Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    economia-soldi-D6Mentre la secessione della Crimea continua a creare gravi tensioni in tutta la regione, riprendiamo il discorso fatto la settimana scorsa e chiediamoci quali scenari si aprono per noi una volta preso atto dell’inevitabile fallimento del progetto di un’unione federale europea (il famoso “più Europa”). Ai lettori più affezionati non sarà sfuggito che questo imminente tracollo politico è l’altra faccia della medaglia del preannunciato tracollo dell’euro. È dunque indispensabile, sotto ogni punto di vista, proiettarsi al di là di queste strutture e chiedersi come l’Italia possa affrontare un futuro in cui l’Unione Europea, ammesso che esista ancora, avrà di certo un peso politico ridotto.

    Il fatto che un commentatore “di provincia” come chi scrive possa prendersi il lusso di profetizzare con sicurezza la fine di un “sogno” economico-politico tanto ambizioso, proprio mentre tradizionali indicatori tipo lo spread non danno segnali d’allarme e le élite del nostro continente continuano a lavorare come se questa “Europa” avesse effettivamente un domani, non può più essere una discriminante. Come insegna la favola di Andersen basta un bambino per urlare: «il Re è nudo!».

    Ed in effetti il fallimento del sistema è lampante per chiunque non voglia far finta di niente, visto che, molto banalmente, ad oggi nessuno è in grado di intravvedere una soluzione realistica per l’eurozona. Non è che manchino le proposte tecniche: manca proprio la volontà di perseguirle (il che ci dice molto sui reali motivi per cui siamo entrati nell’euro). Per questo, anche fra i commentatori più qualificati, gli illusi sono rimasti in pochi: tutti gli altri o “auspicano” una soluzione, o sono pessimisti, oppure stanno già consigliando agli Stati di ritornare alle loro vecchie monete. Di certo la soluzione non sarà la tanto osannata lista Tsipras, per motivi ormai noti, ma che prometto di ricapitolare più avanti (magari nell’imminenza del voto di maggio).

    La questione, dunque, è di una notevole rilevanza. Se l’Europa come progetto politico ha fallito, perché dovrebbe farcela l’Italia? Non si rischia di proseguire sullo stesso tipo di errore? Se abbiamo sbagliato a volerci integrare su un piano più ampio, non sarà forse il caso, come sembra suggerire Grillo, di seguire la strada opposta e dunque di disintegrarci verso un piano più ristretto dove “piccolo è bello”?

    In effetti è il momento di andare a discutere un punto rilevante.

    Europa vs Italia

    I critici dell’euro, come il sottoscritto, spesso sottolineano che l’irrazionalità dell’eurozona dipende dal fatto che essa non è una area valutaria ottimale”, dal nome della teoria economica con cui Robert Mundell vinse il premio nobel nel 1961 e su cui Paul Krugman ha fatto il punto qualche anno fa. Ciò significa che la moneta unica è nata in barba alle considerazioni degli economisti, per cui ora stiamo in qualche modo scontando questa sorta di “peccato originale”.

    Questo concetto – vale a dire che esiste una razionalità economica di cui tenere conto quando si  progettano sistemi economici – sembra lanciare un monito forte: “bambini, non fatelo a casa!”. Sembra, cioè, che siamo stati avvertiti: un sistema economicamente prospero è un sistema che rispetta ben precisi requisiti. Dunque non è del tutto sbagliato chiedersi: l’Italia oggi è un’area valutaria ottimale?

    Sembra di si. Secondo Krugman i due fattori che si sono rivelati decisivi sono la mobilità dei lavoratori e l’integrazione fiscale. E l’Italia ha entrambe le cose: ha molti immigrati dal sud che lavorano al nord, e ha molti contribuenti del nord che si lamentano… perché pagano le tasse anche per il sud! Sembrerebbero esserci i requisiti, dunque, perché l’Italia possa essere considerata una realtà politica che rispetta una minima razionalità economica.

    Tuttavia un punto sollevato da quelli che vorrebbero vedere un futuro per l’euro è che nemmeno noi all’inizio eravamo un’area valutaria ottimale. Perché allora, se pure l’Italia della lira è durata 150 anni, l’Europa dell’euro dovrebbe fallire dopo 15? È un’ottima domanda, che merita una risposta diretta. La risposta è che Giuseppe Garibaldi non era un funzionario col Ph.D alla London School of Economics, ma un avventuriero col fucile. E non è affatto una battuta.

    Monumento di QuartoChe cosa era successo nel 1861, proprio a pochi metri dalla redazione di Era Superba? Era partita la spedizione di un manipolo di uomini (mille o giù di lì) che volevano conquistare il Regno delle Due Sicilie per il loro Re. E inaspettatamente ebbero successo. La nostra nazione, insomma, è stata, sul piano storico, il frutto della debolezza dei Borbone di Napoli e della benevolenza della flotta britannica, che non sfruttò la sua enorme superiorità nel Mediterraneo per interferire con le faccende italiane. Sul piano pratico, però, l’Italia è stata semplicemente il frutto di una conquista militare. Ovviamente c’erano gli idealisti che pensavano alle “genti italiche”; ma la realtà è che i confini vennero tracciati sparando.

    Questa soluzione brutale creò un legame semplice, che a sua volta poteva essere spezzato in un modo semplice: il sud avrebbe dovuto insorgere. E questo non accadde. Anzi, il meridione, visto che era semplicemente cambiato il padrone, al netto di tutte le tensioni, nel complesso se ne fece una ragione. Il punto centrale, tuttavia, è quello che accadde dopo la conquista: la classe dirigente piemontese, ispirata dal modello francese e inglese (di cui Cavour era un fervente ammiratore), ebbe la banale accortezza di capire che i territori ottenuti con la forza non sarebbero rimasti, se non si fossero trasformati in uno Stato. E siccome volevano un Regno, fecero quello che si sarebbe dovuto fare sulla base di criteri per l’epoca anche abbastanza moderni: pensarono che la prosperità sarebbe venuta non solo con un territorio esteso e forte, ma anche da una rete di infrastrutture, da un sistema industriale, un complesso di leggi coerenti, un’educazione pubblica, unità di misure standardizzate, forze di polizia, una tradizione comune, una lingua nazionale e certamente anche un’unica moneta. L’idea di «Italia» in quanto nazione era perfettamente funzionale al raggiungimento di questo scopo.

    I risultati furono tutt’altro che perfetti: ancor oggi la “questione meridionale” è più che mai attuale, e trova riscontro, sul piano economico, in differenti livelli di inflazione. Eppure dopo 150 anni siamo ancora qui tutti insieme, nonostante le tensioni di due guerre mondiali e vent’anni di dittatura. Questo è stato possibile, per l’appunto, perché l’Italia fu unita con la forza, ma fu tirata su con l’obiettivo di diventare uno Stato a tutti gli effetti, sia in senso pratico che in senso ideale: dunque un forte vincolo occasionale si poté trasformare in un (abbastanza) forte vincolo duraturo.

    E l’Europa? L’Europa si è unita in modo consensuale con l’obiettivo di un benessere più esteso: e questa è tutta un’altra storia. In questo caso a un debole vincolo occasionale non ha fatto seguito alcun vincolo più forte: per cui, senza il benessere, il castello di carte è destinato a crollare. E se ancora vi chiedete perché non è stata sfruttata l’occasione dell’euro per rinsaldare i vincoli comunitari o se siamo ancora in tempo per rimediare, significa che non avete capito niente di questa crisi: eppure ve lo avevo spiegato.

    Abbiamo chiarito che per i Savoia e i loro ministri, l’obiettivo era avere un Regno: e nel 1861 quel regno era tutto da costruire. L’establishment europeo, al contrario, dopo l’euro ha fatto poco o nulla: significa allora che nel 2002 l’obiettivo era già stato raggiunto. Il vero obiettivo, infatti, non è mai stato mettere in pratica le convinzioni di un Altiero Spinelli: l’obiettivo era liberalizzare i movimenti di capitali, eliminare il rischio di cambio nelle transazioni, favorire l’economia finanziaria e scaricare sui salari gli eventuali aggiustamenti.

    Quale “Stato” per la penisola italiana?

    LItalia-sono-anchioÈ dunque pretestuoso domandarsi se l’Italia abbia un senso come spazio giuridico, politico e culturale: ce l’ha perché sono 150 anni che, tra alterne vicende si lavora per questo. È tuttavia possibile pensare che altre strutture più piccole e snelle riescano a fare meglio di quello che ha fatto lo Stato italiano. Il mio parere su questa questione è piuttosto semplice: se ci credete davvero e siete disposti a lavorare in questo senso, allora buona fortuna! Ne avrete davvero bisogno.

    Ormai dovremmo aver capito che tutte le costruzioni umane dipendono essenzialmente dall’uomo stesso, dalla sua fatica e poi certo dalla buona sorte. Se ci sono le condizioni favorevoli, nulla vieta che un domani si formi un autonomo “Stato Lombardo” o un vasto “Stato Pontificio” o – perché no? – che rinasca il Regno delle Due Sicilie: dipenderà appunto dal contesto e dalle motivazioni degli uomini. Ma se così stanno le cose, la vera domanda è: dobbiamo desiderare Stati regionali più piccoli? A mio modesto avviso il gioco non vale la candela.

    Ovviamente, se ragionate nel quadro che ci offrono quotidianamente i media, l’Italia non ha scampo: anzi, sembra un miracolo che siamo arrivati vivi fino a qui. Qualsiasi altra soluzione, pertanto, sarebbe meglio del vecchio sogno di Garibaldi e Cavour. Ma la realtà è che da soli avevamo fatto relativamente bene dal dopoguerra in avanti. La crisi che stiamo vivendo – lo sappiamo – non dipende tanto da noi, quanto dall’euro. Ad esempio, il calo della produttività media che si registra da fine anni ’90 rispetto alla Germania è attribuibile proprio all’adozione di un cambio rigido. Pertanto, fuori dalla moneta unica, chi ci garantisce che sul nostro territorio unioni politiche alternative all’Italia possano ottenere risultati migliori?

    Nessuno ce lo può garantire: anzi, l’enorme lavoro, la fatica e il dispendio di risorse e di uomini necessario a concepire e realizzare nuove comunità politiche è tale, a fronte di una totale incertezza sull’esito finale, da scoraggiare qualsiasi persona di buon senso. Dunque privarci della nostra «Italia» (e di una sua moneta) sarebbe una scelta tanto rischiosa quanto inutile, che penso nessuno in una società non del tutto sclerotizzata vorrebbe perseguire davvero (dunque, ne sono convinto, nemmeno Grillo o la Lega).

    Se poi volete proprio ragionare in astratto, partendo dalla teoria per capire quello che serve per costruire una comunità politica (al netto della forza bruta), ci torna utile quanto avevo detto la scorsa settimana. Il senso del ragionamento era che lo scopo di una comunità è il benessere dei suoi membri: cosa che a sua volta richiede tanto un certo livello di compenetrazione economica che un certo sentimento di appartenenza. Ebbene: sulla base di questi criteri come rifareste l’Italia?

    Il compito non è facile, perché non è chiaro dove questi criteri (su cui già non tutti saranno d’accordo) si manifestino in modo netto. Dividereste l’Italia tra Nord e Sud? E mettendo Roma dove? O forse è meglio dividerla in tre? E cosa dire della “Padania” della Lega o del Regno delle Due Sicilie che Grillo ha tirato fuori dal cilindro? Il folklore del Carroccio sarebbe un’identità padana? E se guardassimo alle regioni? Pensiamo che uno di Ventimiglia abbia più da spartire con un francese o con uno delle Cinque Terre? E se provassimo a fare le macroregioni? Mettereste insieme persone solo perché si scambiano prodotti ma non parlano la stessa lingua? Riprovereste davvero con il mito tecnocratico che sta distruggendo il continente?

    Conclusioni

    Non credo sussistano molti dubbi: nell’immediato l’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. Le ragioni per cui il caro, vecchio Stato italiano spicca come la struttura politica più adatta a perseguire le nostre aspirazioni di benessere dipende semplicemente dal fatto che esso è stato costruito per questo nel corso di decenni lunghi e faticosi: e adesso non ha alcun senso ricominciare da capo a costruire qualcosa di alternativo.

    Il vero problema oggigiorno è l’euro, tolto il quale gli Stati potrebbero recuperare varie forme di coordinamento a livello europeo e globale. E senza la moneta unica, che non serve ad allentare le tensioni ma a crearle, è probabile che molte spinte autonomiste in giro per l’Europa perderebbero di forza. Tuttavia non saprei dire – né spetta a me farlo – se, una volta ripristinate le valute nazionali, per la Scozia o per le Fiandre abbia ancora un senso avanzare pretese di autonomia. In fin dei conti queste sono questioni che riguardano i singoli Stati. Certamente ciò da cui dovremmo guardarci una volta usciti dall’euro è l’ideologia che l’ha sostenuto: un’ideologia che attacca lo Stato per dissacrare ogni forma di autorità pubblica e affermare interessi privati.

    Andrea Giannini

  • Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    EuropaQualche giorno fa Beppe Grillo posta sul suo blog una serie di “considerazioni storiche” sul futuro del paese e sulla possibilità (auspicio?) che l’Italia finisca per dividersi. Tra gli altri, Il Giornale commenta con un titolo geniale: Grillo sale sul Carroccio”. Tuttavia nella realtà il comico non sta propugnando una precisa linea separatista. Piuttosto, come è sua abitudine, attraverso domande e periodi ipotetici, lancia il sasso e poi nasconde la mano. È il solito giochino del “megafono del movimento” che la spara grossa per ottenere la più ampia visibilità mediatica. L’obiettivo è sempre raccattare i delusi in circolazione con messaggi sufficientemente forti da dare l’impressione che la nuova forza politica sia portatrice di mutamenti radicali, ma anche sufficientemente ambigui per evitare di doversi schierare nettamente in un modo, allontanando dal movimento quelli che la pensano al modo contrario. È una strategia che abbiamo visto all’opera a proposito del tema dell’euro: e tra l’altro, a questo riguardo, i nodi stanno venendo al pettine, visto che qualcuno ha già cominciato a rinfacciare al movimento di non avere una propria posizione.

    Dunque certamente non si deve scambiare l’abitudine di Grillo alla boutade per un manifesto programmatico. Purtuttavia, ciò detto, non bisogna nemmeno sottovalutare la sua capacità di puntare con decisione ai “fronti caldi”. Infatti anche in questa occasione il comico genovese ha toccato un nervo scoperto. Dopo essersi costruito un consenso con il tema dell’autoreferenzialità della Casta e dopo averlo consolidato con il tema della critica all’Europa (punti su cui gli altri partiti sono poi stati costretti ad inseguire), Grillo conferma per la terza volta un’indiscutibile capacità di anticipare gli argomenti clou della politica andando a mettere il dito nella ferita aperta. E il tema scottante, oggi, è il nodo irrisolto del ruolo degli «Stati nazionali».

    È un peccato che il fondatore del M5S abbia partorito un soggetto politico con limiti strutturali e premesse ideologiche assurde: perché il fiuto davvero non gli mancherebbe. O forse sono gli altri ad essere particolarmente indietro. Comunque sia, resta il fatto che in Europa c’è un enorme problema di identità e di istituzioni politiche: e mentre gli altri si baloccano con le quote rosa, Grillo si è già mosso per cavalcare quest’onda a modo suo.

    Senza dubbio il comico ha intuito che il vaso di Pandora si sta scoperchiando con le tensioni in Ucraina e la decisione della Crimea di staccarsi da Kiev per riavvicinarsi a Mosca. Questo delicato passaggio pone infatti urgenti questioni di legittimità (come notano, tra gli altri, Panorama e l’economista Jacques Sapir). Tuttavia esistono da tempo altri problemi: la Scozia che si esprimerà sull’indipendenza dall’Inghilterra il prossimo 18 settembre; la Catalogna che vorrebbe votare per staccarsi da Madrid il 9 novembre (ma è più decisamente osteggiata dal governo spagnolo); infine la contrapposizione in Belgio tra fiamminghi e valloni, che può portare il paese a fare la fine della Cecoslovacchia. Su quest’onda altre cause separatiste, come quella corsa, quella basca e quella irlandese, per non parlare di quella leghista in casa nostra, rischiano di riaccendersi.

    Tutte queste vicende sono legate da un filo rosso che passa per Sebastopoli e arriva fino alla villa del comico a Sant’Ilario. Questo filo è evidentemente il fallimento del progetto politico europeo e la necessità che da qui segue di ripensare il ruolo dello Stato e il senso delle comunità nazionali in un mondo globalizzato. La vicenda ucraina, per il momento, interessa l’Unione Europea solo di riflesso; nel senso che rapportarsi a spinte autonomiste in “politica estera”, per di più con uno Stato che un domani potrebbe chiedere di diventare membro, pone un problema di coerenza nell’atteggiamento da tenere verso le analoghe spinte in “politica interna”. Ma tutto il resto, da Edimburgo a Varese, è l’espressione diretta dell’inconsistenza del progetto federale europeo.

    Autorità pubblica e identità nazionale

    italia-europa-politicaSe mi è concesso banalizzare un po’ un problema altrimenti troppo complesso, direi che l’autorità pubblica, e quindi le istituzioni ad essa collegate, hanno senso unicamente in quanto espletano una semplice funzione: la collezione delle risorse pubbliche, ossia, in una parola, la riscossione delle tasse. Per realizzare degli scopi a livello collettivo, infatti, occorre qualcuno che abbia il consenso per usare le risorse di tutti a fini comuni. E il fine ultimo è certamente il benessere della comunità.

    Tuttavia decidere sui modi in cui si persegue questo benessere e il fatto che il benessere di alcuni possa facilmente entrare in contrasto con il benessere di altri può spezzare l’unione di un gruppo sociale e delle sue istituzioni. Per questo si dice che la comunità ha bisogno di un “senso di appartenenza”: i singoli devono riconoscersi come membri di un’entità collettiva, la cui sopravvivenza valga qualche compromesso individuale e qualche sacrificio. Occorre, insomma, in termini spiccioli, benevolenza, comunicazione e comprensione reciproca, cosa che richiede inderogabilmente il riconoscimento tra i membri di una comunità di tratti comuni.

    Questo “senso di identità” comunitario deve essere evidentemente esclusivo. Come appartenenti al genere umano abbiamo certamente tutti dei caratteri comuni. E all’opposto come individui siamo tutti unici e diversi. Ma da un punto di vista sociale e culturale siamo simili ad alcuni e diversi da altri. Le comunità si definiscono e si riconoscono, dunque, grazie a un’identità comune ed esclusiva. Ciò non toglie che, come si diceva, il senso di una comunità è il mantenimento del suo benessere: tuttavia la precondizione perché si realizzi la ricerca collettiva del benessere è il superamento delle diffidenze reciproche attraverso la costituzione di un’identità collettiva.

    Questa almeno, a grandi linee, è stata la lezione che ci aveva consegnato la modernità fino al secolo scorso, quando due guerre mondiali hanno posto il problema di come evitare il rischio di nazionalismi conflittuali. A questo argomento, poi, si sono aggiunte le dinamiche della globalizzazione, interpretata come sviluppo di fenomeni e soggetti transnazionali che richiedono una forma di controllo politico più elevato rispetto alle singole autorità nazionali.

    L’Europa (mai) Unita

    [quote]Quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato[/quote]

    europa-bceIl progetto di unificazione europeo va considerato in questo contesto. Nelle intenzioni esso doveva essere, da un lato, una prima risposta politica ai problemi posti dalla globalizzazione e dal rischio della conflittualità tra nazioni; dall’altro lato, come autorità pubblica, avrebbe dovuto basare il proprio consenso su un benessere generale conseguito attraverso la mera gestione tecnocratica. In altri termini, secondo le élite che hanno guidato il processo, non sarebbe stato necessario tanto fondare il consenso su ragioni ideologiche o identitarie: sarebbe bastata la prosperità economica, garantita dai governanti in virtù della loro conoscenza tecnica delle leggi dell’economia.

    Il problema dell’identità, cui facevamo accenno prima come indispensabile, veniva eluso facendo la somma delle identità preesistenti. Non c’era, infatti, e non c’è mai stata, alcuna riflessione su una possibile “identità europea” diversa da altre identità culturali e politiche nel mondo. Tra Gran Bretagna, Spagna e Danimarca non ci sono, al fondo, tratti comuni particolari che non siano al contempo condivisi da Canada o Nuova Zelanda. Questo significa che quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, che ha una lingua e una visione politico-economica di derivazione anglosassone.

    Pertanto, senza una vera identità comune e con un approccio multiculturale, il risultato del tentativo di unificazione l’Europa non poteva essere che l’esaltazione delle componenti identitarie locali. Infatti, se il progetto politico è la “nazione”, è ovvio che c’è un superiore “interesse nazionale” al quale le aspirazioni locali, in ultima analisi, si devono piegare: l’integrità della Spagna, in quest’ottica, viene prima delle esigenze di autonomia della componente basca. Se però, al contrario, gli Stati dovranno alla fine confluire verso un super-Stato federale europeo, in un quadro di equidistanza e pari dignità di tutte le componenti, allora è chiaro che baschi, catalani, andalusi e spagnoli hanno tutti lo stesso diritto a vedersi riconoscere un’eguale autonomia. Ecco dunque come la spinta centripeta del progetto federale riveli in realtà un esito centrifugo all’affermazione di identità locali.

    Questo processo disgregativo, per di più, è esasperato dalla crisi economica: una crisi che, giova ricordarlo, è tutta europea. Il ripiegamento su stessi viene vissuto, dunque, non solo come il diritto all’affermazione della propria identità, ma anche come la risposta a un problema economico che l’Unione Europea non sa affrontare. Le “regole europee”, espressione di un tecnicismo centralizzato favorevole alle multinazionali (non certo alla salvaguardia delle economie locali), diventano l’odioso simbolo di un disagio troppo grande. E così è completo il fallimento del progetto federale, che prima ha preteso di poter dare benessere con la tecnica ignorando il problema politico dell’identità; e oggi fallisce anche quell’obiettivo di benessere che era la sua unica ragione, regalando povertà e disoccupazione e tirando il freno alla ripresa globale.

     Il futuro

    Agli Stati per anni è stato raccontato che tutti i loro problemi dipendevano dalla mancanza di un’entità politica più grande: ora che l’Unione più grande ce l’abbiamo e i problemi sono aumentati a dismisura, ci si può ancora ostinare a credere che l’integrazione raggiunta sia insufficiente (ossia che ci vuole “più Europa”), ma non si può davvero biasimare chi invece va alla ricerca di una maggiore autonomia locale. L’ormai prossima fine del progetto europeo, dunque, non ci riporterà magicamente alla situazione che c’era prima di Maastricht; ma ci consegnerà a una situazione di forte incertezza politica causata dalla demolizione delle precedenti certezze. È il frutto amaro di una lotta ideologica allo Stato che va avanti da almeno trent’anni e che a questo punto dovremmo ripensare.

    A questo proposito la settimana prossima esamineremo il caso dell’Italia, cercando di trarre la giusta lezione dal fallimento dell’Europa e provando a domandarci se davvero parlare di “nazione italiana” nel terzo millennio, come lascia intendere Grillo, non abbia più alcun senso.

     

    Andrea Giannini

  • Cosa avete capito della crisi ucraina? Non ci sono buoni e cattivi e neanche invasioni militari

    Cosa avete capito della crisi ucraina? Non ci sono buoni e cattivi e neanche invasioni militari

    Proteste in UcrainaScrive Marcello Foa: “Che cosa avete capito della crisi ucraina? Verosimilmente che il popolo ucraino si è ribellato contro un presidente arrogante e autoritario, Viktor Janukovyč, il quale ha cercato di reprimere la protesta, uccidendo decine di persone, ma che alla fine è stato destituito. La Russia si è arrabbiata e per ripicca ha invaso la Crimea. Confusamente tu, lettore, avrai capito che il popolo vuole entrare nell’Unione europea, mentre Janukovyč e, soprattutto, Mosca si oppongono. Fine”.

    È una sintesi perfetta di quello che dicono chiaro e tondo alcuni illustri commentatori; ma soprattutto è una sintesi di quello che indirettamente, nei racconti e nelle testimonianze giornalistiche “oggettive”, è considerato “implicito”, scontato, che non occorre approfondire perché – c’è da presumere – è ovvio. Siamo di fronte, in buona sostanza, al classico frame giornalistico: un contesto, una cornice (frame, in inglese), di senso e di valore che, in un modo o nell’altro, si costituisce nell’immediatezza di un evento per inquadrarlo o favorirne la divulgazione e che poi resta come riferimento implicito per gli sviluppi futuri. È un’interpretazione semplificata; che però è dura a morire, soprattutto se ingloba giudizi e pregiudizi.

    Nel caso della rivolta ucraina, per esempio, si fa presto ad identificare “i buoni” con il blocco diplomatico USA-UE e “i cattivi” con la Russia di Putin. Stati Uniti e Unione Europea sono una realtà “occidentale” con molti difetti, ma con una vitale caratteristica: la democrazia. Dall’altra parte, invece, abbiamo quello che resta del vecchio impero sovietico, una realtà “orientale” che tradizionalmente associamo al centralismo e alla dittatura. E bisogna pur ammettere che questa Russia conservatrice, ostile agli omosessuali, governata da oligarchi ed ex-agenti del KGB, non appena la situazione si è surriscaldata, ha subito fatto ricorso alle armi. Come non solidarizzare, dunque, con le “proteste pacifiche” degli ucraini e non condannare le mosse di Putin, che di colpo riaprono scenari da guerra fredda?

    In realtà qui nessuno vuole “riabilitare” Putin. Nessuno dubita che in Russia succedano cose riprovevoli: ma questa considerazione che rilevanza ha ai fini della crisi ucraina? Davvero tutto sta accadendo perché Putin è cattivo e “fuori dalla realtà”? Davvero siamo davanti solo all’ennesimo dittatore folle? Davvero due superpotenze mondiali sono finite in questo vortice semplicemente perché, come nei vecchi film western, i “pellerossa” sono assetati di sangue e i “cowboy” pensano alla giustizia e alla difesa degli oppressi?

    Difficile crederlo. La logica dei “buoni” e dei “cattivi” può funzionare nei cartoni animati: ma dovremmo sapere che la realtà è un po’ più complessa, sia per quanto attiene, a un livello filosofico, le azioni morali degli uomini, sia per comprendere le ragioni e le strategie della politica estera internazionale. Se il problema fosse solo salvare gli oppressi, infatti, che dire dei centinaia di conflitti e genocidi sparsi in giro per il mondo che lasciano spesso indifferenti Russia, Stati Uniti, Cina e le altre potenze? Che dire ad esempio dei massacri nella Repubblica Centrafricana, che purtroppo ha il torto di essere uno dei paesi più poveri della terra? Se tutti sono così interessati all’Ucraina, allora, dobbiamo concludere che non è solo una questione di giustizia. E’ probabile, anzi, che il paese abbia una qualche rilevanza di qualche altro tipo.

    Stando a quello che si può leggere in giro ci sono almeno quattro ordini di interessi in ballo:

    1) una questione strategica, con le tensioni sullo scudo antimissile che la NATO sta dispiegando in Europa per difendersi (ufficialmente) da Iran e Corea del Nord;

    2) una questione energetica, con la fornitura di gas russo che passa per l’oleodotto ucraino;

    3) una questione doganale, con Kiev che si ritrova stretta tra le ambizioni commerciali dei mercati dell’Unione Europea (soprattutto la Germania) e quelle dell’Unione Doganale Eurosiatica;

    4) una questione economica, con l’abbandono delle politiche neo-liberiste promosso da Putin in favore della nazionalizzazione di alcuni grandi compagnie (come appunto il colosso dell’energia Gazprom).

    È evidente, dunque, che USA, UE e Russia non si stanno confrontando sulle legittime aspirazioni del popolo ucraino, bensì su una conflittuale aspirazione all’egemonia e su precisi interessi economici, che naturalmente rimangono nascosti dietro la propaganda di parte. Così, quella che per gli Stati Uniti e l’Europa è un’aggressione militare, per i russi è la risposta ad un colpo di Stato architettato dai servizi segreti stranieri. E, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la versione russa non è meno credibile della versione che danno i media occidentali allineati.

    Ma come – insorgerà qualcuno –, non è forse vero che la Russia ha invaso la Crimea con i suoi militari? Tecnicamente no. I russi dispongono di basi militari a Sebastopoli grazie ad un preciso accordo bilaterale (che scade nel 2017): esattamente come fanno gli americani, che hanno basi anche da noi, in Italia. Quello che la Russia ha fatto negli ultimi giorni è stato aumentare il contingente: una prova muscolare, ma non certo una “invasione”.

    D’accordo – dirà qualcun altro – ma come si fa a credere alla versione del colpo di Stato dei servizi stranieri? Si può: perché è già successo. Secondo la prestigiosa rivista americana Foreign Policy, nel passato sono stati almeno sette i colpi di Stato in cui risulta accertato l’intervento dalla CIA: Iran (1953), Guatemala (1954), Congo (1960), Repubblica Dominicana (1961), Vietnam del Sud (1963), Brasile (1964) e Cile (1973). In Iran, in particolare, con la famosa operazione Ajax si sfruttarono per la prima volta manifestazioni di piazza pilotate.

    Si, va bene – obietterà un terzo – ma non è evidente che la protesta ucraina è una pacifica manifestazione popolare? Direi di no: piuttosto rischia di trasformarsi in una rivolta nazionalista a sfondo fascista. Scrive ad esempio Romano Prodi sul New York Times: “Molti o persino la maggior parte di coloro che protestano sono sinceri e vogliono un’Ucraina pacifica che sia stabile e democratica. Ma c’è anche una fazione violenta che sta occupando i palazzi governativi e attaccando gli agenti di polizia con armi da fuoco e esplosivi. Essa include gruppi nazionalisti di ultra-destra come “Right Sector”, un nuovo movimento estremista, e “Svoboda”, un’organizzazione apertamente antisemita che è ad oggi la terza forza politica di opposizione”. Ancora, Barbara Spinelli su Repubblica: “Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale – non denunciato a Occidente – forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è Stepan Bandera, che nel ’39 collaborò con Hitler”.

    La Spinelli riconosce un altro dato incontrovertibile: la forte componente russa della popolazione ucraina. “È sbagliato chiamare l’Est ucraino regioni secessioniste perché “abitate da filorussi “. Non sono filo-russi ma russi, semplicemente. In Crimea il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino)”. Aggiungo che Janukovyč, per quanto indubbiamente legato a Putin e agli interessi della Russia, non è certo andato al potere con la forza: al secondo turno delle presidenziali del 2010 è stato eletto con il 51,8% di consensi in un voto fondamentalmente regolare e democratico (secondo quanto stabilito da una missione della stessa Accademia Europea per l’Osservatorio sulle Elezioni).

    A fronte di tutto questo, dunque, se gli USA mandano il segretario John Kerry a Kiev per commemorare i caduti di Euromaidan e incoraggiare la rivolta in uno Stato che è un potenziale alleato russo a soli 850 km da Mosca, è evidente che quella che stanno cercando è una deliberata provocazione a Putin.

    Occorre pertanto ristabilire un po’ di equilibrio. Non è facile capire dall’Italia cosa stia realmente succedendo in Ucraina: ma è chiaro che non si può prendere per oro colato una singola versione. L’Ucraina è scissa in varie componenti ed è sull’orlo del default economico: una combinazione di fattori che può essere sfruttata dalle varie potenze per estendere un’influenza decisiva su Kiev. Quel che è certo è che in questo intreccio di interessi che divide la stessa Unione Europea, in questo contenzioso tra potenze egemoni che ci riporta indietro di trent’anni, proprio non ci sono “buoni”.

    Andrea Giannini

  • Terzo premier “non eletto”? Il vero deficit democratico è un altro: bentornata austerity

    Terzo premier “non eletto”? Il vero deficit democratico è un altro: bentornata austerity

    italia-europa-politicaSi sente dire qua e là che “Renzi è il terzo premier non eletto“, intendendo evidentemente con questa espressione “non eletto dai cittadini”. In effetti è evidente lo scarso rispetto mostrato per la democrazia al momento della formazione dei governi. Tuttavia bisogna fare attenzione, perché, messo in questi termini, il tormentone rischia di rivelarsi un messaggio subliminale funzionale alla propaganda dei soliti dogmi (ovvero quel “luogocomunismo” cui accennavo la settimana scorsa).

    Difatti, se davvero i fallimenti degli ultimi due governi fanno capo a Presidenti del Consiglio “non eletti” (nel senso che nessun elettore ha mai messo una croce sul nome di quel candidato ), allora  viene spontaneo pensare che il problema possa essere individuato nel sistema di selezione affidato ai “giochi di palazzo”; e che dunque, per invertire la rotta, occorra “far scegliere alla gente”. L’allusione è evidente: quello di cui avremmo bisogno è, in una parola, il presidenzialismo.

    Tuttavia nella storia repubblicana, anche prima di Monti, nessun premier è mai stato votato direttamente dai cittadini. Viviamo ancora, infatti, – checché se ne dica – in una repubblica parlamentare: gli elettori votano i partiti o le coalizioni che siederanno in Parlamento; dopodiché spetta al Presidente della Repubblica nominare il Presidente del Consiglio, ossia colui che, sulla base delle consultazioni avviate, si suppone possa disporre di una maggioranza e dunque ottenere un voto di fiducia. La prassi è la stessa anche in caso di crisi di governo: il Presidente della Repubblica verifica se ci sono le condizioni per formare altre maggioranze; altrimenti si torna al voto. E’ sempre andata così.

    La questione del “premier eletto” è piuttosto un vecchio pallino di Berlusconi, che la sinistra ha dovuto rincorrere come sempre. Secondo il Cavaliere, il fatto di proporre in campagna elettorale una precisa leadership, dichiarata anzitempo agli elettori e plasticamente rappresentata dalla dicitura “Berlusconi Presidente” sul logo della coalizione, trasfigurerebbe il nostro sistema, de facto, in senso presidenziale. Di qui tutte le elucubrazioni sulla cosiddetta “costituzione materiale”: dato che i partiti hanno inaugurato una certa prassi (costituzione materiale), allora sarebbe necessario modificare di conseguenza le leggi (costituzione formale) – un po’ come dire che, siccome nessuno si ferma più col rosso, tanto vale abolire i semafori.

    Purtroppo per i suoi detrattori, però, fintanto che non viene modificata, la nostra Costituzione resta in vigore così com’è: e sulla base di questa Costituzione non c’è nulla di formalmente sbagliato nel fatto che Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi siano stati incaricati da Giorgio Napolitano e abbiano ottenuto la fiducia del Parlamento.

    Ma allora dove sta lo “scarso rispetto per la democrazia”? Il vero deficit democratico sta nella difformità tra quello che i partiti promettono prima del voto e quello che fanno dopo.

    Le logiche che portarono Monti a Palazzo Chigi furono scellerate; ma all’epoca la politica si trincerava dietro la supposta emergenza, l’incertezza delle elezioni e il consenso costruito attorno alla figura dell’ex-commissario europeo: con queste giustificazioni si poté adoperare la formula delle larghe intese per varare dolorose misure di austerità. Con la caduta di Monti, però, i partiti si presentarono in campagna elettorale col timore di venire bastonati dagli elettori, a causa degli effetti recessivi del rigore contabile. Il PD, ad esempio, cercò di recuperare giurando eterna inimicizia a Berlusconi e promettendo di coniugare rigore e crescita; ma questo non bastò a evitare che il responso delle urne fosse schiacciante: come venne riconosciuto da pressoché tutta la stampa internazionale, gli Italiani avevano punito le larghe intese e bocciato l’austerity. Lo scandalo è che questo inequivocabile verdetto viene da allora sistematicamente ignorato.

    Già con il governo Letta abbiamo avuto la riedizione delle larghe intese che lo stesso ex-premier aveva abiurato in campagna elettorale. Oggi il governo Renzi tira un secondo, sonoro ceffone alla sovranità del popolo, con la nomina – che è un’autentica provocazione – di Pier Carlo Padoan al dicastero dell’economia.

    Padoan, il cui curriculum e competenza di esperto non sono in discussione, è stato l’uomo forse più rappresentativo della filosofia dell’austerity. Lo dimostra anche il fatto che il premio Nobel Paul Krugman – probabilmente il più illustre esponente della critica all’austerità a livello mondiale – abbia fatto di Pier Carlo Padoan e dell’OCSE, che allora il nostro compatriota dirigeva, un vero e proprio idolo polemico.

    Krugman ha scritto (aprile 2013) che il parere dato dall’OCSE agli USA nel 2010 (alzare i tassi per frenare inesistenti aspettative inflattive) “potrebbe essere considerato il peggiore consiglio mai dato dalle maggiori organizzazioni internazionali – peggiore di quelli dati dalla Commissione Europea, peggiore di quelli dati dalla Banca Centrale Europea”. Ha poi commentato l’esortazione di Padoan a proseguire nel consolidamento fiscale, perché “la vittoria” sarebbe “a portata di mano”, con queste parole: “Credo che questa sia l’eurolingua per dire: il massacro continuerà finché il morale si risolleverà”. Più tardi (settembre 2013) ha aggiunto: “L’OCSE in generale, e in particolare Pier Carlo Padoan, in qualità di capo economista, sono stati tra i più grandi e tra i primi accaniti sostenitori [cheerleaders] dell’austerità; quindi è chiaro perché non vogliano ammettere che di fatto hanno spinto l’Europa in un disastro”.

    Insomma, indipendentemente da come si muoverà il governo Renzi e dalla valutazione che se ne darà, è evidente già ora che non si poteva trovare in tutto il mondo un ministro dell’economia più titolato a riprendere e proseguire l’opera di Monti; il che testimonia la pervicace volontà antidemocratica di questa classe politica, che continua a ignorare il voto degli Italiani per accontentare i diktat europei.

    Andrea Giannini

  • Grillo vs Renzi, la sagra delle polemiche inutili e i veri limiti del Movimento 5 Stelle

    Grillo vs Renzi, la sagra delle polemiche inutili e i veri limiti del Movimento 5 Stelle

    Beppe GrilloQuasi ogni giorno arrivano conferme del fatto che il Movimento 5 Stelle è un progetto politico deficitario. Un episodio rivelatore è proprio quello recente della “non-consultazione” in streaming con Renzi: ma a questo riguardo occorre subito precisare per quali aspetti questa “scenetta” non è rilevante.

    La sagra delle polemiche inutili

    Ovviamente non ci interessa il “fascismo verbale” e le altre amenità che piacciono tanto alla maggioranza dei detrattori: quello è solo folklore. Neppure si può sostenere, come ho già avuto occasione di dire, che al M5S manchi coerenza

    Sappiamo già che i nuovi arrivati in Parlamento si propongono innanzitutto di mandare a casa la vecchia politica, identificata nella forma-partito tradizionale fatta di dirigenti autoreferenziali e accordi presi alle spalle degli elettori: e dunque era piuttosto prevedibile che non si potesse fare eccezione per un Renzi qualsiasi solo perché all’anagrafe conta 39 anni. Né si può dire che Grillo avesse ricevuto un mandato preciso per cercare il dialogo. La votazione on-line promossa tra gli iscritti doveva decidere sull’opportunità o meno di partecipare – cito letteralmente – a “una farsa”: per cui non si può concludere che la consultazione sia stata un’occasione sprecata, dato che l’utilità della cosa era evidentemente esclusa sin dal principio. E non si tratta certo di un’idea personale di Grillo calato dall’alto: al contrario, stiamo parlando di quella che da sempre è la linea ufficiale del movimento.

    Ovviamente si può essere in disaccordo; e ci si può anche chiedere che senso abbia partecipare a una votazione in cui decidere, sostanzialmente, se insultare Renzi di persona o spedendogli una cartolina. Ma un iscritto al movimento non si può lamentare con Grillo perché fa quello che ha sempre sostenuto e praticato. La realtà è che probabilmente molti si sono avvicinati alla nuova forza politica senza capire bene di cosa si trattasse: e ora cominciano a rendersi conto di tutti quei limiti che forse si intuivano da subito e che ad oggi ancora non sono stati affrontati.

    Limiti strutturali

    Beppe GrilloSembra dimostrarsi corretto, ad esempio, quello che avevo scritto due anni fa: ossia che l’idea di sfruttare la verve comunicativa di Grillo, alla lunga, si sarebbe rivelata un’arma a doppio taglio; perché, se da un lato porta consensi, dall’altro impedisce la formazione di una leadership interna con una visione politica e un programma alternativo, e con ciò messa in grado di rispondere all’elettorato e di confrontarsi con le altre forze politiche.

    L’idea stessa che si possa rinunciare a una leadership e ad una visione politica semplicemente ricorrendo a consultazioni sulla rete (anche questo lo avevo scritto) alla prova dei fatti non sta funzionando. Ogni volta che c’è da decidere qualcosa Grillo deve trovare degli esperti fidati, metterli sul web, avviare una discussione e indire una votazione: il che è tutto molto bello, se non fosse che, nel mentre, le altre forze politiche hanno già trovato un accordo per votare quello che piace a loro. E non è solo un problema pratico: è anche un problema ideologico.

    Le votazioni on-line finiscono spesso in sostanziale parità, col risultato che pochi voti possono ribaltare completamente la linea di tutto il movimento. Cosa succederebbe se la votazione venisse ripetuta e il risultato fosse diverso? Di Maio e Di Battista si dovrebbero mettere a difendere di colpo la tesi contraria? È evidente, insomma, che una proposta politica si riconosce soprattutto dalle idee; che è con il merito dei contenuti, e non solo per un metodo, che si può chiedere il voto agli elettori; e infine che non si può rinunciare ad avere un’anima in cambio di un sondaggio su internet.

    Limiti di programma: occhio al luogocomunismo

    La scenetta del “colloquio” con Renzi dovrebbe far venire qualche perplessità anche per quello che riguarda il merito delle proposte. Ad esempio: com’è che il Partito Democratico (Grillo dixit) fa “copia e incolla di metà del programma” del movimento? Se da iscritto del M5S mi accorgo che quello che faccio viene replicato dal premier in pectore di un partito “morto”, che difende “banche, poteri forti e De Benedetti” e che non vale nemmeno la pena stare a sentire, come minimo devo cominciare a preoccuparmi. E forse dovrei anche chiedermi cosa ci sia nel mio programma che piace così tanto a quelle stesse “banche, poteri forti e industriali”.

    La risposta è che, purtroppo, anche il M5S, in mancanza di una visione ideologica di riferimento, può diventare preda del conformismo del ricettario politico pret-a-porter; vale a dire un miscuglio improbabile di tagli agli sprechi”, diminuzione delle tasse”, investimenti produttivi”, riforme strutturali”, “riduzione dei costi della politica”, “lotta alla corruzione”, “grinnecconomi”, “niutecnologgi” e “bisogna-sbattere-i-pugni-sul-tavolo-in-Europa” che l’economista Alberto Bagnai, con felice espressione, ha ribattezzato “luogocomunismo”.

    Questa definizione coglie bene il senso di una politica che trasversalmente è tutta dedita alla ripetizione di un mantra, cioè una formuletta che sta a metà tra la buona intenzione e l’inutile tautologia, che è svincolata da ogni seria riflessione scientifica e che chiunque può far sua per dare l’impressione di avere capito cosa vada fatto. Ma dietro al luogocomunismo, in realtà, si nasconde un pauroso vuoto culturale che è la cifra vera della inadeguatezza della nostra classe dirigente e che è invece funzionale agli interessi dell’establishment, ben contento del fatto che la gente non sappia più distinguere tra politiche di destra e politiche di sinistra.

    A fronte di questo scenario sconfortante la giovane età e la dimestichezza nell’uso di internet servono a poco, se non a buttare nello stesso calderone Renzi e Grillo.

    Il merito di fare opposizione

    Ciò non toglie che alcune intuizioni e alcuni esiti del M5S restino positivi: il problema sta nell’avere declinato coerenza e democrazia in senso ottusamente radicale. Pertanto senza un processo di rinnovamento interno che passi per la critica a certi capisaldi – sempre ammesso che sia possibile –, ad oggi il M5S può contare su un solo vero punto di forza: quello di continuare a fare opposizione. Checché se ne dica, infatti, non è l’accordo a tutti i costi, ma il confronto che fa la democrazia. E la virtù di Grillo è proprio quella di opporsi a partiti che, dal canto loro, continuano a sbagliare tutto.

    Andrea Giannini

  • Staffetta Renzi Letta: mossa prevista, barricarsi a Palazzo Chigi senza successo politico

    Staffetta Renzi Letta: mossa prevista, barricarsi a Palazzo Chigi senza successo politico

    Matteo Renzi e Enrico LettaQuando due settimane fa ho provato a spiegare il piano di Renzi, non mi stavo ovviamente esercitando nelle arti divinatorie, né avevo accesso a documenti segreti o confidenze dei protagonisti. Mi sono semplicemente chiesto: se fossi al posto suo, cosa farei? Da qui ho ipotizzato quella che a me sembrava la soluzione più coerente all’interno del pensiero dell’ambizioso sindaco di Firenze: ossia approvare una legge elettorale maggioritaria e poi tornare alle urne, legittimandosi con il voto popolare nell’illusione, o nella speranza, che questo bastasse per restare barricato dentro Palazzo Chigi per tutto il prossimo quinquennio (un quinquennio che si prospetta tutt’altro che allegro).

    Al momento in cui scrivo, invece, pare certo che il nostro si siederà al posto di Letta con un semplice passaggio di testimone (la cosiddetta “staffetta Renzi Letta”), senza avere ancora intascato alcun vero successo politico e dovendosi rapportare con lo stesso identico Parlamento. Da una parte balleranno le poltrone dei ministeri (il cosiddetto “rimpasto”), mentre dall’altra parte balleranno le alleanze di governo (da Vendola a Berlusconi): insomma qualcosa – pare certo – cambierà. Ma non si vede come tutto questo possa influire sul successo del futuro governo.

    I motivi che hanno determinato il fallimento di Letta erano già perfettamente chiari tempo addietro e oggi non si può fare altro che prenderne atto. Renzi, dal canto suo, eredita la stessa situazione e non pare abbia strategie molto diverse. Il rischio assai concreto, dunque, è che il neo-segretario PD e futuro premier si consegni all’immobilismo, si “bruci” politicamente e mandi in fumo il capitale elettorale conquistato con fatica nei mesi passati. Ma allora cosa hanno in testa quelli del PD?

    Da Renzi a Friedman: strane cose succedono in Italia

    la “staffetta” non è la sola mossa inspiegabile nel panorama politico italiano. La vicenda dell’intervista a Alan Friedman rilasciata da Mario Monti (il quale afferma che nel 2011 Napolitano lo contattò per proporgli di fare il premier ben prima che la crisi dello spread tagliasse le gambe a Berlusconi) apre la strada a nuovi imprevedibili scenari. Quello che colpisce non è tanto il fatto in sé (che, se non proprio noto, era assolutamente intuibile già all’epoca), quanto piuttosto le polemiche particolari che ne sono seguite.

    In un’intervista a ilsussidiario.net il Prof. Giulio Sapelli esprime stupore per il fatto che il Corriere della Sera abbia attaccato Napolitano (il quale, infatti, ha dovuto subito replicare con una lettera al direttore De Bortoli). Secondo Sapelli l’establishment italiano si starebbe posizionando dal fronte filo-tedesco e filo-francese, rappresentato da Napolitano e Monti, a quello filo-americano, rappresentato da Prodi; il quale non per niente, secondo l’Espresso, raccoglierà le dimissioni di Napolitano e si farà eleggere Presidente della Repubblica.

    Difficile dire se queste voci siano attendibili: ma certo hanno un fondo di verità. È del tutto evidente, infatti, che il sistema si sta muovendo in modo non convenzionale, in risposta ad un contesto politico-economico intrinsecamente instabile e che per questo, come ampiamente preconizzato, nonostante fosse voluto dall’establishment, era destinato comunque a sfuggire ad ogni controllo.

    Renzi porterà in dote, dunque, un nuovo assetto di potere, e forse anche nuovi “atteggiamenti” in politica estera: ma se è solo questo, non servirà a evitare l’inevitabile.

     

    Andrea Giannini

  • Lettera per gli amici di sinistra: cari proletari, che fine avete fatto?

    Lettera per gli amici di sinistra: cari proletari, che fine avete fatto?

    Anni 70, proteste studentiCari amici di sinistra, una volta si sarebbe detto “compagni”: ma io sono troppo giovane per ricordarmi di quando si usava dire così. Mi ricordo però che una volta la parola “sinistra” si poteva ancora pronunciare.

    Erano i mitici anni 2000. Avevamo appena assistito ai funerali di De Andrè e di lì a poco sarebbe mancato anche Giorgio Gaber: ma avevamo ancora Manu Chao, gli Ska-P e i concertoni del 1° maggio. Al cinema usciva «La Stanza del Figlio» e in televisione si rideva con Corrado Guzzanti e il suo «L’Ottavo Nano». In Parlamento c’era ancora Rifondazione Comunista; Nanni Moretti partecipava ai girotondi; Umberto Eco, Gae Aulenti ed Enzo Biagi (solo per citarne alcuni) fondavano Libertà e Giustizia. Insomma, il mondo della cultura – inteso in senso lato, senza giudizi di merito – era quasi tutto schierato.

    Appartenere al  “popolo della sinistra” voleva dire ancora qualcosa; anche se – dobbiamo ammetterlo – cosa fosse questo “qualcosa” nessuno sapeva dirlo con esattezza. Si sentivano di sinistra non solo i vecchi simpatizzanti del PCI, gli intellettuali, gli insegnanti e i soliti ragazzi dei centri sociali, ma anche gli studenti Erasmus, diversi cattolici e – pensate un po’ – si sentiva di sinistra anche qualche lavoratore! Tutto questo in nome di pochi principi; o forse solo della presunzione di monopolizzare l’esercizio dell’altruismo e della tolleranza. Per lo meno era chiaro chi fossero i nemici: l’inquinamento, una certa globalizzazione, Bush, le sue guerre imperialiste, il capitalismo iper-liberista, e soprattutto, in Italia, l’odiatissimo Silvio Berlusconi. Tutto questo contribuiva a formare il collante che teneva insieme un universo variopinto.

    L’incantesimo ha cominciato a rompersi già molto prima che terminasse il decennio. I primi scricchiolii si avvertono con il secondo governo Prodi, poi con la scomparsa di Rifondazione dal Parlamento e infine con la nascita di un ibrido frankensteiniano chiamato “Partito Democratico” (come se ci fosse, dall’altra parte, un “partito anti-democratico”). Ma questi fallimenti politici intaccavano solo relativamente il mondo della sinistra. In fin dei conti quello che ci univa era proprio la predilezione per gli ultimi e i perdenti.

    I guai veri sono cominciati, paradossalmente, con il declino del Cavaliere. L’arrivo di Monti ha reso evidente per molti di noi che la lotta a Berlusconi era solo una parte piccolissima del lavoro che andava fatto. Ma la disgregazione finale, quello che oggi davvero ci divide, non è né Berlusconi né Monti: è Beppe Grillo.

    È il comico genovese il vero responsabile della diaspora del popolo della sinistra, perché è stato il primo in grado di conquistarsi una fetta consistente di delusi: e questa rottura ha creato due parti distinte, che col tempo hanno imparato ad odiarsi. Il risultato è che gli ex-appartenenti alla koiné di sinistra, quegli stessi a cui bastava una battuta su Berlusconi per intendersi subito, anche tra estranei, oggi si guardano in cagnesco e si scambiano insulti.

    Nostalgia del passato? Per carità! Non ho ripercorso tutta questa storia perché spero che un giorno potremo tornare tutti insieme. Anzi, è stato meglio così: probabilmente a tenerci uniti era solo una serie di equivoci, più che una visione realmente comune. Ho ripercorso questa storia perché oggi siamo tutti ugualmente impegnati, anche se in modi diversi, nella ricerca di una identità perduta e di uno spazio di rappresentanza politica: e forse può avere ancora un senso ricordarsi chi eravamo per capire dove vogliamo andare.

    Beppe GrilloCon gli sconvolgimenti imposti dalla difficile realtà politica ed economica, che qualcuno di noi abbia scelto di seguire Grillo e qualcun altro di rimanere dove era è una dinamica del tutto comprensibile. Capisco benissimo chi ha visto nel M5S la promessa di un cambiamento dal basso, dove il singolo può di nuovo partecipare direttamente; ma capisco anche chi, all’opposto, ha preso in antipatia le liturgie pentastellate e il rifiuto di vedere differenze tra un’ideologia di destra e una di sinistra. Capisco persino che si possa arrivare a vedersi come nemici. C’è solo una cosa che non capisco: quelli di sinistra che sono “rimasti a sinistra” cosa si aspettano dalla vita?

    Lo si può criticare quanto si vuole, ma a Grillo va riconosciuto il merito di aver fatto almeno il minimo sindacale, ossia di aver indicato una diagnosi e una terapia. Sappiamo, cioè, che per il M5S i rappresentanti eletti sono stati lasciati liberi di farsi corrompere e di pensare all’arricchimento personale, per cui ora è necessario che rinuncino alla loro autonomia e si facciano guidare della rete. È un presupposto che criticai radicalmente già a novembre di due anni fa: ma il mio parere personale conta relativamente e al movimento resta una ragione d’essere, un’idea, un’aspettativa che, se fosse davvero sbagliata, si potrà ancora correggere in futuro. Dall’altra parte, invece, mi spiegate cosa c’è?

    Dopo vent’anni pressapoco disastrosi – vent’anni in cui, lo ricordo, la sinistra ha governato e ha fatto opposizione; e dunque, evidentemente, a giudicare dai risultati, ha fatto male l’una e l’altra cosa – come si può oggi continuare senza uno straccio di autocritica, senza una spiegazione che renda conto del fallimento passato e che possa garantire che, per il futuro, non si ripeteranno gli stessi errori? Se le aspettative del M5S sono solo un’illusione, si può sapere almeno quali sarebbero le aspettative di PD e SEL? Quelli di voi che ancora votano da quella parte mi spiegano a quale speranza si affidano?

    A meno che la speranza non sia Renzi… Ma mi rifiuto di credere che persone che erano in Italia vent’anni fa oggi non vedano che il progetto di riforma di Renzi ricalca addirittura la Bicamerale di D’Alema: cioè ha lo stesso identico obiettivo di rafforzamento dell’esecutivo, che è da sempre storicamente un obiettivo delle destre. Mi rifiuto di credere che quegli stessi che criticavano la globalizzazione e le multinazionali oggi si accontentino di uno che è diverso solo perché più giovane, più cool e con il pollice opponibile per twittare. Mi rifiuto di pensare che una qualunque persona che ancora vede un senso nella parola “sinistra” sia a proprio agio con il fatto che il leader del suo partito si sia fatto pagare le spese elettorali da finanzieri con idee iperliberiste. A sinistra è rimasto ancora qualcosa di sinistra, che non sia la vecchia abitudine di dare del fascista a chi ci critica?

    Ecco, cari amici di sinistra che continuate a votare a sinistra: anziché distrarvi con Beppe Grillo e con le tante variazioni sul tema della reductio ad Hitlerum che piace a Repubblica, ditemi voi come conciliate quello che eravamo solo dieci anni fa con quello che siete adesso. Ditemi voi se esiste ancora un mondo a sinistra, e se il PD di Renzi o SEL di Vendola (lo stesso che sghignazzava al telefono con la dirigenza dell’ILVA) sono in grado di rappresentare quel mondo. E soprattutto ditemi come; perché fin qui di spiegazioni sensate non se ne vedono molte.

    Io questo dibattito ho provato ad avviarlo: ma voi potete continuare a pensare di essere, come al solito, dalla parte della Storia e della ragione. Solo che, se fossi in voi, farei attenzione: perché se poi siete dalla parte sbagliata, e Grillo è quel bastian contrario che dite, col vostro esempio finirete per insegnarli a fare la cosa giusta.

    Cordialmente.

    Andrea Giannini

  • Legge elettorale, Italicum: il piano di Renzi per riportare tutti al voto

    Legge elettorale, Italicum: il piano di Renzi per riportare tutti al voto

    Matteo RenziTorniamo sulla legge elettorale. Ora Renzi ha un accordo con Berlusconi. Se riesce a superare le resistenze interne al suo stesso partito (cosa, per altro, non scontata), la legge ha la strada spianata. A quel punto “Don Matteo” potrebbe benissimo far saltare il governo e riportare tutti al voto per capitalizzare al massimo il buon gradimento e i timidi accenni di ripresa economica.

    Se i sondaggi hanno ragione, infatti, con l’Italicum il PD potrebbe portarsi a casa, al secondo turno, la maggioranza assoluta dei seggi (327 su 630 alla Camera). Questo risultato, però, può essere incassato solo se Renzi vince la sua guerra, schiacciando quelli che gli si oppongono dentro il partito e disciplinando definitivamente le truppe, in nome di una nuova legislatura che possa finalmente “fare” (ma fare che? Boh…).

    La strategia è brutale ma semplice, e la chiave di tutto è la riforma elettorale: o il PD vota subito una legge all’insegna della “governabilità”, oppure si prende la responsabilità di mettere in discussione il neo-eletto segretario, consegnando il governo all’incertezza. E se il partito alla fine si piegherà, non solo darà al sindaco di Firenze la possibilità di blindarsi dentro Palazzo Chigi per cinque anni, ma rimarrà anche definitivamente impiccato a tutti i mantra della “responsabilità” e della “stabilità” che servono a giustificare questa riforma: e a quel punto ogni contestazione sarà di fatto impossibile. Si potrà sempre discutere, ma il premier saprà che nessuno si azzarderà a contraddirlo al momento del voto.

    È la “governabilità”, bellezza: niente più mal di pancia nel partito (decide Renzi per tutti); niente più intese, né larghe né strette; niente più finte prove di dialogo con il Movimento 5 Stelle. Il PD diventa maggioranza e governa: tutti gli altri vanno in minoranza e stanno a guardare. Fine della trasmissione: ci si aggiorna tra cinque anni.

    Tutto questo piano deve essere condotto e portato a termine a velocità di blitzkrieg, come una guerra lampo. Viceversa, se si attende troppo, l’immobilismo del governo Letta potrebbe offuscare l’immagine che Matteo Renzi si è dato di uomo forte e condottiero deciso che fa le “cose concrete” (ma quali cose? Boh…). Per di più a fine maggio ci sono le europee e cosa succederà dopo questa cruciale scadenza elettorale nessuno lo sa: per cui bisogna sigillare il governo del paese per tempo, nell’eventualità che una tempesta di euro-scetticismo renda incerto il percorso politico del vecchio continente, mettendo in crisi i vari esecutivi.

    Rimangono da limare alcuni dettagli. Ad esempio, bisogna capire come la prenderà Napolitano. Teoricamente, stando a quello che lui stesso aveva dichiarato, se saltano le larghe intese e si va al voto, dovrebbe dimettersi. Ma forse, anche senza troppa fatica, potrebbe essere convinto a restare. È fatta dunque? Non proprio. Purtroppo per Renzi, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

    Innanzitutto, c’è Berlusconi. Davvero il Cavaliere vuole regalare al PD una maggioranza assoluta? E cosa ne ricaverebbe in cambio: forse una qualche forma di impunità o di “agibilità” politica? Ma qualora Renzi arrivasse a Palazzo Chigi con i seggi che vuole, potrebbe anche permettersi di non rispettare i patti (evitando tra l’altro le accuse di contiguità con il nemico). Davvero questa è la volta in cui Berlusconi si è rimbambito e soccombe di fronte a un avversario giovane e scaltro?

    Bisogna considerare la possibilità, allora, che Berlusconi abbia in serbo qualcosa. Magari punta ad arrivare al ballottaggio; e a quel punto, chissà, rimasto da solo contro Renzi, potrebbe anche cercare di accaparrarsi il voto degli elettori a cinque stelle con qualche proposta shock… In ogni caso è difficile immaginarselo fermo a guardare mentre lo fanno fuori: è più probabile pensare che si sia fatto i suoi conti.

    Poi c’è il partito di Grillo, del quale tutto si può dire tranne che non si sia rivelato “combattivo” (come dimostra la tormentata approvazione del decreto IMU-Bankitalia e la richiesta di impeachment a carico di Giorgio Napolitano). In un’ipotetica nuova legislatura a trazione PD integrale, quindi, c’è da aspettarsi che i parlamentari del M5S diventino, se possibile, ancora più agguerriti e ancora più motivati a rendere la vita difficile all’esecutivo, con ogni mezzo lecito e senza esclusione di colpi.

    Tuttavia, se quello che ho descritto fin qui è davvero il disegno di Renzi, allora esso non tiene in conto il punto più importante: che fuori dalla politica c’è tutto un mondo. Asserragliarsi dentro il Palazzo d’Inverno, ammesso che sia possibile farlo, non impedisce che al di fuori continui ad andare in scena una realtà del tutto diversa: e anche se questa classe dirigente si rifiuta di ammetterlo, non per questo potrà evitare che il mondo esterno, presto o tardi, faccia breccia. Quando questo accadrà – e accadrà sicuramente – allora quelli come Renzi si renderanno conto che il mondo non stava andando dove pensavano loro: ma in direzione ostinata e contraria.

    Andrea Giannini

  • Sistema maggioritario e fallimento della seconda Repubblica: spiragli di dibattito

    Sistema maggioritario e fallimento della seconda Repubblica: spiragli di dibattito

    italia-europa-politicaQuando si è cominciato a parlare di dialogo tra Renzi e Berlusconi per una legge elettorale che andasse nella direzione di una maggiore governabilità ero molto scettico sulla possibilità che nell’opinione pubblica si sviluppasse un dibattito. Quando c’è di mezzo il Cavaliere, infatti, le polemiche non si sprecano mai, e il polverone che si alza, di solito, impedisce all’opinione pubblica di distinguere cosa stia succedendo davvero: ossia, nel caso in questione, che dentro al PD è in corso una guerra per bande e che per l’ennesima volta, da vent’anni a questa parte, destra e sinistra insieme cercano di forzare la Costituzione in senso maggioritario, spacciando una decisione politica discutibile per una scontata evidenza oggettiva. Questa volta, però, qualcosa si è mosso.

    Un discreto numero di giuristi si sono ricordati della sentenza della Consulta (che bocciò il porcellum proprio per l’abnorme premio di maggioranza); e qualcuno, come ad esempio il professor Sartori, si è spinto persino a dire che attribuire il 55% dei seggi a un partito che prenda solo il 35% dei voti significa trasformare una minoranza in maggioranza. Anche il M5S ha fatto la sua parte. Dapprima è stata promossa una discussione sul web con un video dello storico Aldo Giannuli, che ha parlato di maggioritario e proporzionale; poi è stato chiesto agli iscritti di esprimersi con il solito voto telematico: e piuttosto inaspettatamente (almeno per quel che mi riguarda) il maggioritario è stato sconfitto, collocando così il movimento in favore del sistema proporzionale in una netta e chiara opposizione politica rispetto alla proposta di PD e Forza Italia.

    Tuttavia, se in Italia oggi si mette in discussione il dogma dell’infallibilità del maggioritario, lo dobbiamo forse, più che a Grillo, al decisionismo di Renzi; il quale, ponendo il tema senza alcuna riserva, ha fatto emergere le contraddizioni all’interno del suo stesso partito, ha scosso dal torpore un’opinione pubblica inebetita e ha costretto il M5S a spingersi verso una posizione alternativa. Ciò significa che, nonostante il sindaco di Firenze conduca una battaglia che personalmente non condivido, in questo momento di immobilismo qualsiasi proposta è comunque positiva, perché riattiva la circolazione in un paese che ha la tentazione di lasciarsi andare; a riprova del fatto che, se persino il Wall Street Journal paragonava la stabilità italiana a quella di un cimitero, allora non c’è niente di più sbagliato che adagiarsi sulla linea del “troncare e sopire, sopire e troncare” patrocinata direttamente dal Presidente della Repubblica, per cui, tanto in Europa quando nelle questioni interne, dovremmo solo lasciarci guidare docilmente e con arrendevolezza da una politica che sa cosa è giusto per noi.

    Con questo non voglio tanto affermare la necessità di tornare al sistema proporzionale (anche se – non lo nascondo – in effetti sarei favorevole), quanto ribadire che dare per scontato quello che passa il convento spegnendo il cervello non è una trovata geniale: al contrario al paese giova mantenere un pensiero critico.

     

    La seconda Repubblica nasce con il Mattarellum

    L’idea che si debba rispondere alla grave crisi economica con un sistema maggioritario, dove un solo partito governa per cinque anni, sulla base della teoria che “in Italia non si sono fatte le riforme a causa del ricatto dei partitini”, è un gigantesco, colossale, stratosferico luogo comune. La realtà è che la seconda repubblica, che nasce con il Mattarellum e dunque proprio dalla fregola per il maggioritario, ha pur allungato la durata media dei governi, ma non per questo ci ha regalato performance esaltanti.

    I miei lettori si ricorderanno che il calcolo l’avevo già fatto: dal 1953 al 1994 abbiamo cambiato governo ogni 8,4 mesi, con una crescita annuale media del 4%; all’opposto dal 1994 a oggi abbiamo avuto un governo ogni 19,4 mesi (cioè una stabilità più che doppia) crescendo però solo di uno stentato 1% all’anno. Dov’è in questi numeri la connessione tra governi più lunghi e crescita economica?

    È pur vero che nella seconda Repubblica il rapporto debito/PIL ha cominciato finalmente a scendere; ma i lettori dovrebbero essere vaccinati anche contro questo argomento, perché ho più volte spiegato che il debito pubblico non c’entra nulla con la crisi. Anzi, la dinamica del debito pubblico dall’entrata nell’euro riflette in modo inversamente proporzionale la dinamica del debito privato. Tradotto: lo Stato non s’indebitava più solo perché s’indebitavano i privati (mutui, auto e televisori comprati a rate, eccetera) e sono proprio gli squilibri di questo indebitamento, emersi con lo scoppio della crisi globale, che ci impediscono di uscire dalla crisi. Pertanto non sono direttamente responsabili i pur noti problemi strutturali del paese: si dovrebbe guardare, invece, al solito famoso argomento, di cui però la politica proprio non vuol sentir parlare.

    Se lasciamo da parte l’economia il quadro non cambia. Forse che in questi vent’anni sia stato approvato qualcosa di buono, qualcosa che vale la pena ricordare? E quanto alla società, all’educazione e alla cultura, l’impressione è che le cose siano peggiorate o migliorate? Mentre nei primi decenni del dopoguerra si creava il ministero delle partecipazioni statali, si aderiva al mercato comune europeo, nascevano gloriose aziende pubbliche come l’ENI, si approvava lo statuto dei lavoratori, si faceva la legge per abolire i finanziamenti illeciti, il referendum sul divorzio, la riforma del diritto di famiglia, la legge sull’aborto e la riforma sanitaria, cosa è stato fatto dopo il ’94 che valga la pena citare? La patente a punti? Dove bisogna cercare, allora, i presunti vantaggi di questi governi che, come le pile della pubblicità, “durano di più”?

     

    Doverosa precisazione…

    Attenzione: non sto dicendo che non importa se la politica è instabile; sto solo dicendo che, se quello che abbiamo visto in questi vent’anni è un’anticipazione dei vantaggi di un  maggioritario puro, allora prima torniamo indietro meglio è. Non sto rimpiangendo la prima Repubblica; ma la seconda è stata, se possibile, anche peggiore: e dunque bisogna cercare un’altra cura, e sicuramente anche un’altra diagnosi. Pertanto, se vogliamo parlare di legge elettorale, il dibattito dovrebbe essere più sereno e dovrebbe volare molto più in alto, allontanandosi da luoghi comuni che servono solo a confondere le idee alla gente.

    Purtroppo, nonostante i piccoli miglioramenti registrati, siamo ancora molto indietro. Il blocco politico-mediatico più corposo è ancora dominato da “fondamentalisti maggioritari”: e dunque il pericolo di irregimentare il paese sotto la guida di un governo mono-partitico, che per cinque anni potrà condurci testardamente lungo la china dei principi più assurdi e pericolosi, rimane concreto.

    Anche la soluzione di Grillo, a ben vedere, presenta lacune vertiginose. Un dibattito su temi così complessi non si può improvvisare. I 16 minuti con cui Giannuli ha tentato di introdurre il tema sono stati utili piuttosto, per stessa ammissione dello storico, a dimostrare quanto l’argomento sia complesso e delicato: e pertanto una frettolosa votazione sul web è stato un salto nel buio. Il M5S dovrebbe preparare con più largo anticipo una risposta ai temi politici più scottanti, e possibilmente dar vita ad un dibattito più ampio. Continuando così anche i nuovi arrivati non vanno da nessuna parte.

     

    Andrea Giannini

  • Notiziario politico, gennaio 2014: quanto conta quel che non accade

    Notiziario politico, gennaio 2014: quanto conta quel che non accade

    Palazzo ChigiIn questo albore di 2014, è doveroso aprire qualunque riflessione politica partendo dalla notizia della Lega Nord che attacca il ministro Kyenge: nella maggioranza è tutto un grido di dolore per il “razzismo strisciante”. Strano, le camicie verdi sembravano così aperte e tolleranti. E proprio non era mai successo in tutta la storia dell’uomo che in tempi di crisi a qualcuno venisse la bella idea di prendersela con gli stranieri.

    Ma veniamo alle questioni che pesano davvero: nei palazzi che contano, tanto per cambiare, si parla di legge elettorale. E tanto per cambiare Renzi pensa di parlarne un po’ con Berlusconi. I primi amori – si sa – non si dimenticano facilmente. Questa volta i due sarebbero già d’accordo sul merito della questione: puntare sul “modello spagnolo”, un proporzionale che in Spagna sembra abbia avuto spesso “esiti maggioritari”. In questo modo si raggiungerebbe lo scopo, da una parte, di “accontentare” la Consulta, che ha bocciato il Porcellum proprio per l’abnorme premio di maggioranza; e si otterrebbe anche, dall’altra parte, la tanto sospirata “governabilità”: una maggioranza di governo che per cinque anni può fare quello che vuole.

    È stato questo l’obiettivo politico di tutta questa gloriosa seconda repubblica, la quale – vivaddio! – ci ha già regalato un’intera legislatura sotto la guida di Berlusconi (2001-2006), ma ha ancora da farsi perdonare il fatto di non aver potuto impedire che il Cavaliere venisse disarcionato anzi tempo per ben due volte (1996 e 2011). E dunque – non v’è dubbio – la strada giusta è quella che stiamo seguendo da più di vent’anni: esecutivi forti, governi lunghi, opposizioni “costruttive”, possibilmente remissive, pochi parlamentari, possibilmente anche poco interessati, e tutto questo per fare più in fretta quello che già facciamo male (in barba al fatto che – guarda un po’… – quando si andava piano, si andava sano ma lontano).

    Restiamo su Renzi, è lui il protagonista di questo gennaio 2014. Il neo-segretario PD è impegnato anche su un altro fronte: quello della riforma del lavoro, con il mitico “jobs act”. Nell’attesa di capire cosa questo dovrebbe essere nelle intenzioni manifeste (ma soprattutto, nel passaggio dal dire al fare, cosa può facilmente diventare in altre intenzioni un po’ meno manifestabili…), mi limito ad osservare quello che insegnava il Manzoni: se per spiegarti una cosa non usano la tua lingua, ma un qualche “latinorum”, sta sicuro che cercano di fregarti.

    Ma in effetti Renzi non è Renzo: il personaggio dei Promessi Sposi era l’oppresso, la cui diffidenza si acuiva per via delle “circostanze” (cioè perché si cercava di sbarrargli la via all’alcova nuziale – segno che talvolta un po’ di sano “desiderio” serve anche ad aguzzare l’ingegno…); Renzi, invece, è quello che gli oppressi li dovrebbe difendere. Il problema è che questi cocciutamente si ostinano a non riconoscere che «l’Italia e l’Europa non sono state distrutte dal liberismo; al contrario il liberismo è un concetto di sinistra» (intervista al Foglio, giugno 2012). Ma adesso tutto cambierà: il liberismo sbarca a sinistra. Capito, la novità? Dopo vent’anni di profitti che calano e salari che crescono all’impazzata (come tutti sanno e come si vede bene, ad esempio, da qui) una rottura ci voleva proprio! Come diceva Guzzanti, il liberismo ha fallito in tutto il mondo, ma in Italia vogliamo dargli un’altra possibilità.

    Cosa mi sto dimenticando? Ah si! Una cosa mai vista: spese pazze nelle regioni! Pare, infatti, che la magistratura abbia accertato un fatto di cui in Italia nessuno sospettava l’esistenza: i consiglieri ragionali farebbero passare come spese di rappresentanza le spese personali. L’indignazione popolare ha colmato la misura quando si è saputo che una consigliera si è fatta rimborsare l’acquisto di un paio di mutandine! Ma ora fortunatamente lo scandalo è venuto a galla, grazie anche all’implacabile lavoro della stampa italiana, che restituisce sempre ai cittadini le notizie di cui davvero essi hanno bisogno! Possiamo sperare così, che messi al gabbio questi proci e fermato il loro gozzoviglio, cessino quegli sperperi che notoriamente sono la sola e inequivocabile causa dell’attuale crisi…

     

    Andrea Giannini

  • Un paese in preda alla frustrazione: l’Italia delle “due destre”

    Un paese in preda alla frustrazione: l’Italia delle “due destre”

    ParlamentoL’ultimo editoriale di Roberto Napoletano, direttore del Il Sole 24 Ore, è la quintessenza di quello a cui si è ridotto il mondo dell’informazione. L’articolo prende spunto da un precedente invito rivolto a Letta di vincolare «in modo automatico le risorse derivanti da una buona spending review e dalla lotta all’evasione a favore della riduzione del cuneo fiscale». Roba già vista, si capisce. Le richieste/appelli alla classe politica sono un genere letterario molto in voga (sempre rigorosamente declinato al congiuntivo: “si faccia”, “si provveda”, “si pensi”) e quasi sempre battono su una nota fissa: ridurre gli sprechi del sistema per alleggerire il peso delle tasse.

    Tuttavia, nel caso in questione, l’attenzione viene catturata dai toni accorati della lamentatio. Ricorrono espressioni come: “coraggio”, “senso di responsabilità”, “segnali forti”, “cuore profondo del paese” (che “non cessa di battere”), “impegno”, “speranza”, “sogno”, “fiducia contagiosa”, “restare inerti” e un “Paese” che deve “respirare aria pulita” per non “morire di smog”. Se questi accenti non vi suonano nuovi, non è un caso:  slanci epico-moralisti come quelli del buon direttore Napoletano ritornano assai di frequente nei discorsi dei commentatori più “qualificati”. E se le analisi economiche, che si suppone debbano essere il più possibile oggettive e circostanziate, finiscono per assumere contorni poetici a metà tra una canzone di Raf e un sonetto del Foscolo,  forse è il segno che c’è qualcosa che non va.

    In realtà questa è la dimostrazione che l’analisi propagandata è fallimentare. Quando i risultati non tornano e non si vuole ammettere che la “cosa giusta” non è poi così giusta, è lì che si comincia a parlare delle persone: si inneggia agli eroi e si demonizzano i cattivi.

    L’idea che dobbiamo fare i compiti a casa, sistemare le inefficienze e tagliare gli sprechi, in modo da recuperare le risorse per ripartire, sembra molto sensata: eppure, da Prodi a Berlusconi, da Monti a Letta, continua a non funzionare. Non si può che pensare, dunque, che la colpa sia tutta di una classe politica marcia e corrotta fin dalle fondamenta. Il che però espone a non pochi problemi: non solo per riparare a una degenerazione di queste proporzioni occorrerebbero riforme profondissime, e soprattutto lunghissime; ma è evidente che queste riforme, che dovrebbero restituirci una classe politica nuova e pulita, non possono essere affidate alla stessa classe politica vecchia e putrefacente.

    Ecco perché il fallimento a cui questa analisi ci consegna è il vero promotore dei fenomeni di protesta. Infatti dal movimento cinque stelle al movimento dei forconi non si fa altro che raccogliere il messaggio, che è negli stessi commentatori politici più ortodossi, per cui la politica non è in grado di fare la cosa giusta: e quindi se ne deduce che bisogna mandare “tutti a casa”. Oppure, se di Grillo non ci si fida perché “è solo protesta” e “sa dire solo no”, allora si finisce per scadere nel pregiudizio mediterraneo-razziale (è il popolo italiano che è geneticamente incapace di esprimere una buona classe dirigente) o nel pessimismo cosmico (è la società corrotta, le risorse che finiscono, il consumismo, eccetera).

    Queste posizioni, però, da quella “autorevole” di Roberto Napoletano a quella meno meditata dell’ultimo manifestante, sono accomunate tutte dal medesimo stato d’animo: una frustrazione assoluta, che lascia impotenti e sconcertati di fronte a una crisi che non presta il fianco a soluzioni. Non c’è redenzione: solo delusione e rabbia; o nel migliore dei casi una lunga attesa, finché la natura non si sarà sfogata e la notte non cederà il passo al giorno.

    Possiamo credere questo, abbandonandoci anche noi alla consolazione letteraria; oppure possiamo credere che la società e l’economia non sono regolate da leggi astrali, ma dipendono dall’uomo e dalle sue scelte: e se non funzionano, forse è perché sono semplicemente male organizzate. Forse  l’assetto distributivo scelto non è quello più efficiente. Forse potrebbe essere utile ripensare la nostra analisi, per vedere se non abbiamo trascurato qualche elemento significativo.

    Spiace tornare sempre sul medesimo punto. Ma nel chiudere quest’anno e nell’augurare a tutti buone feste, vorrei congedarmi dai miei lettori dimostrando che, se nella ricostruzione della crisi accettiamo finalmente di considerare il ruolo della moneta unica, ci accorgiamo che tutto improvvisamente cessa di essere oscuro, pesante e incomprensibile: ogni cosa appare chiara, i pezzi del puzzle si incastrano e anche i problemi politici, anziché essere negati, trovano una spiegazione soddisfacente.

    Nelle discussioni che precedettero l’entrata dell’Italia nello SME (sistema di cambi fissi, ma aggiustabili, antesignano dell’euro) la politica offriva un panorama più variegato. Erano contrari all’adesione, ad esempio, i comunisti, tra i quali militava Napolitano: che non è solo un quasi omonimo del direttore del Il Sole 24 Ore, ma è proprio l’attuale Presidente della Repubblica; e che all’epoca aveva una visione molto lucida di come questa scelta implicasse accodarsi agli interessi dei paesi forti e spostare la redistribuzione dal lavoro al capitale.

    Fallito l’esperimento dello SME, negli anni ’90 una nuova sinistra ormai orfana dell’Unione Sovietica, anziché compiacersi della lungimiranza con cui aveva previsto le cose, decideva (per ragioni che interesseranno gli storici) di sposare il progetto eurista: e in quel momento rinunciava definitivamente alla propria identità politica. Napolitano aveva ragione: difendere un sistema di cambi fissi significa difendere un assetto che salva il potere d’acquisto della moneta contro quello del lavoro; significa che, in caso di shock, non potendo svalutare la moneta, l’onere del raggiustamento si scarica sui salari. Questo contesto penalizzante per i lavoratori evidentemente non permette politiche a favore del lavoro: e una forza di sinistra che non può fare politiche per il lavoro diventa uguale alla destra.

    Così è stato. In Italia non abbiamo più avuto una destra e una sinistra, ma di fatto due destre: due forze politiche che sono sempre state d’accordo su tutto e che si sono divise solo su Berlusconi. E così è nato l’equivoco che destra e sinistra non esistessero più.

    Sotto la ricetta sicura del liberismo europeo e con i funzionari di Bruxelles in fregola per il nostro debito pubblico che calava, la classe politica ha smesso di confrontarsi sui temi e si è data al puro “mestiere”: carrierismo nella migliore delle ipotesi, affarismo nella peggiore. La corruzione evidentemente non è diminuita: al contrario si è alimentata di un sistema in cui politici buoni e politici cattivi, non facendo nulla, sono di fatto indistinguibili. Ed essendo impossibile selezionarli, il potere e il prestigio personale sono diventati l’unica ragione.

    Anche oggi la classe politica nazionale è ridotta a puro orpello: non può alzare le tasse per non deprimere ancor di più i consumi e aizzare il malcontento; non può abbassarle altrimenti arriva Oli Rehn ad ammonire; e non può fare spesa a debito, perché abbiamo preso impegni precisi. Ma se un governo non può fare qualcosa in materia fiscale, che è il senso stesso della sua autorità, allora non può fare niente. L’immobilismo a cui assistiamo, dunque, non è un problema di indolenza: è un problema di sovranità.

    Così è per tutto il resto: declino della produttività, riforme non fatte, problemi che erano e problemi che resteranno. Ogni cosa trova il suo posto, se si accende la luce di una moneta unica che non può funzionare. Anche la difficoltà di accettare una discussione sul tema si spiega con l’egemonia culturale della sinistra, che avendo mischiato “euro” con “Europa” e internazionalismo, ha lasciato passare l’idea che avere una valuta comunitaria sia qualcosa di intrinsecamente buono.

    Ovviamente ciò non significa che prima vivessimo nell’età dell’oro, o che vi finiremmo automaticamente qualora uscissimo. Significa solo che oggi abbiamo due strade: da una parte i lamenti funebri dei giornalisti, l’inattività della politica e proteste sempre più disperate e pericolose; dall’altra la fine di un tabù: accettare di parlare della moneta unica, senza partire dal presupposto che sia intoccabile, per ammettere l’impatto largamente negativo sui mali storici del paese. Può darsi che la politica, vedendo dove si sta muovendo l’opinione pubblica, sia indotta a prendere il coraggio a due mani e a fare una scelta coraggiosa nell’anno che verrà.

     

    Andrea Giannini

  • Matteo Renzi è un equivoco: la sinistra verso il definitivo tracollo?

    Matteo Renzi è un equivoco: la sinistra verso il definitivo tracollo?

    matteo-renziE così finalmente il predestinato è stato scelto. Come Frodo nel Signore degli Anelli o Neo in Matrix anche Matteo Renzi ha compiuto la profezia. Solo un anno fa questo giovane virgulto della politica italiana veniva sonoramente sconfitto alle primarie che incoronavano Bersani segretario: ma poi lo “smacchiatore di giaguari” perdeva le elezioni e usciva di scena. Da allora è stato tutto un coro di prefiche che ripetono all’unisono: “Renzi! matteo-renziRenzi! Renzi! Ah, ci fosse stato Renzi…!”. Niente è apparso più scontato ed evidente, nei discorsi degli intenditori, del potere taumaturgico del giovane Matteo, capace di prendere un partito alla deriva e portarlo a vittoria certa. Non c’è stato talk-show o trasmissione di approfondimento che non si sia interrogato sulle mosse del mitico “rottamatore”: cosa pensa? cosa farà? vuole il voto? Insomma, il nostro ha rubato la scena a tutti, ricevendo anche l’onore di una riuscitissima parodia firmata Maurizio Crozza.

    Matteo Renzi doveva essere il segretario del PD: e così è stato

    Con quasi 3 milioni di votanti (600.000 in più di quelli che andarono ad incoronare Bersani segretario) e il 68% delle preferenze, il sindaco di Firenze ha a dir poco surclassato i più dimessi Cuperlo (18%) e Civati (14%), relegati al ruolo di semplici sparring partner. Non siamo ancora ai fasti di Walter Veltroni, che nel 2007 prese oltre il 75% su 3 milioni e mezzo di votanti, ma è indubbio che l’incessante battage mediatico e il “tormentone Renzi” abbiano alla fine prodotto il risultato di convincere i più ad abbondare ogni perplessità, confermando un’investitura netta e carismatica.

     

    E’ l’inizio della riscossa per il PD? C’è da dubitarne

    L’esito inequivocabile delle primarie deve essere confrontato con un altro risultato non altrettanto plebiscitario: il voto nei circoli del partito, dove qualche settimana fa Renzi aveva strappato “appena” il 46%, contro il 38% di Cuperlo. Il dato è molto significativo, perché dimostra che la “base” non è saltata in massa sul treno del vincitore, nonostante il rischio di rimanere fuori, a livello locale, dalla redistribuzione di incarichi e prebende  di cui beneficeranno i renziani. Ciò dimostra che dentro il partito la linea del sindaco di Firenze  non gode di un appeal assoluto. Il risultato delle primarie dipende dal fatto che esse si rivolgono a un pubblico di simpatizzanti molto più ampio: per cui le ragioni di questo grande consenso vanno ricercate al di là del PD. E il fatto è che Matteo Renzi incarna un grosso equivoco di fondo.

    L’opinione pubblica italiana, nella sua linea mediana, è dominata dal luogo comune che la strategia da seguire sia facile: gente nuova e fresca, cose concrete, niente ideologia, meno tasse, meno politica e “riforme”. Non è questione di destra o di sinistra: l’importante è mandare a casa la vecchia classe dirigente (giusto per dare una scossa, un po’ come le squadre di calcio quando cambiano allenatore); poi bisogna abbassare le imposte su famiglie e imprese e ridurre i costi della politica, senza dimenticare – si capisce – le fantomatiche “riforme strutturali”. Questa semplice ricetta si adatta un po’ a tutto l’arco parlamentare: va bene alla destra di Berlusconi, va bene al centro di Casini e Monti, e va bene persino al M5S. È trasversale anche nell’elettorato, incontrando convinti sostenitori un po’ fra tutte le classi sociali: dai più deboli, che sfogano le loro frustrazioni contro i politicanti, ai poteri forti, che guardano con favore al subliminale messaggio liberista.

    La grande capacità di Renzi è stata quella di preoccuparsi solo di rincorrere questi luoghi comuni, senza cura della tradizione storica del suo partito. Il suo messaggio è stato così sufficientemente vago, ma nel contempo sufficientemente semplice, da riscuotere un consenso pressoché generale: e l’assoluta mancanza di alternative ha fatto il resto. Oggi tutti sono convinti che questo sia il futuro, che il partito possa diventare finalmente concreto, giovane e moderno.

    Purtroppo si tratta di una visione tremendamente anacronistica. L’idea che la sinistra debba liberarsi dell’ideologia e, in sostanza, assomigliare alla destra andava di moda a metà degli anni ’90: ma che qualcuno ne parli ancora oggi come di una visione progressista è un equivoco stupefacente; perché le cose stanno all’esatto contrario.

    A settembre avevo esordito su questa rubrica con un lungo post introduttivo, dove avevo cercato di spiegare che i tempi sono maturi piuttosto per una politica economica espansiva centrata sulla spesa pubblica e sul recupero del potere d’acquisto delle classi lavoratrici. Adesso quell’analisi mi torna utile per dimostrare che affidandosi a Renzi la sinistra italiana non solo si allontana definitivamente dalla sua vocazione naturale, ma, credendo di puntare sul cavallo vincente, rischia di andare incontro al definitivo tracollo.

    Per convincersene non serve un grande sforzo. E’ sufficiente porsi una semplice domanda: in che modo la politica di Renzi è diversa da quella di Letta? I commentatori trovano degno di nota il fatto che il giovane neo-segretario del PD sia estraneo tanto alla tradizione ex-comunista quanto a quella ex-democristiana. Ma a parte le tessere possedute in passato, l’anagrafe e forse una certa spregiudicatezza si fa fatica a trovare una differenza sostanziale. Se, ad esempio, si andasse al voto con una nuova legge elettorale e Renzi cogliesse quel trionfo che tutti pronosticano, dopo cosa cambierebbe? A parte forse la questione IMU oggi Letta e Alfano vanno piuttosto d’accordo: e non è chiaro cosa farebbe di diverso il sindaco di Firenze, se fosse al loro posto.

    La realtà è che Renzi non ha alcuna visione alternativa rispetto a Letta o a Monti. La diagnosi è sempre la stessa, e purtroppo è drammaticamente sbagliata: ragion per cui la terapia non guarirà nessuno, anche se cambierà chi ce la somministra. Il rottamatore è solo un politico ambizioso che ha vinto una guerra di potere intestina grazie all’appoggio decisivo di un certo establishment, sempre pronto a presentare qualcuno di diverso perché nulla cambi.

     

    Andrea Giannini

  • Grillo e referendum sull’euro: risvolti politici dell’euroscetticismo

    Grillo e referendum sull’euro: risvolti politici dell’euroscetticismo

    Beppe GrilloIl referendum sull’euro riproposto da Grillo nel V-day di domenica sta diventando un tema rilevante per l’opinione pubblica. Ovviamente le analisi che circolano sono ancora drammaticamente campate in aria, senza alcun riferimento scientifico e ostaggio di impressioni soggettive. Basti citare a titolo di esempio l’editoriale del Prof. Sartori sul Corriere della Sera: un mix improbabile di generiche questioni europee (globalizzazione, immigrazione, Economia, finanzefederalismo, lingua) e qualche problema italiano (disoccupazione, debito pubblico e pure “processi lenti”…) da cui viene dedotto che un’uscita “dall’Europa” (che poi sarebbe dall’euro) non è “raccomandabile”.

    Tuttavia è positivo che l’argomento diventi materia di dibattito: e questo è senza dubbio il merito principale della proposta avanzata da Grillo. Che poi una proposta vera e propria non è. L’idea di  una consultazione sull’euro, infatti, è prima di tutto una mossa politica. Osserviamola, dunque, sulla base di un criterio di opportunità.

    Buttando sul piatto il tema di un referendum, piuttosto che la promessa elettorale di un’uscita, Grillo ottiene innanzitutto l’obiettivo di non spaccare la base. Non c’è bisogno di dividersi tra “euro-convinti” ed “euro-scettici”: l’istituto referendario è coerente con il principio ispiratore del M5S secondo cui il cittadino va coinvolto direttamente nel processo decisionale; e questo basta a sopire qualsiasi discussione interna.

    Oltre a ciò abbiamo un secondo risultato: nel panorama politico Grillo si attesta su una posizione alternativa e progressista, ma tutto sommato sicura. Infatti, se le cose per l’euro andranno bene, lui potrà sempre dire di aver solo cercato la legittimazione di un voto democratico; e se le cose invece andranno male, passerà per quello che “lo aveva detto”.

    Terzo punto rilevante: il referendum non si farà mai. Articolo 75 della Costituzione, comma 2: «Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, […] di autorizzazione a ratificare trattati internazionali». E’ dunque pressoché impossibile ipotizzare che la Corte Costituzionale sia indotta a privilegiare un orientamento elastico, tale da giudicare ammissibile un quesito referendario su un tema tanto delicato. Si potrebbe chiedere una deroga per un referendum consultivo (comunque non vincolante e puramente indicativo) sul tipo di quello del 1989: ma serve una modifica costituzionale, che Grillo non ha i voti per ottenere. Il che conferma l’impressione che – in fin dei conti – sia tutto un bluff, una mossa furbesca per gettare le responsabilità addosso agli altri partiti.

     

    Movimento 5 Stelle: cercasi identità

    Morale: siamo alle solite. La strategia imposta da Grillo al movimento non cambia: raccattare voti dove si può. Massimo risultato, minimo sforzo. Non c’è alcun tentativo di imprimere una svolta programmatica basata sulla coerenza ideologica. Il movimento non ha un’anima, non ha una collocazione, non ha una vocazione: è solo una collezione di errori di altri da non ripetere, un manifesto contro il lobbismo e la cementificazione condito in salsa “Casaleggio” (la promessa di una rivoluzione partecipativa delle masse attraverso il web).

    Si dirà che è pur qualcosa, di questi tempi. E può anche darsi che Grillo abbia ragione a fare quello che fa, in un momento in cui i partiti stanno sbagliando tutto. Forse davvero conviene stare sulla sponda ad aspettare il cadavere del nemico, allargando le braccia il più possibile per accogliere tutti i delusi, di qualsiasi estrazione e provenienza. Ma bisogna anche tenere in conto gli effetti collaterali.

    Ho già espresso i miei dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di un progetto politico che rinuncia ad un’identità per prendere più voti e che deve conciliare le molte anime interne. Aggiungo che limitarsi a porre un dibattito o stilare una serie di punti generici può essere anche una strategia per bypassare argomenti delicati: ma solo fintanto che si ha il monopolio sulla discussione. Quando gli altri diventano più progressisti di te, a quel punto c’è il rischio che ti battano al tuo stesso gioco: ed è quello che sta succedendo proprio sul tema della moneta unica.

     

    La nuova schiera di euroscettici arriva dall’opposizione

    Grillo è ancora, nell’immaginario collettivo, l’euro-scettico par excellence: ma nel frattempo anche gli altri partiti si stanno aggiornando. Fratelli d’Italia, con Alemanno e Crosetto, e la Lega Nord, con Salvini, si sono già assestati su posizioni seriamente euro-scettiche. Nell’Italia dei Valori c’è una discussione in atto. E presto potrebbe arrivare anche il pesce grosso.

    Berlusconi non ha più niente da perdere: rispetto agli obblighi di governo ha le mani libere, con le cancellerie europee non ha mai avuto un gran rapporto e quei poteri forti che vogliono continuità guardano per ora ad Alfano. Probabilmente per rompere gli indugi e prendersela definitivamente con l’euro al Cavaliere manca solo il conforto dei sondaggi che, secondo il Fatto Quotidiano, pendono ancora per il 59% dalla parte di chi guarda all’ipotesi di un’uscita con timore. Ma lo scarto è esiguo, se si considera la cappa di disinformazione che unilateralmente ci pronostica catastrofi. E chi mantiene un forte potere mediatico non dovrebbe avere difficoltà a ristabilire un equilibrio informativo.

    Se questo scenario si avverasse, dunque, Grillo potrebbe addirittura essere superato nella crociata contro la tecnocrazia europea da un fronte nazionale di destra (sul modello francese), col rischio di finire schiacciato tra due fuochi. A sinistra potrebbero rinfacciargli la fumosità delle sue critiche alla moneta unica; e a destra, anche se per motivi opposti, potrebbero fare lo stesso: troppo critico per una parte, troppo poco per l’altra.

     

    Il risultato finale non cambia

    In questa ridda di tatticismi politici, però, non dobbiamo tralasciare i fatti, che, in quanto tali, presenteranno il conto indipendentemente dal consenso che riscuotono. E qui il fatto è che – lo sappiamo giàl’euro effettivamente collasserà.

    E’ vero che farsi promotori attivi di questo fallimento storico inevitabile significa comunque pagare un prezzo politico: uscire non sarà quel disastro che raccontano, tutt’altro; ma nel breve periodo è possibile che non sia neppure una passeggiata, e dunque le prime difficoltà potrebbero essere rinfacciate proprio a quelle forze politiche che erano al potere quando si è compiuto il processo. Tuttavia, dall’altra parte, stare a guardare sperando poi di capitalizzare un guadagno elettorale col giochino che “io l’avevo detto” potrebbe non funzionare ugualmente: perché, come abbiamo visto, in tanti lo stanno dicendo già adesso. E sempre di più saranno quelli che lo diranno in futuro.

     

    Andrea Giannini

  • Berlusconi esce dal Parlamento: la lunga agonia del governo senza idee

    Berlusconi esce dal Parlamento: la lunga agonia del governo senza idee

    silvio-berlusconi-2Forza Italia è fuori dal governo. Berlusconi decade. E la maggioranza si assottiglia sempre più: il voto di fiducia sulla legge di stabilità passa al senato con soli 171 voti, rispetto ai 154 che rappresentano la soglia sotto la quale il banco salta. Insomma, niente di nuovo. E’ solo la lunga agonia di un governo destinato fatalmente a cadere senza aver concluso nulla, e che proprio per questo non aveva senso sin dal principio.

    Se si esclude qualche colpo di scena, infatti, stiamo semplicemente assistendo ad una trama già scritta, abbozzata il giorno delle elezioni e poi completata il giorno della riconferma di Napolitano. Solo chi non vuole vedere in faccia la realtà può illudersi che le larghe intese siano qualcosa di più di un respiratore per tenere in vita una classe politica morente. Chi invece non si accontenta dell’informazione mainstream e dei suoi slogan banali e incoerenti è perfettamente in grado, con un minimo di obiettività, di capire cosa sta succedendo.

    C’è una crisi economica che avrebbe bisogno di una banale verità economica: il cambio flessibile è «il peggior regime di cambio, esclusi tutti gli altri» (la citazione, ricalcata sul noto aforisma di Winston Churchill, è di James Meade, premio nobel per l’economia nel 1977). Di contro il cambio fisso serve solo a scaricare il peso degli aggiustamenti sui salari (lo ammettono placidamente anche Fassina e Cuperlo). Presunti effetti positivi: non pervenuti. E non serve essere grandi esperti per capirlo: basta registrare le dichiarazioni del capo economista al Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, che ha recentemente riconosciuto l’utilità del cambio flessibile e rigettato i tradizionali argomenti contrari perché «molto meno rilevanti di quanto non lo siano stati nelle crisi precedenti». C’è poco da fare: le prove in questo senso sono – come direbbe Paul Krugman – “overwhelming”, ossia schiaccianti.

    Nel mondo politico, tuttavia, ancora nessuna forza di peso è disponibile a prendere atto di questa situazione: non è disponibile il PD che ha sempre rivendicato l’entrata nell’euro come un successo personale; non lo è il PDL (o quello che ne è avanzato) per il quale la precedenza spetta ai problemi giudiziari del capo; e, nonostante le apparenze, non lo è nemmeno il M5S che (a differenza del Front National in Francia) ha paura ad assumersi la responsabilità politica delle critiche che rivolge all’Europa.

    Pertanto, in mancanza di una seria autocritica, l’idea di una coalizione tra la vecchia destra e la vecchia sinistra sotto il patrocinio del vecchio Presidente della Repubblica era intrinsecamente fallimentare. Si pretendeva di mettere insieme, infatti, forze che, dopo un anno e cinque mesi di convivenza dentro il governo tecnico, si ritrovavano senza una straccio di strategia contro la crisi, unite unicamente dal comune desiderio di preservare l’assetto esistente. Questa linea conservatrice conduce a predicare la stabilità come unico valore: e inevitabilmente costringe il governo a distinguersi soprattutto per le decisioni non prese e i duri compromessi digeriti pur di tenere in piedi la maggioranza.

    Ma nel frattempo il vero nodo della crisi continua ad essere ignorato. Così la ripresa non arriva e le tensioni dentro al governo aumentano: e mano a mano che appare chiaro che i partiti non stanno portando a casa risultati utili, ha sempre meno senso tenere a freno gli elettori delusi o soprassedere su questioni scottanti come la decadenza di Berlusconi. Presto o tardi, dunque, le contraddizioni esploderanno, segnando la fine del governo Letta.

     

    Andrea Giannini

  • Pdl a pezzi, presente e futuro della destra italiana: l’analisi politica

    Pdl a pezzi, presente e futuro della destra italiana: l’analisi politica

    alfano«IL PDL è morto: lunga vita al PDL!». Si potrebbe sintetizzare così il senso della scissione nel centro-destra tra “alfaniani” e “berlusconiani”. Il partito si divide oggi per avere una speranza di rinascere domani. Si, perché le due forze uscenti, Nuovo Centro Destra (NCD) e Forza Italia (FI), nonostante le inevitabili scaramucce, stanno in realtà lavorando di concerto: e, pur battendo strade diverse, promettono di ritrovarsi non appena si capirà quale via li attende nel futuro.

    silvio-berlusconi-2Ciò non significa che sia stata tutta una messinscena, una farsa recitata da guitti consumati; significa solo che, a fronte della difficilissima fase attraversata dalla politica italiana, il centro-destra ha saputo trovare un suo equilibrio. E’ un equilibrio precario – non c’è dubbio –, ma per il momento serve ad accontentare un po’ tutti.

    Anche ad un primo livello di analisi, infatti, appare chiaro che la scelta di dividersi è stata imposta da due esigenze opposte. Da un lato in buona parte del partito c’è la consapevolezza che, nel momento esatto in cui toglie la fiducia al governo Letta, Berlusconi diventa il capro espiatorio definitivo: ogni male dell’umanità passato, presente e futuro, ogni crisi economica e sociale gli potrà essere agevolmente imputata, e gli altri partiti potranno dedicarsi a un comodo scaricabarile. Pertanto, che piaccia o no, bisogna cedere al mantra della stabilità e, per quanto possibile, bisogna tenere in piedi Letta.

    Dall’altro lato, però, il Cavaliere ha necessità di tenere il fiato sul collo del governo per la questione della sua impunità. Letta e Napolitano sperano che, invocando calma e pazienza, si possa guadagnare un po’ di tempo: ma Berlusconi di tempo non ne ha; il che lo costringe, anzi, ad alzare costantemente il tiro della minaccia. Non solo. I suoi sanno bene che tutta la baracca sta in piedi solo grazie al carisma del leader: e questo carisma, che già ha subito il duro colpo della sconfitta sulla sfiducia solo un paio di mesi fa, rischia di appannarsi ancora di più, se rimane all’ombra della politica suicida del PD e non ascolta i richiami di sofferenza che vengono dall’elettorato.

    Dunque la soluzione ideale, a ben vedere, è proprio quella di lasciare un manipolo di valorosi (NCD) a sostegno della stabilità di governo, richiamando il grosso delle truppe cammellate (FI) a difesa del vecchio condottiero in pericolo. Un domani, con il solito voltafaccia, ci si potrà di nuovo riunire sul fronte che sarà risultato vincente.

    Tuttavia esiste anche un livello più profondo di analisi, che proietta le beghe della politica italiana sullo sfondo di una dinamica globale ben più complessa. In questo senso la frattura in seno al PDL non è più un fenomeno isolato, dovuto unicamente alle meschinità del nostro provincialismo; ma si rivela lo specchio di una rottura storica che sta interessando il fronte liberista internazionale.

    Questa ideologia del “meno Stato, più mercato”, un tempo molto compatta, è oggi attraversata da una faglia che si alimenta dei contrasti tra il mondo industriale-finanziario internazionale e il tessuto produttivo delle economie nazionali. Lungo questa linea di frattura si è spezzato anche il centro-destra italiano, creando così due nuove coalizioni di interessi distinti.

    Il Cavaliere sarà appannato quanto si vuole, ma è sempre stato, per gli ammiratori quanto per i detrattori, il campione di una certa media imprenditoria italiana, operante soprattutto nell’edilizia e nel manifatturiero. Questa parte della società, che a suo tempo aveva avversato la sindacalizzazione, attivamente chiesto l’abbassamento di tasse e salari, e salutato con entusiasmo la “discesa in campo” del suo beniamino, è stata poi colpita con molta durezza dalla crisi economica: e oggi è sempre più insofferente per la lentezza con cui si procede al raggiustamento (ammesso che ce ne sia uno all’orizzonte). Sta quindi emergendo l’idea che serva una drastica inversione di rotta.

    Traversie simili hanno subito anche le grandi aziende ex-statali o a partecipazione statale: velocemente privatizzate a cavallo tra anni ’80 e anni ’90, come imponeva il credo liberista, sono oggi più deboli e esposte alla spietata concorrenza estera. Ma in questo caso i “capitani coraggiosi” che le avevano rilevate si sono consolati con gli ingenti profitti sottratti nel corso degli anni. Ecco perché questa parte, così come tutto il resto della grande imprenditoria italiana, anche “sana”, potendo facilmente delocalizzare ed essendo meno esposta alla crisi dei consumi interni, ha tutto sommato interesse a mantenere questo assetto.

    Per rispondere a questa esigenza si è venuto a creare, attorno ad Alfano e Cicchitto, un fronte vicino alla finanza cattolica e sensibile ai richiami alla stabilità provenienti tanto dai centri bancari quanto dai partner internazionali (tutti ugualmente preoccupati di congelare la situazione nell’attesa di capire quale strategia adottare).

    Berlusconiani e alfaniani, dunque, riflettono il nuovo contrasto tra imprenditoria locale e capitalismo internazionale dopo anni passati a fare fronte comune contro la burocrazia e i sindacati. Questo esito era largamente prevedibile: anzi, si è reso possibile proprio perché il liberalismo aveva vinto,  imponendo la propria ricetta intrinsecamente instabile.

    Come avevo già scritto, infatti, il gioco funziona solo se si rimane a livello di singolo paese, perché quando una certa area esce perdente dalla competizione, i fattori produttivi si possono spostare nell’area vincente (come è successo tra il nostro meridione e il settentrione). Su scala globale invece le cose non vanno così, perché quando a rischiare di fallire sono gli Stati sovrani, allora non è più tanto facile assorbire le tensioni che si creano (i popoli non si spostano in massa da una nazione all’altra: a meno che non sia per andare in guerra…). Quando si entra in questa spirale, dunque, gli interessi delle economie nazionali cominciano irrimediabilmente a divergere da quelli, tipicamente, delle multinazionali e della grande finanza: e il sistema va in crisi.

    Insomma, il liberismo semplicemente non funziona. Ma in fondo lo abbiamo sempre saputo che non serviva per far funzionare le cose: ma serviva a giustificare l’arricchimento di alcuni e l’impoverimento di altri.

     

    Andrea Giannini