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  • Royal Botanic Gardens: giardini imperdibili per gli appassionati

    Royal Botanic Gardens: giardini imperdibili per gli appassionati

    Kew 1Come abbiamo già avuto modo di descrivere in un nostro precedente articolo, il Regno Unito di Gran Bretagna rappresenta, senza dubbio, una inesauribile fonte di spunti per tutti gli appassionati di botanica. In questo Paese è infatti assai ricca la produzione scientifica in materia di giardinaggio e di landscape design e qui si trovano numerosissimi e curatissimi giardini. La passione per il “verde” è poi trasversale tra le classi sociali e comune a gran parte della popolazione.
    Tra i parchi inglesi da non perdere, vi sono senza dubbio i Royal Botanic Gardens di Kew, nelle immediate vicinanze di Londra. Al di là della Kew 2bellezza estetica fornita dall’insieme dei giardini, la collezione di varietà botaniche, ivi contenuta, supera i quaranta mila generi di piante. Questo numero impressionante rende tale insieme il più ricco e più diversificato al mondo. Infatti, una su ogni otto specie di piante da fiore cresce e si sviluppa in questo parco-museo. Il giardino eccelle anche sotto il profilo del numero di prodotti per le piante, di libri di botanica e nel tema della ricerca scientifica e, a mezzo dei corsi ivi tenuti, del landscape design.
    Nel dettaglio, i Royal Botanic Gardens portano questo nome in quanto essi, in origine, appartenevano davvero alla Casa Reale inglese e fu proprio sotto il regno di Giorgio III che la proprietà cominciò ad evolversi in un vero giardino botanico, di rilievo internazionale.
    La storia dei Kew Gardens comincia infatti a metà del settecento quando Federico ed Augusta di Galles cominciarono a sviluppare, con l’aiuto dell’amico Conte di Bute, la loro tenuta di Kew. In particolare, ButeKew 3 iniziò, per conto dei suoi illuminati committenti, a costituire vere e proprie raccolte botaniche al fine di, come egli stesso affermava, “(…) riunire tutte le piante, allora conosciute sulla Terra”.
    Il parco veniva, all’epoca, principalmente utilizzato per il piacere della corte e per sontuose feste reali e grandi ricevimenti, quale per esempio quello per i compleanni del nuovo proprietario dei giardini, il re Giorgio III.
    Nel tempo vennero poi introdotte molte, nuove specie esotiche, principalmente provenienti dalle spedizioni oltreoceano. Tra queste ricordiamo la spettacolare e, per l’epoca, molto inusuale, Strelizia Reginae, che porta questo nome in onore della moglie del sovrano inglese, la duchessa di Streliz. Sempre nel diciottesimo secolo, vennero piantate numerose nuove varietà, raccolte dai viaggiatori inglesi in Australia e riportate in patria in innovativi contenitori, simili a piccole serre ed in uso fino agli anni sessanta del novecento.
    Kew 5

    L’Ottocento portò, invece, grandi novità nei Kew Gardens. In particolare, si iniziò la costruzione della Palm House e della Temperate House. Le serre del parco divennero in breve celeberrime e tra le più grandi in tutto il mondo. Il moderno sistema di vetro e struttura in ghisa permetteva infatti un rapido ed innovativo accrescimento delle piante e lo sviluppo di specie, adatte esclusivamente a climi umidi e temperati. Via via il parco veniva poi ampliato nella sua estensione complessiva, fino a superare gli attuali ottanta ettari.

    kew 6Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, ampie aree dei giardini vennero invece trasformate in campi coltivati per far fronte all’emergenza alimentare. Dopo la guerra, i Kew Gardens vennero nuovamente adibiti a parco, attentamente restaurati e riportati all’originario splendore. Oggi essi rappresentano, da un lato, uno magnifico giardino, ricchissimo di specie e varietà di piante di ogni genere e di ogni provenienza, dall’altro, un centro di studio e di ricerca scientifica tra i più avanzati al mondo.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Vincolo esterno e pensiero unico: il significato nel linguaggio politico

    Vincolo esterno e pensiero unico: il significato nel linguaggio politico

    Parlamento-ItalianoAncora nel mio ultimo articolo criticavo l’imperante logica del vincolo esterno” e quella del “pensiero unico”. Vediamo di precisare meglio queste definizioni, dato che ormai stanno prendendo il loro posto nel linguaggio politico.

     

    Il vincolo esterno

    Il vincolismo in politica si può definire come il limite all’autonomia decisionale imposto da circostanze esterne considerate ineluttabili. In altri termini: “volevamo tanto fare quella tal cosa”, “avevamo in effetti detto che avremmo preso quel tal altro provvedimento”, “fosse solo per noi, non avremmo desiderato altro”… MA, e qui la lista delle possibili scuse inderogabili è lunga: il minimo comune denominatore, però, è sempre che si tratta di qualcosa di esterno, qualcosa cioè su cui le istituzioni nazionali non hanno giurisprudenza; su cui politica e parti sociali non possono incidere, ma che possono solo riconoscere e rispetto alle quali devono solo adeguarsi.

    Negli anni ’90 andava molto di moda:è la globalizzazione”, che più recentemente si tende a declinare anche con: “oggi c’è la Cina”; da cui a sua volta segue come corollario: “non possiamo pensare di competere con le vecchie regole, i vecchi rapporti di lavoro sono sorpassati”, eccetera eccetera. A cavallo del secondo millennio è cominciato a circolare un altro mantra: “ce lo chiede l’Europa”. Cosa fosse questa “Europa”, chi fossero esattamente questi “Europei” che ci chiedevano di adeguarci e perché, poi, ce lo chiedessero non si è mai capito bene; ma mentre si pronunciavano queste parole solenni (“ce lo chiede l’Europa”) sembrava quasi di sentire risuonare i versi immortali di Schiller: «Freude, schöner Götterfunken, Tochter aus Elysium», che si spandevano nell’aere sulle note di Beethoven: e questionare sarebbe apparso quasi un atto di hybris. Eppure, non so voi, ma io da piccolo, quando venivo beccato a fare una marachella e tentavo di giustificarmi dicendo: “l’ha fatto anche il mio compagno!”, venivo tacitato così: “se il tuo compagno si butta sotto un treno, ti ci butti anche tu?”. Ma, curiosamente, è proprio quello che abbiamo fatto: ci siamo buttati sotto un treno esattamente per il motivo che lo facevano anche gli altri (i quali non erano poi così intelligenti, come oggi è piuttosto evidente).

    Più recentemente siamo passati al linguaggio economico: “abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, “il responso dei mercati” ed infine, in un crescendo rossiniano, ecco il principe di tutti i vincoli esterni: lo spread. Niente è più concreto, più chiaro, più incontestabile dello spread, perché ha dalla sua tutta la scientificità, l’oggettività e la potenza del “numero”: e più quel numero va su, più noi paghiamo di interessi in termini di miliardi di euro. Come si può negare o sminuire questa evidenza? E infatti non si può. Il Sole 24 Ore, a fine 2011, titolava a tutta pagina: “Fate presto!”; tutta Italia andava in fibrillazione seguendo le ultime notizie dalla borsa; e persino io, che ora faccio ironia, all’epoca sovrastimavo l’emergenza e ne perdevo di vista il contesto. Certo lo spread è reale e non dipende (fino a prova contraria) da un complotto della “finanza speculativa” (che – per inciso – è una definizione piuttosto bizzarra, come “pesce nuotante” o “uccello volante”). Tuttavia mancano un paio di dettagli: non ci si ricorda da dove nacque l’emergenza e soprattutto non si dice se esiste un’alternativa alla dittatura dei mercati.

    A proposito di dove nasce l’emergenza ne abbiamo già discusso: non fu certo perché si scoprì che in Italia c’era il debito pubblico (sai la novità!), ma perché venne fuori che la Grecia era nei guai e che la banca centrale europea, fedele agli altolà di Berlino, non si sarebbe impegnata a garantire i debiti nazionali, limitandosi ad acquisti mirati e attenendosi esclusivamente al contenimento dell’inflazione, che costituisce il suo mandato. Di colpo i titoli di Stato della zona euro cessarono di essere considerati un rendimento sicuro: e il resto è storia nota. Anche per quel che riguarda le alternative, almeno incidentalmente, ne ho già parlato quando mi sono occupato dell’euro, mostrando che, in effetti, altre possibilità ce n’erano: solo che non andavano di moda. Ed è qui che andiamo ad incrociare l’altro tema in questione.

     

    Il pensiero unico

    Il pensiero unico è il monopolio del dibattito giustificato da una pretesa di necessità ed auto-evidenza. Consiste nel presentare un punto di vista del tutto parziale e opinabile come se fosse una conquista dell’umanità del tutto fuori discussione, mentre “il resto è noia”, eccentricità, idealismo o forse anche peggio. Si tratta, insomma, di una tecnica di condizionamento tra le più subdole, perché mira a convincere della necessità di una certa soluzione insinuandola tra le pieghe di quello che si da per scontato.

    Il pensiero unico si subisce soprattutto sulle questioni che richiederebbero conoscenze specifiche. Non essendo possibile, infatti, che ogni individuo sia esperto su tutto lo scibile umano, quando si parla di economia, finanza, giustizia, energia, ma anche politica, è molto difficile entrare nel merito, ed è dunque inevitabile che si vada alla ricerca del parere altrui. Il senso comune suggerisce di dare fiducia a chi appare più competente e lontano da interessi di parte; e la prudenza suggerisce di diffidare degli eccessi per tenersi sulla linea della maggioranza: non solo per via dell’idea che se molti pensano la stessa cosa, ci sono più probabilità che questa cosa sia vera, ma soprattutto per via del fatto che sbagliare con gli altri è meno pericoloso che avere ragioni da soli. Il problema è che oggigiorno queste dinamiche di formazione del consenso sono piuttosto note: e sfruttarle a proprio vantaggio è molto più facile di quello che sembra.

    Prendiamo come esempio il tema delle fantomatiche “riforme”. In Italia se ne parla da talmente tanti anni che ormai, quando si tocca l’argomento, tutti si dicono d’accordo. Tuttavia ciò non dipende dall’intrinseca bontà dell’argomento (valutazione di merito), ma da una banale tautologia: vale a dire, che è ovvio che se le cose non vanno bene, allora vanno cambiate o riformate. Ma il problema è un altro: riformare come? Il trucco sta nel lasciare questa questione sospesa tra il detto e il non detto.

    Se da un lato, infatti, non è un mistero quali “riforme” abbiano in mente gran parte di quelli che se ne riempono la bocca, dall’altro è evidente che, potendo, si guardano bene dall’esplicitarle: perché se si esprimessero chiaramente, non riscuoterebbero propriamente un grande successo. Molto meglio buttare lì l’idea, dare il tempo alla gente di abituarsi, continuare a parlarne come della cosa più razionale e pacifica del mondo, e poi, quando finalmente arriva l’occasione (cioè l’emergenza), invocarne l’adozione come il rimedio a lungo agognato.

    E’ già successo con il governo Monti. A una crisi finanziaria di credito privato si è risposto con i vecchi cavalli di battaglia del liberismo, cioè vincolando le finanze pubbliche al pareggio di bilancio, al taglio del debito (fiscal-compact) e a un limite di deficit (six-pack). E’ stata innalzata l’età pensionabile (riforma delle pensioni) e si è facilitato il licenziamento (riforma del lavoro). E quando è stato necessario addirittura modificare la Costituzione (riforma costituzionale), lo si è fatto senza alcun dibattito pubblico, sempre nella logica dell’emergenza e con la scusa che occorresse lasciare lavorare i molto competenti “tecnici”. I quali sono dipinti un po’ come “scienziati”; e in quanto tali – si presume – sapranno quello che va fatto esattamente come i tecnici di C.S.I. sanno ricavare dalla scena di un delitto il DNA dell’assassino. Ma la realtà è molto più sfumata. L’economia non è la matematica: c’è sempre spazio per le opinioni. E le opinioni possono celare precisi interessi.

     

    La fine del pensiero economico unico

    Nessuna pretesa “scientificità” o profondità di esperienza può giustificare il pensiero unico. Al contrario, forse mai come in questi ultimi anni la discussione economica si è vivacizzata. Dal 2008 in particolare i “rapporti di forza” nel mondo accademico hanno cominciato a mutare e il pensiero liberista, che per trent’anni aveva pesantemente condizionato il dibattito, è entrato decisamente in crisi; tanto che oggi si contesta apertamente quelli che fino a pochi anni prima erano considerati dogmi inappellabili: una rigorosa disciplina di bilancio, l’indipendenza delle banche centrali, la primaria necessità della lotta a spesa, debito pubblico e inflazione, la libera circolazione dei capitali, la deregolamentazione finanziaria, l’efficienza del settore privato, la liberalizzazione indiscriminata, l’arretramento del pubblico e il superamento dello Stato sociale.

    Più in generale è in discussione la filosofia stessa del liberismo, cioè l’idea che se ciascuno persegue il proprio guadagno personale, alla fine, “come guidato da una mano invisibile” contribuisce a disegnare una società più ricca e felice. In realtà – sostengono molti autorevoli economisti e premi nobel – se la famosa “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith non si vede (perché constatiamo che si producono sempre più crisi e più disuguaglianze), ciò non si deve al fatto che è invisibile, ma al fatto che non esiste.

    Di qui la necessità di intervenire per imporre il diritto sopra il mercato, rivalutando il ruolo dello Stato, lo stimolo della spesa pubblica e le reti di protezione sociale. Di qui critiche anche radicali al liberismo, visto come giustificazione teorica al problema della compatibilità sociale del perseguimento individuale della ricchezza. Di qui la necessità di rivedere il paradigma di questo capitalismo socialmente instabile ed intrinsecamente insostenibile, perché squilibrato a vantaggio delle società più forti e basato su un ideale di crescita infinita, quando le risorse a disposizione sono limitate.

     

    Divergere è sano

    Ovviamente l’eco di questo dibattito in Italia non si è ancora sentita. E’ anche per questo che ci sembra così sensato il richiamo al dialogo e al compromesso: perché ormai è passata l’idea che il confronto ideologico sia morto, che non sia più necessario dividersi, perché quello che si deve fare già si sa, e che quindi, nel mondo del terzo millennio, non ci siano più interessi in contrapposizione. Ma è un’ipocrisia colossale.

    Negli Stati Uniti (tanto per fare un esempio) è ben chiaro ciò che distingue un repubblicano, che è a favore di un minore intervento statale e minore spesa pubblica, da un democratico, che invece vuole più tutele e più investimenti da parte dello Stato. E benché non manchino occasioni di convergenza (ci mancherebbe altro), la normale logica è che ogni partito difende le sue idee e cerca di farle prevalere: occasionalmente sacrifica qualcosa, ma non può sacrificare tutto sempre. Perché le idee di un partito rappresentano interessi: e sacrificarle significa cedere a interessi di altri, che possono essere in contrasto con i miei. Gli interessi delle potenze mondiali non sono gli interessi dei paesi poveri; gli interessi di un gruppo finanziario non sono gli interessi di un operaio edile; gli interessi miei non coincidono con quelli che saranno gli interessi dei miei nipoti; e gli interessi del ladro non sono gli interessi del derubato.

    Da tutto questo discorso segue la necessità di non adeguarsi passivamente ai messaggi provenienti dall’informazione mainstream, perché in un dibattito pubblico (nel complesso) di scarsa qualità ci sono modi sicuri e collaudati per far passare un’idea di parte ammantandola nella veste del buon senso, del realismo e del pragmatismo.

     

    Andrea Giannini

  • Whistleblowing: la denuncia dell’illecito presa in prestito dallo sport

    Whistleblowing: la denuncia dell’illecito presa in prestito dallo sport

    fischiettoDo you remember? Vi ricordate quando, parlando delle metafore concettuali qualche puntata fa, abbiamo visto che una partita di football viene normalmente descritta come: a) una guerra; b) un’opera d’arte.

    Nel lontano passato, in anni nei quali il calcio non era popolare come adesso e nei quali ancora non esisteva la televisione, i reporter dell’epoca avevano la necessità di ricorrere a immagini e concetti noti al pubblico per descrivere quanto accadeva su un campo di calcio. Le cose, tuttavia, sono cambiate molto, tanto che sempre più spesso si percorre il percorso inverso, ovvero usare espressioni dell’ambito sportivo per rendere più accessibili altri tipi di concetti.

    Senza andare a Londra, Sydney o Los Angeles, basta osservare il linguaggio politico di casa nostra per trovare la famosa – o famigerata? – “discesa in campo politico”, chiaramente mutuata dal mondo del calcio. Spostandoci in Gran Bretagna, capita frequentemente di leggere titoli e frasi quali: Tony Blair’s own goal oppure, per par condicio,  David Cameron’s own goal . To score an own goal significa infatti “segnare un autogol,” l’azione più disgraziata che possa capitare a un giocatore di calcio. Ne era suo malgrado uno specialista il difensore italiano Riccardo Ferri, preso in giro in una canzone di Ligabue per questa sua “peculiarità”, ma a quanto pare il vizio di segnare delle autoreti si è diffuso anche in ambito politico…

    Non è altresì raro imbattersi nell’espressione to move the goal posts, letteralmente “spostare i pali della porta,” con la quale si intende un cambiamento delle regole a trattative in corso.

    Un altro termine importato dal linguaggio sportivo è whistleblowing, ovvero l’attività di denuncia di una condotta fraudolenta all’interno di un’azienda, di un’istituzione o di un contesto lavorativo. Nello sport, blowing the whistle – letteralmente “soffiare il fischietto” – è l’azione compiuta dall’arbitro per interrompere il gioco durante una partita al fine di punire con un fallo un’azione irregolare. Il whistleblower, tale è il nome della persona che riferisce l’illecito, dimostra notevole coraggio perché non è certo facile – anzi, è assolutamente ammirevole – fare parte di un sistema e denunciarne dall’interno le dinamiche malate o il marciume. Pensate, rimanendo in Italia, all’allenatore Zdenek Zeman, il quale fece attività di whistleblowing portando l’attenzione dell’opinione pubblica sulla diffusione delle pratiche dopanti nel nostro calcio: la reazione del suo stesso ambiente nei suoi confronti culminò una pioggia di insulti e critiche.

    Un altro celebre caso di whistleblowing è quello del tenente Frank Serpico della polizia di New York. Illustre italo-americano,  secondo altri poliziotti del suo dipartimento ebbe la “colpa” di non accettare le mazzette e di aver denunciato diverse abitudini corrotte tra coloro che dovevano essere i tutori della legge. Furono i suoi stessi colleghi a farlo cadere in un agguato in cui Serpico, colpito al volto da un proiettile, rischiò di perdere la vita.

    La storia dell’agente del NYPD (New York Police Department) figlio di emigranti campani è stata ripresa e raccontata dal bellissimo film di Sidney Lumet, “Serpico”, con Al Pacino nei panni dell’omonimo protagonista; una pellicola assolutamente da vedere, nell’attesa che qualcuno inizi a soffiare anche in qualche fischietto italiano… Bye!

     

    Daniele Canepa

  • Centro Storico, invasione di sigarette elettroniche, slot e fast food

    Centro Storico, invasione di sigarette elettroniche, slot e fast food

    rifugi-solidi-urbani-cancelloCari amici appassionati di glamour e di design, le tendenze della primavera-estate 2013 sono chiarissime e innovative;  in assenza di governo (ladro o meno che sia) la pioggia prosegue il suo incarico in regime di “prorogatio”, la necessità di larghe intese si fa pressante in tempi di moda “curvy”aperta alle taglie extra large, in netta controtendenza con le rigorose politiche di austerity di montiana memoria.

    La trasformazione è in atto anche nella nostra città, la primavera 2013 vede nel nostro Centro Storico il trionfo della plastica, simbolo del nuovo tipo di commercio che invade le nostre strade; Sigarette Elettroniche, Sale Bingo e Fast food  prendono piede prepotentemente nei nostri vicoli, modernizzando il commercio e rendendolo finalmente uguale a quello di una qualsiasi altra città del mondo progredito.

    Ma il design urbano non è insensibile alle richieste dei cittadini più tradizionalisti,  quelli che, in maniera forse un po’ anacronistica difendono ancora le attività commerciali della nostra tradizione, come latterie, forni e friggitorie, forse superate, ma dall’innegabile fascino vintage. Come si vede nella foto, la scelta è stata decisa e rivoluzionaria; il vicolo blindato, per preservarne l’autenticità dalla contaminazione del consumismo dilagante, diventerà un’oasi felice della città  legata alla tradizione e alla cultura.

    Nel Centro Storico verranno create queste riserve protette, dei piccoli ghetti riservati agli amanti dei libri e del cibo genuino, visitabili  in orari limitati anche dai turisti curiosi di osservare queste specie tutelate. Nel resto della città  continuerà invece la moda del commercio in plexiglass,  i fast food  finalmente renderanno Genova una città moderna e cosmopolita, la resistenza dei forni  e della loro focaccia unta (decisamente poco fashion) verrà estirpata da questa nuova onda di civiltà plastificata; le librerie, spazi inutilmente ingombranti  e poco redditizi,  luoghi pericolosi per il rischio di incendi e di diffusione di idee non allineate, verranno relegate nei nuovi ‘vicoli-riserva’, la cui fruizione sarà destinata  solo ad un pubblico adulto, e  in cui queste pratiche di perversione culturale verranno tollerate.  In un’epoca di normalizzazione del vizio, dove anche la sigaretta diventa elettronica  e la cartina segue lo stesso declino della carta (usata sia per produrre ingombranti libri sia per avvolgere la focaccia), questi nuovi vicoli della tradizione diventeranno una nicchia di design vintage, i cancelli in ferro battuto  rappresenteranno la chiusura verso il mondo dell’innovazione ma anche la loro risorsa principale, quella  di mantenersi diversi e alternativi. Torrefazioni, latterie, drogherie, antiche botteghe artigiane troveranno qui rifugio, finanziate con la vendita di biglietti ai turisti che vorranno provare l’emozione e il brivido di un tour safari in questa realtà così particolare,  questo Red Light District genovese che diventerà una specie di zona franca in cui circoleranno liberamente libri, panissa e frisceu, ma solo per uso esclusivamente personale e da consumarsi in loco.

    I puristi un po’ retrò avranno così la loro zona protetta, che resiste coraggiosamente alla modernizzazione incipiente (e che verrà per questo denominato Centro Stoico) ,il rischio di estinzione verrà scongiurato,  e nello stesso tempo la città potrà imboccare la via del commercio globale e dei negozi intercambiabili (dove le attività commerciali si alterneranno mensilmente, tra fallimenti e cambi di gestione, per non annoiare i cittadini).

    Mentre nella riserva-vicolo si tollererà lo spaccio di romanzi e di saggi di economia politica, l’Italia troverà nuovi leader rottamatori, giovani e appassionati di cultura, pronti ad affrontare la nuova e impegnativa sfida che attende il nostro Paese,  quella di Amici e del futuro Ministro della Cultura, Maria De Filippi.

     

    Dottor Grigio

  • Equitalia s.p.a: la società, l’organizzazione, l’attività di riscossione

    Equitalia s.p.a: la società, l’organizzazione, l’attività di riscossione

    EquitaliaNelle scorse settimane abbiamo avuto modo di tornare sull’annoso (dannoso…) argomento Equitalia. Questa settimana volevo spiegare ai nostri lettori come nasce, come si sviluppa e come funziona questa Società per Azioni molto, ma molto particolare…
    Equitalia è la società pubblica (51 % Agenzia delle Entrate e 49% INPS ) incaricata della riscossione dei tributi a livello nazionale. Per tributi intendiamo tasse, imposte e quant’altro di spettanza degli enti pubblici, mai di bollette delle utenze domestiche o cose simili!

    Con la costituzione di Riscossione S.p.A., che nel 2007 ha cambiato nome in Equitalia S.p.A., il servizio nazionale della riscossione dei tributi è tornato in mano pubblica. La riforma della riscossione è avvenuta con l’entrata in vigore dell’art. 3 del decreto legge n. 203 del 30 settembre 2005 deliberato dal Governo Berlusconi convertito con modificazioni nella legge n. 248 del 2 dicembre 2005.
    Fino al 30 settembe 2006 la riscossione era affidata in concessione a privati (prevalentemente banche), una quarantina circa. Con il dl n. 223 del 4 luglio 2006 il governo Prodi autorizza Riscossione S.p.A. ad utilizzare i dati in possesso dell’Agenzia delle entrate.
    Equitalia dalla sua costituzione ha raggruppato i vecchi concessionari attraverso una campagna di acquisizioni e fusioni, al fine di ridurre il numero totale degli Agenti della riscossione, che nel 2011 sono confluiti in 3 sole società. Infatti, nell’aprile 2009 l’ambito di Genova passa da Equitalia Polis S.p.a ad Equitalia Sestri S.p.a., mentre l’ambito di Salerno passa da Equitalia Etr S.p.a. ad Equitalia Polis S.p.a. Nel maggio 2009 Equitalia Gerit S.p.a. acquista Equitalia Frosinone S.p.a. Nel giugno 2009, Equitalia Etr S.p.a. incorpora Equitalia Foggia S.p.a., mentre l’ambito di Lucca passa da Equitalia SRT S.p.a. ad Equitalia Cerit S.p.a. Dal gennaio 2010 Equitalia Perugia S.p.a. ed Equitalia Terni S.p.a. si fondono, dando luogo a Equitalia Umbria S.p.a. Dal gennaio 2011 Equitalia Etr S.p.a. incorpora Equitalia Lecce S.p.a. Con le operazioni societarie del 1º luglio, del 1º ottobre 2011 e la messa in liquidazione di Equitalia Basilicata S.p.a partecipata da privati, dal 31 dicembre 2011 restano operative:

    Equitalia Nord S.p.a.
    Equitalia Centro S.p.a.
    Equitalia Sud S.p.a.
    Equitalia Servizi S.p.a.
    Equitalia Giustizia S.p.a.

    Equitalia esercita la riscossione dei tributi sull’intero territorio nazionale, esclusa la Sicilia. In particolare, Equitalia esercita sia la riscossione non da ruolo, che riguarda i versamenti diretti, per esempio, la riscossione dei versamenti unitari con compensazione mediante Mod. F24, la riscossione dei tributi e delle altre entrate versate con mod. F23, la riscossione dell’Ici, sia la riscossione a mezzo ruolo, che è effettuata sulla base della notifica di una cartella di pagamento o altro avviso (accertamento esecutivo per i tributi erariali c.d. AVE o avviso di addebito per la riscossione dei contributi previdenziali INPS c.d. AVA).
    Il Gruppo Equitalia si compone delle società Equitalia S.p.a. (capogruppo), delle società da essa controllare e di altri tre agenti della riscossione presenti su tutto il territorio nazionale con esclusione della sicilia, la cui società si chiama Riscossioni Sicilia S.p.A. (fino al 1° settembre 2012 denominata SERIT Sicilia Spa).

    Equitalia spa esercita funzioni prevalentemente strategiche, di indirizzo e controllo dell’attività degli agenti della riscossione, mentre gli agenti si occupano degli aspetti operativi della riscossione, gestendo gli sportelli e i rapporti con i contribuenti e con gli enti.
    Equitalia Servizi supporta gli agenti della riscossione sia come fornitore di soluzioni tecnologiche sia come interfaccia con gli enti.
    Equitalia Giustizia si occupa della riscossione delle spese di giustizia e delle pene pecuniarie conseguenti ai provvedimenti giudiziari passati in giudicato o diventati definitivi dal 1º gennaio 2008.

    Dal 1 gennaio 2012 la struttura degli agenti di riscossione, ossia delle filiali locali di Equitalia S.p.a., su pressoché tutto il territorio nazionale, organizzati su base regionale, con competenza provinciale è la seguente:

    Equitalia Nord S.p.a.: Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia
    Equitalia Centro S.p.a.: Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Sardegna
    Equitalia Sud S.p.a: Lazio, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria
    Sicilia: Riscossione Sicilia S.p.A., non facente parte del gruppo Equitalia S.p.a. ma 60% Regione Siciliana e 40% Agenzia delle Entrate, competente per tutto il territorio regionale.

    Per completezza di informazione, ecco le sedi:
    Equitalia Nord S.p.a. – Viale dell’Innovazione 1/b – 20126 Milano
    Equitalia Centro S.p.a. – Via Cardinale Domenico Svampa, 11 – 40129 Bologna
    Equitalia Sud S.p.a. – Lungotevere Flaminio 18 – ROMA

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Consiglio Comunale: regolamento per il controllo delle Società Partecipate

    Consiglio Comunale: regolamento per il controllo delle Società Partecipate

    palazzo-tursi-aula-rossa-d27Dopo 3 sedute in Commissione Consiliare giungeva finalmente ieri in Consiglio Comunale la delibera di Giunta sul Regolamento per il Controllo delle Società Partecipate. Un documento profondamente rielaborato, rispetto al testo iniziale, con l’obiettivo di accogliere le richieste dei gruppi di maggioranza e di opposizione puntando ad un’approvazione condivisa. Nonostante il lungo dibattito avvenuto in commissione gli emendamenti presentati soprattutto da M5S, Pdl e Lista Musso, hanno impegnato il Consiglio per metà mattinata e per tutto il pomeriggio con la discussione di ben 53 emendamenti e 14 ordini del giorno.

    Di questi la maggior parte è stata respinta, ma alcune modifiche, non volute dalla Giunta, sono state introdotte grazie ad un voto trasversale che ha visto M5S, Lista Musso, Pdl e Lista Doria sostenere col proprio voto un emendamento che consente alla ASPL (Autorità per i Servizi Pubblici Locali), oltre che al Comune  di Genova, di svolgere il controllo periodico sull’andamento delle società partecipate.

     

    COSA CAMBIERA’ CON L’INTRODUZIONE DI QUESTO REGOLAMENTO?

    Come ribadito da più consiglieri si tratta di un atto dovuto, in recepimento del decreto legislativo 18 agosto 2000 numero 267, in cui si prevedeva la necessità di introdurre un sistema di controlli sulle società partecipate dei comuni. Non si tratta quindi di un atto rivoluzionario, anzi, forse tardivo, ma che tuttavia colma un importante vuoto su questo argomento. Come ha detto il consigliere Boccaccio (M5S): «C’è da stupirsi che questo regolamento non esistesse».  Il cattivo andamento di molte partecipate, che spesso è emerso anche durante i lavori del Consiglio, e la conseguente necessità di intervenire con un’iniezione di denaro pubblico a loro sostegno sono pratiche che non possono più essere consentite in un momento in cui le risorse sono più scarse che mai. Il Regolamento introduce una serie di meccanismi di controllo dei bilanci delle partecipate, di verifica dei risultati ottenuti e di maggiore trasparenza nella divulgazione delle informazioni relative alle società con lo scopo di non consentire più gestioni inefficienti e poco chiare. Il concetto viene riassunto nelle parole del capogruppo dell’Udc Gioia che ha detto: «Spero possa terminare la situazione di partecipate che sono in perdita e non forniscono nemmeno i giusti servizi ai cittadini».

     

    Molti interventi sono stati fatti a favore della trasparenza delle società Partecipate, poiché nonostante i bilanci siano pubblici, la loro accessibilità è spesso complessa. Per questo si è prevista la realizzazione di una pagina web istituzionale di ogni partecipata sul sito del Comune di Genova, che dovrà essere regolarmente aggiornata e in cui dovranno essere pubblicati i bilanci e gli obiettivi strategici.

    Nonostante si tratti di un passo avanti, rimangono ancora alcuni dubbi sull’efficacia del regolamento. In fondo si tratta di uno strumento e, evidenzia Baroni (Ex Pdl, ora gruppo misto) «se si avessero voluto controllare i bilanci si potevano controllare anche prima. Non vorrei dare troppa enfasi, mi interessa la sostanza». Starà quindi nella corretta e scrupolosa applicazione delle regole il vero cambiamento di rotta e ciò dipende fondamentalmente dalla volontà politica del Consiglio. Inoltre Gioia (Udc) ritiene sia importante accogliere fino in fondo le finalità per cui la Corte dei Conti ha sollecitato l’adozione di questo regolamento, sottolineando che «di fronte a risultati negativi reiterati, gli obblighi di controllo impongono all’ente di valutare attentamente le condizioni che avevano portato alla scelta di creare la partecipata». In altre parole il Comune dovrebbe poter rinunciare alla sua quota se ciò portasse solo perdite e nessun vantaggio.

     

    PD CONTRO SINDACO DORIA E GIUNTA

    La mattinata del Consiglio era stata invece animata da uno scontro tra Pd e il Sindaco, testimoniata anche da una dichiarazione a firma del capogruppo Farello e del consigliere Vassallo in cui si afferma: «Visto l’aggravarsi della crisi di due importanti realtà industriali come Piaggio Aero Industries e Selex Es, ci aspettavamo che fosse il Sindaco Doria a portare in aula questioni così importanti». Il Pd aveva infatti proposto di inserire un articolo 54 ad inizio seduta per dare una prima risposta ai lavoratori di queste due aziende che negli ultimi giorni sono scesi in piazza col timore di poter perdere il proprio posto di lavoro. Vista la volontà espressa lunedì dal Sindaco Doria e dal Presidente della Regione Burlando di chiedere un confronto con il Governo e Finmeccanica su questi temi, il principale partito di maggioranza aveva deciso di ritirare la propria interrogazione a risposta immediata contando sul fatto che il Sindaco intervenisse in aula. «Oggi – si legge sul comunicato stampa del Pd – Consiglio Comunale e l’amministrazione nel suo complesso non danno buona prova di sé. Mentre ci dilunghiamo in discussioni su procedure e ripicche, le manifestazioni dei lavoratori Fiera e Selex rischiano di non trovare ascolto da parte della principale istituzione della città».

    Nonostante il tentativo, con una serie di interviste e con una seconda nota pomeridiana, di smorzare la polemica con la Giunta, accusando i partiti di minoranza di aver messo in atto «giochi della vecchia politica», resta agli atti l’ennesimo episodio di una difficile convivenza tra due anime della sinistra, spesso intente a dimostrare la propria diversità di vedute sugli argomenti importanti della città.

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Arizona, brividi e film western: Grand Canyon, Colorado e Monument Valley

    Arizona, brividi e film western: Grand Canyon, Colorado e Monument Valley

    monument-valley-DIFermo in una stazione di servizio lungo la statale 160 che taglia l’Arizona ho preso il portafogli e una banconota da cinquanta dollari raffigurante il presidente Grant che ha riempito il serbatoio della benzina. Ho posato la pompa notando la scritta sul display recante “Dio benedica i nostri soldati in Iraq” e sono entrato nello shop per bere e rinfrescarmi.

    Per ripararmi dal sole ho comprato un classico cappello da cowboy scoprendo che la sua efficacia è un dato di fatto e non è solo uno status symbol americano. Dopo aver bevuto un integratore di sali, siamo ripartiti entrando ufficialmente in Arizona attraversando la polverosa highway tra file di cactus e carcasse di animali morti mentre i condor osservano interessati.

    La radio passava “Have you ever seen the rain” dei Creedence, se la pioggia citata da John Fogerty nel 1971 era una metafora delle bombe in Vietnam, la mia voglia di acqua dal cielo non lo era. Il terreno secco e arido a tinte rosse si estendeva all’infinito, una strada sterrata iniziava senza dare sbocchi visibili ma la curiosità era grande e senza freccia ho svoltato improvvisamente.

    Sterpaglie, massi e crepe mettevano in serio pericolo la coppa dell’olio e le gomme dell’auto e abbiamo deciso di proseguire a piedi. Dopo alcuni passi ho visto strisciare quello che sembrava un serpente qualche metro più avanti, mi sono fermato di colpo per poi risalire in macchina velocemente. Prima di chiudere la portiera ho visto arrivare verso di me un cagnolino sporco, pulcioso e spelacchiato ma simpatico, si è avvicinato scodinzolando e gli ho dato qualche patatina da mangiare. Il cuore mi diceva di portarlo con me, il cervello mi ha fatto chiudere la portiera con non pochi rimorsi e sensi di colpa.

    Dopo centinaia di chilometri di deserto ci siamo fermati presso un Motel di un piccolissimo paese tagliato in due la statale, probabilmente neanche menzionato dalle mappe, tuttavia utile per riposare. Era ormai sera e la fame bussava alle nostre porte, il locale di fronte era chiuso e abbiamo messo in moto la macchina, dopo qualche chilometro troviamo un market aperto e vi posteggiamo davanti. Ho preso un panino e qualche sacchetto di schifezze da sgranocchiare, curiosando tra gli scaffali, ho notato quattro strani personaggi dal tipico aspetto sudamericano che mi osservavano. Non sembrava avessero buone intenzioni, ho fatto un cenno al mio compagno di viaggio e siamo saliti in macchina – casualmente parcheggiata di fianco alla loro – in quello stesso momento  sono usciti anche i tizi loschi. Ho messo la prima e siamo partiti guardando dallo specchietto retrovisore, erano sulla nostra scia, il conducente aveva una faccia cattiva con due baffoni alla “Machete“, speravo fosse solo una coincidenza, ma quando ha iniziato a lampeggiare, una vampata di calore pervase il mio corpo.
    Non avevo la minima intenzione di fermarmi, ma non acceleravo neanche, speravo di arrivare in motel il prima possibile anche se, isolato com’era, non mi sembrava il posto più sicuro… ma quantomeno era un riferimento.
    Il destino ha voluto che in quel momento passasse un enorme camion, ho deciso di rallentare per farlo passare, per poi accelerare improvvisamente anticipandolo all’incrocio rischiando un frontale ma lasciando gli inseguitori bloccati. Siamo arrivati in Motel a una velocità supersonica parcheggiando la macchina in modo che non si vedesse dalla strada e ci siamo chiusi dentro la camera passando una notte tranquilla seppur con qualche pensiero.

    Il mattino seguente il cielo era plumbeo e una brezza calda era il preludio dell’arrivo dell’afa, usciti dal motel per fare colazione abbiamo incontrato lo sceriffo che si aggirava circospetto nei pressi di una camera, senza chiedere lumi su cosa fosse successo per non incorrere in spiacevoli domande abbiamo attraversato la strada e ci siamo seduti nel locale di fronte.

    Teschi appesi e animali impagliati uniti a juke box e poltrone di pelle rossa creavano un mix tra saloon western e locale alla Arnold’s di Happy Days, ci hanno servito pancake e uova strapazzate, una tazza di caffè latte e una spremuta d’arancia, assistendo comodamente all’arrivo di un elicottero che è atterrato di fronte al nostro motel creando una grossa nube di polvere. Dalla camera a fianco alla nostra è uscito un uomo in fin di vita, non sappiamo cosa sia accaduto, probabilmente un malore, ma essendo in America è bello pensare a qualcosa in stile cinematografico.

    Osservando distrattamente il paesaggio correre fuori dal finestrino mi sono tornati alla mente i film western con cui sono cresciuto e che guardavo con mio padre, uno in particolare è “il mio nome è nessuno” di Sergio Leone, la cui colonna sonora riecheggiava nella mia testa come il rumore delle onde nelle conchiglie.

    In Arizona esistono molte riserve indiane che vivono di agricoltura, pastorizia e della vendita di monili e manufatti nei mercatini e nei banchetti lungo le statali. Ho acquistato alcuni ricordi con la carta di credito strisciata su un dubbio macchinario nel bel mezzo del deserto e abbiamo proseguito fino ad arrivare al parco naturale del Grand Canyon, una spettacolare gola naturale scavata dal fiume Colorado nel corso dei millenni.

    Decidiamo di scendere il giorno dopo lungo il canyon perché gli accessi nel pomeriggio sono chiusi a causa dei pericoli che si possono affrontare nella fase di rientro quando il sole cala dietro le colline. Troviamo da dormire in un rustico motel non lontano dall’accesso al sentiero e ceniamo in una steak house dove ho gustato una delle carni più buone della mia vita in compagnia di turisti da ogni parte del mondo.

    Il cielo era limpido e la serata fresca, le stelle splendevano come brillanti sparpagliati e la luna si nascondeva vergognosa dietro la collina ma tanto bastava per illuminare il paesaggio e cancellare i pensieri.

    La notte era passata tranquilla, dopo colazione siamo usciti e ci siamo imbattuti in alcuni cervi che pascolavano nei pressi della nostra macchina, vicino a loro il ranger cercava di allontanarli, la loro mole li rendeva pericolosi e abbiamo dovuto attendere qualche minuto. Il sentiero per scendere il canyon iniziava con una stradina sterrata di terra rossa, si poteva scegliere se usare il mulo oppure camminare a proprio rischio e pericolo.

    Nonostante possa sembrare una passeggiata come un’altra, la strada è ricca di insidie e molte persone sono morte a causa di incidenti durante semplici gite, chi per malori o cadute accidentali, chi per essere stati sorpresi da un temporale o addirittura annegati nel fiume Colorado. Iniziata la discesa tra scoiattoli giganti e avvoltoi dalla testa rossa che volavano disegnando traiettorie circolari, abbiamo incominciato a sentire dei tuoni a cui inizialmente non abbiamo dato molto peso a causa del cielo limpido.

    Tra una fotografia e l’altra, incontrando gruppi di persone sui muli ed escursionisti meglio organizzati di noi con racchette e scarponcini da montagna, siamo arrivati a metà percorso quando il cielo si copre di nuvole grigie e una pioggia copiosa inizia a scendere fino a rendere la strada un fiume in piena costringendoci a correre in cerca di un riparo. Ormai completamente bagnati, abbiamo scorto una capanna di legno con altri due ragazzi che avevano trovato riparo e ci siamo uniti, l’acqua era incessante e abbiamo atteso che terminasse per riprendere il cammino. Verso sera ci siamo fermati a osservare il tramonto, affascinati da quello che gli architetti di madre natura avevano creato con la pazienza e la precisione delle loro splendide e uniche opere.

    Il viaggio prosegue la mattina seguente, superato il parco naturale, ci siamo rinfrescati nelle acque di un piccolo affluente del Colorado, dove sembrava possibile la balneazione. I fondali sabbiosi facevano salire piccole scaglie che il riflesso del sole rendevano dorate, forse era solo suggestione ma quelli sono i luoghi della corsa dell’oro che a metà del 1800 divenne una vera e propria febbre per la ricerca del pregiato metallo.

    Le nuotate e i tuffi nelle acque dolci ci avevano fatto venire appetito, abbiamo trovato ristoro presso un locale lungo la statale frequentata da harleysti e qualche camionista di passaggio. Ci ha accolto “Good vibration” dei Beach Boys che suonava nel Juke box e lo sguardo dei clienti incuriositi, stavano intorno a un tavolo con un cartellone di fotografie in ricordo di un ragazzo da poco scomparso, un’usanza tipicamente americana che permette di omaggiare il defunto con un brindisi tra amici e parenti più stretti.

    Seduti nella veranda a mangiare un hamburger e bere birra abbiamo visto avvicinarsi un colibrì, con le sue piccole ali si librava alla ricerca del nettare dei fiori restando quasi immobile a mezz’aria. Abbiamo partecipato all’aperitivo, conosciuto i parenti del defunto e bevuto una birra in loro onore, fatte le condoglianze siamo saliti in macchina per terminare gli ultimi chilometri di Arizona, caratterizzati da grandi pianure selvagge e animali in libertà.

    In queste distese di terra rossa si possono trovare camper e roulotte che vivono stabilmente parcheggiati nonostante le insidie, coyote e puma sono sempre alla ricerca di carne e soprattutto nelle ore notturne è facile incontrarli. Stavamo procedendo spediti perché il pomeriggio volgeva al termine e il sole mutava in arancione, non sapevo ancora che a breve avrei vissuto una delle emozioni più forti della mia vita entrando nel grande pianoro della Monument Valley.

    Un cavallo correva libero sotto le enormi rocce erose dal tempo, testimoni di un passato ricco di acqua che ha levigato con cura il paesaggio diventato famoso grazie ai numerosi film western di cui è stato protagonista.

    Una lacrima condì il terreno arido sotto i miei piedi, gli ormai deboli raggi del sole illuminavano dolcemente facendo risaltare le tonalità di rosso sotto un cielo azzurro e terso, non restava che fermare la macchina e fotografare. Siamo saliti sul John Ford’s point, da lì potevamo ammirare tutta la valle fino a quando il sole non ci ha abbandonato, lasciando il posto a una coperta di stelle.

    Siamo dovuti ripartire alla ricerca di un posto per dormire, lasciando con dispiacere quelle spettacolari immagini che resteranno impresse nella mia mente, meglio di qualsiasi altra fotografia. Qualche chilometro dopo abbiamo superato il confine che ci ha permesso di entrare nello stato dello Utah, ma questo è un’altra avventura…

    Diego Arbore

  • Curiosità “botaniche”: dai faraoni ai tulipani d’Olanda

    Curiosità “botaniche”: dai faraoni ai tulipani d’Olanda

    VersaillesQuesta settimana tratteremo un argomento particolare. Abbiamo più volte detto che la botanica è, al tempo stesso, un’arte ed una scienza e che la coltivazione di talune specie vegetali richiede specifiche competenze e notevoli sforzi. Gli appassionati di piante sono poi numerosissimi, specialmente all’estero, e molto variegati nei gusti e nelle disponibilità economiche. Si va da chi si limita a coltivare qualche vaso sul balcone o sul terrazzo fino alle coltivazioni biologiche nelle tenute del principe Carlo del Galles nel Regno Unito.
    Giardini pensili di Babilonia
    Alcuni “giardinieri” sono stati però, in passato, e persino tutt’ora, capaci di arrivare a fare realizzare progetti o invenzioni che, per il resto delle persone non dedite alla botanica, appaiono davvero incredibili. Nel corso della storia, la passione per il verde e per le piante ha portato ad esperienze e realizzazioni inimmaginabili, spesso dettate esclusivamente da esigenze meramente voluttuarie ed estetiche.
    tulipano 2

    Si pensi, ad esempio, ai giardini pensili di Babilonia, che per l’epoca di loro creazione rappresentavano un’opera grandiosa che richiese immensi lavori e studi di progettazione assai complessi. Per realizzare i parchi o i filari di palme che circondavano i templi dei faraoni in Egitto si deviarono fiumi e scavarono dighe, il tutto utilizzando migliaia di schiavi senza considerare costi e tempi (decenni!) di realizzazione. L’immenso parco di Versailles, le sue fontane e la piantumazione delle aiuole impegnarono i più grandi progettisti dell’epoca e costarono cifre sproporzionate se si pensa alle finalità del giardino ed alla ristretta elite di persone che poteva accedervi. In Olanda, nel Secolo d’Oro, esplose la passione per il verde ed, in particolare, per i bulbi dei tulipani tanto che questi ultimi raggiunsero quotazioni strabilianti e sul loro commercio si basarono (…e persero) immense fortune. Queste bulbose erano addirittura quotate in borsa ed il prezzo di un solo bulbo di tulipano (nei giardini ne venivano utilizzati a centinaia) arrivò a toccare cifre impressionanti. L’acquisto di alcune Orchidearare varietà botaniche, di piante esotiche, provenienti dalle colonie, era poi, in passato, appannaggio e vanto di pochissimi. Le orchidee, le palme, la canfora, gli agrumi e tutte le varietà recentemente scoperte raggiungevano costi incomprensibili per le persone non appassionate e diventarono, nel Seicento, nel Settecento ed ancora nell’Ottocento, veri e propri status symbol da “esibire” nei giardini. La botanica ed i giardini sono quindi stati, nella storia, ben più di una semplice passione o sole aree verdi. I parchi dimostravano, infatti, il potere ed il prestigio di chi li possedeva e si prestavano ad essere le quinte per feste di gala, ricevimenti e persino per delicate trattative diplomatiche. Tutto questo avveniva, si badi bene, solo per assecondare le mode dell’epoca, la passione per queste allora rare varietà e per assaporare, cosa per noi oggi scontata ma che non lo era affatto in quell’epoca, il gusto di un limone o di una allora “esotica” arancia! Anche per quelli che conoscono passifloratutti questi precedenti storici, due realizzazioni, di cui ho recentemente letto in un libro e su di una rivista straniera, non potranno però davvero passare inosservate. Nel volume di una nota paesaggista italiana si racconta, infatti, che un cliente, un filosofo appassionato di botanica, le avrebbe chiesto di progettare delle stufe da giardino tali da permettere la “forzatura”, ossia la fioritura anticipata, di alcune piante cui l’intellettuale sarebbe particolarmente legato. In particolare, egli avrebbe voluto, riscaldando l’aria del proprio parco fino alla giusta temperatura, far sbocciare nei mesi freddi le bouganville piantate in giardino, di fronte al proprio studio in una villa di Marrakech! Non ho idea se il risultato sia stato conseguito o meno, certo è che l’operazione, giustificata da intenti puramente estetici e del tutto voluttuari, deve essere risultata non poco complessa… L’ideazione più incredibile è stata però, secondo me, progettataLimonedagli inglesi che, come noto, sono immensamente appassionati di botanica. Qualche giorno fa, leggevo infatti su un giornale di settore che una nota famiglia di imprenditori sarebbe stata talmente interessata alla produzione del proprio frutteto ed alla spettacolare fioritura degli alberi di pesco ed albicocco, ivi presenti, da far progettare e realizzare, nell’ottocento, un avveniristico progetto. In concreto, essi fecero cingere le proprie piante da frutto da un doppio muro in muratura, dotato di una sorta di intercapedine interna e con all’apice numerosi comignoli. Durante il tardo inverno, i proprietari facevano riscaldare l’aria presente tra i mattoni, facendo bruciare una immensa quantità di carbone, in modo da mantenere la temperatura a livello adeguato e soprattutto costante nel tempo. Gli alberi venivano quindi “forzati” a fiorire in anticipo, con grande impatto estetico rispetto al panorama esterno al muro, ancora invernale, e, si dice, a produrre una immensa quantità di frutti, di eccellente qualità. L’operazione non era certo alla portata, sia progettuale che gestionale, di tutti ma le cronache riportano che la fioritura valesse l’incredibile “sforzo”, tanto da rendere il frutteto noto in tutto il Regno e da farlo rimanere, tuttora, una celebre attrazione turistica.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

     

  • Il M5S ostacolo all’inciucio Pd – Pdl: i media continuano a non gradire

    Il M5S ostacolo all’inciucio Pd – Pdl: i media continuano a non gradire

    Beppe GrilloIl dato politico di questa settimana è la pervicace tensione collettiva all’inciucio PD-PDL: che sarebbe già una realtà, se non ci fosse la seccante presenza del M5S a complicare notevolmente le cose. Prendiamo l’ultima mossa di Re Giorgio Napolitano. E’ vero che, come è stato osservato un po’ da tutti i commentatori, la trovata dei dieci “saggi” serve soprattutto a prendere tempo, in modo da congelare la situazione fino a quando non verrà eletto un nuovo e politicamente più forte Presidente della Repubblica; ma è anche vero che, se si è scelto di farlo con questi nomi e con queste modalità, lo si deve soprattutto al fatto che si è voluto indicare anche un preciso indirizzo. Mentre il governo Monti rimane in carica, il pool composto da vecchi politici e alti funzionari pubblici dovrebbe lavorare alacremente per creare un programma “condiviso”. E tanto meno chiaro è per l’opinione pubblica l’esito preciso che di qui è lecito attendersi, quanto più chiaro è il messaggio lanciato dal Quirinale: costruire ponti, sopire le divisioni, creare “convergenze”, instaurare il “dialogo”, garantire la “governabilità”, auspicare le “riforme”, dare “credibilità”, “mantenere gli impegni” e così via con tutta la serie di frasi fatte che compongono l’attuale dibattito politico; frasi che – voglio sperare – i lettori di questa rubrica avranno ormai cominciato a guardare con sospetto.

    Dovrebbe essere evidente, anzi, che certi termini rassicuranti e certe locuzioni tautologiche non hanno un reale significato: sono solo “supercazzole” stile Conte Lello Mascetti; parole a caso dette per confondere l’interlocutore e raggirarlo. E funzionano benissimo. L’inequivocabile verdetto degli elettori? Posterdate per due con impegni da mantenere. La lotta all’austerità? Terapia tapioco governabilità sprematurata. E l’ineleggibilità di Berlusconi? Riforme condivise come se fosse antani. Almeno il rinnovamento della politica? Convergenze alla supercazzola con scappellamento a destra.

    Insomma, inventarsi scuse in un clima di emergenza non è un problema: ma l’intento è quello di tirare su un esecutivo compatto che azzeri in fretta le distanze marcate in campagna elettorale e torni docilmente sulla strada del pensiero unico. Come dire: votare è stato bello, ma ora non scherziamo. Nuove elezioni, guai a parlarne: «Sarebbe una sciagura!», ha tuonato Bersani (e visti gli storici risultati del PD non possiamo biasimarlo). Così si va avanti a deprecare la mancata convergenza e gli egoismi dei partiti, mentre si producono giustificazioni sempre fresche per teorizzare le manovre di palazzo. L’ultima in ordine di tempo è: “serve urgentemente un governo di larghe intese per evitare l’effetto recessivo del combinato di tagli e tasse in arrivo”; di cui però è responsabile il precedente governo, che a sua volta – guarda un po’! – era stato incaricato urgentemente e aveva governato grazie alle larghe intese! Il Bersani imitato da Crozza avrebbe detto: «Ragassi, non è che a Gesù ci puoi dire che chiodo schiaccia chiodo!». Eppure è proprio quello che stanno dicendo a noi.

    L’altra scusa, quella dello spread, come avevo agevolmente previsto (ma non ci voleva un genio…) in questo momento è disinnescata. Il perché lo ha spiegato bene la settimana scorsa a Radio 24 Davide Serra, il finanziere che da Londra paga la campagna elettorale dell’amico di Maria De Filippi: il governo Monti ci ha legato mani e piedi ai vincoli di bilancio, col risultato che non possiamo più spendere un euro senza il placet di Bruxelles. E questo se da un lato, per il momento, fa si che i nostri creditori siano piuttosto tranquilli, dall’altro rende necessaria una nuova trovata geniale: “serve un governo credibile per contrattare in sede europea un po’ meno di austerità”. Capolavoro.

    Peccato che per questo servirebbe piuttosto un governo in-credibile. Ammesso e non concesso, infatti, che sia vero quello che recita la vulgata corrente, cioè che bisogna convincere l’Europa che non siamo spendaccioni e scansafatiche, possiamo forse sperare di farcela con un Monti dimissionario sostenuto a sua volta dal partito che “non ha vinto le elezioni” e dal partito del “bunga-bunga”? Se voi foste “l’Europa” (questa entità mistica), anche se l’operazione di maquilage riuscisse meglio e il Presidente del Consiglio incaricato fosse una nuova personalità dall’ottima reputazione, per questo vi fidereste? La risposta mi pare ovvia: tant’è che la Commissione Europea continua a ribadire ad ogni occasione che non ci saranno sconti per l’Italia. E anche se ci concedessero – bontà loro! – uno zero virgola di deficit in più, è difficile sostenere che questo potrebbe bastare a ribaltare le sorti del paese.

    Aggiungo un’altra cosa, visto che il puntello di ogni possibile alleanza è il PD e si invoca la “credibilità”: che credito si può dare ad un partito che va alle elezioni annunciando accordi con Monti (cioè uno che Paul Krugman non fatica a definire “il pro-console installato dalla Germania”) e che poi dopo le elezioni corre precipitosamente incontro alle forze che criticano radicalmente il rigore? Va bene cambiare idea: ma in questi casi è difficile sfuggire all’impressione che si vada sempre dove soffia il vento.

    E’ pur vero che tutto questo discorso sembra contraddetto dal fatto che Bersani resta fermo sul no al “governissimo” e appare orfano di Grillo, più che di Berlusconi. Ma non bisogna commettere l’errore di guardare la realtà attraverso le lenti dei manichei di sinistra: quelli che avrebbero voluto tanto vedere insieme “i buoni” (M5S e PD).

    Pier Luigi Bersani

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    Cerchiamo piuttosto di andare al sodo. Quello che vuole il Cavaliere si sa benissimo: un salvacondotto per i suoi processi. Per ottenerlo è disposto a fare alleanze con chiunque e ad accettare i diktat anche dell’Oceania, se è il caso. Il centro-sinistra, dal canto suo, anche se viene dipinto come prigioniero dell’anti-berlusconismo (da chi evidentemente ha abitato in un altro paese negli ultimi vent’anni), nei fatti non ha mai disdegnato i compromessi sottobanco o le alleanze occasionali giustificate dalle circostanze: si va dalla bicamerale al finale tecnico dell’ultima legislatura. Ma oggi solo Renzi, questa strana specie di liberale di sinistra, può pensare ancora di dar vita ad una qualsiasi coabitazione col Cavaliere votandone (conditio sine qua non) l’eleggibilità e accordandosi con lui su chi mandare alla Presidenza della Repubblica. Bersani, che si ricorda ancora dove dovrebbe collocarsi il partito, giustamente ha qualche remora a sacrificare quel minimo di differenza programmatica che il PD conserva per poi regalare i voti a Grillo, mentre questi se ne sta comodo comodo a sparargli addosso dall’opposizione.

    Ecco perché, nonostante le pressioni istituzionali e dei media “moderati”, Bersani resta appeso alla flebile speranza di un accordo in extremis con i grillini: perché dopo le ultime elezioni mercanteggiare ancora con Berlusconi significherebbe dare definitivamente ragione a quel M5S che è diventato primo partito proprio sostenendo l’identità tra PDL e “PD-meno-l”. Se si andasse a nuove elezioni (su questo Renzi ha qualche argomento in più) le cose potrebbero anche cambiare; ma ad oggi è l’imponente risultato elettorale di Grillo il vero ostacolo all’inciucio: ed è il motivo per cui su di lui gravita il livore dei mezzi d’informazione.

    Non importa che sia per il timore di restare incastrato nel ricatto della governabilità o per la paura di governare, per calcolo o per caso, per una brillante strategia o per inesperienza politica, per una fine analisi o per ottuso purismo; il dato è che il M5S non si piega alla logica del vincolo esterno (la crisi! i mercati! lo spread! li Turchi!) e non si conforma al pensiero unico (sia fatto ciò che si sa che si deve fare). Questa circostanza inedita manda letteralmente in fibrillazione l’establishment e i poteri consolidati (tra cui rientra a buon diritto anche la criminalità organizzata, che infatti lancia messaggi inquietanti), perché non si può più ricorrere alla vecchia soluzione che faceva tutti contenti: mettersi d’accordo là in alto alle spalle dei cittadini. Al contrario, se per caso Grillo dovesse acconsentire ad un compromesso, c’è da scommettere che, con grande sollievo generale, l’autoritarismo diventerebbe coerenza, la protesta proposta e il turpiloquio dolce stil novo.

     

    Andrea Giannini

  • Le differenze tra inglese britannico e americano nel mondo dello sport

    Le differenze tra inglese britannico e americano nel mondo dello sport

    footballNegli ultimi giorni l’assunzione dell’allenatore di calcio italiano Paolo Di Canio alla guida della squadra inglese del Sunderland ha suscitato diverse critiche, specialmente in conseguenza delle dichiarazioni filo-fasciste delle quali l’ex calciatore laziale si è più volte reso protagonista.

    Come in Italia, in Inghilterra il football è un fenomeno sociale ed economico di grande rilevanza. Più in generale, non è possibile parlare dei paesi di cultura anglosassone senza menzionare l’importanza dello sport, in particolare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

    Partiamo proprio dalla parola football. Se siete a Londra e usate questo termine, sarà chiaro che vi riferite ai contrasti feroci, in inglese tackle, del difensore londinese John Terry o ai virtuosismi e ai gol (in inglese si scrive goal, il cui significato originario e ancora attuale è “scopo”, “obiettivo”) di Messi, Ronaldo o Beckham, sebbene quest’ultimo si sia fatto conoscere recentemente più per le sue imprese nel campo della moda che per quelle legate al pallone.

    Se al contrario vi trovate a New York, la parola football richiamerà immediatamente l’immagine della palla ovale, di ventidue energumeni con il casco e dei violenti tackle – in questo caso “placcaggi” – dei giocatori che praticano lo sport conosciuto in Italia come “football americano”. Negli Stati Uniti, il calcio viene invece chiamato soccer e riveste un’importanza a dir poco secondaria nel mondo sportivo stars and stripes.

    Curiosamente, mentre in Europa il calcio è tipicamente considerato uno sport da uomini, come rivelato da alcune espressioni-spia quale “partita maschia”e “match da veri uomini”, negli USA il soccer è giocato in gran parte dalle donne. Tant’è che, per esempio, Chelsea Clinton, figlia di Bill e Hillary, faceva parte della squadra di calcio del college e le ragazze statunitensi si sono aggiudicate la Women’s World Cup in ben due occasioni.

    Diverso ancora è il rugby, altro sport dalla palla ovale, giocato in questo caso da quindici giocatori per squadra e non undici. Così come il football americano, anche nel rugby i contatti fisici possono essere molto duri. Se nel football americano la “meta” si chiama touchdown, nel rugby viene detta try. E’ uno sport molto popolare in Gran Bretagna, Irlanda e in quasi tutti i paesi dell’ex Impero Britannico, a eccezione del Canada e degli USA, dove appunto ci pensano già i giocatori di football a darsele di santa ragione.

    Un’altra differenza sostanziale tra i due sport, normalmente avvicinati nell’immaginario comune dalla forma ovale della palla, è che, se nel rugby è proibito passare la palla in avanti con le mani, nel football il giocatore più importante, il quarterback, ha il compito di lanciare con le mani l’ovale in profondità verso i compagni.

    Riguardo alle differenze tra soccer e rugby, oltre a quelle ovvie relative alle regole, al sistema di calcolare il punteggio e alla differenza della palla, ne esiste anche una più “filosofica” espressa da un vecchio adagio di origine ignota, che mi ha sempre colpito e che vi riporto: “Football is a gentleman’s game played by thugs and rugby is a thugs’ game played by gentlemen.” “Il football è un gioco per gentiluomini giocato da mascalzoni mentre il rugby è un gioco per mascalzoni giocato da gentiluomini.”

    Pare che Victoria Beckham, moglie di David, amica di Armani e (presunta) stilista lei stessa non l’abbia presa troppo bene, ma far cambiare sport a marito, dopo avergli più volte fatto cambiare casacca, sembrava davvero troppo…

     

    Daniele Canepa

  • Amt, fallimento e privatizzazione: si avvicina la resa dei conti

    Amt, fallimento e privatizzazione: si avvicina la resa dei conti

    autobus-amt-2La settimana scorsa si è conclusa con una notizia positiva per AMT.  Grazie ad un accordo con Trenitalia è stato mantenuto il biglietto integrato bus – treno fino a fine 2013, comportando però un aumento del biglietto da 1,50 a 1,60 euro. Comune e Regione si sono piegati alla richiesta di 8,5 milioni di euro da parte di Trenitalia rinviando a data da destinarsi la revisione di questa somma che la Giunta ha sempre ritenuto eccessiva. Un buco è stato tappato, ma nel colabrodo AMT sono molti quelli ancora aperti.

    È evidente che per la partecipata del Comune il problema principale, come ha ribadito in più occasioni l’assessore Dagnino, è il mantenimento dell’equilibrio finanziario tra costi e ricavi. Il rischio di fallimento dell’azienda – che giunge quando il capitale sociale (3 milioni e 900 mila euro) si riduce più di un terzo – è stato fino ad oggi sventato solo dall’intervento del Comune, com’è accaduto, per esempio, con l’iniezione di 5,5 milioni di euro nell’estate del 2012. Queste soluzioni permettono di tenere in piedi l’azienda, ma sono del tutto inadatte a sostenere nuovi e necessari investimenti in mezzi e infrastrutture per migliorare il trasporto pubblico locale.

    In una situazione di generale scarsità di risorse pubbliche la privatizzazione di AMT diventerà quindi un tema fondamentale. Questa possibilità era stata prospettata già nell’estate del 2012 dallo stesso Sindaco Doria poco dopo il suo insediamento, non escludendo che la quota da cedere ad un privato potesse essere anche superiore al 50%. In questi mesi la questione è stata sostanzialmente congelata, ma visto il recente acuirsi della crisi aziendale è diventato particolarmente urgente riprendere il dibattito là dove era stato lasciato.

    autobus-amt-1E probabilmente non saranno cambiate di molto le posizioni dei partiti, con il Pd sostanzialmente favorevole a procedere ad una privatizzazione, frenato all’interno della stessa maggioranza dalla dubbiosa Lista Doria, Fds, Sel e Idv. Chiaramente contrario è il Movimento 5 Stelle, mentre più attendista sembra essere l’opposizione, il cui scopo principale sembra essere più che altro quello di mettere in luce le debolezze della maggioranza.

    Alcuni esponenti del Pd si sono dichiarati anche disponibili ad una cessione del 100% delle quote dell’AMT purché questa operazione sia collegata ad un progetto di ampio respiro sulle infrastrutture del trasporto pubblico locale, comprendendo l’allungamento della linea della metropolitana fino a Terralba e  la creazione di una tranvia. Vi è il dubbio, infatti, che la semplice cessione di quote con l’obiettivo di finanziare il solo trasporto su gomma possa essere poco strategico per la mobilità pubblica cittadina.

    Da tempo circola il nome di Busitalia, un’azienda facente parte del gruppo Ferrovie dello Stato, che ha già acquisito il 100% dell’Ataf (azienda degli autobus di Firenze) e ha in progetto di rilevare anche una quota della torinese GTT, come possibile acquirente delle quote di AMT. Un’operazione su cui però il Sindaco vuole muoversi con molta cautela valutando attentamente vantaggi e svantaggi.

    In realtà un primo passo verso la privatizzazione è già stato compiuto. Infatti è in corso un bando per designare un advisor, ovvero un soggetto terzo (solitamente una banca) il cui compito sarà quello di effettuare una valutazione sul valore di AMT, in previsione di una cessione di sue quote ai privati. Questa operazione dovrebbe concludersi già nei prossimi 3/4 mesi.

    Per rendere più appetibile il piatto, è stata più volte avanzata anche l’idea di cedere insieme ad AMT parte delle quote di Genova Parcheggi, la società che gestisce i parcheggi a pagamento della città, una delle poche partecipate del Comune che possa vantare un utile. Infatti AMI, l’azienda che gestisce le infrastrutture del trasporto municipale e le rimesse degli autobus, detiene attualmente il 100% di Genova Parcheggi, incorporandola di fatto in AMT.

    Su queste basi si muoverà il dibattito politico, nella speranza che tra i vari fattori presi in considerazione possa rientrare anche l’impegno di garantire ai cittadini un servizio di trasporto pubblico a prezzi accessibili che lo rendano una reale alternativa all’uso del mezzo privato.

    Federico Viotti

  • Telefonia, recedere e cambiare operatore: la legge non prevede penali

    Telefonia, recedere e cambiare operatore: la legge non prevede penali

    bollette-speseAl fine di agevolare la concorrenza nel settore della telefonia, dal 2007 le penali per la disattivazione delle linee sono state abolite da una delle tante lenzuolate dell’allora Ministro Bersani.

    Violando e circumnavigando quanto previsto dalla legge, tuttavia, gli operatori continuano a imporre i cosiddetti “contributi di disattivazione“, mettendo in seria difficoltà il recesso da parte degli utenti.

    Recedere da un contratto telefonico e/o passare a un altro operatore, quindi, può costare anche più di 100 euro; in questo periodo, chi fa pagare di più è H3G, che sfiora i 200.

    Sì, perchè il recesso può avvenire per mille motivi: dall’insoddisfazione per il servizio rievuto, al prezzo migliore fornito da un altro operatore, dal miglior servizio offerto a parità di costo al più comune dei casi: il trasloco da un’abitazione ad un’altra.

    Abbiamo ricevuto molteplici segnalazioni di utenti che hanno chiesto la disattivazione della loro linea telefonica o sono passati ad un altro operatore, con sorpresa annessa e connessa: il contributo di disattivazione, così come viene chiamato adesso dagli scaltri operatori… Trovata la legge, trovato l’inganno!

    Queste sono palesemente pratiche commerciali scorrette che vanno denunziate all’Agcom. Le principali compagnie di telefonia fissa: Fastweb, Infostrada, Telecom, Teletù, Tiscali H3G e Vodafone. Esse non informano correttamente gli utenti sull’entità di questi costi, che MAI sono congrui o giustificati.

    Come riconoscere queste spese non dovute?

    Ogni operatore telefonico utilizza un’espressione differente per indicare questi contributi richiesti agli utenti. Per individuarli in fattura ecco il dettaglio per singolo operatore:

    Fastweb: importo per dismissione
    Infostrada: costo per attività di migrazione
    Telecom: costo disattivazione linea
    Teletù: contributo disattivazione
    Tiscali: contributo di disattivazione
    H3G: non specifica….
    Vodafone: corrispettivo recesso anticipato/ disattivazioni anticipate.

    Se anche voi siete vittime di casi come quelli indicati, non essitate a contattarci…. d’altronde, come diceva massimo lopez in una celeberrima pubblicità, una telefonata allunga la… linea!

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Disuguaglianza e malessere sociale: i dati e gli effetti sulla società

    Disuguaglianza e malessere sociale: i dati e gli effetti sulla società

    poverta-crisi-clochard-DILa scorsa uscita ci siamo soffermati sulle disuguaglianze presenti negli Stati Uniti e su come queste rendano la società e l’economia più deboli e meno efficienti. Questo è particolarmente vero per la società americana, ma è sempre vero che esiste un rapporto diretto tra disuguaglianza e malessere sociale? E soprattutto è possibile dimostrarlo scientificamente? A queste  domande hanno provato a rispondere gli epidemiologi britannici Richard Wilkinson e Kate Pickett che hanno raccolto i risultati di anni di ricerche nel libro “La misura dell’anima – Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici”.

    L’idea che la sperequazione dei redditi crei divisioni e non faciliti la coesione sociale esisteva già prima della Rivoluzione Francese. Quello che era mancato fino ad adesso era la possibilità di mettere a confronto società più o meno egualitarie per misurare gli effetti della disuguaglianza, ma ora, grazie al lavoro di questi due studiosi, ciò è finalmente possibile.

    Tra i paesi sviluppati vi è una grande differenza per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza: da una parte abbiamo Giappone, Finlandia, Norvegia e Svezia dove il 20% più ricco della popolazione guadagna da 3,5 a 4 volte più del 20% più povero. Dall’altra abbiamo invece Regno Unito, Portogallo, Stati Uniti e Singapore dove questo rapporto arriva addirittura a 10 volte.

    I due epidemiologi britannici hanno preso in considerazione i dati ufficiali provenienti dall’ONU e dalla Banca Mondiale riguardanti l’aspettativa di vita, l’andamento scolastico, il tasso di mortalità infantile, il tasso di omicidi, la proporzione di popolazione detenuta, il tasso di natalità tra coppie di adolescenti, il grado di fiducia, l’obesità, le malattie mentali e la mobilità sociale. Incrociando questi dati con quelli relativi alla disuguaglianza è stato possibile trovare una fortissima correlazione tra quest’ultima e i problemi sociali: maggiore è la disuguaglianza e più alto è il malessere sociale che affligge la società. Questa ricerca comparativa ha dimostrato che, oltre una certa soglia di ricchezza, non è importante quanto è ricco un paese, l’importante è come questa ricchezza viene distribuita tra i suoi abitanti.  Per avvalorare questa tesi è stato preso in considerazione anche l’indice UNICEF di benessere dei bambini ottenendo lo stesso tipo di correlazione: i bambini stanno peggio in società più diseguali, mentre il loro benessere non è correlato alla ricchezza pro capite.

    Probabilmente non bisogna sforzarsi troppo per credere che le società più diseguali siano soggette a maggiori tensioni sociali, ma d’altro canto siamo abituati a vedere le diseguaglianze come l’altra faccia della medaglia della possibilità di scalare la piramide sociale velocemente partendo dal nulla. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Purtroppo questa visione non potrebbe essere più lontana dalla realtà: paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno la minore mobilità sociale tra i paesi sviluppati. È inutile dire che Giappone e paesi scandinavi si trovano invece in cima alla classifica. Sembra proprio che per vivere il sogno americano sia davvero necessario andare in Scandinavia!

    C’è però una differenza sostanziale tra il Giappone e i paesi del nord Europa: la Svezia ha grosse disparità di reddito che vengono bilanciate attraverso la tassazione e uno stato sociale molto forte, mentre il Giappone ha differenze di reddito molto contenute già prima delle imposte e uno stato sociale limitato. Perciò non è importante come si arrivi a una maggiore equità, l’importante è arrivarci.

    Perché la disuguaglianza sociale ha un impatto così devastante sulla qualità della vita dei cittadini?  La ragione principale è che nella società in cui viviamo ci preoccupiamo sempre di più di come veniamo visti dagli altri. Più diamo importanza al giudizio altrui più aumenta il timore di essere considerati inadatti o poco attraenti. Maggiori sono le diseguaglianze maggiore è la probabilità di sentirsi inadeguati rispetto agli altri. Questo modo di vivere ci sta sottoponendo a dosi sempre maggiori di stress che stanno minando alla radice la qualità della nostra vita.

    Purtroppo dall’inizio della crisi stiamo assistendo all’allargamento della forbice tra le varie classi sociali in tutti i paesi sviluppati, soprattutto in Europa. Questo, come abbiamo visto, porta a sempre maggiori problematiche sociali. Questo non è altro che il risultato delle politiche di austerità che, oltre a non dare i frutti sperati nel consolidamento dei conti pubblici, stanno erodendo a poco a poco il modello di società europeo. È necessario che lo Stato ritorni prepotentemente a perseguire il proprio obiettivo principale: limitare la disuguaglianza redistribuendo la ricchezza. E l’unico modo di conseguire questo risultato è quello di tornare a tornare a svolgere la funzione di governo delle forze del mercato prendendo ad esempio i paesi scandinavi. Magari pensando un po’ meno al sogno americano e un po’ più a quel sogno europeo di cui rischiamo di dimenticarci per sempre.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Governo, premier esterno ai partiti e totale assenza di contenuti

    Governo, premier esterno ai partiti e totale assenza di contenuti

    NapolitanoA quelli che si strappano i capelli e maledicono Grillo perché non avremo un esecutivo politico targato PD-M5S consiglio di riconsiderare da capo la questione e di riflettere se non sia il caso piuttosto di tirare un bel sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Certo, nel breve periodo non avremo la tanto agognata “governabilità” e neppure un “esecutivo stabile”: ma siamo proprio sicuri che tutto questo l’avremmo avuto con un Bersani premier che si regge con i voti del M5S, mentre Grillo spara cannonate dal web? A voler essere onesti non si può credere che un esperimento del genere sarebbe potuto durare per più di un paio di mesi. Le due parti sono divise da un astio reciproco piuttosto profondo: i “grillini” attribuiscono ai “democratici” responsabilità non minori di quelle di Berlusconi e dunque aspirano a mandarli in pensione al più presto; mentre i “democratici”, dal canto loro, considerano i “grillini” solo una forza di protesta rozza, ingenua e (s)fascista.

    A confronto appariva addirittura più realistica l’eventualità di un esecutivo a guida congiunta PD-PDL, cioè quella sorta di “inciucione” che – manco a dirlo! – i soliti “moderati” non hanno smesso di caldeggiare sin dal giorno dopo le elezioni. Pare tuttavia che Bersani ci tenga ancora un minimo a che il suo partito non scompaia definitivamente dal mondo del visibile: e per fortuna anche questa seconda opzione non si è concretizzata.

    E’ probabile a questo punto che Napolitano, già dalle prossime ore, decida di giocare una carta a sorpresa puntando su un nome di prestigio esterno ai partiti. Staremo a vedere: anche se lo scetticismo è d’obbligo. Resta il fatto che non si riesce davvero a capire perché sprecare tutto questo tempo a tentare l’impossibile quando, se ci fossimo messi subito il cuore in pace, a quest’ora avremmo già la data della prossimi elezioni. Il paese è spaccato in tre blocchi non certo (una volta tanto…) per colpa della politica , quanto per la più elementare forma di libera espressione democratica: il voto. E non si capisce perché sia così difficile accettare che questo voto non ha espresso una maggioranza chiara. Sono cose che possono succedere in democrazia: ad esempio, è proprio per questo che in Francia eleggono il Presidente della Repubblica col doppio turno.

    Si dirà: ma ora c’è la crisi! Ci vuole un governo subito per prendere della misure urgenti! La crisi a ben vedere c’è già da diversi anni, ma in effetti non c’è dubbio che avremmo un disperato bisogno di fare qualcosa per combattere una recessione che sta distruggendo le aziende e spingendo al suicidio imprenditori e cassaintegrati. Tuttavia mi permetto di notare che la scusa dell’urgenza non è nuova: e l’ultima volta che ce l’hanno venduta non è andata poi molto bene. Mentre Monti saliva a Palazzo Chigi, a fine 2011, a crisi già in corso e con uno spread alle stelle, l’OCSE prevedeva per il 2012 un calo del PIL dello 0,5% e una lieve ripresa per il 2013. Con l’uomo della Bocconi è finita che abbiamo realizzato un bel -2,4% e per l’anno in corso si prevedono altri cali vistosi (-1,8% secondo Fitch). Eppure Monti era reputatissimo e raccoglieva un ampio sostegno parlamentare: ma questo non ha evitato che una strategia negativa conducesse a risultati negativi.

    Sarebbe dunque il caso di uscire dalla logica del governo a tutti i costi: perché se è vero che senza un governo non facciamo niente, è anche vero che col governo sbagliato possiamo fare persino peggio di niente.

    PD, PDL e M5S hanno evidentemente idee molto diverse di cosa sia necessario fare in questo momento: mescolare a caso queste tre carte non mi pare il metodo migliore per cavarsi fuori dai guai (in realtà fa venire in mente la scena della roulette russa de “Il Cacciatore”). Sarebbe piuttosto il caso di chiedersi prima quale sia la strategia giusta per invertire la recessione: e a quel punto si potrebbe discutere anche del governo.

    Io mi sono fatto la domanda e mi sono risposto (marzullianamente) da solo già due settimana fa. Mi avrebbe fatto piacere ascoltare in giro altri pareri, ma devo constatare che il mondo dell’informazione ha cosa più serie a cui pensare: a meno che, ovviamente, non si pensi davvero che con gli 8 punti di Bersani saremmo usciti dalla crisi. Sono proposte di sicuro interessanti, anche se un po’ fumose: proposte che in ogni caso sarei ben contento di vedere discusse. Purtroppo però 7 di quegli 8 punti riguardano ipotesi di riforma di lungo periodo, che mostreranno cioè i loro effetti dopo molti mesi, se non anni: e dunque non possono risolvere l’urgenza che, per definizione, è ora. Al contrario per giustificare la necessità di un governo immediato, che non può attendere neppure il tempo di un’altra tornata elettorale, ci vorrebbe almeno un provvedimento da attuare immediatamente: altrimenti ci stiamo prendendo in giro. E quali sono dunque questi provvedimenti urgenti che un ipotetico esecutivo dovrebbe varare al più presto? Mistero.

    Eppure tra gli otto punti di Bersani ce n’era uno che aveva questi requisiti d’immediatezza: era il primo punto, quello che predicava l’uscita dalla gabbia dell’austerità. Sarebbe stato interessante sentire da Bersani come si fa a «conciliare la disciplina di bilancio con investimenti pubblici» e poi come si convince Berlino. Sarebbe stato interessante, certo, se ci fosse stata un’opinione pubblica interessata a mettere da parte gli psicodrammi, le pseudo-alleanze, i capelli di Casaleggio e le parolacce di Grillo per provare a parlare di contenuti.

     

    Andrea Giannini

  • Ippocastani a primavera: morte apparente, scorre la linfa vitale

    Ippocastani a primavera: morte apparente, scorre la linfa vitale

    Aesculus erbario 1

    Ippocastani a primavera

    Fluttuanti nuvole verdi, cangianti onde dai bianchi spruzzi che rifrangete l’altero sole, impassibile nel suo eterno fulgore. Vagate lente nello stanco vento, bagliori chiari, infinite sfumature, dal colore delle tenere foglie fino a quello delle alghe.

    Uniformi alla brezza vi piegate, vi flettete come non materici. Non sembrano i bruni rami esservi di intralcio, impalcature mirabili nelle tempeste e leggiadre nella tiepida e quieta aria primaverile.

    Candidi fiori come increspature nel mare in bufera, infrangono e dividono i mille toni del verde, scintillanti nel giorno che muore.

    Sotto le vostre chiome ancora deboli di molli foglie, nella sferzante luce del sole secolari vi reggono i tronchi, incrinati dal tempo, corrugati dagli anni, immobili nell’eterno ed imperituro moto dei rami.

    Alberi, sembrate, nel vostro bruno grigiore, apparentemente morti a primavera, nonostante la linfa vitale, lenta, già scorra.

    Troppo forse sprezzanti dei secoli, resistete solenni, fino all’estrema, ultima, sferzata di vento, cui cederete, freddamente indifferenti e maestosi, nel lacerante scricchiolio dello schianto.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore
    [si ringrazia per i suggerimenti Lorenzo Fabro]