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  • Matteo Renzi è un equivoco: la sinistra verso il definitivo tracollo?

    Matteo Renzi è un equivoco: la sinistra verso il definitivo tracollo?

    matteo-renziE così finalmente il predestinato è stato scelto. Come Frodo nel Signore degli Anelli o Neo in Matrix anche Matteo Renzi ha compiuto la profezia. Solo un anno fa questo giovane virgulto della politica italiana veniva sonoramente sconfitto alle primarie che incoronavano Bersani segretario: ma poi lo “smacchiatore di giaguari” perdeva le elezioni e usciva di scena. Da allora è stato tutto un coro di prefiche che ripetono all’unisono: “Renzi! matteo-renziRenzi! Renzi! Ah, ci fosse stato Renzi…!”. Niente è apparso più scontato ed evidente, nei discorsi degli intenditori, del potere taumaturgico del giovane Matteo, capace di prendere un partito alla deriva e portarlo a vittoria certa. Non c’è stato talk-show o trasmissione di approfondimento che non si sia interrogato sulle mosse del mitico “rottamatore”: cosa pensa? cosa farà? vuole il voto? Insomma, il nostro ha rubato la scena a tutti, ricevendo anche l’onore di una riuscitissima parodia firmata Maurizio Crozza.

    Matteo Renzi doveva essere il segretario del PD: e così è stato

    Con quasi 3 milioni di votanti (600.000 in più di quelli che andarono ad incoronare Bersani segretario) e il 68% delle preferenze, il sindaco di Firenze ha a dir poco surclassato i più dimessi Cuperlo (18%) e Civati (14%), relegati al ruolo di semplici sparring partner. Non siamo ancora ai fasti di Walter Veltroni, che nel 2007 prese oltre il 75% su 3 milioni e mezzo di votanti, ma è indubbio che l’incessante battage mediatico e il “tormentone Renzi” abbiano alla fine prodotto il risultato di convincere i più ad abbondare ogni perplessità, confermando un’investitura netta e carismatica.

     

    E’ l’inizio della riscossa per il PD? C’è da dubitarne

    L’esito inequivocabile delle primarie deve essere confrontato con un altro risultato non altrettanto plebiscitario: il voto nei circoli del partito, dove qualche settimana fa Renzi aveva strappato “appena” il 46%, contro il 38% di Cuperlo. Il dato è molto significativo, perché dimostra che la “base” non è saltata in massa sul treno del vincitore, nonostante il rischio di rimanere fuori, a livello locale, dalla redistribuzione di incarichi e prebende  di cui beneficeranno i renziani. Ciò dimostra che dentro il partito la linea del sindaco di Firenze  non gode di un appeal assoluto. Il risultato delle primarie dipende dal fatto che esse si rivolgono a un pubblico di simpatizzanti molto più ampio: per cui le ragioni di questo grande consenso vanno ricercate al di là del PD. E il fatto è che Matteo Renzi incarna un grosso equivoco di fondo.

    L’opinione pubblica italiana, nella sua linea mediana, è dominata dal luogo comune che la strategia da seguire sia facile: gente nuova e fresca, cose concrete, niente ideologia, meno tasse, meno politica e “riforme”. Non è questione di destra o di sinistra: l’importante è mandare a casa la vecchia classe dirigente (giusto per dare una scossa, un po’ come le squadre di calcio quando cambiano allenatore); poi bisogna abbassare le imposte su famiglie e imprese e ridurre i costi della politica, senza dimenticare – si capisce – le fantomatiche “riforme strutturali”. Questa semplice ricetta si adatta un po’ a tutto l’arco parlamentare: va bene alla destra di Berlusconi, va bene al centro di Casini e Monti, e va bene persino al M5S. È trasversale anche nell’elettorato, incontrando convinti sostenitori un po’ fra tutte le classi sociali: dai più deboli, che sfogano le loro frustrazioni contro i politicanti, ai poteri forti, che guardano con favore al subliminale messaggio liberista.

    La grande capacità di Renzi è stata quella di preoccuparsi solo di rincorrere questi luoghi comuni, senza cura della tradizione storica del suo partito. Il suo messaggio è stato così sufficientemente vago, ma nel contempo sufficientemente semplice, da riscuotere un consenso pressoché generale: e l’assoluta mancanza di alternative ha fatto il resto. Oggi tutti sono convinti che questo sia il futuro, che il partito possa diventare finalmente concreto, giovane e moderno.

    Purtroppo si tratta di una visione tremendamente anacronistica. L’idea che la sinistra debba liberarsi dell’ideologia e, in sostanza, assomigliare alla destra andava di moda a metà degli anni ’90: ma che qualcuno ne parli ancora oggi come di una visione progressista è un equivoco stupefacente; perché le cose stanno all’esatto contrario.

    A settembre avevo esordito su questa rubrica con un lungo post introduttivo, dove avevo cercato di spiegare che i tempi sono maturi piuttosto per una politica economica espansiva centrata sulla spesa pubblica e sul recupero del potere d’acquisto delle classi lavoratrici. Adesso quell’analisi mi torna utile per dimostrare che affidandosi a Renzi la sinistra italiana non solo si allontana definitivamente dalla sua vocazione naturale, ma, credendo di puntare sul cavallo vincente, rischia di andare incontro al definitivo tracollo.

    Per convincersene non serve un grande sforzo. E’ sufficiente porsi una semplice domanda: in che modo la politica di Renzi è diversa da quella di Letta? I commentatori trovano degno di nota il fatto che il giovane neo-segretario del PD sia estraneo tanto alla tradizione ex-comunista quanto a quella ex-democristiana. Ma a parte le tessere possedute in passato, l’anagrafe e forse una certa spregiudicatezza si fa fatica a trovare una differenza sostanziale. Se, ad esempio, si andasse al voto con una nuova legge elettorale e Renzi cogliesse quel trionfo che tutti pronosticano, dopo cosa cambierebbe? A parte forse la questione IMU oggi Letta e Alfano vanno piuttosto d’accordo: e non è chiaro cosa farebbe di diverso il sindaco di Firenze, se fosse al loro posto.

    La realtà è che Renzi non ha alcuna visione alternativa rispetto a Letta o a Monti. La diagnosi è sempre la stessa, e purtroppo è drammaticamente sbagliata: ragion per cui la terapia non guarirà nessuno, anche se cambierà chi ce la somministra. Il rottamatore è solo un politico ambizioso che ha vinto una guerra di potere intestina grazie all’appoggio decisivo di un certo establishment, sempre pronto a presentare qualcuno di diverso perché nulla cambi.

     

    Andrea Giannini

  • Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    giradischi-vinileDopo i primi anni di cambiamenti sociali (metà anni sessanta), periodo in cui i movimenti innovatori vivono un’esistenza prevalentemente “underground”, le grandi case discografiche – intuendo l’enorme business – iniziano a inserirsi nel gioco, da un lato mettendo sotto contratto gli artisti espressione autentica di quei movimenti, dall’altro producendo ad hoc artisti completamente inautentici, purché avessero il sapore della trasgressione, che semplicemente la evocassero.

    Contatto tra i nuovi fermenti musicali e le majors fu il “talent scout”. Questa figura professionale tipica di quel periodo, spesso era un giovane che, facendo parte di quell’ambiente, ne conosceva anche le espressioni artistiche. Improvvisamente, quindi, da qualche costola delle odiate “major” si affacciarono sul mercato etichette discografiche fondate ad hoc per i nuovi linguaggi espressivi; oppure etichette nate come “indipendenti”, nel giro di qualche anno vennero assorbite dalle grosse case discografiche che, tutt’al più, lasceranno loro la facciata di etichetta indipendente semplicemente per non perdere quel segmento di possibili acquirenti; ma soprattutto iniziano a comparire sul mercato discografico, prodotti “finti”, ossia realizzazioni di un “qualcosa che assomigliasse” nel suono, negli atteggiamenti, nell’immagine, nel logo, nei testi, nel “gesto musicale”, alle produzioni espressivamente più significative. Il tutto coniugato in una scala di “novità” pseudo originali, con l’obiettivo di accontentare tutti.

    Ciò che veniva a mancare – banalmente – è “solo” l’insieme delle profonde e autentiche motivazioni che spinsero a quelle creazioni originali. Quando poi si arriva a sentire Beethoven, Miles Davis, Hendrix, Doors o F. De Andrè impiegati come “colonna sonora” di spot pubblicitari…beh…ciao!! Ormai, la loro carica innovatrice è stata centrifugata e restituita come schiuma da barba!

    Certo, tutto questo è successo – e succede tuttora – in particolare per la “musica giovanile”: rock, pop, canzone, funky, rap… ossia in pratiche musicali di maggior vendibilità. Meno, per quanto riguarda la scena jazz, blues e classico-contemporanea. Anche se occorre ricordare che il cosiddetto “easy listening” della fine degli anni ’70- e tuttora presente, in costante attualizzazione/adattamento – di grande riuscita discografica (l’etichetta americana “GRP” di D. Grusin e L. Reetenour ne fu una delle massime espressioni) altro non è stato che confezionare un prodotto di ascolto immediato (in grado, cioè, di raggiungere un più vasto pubblico di consumatori – appassionati di musica) che potesse vantare grandi interpreti/autori, un alto livello qualitativo delle esecuzioni, un richiamo a sonorità jazz e blues, lasciandone cadere, tuttavia, gli aspetti espressivamente più spigolosi (e autenticamente “di rottura”), rendendo il suono più “moderno”, senza escludere riferimenti stilistici, vicini al pop e al rock.

    E volendo aggiungere un esempio nell’ambito della canzone, si potrebbe ricordare quella che Luigi Tenco menzionò nel suo drammatico e chiarissimo messaggio d’addio: “La rivoluzione” cantata al Festival di Sanremo del 1967 da G. Pettenati. Canzone finto-trasgressiva/protestataria che, titolando esplicitamente “La rivoluzione”, parola tabù, cercava di suggerire un’immagine di anticonformismo giovanilista. Oltre vent’anni dopo un altro esempio di produzione musicale finto-ribelle trovò sempre nel palco del Festival di Sanremo (e il fatto non va ritenuto un caso) il contesto “ideale”. E si tratta di un cantante, Scialpi, che, se non ricordo male, si presentò con i blue jeans mezzi stracciati, con una curatissima mise pseudo punk/pseudo trasandata/pseudo ribelle. A chi intendevano rivolgersi G. Pettenati e Scialpi? Obiettivo dei loro produttori era evidentemente quello di agganciare quella parte di pubblico giovanile che si sarebbe accontentata di atteggiarsi a “ribelle”, non intendendo minimamente esserlo sul serio: uno scambio giocato tutto sul piano simbolico (il modo di vestire, i gadgets, l’ascolto musicale…), tenendosi ben lontani dai processi sociali reali che quei simboli crearono.

    Anche la musica classica non fu estranea a questo fenomeno. Ricordo un ensemble, “Rondò veneziano” che proponeva brani strumentali di sapore rinascimental-barocco, come dire una musica rilassante, melodica che non creava tensioni, rivolta trasversalmente ad un pubblico anonimo e conformista. Infatti sogno del direttore generale di qualsiasi major ritengo sia quello di produrre un catalogo in grado di accontentare, come si diceva, “tutti” e semplicemente spingendo il prodotto che in quel determinato momento si ritiene possa vendere di più. 

     

    Gianni Martini

  • Grillo e referendum sull’euro: risvolti politici dell’euroscetticismo

    Grillo e referendum sull’euro: risvolti politici dell’euroscetticismo

    Beppe GrilloIl referendum sull’euro riproposto da Grillo nel V-day di domenica sta diventando un tema rilevante per l’opinione pubblica. Ovviamente le analisi che circolano sono ancora drammaticamente campate in aria, senza alcun riferimento scientifico e ostaggio di impressioni soggettive. Basti citare a titolo di esempio l’editoriale del Prof. Sartori sul Corriere della Sera: un mix improbabile di generiche questioni europee (globalizzazione, immigrazione, Economia, finanzefederalismo, lingua) e qualche problema italiano (disoccupazione, debito pubblico e pure “processi lenti”…) da cui viene dedotto che un’uscita “dall’Europa” (che poi sarebbe dall’euro) non è “raccomandabile”.

    Tuttavia è positivo che l’argomento diventi materia di dibattito: e questo è senza dubbio il merito principale della proposta avanzata da Grillo. Che poi una proposta vera e propria non è. L’idea di  una consultazione sull’euro, infatti, è prima di tutto una mossa politica. Osserviamola, dunque, sulla base di un criterio di opportunità.

    Buttando sul piatto il tema di un referendum, piuttosto che la promessa elettorale di un’uscita, Grillo ottiene innanzitutto l’obiettivo di non spaccare la base. Non c’è bisogno di dividersi tra “euro-convinti” ed “euro-scettici”: l’istituto referendario è coerente con il principio ispiratore del M5S secondo cui il cittadino va coinvolto direttamente nel processo decisionale; e questo basta a sopire qualsiasi discussione interna.

    Oltre a ciò abbiamo un secondo risultato: nel panorama politico Grillo si attesta su una posizione alternativa e progressista, ma tutto sommato sicura. Infatti, se le cose per l’euro andranno bene, lui potrà sempre dire di aver solo cercato la legittimazione di un voto democratico; e se le cose invece andranno male, passerà per quello che “lo aveva detto”.

    Terzo punto rilevante: il referendum non si farà mai. Articolo 75 della Costituzione, comma 2: «Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, […] di autorizzazione a ratificare trattati internazionali». E’ dunque pressoché impossibile ipotizzare che la Corte Costituzionale sia indotta a privilegiare un orientamento elastico, tale da giudicare ammissibile un quesito referendario su un tema tanto delicato. Si potrebbe chiedere una deroga per un referendum consultivo (comunque non vincolante e puramente indicativo) sul tipo di quello del 1989: ma serve una modifica costituzionale, che Grillo non ha i voti per ottenere. Il che conferma l’impressione che – in fin dei conti – sia tutto un bluff, una mossa furbesca per gettare le responsabilità addosso agli altri partiti.

     

    Movimento 5 Stelle: cercasi identità

    Morale: siamo alle solite. La strategia imposta da Grillo al movimento non cambia: raccattare voti dove si può. Massimo risultato, minimo sforzo. Non c’è alcun tentativo di imprimere una svolta programmatica basata sulla coerenza ideologica. Il movimento non ha un’anima, non ha una collocazione, non ha una vocazione: è solo una collezione di errori di altri da non ripetere, un manifesto contro il lobbismo e la cementificazione condito in salsa “Casaleggio” (la promessa di una rivoluzione partecipativa delle masse attraverso il web).

    Si dirà che è pur qualcosa, di questi tempi. E può anche darsi che Grillo abbia ragione a fare quello che fa, in un momento in cui i partiti stanno sbagliando tutto. Forse davvero conviene stare sulla sponda ad aspettare il cadavere del nemico, allargando le braccia il più possibile per accogliere tutti i delusi, di qualsiasi estrazione e provenienza. Ma bisogna anche tenere in conto gli effetti collaterali.

    Ho già espresso i miei dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di un progetto politico che rinuncia ad un’identità per prendere più voti e che deve conciliare le molte anime interne. Aggiungo che limitarsi a porre un dibattito o stilare una serie di punti generici può essere anche una strategia per bypassare argomenti delicati: ma solo fintanto che si ha il monopolio sulla discussione. Quando gli altri diventano più progressisti di te, a quel punto c’è il rischio che ti battano al tuo stesso gioco: ed è quello che sta succedendo proprio sul tema della moneta unica.

     

    La nuova schiera di euroscettici arriva dall’opposizione

    Grillo è ancora, nell’immaginario collettivo, l’euro-scettico par excellence: ma nel frattempo anche gli altri partiti si stanno aggiornando. Fratelli d’Italia, con Alemanno e Crosetto, e la Lega Nord, con Salvini, si sono già assestati su posizioni seriamente euro-scettiche. Nell’Italia dei Valori c’è una discussione in atto. E presto potrebbe arrivare anche il pesce grosso.

    Berlusconi non ha più niente da perdere: rispetto agli obblighi di governo ha le mani libere, con le cancellerie europee non ha mai avuto un gran rapporto e quei poteri forti che vogliono continuità guardano per ora ad Alfano. Probabilmente per rompere gli indugi e prendersela definitivamente con l’euro al Cavaliere manca solo il conforto dei sondaggi che, secondo il Fatto Quotidiano, pendono ancora per il 59% dalla parte di chi guarda all’ipotesi di un’uscita con timore. Ma lo scarto è esiguo, se si considera la cappa di disinformazione che unilateralmente ci pronostica catastrofi. E chi mantiene un forte potere mediatico non dovrebbe avere difficoltà a ristabilire un equilibrio informativo.

    Se questo scenario si avverasse, dunque, Grillo potrebbe addirittura essere superato nella crociata contro la tecnocrazia europea da un fronte nazionale di destra (sul modello francese), col rischio di finire schiacciato tra due fuochi. A sinistra potrebbero rinfacciargli la fumosità delle sue critiche alla moneta unica; e a destra, anche se per motivi opposti, potrebbero fare lo stesso: troppo critico per una parte, troppo poco per l’altra.

     

    Il risultato finale non cambia

    In questa ridda di tatticismi politici, però, non dobbiamo tralasciare i fatti, che, in quanto tali, presenteranno il conto indipendentemente dal consenso che riscuotono. E qui il fatto è che – lo sappiamo giàl’euro effettivamente collasserà.

    E’ vero che farsi promotori attivi di questo fallimento storico inevitabile significa comunque pagare un prezzo politico: uscire non sarà quel disastro che raccontano, tutt’altro; ma nel breve periodo è possibile che non sia neppure una passeggiata, e dunque le prime difficoltà potrebbero essere rinfacciate proprio a quelle forze politiche che erano al potere quando si è compiuto il processo. Tuttavia, dall’altra parte, stare a guardare sperando poi di capitalizzare un guadagno elettorale col giochino che “io l’avevo detto” potrebbe non funzionare ugualmente: perché, come abbiamo visto, in tanti lo stanno dicendo già adesso. E sempre di più saranno quelli che lo diranno in futuro.

     

    Andrea Giannini

  • Roma – Londra, quante similitudini nei media: meglio un video su Ted!

    Roma – Londra, quante similitudini nei media: meglio un video su Ted!

    giornali“Il triangolo no.” Se Rupert Murdoch conoscesse Renato Zero troverebbe queste parole molto adatte per descrivere la situazione che lo vede protagonista. Eh già, anche i ricchi piangono, specialmente se ad aver avuto incontri notturni segreti con l’ex moglie di Murdoch, la quarantaquattrenne cinese Wendi Deng, è l’amico di vecchia data Tony Blair. Sì sì, proprio lui, l’ex leader del Labour Party o meglio del New Labour, quello del nuovo corso di un partito che da “di sinistra” grazie a Blair è diventato più che altro “sinistro” nel suo appoggio incondizionato alle guerre in Medio Oriente e nel suo ammiccare proprio a gente come Rupert “Shark” Murdoch.

    Chissà ora come si scateneranno i giornali di Murdoch il quale, ricordiamolo, non è “soltanto” il padrone di Sky (il che conferisce già di per sé un discreto potere mediatico), ma anche di due giornali inglesi apparentemente distanti tra loro, come il borghesissimo e “moderato” The Times e il The Sun, dai toni scandalistici e urlati che tanto fanno presa sulle working class.

    Le cose d’altra parte in casa nostra non vanno molto diversamente: primo perché Sky è presente – eccome se è presente – anche nel nostro paese, il che significa che Shark le sue zanne affilate le ha affondate da tempo pure qui. Secondo, perché in Silvio Berlusconi abbiamo avuto e continuiamo ad avere il nostro sharketto – o meglio Caimano – made in Italy. Senza voler sminuire gli effetti altamente nocivi e deleteri del monopolio televisivo berlusconiano negli ultimi venti o trent’anni, siamo sicuri che sia Zio Silvio (o meglio Don Silvio viste le frequentazioni con un certo Mangano) da solo il Male dell’informazione italiana? Basta avere un poco di curiosità e andare a vedere di chi sono i maggiori quotidiani italiani per capire che ci sono altri personaggi più nell’ombra che, insomma, qualche problema di conflitto d’interessi lo hanno.

    Per esempio, a chi appartiene il quotidiano La Repubblica, autoproclamatosi in questi anni baluardo dell’anti-berlusconismo? Risposta: Carlo De Benedetti, proprio quello che guarda caso con Berlusconi è stato in causa – poi vinta – per anni. Di chi è Il Messaggero che ai tempi del referendum anti-nucleare e di Fukushima scriveva editoriali pro-nucleare? Di Caltagirone, imprenditore edile. Toh! Gli esempi si sprecano (non sono da meno infatti La Stampa e il Corriere) ma servirebbe molto più tempo per elencarli tutti. Il concetto, comunque, dovrebbe ormai essere chiaro.

    Ce ne sono tante quindi di similitudini e di cose da imparare confrontando la stampa e l’informazione britannica con quella italiana. La domanda a questo punto è: consci di queste dinamiche, che cosa possiamo fare? Ritengo che l’unico mezzo per contrastare questi poteri sia evitare di informarsi tramite i loro canali, nello stesso modo in cui si evitano i fast food per limitare l’invasione del cibo spazzatura: disdire l’abbonamento alle tv a pagamento e smettere di comprare certi quotidiani, almeno fino a quando non inizieranno a fare informazione vera, di qualità e negli interessi della collettività, è una soluzione tanto efficace quanto concreta.

    L’alternativa peraltro già esiste. Anche se tra le maglie della Rete è possibile che rimanga impigliato qualche altro rifiuto travestito da informazione, è però vero che su Internet è possibile trovare delle fonti davvero interessanti e – incredible! – positive, innovative e ottimistiche! E’ il caso per esempio del sito che raggruppa le conferenze TED (Technology, Entertainment, Design www.ted.com) alle quali partecipano alcune delle menti più illuminate tenendo discorsi di massimo venti minuti relativi ai più disparati ambiti del sapere. Gli speaker parlano in inglese, ma per la maggior parte dei video è possibile attivare l’opzione dei sottotitoli in italiano. Si tratta senz’altro di un modo efficace per aggiornarsi e al contempo imparare l’inglese… Che cosa desiderate di più? See you!

     

    Daniele Canepa

    Twitter: @DanieleCanepa1
    www.comeimpararelinglese.com

  • Come trasformare tetti e pareti di cemento in giardini rigogliosi

    Come trasformare tetti e pareti di cemento in giardini rigogliosi

    1Questa settimana parleremo di una delle ultime “mode” nel Landscape design: i tetti ed i muri verdi. In questo caso si parla soprattutto di interventi sul costruito e particolarmente sul tessuto urbano cementificato. Negli ultimi anni si è, infatti, diffuso un ritrovato interesse per il mondo vegetale e, specie nei contesti fortemente cementificati ed urbanizzati, si è colta una crescente esigenza di introdurre la presenza del verde, in tutte le sue diverse forme. In quest’ottica si è assistito alla proliferazione, da Tokio, a Londra, da Bali o Singapore ad Istanbul, di tetti e pareti verdi.

    La tecnica è, tutto sommato, piuttosto semplice. Per sommi capi, la metodologia di realizzazione di queste innovative pareti verdi deriva da una collaudata tecnica agricola chiamata coltivazione idroponica, che significa “senza utilizzo di suolo”. Lo strato sintetico delle pareti o dei tetti verdi è, una volta 2collocato, non suscettibile di essere attaccato da batteri e fermentazioni e costituisce il substrato in cui le piante radicano. La struttura principale consiste spesso in una membrana autoportante, inodore, antimuffa, ed ignifuga.

    Tra il muro o la parete da rivestire e la membrana vegetale restano, di regola, soli due centimetri di spazio, atti a consentire la circolazione dell’aria ed ad evitare il dannoso ristagno di umidità.
    Il sistema di irrigazione e fertilizzazione viene poi studiato e realizzato in funzione dell’orientazione e del clima di ogni sito.

    Le pareti verdi sono generalmente dotate di un impianto di manutenzione completamente automatico che ne facilita la gestione. In mancanza di illuminazione naturale, un sistema artificiale può essere eventualmente studiato per implementare i processi naturali di fotosintesi delle piante e per3 stimolarne

    la crescita e la fioritura.
    Il più famoso paesaggista ad essersi cimentato, già alcuni anni fa, in questa tecnica è senza dubbio Patrick Blanc. Egli è infatti ben noto proprio per essere l’ideatore della tecnica del giardino verticale o muro vegetale. Ha studiato all’Università di Parigi, dove si è laureato nel 1989.

    Nel 1972 ha intrapreso per la prima volta un lungo viaggio in Thailandia e Malesia, volto all’osservazione dell’accrescimento delle piante sulle rocce o nel sottobosco. È ricercatore presso il Centre National de la Recherche Scientifique e, dal 1982, responsabile del Laboratorio di biologia vegetale tropicale all’Université Paris VI. 5Patrick Blanc è, senza alcun dubbio, un personaggio caratteristico, dall’abbigliamento, a soggetto botanico, spesso stravagante ed anticonformista; il progettista porta, per esternare la sua passione per la natura, spesso i capelli tinti di verde intenso.

    La sua stessa casa parigina (alcune foto sono presenti sul suo sito) galleggia sull’acqua e le piante e ha pareti letteralmente coperte di vegetali.
    Vi consiglio quindi di fare una visita al suo sito internet; se non conoscete ancora la tecnica delle pareti e dei tetti verdi resterete senza dubbio stupefatti dall’effetto estetico. Le superfici più incredibili, con le pendenze più variabili vengono coperte, con apparente estrema facilità, da una strabiliante varietà di essenze vegetali: felci, piante tropicali, orchidacee, tutte molte variegate per fogge, colori, crescita e produzione di fiori variopinti…

    6Sono stato personalmente a vedere l’effetto di alcune di queste realizzazioni ed il risultato è davvero inaspettato ed eclatante. Un impensato prato verde cresce infatti tra acciaio, cemento e cristallo. Verzure, ciuffi di foglie spuntano, in un insieme studiatissimo e perfettamente autosufficiente, dalle pareti.

    Nel giro di poco tempo, lo spazio urbano cambia così completamente foggia e si trasforma, grazie alla caleidoscopica abilità progettuale, in un surreale (a volte tropicale!) giardino, che sembra, abbarbicato come è alle superfici, fuori dallo spazio e dal tempo.

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Dal blog al vlog: in Inghilterra spopolano i vlogger, che cosa significa?

    Dal blog al vlog: in Inghilterra spopolano i vlogger, che cosa significa?

    Bus di LondraNe avevo già parlato a sufficienza qualche mese fa delle gaffe (o forse è meglio definirla semplicemente come pura ignoranza) di diversi politici italiani alle prese con l’inglese, per cui, nonostante l’europarlamentare PD Gianni Pittella mi abbia recentemente fornito un altro ghiotto assist (ecco il video, due minuti di spasso e inglese alla Totò), preferisco passare ad altro e parlare di vlogger e vlog, due neologismi provenienti dalla lingua di Her Majesty Elizabeth II e  destinati nel giro di poco tempo a entrare anche nella nostra lingua.

    A dire il vero, non credo che l’attuale Regina, quasi novantenne, sia a conoscenza nemmeno dell’esistenza, oltre che del significato, dei due termini. La distanza tra la velocità alla quale si muovono la maggior parte degli uomini e delle donne al potere e quella a cui viaggia il resto del pianeta è siderale non solo nella nostra Italia. Così va il mondo, al giorno d’oggi.

    Chi è dunque un vlogger e che cos’è un vlog? La pagina inglese di Wikipedia definisce un vlog (o video log) come una forma di blog che usa come mezzo il video. Scusandomi per la spiegazione a scatole cinesi, è opportuno a questo punto chiarire il significato di blog: derivante dalla fusione di web e log, il termine indica una pagina della Rete sulla quale vengono pubblicati con una certa periodicità contenuti di carattere informativo.

    Se in Italia vanno per ora di moda i blogger, tanto che anche il sito del Fatto Quotidiano ormai da tempo lascia loro uno spazio considerevole in home page, in Inghilterra sono i vlogger a spopolare specialmente tra i giovani, anche perché i vlogger di maggiore successo sono poco più che ventenni. È il caso per esempio del ventiduenne Dan Howell, ex-studente di giurisprudenza diventato famoso al punto di avere due milioni di iscritti al suo canale YouTube danisnotonfire. Un’altra celebrità del mondo del vlogging è Phil Lester, laureato in Linguistica, che con il suo canale YouTube ha raggiunto quattro mesi fa i due milioni di subscribers.

    Non è quindi una coincidenza se i due, che sono anche grandi amici, sono stati messi sotto contratto da BBC Radio1 e conducono la trasmissione della domenica sera.

    C’è, si diceva all’inizio, un mondo fatto in gran parte di giovani che viaggia a una certa velocità ed è sintonizzato – è proprio il caso di dirlo! – su determinate frequenze. Ai Pittella o al/alla monarca di turno si richiederebbe quantomeno di interessarsene e di guardare a esso con curiosità, se non, addirittura, di provare a sviluppare nei suoi confronti un minimo grado di empatia… See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Berlusconi esce dal Parlamento: la lunga agonia del governo senza idee

    Berlusconi esce dal Parlamento: la lunga agonia del governo senza idee

    silvio-berlusconi-2Forza Italia è fuori dal governo. Berlusconi decade. E la maggioranza si assottiglia sempre più: il voto di fiducia sulla legge di stabilità passa al senato con soli 171 voti, rispetto ai 154 che rappresentano la soglia sotto la quale il banco salta. Insomma, niente di nuovo. E’ solo la lunga agonia di un governo destinato fatalmente a cadere senza aver concluso nulla, e che proprio per questo non aveva senso sin dal principio.

    Se si esclude qualche colpo di scena, infatti, stiamo semplicemente assistendo ad una trama già scritta, abbozzata il giorno delle elezioni e poi completata il giorno della riconferma di Napolitano. Solo chi non vuole vedere in faccia la realtà può illudersi che le larghe intese siano qualcosa di più di un respiratore per tenere in vita una classe politica morente. Chi invece non si accontenta dell’informazione mainstream e dei suoi slogan banali e incoerenti è perfettamente in grado, con un minimo di obiettività, di capire cosa sta succedendo.

    C’è una crisi economica che avrebbe bisogno di una banale verità economica: il cambio flessibile è «il peggior regime di cambio, esclusi tutti gli altri» (la citazione, ricalcata sul noto aforisma di Winston Churchill, è di James Meade, premio nobel per l’economia nel 1977). Di contro il cambio fisso serve solo a scaricare il peso degli aggiustamenti sui salari (lo ammettono placidamente anche Fassina e Cuperlo). Presunti effetti positivi: non pervenuti. E non serve essere grandi esperti per capirlo: basta registrare le dichiarazioni del capo economista al Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, che ha recentemente riconosciuto l’utilità del cambio flessibile e rigettato i tradizionali argomenti contrari perché «molto meno rilevanti di quanto non lo siano stati nelle crisi precedenti». C’è poco da fare: le prove in questo senso sono – come direbbe Paul Krugman – “overwhelming”, ossia schiaccianti.

    Nel mondo politico, tuttavia, ancora nessuna forza di peso è disponibile a prendere atto di questa situazione: non è disponibile il PD che ha sempre rivendicato l’entrata nell’euro come un successo personale; non lo è il PDL (o quello che ne è avanzato) per il quale la precedenza spetta ai problemi giudiziari del capo; e, nonostante le apparenze, non lo è nemmeno il M5S che (a differenza del Front National in Francia) ha paura ad assumersi la responsabilità politica delle critiche che rivolge all’Europa.

    Pertanto, in mancanza di una seria autocritica, l’idea di una coalizione tra la vecchia destra e la vecchia sinistra sotto il patrocinio del vecchio Presidente della Repubblica era intrinsecamente fallimentare. Si pretendeva di mettere insieme, infatti, forze che, dopo un anno e cinque mesi di convivenza dentro il governo tecnico, si ritrovavano senza una straccio di strategia contro la crisi, unite unicamente dal comune desiderio di preservare l’assetto esistente. Questa linea conservatrice conduce a predicare la stabilità come unico valore: e inevitabilmente costringe il governo a distinguersi soprattutto per le decisioni non prese e i duri compromessi digeriti pur di tenere in piedi la maggioranza.

    Ma nel frattempo il vero nodo della crisi continua ad essere ignorato. Così la ripresa non arriva e le tensioni dentro al governo aumentano: e mano a mano che appare chiaro che i partiti non stanno portando a casa risultati utili, ha sempre meno senso tenere a freno gli elettori delusi o soprassedere su questioni scottanti come la decadenza di Berlusconi. Presto o tardi, dunque, le contraddizioni esploderanno, segnando la fine del governo Letta.

     

    Andrea Giannini

  • Delibera partecipate: ecco cosa dice il documento della discordia

    Delibera partecipate: ecco cosa dice il documento della discordia

    palazzo-tursi-aula-rossa-d14«La delibera delle partecipate non parla assolutamente di privatizzazioni». È un refrain che in questi giorni sindaco e assessori hanno ripetuto senza sosta. E, ora che la delibera è stata approvata dal Consiglio comunale, la conferma arriva anche dai documenti. Una delibera che non entra nello stretto merito del futuro di Amt, Amiu e Aster. Per sgomberare il campo da ogni dubbio è stato necessario che la Giunta presentasse un maxiemendamento al testo originale della delibera, frutto delle ultime contrattazioni con le aziende e i sindacati. Anzi penultime, visto come sono degenerati i rapporti nel corso di queste caldissime ore.

    Mentre Genova sta affrontando la quarta giornata consecutiva di blocco assoluto del trasporto pubblico. Mentre la solidarietà ai lavoratori di Amt si sta estendendo a macchia d’olio in  tutta la città. Mentre la protesta assume sempre più i connotati di un vero e proprio movimento di reazione nazionale, una blindatissima Sala Rossa ha licenziato nella tarda serata di giovedì il documento da cui, a torto o a ragione, è nato tutto il putiferio. Ma che cosa dice nel dettaglio questa delibera?

    Se, per quanto riguarda Amiu, il documento approvato non modifica sostanzialmente quanto già presentato dal vicesindaco Bernini qualche settimana fa (qui l’approfondimento), su Aster il testo si addolcisce circa la previsione di ingresso di capitali esterni. Laddove, infatti, si chiedeva all’azienda di valutare l’opportunità di acquisire partner per investimenti specifici su nuovi progetti tecnologici e di sviluppo, il dispositivo viene modificato chiedendo che il nuovo piano industriale, da consegnare entro dicembre 2013, “oltre alla riorganizzazione degli aspetti produttivi, valuti tutte le potenzialità per sviluppare una maggiore efficienza aziendale, a fronte comunque della garanzia dell’efficienza manutentiva”.

    Naturalmente, le attenzioni sono particolarmente puntate su Amt. Ed è proprio qui che sono intervenute le modifiche più sostanziose. Nel testo inizialmente predisposto dalla giunta, alla voce dedicata all’Azienda mobilità e trasporti, si parlava di “collegare la definizione degli indirizzi strategici (…) al completamento del processo di valutazione dell’azienda e delle sue prospettive ad opera dell’Advisor”. Un Advisor che sostanzialmente non lasciava molte alternative alla tanto odiata privatizzazione, in piena contraddizione rispetto a quanto andava predicando Marco Doria da giorni. Certo, il sindaco non è mai stato convinto pienamente dell’ipotesi privatizzazione, ma altre logiche politiche sembravano quasi inevitabile far propendere per la strada caldeggiata soprattutto dal Partito democratico.  Il colpo di scena è arrivato nel pomeriggio di mercoledì quando, senza ulteriori indugi, il sindaco assicurava: «Amt resterà pubblica per tutto il 2014».

    Come? E la delibera? Ecco, pronto il maxiemendamento. E il capitolo dedicato a Amt viene completamente stravolto; ora la delibera, nel frattempo approvata, chiede all’amministrazione aziendale “un piano finanziario aggiornato che contenga indicazioni sulle proiezioni dei conti della società nel 2014, definendo gli atti necessari per ottimizzare l’uso delle risorse disponibili recuperando margini di efficienza”. Il piano sarà poi utilizzato dal Comune per definire gli indirizzi strategici che dovranno tenere conto del nuovo contesto normativo delineato dalla legge sul trasporto pubblico locale recentemente approvata dalla Regione, con l’ampliamento del bacino di traffico, e delle prospettive di evoluzione nella futura area metropolitana genovese, tenendo presente anche la possibile aggregazione con il servizio attualmente erogato dall’Atp, in situazione economica da fallimento. Così, prendono forma le dichiarazioni fatte alla stampa dallo stesso sindaco a margine delle trattative con i sindacati, messe nero su bianco nella stessa delibera: “L’amministrazione comunale vuole raggiungere l’obiettivo di garantire ad Amt, nel rispetto delle normative di legge, la continuità aziendale e di assicurare all’utenza adeguati standard di servizio attraverso un piano di mobilità comunale che privilegi quella pubblica”.

    E sempre a proposito di paventate privatizzazioni, scompare nelle premesse del documento il capoverso che faceva riferimento all’eventuale necessità di “diverse aziende in house di liberarsi dai vincoli di questo assetto per poter concorrere alla gestione in ambiti di livello metropolitano o addirittura regionale” e si trasforma in: “rimane la necessità delle aziende in house di poter concorrere alla gestione in ambiti di livello metropolitano o anche regionale, nel rispetto della legislazione europea”.

    Quindi, non è proprio così vero dire che la delibera sulle partecipate non abbia mai parlato di privatizzazioni, neppure parziali.

    Di certo, però, non ne parla la versione che è stata approvata.

    A proposito, il testo contiene anche importanti disposizioni che non riguardano solo le tre principali partecipate del Comune, ma altre aziende che in questi giorni caotici sono passate sostanzialmente sotto silenzio. In particolare, Bagni Marina e Farmacie Genovesi non vengono più ritenute strategiche dall’amministrazione comunale e ne viene predisposta la cessione nel caso in cui il bilancio economico-patrimoniale non dovesse raggiungere l’equilibrio.  «Per quanto riguarda i Bagni – aveva spiegato il vicesindaco Bernini il mese scorso – il Comune deve vigilare affinché vengano resi accessibili tutti i servizi anche alla fasce più deboli. Ma per fare questo possiamo utilizzare strumenti diversi rispetto a una partecipazione economica in perdita». Diversa la situazione per le Farmacie comunali (8 quelle ancora attive rispetto alle 11 iniziali), nate per coprire buchi del settore privato che attualmente non sussistono più. Grazie alla riorganizzazione che ha portato ad esempio a esternalizzare il costo dei magazzinieri, dai 130/140 mila euro di passivo del 2012 si potrebbe arrivare al pareggio di bilancio per il 2013.

    Tra le norme previste dal maxiemendamento, infine, entra in delibera anche un punto interessante che impegna la giunta alla razionalizzazione delle partecipazioni comunali anche attraverso operazioni infragruppo, con la necessaria crescita della capacità di governance da parte del Comune, che deve potenziare le sue capacità di controllo. Azione che potrebbe essere intrapresa anche tramite la realizzazione di un soggetto ad hoc che accentri le partecipazioni dell’Ente e si occupi, tra le altre cose, di “operare in direzione di un superamento degli attuali vincoli che limitano la mobilità interaziendale”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Costa Azzurra, la mano di Peter Wirtz nel giardino mediterraneo

    Costa Azzurra, la mano di Peter Wirtz nel giardino mediterraneo

    1In questo articolo parleremo di un giardino che ho recentemente visitato all’estero. In realtà, ad essere onesto, la visita è stata del tutto casuale e non sapevo, al momento, che fosse stato disegnato da un celebre paesaggista. O meglio da parte del figlio di Jacques Wirtz, Peter, che insieme al fratello Martin, gestisce il più affermato Studio di Landscape design del Belgio (una vera e propria impresa, famosa in tutto il mondo!). Quel che è certo è che, dopo pochi minuti passati nel piccolo spazio verde, si poteva immediatamente cogliere la “mano” di qualche “esperto”. Ho quindi approfondito le mie indagini e ho scoperto gli autori del progetto. In verità, ero da subito convinto si trattasse di un belga: lo stile sobrio e spontaneo, con cespugli dall’andamento curvilineo è facilmente intellegibile e tipico dei progettisti di quel Paese.
    2Nello specifico poi i Wirtz (soprattutto il padre Jacques) sono particolarmente noti per il loro utilizzo di piante sempreverdi, abilmente potate in forme geometriche al fine di tradursi in ondulate ed articolate “nuvole” di foglie. Queste ultime creano, a loro volta, una architettura verde che permane tutto l’anno, integrata da un insieme di piante erbacee perenni debitamente “piegate” alla volontà del progettista. Coerentemente con la propria filosofia progettuale, Wirtz senior ritiene, da sempre, che i giardini dovrebbero conservare ed accentuare lo spirito immanente al luogo, piuttosto che rispecchiare lo stile dell’autore sul paesaggio.
    L’obiettivo e l’idea di fondo sono stati, nel nostro giardino francese, pienamente raggiunti. L’insieme è infatti assolutamente armonico, spontaneo, elegante e sobrio al tempo stesso. Tutto ciò è vero3 tanto nei colori quanto nello stile e nelle forme. Le linee delle aiuole sono sinuose e seguono, in modo naturale, l’andamento delle piante e degli antichi alberi già presenti in loco, valorizzando e completando l’insieme. I colori variano dal verde scuro dei bossi e delle piante di alloro, ai toni più chiari e leggermente grigiastri della Westringea fino al quasi grigio delle basse siepi di lavanda. Un bel cespuglio di oleandro dai fiori candidi e debitamente potato in una foggia molto spontanea completa, rallegrandolo, l’angolo più scuro del giardino. Basse piante annuali colmano gli spazi tra i cespugli ed un ghiaietto di pietre chiare completa lo spazio centrale dell’ampio cortile. Il tutto è racchiuso su, due lati, da un muretto in pietra, nascosto tra le piante ed i rampicanti, da una cancellata grigio scura, dall’altra parte, e dalla facciata di un edificio 5giallo stinto, dalle imposte grigio perla, sullo sfondo. Nulla è lasciato al caso, né l’impianto volumetrico né quello cromatico, sempre giocato sulle differenti varianti e sfumature di grigi. Il logo della famosa Maison (che ha commissionato il giardino) ed una grande scultura a forma di pesce (che ricorda che ci troviamo sulla costa del Mediterraneo), entrambe in metallo satinato argenteo, completano l’insieme, fungendo al tempo stesso da punti focali del cortile ed illuminandone, con riflessi cangianti, gli angoli più ombrosi. L’insieme complessivo risulta quindi classico e moderno al tempo stesso ed accoglie il visitatore, lasciandolo un po’ stupefatto. Nel centro di una mondana ed affollata località turistica cresce infatti, indisturbato, un piccolo giardino, verde e fiorito tra gli edifici ed i vicini cortili, in cui spesso, invece delle piante e dei rampicanti, si trovano a contrasto e più prosaicamente solo autoveicoli e cemento.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Pdl a pezzi, presente e futuro della destra italiana: l’analisi politica

    Pdl a pezzi, presente e futuro della destra italiana: l’analisi politica

    alfano«IL PDL è morto: lunga vita al PDL!». Si potrebbe sintetizzare così il senso della scissione nel centro-destra tra “alfaniani” e “berlusconiani”. Il partito si divide oggi per avere una speranza di rinascere domani. Si, perché le due forze uscenti, Nuovo Centro Destra (NCD) e Forza Italia (FI), nonostante le inevitabili scaramucce, stanno in realtà lavorando di concerto: e, pur battendo strade diverse, promettono di ritrovarsi non appena si capirà quale via li attende nel futuro.

    silvio-berlusconi-2Ciò non significa che sia stata tutta una messinscena, una farsa recitata da guitti consumati; significa solo che, a fronte della difficilissima fase attraversata dalla politica italiana, il centro-destra ha saputo trovare un suo equilibrio. E’ un equilibrio precario – non c’è dubbio –, ma per il momento serve ad accontentare un po’ tutti.

    Anche ad un primo livello di analisi, infatti, appare chiaro che la scelta di dividersi è stata imposta da due esigenze opposte. Da un lato in buona parte del partito c’è la consapevolezza che, nel momento esatto in cui toglie la fiducia al governo Letta, Berlusconi diventa il capro espiatorio definitivo: ogni male dell’umanità passato, presente e futuro, ogni crisi economica e sociale gli potrà essere agevolmente imputata, e gli altri partiti potranno dedicarsi a un comodo scaricabarile. Pertanto, che piaccia o no, bisogna cedere al mantra della stabilità e, per quanto possibile, bisogna tenere in piedi Letta.

    Dall’altro lato, però, il Cavaliere ha necessità di tenere il fiato sul collo del governo per la questione della sua impunità. Letta e Napolitano sperano che, invocando calma e pazienza, si possa guadagnare un po’ di tempo: ma Berlusconi di tempo non ne ha; il che lo costringe, anzi, ad alzare costantemente il tiro della minaccia. Non solo. I suoi sanno bene che tutta la baracca sta in piedi solo grazie al carisma del leader: e questo carisma, che già ha subito il duro colpo della sconfitta sulla sfiducia solo un paio di mesi fa, rischia di appannarsi ancora di più, se rimane all’ombra della politica suicida del PD e non ascolta i richiami di sofferenza che vengono dall’elettorato.

    Dunque la soluzione ideale, a ben vedere, è proprio quella di lasciare un manipolo di valorosi (NCD) a sostegno della stabilità di governo, richiamando il grosso delle truppe cammellate (FI) a difesa del vecchio condottiero in pericolo. Un domani, con il solito voltafaccia, ci si potrà di nuovo riunire sul fronte che sarà risultato vincente.

    Tuttavia esiste anche un livello più profondo di analisi, che proietta le beghe della politica italiana sullo sfondo di una dinamica globale ben più complessa. In questo senso la frattura in seno al PDL non è più un fenomeno isolato, dovuto unicamente alle meschinità del nostro provincialismo; ma si rivela lo specchio di una rottura storica che sta interessando il fronte liberista internazionale.

    Questa ideologia del “meno Stato, più mercato”, un tempo molto compatta, è oggi attraversata da una faglia che si alimenta dei contrasti tra il mondo industriale-finanziario internazionale e il tessuto produttivo delle economie nazionali. Lungo questa linea di frattura si è spezzato anche il centro-destra italiano, creando così due nuove coalizioni di interessi distinti.

    Il Cavaliere sarà appannato quanto si vuole, ma è sempre stato, per gli ammiratori quanto per i detrattori, il campione di una certa media imprenditoria italiana, operante soprattutto nell’edilizia e nel manifatturiero. Questa parte della società, che a suo tempo aveva avversato la sindacalizzazione, attivamente chiesto l’abbassamento di tasse e salari, e salutato con entusiasmo la “discesa in campo” del suo beniamino, è stata poi colpita con molta durezza dalla crisi economica: e oggi è sempre più insofferente per la lentezza con cui si procede al raggiustamento (ammesso che ce ne sia uno all’orizzonte). Sta quindi emergendo l’idea che serva una drastica inversione di rotta.

    Traversie simili hanno subito anche le grandi aziende ex-statali o a partecipazione statale: velocemente privatizzate a cavallo tra anni ’80 e anni ’90, come imponeva il credo liberista, sono oggi più deboli e esposte alla spietata concorrenza estera. Ma in questo caso i “capitani coraggiosi” che le avevano rilevate si sono consolati con gli ingenti profitti sottratti nel corso degli anni. Ecco perché questa parte, così come tutto il resto della grande imprenditoria italiana, anche “sana”, potendo facilmente delocalizzare ed essendo meno esposta alla crisi dei consumi interni, ha tutto sommato interesse a mantenere questo assetto.

    Per rispondere a questa esigenza si è venuto a creare, attorno ad Alfano e Cicchitto, un fronte vicino alla finanza cattolica e sensibile ai richiami alla stabilità provenienti tanto dai centri bancari quanto dai partner internazionali (tutti ugualmente preoccupati di congelare la situazione nell’attesa di capire quale strategia adottare).

    Berlusconiani e alfaniani, dunque, riflettono il nuovo contrasto tra imprenditoria locale e capitalismo internazionale dopo anni passati a fare fronte comune contro la burocrazia e i sindacati. Questo esito era largamente prevedibile: anzi, si è reso possibile proprio perché il liberalismo aveva vinto,  imponendo la propria ricetta intrinsecamente instabile.

    Come avevo già scritto, infatti, il gioco funziona solo se si rimane a livello di singolo paese, perché quando una certa area esce perdente dalla competizione, i fattori produttivi si possono spostare nell’area vincente (come è successo tra il nostro meridione e il settentrione). Su scala globale invece le cose non vanno così, perché quando a rischiare di fallire sono gli Stati sovrani, allora non è più tanto facile assorbire le tensioni che si creano (i popoli non si spostano in massa da una nazione all’altra: a meno che non sia per andare in guerra…). Quando si entra in questa spirale, dunque, gli interessi delle economie nazionali cominciano irrimediabilmente a divergere da quelli, tipicamente, delle multinazionali e della grande finanza: e il sistema va in crisi.

    Insomma, il liberismo semplicemente non funziona. Ma in fondo lo abbiamo sempre saputo che non serviva per far funzionare le cose: ma serviva a giustificare l’arricchimento di alcuni e l’impoverimento di altri.

     

    Andrea Giannini

  • Delibera partecipate, Consiglio a porte chiuse: parere favorevole

    Delibera partecipate, Consiglio a porte chiuse: parere favorevole

    Tursi, protesta dei lavoratoriSono passate le 22 da poco più di una decina di minuti quando il presidente Guerello annuncia che il Consiglio comunale ha approvato la delibera sulle partecipate, con 21 voti favorevoli (Pd, Lista Doria, Chessa, De Benedictis) e 5 contrari (Anzalone, Grillo, Musso Vittoria, Bruno e Pastorino).

    Che cosa cambierà ora? Poco o nulla. Innanzitutto, la città si appresta a dover sopportare la quarta giornata di blocco assoluto del trasporto pubblico. E oltre alle assemblee di Amt e Amiu, in piazza scendono anche i lavoratori di Fincantieri in seguito alle dichiarazioni del governo nazionale sulla possibilità di parziale vendita dell’azienda. E ancora i lavoratori del porto e probabilmente gli studenti. Senza dimenticare che la vertenza del trasporto pubblico si sta allargando al suolo nazionale, con agitazioni annunciate anche a Roma, Torino e Milano.

    «Non è un problema che ci siano queste proteste», commenta Antonio Bruno, consigliere della Federazione della Sinistra. «Il problema è che la sinistra o il centrosinistra viene percepita dai cittadini come controparte perché l’Italia rischia di prendere una deriva di svendita di beni, servizi e spazi pubblici sui cui la gente si è fermamente espressa contraria con il voto dei referendum di giugno 2011. E questa delibera si inserisce in questo quadro di contrasto politico molto forte».

    A proposito di contrasti. Era davvero opportuno portare avanti la discussione oggi in aula, a tutti i costi? O forse non sarebbe stato il caso, quantomeno di rimandarla, dopo aver messo una pezza quantomeno all’emergenza di Amt? All’inizio dei lavori se lo sono chiesti e lo hanno chiesto al sindaco molti consiglieri, tanto che fino a un certo punto sembrava veramente che si potesse arrivare al rinvio della delibera.

    Ma la nuova fumata nera scaturita dalla trattativa tra sindacati di Amt e Sindaco (vedi cronaca in coda all’articolo ndr) ha per l’ennesima volta cambiato le carte in tavola. Da un lato l’amministrazione chiedeva la disponibilità dei lavoratori a rinnovare i sacrifici già attuati nel 2013 ed era disposta a intavolare una trattativa sulla sospensione dei lavori del Consiglio, a fronte di una ripresa del servizio. Dall’altra parte i sindacati chiedevano nero su bianco l’immediato impegno dell’amministrazione a ripatrimonializzare l’azienda e la contestuale sospensione della delibera, pena la prosecuzione dello sciopero.

    L’accordo non è stato trovato e il problema, naturalmente, è principalmente di natura economica. Così il Consiglio comunale, convocato alle 16.30 ma immediatamente interrotto per consentire al sindaco di portare a termine la trattativa, ha ricominciato i lavori dopo circa un’ora e mezza di attesa (che va sommata ai 3 giorni rispetto alla convocazione ordinaria di martedì), entrando nel merito della discussione della delibera.

    lavoratori-tursi-verticaleMolti i consiglieri che hanno abbandonato l’aula in segno di protesta per come state gestite le cose da parte del sindaco e dal presidente del Consiglio comunale, accusato di aver convocato la seduta a porte chiuse, con numerosi lavoratori che premevano all’esterno. Il primo a lasciare la Sala Rossa è stato Alfonso Gioia, capogruppo Udc, che ha ritenuto inopportuno convocare il consiglio con uno stato di agitazione permanente in città: «È vero che la ripresa dei lavori è una forma di preservazione della democrazia – ha aggiunto l’ex presidente del consiglio provinciale – ma farlo a porte chiuse ne decreta il suo funerale». Posizione simile quella del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino che però è rimasto fino alla fine della seduta: «Genova, medaglia d’oro della Resistenza, non ha mai vissuto un momento tale. Io invito il sindaco a valutare bene l’opportunità di fare un Consiglio comunale a porte chiuse. Si tratta di una situazione antidemocratica tanto quanto l’occupazione di martedì».

    Usciti anche i consiglieri del Movimento 5 Stelle (su richiesta dei propri sostenitori attraverso un sondaggio lampo via Facebook), Lauro e Balleari (Pdl) e Rixi (Lega). Gli stessi che prima di abbandonare l’aula avevano presentato una richiesta di rinvio della pratica, sostenuta bocciata con 20 voti contrari e 13 favorevoli (Pastorino uscito dall’aula al momento del voto). Un rinvio che, a detta di molti, non sarebbe neppure tanto dispiaciuto alla Lista Doria, in difficoltà però a votare contro la volontà del proprio sindaco.

    A proposito di Lista Doria, da sottolineare un duro intervento del consigliere Clizia Nicolella che, contrariata dalla chiusura delle porte di Tursi, si è scagliata contro Prefetto e Questore e ha lanciato un monito alle organizzazioni sindacali: «Oggi non si consente che la seduta sia pubblica a tutti gli effetti e la responsabilità è del Prefetto e del Questore che dovrebbero garantire l’ordine pubblico al pari di quanto fanno per le manifestazioni sportive. Inoltre, manifesto il mio totale disappunto nei confronti delle più alte cariche di rappresentanza dello Stato per non aver evacuato l’aula nei giorni scorsi. Infine mi appello ai sindacati perché difendano veramente il bene dei lavoratori. Se non si trovasse una soluzione per Amt, c’è pronto il commissario per la procedura fallimentare dell’azienda».

    Nonostante gli abbandoni, una massiccia presenza della maggioranza e l’assicurazione della presenza di alcuni consiglieri di opposizioni ha garantito la prosecuzione dei lavori fino alla votazione conclusiva.
    Tuttavia, a dimostrazione che la confusione stia regnando sovrana in Sala Rossa, va segnalato che la delibera, dopo essere stata approvata, non ha ottenuto l’immediata eseguibilità votata solo da 19 consiglieri a fronte dei 21 necessari. Non che cambi molto a livello operativo dato che il testo non contiene disposizioni esecutive legate a date imminenti. Ma resta comunque il fatto che la partita è stata gestita in maniera piuttosto confusionaria. In questo senso merita di essere citata la dichiarazione di voto del consigliere Padovani (Lista Doria) che pur sostenendo la delibera non si è tirato indietro dal sottolineare come ci sia stato quantomeno un problema di comunicazione tra la giunta e i cittadini: «Fin da quando si è aperto, il dibattito sulle partecipate ha iniziato a scivolare verso una china ideologica, privatizzazione sì, privatizzazione no, col rischio di allontanarsi dai problemi reali di queste imprese. L’effetto secondario è stato quello di mettere insieme un’ampia coalizione di cittadini a difesa del patrimonio pubblico: fatto positivo, ma non era certo il risultato che ci saremmo aspettati perché in questa logica siamo diventati la controparte. C’è dunque un problema di come siamo in grado di comunicare alla città: il dibattito dovrebbe essere più laico, sereno e meno ideologico. Parte della responsabilità di questa situazione è sicuramente da ricercare nell’accelerazione che si cercato di dare a questa delibera all’inizio della sua discussione (a luglio, in occasione delle discussioni sul bilancio 2013, ndr). Ma la rapidità spesso non consente approfondimento».

    Approfondimento che, per ammissioni dello stesso sindaco, dovrà avvenire da questo momento in poi, affrontando caso per caso la situazione di Amt, Aster e Amiu a partire da piani industriali che i management delle aziende dovranno presentare: «Ma come mai questi piani industriali ora non esistono? Come facciamo a controllare efficacemente queste aziende se non ci sono i piani industriali? Ora abbiamo bisogno che le soluzioni entrino nel merito dei problemi e si confrontino con dei dati reali».

    «Non approviamo questo atto con soddisfazione – ha commentato il capogruppo del Pd, Simone Farello – non tanto nei confronti dell’atto ma nei confronti di quello che si è sviluppato intorno. Credo che sarebbe sbagliato, pericoloso e superficiale pensare che l’esplosione di disagio a cui stiamo assistendo sia riferibile a questa delibera. È diventata sicuramente un pretesto. Ma se non capiamo che sotto c’è qualcosa di più profondo, commetteremmo un errore che potrebbe portarne altri come conseguenza. Di questa delibera, infatti, hanno discusso solo la politica e i lavoratori delle aziende interessate; tutti gli altri hanno assistito in maniera anche un po’ allibita perché non capivano il centro di questo dibattito. L’opinione pubblica, che usufruisce di questi servizi, ha interesse solo che i servizi continuino, a prezzi sostenibili e in maniera soddisfacente. Ma tutte queste persone sono state tenute fuori dal dibattito in questi giorni».

    La cronaca del pomeriggio

    protesta-lavoratori-consiglio-comunale

    La seduta del Consiglio Comunale sulla delibera di indirizzo per le società partecipate (sospesa martedì dopo l’invasione in Aula Rossa dei lavoratori Amt) è a porte chiuse. I lavori dopo neanche un’ora sono già stati sospesi due volte, prima per attendere l’arrivo del sindaco, successivamente su richiesta dello stesso Doria per consentire la prosecuzione della trattativa con i sindacati (una delegazione è presente a Tursi ma non ha accesso alla Sala Rossa).
    «La seduta a porte chiuse è un atteggiamento antidemocratico quanto l’invasione di martedì scorso», ha detto Bruno Pastorino (Sel). Intanto Alfonso Gioia (Udc) ha abbandonato l’aula in segno di protesta per la stessa ragione.

    Nel frattempo la trattativa con i sindacati è ufficialmente saltata, domani lo sciopero continuerà e i lavoratori di Amiu e Amt si riuniranno in assemblea alle 9. «La richiesta dei sindacati era la sospensione della delibera e la ripatrimonializzazione– ha spiegato il sindaco Marco Doria – ma su queste basi la trattiva non poteva neppure partire, innanzitutto perché l’impegno da parte del Comune per il conferimento di denaro o beni immobili all’azienda sarebbe comunque dovuto prima passare dal Consiglio comunale. La questione comunque potrebbe essere argomento di trattiva assieme alle misure che dovrebbero essere adottare nell’azienda per ricercare l’equilibrio dei conti nel 2014. Ho detto che se si fosse aperta la trattativa si sarebbero potutiti sospendere i lavori ma si sarebbe dovuta concludere anche l’agitazione. Mi è stato detto di no e che la trattativa sarebbe partita solo con il nostro impegno a versare denari. A questo punto l’incontro si è concluso».

    No al rinvio della delibera sulle partecipate

    In apertura di seduta l’ipotesi sembrava la più probabile. Antonio Bruno (Fds) chiedeva rinvio temporaneo della delibera, Edoardo Rixi (Lega Nord) e Lilli Lauro (Pdl) chiedevano il ritiro della stessa per tornare ad un percorso condiviso in commissione, valutando nuovamente la situazione economica dell’azienda e, soprattutto, la posizione dei vertici e dell’amministrazione di Amt.

    Alle ore 19 arriva la votazione del Consiglio: no al rinvio della delibera con 20 voti contrari e 13 favorevoli. Poco dopo il Movimento 5 Stelle ha abbandonato l’aula «ce l’hanno chiesto i cittadini», così anche Rixi seguito dal Pdl, il numero legale però non è a rischio.

     

    Simone D’Ambrosio
    [foto di Elettra Antognetti]

  • Regole condominiali: cosa fare in caso di infiltrazioni o perdite d’acqua

    Regole condominiali: cosa fare in caso di infiltrazioni o perdite d’acqua

    Palazzi skyline, cielo, cittàQuesta settimana dobbiamo necessariamente tornare all’argomento spinoso del condominio.

    Mi sono capitati diversi casi di questo tipo e francamente gatta ci cova.

    Mario Rossi, condomino di turno, si ritrova la casa allagata per via di una perdita che viene dal piano di sopra. Mario chiama subito l’amministratore per allertarlo; quest’ultimo viene a verificare lo stato dell’appartamento e manda un idraulico, solitamente quello del condominio.

    Come al solito, bisogna capire se la perdita deriva dalla rottura di un tubo del palazzo o di un tubo “orizzontale” ed interno all’appartamento del piano di sopra.

    Si viene così a scoprire che l’allagamento è dovuto, per esempio, a cattiva manutenzione da parte dell’inquilino soprastante oppure ad un danno causato da una ditta che aveva effettuato dei lavori – appunto – al piano di sopra.

    Regola numero uno: sarebbe bene che tutti ci si assicurasse la casa con la cosiddetta polizza del capofamiglia (RC Terzi); anzi, sarebbe bene renderla obbligatoria come quella dell’RC Auto.

    Orbene, dal momento che poche persone ancora si sono preoccupate di avere quel tipo di copertura assicurativa, capita facilmente che “quello” del piano di sopra non sia assicurato. Oppure, peggio ancora, capita che la ditta che ha eseguito i lavori per conto di “quello del piano di sopra” abbia lavorato in nero oppure sia in ritardo con i pagamenti del premio assicurativo.

    Che fare allora?

    Innanzitutto, per non sapere né leggere né scrivere, scrivete! Un paio di raccomandate di richiesta danni, con tanto di ricevuta di ritorno, una al condominio, una a “quello di sopra”, come ormai state definendo da tempo quel vicino di casa che già non vi stava simpatico prima, figuriamoci adesso!

    Voi penserete: con due raccomandate qualcosa succederà! E invece succede che l’amministratore, amico di “quello di sopra”, trova il modo di farlo passare come danno condominiale.

    Certo, a voi arriva un minimo di risarcimento e ne siete ben felici, però questa si chiama truffa ai danni dell’assicurazione, col rischio di ricevere pure voi un avviso di garanzia.

    E gli altri condomini, che nulla c’entrano in tutto questo, pagano per voi.

    Regola numero due: siate onesti sempre, perché è giusto così e non ne vale la pena; in questo modo potrete sempre mettere in cattiva luce l’amministratore, quando se lo merita.

    Alberto Burrometo

     

    [Foto Alberto Marubbi]

  • L’inglese e le discriminazioni sessuali in ambito linguistico

    L’inglese e le discriminazioni sessuali in ambito linguistico

    Women manSi chiamano gender studies, o studi di genere, e si occupano di analizzare da un punto di vista multidisciplinare i significati e le implicazioni sociali e culturali dell’appartenenza a un genere sessuale.

    In particolare, le campagne femministe degli anni Sessanta e Settanta si sono concentrate sulle discriminazioni in ambito linguistico: parlando dell’inglese, per esempio, come mai spinster, “zitella”, ha una connotazione (fortemente) negativa e bachelor, “scapolo”, no?

    Altro oggetto dell’attenzione dei gender studies relativamente alla lingua inglese sono gli aggettivi e i pronomi personali e possessivi di genere maschile e femminile (o meglio femminile e maschile, prima che venga tacciato di sexism anche l’autore di questo articolo). Fino a qualche decennio fa, per esempio, sarebbe stato normale scrivere una frase di questo tipo:

    Every worker wants his work to be appreciated.

    His è un aggettivo possessivo che indica un possessore di genere maschile. Visto che worker può riferirsi in inglese sia a una lavoratrice sia a un lavoratore, negli anni Sessanta ci si è chiesti perché si debba usare l’aggettivo maschile e discriminare a priori il femminile her.
    In questo caso, la diatriba è stata più o meno risolta utilizzando il plurale, their, che può essere maschile, femminile o neutro allo stesso tempo, per cui la frase precedente diventerebbe:

    Every worker wants their work to be appreciated.

    Il problema, però, rimane intatto con quei sostantivi che hanno di per sé una forte connotazione di genere. Se, infatti, non si pone con worker o student, si presenta invece con spokesman (“portavoce”), chairman (“presidente”), fireman (“pompiere”), ecc. Come comportarsi in questi casi?

    Il Congresso degli Stati Uniti, nel quale sono presenti congressmen e congresswomen, per superare l’ostacolo senza che nessuno si senta discriminato ha deciso di optare per member of Congress, termine neutro.

    In altre situazioni, la diatriba legata al gender viene ovviata tramite la creazione di un nuovo sostantivo, come chairperson usato al posto di chairman e chairwoman, dato che quest’ultimo in particolare potrebbe suonare forzato.

    La discriminazione in ambito linguistico tocca ovviamente anche la nostra terra. Poche settimane fa Laura Boldrini ha affermato a chiare lettere di voler essere chiamata: “La presidente” e non “Il presidente”. Perché non “La Presidentessa”, mi domando? Probabilmente mi sono perso per strada qualche pezzo, ma il vero guaio è che non so più come devo chiamarla!

    La mia conclusione è che, per quanto generate in origine da istanze più che legittime, le acrobazie linguistiche appena citate stiano diventando alquanto ridicole e, più ci si sforza di trovare modi sempre più arzigogolati di essere politically correct nella forma, più si mette in evidenza che il problema della parità e dell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità è ben lungi dall’essere risolto nella sostanza.

    Eppure, l’articolo 3 della nostra Costituzione, uno dei cardini attorno ai quali dovremmo basare la nostra convivenza civile, afferma: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

    Attiviamoci, ognuno di noi, per rendere vita quotidiana queste parole e la soluzione a problemi quali chairman/chairwoman e “La” o “Il” presidente verrà da sé e apparirà per quello che è.

    Addirittura, se nella sostanza e non nei formalismi si metterà in pratica l’ideale di una società egualitaria, si arriverà anche ad accettare che Neil Armstrong, posando il piede sul suolo lunare, abbia affermato in tempi di maschilismo ancora dominante: “That’s one small step for man” (e non woman o person)… Ma mi raccomando, non dite niente di tutto questo alla Boldrini, che se no s’arrabbia.

    See you!

     

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale: lavori fermi, nessun accordo sulle partecipate

    Consiglio Comunale: lavori fermi, nessun accordo sulle partecipate

    protesta-lavoratori-consiglio-comunalePrivatizzati ‘sto c….”, “Dimissioni”, “Tutti a casa” sono i cori più gettonati della protesta dei lavoratori di Amt, Amiu e Aster che questo pomeriggio hanno letteralmente invaso i lavori del Consiglio comunale di Genova dove si sarebbe dovuta discutere la delibera che apre all’ingresso di capitali privati nelle società partecipate. Lo sciopero selvaggio del trasporto pubblico deciso nella notte e che rischia di prolungarsi a oltranza, ha consentito a tutti i lavoratori di Amt di scendere in piazza e raggiungere Palazzo Tursi.

    Tribune gremite alle 14 quando iniziano i lavori con la presentazione degli articoli 54. Ma la seduta durerà ben poco. Sono da poco scoccate le 14.15 quando la prima irruzione interrompe il consigliere Pastorino che stava per interrogare il vicesindaco Bernini sul futuro della strada a mare a Cornigliano. Doria, Dagnino, Farello (non presente in aula) ma anche Guerello e Malatesta sono i principali destinatari delle urla dei lavoratori che manifestano con tutta la loro forza l’opposizione alla privatizzazione e la preoccupazione per il futuro. Passano 6 minuti e il presidente Guerello è costretto a sospendere la seduta. Nel frattempo la folla ha letteralmente invaso tutte le tribune della Sala Rossa (comprese quelle riservate alla stampa) e alcuni lavoratori di Aster irrompono tra i banchi di consiglieri e assessori.

    Sugli spalti è il festival degli slogan e degli striscioni. Ci sono i lavoratori di Amiu (“Amiu non si tocca”) e anche quelli dei Bagni comunali (“Ci siamo anche noi… 36 lavoratori precari da 30 anni”). Chi non si vede, invece, è il sindaco Marco Doria, come ha gioco facile a sottolineare il decano del Consiglio comunale, Guido Grillo (Pdl), pochi minuti dopo le 15: «Invito gli uffici e gli assessori presenti a richiamare il sindaco. Alle ore 15 doveva iniziare il consiglio. Il sindaco deve partecipare». Fanno da eco i cori del pubblico: «Marco Doria, dove sei?». E il primo cittadino arriverà solo alle 15.51.

    A quel punto ricomincerà la seduta, trasformata in vera e propria assemblea pubblica, con il sindaco che interrompe più volte il proprio discorso per ribattere alle parole dei manifestanti. Doria prova a ripercorrere le tappe della genesi della delibera e ricorda come nel 2013 siano arrivati ad Amt 65 milioni dalla Regione e 30 dal Comune. «A novembre non abbiamo ancora la sicurezza che tutte le entrate previste nel bilancio approvato a luglio arrivino nelle casse del Comune» ha sottolineato il sindaco. «Il governo deve dirci se rimborserà ai Comuni le quote Imu. Sul bilancio 2014 poi non c’è nessun Comune italiano che può sapere su quali risorse contare nel futuro».

    Ma i dipendenti di Amt vanno al sodo: «Vuole privatizzare l’azienda o la vuole tenere pubblica?». «La voglio tenere in piedi» risponde con insolito piglio Marco Doria. Ma la risposta è ancora una volta ambigua e i lavoratori tornano a protestare. Arrivando anche all’esagerazione come quando con spintoni e qualche lancio di oggetti provano a ostacolare l’uscita dalla Sala Rossa del sindaco, protetto dalle forze dell’ordine. Più tardi si saprà che nel corso della breve colluttazione che ne consegue, 5 vigili, compresa una vigilessa, si saranno recati all’ospedale per controlli.

    Sul fronte politico, difficile capire come si evolverà la situazione. Molti manifestanti hanno abbandonato l’aula ma i sindacati assicurano che un nucleo resterà a presidiare i lavori del Consiglio. Certo, finché resteranno seduti sugli scranni degli assessori sarà difficile riprendere la seduta (che ufficialmente è stata sospesa, in modo da poter essere ripresa in qualunque momento, ndr). I consiglieri sono divisi sul da farsi. Una parte spera davvero di poter iniziare a discutere la delibera, anche perché gli emendamenti e gli ordini del giorno in calendario sono davvero tantissimi e difficilmente la partita verrà portata a casa nel giro di poche ore. Altri, come Edoardo Rixi (Lega Nord) – che annuncia la raccolta di firme per la presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco – si augurano che i lavori vengano sospesi definitivamente. Nel frattempo, alle 18, sindaco, azienda e rappresentanti sindacali sono stati convocati in Prefettura.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Compagnie telefoniche: pratiche aggressive per il recupero crediti

    Compagnie telefoniche: pratiche aggressive per il recupero crediti

    TelefoniMia madre lavorava in quell’azienda che all’epoca si chiamava SIP. Ho ancora fresco e vivo il ricordo di quei bei telefoni vintage che oggi mi piace collezionare. Ed è proprio vero che dell’acqua che non vuoi bere anneghi… Difatti, le problematiche legate alla telefonia sono divenute una delle principali attività di questa rubrica. Tanto da farmi dimenticare la bellezza dei telefoni di una volta.

    Questa settimana debbo parlarvi di come certe problematiche vengano da talune aziende telefoniche mal gestite. Al di là del merito, ovvero della giustezza o meno di una bolletta, ritengo rimarcare come un utente sia comunque un cliente e, per ciò stesso, vada rispettato. Mi spiego meglio: molte persone ci scrivono dopo avere ricevuto dal gestore  bollette ritenute errate e quindi prontamente contestate. Orbene, queste persone vengono spesso contattate dal personale dell’azienda con minacce a saldare gli insoluti (soprattutto quando non sono dovuti).

    Voi fate le vostre rimostranze e, dall’altra parte del filo, la voce si altera ed inizia a trattarvi in malo modo… Altre volte l’utente viene minacciato di subire azioni legali con aggravi di spese… Insomma, l’obiettivo è quello di spaventare il cliente. E, quando ciò accade a persone di una certa età, queste ultime si allarmano e – magari – finiscono per pagare somme non dovute.

    Un consiglio: se ricevete questo tipo di telefonata, chiedete nome e cognome di chi vi sta chiamando e poi sporgete reclamo alla sede legale dell’azienda specificando il nominativo in questione. Nel caso riceviate minacce particolarmente insistite, come ahimè talvolta accade, siete autorizzati a sporgere querela presso l’Autorità competente.

    Segnaliamo anche vari casi in cui l’azienda, dopo avere ricevuto regolare disdetta da un utente, risponde – guarda caso – che la disdetta non è stata inviata correttamente. Ma il motivo non è dato sapere…

    Qual è la morale? Che le grandi aziende fanno quello che vogliono, tanto su cento casi di truffe e raggiri solo un paio al massimo finiscono in tribunale, e gli altri a tarallucci e vino.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

     

    [foto di Alberto Marubbi]