Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • Governabilità e M5S: il terrorismo psicologico dell’informazione

    Governabilità e M5S: il terrorismo psicologico dell’informazione

    Pier Luigi BersaniSe oggi la situazione politica appare ingarbugliata ed indecifrabile, ciò non dipende dal fatto che la realtà è complessa. Lo si deve piuttosto al mondo dell’informazione, che ha in gran parte fallito il compito di elaborare un’interpretazione convincente dei fenomeni; e che per questo ieri non è stata capace di vedere il cambiamento che stava arrivando, così come oggi è incapace di inscatolare gli avvenimenti nelle anguste categorie che si era creato. Non stupisce che fuori dall’Italia sia difficile capire come un comico possa diventare l’ago della bilancia del governo di un paese: ma chi in Italia ci vive, si sarebbe dovuto rendere conto già da lungo tempo che i comici per far ridere raccontavano la verità e i giornalisti per raccontare la verità facevano ridere.

    Invece questa curiosa genia fatta di opinionisti, notisti e intellettuali si è fatta trovare ancora una volta impreparata: e a questo punto c’è il fondato sospetto che pochi di questi sappiano fare davvero il loro mestiere. Un mestiere, a mio modesto avviso, nobile, difficile e non privo di una certa utilità (contrariamente a quanto pensa probabilmente lo stesso Beppe Grillo); un mestiere che richiede non solo di saper trattare l’attualità, ma anche di saperla contestualizzare alla luce di dinamiche più profonde di lungo periodo; un mestiere che richiede quindi sensibilità e intuizione, ma anche un’ ampia preparazione culturale e storica – ecco perché in questo caso si può ben dire che “uno non vale uno”.

    giornaliGli opinion makers di casa nostra tendono spesso a schiacciarsi su un presente che quasi sempre li coglie impreparati, e che quindi li costringe a tentativi affannosi di giustificare a posteriori quello che prima non avevano saputo intuire; mentre nell’errore opposto cadono quelli a cui piace bearsi di ripetere la lezioncina imparata a memoria all’università, magari sui pregi del “libbbbberalismo” (più “b” ci sono, più si è “liberali”). E questi sono quelli onesti.

    C’è poi la categoria di gran lunga più diffusa di quelli le cui opinioni tendono a coincidere misteriosamente con gli interessi del datore di lavoro o degli amici altolocati; gente che spesso non ha nemmeno bisogno di vendersi, perché, come è già stato detto, viene via gratis. Appartengono a questa categoria anche gli “opinionisti terroristi”: sono quelli che “mamma, li populisti!”, quelli che “Grillo è come Mussolini!”, quelli che “uscire dall’euro ci porterà la carestia, la pestilenza e l’angelo della morte!”, quelli che “ci intercetteranno tutti!”, quelli che “il giustizialismo strisciante” e anche quelli che “la famiglia è uomo e donna, e i gay violentano i bambini!”. Insomma avete capito il genere: si tratta di persone per le quali non serve argomentare, perché è più facile terrorizzare la gente col vecchio adagio che sulla strada nuova si sa quel che si perde, ma non si sa quel che si trova.

    Ciò non significa – ad uso e consumo di quelli la cui mamma è sempre incinta – che tutto quanto è nuovo vada bene, che non occorra prudenza e che non ci possano essere rischi dietro l’angolo: tutt’altro! Ma in certi casi è evidente che l’intento non è sostenere una tesi con delle argomentazioni, quanto piuttosto spaventare la “brava gente” per indurla ad una scelta conservatrice: ed è per questo che si  dipinge il futuro a tinte fosche, mentre si tralascia di sottolineare adeguatamente quanto talvolta sia difficile, disperata e terribile anche la stessa realtà presente. D’altra parte, pure su questa rubrica non sono mancati errori: ma almeno si è sempre fatto lo sforzo di una riflessione laica sui problemi. E se c’è una visione di parte, sapete comunque che è la mia: e di nessun altro.

    Così l’analisi che avevo fatto a suo tempo del fenomeno Grillo-M5S potrà non essere condivisa: ma almeno è chiaro che non è dipesa da simpatie personali o dall’onda del momento. Tant’è che oggi posso tornare tranquillamente a ribadire quello che avevo detto allora: cioè che il M5S, come dice il nome, è un movimento e non un partito (e questa è sia un forza, sia una debolezza); che non ha un’ideologia di riferimento, né una struttura (e questo è un problema per la sua tenuta); che è radicale ma non eversivo; ed infine che oscilla tra il desiderio di portare a compimento la Costituzione e la democrazia (un primo successo in questo senso è la concreta messa in discussione della politica dei “notabili” di ottocentesca memoria) e un “modernismo” o “giovanilismo” piuttosto incosciente.

    Questa ricostruzione ha già dentro quasi tutta la più stretta attualità. E tra la altre cose ha il non secondario pregio di risparmiarmi la parte assai stucchevole di quello che alza il ditino ad ogni sparata inconsulta del comico.

    Immagino però che i più non siano interessati tanto a una riflessione generale, quanto piuttosto a sapere se Grillo si alleerà con Bersani, se andremo presto a votare e, nel caso, cosa succederà dopo. Anche in questo caso, tuttavia, quello che si può dire già si sa.

    beppe-grilloLa settimana scorsa non avevo preso nemmeno in considerazione l’ipotesi di un governo Bersani-Grillo; non tanto perché fossi consapevole dell’intransigenza del mio concittadino, quanto perché era e resta evidente che si tratti di un’ipotesi impraticabile. Grillo rifiuta ogni fiducia, e questo è un dato di fatto che mette fine ad ogni discussione; ma se anche accettasse un’alleanza sulla base dei famosi 8 punti, ne ricaveremmo davvero quella “governabilità” che è usata come giustificazione di tutta l’operazione? Ovviamente no.

    Fino all’altro giorno i due si davano allegramente del “morto vivente” e del “fasssista” a vicenda. Nel frattempo si metteva in croce il povero Vendola affinché promettesse di non ripetere gli ormai famosi “scherzetti” di Bertinotti che contribuirono a far cadere ben due governi di centro-sinistra (al netto dei vari De Gregorio).

    Ora improvvisamente, se poteva essere un rischio Vendola, non lo sarebbe più Grillo? Si può pensare davvero che quello che non riuscì a Prodi con 281 pagine di programma, potrebbe riuscire a Bersani con 8 punti, per giunta a fronte di un “alleato” ben più combattivo e numeroso? Che sia pura follia lo si capisce anche dall’atteggiamento dello stesso segretario del PD, che pronuncia parole come “sfida al M5S” e “prendersi le proprie responsabilità” con un tono talmente seccato e polemico, da non lasciar presagire la minima possibilità di una lunga e duratura collaborazione. Il realismo impone di dire che un eventuale governo PD-M5S, per incompatibilità e antipatie reciproche, durerebbe molto poco e manderebbe a catafascio ogni velleità di governabilità.

    Bersani PdBersani e i suoi avrebbero fatto meglio a evitare di impiccarsi al mantra della stabilità di governo: un esecutivo sicuro e compatto è sicuramente desiderabile, ma anche la volontà degli elettori non va trascurata. Se il responso delle urne ha diviso il parlamento in tre forze tra loro inconciliabili, inutile strapparsi la veste: si può benissimo ammettere pubblicamente che bisogna tornare a votare. Anzi, il PD avrebbe avuto tutto il tempo di studiare una strategia aggressiva per tornare in carreggiata. Ed invece ha preferito agitare lo spauracchio della “governabilità” col solito intento di spaventare la gente attraverso i presunti limiti politici del M5S. Purtroppo questi dirigenti non si vogliono rassegnare alla legge di Murphy: ogni manovra del PD per ottenere un risultato politico si traduce in un effetto uguale e contrario.

    Bersani continua a predicare il bene di “sto paese qui”, si strappa i capelli (salvo poi rendersi conto che l’operazione è inutile), fa e disfa punti su punti, lancia “sfide” a Grillo e ne ottiene in tutta risposta una sonora pernacchia; mentre la gente capisce quello che c’è da capire: il PD, se insegue le idee del M5S, allora ha sbagliato i temi della campagna, non ha una coerenza e cambia agevolmente posizione a seconda della possibilità di creare alleanze di governo. Risultato: i sondaggi dicono che Grillo sta salendo ancora.

    Ma quello che più conta – e che a Bersani probabilmente sfugge – è che Grillo vince qualunque cosa accada. Vince se va al governo con i numeri per attuare il proprio programma; ma vince ancora di più se va all’opposizione, perché il momento difficile e questi dirigenti di sinistra inconcludenti e senza realismo farebbero verosimilmente, sul lungo periodo, il suo stesso gioco. C’è un solo scenario che rende incerto il futuro di tutti: un ritorno alle urne che, con la stessa legge elettorale di oggi, riproponga lo stesso esito di oggi. Ma di questa eventualità è ancora presto per parlare.

    Andrea Giannini

     

  • Post elezioni, l’analisi politica: ingovernabilità e rebus alleanze

    Post elezioni, l’analisi politica: ingovernabilità e rebus alleanze

    giornaliMi dispiace dire “l’avevo detto”. Ma ripensandoci, quasi quasi, non mi dispiace per nulla. Per cui, anzi – ribadisco – l’avevo detto: Beppe Grillo è arrivato dove pochi si aspettavano potesse arrivare. Berlusconi, dal canto suo, è riuscito a dimostrare di non essere morto. Entrambi devono ringraziare Bersani, che li ha lasciati fare. Il voto ci consegna all’ingovernabilità e a un rebus di alleanze che sembra difficilmente risolvibile. L’onere di dare l’avvio al gioco è ora nelle mani di Bersani, che dalla sua parte ha un solo vantaggio: ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Questo dovrebbe suggerigli di provare una mossa disperata: alzare la posta ed attaccare, mostrando quel carattere che finora gli è mancato. Sullo sfondo l’Europa assiste attonita, infastidita dagli esiti del voto italiano che mette in discussione la sostenibilità politica dell’austerità.

     

    Chi ha vinto e chi ha perso

    silvio-berlusconi-2Cominciamo a toglierci dalla testa l’idea che Berlusconi sia tornato nel cuore degli Italiani, perché la realtà è che Berlusconi ha rimontato poco o nulla.
    Nel novembre 2011 secondo molti sondaggi il PDL (attenzione: il PDL, non la coalizione di centro-destra) aveva un misero 24% (dal 37,4% delle elezioni 2008). Da quel momento in avanti il Cavaliere si defila dalla scena e il partito probabilmente precipita ulteriormente. Quasi un anno più tardi il nostro ritorna in campo e i sondaggi (ottobre 2012) registrano un risultato che, in media, appare sempre pessimo: 18,1%. A quel punto Berlusconi toglie la fiducia a Monti (inizio dicembre) e mette in moto la macchina elettorale: dispiega la sua enorme potenza di fuoco mediatica, comincia a fare promesse a destra e a manca, attacca tutto e tutti, si fa vedere ovunque, presenzia ogni show televisivo, manda lettere a casa della gente, giura sui figli e sulle aziende, impegna persino i suoi soldi e finalmente si presenta alle elezioni con queste aspettative: un risultato tra il 19,3% e il 21,2%. E in effetti alla fine raccoglie il 21,5% alla Camera e il 22,3% al Senato. Lo stesso andamento si riscontra nel risultato della coalizione di centro-destra: si attendeva tra il 27,8% e il 29,4%, e si è poi avuto il 29,1% alla Camera e il 30,6% al Senato. Nessun sondaggio, come è ovvio, può essere preciso al punto percentuale: un lievissimo rialzo, dunque, non impedisce di dire che il risultato di Berlusconi e del centro-destra è stato sostanzialmente in linea con le attese.

    E’ comunque troppo? Non so cosa ci si potesse attendere di diverso. Il deserto di consensi che ha accolto un Casini o un Fini qualsiasi, francamente non è nemmeno ipotizzabile per un uomo che controlla un vero e proprio impero mediatico: 3 televisioni private, un’influenza decisiva sui canali pubblici, almeno 3 testate giornalistiche e 1 settimanale. Per di più, mentre Bersani era impegnato a “smacchiare giaguari”, Berlusconi si dava da fare come un ossesso, mostrando una dedizione alla causa (la sua) che fa quasi tenerezza, alleandosi con chiunque (Lega, MPA, Fratelli d’Italia, La Destra, Pensionati, eccetera) e pensando bene di concentrarsi soprattutto sulle regioni chiave, come la Lombardia. Non sembra strano che alla fine, pescando dal bacino degli ex-elettori delusi (non certo rubando voti al centro-sinistra o a Grillo), sia riuscito a costruire una manciata di punti percentuale di rimonta.

    Ma stiamo sempre parlando di un consenso pari a 1 elettore su 5: che fine ha fatto tutto il resto, un bacino che potenzialmente avrebbe dovuto dare a Bersani una maggioranza schiacciante? Qui sta il punto: 4 elettori su 5 NON hanno votato Berlusconi. Nel 2008 erano solo 3 su 5. Dunque dove si è spostato quel 20% di elettori? La risposta è che si sono rifugiati nell’astensione, da Monti oppure da Grillo: il quale, rubando voti anche a Bersani, si è creato un partito in grado di competere con gli altri due. Così, mentre 5 anni fa la torta si doveva spartire tra due coalizioni maggiori, oggi si divide in tre: ecco perché nessuno si è imposto e siamo ad una situazione di stallo. E questo, per inciso, spiega anche la scomparsa dalla scena di quasi tutti i partiti minori, i quali non devono più assolvere alla funzione di incanalare il dissenso contro la logica bipolare (solo la Lega sarebbe entrata in Parlamento anche se non si fosse messa in coalizione con partiti più grandi).

    C’è poco da prendersela con Berlusconi. Chi vince è senza dubbio Grillo, che, come avevo detto la settimana scorsa, non ha sbagliato praticamente nulla. All’opposto chi perde è Bersani: che non solo è rimasto fedele alla tradizione storica del suo partito, conducendo il centro-sinistra alla riesumazione della salma di Berlusconi per la terza volta (dopo 2001 e 2008); ma si è spinto oltre, facendosi sorpassare anche dal partito di un ex-comico che fino a 3 anni fa nemmeno esisteva. Per questo un minimo di coerenza dovrebbe suggerire oggi a Bersani di dimettersi.

     

    Lo “shock democratico”

    Mi ha profondamente impressionato, su un altro fronte, la reazione di sdegno quasi violento che è stata riservata al risultato delle urne sia da certi ambienti di casa nostra, sia dall’opinione pubblica estera. Si può essere critici quanto si vuole, ma non bisognerebbe mai mettere in discussione il valore della democrazia, né scadere nel pregiudizio quasi razziale di minorità che tendiamo ad imputare a noi stessi.

    Diceva Winston Churchill che la democrazia è la peggior forma di governo, se si eccettuano tutte le altre. L’aforisma ci ricorda che, per tanti e tanto grandi che ci possano apparire i suoi difetti, quello democratico resta il migliore sistema sperimentato dall’uomo per gestire i conflitti sociali. Per questo augurarsi il commissariamento dell’Italia o affermare che gli Italiani sono per loro natura ingovernabili, quasi ad auspicare un regime più “ferreo”, non è solo poco lusinghiero per noi stessi: è anzi molto pericoloso, perché tradisce la presunzione che esista una Verità unica e che tutto possa essere sottomesso al giudizio di un pensiero unico.

    Al contrario la sberla democratica che queste elezioni hanno impartito è salutare: e dovrebbe essere di monito proprio per chi non se l’aspettava.

     

    Un voto anti-austerity

    bollette-speseLa stampa internazionale si è subito accorta che il voto italiano segna una botta d’arresto per l’affermazione delle politiche di austerità, non solo in Italia. La Grecia era presa per il collo e aveva poche chance, ma era chiaro che l’Italia poteva ancora esprimere il proprio dissenso: e così è successo, come tutta Europa già temeva (perché va quasi sempre a finire così, quando quello che si decide a Bruxelles, o a Berlino, passa al vaglio del voto popolare).

    Il fastidio, come ho scritto poco sopra, è grande: tanto che probabilmente si esagerano le reali motivazioni di questo voto, che forse erano rivolte ad altro. Ma è un dato che PDL, M5S, Lega, Ingroia e Comunisti, quelle forze cioè che a vario titolo si sono attestate su posizioni contrarie a questo modello di Europa, hanno totalizzato più del 53% dei consensi, mentre centro-sinistra e lista Monti, vale a dire i poli schierati a favore del rispetto dei vincoli di stabilità, si sono fermati al 40%.

    A questo punto è chiaro che l’appeal di Monti era molto più ridotto di quello che si volesse far credere (8,3% alla camera, dove si è presentato da solo); ma soprattutto diventa difficile sostenere che gli Italiani capiscono l’austerità, che sono disponibili a “sacrifici” e a “gesti di responsabilità”. Far passare queste misure, d’ora in avanti, porrà un ulteriore problema di legittimità democratica che rischia di appannare ancora di più la già scarsa popolarità di cui godono le politiche del rigore.

     

    Gli errori della sinistra

    Pier Luigi BersaniCerto non occorrerà ribadire che la democrazia italiana non è perfetta: siamo molto indietro, ad esempio, per libertà di informazione. Questo fattore, se da un lato sembra ridare voce a quanti deprecano il mancato annichilimento elettorale di Berlusconi, dall’altro mette a nudo proprio le contraddizioni di chi ha fatto opposizione fino ad oggi.

    La sinistra italiana deve meditare molto sugli errori fatti: e in questi errori rientra sicuramente la  mancanza di una legge sul conflitto di interessi e l’accordo di non belligeranza sulle televisioni fatto a suo tempo con Berlusconi (e sempre disfatto da quest’ultimo a suo piacimento). In questo novero rientra a buon diritto anche l’errore strategico di Napolitano e di Bersani di accettare il governo Monti per compiacere l’Europa, anziché andare subito al voto e togliere di mezzo una volta per tutte il Cavaliere. Eppure oggi nulla suona più grossolano della clamorosa incapacità di valutazione nei confronti delle istanze della società civile, da cui è scaturito il fenomeno Grillo.

    E’ dall’epoca dei “girotondi”, che una parte sempre più consistente di elettori di centro-sinistra si distacca dal partito, delusa da inciuci, corruzioni, bicamerali e riforme della giustizia. Grillo parte da questo malcontento: ed è solo dopo che vengono i “vaffa-day”. Anziché cercare di capire le ragioni di questa protesta, il ceto dirigente ha preferito chiudersi a riccio. Grillo aveva pur cercato di partecipare alle primarie, ma era stato escluso: e giustamente celebri rimarranno certe dichiarazioni di supponenza degli alti dirigenti. Poi aveva provato a regalare il suo programma al PD, ma senza ottenere ascolto. In tutta risposta verrà anzi accusato di fascismo (quando Mussolini – per la cronaca –, fino a che ci furono libere elezioni, non prese mai nemmeno la metà dei voti di Grillo).

     

    L’identità storica

    sciopero_pubblicoQual’è il problema di questo partito? Forse lo aveva capito Gaber, quando cantava: “il moralismo è di sinistra, la mancanza di morale è a destra”. La sinistra italiana soffre non solo un problema di classe dirigente, ma soprattutto un problema di identità storica risalente al vuoto ideologico successivo alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’URSS. Per elaborare il lutto gli eredi del PCI si sono autoproclamati difensori dei valori sociali e della cultura: una scelta che si è presto cristallizzata nel moralismo; ma pure nel suo contrario, cioè la peggior realpolitik. D’altronde è questo l’esito della crisi dell’ideologia, della mancanza di una visione politica e storica e del divorzio da un’analisi disincantata della realtà: una serie di principi belli in teoria, ma di difficile applicazione e quindi facilmente abbandonati per le più basse ragioni di bottega.

    I dirigenti del partito hanno sempre oscillato tra i due estremi: un’ostentata purezza all’esterno, e il più bieco realismo politico all’interno, nella convinzione di annoverare tra i loro ranghi brillanti strateghi – che infatti si sono puntualmente fatti infinocchiare da Berlusconi (l’unico capace di tenergli testa, Prodi, era un democristiano). Al popolo di sinistra rimane la forte convinzione che “essere di sinistra” significhi sostanzialmente essere per il sociale, pacifisti, aperti, multiculturali, anti-razzisti, collaborativi, rispettosi delle donne, dei diritti degli omosessuali e dell’ambiente. Recentemente si sono aggiunte altre declinazioni specifiche per l’uomo politico: moderatismo, credibilità, serietà e “noi-non-andiamo-a-letto-con-le-minoerenni”.

    Tutto molto bello: non c’è dubbio che, se dovessi scegliermi un amico per prendere una pizza fuori e fare quattro chiacchiere, mi sceglierei una persona di questa sorta. Ma la politica ha a che fare anche con la rappresentanza di interessi concreti e con l’aggregazione del consenso. Cose con le quali i dirigenti di sinistra non si vogliono sporcare le mani.

    Prendiamo queste elezioni, dove i temi sul tavolo erano essenzialmente tre: 1) tasse; 2) casta; 3) crisi economica, cioè: rapporto con l’Europa. Grillo si è impadronito efficacemente della propaganda anti-Casta e ha messo fortemente in discussione questa Europa. Berlusconi ha capito che doveva seguirlo su questo punto, oltre a battere sul tema della riduzione fiscale (sulla Casta ha giustamente glissato…). E Bersani? Bersani ha dormito.

    Ha parlato un po’ di lavoro, che pure è un’esigenza sentita: ma è sempre figlia del problema della crisi e quindi del rapporto con quell’Europa che ci vuole imporre la sua strategia per uscirne. Ma ciò che è più importante, mentre gli altri due provavano a metterci cuore, passione e idee forti (IMU, reddito minimo garantito, referendum sull’euro, eccetera) di Bersani non si ricorda una sola proposta. Non significa che non abbia detto niente: significa solo che non ha detto niente di forte o che rimanga impresso.

    Eppure gli erano stati dati diversi suggerimenti: ad esempio dichiarare finalmente Berlusconi ineleggibile (in quanto concessionario pubblico) o proporre una dura riforma della giustizia. Si poteva aggiungere anche, in sede europea, un impegno deciso a spingere affinché la BCE si facesse garante dei debiti degli Stati. Insomma: non è vero che per essere onesti e credibili bisogna rinunciare a slogan efficaci e a temi forti. Ma Bersani ha preferito puntare tutto su un dimesso tema dell’identità: “siamo di sinistra, basta questo”. Stranamente con la crisi che morde a molta gente non è bastato.

     

    Il falso errore Renzi

    matteo-renziPer quanto detto fin qui è evidente che rimpiangere Renzi significa non aver capito nulla. Il sindaco di Firenze è l’incarnazione dell’equivoco della sinistra italiana: quello cioè che dire cose chiare e concrete comporti per forza dire cose di destra.

    Renzi ha senza dubbio il pregio di essere più coinciso, diretto, semplice e comprensibile di Bersani; ed inoltre porte idee nuove. Il suo problema è che ha sbagliato partito. La sua faccia pulita farebbe molto bene e restituirebbe credibilità ad una destra che in Italia è compromessa da troppo tempo con la figura di Berlusconi; ma il suo pensiero è in conflitto con la base della sinistra, che in larga parte si richiama ancora ai valori di cui sopra e che Renzi (con finta ingenuità) si propone di “svecchiare”. Il fatto che abbia perso le primarie conferma questa analisi: e tornare indietro sarebbe pericoloso.

    Il successo di Grillo sta lì a dimostrare che il connubio tra rifiuto del compromesso e coerenza programmatica paga. Invece che perseverare nel fallimentare progetto politico di coniugare ex-democristiani ed ex-comunisti, il PD dovrebbe decidersi ad una svolta chiara: non certo la svolta verso il centro che molti commentatori “rispettabili” e lo stesso Renzi si augurano, perché lo porterebbe a sovrapporsi alla destra; ma una svolta a sinistra, che riscopra temi quali la questione morale, la laicità dello Stato, la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, i diritti, la Costituzione nata dalla Resistenza, la rete di protezione sociale. Lasciare scoperto questo lato costerebbe al PD un sorpasso del M5S a sinistra e la condanna definitiva all’irrilevanza politica.

    Alcuni sostengono che se avesse vinto Renzi, Berlusconi non si sarebbe presentato e la sinistra avrebbe vinto le elezioni (perché è evidente che contro Alfano avrebbe vinto chiunque). Questo ragionamento non tiene però conto di due fattori: 1) Berlusconi è imprevedibile: nessuno può dire se davvero si sarebbe fatto da parte; 2) sarebbe stato l’ennesimo errore strategico, che porta a privilegiare un realismo di corto respiro sacrificando la coerenza: Renzi avrebbe puntato ancora più dichiaratamente ad un’alleanza con Monti, cosa che non è servita di certo a Bersani e che forse avrebbe spinto altri elettori verso la Grillo.

     

    Borse e spread

    Si dirà: con tutti questi discorsi è passato in secondo piano il fatto che è ricominciata l’altalena delle borse e il dramma dello spread. Eppure si tratta di paure che vanno gestite.

    Con uno sguardo laico al problema, che eviti la demonizzazione dello “speculatore”, dovremmo ammettere che i mercati sono fatti per realizzare profitti: se si può guadagnare scommettendo sulle paure legate all’instabilità politica italiana, paure magari del tutto irrazionali (quello della razionalità dei mercati è un dogma che, dopo il 2008, si può considerare sconfitto dalla Storia), i mercati ci proveranno. Il loro lavoro è il guadagno immediato, non il giudizio assoluto sulle politiche di un paese. A questo proposito, anzi, la divulgazione degli instant poll che attribuivano una netta maggioranza al centro-sinistra spingendo al rialzo le borse, salvo poi farle crollare all’emergere dell’evidenza, fanno sorgere più di un sospetto: perché sono queste vertiginose altalene che portano i maggiori guadagni.

    Sul lungo periodo, tuttavia, non vedo grosse motivazioni dietro alle ansie dei mercati, se si eccettua la non trascurabile fragilità del settore bancario italiano, legato com’è al sostegno del governo. Si tratta di un problema serio, certo, ma che non comporta per l’Italia nessun rischio default immediato: e questo dovrebbe darci abbastanza respiro per fare con calma i ragionamenti politici dovuti.

    Lo spread dal canto suo sappiamo ormai cosa rappresenta: non certo il rischio che l’Italia fallisca, ma quello che esca dall’euro, ripagando così il creditore con una nuova lira svalutata. E’ un meccanismo quasi perverso che ci addossa i costi di un’uscita pur continuando a rimanere dentro. Eppure è la logica a cui ci siamo consegnati, rinunciando alla garanzia di una banca centrale e ponendo le nostre finanze pubbliche e la nostra libertà di autodeterminazione nelle mani del mercato. Ovviamente si può uscirne, e il tempo per prendere questa decisione lo abbiamo.

     

    Il futuro dopo il voto

    Nell’immediato abbiamo solo due scenari che possano evitare un ricorso immediato alle urne (che riproporrebbe solo la situazione esistente).
    La prima soluzione è l’unica possibile, se pensiamo davvero che il problema sia il fatto di aver scandalizzato il mondo per non esserci liberati di Berlusconi: una coalizione a termine in cui il centro-sinistra si allea a Grillo. Gli obiettivi di questa operazione sono: 1) ineleggibilità di Berlusconi, 2) legge elettorale, 3) elezione di un Presidente della Repubblica (un buon compromesso potrebbe essere Stefano Rodotà). Si tratta di un’opzione ampiamente praticabile, che metterebbe fine a Berlusconi e rimanderebbe di qualche mese una competizione elettorale a cui affidare la formazione di un chiaro governo politico del paese.

    La seconda soluzione, invece, è il “governissimo” PD+PDL+Monti. Si tratta di un’ipotesi meno improbabile di quello che si pensi, tant’è che l’estabilishment moderato ha già cominciato a caldeggiarla. Come si può giustificare un simile abominio politico? Esattamente allo stesso modo in cui si è giustificato il governo Monti: a colpi di spread, in un clima di supposta emergenza e in nome delle fantomatiche riforme. Di certo Berlusconi non aspetta altro: dietro garanzia dei soliti salvacondotti, ritornerà anzi più europeista di prima. Tutto dipende in realtà da quanto le  diplomazie del nord Europa riterranno sensato spingere ancora per questa soluzione fallimentare; e ovviamente dalla propensione del PD al suicidio finale.

     

    Andrea Giannini

  • Elezioni politiche 2013: finalmente si vota, facciamo il punto

    Elezioni politiche 2013: finalmente si vota, facciamo il punto

    Palazzo ChigiFinalmente ci siamo. Questo sarà l’ultimo commento prima del voto: dalla prossima settimana sapremo se ci sarà una coalizione o un partito in grado di governare. In ogni caso si comincerà a ragionare, nel bene o nel male, in modo completamente diverso.

    I TEMI SUL TAVOLO: DI COSA SI DOVRA’ OCCUPARE IL PROSSIMO GOVERNO

    La mia personale interpretazione – e lo sa bene chi mi segue su questa rubrica – è che il prossimo esecutivo sarà costretto a confrontarsi prima o poi con le regole di bilancio che ci ha imposto la governance europea in un clima di forte emergenza economica. E’ questo il punto centrale: che non si riduce banalmente a “la crisi”; perché, se di semplice crisi economica si trattasse, avremmo potuto prima discutere di come uscirne, e poi, dalla prossima settimana, con il nuovo governo, passare alla pratica. Il fatto invece che le soluzioni politiche per la ripresa appaiano tutto sommato piuttosto evanescenti e lascino come uno strano amaro in bocca, è la migliore testimonianza di quello che in realtà già sappiamo: non possiamo fare tutto da soli. C’è lo spread, i mercati, le direttive europee, “la Merkel”: in due parole il “vincolo esterno”, cioè lo spettro di una serie di elementi estranei rispetto ad una comunità nazionale che pure entrano nel dibattito interno e vengono chiamati in causa tanto da condizionare pesantemente la libera espressione delle scelte democratiche dei cittadini.

    Non si tratta di una novità: parliamo anzi del fattore dominante della politica degli ultimi vent’anni, che infatti ci ha restituito una classe dirigente ripiegata su stessa, svogliata e percepita come inutile dalla gente. Oggi il vincolo esterno si esprime in forme quali: il pareggio di bilancio in Costituzione, il fiscal-compact, il six-pack, il mito delle “riforme” a cui siamo costantemente richiamati, il famigerato spread e da ieri pure il two-pack. Il combinato di questi paletti inderogabili rende di fatto molto ristretto il margine di azione della politica, se non addirittura virtualmente impossibile: è noto, infatti, che a meno di una ripresa che porti ad una crescita altissima, ci viene imposto un futuro di tagli difficilmente sostenibili.

    In questo quadro appare pure necessario parlare di riduzione delle tasse, recupero dell’evasione e lotta alla corruzione: ma è evidente che si tratti di obiettivi, qualora realmente praticabili,  comunque realizzabili solo nel lungo termine e, nel complesso, insufficienti a rimettere in carreggiata il paese. Altre misure, come il taglio degli sprechi e l’efficientamento della burocrazia, possono portare addirittura ad ulteriori effetti recessivi. Liberalizzazioni e privatizzazioni sono idee opinabili, ma certo non sono la panacea.

    A ciò si aggiunga che lo scenario europeo verosimilmente peggiorerà, con l’esplosione di un dramma sociale in Grecia e dei problemi di bilancio francesi. Pertanto non c’è dubbio che il contesto in cui dovrà operare il prossimo governo sarà particolarmente difficile.

     

    parlamento-italianoLO SCENARIO PIU’ PLAUSIBILE: CHI GOVERNERA’ E CON QUALI POTERI 

    Tutto dipende dalla legge elettorale, il famoso “porcellum”: a parole tanto criticato, ma nei fatti lasciato immutato dai partiti della legislatura uscente, che quindi se ne assumono tutta la responsabilità. Le caratteristiche di questa legge che ci interessano sono due: 1) il premio di maggioranza, 2) le soglie di sbarramento.

    Alla Camera dei Deputati non ci sono problemi: stanno fuori i partiti singoli sotto il 4% e le coalizioni sotto il 10%, mentre chi arriva primo si becca sicuri 340 seggi che garantiscono la maggioranza e quindi la governabilità. Al Senato della Repubblica la musica cambia: stanno fuori i partiti sotto l’8% e le coalizioni sotto il 20%, ma soprattutto il premio di maggioranza si calcola regione per regione. Questo significa che non tutti supereranno lo sbarramento; e che anche un piccolo scarto di vantaggio – ad esempio – in Lombardia si traduce automaticamente in 27 seggi sicuri al Senato: una bella fetta di quella quota di maggioranza che si raggiunge con circa 176 seggi. Quindi anche una vittoria su scala nazionale non garantirebbe automaticamente la maggioranza, se il combinato dei vari voti regionali fosse particolarmente sfortunato.

    Con queste regole e, prendendo per buoni i sondaggi di cui disponiamo, alla corsa per il  Senato arriveranno solo in quattro: PD, PDL, M5S e Lista Monti. In questo contesto il PD sarebbe costretto ad allearsi con Monti, non potendo contare (per ragioni di decenza) su Berlusconi, né sul movimento di Grillo (per indisponibilità di quest’ultimo). E sapete già che questa è l’unica ragione per cui Monti ha deciso di scendere… pardon, “salire” in campo con una lista unica al Senato: sostenere il PD nel voto delle prossime finanziarie, che saranno certamente lacrime e sangue e che quindi rischiano di sfaldare a sinistra la coalizione di Bersani.

    Se e che stabilità avrà l’annunciato governo “Bersamonti” dipenderà tutto dai numeri della vittoria, oltre che dal (probabile) aggravarsi della crisi. Questo scenario, però, potrebbe essere scardinato non tanto da un exploit di Berlusconi, che non pare proprio in vista, quanto piuttosto da un’eventuale e clamorosa débacle di Monti, che non sembra sfondare nei sondaggi e che potrebbe – difficile, ma non da escludere – persino non superare lo sbarramento dell’8% al Senato: e a quel punto tutto potrebbe succedere, compreso uno sfaldamento del PDL o (probabilmente) un ritorno alle urne.

    Ma il vero possibile fattore dirompente resta Beppe Grillo: il quale – va riconosciuto – ha fatto una campagna elettorale praticamente perfetta. Reduce dalle polemiche sull’autoritarismo interno al movimento, che, dopo la cacciata degli attivisti Favia e Salsi, faceva dubitare sulla tenuta dei consensi raggiunti nei sondaggi, Grillo ha puntato tutto sulla coerenza e sulla purezza ideologica. Non ha smesso di battere sul tasto del ricambio della classe dirigente, forte della scarsa attitudine al rinnovamento mostrata del resto della “casta”. Non si è concesso alle televisioni, costringendo così le televisioni a rincorrerlo da una piazza sempre più piena all’altra. Ha dichiarato esplicitamente di non voler governare (obiettivo rimandato di una legislatura), ma solo di puntare a infiltrare in Parlamento una pattuglia di attivisti la più numerosa possibile: in questo modo ha evitato brillantemente sia il problema del “voto utile” che quello della credibilità del programma. Il risultato è che oggi il suo M5S appare l’unica forza davvero “alternativa”, in un modo anche un po’ romantico; l’unica forza comunque in grado non per forza di “fare bene”, quanto soprattutto di “far cambiare direzione” a una politica che ha deluso e esasperato gli Italiani oltre ogni limite.

    Il vero potenziale del M5S, quindi, resta ancora incerto. Quel 15% di elettori ancora indecisi  potrebbe decidersi proprio alla fine: e potrebbe optare proprio per dare uno schiaffo ai vecchi partiti; un’eventualità che sarebbe ancora più probabile, se stasera Piazza San Giovanni arrivasse davvero a riempirsi. Ecco perché la vera domanda a cui queste elezioni devono dare risposta, quello che tutti aspettano con ansia di sapere, compresi soprattutto i candidati rivali, è: fin dove può arrivare Beppe Grillo?

     

    Andrea Giannini

  • La crisi della Chiesa e la debolezza del Papa: analisi e riflessioni

    La crisi della Chiesa e la debolezza del Papa: analisi e riflessioni

    vaticanoIn attesa che abbia fine una campagna elettorale di cui non sentiremo certo la mancanza, un commento lo merita la clamorosa abdicazione di Joseph Ratzinger. La portata dell’evento è già stata ampiamente sottolineata dalla stampa di tutto il mondo: non solo, infatti, l’ultimo precedente risale a 600 anni fa, ma soprattutto la Chiesa si trova in un momento difficilissimo della sua storia.

    Da Papa Giovanni Paolo II a Benedetto XVI il delicato rapporto tra una dottrina millenaria e le sfide poste dalla modernità è ancora lontano dall’essere definito. Per di più mai come in questi ultimi anni è emerso al pubblico il torbido lavorio che si agita segretamente fra le gerarchie ecclesiastiche: dall’opacità nella gestione dello denunce dei preti pedofili, fino alle più recenti polemiche sulla trasparenza dello IOR e sulla guerra intestina per bande documentata dalla ormai celebre inchiesta giornalistica detta “Vatileaks“.

    E’ ovvio che in un momento del genere il gesto di Benedetto XVI rischi di essere letto, al di là delle dichiarazioni di facciata e del plauso generale di convenienza, come un’ammissione di debolezza della Chiesa. Il paragone con i precedenti storici non fa che confermare questa valutazione: di Celestino V (1294) tutti ricordano la “viltade”, secondo il giudizio sferzante di Dante (che Ratzinger tuttavia non condivideva assolutamente); e a proposito di Gregorio XII (1415) bisogna rammentare che l’abdicazione servì a chiudere, con il concilio di Costanza, uno dei periodi più bui per la Chiesa, seguito al ritorno a Roma del Papato dopo la “cattività avignonese” (1309-1377): un gioco di potere combattuto a colpi di nomine di Papi e di antipapi e denominato evocativamente “Scisma d’Occidente” (1378-1417).

    Questa consapevolezza non può essere mancata a Joseph Ratzinger. L’ormai ex-Pontefice, che già da qualche anno – oggi retrospettivamente non si può dubitarne – andava meditando il coup de theatre e preparandosi la strada, non poteva non sapere che una scelta del genere, anche se formalmente legittima, si sarebbe trasformata in un duro colpo per l’immagine di compattezza della Chiesa. C’è infatti il Pastor Aeternus, cioè il dogma dell’infallibilità del Papa (quando parla ex cathedra) sancito nel 1870. Da allora è la prima volta che un Papa mette in imbarazzo a tal punto la dottrina: rinunciando al pastorale, infatti, Joseph Ratzinger rinuncia anche, per una decisione del tutto personale (in cui cioè Dio non ha evidentemente alcun ruolo), alla missione di portavoce del volere divino. Ma chi è designato da Dio ad esprimersi nel Suo nome, come fa a decidere da solo che, da un certo punto in avanti, la cosa non gli interessa più?

    Le gerarchie ecclesiastiche potranno anche prodursi in ardite gimcane teologiche per giustificare la cosa, ma è evidente che da oggi, se anche il Papa può ritirarsi, sarà un po’ più difficile spiegare perché, ad esempio, l’uso del preservativo non sia consentito. C’è, insomma, il concreto rischio che tutto l’impianto dottrinale perda credibilità. Difficile pensare, quindi, che un fine teologo e un devoto prelato come Joseph Ratzinger abbia potuto abbandonare la sua Chiesa, del tutto impreparata alle conseguenze di un simile gesto, solo per imprimere una svolta di “modernità”, come vorrebbero gli entusiasti commentatori e intellettuali più liberal di sinistra. L’unica spiegazione, in realtà, è che Benedetto XVI abbia voluto attendere il primo momento di calma relativa per passare il testimone ad un nuovo e più “vigoroso” successore, in modo da non consegnarsi, nella debolezza incipiente della vecchiaia, ad una curia di cui evidentemente non si fida e di cui teme le oscure trame.

    In quest’ottica il gesto di Ratzinger assume una senso rispetto alla sua coscienza di religioso (che altrimenti ne uscirebbe compromessa): quello di una denuncia estrema e clamorosa per il bene superiore della comunità di fedeli che stava guidando. Segue come corollario che, se in effetti “c’è del marcio in Danimarca”, allora l’opera di inchiesta giornalistica non stava denigrando la Chiesa, ma Le stava rendendo un buon servizio. Quei giornalisti, come Gianluigi Nuzzi o Marco Lillo, che avevano doverosamente pubblicato le notizie di cui entravano in possesso, stavano solo facendo scrupolosamente il loro lavoro: e dovrebbero essere tenuti in buona considerazione per questo, anziché osteggiati come è spesso avvenuto. All’opposto certi politici sedicenti “cattolici”, sempre pronti a spellarsi le mani qualsiasi cosa venga dal Vaticano, hanno dimostrato una volta di più di che pasta sono fatti:  al contrario di quello che diceva Montanelli di De Gasperi, cioè che fosse cattolico ma non clericale, questi si sono rivelati più clericali persino del Papa e, in ultima analisi, dei pessimi cattolici.

     

    Andrea Giannini

  • Elezioni politiche: Silvio show, Bersani e Monti promessi sposi

    Elezioni politiche: Silvio show, Bersani e Monti promessi sposi

    Bersani PdQuando la settimana scorsa ho scritto che non c’è nessun partito che dica chiaramente che bisogna uscire dall’euro, naturalmente ho tenuto fuori delle eccezioni, alcune anche vistose. Marco Traverso di CSP-Partito Comunista mi scrive per farmi giustamente notare che l’uscita dalla moneta unica fa parte del loro programma. Ma il grande pubblico avrà una familiarità certo maggiore con le sparate del Cavaliere, in pieno orgasmo elettorale: “o la culona si adegua, oppure noi ce ne andiamo”.
    Ora, questa inedita convergenza di vedute tra comunisti e Berlusconi merita qualche spiegazione. Con rispetto parlando per le idee di ciascuno, è chiaro che, a conti fatti con la realtà, i partiti cosiddetti “minori” non saranno mai chiamati a mettere in pratica i loro programmi: quindi possono dire quello che ritengono più giusto, senza preoccupare nessuno o spaventare i mercati. Questo significa salvaguardare la coerenza ideologica: che poi, per un partito di sinistra, è semplicemente dire cose di sinistra. Certo, in un paese in cui queste stesse cose di sinistra le dice anche Berlusconi, è normale che l’elettorato sia un tantino confuso: ma il motivo è piuttosto semplice.

    Il Cavaliere non è mai stato un purista – lo sappiamo –, né pretende che il suo elettorato lo sia: se dice una cosa, è solo perché intuisce che ha delle potenzialità che non sono sfruttate da altri; con una metafora calcistica possiamo dire che, se vede il corridoio libero, ci si infila. Così fu, ad esempio, per la propaganda anti-tasse: mentre gli altri cincischiavano, lui ne fece una bandiera politica, senza farsi scrupoli persino di strizzare l’occhio all’evasione. Eppure entrambe le idee (abbassare le tasse e uscire dall’euro) non sarebbero mai entrate nelle agende elettorali di Berlusconi, se il Cavaliere non vedesse in esse qualcosa di sensato.
    E al di là di certi eccessi, in effetti, qualcosa di sensato c’è. Sull’euro ho già detto tutto; per il resto, è notorio che in Italia la pressione fiscale, per chi le tasse le paga, è praticamente la più alta al mondo, con una qualità dei servizi che all’opposto continua a deteriorarsi. I problemi concreti, dunque, ci sono. E’ pur vero che Berlusconi non li ha mai risolti, né mai li risolverà. Ma se la sinistra in tutti questi anni si fosse abbassata a prenderli in considerazione, anziché pretendere di governare semplicemente per una pretesa superiorità morale e ideologica, di Berlusconi avremmo smesso di parlare tempo addietro.

    C’è poi un altro partito che si è dimostrato euro-scettico, anche se nessuno se n’è accorto: Rivoluzione Civile di Ingroia, che oltre alla lotta a corruzione, evasione e mafie, ha ribadito anche la necessità di rifiutare i trattati di austerità europei (fiscal compact e six-pack). Un altro esponente, Vladimiro Giacché, ha praticamente detto – parafraso – che non saremo noi ad uscire dall’euro, perché sarà l’euro ad uscire per primo da noi. Ora, è solo a partire da questo snodo cruciale che possiamo valutare la polemica sul voto utile.

    Bersani è liberissimo di rifiutare l’alleanza con Ingroia per correre fra le braccia di Monti: fa anzi una scelta di campo molto chiara a favore di chi vuole rispettare gli impegni europei e contro chi li critica radicalmente. Ma non può lamentarsi, se questo ultimo non lo lascia vincere. Per Ingroia, Monti è anche peggio di Berlusconi: perché dunque, per contrastare Berlusconi, dovrebbe dare spazio a chi vuole allearsi con Monti? E’ chiaro, insomma, che non ci sono i presupposti per discutere di “voto utile”: anzi, nella prospettiva di Rivoluzione Civile, il voto per un PD alleato con Monti è un voto inutile e dannoso.

    Sottolineo infine che, come avevo scritto già a dicembre, Monti mira sempre più chiaramente a costruire una maggioranza parlamentare disposta a sostenere le misure imposte dall’Europa. Quindi insegue l’alleanza con il PD, ma è attento anche a rimarcare le distanze per non confondersi troppo con esso e non perdere voti lui stesso: è in quest’ottica che vanno considerati gli attacchi a Vendola. La scommessa è tanto ambiziosa quanto rischiosa: e il banco è sempre a rischio di saltare.

     

    Andrea Giannini

  • Uscire dall’Euro: la strategia europea, le responsabilità politiche

    Uscire dall’Euro: la strategia europea, le responsabilità politiche

    Parlamento-europeoLa settimana scorsa vi siete sorbiti una bella tirata su una teoria economica (non originale) da cui segue che bisogna uscire dell’euro. Questa settimana terminiamo il discorso, prendendo in considerazione i risvolti politici della questione.

    PARTE II – LA POLITICA

    1. La moneta europea ostacola la società europea

    Cominciamo a sgombrare il campo dagli equivoci. Uscire dall’euro non significa bloccare i commerci con l’estero, chiudere le frontiere o imboccare la strada di un cieca e becera autarchia nazionalista.
    Dal punto di vista commerciale dire che i deficit strutturali sul lungo periodo non sono sostenibili, comporta ammettere che bisogna studiare un modo per riequilibrare l’import e l’export, o per finanziare il disavanzo di partite correnti dei paesi importatori (cioè evitare che continuino all’infinito a comprare più di quanto vendono, perché il sistema non può reggere): il che ovviamente non comporta ridurre o eliminare il commercio. Allo stesso modo, dal punto di vista culturale uscire dalla moneta unica non comporta richiudersi in sé stessi e rinnegare l’Europa, il multiculturalismo, i valori comuni, la cooperazione: anzi, è esattamente il contrario. Questo equivoco si deve al fatto che si sono volutamente sovrapposti tre termini che invece hanno significati ben diversi: “Europa”, “Unione Europea” e “Euro”.

    Banalmente, l’euro-zona comprende 17 stati, mentre l’Unione Europea ne comprende ben 27: quindi ci sono 10 paesi che sono nell’Unione Europea, ma non hanno l’euro. Tra questi c’è ad esempio l’Inghilterra e la Polonia (che nel frattempo ha pure svalutato con effetti tutt’altro che catastrofici): e ovviamente non sono ridotti ai razionamenti, ma anzi, con buona pace degli espertoni stile Bruno Tinti, hanno un’economia che cresce, pur col freno tirato dalla recessione che noi gli stiamo regalando. Il termine “Europa”, invece, designa un concetto storico e culturale che non si vuole assolutamente negare o sminuire: ma far coincidere questo concetto con l’adozione di una moneta unica è una forzatura che nasconde la precisa volontà di condizionare le persone. Si cerca cioè di mettere in cattiva luce chi è contro l’euro attribuendogli un pensiero “anti-europeista”, conservatore e antistorico, quando le due cose non sono correlate (cioè, si può essere contro la moneta unica senza essere leghisti).

    L’esperienza dimostra che l’euro ha allontanato i paesi europei, ha alimentato reciproci sospetti, costruito rancori e soffiato sul fuoco dei nazionalismi, come il recente exploit di Alba Dorata in Grecia sta a dimostrare. Per cui, se si vuole costruire davvero gli Stati Uniti d’Europa, bisogna cancellare questa moneta che distrugge i rapporti e ricominciare da capo con una vera integrazione: dove non ci sono cessioni di sovranità imposte dai burocrati a colpi di spread, ma “condivisione di sovranità” da parte di quei popoli che dimostrano democraticamente di perseguirla.

    E tuttavia c’è da dubitare che si voglia davvero arrivare a questo, per una verità politica tanto banale quanto trascurata (anzi, rispetto alla liturgia mediatica corrente, direi quasi “esecrata”), la quale recita così: “gli interessi nazionali esistono”. Capisco che sia più confortante pensare che siamo tutti fratelli e ci vogliamo tutti bene, ma la realtà è che i lavoratori tedeschi, come quelli brasiliani o statunitensi, per quanto possano anche solidarizzare con i loro colleghi stranieri, hanno sempre privilegiato e continueranno a privilegiare quelle “ricette” che favoriscono le industrie per cui lavorano, anziché le industrie concorrenti all’estero. Ciò significa che la capacità di costruire legami transnazionali europei basati sulla convergenza di interessi comuni (categorie, tipo di lavoro, tassazione, ecc.) è limitata e superata dall’appartenenza ad una comunità nazionale. In altri termini non esiste un’unica società civile europea, ma un insieme disomogeneo di opinioni pubbliche nazionali. Questa frammentazione non è il frutto casuale di una mancata integrazione a lungo cercata, ma un obiettivo volutamente perseguito, che svela anzi gli interessi che hanno guidato la creazione della moneta unica.

    2. L’euro è lo strumento di un’ideologia politica

    Possiamo spiegarlo usando le parole di Mario Monti: «Alle istituzioni europee interessava che i paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità essendo più lontane, più al riparo, dal processo elettorale» (Libro-intervista a F. Rampini, p. 40-41). Il principio di allontanare il centro del governo dalle dinamiche democratiche, che qui Monti rivendica come una mossa astuta, viene ovviamente giustificato con la pretesa di fare il bene delle masse a loro insaputa (“l’onere dell’impopolarità”), con un tono paternalistico che ritorna spesso nel mito delle élite illuminate dedite a forgiare il popolo europeo. Ma se dalle parole di Monti prendiamo il dato concreto, cioè l’illiquidità, la lontananza che separa il processo decisionale dalla società in cui si esplica, e lo confrontiamo con gli effetti concreti, allora emerge tutto il senso dell’operazione.

    Quando abbiamo importato dall'America lo shock finanziario, ci siamo ritrovati nella condizione di non poter svalutare, di non poter aumentare la spesa pubblica e di non poter contare sull'aiuto dei nostri partner europei. Per cui oggi l'unico modo per tornare a crescere è aumentare le esportazioni rendendo le nostre merci più competitive. La ricetta è semplice: la disoccupazione aumenta, il potere contrattuale del lavoratore diminuisce, i salari scendono, i prezzi calano e le esportazioni riprendono. Insomma, stiamo scaricando i costi sui lavoratori e stiamo salvaguardando i conti pubblici (cioè i creditori dello Stato, quelli che avevano comprato i nostri titoli).
    Quando abbiamo importato dall’America lo shock finanziario, ci siamo ritrovati nella condizione di non poter svalutare, di non poter aumentare la spesa pubblica e di non poter contare sull’aiuto dei nostri partner europei. Per cui oggi l’unico modo per tornare a crescere è aumentare le esportazioni rendendo le nostre merci più competitive. La ricetta è semplice: la disoccupazione aumenta, il potere contrattuale del lavoratore diminuisce, i salari scendono, i prezzi calano e le esportazioni riprendono. Insomma, stiamo scaricando i costi sui lavoratori e stiamo salvaguardando i conti pubblici (cioè i creditori dello Stato, quelli che avevano comprato i nostri titoli).

    Il primo effetto concreto è, come anticipato poc’anzi, l’impossibilità della società europea di coalizzarsi per interessi di categoria, a causa dalla scarsa mobilità e dal permanere di concrete differenze regionali. Il secondo effetto emerge da un semplice raffronto. Fino al 1979 la lira non era imbrigliata in alcun rapporto di parità; la Banca d’Italia comprava i titoli di Stato rimasti invenduti (per calmierare lo spread); ed infine salari e pensioni erano al riparo grazie alla scala mobile, che le indicizzava all’inflazione. La filosofia che ispirava questo sistema è evidente: la moneta è una merce che si può benissimo apprezzare o deprezzare, ma bisogna evitare che i lavoratori finiscano preda dalla logica disumanizzante del libero mercato. Poi, con alterne vicende e un processo lungo vent’anni, iniziato nel 1979 e terminato nel 1999, ci siamo ritrovati con un sistema alternativo: c’è una moneta unica europea, per cui non ci si può difendere dalla concorrenza interna svalutando; la Banca d’Italia ha smesso di coordinare la sua azione col ministero dell’economia (prima che arrivasse la BCE e proseguisse l’opera); infine salari e pensioni non sono indicizzati. Appare piuttosto chiaro, dunque, che questo assetto privilegia una logica opposta: si deve proteggere la moneta dal mercato, mentre i lavoratori dovranno cavarsela da soli.

    Questo risultato non si è prodotto a caso, ma è stato perseguito attivamente da chi ne aveva l’interesse. E chi ne avesse l’interesse è presto detto. Se vivete del vostro lavoro e fate poco risparmio, probabilmente vorrete salvaguardare il potere d’acquisto dei salari; se all’opposto riuscite ad accumulare discreti capitali, probabilmente vi viene comodo un sistema dove questi non si svalutano per l’inflazione, ma possono essere investiti comodamente andando alla ricerca del tasso di interesse più alto. Ne consegue che quelli che avevano o muovevano grandi capitali avevano un grande interesse: e quindi sapevano come fare, e volevano che si creasse, un sistema adatto alle loro esigenze. Osservo – per inciso – che, se ammettiamo che chi ha capitali da investire è consapevole di avere un ben preciso interesse, diverso da chi invece è vincolato al salario o alla pensione, stiamo ammettendo che gli interessi ci sono: e quindi che esistono anche le classi sociali. Un’ennesima prova del fatto che, anche se mancano gli interpreti, le categorie di destra e sinistra esistono ancora.

    A questo punto basta mettere insieme i tre punti chiave emersi fin qui:

    1. superamento delle singole e relativamente unite società nazionali nel senso di una più larga e frammentata società europea;
    2. centro unico di governo svincolato dal processo elettivo;
    3. sistema monetario che avvantaggia l’accumulazione di capitale e svantaggia il reddito da lavoro.
    A tutto questo processo bisogna guardare in modo laico, senza cedere alla tentazione del complotto o della caccia alle streghe. Ammettere che gli interessi di ciascuno stanno alla base della democrazia, significa accettare che chi ha interessi contrari ai miei cerchi di perseguirli. Pertanto, fintanto che non si viola la legge, non posso prendermela con chi ha assunto una posizione diversa dalla mia, solo perché poi si è rivelata controproducente. In fondo sono tantissime le persone che in assoluta buona fede hanno abbracciato negli anni passati la moda del credo liberista: privatizzazioni, Stato sprecone, ecc…

    Questo quadro realizza precisamente l’ideologia del pensiero neo-liberista, che ha sempre propugnato la libera circolazione di merci e capitali, l’affrancamento dell’economia da ogni forma di controllo o tutela da parte dello Stato, la divisione del fronte sindacale (divide et impera) e soprattutto la costituzione di un quarto potere, dopo quello legislativo, esecutivo e giudiziario: il potere monetario, sottratto al controllo democratico e a cui è demandato il compito di controllare l’inflazione. E’ l’ideologia responsabile della liberalizzazione dei movimenti di capitali, della deregulation, della finanziarizzazione dell’economia, della penalizzazione dell’economia reale.

    Dobbiamo concludere dunque che l’euro è solo l’ultimo tassello di una strategia per ottenere una società rigidamente di destra, dove il ceto dirigente ha finalmente tutti gli strumenti per disciplinare i lavoratori.

     

     

     

     

     

    Pier Luigi Bersani3. E la sinistra?

    A questo punto è chiaro che le istituzioni europee e internazionali (UE, BCE e FMI) sono imbevute di questi presupposti ideologici. Hanno reagito ad una crisi di credito privato come se si fosse trattato di un problema di debito pubblico, perché porre dei vincoli al sistema finanziario, eventualmente nazionalizzare le banche, aumentare la spesa pubblica per far ripartire l’economia e acquistare illimitatamente titoli di Stato avrebbe comportato ammettere che il dogma del “privato è bello” e l’impianto di Maastricht, tutto concentrato sul contenimento del debito pubblico e dell’inflazione, è completamente sbagliato. Avrebbe significato ridiscutere i presupposti dell’organizzazione dell’economia e della società, col rischio di perdere tutte le conquiste del pensiero liberista degli ultimi trent’anni. Per cui finora si è scelto di tenere duro, anche se l’evidenza delle cose sta a poco a poco sgretolando la compattezza di questo fronte.

    Chi è che avrebbe dovuto e dovrebbe tutt’oggi mettere sull’avviso le persone, dire che l’Unione Europea è un sistema per disciplinare i sindacati e scaricare sulle masse quegli aggiustamenti che prima si scaricavano su valute e capitali? Se il cambio fisso e la sua difesa (le politiche di austerità) sono evidentemente di destra, perché favoriscono chi accumula il capitale, chi doveva spiegare quale fosse l’alternativa che favorisse i salari e le pensioni? Ecco: da questo versante ci sono delle persone che hanno forti responsabilità storiche.

    Perché la sinistra abbia abdicato al suo ruolo storico di difesa dei lavoratori non è facile a dirsi. All’inizio, in effetti, almeno il PCI si era mostrato scettico rispetto all’idea della parità del cambio. C’è addirittura un discorso dell’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nel 1978 si pronunciò contro l’ingresso nello SME con motivazioni che oggi suonano addirittura profetiche. Poi a poco a poco le cose sono cambiate. Prodi “ci ha portato in Europa”; Napolitano non perde occasione per sottolineare la necessità di restare nell’euro; e Bersani, anziché prendere atto dei danni causati dall’euro e dall’indisponibilità tedesca a farsi carico degli oneri di una maggiore integrazione, continua ad illudere la gente con l’idea che basti contrattare con la Merkel un po’ di equità. E’ una facile previsione constatare che questa ostinazione, quando l’euro inevitabilmente finirà, costerà al suo partito un prezzo altissimo.

    Beppe Grillo4. Conclusione: e ora?

    Ora niente. Si sta alla finestra e si guarda lo spettacolo. Purtroppo, anche se siamo alla vigilia di importanti elezioni, il dibattito pubblico non mette minimamente in discussione l’euro: nessun partito di un certo peso politico dice con chiarezza che bisogna uscire, mentre l’informazione fa terrorismo mediatico della più bassa lega.

    Grillo, dal canto suo, per denigrare la vecchia politica continua a dire che il debito pubblico ci ha rovinato. Si tratta di una falsità che non aiuta a capire da dove sorga il problema: anzi, tende a generare l’errata convinzione che si debba tagliare la spesa pubblica, quando invece bisognerebbe aumentarla. Certo, Grillo sostiene pure una posizione critica sull’euro e addirittura la necessità di un referendum popolare sul tema. Peccato però che non sia possibile attendere l’esito di una consultazione referendaria, prenderne atto e poi mettersi a studiare come stampare una nuova moneta nazionale: perché nel frattempo assisteremmo ad una fuga di capitali che porterebbe davvero la gente ad assaltare le banche.

    Quando ho scritto che un’uscita dall’euro sarebbe gestibile, non volevo certo dire che si potrebbe uscire con un semplice schiocco di dita, senza prendere alcuna precauzione. Al contrario tra le accortezze necessarie c’è proprio la necessità di negare l’eventualità di un’uscita fino all’ultimo: poi bisogna portare a termine l’operazione in un week-end, a mercati chiusi, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. Si tratta di una questione tecnica che però crea un problema politico: non si può fare dell’uscita dall’euro una bandiera elettorale, perché, come detto, bisogna evitare che i mercati anticipino la mossa. Però un politico potrebbe cominciare dicendo la verità: dicendo cioè che il debito non è il principale problema; che gli squilibri dell’euro sono stati la nostra rovina, più della corruzione e dell’evasione fiscale; che la rigidità del cambio aiuta i capitalisti e sfavorisce i salariati; che non c’è legge di mercato più importante della democrazia. Ma soprattutto dovrebbe dimostrare di essere interessato solo a fare gli interessi dei suoi concittadini: il resto verrebbe da sé.

     

    Andrea Giannini

  • Perché l’Italia deve uscire dall’Euro: teoria economica e riflessioni

    Perché l’Italia deve uscire dall’Euro: teoria economica e riflessioni

    E’ un paio di settimane che questa rubrica gira intorno all’argomento, e forse, a questo punto, tanto vale fare coming out. Cari lettori, penso sia giunto il momento di dire chiaramente che bisogna uscire dell’euro.

    Ovviamente non posso motivare la presa di posizione in punta di teoria economica: non perché non mi sia informato quanto più approfonditamente mi fosse possibile, ma perché non ho alcuna autorità in materia; e quindi non sarei considerato credibile, né sarei capace di contrastare efficacemente eventuali obiezioni tecniche. Cercherò semplicemente di riportare quello che ho letto e che più mi convince, soffermandomi in questa prima parte sugli aspetti prettamente economici, la prossima settimana su quelli politici.

    PARTE I – L’ECONOMIA

    La teoria economica offre abbondanti analisi sul tema dell’Area Valutaria Ottimale (AVO), vale a dire quell’insieme di paesi che possono condividere con successo un regime di cambio fisso, oppure addirittura la stessa moneta. L’Italia è passata attraverso entrambi questi sistemi: siamo stati in un regime di parità di cambio, lo SME, dal 1979 al 1992; e siamo in un’unione monetaria, l’euro-zona, dal 1° gennaio del 1999. Queste esperienze, per molti economisti, sono la prova che:

    1. l’Europa non è un’Area Valutaria Ottimale;
    2. uscire da quest’area valutaria mal intesa sarà inevitabile;
    3. un’uscita “pilotata” sarebbe comunque preferibile, sarebbe relativamente gestibile e non provocherebbe danni incalcolabili.

    Critici dell’euro furono già in tempi assolutamente non sospetti economisti del calibro di Paul Krugman, Martin Feldstein e Nouriel Roubini: quindi, che nella costruzione dell’euro-zona ci fosse qualcosa che non andava, lo si sapeva già da tempo. Sulle paure legate ai rischi di un’uscita dell’Italia e di una dissoluzione della moneta unica, ho già citato qualche riferimento due settimane fa, da cui si dovrebbe aver realizzato che i costi del processo sono assolutamente sopportabili e che anche la psicologia e le ansie dei mercati sono del tutto gestibili.
    Un po’ meno scontato potrebbe essere capire perché “un’altra Europa” non è possibile, perché cioè non si possa riformare il sistema rimanendo al suo interno. Questo discorso si lega alle ragioni profonde di questa crisi, che – come ormai sa chi segue questa rubrica – non dipende dal fatto che per anni abbiamo speso troppo: perché questo semplicemente non è vero.

    1. Il segreto di pulcinella: come mai siamo in crisi?

    San Francisco, America Skyline
    La crisi nasce da uno shock esterno: la bolla dei mutui sub-prime, che è scoppiata negli USA e poi da lì si è ripercossa sui mercati globali. Giunta in Europa la bolla ha impattato contro un’ideologia economica ottusa e un sistema monetario troppo rigido e squilibrato, che ha impedito di contenere gli effetti negativi, e anzi li ha ampliati, creando una spirale recessiva perversa e senza uscita. E’ stato così che gli errori strutturali dell’euro-zona hanno trasformato una crisi finanziaria in una grave recessione continentale; recessione che a sua volta frena la ripartenza dell’intera economia globale. Cerchiamo di capire da cosa dipende l’inadeguatezza del nostro sistema…

    Ci sentiamo spesso ripetere il mantra della “competitività”: cioè che oggi bisogna competere, competere e ancora competere. Ed in effetti, a livello microeconomico, l’idea pare dare i suoi frutti: stimola l’innovazione e orienta l’offerta alle esigenze del consumatore. Ma c’è anche un lato negativo: se si accetta la competizione, si dà per scontato che ci saranno si dei vincitori, ma ci saranno anche dei vinti, cioè aziende che chiudono perché hanno perso la sfida.
    E’ logico – ed è d’altra parte confermato dalla teoria economica – che non si può essere tutti contemporaneamente i più competitivi, esattamente come non si può arrivare tutti contemporaneamente primi. Il problema, si dice, si potrà riassorbire, perché i lavoratori che perdono il posto potranno essere riassunti là dove la competizione è stata vinta. Tuttavia, se si traspone lo stesso scenario a livello macroeconomico, il risultato è affatto diverso: i vinti non sono più aziende, ma interi paesi che si impoveriscono, paesi che, con la stessa logica, per riassorbire la disoccupazione dovrebbero lasciar emigrare i loro abitanti. Cosa che in Europa non è successa.

    Quando sentiamo dire che “i giovani sono mammoni”, che “non si spostano da casa”, che “non hanno sfruttato le possibilità dell’Europa”, in realtà non si tratta solo di moralismo da quattro soldi: chi lo dice sta infatti sfogando la frustrazione per il fallimento annunciato di un presupposto centrale dell’Unione Europea: la mobilità intracomunitaria dei lavoratori. Che non si è mai realizzata non solo perché abbiamo differenti lingue, differenti culture, differenti storie, differenti sensibilità e differenti obiettivi; ma anche perché – più prosaicamente – all’interno dell’UE si trasferiscono pochissime risorse, non si condivide lo stesso debito, abbiamo un diverso mercato del lavoro, un diverso sistema giudiziario, un diverso apparato burocratico e una diversa fiscalità.

    L’euro non ha fatto altro che ampliare gli squilibri commerciali tra i paesi aderenti, grazie anche all’atteggiamento mercantilista della Germania, che ha praticato deliberatamente la scelta di contenere il suo tasso d’inflazione reale sotto la media europea per essere più competitiva con l’estero (se i prezzi degli altri crescono più velocemente, i miei diventano più convenienti e io vendo di più). Così la Germania ha accresciuto le esportazioni, realizzando un surplus strutturale. Per contenere il tasso d’inflazione è bastato comprimere i salari, impedendo ai consumi di decollare: un dato di fatto che – per inciso – smonta il mito della superiorità produttiva tedesca.

    Le valute, come qualsiasi altro bene sottoposto ad un regime di libero mercato, si apprezzano e si deprezzano non solo perché – come spesso si sente dire – “quando eravamo scorretti, praticavamo la famigerata svalutazione competitiva”, ma più frequentemente perché quando l’export di un paese si riduce, si riduce anche la domanda della sua moneta. I PIIGS, essendo in costante deficit, hanno finanziato il loro disavanzo importando capitali privati dal resto dell’Europa: sono diventati quindi importatori netti di capitali (avete presente il mantra degli “investimenti esteri”?). Ovviamente le banche del Nord erano ben felici di prestare ai loro partner dell’euro-zona, perché non c’era il rischio di svalutazione e si poteva godere degli alti tassi di interesse (attenzione a non fare confusione: siamo nel settore privato bancario, e lo spread, che all’epoca era praticamente a zero, non c’entra!). Quando è scoppiata la bolla finanziaria, le banche sono andate in sofferenza, l’epoca del credito facile è finita, lo Stato è dovuto intervenire per sostenere l’economia e il debito pubblico è cresciuto. Pertanto è evidente che è stato il credito privato a creare il problema, speculando sui prestiti a paesi in deficit commerciale e gonfiando così una bolla costruita sul mito dell’incrollabilità dell’euro.

    Le esportazioni tedesche sono partite non verso la Cina (come tutti i paesi, anche la Germania è in deficit rispetto alla Cina), ma in gran parte verso il resto dell’Unione Europea: si è creato così al suo interno un gruppo di paesi che, avendo perso la sfida dell’export a causa della minore inflazione tedesca, si sono ridotti al ruolo di importatori. E basta dare un’occhiata ai dati dell’Eurostat per scoprire che tra questi paesi importatori, quelli che non avevano l’euro non sono andati in crisi: mentre quelli che lo avevano…  sono diventati PIIGS.

    La crisi sta tutta qui: essa ha colpito i paesi in costante deficit commerciale che hanno la moneta unica. Chi non la ha adottata, infatti, ha svalutato la propria valuta e ha potuto così recuperare un po’ di competitività.

    Riassumendo: l’Unione di fatto non esiste (come ha capito anche chi recita il il mantra del “più Europa”) e il problema dell’euro-zona è un mix micidiale tra:

    1) rigidità del cambio, che esaspera gli squilibri commerciali e rende le varie economie incapaci di difendersi da shock esterni svalutando;

    2) politica mercantilista della Germania, che ha costruito la propria ricchezza sull’impoverimento delle economie dei paesi a cui vendeva le merci e prestava i capitali (lo scrisse persino il Sole 24 Ore l’anno scorso, sottolineando proprio la differenza dei saldi commerciali tra noi e i tedeschi prima e dopo l’euro).

    2. Cosa succederà e cosa dovremmo fare

    Ormai abbiamo capito, dunque, che non è certo lasciando il quadro immutato e con la sola austerità che usciremo dalla crisi: persino chi sostiene che dobbiamo restare a tutti i costi nell’Unione Europea capisce che il piano di salvataggio non salverà nessuno. E il motivo è semplice: se un paese è in crisi e lo Stato taglia la spesa, ci saranno ancora meno consumi e quindi ci sarà ulteriore recessione. Prima o poi, dunque, la frustrazione sociale per una ripresa che non si riesce ad intravvedere diventerà insostenibile. Oppure un altro paese debitore finora toccato solo marginalmente dalla crisi, ma che presto dovrà vedersela “con l’Europa”, vale a dire la Francia, potrebbe decidere autonomamente di uscire. O forse saranno altri a fare il primo passo: magari gli stessi Tedeschi. Una cosa è sicura: se un progetto è insostenibile, prima o poi perderà il sostegno e crollerà.

    D’altra parte modificare il quadro di regole che ci sta stritolando è impensabile, perché gli squilibri politici ed economici sono troppo accentuati e gli interessi dei vari paesi completamente divergenti. Nell’immediato, ad esempio, avremmo bisogno di maggiore inflazione in Germania: cioè di un aumentato potere d’acquisto dei salari tedeschi, che “tiri” i consumi e favorisca le importazioni da paesi esteri come il nostro: cioè quel ruolo di “locomotiva d’Europa” che finora la Germania ha avuto solo sulla carta. Poi avremmo bisogno di una forma di condivisione del debito per calmierare i tassi d’interesse; e naturalmente dovremmo abolire il fiscal compact, consentendo ai singoli Stati di finanziare con la spesa pubblica la loro ripresa. A quel punto potremmo cominciare a ricostruire l’Europa da capo, all’insegna di una vera integrazione. Se ci fosse la volontà, si potrebbe fare così: ma se ci fosse la volontà, lo si sarebbe già fatto.

    Sono passati cinque anni, abbiamo devastato un paese come la Grecia, aumentato la povertà e la disoccupazione in Spagna, Portogallo e Italia; e l’ultima volta che l’UE si è riunita per prendere una decisione sul bilancio comunitario – che corrisponde a circa l’1% del PIL – il risultato è stato l’ennesimo nulla di fatto. Dobbiamo concludere allora che per il Nord Europa la moneta unica è stata semplicemente un’occasione di guadagno e che non sono intenzionati a rimetterci soldi loro per salvarla. Se adesso la tirano tanto per le lunghe, è solo perché non sanno decidersi a rinunciare alla gallina dalle uova d’oro. E’ chiaro che il capitalista tedesco non vuole rinunciare ad un assetto su cui ha lucrato per lungo tempo: ed è altrettanto chiaro che il lavoratore tedesco non vuole fare sacrifici per noi, perché gli hanno detto che è tutta colpa del sud sprecone che non ha voglia di lavorare.

    Insomma, è nostro interesse non restare un minuto di più in un sistema destinato comunque a sicura fine, che nel frattempo penalizza le nostre industrie, i nostri redditi e la nostra residua autonomia politica.

    3. Conclusione

    Questa è, a mio giudizio, la teoria più convincente sulla crisi dell’euro che ci sia in circolazione, ed è sostenuta, tra gli altri, da economisti quali Fabrizio Tringale, Claudio Borghi, Alberto Bagnai. Se non altro è l’unica in base alla quale i manuali di economia, le opinioni dei grandi economisti, i dati macroeconomici e i comportamenti dei singoli attori in campo assumono un senso ed una coerenza. Va da sé che, non essendo io un economista, se un giorno dovessi essere convinto da una spiegazione di tipo diverso, non mancherò di riportarlo. Detto questo possiamo muovere verso il corollario più inquietante: le implicazioni politiche

    <CONTINUA>

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore e Daniele Orlandi]

  • Berlusconi e la campagna elettorale: fra tante balle, qualcosa di vero

    Berlusconi e la campagna elettorale: fra tante balle, qualcosa di vero

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013Le balle raccontate da Berlusconi a Servizio Pubblico sono state talmente tante che non si riescono nemmeno a contare. Facciamo prima a concentrarci sulle cose vere. Anche se può sembrare strano, infatti, persino al tre volte ex-primo ministro qualche cosa giusta ogni tanto scappa. D’altronde, se vi foste pentiti di aver dato retta in passato ai temi della sua propaganda, oggi non avreste comunque imparato nulla, se foste talmente ingenui da voler negare per principio ogni asserzione del Cavaliere, passando così da un estremo all’altro.

    In realtà, come aveva capito già negli anni ’90 chi lo aveva conosciuto bene (ad esempio Indro Montanelli), Berlusconi è essenzialmente un piazzista: e come tutti i piazzisti non si preoccupa di dire cose vere o false, ma di vendere (oppure, se preferite, di rifilare la proverbiale “sòla”). Pertanto mentire sistematicamente non gli serve e non gli interessa: perché, se si danno versioni completamente slegate dalla realtà, prima o poi chiunque si accorge che c’è qualcosa che non va. Al contrario, per convincere le persone, bisogna imparare a mischiare con una certa abilità verità e falsità: è così che, se si trovano delle opinioni condivise da infilarci dentro, anche teorie strampalate possono essere credute.

    Certo, come (penso) la maggioranza di voi, anche io ritengo che il Cavaliere abbia sempre parlato ed agito pro domo sua, e che delle sue promesse non ci si possa fidare: state ben sicuri, dunque, che non sarò io ad invitarvi a votarlo. Ma bisogna ammettere che Berlusconi – anche la settimana scorsa a Servizio Pubblico – in mezzo a moltissime stupidaggini ha detto pure cose vere e cose giuste: cose che gli altri partiti non dicono e cose che Santoro e il suo staff hanno ingiustamente criticato.

     

    “Il debito pubblico non c’entra niente con la crisi”

    Lo sapete già, perché l’ho scritto tante di quelle volte che ho perso il conto. Non è tanto importante che oggi il debito pubblico superi la cifra in apparenza spaventosa di 2000 miliardi di euro. Quello che è importante è il valore del debito in percentuale sul prodotto interno lordo (il totale dei beni e dei servizi prodotti da un paese). Ora, se fosse vero quello che ci viene raccontato, vale a dire che la crisi dipende dal fatto che abbiamo sperperato denaro alimentando la fantomatica “spesa pubblica improduttiva” (cioè una pletora di forestali calabresi, le inutili provincie, le spese pazze di “Er Batman” Fiorito, eccetera), allora sarebbe logico aspettarsi di vedere un debito pubblico che aumenti negli anni precedenti la crisi: cioè il rapporto debito/PIL sarebbe salito via via fino a superare una certa soglia insostenibile. Peccato che sia successo esattamente l’opposto. Il picco più alto di sempre nella storia del rapporto debito/PIL era stato toccato nel 1994 (a maggio di quell’anno il Cavaliere cominciava la sua avventura a Palazzo Chigi): 121,84%. A distanza di 13 anni, nel 2007, pur con alle spalle già due governi Berlusconi, il debito  aveva raggiunto il 103,9%: quasi 18 punti percentuale in meno. Quindi destra, sinistra, centro, spese pubbliche, forestali calabresi, dipendenti pubblici fannulloni, casta, mignotte e politici corrotti tutti insieme niente avevano potuto fare per mandarci in rovina: al contrario eravamo sui binari del risanamento di quello che (secondo l’UE, almeno) è uno degli indicatori più importanti per la salute della nostra economia.
    Poi però scoppia la crisi e il debito comincia a galoppare: siamo andati al 106,3% nel 2008, al 115,98% nel 2009, ancora nel 2010 al 117,21% ed infine nel 2011 siamo tornati quasi al punto di partenza: 120,71%.
    Da quando è arrivato Monti, però, le cose… sono rimaste le stesse. Anzi, siamo già arrivati a quota 126,4% e probabilmente chiuderemo il 2012 con un valore ancora più alto, cioè il record storico di sempre. Direi che il quadro è inequivocabile. Non è il debito pubblico che spiega la crisi, ma al contrario la crisi che spiega il debito: e le politiche che dovevano ridurlo l’hanno in effetti aumentato. Chi vi dice il contrario, sostenendo che sia tutta colpa dei politici spreconi o delle spese pazze, vi sta mentendo. E anche chi mantiene un atteggiamento ambivalente, come Grillo, non rende un buon servizio all’opinione pubblica.

     

    Il “complotto” per farlo fuori

    Quando a fine 2011 la Merkel e Sarkozy se la ridacchiavano alle domande sul nostro premier, non era un mistero che Berlusconi non fosse più considerato un partner affidabile. Non sappiamo se siano veri i retroscena: la telefonata a Napolitano giunta direttamente da Berlino (come giurano i bene informati), o la scenetta di Draghi e Berlusconi che si mettono a scriversi da soli la lettera di impegni che poi la BCE recapiterà al governo italiano (come sostiene l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti). Ma è poco importante. Il punto è che l’Europa ci chiedeva di stringere la cinghia e il Cavaliere non voleva metterci la faccia, perché non voleva che fosse il suo governo a “mettere le mani nelle tasche degli Italiani” (tant’è che anche oggi cerca di sorvolare sul fatto che i suoi parlamentari abbiano votato tutti gli inasprimenti fiscali del governo dei tecnici). Non è un mistero che Bruxelles premesse per un avvicendamento e che fosse favorevole a una personalità come quella di Mario Monti: ragion per cui possiamo ben dire che il cambio di governo “ce lo ha chiesto l’Europa”. E chi pensa che questa sia un’intromissione nella sovranità nazionale di un paese, ha ragione: la strada è sempre stata e sempre sarà quella di cedere sovranità nazionale alle istituzioni europee. Quindi Berlusconi si sbaglia solo nell’adoperare il termine “complotto”: perché in effetti l’hanno fatto fuori in un modo abbastanza palese.

     

    La Germania si libera dei nostri titoli di Stato

    Berlusconi ha più volte citato, negli ultimi tempi, il famoso episodio della vendita, da parte della Deutsche Bank, di titoli di Stato italiani per un valore di circa 8 miliardi. Era il 2011, e allora diversi voci (tra gli altri Massimo Mucchetti, oggi candidato del PD, sul Corriere della Sera e Report di Milena Gabanelli) sollevarono perplessità sulla manovra speculativa della banca tedesca, sottolineando come la mossa rischiasse di innescare una corsa al ribasso con conseguenti tensioni sui prezzi dei nostri Bot. E in effetti così andò: nel senso che lo spread pian piano aumentò la sua corsa, fino alle conseguenze che tutti sappiamo. Nel raccontare questa storia Berlusconi fa spesso confusione tra Bundesbank e Deutsche Bank (il che dimostra che ripete un copione “a pappagallo”, senza averlo capito); ma lapsus a parte, ancora una volta l’unica cosa fuori luogo è il termine “complotto”. Non possiamo sapere, infatti, se il governo tedesco sia davvero in grado di influenzare una banca privata, tanto da potergli ordinare addirittura un attacco speculativo contro un paese che minaccia di non allinearsi. Ma la cosa non ci interessa affatto. L’attacco della Deutsche Bank aveva finalità speculative: il che significa lucrare un profitto. C’è quindi bisogno di ipotizzare chissà quali oscure manovre per giustificare la mancanza di scrupoli con cui una banca d’affari fa soldi? E’ solo il mercato: funziona così. E attenzione: è questa la logica a cui ci stanno consegnando senza tanti misteri, semplicemente chiedendoci di liberalizzare ogni settore produttivo, di permettere al privato di “affiancarsi” al pubblico, di togliere le reti di protezione sociale e via dicendo. Dunque il fatto era noto, semplice e di grande rilievo. E tornando alla famosa serata di Servizio Pubblico, la giovane Giulia Innocenzi e soprattutto il ben più navigato staff di Santoro, dimostrando di non essere bene a conoscenza dell’episodio, hanno fatto la classica gaffe.

     

    Andrea Giannini 

    P.S. Qualcuno si chiederà: “ma è davvero così importante sapere che Berlusconi, a fronte delle molte balle raccontate su governo, IMU, tasse, costituzione, processi, mafia, diplomazia internazionale e vita sessuale, abbia detto anche qualche cosa di vero?” In realtà è più che importante, perché il Cavaliere avrà anche detto poche e sconclusionate verità, ma lo ha fatto su quegli argomenti che sono davvero decisivi. E se avete visto la trasmissione, avrete ascoltato anche l’intervento di quell’imprenditrice del Nord Est che ha spiegato molto bene come i settori produttivi del paese stiano cominciando a capire, dietro ai tanti discorsi dei politici, quale sia l’unica via di uscita dalla crisi ancora praticabile… 

  • La strategia anti-crisi dell’Europa: attenzione ai luoghi comuni

    La strategia anti-crisi dell’Europa: attenzione ai luoghi comuni

    Sul Fatto Quotidiano di domenica scorsa è apparso un articoletto che sarà sfuggito ai più, ma che è piuttosto istruttivo, perché esemplifica in maniera cristallina quale tipo di luoghi comuni, economici e politici, possano facilmente condurre una persona istruita e perbene a vedere in Monti l’unica opzione credibile e l’unica possibilità di salvezza per l’Italia. L’autore è Bruno Tinti, ex-magistrato esperto in reati tributari: e proprio il profilo intellettuale e l’integrità della persona sono la migliore garanzia che ci troviamo di fronte a una libera opinione personale, non dettata cioè da interessi di parte o da opportunismo politico; il che agevola il dibattito e quindi anche la valutazione delle critiche sulla base del loro contenuto.

    Il mio interesse – è bene sottolinearlo – non è quello di convincere il lettore che sia meglio non votare Monti: non solo perché, verosimilmente, l’influenza che esercito su chi riesce a leggere i miei interventi è scarsissima, ma anche perché è giusto che al momento di votare ciascuno di noi prenda in considerazione prima di tutto il suo interesse, e solo in seguito il giudizio degli altri. L’interesse individuale, infatti, è l’essenza della democrazia e non andrebbe mai demonizzato. Il compito di chi fa divulgazione, o di chi esprime opinioni, è semplicemente quello di aiutare le persone a valutare bene quale sia il modo migliore per fare il proprio interesse.

    Nella fattispecie, ad esempio, sono convinto che non sia vera, e pertanto sia contro l’interesse della gente ad avere un quadro chiaro della situazione, l’idea secondo cui il governo Monti è stato, e solo potrà essere nel futuro, la medicina, per quanto amara, di cui ha bisogno l’Italia. L’argomentazione del discorso di Tinti, che mira invece a convincere i suoi lettori proprio di questo, è in parte originale, perché ingloba tesi espresse non dai sostenitori delle politiche che vengono dall’UE, ma dai suoi critici. L’ex-magistrato muove infatti dalla costatazione che la riduzione del debito, imposta all’Italia con il fiscal compact, ci vincola all’ambiziosissimo obiettivo di portare in 20 anni il rapporto con il PIL al 60% (corrispondente ai vecchi parametri di Maastricht): il che significa ridurre della metà il già altissimo debito attuale. L’impegno è talmente gravoso che – conclude giustamente, dati alla mano, l’autore dell’articolo – da soli non ce la faremo mai. Infatti, il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo, come sa chiunque ha studiato le frazioni alla scuola media, può diminuire soltanto se diminuisce il numeratore (il debito pubblico) oppure se aumenta il numeratore (il PIL).

    La prima opzione è quella gradita all’UE: ridurre il debito, tagliando le uscite e aumentando le tasse. In questo modo però diventa impossibile percorrere parallelamente la seconda opzione, cioè tornare a crescere, perché la stretta fiscale e la contrazione degli stimoli pubblici – riconosce l’ex-magistrato – deprimono l’economia. Sarebbe inutile anche lasciare immutata la spesa e puntare tutto sulla crescita, perché dovrebbe essere talmente sostenuta e prolungata nel tempo da paragonarsi a un livello che abbiamo conosciuto solo tra gli anni ’50 e ’60.

    Quindi, conclude Tinti, restano solo due possibilità. La prima è uscire dall’euro. A quel punto però: «Si nazionalizzeranno le banche e le assicurazioni. Falliranno circa metà delle imprese. La disoccupazione andrà alle stelle. Si andrà ai razionamenti perché è difficile, senza euro, importare materie prime e l’Italia, diversamente dall’Argentina, non ha risorse né agricole, né minerarie da scambiare. La sola merce italiana sono le braccia. Ma il regime salariale le rende invendibili. Uno scenario da incubo».

    Dunque non resta che convincere l’Europa a farsi carico, in un modo o nell’altro, del nostro debito. E chi meglio di Monti per questo? Anche se non è detto che l’uomo della Bocconi riesca a muoversi in modo libero all’interno della sua stessa coalizione, resta il miglior candidato sulla piazza, perché tutti gli altri partiti, chi più e chi meno, hanno al loro interno correnti populiste che non avrebbero credibilità presso i nostri partner europei. Il discorso sembrerebbe filare: cosa ci può essere di sbagliato? In realtà molto.

    Innanzitutto, anche prendendo per buona l’analisi economica, le conclusioni mancano di realismo politico. Monti ha pochissime chance di ottenere la maggioranza: il suo intento è piuttosto ridimensionare il PD, dividendolo da SEL, per poi concludere un’alleanza vincolata al rispetto degli impegni europei (una strategia, come ho già scritto, che rischia di ritorcerglisi contro). C’è poi un’obiezione molto più semplice: se siamo tutti d’accordo che il target di riduzione del debito è irraggiungibile, perché l’Europa ce lo impone? Questa semplice considerazione mina alla radice il ragionamento di Tinti, perché mostra immediatamente che è del tutto insensato non solo, da parte nostra, accettare di giocare una partita persa in partenza, ma soprattutto, da parte dei nostri partner europei, dettare strategie controproducenti.

    Pensateci bene: al netto di tutti i nostri errori passati, per grandi che essi siano, ha senso ora seguire chi ci propone soluzioni che – lo dice lo stesso Tinti – non possono risolvere nulla? Sarebbe più ragionevole per tutti cercare subito una linea condivisa che porti da qualche parte, anziché impiccare la nostra economia a richieste assurde solo per dimostrare a Bruxelles le nostre buone intenzioni. Sembra l’episodio della Bibbia in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, salvo poi fermare il coltello prima che sferri il colpo una volta accertata la fedeltà del patriarca. Oppure vengono in mente quei reality americani dove persone sproporzionatamente obese cercano di rimettersi in forma (e di salvarsi la vita) sottoponendosi all’allenamento di un personal trainer muscoloso, bello, biondo e con gli occhi azzurri. Ecco: se fossimo noi i colpevoli ed imperdonabili ciccioni, accetteremmo per questo di perseguire l’obiettivo di perdere 150 kg in tre mesi? Ovviamente no, perché ci ucciderebbe: e anzi dubiteremo seriamente delle buone intenzioni di chi ce lo proponesse. Eppure è proprio quello che ci chiede la Germania, il nostro aitante preparatore atletico; che poi è la stessa persona, sempre per restare nella metafora, che fino al giorno prima ci vendeva gli hamburger.

    Se passiamo ad un livello di analisi un po’ più serio, le incongruenze non diminuiscono: anzi aumentano. Ad esempio, benché nessuno dubiti che, in un contesto del tutto astratto, sia preferibile avere un basso debito pubblico, ciononostante non esiste una teoria economica universalmente riconosciuta che metta in relazione una precisa soglia di debito in proporzione al PIL con l’insostenibilità dei conti pubblici: ma questo significa, allora, che un target che fissi un rapporto massimo del 60% non è garanzia di un bel nulla, come dimostra il caso dell’Irlanda, che aveva un rapporto del 25% ma è andata in crisi lo stesso (questo perché, ovviamente, non è l’entità di un debito che conta, ma la possibilità di ripagarlo).

    Inoltre, come ho già scritto, i problemi di debito sono conseguenza della crisi, e non origine. Infine la teoria delle aree valutarie ottimali, che nel 1999 valse un nobel all’economista canadese Robert Mundell, sui parametri del debito non dice pressoché nulla: per cui ne consegue che l’importanza che detti parametri rivestono per l’euro-zona si deve unicamente a considerazioni politiche e interessi specifici (che un lungo discorso ricondurrebbe agli hamburger, anzi ai würstel, di cui sopra). Insomma, da qualunque parte si consideri la questione, tutto ci dice che la strategia europea anti-crisi è sbagliata e per questo andrebbe ripensata con una certa urgenza.

    Si dirà: ma rimane il problema che contiamo poco; e se gli altri non ci ascoltano, che facciamo? Lasciamo l’euro e ci consegniamo così a “terrore, miseria, distruzione e morte”? E già: dimenticavo che se usciamo dall’euro, verrà come minimo l’apocalisse. O no? Ecco, magari a qualche lettore sarà pure passata per la testa l’idea che questo scenario di devastazione e lacrime, che ci viene dipinto quotidianamente dai più importanti organi di stampa e dalle più rispettabili forze politiche, forse sia un tantino esagerato. Se vi fossero sfuggite le vette raggiunte dalla prosa di Bruno Tinti, ve le ripeto: «Si andrà ai razionamenti perché è difficile, senza euro, importare materie prime». Ribadisco: «Si andrà ai razionamenti», come nell’ultimo conflitto mondiale. A sentire Tinti, insomma, viene quasi da dubitare che prima dell’euro ci fosse in Italia una qualsiasi forma di economia diversa dal baratto; e si osserva stupiti come facciano a sopravvivere paesi come Inghilterra, Turchia, Canada, Giappone e Corea del Sud che sono fuori dall’euro-zona. Spero che a fronte di tutto questo il lettore si faccia venire quanto meno il sano dubbio che chi la spara così grossa non può avere una corretta percezione dei termini della questione. Magari qualcheduno avrà anche piacere di sentire cosa dicono gli economisti veri: cosa che Tinti non è. A onor del vero, nemmeno io sono un economista: però, avendo una formazione filosofica, quantomeno mi accontento di fare il mio lavoro: che è appunto quello di farvi venire il dubbio.

    Detto questo, se volete sapere se le paure di cui i media ci nutrono sono fondate o meno, dimenticate Grillo o Berlusconi: andate a sentire tra gli economisti cosa dice chi queste paure le ridicolizza, e cosa afferma addirittura chi ha vinto un premio nobel. Poi vi potrete fare la vostra opinione. Perché è questo il vero modo per uscire dalla crisi, senza aspettare il salvatore della patria. Se no, che ne fate della democrazia?

     

    Andrea Giannini

  • Campagna elettorale: lo scenario politico a due mesi dalle urne

    Campagna elettorale: lo scenario politico a due mesi dalle urne

    Contrariamente a quello che avevo scritto la settimana scorsa (poche ore prima che l’ormai ex-premier facesse la sua conferenza stampa al Senato), Monti si è più o meno esplicitamente candidato: di sicuro, se non proprio la faccia, almeno ci ha già messo la fantomatica “agenda”, che è poi quello che per lui è più importante. Eppure cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

    Vediamo solo di fare ordine nel ragionamento. Innanzitutto bisogna considerare che lo scenario politico, come era logico attendersi, cambia ad una velocità impressionante: insieme a Monti, nella mischia si sono buttati anche il pubblico ministero Ingroia e il sindaco di Napoli De Magistris, con un nuovo “Movimento Arancione”; poi ci sono i transfughi del PDL, il trio La Russa-Crosetto-Meloni, con il loro “Fratelli d’Italia”, mentre il procuratore nazionale antimafia Grasso si è candidato con il PD; infine il giornalista Giannino è stato allontanato dai microfoni della radio di Confindustria, perché promotore in solitaria di un nuovo movimento liberale anti-tasse: “Fare”.

    E’ ovvio che ad ogni cambiamento e ad ogni novità c’è un piccolo recupero dell’astensione, un riposizionarsi dell’elettorato nei sondaggi e quindi un ripensamento delle strategie elettorali. Tuttavia nel far propendere Monti, alla fine, per la “salita in campo”, come la chiama lui, sono stati probabilmente altri fattori. Sicuramente c’è stata la pressione dei sostenitori politici, dall’UDC di Casini a FLI di Fini, fino alla lista civica “Italia Futura” che fa capo a Montezemolo: tutte forze che, se prese da sole, si sarebbero ritrovate con un bassissimo potenziale di consenso; e pertanto, con questa legge elettorale, avrebbero rischiato seriamente di rimanere fuori dal Parlamento (come d’altra parte è già accaduto nel 2008, quando la Sinistra Arcobaleno, che comprendeva al suo interno storiche formazioni di ispirazione comunista, raggiunse appena il 3%).

    Deve essere stata questa terribile prospettiva a spingere il Vaticano a promuovere l’operazione e poi a spendersi a favore dell’ex-premier. Ma nonostante la supposta “vocazione maggioritaria” del nuovo centro, non c’è dubbio che la coalizione non possa ambire nemmeno ad avvicinarsi  da lontano al PD, che guida sicuro i sondaggi e che con ogni probabilità le urne incoroneranno primo partito: quindi, al di là delle dichiarazioni di facciata, il vero intento nella testa di Monti è quello di fare da stampella al futuro governo Bersani. Infatti, un eventuale Senato consegnato all’opposizione di Berlusconi e Grillo si trasformerebbe inevitabilmente in un vero e proprio Vietnam per l’ala europeista dei democratici, i quali, dovendo mantenere la rotta delle misure impopolari che l’UE ci ha già imposto e che sarà costretta a chiederci anche nel futuro, si troverebbero presto contro anche una parte non irrilevante del loro stesso partito, oltre a dover gestire i sicuri mal di pancia dell’alleato Vendola.

    Tuttavia la strategia che alla fine si è deciso di percorrere, vale a dire capitalizzare il consenso elettorale per avere più peso politico nel dialogo parlamentare con la sinistra, non è esente da rischi e effetti collaterali. Certo, sarebbe stato più semplice per tutti non mettere i bastoni fra le ruote della trionfale cavalcata elettorale di Bersani: ma evidentemente gli impegni presi dal leader del PD con l’UE non sono stati giudicati una garanzia sufficiente. Chiaramente là in alto valutano che la politica del quinquennio a venire richiederà nuove misure di sacrificio per la gente, tali da scardinare profondamente il consenso di un governo di sinistra e rendere una crisi parlamentare più che probabile. Ma come era prevedibile, e come si sta puntualmente verificando, la campagna elettorale allarga le distanze fra le parti, inasprisce i toni e rende più difficile da far digerire agli elettori eventuali accordi post-voto: di sicuro il PD non potrà permettersi di appiattirsi per lungo tempo sull’agenda di Monti, cosa che viceversa avrebbe potuto fare più agevolmente, se il professore si fosse tenuto lontano dalla mischia.

    D’altra parte la politica è fatta così. Difficilmente ci sono percorsi sicuri: ogni scelta offre dei vantaggi e comporta dei rischi. Questo spiega, se non altro, il tortuoso cammino di Monti, la sofferta decisione di buttarsi in politica, l’irritazione di Napolitano (che giustamente da un governo tecnico e istituzionale, non votato da nessuno, pretendeva come minimo che fosse e restasse al di sopra delle parti), la decisione di costituire una lista unica al Senato e l’inizio di questa campagna elettorale, con dichiarazioni volte contro l’ala critica della coalizione di sinistra, nel tentativo di lanciare qualche doverosa scaramuccia, ma senza esasperare Bersani oltre al limite. La sensazione, tuttavia è che il professore si stia muovendo sul filo del rasoio, e che, a destra o manca, prima poi la situazione rischi di sfuggirgli di mano.

     

    Andrea Giannini

  • Il programma di Mario Monti per le elezioni politiche del 2013

    Il programma di Mario Monti per le elezioni politiche del 2013

    Mario MontiSe Monti non si è schierato apertamente con Casini e Montezemolo, è solo perché i sondaggi non lasciavano presagire un consenso popolare lusinghiero: anzi, se persino il PDL avesse preso più voti di una ipotetica “lista Monti”, la bocciatura per le politiche dell’esecutivo attualmente dimissionario avrebbero compromesso ogni possibilità di riproporle. Pertanto il premier ha deciso di giocare, ancora una volta, in modo “sporco”: ha lanciato un programma e ha invitato i partiti disposti a sostenerlo a proporgli eventuali incarichi, ovviamente dopo le elezioni.

    Non c’è, in questo, alcun cambio di metodo significativo, alcuna valorizzazione dei temi concreti a scapito degli schieramenti. Viene solo indicata alle forze politiche la strada da seguire. A UDC e PD è proposta  una coalizione post elettorale a sostegno dell’agenda dell’uomo della Bocconi; il nemico da contrastare è individuato in tutte quelle forze populiste, estremiste o come volete chiamarle, che vanno da Berlusconi a Grillo; ed infine si lasciano poche alternative al partito di Vendola, che teoricamente appoggia Bersani, ma con qualche mal di pancia.

    Per Monti e il suo programma, allo stato attuale, non era possibile una soluzione migliore. La legge elettorale non è stata riformata a causa delle paure contrapposte delle varie forze politiche: pertanto il rischio che chi vinca le elezioni si ritrovi ostaggio delle opposizioni al Senato (grossomodo come accadde a Prodi nel 2006) è concreto. A questo punto, se farsi eleggere direttamente sarebbe stato certo impossibile, non è detto che lo sia altrettanto il tentativo di acquisire alla propria causa forze politiche che potrebbero avere un alto consenso. Al contrario, avendo già il pieno sostegno dell’UDC, ottenere l’appoggio del PD è un obiettivo ampiamente alla portata.

    A sinistra si sono sempre fatti fregare da Berlusconi: possono farsi fregare anche da Monti, dato che le ragioni della realpolitik esercitano un fascino perverso su quei dirigenti che anche oggi si fregano le mani all’idea di farsi belli grazie alla figura competente del professore. Poi c’è il disagio dei piddini ex-democristiani, che smaniano per staccarsi dai sindacati e avvicinarsi a Casini; c’è un’eredità storica fortemente pro-euro che risale a Romano Prodi; ed infine c’è il problema di come porsi con l’elettorato di sinistra, che aspetta speranzoso politiche meno austere e a cui non bisogna togliere queste illusioni a due mesi dal voto (ma per il quale occorre anche avere una scusa pronta, quando si ritornerà di gran carriera all’agenda Monti).

    E’ in questo contesto che va valutato il programma del professore  “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa”. Che non è solo “molto generico”, utile per “smarcarsi da riforme che inevitabilmente scontentano qualcuno” e “per non impegnarsi e lasciare poi la strada ad accordi dopo il voto”, come lo ha definito giustamente Tito Boeri. Soprattutto è stato scritto per piacere a sinistra. Ecco perché il documento contiene frasi come: “di per sé l’Europa non limita i modi in cui si possono perseguire fini sociali e di equità, ma impedisce di finanziarli con una illimitata creazione di debito”. Ecco perché richiama, a livello europeo, una “maggiore solidarietà finanziaria attraverso forme di condivisione del rischio” e “maggiore attenzione alla inclusione sociale”. Ecco perché si parla di abbassamento delle tasse (sempre che si mantengano i conti in ordine), di possibili investimenti attraverso un miglior utilizzo dei fondi europei, di utilità del servizio sanitario nazionale, di provvedimenti a favore di esodati, giovani, over 55, donne, ambiente, internet, istruzione, ricerca, e ammortizzatori sociali. Ecco perché si avanza persino l’ipotesi di uno studio su “come creare un reddito di sostentamento minimo”, anche se “condizionato alla partecipazione a misure di formazione e di inserimento professionale”.

    In questo modo gli slogan del PD ottengono l’avvallo esplicito di Monti e, quindi, immediata credibilità: l’elettorato di sinistra avrà ottimi motivi per credere che sia possibile coniugare euro, rigore, crescita ed equità; e dopo le elezioni non sarà un problema – magari – conferire al premier dimissionario il ministero dell’economia. Non è detto che questo basti per raggiungere l’obiettivo, che è sempre quello di dare abbastanza seggi al Senato (cioè governabilità) ad una maggioranza europeista, disposta quindi a fare sacrifici nel nome della moneta unica: ma ci sono buone possibilità. Il problema è cosa succederà, dopo le elezioni, quando ci si dovrà confrontare con la realtà.

    Andrea Giannini

  • Destra e Sinistra, addio: spazio a “moderati” e “populisti”

    Destra e Sinistra, addio: spazio a “moderati” e “populisti”

    Non so se ve ne siete accorti, ma nonostante le imminenti elezioni i termini “destra” e “sinistra” sono praticamente scomparsi dal dibattito politico. Non sarà una sorpresa per chi fosse convinto che siano idee morte ormai da diverso tempo: ma io non sono fra i sostenitori di questa tesi. Penso invece che queste categorie, almeno in termini ideologici astratti, abbiano ancora un peso attualissimo: è (o dovrebbe essere) di destra chi si riconosce nell’ordine, nella legalità, nel tentativo di preservare i valori preesistenti, in un’interpretazione minimale del ruolo dello Stato e in una visione che assegna una funzione sociale positiva alla libera iniziativa individuale; al contrario è (o dovrebbe essere) di sinistra chi si riconosce nella cultura, nell’associazionismo spontaneo, nelle idee nuove, nell’impatto positivo della spesa pubblica e nell’uguaglianza sociale.

    Come si vede, sono punti di vista che occasionalmente possono anche convergere, ma che certo danno esiti ben diversi quando si prende in considerazione l’attualità politica, sociale, economica, fiscale, ambientale, religiosa, e via dicendo. Pertanto, anche se non si tratta sicuramente di una inderogabile legge di natura, bisogna ammettere che la distinzione ha quantomeno il pregio di definire un orizzonte di valori concretamente individuabili; un orizzonte tale, anzi, da garantire il senso stesso alla dialettica politica. Esistono partiti, infatti, ed esiste un dibattito politico, se (e solo se) è lecito supporre almeno due ordini distinti e contrapposti di idee, principi, priorità: altrimenti non si capisce bene che senso abbia discutere.

    Eppure oggigiorno la grande narrazione politica non distingue più i partiti in base alla loro collocazione a destra o a sinistra; e tanto meno per la loro ispirazione, sia essa cattolica, riformista, liberale, comunista o fascista. Oramai il mondo si divide in “moderati” e “populisti”: ma cosa designino questi termini – confesso con franchezza – si fatica ad afferrarlo.

    Cos’è un “moderato”? Per la lingua italiana è “moderata” una persona lontana dagli eccessi, che cerca una misura appropriata: un termine, quindi,  positivo, che tuttavia di concreto esprime poco. Viene in mente – se mi passate un paragone filosofico – l’idea della virtù che aveva Aristotele, secondo il quale l’uomo virtuoso sarebbe colui che si pone nel giusto mezzo (cioè sono coraggioso, se non sono né temerario né codardo): tutto molto bello – ricordo diceva il mio professore di filosofia politica, il compianto Flavio Baroncelli – ma anche assolutamente scontato.

    E’ tautologico che chi fa troppo e chi fa poco sbagli, essendo che i termini della lingua italiana “troppo” e “poco” esprimono appunto l’idea di mancare, per eccesso o per difetto, la misura giusta. E’ come dire “è bravo chi fa bene” oppure “è disonesto chi si comporta disonestamente”: sono entrambe frasi sempre vere da un punto di vista logico, ma da un punto di vista pratico non dicono nulla sulla onestà o disonestà dei comportamenti concreti. Allo stesso modo, a prendere letteralmente una persona che si definisce “moderata”, dovremmo supporre anche che sia moderatamente democratica, moderatamente a favore dei diritti dell’uomo, moderatamente contro la stupro e moderatamente contro l’omicidio; oppure che si nutra ma senza riempirsi la pancia, che si diverta ma senza morire dalle risate e che faccia anche l’amore ma senza strafare. E’ evidente, in buona sostanza, che la parola “moderato”, se non è applicata ad un contesto, non significa proprio nulla.

    Al contrario il termine “populista” ha un’accezione certamente negativa. Generalmente indica chi si appella al popolo ma in modo ruffiano, sfruttandone le pulsioni meno razionali o illudendolo con promesse che non si possono mantenere. Non si capisce bene, però, perché il termine “populista” debba essere preso come opposto di “moderato”.

    Ma se passiamo all’uso della terminologia sul piano politico, tutto diventa improvvisamente chiaro. Negli anni il termine “moderato” ha assunto connotazione centrista, attirando a sé la destra (cosiddetta) “liberale” ed esercitando un grosso fascino anche sulla sinistra (cosiddetta) “riformista”: in soldoni PD e PDL si sono messi a fare comunella con l’UDC (non sfuggirà che stiamo parlando della maggioranza che ha votato tutti i provvedimenti del governo Monti). Queste forze politiche, e l’opinione pubblica che le sostiene, hanno avuto storicamente un rapporto contrastato con gli amici e rivali alle rispettive estremità, vale a dire Lega Nord e Alleanza Nazionale da una parte, e Rifondazione Comunista e Italia Dei Valori dall’altra. Erano questi i famosi “estremisti”, o “radicali”: due appellativi che venivano affibbiati, per lo meno, con un minimo di logica, visto che in effetti nel linguaggio corrente esprimono il principio esattamente contrario a quello della moderazione. Dato che poi dentro al calderone degli “estremisti” rientravano in effetti secessionisti, ex-comunisti ed ex-fascisti, la storia era più semplice da credere: i “moderati” sono per il dialogo, gli “estremisti” per la purezza ideologica, per dividere il paese con le barricate ed impedire la governabilità. Col passare del tempo, però, lo scenario dell’area “radicale” ha cominciato a mutare, fino ad arrivare oggi a comprendere Lega Nord, Italia Dei Valori, Movimento 5 Stelle e (se non si fa fagocitare dal PD) Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola. Questo ensemble, affiancato da una vivace parte dell’opinione pubblica, non è più definibile “estremista”, dato che non ha quasi più legami con le ideologie del passato ed insiste molto sul rispetto della democrazia e della Costituzione (con la sola eccezione forse della Lega).

    Occorreva quindi – ecco il punto – trovare un altro modo per squalificare questi dissenzienti: è per questo che è stato tirato fuori dal cilindro un nuovo appellativo. Chi si richiama alla gente e all’applicazione integrale delle regole non è un semplice e ortodosso democratico, ma diventa un volgare e demagogico “populista”. Il cuore di questa vuota distinzione sta tutto qui: la parte che detiene il controllo del gioco deve accreditarsi come competente, responsabile e credibile, negando alla radice la possibilità di soluzioni politiche alternative.

    Berlusconi e Vendola, che per vari motivi oscillano un po’ a metà tra un fronte e l’altro, saranno promossi a “moderati” quanto meno si metteranno ad ostacolare l’aggregazione di un polo centrale costituito dalle forze dominanti. Non farsi ingannare dai nomi è fondamentale: quello che per alcuni è “essere moderati”, per altri è “essere senza idee”, “piegarsi al compromesso”, “inciuciare”, “paraculismo”.

    Destra e sinistra sono idee diverse di concepire la società messe a confronto: quello tra moderati e populisti, invece, è un dibattito inesistente che serve solo a introdurre subdolamente il pensiero unico. La realtà, d’altronde, l’abbiamo sotto gli occhi ed è avviata proprio su questo percorso: se hanno tutti la medesima visione su come organizzare la società, allora ci si può confrontare solo sugli aspetti tecnici (che attengono, però, guarda caso più al sapere scientifico degli specialisti che al consenso democratico della gente); mentre il dissenso diventa giocoforza un attentato ai fondamentali del vivere civile. E quindi, se supera la soglia di guardia, deve essere represso.

     

    Andrea Giannini

  • Mario Monti, la mossa a sorpresa: Berlusconi e Bersani a confronto

    Mario Monti, la mossa a sorpresa: Berlusconi e Bersani a confronto

    Palazzo ChigiOra che la “politica” è rientrata prepotentemente in scena, con l’ennesima ricandidatura di Berlusconi, le ormai certe elezioni anticipate e la mossa a sorpresa di Mario Monti, pronto anch’egli – pare – ad una vera “discesa in campo”, ci torna finalmente utile aver parlato tanto di problemi economici. Perché possiamo così valutare con maggior cognizione di causa il senso delle scelte dei vari protagonisti: i quali non sono affatto buoni e cattivi nel modo in cui sono comunemente “disegnati”, per dirla alla Jessica Rabbit.

    Prendiamo Berlusconi. Il Cavaliere, anche se in questi giorni prende bastonate da tutti, a partire dai mercati azionari e obbligazionari, non è affatto quella grave minaccia per l’Italia che ci viene raccontata: o quantomeno, se lo è oggi, non è per motivi diversi da cinque o dieci anni fa. Anzi, ormai conosciamo bene il pover’uomo: amante delle belle donne, spregiudicato, ruffiano, viscerale, dotato dell’istinto del piazzista e senza alcuna cultura politica o senso delle istituzioni. Per uno così la politica non è mai stata un obiettivo: se mai, è stata un mezzo, vuoi per ingrandire un ego già gigantesco, vuoi per avvantaggiare le proprie aziende e poi per salvarsi dalle conseguenze giudiziarie della sua stessa mancanza di scrupoli. Per questo si è occupato solo di mantenere quel consenso che gli permettesse o di governare o di condizionare chi governava. E avere un buon consenso per un bravo venditore non è un grosso problema. Disse una volta: «È difficile non andare d’accordo con me: quando c’è qualcuno che ha delle punte mi faccio concavo, quando c’è qualcuno che si ritrae mi faccio convesso». Berlusconi, per ottenere i suoi scopi, ha sempre fatto così: ha anche minacciato, insultato e combattuto, ma soprattutto ha adulato, ha stipulato accordi e ha distribuito doni. Ha cercato, insomma, di dare alla gente quello che voleva, per poi poter fare lui stesso quello che voleva. In questo modo è stato a galla per vent’anni. Alla luce del contesto, dunque, anche questa sua ultima mossa – il ritorno in politica contro l’Europa dei poteri forti – non sorprende. Sempre attento agli umori di quelli con cui si confronta, il Cavaliere ha capito che l’austerità sta generando un malcontento crescente, a partire da molti piccoli e medi imprenditori, che questo malcontento non era ancora stato esplicitamente intercettato e che su questa scia poteva ricostruire un’alleanza con la Lega e fare concorrenza a Beppe Grillo (che non è poi così dichiaratamente euroscettico come potrebbe apparire). E anche se il soggetto rimane comunque spregiudicato, inaffidabile e “unfit to lead Italy” quanto volete, tuttavia il rischio concreto è che il tempo gli dia ragione.

    A questo proposito dovrebbe far riflettere il fatto che quegli stessi giornaloni che per decenni gli hanno tenuto il sacco, bevendosi la storia della “rivoluzione liberale” e prendendolo con serietà mentre cercava di accreditarsi addirittura come leader della destra moderata, oggi lo additino a principale minaccia per la stabilità dell’Europa. Non che mi interessi difendere l’indifendibile Mr. B, ma da quanto ci siamo detti in questa rubrica appare chiaro che questa storia sia tutta un’enorme panzana.

    Sappiamo già, infatti, che i danni fatti dai governi Berlusconi – danni molto grossi sotto altri aspetti – dal punto di vista della crisi macroeconomica non sono assolutamente determinanti: o per lo meno, non sono distinguibili dalla generale inadeguatezza di tutta la classe politica della seconda Repubblica nel suo complesso. Il vero problema è la mancanza di regole nel sistema finanziario privato e, relativamente all’area euro, gli squilibri commerciali nella bilancia dei pagamenti tra paesi membri (cioè il fatto che la esportazioni tedesche verso l’UE non siano bilanciate da altrettante importazioni): certo non sono state le promesse populiste di Berlusconi a far salire il debito pubblico (al contrario – ricordo – negli stessi anni il rapporto debito/PIL scendeva).

    Ma se questo è vero, allora consegue giocoforza che non importa cosa pensino oggi gli elettori e non importa neppure chi avrà vinto le elezioni tra qualche mese: quando la dura realtà presenterà il conto, Berlusconi farà bella figura, perché potrà rivendicare di aver preso posizione contro l’austerità e la gabbia dell’euro. A pagarne le conseguenze resterà come al solito il Partito Democratico, questa supposta “sinistra” che ha tradito la sua vocazione storica e oserei dire anche semantica, che ha preferito coltivare le amicizie in alto più che i rapporti sindacali in basso, e che ha imparato ad illuminarsi per le ragioni più opportunistiche della realpolitik, perdendo ogni legame con l’ispirazione ideale della politica.

    Ancora una volta, infatti, – e veniamo così all’altro protagonista – il piano di Bersani è stato più semplicistico che astuto. Monti – deve aver ragionato il segretario del PD – è stimato da tutti, eppure non gli manca un certo consenso popolare: quindi copiamo il suo programma di rigore (temperato con qualche minimo provvedimento sociale), mandiamo Monti al Quirinale (così tranquillizziamo l’Europa) e poi potremo governare tranquillamente per cinque anni. In questo modo riusciamo sia a continuare a vivere nel mito della sinistra di Prodi “che ci ha portato in Europa”, sia ad accontentare i nostri cari amici imprenditori, che hanno problemi a pagare meno i lavoratori e a disciplinare i sindacati!

    Purtroppo per il nuovo leader della sinistra, fresco di investitura popolare, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Il successo di Monti è stato possibile solo grazie a due condizioni irripetibili:

    a) si è concretizzato nel breve periodo (già nel medio periodo si vedono i danni fatti: e il progressivo calo di consensi del premier sta lì a dimostrarlo);

    b) non ha dovuto fronteggiare un’opposizione politica.

    E’ ovvio, cioè, che la rassegnazione dei cittadini di fronte all’ineluttabilità dell’agenda Monti dipenda molto dall’appoggio incondizionato di tutti i giornali e di tutte le forze politiche. Ma questa concomitanza si può realizzare solo con un governo tecnico da mandare al più presto in soffitta. Nella normale dialettica politica, un governo che metta mano a così tanti tagli e sacrifici, senza che se ne riescano anche solo ad intravvedere i frutti, finirebbe triturato dalle critiche dell’opposizione.

    E qui capiamo anche come mai Monti – il terzo incomodo – stia pensando seriamente di scendere in campo: per strano che sembri, deve andare in soccorso al PD. A seconda di come vince le elezioni, infatti, Bersani si può trovare nella condizione di (prima ipotesi) non avere i numeri per governare e quindi dover fare un’alleanza con il PDL (con Berlusconi a fare l’ago della bilancia); oppure di (seconda ipotesi) riportare una grande vittoria e quindi poter governare da solo con Vendola. Ma anche in questo secondo caso, la possibilità di fare nuove manovre lacrime e sangue sarebbe seriamente a rischio: il combinato costituito dalle forti ed inevitabili pressioni sociali e dalla potenza di fuoco mediatica delle televisioni del Cavaliere potrebbe essere troppo duro da reggere per la maggioranza, che finirebbe presto per perdere pezzi all’estrema sinistra.

    Serve quindi una stampella di centro, cattolica e tecnica insieme, che sottragga voti alla destra e compatti il futuro governo Bersani. Resta solo da vedere che campagna elettorale sfornerà il PD a questo punto. Monti e Berlusconi sulla vera questione politica del momento, cioè la governance europea e l’euro, sono agli antipodi: ma almeno hanno le idee chiare in termini di programmi elettorali (anche se quello del Cavaliere – si sa – non è mai un impegno).

    Ma la sinistra in questo contesto come si colloca? Difficile sostenere Monti per un anno, impegnarsi a proseguire sulla sua strada, continuare a far capire che sarebbe una scelta gradita addirittura per il Quirinale e nel contempo ritrovarselo contro in campagna elettorale. Se Monti ha fatto bene in Europa, allora conviene votare direttamente lui; se non ha fatto bene, allora la sinistra dovrebbe spiegare perché, nonostante questo, lo abbia sostenuto incondizionatamente: e soprattutto perché ora convenga votare il PD. Anche il PDL ha sostenuto Monti, è vero: ma poi ha staccato la spina. E la differenza non è cosa da poco, in campagna elettorale. Pronostico quindi un proseguo logorante per Bersani, come si vede da certe avvisaglie; anche se non credo che il risultato sia in discussione: con ogni probabilità sarà proprio lui il prossimo premier. Certo che, quando c’è di mezzo la sinistra italiana, niente è sicuro.

     

    Andrea Giannini

  • La favola dello spread: il valore scende e la crisi si aggrava

    La favola dello spread: il valore scende e la crisi si aggrava

    Questa settimana lo spread è sceso sotto la soglia psicologica dei 300 punti base. Subito dalla curva della tifoseria occupata dalla grande stampa si è scatenato un tripudio di striscioni e cori da stadio: un’ovazione per Mario Monti, che punta deciso – ha fatto sapere – a quota 287, la metà esatta di quando si insediò l’anno scorso (giusto per poter dire: “Quanto so’ figo? v’ho dimezzato il costo del debito!”).

    Ma il governo italiano, nella fattispecie, c’entra poco: il momentaneo balzo si deve all’annuncio del governo greco di voler investire 10 miliardi per ricomprarsi parte dei bond già emessi, pagandoli in media il 34,1% del loro valore nominale. L’importanza dell’annuncio si deve al fatto che il riacquisto di bond già emessi (in inglese buyback) sia una delle condizioni imposte dalla Troika per sbloccare 240 miliardi di euro di aiuti promessi. A questo si sono aggiunte le voci di un’apertura della Germania ad un’ipotesi di cancellazione di quote del debito greco. Nonostante l’immediata smentita del governo tedesco, ormai i mercati avevano cominciato a trarre le loro conclusioni.

    Se i Greci – questo sarebbe il ragionamento, a quanto ci viene detto – riescono a ottenere un taglio di parte del debito, allora questo nel suo complesso diminuisce (e quindi aumenta la possibilità di ripagarlo) e gli aiuti internazionali si sbloccano (e quindi nuova liquidità da ossigeno ad Atene). In questo modo la Grecia rientrerà in carreggiata, gli spread caleranno ancora, l’euro si salverà e ovviamente ci sarà pace e prosperità per tutti, più 40 vergini a disposizione di ogni uomo (e di ogni donna, così non mi accusate di maschilismo).

    In realtà le cose non stanno così, per motivi che chi segue questa rubrica ha ormai capito (e che hanno capito anche in giro per il mondo). Innanzitutto c’è il solito segreto di Pulcinella (di cui ho già scritto e riscritto): il debito muore pubblico, ma nasce privato. Pertanto, ammesso e non concesso che lo si possa ridurre, si otterrebbe comunque l’unico risultato di tamponare l’effetto senza toccare le cause strutturali. Inoltre vale sempre la pena di ricordare che tagliare 20 miliardi (questo il risparmio previsto) in modo così da potersi indebitare per altri 34 (tanto vale la prima tranche di aiuti) sembrerebbe un modo per aumentare il debito, più che per diminuirlo, come la storia della crisi greca ci ha insegnato finora (ma come avrebbe capito da principio anche il peggior studente di ragioneria delle superiori).

    Per cui i casi sono due: o la Troika è in mano a persone con l’intelligenza della mosca che continua a sbattere sul vetro per uscire dalla finestra, oppure è chiaro che nella storiella c’è qualcosa che non torna. E direi decisamente: “la seconda che hai detto”, per citare Quelo, il santone di Guzzanti.

    Come è noto, infatti, non è la prima volta che si impone ai creditori una ristrutturazione del debito greco. L’ultima fu a marzo di quest’anno, con una riduzione del 75% su un totale di 77 miliardi di euro, che il New York Times definisce giustamente “il più grande default della storia”: perché di questo si tratta. A ben vedere, infatti, se la ristrutturazione di per sé è sicuramente un beneficio per le casse elleniche, vista dall’altra parte, per i creditori, è al contrario una grossa perdita. Per quale motivo, allora, un’istituzione privata dovrebbe accettare perdite nell’ordine del 75% su un credito vantato legalmente? La risposta la sapete già: quand’è che, invece di riavere i 100 euro che avete prestato ad una persona, vi accontentate di 30? Quando valutate realisticamente di non poterne avere di più. Si tratta di una perdita, è chiaro: ma perdere 70 è sempre meglio di perdere 80, 90 o 100. Avete capito quindi cosa pensa tutta l’Europa del debito greco? Che non potrà mai essere ripagato interamente. Altro che ottimismo!

    E poi, scusate: ma se un’istituzione privata (diciamo una banca) va in sofferenza perché un credito (diciamo titoli di Stato greci) viene ripagato solo in parte, cosa succede? O per lo meno, cosa è successo finora in Europa? Le banche sono state abbandonate al loro destino oppure lo Stato è intervenuto per salvarle a costo zero? Immagino che abbiate capito l’antifona. Ma giunti a questo punto, vale la pena fare un ultimo sforzo.

    Ci sono pochi dubbi che a breve, anche se in un modo magari meno plateale, da Bruxelles se ne usciranno con una cosa del genere: “Cari amici Greci, abbiamo sbagliato. Si, è vero: vi abbiamo imposto tagli, sacrifici, austerità, disoccupazione, povertà e vari morti. Ma forse non è servito a nulla. Per cui, scusate tanto: passiamo al piano B. Ah! Sempre amici come prima, eh?”. Ma in realtà quattro anni di commissariamento non sono passati invano.

    Il debito pubblico non è diminuito, anzi: ma la sua composizione è cambiata. Ce lo spiega sempre il New York Times: «Solo nel 2008, tutto il debito governativo o sovrano greco era virtualmente nelle mani dei detentori di bond del settore privato, principalmente banche e fondi di investimento. Ma, in seguito all’intensificarsi della crisi del debito greco e all’intervento delle istituzioni pubbliche, i creditori privati ora ne possiedono solo il 27%». Chiaro il concetto? Non stanno salvando Grecia: si stanno preoccupando solo di chi lasciare col cerino in mano.

    Anche se sentite dire tutti i giorni che non ripagare il debito è immorale, resta pur sempre il fatto che innumerevoli volte succede: ed è per questo, tra l’altro, che un bond greco rende il 15% mentre un bund tedesco ha rendimento quasi negativo; perché il creditore (giustamente) vuole un guadagno maggiore per prestare soldi a chi è percepito come più a rischio di insolvenza. Ma questo significa che il rientro dal credito non è assicurato: se lo fosse, non avrebbe senso pagare interessi molto alti per avere denaro a prestito! Qualsiasi investitore vi dirà che l’investimento sicuro al 100% non esiste. Fa parte del mestiere di chi presta denaro fare la valutazione dei rischi: e se si sbaglia, semplicemente sono problemi suoi. E’ questo dettaglio, messo volutamente in secondo piano, che è decisivo per capire perché è importante l’identità del possessore del debito. Se il creditore è un istituto privato, per quanto potente, il governo può sempre dirgli: “Sai che c’è? I soldi che ti devo, non te li do: ormai sono in default e ne sopporterò le gravi conseguenze. Ma se devo scegliere tra te e le pensioni dei miei cittadini, preferisco le seconde”.

    Al Fondo Monetario Internazionale questo scherzo non lo puoi fare, perché quando ti ha prestato i soldi si è fatto mettere nero su bianco che il suo credito viene prima di quello di tutti gli altri. Alle banche e ai fondi greci, invece, lo scherzo si potrebbe fare: ma sarebbe darsi la zappa sui piedi. I soldi della BCE, poi, sono soldi dei cittadini tedeschi, olandesi, finlandesi, ma anche italiani e spagnoli: e quindi, in ultima analisi, soldi pubblici. All’appello manca solo qualche istituto privato europeo, soprattutto francese, ma in misura minore anche inglese e tedesco. Ecco perché l’agonia della Grecia è proseguita finora.

    Poi, certo: può darsi anche che a Berlino si siano davvero resi conto che il default di Atene segnerebbe la fine dell’euro. E può darsi anche che a Roma pensino davvero che il paese possa salvarsi con l’austerità. Ma resta il fatto che, dal Partenone al Colosseo, la prima esigenza a condizionare ogni strategia anti-crisi è sempre la stessa: evitare il tracollo del settore finanziario privato, scaricando i costi, se necessario, sul settore pubblico, sui contribuenti e sull’economia reale.

    Ecco spiegato il motivo, quindi, per cui lo spread scende proprio mentre si registra una disastrosa performance dell’economia italiana: l’aumento delle tasse e la soppressione degli incentivi, che comprimono i consumi e deprimono l’economia reale, sono necessari per garantire ai conti pubblici, nel breve periodo, di sopportare il costo del salvataggio del settore bancario. Nel medio periodo, però, la diminuzione di PIL richiede un nuovo intervento correttivo e la spirale recessiva prosegue aggravandosi: e in questo modo – lo capisce chiunque – il gioco è destinato a non durare a lungo.

    Insomma, non è il caso di illudersi, come fa Vito Lops del Sole 24 Ore, che addirittura si prende il lusso di canzonare il gota dell’economia mondiale (“le cassandre”) per aver sempre detto quello che puntualmente si sta avverando. Piuttosto dovremmo imparare a guardare lo spread per quello che è diventato: non un indicatore del rischio di default, ma del “rischio” che una democrazia si svegli e che decida di non essere più disposta a pagare per una crisi che non ha causato.

     

    Andrea Giannini

  • Primarie Pd, duello Renzi – Bersani: tanto rumore per nulla

    Primarie Pd, duello Renzi – Bersani: tanto rumore per nulla

    Pier Luigi BersaniL’altro giorno mi telefona mia madre. Solite cose: come stai, cosa ti fai da mangiare, sei ancora vivo, eccetera. Dopodiché l’attualità: «Hai visto le primarie del PD. Le rispondo che le ho seguite un po’ distrattamente e che non conosco nemmeno bene le cifre. «Ma come?», mi dice lei, «proprio tu non ti interessi di queste cose?». Obietto che per potersi interessare bisognerebbe che ci fosse qualcosa di interessante: e per questa battutina acida, ovviamente, mi sento dire che sono il solito disfattista, che non mi va mai bene niente, che c’è stata una grande partecipazione, che la gente ha voglia di votare, che è stato uno smacco per Grillo, più altri qualunquismi vari ed eventuali.

    Intuisco subito allora come, nonostante tutte le mie raccomandazioni, mia madre non abbia perso l’abitudine di tenere il televisore acceso sul TG1. Io ci provo a spiegare a quella brava donna che certe “notizie” non vanno prese per oro colato: ma non c’è verso, perché io sono il figlio saputello e lei deve dimostrarmi che anch’io posso avere torto. Vabbè, che ci volete fare? La mamma è sempre la mamma: se ogni tanto non trova qualcosa da ridire sui figli, che ci sta a fare?

    Dinamiche familiari a parte, però, sarebbe buona cosa non restare appesi a tanto clamore, se poi dietro non c’è nulla. Fino alla settimana scorsa i sondaggi davano il Partito Democratico tra il 28 e il 30 % (comunque in ascesa) e virtualmente prima forza del paese. Niente di strano: per moltissima gente, se non si vota a destra (e sarebbe roba per stomaci forti, di questi tempi…), allora vuol dire che si deve votare a sinistra: quindi PD. Vale la pena ricordare, però, che siamo sempre a una percentuale inferiore rispetto a quella delle ultime elezioni politiche, nel 2008, quando, candidato premier Walter Veltroni, i “progressisti” (si fa per dire) raccolsero il 33,7 % dei voti. E in quell’occasione, tra l’altro, persero miseramente (il PDL prese il 38,2 %).

    Ciononostante bisogna ammettere che il “fattore-primarie”, unico evento degno di nota in un panorama altrimenti dominato dalla monotonia tecnica, ha inevitabilmente catalizzato l’attenzione generale. Ma che si siano rivelate questo clamoroso successo, questo momento di alta partecipazione della società civile, tanto da segnare un arresto per l’avanzata della famigerata “antipolitica” (che poi non si è capito bene cosa sia), è tutto da dimostrare. A quanto pare, infatti, i votanti si sono rivelati alla fine solo 3,1 milioni. Nel 2007, quando tutti sapevano che bisognava solo ratificare la candidatura di Veltroni (75,8 % dei consensi), i votanti furono 3,5 milioni. Nel 2005, quando vinse Romano Prodi (74,1 % dei consensi: anche allora un verdetto già scritto), si presentarono ai gazebo 4,3 milioni di persone (i dati basta andarseli a leggere su Wikipedia). Quindi l’aperto ed incerto duello tra Bersani e Renzi non è bastato a far segnare un trend positivo: anzi, la partecipazione al voto si è mostrata più o meno in linea con il gradimento (sotto i livelli storici) già espresso dai sondaggi. Perché allora improvvisamente la stampa si è messa a gridare al miracolo?

    Un po’ per convincere la gente che la politica non è morta, nella speranza che ci creda (e cercando così di tirare l’ennesima stoccata al solito Grillo); un po’ perché il miracolo, tutto sommato, c’è stato davvero: non è un mistero, infatti, che molti si aspettassero un risultato ben peggiore. Detto questo, resta ancora aperta la questione più importante: il risultato delle primarie darà una svolta alla politica italiana?

    Ecco, sarà anche che sono disfattista, come dice mia madre: ma su questo argomento rimango parecchio scettico. E’ vero che, se vince Renzi, nelle alte e segrete stanze ci sarà un piccolo terremoto, perché gli interessi arroccati attorno al vecchio gruppo dirigente dovranno riposizionarsi. Ma poi? Cos’altro c’è dietro la sfida tra i due leader, a parte appunto lo scontro tra gruppi di potere e la contrapposizione, non particolarmente esaltante, tra “rottamatori” e “usato sicuro”? Mistero.

    A ciò si aggiunga che, ammesso e non concesso che il centro-sinistra (PD + Vendola) riesca alla fine a governare da solo (cosa molto difficile), anche qualora ciò fosse possibile, cosa cambia, se poi le regole di bilancio (e quindi le scelte di governo) sono imposte dalla BCE con una letterina? La gente continua ad aggrapparsi all’illusione che la cura Monti stia per finire e che, insieme con la cara vecchia politica, torni a breve anche la ripresa economica. Ma tutti in Europa sanno che le cose non stanno così, anche se il governo si ostina a negare la realtà (a proposito, non vi viene in mente quel tale che asseriva che i ristoranti erano sempre pieni?). La verità è che siamo solo agli inizi: di tagli ne vedremo ancora tanti, come ci ricordano ogni giorno.

    E’ per questo che l’Europa si fida solo di Monti “Mani di Forbice”; il quale non a caso in questi giorni è al centro di uno scambio di amorosi sensi col Presidente Napolitano, che non perde occasione per accordargli stima e fiducia (e che, se non fosse per la Costituzione sulla quale ha giurato, lo farebbe Re d’Italia). Rassegnatevi. Gli scenari più probabili sono: o un governo politico che prende ordini dalla BCE, oppure un Monti-bis (il quale gli ordini non ha bisogno neanche di farseli dare: è telepatico). Per questo vado dicendo già da parecchio tempo che, prima di discutere di ogni altra cosa, bisognerebbe rimettere in discussione i vincoli europei. Purtroppo la verità è che i primi ad essere contenti di farsi dettare la linea dall’Europa sono gli stessi politici, che in un colpo solo si manlevano da oneri e responsabilità (“ha fatto tutto l’Europa: non c’entriamo niente, noi!”). E difatti, quando sono interpellati sull’argomento, sciorinano le solite supercazzole: “gli Stati Uniti d’Europa” (e come no!), “il sogno europeo” (infatti stanno ancora dormendo), o al più una negoziazione con la Germania per ottenere un fantomatico “allentamento della stretta di austerità”, come ha proposto Bersani. Solo che doveva essere quello interpretato da Crozza: «Oh, ragassi: fateci spendere un pochettino! Siam mica qui a mettere il perizoma al toro da monta».

     

    Andrea Giannini