Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • Politica e legalità, rapporto delicato: il ricatto di Silvio Berlusconi

    Politica e legalità, rapporto delicato: il ricatto di Silvio Berlusconi

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013E’ giusto ricordare che la condanna di Berlusconi nel processo Ruby non c’entra nulla col moralismo e la vita sessuale privata. Il Cavaliere ha preso 7 anni in primo grado per due capi di imputazione piuttosto gravi: prostituzione minorile (rapporti sessuali a pagamento con l’allora minorenne Karima el Mahroug) e concussione (abuso della carica di primo ministro al fine di costringere la questura a rilasciare la ragazza). Si tratta di una vicenda talmente semplice e chiara che, se non riguardasse appunto Silvio Berlusconi (allora Presidente del Consiglio, oggi principale socio di maggioranza del governo, nonché proprietario di un discreto impero mediatico), oggi non susciterebbe la benché minima contestazione o polemica. Nessuno infatti crederebbe mai che l’allora premier, impegnato in un vertice internazionale a Parigi, abbia telefonato in piena notte alla questura di Milano solo per accertarsi che una povera ragazza marocchina, che aveva tanto sofferto e a cui lui elargiva denaro per pietà, venisse trattata bene. Tuttavia è proprio perché i fatti sono così scontati e pacifici (anche al di là degli esiti processuali futuri) che il caso diventa un buon esempio per una riflessione più generale sul delicato rapporto tra politica e legalità.

     

    “DARE LA PRECEDENZA”: CHI DEVE EVITARE LO SCONTRO

    Un anno fa, in occasione del ventennale della strage di Via D’Amelio, avevo avuto modo di ricordare la lezione di Paolo Borsellino: la politica e la società civile devono anticipare la magistratura, mettendosi al riparo da comportamenti sospetti e equivoci prima che intervengano le sentenze a sancire i reati. Questo atteggiamento è la migliore garanzia contro il famigerato “cortocircuito mediatico-giudiziario”: se i politici fossero tutti immacolati come gigli ed esenti da ombre, ossia se al primo accenno di un fondato sospetto provvedessero a rassegnare le loro dimissioni, sollecitati in questo dal partito, dai colleghi e dall’opinione pubblica, si eliminerebbe alla radice il rischio che la vita politica possa essere condizionata da un percorso, come quello  giudiziario, che tendenzialmente dovrebbe esserle estraneo.

    In questo senso le lamentele sulla presunta invadenza dei giudici che vengono da destra, e allo stesso modo gli ambigui richiami alla magistratura perché tenga in conto le conseguenze politiche del suo operato (richiami provenienti tanto dalla stampa moderata, quanto talvolta dallo stesso Capo dello Stato), non potrebbero essere più fuori luogo. Se infatti un giudice dovesse calibrare la propria azione in funzione di chi sono i presunti colpevoli, e non semplicemente in funzione di che cosa hanno fatto, applicherebbe la legge diversamente da persona a persona; e quindi negherebbe quel principio per cui la legge è uguale per tutti. Dunque la magistratura ha l’obbligo di essere – per così dire – cieca; di non guardare in faccia a nessuno; di non porsi alcun problema di opportunità (il riserbo, la discrezione e il controllo sulla fuga di notizie sono tutt’altro discorso).

     

    RUOLO DELLA POLITICA E STATO DEL DIBATTITO

    legge_giustiziaUn’altra questione è se stia alla politica porsi problemi di opportunità rispetto all’azione della magistratura. Può sempre capitare, infatti, che in sede giudiziaria emergano anche questioni politiche: un esempio è proprio il caso Snowden, il funzionario del governo americano che, per aver denunciato e rivelato intercettazioni abusive della CIA, è ora accusato di spionaggio (problema giudiziario), invischiato in spinose trattative per l’estradizione (problema diplomatico) e al centro di una rovente polemica sul rapporto tra privacy del cittadino e sicurezza nazionale (problema politico).

    Ciò non significa ovviamente cedere alle parole d’ordine dei difensori d’ufficio del Cavaliere, disposti ad abbracciare qualsiasi giustificazione pur di salvare “il soldato Silvio” e sempre impegnati a invocare la cosiddetta “indipendenza/superiorità della politica” o a paventare il famigerato “schiacciamento della politica sulla magistratura”.

    Infatti i politici sono già autonomi: hanno il compito, una volta eletti, di fare quelle leggi che i magistrati dovranno poi far rispettare; hanno la possibilità di esercitare varie forme di controllo (ad esempio i membri del Consiglio Superiore della Magistratura sono nominati per un terzo dal Parlamento); infine hanno la possibilità di negare l’autorizzazione a procedere, se ritengono che un membro delle camere sia indagato pretestuosamente e solo per fini politici (il famoso fumus persecutionis). La politica pertanto può conservare benissimo la propria autonomia pur collaborando con la magistratura in nome del comune interesse per il rispetto della legalità. Ciò premesso bisogna anche ammettere, tuttavia, che la battaglia per la legalità non esaurisce il senso dell’azione politica.

    E’ questo un rischio che può coinvolgere il “partito trasversale della legalità”, ossia quella folta schiera dell’opinione pubblica coalizzatasi in antitesi a Berlusconi e interessata al tema della questione morale: una rivendicazione altrimenti sacrosanta, infatti, rischia di perdere efficacia, se si spinge fino a fare della “legalità” la bandiera di un partito (come era ad es. per l’Italia dei Valori) o ad individuare nel tradimento di questo valore da parte della classe politica italiana la ragione unilaterale del declino economico del paese. A questo proposito occorre invece dire che “legalità” non può essere un manifesto ideologico, per l’evidente motivo che non ci può essere (almeno formalmente…) un partito dell’illegalità a fare da contraltare in un ipotetico confronto politico. Allo stesso modo, oltre al fatto che nessun economista serio direbbe mai che l’attuale crisi dipenda in primo luogo dall’illegalità (ad es. corruzione ed evasione), il problema è chiaramente di natura diversa anche per un’altra banalissima considerazione: nulla ci assicura che un politico onesto sia anche competente; in altre parole non è possibile salvarsi dal rischio che si prendano decisioni sbagliate o deleterie solo predicando l’onestà. E’ evidente dunque che la legalità non può essere il traguardo, ma deve essere la normalità, la base di partenza su cui andare poi a costruire quella buona politica di cui pure sarebbe doveroso discutere e di cui invece non si parla mai, come se si sapesse già con sicurezza le decisioni che si deve prendere.

     

    RISPETTO DELLA LEGGE vs REALISMO POLITICO

    In un senso più profondo, non solo la legalità è condizione necessaria e non sufficiente, ma in circostanze ben specifiche, codificate e del tutto eccezionali, è possibile e accettabile che la politica si ponga anche in contraddizione rispetto all’azione della magistratura.

    Esiste una ragion di Stato; esistono esigenze di segretezza; si danno questioni di opportunità politica: per tutto questo è previsto, ad esempio, che il Parlamento possa promulgare un’amnistia (pensiamo all’amnistia Togliatti, che rispondeva a esigenze di pacificazione nell’immediato dopoguerra); è previsto anche che il Presidente della Repubblica possa concedere la grazia (di fatto cambiando l’esito di una sentenza); è previsto infine che siano opposte ad un’indagine ragioni di sicurezza nazionale.

    Si tratta ovviamente di casi assolutamente particolari e molto delicati, comunque già contemplati nell’ordinamento vigente. E quello che si è detto fin qui dovrebbe servire a capire perché, appunto, è così raro che il realismo politico si scontri con la legalità: non solo per il rischio intrinseco dato dalla sospensione del normale ordine legale, ma anche perché se una regola è buona (e dobbiamo presumere che lo sia, altrimenti basterebbe cambiarla), raramente infrangendola si producono benefici superiori agli effetti negativi. E per questo stesso motivo l’ipotesi di un salvacondotto per i guai giudiziari di Berlusconi non può essere sostenuta.

     

    COSA DAVVERO È “OPPORTUNO” IN POLITICA

    enrico-lettaNegli ultimi vent’anni abbiamo avuto da una parte un centro-destra militarizzato e asservito agli esclusivi interessi personali del padre-fondatore; dall’altra un centro-sinistra che non ne ha mai votato l’ineleggibilità, non ha neutralizzato il conflitto di interessi e non ha abolito nemmeno una delle tante leggi-vergogna (quando non ha contribuito direttamente a votarle): questo calpestio della legalità si è poi dimostrato giustificato da una qualche ragione di causa maggiore? Il declino morale ed economico del paese sta lì a testimoniare con tutta evidenza che questa ragione non c’era. Farsi governare da chi pensa solo ai propri interessi e da una classe dirigente di presunti oppositori, che crede solo nei maneggi sottobanco e mente spudoratamente ai propri elettori, era piuttosto prevedibilmente una pessima idea, che niente aveva a che fare con il bene del paese.

    La storia oggi non è cambiata. Per la seconda volta consecutiva le due parti governano insieme, dimostrando nei fatti di essersi sempre sorrette a vicenda; e per l’ennesima volta invocano delle finte ragioni di opportunità politica, che sono in realtà ragioni per la sopravvivenza di questa specifica classe politica.

    Per assurdo, cediamo pure al ricatto: ammettiamo di fare davvero quell’amnistia che consenta a Berlusconi di non andare in carcere e al governo Letta di sopravvivere. Ci guadagneremmo – è vero – la tanto sospirata “governabilità”; tuttavia, in che modo la governabilità verrebbe messa a frutto per il bene del paese? L’Italia avrebbe bisogno di recuperare quella sovranità monetaria che oggi è affidata ad una banca europea condizionata dagli interessi preminenti di Berlino; e poi avrebbe bisogno di ingenti investimenti pubblici per stimolare la domanda. Invece, come è stato negli ultimi vent’anni e come è tuttora, è evidente che Berlusconi ritornerebbe a farsi i fatti suoi, mentre Letta proseguirebbe nella rincorsa del sogno “eurista” che sta devastando il paese e nelle deleterie riforme istituzionali che si pongono come obiettivo lo sfascio della Costituzione. Qualche “decreto del fare” o qualche “pacchetto per l’occupazione”, non incidendo sui veri problemi di cui sopra, sarebbero solo un palliativo, o peggio una foglia di fico.

    Insomma: il gioco non vale la candela. Si dimostra quindi che non c’è alcuna ragione di realismo, pragmatismo o opportunismo politico nel tenersi una classe dirigente che non rispetta le regole, visto che in genere il politico non rispetta le regole perché o è un ladro o è un venduto. Ed è normale che il ladro derubi anche chi lo elegge e il venduto venda persino il suo paese.

     

    Andrea Giannini

  • Costituzioni anti-fasciste: un ostacolo per l’economia dell’euro zona

    Costituzioni anti-fasciste: un ostacolo per l’economia dell’euro zona

    economia-soldi-D6La notizia della settimana non è né Berlusconi e il pronunciamento della Corte, né Grillo e l’espulsione della senatrice Gambaro.

    Che il Cavaliere abbia una concezione “elastica” del rispetto della legge, che questo gli abbia portato molti guai giudiziari, che abbia cercato di usare il consenso elettorale come riparo da eventuali condanne e che tutto ciò sia un peso per il buon scorrimento della vita politica del paese non sono cose che scopriamo oggi. Se poi Berlusconi, nonostante la sempre più probabile condanna, riesce ad ostentare una relativa tranquillità, allora siamo autorizzati a pensare che qualcuno lo abbia rassicurato con la promessa di un’amnistia o una leggina ad personam: e ciò significherebbe che per il momento non ci sono rischi per la tenuta del governo.

    Discorso analogo si può fare per Beppe Grillo. La sua idea di movimento “guidato” attraverso la rete, la rigidità programmatica, il rifiuto per le scelte di campo ideologiche e l’insofferenza verso la strutturazione interna dei partiti tradizionali sono tutti argomenti già ampiamente dibattuti, a proposito dei quali la mia personale valutazione non si sposta certo per una senatrice che si scopre “grillo-scettica” sulla via di Damasco e che perciò viene espulsa con un voto su internet.

     

    LA “VERA” NOTIZIA DELLA SETTIMANA

    europa-bceNo, la notizia della settimana, più che nelle aperture dei TG o nelle prime pagine dei giornali, bisogna (come al solito) andarsela a cercare. Ed è così che spulciando l’edizione on-line del Fatto Quotidiano capita di imbattersi in un articoletto a firma Luca Pisapia la cui rilevanza per il dibattito politico è inversamente proporzionale alla scarsa visibilità. L’autore in realtà non fa null’altro che riprendere e commentare un report di JP Morgan, il famoso istituto finanziario. Di per sé, dunque, non sembrerebbe esserci nulla di eclatante: in questi tempi di crisi le grandi banche di investimento, giustamente interessate all’andamento dell’economia e alle prospettive per il futuro, diffondono centinaia di documenti simili contenenti analisi, prospettive, grafici, suggerimenti e auspici. Non fosse che nella fattispecie il contributo dei due analisti, Malcolm Barr e David Mackie, si spinge fino a un punto molto importante, ossia fino a delineare quello che viene considerato un ostacolo politico all’integrazione delle economie dell’euro-zona: le costituzioni anti-fasciste.

    Si avete, capito bene: le costituzioni sorte nel dopo guerra, come la nostra, sono un intralcio. I motivi? Vediamoli: «Esecutivi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale del diritto al lavoro; sistemi di costruzione del consenso che favoriscono il clientelismo; e il diritto di protestare, se vengono fatti cambiamenti indesiderati dello status quo politico». Più chiaro di così… Ma siccome repetita iuvant, parafrasiamo il contenuto per i duri d’orecchi.

    Anche se ormai siamo abituati agli attacchi quotidiani cui è sottoposta la nostra carta costituzionale, queste poche righe hanno il pregio di fare chiarezza di tutte le ampollosità e i tecnicismi (semi-presidenzialismo alla francese, camera delle regioni alla tedesca, elezioni diretta al quintuplo turno con golden gol e rigori) che creano un sacco di confusione e ci fanno passare la voglia di capire cosa diavolo stia succedendo. Ed invece è semplice: ci vuole un esecutivo forte, che comandi indisturbato, che prenda finalmente decisioni penalizzanti per i lavoratori, senza che questi possano protestare nelle piazze o presso i politici che hanno eletto. E in questo senso la nostra Costituzione, che ovviamente è stata pensata proprio per proteggere la gente dagli abusi di chi ha il potere, è un intralcio; al contrario un nuovo meraviglioso super-Stato federale europeo lo si può tirare su senza tutte queste fastidiose tutele e questi scoccianti diritti. Certo, potremo sempre votare Tizio, Caio o Sempronio, ma nei fatti sarà la grande ed illuminata élite europea a prendere per noi quelle decisioni, dolorose ma giuste, che noi siamo troppo ottusi per comprendere. Quando dunque sentite dire che la crisi è colpa della “finanza speculativa”, tanto cattiva e tanto brutta, e che l’euro non è il problema, ricordatevi che quella stessa finanza speculativa scrive nero su bianco che l’integrazione europea è cosa gradita: la Costituzione italiana no. Domanda da un milione di euro (o due miliardi di lire): a noi cosa converrà di più? Tenersi la Costituzione o affrettare l’integrazione europea? Ai posteri l’ardua sentenza.

    Ricordo solo che un tempo perseguire determinati fini era considerato golpismo: roba da P2, servizi segreti deviati, neo-fascisti simpatizzanti dei dittatori argentini. Ma questi oggi sono metodi superati: si può ottenere lo stesso risultato con calma e pazienza, senza occupare militarmente le sedi del governo e della televisione, ma convincendo la gente, abituandola a determinati argomenti poco alla volta fino al momento in cui non destano più scandalo. Ci si incontra nelle grandi riunioni, si coordinano le strategie da adottare, e poi si finisce che oggi la politica italiana contro la crisi non fa nulla, ma parla molto – quando si dice il caso… – di riforme costituzionali  e presidenzialismo.

    D’altronde è proprio quello che sta scritto sul report di JP Morgan: «Il test chiave nell’anno a venire sarà l’Italia, dove il nuovo governo ha una chiara opportunità per dare l’avvio a significative riforme politiche». E’ tutto molto semplice e chiaro. E davvero non si capisce che bisogno ci sia di invocare chissà quale teoria del complotto, quando è semplicemente elementare esperienza di vita che chi ha il potere cerchi di tenerselo e che le élite tentino giustamente di fare i loro interessi (ovviamente evitando di pubblicizzarli troppo, perché se no la gente capirebbe subito).

    Ovviamente le contromisure ci sono e sono le solite: la Costituzione appunto, e poi le istituzioni, un’informazione libera, una solida cultura democratica e un sano sospetto verso chi vorrebbe gestire la vita politica al posto nostro. Ma soprattutto bisogna comprendere non tanto chi sia il nemico, ma più semplicemente quali siano i nostri interessi e quali altri interessi siano in gioco. Una dinamica, questa, che dovrebbe essere ormai chiarissima. A meno, certo, di non volersi ostinare a non capire.

     

    Andrea Giannini

  • Astensionismo: Pd, Pdl e M5S non convincono gli italiani

    Astensionismo: Pd, Pdl e M5S non convincono gli italiani

    elezioniNessuno ha fatto notare che il grande astensionismo registrato alle ultime elezioni comunali potrebbe anche avere una qualche attinenza anche con la diffusa percezione che le amministrazioni comunali e regionali facciano molto poco per i cittadini. Da una parte ciò si deve sicuramente alla reminiscenza degli scandali tipo Franco Fiorito, che hanno contribuito a consolidare l’idea che il cambio di giunta sia solo il passaggio di testimone tra consorterie di diverso colore, ma tutte comunque dedite al medesimo “magna magna”. Dall’altra parte c’è l’esaurirsi della speranza e della voglia di cambiamento che avevano ingrossato l’onda arancione, responsabile tra 2011 e 2012 delle vittorie di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli e Doria a Genova. Infine c’è il patto di stabilità, che l’ANCI ha sempre denunciato come una delle principali limitazioni all’effettiva autonomia di movimento dei comuni. Ci sono buone ragioni, insomma, perché il cittadino medio si domandi: perché votare, se tanto non serve a nulla?

    Il dato dell’astensionismo deve far riflettere anche sotto un altro punto di vista. I sondaggi nazionali continuano a dare il PDL in vantaggio rispetto al PD, seguito a sua volta da un M5S in caduta. Il voto comunale, però, ha a dir poco affossato sia il partito di Berlusconi che il movimento di Grillo; a riprova del fatto che certamente erano in gioco dinamiche diverse, di tipo locale. Tuttavia lo scarto è troppo marcato perché ci si possa accontentare di una simile spiegazione. In realtà, se il PD ha retto mentre gli altri sprofondavano, ciò non si deve solo ai candidati azzeccati (v. Marino a Roma) o ai disastri delle concorrenza (v. Alemanno sempre a Roma), ma anche al fatto che in questa fase di estrema difficoltà economica ed enorme incertezza politica il partito di Epifani rimane l’unica scelta percorribile.

    I fan di Berlusconi – lo sappiamo – sono uno zoccolo duro consistente (a spanne) in un 25% dei votanti: a meno che il Cavaliere non finisca affossato da qualche scandalo dei suoi, questi fedelissimi risponderanno sempre presente. Tuttavia Berlusconi alla comunali non corre; e alle nazionali sta giocando in senso conservativo, tenendo quel basso profilo che gli consenta di portare a casa il “soccorso rosso” degli alleati per i suoi processi e la tanto sospirata abolizione dell’IMU: abbastanza per permettergli di vivacchiare, ma troppo poco per fare del centro-destra una grande onda in grado di smuovere il paese come ai vecchi tempi.

    Ci si aspettava piuttosto che la mancanza di proposte politiche sarebbe stata colmata dal movimento di Grillo: ma purtroppo anch’egli ha i suoi problemi. Di certo l’atteggiamento della stampa non aiuta. Di certo c’è anche una questione di inesperienza, che è alla base di una serie di errori più o meno evitabili (a riguardo sono in parte d’accordo con l’analisi di Andrea Scanzi). Di certo, infine, c’è una grossa questione di forma, cui facevo accenno giusto la settimana scorsa. Eppure tutto questo non basta a spiegare l’arresto di quella che sembrava già una cavalcata trionfale. C’è di più: al fondo c’è una questione di contenuti. Anzi, è proprio la mancata transizione da movimento a forma-partito che sta alla base della mancata maturazione ideologica del M5S: il quale infatti è fermo ai vecchi cavalli di battaglia del tutto fuorvianti. Vediamone alcuni

    • Spese dei partiti e rimborsi elettorali Restituire 42 milioni è stata senza dubbio una scelta giusta, ma se non se n’è accorto quasi nessuno, non è solo colpa dei giornalisti: il fatto è che la cifra non incide sulle sorti del bilancio statale. L’idea che siano state le spese pazze dei partiti a mandare in rovina l’Italia è semplicemente falsa; e l’arricchimento della classe politica non è un problema di soldi.
    • Reddito di cittadinanza – Insistere sull’elemosina a chi è disoccupato, anziché sul problema dell’occupazione significa fraintendere l’articolo 1 della Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro proprio perché chi lavora è libero, avendo in sé lo strumento del proprio sostentamento; chi invece vive di elemosina dipenderà sempre da chi ha la bontà di fargliela.
    • Modello tedesco e superamento della rappresentanza sindacale – Le simpatie di Grillo per il modello economico e di relazioni sindacali teutonico stanno lì a dimostrare che non c’è alcuna comprensione dei meccanismi della crisi in atto, che ha a che fare piuttosto con la debolezza  dei nostri sindacati.
    • Referendum sull’euro – Secondo alcune stime “Alternative fuer Deutschland”, il partito euroscettico tedesco, potrebbe arrivare sino al 26%: ben più del M5S, in molto meno tempo e semplicemente cercando di dire le cose come stanno. Perché allora non fare una scelta di campo chiara e comprensibile, anziché baloccarsi con salomoniche e improbabili soluzioni?

    Chiarezza e coraggio nei contenuti potrebbero costare qualcosa nel breve periodo: ma oggi la vera rivoluzione si fa sforzandosi semplicemente di dire la verità. E non occorrerà molto tempo per raccoglierne i frutti.

    Per ora, se il M5S non riesce a costruire il rinnovamento e il PDL non è in grado di rievocare gli antichi fasti, all’elettore non rimane che il PD per dare ancora un senso alla fatica di trascinarsi fino alle urne: se non altro, il continuo richiamo alla “responsabilità” serve a dare un perché a questo governo e a questi sacrifici. Ma non può durare: che siano due mesi o due anni, la svolta arriverà. E allora si scoprirà chi oggi sta mentendo.

     

    Andrea Giannini

  • Lobby e think tank in Italia: i segreti della politica e l’assenza di norme

    Lobby e think tank in Italia: i segreti della politica e l’assenza di norme

    ParlamentoFa piacere vedere come il giornalismo italiano abbia riscoperto il gusto per l’inchiesta scomoda. Lo si capisce dal modo in cui viene tallonato Beppe Grillo, al quale i vari Lilly Gruber e Corrado Formigli non mancano di rinfacciare continuamente questioni di democrazia interna,  autoritarismo e indipendenza dei parlamentari. Basta pazientare ancora un po’ e forse queste portentose coscienze critiche della nostra società riusciranno persino ad enucleare quello che è il vero tema della questione (un tema che nessuno avrebbe potuto porre  – tanto per dire – già a maggio dell’anno scorso): e cioè che un leader non eletto che condiziona i suoi parlamentari dall’esterno è un’anomalia politica.

    Nel caso del M5S è difficile, francamente, scorgere particolari finalità eversive. Ciononostante la questione ha una qualche rilevanza dal punto di vista formale: è giusto che Grillo e Casaleggio, due privati cittadini che restano fuori da un’architettura istituzionale fatta di pesi e contrappesi, possano dettare la linea ai parlamentari del loro movimento attraverso il blog? La vita politica, infatti, si svolge entro precisi luoghi istituzionali proprio perché possa essere controllata: se ci spostiamo da quei luoghi non rischiamo, come cittadini, di perdere il controllo? E’ possibile accettare forme di democrazia telematica? Funziona il controllo della rete, oppure a decidere realmente sono Grillo, Casaleggio e – peggio – chi eventualmente riesca a esercitare su di loro una qualche influenza? Sono domande lecite, perché al fondo c’è una questione di democrazia. Però, attenzione: non può valere solo per Grillo.

    Il problema delle influenze esterne, cioè di chi e come tenti di condizionare le scelte dei  rappresentanti eletti e dei funzionari pubblici, è molto importante ed è giusto che venga posto: ma il M5S è piccola cosa rispetto alla vastità del fenomeno. Che, per esempio, comprende il tema del lobbismo.

    Le lobby, cioè libere associazioni che cercano di promuovere interessi di categoria presso il legislatore, sono una realtà di cui in Italia si parla poco. Negli Stati Uniti sono riconosciute e  regolamentate da precisi leggi, oltre che oggetto di un dibattito sempre molto acceso. A livello di Comunità Europea, invece, esiste solo un registro a cui i vari gruppi di pressione possono decidere o meno di iscriversi: un’iniziativa che a quanto pare ha avuto scarso successo, facendo si che l’attività lobbistica tra i palazzi di Bruxelles si svolga in modo piuttosto opaco. Da noi si sono fatte varie proposte, ma l’argomento è delicato: infatti, se da un lato la mancanza di un quadro normativo e di un codice deontologico può lasciare spazio ad un sistema di relazioni “gelatinoso” (in direzione del modello dell’UE), dall’altra un riconoscimento effettivo del ruolo delle lobby può essere il preludio per il consolidamento legale del loro potere (portando verso il modello degli USA).

    Ma sulla scena internazionale non ci sono solo le fantomatiche lobby dei petrolieri e dei banchieri: ci sono anche i cosiddetti “think tank”, cioè fondazioni o associazioni che si occupano di promuovere una riflessione critica su determinati argomenti. E poi ci sono non meglio precisati ibridi. Per lo meno questo è quello che sta scritto sul sito (non si capisce se ufficiale o meno) dell’ultimo raduno del club Bilderberg, che proprio in questi giorni va in scena a Watford, nel Regno Unito: «Il Club Bilderberg” – cito testualmente – “è in parte una lobby, in parte un think tank, in parte un corpo impegnato a delineare linee-guida politiche».

    Oltre al club Bilderberg esistono anche altre “associazioni”: la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute, e in Italia l’Aspen Institute Italia e il think tank Vedrò. Questi “gruppi” non facilmente definibili hanno la caratteristica di includere al loro interno esclusivamente personalità “outstanding”, cioè straordinarie: il che significa essenzialmente uomini di potere, sia esso finanziario, economico, industriale, mediatico, intellettuale o anche politico. L’altra particolarità è la riservatezza delle riunioni: benché tutti sappiano quando si tengono e chi siano gli invitati (il che quindi esclude la connotazione di segretezza), di fatto si svolgono a porte chiuse e ciò impedisce la diffusione all’esterno di quello che è stato detto all’interno.

    Ovviamente tutto ciò ha alimentato varie teorie del complotto, la più famosa delle quali è quella “demo-pluto-giudaico-massonica”. Ma noi cerchiamo di restare ai fatti, a quello che si sa e si può dire con certezza.

    enrico-lettaE’ un fatto che alle riunioni del club Bilderberg abbiano partecipato, tra gli altri, gli ultimi due Presidenti del Consiglio: Mario Monti ed Enrico Letta, i quali quindi sono tenuti alla stessa riservatezza che si chiede agli altri membri. E’ un fatto, d’altra parte, che queste riunioni siano perfettamente legali, perché c’è la libertà d’associazione. Ciononostante è lecito porre una questione: può un ministro della Repubblica, o addirittura un Presidente del Consiglio, partecipare a riunioni riservate senza renderne conto al popolo?

    Non si può obiettare nulla se dei privati istituiscono delle associazioni private e chiedono ai loro membri di rispettare un principio di riservatezza: ma questa stessa riservatezza può esser richiesta a chi svolge ruoli pubblici o rappresenta la nazione? La riservatezza che attiene alla vita privata di ciascuno (privacy) è una cosa; le ragioni di segretezza che sono talvolta indispensabili per il governo di un paese (segreto di Stato) sono un’altra cosa; ma le ragioni di riservatezza di un’associazione privata sono una terza cosa ancora, che non c’entra nulla con le prime due.

    Inoltre il fatto che vi prendano parte esponenti del mondo economico-finanziario, dell’industria, dell’informazione e della politica, cosa che di fatto realizza una concentrazione di potere, desta particolare preoccupazione, perché rischia di mettere in discussione un principio che col complottismo non ha nulla a che vedere. Scriveva infatti Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere». E’ la teorizzazione della separazione dei poteri, alla base della concezione moderna dello Stato di diritto. E’ pur vero che classicamente questa separazione riguarda i poteri politici (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma è anche vero che il principio filosofico e di buon senso che la ispira (chi ha il potere tende ad abusarne) è alla base di varie leggi sul conflitto di interessi e del richiamo continuo all’indipendenza che dovrebbe avere chi fa informazione.

    C’è poi la Costituzione. L’art. 54 dice: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». L’art. 98, poi, recita: «I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione». Insomma, è evidente che chi cura gli interessi delle élite non può curare gli interessi pubblici in uno Stato di diritto, che per sua definizione serve proprio come argine nei confronti del potere del più forte (il quale infatti sopravviverebbe benissimo anche nello Stato di natura). Cos’altro serve allora per ribadire che non si può servire Dio e mammona; per richiamare ad una maggiore separazione, anche formale, tra chi svolge attività pubbliche e chi è inserito in non meglio precisate organizzazioni internazionali d’élite?

    E’ appunto l’indeterminatezza che avvolge queste organizzazioni è fornire un ultimo elemento di perplessità, perché non è ben chiaro cosa facciano o a cosa mirino. Di sicuro non sono assimilabili a semplici lobby, perché non ci sono specifici interessi o particolari categorie di riferimento. E non a caso di solito si richiamano a “mission” del tutto generiche e imprecisate. Ad esempio, sul sito dell’Aspen Italia si parla de “l’approfondimento, la discussione, lo scambio di conoscenze, informazioni e valori”. Ma in concreto, cosa vuol dire?

    L’ex-sottosegretario Michel Martone, che dell’Aspen è un entusiasta frequentatore, ha detto addirittura che scopo dell’associazione è costruire una società più giusta. Dobbiamo credere davvero, dunque, che uomini potenti si rinchiudano in una stanza per studiare come fare il bene degli altri? Forse converrebbe suggerire a questi ingenui che l’occasione sarebbe propizia, piuttosto, per farsi gli affari loro. Anche perché, magari Martone non la sa, ma c’era uno “sfigato” tanti anni fa che aveva inventato un modo molto semplice per costruire una “società più giusta”:

    «Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni» (Mc 10, 17-30).

     

    Andrea Giannini

     

  • Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    studio-televisivoFare un giro su Youtube di tanto in tanto regala sempre qualche sorpresa. E’ stato così che mi sono imbattuto in una puntata di “Punto e A Capo“, programma di approfondimento in onda su Class TV MSNBC (canale 27) condotto da Marco Gaiazzi. Il tema della trasmissione era l’euro. Si, lo so che non ne potete più di sentirmi parlare della moneta unica; ma in questo caso non mi interessa tanto il contenuto in sé, quanto la forma. In particolar modo vorrei sottolineare due aspetti che hanno attinenza con la qualità dell’informazione che riceviamo: cioè il modo in cui si sviluppa il dibattito televisivo e gli interlocutori che sono chiamati a prendervi parte.

    Cominciamo da questo secondo punto. Era ospite in trasmissione Michele Boldrin, padovano, professore di economia negli Stati Uniti, tra i fondatori di Fare con Oscar Giannino, già editorialista per il Fatto Quotidiano e volto piuttosto noto grazie anche alla frequente presenza in varie salotti televisivi, da Ballarò a Servizio Pubblico. Capisco che in base a questa descrizione il lettore possa essere indotto a fare una serie di equazioni di valore, come: “insegnare economia negli Stati Uniti = competenza e merito”; “partito nuovo = idee fresche”; “Fatto Quotidiano/Servizio Pubblico = area di sinistra”. Temo tuttavia che Boldrin debba essere inquadrato piuttosto come il classico provocatore, impegnato più o meno consapevolmente nella difesa d’ufficio di idee e interessi di parte. Avevo già fatto qualche velato accenno in vari articoli del passato alla possibilità che l’informazione potesse essere condizionata non solo dall’ignoranza degli addetti ai lavori (che è forse il problema principale), ma anche da precisi intenti distorsivi. Ecco: penso che questo sia il caso di Michele Boldrin.

    Quello che squalifica l’economista padovano, tanto per cominciare, non sono le cose che dice, quanto l’atteggiamento che tiene. In tutte le partecipazioni televisive si è sempre distinto per l’arroganza con cui tratta gli interlocutori, che vengono sistematicamente attaccati sul piano personale, incastrati in un’antipatica gara a “chi ce l’ha più lungo” (il curriculum scientifico) e accusati senza mezzi termini di ignoranza. Resta da capire come abbia fatto questo autentico genio dell’economia, che fatica ad abbassarsi al livello dei semplici professori associati, a dare credito ad Oscar Giannino, uno che difficilmente si poteva scambiare per un economista, anche prima che si scoprisse la nota vicenda del finto master.

    Al di là dei modi, tuttavia, anche sul piano teorico le tesi di Boldrin non sembrano molto convincenti. L’economista insiste molto sulle fantomatiche “riforme”, sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa, sul ridimensionamento dello Stato (il che giustifica l’accostamento con i movimenti della destra americana dei Tea Party) e sulla cessione del patrimonio pubblico. Le responsabilità delle banche ci sono, ma, secondo l’economista, dipendono sempre dallo Stato, che le controlla tramite i politici che siedono nelle fondazioni bancarie. Non una parola, invece, sugli squilibri di un sistema finanziario globale senza regole che ha prodotto la crisi dei mutui sub-prime e il crack Lehman Brothers. Allo stesso modo rimane un mistero la benevolenza con cui Boldrin guarda al sistema spagnolo, che pure, a prima vista, sembrerebbe messo peggio del nostro.

    Per inciso, uno così a proposito dell’euro cosa può dire? Ovviamente non può che difendere la moneta unica a spada tratta, replicando i soliti luoghi comuni (cosa che ha aperto spazio all’irrisione e ad una critica serrata da parte di qualche collega). Certo fin qui l’attività divulgativa del (non tanto) simpatico economista padovano potrebbe dipendere soltanto dalla difesa legittima di un’ideologia, che è poi quella della scuola di Chicago, dove Boldrin ha trascorso periodi di studio. Tuttavia, se a pensar male spesso ci si azzecca, qualche spiegazione in più potrebbe venire da ragioni più “prosaiche”. Come è già stato fatto notare, infatti, Boldrin è dentro FEDEA, che, per chi non la conoscesse, è – pensate un po’! – proprio una fondazione ed è sponsorizzata – indovinate un po’! – proprio da banche spagnole.

    Ecco che improvvisamente tutto sembrerebbe assumere un senso: o quantomeno gli inviti a sbarazzarsi in fretta dei cosiddetti “gioielli di famiglia”, se vengono da uno che rappresenta chi movimenta i capitali per comprarli, suonano improvvisamente un po’ più sospetti.

     

    LA QUALITA’ DEI DIBATTITI TELEVISIVI

    In ogni caso, venendo all’altro punto della questione (qualità dei dibattiti televisivi), bisogna dire che, comunque la si pensi su Boldrin, è evidente che se si fa la scelta di invitarlo in trasmissione, non si compie un’operazione neutrale: si definisce anzi un estremo del dibattito in oggetto e si finisce per riconoscere implicitamente a questa posizione una minima dignità e onestà intellettuale; ma soprattutto, una volta che si è fatta questa scelta, poi bisogna anche lasciare che le diverse posizioni siano liberamente dibattute dagli ospiti presenti in studio, perché si possa restituire al pubblico a casa, alla fine, una sintesi convincente.

    Ed invece no. La regola non scritta della televisione italiana è che i dibattiti non devono mai andare al di là della definizione delle due tesi contrapposte; non deve mai emergere un vincitore, perché se no la trasmissione diventa “di parte” e poi “sarà la gente a casa a farsi la sua opinione”; e guai ad approfondire, perché “non bisogna andare troppo sul tecnico”. Così anche il conduttore di punto a capo, il povero Marco Gaiazzi, non si sottrae a questo canovaccio.

    A un certo punto del programma è Claudio Borghi Aquilini ad entrare in polemica con Boldrin, ricordandogli i circa 45 miliardi che l’Italia ha già versato nel cosiddetto Fondo Salva Stati. Boldrin ribatte che le banche italiane rischiano di pagare ben di più in caso di fallimento dei paesi in crisi, perché sono esposte per il 3% su un totale di almeno 1000 miliardi di titoli di Stato europei a rischio. Ha ragione Borghi o ha ragione Boldrin? L’Italia, in quanto contributore netto, in Europa ci sta rimettendo, come vuole Borghi, o tutto sommato paga quello che è giusto che paghi, come vuole Boldrin? Mi sembra un punto interessante; un punto che dovrebbe essere deciso: perché o le cose stanno ad un modo, oppure stanno nell’altro. Tertium non datur.

    E invece Gaiazzi preferisce passare ad un altro ospite e lasciare la querelle in sospeso. Forse che gli spettatori di Class TV, che fa parte del gruppo editoriale di Milano Finanza, non sono interessati ai dati economici? O forse non sono capaci a fare le addizioni o le percentuali? Direi di no. In particolar modo direi che chiunque può capire che il 3% di 1000 è 30; ed è meno di 45. Quindi, ammesso che le cifre date dai due economisti siano giuste, apparentemente ha ragione Borghi. Eppure, stante tutto quello che ho scritto su Boldrin, non è da escludere che avesse altri elementi da aggiungere al dibattito: perché dunque non starlo a sentire? C’era il rischio che si andasse avanti all’infinito? Non mi pare. Allora perché non spendere qualche minuto in più per ascoltare ulteriori dettagli e poi dire: “caro Borghi/Boldrin, mi pare che la matematica smentisca le tue argomentazioni”? Nemmeno di fronte ai freddi numeri si riesce ad avere indipendenza e un briciolo di coraggio intellettuale? Ecco. Spero che da questo esempio appaia chiaro una volta per tutte come si sta comportando l’informazione, le responsabilità che ha, il modo in cui si fa castrare e poi, se serve, il modo in cui si castra anche da sola.

     

    Andrea Giannini

  • Berlusconi vittima della magistratura? Italiani, sentitevi in colpa!

    Berlusconi vittima della magistratura? Italiani, sentitevi in colpa!

    silvio-berlusconi-2In settimana, commentando la requisitoria della Boccassini sul processo Ruby, Lilly Gruber ha diffuso un sondaggio di Demopolis, secondo il quale ben il 39% degli Italiani penserebbe che Berlusconi sia vittima di un accanimento giudiziario. Al di là della cifra in sé, l’indulgenza che una buona parte del paese indubbiamente concede al Cavaliere è sempre stata usata come pretesto dal PDL per giustificare la sopravvivenza politica di un leader molto compromesso; mentre a sinistra ha indotto ad un altro tipo di considerazione: “se milioni di persone in Italia continuano a credere a Berlusconi, allora gli Italiani sono un popolo di ignoranti”.

    E’ lo snobismo, ancora molto vivo, tipico dei circoli intellettuali de gauche (e anche di quella bassa borghesia che di questi circoli si sente idealmente parte, in nome di chissà quale supposta supremazia culturale). Questa sorta di “appagamento” derivante dall’auto-inclusione nel magico mondo della comunità morale “de’ sinistra” impedisce una vera analisi dei problemi e un processo di critica costruttiva; fa si che al bar si finisca spesso per liquidare ogni questione con un bel: “Signora mia! Il mondo non va perché c’è in giro taaaanta ignoranza”.

    Intendiamoci: per quel che mi riguarda, non è che non sia chiara la vera natura delle cosiddette “cene eleganti”; non è che non sia chiaro cosa ci facessero tutte quelle ragazze, a volte anche minorenni, nelle varie residenze dell’allora Presidente del Consiglio; non è che non sia evidente l’intento della telefonata alla Questura con cui Berlusconi fece si che Ruby venisse affidata a Nicole Minetti. Ciò non toglie, però, che anche il “piddino medio”, quello che si informa leggendo Repubblica perché “è un giornale di sinistra”, che si reputa interclassista e progressista, avrebbe ormai buoni motivi, dopo tutto quello che è successo, per cominciare a dubitare dei propri dirigenti e del modo in cui forma le proprie convinzioni. Infatti, se è vero che è molto difficile credere alla versione di Ruby “piccola fiammiferaia”, è francamente altrettanto difficile capire perché tutti gli intelligentoni di sinistra continuino a negare il dibattito sull’euro, che pure era dichiaratamente un progetto teso alla disciplina di lavoratori e sindacati e che oggi sta evidentemente implodendo. Se quindi c’è dogmatismo nella difesa ad oltranza di Berlusconi, non c’è meno dogmatismo nella difesa ad oltranza di certi totem della sinistra: e dunque non siamo autorizzati a dividere il mondo in buoni e cattivi, o a dare della pancia degli Italiani un’immagine stereotipata e denigratoria.

    Converrebbe smetterla di ragionare per appartenenza e provare piuttosto a guardare le cose per quello che sono. E’ pur vero che nel nostro paese, forse più che all’estero, resistono molte sacche di analfabetismo democratico e politico: ed è qui che probabilmente prospera la propaganda berlusconiana. Tuttavia invito a considerare: chi è responsabile per questo? Siamo noi Italiani ad essere costitutivamente ignoranti, oppure la democrazia passa attraverso l’acculturamento delle masse e questo obiettivo è stato colpevolmente tradito da qualcuno?

    E’ un fatto che l’ignoranza si batta con la cultura: e la cultura si diffonde con l’informazione e una buona scuola pubblica. Siamo sicuri che la scuola pubblica sia stata fatta oggetto di pesanti tagli e di attacchi ideologici solo da una parte politica? Quale ideologia è responsabile di una mal intesa visione egalitaria, che non ha saputo distinguere tra meritocrazia e libera cultura e ha così contribuito all’impoverimento culturale del paese? Anche a sinistra chi è senza peccato scagli la prima pietra.

    Sull’informazione invece non voglio ripetermi, ma invitare solo a considerare questo: il tema del contrasto tra Berlusconi e la giustizia è comunemente trattato dai media come se si potesse fare necessariamente solo un tipo di valutazione, oppure come se fossero possibili pareri diversi? Cioè, dire in televisione “Berlusconi è un perseguitato” è dire un’eresia, come dire “la terra è piatta”; oppure al contrario è semplicemente un punto di vista con diritto di cittadinanza?

    Ovviamente abbiamo esperienza che vale la seconda ipotesi: e anzi, sono soprattutto i giornali cosiddetti “moderati” a trattare la questione con un mal inteso senso di equidistanza che si presta ad equivoci. Se infatti il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore parlano di “pacificazione tra politica e giustizia” come se ci fosse una guerra in atto, indirettamente lasciano intendere ai loro bravi lettori moderati che Berlusconi non abbia poi tutti i torti. Ma c’è di più. Se il Cavaliere non è un perseguitato, allora, visti tutti i processi che ha avuto, c’è la ragionevole presunzione statistica che qualche reato l’abbia commesso per davvero: nel qual caso, non potrebbe essere un interlocutore politico e un alleato credibile.

    Eppure è da vent’anni che la sinistra dialoga con lui: bisogna concludere allora, andando a ritroso, che non c’è la ragionevole sicurezza che si tratti di un delinquente; e dunque, in mezzo a tutti quei processi, qualche pregiudizio di qualche toga rossa ci deve essere per forza. D’altra parte proprio in questo periodo, in cui sul capo di Berlusconi è arrivata una condanna in secondo grado e poi una dura requisitoria preludio di un’altra possibile condanna in primo grado, nel PD, che con Berlusconi governa, non si muove una foglia: anzi, Violante parla di riformare la giustizia, quasi che il problema sia chi l’amministra e non chi la viola; e il capogruppo Speranza teorizza la separazione tra problemi giudiziari e politici. Di fronte a cotanti pareri c’è ancora chi si stupisce che per molti “cosa importa se anche è andato a letto con Ruby”? Le persone non hanno sempre tempo di leggere e approfondire: spesso, per forza di cose, si possono informare solo superficialmente. E’ abbastanza normale quindi che, se Berlusconi viene sempre giustificato non solo dalle sue TV e dai suoi giornali, ma anche dall’opinione pubblica moderata e, nei fatti, dai supposti “avversari” politici, l’atteggiamento più logico e razionale sia quello di pensare che qualche reato l’abbia in effetti commesso, ma anche che non si possa escludere un pregiudizio nei suoi confronti da parte della magistratura.

    Anzi, viste le premesse stupisce molto vedere che per il 51% degli intervistati, cioè – è utile ribadirlo – per la maggioranza assoluta, Berlusconi non si può considerare un perseguitato politico. Vuol dire che gli Italiani non sono poi così scemi come vengono descritti. Al contrario spesso dimostrano di essere più avanti dei loro giornalisti, dei loro intellettuali e dei loro politici.

     

    Andrea Giannini

  • Crisi e dibattito economico: le responsabilità dell’informazione

    Crisi e dibattito economico: le responsabilità dell’informazione

    giornaliUna conseguenza nefasta dell’affermazione dell’ideologia neoliberista negli ultimi trent’anni è stata quella di mandare in soffitta il concetto di responsabilità. Riconosco che questa affermazione possa incontrare vigorose obiezioni. Tuttavia resta il fatto che un capitalismo assoluto è concepibile unicamente se si accetta il presupposto che la libera ricerca del profitto individuale abbia come risultato il benessere collettivo; e in questa prospettiva, a lungo mitizzata, è inevitabile che gli obblighi del singolo verso la società si riducano sensibilmente. Se infatti basta che ognuno resti concentrato sul perseguimento della propria ricchezza personale per fare del mondo, come per l’azione di una “mano invisibile”, un posto migliore, allora una passiva osservanza della legge (cioè non commettere illeciti o reati) sarà sufficiente per sollevare l’individuo da ogni questione di opportunità, liceità o sostenibilità della propria condotta.

    Secondo questa visione, dunque, si è responsabili unicamente per la ricchezza che si produce e non per le conseguenze delle proprie azioni, dato che il libero mercato renderà queste conseguenze automaticamente soddisfacenti anche per tutti gli altri. Si tratta ovviamente di un’illusione, una prospettiva utile giusto per potersi auto-assolvere. Occorre invece tornare a dire che anche nella società moderna ogni individuo ha precise responsabilità di cui è chiamato a farsi carico.

    Lasciamo da parte le responsabilità morali, perché si tratta di un argomento alquanto spinoso; parliamo piuttosto di responsabilità professionali, soprattutto in relazione a ruoli di pubblica rilevanza. Parliamo dell’informazione. Il modo in cui si fa più o meno bene questo mestiere concorre al processo di formazione dell’opinione pubblica e quindi influenza in modo decisivo le scelte politiche. Per di più questi sono tempi cruciali, in cui chi si occupa di informare dovrebbe avvertire più che in altri momenti il peso della responsabilità della propria funzione: che poi è quella di selezionare e diffondere notizie sulla base della loro verità e rilevanza.

    Ora, quanti sono i giornalisti e gli editori in Italia che, cogliendo le implicazioni di quello che fanno, si preoccupano di attenersi scrupolosamente a questi criteri? Purtroppo bisogna andare a cercarli col lanternino. Non alludo qui soltanto a quelli che vengono definiti spesso “gli organi di stampa del potere”, cioè i giornali e i telegiornali vicini ai partiti e ai gruppi industriali; alludo anche a quelle voci che avrebbero la presunzione di far passare un’informazione alternativa, compreso – lo sottolineo – il blog di Beppe Grillo.
    In tutti manca ugualmente la capacità (e in alcuni casi, senza dubbio, la volontà) di agganciarsi al livello della discussione che si sta svolgendo all’estero, dove si sta ripensando l’intero assetto dell’economia mondiale. Il curioso effetto è che nel nostro paese si può assistere ogni giorno a dozzine di reportage su cassaintegrati, miseria e disoccupazione, eppure non si discute mai sulle ragioni economiche di questa deriva. Quello che qui da noi viene chiamato “dibattito economico” in realtà non ha nulla a che vedere con quello di cui stanno realmente discutendo gli economisti, i quali invece appaiono schierati su due fronti opposti piuttosto definiti: da una parte i fautori di una regolamentazione dei mercati e delle piazze finanziarie, del ruolo positivo dell’intervento statale e della funzione anticiclica della spesa pubblica (che non è sempre e solo “improduttiva”); dall’altra parte i difensori dell’austerità, quelli che “dalla crisi si esce tagliando la spesa pubblica, facendo sacrifici per essere più competitivi e aprendosi ai capitali esteri” (e che solo a margine si ricordano di dire che anche il sistema finanziario meriterebbe qualche ritocco).

    Economia, finanzeQuesti ultimi sono gli unici invitati nei talk-show di casa nostra. E lo si capisce da un semplice fatto: quale è stata l’ultima volta che avete sentito dire che in questo momento converrebbe aumentare la spesa pubblica e non tagliarla? Molto probabilmente non lo avete sentito dire da nessuno. Eppure si tratta della posizione che sta uscendo vincente nel dibattito internazionale, perché il prolungarsi della recessione ha reso evidente quanto fossero controproducenti le misure di austerità e perché le basi scientifiche di questa visione economica si stanno sgretolando: il capo economista del FMI Olivier Blanchard ha fatto dietrofront, ammettendo che le misure “recessive” sono molto più recessive di quello che loro avevano previsto; la “bibbia dell’austerità”, cioè uno studio di Reinhart e Rogoff del 2010 sugli effetti recessivi di un alto debito pubblico, presentava un grossolano errore di calcolo, che è stato scoperto da semplici studenti mentre rifacevano i conti per esercizio (non è vero cioè che i paesi con un debito/PIL superiore al 90% siano condannati alla recessione: al contrario crescono ad una media del 2,2%). Si dirà che fare spesa non si può, perché siamo costretti dai nostri partner europei ad una ristretta disciplina di bilancio. Ed in effetti è vero: tant’è che proprio questo fatto, cioè l’evidenza che esistano forti interessi contrari ad una strategia espansiva, sta attirando sempre più critiche sul progetto dell’euro. In Germania è nato “Alternative fuer Deutschland”, un partito euroscettico che promette di scompigliare le carte della campagna elettorale; l’economista francese Jaques Sapir commenta il report di una fondazione tedesca sui possibili scenari per concludere che una dissoluzione concordata dell’eurozona sarebbe la soluzione allo stesso tempo più realistica e ragionevole; Martin Wolf sul Financial Times spiega perché è intrinsecamente impossibile seguire la strategia della Germania tutti insieme; Oskar Lafontaine, ministro delle finanze tedesco all’epoca dell’introduzione dell’euro, dichiara che ormai è «necessario abbandonare la moneta unica»; infine il solito Paul Krugman sentenzia: «entrando nell’euro l’Italia ha trasformato se stessa, da un punto di vista macroeconomico, in un paese del terzo mondo con debiti denominati in valuta straniera; e si è esposta a crisi di debito».

    Potrei andare avanti per molto, ma quello che importa è che tutti questi pareri avrebbero un enorme rilievo per noi che cerchiamo di capire se valga la pena strangolarci per tenerci l’austerità e l’euro: eppure vengono sistematicamente ignorati. Lilly Gruber a Otto e mezzo imbastisce un finto dibattito invitando in trasmissione da una parte Alberto Alesina e Lorenzo Bini Smaghi, che in realtà sono sostanzialmente concordi sull’idea di austerità, e dall’altra Norma Rangeri, che blatera per tutto il tempo sulla fine del capitalismo, come se l’unica alternativa sia il comunismo. A Servizio Pubblico Santoro invita il pittoresco Paolo Becchi solo per parlare delle sue infelici dichiarazioni: e quando il professore prova ad accennare al problema dell’euro e a quello dell’atteggiamento mercantilista della Germania, viene confutato da Travaglio con il pregnante argomento che i Tedeschi hanno più eolico di noi.

    Attendiamo di vedere la puntata di Report di domenica prossima nella speranza che migliori un po’ il quadro complessivo; ma nel frattempo bisogna concludere che i media non stanno restituendo le reali proporzioni di quello che sta accadendo. Corruzione, evasione, sprechi, Casta, malgoverno e processi di Berlusconi sono tutti problemi che meritano di essere commentati e denunciati: ma NON hanno causato la crisi. E gli Italiani hanno il diritto di saperlo, se non altro per togliersi di dosso l’errata impressione che, se siamo a questi punti, sia soprattutto per colpa nostra.

    Per questo riequilibrare il dibattito è oggi una responsabilità precisa di chi fa informazione. Domani, quando sarà evidente come stanno le cose e ci si chiederà giustamente come sia stato possibile che nessuno abbia raccontato per tempo la verità, non si potrà invocare il “senno di poi” o dire che la situazione era difficile da decifrare: perché, come ho cercato di dimostrare, è ormai tutto perfettamente chiaro, almeno per quello che concerne gli estremi della questione. Rimane solo da capire perché  il mondo dell’informazione sia così indietro. In Francia è uscito un film-documentario, “Les nouveaux chiens de garde”, che ha messo in evidenza i legami esistenti tra media e gruppi politico-industriali. Emerge che uomini di potere e giornalisti condividono gli stessi luoghi di vacanza, partecipano agli stessi “club” riservati ed elitari, e a volte instaurano persino relazioni sentimentali (di solito la bella giornalista con il politico); ma soprattutto emerge la forte partigianeria mediatica a favore dei teorici di un’ideologia economica che pure è stata smentita per la sua incapacità di prevedere e poi correggere la crisi. Fa impressione constatare come negli ultimi trent’anni i Francesi si siano sentiti dire esattamente le stesse cose che ci sentiamo dire anche noi: “non volete fare le riforme”, “non siete produttivi”, “le tutele sociali sono un ostacolo allo sviluppo”, “avete vissuto sopra i vostri mezzi”, “dovete fare le liberalizzazioni”, “non dovete dare le colpe alla globalizzazione, ma cambiare voi stessi”, eccetera. Per cui, se oggi i media continuano ad attenersi a questo canovaccio, allora si dovrà ammettere che si rendono complici di una propaganda di parte. Non sapremo mai chi per ignoranza o chi per dolo: ma tutti si dovranno assumere la responsabilità di non aver saputo fare il loro lavoro.

     

    Andrea Giannini

  • Crisi, violenza e disperazione: ecco la condanna al moralismo ipocrita

    Crisi, violenza e disperazione: ecco la condanna al moralismo ipocrita

    parlamento-italianoImprovvisamente l’opinione pubblica si è ricordata che la crisi è violenza. Non che occorresse un grande acume per vedere i fallimenti, la disoccupazione e l’incertezza economica che ogni giorno spingono al suicidio qualche anonimo disperato; ma tant’è si è dovuto attendere che volassero i proiettili. Ora che però il dato è registrato, ciò non basta alla collettività per abbozzare una reazione libera finalmente dal teatrino ipocrita della “condanna alla violenza”. Anziché avviare una discussione sulle cause di questa violenza, continuiamo ad avvitarci nel nostro solito sterile perbenismo: “non si deve giustificare”, “non si possono fornire alibi”, “non si devono lasciare aperti spiragli”, eccetera.

    Contro questo atteggiamento ripetitivo, inutile e fastidioso mi ero già espresso addirittura nel primo articolo di questa rubrica, scritto in occasione della morte di Gheddafi: allora avevo cercato di mostrare quanto fosse, se non discutibile da un punto di vista morale, di sicuro incoerente da un punto di vista logico l’atteggiamento di un occidente che si lanciava a capofitto nella guerra civile libica, salvo poi condannare selettivamente le atrocità “scomode” agli occhi della propria opinione pubblica.

    Si trattava di una critica che non eludeva il problema della “morale”, ma lo definiva, anzi, segnandone la distanza dal “moralismo”: la morale, infatti, ha un valore senza dubbio generale; il moralismo, invece, si applica solo in particolare la dove ci interessa. Ed è proprio questo il caso della situazione in cui ci troviamo. Io non ho alcuna difficoltà a dire che la condanna della violenza di cui tutti si riempono la bocca in questi giorni è solo volgare moralismo. E il motivo di questo giudizio così netto è che la violenza a cui stiamo assistendo non è premeditata: è solo disperazione.

    Dalla disperazione la gente avrebbe bisogno di essere salvata, non additata da una riprovazione collettiva che sa tanto di auto-assoluzione. Ha senza dubbio un senso condannare la violenza quando a perpetrarla sono sovversivi con in mente un obiettivo specifico: era il caso, ad esempio, delle Brigate Rosse, che perseguivano un fine rivoluzionare attraverso l’uso della violenza. Dire, soprattutto da sinistra, che si trattava di gesti insensati e dalle conseguenze tragiche non era affatto inutile: serviva a isolare politicamente i violenti, a togliere loro il sostegno, a rendere evidente l’impossibilità che le masse venissero alla fine attirate lungo il solco di una strada solitaria fatta di sangue. Ma oggi questo rischio non c’è. Stando almeno alle ricostruzioni che ci vengono fornite, oggi non abbiamo di fronte atti di violenza commessi in nome di chissà quale logica distorta.

    Non c’è nessun partito o movimento che predichi azioni violente: ci sono invece gesti di individui per cui il senso della vita è in discussione, la ragione si spegne e a dettare la linea è la disperazione. In questi casi, allora, le parole diventano del tutto inutili. A chi può passare per la testa che un aspirante suicida, preda del fallimento personale e di un dramma umano che chi non vive può a stento immaginare, possa recedere dal suo proposito per il ditino alzato di quel politico o per il biasimo di quell’altro giornalista? E difatti non esistono leggi contro il suicida, perché – banalmente – i morti non si possono mettere in carcere.

    Per brutto che ci possa sembrare il gesto, una volta compiuto cessa automaticamente di costituire materia di competenza umana e passa di diritto in mano al buon Dio (almeno per chi è credente). All’uomo resta solo il compito di interrogarsi e di agire sulle cause in modo da evitare che in futuro qualcun altro possa essere intenzionato a ripetere un simile atto estremo, magari coinvolgendo ignari ed innocenti passanti. Se invece che occuparci di questo, preferiamo andare a fare la morale ai disperati, allora significa semplicemente che ci illudiamo che il problema si possa risolvere attribuendone in qualche modo la responsabilità agli individui.

    Ecco perché “condannare la violenza” in questi casi non è solo inutile: è anche dannoso e ipocrita. Si dovrebbe parlare invece di “prevenire un ricorso insensato alla violenza”. Ma se lo si facesse, si eviterebbe il moralismo. E quindi si ammetterebbe che la crisi, nel modo in cui è gestita, è già da lungo tempo violenta: quando scarica sulla disoccupazione i costi del recupero dei margini di produttività perduti; quando predica un brutale darwinismo socio-economico; quando colpevolizza i lavoratori italiani per gli errori di una finanza senza controlli e regole. Quelli che stanno in fondo e che hanno subito gli effetti collaterali di tutto questo non è che non sappiano che la violenza è inutile e controproducente: il problema è che, perso il lavoro e persa la propria dignità, tendono più facilmente a dimenticarselo.

     

    Andrea Giannini

  • Operazione restaurazione: scandalo politico, crollano le ipocrisie

    Operazione restaurazione: scandalo politico, crollano le ipocrisie

    giorgio-napolitanoIl bello di queste ultime votazioni per il Quirinale è stato che hanno permesso di smascherare tante ipocrisie.

    Cade l’ipocrisia che la formazione di un governo col PD fosse impedita dall’oltranzismo del M5S. In realtà era evidente che le due forze politiche non potessero stare assieme semplicemente sulla base di otto punti programmatici tanto interessanti sulla carta, quanto fumosi nella pratica. E dopo un mese di (supposto) corteggiamento, non appena il M5S ha gettato un ponte proponendo Rodotà, cioè un politico di sinistra che potesse anche farsi garante di un cambio di rotta grazie alla sua notoria indipendenza e integrità, il PD ha accuratamente evitato di prenderlo in considerazione, senza preoccuparsi nemmeno di spiegare perché. (A dire il vero qualche parlamentare ha provato ad azzardare un: «Non potevamo votarlo, perché metà del partito non l’avrebbe votato», ma poi forse gli altri si sono accorti che addurre l’indisponibilità a votare il miglior candidato di sinistra come giustificazione dell’indisponibilità a votare il miglior candidato di sinistra sarebbe stato uno sprezzo del ridicolo fin troppo sfacciato).

    Cade poi l’ipocrisia delle “larghe intese”. In realtà, impallinata la candidatura di Marini, Bersani ha provato subito a far passare un uomo del PD contando soltanto sui voti del PD e nonostante l’aperta ostilità del PDL e l’indisponibilità del M5S (tra l’altro neppure interpellato).

    Cade anche l’ipocrisia che il PD sia un partito di sinistra: anzi, che si tratti affatto di un partito. In realtà questa strana formazione, aggregatasi in un tempo neanche troppo lontano (era il 2007) dietro ad una mal compresa “necessità” di bipolarismo, ha rappresentato lo sforzo di far convivere i reduci dell’Unione Sovietica con i reduci della Democrazia Cristiana: due culture che erano state entrambe tagliate fuori dalla Storia, che avevano poco da spartire e che dovevano però trovare una ragione per stare insieme. Ripudiata in gran segreto la tradizionale vocazione dei partiti di sinistra, cioè la difesa dei lavoratori e dello Stato sociale, perché considerata ormai (con grande lungimiranza storica) definitivamente fuori moda, fu necessario trovare un’altra piattaforma ideologica: ed è da qui che derivano quei feticci che sono stati la bandiera della sinistra italiana dell’ultimo ventennio.

    In primis l’anti-berlusconismo: uno slogan di facciata a cui tanti militanti hanno voluto credere fino all’ultimo, nonostante tutte le evidenze del contrario; ma che dal week-end scorso è ormai definitivamente smascherato. Impossibile infatti azzardare qualsiasi scusa di fronte all’evidenza del “gran rifiuto” opposto a Rodotà per favorire la “sorpresa” Marini, tanto cara a Berlusconi (il quale – si sa – non da mai niente per niente…).

    L’altro feticcio è l’europeismo, un dorato vincolo esterno che già Vladimir Bukovskij, con felice sintesi, definì “EURSS”; un bel sogno di diritti, multiculturalismo, efficienza nordica e maturità nazionale, che alla sinistra italiana veniva molto comodo per dare l’impressione di avere una qualche posizione. Tuttavia da questo sogno siamo a breve destinati a svegliarci. E se l’input ad uno smantellamento ordinato dell’euro-zona non verrà da un altro paese membro, per l’Italia il ritorno alla realtà non potrà che essere traumatico. Di ciò sarà responsabile proprio la forza politica che per anni ha impedito un serio dibattito sulla moneta unica, che ha mitizzato il lavoro di Ciampi, Prodi e Padoa-Schioppa e che ancora oggi finge di non sentire voci autorevoli, come quella di Paul Krugman, che pure sta cercando di avvisarci del disastro in tutti i modi.

    L’ultimo feticcio è stato consacrato definitivamente in questi giorni, per la sorpresa solo di chi faceva finta di non capire: Giorgio Napolitano. Avendo scelto di erigere un partito sui due feticci di cui sopra, i dirigenti della sinistra sono stati costretti a divorziare completamente dall’analisi del reale per privilegiare il calcolo elettoralistico, il politically correct e le mode del momento; cosicché, se il vento cambiava, privi di strumenti per navigare, non potevano far altro che andare alla disperata ricerca di un’ancora di salvezza. Per sette anni quell’ancora è stata il Presidente della Repubblica. Questo simpatico vecchietto, che ha saputo muoversi in modo da accontentare un po’ tutti i partiti, e che grazie all’aurea di ultimo baluardo istituzionale e alla dolcezza da primo “nonno d’Italia” ha saputo conquistarsi la benevolenza delle masse, è rimasto nel corso della crisi l’unica figura politica che si potesse presentare alla gente, il cavallo di troia con cui un establishment anacronistico poteva perpetrare se stesso: e per questo è stato conservato come una reliquia e venerato come un semidio.

    Da qui deriva la leggenda del grande statista Giorgio Napolitano; il quale, invece, ad uno sguardo disinteressato appare una figura piuttosto mediocre, un Presidente preoccupato soprattutto di conservare l’esistente, autore di pesanti forzature, con gravi responsabilità politiche nella gestione della crisi e serie opacità. Non è strano che alla fine la sua riconferma al Quirinale si sia rivelata l’unica soluzione possibile; ma che si tratti dell’ultima foglia di fico di un sistema politico allo sbando appare evidente dalla scena kafkiana del giuramento: il Parlamento in festa applaude le parole del Presidente mentre questi si prende il vezzo di criticarlo violentemente. E’ l’impietoso specchio di una classe politica priva di contenuti fino alla contraddizione; un’istantanea iconica della Casta da consegnare alla Storia, insieme con il volto imperturbabile di Maurizio Paniz mentre galvanizza gli impavidi “trecento” che faranno di Ruby “Rubacuori” la possibile nipote di Mubarak.

    Cade infine anche l’ipocrisia di una stampa conservatrice se non libera, almeno capace di esprimere qualche autonoma riserva. In realtà, dopo averci raccontato delitti e castighi del M5S con scomode inchieste tipo: “Rodotà è davvero il candidato della rete?”, il “quarto potere” non ha trovato di meglio da fare che salutare l’elezione del vecchio Presidente con editoriali degni di un cinegiornale degli anni ’30. Né al Corriere della Sera, né al Sole 24 Ore, né alla Stampa, né all’Unità, né agli altri grandi giornali che ci tengono “informati” è venuto in mente di denunciare lo scandalo politico dell’operazione di restaurazione a cui abbiamo assistito e che ha come ultimo precedente il Congresso di Vienna del 1815. A nessuno è venuto in mente di sottolineare che una tornata elettorale nazionale che aveva terremotato l’Europa e una cruciale corsa per l’inquilino del Quirinale sono passate come acqua fresca, riproponendo esattamente la situazione preesistente. Ieri avevamo un governo Monti all’insegna dell’austerità, una presidenza Napolitano e una maggioranza PD più PDL: oggi ci ritroviamo con una presidenza Napolitano, un inciucio tra PD e PDL bello apparecchiato, un governo fatto col rimpasto nel miglior stile “prima repubblica” e, quanto alle riforme da fare, indovinate un po’ di cosa si parla tanto per cambiare? Dell’agenda Monti. E a fronte di questo scempio, non appena Grillo pronuncia la parola “golpe”, esattamente come hanno fatto tutte le altre forze politiche in passato, si grida subito all’eversione. E’ un vero peccato che il comico si sia corretto (con inedito senso della misura) e si sia fermato proprio sul più bello, perché sarebbe stato un discreto spettacolo assistere al coro degli “aita, aita!” rivolti a Re Giorgio II per convincerlo ad inviare i carabinieri contro il vile gerarca in marcia verso Roma.

    Il vantaggio di tutta questa situazione è che nessuno potrà più dire di non aver capito. La Casta ha deciso di arroccarsi nel bunker e di regalare a Grillo quella battaglia per la novità e il ricambio che fin qui ha fatto la sua fortuna (permettendogli tra l’altro di mettere in secondo piano i nodi irrisolti e di imparare a moderare toni e linguaggio). E’ probabile che proprio su questa linea di frattura nei prossimi giorni il PD si spaccherà: da una parte i “responsabili” che sosterranno il “governissimo”, dall’altra quelli che andranno all’opposizione con Grillo, i quali pure, visti i nomi che circolano, non sembrano davvero preparati a separare il liberismo dalla difesa dello Stato sociale, in modo da tentare il difficile esodo verso la terra promessa di una cultura politica di sinistra.

     

    Andrea Giannini

  • L’elezione del Presidente della Repubblica e lo “sfascismo” di Grillo

    L’elezione del Presidente della Repubblica e lo “sfascismo” di Grillo

    rodotaNon si riesce davvero a sfuggire all’impressione che si voglia a tutti i costi delegittimare il M5S. Intendiamoci: non è che Grillo e i suoi siano esenti da critiche. Tutt’altro. Il problema è che, anche se la critica è sempre legittima, circostanze e toni sono piuttosto sospetti. Ad esempio, sul Corriere della Sera il professor Sartori spiega bene perché la Costituzione liberi i parlamentari dal vincolo di mandato: essenzialmente perché devono rappresentare il popolo, non il partito che li ha catapultati in Parlamento. Giusta quindi la critica tanto alla sparata di Grillo di qualche tempo fa, quanto, più in generale, all’idea che i rappresentanti del popolo non debbano essere dei mediatori, ma dei meri portavoce teleguidati dal web (come anche io avevo scritto mesi fa).

    Però il professore va ben oltre: «non riesco a capire» – conclude  – «come la nostra Corte costituzionale non abbia sinora veduto una così macroscopica violazione costituzionale». Il M5S sarebbe (testualmente) una «organizzazione incostituzionale» perché il suo leader ha detto che vorrebbe cambiare la Costituzione in modo da poter dettare la linea politica agli eletti del suo partito. Quella di Sartori è una valutazione davvero assurda e ipocrita. E’ assurda perché la Corte costituzionale non si occupa di censurare parole e opinioni discutibili, a maggior ragione se arrivano da un privato cittadino quale Grillo tutto sommato rimane. E’ ipocrita perché, quanto ai fatti, non mi pare che il M5S si sia particolarmente distinto per tutto questo intruppamento “eversivo” cui sembra alludere Sartori: anzi, è vero il contrario, dato che alla prima occasione si è subito spaccato, non diversamente da quello che può accadere a qualsiasi altro partito. Ma l’ipocrisia dipende soprattutto dal fatto che il vincolo di mandato, per quanto a me possa dispiacere e benché il professore paia non essersene accorto, è già una realtà: lo ha reso un’arte quasi sublime Berlusconi, quando ha chiesto e ottenuto che trecento parlamentari votassero la presunzione di parentela tra Ruby Rubacuori e l’ex-presidente dell’Egitto Mubarak; lo ha reso sistemico la “peggiocrazia”, ovvero una classe politica reclutata appositamente per le sue caratteristiche di debolezza e ricattabilità, e quindi docile ai voleri di un ristretto gruppo dirigente, che è il vero decisore; infine lo presuppongono implicitamente anche i continui richiami alla responsabilità, al voto utile e alla condivisione, che provengono spesso e volentieri proprio dal giornale dove Sartori scrive.

    La coperta, infatti, è corta: se i parlamentari votano secondo coscienza, c’è anche il rischio che le minoranze possano ricattare le maggioranze oppure fare cadere i governi (dunque, addio responsabilità); ma se bisogna essere responsabili e sostenere i governi, allora i parlamentari devono inevitabilmente sacrificare un po’ di autonomia di pensiero. Strano che a un fine politologo come Sartori sfugga questa banalità. (Abbiamo dovuto aspettare un economista, Claudio Borghi Aquilini, per sentir dire finalmente : «il voto responsabile non esiste: se si votano delle cose sbagliate, il voto è irresponsabile»).
    Strano che dopo vent’anni che i partiti fanno strame della carta costituzionale, improvvisamente, per una sparata tanto sbagliata quanto inoffensiva, Sartori si sia messo a strillare “Accorruomo!” e  “Gendarmi!”. Strano che non si marchi mai la differenza che c’è tra i progetti piduisti ed eversori che dichiaratamente costituiscono il nucleo ideologico di molti reputatissimi politici e le parole sconclusionate di Grillo; quasi che le due cose possano essere messe sullo stesso piano.

    Beppe GrilloIn realtà, fino a prova contraria, pare che dietro a Grillo e Casaleggio ci siano solo loro stessi: per cui, turpiloquio a parte, se nel tentare di proporre soluzioni nuove il comico e il suo guru peccano di “giovanilismo”, non si vede per quale motivo gridare al colpo di Stato. Al contrario sembra che, almeno per il momento, il M5S sia interessato a rappresentare esigenze di coerenza e reale democratizzazione del paese; esigenze peraltro abbastanza genuine, anche se magari grossolane, imprecise e a volte totalmente mal direzionate.

    Piuttosto, se Grillo ha costruito un grande consenso sul rifiuto del compromesso (che pure è un ingrediente essenziale della politica) e una trasparenza talebana, ciò non dipenderà forse dal fatto che per anni la parola “compromesso” è stata usata come scusa per i peggiori inciuci e le più volgari trattative? Se non si fanno queste contestualizzazioni, è facile allora cadere nel sospetto che si avanzi una critica legittima solo per farne poi un uso pretestuoso. E’ difficile dire, per fare un altro esempio, che Lilli Gruber stia esercitando solo un libero diritto di critica quando invita nel suo salotto televisivo tre esponenti dell’opinione pubblica che sparano a zero sul M5S, mentre lei, commentando la candidatura di Milena Gabanelli, tra vari aggrottamenti di sopracciglia si chiede: «Sarà una trappola?».

    Ognuno è libero di dire quello vuole: ma resta il fatto che sono vent’anni che il centro-sinistra puntualmente si fa fregare da Berlusconi; esattamente nello stesso momento in cui la Gruber va in onda, Bersani è ancora lì, fedele alla tradizione, che si affanna alla ricerca del compromesso col Cavaliere; e quando arriva Grillo a proporre l’icona par excellence del presepio delle belle statuine di sinistra, una che fa molto “Raitre”, ma anche una persona onesta, seria, proveniente (finalmente) dalla società civile e per giunta (finalmente) donna, la Gruber, che il giorno prima se la prendeva financo con Napolitano per la mancanza di presenze femminili tra i dieci saggi (quale sanguinosa perdita per le discendenti di Eva!), invece di rallegrarsi improvvisamente si scopre preoccupata che l’offerta possa nascondere una non meglio imprecisata “trappola”.
    E’ dunque quantomeno lecito chiedersi se non esista verso Grillo una diffusa diffidenza da parte dell’opinione pubblica, alimentata dal rifiuto del M5S ad omologarsi.

    In ogni caso, se mai ci sono stati, questi giochi sono destinati ad arrestarsi. La Gabanelli si è tirata indietro e ora il candidato del M5S è Rodotà (un nome che io stesso avevo fatto nell’immediato dopo-elezioni): a questo punto cade anche l’ultima foglia di fico di una laureata al DAMS che non viene dal mondo delle istituzioni e non si potrà più speculare sullo “sfascismo” di Grillo. Tant’è che, in un clima da “notte dei lunghi coltelli”, si prepara la resa dei conti tra i dirigenti PD, costretti dagli eventi ad una scelta radicale: o con Grillo per un nome davvero indipendente e autorevole, o con Berlusconi per i suoi processi.

    Andrea Giannini

  • Vincolo esterno e pensiero unico: il significato nel linguaggio politico

    Vincolo esterno e pensiero unico: il significato nel linguaggio politico

    Parlamento-ItalianoAncora nel mio ultimo articolo criticavo l’imperante logica del vincolo esterno” e quella del “pensiero unico”. Vediamo di precisare meglio queste definizioni, dato che ormai stanno prendendo il loro posto nel linguaggio politico.

     

    Il vincolo esterno

    Il vincolismo in politica si può definire come il limite all’autonomia decisionale imposto da circostanze esterne considerate ineluttabili. In altri termini: “volevamo tanto fare quella tal cosa”, “avevamo in effetti detto che avremmo preso quel tal altro provvedimento”, “fosse solo per noi, non avremmo desiderato altro”… MA, e qui la lista delle possibili scuse inderogabili è lunga: il minimo comune denominatore, però, è sempre che si tratta di qualcosa di esterno, qualcosa cioè su cui le istituzioni nazionali non hanno giurisprudenza; su cui politica e parti sociali non possono incidere, ma che possono solo riconoscere e rispetto alle quali devono solo adeguarsi.

    Negli anni ’90 andava molto di moda:è la globalizzazione”, che più recentemente si tende a declinare anche con: “oggi c’è la Cina”; da cui a sua volta segue come corollario: “non possiamo pensare di competere con le vecchie regole, i vecchi rapporti di lavoro sono sorpassati”, eccetera eccetera. A cavallo del secondo millennio è cominciato a circolare un altro mantra: “ce lo chiede l’Europa”. Cosa fosse questa “Europa”, chi fossero esattamente questi “Europei” che ci chiedevano di adeguarci e perché, poi, ce lo chiedessero non si è mai capito bene; ma mentre si pronunciavano queste parole solenni (“ce lo chiede l’Europa”) sembrava quasi di sentire risuonare i versi immortali di Schiller: «Freude, schöner Götterfunken, Tochter aus Elysium», che si spandevano nell’aere sulle note di Beethoven: e questionare sarebbe apparso quasi un atto di hybris. Eppure, non so voi, ma io da piccolo, quando venivo beccato a fare una marachella e tentavo di giustificarmi dicendo: “l’ha fatto anche il mio compagno!”, venivo tacitato così: “se il tuo compagno si butta sotto un treno, ti ci butti anche tu?”. Ma, curiosamente, è proprio quello che abbiamo fatto: ci siamo buttati sotto un treno esattamente per il motivo che lo facevano anche gli altri (i quali non erano poi così intelligenti, come oggi è piuttosto evidente).

    Più recentemente siamo passati al linguaggio economico: “abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, “il responso dei mercati” ed infine, in un crescendo rossiniano, ecco il principe di tutti i vincoli esterni: lo spread. Niente è più concreto, più chiaro, più incontestabile dello spread, perché ha dalla sua tutta la scientificità, l’oggettività e la potenza del “numero”: e più quel numero va su, più noi paghiamo di interessi in termini di miliardi di euro. Come si può negare o sminuire questa evidenza? E infatti non si può. Il Sole 24 Ore, a fine 2011, titolava a tutta pagina: “Fate presto!”; tutta Italia andava in fibrillazione seguendo le ultime notizie dalla borsa; e persino io, che ora faccio ironia, all’epoca sovrastimavo l’emergenza e ne perdevo di vista il contesto. Certo lo spread è reale e non dipende (fino a prova contraria) da un complotto della “finanza speculativa” (che – per inciso – è una definizione piuttosto bizzarra, come “pesce nuotante” o “uccello volante”). Tuttavia mancano un paio di dettagli: non ci si ricorda da dove nacque l’emergenza e soprattutto non si dice se esiste un’alternativa alla dittatura dei mercati.

    A proposito di dove nasce l’emergenza ne abbiamo già discusso: non fu certo perché si scoprì che in Italia c’era il debito pubblico (sai la novità!), ma perché venne fuori che la Grecia era nei guai e che la banca centrale europea, fedele agli altolà di Berlino, non si sarebbe impegnata a garantire i debiti nazionali, limitandosi ad acquisti mirati e attenendosi esclusivamente al contenimento dell’inflazione, che costituisce il suo mandato. Di colpo i titoli di Stato della zona euro cessarono di essere considerati un rendimento sicuro: e il resto è storia nota. Anche per quel che riguarda le alternative, almeno incidentalmente, ne ho già parlato quando mi sono occupato dell’euro, mostrando che, in effetti, altre possibilità ce n’erano: solo che non andavano di moda. Ed è qui che andiamo ad incrociare l’altro tema in questione.

     

    Il pensiero unico

    Il pensiero unico è il monopolio del dibattito giustificato da una pretesa di necessità ed auto-evidenza. Consiste nel presentare un punto di vista del tutto parziale e opinabile come se fosse una conquista dell’umanità del tutto fuori discussione, mentre “il resto è noia”, eccentricità, idealismo o forse anche peggio. Si tratta, insomma, di una tecnica di condizionamento tra le più subdole, perché mira a convincere della necessità di una certa soluzione insinuandola tra le pieghe di quello che si da per scontato.

    Il pensiero unico si subisce soprattutto sulle questioni che richiederebbero conoscenze specifiche. Non essendo possibile, infatti, che ogni individuo sia esperto su tutto lo scibile umano, quando si parla di economia, finanza, giustizia, energia, ma anche politica, è molto difficile entrare nel merito, ed è dunque inevitabile che si vada alla ricerca del parere altrui. Il senso comune suggerisce di dare fiducia a chi appare più competente e lontano da interessi di parte; e la prudenza suggerisce di diffidare degli eccessi per tenersi sulla linea della maggioranza: non solo per via dell’idea che se molti pensano la stessa cosa, ci sono più probabilità che questa cosa sia vera, ma soprattutto per via del fatto che sbagliare con gli altri è meno pericoloso che avere ragioni da soli. Il problema è che oggigiorno queste dinamiche di formazione del consenso sono piuttosto note: e sfruttarle a proprio vantaggio è molto più facile di quello che sembra.

    Prendiamo come esempio il tema delle fantomatiche “riforme”. In Italia se ne parla da talmente tanti anni che ormai, quando si tocca l’argomento, tutti si dicono d’accordo. Tuttavia ciò non dipende dall’intrinseca bontà dell’argomento (valutazione di merito), ma da una banale tautologia: vale a dire, che è ovvio che se le cose non vanno bene, allora vanno cambiate o riformate. Ma il problema è un altro: riformare come? Il trucco sta nel lasciare questa questione sospesa tra il detto e il non detto.

    Se da un lato, infatti, non è un mistero quali “riforme” abbiano in mente gran parte di quelli che se ne riempono la bocca, dall’altro è evidente che, potendo, si guardano bene dall’esplicitarle: perché se si esprimessero chiaramente, non riscuoterebbero propriamente un grande successo. Molto meglio buttare lì l’idea, dare il tempo alla gente di abituarsi, continuare a parlarne come della cosa più razionale e pacifica del mondo, e poi, quando finalmente arriva l’occasione (cioè l’emergenza), invocarne l’adozione come il rimedio a lungo agognato.

    E’ già successo con il governo Monti. A una crisi finanziaria di credito privato si è risposto con i vecchi cavalli di battaglia del liberismo, cioè vincolando le finanze pubbliche al pareggio di bilancio, al taglio del debito (fiscal-compact) e a un limite di deficit (six-pack). E’ stata innalzata l’età pensionabile (riforma delle pensioni) e si è facilitato il licenziamento (riforma del lavoro). E quando è stato necessario addirittura modificare la Costituzione (riforma costituzionale), lo si è fatto senza alcun dibattito pubblico, sempre nella logica dell’emergenza e con la scusa che occorresse lasciare lavorare i molto competenti “tecnici”. I quali sono dipinti un po’ come “scienziati”; e in quanto tali – si presume – sapranno quello che va fatto esattamente come i tecnici di C.S.I. sanno ricavare dalla scena di un delitto il DNA dell’assassino. Ma la realtà è molto più sfumata. L’economia non è la matematica: c’è sempre spazio per le opinioni. E le opinioni possono celare precisi interessi.

     

    La fine del pensiero economico unico

    Nessuna pretesa “scientificità” o profondità di esperienza può giustificare il pensiero unico. Al contrario, forse mai come in questi ultimi anni la discussione economica si è vivacizzata. Dal 2008 in particolare i “rapporti di forza” nel mondo accademico hanno cominciato a mutare e il pensiero liberista, che per trent’anni aveva pesantemente condizionato il dibattito, è entrato decisamente in crisi; tanto che oggi si contesta apertamente quelli che fino a pochi anni prima erano considerati dogmi inappellabili: una rigorosa disciplina di bilancio, l’indipendenza delle banche centrali, la primaria necessità della lotta a spesa, debito pubblico e inflazione, la libera circolazione dei capitali, la deregolamentazione finanziaria, l’efficienza del settore privato, la liberalizzazione indiscriminata, l’arretramento del pubblico e il superamento dello Stato sociale.

    Più in generale è in discussione la filosofia stessa del liberismo, cioè l’idea che se ciascuno persegue il proprio guadagno personale, alla fine, “come guidato da una mano invisibile” contribuisce a disegnare una società più ricca e felice. In realtà – sostengono molti autorevoli economisti e premi nobel – se la famosa “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith non si vede (perché constatiamo che si producono sempre più crisi e più disuguaglianze), ciò non si deve al fatto che è invisibile, ma al fatto che non esiste.

    Di qui la necessità di intervenire per imporre il diritto sopra il mercato, rivalutando il ruolo dello Stato, lo stimolo della spesa pubblica e le reti di protezione sociale. Di qui critiche anche radicali al liberismo, visto come giustificazione teorica al problema della compatibilità sociale del perseguimento individuale della ricchezza. Di qui la necessità di rivedere il paradigma di questo capitalismo socialmente instabile ed intrinsecamente insostenibile, perché squilibrato a vantaggio delle società più forti e basato su un ideale di crescita infinita, quando le risorse a disposizione sono limitate.

     

    Divergere è sano

    Ovviamente l’eco di questo dibattito in Italia non si è ancora sentita. E’ anche per questo che ci sembra così sensato il richiamo al dialogo e al compromesso: perché ormai è passata l’idea che il confronto ideologico sia morto, che non sia più necessario dividersi, perché quello che si deve fare già si sa, e che quindi, nel mondo del terzo millennio, non ci siano più interessi in contrapposizione. Ma è un’ipocrisia colossale.

    Negli Stati Uniti (tanto per fare un esempio) è ben chiaro ciò che distingue un repubblicano, che è a favore di un minore intervento statale e minore spesa pubblica, da un democratico, che invece vuole più tutele e più investimenti da parte dello Stato. E benché non manchino occasioni di convergenza (ci mancherebbe altro), la normale logica è che ogni partito difende le sue idee e cerca di farle prevalere: occasionalmente sacrifica qualcosa, ma non può sacrificare tutto sempre. Perché le idee di un partito rappresentano interessi: e sacrificarle significa cedere a interessi di altri, che possono essere in contrasto con i miei. Gli interessi delle potenze mondiali non sono gli interessi dei paesi poveri; gli interessi di un gruppo finanziario non sono gli interessi di un operaio edile; gli interessi miei non coincidono con quelli che saranno gli interessi dei miei nipoti; e gli interessi del ladro non sono gli interessi del derubato.

    Da tutto questo discorso segue la necessità di non adeguarsi passivamente ai messaggi provenienti dall’informazione mainstream, perché in un dibattito pubblico (nel complesso) di scarsa qualità ci sono modi sicuri e collaudati per far passare un’idea di parte ammantandola nella veste del buon senso, del realismo e del pragmatismo.

     

    Andrea Giannini

  • Il M5S ostacolo all’inciucio Pd – Pdl: i media continuano a non gradire

    Il M5S ostacolo all’inciucio Pd – Pdl: i media continuano a non gradire

    Beppe GrilloIl dato politico di questa settimana è la pervicace tensione collettiva all’inciucio PD-PDL: che sarebbe già una realtà, se non ci fosse la seccante presenza del M5S a complicare notevolmente le cose. Prendiamo l’ultima mossa di Re Giorgio Napolitano. E’ vero che, come è stato osservato un po’ da tutti i commentatori, la trovata dei dieci “saggi” serve soprattutto a prendere tempo, in modo da congelare la situazione fino a quando non verrà eletto un nuovo e politicamente più forte Presidente della Repubblica; ma è anche vero che, se si è scelto di farlo con questi nomi e con queste modalità, lo si deve soprattutto al fatto che si è voluto indicare anche un preciso indirizzo. Mentre il governo Monti rimane in carica, il pool composto da vecchi politici e alti funzionari pubblici dovrebbe lavorare alacremente per creare un programma “condiviso”. E tanto meno chiaro è per l’opinione pubblica l’esito preciso che di qui è lecito attendersi, quanto più chiaro è il messaggio lanciato dal Quirinale: costruire ponti, sopire le divisioni, creare “convergenze”, instaurare il “dialogo”, garantire la “governabilità”, auspicare le “riforme”, dare “credibilità”, “mantenere gli impegni” e così via con tutta la serie di frasi fatte che compongono l’attuale dibattito politico; frasi che – voglio sperare – i lettori di questa rubrica avranno ormai cominciato a guardare con sospetto.

    Dovrebbe essere evidente, anzi, che certi termini rassicuranti e certe locuzioni tautologiche non hanno un reale significato: sono solo “supercazzole” stile Conte Lello Mascetti; parole a caso dette per confondere l’interlocutore e raggirarlo. E funzionano benissimo. L’inequivocabile verdetto degli elettori? Posterdate per due con impegni da mantenere. La lotta all’austerità? Terapia tapioco governabilità sprematurata. E l’ineleggibilità di Berlusconi? Riforme condivise come se fosse antani. Almeno il rinnovamento della politica? Convergenze alla supercazzola con scappellamento a destra.

    Insomma, inventarsi scuse in un clima di emergenza non è un problema: ma l’intento è quello di tirare su un esecutivo compatto che azzeri in fretta le distanze marcate in campagna elettorale e torni docilmente sulla strada del pensiero unico. Come dire: votare è stato bello, ma ora non scherziamo. Nuove elezioni, guai a parlarne: «Sarebbe una sciagura!», ha tuonato Bersani (e visti gli storici risultati del PD non possiamo biasimarlo). Così si va avanti a deprecare la mancata convergenza e gli egoismi dei partiti, mentre si producono giustificazioni sempre fresche per teorizzare le manovre di palazzo. L’ultima in ordine di tempo è: “serve urgentemente un governo di larghe intese per evitare l’effetto recessivo del combinato di tagli e tasse in arrivo”; di cui però è responsabile il precedente governo, che a sua volta – guarda un po’! – era stato incaricato urgentemente e aveva governato grazie alle larghe intese! Il Bersani imitato da Crozza avrebbe detto: «Ragassi, non è che a Gesù ci puoi dire che chiodo schiaccia chiodo!». Eppure è proprio quello che stanno dicendo a noi.

    L’altra scusa, quella dello spread, come avevo agevolmente previsto (ma non ci voleva un genio…) in questo momento è disinnescata. Il perché lo ha spiegato bene la settimana scorsa a Radio 24 Davide Serra, il finanziere che da Londra paga la campagna elettorale dell’amico di Maria De Filippi: il governo Monti ci ha legato mani e piedi ai vincoli di bilancio, col risultato che non possiamo più spendere un euro senza il placet di Bruxelles. E questo se da un lato, per il momento, fa si che i nostri creditori siano piuttosto tranquilli, dall’altro rende necessaria una nuova trovata geniale: “serve un governo credibile per contrattare in sede europea un po’ meno di austerità”. Capolavoro.

    Peccato che per questo servirebbe piuttosto un governo in-credibile. Ammesso e non concesso, infatti, che sia vero quello che recita la vulgata corrente, cioè che bisogna convincere l’Europa che non siamo spendaccioni e scansafatiche, possiamo forse sperare di farcela con un Monti dimissionario sostenuto a sua volta dal partito che “non ha vinto le elezioni” e dal partito del “bunga-bunga”? Se voi foste “l’Europa” (questa entità mistica), anche se l’operazione di maquilage riuscisse meglio e il Presidente del Consiglio incaricato fosse una nuova personalità dall’ottima reputazione, per questo vi fidereste? La risposta mi pare ovvia: tant’è che la Commissione Europea continua a ribadire ad ogni occasione che non ci saranno sconti per l’Italia. E anche se ci concedessero – bontà loro! – uno zero virgola di deficit in più, è difficile sostenere che questo potrebbe bastare a ribaltare le sorti del paese.

    Aggiungo un’altra cosa, visto che il puntello di ogni possibile alleanza è il PD e si invoca la “credibilità”: che credito si può dare ad un partito che va alle elezioni annunciando accordi con Monti (cioè uno che Paul Krugman non fatica a definire “il pro-console installato dalla Germania”) e che poi dopo le elezioni corre precipitosamente incontro alle forze che criticano radicalmente il rigore? Va bene cambiare idea: ma in questi casi è difficile sfuggire all’impressione che si vada sempre dove soffia il vento.

    E’ pur vero che tutto questo discorso sembra contraddetto dal fatto che Bersani resta fermo sul no al “governissimo” e appare orfano di Grillo, più che di Berlusconi. Ma non bisogna commettere l’errore di guardare la realtà attraverso le lenti dei manichei di sinistra: quelli che avrebbero voluto tanto vedere insieme “i buoni” (M5S e PD).

    Pier Luigi Bersani

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    Cerchiamo piuttosto di andare al sodo. Quello che vuole il Cavaliere si sa benissimo: un salvacondotto per i suoi processi. Per ottenerlo è disposto a fare alleanze con chiunque e ad accettare i diktat anche dell’Oceania, se è il caso. Il centro-sinistra, dal canto suo, anche se viene dipinto come prigioniero dell’anti-berlusconismo (da chi evidentemente ha abitato in un altro paese negli ultimi vent’anni), nei fatti non ha mai disdegnato i compromessi sottobanco o le alleanze occasionali giustificate dalle circostanze: si va dalla bicamerale al finale tecnico dell’ultima legislatura. Ma oggi solo Renzi, questa strana specie di liberale di sinistra, può pensare ancora di dar vita ad una qualsiasi coabitazione col Cavaliere votandone (conditio sine qua non) l’eleggibilità e accordandosi con lui su chi mandare alla Presidenza della Repubblica. Bersani, che si ricorda ancora dove dovrebbe collocarsi il partito, giustamente ha qualche remora a sacrificare quel minimo di differenza programmatica che il PD conserva per poi regalare i voti a Grillo, mentre questi se ne sta comodo comodo a sparargli addosso dall’opposizione.

    Ecco perché, nonostante le pressioni istituzionali e dei media “moderati”, Bersani resta appeso alla flebile speranza di un accordo in extremis con i grillini: perché dopo le ultime elezioni mercanteggiare ancora con Berlusconi significherebbe dare definitivamente ragione a quel M5S che è diventato primo partito proprio sostenendo l’identità tra PDL e “PD-meno-l”. Se si andasse a nuove elezioni (su questo Renzi ha qualche argomento in più) le cose potrebbero anche cambiare; ma ad oggi è l’imponente risultato elettorale di Grillo il vero ostacolo all’inciucio: ed è il motivo per cui su di lui gravita il livore dei mezzi d’informazione.

    Non importa che sia per il timore di restare incastrato nel ricatto della governabilità o per la paura di governare, per calcolo o per caso, per una brillante strategia o per inesperienza politica, per una fine analisi o per ottuso purismo; il dato è che il M5S non si piega alla logica del vincolo esterno (la crisi! i mercati! lo spread! li Turchi!) e non si conforma al pensiero unico (sia fatto ciò che si sa che si deve fare). Questa circostanza inedita manda letteralmente in fibrillazione l’establishment e i poteri consolidati (tra cui rientra a buon diritto anche la criminalità organizzata, che infatti lancia messaggi inquietanti), perché non si può più ricorrere alla vecchia soluzione che faceva tutti contenti: mettersi d’accordo là in alto alle spalle dei cittadini. Al contrario, se per caso Grillo dovesse acconsentire ad un compromesso, c’è da scommettere che, con grande sollievo generale, l’autoritarismo diventerebbe coerenza, la protesta proposta e il turpiloquio dolce stil novo.

     

    Andrea Giannini

  • Governo, premier esterno ai partiti e totale assenza di contenuti

    Governo, premier esterno ai partiti e totale assenza di contenuti

    NapolitanoA quelli che si strappano i capelli e maledicono Grillo perché non avremo un esecutivo politico targato PD-M5S consiglio di riconsiderare da capo la questione e di riflettere se non sia il caso piuttosto di tirare un bel sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Certo, nel breve periodo non avremo la tanto agognata “governabilità” e neppure un “esecutivo stabile”: ma siamo proprio sicuri che tutto questo l’avremmo avuto con un Bersani premier che si regge con i voti del M5S, mentre Grillo spara cannonate dal web? A voler essere onesti non si può credere che un esperimento del genere sarebbe potuto durare per più di un paio di mesi. Le due parti sono divise da un astio reciproco piuttosto profondo: i “grillini” attribuiscono ai “democratici” responsabilità non minori di quelle di Berlusconi e dunque aspirano a mandarli in pensione al più presto; mentre i “democratici”, dal canto loro, considerano i “grillini” solo una forza di protesta rozza, ingenua e (s)fascista.

    A confronto appariva addirittura più realistica l’eventualità di un esecutivo a guida congiunta PD-PDL, cioè quella sorta di “inciucione” che – manco a dirlo! – i soliti “moderati” non hanno smesso di caldeggiare sin dal giorno dopo le elezioni. Pare tuttavia che Bersani ci tenga ancora un minimo a che il suo partito non scompaia definitivamente dal mondo del visibile: e per fortuna anche questa seconda opzione non si è concretizzata.

    E’ probabile a questo punto che Napolitano, già dalle prossime ore, decida di giocare una carta a sorpresa puntando su un nome di prestigio esterno ai partiti. Staremo a vedere: anche se lo scetticismo è d’obbligo. Resta il fatto che non si riesce davvero a capire perché sprecare tutto questo tempo a tentare l’impossibile quando, se ci fossimo messi subito il cuore in pace, a quest’ora avremmo già la data della prossimi elezioni. Il paese è spaccato in tre blocchi non certo (una volta tanto…) per colpa della politica , quanto per la più elementare forma di libera espressione democratica: il voto. E non si capisce perché sia così difficile accettare che questo voto non ha espresso una maggioranza chiara. Sono cose che possono succedere in democrazia: ad esempio, è proprio per questo che in Francia eleggono il Presidente della Repubblica col doppio turno.

    Si dirà: ma ora c’è la crisi! Ci vuole un governo subito per prendere della misure urgenti! La crisi a ben vedere c’è già da diversi anni, ma in effetti non c’è dubbio che avremmo un disperato bisogno di fare qualcosa per combattere una recessione che sta distruggendo le aziende e spingendo al suicidio imprenditori e cassaintegrati. Tuttavia mi permetto di notare che la scusa dell’urgenza non è nuova: e l’ultima volta che ce l’hanno venduta non è andata poi molto bene. Mentre Monti saliva a Palazzo Chigi, a fine 2011, a crisi già in corso e con uno spread alle stelle, l’OCSE prevedeva per il 2012 un calo del PIL dello 0,5% e una lieve ripresa per il 2013. Con l’uomo della Bocconi è finita che abbiamo realizzato un bel -2,4% e per l’anno in corso si prevedono altri cali vistosi (-1,8% secondo Fitch). Eppure Monti era reputatissimo e raccoglieva un ampio sostegno parlamentare: ma questo non ha evitato che una strategia negativa conducesse a risultati negativi.

    Sarebbe dunque il caso di uscire dalla logica del governo a tutti i costi: perché se è vero che senza un governo non facciamo niente, è anche vero che col governo sbagliato possiamo fare persino peggio di niente.

    PD, PDL e M5S hanno evidentemente idee molto diverse di cosa sia necessario fare in questo momento: mescolare a caso queste tre carte non mi pare il metodo migliore per cavarsi fuori dai guai (in realtà fa venire in mente la scena della roulette russa de “Il Cacciatore”). Sarebbe piuttosto il caso di chiedersi prima quale sia la strategia giusta per invertire la recessione: e a quel punto si potrebbe discutere anche del governo.

    Io mi sono fatto la domanda e mi sono risposto (marzullianamente) da solo già due settimana fa. Mi avrebbe fatto piacere ascoltare in giro altri pareri, ma devo constatare che il mondo dell’informazione ha cosa più serie a cui pensare: a meno che, ovviamente, non si pensi davvero che con gli 8 punti di Bersani saremmo usciti dalla crisi. Sono proposte di sicuro interessanti, anche se un po’ fumose: proposte che in ogni caso sarei ben contento di vedere discusse. Purtroppo però 7 di quegli 8 punti riguardano ipotesi di riforma di lungo periodo, che mostreranno cioè i loro effetti dopo molti mesi, se non anni: e dunque non possono risolvere l’urgenza che, per definizione, è ora. Al contrario per giustificare la necessità di un governo immediato, che non può attendere neppure il tempo di un’altra tornata elettorale, ci vorrebbe almeno un provvedimento da attuare immediatamente: altrimenti ci stiamo prendendo in giro. E quali sono dunque questi provvedimenti urgenti che un ipotetico esecutivo dovrebbe varare al più presto? Mistero.

    Eppure tra gli otto punti di Bersani ce n’era uno che aveva questi requisiti d’immediatezza: era il primo punto, quello che predicava l’uscita dalla gabbia dell’austerità. Sarebbe stato interessante sentire da Bersani come si fa a «conciliare la disciplina di bilancio con investimenti pubblici» e poi come si convince Berlino. Sarebbe stato interessante, certo, se ci fosse stata un’opinione pubblica interessata a mettere da parte gli psicodrammi, le pseudo-alleanze, i capelli di Casaleggio e le parolacce di Grillo per provare a parlare di contenuti.

     

    Andrea Giannini

  • Euro-zona: il caso di Cipro e i prelievi forzosi sui conti correnti

    Euro-zona: il caso di Cipro e i prelievi forzosi sui conti correnti

    banca-cipro

    Quando l’attualità conferma l’analisi che fai appena la settimana prima, dovresti essere contento di portare a casa, se non altro, almeno una piccola soddisfazione intellettuale. Il problema è che qui si esagera: siamo al punto che rincorrere tutte le conferme che clamorosamente arrivano sta diventando una faticaccia.

    Neanche il tempo di registrare il parere del premio nobel Joseph Stiglitz, con il quale l’euro sale senza appello sul banco degli imputati, che a Bruxelles si rimettono alacremente a fabbricare nuove argomentazioni per i detrattori della moneta unica.

    Il pasticciaccio di Cipro, infatti, non è che l’ultimo capitolo dell’epica saga di decisioni tremende che costituiscono la crisi dell’euro-zona; ma è utile, quantomeno, per capire dove stiamo andando e per sfatare i luoghi comuni.

    Le banche della Repubblica di Cipro – come è noto – erano in sofferenza già da qualche tempo a causa – si dice – dei titoli di Stato greci, ma più in profondità – si sa benissimo – per il solito meccanismo perverso di indebitamento privato estero. In sintesi: la moneta unica azzera il rischio di cambio, arrivano i capitali esteri, l’indebitamento privato sale mentre quello pubblico, per la gioia degli osservatori di Bruxelles, diminuisce; poi arriva lo shock esterno, i capitali esteri si ritirano, le banche vanno in crisi, lo Stato deve intervenire per sostenerle e il debito pubblico riprende a salire.

    EuroE’ interessante notare come questo canovaccio, una volta di più, sia stato seguito alla lettera, con la notevole eccezione che la Repubblica di Cipro – essendo in buona sostanza un piccolo paradiso fiscale (cosa che ci ricorda da vicino, con rispetto parlando, l’Irlanda) – non ha smesso di esercitare un certo fascino su certi correntisti esteri, provenienti sopratutto dall’est.

    A parte questo, per il resto si tratta di un film già visto, compresa la manfrina sugli aiuti europei, che poi aiuti veri e propri non sono, ma prestiti. Si doveva tirare fuori solo una dozzina di miliardi (robetta per i bilanci comunitari) e, piuttosto che accollarli tutti al contribuente, si è pensato bene di prendere l’ennesima decisione suicida: prelievo forzoso sui conti correnti, una cosa che in Europa aveva osato solo Amato nel 1992, quando ancora eravamo con la lira.

    E’ pur vero che Cipro è piccola e lontana, ma nemmeno la Grecia è la Francia: eppure la tragedia greca s’è diffusa lo stesso in tutta Europa. E’ evidente, dunque, che per i mercati è il principio che conta: e i messaggi che l’Europa sta lanciando, da qualche anno a questa parte, raccontano una storia ben precisa, una storia fatta di campane che suonano a morto per la moneta unica.

    C’era un tempo in cui chi possedeva titoli di Stato europei se ne camminava tranquillo per strada, sicuro di avere in tasca un pezzo di carta dal valore certo e incontestabile. Poi i rischi di una bancarotta greca a fine 2009 hanno spinto Berlino a convincere l’Europa che era necessario “to share the burden”, cioè condividere il peso della ristrutturazione del debito: morale, quel pezzo di carta non era più tanto sicuro. Fu così che scoppiò la crisi dei debiti sovrani (che da noi segnò la fine del governo Berlusconi IV) e i possessori di titoli greci furono costretti ad accettare il famoso haircut.

    europa-bceIl mese scorso ne è successa un’altra, sfuggita all’attenzione del grande pubblico ma non a quella del mondo finanziario: l’olandese SNS è stata nazionalizzata e le obbligazioni subordinate espropriate. Dunque nemmeno le banche, neppure di un paese “rigorista” che si  supponeva solido come l’Olanda, sono del tutto a riparo in questa Europa.

    E arriviamo così all’epilogo dell’altro giorno, l’ultimo colpo inferto alle già scosse certezze dei risparmiatori: la garanzia di Stato sui depositi bancari non esiste più. Questo ha detto, nella sostanza, l’Unione Europea, condizionando gli aiuti ad un prelievo del 6,75% sui conti correnti sotto ai 100.000 €.

    Così, se anche nel frattempo il Parlamento cipriota, a causa della protesta della gente, ha deciso di bocciare questa concessione fatta a Bruxelles, il sasso ormai è stato scagliato, perché, come ha scritto acutamente Wolfgang Münchau su Der Spiegel: «A Cipro e ovunque nella zona Euro i depositi fino a 100.000 Euro sono assicurati. Se ora arriva lo stato e dice: scusateci, con un escamotage brillante vi prendiamo i soldi, di fatto una tassa sui patrimoni, viene meno la fiducia».

    Secondo Münchau, dopo questa brillante trovata, l’atteggiamento più coerente è la corsa agli sportelli. L’editorialista tedesco cita al riguardo Sir Mervin King, governatore della Banca d’Inghilterra: “Non è razionale incominciare una corsa agli sportelli, ma è razionale parteciparvi una volta che è iniziata”. E in effetti il prossimo paese dell’euro-zona che entra o ripiomba in una vorticosa crisi dello spread non potrà più essere sicuro di niente: i titoli di Stato non sono garantiti, le obbligazioni bancarie neppure e, da lunedì, nemmeno i conti correnti. E, per inciso, il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi (qualunque cosa serva per salvare l’euro la faremo), che tanto era servito a gettare acqua sul fuoco della speculazione, ne esce seriamente ridimensionato.

    economia-soldi-D1Ma ci sono due punti ancora del dramma cipriota su cui conviene soffermarsi. Il primo riguarda le modalità dell’annuncio del via libera agli aiuti, dato a mercati chiusi, anzi chiusissimi. Si è avuto il buon senso, infatti, di attendere un week-end lungo, con un lunedì di festa nazionale e un martedì di chiusura bancaria forzata (con eventuale prolungamento, se necessario).

    Il che dimostra, allora, che quando si vuole queste cose si possono fare: si possono chiudere gli sportelli per prevenire il panico, si possono dare annunci scioccanti e si possono gestire. Dunque lo si potrebbe fare anche in caso di uscita dall’euro; mentre questi sacrifici, questi furti alle spalle dei correntisti anche più poveri, li stiamo discutendo – è bene ricordarlo – solo per l’ostinazione di rimanerci a tutti costi.

    Il secondo punto – se permettete – è il più gustoso. La Repubblica di Cipro formalmente ha giurisdizione su tutta l’isola, ma nella pratica la zona nord a influenza turca è indipendente e molto vicina ad Ankara: tant’è che vi circola in prevalenza la lira turca. Neanche a dirlo, il nord cresce vorticosamente e la crisi non si è vista nemmeno in cartolina. Dunque, stessa isola con due monete diverse, legate a due economie diverse: una cresce l’altra no. Che c’entri qualcosa la moneta? Non lo sapremo mai. Fatto sta che il buon Münchau, uno che non ha mai fatto mistero di sostenere con convinzione l’euro, concludeva il suo editoriale con queste parole: «Si avvicina il giorno in cui l’Euro potrà essere difeso solo con i panzer. E allora non varrà più la pena difenderlo».

     

    Andrea Giannini

  • Crisi europea e riforme: la teoria del premio nobel Joseph Stiglitz

    Crisi europea e riforme: la teoria del premio nobel Joseph Stiglitz

    economia-soldi-D6Sono passati quasi sette anni dallo scoppio della bolla dei mutui sub-prime e, mentre molti paesi si sono già ripresi (compresi gli stessi Stati Uniti), in Europa la situazione non fa che peggiorare: con maggiore gravità nei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), ma di riflesso in tutto il continente. In Italia, dove prosegue una paurosa recessione, l’esito delle elezioni ha archiviato l’esperimento Monti, i cui risultati molto deludenti, sia in termini di crescita che di debito, screditano la sostenibilità e l’efficacia della linea di austerità voluta da Bruxelles e Berlino. A questo punto, eliminata l’unica opzione considerata praticabile fino all’altro giorno, sorge spontanea la domanda: che si fa?

    Sarebbe interessante sentire le proposte della politica e del mondo dell’informazione più serio e titolato, che però, stranamente, su un argomento così centrale non si esprimono: cosicché oggi non si sa come mai siamo ancora in crisi e nessuno dice come se ne possa uscire. Certo, tutti parlano di fantomatiche “riforme”, indubbiamente auspicabili: il problema è che i loro effetti si vedranno, se mai, solo sul lungo periodo. E purtroppo – diceva quel tale – sul lungo periodo saremo tutti morti.

    Chi segue questa rubrica sa benissimo cosa ne penso io. Oggi però, grazie ad un videosegnalatomi da un collega, posso citare a testimone un premio nobel del calibro di Joseph Stiglitz, il quale a proposito della recessione europea si esprime con parole che non potrebbero essere più nette: «Questa crisi, questo disastro è prodotto dall’uomo. […] E fondamentalmente questo disastro prodotto dall’uomo ha quattro lettere: l’EURO […] Per salvare l’Europa, per salvare l’Unione Europea, potrebbe essere necessario sacrificare l’euro».

    Vorrei che fosse assolutamente chiaro il senso e le implicazioni di quello che dice l’economista americano:

    1. La recessione non lascia spazio alla ripresa unicamente a causa delle nostre scelte inappropriate: ma da questo consegue che, se ora prendessimo decisioni più appropriate, potremmo avviarci a una ripresa in tempi relativamente veloci;

    2. Questi errori riguardano esclusivamente l’euro e la sua gestione;
    3. Al punto in cui siamo, la moneta unica rischia di diventare un fattore di disgregazione, piuttosto che di unificazione: è possibile ancora salvare il progetto di unificazione originario, ma per farlo potrebbe convenire tornare alle valute nazionali.

     

    Insomma: la causa del perdurare della crisi, il vero motivo per cui non sembrano esserci vie di uscita al dramma occupazionale e sociale che stiamo vivendo, è che siamo dentro la gabbia dell’euro.

    I limiti della nostra valuta sono noti: in tempi di crisi, quando bisogna recuperare competitività, la rigidità del cambio impedisce di svalutare la moneta e costringe quindi a svalutare i salari (cosa che ammette piuttosto placidamente anche il responsabile economico del PD Fassina). Coordinare una politica diversa, che comporti una svalutazione dell’euro, è molto difficile: perché siamo paesi troppo diversi, con lingue, sistemi fiscali, leggi e idee diverse. Alla Germania in particolare il cambio rigido è tornato molto utile e l’ha usato a proprio vantaggio per rafforzarsi ulteriormente a scapito dei vicini. Ora comprensibilmente a questo vantaggio fatica a rinunciare: per questo ha imposto politiche di austerità agli altri Stati, quando la soluzione in realtà non consiste nel contrarre la spesa, ma nell’espanderla.

    Finanza, Economia e BancheStiglitz in effetti spera ancora che politiche di solidarietà provenienti dai paesi più ricchi permettano al progetto di rimanere in piedi: speranza che io, tuttavia, considero assolutamente vana, visto che i Tedeschi restano convinti che la colpa sia tutta nostra. Ma al di là di questo, non  voglio ora ripercorrere tutta l’analisi sui limiti dell’euro e le suepossibili implicazioni. Quello che qui mi preme far notare è che un economista americano e premio nobel, dovendo spiegare come mai l’Italia si trova in una recessione paragonabile a quella degli anni ’30, non parla di giustizia lenta, burocrazia inefficiente, spesa pubblica improduttiva, corruzione, mafie e tanto meno di Berlusconi. E questo non per scarsa conoscenza della realtà italiana, o perché quelli elencati non siano in effetti dei grossi problemi, ma semplicemente perché non sono i temi di questa crisi.

    Di questo bisogna farsene una ragione: contrariamente a quello che pensavamo, i principali responsabili non sono i nostri politici corrotti e i nostri costumi degenerati. Questi problemi ci sono davvero, provocano danni e meritano di essere denunciati con forza: ma non hanno un collegamento diretto con l’attuale recessione.

    Quando è partita l’impennata dello spread, politici e commentatori che avevano poca o pochissima familiarità con l’argomento, in mancanza di altra valide spiegazioni, hanno cominciato a tirare in ballo tutti i problemi storici del paese, veri o presunti che fossero.
    Chi era contro Berlusconi, accusò Berlusconi. L’esperto di giustizia accusò la corruzione. L’imprenditore accusò la burocrazia. Il liberista accusò la spesa pubblica; il ricercatore emigrato i tagli alla ricerca; il fiscalista l’evasione fiscale. Più in generale la gente se la prese con la politica e le sue spese. Di qui il guazzabuglio di ricette anti-crisi che promettono tutto e niente, mettendo a nudo solo l’inconcludenza e l’impreparazione della nostra opinione pubblica.

    Ma gli economisti veri hanno sempre saputo che è l’euro a generare gli squilibri. Per un po’ hanno provato a dare consigli su come cercare di farlo funzionare: ora, di fronte ai danni causati e all’ostinazione della classe dirigente europea, stanno cominciando a gettare la spugna. Alla fine di tutto questo discorso, dunque, sta una conclusione sola: se non si riconosce che è l’euro il responsabile di questo disastro, indipendentemente da cosa questo comporti, non si va da nessuna parte.

    europa-bceQuesta ammissione può costare parecchi sforzi ai tanti “europeisti” assolutamente in buona fede che ancora difendono a spada tratta i benefici della moneta unica. Eppure sono proprio costoro che oggi sono chiamati a mettere in discussione le loro posizioni, per quanta fatica ciò comporti. Non ci si può dichiarare “a favore dell’euro” così come ci si dichiara “cattolici” o “islamici”: l’euro non dovrebbe essere una religione, ma una scelta pratica che merita di essere abbracciata se e solo se i benefici superano i sacrifici. Per cui occorre anche considerare l’eventualità di cambiare idea, perché sbagliarsi è sempre possibile.

    D’altra parte a certi discorsi sui meravigliosi vantaggi della moneta unica abbiamo creduto un po’ tutti. Anche la linea di questa rubrica si è spostata molto nel corso degli ultimi mesi. All’inizio era palese la mia fiducia complessiva verso la bontà del progetto europeo e la mia convinzione che l’eccessiva spesa e l’evasione fiscale fossero tra le principali cause di questa crisi. Ci è voluto un lungo approfondimento e un lavoro di discernimento delle fonti di informazione per arrivare alla posizione attuale.

    Ma se io ho cambiato idea, qualsiasi altra persona altrettanto liberamente interessata ad informarsi ha il sacrosanto diritto di cambiare idea. Il pensiero unico che oggi non smette di ribadire l’indissolubilità dell’euro non è una prova che le cose stiano davvero così; al contrario, il fatto che chi è scettico rispetto alla moneta unica ai dibattiti televisivi praticamente non partecipa, trattato quasi come chi nega l’olocausto, è un po’ sospetto. Fa venire in mente che c’è già stato un passato in cui eravamo tutti fascisti, poi tutti americani, poi tutti comunisti, …

    Andrea Giannini