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  • Politica, scienza, media: non mi fido. Complottismo? No, fase di transizione

    Politica, scienza, media: non mi fido. Complottismo? No, fase di transizione

    decrescitaPiù volte su questa rubrica mi sono ritrovato a spiegare che le cose non stanno come generalmente si crede: è capitato a proposito della moneta unica, del problema della stabilità politica, del valore di certe icone liberal dell’informazione, dell’operato del Presidente della Repubblica e dell’infallibile sistema tedesco. C’è un’idea, però, su cui più di altre mi sono concentrato: la pretesa che esista un sapere economico univoco, ben noto ai nostri “policy maker” e padroneggiato con sicurezza dai tecnici.

    Da “non-economista” ho fatto varie incursioni (imposte dalla violenza della crisi) in questo campo impervio: mi hanno restituito un panorama molto più variegato e un dibattito molto più acceso di quello che il grande pubblico normalmente pensa. Ho provato così a richiamare l’attenzione sul fatto che molte voci importanti da noi erano sostanzialmente ignorate, che i termini del dibattito pubblico stavano mutando spacciando una tesi economica relativa per una verità politica assoluta e che, più in generale, esistono visioni alternative.

    Su tutti questi punti sarebbe stato interessante avere un confronto nel merito; cosa che mi avrebbe permesso, tra l’altro, di correggere imprecisioni ed errori che sicuramente non sarò riuscito ad evitare: purtroppo però, salvo rarissimi casi, ciò non è stato possibile. La logica dominante è quella di giudicare un prodotto dalla scatola: pochi si abbassano a leggere l’etichetta, quasi nessuno apre la confezione. Così ci si riduce a discutere con quelli che: “io sono per rimanere nell’euro, perché il mondo va verso l’unificazione” (per inciso, un saluto affettuoso al caro amico autore di questa brillante riflessione).

    Tuttavia rimane un’obiezione che, pur senza entrare nel merito, mantiene un certo peso: se davvero le cose non stanno come crede la maggior parte, come si spiega l’ignoranza nella quale sono tenute le persone?

     

    La politica, l’informazione, la scienza economica: ci possiamo fidare?

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    In effetti è strano. Dopotutto siamo ancora in democrazia! Si possono ascoltare un sacco di voci e pareri diversi; e ciascuno di noi, se vuole, può farsi un’opinione sensata. In politica l’alta conflittualità e l’ambizione personale, se non altro, spingono i vari leader a ricercarsi una nicchia elettorale: è difficile, dunque, che forti interessi rimangano senza alcuna rappresentanza. Anche nel mondo dell’informazione c’è molta offerta: per cui, benché la maggior parte dei giornalisti scrivano quello che vogliono i loro editori, è difficile che non esista neppure un luogo dove si possano raccontare le cose come stanno. Infine la scienza fa volare gli aerei e fa girare le particelle a Ginevra: pertanto dobbiamo avere fiducia che, se la comunità scientifica è in sostanziale accordo su una cosa, quella cosa sia vera.

    Certo, occasionalmente al pubblico potrà essere restituita qualche menzogna, soprattutto laddove s’incontrano ricchi tycoon come Berlusconi che monopolizzano le TV; ma tolto questo, come è possibile che il sistema politico, mediatico e scientifico in blocco e per un periodo prolungato ci propini informazioni false? A meno che non ci sia un complotto.

    E così siamo arrivati al punto: nella testa di molti chi contesta radicalmente l’opinione corrente è in fondo un complottista, perché il sistema ha molti difetti – è vero – ma è plurale e democratico; per cui non ci possono essere verità palesi su cui la maggioranza è tenuta all’oscuro.

    In realtà questa rassicurante immagine di “società del progresso” – in cui la collettività dispone di tutti i mezzi necessari e alla fine prenderemo sempre la decisione democraticamente più giusta… – è come minimo ingenua. Ho fatto cenno alla politica, all’informazione e alla scienza perché sono i veicoli che concorrono alla formazione del nostro sistema di valori (ci sarebbe anche la scuola e il mondo della cultura, ma per non complicare il discorso teniamoli da parte). Le nostre opinioni dipendono, dunque, non solo da noi, ma anche da quello che sentiamo dire ogni giorno da queste categorie di persone: politici, giornalisti e esperti di varie discipline. Ebbene: ci possiamo fidare?

    Dei cosiddetti “rappresentanti del popolo” non occorre discutere molto: stiamo parlando di quello che nell’immaginario collettivo è il principale colpevole della crisi; per cui non mi occorre sprecare fiato per convincervi della scarsa affidabilità di questa classe politica. Un po’ più di fiducia si tende a riporre, invece, nel mondo dell’informazione: ma sono pochi quelli che mantengono ancora un certo credito; e non ci vorrà molto perché tutti si rendano conto che anche i vari Ballarò e Servizio Pubblico non stanno restituendo l’informazione che servirebbe in questo momento.

    Arriviamo così alla scienza; e dal momento che il problema è la crisi economica, parliamo della scienza economica. Ecco, magari non ci fidiamo degli economisti e delle università di casa nostra, ma sicuramente abbiamo fiducia negli economisti internazionali: se questi esperti sono concordi su qualcosa, almeno di questa cosa non avrà senso dubitare… giusto? Purtroppo non è così facile.

    Il Guardian ha raccolto la denuncia di un’associazione studentesca dell’Università di Manchester secondo cui le facoltà di economia del Regno Unito sono tuttora rigorosamente allineate sulle posizioni del pensiero neoclassico, lo stesso che prima non ha saputo prevedere la crisi e poi non ha saputo spiegarla. L’Economist, dal canto suo, ha puntato il dito sulla scarsa qualità della ricerca scientifica internazionale, lamentando sia scarse verifiche sui risultati degli studi pubblicati (ricordate il caso Reinhart e Rogoff?), sia un’esasperata competizione che non premia l’originalità, ma spinge al conformismo. Insomma: ce n’è abbastanza anche qui per non prendere tutto come oro colato.

    Direte voi: ma se non possiamo fidarci di nessuno, che facciamo? Buttiamo a mare tutto il sistema? Assolutamente no. Il rivoluzionario, in fin dei conti, è anch’egli un nostalgico di quel mito della “società del progresso” cui accennavo poco sopra: avendo constatato che non si sta realizzando, ne attribuisce la colpa all’umanità corrotta, al profitto, al denaro, alla proprietà privata, eccetera. La realtà è un’altra, e in fin dei conti è anche più semplice: siamo in fase di transizione.

    Le società e i loro valori di riferimento non permangono sempre identici, ma sono dinamici: mutano, si correggono e auspicabilmente si evolvono; e di solito questo avviene in corrispondenza di grandi crisi come quella che stiamo vivendo. Così la rappresentanza politica è chiamata a ridefinirsi, il mondo dell’informazione a ripensarsi e anche le teorie economiche conosceranno maggiore o minore fortuna, a seconda di quello che l’esperienza via via ci insegnerà.

    Chiaramente questo processo è ancora all’inizio; tuttavia è proprio in fasi come queste, quando tutto si rimette in discussione, che le maggioranze tendono ad arrivare in ritardo sul cambiamento: perché è la parte più restia ad abbandonare quello in cui credeva prima.

     

    Andrea Giannini

    [illustrazione di Valentina Sciutti]

  • Estinzione di lingue e dialetti: la colpa è dell’inglese?

    Estinzione di lingue e dialetti: la colpa è dell’inglese?

    londra-big-ben-DI“L’estinzione di una lingua comporta la perdita di un patrimonio scientifico e culturale di grande valore e può essere paragonata all’estinzione di una specie.” È questo, in sintesi, il grido d’allarme lanciato da endangeredlanguages.com, pagina Internet di un progetto il cui scopo è quello di proteggere le lingue che rischiano di morire.

    Circa il 43% delle lingue parlate nel mondo potrebbe estinguersi entro la fine del ventunesimo secolo: non si tratta delle percentuali spaventose vicine al 90% che ogni tanto vengono tirate in ballo, ma la cifra è comunque impressionante e preoccupante.

    Uno studio condotto dal sociologo indiano Ganesh Devy ha rivelato per esempio che nel sub-continente indiano un quinto delle lingue parlate fino a cinquant’anni fa è scomparso. Opinione comune, vox populi o leggende metropolitane dicono che la colpa dell’estinzione delle lingue sarebbe da attribuire all’inglese, lingua “vorace” che miete vittime in tutto il pianeta e che, chissà, potrebbe anche minacciare l’italiano stesso, considerando il sempre crescente numero di prestiti inglesi nella nostra lingua.

    Certamente, l’inglese in quanto lingua franca internazionale ha avuto e ha un ruolo nel processo di perdita di prestigio (e di parlanti) di molte lingue, ma la colpa, se così si può dire, non è affatto ascrivibile soltanto all’inglese.

    Le cause dell’estinzione di diverse lingue risalgono al XIX secolo, periodo in cui si afferma l’idea di identità di lingua e nazione. Ma in quale modo si radica la “lingua dello Stato” nella popolazione? Attraverso la scuola, che diventa la fucina di una lingua nazionale standard, il modello di riferimento a cui tutti guardano. Essere in grado di padroneggiare la lingua insegnata a scuola permette di avere maggiori opportunità di trovare un buon lavoro e di aspirare a una posizione sociale più elevata; d’altra parte, quello della padronanza della lingua “corretta” come status symbol è un discorso non nuovo alla nostra rubrica, che relativamente all’Inghilterra avevamo già affrontato qualche tempo fa.

    Ma è possibile, a fronte di questo pericolo di estinzione di così tante lingue, opporre un qualche tipo di resistenza? La materia che si occupa di queste problematiche si chiama pianificazione linguistica, è molto complessa e non la si può affrontare in poche righe. Ciò che comunque ci interessa sapere è che il lavoro dei pianificatori nel tempo ha dimostrato che basare la rivitalizzazione di una lingua facendo leva su ragioni di tipo “morale” o “sentimentale” ha ben poca presa. Il tempo è poco, la vita è breve, l’istinto di sopravvivenza la fa da padrone e quindi, per quanto idealmente toccate dall’argomento, le persone compiono scelte linguistiche che abbiano una qualche convenienza e le aiutino a vivere meglio.

    Partendo proprio da questa considerazione sono nati dei progetti i quali, anziché parlare esplicitamente del valore culturale della protezione del patrimonio linguistico, esaltano i benefici tangibili nella vita quotidiana della salvaguardia di una lingua. Per esempio, l’iniziativa nata in Irlanda, a Galway, con il nome di Gallhim le Gaeilge (“Galway in irlandese”) ha un carattere essenzialmente economico. Essa mira a far notare agli operatori turistici e ai commercianti di Galway che la lingua irlandese può essere un ottimo sponsor per la città. L’idea è quella di persuaderli a usare il gaelico nelle insegne dei negozi e nelle pubblicità come tratto distintivo e caratterizzante della città.

    Usiamo esempi come questo come spunto per salvare i nostri dialetti, anziché piagnucolare e lamentarci – in italiano – di quanto fossero belli i tempi passati in cui per le creuze di Genova e della Liguria si parlavano solo il genovese o il savonese …

    See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Consiglio comunale, la maggioranza si spacca sul sostegno alla maternità

    Consiglio comunale, la maggioranza si spacca sul sostegno alla maternità

    Consiglio Comunale GenovaLarghe intese al Consiglio comunale di Genova. Con una maggioranza ben diversa da quella politica, continuamente traballante, ieri sera in sala Rossa è passata una mozione sulle iniziative a sostegno della maternità, presentata dai consiglieri Balleari (Pdl) e Lodi (Pd), che impegna il sindaco “ad adottare interventi mirati alla tutela della maternità e a favore della natalità, volti a sostenere socialmente ed economicamente le madri in gravidanza che, pur versando in situazione di difficoltà, scelgono comunque di non ricorrere all’interruzione della gravidanza; a strutturare e promuovere tali interventi all’interno della rete dei servizi sociali, socio-sanitari e sanitari pubblici e privati a sostegno della famiglia; a prevedere, tra tali interventi, ove possibile nelle disponibilità di bilancio, anche un contributo economico per collaborare a far fronte alle spese relative alle nascite”.

    Un documento apparentemente innocuo, tanto che qualche consigliere di maggioranza all’inizio dei lavori aveva avuto facile gioco a lamentarsi dell’ennesima seduta inutile, senza alcuna delibera di giunta da discutere. Ma, alla prova dei fatti, la votazione si è trasformata nell’ennesimo banco di prova per Doria e la sua Giunta e ha visto, suo malgrado, tra i protagonisti anche il neo assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi.

    «Auguri alla nuova maggioranza» ha tuonato il capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino anticipando il risultato della votazione. Già perché la mozione è passata con 21 voti favorevoli e 14 contrari. Ma il sostegno è arrivato da Pd, Pdl, Lista Musso, Udc e Gruppo Misto. Hanno votato no, invece, i 5 consiglieri del Movimento 5 Stelle e, soprattutto, i 6 della Lista Doria, i 2 di Sel e l’unico rappresentate di FdS.

    A voler fare un po’ di dietrologia, si potrebbe dire che quello di ieri altro non è stato che l’antipasto di quanto andrà in scena la prossima settimana con la delibera sulle società partecipate (in fase di studio la possibilità di predisporre alcuni schermi nel loggiato di Tursi per consentire al maggior numero di cittadini di seguire i lavori della Sala Rossa), finalmente pronta a tornare al cospetto dei consiglieri. Ma la situazione, per quanto riguarda il dibattito sul futuro di Amt, Aster e Amiu, sarà decisamente più intricata. Dalle voci che abbiamo colto nei corridoi di Palazzo Tursi, con l’approvazione di qualche emendamento “strategico”, non è escluso che la maggioranza politica “tradizionale” possa riuscire a salvarsi in calcio d’angolo. Almeno per il momento.

    Ad ogni modo, ieri la scintilla è scattata quando, forse con un’interpretazione un po’ forzata della lettera della mozione, il dibattito si è concentrato su una presunta discriminazione delle madri costrette all’aborto. Secondo la consigliera Pederzolli (Lista Doria) «gli interventi sul tema non devono essere puntuali ma sistemici. Bisognerebbe puntare tutt’al più sulla prevenzione delle gravidanze indesiderate. D’altronde esiste già un lavoro di rete da parte del Comune per sostenere le donne con reddito particolarmente basso nel momento della gravidanza. Invece, riteniamo che debba assolutamente essere difesa la legge 194 e il sostegno economico ai consultori pubblici. Va, infine, sostenuta in un certo qual modo la laicità sul tema della maternità e la libertà di scelta per chi vuole abortire che, invece, sembra sia oscurata da questo testo». Fuoco alle polveri, con una lunga discussione che ha raggiunto punti piuttosto infimi quando il consigliere De Benedictis (Gruppo Misto) si è rivolto direttamente alla collega Pederzolli con toni deprecabili: «Non sai quello che dici. Non va bene ragazzina. Questa è una discussione sulla vita e non sulla morte». Pederzolli ha immediatamente ottenuto la solidarietà del consigliere Pastorino: «Mi scuso a nome di tutta la categoria maschile del comportamento non certo urbano che ha tenuto il consigliere De Benedictis». È lo stesso De Benedictis a scusarsi successivamente per l’infelice uscita dovuta, a suo dire, a uno «sciupun de futta». Ma anche in questo caso il rappresentante del Gruppo Misto è caduto nella tentazione di un apprezzamento maschilista tanto innocuo quanto evitabile.

    Ciò che ha colpito maggiormente resta comunque il repentino cambio di rotta della Giunta circa la propria posizione sulla mozione. Inizialmente, il neo assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi, si era detta disponibile ad accogliere il documento solo se i proponenti avessero apportato alcune sostanziali modifiche. Tra queste, la sostituzione dei riferimenti ai consultori privati e pubblici con una più generale rete di servizi socio-sanitari che comprendesse tutte le azioni già intraprese dal Comune e l’eliminazione della previsione di un sostegno economico per chi decide di non abortire. Dopo accese discussioni e alcune sospensioni del dibattito, invece, la stessa Fracassi si è dichiarata favorevole alla mozione così come presentata ed emendata solo nel punto riguardante la necessità di copertura del bilancio per il sostegno economico a chi decide non ricorrere all’interruzione della gravidanza. «È stata male consigliata» dicono i maligni. Fatto sta che il primo round tra Fracassi e Lodi, che Radio Tursi dà tra le più deluse dalla nuova nomina voluta e difesa da Doria, sembra essere stato ampiamente vinto dalla consigliera democratica. A dire il vero ci starebbe anche l’interpretazione opposta. Ovvero che la Lista Doria abbia chiaramente voluto mostrare a Fracassi da che parte si debba schierare se vuole ottenere sostegno in futuro, magari su questioni più delicate e non necessariamente condivise dal Pd.

    Ma la giornate delle diatribe ha registrato anche l’ennesimo scontro tra il Movimento 5 Stelle e la Segreteria generale nella figura del vicesegretario Graziella De Nitto. Motivo del contendere, la dichiarazione di inammissibilità di due emendamenti proprio sulla mozione del sostegno alla maternità perché riguardanti materie sanitarie di competenza regionale. Non l’ha presa bene il consigliere Boccaccio che, off records, ha minacciato di intraprendere future azioni legali contro il vicesegretario se proseguirà con l’opera ostativa nei confronti del suo gruppo. «Dissentiamo profondamente rispetto alla non accettazione degli emendamenti perché riprendono esattamente i termini già previsti nell’impegnativa della mozione» ha dichiarato il capogruppo 5 Stelle, Paolo Putti. Sempre a proposito di segreteria generale, segnaliamo infine la fresca nomina del nuovo Segretario Generale, incarico che dal prossimo 2 dicembre sarà ricoperto da Franco Mileti, proveniente dal Comune di Pavia, in sostituzione di Vincenzo Del Regno, trasferitosi a Siena per motivi personali.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Liquore al basilico, la ricetta per preparare un ottimo digestivo

    Liquore al basilico, la ricetta per preparare un ottimo digestivo

    Liquore al basilicoIngredienti (Dose per un litro di liquore)

    50/100 foglie di basilico, mezzo litro di alcool da liquori mezzo litro di acqua, 500 gr di zucchero

    Prendete le foglie di basilico (non lavatele per evitare che perdano il profumo e si anneriscano) e mettetele in una bottiglia; aggiungete l’alcool, chiudete e fatele macerare per una decina di giorni agitando e capovolgendo la bottiglia spesse volte.

    Passati i dieci giorni, mettete a bollire mezzo litro d’acqua con lo zucchero e mescolate; spegnete appena lo zucchero si è sciolto.

    Fate raffreddare questo sciroppo quindi unitelo all’alcool, mescolatelo e filtrate il tutto passandolo in un’altra bottiglia.

    Chiudete ermeticamente e lasciatelo riposare in luogo buio e fresco per 20 giorni, dopo i quali potrete gustare il liquore.

  • Crisi europea, la Germania è finalmente sul banco degli imputati

    Crisi europea, la Germania è finalmente sul banco degli imputati

    economia-soldi-D1Il fatto che questa rubrica non si occupi del caso Cancellieri non significa che si tratti di un episodio minore. Esigere alti standard di imparzialità e moralità, anche formale, da parte dei ministri della Repubblica (soprattutto nel Ministero della Giustizia) è senza dubbio uno snodo vitale per il buon funzionamento di una democrazia. Tuttavia le rivendicazioni attorno alla qualità della classe dirigente sono importanti unicamente in quanto quella stessa classe dirigente, attraverso il voto, riceve il potere di prendere decisioni al posto dei cittadini; quindi bisogna fare attenzione a non invertire la relazione: l’argomento centrale in politica rimane il merito delle decisioni che vengono prese. Ha senso interessarsi ai rilievi penali o alla forma dei comportamenti solo perché si dà per scontato, molto banalmente, che non ci si può fidare di chi non si comporta correttamente.

    Da questa premessa discende che una campagna di stampa per la trasparenza dei comportamenti (nella fattispecie, per le dimissioni del ministro Cancellieri, che sarebbero doverose…) non dovrebbe arrivare al punto di oscurare il merito di altre questioni assolutamente rilevanti: perché non ce ne facciamo nulla di politici apparentemente onesti, se poi ci disinteressiamo delle decisioni che prendono.

    Ed invece la settimana scorsa è passata quasi sotto silenzio la notizia che gli USA stanno attaccando frontalmente la politica economica di Berlino. Il Dipartimento del Tesoro, infatti, ha rilasciato un report dove al primo posto tra i “punti chiave” dell’economia globale viene inserito l’avanzo della bilancia dei pagamenti della Germania, cioè, in buona sostanza, l’ eccessivo export tedesco.

    Possibile? La virtuosa Germania imputata perché vende tanto all’estero? Ma non è un bene che uno Stato esporti? Non siamo noi quelli corrotti e fannulloni che meritano il biasimo generale? E non stiamo facendo le riforme proprio per diventare anche noi produttivi come i Tedeschi?

    Sulla base di questi interrogativi qualcuno ha ipotizzato che gli Stati Uniti stiano solo cercando un diversivo dopo lo scandalo intercettazioni; ma questa speculazione è rigettata categoricamente dal premio Nobel Paul Krugman, secondo il quale, fatte salve le responsabilità americane, confondere le due vicende significa perdere di vista il punto centrale: la politica tedesca provoca realmente squilibri insostenibili per i partner. L’insigne economista rincara la dose stigmatizzando la replica di Berlino: l’alto livello di export della Germania non dipende solo dalla buona qualità dei suoi prodotti, e anzi «gli economisti in tutto il mondo che leggono questo dovrebbero piangere». Come se non bastasse, ci si è messo pure il Fondo Monetario Internazionale, il quale, dopo anni di critiche a noi PIIGS, ha ammesso finalmente che anche il surplus tedesco è un problema.

    Se anche non vi fidate degli “amerikani”, sappiate che non potete eludere la questione così facilmente: purtroppo che i problemi dell’euro-zona dipendano dall’atteggiamento mercantilista della Germania non lo nega più nessuno. Non c’è alcun commentatore qualificato, per quanto interessato alle nostre mazzette e ai nostri debiti, che interrogato sul punto specifico si azzardi a negare le pesanti responsabilità tedesche. Per cui, rassegnatevi: le cose stanno così e lo sanno tutti. Anzi, è proprio perché si tratta di dinamiche semplici e risapute che Era Superba, pur non essendo l’Economic Journal, ha potuto raccontarle in tempi non sospetti: e dunque sapete già quale sia questa visione distorta dello sviluppo economico, come si fa a tenere bassi i salari, e perché questo atteggiamento sia alla base della crisi dell’euro-zona, avvicinando sempre di più la fine dell’euro.

    Si chiama strategia “Beggar-thy-Neighbor” (“arricchisci alle spalle del tuo vicino”). Come ho spiegato più volte, i Tedeschi semplicemente pagano poco i loro lavoratori in proporzione a quanto vendono e si garantiscono così una buona competitività, perché, se diminuiscono i costi, aumenta la quota del profitto. Questo profitto, però, non si traduce in corrispondenti aumenti salariali grazie a precisi accordi sindacali e forme di lavoro poco tutelate: così la domanda interna non sale, l’inflazione resta bassa e il vantaggio competitivo rimane intatto. A questo punto i paesi importatori hanno solo due strade per recuperare terreno rispetto ai forsennati esportatori teutonici (che nel frattempo usano il loro surplus per fare investimenti e produrre merci sempre migliori): o svalutano la moneta o svalutano i salari. Ma noi una moneta nostra non l’abbiamo. Di conseguenza siamo costretti a svalutare i salari; e così distruggiamo la domanda interna (come ammette placidamente l’ex-premier Monti), mandando sul lastrico centinaia di imprese che non hanno più gli acquirenti per i loro prodotti.

    Ecco perché oggi tutti se la prendono con i Tedeschi: perché se non si decidono a spingere i consumi pagando di più i loro lavoratori – e lo possono fare agevolmente, dato che hanno un surplus enorme – in Europa non rimarrà nessuno a sostenere la domanda e il sistema andrà in pezzi. Ed ecco perché esportare non è sempre un bene: perché non c’è un paese che esporti senza che dall’altra parte ci sia un paese che importi; per cui se la Germania, o meglio l’industria tedesca, non vuole rinunciare alla sua bella fetta di export, che per un terzo è diretto verso altri paesi dell’euro-zona, è chiaro che questi ultimi non potranno che continuare ad indebitarsi fino al default o all’uscita dalla moneta unica.

    Ripeto: chi ha un minimo di conoscenza di temi economici, da Monti a Fassina, questa dinamica la conosce benissimo. Ormai non ci si affanna neppure più a smentire che la creazione dell’euro sia stata come minimo “affrettata”. Neppure Milena Gabanelli, i cui “report” sul tema ho criticato aspramente tre settimane fa, nega che sarebbe stato meglio non entrare nell’euro. Ed è sempre più difficile, a fronte di una situazione che continua a peggiorare, sostenere che restare fuori dalla moneta unica sin dall’inizio ci avrebbe consegnato a scenari ancora più catastrofici. Per questo oggi non rimane che un’ultima frontiera per i “negazionisti”: “entrare è stato un errore, ma tornare indietro non si può più”.

    Questa tesi sarebbe anche interessante, se permettesse un dibattito sui costi dell’uscita; purtroppo si tratta solo di un mantra da ripetere ossessivamente per fermare ogni discussione: “bisognava pensarci prima”, “la scienza economica non è in grado di fare previsioni certe”, “parlare di uscita può rinfocolare populismi ed estremismi”, “non bisogna sbattere i pugni sul tavolo” , “i Tedeschi li possiamo convincere solo rispettando gli impegni”, eccetera. La reale consistenza di queste osservazioni e le flebili speranze a cui si finge di rimanere attaccati non sono il tema di questo articolo; per cui mi limito a una sola osservazione, a proposito di quelle decisioni sbagliate cui facevo accenno all’inizio: se siamo tutti d’accordo che sarebbe stato meglio non entrare nell’euro, chi paga per questo errore?

    E cosa dire delle politiche di austerità? Del pareggio di bilancio in Costituzione? Di tutte le altre regole assurde che l’UE ci ha imposto, che noi abbiamo ratificato senza alcuna discussione pubblica e che non serviranno a salvarci? Spero sia chiaro, dunque, che anche se le dimissioni della Cancellieri sono importanti, è più importante tenere d’occhio le decisioni che vengono prese: perché una volta imboccata la strada sbagliata il danno è fatto. E quella di metterci di fronte al fatto compiuto è ormai con tutta evidenza una strategia consolidata per bypassare la democrazia.

     

    Andrea Giannini

    [foto di Daniele Orlandi]

  • L’America è sempre l’America: condizionati dall’industria di Hollywood

    L’America è sempre l’America: condizionati dall’industria di Hollywood

    hollywood-universal-studios-DIUna decina di giorni fa l’agenzia di rating Dagong ha declassato il dollaro nel silenzio pressoché totale dei nostri organi di informazione (ho anche sentito un downgradato che mi ha fatto salire i brividi lungo la schiena). Un altro segnale di un’incrinatura che diventerà una crepa nel sistema di potere economico, finanziario e politico dominato dal mondo anglosassone.

    Ma come mai, nonostante così tanti segnali più o meno evidenti, nella percezione dell’”uomo della strada” in Europa e nel mondo occidentale in generale, l’America è ancora e sempre l’America?

    Oltre al ruolo giocato dai mezzi di informazione che tacciono volutamente o sono troppo sciocchi per riuscire a capire (probabilmente una commistione di entrambe le cose), un ruolo decisivo nell’affermazione del modello americano lo ha avuto, per decenni, l’industria di Hollywood.

    Talvolta apparentemente seri, talvolta pacchianamente esagerati, i film made in USA che ci vengono propinati da anni hanno spesso il sottotesto: “Gli Stati Uniti sono i bravi e i loro nemici sono i cattivi da combattere”. Ovviamente non sto parlando del grande cinema americano di veri artisti quali Francis Ford Coppola o Martin Scorsese, per citare due dei più noti, ma mi sembra evidente che il cinema Stars & Stripes, in particolare quello dei cosiddetti B-movie, abbia avuto e abbia ancora un impatto molto forte dal punto di vista della propaganda. Sono i film che abbiamo visto per anni “per rilassarci” o “per staccare la spina dopo una giornata faticosa” quelli che, lentamente, ci hanno fatto interiorizzare e assumere come veri determinati stereotipi assolutamente falsi. Per esempio:

    gli USA sono i salvatori del mondo (pensate a Independence Day, in cui il Presidente statunitense in persona conduce l’attacco decisivo contro gli alieni);

    – la legge è inefficiente e quindi è normale che alcuni individui, eroi o giustizieri, si pongano al di sopra di essa così come gli USA faranno nel resto del mondo. Il film dal titolo Dredd- La legge sono io è emblematico, così come Robocop, Cobra, Il Giustiziere della Notte, i film con i vari Arnold Schwarzenegger, Steven Seagal, ecc.;

    – le popolazioni arabe sono legate a una visione barbara e incivile della società (il film-cartone animato Aladdin della Walt Disney si apre con una canzone che dipinge in modo becero il mondo arabo);

    – il mondo socialista/comunista è popolato da individui indistinatmente cattivi e negativi, più simili a freddi automi che a esseri umani (Rambo III e Rocky IV, diretti da Sylvester Stallone, amico di Ronald Reagan che non a caso come Presidente USA coniò l’espressione Evil Empire per definire l’Unione Sovietica).

    Alla luce di questo bombardamento tanto subdolo quanto continuo, non stupisce allora se, immediatamente dopo l’Undici Settembre, l’opinione pubblica occidentale in massa fosse pronta ad appoggiare un intervento militare massiccio in Medio Oriente senza nemmeno attendere che venisse svolta un’indagine seria, dato che le incongruenze riguardo a quell’evento erano e restano davvero tante. Allo stesso modo, non stupisce che negli Stati Uniti abbiano ancora così tanta influenza le lobby delle armi e le associazioni di possessori d’armi da fuoco quali la National Rifle Association, che dell’idea del “farsi giustizia da soli” fanno la propria bandiera… Ma tutto questo finirà: è solo una questione di capire quando esattamente. See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Agenzie di viaggio, maggiorazioni sul prezzo: estremi per azione legale

    Agenzie di viaggio, maggiorazioni sul prezzo: estremi per azione legale

    viaggi-parigiLa settimana scorsa parlammo di viaggi di nozze, questa settimana parliamo di incubi d’estate… Quando scrivo che bisogna stare attenti nella scelta dell’agenzia di viaggio, intendo dire che l’agenzia la fa l’agente, ovvero la persona fisica con cui si tratta.

    Ci scrive la signora Laura esponendoci un caso di assoluta gravità.

    Ella si recava con il compagno presso un’agenzia di viaggio sita nell’entroterra ligure per prenotare un viaggio estivo nel nord Europa.
    La signora versava un acconto affinché l’agenzia bloccasse i voli e gli alberghi di rito; in un secondo tempo, venivano pagati una differenza sui voli aerei nonché il noleggio delle auto. Il costo degli alberghi veniva pattuito con l’agenzia.
    Alla fine del viaggio, i nostri turisti scoprivano di avere versato all’agenzia ben più soldi di quanto costava il viaggio, circa 750 Euro. Al loro ritorno, venivano fatte le dovute rimostranze all’agente che riconosceva di avere incassato più denaro del dovuto, ma non lo restituiva.
    Orbene, ci sono gli estremi per un’azione legale? Assolutamente sì.
    Deve essere richiesta la restituzione della somma versata in eccedenza, ma sarebbe anche ammissibile una richiesta supplementare di risarcimento danni. E non solo… Vi sarebbero pure gli estremi per una querela in sede penale per l’ipotizzabile reato di appropriazione indebita.

    Come potete ben vedere, non è poi così difficile trovarsi in situazioni spiacevoli. Chi scrive, crede fermamente nel cosiddetto passaparola; quindi, quando dovete recarvi presso un professionista o presso un qualsivoglia commerciante, cercate di avere un feedback in merito.

    Questo è anche il motivo per cui io diffido fortemente dal commercio telematico, meglio noto come e-commerce.

    Per concludere, mi preme darvi ancora due consigli:
    1. Fatevi sempre consegnare un opuscolo o depliant del viaggio che intendete prenotare, laddove i costi siano ben precisati, al fine di evitare sorprese non gradite;
    2. Sappiate che i costi pubblicizzati non possono essere in alcun modo maggiorati dall’agenzia di viaggio con fantomatiche “commissioni d’agenzia” così come successo alla nostra lettrice; dette commissioni, che sono il compenso dell’agente di viaggi, sono già comprese nel prezzo finale!

    E pensare che fare un viaggio dovrebbe aiutare a staccare dai problemi, non certo crearne di nuovi…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Il ruolo del Presidente della Repubblica e quello di Giorgio Napolitano

    Il ruolo del Presidente della Repubblica e quello di Giorgio Napolitano

    NapolitanoDi questi tempi prendersela con il Presidente della Repubblica va molto di moda. Ma bisogna ammettere che non si tratta solo di propaganda politica. Benché a Giorgio Napolitano non si possano imputare grandi strappi, sostanzialmente non c’è alcun dubbio che sia lui la vera guida politica dell’Italia: e questa, a ben vedere, è già una forzatura.

    L’azione politica, fin tanto che è in vigore questa Carta Costituzionale, è promossa dal governo, cioè da chi è stato votato dai cittadini. Invece al Presidente della Repubblica, il quale viene eletto dalle camere, è riservato un ruolo prevalentemente istituzionale: ciò significa che, pur avendo importanti funzioni di rappresentanza, supervisione e ratifica, non ha il compito di intervenire direttamente nel dibattito politico e nell’azione legislativa.

    Tra le sue attribuzioni rientra il potere di nominare «il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92); ma nulla che riguardi nello specifico i provvedimenti legislativi di un governo. E a differenza di quanto avviene negli USA, in Italia il Capo dello Stato non rappresenta il potere esecutivo. Certo, «prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione»; tuttavia «se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata» (art. 74). Di nuovo, dunque, appare chiaro come, da un punto di vista politico, il Presidente della Repubblica abbia facoltà di fare pochi e limitati interventi.

    Tuttavia non pare davvero che l’azione di Napolitano sia improntata a questo spirito. Certo, non ha mai obbligato nessun altro organo costituzionale a fare alcunché (e ci mancherebbe altro, sarebbe un colpo di Stato); né gli si vuole impedire di parlare o lanciare moniti. Resta il fatto che si è avventurato con forza a caldeggiare soluzioni, a fare proposte, a intervenire nel vivo del dibattito politico come nessun altro Presidente si era preso la briga di fare. Per di più la debolezza della classe politica nel mezzo di una crisi economica e le particolari condizioni che hanno portato Napolitano al suo secondo mandato rafforzano il suo ascendente politico, rendendo ogni suo richiamo sempre più forte e ogni possibilità concreta di metterlo in discussione sempre più remota.

    Né si può dire che questo onere sia subito passivamente. Al contrario, appare evidente che il Presidente si è messo in testa di essere l’ultimo baluardo contro la deriva del paese. Basta  ricordare le sferzate che ha riservato al Parlamento in occasione del discorso che sancì la sua rielezione e le precise condizioni dettate allora («Se i partiti saranno di nuovo sordi trarrò le mie conseguenze»; ossia “ora fate come dico io, se no me ne vado e poi vediamo come ve la cavate da soli…”). Ancora l’altro giorno è bastata una brevissima battuta informale per confermare lo sprezzo riservato a questa classe politica e il senso di superiorità morale che Napolitano si attribuisce al confronto.

    Su tanti temi, poi, si permette di indicare indirizzi precisi intollerante ad ogni critica. Ad esempio, non si limita a segnalare l’emergenza carceri, ma suggerisce anche delle soluzioni: «La prima misura su cui intendo richiamare l’attenzione è l’indulto che non incide sul reato e può applicarsi ad un ambito esteso». Affermazioni chiare come queste, nel contesto sopra delineato, sono consapevolmente tese a condizionare il dibattito politico. Lo stesso dicasi per intromissioni di altro tipo, quali la nota vicenda intercettazioni.

    Non basta. Le soluzioni politiche alla crisi recano la chiara impronta del Presidente della Repubblica: è stato Napolitano a volere Monti, a bollare come “populista” chiunque (da Grillo a Berlusconi) abbia osato mettere in discussione questa Europa (i famosi “vincoli ineludibili”), a volere fortemente le larghe intese come unica risposta per traghettare il paese fuori dal pantano. Addirittura si è inventato e ha patrocinato un collegio di “saggi” per le riforme, cui ha chiesto di proporre soluzioni un po’ per tutto: dagli aiuti alle PMI fino alla riforma della Costituzione.

     

    Il presidente e la riforma della Costituzione

    giorgio-napolitanoQuesto ultimo punto è particolarmente rilevante. A proposito dei delicati interrogativi che sollevavo la settimana scorsa, ossia se al nostro sistema istituzionale possa essere imputata qualche colpa nella genesi della crisi attuale, il Presidente Napolitano e gran parte della classe politica non sembrano avere dubbi: senza alcuna discussione pubblica e senza che vengano addotte ragioni specifiche, è stato stabilito che il nostro sistema è troppo pesante e troppo lento, e che pertanto si impone una svolta “decisionista”.

    E’ questo lo scopo delle cosiddette “riforme costituzionali”, facilmente desumibile da quello che è scritto sul sito della Camera. Più potere all’esecutivo e meno controlli è la morale che sta dietro ad espressioni quali: «superamento del bicameralismo perfetto», «introduzione di un procedimento legislativo con una doppia deliberazione conforme solo in casi limitati», «rafforzamento della stabilità di governo», e «accentuazione del primato del Presidente del Consiglio nella compagine di governo». E’ la famosa repubblica presidenziale, che nei fatti Napolitano sta già (impropriamente) anticipando e dei cui benefici effetti tanto si favoleggia, senza che però si sia mai stabilito se davvero la lentezza del vecchio sistema sia l’origine di tutti i nostri mali. Di sicuro c’è solo che la finanza speculativa ne sarebbe molto contenta.

    Da tutto questo discorso segue che gli errori di Napolitano diventano sostanziali, ma nascono formali. Non importa che abbiate fiducia nella persona o meno: quello che è importante è che l’istituzione sta progressivamente travalicando i suoi confini con la scusa dell’emergenza e della crisi. E questo fatto, che è sotto gli occhi di tutti, dovrebbe essere denunciato come un grave pericolo. A nulla vale che il Presidente sia animato dalle migliori intenzioni: sicuramente anche Hitler lo era quando ha portato il mondo in guerra e ha cercato di sterminare un popolo intero. Il fatto è che purtroppo si sbagliava.

    E’ per questo motivo che le costituzioni anti-fasciste prevedono vincoli e contrappesi: non tanto perché bisogna fare l’Europa unita o perché non venga più in mente a nessuno di prendersela con gli Ebrei, ma in primis per evitare gli errori di singoli uomini convinti di sapere ciò che è necessario fare. E ovviamente, soprassedendo al rispetto delle forme repubblicane senza battere ciglio, questo è esattamente quello che ci aspetta. Insomma, lasciare che un politico di 87 anni imprima la sua direzione all’intero paese nel plauso ossequioso della stampa e nell’ammutolita reverenza di tutta la politica può costarci caro: cosa facciamo poi se la direzione è quella sbagliata?

     

    Andrea Giannini

  • Viaggio di nozze, regole base per organizzare la vostra luna di miele

    Viaggio di nozze, regole base per organizzare la vostra luna di miele

    Matrimonio, viaggio di nozzeAbbiamo già avuto maniera e modo di trattare l’argomento “viaggi”. Vi abbiamo già delucidato sulla qualità mediana che riveste l’agenzia di viaggi tra il cliente / viaggiatore ed il tour operator.

    In questo periodo pullulano le fiere per gli sposi ed anzi, la città di Genova è riuscita ad organizzare nello stesso weekend (5/6 ottobre 2013) due eventi identici, uno presso il 105 stadium in Fiumara (Fiera Sposi) e l’altro in Palazzo Ducale (Genova Sposi). E poi si dice che Genova non organizza nulla… pensate: ben due eventi al prezzo di uno, un doppione che non ha eguali.

    E così giovani coppie (ma anche meno giovani…) si sono catapultate in entrambi i luoghi desiderose di scoprire come organizzare al meglio il loro matrimonio. Credo siano stati bombardati da mille notizie e nozioni senza avere capito un granché.

    Ho avuto modo di aggirarmi fra gli stand e mi sono accorto che una fiera (di qualsiasi tipo) assomiglia molto ad un supermercato; in quest’ultimo bisogna leggere attentamente tutte le migliori offerte tra uno scaffale e l’altro, mentre ad una fiera si macinano chilometri tra un gazebo e l’altro in cerca di qualcosa o di qualcuno che ci faccia una proposta decente.

    Quel mio giro mi ha dato spunto per parlare delle agenzie di viaggio in particolare. Ascoltavo una coppia che chiedeva un preventivo per un viaggio in Giappone per quindici giorni; naturalmente, il preventivo in fiera non poteva essere compiuto in tutti i suoi dettagli, per cui la risposta degli agenti di viaggi si limitava ad un qualcosa di generico ed alla richiesta di un contatto.

    Notavo altresì che tutti badavano al prezzo del viaggio e non al contenuto dell’offerta. Ecco, proprio da qui vorrei indicare alcune azioni da fare o non fare in casi del genere.

    Vi ricordo che anche il viaggio di nozze è un pacchetto turistico al pari di altre vacanze e che il vostro rapporto con l’agenzia di viaggi è identico a quando prenotate un pullman per una gita di un giorno.
    Ed ancora mi preme sottolineare che, per ogni viaggio venduto, l’agenzia prende una percentuale che voi pagate senza vederla, poiché non sta scritta da nessuna parte.
    In soldoni (e non uso questo termine a caso…), spesso la miglior offerta economica deriva solamente dal ricarico applicato dall’agenzia.
    Non si spiegherebbero altrimenti pacchetti identici del medesimo tour operator offerti a prezzi differenti da agenzie di viaggi differenti.

    Poi va rimarcato che vi sono agenzie di viaggi in franchising – e cioè rappresentanti un marchio – ed agenzie che lavorano in proprio, le quali possono appoggiarsi a più tour operator; dal punto di vista del consumatore, sono preferibili quelle del secondo tipo.

    Ricordiamo anche che nessuna agenzia di viaggi può essere aperta senza la presenza di un direttore tecnico, figura professionale necessaria che mira a garantire la “bontà” dell’agenzia.
    Pertanto, anche all’interno di fiere del settore, assicuratevi sempre di sapere con chi avete a che fare.

    Un ultimo consiglio: sappiate valutare con cura anche il tour operator che vi viene proposto; difatti anche tra questi vi è chi lavora bene e chi male. Prossimamente vi darò ancora utili (spero) consigli in merito.

    Intanto… buon viaggio!

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Alberto Marubbi]

  • Caribbean Islands: l’inglese dei Caraibi, la lingua del reggae

    Caribbean Islands: l’inglese dei Caraibi, la lingua del reggae

    bob-marleyNel panorama della lingua inglese la situazione che si registra nelle Caribbean Islands non ha praticamente eguali. Se in molti dei paesi colonizzati dall’Impero Britannico l’inglese è stata l’unica lingua occidentale con la quale la popolazione locale è venuta in contatto, la zona dei Caraibi ha visto invece l’alternarsi di diversi popoli europei: spagnoli, francesi, olandesi e, appunto, inglesi, portatori ciascuno della propria rispettiva lingua madre che si andava a innestare e  fondere con altre lingue dagli abitanti del luogo.

    A questo contesto si aggiunsero gli schiavi importati dall’Africa in condizioni disumane, parlanti anch’essi le varietà linguistiche delle loro terre di origine. Il melting pot che risultò portò a una commistione di culture che spiega la grande gamma di varietà dell’inglese presenti sul territorio.

    È possibile affermare che nei Caraibi e in Guyana, altra ex-colonia inglese del continente sudamericano, convivano da un lato una forma di inglese standard internazionale, utilizzata per documenti e incontri ufficiali e in ambito accademico, e dall’altro un creolo, fortemente influenzato dal contatto tra l’inglese e le altre lingue menzionate in precedenza.

    In generale, i linguisti distinguono tra un acroletto (la varietà più vicina all’inglese standard) e un basiletto (la varietà più vicina al creolo). Le variazioni riguardano tutti gli aspetti della lingua, dalla pronuncia, al vocabolario, alla grammatica.

    Per esempio, in Guyana si passa dalla forma Standard English: I gave him ad altre creole come A giv him oppure le quasi irriconoscibili A did gi ii e mi gii am. Questo spiega la difficoltà di comprensione dei testi di alcune canzoni, in particolare appartenenti al genere reggae in Giamaica, che attingono a piene mani al creolo. Tratti distintivi come la presenza di una doppia negazione, non accettata nell’inglese standard, sono riscontrabili in I Shot the Sheriff, celebre pezzo di Bob Marley. Il verso: I didn’t shoot no deputy sarebbe in realtà I didn’t shoot any deputy in Standard English.

    Se tuttavia la frase di Bob Marley è ancora chiara, più vicino al creolo e più difficile per noi da comprendere è: If him slip, I gaan leave him hand di Chase the Devil, famoso pezzo di Max Romeo, altro musicista giamaicano, dal significato: If he slips, I’m going to leave his hand.

    Peraltro, non è solo in campo musicale che i Caraibi hanno dato un contributo culturale significativo, ma anche in quello letterario, con poeti e romanzieri del calibro di Derek Walcott e V.S. Naipaul, nato da una famiglia di origini indiane ma cresciuto a Trinidad e vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2001… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Denver, Colorado: Motel degli orrori e sparatoria, sullo sfondo i grattacieli

    Denver, Colorado: Motel degli orrori e sparatoria, sullo sfondo i grattacieli

    colorado-motel-DIUna notte, da qualche parte nel Colorado, la pioggia picchiava forte sul tetto della macchina,così forte da lasciare intravedere solo qualche luce colorata di un motel e una sagoma di Elvis con in mano un cartello recante la scritta illuminata “vacancy”.

    Ho parcheggiato e sono sceso riparandomi con la giacca fino ad arrivare davanti alla porta d’ingresso, sono entrato lasciandomi alle spalle il tintinnio di un campanello e mi sono diretto verso il bancone del bar in attesa di essere notato da qualcuno. Lo sgabello al mio fianco bandiera-americana-DIera occupato da un uomo di carnagione olivastra con baffoni a cascata e un cappello da cow-boy, sorseggiava whisky on the rock con aria annoiata, batteva il piede al ritmo di Bad Moon rising dei Creedence e il suo volto ricordava terribilmente il sergente Garcia del telefilm Zorro ma dai lineamenti meno affabili.

    Nell’aria passava un odore di birra ormai impregnato nel legno scuro del locale. Allungo una mano per prendere due noccioline americane quando da una tenda a stelle e strisce esce una cameriera in completo rosa con una coroncina di stoffa in testa; mastica un chewin-gum e mi regala un sorriso cordiale: “di cosa hai bisogno?” Lanciando nella sputacchiera il guscio della nocciolina le dico che stavo cercando un letto caldo e una doccia, lei mi rispose con sicurezza “Straniero, sei nel posto giusto”. Ero capitato in quel posto senza nome in maniera casuale, il primo paese distava una decina di km, intorno solo alberi e monti immersi nel buio, dietro al bar sorgeva un grosso casermone su due piani contenente le oltre trecento stanze del Motel.

    Matteo, il mio compagno di viaggio, aveva atteso tutto il tempo in macchina, nel frattempo la pioggia era cessata lasciando fango e pozzanghere che riflettevano le luci colorate dei neon. Ci siamo incontrati fuori dal locale e prima che mi chiedesse lumi e impressioni avevo già la chiave in mano, per venti dollari a notte qualsiasi cosa andava bene, anche un motel frequentato da camionisti di passaggio, uno di quei posti dove non ti vorresti mai trovare in circostanze normali.

    Per raggiungere la nostra stanza abbiamo percorso il lungo corridoio del casermone incrociando gli sguardi di alcuni sudamericani dall’aria poco raccomandabile lasciandoci alle spalle stanze aperte e buie che emanavano odori acri e fetori di piedi.

    Mi sono fatto largo tra i fumi e le lattine vuote della sala TV avendo il buon gusto di salutare tutti i presenti che risposero con un piccolo cenno del capo o alzando la mano che reggeva il grosso sigaro, ai loro occhi ero un forestiero capitato li per caso: non avevano tutti i torti. Un neon in fin di vita illuminava il tratto finale del corridoio al secondo piano, l’ultima porta recava il numero 317 scritto con pennarello nero e pessima grafia, quella era la nostra camera. L’arredamento era composto dal solo letto matrimoniale e un piccolo cesso inteso come sanitario, messo li senza un divisorio, la doccia era in comune con le altre trecentosedici stanze e l’armadio sicuramente era stato rubato.

    Siamo usciti per cena intorno alle ore 20 locali, decidiamo di seguire il consiglio della cameriera che ci ha indirizzato verso una steakhouse a qualche km di distanza. Attraversiamo il buio della valle con gli abbaglianti accesi, tra ululati di coyote e tassi kamikaze e arriviamo di fronte al ristorante, una sorta di baita completamente in legno. Ho spinto la porta saloon come nel vecchio west e siamo entrati con il passo da cow-boy e l’aria un po’ smarrita, un profumo di carne alla brace ci ha accolto e in pochi minuti eravamo già seduti. Il locale era composto da un banco di macelleria dove si poteva scegliere la propria bistecca, una grande piastra simile a un tavolo da biliardo posto al centro del salone per cuocere e intorno solo tavoli. I bocconi si scioglievano in bocca e si fondevano con il gusto del condimento nero a base di cipolle spennellato in cottura, è stata la carne più buona che abbia mai mangiato, quel sapore intenso e selvaggio era così coinvolgente che ho dovuto cuocere un’altra bistecca.

    Finita la cena abbiamo percorso la stessa strada ma illuminata dalla luna che nel frattempo si era svegliata, abbiamo posteggiato la macchina siamo entrati nel bar del motel, l’uomo con i baffi era seduto nello stesso sgabello ma il suo piede questa volta era fermo e i suoi occhi coperti dal cappello, russava e davanti a lui aveva qualche bicchiere vuoto di troppo.

    Una volta in camera abbiamo blindato la porta con una sedia e ci siamo messi a letto stanchi delle centinaia di km macinati durante la giornata. La notte scorreva serena tra latrati di volpi e canti di civette, la luna si affacciava  timidamente dal monte e la sua luce impregnava le fluorescenti tende ingiallite dal fumo. Improvvisamente due spari tagliano in due la quiete, mi sveglio di soprassalto, alle tre del mattino non potevano essere cacciatori e il rumore non era quello di un fucile, era una pistola. Istintivamente abbiamo acceso la luce, eravamo pronti a scappare ma una volta capito che non sarebbe stata una buona idea abbiamo spento tutto e siamo restati in stanza ad attendere l’evolversi della sparatoria. Le ultime ore sono passate senza colpi di scena e di pistola, il mattino seguente di buon ora siamo ripartiti senza guardare indietro attraverso le verdi vallate del Colorado.

    Dopo una sosta da McDonald’s e duecento km di strada, avvistiamo in lontananza i grattacieli di Denver svettare tra le nuvole, in contrasto con la natura e le montagne che li circonda. La città non spicca certo per la sua originalità, qualche spazio verde e i volti dei giocatori di scacchi nelle vie del centro erano le uniche scappatoie dalla morsa della noia.

    Cosa fare a Denver quando sei morto” è il titolo di un film con Christopher Walken e Andy Garcia, non sapere cosa fare a Denver quando sei vivo era la mia situazione. Ma i colpi di scena sono sempre all’ordine del giorno nei miei viaggi e, dopo aver visitato lo stadio dei Denver Nuggets, abbiamo attraversato un quartiere popolare passando attraverso un campo da basket di strada dove alcuni ragazzi stavano tirando a canestro. A causa di uno strano rimbalzo il pallone finisce tra i piedi di Matteo che lo prende e lascia partire un tiro da tre punti che si insacca in rete. Dopo questo gesto atletico siamo stati obbligati a giocare, ci siamo divisi in due squadre diverse e abbiamo iniziato il match senza un’apparente posta in palio che, dopo essere stati sconfitti, abbiamo scoperto  essere dieci dollari, poteva anche andare peggio.

    Rientrati in hotel visibilmente sudati abbiamo fatto un bagno in piscina, una doccia calda e siamo usciti per cenare passeggiando lungo un corso d’acqua  con la mente libera e con il solo pensiero delle 24 ore di viaggio che ci aspettavano il mattino seguente. Il sole tramontava lento disperdendo il suo giallo come un acquarello che tingeva di rhum la linea dell’orizzonte, il vento faceva danzare le spighe di grano al ritmo del suo soffio e il cielo blu era cosparso di nuvolette bianche, ricordavano le stelle della bandiera americana.

    L’ultimo ricordo di viaggio è il cielo notturno del Colorado, una sigaretta e “Birds” di Neil Young che risuona nelle orecchie.

     

    Diego Arbore

  • Movimento 5 Stelle, analisi politica e considerazioni inattuali

    Movimento 5 Stelle, analisi politica e considerazioni inattuali

    Beppe GrilloLunedì Peter Gomez e Marco Travaglio (rispettivamente direttore dell’edizione on-line e vicedirettore dell’edizione cartacea del Fatto Quotidiano) hanno risposto ad una lettera di Vittorio Bertola, consigliere del M5S di Torino. Argomento del contendere era lo stop di Beppe Grillo rispetto all’ipotesi di votare per l’abolizione del reato di clandestinità. L’episodio è noto, mentre lo scambio di vedute tra il politico e i due giornalisti è passato naturalmente in secondo piano: ma riprenderlo può essere molto istruttivo.

    La critica di Gomez e Travaglio si basa sostanzialmente su tre punti assolutamente condivisibili:

    1. se pure è vero che l’abolizione del reato di clandestinità non era nel programma del M5S, va anche aggiunto che nello stesso programma manca qualsiasi tipo di accenno al tema dell’immigrazione: ed è un errore non aver pensato a delle proposte a riguardo;
    2. Grillo non articola un ragionamento che entri nel merito della questione, ma evoca esclusivamente ragioni di convenienza elettorale (non inimicarsi l’elettorato di centro-destra): ed è proprio questa l’attitudine della vecchia classe politica che Grillo stigmatizza;
    3. l’idea di democrazia diretta «alla prova dei fatti rischia di mostrare dei limiti»: cioè i parlamentari devono pur avere un certo margine di autonomia.

    Questa analisi ha il merito di discutere punti deboli e punti forti rimanendo fuori dal coro degli hooligan pentastellati o dei detrattori a oltranza: ed è rarissimo trovare qualcuno che non sia interessato solo a trattare i nuovi arrivati vuoi come i liberatori della politica italiana, vuoi come dei sovversivi fascisti. Senza nulla togliere a Gomez e Travaglio, però, concedetemi la piccola vanità di far notare che i due arrivano un pelino tardi: tutte queste cose io le avevo scritte tempo fa.

    Già un anno fa avevo scritto che il M5S incarnava l’esigenza di recuperare il senso della rappresentanza politica, ma che si affidava per questo ad un’idea di democrazia diretta “telematica” troppo ingenua per funzionare realisticamente. Avevo avuto modo di ribadire che è una colossale ipocrisia quella di ignorare il confronto ideologico tra destra e sinistra, perché questa distinzione incarna i due interessi di base che dividono al fondo qualsiasi società: quello di una maggioranza che ha la sua forza nella quantità e quello di una minoranza che ha la sua forza nel peso specifico (ne riparleremo meglio in futuro). Avevo spiegato, infine, che da questi e altri nodi irrisolti dipendeva la mancata maturazione ideologica del movimento.

    Dunque era del tutto pacifico che questa necessaria evoluzione fosse frenata proprio dall’incapacità di  Grillo e Caseleggio di coglierne la grande ricaduta positiva, sul lungo periodo, in termini di consenso, e che prevalessero al contrario calcoli elettorali di breve respiro, nella convinzione che nell’immediato futuro occorra limitarsi a strizzare l’occhio ai delusi della vecchia politica, tanto a destra quanto a sinistra. Questa strategia “attendista” può forse tornare utile in questa fase, visto che i partiti tradizionali si stanno distruggendo da soli; ma prima o poi il movimento dovrà capire cosa vuol fare da grande: e l’impressione è che questo i due guru non l’abbiano capito.

    Che ci sia qualcosa che non va, invece, dimostrano di averlo capito Gomez e Travaglio. E chissà, forse si potrebbe anche lasciar perdere un attimo quello che dice la Bonev – anche perché, a naso, chi voleva farsi un’idea su Berlusconi forse se l’è già fatta da anni… – per spingersi un po’ più in là. Ci sarebbero da fare, ad esempio, almeno due importanti considerazioni “inattuali”.

     

    A proposito di immigrazione

    Senza dubbio il reato di immigrazione clandestina è «una grida manzoniana»; di sicuro «il decreto sicurezza Maroni e la Bossi-Fini vanno rivisti in molte parti»; certamente per elaborare un’alternativa è necessario «incontrare esperti, magistrati, volontari, comitati di cittadini e immigrati»: insomma, tutto vero; però forse si potrebbe anche notare che l’ansia di Grillo di marcare una differenza dalla sinistra dipende dal fatto che pure da quelle parti il tema immigrazione non è che sia stato gestito granché bene.

    Forse si potrebbe anche dire che, dietro al supposto “internazionalismo” e ai bei discorsi sulla accoglienza e la fratellanza che piacciono tanto alla borghesia liberal e ben educata, si nasconde l’interesse di una parte dell’imprenditoria italiana di incentivare l’afflusso di manodopera a buon mercato dall’estero per abbassare le pretese dei lavoratori. E questa cosa – pensate un po’ – a questi stessi lavoratori rozzi e ineducati non piace. Ovviamente non intuiscono il fenomeno complessivo, ma certo si rendono conto di vivere in periferie sempre più degradate, di avere sempre meno potere d’acquisto e di contare sempre meno: cosa che nel passato ha segnato la fine dei partiti ex-comunisti, spingendo gli operai a votare Lega Nord; mentre oggi, in un quadro ancora più difficile, dalla Gran Bretagna alla Grecia, gli episodi di razzismo e le tensioni sociali aumentano.

    Dunque sarebbe forse il caso di occuparsi delle storture di questa globalizzazione in cui le potenze industriali sfruttano e impoveriscono il terzo mondo generando flussi migratori che vanno a creare  competizione al ribasso tra le classi lavoratrici di quelle stesse potenze.

     

    Da dove parte la degenerazione politica?

    A voler fare poi un’analisi raffinata, si potrebbe cogliere un grosso problema politico che Grillo indirettamente pone, pur non comprendendolo. Infatti, questo continuo oscillare del M5S tra difesa del sistema che abbiamo ereditato e desiderio di introdurre innovazioni (ad esempio, relativamente alla Costituzione, lo strano rapporto tra le accuse di tradimento lanciate alla vecchia classe politica e certe proposte di modifica) dovrebbe indurre a riflettere sul fatto che, anche nel “nuovo che avanza”, sulle cause della decadenza politica che stiamo attraversando c’è molta confusione d’analisi: ed è proprio per questo che manca una proposta convincente.

    Posto che non si possono che criticare le ultime manovre per modificare la Costituzione (perché sappiamo già a quali logiche rispondono), resta comunque il fatto che in effetti il sistema è degenerato, perché è evidente che il meccanismo di rappresentanza politica non solo non rispecchia il paese, ma anzi gli si rivolta contro. Si tratterebbe dunque di capire come questo è successo prima di azzardarci a fare modifiche.

    La questione è: è necessario riformare il sistema perché si è rivelato inadatto, oppure, all’opposto, è stato proprio il fatto di non averlo rispettato a creare i problemi? In altri termini, la nostra Repubblica parlamentare e la nostra Costituzione sono datate, oppure siamo noi che le abbiamo tradite?

    Personalmente propenderei per la seconda opzione: che però, a ben vedere, non esclude affatto la prima. In effetti, se il punto è che gli Italiani si sono fatti persuadere da promesse fallaci a percorrere strade sbagliate, tanto da mettere in discussione e poi compromettere il sistema di regole ereditato nel dopoguerra, questo significa pur sempre che alla prova dei fatti il sistema ha una falla. E se c’è modo di scardinarlo, allora bisogna creare delle nuove contromisure.

    La mia ipotesi è che si debba procedere non certo verso lo smantellamento della Costituzione, ma verso un’estensione e un rafforzamento delle tutele che essa già prevedeva, nel rispetto del suo spirito di fondo. Ma è solo un’intuizione personale: sarebbe utile che si confrontassero pubblicamente persone ben più qualificate di me. E visto che la politica latita, sarebbe bello che fosse il mondo dell’informazione ad avviare urgentemente il dibattito, senza relegarlo in terza pagina per far spazio al cagnolino Dudù.

     

    Andrea Giannini

  • La Cina vuole un mondo de-americanizzato: il dominio dell’inglese è a rischio?

    La Cina vuole un mondo de-americanizzato: il dominio dell’inglese è a rischio?

    La Bandiera AmericanaSe l’agenzia di stampa nazionale cinese se ne esce fuori con un comunicato che afferma che il mondo va “de-americanizzato” non credete la cosa dovrebbe andare come minimo in prima pagina con tanto di approfondimento su tutti i cosiddetti maggiori quotidiani di informazione a livello nazionale e si dovrebbe parlare quasi solo di quello, vista la portata della dichiarazione, non propriamente diplomatica? Invece, tranne qualche articoletto qui e lì, non molto si è detto, almeno non immediatamente dopo che Xinhua, così è chiamata la press agency in questione, ha rilasciato la dichiarazione.

    La news non ha fatto troppo scalpore forse perché i media, come avevamo visto la settimana scorsa con il caso Murdoch, sono posseduti da pochi magnati nella maggior parte dei casi provenienti dal mondo anglosassone e quindi tendono a minimizzare tutto ciò che mette in discussione gli USA, i loro alleati e l’ordine costituito.

    Tuttavia, molto semplicemente, l’agenzia di stampa cinese non ha fatto altro che puntare il dito verso il re (o ex-re del globo) e dire con lo stesso candore di un bimbo: “Ops, è nudo”.

    Non sono un economista e non intendo sconfinare in campi diversi dal mio, ma non ci vuole un economista per applicare quello che Aristotele chiamava sillogismo. Se A è uguale a B e B è uguale a C, ciò significa che C è uguale ad A…

    Al liceo presi pure un otto tondo tondo di filosofia per aver saputo illustrare questo concetto tanto semplice che, applicato alla realtà di oggi, porta alla conclusione seguente: se gli Stati Uniti hanno imposto al mondo un modello industriale e capitalista basato su Conquer, Command, Control  e se questo modello ha fallito conducendo a una crisi globale e spolpando il pianeta delle sue risorse, allora gli Stati Uniti hanno fallito e il loro ruolo dominante verrà assunto da qualcun altro.

    Quali sono state le cause di questa inesorabile discesa? Diverse, sicuramente. Credo che alla base, più che intricati modelli economici e finanziari, a far perdere agli USA la loro egemonia sia stata l’avidità che divora gli esseri umani se essi non la sanno controllare o canalizzare.

    Tutta questa lunga premessa per arrivare a considerazioni di carattere linguistico che toccano da vicino l’inglese. Se nel mondo il punto di riferimento non sarà più l’America, anche la lingua inglese perderà il suo stato di lingua franca internazionale, le cui fortune nel XX secolo erano andate di pari passo con l’ascesa di Washington? Dovremo forse imparare la lingua della nuova potenza emergente, sia essa la Cina, l’India o la Russia (oppure, udite udite, l’UE)?

    Ci sto lavorando da tempo, ma per adesso non riesco ancora a vedere in anticipo gli eventi dei decenni a venire. Credo, però, sulla base degli elementi di analisi che abbiamo a disposizione attualmente, che sia improbabile che il futuro dell’inglese come lingua intercontinentale sia in pericolo.

    Le ragioni sono molteplici: innanzitutto, USA e Regno Unito sono ancora delle potenze mondiali, seppur in declino, e da milioni di persone vengono ancora percepite come il modello da seguire. In secondo luogo, quelle stesse potenze emergenti che entro breve sostituiranno gli Stati Uniti stanno formando in questi anni una classe dirigente che oltre a esprimersi nella propria lingua madre conosce molto bene l’inglese.

    In Cina quasi cinque milioni di nuovi studenti ogni anno iniziano a imparare l’inglese. In Russia, i businessmen (leggasi oligarchi senza scrupoli) fanno affari a Londra o addirittura ci vivono (emblematico l’esempio di Roman Abramovich, padrone del Chelsea FC). In India, la classe dirigente si forma e si esprime in inglese, pur essendo l’hindi la lingua franca parlata nel paese. Nell’UE, la documentazione viene normalmente redatta in inglese e comunque la lingua di comunicazione tra politici e funzionari è di norma l’inglese (tranne per la maggioranza degli europarlamentari italiani, ovviamente al di sotto della media nella conoscenza della lingua di Shakespeare).

    Insomma, se nel XX secolo il baricentro della lingua inglese si era spostato da Londra a New York per ragioni politiche ed economiche, in futuro esso vagherà in giro per il mondo. D’altra parte già al giorno d’oggi dei due miliardi di persone che parlano inglese solo uno su quattro è un native speaker e il rapporto diventerà presto 1/5 o 1/6. Qualcuno è ancora assolutamente convinto che solo i madrelingua possano e debbano insegnare l’inglese?

    See you!

     

    Daniele Canepa

     

  • Telefonia, contributo disattivazione: Agcom e il Codice Civile

    Telefonia, contributo disattivazione: Agcom e il Codice Civile

    TelefoniAnche questa settimana sono costretto a tornare sull’argomento “telefonia”. Molti di voi ci hanno inviato segnalazioni al riguardo e, dando un’occhiata alle statistiche, questo resta uno degli argomenti più gettonati. Mi sono chiesto quale fosse il motivo e poi ho cercato di darmi una risposta che potesse essere convincente. Mi sono reso conto che laddove regna la confusione legislativa regna altrettanta confusione percettiva da parte degli utenti – consumatori.

    E così è nel campo della telefonia.

    In particolare, dobbiamo rimarcare come sia faticoso inculcare nelle persone la nuova nozione di “contributo per disattivazione” al posto del termine “penale per recesso anticipato”. Abbiamo già avuto modo di chiarire che la sostanza – ahinoi – non sta nei nomi delle cose (dimentichiamoci il nomen omen dei latini); la legge Bersani nel 2007 aveva illuso tutti quanti, ma, nei fatti, il contributo di disattivazione è a tutti gli effetti la “vecchia” penale.

    E, come tale, andava abolita. Difatti, bastava recarsi al Co.re.Com.(l’istituto regionale preposto per le conciliazioni in materia telefonica) per chiederne l’annullamento. Dal momento che il Co.re.Com. è stato invaso dalle richieste di conciliazione e che i gestori telefonici perdevano un sacco di quattrini, ecco arrivare la mano santa dell’AGCOM, l’Authority in materia. Con una delibera dell’AGCOM viene accettato il contributo di disattivazione, purché nei limiti della somma di € 40.00.

    In poche parole, il contributo di disattivazione diventa lecito a tutti gli effetti.Va detto però che una direttiva AGCOM non può sostituire il codice civile, indi per cui questo contributo di disattivazione deve:

    1. Essere previsto contrattualmente e cioè conosciuto e sottoscritto dall’utente;
    2. Non dovrebbe essere ammesso qualora un soggetto receda oltre la durata contrattuale che, in genere, resta biennale.

    Un’ultima considerazione mi preme fare circa gli agenti che – porta a porta – vengono a proporvi nuove opportunità per… risparmiare. Orbene, fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Un consiglio spassionato: chiedete un facsimile del contratto e leggetevelo con calma; se qualcosa non vi è chiaro, potete sempre contattarci.

    Meglio una mail o una telefonata prima di dover fare cento telefonate e cento mail di reclamo.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

     

    [foto di Alberto Marubbi]

  • Report, uscire dall’euro: strafalcioni di Milena Gabanelli e Stefania Rimini

    Report, uscire dall’euro: strafalcioni di Milena Gabanelli e Stefania Rimini

    report-gabanelli-2“Ma la Gabanelli non doveva fare una puntata sull’euro”? Seguendo questa mia piccola curiosità, l’altra sera accendo la televisione su RAI 3 e trovo proprio una puntata di Report su uscita dall’euro, ridenominazione del debito, fiscal compact e riforme fatte in Germania. Non che mi aspettassi gridi d’allarme contro le storture della moneta unica o accorati appelli contro le assurde regole di bilancio europee. Speravo però di resistere più di un quarto d’ora: e non ce l’ho fatta.

    Sono bastati pochi minuti di trasmissione perché il dibattito pubblico facesse di colpo un balzo indietro di almeno due anni, col ritorno di luoghi comuni talmente vecchi, che si pensava non fossero più utili a spaventare la gente. Invece l’inchiesta di Stefania Rimini, che si proponeva nelle intenzioni di smontare le dichiarazioni inconsulte dei politici, alla prova dei fatti si segnala soprattutto per la superficialità d’analisi; e il titolo del servizio, “Sparala grossa”, deve purtroppo essere preso come un manifesto giornalistico.

    Alcune perle in ordine sparso.

    – Alessandro Penati (economista): «(Uscire dall’euro) significherebbe che tutti i nostri risparmi sono svalutati del 30%». Stefania Rimini: «Uscire dall’euro equivale a una patrimoniale del 30%. Questo però non te lo dicono quelli che lo propongono».

    Invece te lo dicono: sei tu che non ci hai capito una beneamata mazza. Chi si troverà le nuove lire in mano, certamente avrà una moneta che nelle previsioni dovrebbe andare a svalutarsi del 20/30% rispetto al marco/euro. E non è un effetto collaterale: è l‘obiettivo numero uno. Il senso dell’uscita è proprio ripristinare valute che riflettano la reale differenza tra le varie economie. Ma questo non significa perdere il 30% di potere d’acquisto, perché la svalutazione avviene nel confronto con le altre valute, cioè altri paesi, non con il macellaio o il panettiere sotto casa. Andare in vacanza a Berlino potrebbe essere in effetti più caro del 30% (a tutto vantaggio delle nostre mete turistiche): ma in Italia, il giorno dopo l’uscita, si farà la spesa esattamente come il giorno prima, perché anche i prezzi si svaluteranno come i salari.

    Altro discorso più complesso (ma Stefania Rimini lo ignora) sarebbe il destino delle merci che importiamo dall’estero, che col nuovo cambio diverranno più costose: ma anche qui, come è già stato rilevato, non ha senso attendersi un aumento generale dei prezzi del 30%, ossia un’inflazione corrispondente alla svalutazione; è più probabile, invece, un’inflazione più bassa e sostenibile, i cui eventuali effetti negativi potrebbero essere smorzati semplicemente agganciando di nuovo le retribuzioni all’aumento del costo della vita (vedi alla voce “scala mobile”).

    – Daniel Gros (economista): «(I Tedeschi hanno tagliato) nel momento giusto mentre gli altri paesi tra cui soprattutto l’Italia hanno aumentato le spese, pensando che le entrate aumentassero per sempre».

    E’ vero l’opposto. Nel primo decennio dell’euro (1999-2008) il debito pubblico tedesco è andato dal 61% al 67% del PIL (dicesi “aumento”), mentre il nostro è passato dal 113% al 106% (chiamasi “diminuzione”). Oggi il debito tedesco è quasi l’82% del PIL: ciò significa che dal 1999 a oggi la Germania ha aumentato il proprio debito pubblico del 34% (82 : 61 = 1,34). Noi siamo al 133,2% del PIL: quindi nello stesso periodo abbiamo aumentato il rapporto debito/PIL di meno del 18% (133 : 113 = 1,176), cioè, in proporzione, la metà dei Tedeschi.

    – Stefania Rimini (spiegando il fiscal compact): «Il rapporto (debito/PIL) è 130%. Dobbiamo arrivare a 60, calando di un ventesimo l’anno. La differenza tra 130 e 60 è 70, un ventesimo è 3,5. L’anno dopo non calcoleremo più su 130, ma su 126,5. E la differenza non è più 70, ma 66,5. E così via, ogni anno si ricalcola. Se intanto c’è una piccola crescita e un po’ di inflazione che gonfia il PIL, se il debito resta fermo il rapporto debito/PIL si mette a posto per conto suo. E si arriva al 60% senza strangolare nessuno».

    Va bene: contiamo. Nel 2012 siamo stati intorno ai 1565 miliardi di PIL. Quanto è il 3,5% di 1565? Circa 55 miliardi. Ripeto: 55 miliardi di tagli in un anno. Per capirci, il paese sta litigando perché abbiamo appena fatto una manovrina da 11,5 miliardi… Ma Stefania Rimini e Milena Gabanelli non trovano che questo comporti “strangolare” la nostra economia, perché poi l’anno successivo le cose cambiano.

    Va bene: contiamo di nuovo. Secondo la visione proposta, l’anno successivo siamo a un rapporto debito/PIL pari a 126,5%: dunque dobbiamo tagliare solo un ventesimo di 66.5%, che corrisponde al 3,325% del PIL. Se nel frattempo il PIL in valore assoluto non è cambiato, allora per l’anno in corso dobbiamo tagliare solo 47 miliardi. Quarantasette miseri miliardi: una passeggiata!

    Certo, le cose sono più complesse di come le racconta Stefania Rimini. Se cominciamo a crescere, aumenta il PIL, il rapporto col debito scende e la percentuale da tagliare diminuisce. Ma c’è un piccolo dettaglio: non cresciamo.

    Da quando ci hanno sottoposti a queste “cure” a base di tagli, la recessione si è ulteriormente inasprita: il PIL è sceso, mentre il debito pubblico è aumentato. Basta aprire google, scrivere “debito pubblico italiano” e – voilà! – appare un bel grafico dove si vede plasticamente quello che sto dicendo. Il debito pubblico prima della crisi, seppur lentamente, scendeva: dalla crisi in avanti è schizzato alle stelle. Quindi se il rapporto debito/PIL sale, la percentuale da tagliare aumenta progressivamente, anziché diminuire.

    Conclusioni

    economia-soldi-D1Vediamo allora di trarre le dovute conclusioni da questa bella carrellata di orrori giornalistici, cercando anche per quello che è possibile di mettere da parte il sarcasmo. Parliamo sicuramente di temi complessi: io non ho una laurea in economia, come evidentemente non ce l’hanno neppure Stefania Rimini e Milena Gabanelli. Per cui, tutti possiamo sbagliare: siamo umani, magari abbiamo certe idee in testa e gli errori possono sempre capitare. Però…

    Però vorrei capire come fa un giornalista professionista a raccontare tutta una bella favoletta su come funziona in teoria una regola europea “un sacco bella”, senza accorgersi che la realtà sta andando esattamente al contrario, producendo una catastrofe economica che non si è mai vista nella storia di questo paese. Passi che per affrontare un problema così complesso si prenda il primo che passa che ha la targhetta “economista” e gli si faccia dire due cose senza nemmeno controllare: ma come si fa a parlare di tagli per decine di miliardi di euro l’anno che “non strangolano nessuno” in un paese in cui l’economia è esattamente strangolata? Verrà il dubbio che nella favola che stai raccontando forse c’è qualcosa che non va?

    Ma il problema non è Report: il problema è come faccia un programma così serio a fare errori così macroscopici. E la spiegazione che mi do è molto semplice: viviamo nel pregiudizio e nel conformismo e non ce ne accorgiamo.

    L’errore di Stefania Rimini è stato proprio non rendersi conto del pregiudizio iniziale. Proporsi di smentire le balle dei politici, infatti, comporta appunto assumere la prospettiva che essi tendano a mentire con facilità ai propri elettori: e chi mente meglio di un comico e di un pregiudicato che farneticano di improbabili soluzioni magiche per l’economia, soluzioni che apparentemente tutta l’informazione più qualificata rifiuta?

    Così però vai fuori strada: se pensi che chi parla di uscita dall’euro farnetichi, allora non occuparti neppure dell’argomento; ma se lo prendi in considerazione e ti proponi di verificarlo, allora devi farlo per davvero: come minimo devi intervistare gli economisti che sostengono questa posizione. Invece la sbrigatività con cui è stato liquidato il tema è la miglior prova che l’autore aveva già in testa le conclusioni ancora prima di cominciare.

    Questo pregiudizio lo dobbiamo alla pervasività della cappa di conformismo nella quale viviamo, a cui non è scampata nemmeno una giornalista altrimenti molto professionale come Milena Gabanelli. “L’euro ci ha salvato”, “uscire è una soluzione troppa comoda”, “il vero spread tra Germania e Italia sono le riforme mancate” e altri luoghi comuni fanno presa perché a prima vista appaiono plausibili, ma – fateci caso – nei dibattiti televisivi non vengono mai giustificati o dibattuti scientificamente. Non solo l’euro non si discute; ma non si presentano nemmeno le teorie economiche dei premi nobel che contestano l’austerità. È tutto un “dedicheremo una puntata”, un “torneremo sull’argomento”, ma poi si liquidano questi temi in poche parole, come se non fossero importanti, per dedicarsi a Berlusconi, Renzi e ai 15 euro in busta paga. Ma cosa c’è di più importante oggi che non sapere se chi ci governa segue la giusta ricetta anti-crisi oppure se segue quella sbagliata? Pensateci bene: in questo momento se non c’è dibattito non dico sull’euro, ma almeno sulle teorie economiche, vuol dire che non c’è dibattito affatto.

     

    Andrea Giannini

    Addendum 18 marzo 2014

    Una precisazione a seguito di alcuni commenti dei lettori: nell’articolo i conti sul fiscal compact sono stati fatti prendendo alla lettera la spiegazione fornita da Sabrina Rimini nel servizio, con l’intento di dimostrarne l’assurdità. Ma attenzione: questi conti, pertanto, non rispecchiano la realtà delle cose.
    La realtà è più complessa. Vediamola prendendo a spunto un post dal blog del prof. Bagnai.

    Il professore precisa che il calcolo dell’impatto annuale del fiscal compact va fatto tenendo conto della stima prevista. Ossia, è pur vero che il rapporto debito/PIL deve arrivare al 60% diminuendo (almeno) di 1/20 l’anno: ma nel frattempo la correzione va a impattare sulla previsione stimata.

    Per esempio, se oggi ho il debito a 1000€ e il PIL a 1000€, e dunque un rapporto debito/PIL del 100%, allora, per arrivare al 60%, devo diminuire in 20 anni del 40%: e visto che il 40% diviso 20 anni fa un 2% annuo, allora l’anno successivo avrò come target per le mie finanze pubbliche il 98% (100%-2%) del rapporto debito/PIL.

    Tuttavia ciò non significa che io alla fine taglierò davvero 20€ (cioè il 2% del mio debito di 1000€). Infatti le stime del debito e del PIL per l’anno prossimo potrebbero essere diverse.
    Potrei avere, ad esempio, senza correzioni ma semplicemente per il normale andamento dell’economia, per precedenti tagli o per chissà cos’altro, un debito di 990 e un PIL di 1000, con un rapporto del 99%.
    Ciò significa che, tenendo a mente l’obiettivo del 98%, dovrò preoccuparmi di tagliare in vista dell’anno prossimo solo un 1% (99%-98%), ossia 10€.

    Sulla base di questo ragionamento il prof. Bagnai prende in considerazione le stime del FMI per il 2014 e il 2015, e arriva a calcolare un taglio effettivo in vista dell’anno prossimo di “soli” 38,4 miliardi di euro.
    Il che ovviamente non fa che confermare il mio articolo.

    Non solo, infatti, le previsioni parlano di cifre astronomiche, nell’ordine delle decine di miliardi, che dunque “strangolano” la nostra economia a tutti gli effetti; ma – ciò che più conta – queste previsioni non tornano mai: sono anzi costantemente sottostimate.
    Come ho scritto: “Da quando ci hanno sottoposti a queste “cure” a base di tagli, la recessione si è ulteriormente inasprita: il PIL è sceso, mentre il debito pubblico è aumentato”. Lo stesso dicasi per il futuro.
    Secondo Bagnai: “tutto questo ragionamento si basa su due punti cruciali: la correttezza degli scenari previsionali (non mi è molto chiaro in che modo questi vengano costruiti dalla Commissione Europea, ma lo si può studiare), e l’ipotesi eroica che una correzione di alcune decine di miliardi, se apportata via deficit, lasci invariato il Pil! Questa seconda ipotesi è particolarmente balorda, perché presuppone un moltiplicatore pari a zero”.
    Insomma, il punto è chiaro: le ipotesi di correzioni del rapporto debito/PIL attraverso l’austerità non tornano quasi mai, perché sottostimano l’impatto recessivo dei tagli.