Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • Politica, scienza, media: non mi fido. Complottismo? No, fase di transizione

    Politica, scienza, media: non mi fido. Complottismo? No, fase di transizione

    decrescitaPiù volte su questa rubrica mi sono ritrovato a spiegare che le cose non stanno come generalmente si crede: è capitato a proposito della moneta unica, del problema della stabilità politica, del valore di certe icone liberal dell’informazione, dell’operato del Presidente della Repubblica e dell’infallibile sistema tedesco. C’è un’idea, però, su cui più di altre mi sono concentrato: la pretesa che esista un sapere economico univoco, ben noto ai nostri “policy maker” e padroneggiato con sicurezza dai tecnici.

    Da “non-economista” ho fatto varie incursioni (imposte dalla violenza della crisi) in questo campo impervio: mi hanno restituito un panorama molto più variegato e un dibattito molto più acceso di quello che il grande pubblico normalmente pensa. Ho provato così a richiamare l’attenzione sul fatto che molte voci importanti da noi erano sostanzialmente ignorate, che i termini del dibattito pubblico stavano mutando spacciando una tesi economica relativa per una verità politica assoluta e che, più in generale, esistono visioni alternative.

    Su tutti questi punti sarebbe stato interessante avere un confronto nel merito; cosa che mi avrebbe permesso, tra l’altro, di correggere imprecisioni ed errori che sicuramente non sarò riuscito ad evitare: purtroppo però, salvo rarissimi casi, ciò non è stato possibile. La logica dominante è quella di giudicare un prodotto dalla scatola: pochi si abbassano a leggere l’etichetta, quasi nessuno apre la confezione. Così ci si riduce a discutere con quelli che: “io sono per rimanere nell’euro, perché il mondo va verso l’unificazione” (per inciso, un saluto affettuoso al caro amico autore di questa brillante riflessione).

    Tuttavia rimane un’obiezione che, pur senza entrare nel merito, mantiene un certo peso: se davvero le cose non stanno come crede la maggior parte, come si spiega l’ignoranza nella quale sono tenute le persone?

     

    La politica, l’informazione, la scienza economica: ci possiamo fidare?

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    In effetti è strano. Dopotutto siamo ancora in democrazia! Si possono ascoltare un sacco di voci e pareri diversi; e ciascuno di noi, se vuole, può farsi un’opinione sensata. In politica l’alta conflittualità e l’ambizione personale, se non altro, spingono i vari leader a ricercarsi una nicchia elettorale: è difficile, dunque, che forti interessi rimangano senza alcuna rappresentanza. Anche nel mondo dell’informazione c’è molta offerta: per cui, benché la maggior parte dei giornalisti scrivano quello che vogliono i loro editori, è difficile che non esista neppure un luogo dove si possano raccontare le cose come stanno. Infine la scienza fa volare gli aerei e fa girare le particelle a Ginevra: pertanto dobbiamo avere fiducia che, se la comunità scientifica è in sostanziale accordo su una cosa, quella cosa sia vera.

    Certo, occasionalmente al pubblico potrà essere restituita qualche menzogna, soprattutto laddove s’incontrano ricchi tycoon come Berlusconi che monopolizzano le TV; ma tolto questo, come è possibile che il sistema politico, mediatico e scientifico in blocco e per un periodo prolungato ci propini informazioni false? A meno che non ci sia un complotto.

    E così siamo arrivati al punto: nella testa di molti chi contesta radicalmente l’opinione corrente è in fondo un complottista, perché il sistema ha molti difetti – è vero – ma è plurale e democratico; per cui non ci possono essere verità palesi su cui la maggioranza è tenuta all’oscuro.

    In realtà questa rassicurante immagine di “società del progresso” – in cui la collettività dispone di tutti i mezzi necessari e alla fine prenderemo sempre la decisione democraticamente più giusta… – è come minimo ingenua. Ho fatto cenno alla politica, all’informazione e alla scienza perché sono i veicoli che concorrono alla formazione del nostro sistema di valori (ci sarebbe anche la scuola e il mondo della cultura, ma per non complicare il discorso teniamoli da parte). Le nostre opinioni dipendono, dunque, non solo da noi, ma anche da quello che sentiamo dire ogni giorno da queste categorie di persone: politici, giornalisti e esperti di varie discipline. Ebbene: ci possiamo fidare?

    Dei cosiddetti “rappresentanti del popolo” non occorre discutere molto: stiamo parlando di quello che nell’immaginario collettivo è il principale colpevole della crisi; per cui non mi occorre sprecare fiato per convincervi della scarsa affidabilità di questa classe politica. Un po’ più di fiducia si tende a riporre, invece, nel mondo dell’informazione: ma sono pochi quelli che mantengono ancora un certo credito; e non ci vorrà molto perché tutti si rendano conto che anche i vari Ballarò e Servizio Pubblico non stanno restituendo l’informazione che servirebbe in questo momento.

    Arriviamo così alla scienza; e dal momento che il problema è la crisi economica, parliamo della scienza economica. Ecco, magari non ci fidiamo degli economisti e delle università di casa nostra, ma sicuramente abbiamo fiducia negli economisti internazionali: se questi esperti sono concordi su qualcosa, almeno di questa cosa non avrà senso dubitare… giusto? Purtroppo non è così facile.

    Il Guardian ha raccolto la denuncia di un’associazione studentesca dell’Università di Manchester secondo cui le facoltà di economia del Regno Unito sono tuttora rigorosamente allineate sulle posizioni del pensiero neoclassico, lo stesso che prima non ha saputo prevedere la crisi e poi non ha saputo spiegarla. L’Economist, dal canto suo, ha puntato il dito sulla scarsa qualità della ricerca scientifica internazionale, lamentando sia scarse verifiche sui risultati degli studi pubblicati (ricordate il caso Reinhart e Rogoff?), sia un’esasperata competizione che non premia l’originalità, ma spinge al conformismo. Insomma: ce n’è abbastanza anche qui per non prendere tutto come oro colato.

    Direte voi: ma se non possiamo fidarci di nessuno, che facciamo? Buttiamo a mare tutto il sistema? Assolutamente no. Il rivoluzionario, in fin dei conti, è anch’egli un nostalgico di quel mito della “società del progresso” cui accennavo poco sopra: avendo constatato che non si sta realizzando, ne attribuisce la colpa all’umanità corrotta, al profitto, al denaro, alla proprietà privata, eccetera. La realtà è un’altra, e in fin dei conti è anche più semplice: siamo in fase di transizione.

    Le società e i loro valori di riferimento non permangono sempre identici, ma sono dinamici: mutano, si correggono e auspicabilmente si evolvono; e di solito questo avviene in corrispondenza di grandi crisi come quella che stiamo vivendo. Così la rappresentanza politica è chiamata a ridefinirsi, il mondo dell’informazione a ripensarsi e anche le teorie economiche conosceranno maggiore o minore fortuna, a seconda di quello che l’esperienza via via ci insegnerà.

    Chiaramente questo processo è ancora all’inizio; tuttavia è proprio in fasi come queste, quando tutto si rimette in discussione, che le maggioranze tendono ad arrivare in ritardo sul cambiamento: perché è la parte più restia ad abbandonare quello in cui credeva prima.

     

    Andrea Giannini

    [illustrazione di Valentina Sciutti]

  • Crisi europea, la Germania è finalmente sul banco degli imputati

    Crisi europea, la Germania è finalmente sul banco degli imputati

    economia-soldi-D1Il fatto che questa rubrica non si occupi del caso Cancellieri non significa che si tratti di un episodio minore. Esigere alti standard di imparzialità e moralità, anche formale, da parte dei ministri della Repubblica (soprattutto nel Ministero della Giustizia) è senza dubbio uno snodo vitale per il buon funzionamento di una democrazia. Tuttavia le rivendicazioni attorno alla qualità della classe dirigente sono importanti unicamente in quanto quella stessa classe dirigente, attraverso il voto, riceve il potere di prendere decisioni al posto dei cittadini; quindi bisogna fare attenzione a non invertire la relazione: l’argomento centrale in politica rimane il merito delle decisioni che vengono prese. Ha senso interessarsi ai rilievi penali o alla forma dei comportamenti solo perché si dà per scontato, molto banalmente, che non ci si può fidare di chi non si comporta correttamente.

    Da questa premessa discende che una campagna di stampa per la trasparenza dei comportamenti (nella fattispecie, per le dimissioni del ministro Cancellieri, che sarebbero doverose…) non dovrebbe arrivare al punto di oscurare il merito di altre questioni assolutamente rilevanti: perché non ce ne facciamo nulla di politici apparentemente onesti, se poi ci disinteressiamo delle decisioni che prendono.

    Ed invece la settimana scorsa è passata quasi sotto silenzio la notizia che gli USA stanno attaccando frontalmente la politica economica di Berlino. Il Dipartimento del Tesoro, infatti, ha rilasciato un report dove al primo posto tra i “punti chiave” dell’economia globale viene inserito l’avanzo della bilancia dei pagamenti della Germania, cioè, in buona sostanza, l’ eccessivo export tedesco.

    Possibile? La virtuosa Germania imputata perché vende tanto all’estero? Ma non è un bene che uno Stato esporti? Non siamo noi quelli corrotti e fannulloni che meritano il biasimo generale? E non stiamo facendo le riforme proprio per diventare anche noi produttivi come i Tedeschi?

    Sulla base di questi interrogativi qualcuno ha ipotizzato che gli Stati Uniti stiano solo cercando un diversivo dopo lo scandalo intercettazioni; ma questa speculazione è rigettata categoricamente dal premio Nobel Paul Krugman, secondo il quale, fatte salve le responsabilità americane, confondere le due vicende significa perdere di vista il punto centrale: la politica tedesca provoca realmente squilibri insostenibili per i partner. L’insigne economista rincara la dose stigmatizzando la replica di Berlino: l’alto livello di export della Germania non dipende solo dalla buona qualità dei suoi prodotti, e anzi «gli economisti in tutto il mondo che leggono questo dovrebbero piangere». Come se non bastasse, ci si è messo pure il Fondo Monetario Internazionale, il quale, dopo anni di critiche a noi PIIGS, ha ammesso finalmente che anche il surplus tedesco è un problema.

    Se anche non vi fidate degli “amerikani”, sappiate che non potete eludere la questione così facilmente: purtroppo che i problemi dell’euro-zona dipendano dall’atteggiamento mercantilista della Germania non lo nega più nessuno. Non c’è alcun commentatore qualificato, per quanto interessato alle nostre mazzette e ai nostri debiti, che interrogato sul punto specifico si azzardi a negare le pesanti responsabilità tedesche. Per cui, rassegnatevi: le cose stanno così e lo sanno tutti. Anzi, è proprio perché si tratta di dinamiche semplici e risapute che Era Superba, pur non essendo l’Economic Journal, ha potuto raccontarle in tempi non sospetti: e dunque sapete già quale sia questa visione distorta dello sviluppo economico, come si fa a tenere bassi i salari, e perché questo atteggiamento sia alla base della crisi dell’euro-zona, avvicinando sempre di più la fine dell’euro.

    Si chiama strategia “Beggar-thy-Neighbor” (“arricchisci alle spalle del tuo vicino”). Come ho spiegato più volte, i Tedeschi semplicemente pagano poco i loro lavoratori in proporzione a quanto vendono e si garantiscono così una buona competitività, perché, se diminuiscono i costi, aumenta la quota del profitto. Questo profitto, però, non si traduce in corrispondenti aumenti salariali grazie a precisi accordi sindacali e forme di lavoro poco tutelate: così la domanda interna non sale, l’inflazione resta bassa e il vantaggio competitivo rimane intatto. A questo punto i paesi importatori hanno solo due strade per recuperare terreno rispetto ai forsennati esportatori teutonici (che nel frattempo usano il loro surplus per fare investimenti e produrre merci sempre migliori): o svalutano la moneta o svalutano i salari. Ma noi una moneta nostra non l’abbiamo. Di conseguenza siamo costretti a svalutare i salari; e così distruggiamo la domanda interna (come ammette placidamente l’ex-premier Monti), mandando sul lastrico centinaia di imprese che non hanno più gli acquirenti per i loro prodotti.

    Ecco perché oggi tutti se la prendono con i Tedeschi: perché se non si decidono a spingere i consumi pagando di più i loro lavoratori – e lo possono fare agevolmente, dato che hanno un surplus enorme – in Europa non rimarrà nessuno a sostenere la domanda e il sistema andrà in pezzi. Ed ecco perché esportare non è sempre un bene: perché non c’è un paese che esporti senza che dall’altra parte ci sia un paese che importi; per cui se la Germania, o meglio l’industria tedesca, non vuole rinunciare alla sua bella fetta di export, che per un terzo è diretto verso altri paesi dell’euro-zona, è chiaro che questi ultimi non potranno che continuare ad indebitarsi fino al default o all’uscita dalla moneta unica.

    Ripeto: chi ha un minimo di conoscenza di temi economici, da Monti a Fassina, questa dinamica la conosce benissimo. Ormai non ci si affanna neppure più a smentire che la creazione dell’euro sia stata come minimo “affrettata”. Neppure Milena Gabanelli, i cui “report” sul tema ho criticato aspramente tre settimane fa, nega che sarebbe stato meglio non entrare nell’euro. Ed è sempre più difficile, a fronte di una situazione che continua a peggiorare, sostenere che restare fuori dalla moneta unica sin dall’inizio ci avrebbe consegnato a scenari ancora più catastrofici. Per questo oggi non rimane che un’ultima frontiera per i “negazionisti”: “entrare è stato un errore, ma tornare indietro non si può più”.

    Questa tesi sarebbe anche interessante, se permettesse un dibattito sui costi dell’uscita; purtroppo si tratta solo di un mantra da ripetere ossessivamente per fermare ogni discussione: “bisognava pensarci prima”, “la scienza economica non è in grado di fare previsioni certe”, “parlare di uscita può rinfocolare populismi ed estremismi”, “non bisogna sbattere i pugni sul tavolo” , “i Tedeschi li possiamo convincere solo rispettando gli impegni”, eccetera. La reale consistenza di queste osservazioni e le flebili speranze a cui si finge di rimanere attaccati non sono il tema di questo articolo; per cui mi limito a una sola osservazione, a proposito di quelle decisioni sbagliate cui facevo accenno all’inizio: se siamo tutti d’accordo che sarebbe stato meglio non entrare nell’euro, chi paga per questo errore?

    E cosa dire delle politiche di austerità? Del pareggio di bilancio in Costituzione? Di tutte le altre regole assurde che l’UE ci ha imposto, che noi abbiamo ratificato senza alcuna discussione pubblica e che non serviranno a salvarci? Spero sia chiaro, dunque, che anche se le dimissioni della Cancellieri sono importanti, è più importante tenere d’occhio le decisioni che vengono prese: perché una volta imboccata la strada sbagliata il danno è fatto. E quella di metterci di fronte al fatto compiuto è ormai con tutta evidenza una strategia consolidata per bypassare la democrazia.

     

    Andrea Giannini

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Il ruolo del Presidente della Repubblica e quello di Giorgio Napolitano

    Il ruolo del Presidente della Repubblica e quello di Giorgio Napolitano

    NapolitanoDi questi tempi prendersela con il Presidente della Repubblica va molto di moda. Ma bisogna ammettere che non si tratta solo di propaganda politica. Benché a Giorgio Napolitano non si possano imputare grandi strappi, sostanzialmente non c’è alcun dubbio che sia lui la vera guida politica dell’Italia: e questa, a ben vedere, è già una forzatura.

    L’azione politica, fin tanto che è in vigore questa Carta Costituzionale, è promossa dal governo, cioè da chi è stato votato dai cittadini. Invece al Presidente della Repubblica, il quale viene eletto dalle camere, è riservato un ruolo prevalentemente istituzionale: ciò significa che, pur avendo importanti funzioni di rappresentanza, supervisione e ratifica, non ha il compito di intervenire direttamente nel dibattito politico e nell’azione legislativa.

    Tra le sue attribuzioni rientra il potere di nominare «il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92); ma nulla che riguardi nello specifico i provvedimenti legislativi di un governo. E a differenza di quanto avviene negli USA, in Italia il Capo dello Stato non rappresenta il potere esecutivo. Certo, «prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione»; tuttavia «se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata» (art. 74). Di nuovo, dunque, appare chiaro come, da un punto di vista politico, il Presidente della Repubblica abbia facoltà di fare pochi e limitati interventi.

    Tuttavia non pare davvero che l’azione di Napolitano sia improntata a questo spirito. Certo, non ha mai obbligato nessun altro organo costituzionale a fare alcunché (e ci mancherebbe altro, sarebbe un colpo di Stato); né gli si vuole impedire di parlare o lanciare moniti. Resta il fatto che si è avventurato con forza a caldeggiare soluzioni, a fare proposte, a intervenire nel vivo del dibattito politico come nessun altro Presidente si era preso la briga di fare. Per di più la debolezza della classe politica nel mezzo di una crisi economica e le particolari condizioni che hanno portato Napolitano al suo secondo mandato rafforzano il suo ascendente politico, rendendo ogni suo richiamo sempre più forte e ogni possibilità concreta di metterlo in discussione sempre più remota.

    Né si può dire che questo onere sia subito passivamente. Al contrario, appare evidente che il Presidente si è messo in testa di essere l’ultimo baluardo contro la deriva del paese. Basta  ricordare le sferzate che ha riservato al Parlamento in occasione del discorso che sancì la sua rielezione e le precise condizioni dettate allora («Se i partiti saranno di nuovo sordi trarrò le mie conseguenze»; ossia “ora fate come dico io, se no me ne vado e poi vediamo come ve la cavate da soli…”). Ancora l’altro giorno è bastata una brevissima battuta informale per confermare lo sprezzo riservato a questa classe politica e il senso di superiorità morale che Napolitano si attribuisce al confronto.

    Su tanti temi, poi, si permette di indicare indirizzi precisi intollerante ad ogni critica. Ad esempio, non si limita a segnalare l’emergenza carceri, ma suggerisce anche delle soluzioni: «La prima misura su cui intendo richiamare l’attenzione è l’indulto che non incide sul reato e può applicarsi ad un ambito esteso». Affermazioni chiare come queste, nel contesto sopra delineato, sono consapevolmente tese a condizionare il dibattito politico. Lo stesso dicasi per intromissioni di altro tipo, quali la nota vicenda intercettazioni.

    Non basta. Le soluzioni politiche alla crisi recano la chiara impronta del Presidente della Repubblica: è stato Napolitano a volere Monti, a bollare come “populista” chiunque (da Grillo a Berlusconi) abbia osato mettere in discussione questa Europa (i famosi “vincoli ineludibili”), a volere fortemente le larghe intese come unica risposta per traghettare il paese fuori dal pantano. Addirittura si è inventato e ha patrocinato un collegio di “saggi” per le riforme, cui ha chiesto di proporre soluzioni un po’ per tutto: dagli aiuti alle PMI fino alla riforma della Costituzione.

     

    Il presidente e la riforma della Costituzione

    giorgio-napolitanoQuesto ultimo punto è particolarmente rilevante. A proposito dei delicati interrogativi che sollevavo la settimana scorsa, ossia se al nostro sistema istituzionale possa essere imputata qualche colpa nella genesi della crisi attuale, il Presidente Napolitano e gran parte della classe politica non sembrano avere dubbi: senza alcuna discussione pubblica e senza che vengano addotte ragioni specifiche, è stato stabilito che il nostro sistema è troppo pesante e troppo lento, e che pertanto si impone una svolta “decisionista”.

    E’ questo lo scopo delle cosiddette “riforme costituzionali”, facilmente desumibile da quello che è scritto sul sito della Camera. Più potere all’esecutivo e meno controlli è la morale che sta dietro ad espressioni quali: «superamento del bicameralismo perfetto», «introduzione di un procedimento legislativo con una doppia deliberazione conforme solo in casi limitati», «rafforzamento della stabilità di governo», e «accentuazione del primato del Presidente del Consiglio nella compagine di governo». E’ la famosa repubblica presidenziale, che nei fatti Napolitano sta già (impropriamente) anticipando e dei cui benefici effetti tanto si favoleggia, senza che però si sia mai stabilito se davvero la lentezza del vecchio sistema sia l’origine di tutti i nostri mali. Di sicuro c’è solo che la finanza speculativa ne sarebbe molto contenta.

    Da tutto questo discorso segue che gli errori di Napolitano diventano sostanziali, ma nascono formali. Non importa che abbiate fiducia nella persona o meno: quello che è importante è che l’istituzione sta progressivamente travalicando i suoi confini con la scusa dell’emergenza e della crisi. E questo fatto, che è sotto gli occhi di tutti, dovrebbe essere denunciato come un grave pericolo. A nulla vale che il Presidente sia animato dalle migliori intenzioni: sicuramente anche Hitler lo era quando ha portato il mondo in guerra e ha cercato di sterminare un popolo intero. Il fatto è che purtroppo si sbagliava.

    E’ per questo motivo che le costituzioni anti-fasciste prevedono vincoli e contrappesi: non tanto perché bisogna fare l’Europa unita o perché non venga più in mente a nessuno di prendersela con gli Ebrei, ma in primis per evitare gli errori di singoli uomini convinti di sapere ciò che è necessario fare. E ovviamente, soprassedendo al rispetto delle forme repubblicane senza battere ciglio, questo è esattamente quello che ci aspetta. Insomma, lasciare che un politico di 87 anni imprima la sua direzione all’intero paese nel plauso ossequioso della stampa e nell’ammutolita reverenza di tutta la politica può costarci caro: cosa facciamo poi se la direzione è quella sbagliata?

     

    Andrea Giannini

  • Movimento 5 Stelle, analisi politica e considerazioni inattuali

    Movimento 5 Stelle, analisi politica e considerazioni inattuali

    Beppe GrilloLunedì Peter Gomez e Marco Travaglio (rispettivamente direttore dell’edizione on-line e vicedirettore dell’edizione cartacea del Fatto Quotidiano) hanno risposto ad una lettera di Vittorio Bertola, consigliere del M5S di Torino. Argomento del contendere era lo stop di Beppe Grillo rispetto all’ipotesi di votare per l’abolizione del reato di clandestinità. L’episodio è noto, mentre lo scambio di vedute tra il politico e i due giornalisti è passato naturalmente in secondo piano: ma riprenderlo può essere molto istruttivo.

    La critica di Gomez e Travaglio si basa sostanzialmente su tre punti assolutamente condivisibili:

    1. se pure è vero che l’abolizione del reato di clandestinità non era nel programma del M5S, va anche aggiunto che nello stesso programma manca qualsiasi tipo di accenno al tema dell’immigrazione: ed è un errore non aver pensato a delle proposte a riguardo;
    2. Grillo non articola un ragionamento che entri nel merito della questione, ma evoca esclusivamente ragioni di convenienza elettorale (non inimicarsi l’elettorato di centro-destra): ed è proprio questa l’attitudine della vecchia classe politica che Grillo stigmatizza;
    3. l’idea di democrazia diretta «alla prova dei fatti rischia di mostrare dei limiti»: cioè i parlamentari devono pur avere un certo margine di autonomia.

    Questa analisi ha il merito di discutere punti deboli e punti forti rimanendo fuori dal coro degli hooligan pentastellati o dei detrattori a oltranza: ed è rarissimo trovare qualcuno che non sia interessato solo a trattare i nuovi arrivati vuoi come i liberatori della politica italiana, vuoi come dei sovversivi fascisti. Senza nulla togliere a Gomez e Travaglio, però, concedetemi la piccola vanità di far notare che i due arrivano un pelino tardi: tutte queste cose io le avevo scritte tempo fa.

    Già un anno fa avevo scritto che il M5S incarnava l’esigenza di recuperare il senso della rappresentanza politica, ma che si affidava per questo ad un’idea di democrazia diretta “telematica” troppo ingenua per funzionare realisticamente. Avevo avuto modo di ribadire che è una colossale ipocrisia quella di ignorare il confronto ideologico tra destra e sinistra, perché questa distinzione incarna i due interessi di base che dividono al fondo qualsiasi società: quello di una maggioranza che ha la sua forza nella quantità e quello di una minoranza che ha la sua forza nel peso specifico (ne riparleremo meglio in futuro). Avevo spiegato, infine, che da questi e altri nodi irrisolti dipendeva la mancata maturazione ideologica del movimento.

    Dunque era del tutto pacifico che questa necessaria evoluzione fosse frenata proprio dall’incapacità di  Grillo e Caseleggio di coglierne la grande ricaduta positiva, sul lungo periodo, in termini di consenso, e che prevalessero al contrario calcoli elettorali di breve respiro, nella convinzione che nell’immediato futuro occorra limitarsi a strizzare l’occhio ai delusi della vecchia politica, tanto a destra quanto a sinistra. Questa strategia “attendista” può forse tornare utile in questa fase, visto che i partiti tradizionali si stanno distruggendo da soli; ma prima o poi il movimento dovrà capire cosa vuol fare da grande: e l’impressione è che questo i due guru non l’abbiano capito.

    Che ci sia qualcosa che non va, invece, dimostrano di averlo capito Gomez e Travaglio. E chissà, forse si potrebbe anche lasciar perdere un attimo quello che dice la Bonev – anche perché, a naso, chi voleva farsi un’idea su Berlusconi forse se l’è già fatta da anni… – per spingersi un po’ più in là. Ci sarebbero da fare, ad esempio, almeno due importanti considerazioni “inattuali”.

     

    A proposito di immigrazione

    Senza dubbio il reato di immigrazione clandestina è «una grida manzoniana»; di sicuro «il decreto sicurezza Maroni e la Bossi-Fini vanno rivisti in molte parti»; certamente per elaborare un’alternativa è necessario «incontrare esperti, magistrati, volontari, comitati di cittadini e immigrati»: insomma, tutto vero; però forse si potrebbe anche notare che l’ansia di Grillo di marcare una differenza dalla sinistra dipende dal fatto che pure da quelle parti il tema immigrazione non è che sia stato gestito granché bene.

    Forse si potrebbe anche dire che, dietro al supposto “internazionalismo” e ai bei discorsi sulla accoglienza e la fratellanza che piacciono tanto alla borghesia liberal e ben educata, si nasconde l’interesse di una parte dell’imprenditoria italiana di incentivare l’afflusso di manodopera a buon mercato dall’estero per abbassare le pretese dei lavoratori. E questa cosa – pensate un po’ – a questi stessi lavoratori rozzi e ineducati non piace. Ovviamente non intuiscono il fenomeno complessivo, ma certo si rendono conto di vivere in periferie sempre più degradate, di avere sempre meno potere d’acquisto e di contare sempre meno: cosa che nel passato ha segnato la fine dei partiti ex-comunisti, spingendo gli operai a votare Lega Nord; mentre oggi, in un quadro ancora più difficile, dalla Gran Bretagna alla Grecia, gli episodi di razzismo e le tensioni sociali aumentano.

    Dunque sarebbe forse il caso di occuparsi delle storture di questa globalizzazione in cui le potenze industriali sfruttano e impoveriscono il terzo mondo generando flussi migratori che vanno a creare  competizione al ribasso tra le classi lavoratrici di quelle stesse potenze.

     

    Da dove parte la degenerazione politica?

    A voler fare poi un’analisi raffinata, si potrebbe cogliere un grosso problema politico che Grillo indirettamente pone, pur non comprendendolo. Infatti, questo continuo oscillare del M5S tra difesa del sistema che abbiamo ereditato e desiderio di introdurre innovazioni (ad esempio, relativamente alla Costituzione, lo strano rapporto tra le accuse di tradimento lanciate alla vecchia classe politica e certe proposte di modifica) dovrebbe indurre a riflettere sul fatto che, anche nel “nuovo che avanza”, sulle cause della decadenza politica che stiamo attraversando c’è molta confusione d’analisi: ed è proprio per questo che manca una proposta convincente.

    Posto che non si possono che criticare le ultime manovre per modificare la Costituzione (perché sappiamo già a quali logiche rispondono), resta comunque il fatto che in effetti il sistema è degenerato, perché è evidente che il meccanismo di rappresentanza politica non solo non rispecchia il paese, ma anzi gli si rivolta contro. Si tratterebbe dunque di capire come questo è successo prima di azzardarci a fare modifiche.

    La questione è: è necessario riformare il sistema perché si è rivelato inadatto, oppure, all’opposto, è stato proprio il fatto di non averlo rispettato a creare i problemi? In altri termini, la nostra Repubblica parlamentare e la nostra Costituzione sono datate, oppure siamo noi che le abbiamo tradite?

    Personalmente propenderei per la seconda opzione: che però, a ben vedere, non esclude affatto la prima. In effetti, se il punto è che gli Italiani si sono fatti persuadere da promesse fallaci a percorrere strade sbagliate, tanto da mettere in discussione e poi compromettere il sistema di regole ereditato nel dopoguerra, questo significa pur sempre che alla prova dei fatti il sistema ha una falla. E se c’è modo di scardinarlo, allora bisogna creare delle nuove contromisure.

    La mia ipotesi è che si debba procedere non certo verso lo smantellamento della Costituzione, ma verso un’estensione e un rafforzamento delle tutele che essa già prevedeva, nel rispetto del suo spirito di fondo. Ma è solo un’intuizione personale: sarebbe utile che si confrontassero pubblicamente persone ben più qualificate di me. E visto che la politica latita, sarebbe bello che fosse il mondo dell’informazione ad avviare urgentemente il dibattito, senza relegarlo in terza pagina per far spazio al cagnolino Dudù.

     

    Andrea Giannini

  • Report, uscire dall’euro: strafalcioni di Milena Gabanelli e Stefania Rimini

    Report, uscire dall’euro: strafalcioni di Milena Gabanelli e Stefania Rimini

    report-gabanelli-2“Ma la Gabanelli non doveva fare una puntata sull’euro”? Seguendo questa mia piccola curiosità, l’altra sera accendo la televisione su RAI 3 e trovo proprio una puntata di Report su uscita dall’euro, ridenominazione del debito, fiscal compact e riforme fatte in Germania. Non che mi aspettassi gridi d’allarme contro le storture della moneta unica o accorati appelli contro le assurde regole di bilancio europee. Speravo però di resistere più di un quarto d’ora: e non ce l’ho fatta.

    Sono bastati pochi minuti di trasmissione perché il dibattito pubblico facesse di colpo un balzo indietro di almeno due anni, col ritorno di luoghi comuni talmente vecchi, che si pensava non fossero più utili a spaventare la gente. Invece l’inchiesta di Stefania Rimini, che si proponeva nelle intenzioni di smontare le dichiarazioni inconsulte dei politici, alla prova dei fatti si segnala soprattutto per la superficialità d’analisi; e il titolo del servizio, “Sparala grossa”, deve purtroppo essere preso come un manifesto giornalistico.

    Alcune perle in ordine sparso.

    – Alessandro Penati (economista): «(Uscire dall’euro) significherebbe che tutti i nostri risparmi sono svalutati del 30%». Stefania Rimini: «Uscire dall’euro equivale a una patrimoniale del 30%. Questo però non te lo dicono quelli che lo propongono».

    Invece te lo dicono: sei tu che non ci hai capito una beneamata mazza. Chi si troverà le nuove lire in mano, certamente avrà una moneta che nelle previsioni dovrebbe andare a svalutarsi del 20/30% rispetto al marco/euro. E non è un effetto collaterale: è l‘obiettivo numero uno. Il senso dell’uscita è proprio ripristinare valute che riflettano la reale differenza tra le varie economie. Ma questo non significa perdere il 30% di potere d’acquisto, perché la svalutazione avviene nel confronto con le altre valute, cioè altri paesi, non con il macellaio o il panettiere sotto casa. Andare in vacanza a Berlino potrebbe essere in effetti più caro del 30% (a tutto vantaggio delle nostre mete turistiche): ma in Italia, il giorno dopo l’uscita, si farà la spesa esattamente come il giorno prima, perché anche i prezzi si svaluteranno come i salari.

    Altro discorso più complesso (ma Stefania Rimini lo ignora) sarebbe il destino delle merci che importiamo dall’estero, che col nuovo cambio diverranno più costose: ma anche qui, come è già stato rilevato, non ha senso attendersi un aumento generale dei prezzi del 30%, ossia un’inflazione corrispondente alla svalutazione; è più probabile, invece, un’inflazione più bassa e sostenibile, i cui eventuali effetti negativi potrebbero essere smorzati semplicemente agganciando di nuovo le retribuzioni all’aumento del costo della vita (vedi alla voce “scala mobile”).

    – Daniel Gros (economista): «(I Tedeschi hanno tagliato) nel momento giusto mentre gli altri paesi tra cui soprattutto l’Italia hanno aumentato le spese, pensando che le entrate aumentassero per sempre».

    E’ vero l’opposto. Nel primo decennio dell’euro (1999-2008) il debito pubblico tedesco è andato dal 61% al 67% del PIL (dicesi “aumento”), mentre il nostro è passato dal 113% al 106% (chiamasi “diminuzione”). Oggi il debito tedesco è quasi l’82% del PIL: ciò significa che dal 1999 a oggi la Germania ha aumentato il proprio debito pubblico del 34% (82 : 61 = 1,34). Noi siamo al 133,2% del PIL: quindi nello stesso periodo abbiamo aumentato il rapporto debito/PIL di meno del 18% (133 : 113 = 1,176), cioè, in proporzione, la metà dei Tedeschi.

    – Stefania Rimini (spiegando il fiscal compact): «Il rapporto (debito/PIL) è 130%. Dobbiamo arrivare a 60, calando di un ventesimo l’anno. La differenza tra 130 e 60 è 70, un ventesimo è 3,5. L’anno dopo non calcoleremo più su 130, ma su 126,5. E la differenza non è più 70, ma 66,5. E così via, ogni anno si ricalcola. Se intanto c’è una piccola crescita e un po’ di inflazione che gonfia il PIL, se il debito resta fermo il rapporto debito/PIL si mette a posto per conto suo. E si arriva al 60% senza strangolare nessuno».

    Va bene: contiamo. Nel 2012 siamo stati intorno ai 1565 miliardi di PIL. Quanto è il 3,5% di 1565? Circa 55 miliardi. Ripeto: 55 miliardi di tagli in un anno. Per capirci, il paese sta litigando perché abbiamo appena fatto una manovrina da 11,5 miliardi… Ma Stefania Rimini e Milena Gabanelli non trovano che questo comporti “strangolare” la nostra economia, perché poi l’anno successivo le cose cambiano.

    Va bene: contiamo di nuovo. Secondo la visione proposta, l’anno successivo siamo a un rapporto debito/PIL pari a 126,5%: dunque dobbiamo tagliare solo un ventesimo di 66.5%, che corrisponde al 3,325% del PIL. Se nel frattempo il PIL in valore assoluto non è cambiato, allora per l’anno in corso dobbiamo tagliare solo 47 miliardi. Quarantasette miseri miliardi: una passeggiata!

    Certo, le cose sono più complesse di come le racconta Stefania Rimini. Se cominciamo a crescere, aumenta il PIL, il rapporto col debito scende e la percentuale da tagliare diminuisce. Ma c’è un piccolo dettaglio: non cresciamo.

    Da quando ci hanno sottoposti a queste “cure” a base di tagli, la recessione si è ulteriormente inasprita: il PIL è sceso, mentre il debito pubblico è aumentato. Basta aprire google, scrivere “debito pubblico italiano” e – voilà! – appare un bel grafico dove si vede plasticamente quello che sto dicendo. Il debito pubblico prima della crisi, seppur lentamente, scendeva: dalla crisi in avanti è schizzato alle stelle. Quindi se il rapporto debito/PIL sale, la percentuale da tagliare aumenta progressivamente, anziché diminuire.

    Conclusioni

    economia-soldi-D1Vediamo allora di trarre le dovute conclusioni da questa bella carrellata di orrori giornalistici, cercando anche per quello che è possibile di mettere da parte il sarcasmo. Parliamo sicuramente di temi complessi: io non ho una laurea in economia, come evidentemente non ce l’hanno neppure Stefania Rimini e Milena Gabanelli. Per cui, tutti possiamo sbagliare: siamo umani, magari abbiamo certe idee in testa e gli errori possono sempre capitare. Però…

    Però vorrei capire come fa un giornalista professionista a raccontare tutta una bella favoletta su come funziona in teoria una regola europea “un sacco bella”, senza accorgersi che la realtà sta andando esattamente al contrario, producendo una catastrofe economica che non si è mai vista nella storia di questo paese. Passi che per affrontare un problema così complesso si prenda il primo che passa che ha la targhetta “economista” e gli si faccia dire due cose senza nemmeno controllare: ma come si fa a parlare di tagli per decine di miliardi di euro l’anno che “non strangolano nessuno” in un paese in cui l’economia è esattamente strangolata? Verrà il dubbio che nella favola che stai raccontando forse c’è qualcosa che non va?

    Ma il problema non è Report: il problema è come faccia un programma così serio a fare errori così macroscopici. E la spiegazione che mi do è molto semplice: viviamo nel pregiudizio e nel conformismo e non ce ne accorgiamo.

    L’errore di Stefania Rimini è stato proprio non rendersi conto del pregiudizio iniziale. Proporsi di smentire le balle dei politici, infatti, comporta appunto assumere la prospettiva che essi tendano a mentire con facilità ai propri elettori: e chi mente meglio di un comico e di un pregiudicato che farneticano di improbabili soluzioni magiche per l’economia, soluzioni che apparentemente tutta l’informazione più qualificata rifiuta?

    Così però vai fuori strada: se pensi che chi parla di uscita dall’euro farnetichi, allora non occuparti neppure dell’argomento; ma se lo prendi in considerazione e ti proponi di verificarlo, allora devi farlo per davvero: come minimo devi intervistare gli economisti che sostengono questa posizione. Invece la sbrigatività con cui è stato liquidato il tema è la miglior prova che l’autore aveva già in testa le conclusioni ancora prima di cominciare.

    Questo pregiudizio lo dobbiamo alla pervasività della cappa di conformismo nella quale viviamo, a cui non è scampata nemmeno una giornalista altrimenti molto professionale come Milena Gabanelli. “L’euro ci ha salvato”, “uscire è una soluzione troppa comoda”, “il vero spread tra Germania e Italia sono le riforme mancate” e altri luoghi comuni fanno presa perché a prima vista appaiono plausibili, ma – fateci caso – nei dibattiti televisivi non vengono mai giustificati o dibattuti scientificamente. Non solo l’euro non si discute; ma non si presentano nemmeno le teorie economiche dei premi nobel che contestano l’austerità. È tutto un “dedicheremo una puntata”, un “torneremo sull’argomento”, ma poi si liquidano questi temi in poche parole, come se non fossero importanti, per dedicarsi a Berlusconi, Renzi e ai 15 euro in busta paga. Ma cosa c’è di più importante oggi che non sapere se chi ci governa segue la giusta ricetta anti-crisi oppure se segue quella sbagliata? Pensateci bene: in questo momento se non c’è dibattito non dico sull’euro, ma almeno sulle teorie economiche, vuol dire che non c’è dibattito affatto.

     

    Andrea Giannini

    Addendum 18 marzo 2014

    Una precisazione a seguito di alcuni commenti dei lettori: nell’articolo i conti sul fiscal compact sono stati fatti prendendo alla lettera la spiegazione fornita da Sabrina Rimini nel servizio, con l’intento di dimostrarne l’assurdità. Ma attenzione: questi conti, pertanto, non rispecchiano la realtà delle cose.
    La realtà è più complessa. Vediamola prendendo a spunto un post dal blog del prof. Bagnai.

    Il professore precisa che il calcolo dell’impatto annuale del fiscal compact va fatto tenendo conto della stima prevista. Ossia, è pur vero che il rapporto debito/PIL deve arrivare al 60% diminuendo (almeno) di 1/20 l’anno: ma nel frattempo la correzione va a impattare sulla previsione stimata.

    Per esempio, se oggi ho il debito a 1000€ e il PIL a 1000€, e dunque un rapporto debito/PIL del 100%, allora, per arrivare al 60%, devo diminuire in 20 anni del 40%: e visto che il 40% diviso 20 anni fa un 2% annuo, allora l’anno successivo avrò come target per le mie finanze pubbliche il 98% (100%-2%) del rapporto debito/PIL.

    Tuttavia ciò non significa che io alla fine taglierò davvero 20€ (cioè il 2% del mio debito di 1000€). Infatti le stime del debito e del PIL per l’anno prossimo potrebbero essere diverse.
    Potrei avere, ad esempio, senza correzioni ma semplicemente per il normale andamento dell’economia, per precedenti tagli o per chissà cos’altro, un debito di 990 e un PIL di 1000, con un rapporto del 99%.
    Ciò significa che, tenendo a mente l’obiettivo del 98%, dovrò preoccuparmi di tagliare in vista dell’anno prossimo solo un 1% (99%-98%), ossia 10€.

    Sulla base di questo ragionamento il prof. Bagnai prende in considerazione le stime del FMI per il 2014 e il 2015, e arriva a calcolare un taglio effettivo in vista dell’anno prossimo di “soli” 38,4 miliardi di euro.
    Il che ovviamente non fa che confermare il mio articolo.

    Non solo, infatti, le previsioni parlano di cifre astronomiche, nell’ordine delle decine di miliardi, che dunque “strangolano” la nostra economia a tutti gli effetti; ma – ciò che più conta – queste previsioni non tornano mai: sono anzi costantemente sottostimate.
    Come ho scritto: “Da quando ci hanno sottoposti a queste “cure” a base di tagli, la recessione si è ulteriormente inasprita: il PIL è sceso, mentre il debito pubblico è aumentato”. Lo stesso dicasi per il futuro.
    Secondo Bagnai: “tutto questo ragionamento si basa su due punti cruciali: la correttezza degli scenari previsionali (non mi è molto chiaro in che modo questi vengano costruiti dalla Commissione Europea, ma lo si può studiare), e l’ipotesi eroica che una correzione di alcune decine di miliardi, se apportata via deficit, lasci invariato il Pil! Questa seconda ipotesi è particolarmente balorda, perché presuppone un moltiplicatore pari a zero”.
    Insomma, il punto è chiaro: le ipotesi di correzioni del rapporto debito/PIL attraverso l’austerità non tornano quasi mai, perché sottostimano l’impatto recessivo dei tagli.

  • La fine di Berlusconi e berlusconismo? Una questione di interessi

    La fine di Berlusconi e berlusconismo? Una questione di interessi

    campagna-elettorale-berlusconi-2008E’ davvero la fine di Berlusconi e del berlusconismo? Per rispondere a questa domanda occorre ripercorrere il percorso tortuoso che ha portato il Cavaliere a smentirsi e rismentirsi, fino a capitolare sul tragicomico voto di fiducia a Letta. Diciamo subito che quello che è realmente successo nelle segrete stanze delle politica e nelle menti dei protagonisti di questo psicodramma non si può ovviamente sapere: ma ciò non toglie che si possano fare delle ipotesi anche piuttosto realistiche.

    Innanzitutto pare che la sollevazione interna al PDL ci sia stata davvero, e che sia stata talmente ampia da imporsi, per una volta, sul volere dello stesso Berlusconi. Questo fatto inedito (sul quale francamente non avrei scommesso) comporta un clamoroso ridimensionamento della leadership arcoriana: il Cavaliere non ha più il controllo assoluto. In termini meramente elettorali si tratta di una mossa controproducente per tutto il partito, giustificata dal “senso di responsabilità” e dal “bene del paese”: ma esistono spiegazioni più soddisfacenti.

    Il colpo di testa di Berlusconi, col ritiro dei ministri e la minaccia concreta di far cadere il governo, rischiava di produrre (e stava già producendo) un risultato potenzialmente letale per il centro-destra: mettersi contro un fronte di opposizione compatto e impenetrabile.

    Nel passato molti dei successi politici di Berlusconi sono dipesi dalla sua capacità di trovare sponde tra le fila avversarie: da D’Alema a Violante, sono tanti i nomi dei supposti “nemici” del Cavaliere che nella pratica hanno spesso contribuito a salvarlo. Questa volta però, se il governo fosse caduto sancendo la fine delle larghe intese e sconfessando la linea del Presidente della Repubblica, lo smacco per il PD sarebbe stato troppo grande, col rischio elevatissimo che i democrats finissero per fare causa comune col fronte degli anti-berlusconiani duri e puri (cioè quel vasto movimento di opinione che va dal Fatto Quotidiano al M5S): una prospettiva pericolosissima e senza precedenti, oggettivamente non paragonabile né al contesto che portò alla rimonta su Prodi del 2006, né a quello in cui maturò l’ottimo 22% dell’aprile scorso.

    Resta il fatto, però, che finora Berlusconi aveva sempre, se non vinto, almeno pareggiato le sue scommesse elettorali; per cui, c’è da chiedersi: basta davvero una situazione di accerchiamento politico per giustificare questo attacco alla leadership del Cavaliere, cioè l’unica cosa che aveva garantito voti e poltrone e che per questo era stata seguita fino all’altro ieri con cieca obbedienza?

    In realtà ci stiamo perdendo un pezzo importante del quadro. La politica non è un gioco a sé stante: è espressione di interessi. E quali siano gli interessi in discussione è presto detto. Fatevi questa semplice domanda: fuori dagli schieramenti politici, nell’opinione pubblica nazionale, chi ha espresso un parere non voglio dire “positivo”, ma per lo meno “non catastrofico” a fronte di una eventuale caduta del governo? A parte quelli a libro a paga di Berlusconi (per ovvie ragioni), e a parte pochi commentatori indipendenti (come il sottoscritto), la risposta è facile: nessuno.

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013silvio-berlusconi-2

     

     

     

     

     

     

     

    La caduta di Berlusconi: una convergenza assoluta di interessi

    Può sempre essere che, se il governo Letta fosse caduto, gli esiti sarebbero stati davvero catastrofici. lo non lo credo affatto: e per questo ho tentato, quantomeno, di opporre un discorso di buon senso a quella che ritengo essere stata una vera e propria campagna di terrorismo mediatico. Ma anche se mi sbaglio, rimane il fatto che, considerato lo stato dell’informazione in Italia, se ci fosse stato qualcuno di potente ed influente che avesse avuto da guadagnarci da una caduta del governo, non c’è dubbio che il suo parere si sarebbe sentito: avrebbe trovato facilmente un trombettiere pronto a fargli da megafono. Al contrario, il fatto che nessuno si sia espresso in modo diverso ci autorizza a concludere che i principali blocchi di potere nell’attuale establishment siano compatti nel sostenere il governo Letta.

    Ripeto il ragionamento per chi fa finta di non capire. Se ci fossero stati grandi gruppi industriali, banche, centri finanziari, partner in Europa o oltre l’Atlantico che avessero visto favorevolmente nuove elezioni, avrebbero avuto sicuramente mezzi e occasioni per intervenire fuori dal coro nel dibattito scatenatosi sulle conseguenze della crisi politica. Se ciò non è avvenuto, allora bisogna concludere che si è verificata un’assoluta convergenza di interessi da parte di tutte le principali forze che cercano di influenzare l’opinione pubblica, data dal fatto che nessuno voleva ritrovarsi a che fare con un paese senza interlocutori politici “affidabili” (leggi: con i quali contrattare leggi favorevoli) e senza possibili soluzioni di compromesso in vista.

    La rappresentazione unilaterale che i media ci hanno dato non dimostra che quella rappresentazione sia necessariamente vera: dimostra solo che non c’era nessuno di realmente potente che avesse interesse a contraddirla. Altrimenti, se questo forte interesse di parte ci fosse stato, bisognerebbe concludere che non si è fatto sentire perché è rimbalzato sul muro compatto e impenetrabile dell’amore per la verità, dell’integrità e dell’indipendenza culturale del giornalismo italiano: una cosa assurda per i livelli di servilismo che l’esperienza e tutti gli osservatori internazionali ci dimostrano esistere.

    Il distacco fra il Cavaliere e il blocco di interessi che lo ha sempre sostenuto

    Da questo discorso discende per conseguenza che chi era aperto al voto (che abbia valutato bene l’opportunità della cosa oppure o no) ha se non altro dimostrato un certo grado di indipendenza o opposizione rispetto ai suddetti blocchi di potere. E’ questo il caso, per esempio, del M5S, che appare dunque come espressione, a quanto ci è dato vedere, solo dell’iniziativa di un comico e del desiderio di cambiamento di tanti cittadini (magari ingenui e faciloni, ma sempre cittadini come gli altri). Ma è pure il caso di Silvio Berlusconi. Il dato politico più significativo, infatti, è che con il voto della settimana scorsa è giunto a compimento il processo di distacco tra il Cavaliere e il blocco di interessi che lo aveva sostenuto.

    Qualcuno preferirebbe non ricordarlo, ma una volta in tanti erano berlusconiani. E non è che Berlusconi fosse tanto meno “impresentabile” di oggi: si era già preso le sue belle prescrizioni, con sentenze tutt’altro che lusinghiere; si sapeva già che il boss mafioso Vittorio Mangano era stato “stalliere” ad Arcore; erano note queste ed altre cose. Eppure non era certo trattato come un appestato. Ricordo, tra le altre cose, le manifestazioni di stima del simpatico “amico George” (Bush junior), la standing ovation del Congresso americano, gli alleati europei che non facevano sorrisini sprezzanti quando c’erano da concludere certi affari e persino le platee festanti di Confindustria: tutto questo mentre in Parlamento il centro-destra portava avanti egregiamente, a colpi di leggi-vergogna, la sua bella battaglia per l’impunità personale del capo. Da un certo punto in avanti, però, il cammino giudiziario di Berlusconi è diventato incompatibile con la difesa degli interessi costituiti: perché questi interessi hanno preteso continuità proprio quando il Cavaliere ha avuto bisogno di rompere.

    La fine politica?

    Oggi Berlusconi è ormai vecchio, stanco e pensa solo a evitarsi la galera: non può più essere quel paladino del liberismo su cui molti confidarono. Anzi, come si è capito la settimana scorsa, può essere addirittura un ostacolo da eliminare. Eppure non è detto che sia giunta la sua fine politica.

    In primo luogo, se per il momento le strade del Cavaliere e dell’establishment politico-economico divergono, non è detto che non possano ancora tornare a convergere in futuro. E’ difficile, proprio perché è difficile trovare una soluzione ai molti nodi giudiziari: ma non è impossibile.

    Secondariamente a Berlusconi rimane un grande capitale in mano: i voti. Se le cose dovessero andare bene per le larghe intese (periodo ipotetico dell’irrealtà), ne beneficerà elettoralmente soprattutto il PD;  e se dovessero andare male, nessuno voterà mai per Angelino Alfano. La realtà, dunque, è che Berlusconi rimane il catalizzatore elettorale del centro-destra. Per questo nel suo partito tutti continuano a lisciargli il pelo: perché sanno che senza di lui fanno poca strada. E questo comporta non poca influenza in mano al pregiudicato di Arcore.

    Infine, anche volendo sognare un mondo senza Berlusconi (ma non “deberlusconizzato”, perché i piccoli “berluschini” sono tanti e sono fra noi), non è lecito aspettarsi di poter godere dell’unica conseguenza veramente positiva di tutta questa situazione: cioè (almeno fin che il pover’uomo resterà in salute) non è lecito attendersi che “Berlusconi” cessi finalmente di essere l’alibi per tutte le idiozie fatte a Roma e Bruxelles. Al contrario: accanto allo spread, ai mercati e all’instabilità politica, sembra già di vederli, commentatori e politici di ogni risma, impugnare la nuova arma per il terrorismo di massa contro chi osa muovere la più piccola critica: “volete forse che torni lui?”.

     

    Andrea Giannini

  • Rischio instabilità: la disinformazione condiziona un intero paese

    Rischio instabilità: la disinformazione condiziona un intero paese

    finanza-borsa-affari-economia-statisticheI due giorni immediatamente precedenti al voto di mercoledì, che ha confermato la fiducia al governo Letta, hanno visto una martellante campagna di stampa tesa ad inchiodare l’opinione pubblica su alcune precise parole chiave: il “responso dei mercati”, il solito “spread” ed infine il mantra della “stabilità”. Di mercato e spread abbiamo già parlato, e magari torneremo a parlarne in futuro; ma il rischio instabilità, invece, è in parte una novità di questi giorni, almeno per le altissime vette di disinformazione che questo spauracchio ha permesso di toccare. Stiamo parlando, è ovvio, solo di un sostantivo (o di un aggettivo, a seconda dei casi): eppure, visto che è stato usato per condizionare un intero paese, occorrerà discuterne come se si trattasse di una faccenda seria.

    Cerchiamo quindi di fare un ragionamento sensato. Se l’instabilità fosse davvero quel male terribile che toglie il sonno ai nostri più autorevoli commentatori, se fosse davvero quella grave minaccia per i nostri partner europei e per tutto il continente, se davvero contasse per quasi un punto di crescita, come sostiene il Centro Studi di Confindustria, in una parola, se tutto il terrore che ci hanno gettato addosso alla sola idea di nuove elezioni fosse giustificato, allora dovremmo aspettarci, quantomeno, che esista una qualche correlazione tra recessione e incertezza politica. Il problema è che questa correlazione non si vede da nessuna parte.

    Intendiamoci: nessuno nega che continui e repentini avvicendamenti di governo, prolungate difficoltà nel formare maggioranze, caos sociali, assassinii di uomini politici e guerre civili siano possibilmente da evitare. Il fatto però è che nei periodi precedenti elezioni democratiche (che siano anticipate o no) un po’ di incertezza è del tutto fisiologica. Si tratta, in fin dei conti, di un piccolo prezzo da pagare (che le dittature non esigono): e ci si può tranquillamente convivere senza compromettere il benessere economico generale. Se ancora non siete convinti, allora mettiamoci pure a fare due conti.

     

    La seconda repubblica: 20 anni di grande stabilità, eppure…

    silvio-berlusconi-2Veniamo da una stagione politica particolarmente stabile. La seconda repubblica, dal primo governo Berlusconi (1994) a oggi, comprende 6 legislature e 12 governi, per un totale di circa 233 mesi: dunque, in media, una legislatura ogni 38,8 mesi e un governo ogni 19,4. Si tratta di una performance molto buona, non accompagnata però da dati sulla crescita altrettanto incoraggianti: la variazione annuale sul PIL è in media inferiore al +1%.

    Nella prima repubblica, al contrario, dal governo Pella del 1953 al governo Ciampi, terminato appunto nel 1994, in circa 369 mesi abbiamo avuto 10 legislature e 44 governi: cioè una legislatura ogni 36,9 mesi e, soprattutto, un governo diverso ogni 8,4 mesi…! Questo significa che i governi della prima repubblica sono durati, in media, meno della metà di quelli della seconda; eppure abbiamo assistito ad una crescita portentosa: più o meno +4% all’anno per trent’anni di fila!

    In parte questo risultato è fisiologico: un paese che deve costruire tutto, se cresce, lo fa di solito a ritmi alti, per poi rallentare progressivamente. Ma fare questo tipo di considerazione significa già riportare la discussione su un percorso di maggiore buon senso, allontanando semplicistiche connessioni tra i termini del vocabolario e i dati dell’economia: altri sono i discorsi che dovremmo fare in tema di crescita. Resta il fatto che – si è dimostrato – essa non è incompatibile con scenari di incertezza politica (e giusto per capire di quale livello di incertezza si discute, ricordo che negli anni ’70 si tentavano colpi di Stato e c’erano le Brigate Rosse).

     

    La situazione di oggi e le promesse di apocalisse

    giorgio-napolitanoDicono, tuttavia, che oggi è tutto più difficile: siamo in recessione e l’instabilità ci costerebbe molto più cara del normale. Faccio notare, allora, che le stime fatte da Confindustria, secondo cui un’eventuale caduta del governo Letta ci avrebbe consegnato una recessione del -1,8% nel 2013, sono esattamente identiche alle stime fatte dal Fondo Monetario Internazionale che pure scontano un clima di incertezza, ma che comunque sono precedenti alla decisione di Berlusconi di aprire la crisi; e sono superiori solo dello 0,1% a quelle fatte a suo tempo dallo stesso governo. Mi pare quindi che siano proprio i numeri portati da quelli che si stracciano le vesti a smentire eventuali catastrofi (catastrofi peggiori – s’intende – di quella in cui già siamo).

    Dicono che c’è l’IVA e l’IMU. Vero, ma qualcosa avremmo pagato comunque. Non dimentichiamoci che la coperta è corta: rinviare l’IVA avrebbe significato trovare la copertura da qualche altra parte. Cioè, avremmo pagato in altro modo, ma avremmo pagato. Quei soldi sono un impegno verso Bruxelles che, nell’ottica di questo esecutivo, andava comunque onorato. Guardate perciò il lato positivo: abbiamo fatto contento Olli Rehn.

    Dicono che ci sono un sacco di temi politici sul tavolo. Vero: peccato solo che il governo Letta non li affronti, ma li rimandi di continuo. Dunque non è solo una battuta dire che molti non avrebbero notato la differenza. Ricordo comunque che un governo dimissionario resta in carica per gli affari correnti: per cui saremmo stati comunque nelle condizioni di affrontare eventuali emergenze.

    Dicono che le elezioni avrebbero ritardato gli investimenti esteri. Vero, ma è anche abbastanza normale. Succede sempre quando ci sono delle elezioni importanti, e non è mai morto nessuno. Ricordo poi che gli investimenti esteri non sono la panacea: anzi, se arrivano in eccesso possono causare degli squilibri significativi, come in effetti è successo proprio nella genesi dell’attuale crisi. Oppure pensiamo al caso Telecom: si tratta di un investimento straniero, ma se ne parla come di un problema; segno che i capitali esteri non sono sempre una buona cosa.

    Dicono, infine, che tutta l’Europa è preoccupata per la nostra instabilità. Vero anche questo. Ma diciamoci la verità. Quello che interessa ai nostri partner europei e al mondo finanziario non è l’incertezza in sé: è il rischio che un nuovo governo smetta di seguire le politiche che piacciono a loro. Le quali sono ben note: l’austerità, ossia la stessa cosa che faceva Monti, la stessa cosa che gli Italiani avevano bocciato alle ultime elezioni, quella politica che fa gli interessi dei paesi creditori come la Germania e quel principio economico che, secondo il premio Nobel Paul Krugman, nel dibattito internazionale tra economisti non trova più sostenitori di rilievo.

     

    Andrea Giannini

  • Cade il governo Letta? Nessun dramma, i problemi veri sono altri

    Cade il governo Letta? Nessun dramma, i problemi veri sono altri

    Palazzo ChigiOra che siamo sull’orlo di una nuova crisi politica, davvero non ce la faccio a strapparmi i capelli. Sono mesi che cerco di spiegare perché il governo Letta non ha alcun senso: perché si è formato calpestando vergognosamente il responso delle urne, perché pretende di annullare le differenze tra destra e sinistra attraverso una rappresentazione unilaterale della crisi, e perché era già condannato a fine certa sin dall’inizio, avendo legato il proprio destino politico a una promessa di crescita che è un bluff. Tutto questo senza considerare la bomba a orologeria della situazione giudiziaria di Berlusconi: la quale magari è deflagrata prima del previsto, ma che comunque scandiva sin dal principio un ticchettio funesto per il destino dell’esecutivo, sia per la quantità e la serietà dei procedimenti pendenti, sia per la pressante pretesa di impunità del Cavaliere, che non poteva essere ignorata. E con la condanna definitiva era facile prevedere il destino che attende Letta junior.

    Si, lo so che c’è lo spread che sale, la borsa che scende, la credibilità a rischio e gli investitori sconcertati proprio adesso che, grazie al “serio” discorso a New York del nostro “concreto” premier, erano già quasi alle porte del paese con valigie stracolme di denaro da regalare alle nostre imprese. Ma queste obiezioni lasciamole agli altri. Noi sappiamo già come stanno le cose: ed è facile prevedere che la speculazione si farà sentire, ma non ci massacrerà, almeno fintanto che non si capisce che piega prenderanno gli eventi. E qui mi par già di sentire quelli che lamentano la mancanza di “alternative politiche”.

    Ribadiamolo una volta per tutte: le alternative si creano quando si pone in concreto il problema. Dire che non c’è alternativa a PD e PDL, dal momento che questi partiti nelle loro varie mutazioni occupano militarmente la scena politica da vent’anni, è una tautologia, un’ovvietà; ma quando queste forze cominceranno a precipitare, allora si creerà la domanda di nuova offerta politica e si svilupperanno nuove proposte. Lasciamo dunque che i partiti si autodistruggano, se è questo quello che hanno deciso di fare. Altri ne verranno.

    Un’ulteriore obiezione è che, se si andasse alle elezioni senza una nuova legge elettorale, ci sarebbe il rischio di una replica della situazione di questa primavera: ossia un pareggio tra i tre maggiori partiti. Ora, posto che la legge elettorale andrebbe certamente cambiata, non credo che da essa dipendano le future sorti del paese. Innanzitutto non è detto che si vada ad elezioni, perché forse c’è il modo di formare un nuovo esecutivo. Secondariamente, se davvero si dovesse tornare a votare, è difficile che lo scenario non muti radicalmente.

    Proviamo ad immaginare: non solo ci troveremmo un pregiudicato che fa campagna elettorale dagli arresti domiciliari, ma anche – cosa ben più importante – verrebbe sancito il fallimento di Napolitano, che aveva scelto di abbandonare i confini strettamente istituzionali per rivestire un vero e proprio ruolo politico e che, per coerenza con quanto dichiarato il giorno della rielezione, dovrebbe dimettersi. Grillo, dal canto suo, dovrebbe chiedersi seriamente cosa vuol fare da grande, non avendo più le larghe intese come obiettivo polemico. E forse sarebbe il turno di Renzi. Insomma, impossibile prevedere le conseguenze, ma certo tutti sarebbero costretti a fare le loro mosse: per cui  un nuovo stallo non è ipotizzabile.

    Infine qualcuno sostiene che potrebbe persino vincere Berlusconi… ma francamente mi pare una boiata pazzesca. Che Forza Italia 2.0 possa fare più di PD e M5S messi insieme è più che inverosimile, a meno di un suicidio pianificato. E’ pur vero che il Cavaliere mantiene intatto il proprio indice di gradimento nei sondaggi anche dopo la condanna definitiva, ma di che ci stupiamo? Non è forse lo stesso PD che fino a ieri teorizzava la necessità di tenere separati gli esiti giudiziari dal governo del paese?

    No, comunque la si guardi, non è la crisi di governo che deve spaventare: sono altre le cose che fanno davvero paura in questo momento. Ad esempio stiamo assistendo impotenti ad un’assurda svendita di marchi e aziende italiani: una vera e propria deindustrializzazione che garantisce profitti agli acquisitori esteri, mentre consegna a noi un paese sempre più povero. E poi ci sono le inquietanti analogie tra la repubblica di Weimer degli anni ’30 e la Grecia di oggi: una paurosa recessione, un enorme debito pubblico, una politica economica suicida, una popolazione allo stremo e un partito ultra-xenofobo pronto al colpo di Stato.

     

    Andrea Giannini

  • Incredibile, il Pd ha una strategia: “Berlusconi, fai cadere il governo!”

    Incredibile, il Pd ha una strategia: “Berlusconi, fai cadere il governo!”

    Enrico LettaQuesta volta sembrerebbe proprio che il PD sia seriamente intenzionato a togliere di mezzo Berlusconi. Di sicuro – l’abbiamo detto – molto, se non tutto, si deve alla presenza del M5S, che rischierebbe di fare man bassa di voti qualora i dirigenti democratici derogassero alla linea dell’anti-berlusconismo. Senza questa concretissima minaccia, probabilmente le cose sarebbero andate come sono sempre andate negli ultimi vent’anni: sarebbe arrivato il soccorso rosso – un escamotage partorito da qualche mente brillante della sinistra italiana – che avrebbe rimesso in sella ancora una volta il Cavaliere dimezzato. Tuttavia, un conto è adattarsi passivamente e contro voglia a una strada segnato, un altro conto è prendere atto della situazione e cercare di sfruttarla a proprio vantaggio. E potrebbe essere che, per una volta, il PD abbia deciso di imboccare questa seconda strada.

    Ovviamente non c’è nulla di concreto: stiamo parlando di sensazioni; e visti i soggetti, ogni previsione è un azzardo. Eppure (starò impazzendo, ma…) pare proprio che questa volta il PD abbia una strategia.

    Si, lo so: sembra assurdo. Proviamo però a riconsiderare le dichiarazioni di queste settimane. Non passa giorno senza che qualcuno non ricordi quali terribili disgrazie ci attendono, se Berlusconi fa cadere il governo: i sacrifici fatti vanificati, il ritorno della recessione, la calata dei lanzichenecchi della Commissione Europea, un paese allo sbando, carestia, povertà, cavallette, terremoti e tutte le sette piaghe d’Egitto. Benché a fare di queste osservazioni non sia il solo governo Letta (che si trova anzi nella buona compagnia di un fronte compatto che va da Bruxelles alla Confindustria), mi pare di scorgere, tuttavia, una strana insistenza da parte degli esponenti del PD, quasi a voler mettere le mani avanti. Se a ciò si aggiunge la reazione di Epifani al video-messaggio di Berlusconi, una reazione tanto più insolitamente dura, quanto più si consideri l’evidente reticenza del Cavaliere di fronte all’ipotesi di staccare la spina al governo Letta, ecco che viene quasi il sospetto che a sinistra qualcuno sia interessato ad accelerare la crisi di governo.

    Si tratterebbe di un retro-pensiero del tutto opposto a quello che appare in facciata: eppure sarebbe un pensiero logico, considerando lo stato dell’economia. Infatti, questa microscopica inversione di tendenza che stiamo registrando – lo sanno tutti, e a maggior ragione non può essere ignorato dai dirigenti del PD – dipende in gran parte dal fatto che gli aggiustamenti fiscali, come l’aumento dell’IVA o la copertura da garantire dopo l’abolizione dell’IMU, sono stati finora rimandati: il che ha permesso un temporaneo allentamento della morsa tributaria a tutto vantaggio dei consumi. Insomma, paradossalmente il governo se la sta cavando proprio perché non sta facendo nulla; non ha fatto cioè quelle “riforme” grazie alle quali, in teoria, il paese dovrebbe star bene, e senza le quali, tuttavia, in pratica sta molto meglio.

    Di converso si rischia di sforare il tetto del 3% di deficit, obiettivo che avevamo raggiunto appena qualche mese fa e che era stato ratificato dall’Unione Europea con la chiusura della procedura di infrazione (sbandierata come un successo della serietà di Letta, ma in realtà diretta conseguenza dei tagli di Monti). Purtroppo l’attuale governo ha una linea troppo filo-europeista per mettere i discussione i rigidi parametri di bilancio imposti da Bruxelles; e il risultato è che Letta e il PD sono stretti tra l’incudine dei piccoli accenni di ripresa, che vanno a scapito dei conti pubblici, e il martello del rigore contabile, che va a scapito dell’economia. In autunno si dovrà fare i conti con la realtà: o si fa contento Olli Rehn con nuove tasse, o si fa contento il paese sforando il deficit. In ogni caso ne uscirebbe del tutto sconfessata la linea dell’esecutivo, che pretende di coniugare il rigore (la famosa “credibilità” a livello europeo) con la crescita.

    Una bella gatta da pelare. Che però Berlusconi potrebbe provvidenzialmente risolvere aprendo la crisi. A quel punto i dirigenti del PD potrebbero scaricare interamente sul Cavaliere ogni responsabilità per i problemi che arriveranno in autunno: “Andava tutto così bene! Se solo quel conclamato evasore di Berlusconi non avesse smesso di sostenere il governo, avremmo potuto continuare nel risanamento, migliorando i conti pubblici, consolidando la crescita, rafforzando la nostra credibilità…” e via col vento delle panzane.

    Il piano potrebbe essere già pronto: “scouting” selvaggio a scapito del M5S (ossia una sfacciata compravendita di parlamentari), combinato con una martellante campagna mediatica sui rischi dell’ingovernabilità. A quel punto i grillini potrebbero spaccarsi sull’esigenza di dare un governo al paese, e una parte di essi potrebbe andare a sostenere un nuovo esecutivo a guida PD. In quest’ottica assumerebbe senso anche la decisione di Napolitano di nominare quattro senatori a vita, utili proprio a rimpolpare i voti di una nuova ipotetica maggioranza.

    Se il piano non avesse successo, invece, si  tornerebbe alle urne, con esiti incerti: ma almeno il PD eviterebbe di venire asfaltato, tornando dagli elettori con il carico di un’alleanza impresentabile fortemente voluta e finita male, un europeismo sterile e controproducente, ed infine un’economia italiana, di cui la Costa Concordia sarebbe davvero lo specchio più fedele. E’ stata risollevata, è vero: ma solo per essere demolita.

     

    Andrea Giannini

  • Crisi, cercasi dibattito serio: il punto dopo la telenovela estiva

    Crisi, cercasi dibattito serio: il punto dopo la telenovela estiva

    futuroL’estate ci ha lasciato in eredità tanti temi politici di cui discutere: l’incerto futuro del pregiudicato Berlusconi, la conseguente fragilità e inconsistenza del governo Letta-cunctator, le manovre per smantellare la Costituzione, lo psico-dramma della “instabilità politica”, il “protagonismo” di Napolitano, l’inarrestabile ascesa di Renzi, i dilemmi in casa 5 stelle per un’improbabile futura alleanza con il PD, la “abolizione” dell’IMU, le agghiaccianti ipotesi del ministro dell’economia circa nuove svendite del patrimonio pubblico, l’approssimarsi del cruciale appuntamento delle elezioni tedesche, ed infine i venti di guerra in Siria. Tuttavia entrare nel dettaglio di questi temi senza avere prima riepilogato il quadro generale, lo scenario sullo sfondo del quale si agita tutto questo balletto, significa occuparsi della pagliuzza ignorando la trave. E la trave oggi è il dibattito economico sulle ragioni e il superamento della crisi.

    Come siamo finiti in recessione? Come (e quando) ne usciamo? Dalla risposta a queste domande dipendono evidentemente le politiche economiche che vengono elaborate in risposta alla crisi; cioè quelle stesse politiche che poi vengono somministrate ai paesi in difficoltà come il nostro. Il che genera, com’è naturale attendersi, un dibattito molto acceso tra gli economisti. Eppure, nonostante l’evidente impatto di questa discussione per il nostro immediato tenore di vita, un’opinione pubblica distratta e impreparata ne rimane del tutto all’oscuro oppure ne ricava una visione completamente distorta.

    Questa anomalia è la chiave di volta per comprendere la cornice in cui ci muoviamo, per avere cioè un quadro di riferimento alla luce del quale valutare i singoli episodi politici. Per questo motivo occorre riprendere il nostro percorso a partire da qui: ossia dal totale travisamento che il tema della crisi economica subisce quando si passa dal piano scientifico al piano divulgativo, e quindi dal modo in cui ciò condiziona il dibattito politico.

     

    IL LATO DELL’OFFERTA

    lavoroSuona complesso, ma, almeno a un livello generale, la questione è in realtà piuttosto semplice. Pensiamo alle esortazioni che tutti i santi giorni qualche organismo europeo sente il dovere di rivolgerci: che cosa “ci chiede l’Europa” attraverso l’austerity? Essenzialmente due cose: 1) tagliare la spesa pubblica e 2) varare “riforme strutturali”. Le riforme strutturali sono, per un verso, riforme che impediscano l’accumulo nel tempo di eccessiva spesa (e quindi di debito), per l’altro sono semplicemente liberalizzazioni (meno vincoli, meno burocrazia, maggiore concorrenza, eccetera).

    A questa ricetta sono dunque sottesi precisi presupposti teorici. C’è l’idea che lo Stato sia un attore economico sostanzialmente inefficiente e che sia quindi preferibile limitarne il peso. E poi, all’opposto, c’è l’idea che il mercato, se lasciato libero di spiegarsi al meglio, sia in grado di trovare da solo l’assetto produttivo più soddisfacente. La crisi, coerentemente, dipenderebbe proprio dal tradimento di questi presupposti: cioè lo Stato è intervenuto troppo, generando debito pubblico, mentre il settore privato, gravato da “lacci e lacciuoli”, non è stato abbastanza efficiente. Dunque, riducendo il ruolo dello Stato e agendo su quello che si chiama il “lato dell’offerta” (la competitività di chi produce beni e servizi), sarebbe possibile uscire dalla crisi.

    Tutto questo dovrebbe suonare familiare al lettore; non tanto perché questa teoria sia in effetti materia di dibattito in Italia, quanto piuttosto per il fatto che essa è la base stessa del dibattito. Sia a livello politico che a livello giornalistico, infatti, da destra a sinistra e per tutto l’arco parlamentare, la discussione verte intorno a quali spese ridurre e in che modo essere più produttivi. Che si tratti degli F-35 o delle pensioni, delle provincie o degli insegnanti di sostegno, è comunque scontato che nel complesso siamo di fronte ad un gioco a somma negativa, ossia che qualcosa da qualche parte bisogna tagliare per forza. Ed è altrettanto scontato che sia necessario migliorare la competitività del paese rispetto all’estero (privatizzando, creando una forza lavoro con costi convenienti per le imprese, attirando i capitali, liberalizzando, tranquillizzando i mercati, eccetera).

    Dunque, se questo dibattito in Italia ha un qualche senso, dobbiamo aspettarci che non ci siano a livello scientifico altre interpretazioni possibili. Cioè, se ci fossero molti famosi accademici, e non solo strampalati predicatori del web, che si mostrassero contro il contenimento della spesa pubblica, prima o poi questa idea sarebbe già filtrata anche nell’opinione pubblica, e qualche giornale o qualche partito si sarebbe messo a cavalcare questa linea. Il fatto che nessuno parli di aumentare la spesa, è la miglior prova che l’idea non ha il sostegno di questa enorme schiera di economisti.

    E invece si da il caso che questo schiera ci sia.

     

    IL LATO DELLA DOMANDA

    lavoro_operai_cantiereEsiste una scuola di pensiero – che si rifà addirittura a quello che probabilmente è l’economista più famoso della storia (l’inglese John Maynard Keynes, 1883-1946) – che tra le sue fila annovera studiosi di grandissimo prestigio e straordinario rilievo accademico (compresi anche diversi premi nobel) tutti convinti che in tempi di crisi lo Stato si debba far carico di politiche espansive e investimenti, mettendo temporaneamente in secondo piano il problema del debito.

    Questo presuppone un quadro teorico completamente ribaltato: lo Stato ha una funzione positiva e i mercati devono essere normati, perché non sono in grado di auto-regolarsi. Anche la diagnosi della crisi segue un canovaccio opposto: i movimenti di capitali liberalizzati e senza regole stanno alla base degli squilibri che hanno portato alla recessione economica (prima) e all’esplosione dei debiti pubblici dei paesi periferici (poi).

    Ciò non significa che questi economisti accettino le sacche di clientelismo e corruzione presenti anche nello Stato italiano. Tanto meno negano l’opportunità di ridurre gli sprechi. Ciononostante essi sostengono che, in recessione, una politica che nel complesso produca tagli alla spesa è una politica miope, per il semplice motivo che la spesa di una persona è l’entrata di un’altra. In altri termini, sebbene sia indubbio che – per fare un esempio – la Calabria potrebbe trovare modi socialmente più utili per impiegare le migliaia di forestali di cui si è dotata negli anni, è anche vero che sarebbe una scelta suicida licenziarli in blocco, perché questi, insieme al loro stipendio, perderebbero anche potere di acquisto e propensione al consumo, contribuendo così alla depressione dell’economia.

    E’ questo il motivo per cui i salvataggi europei non stanno salvando nessuno: perché trascurano quello che si chiama il “lato della domanda”, ossia le politiche volte a raggiungere un determinato livello di reddito medio, in grado di sostenere la domanda di acquisto di beni e servizi. Ed è proprio la piccola, momentanea e fisiologica battuta d’arresto del rigore ad avere favorito il piccolo, momentaneo e fisiologico rimbalzo della crescita che si sta registrando in questo periodo.

     

    DESTRA E SINISTRA: IL “DIBATTITO” A UNA TESI SOLA

    La polemica potrebbe proseguire; e le ragioni delle due parti sono evidentemente molto più complesse di come è stato fin qui sintetizzato. Tuttavia ai fini del nostro discorso non è tanto importante capire chi abbia ragione, quanto evidenziare che esiste un dibattito a livello scientifico mondiale, che però è negato a livello politico europeo.

    Non lo dico io: lo ha scritto l’assai più influente Wolfgang Münchau in un articolo apparso su Der Spiegel (tradotto in italiano qui). Secondo il prestigioso editorialista del Financial Times, la SPD tedesca (ma lo stesso discorso si potrebbe fare anche per il nostro PD e per gran parte delle sinistre europee) è incapace di essere un’alternativa politica perché non possiede al fondo una visione politica alternativa: ossia il pensiero politico-economico e la narrazione della crisi fatta dai socialdemocratici è sostanzialmente coincidente con l’analisi della destra liberista. Negli ultimi trent’anni la sinistra ha progressivamente rimosso Keynes e lo stato sociale, per sposare il credo del libero mercato, tradendo così – aggiungo io – la sua funzione storica e trasformandosi nei fatti in una destra senza razzismo e senza omofobia.

    Negli Stati Uniti la contrapposizione politica ha almeno un po’ di senso economico: i repubblicani vogliono meno Stato, meno interferenze e meno tasse; i democratici più Stato, più diritti e più servizi pubblici. In Italia, invece, c’è questa curiosa diatriba tra liberisti “di destra” e liberisti di “sinistra”: come se il liberismo fosse un valore assoluto, quasi un sinonimo di “democrazia”, e l’identità di sinistra si esaurisse nell’elemosina a chi sta peggio e nei diritti delle minoranze (nel terzo millennio c’è ancora bisogno di discuterne…?).

    Eppure la “rinascita keynesiana” degli ultimi cinque anni, il successo del modello scandinavo, la politica espansiva di Giappone, Stati Uniti e Regno Unito stanno lì a dimostrare che c’è tutto lo spazio per realizzare una politica economica autenticamente sociale senza tornare al marxismo e senza scadere nel liberismo. Il paradosso che abbiamo di fronte è quello di una classe dirigente di sinistra che non sa (o non vuole) interpretare questo ruolo.

    (Siamo arrivati così al nodo centrale, il quadro di riferimento della nostra analisi. Avremmo poi modo di apprezzare nel concreto come questo stato di cose condizioni la vita politica del nostro paese e dell’Europa).

     

    Andrea Giannini

  • Silvio Berlusconi pregiudicato: il futuro del governo Letta

    Silvio Berlusconi pregiudicato: il futuro del governo Letta

    silvio-berlusconi-2Ora che Silvio Berlusconi è ufficialmente un pregiudicato, capitolando così dopo più di vent’anni di fuga dai numerosi processi pendenti, la domanda che tutti si fanno è: cosa succederà? Può il governo Letta sopravvivere alla condanna definitiva del principale leader alleato?

    Per rispondere a queste domande non bisogna guardare ad Arcore. Il Cavaliere dimezzato è in una posizione di oggettiva debolezza e ha tutto da perdere a dar retta all’istinto, allo spirito guerriero che gli suggerirebbe di rovesciare il tavolo e portare tutti a nuove elezioni. Non è riesumando Forza Italia che può sperare davvero – al di là dei proclami – di ottenere quella maggioranza politica necessaria per togliersi di impaccio in Parlamento. Per cui, se la vecchiaia e la stanchezza non gli giocano brutti scherzi, Berlusconi farà di tutto per tenere in vita l’attuale esecutivo, nella certezza che per ora non rischia di finire in carcere e nella consapevolezza che solo tenendosi buono il PD può sperare di raccattare una qualche amnistia o leggina ad personam che lo metta al riparo da guai persino peggiori (processo Ruby). E dunque, per sapere se il governo riuscirà ad andare avanti, bisogna guardare proprio in casa PD, cercando di capire se il partito di maggioranza relativa dimostrerà di avere lo stomaco sufficientemente forte per digerire un’alleanza con un pregiudicato per frode fiscale.

    A prima vista non parrebbero esserci problemi: il partito di Epifani si è messo da tempo alle spalle qualsiasi idealismo in nome della più bieca realpolitik. E non importa che nei fatti questa strategia si sia rivelata clamorosamente inconcludente. Il partito si è ormai legato mani e piedi all’obiettivo di garantire un governo all’Italia purchessia, senza discuterne la qualità o l’utilità. Ma in questo modo si è messo nella condizione di dover accettare di ingoiare rospi via via sempre sempre più grandi, per non dover ammettere che era stato un errore ingoiare quelli più piccoli; un po’ come la monaca di Monza descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi, che dapprima viene circuita dal padre, e poi in seguito è costretta a rinnovare voti sempre più saldi per non smentire sé stessa: «Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un si tante volte detto; lo ripeté, e fu monaca per sempre» (Capitolo 10).

    D’altronde sarebbe un sofismo sostenere che la condanna definitiva cambia qualcosa: perché i fatti erano già sufficientemente accertati. Quello che Berlusconi ha commesso lo sapevano già tutti quelli che volevano farsi un’idea in merito. E lui è sempre lo stesso: era così ieri; era così due, cinque, o anche vent’anni fa. Pertanto non sembrerebbe esserci motivo sostanziale per ipotizzare che il governo venga picconato a breve: tutti hanno interesse a che le larghe intese continuino. Non a caso, da Napolitano a Letta, è stato tutto un appello a “la responsabilità”, a “l’interesse del paese”. La condanna, dunque, sembrerebbe solo una questione formale, destinata a non incidere più di tanto.

    Eppure rimane un aspetto importante: ossia che la forma è sostanza. E nonostante tutto, per Berlusconi, per questo governo e per tutta questa classe politica, potrebbe essere cominciato davvero il conto alla rovescia. Se infatti i partiti hanno interesse a che nulla cambi, all’interno dell’opinione pubblica, invece, le cose cambiano eccome. Da ieri si può dire tranquillamente che Berlusconi è un delinquente senza tema di querela; si può dire, come ha detto Marco Travaglio, che l’antiberlusconismo ha avuto ragione, e non lo si può più contrapporre al berlusconismo come se si trattasse di un fenomeno equivalente; si può dire infine che è una contraddizione in termini quella di far riformare la giustizia, di far riscrivere la Costituzione e di affidare la lotta all’evasione fiscale a uno che si è beccato quattro anni per aver frodato il fisco.

    Ciò significa che anche la balla secondo la quale siamo un popolo di evasori e corrotti, ed è per questo che la speculazione ci attacca, non potrà più essere raccontata, a meno di non compromettere le relazioni con il Cavaliere pregiudicato: sarà quindi necessario trovare una nuova scusa, col rischio però di smentire le ragioni che giustificherebbero questo governo, oppure giocarsi l’alleanza con il PDL, facendo cioè saltare di fatto questo governo. Come se non bastasse questa sentenza da forza, fuori dal Parlamento, ai movimenti che si oppongono a Berlusconi e, dentro al Parlamento, a SEL e M5S, che da oggi hanno nuovi e solidissimi elementi per criticare l’inciucio e mettere in difficoltà il PD. Se a ciò si aggiunge che il mese prossimo ci sono le elezioni in Germania (che con ogni probabilità non toglieranno le castagne dal fuoco alla politica europea) e che la crisi economica non si allenta, ecco che diventa sempre più probabile che l’attuale esecutivo sia destinato a sfasciarsi a breve giro. Come, ancora non è chiaro: ma le premesse ci sono tutte. E anche se non è possibile fare previsioni precise, una cosa si può dire: c’è la seria possibilità che a settembre, quando questa rubrica riprenderà, le cose si avvieranno ad essere molto, molto diverse.

     

    Andrea Giannini

  • Diagnosi economiche e terapie politiche: austerità vs spesa pubblica

    Diagnosi economiche e terapie politiche: austerità vs spesa pubblica

    Libertà_stampaLa settimana scorsa ho scritto che i pochi mesi trascorsi non devono impedirci di tenere il fiato sul collo del governo. Sono vent’anni che ci teniamo questa classe politica con la scusa che “non bisogna fare del disfattismo” e che “lasciamoli lavorare prima di giudicare”: mi pare, a questo punto, che di tempo per lavorare ne abbiano avuto anche fin troppo. E quindi non si sente davvero l’esigenza di stare ad aspettare gli ulteriori disastri di un premier che, in quanto storico dirigente PD, nipote impenitente di un grand commis PDL e figlio putativo del candidato premier di centro, è la quintessenza di tutto quello che abbiamo già visto e patito.

    Al di là delle credenziali, tuttavia, quello che conta davvero è la strada che viene imboccata: e se è quella sbagliata, bisogna invertire subito la marcia, non aspettare che ci conduca a danni già largamente prevedibili. Anche perché non sempre al fondo c’è un errore di valutazione. Più spesso scelte apparentemente “sbagliate” sono in realtà deliberatamente perseguite attraverso una strategia che mira a metterci di fronte al fatto compiuto: cioè, all’inizio si invoca l’urgenza, chiedendo di aspettare i risultati prima di giudicare; poi quando i risultati si vedono, e sono disastrosi: “Oops, ci siamo sbagliati: ma ormai non si può più tornare indietro, bisogna andare avanti!”. E’ un ottimo trucchetto, già ampiamente sperimentato in passato, per far digerire riforme che altrimenti riuscirebbero indigeste alla maggior parte degli elettori: una ragione in più, dunque, per alzare il livello di attenzione e esercitare forme di controllo preventivo sulle manovre che si agitano, anche in questi mesi estivi, all’interno dei palazzi romani.

    Il tema della settimana: Corriere della Sera vs Beppe Grillo

    Questa settimana un dibattito che di solito tende a languire sullo sfondo si è arricchito di spunti nuovi: segno che l’inconcludenza delle strategie fin qui adottate traspare ormai in tutta la sua evidenza. Due giorni fa sul Corriere della Sera il direttore Ferruccio De Bortoli ha commentato la situazione attuale in occasione dei due anni trascorsi dall’arrivo dalla BCE della famosa lettera, scrivendo: «La strada imboccata è giusta, ci vorrebbe un po’ di coraggio nel tagliare le spese per abbassare le tasse». Ecco: se lo scrive De Bortoli, che non ne ha mai azzeccata una in vita sua, possiamo stare sicuri che è vero l’esatto contrario!

    Battute a parte, il direttore si avventura in una ricostruzione storica degli ultimi due anni a dir poco imprecisa, che sintetizza brillantemente i soliti luoghi comuni: “a causa del debito pubblico eravamo a un passo dal precipizio, ma Monti ci ha salvato”. Come abbiamo imparato insieme a poco a poco, però, la realtà è ben diversa: il nostro debito pubblico ha subito più che in altri paesi gli effetti della crisi del sistema finanziario globale privato perché a) non abbiamo una Banca Centrale e b) la nostra economia resta asfittica per gli squilibri generati dall’euro; lo spread è calato sensibilmente solo dopo che Draghi ha annunciato acquisti illimitati di titoli di Stato da parte della BCE, e senza che per altro ciò costituisca neppure lontanamente la soluzione definitiva ai nostri problemi.

    Per contestare nel merito le gravi lacune di questo esecutivo, e di chi lo sostiene, bisogna passare per forza da qui: dal fatto che diagnosi sbagliate conducono a cure sbagliate. Se il problema è l’alto debito pubblico, allora Monti ci ha salvato con la sua credibilità e con ricette giustamente tese, per l’appunto, a «tagliare le spese per abbassare le tasse». E dunque avanti così anche con Letta. Se però il problema non è l’alto debito pubblico, allora tagliare le spese (leggi: austerità) conduce solo a deprimere ulteriormente l’economia, aggravando la recessione e facendo ulteriormente salire verso l’alto il debito. E questo è esattamente quello che sta succedendo.

    In Grecia anni di tagli alla spesa e di periodici licenziamenti nella PA non sono serviti ad intercettare la ripresa: in compenso hanno contribuito ad aumentare il debito pubblico, la povertà e il tasso dei suicidi, oltre che a fomentare l’odio razziale. Anche da noi, l’altro giorno Standard and Poor’s ha smentito la possibilità di una ripresa nel 2014. A nulla vale prendersela con le agenzie di rating americane: è storia che tutte le previsioni di ripresa economica basate su ricette di austerità si siano rivelate totalmente sbagliate.

    Beppe Grillo

    La strategia dell’austerità, quella per cui si batte il nostro governo – anche se non ve lo dicono esplicitamente –, consiste nell’aumentare la competitività di un paese abbassando il costo della manodopera attraverso il lavoro precario e la disoccupazione. Ed è tecnicamente vero che, se ci adattiamo a prendere meno soldi e a rivendicare meno diritti, le nostre merci diventano più convenienti e si favorisce l’export. Il problema è che una ripresa basata sull’export ha bisogno, molto banalmente, di qualcuno che faccia import. Se noi vogliamo esportare, abbiamo bisogno di un paese che importi: ma se anche gli altri paesi cercano nel contempo di perseguire la nostra stessa strategia, il risultato è che non c’è nessuno che compra. Se in un contesto di recessione tutti puntano ad abbassare i salari, poi non c’è più nessuno che sostenga i consumi: viene a mancare un mercato di sbocco e nel complesso l’economia si deprime.

    Per evitare che la crisi di Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia trascini con sé tutto il resto dell’Europa, alla lunga non rimane che un’alternativa possibile: incrementare la spesa pubblica per sostenere i consumi. Un’ipotesi assolutamente praticabile, che tuttavia non è mai stata presa in considerazione, perché – qui sta il punto – nell’attuale assetto europeo la spesa pubblica può essere finanziata solo con i soldi dei paesi del nord. I quali però non sono disposti a pagare per noi. E questa verità, tanto banale quanto incontestabile, non può che suggerire un’unica ricetta: lo scioglimento, possibilmente graduale e concordato, della moneta unica.

    Se ne è reso conto anche Beppe Grillo, il quale due giorni fa, nel mentre in cui De Bortoli esprimeva per l’ennesima volta il suo sostegno all’esecutivo di turno, si decideva finalmente a indicare una strategia di uscita dall’euro. Attenzione: ciò non significa che Grillo abbia capito tutto su come si porta il paese fuori dalla crisi; senza contare che le sue esternazioni appaiono spesso orientate a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, più che a delineare una coerente strategia. Ma va rilevato che una terapia corretta è impossibile senza una diagnosi corretta: e Grillo si è deciso a fare, almeno per una volta, un’operazione di verità, oltre che un investimento politico sicuro e garantito.

     

    Andrea Giannini

  • Governo Letta, sciagurata alleanza destra-sinistra: guai a dirlo

    Governo Letta, sciagurata alleanza destra-sinistra: guai a dirlo

    enrico-lettaChi scrive – è noto – è un becero nazionalista che vorrebbe la fine dalla gloriosa moneta unica europea. Ed è pure un sordido complottista, convinto che stiamo facendo gli interessi del grande capitale finanziario e non quelli dei lavoratori. Mettiamo tra parentesi allora per una volta la crisi economica e l’Europa e dedichiamoci a quello di cui si occupano i giornali tutti giorni: vediamo se qui troviamo qualche giustificazione al governo Letta; se davvero i costi che l’alleanza destra-sinistra ci impone sono giustificati dai risultati che consegue.

    Forse qualcuno obbietterà che è impossibile fare una valutazione dopo tre mesi appena: ma non è così. Innanzitutto il governo Letta di fatto è un Monti-bis: stesso indirizzo, stesse ricette, stessa maggioranza bipartisan, stesso alto patrocinio presidenziale. Dunque, in quest’ottica, non sono tre mesi, ma quasi due anni che si commettono gli stessi errori. Secondariamente, se davvero la direzione presa è sin da subito quella sbagliata, allora non ha molto senso aspettare che la legislatura faccia tutto il suo corso: perché dopo si potrà solo piangere sul latte versato.

    Occorre dunque imprimersi bene in testa il dibattito in corso questa settimana: se non altro, quando un domani ci diranno che “occorreva provare”, che “non si poteva sapere”, che “sulla carta era la scelta più autorevole e credibile”, potremo allora ricordare quello che sta succedendo in questi giorni per obiettare che invece no: si vedeva e si sapeva benissimo.

     

    Calderoli: «Quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare alle sembianze di un orango».

    Roberto CalderoliChi non muore si rivede. Qualcuno ricorderà infatti che il simpatico esponente leghista, noto alle cronache anche per gli improbabili falò di “leggi inutili”, si era già dimesso nel 2006 a causa della vicenda della t-shirt con vignette satiriche su Maometto.

    In attesa di capire se Letta riuscirà a ottenere le sue dimissioni senza provocare la rivolta della Lega (che non è alleata di governo, ma ha sempre una certa influenza su Berlusconi), rimane da chiedersi: che governo è quello che porta uno così alla vicepresidenza del Senato? Ma lasciamo correre, per carità; non disturbiamo l’esecutivo: sarebbe una «ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze».

     

    Caso Ablyazov: la DIGOS rapisce moglie e figlia di sei anni dell’oppositore kazako esule a Londra e li riconsegna al dittatore Nazarbayev

    alfanoDopo il caso Abu Omar, un’altra extraordinary rendition, con l’aggravante che non siamo di fronte agli interessi dei potentissimi Stati Uniti, ma al più dimesso regime kazako. Tutto il mondo si indigna, l’Italia si domanda come facesse il ministro dell’interno a non saperne niente e Alfano si giustifica professando eterna ignoranza: lui non è mai informato, lui non sa mai niente.

    In attesa di capire se Letta pensa di fare qualcosa oppure se preferisce anche lui far finta di niente in nome delle larghe intese, rimane da chiedersi: un ministro che fa rapire una donna e una bambina perché non riesce a seguire o controllare i suoi sottoposti è uno scandalo sufficiente, o bisogna aspettare il razzismo, la pedofilia e la negazione dell’olocausto? Ma lasciamo correre, per carità; non disturbiamo l’esecutivo: sarebbe una «ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze».

     

    Berlusconi concessionario pubblico: disegno di legge del PD per trasformare l’ineleggibilità in “incompatibilità” da sanare entro 12 mesi.

    silvio-berlusconi-2La proposta è stata avanzata dal capogruppo al Senato Zanda (lo stesso che fino a qualche mese fa proclamava la necessità di votare l’ineleggibilità del Cavaliere) e da Massimo Mucchetti (lo stesso che fino a qualche mese fa era ancora un giornalista quasi intelligente). Per giustificare l’obbrobrio lo stesso Mucchetti spiega: “non si può votare l’ineleggibilità di Berlusconi, se no quello fa cadere il governo, riporta l’Italia alle elezioni, vince e poi cancella la legge sull’ineleggibilità”.

    A parte la perfetta integrazione di Mucchetti nelle logica “vincente” del partito (difatti l’idea che, in caso di ritorno alle urne, il PD possa battere Berlusconi non lo sfiora neppure), il fine ragionamento è qualcosa di sublime: siccome Berlusconi un domani potrebbe fare in modo di non applicare una legge giusta, tanto vale risparmiargli la fatica e dargli noi stessi la possibilità di non applicarla. Meraviglioso!

    In attesa di capire se Letta ha qualcosa da dire a proposito dell’ennesima legge ad personam oppure se preferisce far finta di niente in nome delle larghe intese, rimane da chiedersi: qualcuno avrà capito che il punto non è se una cosa la faccia il PD o Berlusconi, ma il fatto che quella cosa nel complesso sia dannosa per il paese? Ma lasciamo correre, per carità; non disturbiamo l’esecutivo: sarebbe una «ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze».

     

    Votata la mozione della maggioranza sugli F35: il programma di acquisto non si arresta

    f35Si, è vero: non sono le spese militari che hanno mandato in rovina questo paese. E chissà, forse anche il ministro per la difesa Mario Mauro non ha tutti i torti quando, in risposta ai pacifisti, ricorda l’antico adagio latino: si vis pacem, para bellum, (se vuoi la pace, prepara la guerra). Ma a forza di ripetere “avete-vissuto-sopra-i-vostri-mezzi” poi la gente ci crede: e chi di disinformazione colpi di disinformazione perisce.

    Ammesso e non concesso, infatti, che acquistare i famosi F35 sia indispensabile, resta il fatto che – se possibile – è ancora più indispensabile trovare la copertura finanziaria per gli esodati, rinvenire risorse per la scuola, investire sulla ricerca, eccetera eccetera. Cioè se la spesa pubblica è buona perché genera redditi, allora si può temporaneamente anche fare un po’ di debito per pagarsi un po’ di tutto (compresi gli armamenti); ma se la spesa pubblica è uno spreco e la coperta è corta, allora finisce che la gente contrappone tra loro le varie voci di spesa, e le esigenze militari giustamente soccombono a fronte di quelle del welfare.

    Poi c’è un altro lievissimo dettaglio, un piccolissimo sospetto che aleggia su tutta la vicenda: il rischio tangenti. D’altra parte per vendere armi all’estero pagare una tangente è una necessità. Non lo dico io: lo disse Berlusconi, dopo che venne fuori che Finmeccanica pagava tangenti all’India per vendere i nostri elicotteri. Il Cavaliere però rassicurava: «da noi queste cose non succedono». Possono succedere invece «se si va trattare nei Paesi del terzo mondo o con qualche regime». Chissà se anche l’americana Lockheed Martin vede l’Italia come una potenza democratica di prim’ordine oppure come “un paese del terzo mondo”, un paese “con qualche regime”…

    In attesa di capire se Letta ha intenzione di far luce sulla vicenda oppure se preferisce far finta di niente, alimentando il sospetto che dietro le larghe intese ci siano anche larghi e inconfessabili accordi, rimane da chiedersi: ha senso dimezzare i canadair per comprare gli F-35? Ma lasciamo correre, per carità; non disturbiamo l’esecutivo: sarebbe una «ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze».

     

    PS. 

    Mentre in Italia Napolitano difendeva a spada tratta la necessità di preservare questo governo, dicendoci sostanzialmente che ci tocca trangugiare dichiarazioni razziste, rapimenti di donne e bambine in favore di dittatori asiatici, leggi ad personam e regali alle multinazionali americane che costruiscono armi, Letta è volato a Londra per parlare con la comunità finanziaria e fare la solita sceneggiata da piazzista: “venite in Italia”, “vi tratteremo bene”, “investite i vostri soldi qui”, eccetera eccetera. Il solito miraggio di qualche posto di lavoro per giustificare il fatto che ci sdraiamo a pelle di leopardo di fronte al mondo della finanza (avete presente la famigerata “speculazione finanziaria”? E’ proprio questa gente qua). E’ così che continuiamo a pagare un alto tasso di rendimento sui titoli di Stato e che il lavoro si fa sempre più precario per attirare le multinazionali: dal pacchetto Treu alla riforma Fornero il pluriennale obiettivo di abbattere le tutele per favorire il capitale sta quasi per arrivare a fondo.

     

    PPS.

    Alla fine la crisi economica ce l’ho infilata lo stesso. Ma d’altra parte c’era da aspettarselo: avevo ben  specificato che sono un sordido complottista.

     

    Andrea Giannini

  • Logica dell’eccezionalità: politica italiana, 20 anni di emergenze

    Logica dell’eccezionalità: politica italiana, 20 anni di emergenze

    emergenzaNon è del tutto vero che noi Italiani disprezziamo le regole. Sarebbe più giusto dire che ci annoiano; mentre le eccezioni ci affascinano tremendamente. Purtroppo per noi, però, seguire la “logica dell’eccezionalità” non ci ha portato molto lontano in questi ultimi anni.

    La tranquilla e normale gestione della vita politica, condotta nel rispetto, se non sostanziale, almeno formale delle istituzioni, della Costituzione e del decoro pubblico, è diventata un lusso già a partire da Tangentopoli (1992), quando si doveva affrontare l’inedito compito di ricostituire un’intera classe politica, perché quella della prima Repubblica si era ormai disgregata sotto il peso del sistema corruttivo scoperchiato dalla magistratura. Di lì in avanti è stato tutto un potpourri di “necessità straordinarie”, “situazioni eccezionali”, “emergenze”, “anomalie” e “deroghe”.

    Fu necessario “scendere in campo” (1994) per evitare che “i comunisti” rimanessero soli a governare portando “terrore, miseria, distruzione e morte”; poi è diventato indispensabile non criticare la sinistra “per non far vincere Berlusconi”; poi, all’opposto, tenersi il Cavaliere, in quanto indispensabile partner per le riforme costituzionali (la Costituzione – si sa – è vecchia e “oggi c’è la globalizzazione”).

    Altre supposte “emergenze”, che riscossero indubbio successo di pubblico e critica tra gli anni ’90 e i primi 2000, furono senza dubbio: “entrare in Europa”, il “terrorismo internazionale”, le “intercettazioni” e poi il fantomatico “uso politico della giustizia”. Al contrario la crisi economica succeduta alla bolla del mutui sub-prime (2006) non fu considerata un’emergenza, perché “i ristoranti sono pieni”.

    E venne la crisi dei debiti sovrani, che portò l’attacco speculativo sui BOT (estate 2011) che al mercato mio padre comprò. Da allora i “momenti di gravità” e le “situazioni eccezionali” sbocciano incontenibili. “La credibilità!”: via Berlusconi e dentro Monti, con annesso “inciucione” destra-sinistra. “Lo spread!!”: tagliare i servizi, aumentare le tasse, togliere i diritti e ritardare le pensioni. Gli Italiani non votano come dovrebbero? “La governabilità!!!”: rientri Napolitano, a casa Grillo e via libera al secondo “inciucione” destra-sinistra.

    Vent’anni di emergenze improrogabili, di dure responsabilità, di dolorose scelte obbligate; e tutto soltanto per tornare, con la giornata di ieri, esattamente al punto di partenza: Berlusconi rischia la condanna, il governo rischia di cadere, l’Italia rischia il default e l’intera vecchia classe politica rischia di venire spazzata via. Cioè ci hanno detto che “il fine giustifica i mezzi” e il risultato è stato che i mezzi ci hanno precluso il fine.

    Pure era ovvio che sarebbe andata così, per un motivo cui ho già accennato, tanto semplice e banale quanto sottovalutato: non ha senso aspettarsi di ottenere il buon governo derogando le regole, calpestando la Carta Costituzionale, tollerando le volgarità, prendendo in giro gli elettori, ignorando la volontà popolare e tradendo gli interessi nazionali. Ed invece per il nostro estroso spirito e la nostra incontenibile fantasia le cose semplici non sono poi così semplici; anzi, se ci venissero a predicare la castità con i film porno ci sembrerebbe quasi un’astuta mossa di genio.

     

    Andrea Giannini

  • Enrico Letta, il candido premier e i rassicuranti segnali di ripresa

    Enrico Letta, il candido premier e i rassicuranti segnali di ripresa

    enrico-letta-2E’ un luglio un po’ anomalo. Ci sono splendide giornate di aria tersa, il caldo non è afoso e il miraggio delle agognate vacanze estive ritorna un po’ pigramente ad occupare la testa degli Italiani. Qualcuno butta un occhio sul colpo di Stato in Egitto. Qualcun altro si distrae con l’avvincente tentativo di scalata alla vicepresidenza della Camera dell’onorevole Santanché, oppure con il solito M5S, al quale si può sempre rimproverare qualcosa, in mancanza di altro. Di crisi non c’è proprio voglia di parlare: e forse – chissà – gli Italiani preferirebbero credere che ci siano davvero quei segnali di ripresa visti da Saccomanni; che la decadenza del movimento di Grillo e i guai giudiziari di Berlusconi segnino il ritorno alla “normalità” della cara vecchia opposizione destra-sinistra; che il governo Letta, sotto l’alto patrocinio di Napolitano, stia davvero facendo quello che va fatto; che lo spread si sia acquietato e che l’Europa abbia, seppur faticosamente, imboccato compatta la strada della risalita.

    O forse no. Forse gli Italiani sono disillusi, non si aspettano più niente e vorrebbero solo pensare ad altro. E forse non hanno proprio battuto ciglio quando l’altro giorno Letta ha twittato festante “Ce l’abbiamo fatta!”, dopo che la Commissione Europea sembrava aver dato il via libera allo sforo del tetto di spesa. D’altronde gli Italiani a questi annunci hanno fatto il callo: chi crede più che cambierà davvero qualcosa? Beh, almeno uno c’è: il tenero Enrico.

    Tutto trafelato il simpatico premier affidava la portentosa novella alla rete, senza avere neppure il tempo di curare la punteggiatura e usando persino “X” al posto di “per”, come i veri “gggiovani”. E l’hastag “#serietàpaga”, messo in bella vista, non fa che acuire l’istintiva simpatia per il candore del povero ragazzo. Bisogna capirli i giovani d’oggi. Enrico, già fervente ammiratore di Andreotti («Quante volte da bambino ho sentito nominare Andreotti a casa di zio Gianni. Era la Presenza e basta, venerata da tutti. Io avevo una venerazione per questa Icona»), è cresciuto alla scuola del più navigato zio e si considera figlio putativo del più anziano compagno di Bilderberg Mario Monti, per il quale pure nutre una stima viscerale, testimoniata dal noto “pizzino” con cui ne salutò l’ascesa al governo («Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente […] sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!»).

    Insomma, Letta junior se lo sono allevato loro e oggi lui è fatto così: alle promesse dei grandi ci crede. Per il piccolo Enrico “rispettare i patti” e “dimostrare serietà” sono davvero i punti programmatici concreti di cui l’Italia ha bisogno, esattamente come per ogni bambino è concreta la minaccia dell’uomo nero che la mamma di tanto in tanto gli prospetta. Che le cose non stiano così, tuttavia, non c’è bisogno di un gran lavoro per dimostrarlo.

    Olli Rehn, commissario europeo, ha subito specificato: «La flessibilità concessa dall’Ue non può in alcun modo derogare dalla regola del debito scritta nel fiscal compact». Cioè non si può sforare il limite del 3% annuo nel rapporto deficit – prodotto interno lordo. Se eventualmente l’anno prossimo (2014) dovessimo restare al di sotto di tale soglia, allora sarebbe (forse) possibile utilizzare il margine accumulato (0,1? 0,2?) per investimenti produttivi. Che cosa siano esattamente questi “investimenti produttivi” nessuno lo sa: e in ogni caso non saremo noi a decidere, ma l’UE. Il ministro dei trasporti Lupi ha subito provato a prenotare l’eventuale tesoretto per le grandi opere. (Vuoi vedere che l’annuncio serve solo come una scusa per buttare altri soldi nella TAV?).

    L’associazione dei costruttori ha ipotizzato maggiori risorse per 7,5 miliardi l’anno: ma è una stima più che ottimistica. E in ogni caso è sempre troppo poco. E’ poco per rilanciare l’economia; poco per bilanciare il contributo dell’Italia all’Unione; poco per compensare il pesante tributo di tagli a cui siamo sottoposti. E soprattutto non è un passo verso quell’unità europea che potrebbe risolvere i veri problemi: perché ovviamente gli Stati Uniti d’Europa non ci saranno mai, dato che i paesi del centro non accetteranno mai di finanziare di tasca loro il divario con i paesi della periferia (l’8% del PIL tedesco, secondo Jacques Sapir). Solo il simpatico Letta può pensare davvero che i sacrifici siano stati ricompensati, e che ora si possa finalmente «mettere in campo investimenti per le infrastrutture», oppure porre «il tema del taglio delle tasse sul lavoro e dell’aiuto al lavoro giovanile». In realtà è il solito leitmotiv del “coniugare rigore e crescita”, cioè: il rigore non si tocca, di crescita ne parliamo un’altra volta.

     

    Andrea Giannini