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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Politica e legalità, rapporto delicato: il ricatto di Silvio Berlusconi

    Politica e legalità, rapporto delicato: il ricatto di Silvio Berlusconi

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013E’ giusto ricordare che la condanna di Berlusconi nel processo Ruby non c’entra nulla col moralismo e la vita sessuale privata. Il Cavaliere ha preso 7 anni in primo grado per due capi di imputazione piuttosto gravi: prostituzione minorile (rapporti sessuali a pagamento con l’allora minorenne Karima el Mahroug) e concussione (abuso della carica di primo ministro al fine di costringere la questura a rilasciare la ragazza). Si tratta di una vicenda talmente semplice e chiara che, se non riguardasse appunto Silvio Berlusconi (allora Presidente del Consiglio, oggi principale socio di maggioranza del governo, nonché proprietario di un discreto impero mediatico), oggi non susciterebbe la benché minima contestazione o polemica. Nessuno infatti crederebbe mai che l’allora premier, impegnato in un vertice internazionale a Parigi, abbia telefonato in piena notte alla questura di Milano solo per accertarsi che una povera ragazza marocchina, che aveva tanto sofferto e a cui lui elargiva denaro per pietà, venisse trattata bene. Tuttavia è proprio perché i fatti sono così scontati e pacifici (anche al di là degli esiti processuali futuri) che il caso diventa un buon esempio per una riflessione più generale sul delicato rapporto tra politica e legalità.

     

    “DARE LA PRECEDENZA”: CHI DEVE EVITARE LO SCONTRO

    Un anno fa, in occasione del ventennale della strage di Via D’Amelio, avevo avuto modo di ricordare la lezione di Paolo Borsellino: la politica e la società civile devono anticipare la magistratura, mettendosi al riparo da comportamenti sospetti e equivoci prima che intervengano le sentenze a sancire i reati. Questo atteggiamento è la migliore garanzia contro il famigerato “cortocircuito mediatico-giudiziario”: se i politici fossero tutti immacolati come gigli ed esenti da ombre, ossia se al primo accenno di un fondato sospetto provvedessero a rassegnare le loro dimissioni, sollecitati in questo dal partito, dai colleghi e dall’opinione pubblica, si eliminerebbe alla radice il rischio che la vita politica possa essere condizionata da un percorso, come quello  giudiziario, che tendenzialmente dovrebbe esserle estraneo.

    In questo senso le lamentele sulla presunta invadenza dei giudici che vengono da destra, e allo stesso modo gli ambigui richiami alla magistratura perché tenga in conto le conseguenze politiche del suo operato (richiami provenienti tanto dalla stampa moderata, quanto talvolta dallo stesso Capo dello Stato), non potrebbero essere più fuori luogo. Se infatti un giudice dovesse calibrare la propria azione in funzione di chi sono i presunti colpevoli, e non semplicemente in funzione di che cosa hanno fatto, applicherebbe la legge diversamente da persona a persona; e quindi negherebbe quel principio per cui la legge è uguale per tutti. Dunque la magistratura ha l’obbligo di essere – per così dire – cieca; di non guardare in faccia a nessuno; di non porsi alcun problema di opportunità (il riserbo, la discrezione e il controllo sulla fuga di notizie sono tutt’altro discorso).

     

    RUOLO DELLA POLITICA E STATO DEL DIBATTITO

    legge_giustiziaUn’altra questione è se stia alla politica porsi problemi di opportunità rispetto all’azione della magistratura. Può sempre capitare, infatti, che in sede giudiziaria emergano anche questioni politiche: un esempio è proprio il caso Snowden, il funzionario del governo americano che, per aver denunciato e rivelato intercettazioni abusive della CIA, è ora accusato di spionaggio (problema giudiziario), invischiato in spinose trattative per l’estradizione (problema diplomatico) e al centro di una rovente polemica sul rapporto tra privacy del cittadino e sicurezza nazionale (problema politico).

    Ciò non significa ovviamente cedere alle parole d’ordine dei difensori d’ufficio del Cavaliere, disposti ad abbracciare qualsiasi giustificazione pur di salvare “il soldato Silvio” e sempre impegnati a invocare la cosiddetta “indipendenza/superiorità della politica” o a paventare il famigerato “schiacciamento della politica sulla magistratura”.

    Infatti i politici sono già autonomi: hanno il compito, una volta eletti, di fare quelle leggi che i magistrati dovranno poi far rispettare; hanno la possibilità di esercitare varie forme di controllo (ad esempio i membri del Consiglio Superiore della Magistratura sono nominati per un terzo dal Parlamento); infine hanno la possibilità di negare l’autorizzazione a procedere, se ritengono che un membro delle camere sia indagato pretestuosamente e solo per fini politici (il famoso fumus persecutionis). La politica pertanto può conservare benissimo la propria autonomia pur collaborando con la magistratura in nome del comune interesse per il rispetto della legalità. Ciò premesso bisogna anche ammettere, tuttavia, che la battaglia per la legalità non esaurisce il senso dell’azione politica.

    E’ questo un rischio che può coinvolgere il “partito trasversale della legalità”, ossia quella folta schiera dell’opinione pubblica coalizzatasi in antitesi a Berlusconi e interessata al tema della questione morale: una rivendicazione altrimenti sacrosanta, infatti, rischia di perdere efficacia, se si spinge fino a fare della “legalità” la bandiera di un partito (come era ad es. per l’Italia dei Valori) o ad individuare nel tradimento di questo valore da parte della classe politica italiana la ragione unilaterale del declino economico del paese. A questo proposito occorre invece dire che “legalità” non può essere un manifesto ideologico, per l’evidente motivo che non ci può essere (almeno formalmente…) un partito dell’illegalità a fare da contraltare in un ipotetico confronto politico. Allo stesso modo, oltre al fatto che nessun economista serio direbbe mai che l’attuale crisi dipenda in primo luogo dall’illegalità (ad es. corruzione ed evasione), il problema è chiaramente di natura diversa anche per un’altra banalissima considerazione: nulla ci assicura che un politico onesto sia anche competente; in altre parole non è possibile salvarsi dal rischio che si prendano decisioni sbagliate o deleterie solo predicando l’onestà. E’ evidente dunque che la legalità non può essere il traguardo, ma deve essere la normalità, la base di partenza su cui andare poi a costruire quella buona politica di cui pure sarebbe doveroso discutere e di cui invece non si parla mai, come se si sapesse già con sicurezza le decisioni che si deve prendere.

     

    RISPETTO DELLA LEGGE vs REALISMO POLITICO

    In un senso più profondo, non solo la legalità è condizione necessaria e non sufficiente, ma in circostanze ben specifiche, codificate e del tutto eccezionali, è possibile e accettabile che la politica si ponga anche in contraddizione rispetto all’azione della magistratura.

    Esiste una ragion di Stato; esistono esigenze di segretezza; si danno questioni di opportunità politica: per tutto questo è previsto, ad esempio, che il Parlamento possa promulgare un’amnistia (pensiamo all’amnistia Togliatti, che rispondeva a esigenze di pacificazione nell’immediato dopoguerra); è previsto anche che il Presidente della Repubblica possa concedere la grazia (di fatto cambiando l’esito di una sentenza); è previsto infine che siano opposte ad un’indagine ragioni di sicurezza nazionale.

    Si tratta ovviamente di casi assolutamente particolari e molto delicati, comunque già contemplati nell’ordinamento vigente. E quello che si è detto fin qui dovrebbe servire a capire perché, appunto, è così raro che il realismo politico si scontri con la legalità: non solo per il rischio intrinseco dato dalla sospensione del normale ordine legale, ma anche perché se una regola è buona (e dobbiamo presumere che lo sia, altrimenti basterebbe cambiarla), raramente infrangendola si producono benefici superiori agli effetti negativi. E per questo stesso motivo l’ipotesi di un salvacondotto per i guai giudiziari di Berlusconi non può essere sostenuta.

     

    COSA DAVVERO È “OPPORTUNO” IN POLITICA

    enrico-lettaNegli ultimi vent’anni abbiamo avuto da una parte un centro-destra militarizzato e asservito agli esclusivi interessi personali del padre-fondatore; dall’altra un centro-sinistra che non ne ha mai votato l’ineleggibilità, non ha neutralizzato il conflitto di interessi e non ha abolito nemmeno una delle tante leggi-vergogna (quando non ha contribuito direttamente a votarle): questo calpestio della legalità si è poi dimostrato giustificato da una qualche ragione di causa maggiore? Il declino morale ed economico del paese sta lì a testimoniare con tutta evidenza che questa ragione non c’era. Farsi governare da chi pensa solo ai propri interessi e da una classe dirigente di presunti oppositori, che crede solo nei maneggi sottobanco e mente spudoratamente ai propri elettori, era piuttosto prevedibilmente una pessima idea, che niente aveva a che fare con il bene del paese.

    La storia oggi non è cambiata. Per la seconda volta consecutiva le due parti governano insieme, dimostrando nei fatti di essersi sempre sorrette a vicenda; e per l’ennesima volta invocano delle finte ragioni di opportunità politica, che sono in realtà ragioni per la sopravvivenza di questa specifica classe politica.

    Per assurdo, cediamo pure al ricatto: ammettiamo di fare davvero quell’amnistia che consenta a Berlusconi di non andare in carcere e al governo Letta di sopravvivere. Ci guadagneremmo – è vero – la tanto sospirata “governabilità”; tuttavia, in che modo la governabilità verrebbe messa a frutto per il bene del paese? L’Italia avrebbe bisogno di recuperare quella sovranità monetaria che oggi è affidata ad una banca europea condizionata dagli interessi preminenti di Berlino; e poi avrebbe bisogno di ingenti investimenti pubblici per stimolare la domanda. Invece, come è stato negli ultimi vent’anni e come è tuttora, è evidente che Berlusconi ritornerebbe a farsi i fatti suoi, mentre Letta proseguirebbe nella rincorsa del sogno “eurista” che sta devastando il paese e nelle deleterie riforme istituzionali che si pongono come obiettivo lo sfascio della Costituzione. Qualche “decreto del fare” o qualche “pacchetto per l’occupazione”, non incidendo sui veri problemi di cui sopra, sarebbero solo un palliativo, o peggio una foglia di fico.

    Insomma: il gioco non vale la candela. Si dimostra quindi che non c’è alcuna ragione di realismo, pragmatismo o opportunismo politico nel tenersi una classe dirigente che non rispetta le regole, visto che in genere il politico non rispetta le regole perché o è un ladro o è un venduto. Ed è normale che il ladro derubi anche chi lo elegge e il venduto venda persino il suo paese.

     

    Andrea Giannini

  • Valletta San Nicola: modifica al Puc e acquisto da parte del Comune

    Valletta San Nicola: modifica al Puc e acquisto da parte del Comune

    Valletta Carbonara San NicolaLe proteste rumorose dei comitati No Tav e dei dipendenti di Tursi, che si sono presi di diritto la prima pagina dell’ultima seduta del Consiglio comunale, hanno fatto passare un po’ sottotraccia un’importante mozione che delinea, con precisione, il futuro della Valletta Carbonara – San Nicola.

    L’area, che si estende per circa 25 mila metri quadrati alle spalle dell’Albergo dei Poveri, potrebbe presto passare nella piena disponibilità del Comune di Genova. Già da tempo, l’amministrazione ha mostrato interesse per il futuro della Valletta rinunciando, ad esempio, al trasloco ai parchi di Nervi della collezione di felci storiche, curata nelle serre di San Nicola da Aster. Ma con l’approvazione, trasversale e quasi unanime (30 voti favorevoli, astenuta Vittoria Musso della Lista Musso e presenti non votanti il presidente Giorgio Guerello e Paolo Veardo del Pd), della mozione presentata in aula da Marianna Pederzolli (giovane consigliere in quota Lista Doria), iniziano a muoversi anche i primi passi concreti. Nel documento, infatti, sindaco e giunta si impegnano a modificare la destinazione d’uso dei terreni all’interno del nuovo Piano urbanistico cittadino, per vincolarli alle loro funzioni di area pubblica a uso florovivaistico, come previsto dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e dalla volontà testamentaria del primo proprietario, Emanuele Brignole.

    «Attualmente – ha spiegato Pederzolli – il Puc qualifica la Valletta come Distretto di Trasformazione Locale. Benché le linee di pianificazione prevedano il mantenimento della vocazione agricola, con questo inquadramento, nulla impedirebbe in un futuro prossimo di modificarne sensibilmente l’assetto fisico, ad esempio con la costruzione di parcheggi e villette. Chiediamo, pertanto, alla giunta di vincolare l’area a una disciplina paesaggistica speciale, che escluda ogni possibilità di nuova edificazione, di variazioni di destinazione d’uso, di ampliamento delle superfici agibili e di allestimento di posti auto di superficie o sotterranei».

    Un vincolo forte, che dovrebbe far perdere all’area qualsiasi valore edile e spingere la Regione, attuale proprietaria attraverso la commissariata Azienda pubblica di servizi alla persona “Emanuele Brignole Sale”, al passaggio definitivo dei terreni nelle mani del Comune di Genova.

    Tanto più che sembra essere venuto meno anche un altro grande ostacolo, come ha annunciato l’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta: «Come previsto dal patto di stabilità, l’area retrostante l’Albergo dei Poveri finora non poteva essere oggetto di compravendite perché interessata da debiti di affitto. Tuttavia, abbiamo da poco sanato questa situazione e mi auguro che nel 2014 potremmo procedere all’acquisto. In caso contrario, cercheremo comunque di stipulare un nuovo contratto di affitto che dia al Comune la piena disponibilità della Valletta».

    Anche se non in tempi rapidissimi, il polmone verde di San Nicola potrà iniziare il suo percorso verso il pieno recupero, dopo anni di progressivo abbandono. Tre le principali linee di sviluppo del progetto di riqualificazione: la prima riguarda la creazione di un circuito di gestione per orti urbani individuali e collettivi; la seconda mira alla valorizzazione delle serre storiche cittadine come poli di educazione ambientale e di attrazione turistica; l’ultima interessa la promozione di ricerca applicata e produzione di ecotipi vegetali tipicamente locali, che possano dar vita a iniziative economiche innovative e sostenibili, grazie alla creatività dell’imprenditoria giovanile in ottica green.

    Valletta Carbonara San Nicola

    Valletta Carbonara San Nicola

     

     

     

     

     

     

     

    La nuova Valletta Carbonara sarà perciò oggetto di un vero e proprio restyling partecipativo, in cui interlocutori privilegiati saranno i cittadini che hanno dato vita al “Comitato Le Serre”, nato proprio con l’obiettivo di prendersi cura del futuro della Valletta, e gli studenti universitari dell’Albergo dei Poveri e dell’Orto botanico di Ateneo.

    Nella stessa mozione approvata in Sala Rossa si delineano alcuni futuri ambiti di intervento concreto. Il primo riguarda la promozione dell’aggregazione sociale attraverso iniziative ecosostenibili, di educazione ambientale finanche ludiche, impostate sul controllo spontaneo da parte degli abitanti che si faranno carico del presidio dello spazio. Un secondo pacchetto di attività dovrebbe essere dedicato all’imprenditoria giovanile: in particolare, all’assegnazione in comodato d’uso gratuito di alcune aree a progetti innovativi nel settore della green economy, della ricerca e della produzione agro-alimentare, nonché in ambito sociale e culturale. Inoltre, si prevede la realizzazione di un Osservatorio del paesaggio rurale, con la regia delle Facoltà umanistiche dell’Università e dell’Orto botanico, che funga da coordinatore e promotore di azioni di valorizzazione del patrimonio culturale, urbanistico e rurale della città. Una sorta di progetto pilota che possa supportare iniziative analoghe in altre realtà genovesi. Infine, la mozione impegna sindaco e giunta a inserire il recuperato complesso della Valletta Carbonara – San Nicola all’interno dei percorsi museali del centro di Genova.

    Consiglio Comunale Genova

    Numerosi gli interventi in Sala Rossa di consiglieri di maggioranza e opposizioni che hanno sostenuto il documento presentato da Pederzolli, non mancando di sottolineare il lodevole impegno della collega più giovane. Oltre ad Antonio Bruno (FdS), che già nello scorso ciclo amministrativo si era prodigato invano per difendere la causa della Valletta, e a Leonardo Chessa (Sel), che ha lodato l’alto valore di un progetto di «democrazia attiva», sono intervenuti anche Gianpaolo Malatesta (Pd), che ha posto l’accento sull’importanza del coinvolgimento degli studenti universitari, e tre consiglieri del Pdl, Lauro, Grillo e Campora. Quest’ultimo, in particolare, si è detto soddisfatto di essersi finalmente trovato di fronte a un’efficace rete di cittadini che non si è fermata soltanto alla protesta e agli «sbraiti in aula, che ormai contraddistinguono tutte le sedute, ma dalla protesta si è passati alla proposta».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Costituzioni anti-fasciste: un ostacolo per l’economia dell’euro zona

    Costituzioni anti-fasciste: un ostacolo per l’economia dell’euro zona

    economia-soldi-D6La notizia della settimana non è né Berlusconi e il pronunciamento della Corte, né Grillo e l’espulsione della senatrice Gambaro.

    Che il Cavaliere abbia una concezione “elastica” del rispetto della legge, che questo gli abbia portato molti guai giudiziari, che abbia cercato di usare il consenso elettorale come riparo da eventuali condanne e che tutto ciò sia un peso per il buon scorrimento della vita politica del paese non sono cose che scopriamo oggi. Se poi Berlusconi, nonostante la sempre più probabile condanna, riesce ad ostentare una relativa tranquillità, allora siamo autorizzati a pensare che qualcuno lo abbia rassicurato con la promessa di un’amnistia o una leggina ad personam: e ciò significherebbe che per il momento non ci sono rischi per la tenuta del governo.

    Discorso analogo si può fare per Beppe Grillo. La sua idea di movimento “guidato” attraverso la rete, la rigidità programmatica, il rifiuto per le scelte di campo ideologiche e l’insofferenza verso la strutturazione interna dei partiti tradizionali sono tutti argomenti già ampiamente dibattuti, a proposito dei quali la mia personale valutazione non si sposta certo per una senatrice che si scopre “grillo-scettica” sulla via di Damasco e che perciò viene espulsa con un voto su internet.

     

    LA “VERA” NOTIZIA DELLA SETTIMANA

    europa-bceNo, la notizia della settimana, più che nelle aperture dei TG o nelle prime pagine dei giornali, bisogna (come al solito) andarsela a cercare. Ed è così che spulciando l’edizione on-line del Fatto Quotidiano capita di imbattersi in un articoletto a firma Luca Pisapia la cui rilevanza per il dibattito politico è inversamente proporzionale alla scarsa visibilità. L’autore in realtà non fa null’altro che riprendere e commentare un report di JP Morgan, il famoso istituto finanziario. Di per sé, dunque, non sembrerebbe esserci nulla di eclatante: in questi tempi di crisi le grandi banche di investimento, giustamente interessate all’andamento dell’economia e alle prospettive per il futuro, diffondono centinaia di documenti simili contenenti analisi, prospettive, grafici, suggerimenti e auspici. Non fosse che nella fattispecie il contributo dei due analisti, Malcolm Barr e David Mackie, si spinge fino a un punto molto importante, ossia fino a delineare quello che viene considerato un ostacolo politico all’integrazione delle economie dell’euro-zona: le costituzioni anti-fasciste.

    Si avete, capito bene: le costituzioni sorte nel dopo guerra, come la nostra, sono un intralcio. I motivi? Vediamoli: «Esecutivi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale del diritto al lavoro; sistemi di costruzione del consenso che favoriscono il clientelismo; e il diritto di protestare, se vengono fatti cambiamenti indesiderati dello status quo politico». Più chiaro di così… Ma siccome repetita iuvant, parafrasiamo il contenuto per i duri d’orecchi.

    Anche se ormai siamo abituati agli attacchi quotidiani cui è sottoposta la nostra carta costituzionale, queste poche righe hanno il pregio di fare chiarezza di tutte le ampollosità e i tecnicismi (semi-presidenzialismo alla francese, camera delle regioni alla tedesca, elezioni diretta al quintuplo turno con golden gol e rigori) che creano un sacco di confusione e ci fanno passare la voglia di capire cosa diavolo stia succedendo. Ed invece è semplice: ci vuole un esecutivo forte, che comandi indisturbato, che prenda finalmente decisioni penalizzanti per i lavoratori, senza che questi possano protestare nelle piazze o presso i politici che hanno eletto. E in questo senso la nostra Costituzione, che ovviamente è stata pensata proprio per proteggere la gente dagli abusi di chi ha il potere, è un intralcio; al contrario un nuovo meraviglioso super-Stato federale europeo lo si può tirare su senza tutte queste fastidiose tutele e questi scoccianti diritti. Certo, potremo sempre votare Tizio, Caio o Sempronio, ma nei fatti sarà la grande ed illuminata élite europea a prendere per noi quelle decisioni, dolorose ma giuste, che noi siamo troppo ottusi per comprendere. Quando dunque sentite dire che la crisi è colpa della “finanza speculativa”, tanto cattiva e tanto brutta, e che l’euro non è il problema, ricordatevi che quella stessa finanza speculativa scrive nero su bianco che l’integrazione europea è cosa gradita: la Costituzione italiana no. Domanda da un milione di euro (o due miliardi di lire): a noi cosa converrà di più? Tenersi la Costituzione o affrettare l’integrazione europea? Ai posteri l’ardua sentenza.

    Ricordo solo che un tempo perseguire determinati fini era considerato golpismo: roba da P2, servizi segreti deviati, neo-fascisti simpatizzanti dei dittatori argentini. Ma questi oggi sono metodi superati: si può ottenere lo stesso risultato con calma e pazienza, senza occupare militarmente le sedi del governo e della televisione, ma convincendo la gente, abituandola a determinati argomenti poco alla volta fino al momento in cui non destano più scandalo. Ci si incontra nelle grandi riunioni, si coordinano le strategie da adottare, e poi si finisce che oggi la politica italiana contro la crisi non fa nulla, ma parla molto – quando si dice il caso… – di riforme costituzionali  e presidenzialismo.

    D’altronde è proprio quello che sta scritto sul report di JP Morgan: «Il test chiave nell’anno a venire sarà l’Italia, dove il nuovo governo ha una chiara opportunità per dare l’avvio a significative riforme politiche». E’ tutto molto semplice e chiaro. E davvero non si capisce che bisogno ci sia di invocare chissà quale teoria del complotto, quando è semplicemente elementare esperienza di vita che chi ha il potere cerchi di tenerselo e che le élite tentino giustamente di fare i loro interessi (ovviamente evitando di pubblicizzarli troppo, perché se no la gente capirebbe subito).

    Ovviamente le contromisure ci sono e sono le solite: la Costituzione appunto, e poi le istituzioni, un’informazione libera, una solida cultura democratica e un sano sospetto verso chi vorrebbe gestire la vita politica al posto nostro. Ma soprattutto bisogna comprendere non tanto chi sia il nemico, ma più semplicemente quali siano i nostri interessi e quali altri interessi siano in gioco. Una dinamica, questa, che dovrebbe essere ormai chiarissima. A meno, certo, di non volersi ostinare a non capire.

     

    Andrea Giannini

  • L’esame di inglese ai politici italiani: errori, gaffe, promossi e bocciati

    L’esame di inglese ai politici italiani: errori, gaffe, promossi e bocciati

    Beppe GrilloSiamo a giugno ed è tempo di pagelle ed esami di maturità. Come se la cavano le personalità italiane più influenti con la lingua inglese? Passerebbero l’anno? Giudicando dai casi che ho preso in esame, il livello di preparazione sembra alquanto carente.

    Partiamo dal nostro ex massimo rappresentante, Silvio Berlusconi. La pronuncia alquanto singolare di United States  (lui li chiama Iunai Steis) non è certo un buon biglietto da visita, ma Silvio prosegue imperterrito trasformando anche but in buzz e and in av … Se a queste sommiamo la sua idea che Google sia in realtà Gogol (chissà, forse è un involontario omaggio all’omonimo scrittore russo)  possiamo desumere che quando parlava dell’importanza delle tre I (inglese, informatica, impresa) il Berlusca stesse pensando a se stesso e a un imminente ritorno tra i banchi di scuola, magari nella classe di Maristella, la compìta maestrina di campagna diventata Ministro della (D)Istruzione. Fail (“bocciato”).

    Meglio non fa il fido scudiero Ignazio La Russa, il quale, durante una conferenza stampa internazionale, dopo aver lasciato gli ultimi rimasugli delle sue unghie sugli specchi, non è in grado di mettere insieme più di cinque parole inglesi e deve infine cedere la parola a un collaboratore. D’altra parte, da un uomo che ha battezzato i suoi figli con i nomi di Geronimo e Apache ci si poteva aspettare che si esprimesse nella lingua di Sitting Bull, “Toro Seduto”, e non in quella di Buffalo Bill e del Generale Custer. Bocciato in inglese, ma promosso in cultura Sioux.

    Un po’ meglio, ma non troppo, se la cava Beppe Grillo, che in modo stentato riesce a comporre qualche frase di senso compiuto in un’intervista all’emittente CNBC. Rimandato.

    Passano l’esame di inglese, invece, Mario Monti ed Enrico Letta. E’ evidente che chi si esercita costantemente in una lingua straniera raggiunge ottimi risultati. I due, frequentatori assidui del blindatissimo, inavvicinabile e ultra-elitario gruppo internazionale Bilderberg, mostrano una buona padronanza dell’inglese. Promossi.

     

    Spostando l’attenzione all’ambito sportivo, per gli allenatori italiani sembra essere di moda – e di aiuto al portafogli – emigrare all’estero. E’ il caso del coach di basket Ettore Messina, entrato nello staff tecnico dei leggendari Los Angeles Lakers nel 2011-2012: il suo inglese è eccellente. Promosso.

    Non benissimo, invece, fece Carlo Ancelotti qualche anno fa: alla prima conferenza stampa da manager del Chelsea Football Club esordì con un I’m joke (letteralmente: “Sono scherzo”), anziché I’m joking (“Sto scherzando”), che fece sorridere i giornalisti presenti. A onor del vero, da quella conferenza stampa il suo inglese è via via migliorato. Promosso.

    In ultimo, non poteva mancare Giovanni Trapattoni. I suoi interventi in un italiano improbabile sono stati per anni fonte d’ispirazione per la trasmissione televisiva comica Mai Dire Gol. E’ stato però all’estero che l’allenatore milanese si è davvero scatenato; in Germania, al termine di una conferenza stampa passata alla storia, affermò: “Ich habe fertig,” che tradotto letteralmente dal tedesco significherebbe: “Io ho pronto” oppure “Io sono terminato”. In Irlanda, dove attualmente allena, si è distinto per la frase: “No say the cat is in the sac when you have not the cat in the sac.” Nell’ilarità generale, l’interprete è andata vicina allo svenimento … Come spiegare ai giornalisti: “Non dire gatto se non l’hai nel sacco?” Inutile sottolineare che pronunciata nel modo in cui è stata formulata da Trapattoni la frase non ha alcun senso. Tuttavia, i presenti sembravano aver compreso, forse grazie alla spontaneità del mitico Trap, a riprova del fatto che la comunicazione è fatta all’ottanta per cento di comunicazione non verbale. Promosso.

    See you!

     

    Daniele Canepa

  • Astensionismo: Pd, Pdl e M5S non convincono gli italiani

    Astensionismo: Pd, Pdl e M5S non convincono gli italiani

    elezioniNessuno ha fatto notare che il grande astensionismo registrato alle ultime elezioni comunali potrebbe anche avere una qualche attinenza anche con la diffusa percezione che le amministrazioni comunali e regionali facciano molto poco per i cittadini. Da una parte ciò si deve sicuramente alla reminiscenza degli scandali tipo Franco Fiorito, che hanno contribuito a consolidare l’idea che il cambio di giunta sia solo il passaggio di testimone tra consorterie di diverso colore, ma tutte comunque dedite al medesimo “magna magna”. Dall’altra parte c’è l’esaurirsi della speranza e della voglia di cambiamento che avevano ingrossato l’onda arancione, responsabile tra 2011 e 2012 delle vittorie di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli e Doria a Genova. Infine c’è il patto di stabilità, che l’ANCI ha sempre denunciato come una delle principali limitazioni all’effettiva autonomia di movimento dei comuni. Ci sono buone ragioni, insomma, perché il cittadino medio si domandi: perché votare, se tanto non serve a nulla?

    Il dato dell’astensionismo deve far riflettere anche sotto un altro punto di vista. I sondaggi nazionali continuano a dare il PDL in vantaggio rispetto al PD, seguito a sua volta da un M5S in caduta. Il voto comunale, però, ha a dir poco affossato sia il partito di Berlusconi che il movimento di Grillo; a riprova del fatto che certamente erano in gioco dinamiche diverse, di tipo locale. Tuttavia lo scarto è troppo marcato perché ci si possa accontentare di una simile spiegazione. In realtà, se il PD ha retto mentre gli altri sprofondavano, ciò non si deve solo ai candidati azzeccati (v. Marino a Roma) o ai disastri delle concorrenza (v. Alemanno sempre a Roma), ma anche al fatto che in questa fase di estrema difficoltà economica ed enorme incertezza politica il partito di Epifani rimane l’unica scelta percorribile.

    I fan di Berlusconi – lo sappiamo – sono uno zoccolo duro consistente (a spanne) in un 25% dei votanti: a meno che il Cavaliere non finisca affossato da qualche scandalo dei suoi, questi fedelissimi risponderanno sempre presente. Tuttavia Berlusconi alla comunali non corre; e alle nazionali sta giocando in senso conservativo, tenendo quel basso profilo che gli consenta di portare a casa il “soccorso rosso” degli alleati per i suoi processi e la tanto sospirata abolizione dell’IMU: abbastanza per permettergli di vivacchiare, ma troppo poco per fare del centro-destra una grande onda in grado di smuovere il paese come ai vecchi tempi.

    Ci si aspettava piuttosto che la mancanza di proposte politiche sarebbe stata colmata dal movimento di Grillo: ma purtroppo anch’egli ha i suoi problemi. Di certo l’atteggiamento della stampa non aiuta. Di certo c’è anche una questione di inesperienza, che è alla base di una serie di errori più o meno evitabili (a riguardo sono in parte d’accordo con l’analisi di Andrea Scanzi). Di certo, infine, c’è una grossa questione di forma, cui facevo accenno giusto la settimana scorsa. Eppure tutto questo non basta a spiegare l’arresto di quella che sembrava già una cavalcata trionfale. C’è di più: al fondo c’è una questione di contenuti. Anzi, è proprio la mancata transizione da movimento a forma-partito che sta alla base della mancata maturazione ideologica del M5S: il quale infatti è fermo ai vecchi cavalli di battaglia del tutto fuorvianti. Vediamone alcuni

    • Spese dei partiti e rimborsi elettorali Restituire 42 milioni è stata senza dubbio una scelta giusta, ma se non se n’è accorto quasi nessuno, non è solo colpa dei giornalisti: il fatto è che la cifra non incide sulle sorti del bilancio statale. L’idea che siano state le spese pazze dei partiti a mandare in rovina l’Italia è semplicemente falsa; e l’arricchimento della classe politica non è un problema di soldi.
    • Reddito di cittadinanza – Insistere sull’elemosina a chi è disoccupato, anziché sul problema dell’occupazione significa fraintendere l’articolo 1 della Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro proprio perché chi lavora è libero, avendo in sé lo strumento del proprio sostentamento; chi invece vive di elemosina dipenderà sempre da chi ha la bontà di fargliela.
    • Modello tedesco e superamento della rappresentanza sindacale – Le simpatie di Grillo per il modello economico e di relazioni sindacali teutonico stanno lì a dimostrare che non c’è alcuna comprensione dei meccanismi della crisi in atto, che ha a che fare piuttosto con la debolezza  dei nostri sindacati.
    • Referendum sull’euro – Secondo alcune stime “Alternative fuer Deutschland”, il partito euroscettico tedesco, potrebbe arrivare sino al 26%: ben più del M5S, in molto meno tempo e semplicemente cercando di dire le cose come stanno. Perché allora non fare una scelta di campo chiara e comprensibile, anziché baloccarsi con salomoniche e improbabili soluzioni?

    Chiarezza e coraggio nei contenuti potrebbero costare qualcosa nel breve periodo: ma oggi la vera rivoluzione si fa sforzandosi semplicemente di dire la verità. E non occorrerà molto tempo per raccoglierne i frutti.

    Per ora, se il M5S non riesce a costruire il rinnovamento e il PDL non è in grado di rievocare gli antichi fasti, all’elettore non rimane che il PD per dare ancora un senso alla fatica di trascinarsi fino alle urne: se non altro, il continuo richiamo alla “responsabilità” serve a dare un perché a questo governo e a questi sacrifici. Ma non può durare: che siano due mesi o due anni, la svolta arriverà. E allora si scoprirà chi oggi sta mentendo.

     

    Andrea Giannini

  • Lobby e think tank in Italia: i segreti della politica e l’assenza di norme

    Lobby e think tank in Italia: i segreti della politica e l’assenza di norme

    ParlamentoFa piacere vedere come il giornalismo italiano abbia riscoperto il gusto per l’inchiesta scomoda. Lo si capisce dal modo in cui viene tallonato Beppe Grillo, al quale i vari Lilly Gruber e Corrado Formigli non mancano di rinfacciare continuamente questioni di democrazia interna,  autoritarismo e indipendenza dei parlamentari. Basta pazientare ancora un po’ e forse queste portentose coscienze critiche della nostra società riusciranno persino ad enucleare quello che è il vero tema della questione (un tema che nessuno avrebbe potuto porre  – tanto per dire – già a maggio dell’anno scorso): e cioè che un leader non eletto che condiziona i suoi parlamentari dall’esterno è un’anomalia politica.

    Nel caso del M5S è difficile, francamente, scorgere particolari finalità eversive. Ciononostante la questione ha una qualche rilevanza dal punto di vista formale: è giusto che Grillo e Casaleggio, due privati cittadini che restano fuori da un’architettura istituzionale fatta di pesi e contrappesi, possano dettare la linea ai parlamentari del loro movimento attraverso il blog? La vita politica, infatti, si svolge entro precisi luoghi istituzionali proprio perché possa essere controllata: se ci spostiamo da quei luoghi non rischiamo, come cittadini, di perdere il controllo? E’ possibile accettare forme di democrazia telematica? Funziona il controllo della rete, oppure a decidere realmente sono Grillo, Casaleggio e – peggio – chi eventualmente riesca a esercitare su di loro una qualche influenza? Sono domande lecite, perché al fondo c’è una questione di democrazia. Però, attenzione: non può valere solo per Grillo.

    Il problema delle influenze esterne, cioè di chi e come tenti di condizionare le scelte dei  rappresentanti eletti e dei funzionari pubblici, è molto importante ed è giusto che venga posto: ma il M5S è piccola cosa rispetto alla vastità del fenomeno. Che, per esempio, comprende il tema del lobbismo.

    Le lobby, cioè libere associazioni che cercano di promuovere interessi di categoria presso il legislatore, sono una realtà di cui in Italia si parla poco. Negli Stati Uniti sono riconosciute e  regolamentate da precisi leggi, oltre che oggetto di un dibattito sempre molto acceso. A livello di Comunità Europea, invece, esiste solo un registro a cui i vari gruppi di pressione possono decidere o meno di iscriversi: un’iniziativa che a quanto pare ha avuto scarso successo, facendo si che l’attività lobbistica tra i palazzi di Bruxelles si svolga in modo piuttosto opaco. Da noi si sono fatte varie proposte, ma l’argomento è delicato: infatti, se da un lato la mancanza di un quadro normativo e di un codice deontologico può lasciare spazio ad un sistema di relazioni “gelatinoso” (in direzione del modello dell’UE), dall’altra un riconoscimento effettivo del ruolo delle lobby può essere il preludio per il consolidamento legale del loro potere (portando verso il modello degli USA).

    Ma sulla scena internazionale non ci sono solo le fantomatiche lobby dei petrolieri e dei banchieri: ci sono anche i cosiddetti “think tank”, cioè fondazioni o associazioni che si occupano di promuovere una riflessione critica su determinati argomenti. E poi ci sono non meglio precisati ibridi. Per lo meno questo è quello che sta scritto sul sito (non si capisce se ufficiale o meno) dell’ultimo raduno del club Bilderberg, che proprio in questi giorni va in scena a Watford, nel Regno Unito: «Il Club Bilderberg” – cito testualmente – “è in parte una lobby, in parte un think tank, in parte un corpo impegnato a delineare linee-guida politiche».

    Oltre al club Bilderberg esistono anche altre “associazioni”: la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute, e in Italia l’Aspen Institute Italia e il think tank Vedrò. Questi “gruppi” non facilmente definibili hanno la caratteristica di includere al loro interno esclusivamente personalità “outstanding”, cioè straordinarie: il che significa essenzialmente uomini di potere, sia esso finanziario, economico, industriale, mediatico, intellettuale o anche politico. L’altra particolarità è la riservatezza delle riunioni: benché tutti sappiano quando si tengono e chi siano gli invitati (il che quindi esclude la connotazione di segretezza), di fatto si svolgono a porte chiuse e ciò impedisce la diffusione all’esterno di quello che è stato detto all’interno.

    Ovviamente tutto ciò ha alimentato varie teorie del complotto, la più famosa delle quali è quella “demo-pluto-giudaico-massonica”. Ma noi cerchiamo di restare ai fatti, a quello che si sa e si può dire con certezza.

    enrico-lettaE’ un fatto che alle riunioni del club Bilderberg abbiano partecipato, tra gli altri, gli ultimi due Presidenti del Consiglio: Mario Monti ed Enrico Letta, i quali quindi sono tenuti alla stessa riservatezza che si chiede agli altri membri. E’ un fatto, d’altra parte, che queste riunioni siano perfettamente legali, perché c’è la libertà d’associazione. Ciononostante è lecito porre una questione: può un ministro della Repubblica, o addirittura un Presidente del Consiglio, partecipare a riunioni riservate senza renderne conto al popolo?

    Non si può obiettare nulla se dei privati istituiscono delle associazioni private e chiedono ai loro membri di rispettare un principio di riservatezza: ma questa stessa riservatezza può esser richiesta a chi svolge ruoli pubblici o rappresenta la nazione? La riservatezza che attiene alla vita privata di ciascuno (privacy) è una cosa; le ragioni di segretezza che sono talvolta indispensabili per il governo di un paese (segreto di Stato) sono un’altra cosa; ma le ragioni di riservatezza di un’associazione privata sono una terza cosa ancora, che non c’entra nulla con le prime due.

    Inoltre il fatto che vi prendano parte esponenti del mondo economico-finanziario, dell’industria, dell’informazione e della politica, cosa che di fatto realizza una concentrazione di potere, desta particolare preoccupazione, perché rischia di mettere in discussione un principio che col complottismo non ha nulla a che vedere. Scriveva infatti Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere». E’ la teorizzazione della separazione dei poteri, alla base della concezione moderna dello Stato di diritto. E’ pur vero che classicamente questa separazione riguarda i poteri politici (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma è anche vero che il principio filosofico e di buon senso che la ispira (chi ha il potere tende ad abusarne) è alla base di varie leggi sul conflitto di interessi e del richiamo continuo all’indipendenza che dovrebbe avere chi fa informazione.

    C’è poi la Costituzione. L’art. 54 dice: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». L’art. 98, poi, recita: «I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione». Insomma, è evidente che chi cura gli interessi delle élite non può curare gli interessi pubblici in uno Stato di diritto, che per sua definizione serve proprio come argine nei confronti del potere del più forte (il quale infatti sopravviverebbe benissimo anche nello Stato di natura). Cos’altro serve allora per ribadire che non si può servire Dio e mammona; per richiamare ad una maggiore separazione, anche formale, tra chi svolge attività pubbliche e chi è inserito in non meglio precisate organizzazioni internazionali d’élite?

    E’ appunto l’indeterminatezza che avvolge queste organizzazioni è fornire un ultimo elemento di perplessità, perché non è ben chiaro cosa facciano o a cosa mirino. Di sicuro non sono assimilabili a semplici lobby, perché non ci sono specifici interessi o particolari categorie di riferimento. E non a caso di solito si richiamano a “mission” del tutto generiche e imprecisate. Ad esempio, sul sito dell’Aspen Italia si parla de “l’approfondimento, la discussione, lo scambio di conoscenze, informazioni e valori”. Ma in concreto, cosa vuol dire?

    L’ex-sottosegretario Michel Martone, che dell’Aspen è un entusiasta frequentatore, ha detto addirittura che scopo dell’associazione è costruire una società più giusta. Dobbiamo credere davvero, dunque, che uomini potenti si rinchiudano in una stanza per studiare come fare il bene degli altri? Forse converrebbe suggerire a questi ingenui che l’occasione sarebbe propizia, piuttosto, per farsi gli affari loro. Anche perché, magari Martone non la sa, ma c’era uno “sfigato” tanti anni fa che aveva inventato un modo molto semplice per costruire una “società più giusta”:

    «Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni» (Mc 10, 17-30).

     

    Andrea Giannini

     

  • Parlare senza dir nulla: il doublespeak al servizio della politica

    Parlare senza dir nulla: il doublespeak al servizio della politica

    enrico-lettaC’è un concetto connesso a quello del politically correct che abbiamo introdotto la scorsa settimana: si chiama doublespeak. Se il politicamente corretto cerca in qualche modo di camuffare o attenuare l’isolamento e l’emarginazione di determinati gruppi trovando delle alternative bizzarre (folically challenged anziché bald, “calvo”) e un po’ improbabili, il doublespeak si configura invece come “linguaggio che non dice nulla”.

    L’origine del termine proviene dal romanzo 1984 di George Orwell, che presenta un modello distopico – l’opposto di utopico – di società, in cui le persone vivono sotto un tiranno, il Grande Fratello o Big Brother, all’interno di un regime totalitario che riforma il linguaggio creando il Newspeak, una nuova lingua più povera di parole, allo scopo di limitare la libera espressione e il libero pensiero e di rafforzare il controllo dello Stato sui singoli individui. Associato al Newspeak è il concetto del Doublethink, l’accettazione simultanea di due idee contrastanti: da qui il nuovo termine doublespeak.

    Sebbene probabilmente non fosse a conoscenza del termine, un grande maestro di doublespeak fu Arnaldo Forlani, vecchio leader DC passato alla storia per essere stato un esponente di spicco dell’ex maggiore partito italiano – forse non così ex, leggendo la storia di chi, mano nella mano, è alla presidenza e vicepresidenza dell’attuale governo –  e anche per aver balbettato con tanto di bava alla bocca delle risposte confuse durante una testimonianza in tribunale in piena Tangentopoli. Durante un’intervista a un periodico, Forlani affermò: “Parlo senza dir niente? Potrei farlo per ore.”

    Proprio nel parlare a vuoto, nel “fingere di comunicare e far sembrare buono ciò che è cattivo, positivo ciò che è negativo, attraente o almeno tollerabile ciò che è spiacevole,” come afferma il linguista americano William Lutz, si trova l’essenza del doublespeak. Per chiarire ulteriormente il concetto, porterò un altro luminoso esempio dal film Full Metal Jacket, capolavoro di Stanley Kubrick sulla guerra in Vietnam. Il protagonista del film, il marine Joker, si trova in una base americana come corrispondente per la rivista Stars and Stripes, molto vicina alle forze armate e al Ministero della Difesa. In una scena, il caporedattore, anch’egli un soldato americano, redarguisce i giornalisti sulla terminologia da usare nella descrizione delle operazioni militari statunitensi. Per esempio, tra i diversi “taglia, sostituisci e cuci,” ordina di rimpiazzare la formula search and destroy – “perquisire e distruggere” – con sweep and clean – “spazzare e pulire”… In effetti la formula assume così un suono più ascoltabile da parte del pubblico.

    Analogamente, per lungo tempo si è parlato di clean bombs, le “bombe pulite”, riguardo agli ordigni termonucleari o di smart bombs, le famose “bombe intelligenti”.

    Senza scomodare gli USA, troviamo bastimenti carichi di doublespeak anche a casa nostra: pensate all’uso proditorio delle parole di origine straniera in italiano per confondere le persone che hanno scarsa padronanza dell’inglese o di altre lingue. I tagli selvaggi sono ora chiamati spending review, i licenziamenti diventano downsizing, la gara per assegnare le frequenze si trasforma in beauty contest. Se si usa la terminologia inglese quante persone riescono a capire? Un ottimistico 20%? Ma non è compito di media e politica parlare in modo chiaro e trasparente a tutti?

    Tornando all’argomento di questo articolo, un paio di mesi fa mi colpì una frase proprio di Letta che, rivolto all’opposizione, la esortava a non rimanere in disparte e a “mescolarsi”. La “mescolanza” intesa dal buon vecchio compagno di partito di Forlani nel senso di “massa informe”, nella quale tutto diventa uguale, nella quale non esistono più le divergenze di opinione e tutti hanno ragione e torto allo stesso tempo, mi ha subito richiamato alla mente il doublespeak, anche se made in Italy… anzi, de’ noantri! See you!

     

    Daniele Canepa

  • Tursi: la Tares e il regolamento per l’occupazione aree pubbliche

    Tursi: la Tares e il regolamento per l’occupazione aree pubbliche

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-DMaggioranza compatta almeno questa settimana in Consiglio comunale. Ma i rapporti burrascosi tra la Giunta e la Sala Rossa hanno avuto modo di emergere anche nel corso dell’ultima seduta nell’aula consigliare di Palazzo Tursi. I motivi di contrasto, questa volta, sono arrivati dalla discussione sull’anticipo della Tares, il tanto chiacchierato tributo comunale sui rifiuti e sui servizi che dovrebbe portare ossigeno vitale alle casse di Amiu. La notizia, prima di tutto. La delibera di Giunta è stata approvata con un’ampia maggioranza, grazie anche ai voti favorevoli del Movimento 5 Stelle: i genovesi, dunque, in attesa di sapere come il governo rimodulerà il balzello, dovranno versare al Comune un anticipo pari all’83% dell’importo previsto lo scorso anno per la Tia.

    Le polemiche, naturalmente, arrivano dal centrodestra, con capofila la pidiellina Lilli Lauro che ha accusato la giunta di aver mentito sul presunto accordo con le associazioni e ha puntato il dito contro l’assessore Miceli reo, a suo dire, di non aver mostrato alcuna disponibilità al confronto.

    Tuttavia, anche il capogruppo del PD, Simone Farello, ha manifestato un leggero mal di pancia, sebbene non nel merito del provvedimento quanto piuttosto riguardo il suo iter amministrativo: «La delibera è doverosa e completa nella sua forma: l’amministrazione ha fatto quello che si doveva fare», ha dichiarato in aula l’ex assessore della giunta Vincenzi, anticipando il voto negativo della maggioranza rispetto a una sospensiva del provvedimento avanzata dal leghista Rixi e, in seguito, bocciata dall’aula. «Non nascondo, però – ha proseguito Farello – che io stesso in Conferenza capigruppo ho manifestato ferma contrarietà a questo nuovo, sbagliato modo di procedere che porta in aula al martedì le delibere passate in giunta il giovedì precedente, limitando così fortemente l’esercizio di controllo da parte del Consiglio. Vi sono certamente situazioni emergenti, ma questo iter non può diventare la norma: su tre delibere, oggi ben due (la seconda è quella con oggetto le farmacie comunali, NdR) hanno vissuto questo procedimento». A dire il vero, come ha sottolineato il presidente Guerello, il documento è stato licenziato dalla giunta nel corso della seduta del 23 maggio ma si è dovuto attendere più di una settimana per la presentazione in commissione a causa di problemi di calendarizzazione. Resta, comunque, il fatto che, nonostante l’impellente necessità di sistemare i conti di Amiu e garantire gli stipendi ai lavoratori, la situazione è stata affrontata con eccessiva fretta e un po’ di confusione.

    Come detto, il M5S si è ancora una volta unito alla maggioranza per un «atto di responsabilità nei confronti dei cittadini che un domani si troverebbero a pagare di più a causa degli interessi bancari che seguirebbero l’accensione di un mutuo per ripianare il bilancio di Amiu», come ha dichiarato il capogruppo Paolo Putti dopo aver precisato la propria contrarietà al balzello in sé e per sé, dal momento che rappresenta uno «scarico di responsabilità da parte del governo centrale sulle spalle delle amministrazioni locali che si rivalgono sui cittadini».

    Grande ilarità, infine, ha suscitato tra i consiglieri la motivazione con cui l’assessore Miceli si è detto costretto a respingere la richiesta di abbassare l’acconto a un ammontare di poco superiore al 70% della Tia versata lo scorso anno: «Il software con cui vengono emesse le bollette – ha spiegato l’assessore al Bilancio – procede per scaglioni di venti punti percentuali. Per una revisione del sistema sarebbe necessario un mese e mezzo di lavoro, andando ben oltre i tempi limite imposti dalla legge per poter prevedere l’acconto».

     

    Occupazione aree pubbliche: le modifiche al regolamento

    piazza-sestri-ponente-DII lavori della seduta ordinaria in Sala Rossa si sono aperti con l’approvazione di alcune modifiche al Regolamento per l’applicazione del canone per l’occupazione di spazi e aree pubbliche (Cosap). Il documento (clicca qui per consultarlo) prettamente tecnico presentato dalla giunta prevede una razionalizzazione delle occupazioni “fuori mercato”, i classici banchetti che si trovano a cadenza settimanale o bisettimanale nelle piazze genovesi, e modifica le modalità di pagamento di tutti mercati merci varie. All’interno della delibera, inoltre, è stato recepito un emendamento (clicca qui per consultarlo) dell’ex assessore Vassallo (PD) che estende le disposizioni a diverse strade cittadine interessate dalla presenza di fiere a cadenza periodica: «Le grandi fiere sono in difficoltà sui banchi periferici – ha spiegato Vassallo – mentre le piccole hanno problemi di concorrenzialità. A Bolzaneto, ad esempio, molti banchi restano vuoti perché con lo stesso prezzo un esercente può recarsi due giorni alla fiera della Spezia. Con questo emendamento si abbassano i prezzi dei banchi in difficoltà che altrimenti resterebbero vuoti: da un lato, dunque, si aiutano gli imprenditori, dall’altro si cerca di rimpinguare le casse comunali proponendo canoni accessibili e concorrenziali».

    Sempre sullo stesso tema, è stato espresso parere favorevole su un ordine del giorno (clicca qui per consultarlo), presentato da Gozzi (PD), che impegna la giunta a modificare le tariffe inserendo un sistema di premialità per i mercati virtuosi che puntano al decoro e al rinnovamento, che vada in un certo qual modo a bilanciare gli ultimi tagli orizzontali del 5% sul precedente ammontare del canone, innalzando la competitività dei mercati.

    È bene precisare che da questa nuova normazione restano fuori i mercati rionali e i dehors, regolamentati ad hoc.

     

    Farmacie comunali: rimane invenduta via Linneo

    L’ultimo provvedimento della giornata riguarda l’approvazione della trasformazione della ragione sociale di Farmacie Genovesi da s.p.a. in s.r.l. Nell’occasione l’assessore al bilancio, Francesco Miceli, ha informato il Consiglio circa l’esito dell’asta per la vendita di tre farmacie comunali: quella di via Modigliani è stata venduta per 221 mila euro, mentre poco più di 423 mila euro sono stati ricavati dalla vendita dell’esercizio di via Coronata; nessuna offerta, invece, è giunta per la farmacia di via Linneo.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio Comunale Genova: trema la Giunta sul biglietto Amt

    Consiglio Comunale Genova: trema la Giunta sul biglietto Amt

    palazzo-tursi-giornalisti-consiglio-DMolto rumore per nulla. Il tanto discusso aumento unitario del biglietto Amt a 1,60 euro non ci sarà. Almeno per ora. Quando tutti erano pronti all’ennesimo dibattito fiume – caratterizzato dalla rinnovata, spiacevole, pratica ostruzionistica di un’infinita moltiplicazione di emendamenti e ordini del giorno, che tanto sa di ritorno a una vetusta, brutta abitudine di fare politica – l’assessore alla Mobilità e Trasporti, Anna Maria Dagnino, ha sparigliato le carte in tavola, ritirando la delibera di Giunta che avrebbe modificato quanto già approvato in Consiglio poco più di un mese fa.

    protesta-amt-consiglio-comunaleA dire il vero, qualche indiscrezione a tale riguardo era circolata già dalle ore immediatamente precedenti la seduta. Ma la certezza si è avuta solamente quando l’assessore Dagnino ha palesato in aula la propria intenzione, ufficialmente a causa della necessità ravvisata dalla Giunta di procedere con un supplemento di indagine sulla questione. Applausi dall’emiciclo e, ancor più fragorosi, dai numerosi dipendenti di Amt, arrivati ad assistere ai lavori del Consiglio e determinati a chiedere un’assunzione di responsabilità a politici e amministratori a fronte dei sacrifici a cui loro stessi si sono sottoposti con la firma dell’ultimo accordo.

    Ma che cosa ha fatto cambiare così repentinamente idea alla Giunta, a sole 24 ore di distanza da un’infuocata seduta di Commissione al termine della quale era, comunque, stata confermata la volontà di discutere il provvedimento in aula?
    A voler essere cattivi, la risposta sembrerebbe ben più che evidente: il timore, o meglio, la quasi certezza di una sonora bocciatura da parte dell’assemblea. Fin dall’appello, infatti, è parso chiaro che la maggioranza non avrebbe potuto raggiungere i numeri per far approvare il provvedimento: alle chiacchierate assenze in quota PD (Veardo e Villa), andava infatti ad aggiungersi quella, non strategica, di Bartolini (Lista Doria), senza considerare la non remota possibilità di qualche franco tiratore.

    La sensazione è che nella maggioranza ben più di un consigliere si stia mangiando le mani per aver approvato il fatidico emendamento del Movimento 5 Stelle che ha di fatto aperto la strada alla doppia tariffa (1,50 euro per il biglietto ordinario, 1,60 euro per il biglietto integrato Amt-Trenitalia). Una sensazione confermata anche dalle parole del capogruppo PD, Simone Farello: «Le difficoltà politiche non derivano solo dal ritiro della delibera ma hanno radici più profonde. Quando una delibera è preparata male, la colpa non è solo della Giunta ma di tutta la maggioranza. Non possiamo continuare ad andare avanti con provvedimenti che ogni quindici giorni rischiano di smentire quelli precedenti: aiuterebbe tutti prendere decisioni definitive sulla dimensione strategica».

    È lo stesso Farello a chiare il futuro prossimo del provvedimento, destinato a tornare in Commissione, così come licenziato dalla Giunta, in tempi piuttosto brevi. Tuttavia, qualche minuto prima, una visibilmente frustrata Dagnino, era stata molto più cauta e vaga circa i prossimi passaggi: «È necessario un ulteriore approfondimento della questione, tenendo anche presenti le rivendicazioni sindacali. Dovremmo riflettere con molta attenzione sul da farsi, ma intanto resta il problema del buco Amt da 750 mila euro».

    Sulla Dagnino, inoltre, si aggira anche lo spettro delle dimissioni: «La decisione è nelle ginocchia di Zeus» ha commentato l’assessore, facendo intendere che tutto sta nella mani del sindaco, che per il momento non sembra essere intenzionato ad azioni clamorose. Anche le parole dell’ex assessore Farello sembrano allontanare il primo rimpasto di Giunta: «Ho molto apprezzato la disponibilità dell’assessore Dagnino al confronto diretto. Nelle prossime decisioni che verranno prese non si dovrà dimenticare la serietà di chi ha portato avanti gli atti, essendo sempre disponibile a metterci la faccia, anche di fronte a scelte impopolari».

    L’unica certezza finora è che sia stata fatta una grande confusione. Se da un lato è vero che in qualche modo sia necessario trovare i fondi per ripianare il buco di bilancio di Amt, è altrettanto vero che non risulta una pratica molto ortodossa cercare di cambiare nel giro di un mese una decisione presa dallo stesso Consiglio. Ad ogni modo, pare non sia finita qui. Anche se a questo punto deve per forza proseguire il cammino verso la doppia tariffa. Per le tempistiche, la palla passa ad Amt.

     

    LA LIQUIDAZIONE DI AMI

    Finita, invece, ufficialmente è l’avventura di Ami (Azienda Mobilità e Infrastrutture). Con 22 voti favorevoli (maggioranza e Udc) e 14 astenuti (centrodestra e M5S) il Consiglio ha approvato la proposta del liquidatore di destinare al Comune di Genova il patrimonio di 516 mila azioni di Genova Parcheggi e i beni immobiliari della “bad company” di Amt, che si occupava di manutenzione e innovazione di mezzi pubblici e infrastrutture destinate ai parcheggi. Anche in questo caso qualche strascico polemico da parte degli astenuti che chiedevano di vincolare i beni liquidati alla patrimonializzazione di Amt: proposta non accolta dall’assessore al Bilancio Miceli.

     

    TORNANO LE ORDINANZE ANTI ALCOOL

    palazzo-tursi-rixi-edoardo-lega-D4La non facile giornata della Giunta in Consiglio comunale è confermata anche dall’approvazione da parte della Sala Rossa di una mozione proposta dal leghista Rixi, passata a maggioranza strettissima nonostante il parere contrario di sindaco e assessori. Il consigliere, modificando leggermente una proposta della scorsa estate, ha impegnato il sindaco a “dare corso, dopo incontri e valutazioni di concerto con i Municipi ed i medesimi residenti, a nuove ordinanze ‘anti-alcool’, secondo le criticità che verranno indicate da ogni delegazione investita dal problema”.
    Il parere negativo espresso dall’assessore a Legalità e diritti, Elena Fiorini, riguardava un duplice aspetto. Il primo, ovvero l’esplicitazione nel testo della mozione del riferimento alla comunità ecuadoriana di Sampierdarena che avrebbe negato la trasversalità di questa piaga sociale, è venuto meno in seguito alla rimozione del richiamo concordata con lo stesso consigliere proponente. Il secondo, invece, riguardava la presupposta limitatezza nell’individuazione delle sole ordinanze anti-alcool come strumento di intervento, ma è rimasto inalterato nel documento definitivo, approvato con 17 voti a favore (Idv, centro destra, Udc, Rixi, Baroni, e i consiglieri PD Caratozzolo, Gozzi, Lodi, Pandolfo e Vassallo), 14 contrari (i restanti consiglieri Pd, Sel, Lista Doria, il presidente Guerello e il sindaco Doria) e 4 astenuti (M5S).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ingegneria Navale, no al trasferimento: l’iniziativa dei politici genovesi

    Ingegneria Navale, no al trasferimento: l’iniziativa dei politici genovesi

    nave-container-DILa questione del possibile trasferimento di Ingegneria Navale da Genova a La Spezia è tema di discussione ormai da diverse settimane. La notizia è che un gruppo di giovani politici attivi a Genova, superando le logiche di partito e di appartenenza politica, hanno deciso di riunirsi promuovendo una petizione per sensibilizzare la cittadinanza sul tema.

    «Come giovani genovesi impegnati in politica abbiamo deciso di attivarci insieme per scongiurare questo progetto che è del tutto errato e controproducente – si legge nel documento redatto da Lorenzo PellerannoFederico Bogliolo, Alberto Pandolfo ed Edoardo Marangoni  – Parliamo con una sola voce perché questo tema travalica le logiche di appartenenza e dobbiamo impegnarci tutti per il bene e per lo sviluppo della nostra città».

    «La storia e il futuro di Genova sono legati indissolubilmente al mare e alle navi: tra impiegati diretti ed indotto, intorno al principale porto italiano, lavorano molte decine di migliaia di persone. Non fu un caso se la Regia Scuola Superiore Navale – da cui tutta la facoltà di Ingegneria dell’Università ha tratto origine – nacque a Genova nel 1870. Sradicarla oggi dalla sua sede storica e naturale significherebbe disperdere un patrimonio culturale e professionale di eccellenze che da più di 140 anni ha un solido rapporto con un territorio».

    Il giovani politici fanno riferimento anche alla proposta avanzata da Fincantieri, una proposta ancora da comprendere nella sua forma, ma sicuramente importante per garantire continuità al rapporto fra la città e la facoltà: «Realizzare a Sestri una forte sinergia fra Fincantieri, il CETENA e tutta la Scuola Politecnica (non solo ingegneria navale) significherebbe anche garantire interessanti prospettive di sviluppo per il futuro della città , del cantiere e dei giovani».

    Per partecipare alla petizione basta inviare una mail all’indirizzo genovaxnavale@gmail.com

     

    Ad oggi, il documento è stato sottoscritto da:

    Lega Nord: Edoardo Rixi (Consigliere Regionale)

    Pd: Mattia Marchesi ( Consigliere Municipio 4 Media Val Bisagno) – Alberto Pandolfo (Consigliere Comunale) – Luisa Cozzio (Consigliere Municipio IX Levante) – Alessandro Costanzo (Consigliere Municipio IX Levante) – Andrea Crocilla (Consigliere Municipio VIII) – Paola Maccagno (Assessore Municipio IX)

    Gente Comune: Fabrizio Ortona (Consigliere Municipio IX Levante)

    Lista Musso: Giulio Gennaro (Consigliere Municipio I Centro Est) – Andrea Grasso  (Municipio I Centro est) – Walter Vassallo (Municipio IX Levante) – Maurizio Moretti (Municipio IX Levante) – Stefano Costa (Consigliere Municipio VIII)

    Lista Doria : Marianna Pederzolli (Consigliere Comunale) – Nerio Farinelli (Presidente Municipio IX)

    Udc : Federico Bogliolo (Municipio IX Levante ) – Edoardo Marangoni (Municipio VIII Medio Levante)

    PDL: Tomaso Giaretti (Consigliere Municipio I)

    Lista Biasotti: Lorenzo Pellerano (Consigliere Regionale)

  • Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    studio-televisivoFare un giro su Youtube di tanto in tanto regala sempre qualche sorpresa. E’ stato così che mi sono imbattuto in una puntata di “Punto e A Capo“, programma di approfondimento in onda su Class TV MSNBC (canale 27) condotto da Marco Gaiazzi. Il tema della trasmissione era l’euro. Si, lo so che non ne potete più di sentirmi parlare della moneta unica; ma in questo caso non mi interessa tanto il contenuto in sé, quanto la forma. In particolar modo vorrei sottolineare due aspetti che hanno attinenza con la qualità dell’informazione che riceviamo: cioè il modo in cui si sviluppa il dibattito televisivo e gli interlocutori che sono chiamati a prendervi parte.

    Cominciamo da questo secondo punto. Era ospite in trasmissione Michele Boldrin, padovano, professore di economia negli Stati Uniti, tra i fondatori di Fare con Oscar Giannino, già editorialista per il Fatto Quotidiano e volto piuttosto noto grazie anche alla frequente presenza in varie salotti televisivi, da Ballarò a Servizio Pubblico. Capisco che in base a questa descrizione il lettore possa essere indotto a fare una serie di equazioni di valore, come: “insegnare economia negli Stati Uniti = competenza e merito”; “partito nuovo = idee fresche”; “Fatto Quotidiano/Servizio Pubblico = area di sinistra”. Temo tuttavia che Boldrin debba essere inquadrato piuttosto come il classico provocatore, impegnato più o meno consapevolmente nella difesa d’ufficio di idee e interessi di parte. Avevo già fatto qualche velato accenno in vari articoli del passato alla possibilità che l’informazione potesse essere condizionata non solo dall’ignoranza degli addetti ai lavori (che è forse il problema principale), ma anche da precisi intenti distorsivi. Ecco: penso che questo sia il caso di Michele Boldrin.

    Quello che squalifica l’economista padovano, tanto per cominciare, non sono le cose che dice, quanto l’atteggiamento che tiene. In tutte le partecipazioni televisive si è sempre distinto per l’arroganza con cui tratta gli interlocutori, che vengono sistematicamente attaccati sul piano personale, incastrati in un’antipatica gara a “chi ce l’ha più lungo” (il curriculum scientifico) e accusati senza mezzi termini di ignoranza. Resta da capire come abbia fatto questo autentico genio dell’economia, che fatica ad abbassarsi al livello dei semplici professori associati, a dare credito ad Oscar Giannino, uno che difficilmente si poteva scambiare per un economista, anche prima che si scoprisse la nota vicenda del finto master.

    Al di là dei modi, tuttavia, anche sul piano teorico le tesi di Boldrin non sembrano molto convincenti. L’economista insiste molto sulle fantomatiche “riforme”, sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa, sul ridimensionamento dello Stato (il che giustifica l’accostamento con i movimenti della destra americana dei Tea Party) e sulla cessione del patrimonio pubblico. Le responsabilità delle banche ci sono, ma, secondo l’economista, dipendono sempre dallo Stato, che le controlla tramite i politici che siedono nelle fondazioni bancarie. Non una parola, invece, sugli squilibri di un sistema finanziario globale senza regole che ha prodotto la crisi dei mutui sub-prime e il crack Lehman Brothers. Allo stesso modo rimane un mistero la benevolenza con cui Boldrin guarda al sistema spagnolo, che pure, a prima vista, sembrerebbe messo peggio del nostro.

    Per inciso, uno così a proposito dell’euro cosa può dire? Ovviamente non può che difendere la moneta unica a spada tratta, replicando i soliti luoghi comuni (cosa che ha aperto spazio all’irrisione e ad una critica serrata da parte di qualche collega). Certo fin qui l’attività divulgativa del (non tanto) simpatico economista padovano potrebbe dipendere soltanto dalla difesa legittima di un’ideologia, che è poi quella della scuola di Chicago, dove Boldrin ha trascorso periodi di studio. Tuttavia, se a pensar male spesso ci si azzecca, qualche spiegazione in più potrebbe venire da ragioni più “prosaiche”. Come è già stato fatto notare, infatti, Boldrin è dentro FEDEA, che, per chi non la conoscesse, è – pensate un po’! – proprio una fondazione ed è sponsorizzata – indovinate un po’! – proprio da banche spagnole.

    Ecco che improvvisamente tutto sembrerebbe assumere un senso: o quantomeno gli inviti a sbarazzarsi in fretta dei cosiddetti “gioielli di famiglia”, se vengono da uno che rappresenta chi movimenta i capitali per comprarli, suonano improvvisamente un po’ più sospetti.

     

    LA QUALITA’ DEI DIBATTITI TELEVISIVI

    In ogni caso, venendo all’altro punto della questione (qualità dei dibattiti televisivi), bisogna dire che, comunque la si pensi su Boldrin, è evidente che se si fa la scelta di invitarlo in trasmissione, non si compie un’operazione neutrale: si definisce anzi un estremo del dibattito in oggetto e si finisce per riconoscere implicitamente a questa posizione una minima dignità e onestà intellettuale; ma soprattutto, una volta che si è fatta questa scelta, poi bisogna anche lasciare che le diverse posizioni siano liberamente dibattute dagli ospiti presenti in studio, perché si possa restituire al pubblico a casa, alla fine, una sintesi convincente.

    Ed invece no. La regola non scritta della televisione italiana è che i dibattiti non devono mai andare al di là della definizione delle due tesi contrapposte; non deve mai emergere un vincitore, perché se no la trasmissione diventa “di parte” e poi “sarà la gente a casa a farsi la sua opinione”; e guai ad approfondire, perché “non bisogna andare troppo sul tecnico”. Così anche il conduttore di punto a capo, il povero Marco Gaiazzi, non si sottrae a questo canovaccio.

    A un certo punto del programma è Claudio Borghi Aquilini ad entrare in polemica con Boldrin, ricordandogli i circa 45 miliardi che l’Italia ha già versato nel cosiddetto Fondo Salva Stati. Boldrin ribatte che le banche italiane rischiano di pagare ben di più in caso di fallimento dei paesi in crisi, perché sono esposte per il 3% su un totale di almeno 1000 miliardi di titoli di Stato europei a rischio. Ha ragione Borghi o ha ragione Boldrin? L’Italia, in quanto contributore netto, in Europa ci sta rimettendo, come vuole Borghi, o tutto sommato paga quello che è giusto che paghi, come vuole Boldrin? Mi sembra un punto interessante; un punto che dovrebbe essere deciso: perché o le cose stanno ad un modo, oppure stanno nell’altro. Tertium non datur.

    E invece Gaiazzi preferisce passare ad un altro ospite e lasciare la querelle in sospeso. Forse che gli spettatori di Class TV, che fa parte del gruppo editoriale di Milano Finanza, non sono interessati ai dati economici? O forse non sono capaci a fare le addizioni o le percentuali? Direi di no. In particolar modo direi che chiunque può capire che il 3% di 1000 è 30; ed è meno di 45. Quindi, ammesso che le cifre date dai due economisti siano giuste, apparentemente ha ragione Borghi. Eppure, stante tutto quello che ho scritto su Boldrin, non è da escludere che avesse altri elementi da aggiungere al dibattito: perché dunque non starlo a sentire? C’era il rischio che si andasse avanti all’infinito? Non mi pare. Allora perché non spendere qualche minuto in più per ascoltare ulteriori dettagli e poi dire: “caro Borghi/Boldrin, mi pare che la matematica smentisca le tue argomentazioni”? Nemmeno di fronte ai freddi numeri si riesce ad avere indipendenza e un briciolo di coraggio intellettuale? Ecco. Spero che da questo esempio appaia chiaro una volta per tutte come si sta comportando l’informazione, le responsabilità che ha, il modo in cui si fa castrare e poi, se serve, il modo in cui si castra anche da sola.

     

    Andrea Giannini

  • Federparchi: l’unificazione degli enti parco in Liguria non è necessaria

    Federparchi: l’unificazione degli enti parco in Liguria non è necessaria

    il verde, la natura,i fiori,l'ambiente,i parchiMentre prendono vita i lavori della commissione tecnica voluta dalla giunta regionale per evidenziare una serie di azioni condivise di razionalizzazione dell’attività dei Parchi liguri, il dibattito sulla ventilata ipotesi di accorpamento degli enti di gestione ha varcato i confini nazionali.

    Chiamata in causa all’inizio di aprile, l’assessore all’Ambiente, Renata Briano, aveva spiegato come la Regione Liguria fosse in attesa di una risposta da parte dei ministeri di Economia e Ambiente circa la necessità o meno di ricomprendere nei tagli imposti dalla spending review anche il sistema degli Enti Parco. Un’attesa che, anche a causa del cambio guardia romano, continua a prolungarsi ma che, a detta del presidente nazionale di Federparchi, Giampiero Sammuri, è del tutto ingiustificata: «La richiesta di un parere ministeriale circa l’obbligatorietà della comprensione del sistema degli Enti Parco all’interno delle norme previste dalla spending review è stata fatta solo dalla Regione Liguria. Al di là della mia opinione sulla forzatura di questa interpretazione del dettato normativo, il fatto che nessun altra Regione si sia mossa in questo senso dovrebbe far nascere quantomeno il sospetto che non sia necessario operare l’unificazione. Generalmente, infatti, Regioni ed enti locali cercano di interpretare le norme a proprio vantaggio: l’intervento nazionale, tutt’al più è un’azione successiva».

    Negli ultimi anni, in Italia, solo due realtà hanno operato nella direzione di un accorpamento degli Enti Parco esistenti sul proprio territorio. Si tratta di Piemonte ed Emilia Romagna che hanno attuato riduzioni di gran lunga meno significative rispetto all’unificazione deliberata dalla Regione Liguria, passando rispettivamente da 24 a 15 enti e da 14 a 8. Inoltre, entrambe le operazioni di parziale accorpamento sono avvenute ben prima dell’avvento della legge nazionale per la riduzione degli sprechi nella spesa pubblica e in maniera del tutto autonoma e indipendente da qualsiasi imposizione governativa.

    «Da quanto c’è la spending review – spiega Sammuri – nessuna Regione italiana ha attuato una riduzione degli Enti di gestione dei Parchi. Non metto in dubbio la necessità di ridurre le spese ma da qui ad annullare l’esistenza degli Enti Parco ne passa di strada». Un po’ come dire: se in Italia questo sistema di gestione è utilizzato ovunque, un motivo dovrà pure esserci.

    Il presidente di Federparchi entra anche nel merito più strettamente economico della questione: «I parchi funzionano bene quando c’è un presidio locale legato al territorio che parla con le amministrazioni e la popolazione residente, valutando i problemi e decidendo come intervenire. Il parco è conoscenza dei problemi, mediazione paziente e presenza sul territorio: bisogna mettere insieme cacciatori e ambientalisti, agricoltori, imprenditori e turisti. Ci vuole un lavoro paziente per fare tutto questo, un lavoro che si fa a costi molto modesti. Un eventuale accorpamento di questi servizi non produrrebbe altro che una sorta di diseconomia. Il presidente di un parco prende un’indennità simbolica: con lo stipendio di un consigliere regionale si pagherebbero tutti i presidenti dei parchi e avanzerebbero anche dei soldi. Un ufficio centrale a Genova sarebbe la soluzione più lontana da tutto questo e non avrebbe nessun effetto di risparmio reale».

    Secondo Sammuri, dunque, vi sono azioni e servizi tipici degli Enti Parco che non possono essere delocalizzati: parlare con le persone, con le categorie, con le associazioni deve restare una peculiarità decentrata e non può essere accorpata per nessuna ragione.

    «Quando si parla di risparmi – conclude il presidente di Federparchi – bisogna parlare di soldi e non fare solo un’operazione di immagine che vada a colpire un’unica realtà. Siamo disponibili a discutere con la Regione Liguria perché, al di là della situazione contingente critica, ovunque lo si possa fare è giusto pensare di poter risparmiare. Ci sono senza dubbio attività che possono essere razionalizzate, pervenendo a un certo risparmio: ad esempio, la gestione degli stipendi e del personale, la realizzazione di un centro unico di acquisto e, volendo, anche di ufficio stampa e promozione centralizzato. Ciò che non si può assolutamente accorpare, però, è la presenza e il confronto col territorio: com’è possibile pensare che il sopralluogo per verificare con mano i danni fatti dai cinghiali sia gestito da un ufficio centrale a Genova?».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Diego Arbore]

  • Consiglio Comunale Genova: sì al Registro delle unioni civili

    Consiglio Comunale Genova: sì al Registro delle unioni civili

    palazzo-tursi-movimento-5-stelle-DIl Consiglio comunale di Genova ha approvato il regolamento del Registro amministrativo delle unioni civili, dopo oltre sette ore di discussione. Ben 69 gli emendamenti presentati al documento proposto dalla Giunta.
    Il commento del sindaco Marco Doria: «Con l’approvazione del regolamento delle unioni civili il Consiglio Comunale realizza uno degli impegni programmatici della maggioranza e della giunta, al termine di un percorso di confronto e discussione ampio e partecipato. Si tratta di una decisione di grande valore civile, pur nei limiti delle competenze amministrative.
    Si riconoscono infatti diritti di persone e legami presenti e diffusi nella nostra società. Ritengo che tali temi debbano essere affrontati anche a livello legislativo.
    Come amministratori siamo impegnati ogni giorno sulle emergenze occupazionali, economiche e sociali e anche per provvedimenti ispirati a valori di civiltà e di cultura. Abbiamo varato recentemente una normativa comunale contro la piaga delle sale da gioco, approviamo stasera il regolamento per il registro delle unioni civili
    »

    Rivivi con noi tutta la giornata dalla Sala Rossa di Palazzo Tursi.

    Simone D’Ambrosio

  • Berlusconi vittima della magistratura? Italiani, sentitevi in colpa!

    Berlusconi vittima della magistratura? Italiani, sentitevi in colpa!

    silvio-berlusconi-2In settimana, commentando la requisitoria della Boccassini sul processo Ruby, Lilly Gruber ha diffuso un sondaggio di Demopolis, secondo il quale ben il 39% degli Italiani penserebbe che Berlusconi sia vittima di un accanimento giudiziario. Al di là della cifra in sé, l’indulgenza che una buona parte del paese indubbiamente concede al Cavaliere è sempre stata usata come pretesto dal PDL per giustificare la sopravvivenza politica di un leader molto compromesso; mentre a sinistra ha indotto ad un altro tipo di considerazione: “se milioni di persone in Italia continuano a credere a Berlusconi, allora gli Italiani sono un popolo di ignoranti”.

    E’ lo snobismo, ancora molto vivo, tipico dei circoli intellettuali de gauche (e anche di quella bassa borghesia che di questi circoli si sente idealmente parte, in nome di chissà quale supposta supremazia culturale). Questa sorta di “appagamento” derivante dall’auto-inclusione nel magico mondo della comunità morale “de’ sinistra” impedisce una vera analisi dei problemi e un processo di critica costruttiva; fa si che al bar si finisca spesso per liquidare ogni questione con un bel: “Signora mia! Il mondo non va perché c’è in giro taaaanta ignoranza”.

    Intendiamoci: per quel che mi riguarda, non è che non sia chiara la vera natura delle cosiddette “cene eleganti”; non è che non sia chiaro cosa ci facessero tutte quelle ragazze, a volte anche minorenni, nelle varie residenze dell’allora Presidente del Consiglio; non è che non sia evidente l’intento della telefonata alla Questura con cui Berlusconi fece si che Ruby venisse affidata a Nicole Minetti. Ciò non toglie, però, che anche il “piddino medio”, quello che si informa leggendo Repubblica perché “è un giornale di sinistra”, che si reputa interclassista e progressista, avrebbe ormai buoni motivi, dopo tutto quello che è successo, per cominciare a dubitare dei propri dirigenti e del modo in cui forma le proprie convinzioni. Infatti, se è vero che è molto difficile credere alla versione di Ruby “piccola fiammiferaia”, è francamente altrettanto difficile capire perché tutti gli intelligentoni di sinistra continuino a negare il dibattito sull’euro, che pure era dichiaratamente un progetto teso alla disciplina di lavoratori e sindacati e che oggi sta evidentemente implodendo. Se quindi c’è dogmatismo nella difesa ad oltranza di Berlusconi, non c’è meno dogmatismo nella difesa ad oltranza di certi totem della sinistra: e dunque non siamo autorizzati a dividere il mondo in buoni e cattivi, o a dare della pancia degli Italiani un’immagine stereotipata e denigratoria.

    Converrebbe smetterla di ragionare per appartenenza e provare piuttosto a guardare le cose per quello che sono. E’ pur vero che nel nostro paese, forse più che all’estero, resistono molte sacche di analfabetismo democratico e politico: ed è qui che probabilmente prospera la propaganda berlusconiana. Tuttavia invito a considerare: chi è responsabile per questo? Siamo noi Italiani ad essere costitutivamente ignoranti, oppure la democrazia passa attraverso l’acculturamento delle masse e questo obiettivo è stato colpevolmente tradito da qualcuno?

    E’ un fatto che l’ignoranza si batta con la cultura: e la cultura si diffonde con l’informazione e una buona scuola pubblica. Siamo sicuri che la scuola pubblica sia stata fatta oggetto di pesanti tagli e di attacchi ideologici solo da una parte politica? Quale ideologia è responsabile di una mal intesa visione egalitaria, che non ha saputo distinguere tra meritocrazia e libera cultura e ha così contribuito all’impoverimento culturale del paese? Anche a sinistra chi è senza peccato scagli la prima pietra.

    Sull’informazione invece non voglio ripetermi, ma invitare solo a considerare questo: il tema del contrasto tra Berlusconi e la giustizia è comunemente trattato dai media come se si potesse fare necessariamente solo un tipo di valutazione, oppure come se fossero possibili pareri diversi? Cioè, dire in televisione “Berlusconi è un perseguitato” è dire un’eresia, come dire “la terra è piatta”; oppure al contrario è semplicemente un punto di vista con diritto di cittadinanza?

    Ovviamente abbiamo esperienza che vale la seconda ipotesi: e anzi, sono soprattutto i giornali cosiddetti “moderati” a trattare la questione con un mal inteso senso di equidistanza che si presta ad equivoci. Se infatti il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore parlano di “pacificazione tra politica e giustizia” come se ci fosse una guerra in atto, indirettamente lasciano intendere ai loro bravi lettori moderati che Berlusconi non abbia poi tutti i torti. Ma c’è di più. Se il Cavaliere non è un perseguitato, allora, visti tutti i processi che ha avuto, c’è la ragionevole presunzione statistica che qualche reato l’abbia commesso per davvero: nel qual caso, non potrebbe essere un interlocutore politico e un alleato credibile.

    Eppure è da vent’anni che la sinistra dialoga con lui: bisogna concludere allora, andando a ritroso, che non c’è la ragionevole sicurezza che si tratti di un delinquente; e dunque, in mezzo a tutti quei processi, qualche pregiudizio di qualche toga rossa ci deve essere per forza. D’altra parte proprio in questo periodo, in cui sul capo di Berlusconi è arrivata una condanna in secondo grado e poi una dura requisitoria preludio di un’altra possibile condanna in primo grado, nel PD, che con Berlusconi governa, non si muove una foglia: anzi, Violante parla di riformare la giustizia, quasi che il problema sia chi l’amministra e non chi la viola; e il capogruppo Speranza teorizza la separazione tra problemi giudiziari e politici. Di fronte a cotanti pareri c’è ancora chi si stupisce che per molti “cosa importa se anche è andato a letto con Ruby”? Le persone non hanno sempre tempo di leggere e approfondire: spesso, per forza di cose, si possono informare solo superficialmente. E’ abbastanza normale quindi che, se Berlusconi viene sempre giustificato non solo dalle sue TV e dai suoi giornali, ma anche dall’opinione pubblica moderata e, nei fatti, dai supposti “avversari” politici, l’atteggiamento più logico e razionale sia quello di pensare che qualche reato l’abbia in effetti commesso, ma anche che non si possa escludere un pregiudizio nei suoi confronti da parte della magistratura.

    Anzi, viste le premesse stupisce molto vedere che per il 51% degli intervistati, cioè – è utile ribadirlo – per la maggioranza assoluta, Berlusconi non si può considerare un perseguitato politico. Vuol dire che gli Italiani non sono poi così scemi come vengono descritti. Al contrario spesso dimostrano di essere più avanti dei loro giornalisti, dei loro intellettuali e dei loro politici.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale, Forti di Genova: il sogno Patrimonio Umanità Unesco

    Consiglio Comunale, Forti di Genova: il sogno Patrimonio Umanità Unesco

    palazzo-tursi-chessa-leonardo-SEL-D«Sono giorni molto tristi per la città, si percepisce un senso di smarrimento che non si attenua, c’è una grande esigenza di capire a fondo il perché di una simile tragedia, di valutarne le cause e di far emergere le eventuali responsabilità». Con queste parole, il presidente Guerello ha aperto martedì pomeriggio la seduta ordinaria del consiglio comunale, rivolgendo, prima del doveroso minuto di raccoglimento, un pensiero ai lavoratori rimasti feriti e al prezioso impegno senza sosta dei soccorritori.

    Tuttavia, proprio la questione porto ha lasciato qualche malumore in Sala Rossa. È il caso del consigliere Stefano Anzalone (Idv), già assessore allo Sport della giunta Vincenzi, che si è visto rifiutare la richiesta di un art. 54 con cui avrebbe voluto chiedere lumi ai suoi successori su eventuali iniziative concrete previste a sostegno delle famiglie colpite dalla tragedia. “Troppe volte nel nostro Paese le Istituzioni hanno espresso la loro completa solidarietà e vicinanza solo a parole – si legge nella nota stampa rilasciata dal consigliere – per tale motivo si voleva conoscere quali azioni fossero state già intraprese o previste nel prossimo futuro”.

     

    È lo stesso Anzalone a spiegarci il significato di queste parole: «Non voleva essere un’interrogazione volta a fare polemica sulla tragedia ma mi sembrava opportuno capire se oltre ai funerali di Stato, dopo i momenti di vicinanza, sostegno e lutto, l’amministrazione avesse previsto delle azioni concrete di sostegno a queste famiglie che assieme al loro caro hanno perso tutto». Proprio in questa direzione il capogruppo dell’Italia dei Valori avanza la proposta di individuare, insieme con l’Autorità portuale, un percorso che possa offrire un’opportunità lavorativa ai componenti delle famiglie colpite dal lutto: «Oltre a quello che ci sarà sotto il profilo assicurativo dal punto di vista del sostegno economico, che avrà comunque tempi lunghissimi, trovare una collocazione lavorativa in tempi rapidi, eventualmente anche nell’ambito della Capitaneria di porto, potrebbe rappresentare un segno efficace della volontà dell’amministrazione di non lasciare sole queste famiglie».

     

    Tra gli argomenti che hanno tenuto banco nella giornata di ieri in Sala Rossa, spicca senza dubbio la situazione di molti lavoratori del terzo settore che dopo un presidio davanti a Palazzo Tursi hanno occupato compostamente gli spazi dell’aula consiliare riservati al pubblico, nonostante all’ordine del giorno non vi fosse alcun provvedimento che li riguardasse direttamente. Tuttavia, è proprio alla loro massiccia presenza che è stata dovuta la prima delle numerose interruzione della giornata, in apertura dei lavori. Come ormai prassi consolidata in questi casi, si è consentito che una rappresentanza dei lavoratori incontrasse la conferenza dei capigruppo per un rapido confronto. Non molti i risultati ottenuti ma, d’altronde, finché non verrà approvato il bilancio comunale previsionale risulta piuttosto proibitivo ottenere risposte certe sul futuro. «Il sindaco si è impegnato a non tagliare il welfare – ha dichiarato Ferdinando Barcellona, portavoce del Forum del terzo settore – ma ad oggi non esiste alcuna garanzia sulla base finanziaria di partenza per questi servizi che ogni giorno a Genova coinvolgono oltre mille lavoratori». Del tema si tornerà a parlare giovedì prossimo, con un ordine del giorno presentato ad hoc nel corso della commissione congiunta Welfare e Bilancio.

    Dopo aver respinto ad ampia maggioranza, compresi i voti del M5S, un ordine del giorno “fuori sacco” con cui il leghista Rixi impegnava il sindaco a riferire al consiglio comunale circa l’iter progettuale per la costruzione della moschea nonché a verificare eventuali irregolarità sui lavori di ristrutturazione nella sede di via Coronata a causa della presenza di amianto, l’aula è passata all’approvazione di alcune modifiche allo statuto di Amiu e Fiera di Genova, immediatamente eseguibili. La maggioranza, invece, ha rischiato di andare sotto su una mozione presentata dal M5S che proponeva una modifica allo statuto dell’associazione Smart City al fine di ampliare la partecipazione attiva della cittadinanza nello sviluppo dei progetti e rivedere i criteri di sorveglianza, soprattutto in ambito occupazionale: la mozione è stata respinta con 16 voti contrari, 15 favorevoli (maggioranza e De Benedictis, Gruppo Misto) e 3 astenuti, tutti della Lista Doria.

    Il pomeriggio si era aperto con diversi articoli 54 che, come di consueto, avevano anticipato i lavori dell’aula. Oltre al restyling di via Buranello, di cui abbiamo già parlato, merita di essere citata l’interrogazione proposta dalla consigliera Vittoria Musso (Lista Musso) circa la riqualificazione dei Forti di Genova. La risposta è stata affidata all’assessore all’Ambiente Valeria Garotta, che ha lanciato l’ambizioso progetto di seguire la strada francese di riconoscimento come patrimonio dell’Unesco. «Siamo in attesa della convocazione del tavolo tecnico con Sovrintendenza e Ministero per avere il via libera all’acquisizione dei Forti da parte del demanio, passo imprescindibile per iniziare il processo di valorizzazione». L’obiettivo dell’amministrazione è quello di realizzare un vero e proprio museo a cielo aperto, puntando fin da subito su nuove attività ricettive nelle strutture meglio conservate, come Forte Sperone e Forte Begato, senza precludere la libera fruizione dei cittadini e cercando di accedere a diversi finanziamenti europei che riguarderanno proprio la riqualificazione dei parchi urbani.

     

    Simone D’Ambrosio