del documento e contro “la linea di partito” (che, pur condividendo il merito della questione si opponeva al metodo auspicando un preventivo passaggio in Commissione): «Al di là delle appartenenze politiche, condivido questo ordine del giorno perché sono ormai quasi due settimane che sosteniamo i cittadini della Val Bisagno in questa battaglia. È un documento coerente con quanto votato dal Municipio che vuole ripristinare la situazione precedente. L’ordine del giorno si fa semplicemente portavoce della richiesta dei cittadini, era impossibile votare contro. Se poi la questione deve essere affrontata in commissione, ben venga. Ma era un passaggio che andava fatto prima che Amt attuasse questo provvedimento, dando vita a un tavolo di lavoro che potesse portare a una decisione condivisa. Tra l’altro noi dovremmo far di tutto per incentivare le persone all’utilizzo del trasporto pubblico e questo non si fa andando a tagliare gli autobus in zone in cui l’unico trasporto pubblico è quello su gomma».

    I più maligni dicono che il suo comportamento sia motivato soprattutto dalla volontà di ampliare la propria visibilità, addirittura per crearsi un bacino fertile in Val Bisagno in vista delle prossime elezioni regionali. Illazione che lo stesso interessato smentisce seccamente: «Assolutamente no. Credo che ogni qualvolta ci siano dei temi così sentiti dai cittadini si debba andare incontro alle loro istanze. E in questo momento la gente ci chiede di tornare indietro».

    Ma Villa non è l’unica pecora nera. Come tiene a sottolineare Farello, anche gli ingressi ritardati delle consigliere Nicolella e Bartolini (Lista Doria), guarda caso comparse in aula proprio al termine del voto, hanno tanto il profumo di assenza strategica. Senza contare altri voti “persi” dalla maggioranza, come quelli di Pastorino (Sel) e Bruno (FdS), o il presente non votante Chessa (Sel). Astenuto, invece, il Movimento 5 Stelle.

    «Non ci sono grossi drammi politici se la maggioranza non tiene su un documento prettamente amministrativo – sostiene il capogruppo del Pd, Simone Farello – e poi è una tradizione genovese che sulle riorganizzazioni del trasporto pubblico si vada sotto. Credo che il vero problema sia piuttosto un altro: non vorrei che ci stessimo concentrando troppo sul dito invece di guardare la luna. Se interveniamo puntualmente sulle singole linee, rischiamo di perdere di vista l’intera rete Amt. Io ho sempre votato e sempre voterò contro a ordini del giorno che vogliono intervenire su modifiche puntuali, intanto perché spettano all’azienda e poi perché non consentono di tenere presente l’intero assetto della rete pubblica e rischiano di comprometterne l’efficienza».

    L’ex assessore a Mobilità e Traffico del Comune di Genova si dice, comunque, d’accordo con chi sostiene che sia necessario che Amt fornisca dati puntuali circa i cambiamenti che la nuova riorganizzazione ha portato: «Proprio per questo motivo le decisioni vanno prese in commissione, dopo un’attenta analisi complessiva del sistema. Ad esempio, e so di dire una cosa impopolare, con l’arrivo della metropolitana a Brignole era inevitabile l’accorciamento di alcune linee: dovremmo però ragionare sulla frequenza delle corse lungo la valle e sulle colline».

    A sostenere la necessità di un preventivo passaggio in commissione anche Gianpaolo Malatesta, presidente della Commissione Sviluppo Economico e da sempre attivo proprio in Val Bisagno: «Se sei un amministratore come si deve, prima approfondisci la questione in commissione e poi presenti un documento in aula. Persino il Consiglio di Municipio, prima di licenziare la mozione all’unanimità, ha sentito l’assessore e Amt. Anche io voglio sapere quanti chilometri sono stati tagliati in Val Bisagno perché l’unico strumento di trasporto pubblico è la mobilità su gomma, sia a breve che a lunga percorrenza. Il punto però è che affrontando il problema nel modo in cui abbiamo fatto oggi non si riesce a far cogliere l’entità complessiva del taglio fatto da Amt, che è molto grave».

    Raggiante, e non poteva essere altrimenti, Lilli Lauro: «Villa e Malatesta hanno sostenuto la folla su queste richieste. Villa è stato coerente e ha votato a favore, Malatesta si è astenuto. La commissione è doverosa ma prima votiamo e blindiamo questo orientamento, poi vediamo in maniera pratica come riorganizzare le cose. Ora ripristiniamo le linee come hanno chiesto 7 mila cittadini, visto che non c’è uno studio che ne abbia motivato la riduzione. Poi, in commissione, potremo rivalutare le cose in base agli eventuali dati che ci verranno proposti».

    autobus-amt-3Ora la palla passa all’assessore Dagnino e all’azienda che, intanto, da lunedì prossimo dovrebbe rendere operativo il ripristino del capolinea davanti all’uscita della Stazione Brignole, precedentemente interessato dai mezzi Atp. Nel frattempo, non è escluso che venga comunque convocata una Commissione sul tema. Anche perché non è assolutamente detto che l’ordine del giorno si traduca nei fatti in pedisseque disposizioni concrete. Più probabile che aiuti ad accelerare qualche ripensamento, magari partendo proprio dalle tre richieste scritte nero su bianco dal Municipio: l’estensione a tutta la giornata della linea 13 Prato – Caricamento, il ripristino della linea 14 Prato – Via Dante e una verifica sulle modifiche della linea 12 per facilitare l’interscambio con gli altri mezzi e non giungere comunque a una riduzione delle corse. Affianco a ciò, i cittadini, tramite i propri rappresentanti municipali, hanno proposto ad amministratori e azienda di valutare molto attentamente una serie puntale di miglioramenti del trasporto pubblico che potete leggere nel testo della mozione (clicca qui).

     

    Simone D’Ambrosio