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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Richard Donald Lewis, intervista con il linguista inglese

    Richard Donald Lewis, intervista con il linguista inglese

    richard-lewisNon proprio una vita ordinaria. Questa è, in sintesi, la storia di Richard D. Lewis. Nato nel 1930 nel villaggio di Billinge, nel Lancashire, all’età di 30 anni aveva già fondato diverse scuole di lingue in Finlandia, Norvegia e Portogallo. Laureato alla Sorbonne in Culture e Civilizzazioni, parla correntemente oltre dieci lingue. Nel corso della sua carriera ha scritto i testi di numerosi interventi dell’Imperatore del Giappone Akihito, del Cancelliere tedesco Adenauer e del Primo Ministro finlandese Virolainen. Autore di diverse opere nel campo della comunicazione interculturale, ha svolto il ruolo di consulente interculturale dell’Imperatrice Michiko del Giappone, del Segretario Generale della NATO Rasmussen e della Banca Mondiale. Dal 1971, Lewis organizza corsi residenziali di lingua inglese per dirigenti d’azienda stranieri nella splendida sede di Riversdown House, nello Hampshire, in piena campagna inglese.

    Milioni di persone in diversi paesi del mondo guardano gli stessi film, ascoltano la stessa musica e comprano gli smart phone. Internet e i social network sembrano aver accelerato il processo che conduce a una società apparentemente globalizzata. Avremo un’unica “cultura mondiale”? Le differenze culturali sono destinate a scomparire?

    «Molte persone credono che il fatto che tutti indossino i blue jeans significhi che le culture stanno convergendo. Dal mio punto di vista, quest’analisi è piuttosto superficiale. Al contrario, le abitudini culturali non sono nella maniera più assoluta un frutto del caso. I valori culturali più radicati sono il prodotto di millenni di saggezza accumulata e trasmessa da centinaia di generazioni; di conseguenza, le culture si modificano con grande lentezza e resistono a molteplici forme di infiltrazione.
    Citiamo l’esempio concreto dei rapporti d’affari. In un mondo ideale, se il venditore e l’acquirente sono due persone ragionevoli, possono giungere immediatamente a un accordo sulla quantità e sul prezzo. Sfortunatamente, una situazione del genere non si verifica praticamente mai. In realtà ci sono molti altri fattori che possono determinare il successo – o il fallimento – di una transazione a livello internazionale. Per esempio, gli americani non sopportano il silenzio, mentre gli asiatici dimostrano il loro rispetto per l’interlocutore evitando di rispondere immediatamente a una domanda. Gli scopi stessi, poi, possono variare notevolmente. Per la Francia, le aziende private sono un motivo di reputazione nazionale. Gli americani vogliono realizzare dei profitti, mentre gli uomini d’affari giapponesi mirano ad avere aziende con il più elevato numero di lavoratori possibile».

    Il mercato del lavoro è più aperto che nel passato e grandi masse di lavoratori si trasferiscono all’estero in cerca di nuove opportunità lavorative. Alcuni, tuttavia, incontrano delle difficoltà nell’adattamento a una cultura diversa.

    «Alcune persone si trasferiscono in un paese straniero senza conoscerne la cultura, ma una volta insediatesi in un contesto sconosciuto si trovano alle prese con una cultura diversa, rendendosi conto, in questo modo, che ambientarsi non è così semplice come credevano. Adattarsi a un nuovo modo di vivere può essere invece molto arduo. Questa difficoltà li porta a sperimentare sulla propria pelle il cosiddetto “culture shock”.
    Prima di partire, sarebbe opportuno sviluppare una maggiore consapevolezza della cultura e della storia del paese nel quale ci si trasferisce. Bisognerebbe studiare i fatti storici che hanno portato una nazione e il suo popolo a diventare ciò che sono. Non si può andare a vivere in Francia ignorando gli eventi della Rivoluzione Francese o non sapendo chi era Louis XIV, così come non si può andare in Italia senza conoscere nulla di Mazzini».

    richard-lewis-2Qual è l’importanza di fare un’esperienza di studio o di lavoro all’estero?

    «E’ fondamentale. Se si conosce solo il proprio paese, si tende ad avere una visione ristretta, mentre se si viaggia e ci si sforza di aprire la mente ad altre culture, gli orizzonti culturali si espanderanno notevolmente. Un’altra cosa importante è quella di imparare il maggior numero possibile di lingue straniere».

    Quante lingue conosce?

    «Ne parlo più di dieci, tra le quali anche lingue non-indoeuropee, come il finlandese e il giapponese».

    Qual è il metodo più veloce ed efficiente per imparare una lingua straniera?  

    «La cosa più importante è iniziare a studiare il sistema dei verbi. Una volta fatto questo, si può passare ad altre classi di parole e migliorare la propria conoscenza del lessico e delle espressioni idiomatiche. Al contrario, la fonologia è una questione di orecchio, ovvero un dono naturale.  Tuttavia, anche se non si possiede questo talento, si può rimediare a patto di avere un buon insegnante».

    Rimanendo in ambito linguistico, l’inglese si è affermato come lingua franca globale. Ritiene che questa posizione di dominio durerà per sempre? Oppure crede che sarà minacciata da altre lingue in futuro?

    «Forse dallo spagnolo, ma è improbabile. Alcuni dicono che sarà sostituito dal cinese, ma in Cina ogni anno milioni di studenti incominciano a studiare l’inglese. Negli anni Settanta e Ottanta c’era chi sosteneva che il russo o il giapponese sarebbero diventate le lingue dominanti a livello mondiale. In realtà, queste previsioni non si sono mai avverate. Ovviamente, con ciò non voglio dire che la gente debba studiare soltanto l’inglese. Personalmente, ho dedicato molto tempo e molte energie allo studio di diverse lingue straniere, ma non ritengo che la posizione dell’inglese sia minacciata da qualche altra lingua. Sinceramente, come ho avuto anche modo di scrivere nei miei libri, nel futuro non riesco a vedere alcuna alternativa all’inglese».

     

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale, Amt e società partecipate: nulla di fatto

    Consiglio Comunale, Amt e società partecipate: nulla di fatto

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7Sono sempre due gli argomenti al centro dell’azione del Consiglio Comunale: da un lato l’emergenza AMT che chiama in causa la complessità della situazione di tutto il trasporto pubblico locale e dall’altro la regolamentazione sulle società partecipate.

    La scorsa settimana la regolare seduta del Consiglio era stata rinviata per approfondire proprio il tema del Regolamento sui controlli delle società partecipate, viste le notevoli modifiche apportate dalla stessa Giunta al documento elaborato inizialmente. La convocazione, per la terza volta, di una Commissione congiunta Affari Istituzionali e Sviluppo Economico doveva servire per trovare un accordo tra le forze politiche sul testo del regolamento, ma la quantità di emendamenti (52) presentati soprattutto dall’opposizione ieri in Consiglio Comunale sembra evidenziare che tale accordo non era stato raggiunto.

     

    Alla fine l’approvazione definitiva è stata ulteriormente rinviata a martedì 9 aprile. La novità principale dovrebbe riguardare l’obbligo da parte delle società partecipate di presentare un piano aziendale corredato di obiettivi che verrà sottoposto all’approvazione del consiglio contestualmente alla presentazione del bilancio previsionale del Comune. Questi obiettivi saranno poi sottoposti anche a verifica in sede di discussione del rendiconto consuntivo, in modo tale da poter valutare l’operato della dirigenza e l’eventuale distribuzione degli incentivi.

    É stata invece ridimensionata l’idea iniziale di introdurre un limite di retribuzione per gli amministratori decidendo di non inserire una norma nel regolamento, ma di rimettersi a ciò che viene previsto dal Testo Unico sugli enti Locali che prevede un tetto massimo pari al 70% della retribuzione del Sindaco. Il Movimento 5 Stelle è intervenuto in aula ribadendo la propria volontà di studiare insieme all’amministrazione un limite inferiore a quello previsto dalla legge, il cui ammontare è pari a circa 300 mila euro.

    La crisi di AMT

    Corso EuropaCon un’informativa dell’assessore Dagnino, si è anche affrontato uno dei problemi che stanno impegnato in modo più intenso l’amministrazione dal suo insediamento, ovvero la crisi dell’AMT e del trasporto pubblico locale nel suo insieme.
    La Regione Liguria potrebbe intervenire in aiuto di AMT mettendo a disposizione 1 milione di euro per mantenere il biglietto integrato.

    Dopo le voci di queste settimana che parlavano di una probabile abolizione del biglietto integrato bus – treno, è infatti giunta la notizia di una possibile riapertura della trattativa tra AMT e Trenitalia. La Regione sarebbe disposta a ripristinare il finanziamento di 1 milione di euro che negli anni precedenti aveva permesso di raggiungere la cifra di 7 milioni e mezzo di euro richiesti da Trenitalia per aderire al servizio. In questo momento ancora nulla è stato formalizzato, ma la tariffazione integrata sarà ancora mantenuta in proroga per un mese, in attesa che la negoziazione giunga ad un esito positivo.

    E intanto la situazione di AMT resta appesa ad un filo, come hanno sottolineato gli stessi consiglieri comunali che hanno anche parlato, nemmeno troppo velatamente, di un fallimento ormai raggiunto ed evitato solo grazie all’iniezione di capitali pubblici nell’azienda. L’impossibilità di effettuare investimenti influisce anche sulla qualità del servizio, infatti, ha affermato il consigliere De Benedictis: «Il parco mezzi è il più vecchio d’Italia». Si tratta di autobus che hanno mediamente 12 anni mentre la media europea è di 7 anni e ciò comporta anche spese di manutenzione sproporzionate. Circa 1800 interventi per guasti ai freni nel 2012 e 300 solo in tre mesi nel 2013, 350 riparazioni di pneumatici e 220 per perdite di olio dal motore. Questi sono i numeri di un servizio pubblico che diventa sempre più incompatibile con l’idea di aumentare il prezzo del biglietto. Pagare di più per che cosa?

    «È chiaro che i mezzi escono in regola e in sicurezza» ha voluto precisare l’assessore Dagnino, evidenziando anche che sono stati acquistati 18 nuovi mezzi e che sono previsti investimenti per 30 milioni di euro per manutenzione e rimesse.
    Ma la questione, come hanno sottolineato molti consiglieri di maggioranza e opposizione, è molto più ampia e richiede una riflessione generale, che ancora non è stata fatta, sulla possibilità di definire insieme alla Regione un piano del trasporto pubblico locale che permetta una maggiore integrazione tra diversi mezzi di trasporto pubblico e tra trasporto pubblico e privato. Solo in questo modo sarà possibile tentare una razionalizzazione che consenta di contenere i costi. Nei prossimi mesi due saranno i possibili scenari a confronto: un difficile rilancio dell’AMT con capitale pubblico e risparmi sui costi o la privatizzazione dell’azienda; opzione quest’ultima che vede contrapposto il Pd favorevole e Lista Doria contraria.

     

    Il Teatro dell’Ortica

    Buone notizie dal Consiglio comunale, invece, per quanto riguarda il Teatro dell’Ortica. A margine del consiglio è stata data notizia dell’imminente accordo con la Provincia di Genova per il mantenimento del Teatro dell’Ortica nella sua sede di via Allende. Proprio su questo tema era stata firmata a tutti i consiglieri una dichiarazione con cui veniva chiesto al Sindaco e alla Giunta di impegnarsi per evitare lo spostamento. La formalizzazione dell’accordo dovrebbe giungere a beve. Per ripercorrere la vicenda del Teatro rinviamo agli articoli di Era Superba sull’argomento.

     

     Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Equitalia, interessi di mora: da maggio pagare in ritardo costerà di più

    Equitalia, interessi di mora: da maggio pagare in ritardo costerà di più

    equitaliaDi Equitalia abbiamo sentito parlare tanto, in questi ultimi anni… E purtroppo ne dobbiamo ancora parlare. Vogliamo spiegare ai lettori che cos’è Equitalia, o meglio che cosa rappresenta, non senza prima partire dall’attualità, perché dal 1 maggio pagare in ritardo una cartella esattoriale costerà di più.

    Si tratta del nuovo tasso degli interessi fissato da un provvedimento del 4 marzo 2013 da Attilio Befera, direttore delle Agenzie delle Entrate. Il provvedimento consiste in una modifica della cartella di pagamento: la misura su base annua aumenterà così dal 4,55% al 5,22%, dopo che dal 2009 al 2012 il taglio agli interessi di mora era stato del 2,28%.

    In generale, la cartella esattoriale – o cartella di pagamento – è uno strumento attraverso il quale la Pubblica Amministrazione attiva nei confronti di un soggetto, il contribuente debitore, una riscossione coatta di credito.
    La cartella viene inviata da Equitalia, la società di riscossione dei tributi, per conto di altri Enti (Agenzia delle Entrate, Inps, Comuni…), con la quale la società comunica ai contribuenti che sono stati iscritti da ruolo, ovvero in un elenco compilato dall’Ente preposto dove sono indicati i nominativi dei contribuenti e le somme che l’Ente ritiene le siano dovute.

    La cartella esattoriale che Equitalia invia – all’interno della quale si trovano tutte le informazioni e gli importi da pagare, con relativa morosità – può arrivare attraverso un ufficiale di riscossione, mediante raccomandata con ricevuta di ritorno o con affissione all’albo comunale nel caso di irreperibilità del contribuente.

    Una volta notificata la cartella, il contribuente ha 60 giorni di tempo per pagarla o per contestarla. Scaduto il termine, al totale originario si vanno ad aggiungere gli interessi di mora, che maturano su ogni giorno di ritardo dal pagamento. Ci sono poi altre somme aggiuntive che gravano sul totale scaduto da pagare, come l’aggio di riscossione, pari al 9% del totale (fino a 60 giorni è del 4,65%) per i ruoli emessi fino al 31 dicembre 2012 – dal 1 gennaio 2013 è del 8% – più eventuali spese per le procedure esecutive e le spese di notifica di 5,88 euro, che costituiscono i costi per le attività di Equitalia.

    Per l’ennesima volta dobbiamo rimarcare come per Equitalia non valga la regola dell’anatocismo, ossia la sussistenza di interessi sugli interessi già esistenti e maturati; questo nel caso in cui il contribuente chieda la rateizzazione di una cartella, diritto che gli spetta di legge.

    Trovata la legge, trovato l’inganno. Non si possono applicare interessi sugli interessi? Bene, allora chiamiamoli in modo diverso tra di loro, così aggiriamo l’ostacolo: interessi di mora, interessi di dilazione ed interessi di rateazione.

    La solita vergogna chiamata Italia.
    Anzi, Equitalia.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

     

  • La Camellia: la “curiosità” botanica di origine orientale

    La Camellia: la “curiosità” botanica di origine orientale

    CamelliaLa storia della prima Camellia da fiore, ad apparire in Europa, è piuttosto curiosa. Si dice infatti che essa sia arrivata in Occidente per errore, confusa con una essenza della varietà sinensis, da sempre coltivata per la produzione del tè. Questa preziosa bevanda orientale viene infatti proprio tratta, attraverso una complessa lavorazione, dalle foglie di questa particolare pianta.
    Il genere Camellia (meglio noto come Camelia) appartiene alla famiglia delle Theaceae. In Europa la Camelia è nota ed utilizzata principalmente come pianta da fiore ma nei suoi luoghi di origine, Cina e Giappone, si presenta come un alberello legnoso che supera i dieci Camellia sinensismetri di altezza, molto ramificato, con la corteccia liscia e che produce un legno estremamente duro.
    Le foglie delle piante sono lucide, provviste di un corto picciolo di colore verde intenso, glabre ed appuntite. Il fiore è generalmente solitario, si forma sui rami di un anno di età ed è di forma e colore molto variabili.
    Venendo alle differenti varietà, la Camellia japonica è originaria dell’Asia, del Giappone e della Corea ed è una pianta a portamento arbustivo che raggiunge anche i sei metri di altezza. Essa è caratterizzata da foglie coriacee, ovali o ellittiche con i margini seghettati, lucide e persistenti.
    I fiori si formano alla sommità dei germogli laterali e sono larghi una decina di centimetri circa, di colore bianco, rosa, rosso, porpora e possono essere semplici, White Nundoppi e semidoppi. E’ una specie molto coltivata con numerosissime varietà. Può essere cresciuta, a differenza di altre camelie, all’aperto nelle zone dove il clima è freddo. Fiorisce da febbraio a maggio. Tra le Camellie japoniche, riteniamo meriti ricordare almeno la bellissima “White Nun”, difficile da reperire sul mercato, dai petali bianchi, con il centro giallo ocra.
    La Camellia sasanqua è invece una specie che proviene dalla Cina e, a differenza della Camellia japonica, è molto più rustica e fiorisce da novembre a marzo e forma solo fiori semplici di un colore che varia dal bianco, al rosa ed al rosso.
    Camellia japonicaLa Camellia reticulata proviene dalla Cina, è semirustica e produce fiori molto grandi ed appariscenti di colore rosa, più o meno intenso, molto più piccoli di quelli delle camelie normalmente diffuse nei giardini.
    Una menzione a parte merita poi la già citata Camellia sinensis che sarebbe giunta dall’Oriente in Europa nel diciottesimo secolo, da questa varietà viene infatti ricavato il tè. I fiori di quest’ultima pianta sono bianchi, ma caratterizzati da numerosissimi stami di un colore giallo oro acceso ed intenso. Per arrivare alla preziosa bevanda è però necessario passare attraverso un complesso processo, interamenteCamelia japonica 1 manuale. In particolare, sarà necessario staccare le ultime due o tre foglioline apicali del ramo, quelle in fase di crescita, che dovranno essere poi sottoposte ad una attenta lavorazione, differente per ogni tipo di . Quest’ultima si articola sempre in vari e complessi passaggi: essicazione, arrotolamento e fermentazione. Il solo appassire delle foglie non consente infatti di ottenere risultati apprezzabili al gusto: la bevanda ricorderebbe solo molto alla lontana il tè che siamo, oggi, abituati a bere.
    In generale, le Camelie non sono difficili da coltivare. Sono piante che devono stare all’aperto, posso resistere in ambiente chiuso solo per brevi periodi, durante la brutta stagione, quando le basse temperature non consentono di farle crescere all’aperto. E’ poi preferibile posizionare la Camelia a mezz’ombra e non al sole diretto, in ambiente umido ed allo stesso tempo ben arieggiato.
    Camellia reticulataLa Camelia è, come le azalee ed i rododendri, una pianta acidofila, necessita pertanto di un terreno acido, sciolto, molto ricco di sostanza organica (come ad esempio foglie in decomposizione, aghi di pino, torba, terriccio di bosco, corteccia di pino…) e ben drenato. E’ infatti una pianta che non tollera i ristagni idrici.
    Infine, oggi la Camelia è una pianta conosciuta, diffusa ed ampiamente coltivata in giardini (in Liguria è assai utilizzata, grazie al clima mite, anche in “collezioni” in parchi pubblici e storici) e grandi contenitori. In origine, specialmente nell’Ottocento, questa pianta aveva però un fascino quasi esotico (provenendo dall’Oriente) ed “aristocratico” (essendo l’acquisto delle piante molto dispendioso), tanto da essere originariamente coltivata nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta, nelle serre dell’Orto Botanico di San Pietroburgo e da apparire abitualmente nelle sale da pranzo della famiglia Bonaparte.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La vita è teatro: dalla citazione di Shakespeare alla bolla finanziaria

    La vita è teatro: dalla citazione di Shakespeare alla bolla finanziaria

    teatro palcoscenicoCompletiamo oggi il discorso sulle metafore iniziato due settimane fa e proseguito nel precedente articolo. Come abbiamo visto, le metafore fanno parte della nostra vita quotidiana, del nostro modo di “dare un nome” alla realtà. Quando parlo di “nostra” vita, non mi riferisco soltanto alla società italiana od occidentale, in quanto anche dallo studio di altre lingue è emerso che il modo di percepire la realtà attraverso le metafore, ovvero utilizzando domini concettuali di partenza, più concreti, per esprimere e capire altri domini “target”, più astratti, è proprio del linguaggio umano in generale.

    E’ interessante vedere per esempio come anche in certe lingue dell’Africa il tempo venga espresso in termini di spazio, secondo la metafora concettuale definita in inglese come TIME IS LOCATION.

    Pensate a quanto ci sia di aiuto, per orientarci in senso temporale, sapere che “abbiamo il peggio alle spalle”, o al contrario poter affermare che: The future is in front of us, “il futuro è di fronte a noi.” Curiosamente, leggevo che in alcune lingue centrafricane, le quali pure ricorrono alla metafora concettuale che utilizza lo spazio per comprendere il tempo, il futuro è rappresentato in realtà dietro di noi – perché non è prevedibile e non lo possiamo vedere – mentre è il passato a trovarsi davanti ai nostri occhi perché ne abbiamo memoria e lo possiamo visualizzare nella nostra mente.

    Un’altra metafora concettuale che si trova spesso nella nostra vita quotidiana è quella della famigerata “bolla” (in inglese bubble) speculativa in campo finanziario. La bubble nel settore immobiliare sarebbe per esempio stata una delle principali cause della crisi economica che ha colpito il mondo occidentale nel 2008.

    Prima di essa, già la “Internet bubble” del 2000 aveva provocato degli sconquassi all’economia statunitense. Un accademico francese dell’Università di Toulon, Michel van der Yeught, ha raccolto in un suo studio di qualche anno fa la storia della metafora della bolla nel mondo economico e finanziario anglosassone, andando indietro nel tempo fino al 1720, anno in cui si verificò la prima financial bubble; nello spazio di pochi mesi, le quotazioni della società londinese South Sea Company, dopo essere salite alle stelle, precipitarono rovinosamente, facendo metaforicamente esplodere la bolla, ma lasciando nella realtà dei fatti diversi piccoli azionisti con un pugno di mosche… Uno scenario non così distante da quello di oggi, a circa trecento anni di distanza.

    Per concludere, tra le innumerevoli metafore concettuali (LOVE IS A JOURNEY, “l’amore è un viaggio”, SOCIAL ORGANIZATIONS ARE PLANTS, “le organizzazioni sociali sono piante”, ecc.) ce n’è una in particolare che mi è sempre piaciuta, ovvero che la vita è teatro. L’aveva colta il grande Shakespeare, nella sua opera As You Like It, e non potrebbe averla espressa in modo più efficace di quanto segue:

    All the world’s a stage, And all the men and women merely players:

    They have their exits and their entrances;

    And one man in his time plays many parts.

    “Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori:

    essi hanno le loro uscite e le loro entrate;

    e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.”

     

    Daniele Canepa

  • Euro-zona: il caso di Cipro e i prelievi forzosi sui conti correnti

    Euro-zona: il caso di Cipro e i prelievi forzosi sui conti correnti

    banca-cipro

    Quando l’attualità conferma l’analisi che fai appena la settimana prima, dovresti essere contento di portare a casa, se non altro, almeno una piccola soddisfazione intellettuale. Il problema è che qui si esagera: siamo al punto che rincorrere tutte le conferme che clamorosamente arrivano sta diventando una faticaccia.

    Neanche il tempo di registrare il parere del premio nobel Joseph Stiglitz, con il quale l’euro sale senza appello sul banco degli imputati, che a Bruxelles si rimettono alacremente a fabbricare nuove argomentazioni per i detrattori della moneta unica.

    Il pasticciaccio di Cipro, infatti, non è che l’ultimo capitolo dell’epica saga di decisioni tremende che costituiscono la crisi dell’euro-zona; ma è utile, quantomeno, per capire dove stiamo andando e per sfatare i luoghi comuni.

    Le banche della Repubblica di Cipro – come è noto – erano in sofferenza già da qualche tempo a causa – si dice – dei titoli di Stato greci, ma più in profondità – si sa benissimo – per il solito meccanismo perverso di indebitamento privato estero. In sintesi: la moneta unica azzera il rischio di cambio, arrivano i capitali esteri, l’indebitamento privato sale mentre quello pubblico, per la gioia degli osservatori di Bruxelles, diminuisce; poi arriva lo shock esterno, i capitali esteri si ritirano, le banche vanno in crisi, lo Stato deve intervenire per sostenerle e il debito pubblico riprende a salire.

    EuroE’ interessante notare come questo canovaccio, una volta di più, sia stato seguito alla lettera, con la notevole eccezione che la Repubblica di Cipro – essendo in buona sostanza un piccolo paradiso fiscale (cosa che ci ricorda da vicino, con rispetto parlando, l’Irlanda) – non ha smesso di esercitare un certo fascino su certi correntisti esteri, provenienti sopratutto dall’est.

    A parte questo, per il resto si tratta di un film già visto, compresa la manfrina sugli aiuti europei, che poi aiuti veri e propri non sono, ma prestiti. Si doveva tirare fuori solo una dozzina di miliardi (robetta per i bilanci comunitari) e, piuttosto che accollarli tutti al contribuente, si è pensato bene di prendere l’ennesima decisione suicida: prelievo forzoso sui conti correnti, una cosa che in Europa aveva osato solo Amato nel 1992, quando ancora eravamo con la lira.

    E’ pur vero che Cipro è piccola e lontana, ma nemmeno la Grecia è la Francia: eppure la tragedia greca s’è diffusa lo stesso in tutta Europa. E’ evidente, dunque, che per i mercati è il principio che conta: e i messaggi che l’Europa sta lanciando, da qualche anno a questa parte, raccontano una storia ben precisa, una storia fatta di campane che suonano a morto per la moneta unica.

    C’era un tempo in cui chi possedeva titoli di Stato europei se ne camminava tranquillo per strada, sicuro di avere in tasca un pezzo di carta dal valore certo e incontestabile. Poi i rischi di una bancarotta greca a fine 2009 hanno spinto Berlino a convincere l’Europa che era necessario “to share the burden”, cioè condividere il peso della ristrutturazione del debito: morale, quel pezzo di carta non era più tanto sicuro. Fu così che scoppiò la crisi dei debiti sovrani (che da noi segnò la fine del governo Berlusconi IV) e i possessori di titoli greci furono costretti ad accettare il famoso haircut.

    europa-bceIl mese scorso ne è successa un’altra, sfuggita all’attenzione del grande pubblico ma non a quella del mondo finanziario: l’olandese SNS è stata nazionalizzata e le obbligazioni subordinate espropriate. Dunque nemmeno le banche, neppure di un paese “rigorista” che si  supponeva solido come l’Olanda, sono del tutto a riparo in questa Europa.

    E arriviamo così all’epilogo dell’altro giorno, l’ultimo colpo inferto alle già scosse certezze dei risparmiatori: la garanzia di Stato sui depositi bancari non esiste più. Questo ha detto, nella sostanza, l’Unione Europea, condizionando gli aiuti ad un prelievo del 6,75% sui conti correnti sotto ai 100.000 €.

    Così, se anche nel frattempo il Parlamento cipriota, a causa della protesta della gente, ha deciso di bocciare questa concessione fatta a Bruxelles, il sasso ormai è stato scagliato, perché, come ha scritto acutamente Wolfgang Münchau su Der Spiegel: «A Cipro e ovunque nella zona Euro i depositi fino a 100.000 Euro sono assicurati. Se ora arriva lo stato e dice: scusateci, con un escamotage brillante vi prendiamo i soldi, di fatto una tassa sui patrimoni, viene meno la fiducia».

    Secondo Münchau, dopo questa brillante trovata, l’atteggiamento più coerente è la corsa agli sportelli. L’editorialista tedesco cita al riguardo Sir Mervin King, governatore della Banca d’Inghilterra: “Non è razionale incominciare una corsa agli sportelli, ma è razionale parteciparvi una volta che è iniziata”. E in effetti il prossimo paese dell’euro-zona che entra o ripiomba in una vorticosa crisi dello spread non potrà più essere sicuro di niente: i titoli di Stato non sono garantiti, le obbligazioni bancarie neppure e, da lunedì, nemmeno i conti correnti. E, per inciso, il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi (qualunque cosa serva per salvare l’euro la faremo), che tanto era servito a gettare acqua sul fuoco della speculazione, ne esce seriamente ridimensionato.

    economia-soldi-D1Ma ci sono due punti ancora del dramma cipriota su cui conviene soffermarsi. Il primo riguarda le modalità dell’annuncio del via libera agli aiuti, dato a mercati chiusi, anzi chiusissimi. Si è avuto il buon senso, infatti, di attendere un week-end lungo, con un lunedì di festa nazionale e un martedì di chiusura bancaria forzata (con eventuale prolungamento, se necessario).

    Il che dimostra, allora, che quando si vuole queste cose si possono fare: si possono chiudere gli sportelli per prevenire il panico, si possono dare annunci scioccanti e si possono gestire. Dunque lo si potrebbe fare anche in caso di uscita dall’euro; mentre questi sacrifici, questi furti alle spalle dei correntisti anche più poveri, li stiamo discutendo – è bene ricordarlo – solo per l’ostinazione di rimanerci a tutti costi.

    Il secondo punto – se permettete – è il più gustoso. La Repubblica di Cipro formalmente ha giurisdizione su tutta l’isola, ma nella pratica la zona nord a influenza turca è indipendente e molto vicina ad Ankara: tant’è che vi circola in prevalenza la lira turca. Neanche a dirlo, il nord cresce vorticosamente e la crisi non si è vista nemmeno in cartolina. Dunque, stessa isola con due monete diverse, legate a due economie diverse: una cresce l’altra no. Che c’entri qualcosa la moneta? Non lo sapremo mai. Fatto sta che il buon Münchau, uno che non ha mai fatto mistero di sostenere con convinzione l’euro, concludeva il suo editoriale con queste parole: «Si avvicina il giorno in cui l’Euro potrà essere difeso solo con i panzer. E allora non varrà più la pena difenderlo».

     

    Andrea Giannini

  • Tassa di concessione governativa e abbonamenti telefonici a contratto

    Tassa di concessione governativa e abbonamenti telefonici a contratto

    smsQuesta settimana parliamo della odiosa tassa di concessione governativa, estesa dalla normativa vigente anche alla telefonia, la quale viene identificata come un ponte radio. Basta prenedere soldi… lo Stato interpreta le leggi secondo la propria convenienza. Ricordiamo che la TCG viene applicata solo agli abbonamenti telefonici con un contratto, ovverosia con l’esclusione della cosiddette ricaricabili.

    Come dicevamo, secondo la Cassazione, sez. tributaria, con la sentenza 14 dicembre 2012, n. 23052 il contratto di abbonamento va a sostituirsi alla licenza di stazione radio; il regime autorizzato giustifica il mantenimento della tassa di concessione governativa che deve essere pagata.
    Sulla questione vi erano, da parecchio tempo, “pareri contrastanti”; e quando vi sono troppi pareri contrastanti passare il Piave non è facile.

    Infatti l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione del 18 gennaio 2012 n. 9/E aveva ribadito l’obbligatorietà del pagamento della tassa per tutti (privati ed enti pubblici non statali) ex art. 21 tariffa allegata al DPR n. 641/1972, mentre la giurisprudenza (cfr. sentenze: Comm. Trib. reg. Veneto 2 aprile 2012, n. 2; Comm. Trib. reg. Veneto 10 gennaio 2011, n. 5; Comm. Trib. Perugina 15 febbraio 2011, n. 37) ha riconosciuto che con l’entrata in vigore del codice delle telecomunicazioni la tassa di concessione governativa non era più prevista, definendo la stessa come illegittima ed anacronistica in un mercato oggetto di privatizzazione e liberalizzazione.
    Con la sentenza in commento i giudici della Corte hanno definitivamente risolto la querelle sancendo la legittimità della TCG.

    Nella decisione di cui si sta parlando, si legge testualmente che “Non rileva l’argomentazione dei controricorrenti, secondo cui il citato art. 160 del Codice delle comunicazioni elettroniche riguarderebbe soltanto gli impianti radioelettrici e non gli apparecchi di telefonia mobile, che non costituiscono un impianto radioelettrico. Invero tale articolo ha riprodotto esattamente il contenuto normativo dell’abrogato D.P.R. n. 156 del 1973, art. 318, che costituiva in precedenza il presupposto oggettivo della tassa di concessione governativa sulla telefonia mobile….La delineata interpretazione del quadro normativo di riferimento trova conferma nel disposto della L. finanziaria n. 244 del 2007, art. 1, comma 203, che. intervenuta successivamente alla ritenuta abrogazione dell’art. 21 della tariffa per effetto del disposto del D.Lgs. n. 159 del 2003, art. 268, ha esteso ai non udenti l’esenzione dalla tassa di concessione governativa già prevista dallo stesso art. 21 per invalidi e non vedenti, restando così dimostrata la persistente vigenza di tale disposizione tariffaria anche dopo l’abrogazione del D.P.R. n. 196 del 1973, art. 318”.

    E gli enti pubblici non la pagano, per legge. Un’altra battaglia persa, l’ennesima, da parte degli utenti tartassati da balzelli deliranti.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Comune di Genova, società partecipate: slitta l’ok al regolamento

    Comune di Genova, società partecipate: slitta l’ok al regolamento

    palazzo-tursi-vassallo-giovanni-Pd-DGiungerà in Consiglio Comunale il prossimo martedì il “Regolamento per il controllo delle società partecipate”, l’unico punto all’ordine del giorno della seduta di ieri. Proprio la mancanza di un testo definitivo su cui discutere in aula è stata la ragione che ha spinto a non convocare il Consiglio e di rinviarlo alla prossima settimana.

    La decisione ha riacceso la polemica per la scarsa produttività della Giunta alimentata non solo dai consiglieri dell’opposizione, ma anche dal consigliere Vassallo del Pd, uno dei veterani del principale partito di maggioranza. Alcuni  giornali hanno letto in questo rinvio “forzato”, come una presa di posizione del Partito Democratico contro il Sindaco Doria, reo di aver tentato di procedere ad un’approvazione lampo del regolamento. Che l’obiettivo di questo rinvio fosse approfondire il contenuto della bozza di documento presentato dall’assessore al Bilancio del Comune di Genova Miceli è effettivamente vero, ma che vi siano state delle tensioni tra la Giunta e il Pd è meno certo.

    Una delle ragioni principali del rinvio è dovuta principalmente alla volontà, espressa da diverse forze politiche, di convocare per la terza volta una Commissione congiunta Sviluppo Economico e Affari Istituzionali per approfondire l’analisi del documento e per audire l’Autorità Servizi Pubblici Locali (ASPL), un organo tecnico che si occupa proprio di controllo dei servizi erogati ai cittadini.

    Il regolamento, infatti, nasce per rispondere ad un obbligo di legge che prevedeva come limite ultimo per la sua approvazione da parte della Giunta il 9 marzo, dopo di che venivano concessi 60 giorni per ottenere anche l’approvazione del Consiglio Comunale. La necessità, quindi, di realizzare uno strumento per il controllo delle partecipate del Comune aveva portato alla definizione di un documento su cui, tuttavia, la norma stessa prevede la possibilità di un profondo intervento da parte dei consiglieri comunali. Nulla di strano quindi sul fatto che la Commissione abbia previsto una serie di riunioni per riconsiderare e modificare il testo emanato dalla Giunta.

    Durante la prima seduta, svoltasi giovedì 14 marzo, proprio il consigliere Vassallo aveva avanzato diverse proposte di modifica, formalizzate poi in un successivo documento in cui venivano previsti diversi cambiamenti per rendere più organico il testo e in cui si richiedeva di indicare con chiarezza l’organo a cui sarebbe spettata la definizione degli obiettivi delle partecipate e la verifica del loro raggiungimento.

    La bozza di regolamento presentata ieri ha accolto la maggioranza delle richieste del consigliere Vassallo, che si è detto soddisfatto del lavoro della Giunta, ma ha comunque voluto sottolineare la necessità di inserire un limite alla retribuzione variabile degli amministratori delle partecipate del comune – quella parte di stipendio dipendente dal raggiungimento degli obiettivi – e di stabilire un tetto anche per la retribuzione dei dirigenti.

    Su questo tema ha presentato nuovi emendamenti anche il M5S, che ha proposto di commisurare il massimo stipendio di un amministratore a 6 volte quello minimo di un dipendente della stessa società partecipata o, in alternativa, al 60% della retribuzione del Sindaco. Queste richieste di modifica potranno essere inserite dalla Giunta all’interno della versione definitiva del Regolamento di cui si discuterà in aula al prossimo Consiglio Comunale, in caso contrario potranno essere nuovamente presentate dal Movimento in fase di discussione in aula.

    Qualche ulteriore spunto per la riflessione, è giunto dal capogruppo del Pd Farello, il quale ha fatto notare come l’insieme delle norme esistenti sul tema a livello nazionale e locale abbiano fatto sì che l’amministratore, qualora non ottenga la parte di retribuzione variabile legata al raggiungimento degli obiettivi, essendo anche dirigente della società partecipata, potrebbe comunque ottenere gli incentivi che spettano a questa seconda figura. In secondo luogo il consigliere Farello ha messo in evidenza come il trasferimento della competenza per i controlli sulle aziende in capo al Consiglio Comunale renda di fatto inutili le authority.

    Fa parte di questi organismi anche la ASPL, la cui convocazione è stata annullata poiché formalmente non è richiesto un suo parere su una delibera del Comune.

    La prossima approvazione del regolamento apre la strada ad una serie di riflessioni sul sistema delle società partecipate del Comune di Genova, un tema sul quale la Giunta vorrebbe realizzare una profonda revisione, con l’obiettivo principale di riportarne il controllo nelle mani del Consiglio Comunale, riducendo la discrezionalità del Sindaco e il potere degli organismi esterni come le authority. Nelle prossime settimane l’argomento si riproporrà con sedute dedicate alle difficoltà economiche di AMT e AMIU.

     

     Federico Viotti

  • Rivoluzione francescana e design urbano: la casa del futuro

    Rivoluzione francescana e design urbano: la casa del futuro

    rifugi-solidi-urbani-impalcatureCari amici del fashion ecocompatibile, il momento è storico, anche la Chiesa si adegua all’austerity ed elegge un Pontefice minimalista che prende il nome di Francesco, sostituisce la Papamobile col Califfone elettrico e le scarpe rosse di Prada con dei più comodi sandali Crocks dalla suola antiscivolo, mentre il gusto degli arredi spartani torna in auge prepotentemente.
    La rivoluzione francescana è iniziata, le teorie economiche più innovative ci insegnano a spogliarci degli inutili orpelli e dei bisogni superflui che la società capitalista ci impone e anche il design urbano e il mondo del fashion non può rimanere insensibile a queste tematiche sociali.
    La casa del futuro appare di un minimalismo chic che unisce il glamour di Cavalli al Cantico delle Creature, gli elementi di arredo sono essenziali e i materiali utilizzati semplici ed economici, trasmettendoci un sentimento di purezza e frugalità che solo guru come Terzani , Scilipoti e Fiorito avevano saputo rappresentare in passato.

    Il cemento, simbolo di pesantezza e capitalismo selvaggio, viene abbandonato, la nuova casa , visibile nella foto, si veste di abiti leggeri ed eterei; una struttura in ferro, composta da tubi innocenti, quasi virginali nel loro pudore stilistico che si eleva ad ideale trait d’union tra l’architettura di Eiffel e il plasticismo infantilista del Meccano.
    Le pareti in muratura, simboli di divisione classista e di individualismo settario, vengono abbattute, il muro dello snobbismo borghese viene travolto dal vento del francescanesimo glamour; solo un telo bianco di plexiglas delimita la casa del futuro, una sottile vela sintetica che si gonfia quando spira la brezza del rinnovamento minimalista, dirigendosi a vele spiegate verso la rotta del fashion più puro.

    Essenzialità frugale e minimalismo integralista: la casa francescana, in plexiglass e tubi di ferro sembra una nave dalla rotta incerta , indecisa se salpare verso un futuro di design essenziale o rimanere strettamente ancorata al presente, in questi tempi in cui la sopravvivenza quotidiana diventa un lusso, un piccolo esercizio stilistico di fashion intimista.
    Il telone sintetico bianco, che illumina col suo candore il panorama del fashion urbano, sostituisce perfettamente le pareti, consente il passaggio della luce evitando lo spreco dell’illuminazione artificiale; il continuo ricambio d’aria con l’esterno consente di avere in casa temperature simili a quelle esterne, in un’empatica armonia con Madre Natura che rispetta il ciclo vitale di Fratello Sole e di Sorella Luna.

    Il rigore dell’inverno sarà solo un modo elegante per temprare il fisico e la mente, abituandosi al piacere delle piccole cose, anche perché in una casa priva completamente di ogni forma di lusso e di tecnologia, l’unica sveglia sarà quella del canto del gallo all’alba, o più probabilmente (trovandoci nel cuore del centro storico) quella del canto molesto ed etilico di giovani Erasmus iberici alle 4 del mattino.

    L’homo francescanus ha ritrovato il suo eremo spartano, rinuncerà ad ogni privilegio economico e forma di finanziamento pubblico, recuperando quel rapporto ancestrale con la natura che si era perso dai tempi d’oro di Heidi e della Casa nella Prateria.
    La strada trendy che unisce Gubbio a Parigi, passando per Assisi , Sant’Ilario e New York, è lastricata di buone invenzioni che portano l’uomo del 2013 ad indossare un saio ecocompatibile e termoautonomo in Juta versione “froissè”, spogliandosi del pesante orpello del kitch, perché l’essenziale sarà anche invisibile agli occhi, ma non allo sguardo attento del fashion e dei suoi occhiali scuri antiuveite.

     

    Dottor Grigio

  • Gaber e il movimento del ’77: da rivoluzionari a polli d’allevamento

    Gaber e il movimento del ’77: da rivoluzionari a polli d’allevamento

    giorgio-gaberNel 1978 Giorgio Gaber uscì con il nuovo lavoro, scritto sempre con S. Luporini, “Polli di allevamento”. Spettacolo decisamente amaro, duro e violentemente polemico, venne contestato più di una volta. Infatti il “ Signor G” in questo testo non si limitò ad ironizzare sulle miserie piccolo-borghesi di tutti noi, sui grandi mali che affliggevano (e tuttora affliggono) l’Italia, no, questa volta parte dei monologhi e delle canzoni era rivolta direttamente all’area del “movimento del ‘77”; quell’area che spesso aveva seguito i suoi spettacoli e gli riconosceva una lucidità politica non comune, quell’essere “sempre avanti”, fuori dagli schemi (capacità che Gaber seppe mantenere fino alla fine).

    “Polli di allevamento” fu per molti una doccia ghiacciata. Gaber accusava pesantemente le ultime generazioni “impegnate” di comportamenti modaioli, standardizzati e massificati in un nuovo consumismo a misura di tutti; di perdita di quel rigore, di quella spinta ideale indispensabile per un autentico cambiamento; di essere incazzati per frustrazione e non per scelta; di nascondere dietro ad una pratica violenta un’angosciante vuoto esistenziale e progettuale che solo per poco tempo il “sogno rivoluzionario” aveva riempito.

    Traspariva una profonda amarezza per come la carica rinnovatrice del ’68 fosse naufragata nell’isteria e nell’imbecillità più totale. Simbolo di quel naufragio può essere considerato il festival di “Re nudo”, svoltosi a Milano nel ’77 (parco Lambro), con gli stand degli alimentari presi d’assalto dal “proletariato giovanile” e le successive partite a “pallone”… con i polli arrosto!!! Sembrava impossibile che l’intendimento politico di non delegare, di voler affrontare da protagonisti le proprie problematiche – spinta che aveva portato ad una dura contestazione di Luciano Lama (allora segretario generale della CGIL) all’università La Sapienza di Roma – fosse in così breve tempo scaduto in una rabbia isterica, autoreferenziale e priva di progetto politico.

    In questo vuoto di azioni e pratiche politiche “sensate” giunge ai massimi livelli l’impatto (e la follia) dei gruppi armati. Il 16 marzo 1978, in via Fani, a Roma, le BR rapirono Aldo Moro (allora presidente della democrazia cristiana, che venne poi ucciso dopo oltre 50 giorni di prigionia), uccidendo la scorta. Sono molti gli episodi di “gambizzazioni” e uccisioni in questo periodo di “delirio armato”. Sempre nel 1978 i fascisti ammazzeranno due ragazzi del centro sociale milanese Leoncavallo, impegnati nella lotta contro gli spacciatori di eroina.

    Già, l’eroina, mortale protagonista degli ultimi anni ’70 e di buona parte degli anni ’80. L’eroina, di fatto, andò a riempire per molti/tanti/troppi lo spazio e il tempo prima dedicati all’impegno politico. Ed il pensiero, la creatività? Azzerati, brutalmente. Ed è difficile non scorgere, dietro alla mafia degli spacciatori, una gestione politica nella diffusione dell’eroina (val la pena di ricordare anche negli Stati Uniti l’organizzazione radicale delle “Black Panters” fu annientata dalla diffusione, all’interno del movimento, dell’eroina). Dunque, eroina da una parte, repressione poliziesca dall’altra, idiozia neo consumistica al centro… non male, vero?!

    Certo, si potrebbe obiettare che questa non è tutta la società, ma solo una parte di essa. Rispondo che, abitualmente, non mi occupo degli “ontologicamente imbecilli”, dei servi, degli infimo-borghesi, delle teste vuote se non per combatterne la loro pestilenziale presenza e diffusione. E ritengo che l’amarezza di Gaber fosse proprio questa: vedere una razza che avrebbe potuto essere realmente diversa, bruciarsi il cervello. Intanto nel 1977 arriverà la televisione a colori; il primo di gennaio il mitico “Carosello” andrà in pensione; gli americani lasceranno il Vietnam: sconfitta di una guerra mai ufficialmente dichiarata; di lì a poco il “grande intrallazzatore” inizierà la sua ascesa, succhiando vergognosamente soldi che una ancor più vergognosa classe politica gli lascerà succhiare. È un sipario pesante quello che sta calando.

     

    Gianni Martini

  • Disuguaglianza e bassa mobilità sociale: la fine del sogno americano

    Disuguaglianza e bassa mobilità sociale: la fine del sogno americano

    La Bandiera AmericanaLa disoccupazione giovanile nel nostro paese ha ormai sfondato quota 33% e le prospettive sono tutt’altro che positive. Per molti l’unica alternativa è quella di emigrare all’estero in cerca di nuove opportunità. Il problema principale è che la vecchia Europa non se la sta certo passando bene, stretta com’è da questa insensata austerità, e bisogna quindi guardare altrove. E allora perché non pensare di trasferirsi nel paese che rappresenta nell’immaginario collettivo il luogo dove è possibile realizzare i propri sogni partendo da zero? Perché non trasferirsi negli Stati Uniti d’America?

    Prima di preparare le valigie e prenotare un volo di sola andata sarebbe meglio sapere che c’è chi ritiene che il cosiddetto “sogno americano” sia in realtà un incubo per la maggior parte dei cittadini statunitensi. Uno dei maggiori esponenti di questa scuola di pensiero è l’economista americano Joseph Stiglitz che, nel libro “Il prezzo della disuguaglianza”, ha sviscerato il problema più grave della società americana: la disparità di condizioni tra i “ricchi” e i “poveri”.

    A suffragio di questa tesi l’economista americano riporta alcuni dati che valgono più di mille parole: il reddito dell’1% più ricco degli americani rappresenta circa il 25% di tutta la ricchezza prodotta in un anno, mentre il loro patrimonio ammonta addirittura al 40% della ricchezza totale. Venticinque anni fa queste percentuali erano rispettivamente il 12% e il 33%. Il reddito mediano è minore di quello di quindici anni fa, mentre la ricchezza mediana è pari a quella degli anni ’90. Ci sentiamo spesso ripetere da molti economisti che “se la torta diventa più grande, la fetta che prendiamo è sempre più grossa” o che “l’alta marea solleva tutte le barche”; sembra invece che, nonostante la torta sia cresciuta, le fette per le persone comuni siano sempre più piccole e che l’alta marea abbia inghiottito e non sollevato chi si trovava sulle barche più piccole. In termini di uguaglianza di reddito gli Stati Uniti sono ormai sempre più simili alla Russia degli oligarchi.

    Alcuni potrebbero pensare che, dopotutto, c’è chi vince e c’è chi perde e che non è colpa di nessuno se non tutti hanno le stesse possibilità perché le disuguaglianze sono inevitabili e il cercare di appianarle limiterebbe l’efficienza dell’economia. Al contrario l’illustre premio nobel americano, nel suo ultimo libro, smonta queste argomentazioni dimostrando come una maggiore uguaglianza sia non solo moralmente più auspicabile ma porterebbe a un notevole miglioramento dell’economia reale.

    Stigliz afferma che, all’aumentare della diseguaglianza, diminuiscono le opportunità delle classi più disagiate per poter migliorare la propria condizione. Questo vuol dire sprecare alcune delle persone più brillanti che, per mancanza di risorse finanziarie, non possono accedere a un’istruzione di livello superiore e quindi non possono dare il proprio contributo alla società mettendo le proprie capacità al servizio della collettività. Perciò più uguaglianza significherebbe avere una società più efficiente.

    Inoltre la disuguaglianza rende l’economia più debole: l’1% più ricco della popolazione, che possiede la maggior parte della ricchezza, spende solo una piccola frazione delle proprie risorse. L’aver spostato questa ricchezza dai ceti meno abbienti a quelli più ricchi ha diminuito la domanda aggregata, cioè i consumi, e ha rafforzato la speculazione. Per compensare questa diminuzione si è dovuto creare una domanda fittizia alimentata dal credito facile erogato dalle banche attraverso mutui, carte revolving e altri strumenti finanziari. Questo ha portato l’80% della popolazione più povera a indebitarsi fino a spendere il 110% del proprio reddito portando allo scoppio della crisi dei mutui subprime. Per questo motivo più uguaglianza significherebbe avere un’economia più solida.

    Infine Stigliz descrive come spesso i più ricchi ottengano guadagni giganteschi senza dare alcun contributo alla società. Si pensi ad esempio ai banchieri o ai manager che, pur avendo dato origine alla crisi, hanno ottenuto bonus stratosferici. A chi pensa che tassando queste categorie si rischi di limitare la creazione di posti di lavoro Stiglitz risponde che, più che creatori di posti di lavoro, i grandi manager e banchieri ne siano stati piuttosto i distruttori. I soldi ottenuti in questo modo potrebbero essere investiti in ricerca, infrastrutture ed educazione che creerebbero nuove opportunità per i meno abbienti e quindi darebbero un forte contributo all’economia.

    Il sogno americano sembra ormai un pallido ricordo e le statistiche descrivono la mobiltà sociale statunitense come una delle più basse dei paesi industrializzati. Pertanto se volete davvero vivere il sogno americano, invece di partire per New York, vi conviene piuttosto prenotare un volo per la Scandinavia. La prossima volta vedremo perché…

     

    Giorgio Avanzino

  • Laghetto artificiale in giardino: colori e varietà delle piante acquatiche

    Laghetto artificiale in giardino: colori e varietà delle piante acquatiche

    Equiseto vasoQuesta settimana ci soffermeremo su alcune delle molteplici specie di piante, adatte ad essere impiegate nei laghetti artificiali o nei bacini naturali. In particolare e per ragioni di spazio, descriveremo le varietà più rilevanti da un punto di vista estetico, sia sotto il profilo delle fioriture che della produzione di foglie di dimensioni, forme o colori molto particolari.
    Il contesto, il gusto del progettista, le dimensioni del giardino e del laghetto suggeriranno le scelte cromatiche da adottare, gli abbinamenti più svariati e tali da creare un numero infinito di combinazioni possibili.
    Nymphaee: questo genere merita, per la grande diffusione in natura, una menzione a parte. Le ninfee sono piante acquatiche perenni e tra le specie più impiegate nei laghetti, naturali e non, negli stagni ma anche in contenitori Ninfea VRdi medio-grandi dimensioni. Le varietà più utilizzate devono essere collocate ad una profondità variabile dai dieci ai sessanta centimetri. Le radici dipartono infatti da un rizoma e sono fissate sul fondo fangoso.
    Le foglie sono ampie e di consistenza più o meno coriacea a lamina piana. Sono galleggianti ma a volte fuoriescono dal pelo d’acqua per qualche centimetro. La forma è più o meno rotonda con bordo continuo, appaiono lucide, generalmente verde scuro e cerose.
    Lo sviluppo di queste foglie è molto particolare. Esse crescono dritte, spuntando dal fondale e dirigendosi verso la superficie, con le due lamine arrotolate su loro stesse dall’esterno verso la nervatura centrale della foglia. Al momento opportuno e raggiunta la superficie, si srotolano dispiegandosi completamente sulla superficie dell’acqua.Iris acquatico
    L’infiorescenza è formata da grandi fiori colorati, generalmente solitari. La peculiarità della pianta consiste nel fatto che essi, normalmente, si aprono esclusivamente durante il giorno e solo se il cielo è sereno. Il colore dell’infiorescenza può variare dal bianco, al roseo, al rosso, al viola, fino al celeste ed al giallo. La fioritura si colloca principalmente nel periodo tardo primaverile ed in quello estivo. Esistono numerose varietà di ninfee, alcune sono spontanee e presenti anche in natura nel territorio italiano.
    La varietà Nymphaea Victoria amazonica, così denominata in onore della Regina Vittoria, merita una menzione a parte. Essa presenta foglie di grandissime dimensioni (fino a tre metri di diametro) e gambi di pesino setto o otto metri di lunghezza. Le foglie sono tanto robuste da reggere il peso di un bambino. TyphaLe infiorescenze sono di notevole ampiezza, bianche nel momento in cui sbocciano e successivamente rosa, sono però meno spettacolari di quelli di varietà di dimensioni minori.
    Iris acquatico: è una particolare varietà di iris, una rizomatosa molto diffusa nei giardini e di notevole impatto estetico. Le foglie sono lunghe, lanceolate e verdi chiaro. Le infiorescenze vengono prodotte nel periodo primaverile o tardo primaverile e svettano, sotto certi profili simili a quelli delle orchidee, al di sopra delle foglie. I loro colori sono sgargianti e vanno dal bianco puro, al giallo, al marrone, nonché al blu cobalto ed al rosa più o meno intenso. Le dimensioni della pianta sono molto variabili ed esistono anche varietà spontanee, presenti in natura e nei canali. La coltivazione non presenta alcuna difficoltà, anche la moltiplicazione, che avviene per semplice divisione del rizoma, è estremamente semplice. L’incidenza estetica, data dall’utilizzo degli iris, lungo i bordi dei laghetti è notevole.Equiseto La pianta permette infatti di ottenere fitti insiemi di foglie lanceolate, in cui spiccano infiorescenze colorate dall’aria esotica ma purtroppo di breve durata.
    Typha angustifolia: meglio nota con il nome di canna palustre. Questa pianta è presente spontanea in natura, viene coltivata nei laghetti per le sue belle e durature infiorescenze nonché per il suo fogliame lanceolato. La sua coltivazione è estremamente semplice e la pianta non richiede cure particolari, adattandosi agevolmente al contesto in cui viene inserita. Una volta naturalizzata, si propaga in modo spontaneo fino a formare cortine verdi, impenetrabili e di grande suggestione estetica, sia nel periodo autunnale che al variare delle correnti di vento che muovono i flessuosi e duttili gambi delle piante.
    Lythrum salicaraPontederia cordata ed Equiseto: la prima presenta foglie di un bel verde lucente ed infiorescenze a “pannocchia” di un blu intenso. La pianta si sviluppa fino a raggiungere i cinquanta/ottanta centimetri sul livello dell’acqua. Le infiorescenze vengono prodotte nel periodo estivo.
    L’Equiseto è molto particolare e presenta steli ornamentali, privi di foglie. Essi risultano molto decorativi durante tutto il corso dell’anno e specie in inverno quando spiccano, dall’acqua, nello spoglio e grigio paesaggio circostante.
    Lythrum salicara, Eriophorum angustifolium, Schizostylis coccinea “Major” e Zantedeschia aethiopica: queste piante producono tutte infiorescenze appariscenti che contribuiscono in modo notevole a caratterizzare uno stagno od un laghetto.
    La prima pianta produce, in estate, una profusione di spighe di colore rosa intenso, alte fino ad un metro, su sottili fusti eretti.Eriophorum angustifolium
    L’Eriophorum presenta delle particolari spighe fiorifere, che ricordano un batuffolo di cotone, bianche, ombrelliformi ed evidenti. In contrasto con l’acqua su cui svettano gli steli, questa pianta non passa certo inosservata.
    La terza pianta è meglio nota, volgarmente, come particolare varietà di gladiolo. Fiorisce nel periodo autunnale con eleganti e ramificati insiemi di piccoli fiori di colore arancio-rossastri.
    In tarda primavera fiorisce la Calla, producendo vistose infiorescenze imbutiformi, in questo caso bianche, con un evidente spadice giallo intenso. La pianta appartiene alla categoria delle rizomatose, cresce fino ad un metro circa di altezza e produce numerose ed ampie foglie di un verde intenso, molli al tatto. Come si capisce agevolmente dalla descrizione fornita, sebbene un po’ rigida la Calla può caratterizzare notevolmente il giardino lacustre.
    Myriophyllum aquaticum, Nymphoides peltata e Hippuris vulgaris: queste piante hanno tutte una funzione prettamente ossigenante. Esse sono indispensabili per mantenere pura e cristallina l’acqua di laghi e stagni. Si sviluppano principalmente sotto il pelo della superficie dell’acqua e, assorbendo le sostanze nutritive ivi presenti, la mantengono limpida. Le tre varietà menzionate si adattano perfettamente a specchi d’acqua con una profondità non superiore ai sessanta centimetri.
    Schizostylis coccinea “Major”Il Myriophyllum presenta una colorazione verde brillante e foglie molto frastagliate. La propagazione è estremamente semplice, essendo sufficiente prelevare delle talee e farle radicare nella sabbia.
    Il giglio acquatico frangiato produce invece, in estate, delle vistose infiorescenze giallo brillanti, su foglie galleggianti sulla superficie degli stagni.
    La terza pianta è autopropagante, sopra la superficie dell’acqua gli steli sono verdi, sotto di colore brunastro.
    In conclusione, tutte e tre le varietà sopra descritte sono esteticamente interessanti e di facilissima coltivazione nei laghetti e negli stagni posti alla nostra latitudine.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Crisi europea e riforme: la teoria del premio nobel Joseph Stiglitz

    Crisi europea e riforme: la teoria del premio nobel Joseph Stiglitz

    economia-soldi-D6Sono passati quasi sette anni dallo scoppio della bolla dei mutui sub-prime e, mentre molti paesi si sono già ripresi (compresi gli stessi Stati Uniti), in Europa la situazione non fa che peggiorare: con maggiore gravità nei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), ma di riflesso in tutto il continente. In Italia, dove prosegue una paurosa recessione, l’esito delle elezioni ha archiviato l’esperimento Monti, i cui risultati molto deludenti, sia in termini di crescita che di debito, screditano la sostenibilità e l’efficacia della linea di austerità voluta da Bruxelles e Berlino. A questo punto, eliminata l’unica opzione considerata praticabile fino all’altro giorno, sorge spontanea la domanda: che si fa?

    Sarebbe interessante sentire le proposte della politica e del mondo dell’informazione più serio e titolato, che però, stranamente, su un argomento così centrale non si esprimono: cosicché oggi non si sa come mai siamo ancora in crisi e nessuno dice come se ne possa uscire. Certo, tutti parlano di fantomatiche “riforme”, indubbiamente auspicabili: il problema è che i loro effetti si vedranno, se mai, solo sul lungo periodo. E purtroppo – diceva quel tale – sul lungo periodo saremo tutti morti.

    Chi segue questa rubrica sa benissimo cosa ne penso io. Oggi però, grazie ad un videosegnalatomi da un collega, posso citare a testimone un premio nobel del calibro di Joseph Stiglitz, il quale a proposito della recessione europea si esprime con parole che non potrebbero essere più nette: «Questa crisi, questo disastro è prodotto dall’uomo. […] E fondamentalmente questo disastro prodotto dall’uomo ha quattro lettere: l’EURO […] Per salvare l’Europa, per salvare l’Unione Europea, potrebbe essere necessario sacrificare l’euro».

    Vorrei che fosse assolutamente chiaro il senso e le implicazioni di quello che dice l’economista americano:

    1. La recessione non lascia spazio alla ripresa unicamente a causa delle nostre scelte inappropriate: ma da questo consegue che, se ora prendessimo decisioni più appropriate, potremmo avviarci a una ripresa in tempi relativamente veloci;

    2. Questi errori riguardano esclusivamente l’euro e la sua gestione;
    3. Al punto in cui siamo, la moneta unica rischia di diventare un fattore di disgregazione, piuttosto che di unificazione: è possibile ancora salvare il progetto di unificazione originario, ma per farlo potrebbe convenire tornare alle valute nazionali.

     

    Insomma: la causa del perdurare della crisi, il vero motivo per cui non sembrano esserci vie di uscita al dramma occupazionale e sociale che stiamo vivendo, è che siamo dentro la gabbia dell’euro.

    I limiti della nostra valuta sono noti: in tempi di crisi, quando bisogna recuperare competitività, la rigidità del cambio impedisce di svalutare la moneta e costringe quindi a svalutare i salari (cosa che ammette piuttosto placidamente anche il responsabile economico del PD Fassina). Coordinare una politica diversa, che comporti una svalutazione dell’euro, è molto difficile: perché siamo paesi troppo diversi, con lingue, sistemi fiscali, leggi e idee diverse. Alla Germania in particolare il cambio rigido è tornato molto utile e l’ha usato a proprio vantaggio per rafforzarsi ulteriormente a scapito dei vicini. Ora comprensibilmente a questo vantaggio fatica a rinunciare: per questo ha imposto politiche di austerità agli altri Stati, quando la soluzione in realtà non consiste nel contrarre la spesa, ma nell’espanderla.

    Finanza, Economia e BancheStiglitz in effetti spera ancora che politiche di solidarietà provenienti dai paesi più ricchi permettano al progetto di rimanere in piedi: speranza che io, tuttavia, considero assolutamente vana, visto che i Tedeschi restano convinti che la colpa sia tutta nostra. Ma al di là di questo, non  voglio ora ripercorrere tutta l’analisi sui limiti dell’euro e le suepossibili implicazioni. Quello che qui mi preme far notare è che un economista americano e premio nobel, dovendo spiegare come mai l’Italia si trova in una recessione paragonabile a quella degli anni ’30, non parla di giustizia lenta, burocrazia inefficiente, spesa pubblica improduttiva, corruzione, mafie e tanto meno di Berlusconi. E questo non per scarsa conoscenza della realtà italiana, o perché quelli elencati non siano in effetti dei grossi problemi, ma semplicemente perché non sono i temi di questa crisi.

    Di questo bisogna farsene una ragione: contrariamente a quello che pensavamo, i principali responsabili non sono i nostri politici corrotti e i nostri costumi degenerati. Questi problemi ci sono davvero, provocano danni e meritano di essere denunciati con forza: ma non hanno un collegamento diretto con l’attuale recessione.

    Quando è partita l’impennata dello spread, politici e commentatori che avevano poca o pochissima familiarità con l’argomento, in mancanza di altra valide spiegazioni, hanno cominciato a tirare in ballo tutti i problemi storici del paese, veri o presunti che fossero.
    Chi era contro Berlusconi, accusò Berlusconi. L’esperto di giustizia accusò la corruzione. L’imprenditore accusò la burocrazia. Il liberista accusò la spesa pubblica; il ricercatore emigrato i tagli alla ricerca; il fiscalista l’evasione fiscale. Più in generale la gente se la prese con la politica e le sue spese. Di qui il guazzabuglio di ricette anti-crisi che promettono tutto e niente, mettendo a nudo solo l’inconcludenza e l’impreparazione della nostra opinione pubblica.

    Ma gli economisti veri hanno sempre saputo che è l’euro a generare gli squilibri. Per un po’ hanno provato a dare consigli su come cercare di farlo funzionare: ora, di fronte ai danni causati e all’ostinazione della classe dirigente europea, stanno cominciando a gettare la spugna. Alla fine di tutto questo discorso, dunque, sta una conclusione sola: se non si riconosce che è l’euro il responsabile di questo disastro, indipendentemente da cosa questo comporti, non si va da nessuna parte.

    europa-bceQuesta ammissione può costare parecchi sforzi ai tanti “europeisti” assolutamente in buona fede che ancora difendono a spada tratta i benefici della moneta unica. Eppure sono proprio costoro che oggi sono chiamati a mettere in discussione le loro posizioni, per quanta fatica ciò comporti. Non ci si può dichiarare “a favore dell’euro” così come ci si dichiara “cattolici” o “islamici”: l’euro non dovrebbe essere una religione, ma una scelta pratica che merita di essere abbracciata se e solo se i benefici superano i sacrifici. Per cui occorre anche considerare l’eventualità di cambiare idea, perché sbagliarsi è sempre possibile.

    D’altra parte a certi discorsi sui meravigliosi vantaggi della moneta unica abbiamo creduto un po’ tutti. Anche la linea di questa rubrica si è spostata molto nel corso degli ultimi mesi. All’inizio era palese la mia fiducia complessiva verso la bontà del progetto europeo e la mia convinzione che l’eccessiva spesa e l’evasione fiscale fossero tra le principali cause di questa crisi. Ci è voluto un lungo approfondimento e un lavoro di discernimento delle fonti di informazione per arrivare alla posizione attuale.

    Ma se io ho cambiato idea, qualsiasi altra persona altrettanto liberamente interessata ad informarsi ha il sacrosanto diritto di cambiare idea. Il pensiero unico che oggi non smette di ribadire l’indissolubilità dell’euro non è una prova che le cose stiano davvero così; al contrario, il fatto che chi è scettico rispetto alla moneta unica ai dibattiti televisivi praticamente non partecipa, trattato quasi come chi nega l’olocausto, è un po’ sospetto. Fa venire in mente che c’è già stato un passato in cui eravamo tutti fascisti, poi tutti americani, poi tutti comunisti, …

    Andrea Giannini

  • Calcio e lingua inglese: l’arte e la guerra, metafore concettuali

    Calcio e lingua inglese: l’arte e la guerra, metafore concettuali

    calcioLa scorsa settimana abbiamo parlato di metafore concettuali, ovvero di come ci serviamo di domini concettuali più “concreti” per comprenderne altri più “astratti”. Nel caso della metafora tanto cara a Uncle Scrooge / Zio Paperone, ovvero TIME IS MONEY (“il tempo è denaro”), troviamo nella lingua quotidiana alcune espressioni come to save time (“risparmiare tempo”) oppure to waste time (“sprecare tempo”). Forse è anche per colpa di questa metafora che nella nostra società corriamo da una parte all’altra stressandoci fino allo svenimento e dimenticandoci del perché ci stiamo affannando tanto…

    Come abbiamo già affermato, le metafore concettuali possono anche essere usate in maniera proditoria, per esempio per giustificare una guerra o per renderla più accettabile. A tale proposito, proprio perché le trappole linguistiche sono ovunque, si rende sempre più necessario uno sforzo da parte di ciascuno di noi di innalzare il livello della nostra coscienza critica, che rappresenta l’unico modo per formarci una nostra autentica opinione sui fatti e per non permettere ad altri di modellare a loro piacimento il nostro pensiero.

    Tornando alle conceptual metaphors, ci si potrebbe chiedere quale sia la loro origine. Spesso essa ha a che fare con la somiglianza che viene percepita essere presente tra il dominio concettuale più concreto e quello più astratto.

    Un caso interessante è quello delle partite di calcio. Svolgendo alcune ricerche sui resoconti di diversi match internazionali sui quotidiani inglesi e italiani, ho notato che normalmente una partita di calcio viene espressa ricorrendo a due metafore in particolare: quella “bellica” (war) e quella “artistica” (art). La prima si esprime  attraverso verbi e sostantivi quali:

    – to shoot (“tirare in porta,” ma anche “sparare”);

    – to attack (“attaccare”);

    – to defend (“difendere”);

    – crushing defeat (“sconfitta schiacciante”).

    Interessanti esempi della metafora “artistica” sono invece:

    – The goal was a masterpiece (“il gol è stato un capolavoro”);

    – Brazilian players are the artists of football (“i giocatori brasiliani sono gli artisti del calcio”);

    – If FC Barcelona is an orchestra playing a complex symphony, Xavi Hernandez is the conductor. (Se il Barcellona è un’orchestra che suona una complessa sinfonia, Xavi Hernandez ne è il direttore.)

    In effetti, se ci pensate, una squadra che gioca con eleganza può richiamare alla mente un concerto armonioso, mentre un contrasto portato con violenza riecheggia il tema della battaglia. A tale riguardo, è opinione purtroppo abbastanza diffusa che gli stessi istinti animaleschi che prima trovavano sfogo nei conflitti bellici ora siano stati canalizzati in modo meno distruttivo nelle competizioni sportive; gli scontri violenti tra opposte tifoserie sembrano in realtà dimostrare il contrario. Appare quindi necessario dare sfogo agli impulsi aggressivi dell’essere umano in altri modi, come affermato con la consueta lucida ironia dal grande filosofo britannico Bertrand Russell nel suo capolavoro Authority and the Individual: “Chiunque speri che, col tempo, sia possibile abolire la guerra, dovrebbe preoccuparsi seriamente del problema di soddisfare in modo innocuo quegli istinti che ereditiamo da lunghe generazioni di selvaggi. Per parte mia, trovo uno sfogo sufficiente nei romanzi polizieschi, nei quali, alternamente, mi identifico con l’assassino e col poliziotto che gli dà la caccia; ma so che ci sono persone per cui questo sfogo è diventato troppo mite, e a queste bisognerebbe fornire qualcosa di più forte.” Bye!

     

    Daniele Canepa

  • Maledette malelingue: “…così si dice in giro, sia di me che di te”

    Maledette malelingue: “…così si dice in giro, sia di me che di te”

    letteredallaluna-calamaioCiao, ti rubo un minuto. Vorrei chiederti se è vero che ti senti distante da tutto quello che ti circonda, che ti sembra inutile e pesante approfondire la tua conoscenza, che la tua curiosità si sazia scorrendo le agenzie di stampa e seguendo il telegiornale all’ora di cena. Mi piacerebbe sapere se è vero che ti senti fuori dai giochi e che non ti interessa più di tanto farne parte.

    È vero che ti distrae e ti rilassa la vita da avatar sui social network e la televisione accesa sullo sfondo? È vero che hai trent’anni e ti guardi intorno spaesato perché nessuno ti ha ancora offerto mille euro al mese per otto ore al giorno?

    Mi permetto di chiederti se è vero, a venti come a cinquant’anni, che non conosci la tua città, che non hai idea di come vengano amministrati gli affari pubblici e che ti accontenti di sapere che c’è qualcuno che si è preso per te la briga di farlo.

    È vero che l’unica cosa che conta è il tuo sedere, che ti incuriosiscono le vicende sentimentali dei famosi e che le tue conversazioni con gli amici hanno lo stesso taglio delle notizie sulla homepage di Yahoo?

    Perché vedi, così si dice in giro, sia di me che di te.

    Maledette malelingue.

     

    Gabriele Serpe