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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Cade il governo Letta? Nessun dramma, i problemi veri sono altri

    Cade il governo Letta? Nessun dramma, i problemi veri sono altri

    Palazzo ChigiOra che siamo sull’orlo di una nuova crisi politica, davvero non ce la faccio a strapparmi i capelli. Sono mesi che cerco di spiegare perché il governo Letta non ha alcun senso: perché si è formato calpestando vergognosamente il responso delle urne, perché pretende di annullare le differenze tra destra e sinistra attraverso una rappresentazione unilaterale della crisi, e perché era già condannato a fine certa sin dall’inizio, avendo legato il proprio destino politico a una promessa di crescita che è un bluff. Tutto questo senza considerare la bomba a orologeria della situazione giudiziaria di Berlusconi: la quale magari è deflagrata prima del previsto, ma che comunque scandiva sin dal principio un ticchettio funesto per il destino dell’esecutivo, sia per la quantità e la serietà dei procedimenti pendenti, sia per la pressante pretesa di impunità del Cavaliere, che non poteva essere ignorata. E con la condanna definitiva era facile prevedere il destino che attende Letta junior.

    Si, lo so che c’è lo spread che sale, la borsa che scende, la credibilità a rischio e gli investitori sconcertati proprio adesso che, grazie al “serio” discorso a New York del nostro “concreto” premier, erano già quasi alle porte del paese con valigie stracolme di denaro da regalare alle nostre imprese. Ma queste obiezioni lasciamole agli altri. Noi sappiamo già come stanno le cose: ed è facile prevedere che la speculazione si farà sentire, ma non ci massacrerà, almeno fintanto che non si capisce che piega prenderanno gli eventi. E qui mi par già di sentire quelli che lamentano la mancanza di “alternative politiche”.

    Ribadiamolo una volta per tutte: le alternative si creano quando si pone in concreto il problema. Dire che non c’è alternativa a PD e PDL, dal momento che questi partiti nelle loro varie mutazioni occupano militarmente la scena politica da vent’anni, è una tautologia, un’ovvietà; ma quando queste forze cominceranno a precipitare, allora si creerà la domanda di nuova offerta politica e si svilupperanno nuove proposte. Lasciamo dunque che i partiti si autodistruggano, se è questo quello che hanno deciso di fare. Altri ne verranno.

    Un’ulteriore obiezione è che, se si andasse alle elezioni senza una nuova legge elettorale, ci sarebbe il rischio di una replica della situazione di questa primavera: ossia un pareggio tra i tre maggiori partiti. Ora, posto che la legge elettorale andrebbe certamente cambiata, non credo che da essa dipendano le future sorti del paese. Innanzitutto non è detto che si vada ad elezioni, perché forse c’è il modo di formare un nuovo esecutivo. Secondariamente, se davvero si dovesse tornare a votare, è difficile che lo scenario non muti radicalmente.

    Proviamo ad immaginare: non solo ci troveremmo un pregiudicato che fa campagna elettorale dagli arresti domiciliari, ma anche – cosa ben più importante – verrebbe sancito il fallimento di Napolitano, che aveva scelto di abbandonare i confini strettamente istituzionali per rivestire un vero e proprio ruolo politico e che, per coerenza con quanto dichiarato il giorno della rielezione, dovrebbe dimettersi. Grillo, dal canto suo, dovrebbe chiedersi seriamente cosa vuol fare da grande, non avendo più le larghe intese come obiettivo polemico. E forse sarebbe il turno di Renzi. Insomma, impossibile prevedere le conseguenze, ma certo tutti sarebbero costretti a fare le loro mosse: per cui  un nuovo stallo non è ipotizzabile.

    Infine qualcuno sostiene che potrebbe persino vincere Berlusconi… ma francamente mi pare una boiata pazzesca. Che Forza Italia 2.0 possa fare più di PD e M5S messi insieme è più che inverosimile, a meno di un suicidio pianificato. E’ pur vero che il Cavaliere mantiene intatto il proprio indice di gradimento nei sondaggi anche dopo la condanna definitiva, ma di che ci stupiamo? Non è forse lo stesso PD che fino a ieri teorizzava la necessità di tenere separati gli esiti giudiziari dal governo del paese?

    No, comunque la si guardi, non è la crisi di governo che deve spaventare: sono altre le cose che fanno davvero paura in questo momento. Ad esempio stiamo assistendo impotenti ad un’assurda svendita di marchi e aziende italiani: una vera e propria deindustrializzazione che garantisce profitti agli acquisitori esteri, mentre consegna a noi un paese sempre più povero. E poi ci sono le inquietanti analogie tra la repubblica di Weimer degli anni ’30 e la Grecia di oggi: una paurosa recessione, un enorme debito pubblico, una politica economica suicida, una popolazione allo stremo e un partito ultra-xenofobo pronto al colpo di Stato.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale, la maggioranza va sotto sui tagli Amt in Val Bisagno

    Consiglio Comunale, la maggioranza va sotto sui tagli Amt in Val Bisagno

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Nulla di clamoroso, per carità. In fondo, si tratta solo di un ordine del giorno “fuori sacco”. Ma il fatto che la maggioranza vada sotto e il consiglio comunale approvi un documento presentato dal Pdl, è già di per sé una notizia. Se il tutto avviene con il voto favorevole di un Consigliere del PD (Claudio Villa), la questione si fa interessante. E se, ancora, il tema in oggetto sono i tagli alle linee Amt in Val Bisagno, viene da sé che il dibattito si faccia piuttosto acceso.

    I fatti, prima di tutto. Nella seduta di ieri pomeriggio, il Consiglio comunale di Genova ha approvato – con 15 voti a favore, 13 contro, 5 astenuti e 1 presente non votante – un ordine del giorno presentato dal capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, che impegna sindaco e giunta a ripristinare le corse della linea 13 Prato – Caricamento durante tutto il giorno e il capolinea della linea 14 in via Dante. Di per sé un atto che dovrebbe essere sostenuto dalle -ormai tanto di moda – larghe intese, visto l’appoggio pressoché universale incassato nei giorni scorsi dalle proteste dei cittadini. Ma la questione è più sottile. Vediamo perché.

    Innanzitutto, il documento presentato in Sala Rossa questa settimana era già stato proposto alla Conferenza dei capigruppo martedì scorso, vista anche la mozione sul tema passata all’unanimità il 16 settembre in Municipio IV Media Val Bisagno. Il Pd, per voce del suo capogruppo, Simone Farello, aveva chiesto il rinvio di sette giorni con l’intenzione di approfondire le questioni in un’apposita commissione, in attesa di avere anche qualche riscontro più preciso da Amt circa gli esiti dell’ennesima riorganizzazione delle rete. Una commissione che, tuttavia, non mai è stata convocata e che, secondo voci di corridoio, avrebbe probabilmente trovato spazio alla fine di questa settimana. L’ordine del giorno, dunque, è stato riproposto ieri mattina, trovando questa volta un netto rifiuto da parte della proponente Lilli Lauro a un nuovo rinvio e giungendo, nel pomeriggio, al voto in aula. Un voto a sorpresa, che ha mostrato ancora una volta una certa fragilità della maggioranza a Palazzo Tursi.

    La corona di franco tiratore del giorno spetta a Claudio Villa, consigliere Pd che ci spiega così il suo voto a favore del documento e contro “la linea di partito” (che, pur condividendo il merito della questione si opponeva al metodo auspicando un preventivo passaggio in Commissione): «Al di là delle appartenenze politiche, condivido questo ordine del giorno perché sono ormai quasi due settimane che sosteniamo i cittadini della Val Bisagno in questa battaglia. È un documento coerente con quanto votato dal Municipio che vuole ripristinare la situazione precedente. L’ordine del giorno si fa semplicemente portavoce della richiesta dei cittadini, era impossibile votare contro. Se poi la questione deve essere affrontata in commissione, ben venga. Ma era un passaggio che andava fatto prima che Amt attuasse questo provvedimento, dando vita a un tavolo di lavoro che potesse portare a una decisione condivisa. Tra l’altro noi dovremmo far di tutto per incentivare le persone all’utilizzo del trasporto pubblico e questo non si fa andando a tagliare gli autobus in zone in cui l’unico trasporto pubblico è quello su gomma».

    I più maligni dicono che il suo comportamento sia motivato soprattutto dalla volontà di ampliare la propria visibilità, addirittura per crearsi un bacino fertile in Val Bisagno in vista delle prossime elezioni regionali. Illazione che lo stesso interessato smentisce seccamente: «Assolutamente no. Credo che ogni qualvolta ci siano dei temi così sentiti dai cittadini si debba andare incontro alle loro istanze. E in questo momento la gente ci chiede di tornare indietro».

    Ma Villa non è l’unica pecora nera. Come tiene a sottolineare Farello, anche gli ingressi ritardati delle consigliere Nicolella e Bartolini (Lista Doria), guarda caso comparse in aula proprio al termine del voto, hanno tanto il profumo di assenza strategica. Senza contare altri voti “persi” dalla maggioranza, come quelli di Pastorino (Sel) e Bruno (FdS), o il presente non votante Chessa (Sel). Astenuto, invece, il Movimento 5 Stelle.

    «Non ci sono grossi drammi politici se la maggioranza non tiene su un documento prettamente amministrativo – sostiene il capogruppo del Pd, Simone Farello – e poi è una tradizione genovese che sulle riorganizzazioni del trasporto pubblico si vada sotto. Credo che il vero problema sia piuttosto un altro: non vorrei che ci stessimo concentrando troppo sul dito invece di guardare la luna. Se interveniamo puntualmente sulle singole linee, rischiamo di perdere di vista l’intera rete Amt. Io ho sempre votato e sempre voterò contro a ordini del giorno che vogliono intervenire su modifiche puntuali, intanto perché spettano all’azienda e poi perché non consentono di tenere presente l’intero assetto della rete pubblica e rischiano di comprometterne l’efficienza».

    L’ex assessore a Mobilità e Traffico del Comune di Genova si dice, comunque, d’accordo con chi sostiene che sia necessario che Amt fornisca dati puntuali circa i cambiamenti che la nuova riorganizzazione ha portato: «Proprio per questo motivo le decisioni vanno prese in commissione, dopo un’attenta analisi complessiva del sistema. Ad esempio, e so di dire una cosa impopolare, con l’arrivo della metropolitana a Brignole era inevitabile l’accorciamento di alcune linee: dovremmo però ragionare sulla frequenza delle corse lungo la valle e sulle colline».

    A sostenere la necessità di un preventivo passaggio in commissione anche Gianpaolo Malatesta, presidente della Commissione Sviluppo Economico e da sempre attivo proprio in Val Bisagno: «Se sei un amministratore come si deve, prima approfondisci la questione in commissione e poi presenti un documento in aula. Persino il Consiglio di Municipio, prima di licenziare la mozione all’unanimità, ha sentito l’assessore e Amt. Anche io voglio sapere quanti chilometri sono stati tagliati in Val Bisagno perché l’unico strumento di trasporto pubblico è la mobilità su gomma, sia a breve che a lunga percorrenza. Il punto però è che affrontando il problema nel modo in cui abbiamo fatto oggi non si riesce a far cogliere l’entità complessiva del taglio fatto da Amt, che è molto grave».

    Raggiante, e non poteva essere altrimenti, Lilli Lauro: «Villa e Malatesta hanno sostenuto la folla su queste richieste. Villa è stato coerente e ha votato a favore, Malatesta si è astenuto. La commissione è doverosa ma prima votiamo e blindiamo questo orientamento, poi vediamo in maniera pratica come riorganizzare le cose. Ora ripristiniamo le linee come hanno chiesto 7 mila cittadini, visto che non c’è uno studio che ne abbia motivato la riduzione. Poi, in commissione, potremo rivalutare le cose in base agli eventuali dati che ci verranno proposti».

    autobus-amt-3Ora la palla passa all’assessore Dagnino e all’azienda che, intanto, da lunedì prossimo dovrebbe rendere operativo il ripristino del capolinea davanti all’uscita della Stazione Brignole, precedentemente interessato dai mezzi Atp. Nel frattempo, non è escluso che venga comunque convocata una Commissione sul tema. Anche perché non è assolutamente detto che l’ordine del giorno si traduca nei fatti in pedisseque disposizioni concrete. Più probabile che aiuti ad accelerare qualche ripensamento, magari partendo proprio dalle tre richieste scritte nero su bianco dal Municipio: l’estensione a tutta la giornata della linea 13 Prato – Caricamento, il ripristino della linea 14 Prato – Via Dante e una verifica sulle modifiche della linea 12 per facilitare l’interscambio con gli altri mezzi e non giungere comunque a una riduzione delle corse. Affianco a ciò, i cittadini, tramite i propri rappresentanti municipali, hanno proposto ad amministratori e azienda di valutare molto attentamente una serie puntale di miglioramenti del trasporto pubblico che potete leggere nel testo della mozione (clicca qui).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Incredibile, il Pd ha una strategia: “Berlusconi, fai cadere il governo!”

    Incredibile, il Pd ha una strategia: “Berlusconi, fai cadere il governo!”

    Enrico LettaQuesta volta sembrerebbe proprio che il PD sia seriamente intenzionato a togliere di mezzo Berlusconi. Di sicuro – l’abbiamo detto – molto, se non tutto, si deve alla presenza del M5S, che rischierebbe di fare man bassa di voti qualora i dirigenti democratici derogassero alla linea dell’anti-berlusconismo. Senza questa concretissima minaccia, probabilmente le cose sarebbero andate come sono sempre andate negli ultimi vent’anni: sarebbe arrivato il soccorso rosso – un escamotage partorito da qualche mente brillante della sinistra italiana – che avrebbe rimesso in sella ancora una volta il Cavaliere dimezzato. Tuttavia, un conto è adattarsi passivamente e contro voglia a una strada segnato, un altro conto è prendere atto della situazione e cercare di sfruttarla a proprio vantaggio. E potrebbe essere che, per una volta, il PD abbia deciso di imboccare questa seconda strada.

    Ovviamente non c’è nulla di concreto: stiamo parlando di sensazioni; e visti i soggetti, ogni previsione è un azzardo. Eppure (starò impazzendo, ma…) pare proprio che questa volta il PD abbia una strategia.

    Si, lo so: sembra assurdo. Proviamo però a riconsiderare le dichiarazioni di queste settimane. Non passa giorno senza che qualcuno non ricordi quali terribili disgrazie ci attendono, se Berlusconi fa cadere il governo: i sacrifici fatti vanificati, il ritorno della recessione, la calata dei lanzichenecchi della Commissione Europea, un paese allo sbando, carestia, povertà, cavallette, terremoti e tutte le sette piaghe d’Egitto. Benché a fare di queste osservazioni non sia il solo governo Letta (che si trova anzi nella buona compagnia di un fronte compatto che va da Bruxelles alla Confindustria), mi pare di scorgere, tuttavia, una strana insistenza da parte degli esponenti del PD, quasi a voler mettere le mani avanti. Se a ciò si aggiunge la reazione di Epifani al video-messaggio di Berlusconi, una reazione tanto più insolitamente dura, quanto più si consideri l’evidente reticenza del Cavaliere di fronte all’ipotesi di staccare la spina al governo Letta, ecco che viene quasi il sospetto che a sinistra qualcuno sia interessato ad accelerare la crisi di governo.

    Si tratterebbe di un retro-pensiero del tutto opposto a quello che appare in facciata: eppure sarebbe un pensiero logico, considerando lo stato dell’economia. Infatti, questa microscopica inversione di tendenza che stiamo registrando – lo sanno tutti, e a maggior ragione non può essere ignorato dai dirigenti del PD – dipende in gran parte dal fatto che gli aggiustamenti fiscali, come l’aumento dell’IVA o la copertura da garantire dopo l’abolizione dell’IMU, sono stati finora rimandati: il che ha permesso un temporaneo allentamento della morsa tributaria a tutto vantaggio dei consumi. Insomma, paradossalmente il governo se la sta cavando proprio perché non sta facendo nulla; non ha fatto cioè quelle “riforme” grazie alle quali, in teoria, il paese dovrebbe star bene, e senza le quali, tuttavia, in pratica sta molto meglio.

    Di converso si rischia di sforare il tetto del 3% di deficit, obiettivo che avevamo raggiunto appena qualche mese fa e che era stato ratificato dall’Unione Europea con la chiusura della procedura di infrazione (sbandierata come un successo della serietà di Letta, ma in realtà diretta conseguenza dei tagli di Monti). Purtroppo l’attuale governo ha una linea troppo filo-europeista per mettere i discussione i rigidi parametri di bilancio imposti da Bruxelles; e il risultato è che Letta e il PD sono stretti tra l’incudine dei piccoli accenni di ripresa, che vanno a scapito dei conti pubblici, e il martello del rigore contabile, che va a scapito dell’economia. In autunno si dovrà fare i conti con la realtà: o si fa contento Olli Rehn con nuove tasse, o si fa contento il paese sforando il deficit. In ogni caso ne uscirebbe del tutto sconfessata la linea dell’esecutivo, che pretende di coniugare il rigore (la famosa “credibilità” a livello europeo) con la crescita.

    Una bella gatta da pelare. Che però Berlusconi potrebbe provvidenzialmente risolvere aprendo la crisi. A quel punto i dirigenti del PD potrebbero scaricare interamente sul Cavaliere ogni responsabilità per i problemi che arriveranno in autunno: “Andava tutto così bene! Se solo quel conclamato evasore di Berlusconi non avesse smesso di sostenere il governo, avremmo potuto continuare nel risanamento, migliorando i conti pubblici, consolidando la crescita, rafforzando la nostra credibilità…” e via col vento delle panzane.

    Il piano potrebbe essere già pronto: “scouting” selvaggio a scapito del M5S (ossia una sfacciata compravendita di parlamentari), combinato con una martellante campagna mediatica sui rischi dell’ingovernabilità. A quel punto i grillini potrebbero spaccarsi sull’esigenza di dare un governo al paese, e una parte di essi potrebbe andare a sostenere un nuovo esecutivo a guida PD. In quest’ottica assumerebbe senso anche la decisione di Napolitano di nominare quattro senatori a vita, utili proprio a rimpolpare i voti di una nuova ipotetica maggioranza.

    Se il piano non avesse successo, invece, si  tornerebbe alle urne, con esiti incerti: ma almeno il PD eviterebbe di venire asfaltato, tornando dagli elettori con il carico di un’alleanza impresentabile fortemente voluta e finita male, un europeismo sterile e controproducente, ed infine un’economia italiana, di cui la Costa Concordia sarebbe davvero lo specchio più fedele. E’ stata risollevata, è vero: ma solo per essere demolita.

     

    Andrea Giannini

  • Crisi, cercasi dibattito serio: il punto dopo la telenovela estiva

    Crisi, cercasi dibattito serio: il punto dopo la telenovela estiva

    futuroL’estate ci ha lasciato in eredità tanti temi politici di cui discutere: l’incerto futuro del pregiudicato Berlusconi, la conseguente fragilità e inconsistenza del governo Letta-cunctator, le manovre per smantellare la Costituzione, lo psico-dramma della “instabilità politica”, il “protagonismo” di Napolitano, l’inarrestabile ascesa di Renzi, i dilemmi in casa 5 stelle per un’improbabile futura alleanza con il PD, la “abolizione” dell’IMU, le agghiaccianti ipotesi del ministro dell’economia circa nuove svendite del patrimonio pubblico, l’approssimarsi del cruciale appuntamento delle elezioni tedesche, ed infine i venti di guerra in Siria. Tuttavia entrare nel dettaglio di questi temi senza avere prima riepilogato il quadro generale, lo scenario sullo sfondo del quale si agita tutto questo balletto, significa occuparsi della pagliuzza ignorando la trave. E la trave oggi è il dibattito economico sulle ragioni e il superamento della crisi.

    Come siamo finiti in recessione? Come (e quando) ne usciamo? Dalla risposta a queste domande dipendono evidentemente le politiche economiche che vengono elaborate in risposta alla crisi; cioè quelle stesse politiche che poi vengono somministrate ai paesi in difficoltà come il nostro. Il che genera, com’è naturale attendersi, un dibattito molto acceso tra gli economisti. Eppure, nonostante l’evidente impatto di questa discussione per il nostro immediato tenore di vita, un’opinione pubblica distratta e impreparata ne rimane del tutto all’oscuro oppure ne ricava una visione completamente distorta.

    Questa anomalia è la chiave di volta per comprendere la cornice in cui ci muoviamo, per avere cioè un quadro di riferimento alla luce del quale valutare i singoli episodi politici. Per questo motivo occorre riprendere il nostro percorso a partire da qui: ossia dal totale travisamento che il tema della crisi economica subisce quando si passa dal piano scientifico al piano divulgativo, e quindi dal modo in cui ciò condiziona il dibattito politico.

     

    IL LATO DELL’OFFERTA

    lavoroSuona complesso, ma, almeno a un livello generale, la questione è in realtà piuttosto semplice. Pensiamo alle esortazioni che tutti i santi giorni qualche organismo europeo sente il dovere di rivolgerci: che cosa “ci chiede l’Europa” attraverso l’austerity? Essenzialmente due cose: 1) tagliare la spesa pubblica e 2) varare “riforme strutturali”. Le riforme strutturali sono, per un verso, riforme che impediscano l’accumulo nel tempo di eccessiva spesa (e quindi di debito), per l’altro sono semplicemente liberalizzazioni (meno vincoli, meno burocrazia, maggiore concorrenza, eccetera).

    A questa ricetta sono dunque sottesi precisi presupposti teorici. C’è l’idea che lo Stato sia un attore economico sostanzialmente inefficiente e che sia quindi preferibile limitarne il peso. E poi, all’opposto, c’è l’idea che il mercato, se lasciato libero di spiegarsi al meglio, sia in grado di trovare da solo l’assetto produttivo più soddisfacente. La crisi, coerentemente, dipenderebbe proprio dal tradimento di questi presupposti: cioè lo Stato è intervenuto troppo, generando debito pubblico, mentre il settore privato, gravato da “lacci e lacciuoli”, non è stato abbastanza efficiente. Dunque, riducendo il ruolo dello Stato e agendo su quello che si chiama il “lato dell’offerta” (la competitività di chi produce beni e servizi), sarebbe possibile uscire dalla crisi.

    Tutto questo dovrebbe suonare familiare al lettore; non tanto perché questa teoria sia in effetti materia di dibattito in Italia, quanto piuttosto per il fatto che essa è la base stessa del dibattito. Sia a livello politico che a livello giornalistico, infatti, da destra a sinistra e per tutto l’arco parlamentare, la discussione verte intorno a quali spese ridurre e in che modo essere più produttivi. Che si tratti degli F-35 o delle pensioni, delle provincie o degli insegnanti di sostegno, è comunque scontato che nel complesso siamo di fronte ad un gioco a somma negativa, ossia che qualcosa da qualche parte bisogna tagliare per forza. Ed è altrettanto scontato che sia necessario migliorare la competitività del paese rispetto all’estero (privatizzando, creando una forza lavoro con costi convenienti per le imprese, attirando i capitali, liberalizzando, tranquillizzando i mercati, eccetera).

    Dunque, se questo dibattito in Italia ha un qualche senso, dobbiamo aspettarci che non ci siano a livello scientifico altre interpretazioni possibili. Cioè, se ci fossero molti famosi accademici, e non solo strampalati predicatori del web, che si mostrassero contro il contenimento della spesa pubblica, prima o poi questa idea sarebbe già filtrata anche nell’opinione pubblica, e qualche giornale o qualche partito si sarebbe messo a cavalcare questa linea. Il fatto che nessuno parli di aumentare la spesa, è la miglior prova che l’idea non ha il sostegno di questa enorme schiera di economisti.

    E invece si da il caso che questo schiera ci sia.

     

    IL LATO DELLA DOMANDA

    lavoro_operai_cantiereEsiste una scuola di pensiero – che si rifà addirittura a quello che probabilmente è l’economista più famoso della storia (l’inglese John Maynard Keynes, 1883-1946) – che tra le sue fila annovera studiosi di grandissimo prestigio e straordinario rilievo accademico (compresi anche diversi premi nobel) tutti convinti che in tempi di crisi lo Stato si debba far carico di politiche espansive e investimenti, mettendo temporaneamente in secondo piano il problema del debito.

    Questo presuppone un quadro teorico completamente ribaltato: lo Stato ha una funzione positiva e i mercati devono essere normati, perché non sono in grado di auto-regolarsi. Anche la diagnosi della crisi segue un canovaccio opposto: i movimenti di capitali liberalizzati e senza regole stanno alla base degli squilibri che hanno portato alla recessione economica (prima) e all’esplosione dei debiti pubblici dei paesi periferici (poi).

    Ciò non significa che questi economisti accettino le sacche di clientelismo e corruzione presenti anche nello Stato italiano. Tanto meno negano l’opportunità di ridurre gli sprechi. Ciononostante essi sostengono che, in recessione, una politica che nel complesso produca tagli alla spesa è una politica miope, per il semplice motivo che la spesa di una persona è l’entrata di un’altra. In altri termini, sebbene sia indubbio che – per fare un esempio – la Calabria potrebbe trovare modi socialmente più utili per impiegare le migliaia di forestali di cui si è dotata negli anni, è anche vero che sarebbe una scelta suicida licenziarli in blocco, perché questi, insieme al loro stipendio, perderebbero anche potere di acquisto e propensione al consumo, contribuendo così alla depressione dell’economia.

    E’ questo il motivo per cui i salvataggi europei non stanno salvando nessuno: perché trascurano quello che si chiama il “lato della domanda”, ossia le politiche volte a raggiungere un determinato livello di reddito medio, in grado di sostenere la domanda di acquisto di beni e servizi. Ed è proprio la piccola, momentanea e fisiologica battuta d’arresto del rigore ad avere favorito il piccolo, momentaneo e fisiologico rimbalzo della crescita che si sta registrando in questo periodo.

     

    DESTRA E SINISTRA: IL “DIBATTITO” A UNA TESI SOLA

    La polemica potrebbe proseguire; e le ragioni delle due parti sono evidentemente molto più complesse di come è stato fin qui sintetizzato. Tuttavia ai fini del nostro discorso non è tanto importante capire chi abbia ragione, quanto evidenziare che esiste un dibattito a livello scientifico mondiale, che però è negato a livello politico europeo.

    Non lo dico io: lo ha scritto l’assai più influente Wolfgang Münchau in un articolo apparso su Der Spiegel (tradotto in italiano qui). Secondo il prestigioso editorialista del Financial Times, la SPD tedesca (ma lo stesso discorso si potrebbe fare anche per il nostro PD e per gran parte delle sinistre europee) è incapace di essere un’alternativa politica perché non possiede al fondo una visione politica alternativa: ossia il pensiero politico-economico e la narrazione della crisi fatta dai socialdemocratici è sostanzialmente coincidente con l’analisi della destra liberista. Negli ultimi trent’anni la sinistra ha progressivamente rimosso Keynes e lo stato sociale, per sposare il credo del libero mercato, tradendo così – aggiungo io – la sua funzione storica e trasformandosi nei fatti in una destra senza razzismo e senza omofobia.

    Negli Stati Uniti la contrapposizione politica ha almeno un po’ di senso economico: i repubblicani vogliono meno Stato, meno interferenze e meno tasse; i democratici più Stato, più diritti e più servizi pubblici. In Italia, invece, c’è questa curiosa diatriba tra liberisti “di destra” e liberisti di “sinistra”: come se il liberismo fosse un valore assoluto, quasi un sinonimo di “democrazia”, e l’identità di sinistra si esaurisse nell’elemosina a chi sta peggio e nei diritti delle minoranze (nel terzo millennio c’è ancora bisogno di discuterne…?).

    Eppure la “rinascita keynesiana” degli ultimi cinque anni, il successo del modello scandinavo, la politica espansiva di Giappone, Stati Uniti e Regno Unito stanno lì a dimostrare che c’è tutto lo spazio per realizzare una politica economica autenticamente sociale senza tornare al marxismo e senza scadere nel liberismo. Il paradosso che abbiamo di fronte è quello di una classe dirigente di sinistra che non sa (o non vuole) interpretare questo ruolo.

    (Siamo arrivati così al nodo centrale, il quadro di riferimento della nostra analisi. Avremmo poi modo di apprezzare nel concreto come questo stato di cose condizioni la vita politica del nostro paese e dell’Europa).

     

    Andrea Giannini

  • Società partecipate, tutto da rifare: la Giunta ritira la delibera

    Società partecipate, tutto da rifare: la Giunta ritira la delibera

    doria-folla-protesta-consiglio-comunaleLa Giunta fa dietrofront sulle partecipate. O quasi. Con una nota piuttosto stringata l’ufficio stampa di Palazzo Tursi rende noto che, in accordo con i capigruppo consiliari di maggioranza, sindaco e assessori hanno deciso di posticipare la delicata discussione sulla delibera tanto voluta dal Pd e inizialmente inserita in calendario alla ripresa dei lavori dell’assemblea prevista per martedì prossimo.

    Come si legge nel comunicato, il ritiro del provvedimento – che dovrebbe portare alle ventilate  privatizzazioni (parziali) di Amiu, Aster e di altre società in house – parrebbe solo una questione formale. Dal momento che lo stesso Consiglio comunale, nella sua ultima seduta prima delle vacanze, aveva deliberato la propria riconvocazione per il 10 settembre ponendo all’ordine del giorno un incontro monotematico sul provvedimento in questione, non sarebbe stato possibile modificare l’iter se non attraverso il ritiro della delibera.

    Sindaco e assessori, comunque, tengono a sottolineare l’importanza del documento e confermano la volontà di portarlo nuovamente in discussione in Sala Rossa entro la fine di ottobre. Magari con qualche sensibile ritocco. La mossa della Giunta, dunque, è solo un espediente tecnico che consentirà “lo svolgimento del confronto richiesto dalle organizzazioni sindacali e attualmente già in corso, sulla situazione e le prospettive del sistema partecipate e delle diverse aziende”. Forse, ci si poteva pensare già prima dell’estate.

    Non è ancora giunto il momento di cantare vittoria per i lavoratori di Amiu, Aster e Amt. Ma, senza dubbio, la dura protesta messa in atto il mese scorso ha inciso sulla decisione.

    Evidentemente soddisfatto il capogruppo del M5S, Paolo Putti, che con un duro ostruzionismo era stato tra i principali protagonisti del primo rinvio della delibera. «È una notizia molto positiva per noi ma soprattutto per i cittadini e per i lavoratori delle società partecipate. Ci siamo dovuti massacrare per una settimana perché concedessero il rinvio prima della pausa estiva e adesso scopriamo che avevamo ragione. I maligni dicono che si è arrivati oggi perché l’ha chiesto qualche sindacato che si era scordato di chiederlo un mese fa. Questo restituisce una debolezza profonda all’interno delle istituzioni. Noi, comunque, ci limitiamo a prendere il buono che ne deriva per i lavoratori, che finalmente potranno essere ascoltati. Speriamo che dal confronto con le parti sociali si possa arrivare a costruire un piano per le partecipate che abbia davvero l’obiettivo di valorizzare i beni comuni, senza tartassare i lavoratori».

    La nuova situazione è vista di buon grado anche dalla Lista Doria: «Sicuramente – dice il capogruppo in Consiglio comunale, Enrico Pignonesi tratta di un passo avanti rispetto a una situazione che non era nata benissimo. Il documento presentato dalla giunta non doveva sancire la privatizzazione delle società partecipate ma piuttosto indicare delle linee di indirizzo condivise per la gestione delle aziende e il mantenimento di servizi essenziali per la comunità. Dato che non c’è la necessità di una corsa contro il tempo, credo che si potrà lavorare decisamente meglio ascoltando, con la giusta calma, tutte le parti sociali».

    «Me l’aspettavo – il commento laconico di Lilli Lauro, capogruppo Pdl in consiglio comunale – era evidente già da quel famoso venerdì 2 agosto che se non si fosse approntato un percorso per ascoltare i lavoratori in commissione consiliare, si sarebbe arrivati al ritiro della delibera. La decisione di oggi è la dimostrazione della bontà di quanto avevamo detto mesi fa, ovvero che si poteva lavorare fin dall’inizio partecipata per partecipata, puntando sulle Fondazione. Sindaco e giunta sono stati obbligati a ritornare sui propri passi perché si sono trovati contro tutti i lavoratori che li hanno votati. È l’ennesima dimostrazione di come il sindaco non abbia coraggio e chi gli sta intorno sono degli incapaci. Speriamo di trovare una soluzione entro fine ottobre che tuteli sia i lavoratori sia le casse comunali».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Tutti i segreti del bilancio previsionale 2013 del Comune di Genova

    Tutti i segreti del bilancio previsionale 2013 del Comune di Genova

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Con una sospensiva adottata all’unanimità (33 i consiglieri presenti) nel primo pomeriggio di oggi, confermando le voci che circolavano sempre più frequenti a partire dalla giornata di ieri, il Consiglio comunale ha rimandato a dopo la pausa estiva la delicata discussione sul futuro delle società partecipate del Comune di Genova, che in questi giorni ha messo a dura prova la tenuta della maggioranza a Palazzo Tursi. Le ostilità ricominceranno alla riapertura dei lavori, martedì 10 settembre, con la convocazione di una seduta monotematica ad hoc del Consiglio comunale. Nel frattempo sarà possibile presentare nuovi ordini del giorno ed emendamenti alla delibera modificata, depositata oggi stesso dalla Giunta. Ma se ne riparlerà appunto a settembre, con tempi di discussione che saranno contingentati.

    E mentre i consiglieri si preparano a partire per le vacanze, come promesso nei giorni scorsi, Era Superba ha deciso di mantenere alta l’attenzione sul bilancio previsionale approvato ieri e da cui dipenderà buona parte del futuro della nostra città.

    Abbiamo, dunque, chiesto al professor Luca Gandullia – docente di Scienza delle finanze e Finanza regionale e degli enti locali a quella che un tempo si chiamava Facoltà di Scienze Politiche, nonché presidente del Master in “Innovazione nella Pubblica Amministrazione”, e già addentro alla realtà della civica amministrazione genovese con la presidenza di Sportingenova – di aiutarci a capire qualcosa in più su questo documento per molti troppo astruso.

     

    Professor Gandullia, data la sua passata esperienza con SportinGenova non possiamo che partire dal tema più “fresco”, ovvero dalla delicatissima questione delle società partecipate, che ha messo in seria crisi la maggioranza di Palazzo Tursi.

    «Quello delle società partecipate resta un nodo irrisolto a Genova, come in tante altre città. Il superamento del “capitalismo municipale” stenta a compiersi per resistenze ideologiche e sindacali. Correttamente, alcune forze politiche a Genova hanno posto il tema della riforma delle società partecipate come precondizione all’approvazione del bilancio 2013. Al di là di come, poi, sono andate le cose, vi è la necessità di compiere scelte ineludibili, che vanno dalla liquidazione di società non in grado si stare sul mercato (come si è fatto per SportinGenova nel 2010), alla dismissione di società la cui proprietà pubblica non ha alcuna motivazione economica o a società dove l’ingresso di soci privati, anche di minoranza, potrebbe portare benefici di efficienza e capacità manageriali».

     

    Sempre sul tema delle partecipate, un lettore di Era Superba pone un quesito piuttosto interessante: “Non trovate che la trasparenza nei bilanci delle partecipate sia carente? Sul bilancio del Comune possiamo vedere solo a quanto ammontano i trasferimenti dell’ente nella casse delle partecipate, ma se poi andiamo sul web a cercare i loro bilanci o non ci sono o sono di difficile consultazione. Addirittura leggendo quello di aster, da profano, sembrerebbe persino un’azienda in piena salute…” 

    «L’osservazione corrisponde al vero. I rapporti tra Comune e società partecipate sono opachi. Da diversi anni si lamenta la perdita di controllo del Comune sulle proprie società partecipate. Per aumentare la trasparenza dei bilanci delle società partecipate la Giunta Vincenzi aveva previsto un’apposita Agenzia/Autority comunale che tuttavia a distanza di quattro anni dalla sua costituzione non ha prodotto i risultati attesi».

     

    Ed ecco l’aggancio per passare all’altro grande tema di queste convulse giornate pre-vacanziere: il bilancio. Il Consiglio comunale ha dato il via libera al documento preventivo per il 2013 presentato dalla giunta, nonostante un dibattito molto acceso soprattutto nelle prime giornate di discussione.

    «La grave situazione finanziaria del Comune di Genova non sorprende. Per Genova, come per le altre maggiori città italiane, si riflettono gli effetti delle pesanti manovre finanziarie attuate, all’insegna dell’austerità, dai governi centrali negli ultimi tre anni, manovre che hanno gravato in misura preponderante sulle autonomie locali. L’intero comparto della finanza comunale nel nostro Paese soffre le conseguenze di una crescita eccessiva degli apparati burocratici avvenuta nel corso degli anni ’90, rivelatasi poi insostenibile già prima dell’aggravarsi della crisi economica. Il sovradimensionamento delle strutture comunali è ancora più marcato nelle città, come Genova, che registrano un calo progressivo della popolazione residente».

     

    Ci aiuti a fare un po’ di ordine tra i tanti numeri di questo bilancio previsionale.

    «Nelle stime della giunta le risorse mancanti nel 2013 rispetto all’anno precedente ammontano a 80 milioni di euro, circa il 10% della spesa comunale complessiva; la metà è costituita da minori trasferimenti statali. Per farvi fronte sono state previste riduzioni di spesa per circa 50 milioni di euro, di cui 13 relativi alla spesa per il personale e 1,7 milioni come risparmi delle spese generali (spending review). 14 milioni derivano, invece, da non meglio precisati risparmi relativi al servizio del debito comunale, probabilmente in parte frutto della ricontrattazione di alcuni mutui.
    Le risorse ancora mancanti (circa 30 milioni) sono reperite attraverso l’aumento dell’IMU sulla prima casa (21,6 milioni) e l’aumento dell’IMU sulle abitazioni in locazione a canone concordato (1,5 milioni circa).
    Nel complesso, escludendo aggiustamenti contabili (quali i minori accantonamenti al fondo svalutazione crediti), la manovra finanziaria del Comune si compone per oltre la metà sull’aumento della pressione fiscale (IMU) e in misura minore su riduzioni di spesa (in primis quella sul personale)».

     

    A proposito di spesa per il personale. Facendo nostro uno spunto lanciato dagli attenti lettori di Era Superba, quanto è giusto aumentare la pressione fiscale sui cittadini, quando, benché in costante diminuzione, la voce più pesante nelle uscite di parte corrente è di gran lunga rappresentata dagli oltre 230 milioni di euro per il personale (quasi un quarto del totale)? 

    «La struttura amministrativa del Comune è fortemente sovradimensionata rispetto alle necessità, tanto più che la popolazione genovese è in costante diminuzione. Occorreranno anni prima che, tramite il blocco del turnover o la mobilità, il Comune possa tornare a dimensioni più efficienti. Nel frattempo ogni possibile riduzione di spesa andrebbe privilegiata rispetto all’aumento della pressione fiscale sui cittadini genovesi».

     

    Fin qui i freddi numeri. Ma che cosa ne pensa?

    «Emergono tre ordini di considerazioni: la prima è che la manovra genovese soffre di gravi incertezze, se si considera che l’IMU sulla prima casa a settembre potrebbe essere abolita o, comunque, fortemente ridimensionata dallo Stato, con l’effetto di privare il bilancio del Comune di quasi 22 milioni di euro, che dovrebbero essere reperiti in altro modo.
    Una seconda considerazione riguarda i risparmi di spesa, che appaiono significativi sul versante della spesa per il personale (anche grazie al blocco del turnover), mentre sembrano molto timidi sugli altri comparti. Dalla spending review, ad esempio, derivano solo 1,7 milioni di euro di risparmi.
    Infine, non si prevedono entrate nuove da dismissioni (immobiliari e societarie), che avrebbero potuto attenuare gli effetti dell’aumento della pressione fiscale e/o ridurre l’attuale stock di debito comunale, con conseguenti benefici sul servizio del debito».

     

    In proposito sindaco Doria e assessore Miceli hanno affermato di essere vincolati da una normativa nazionale.

    «E’ vero, però le dismissioni permettono di ridurre il debito del comune, il che significa minori interessi passivi nelle voci della spesa corrente».

     

    Ritorniamo a una delle questioni che stanno più a cuore ai cittadini: l’Imu. Che cosa potrebbe succedere al bilancio del Comune di Genova se il governo dovesse abolire l’Imu sulla prima casa? Da dove si prenderebbero i soldi mancanti per le casse di Tursi? Sarebbe necessario un bilancio bis che andrebbe a rivoluzionare quello in corso di discussione?

    «Innanzitutto, verrebbero a mancare i circa 22 milioni di euro previsti a bilancio. A meno di ulteriori riduzioni di spesa, difficilmente realizzabili a distanza di tre mesi dalla fine dell’anno, sarebbe inevitabile reperire le risorse facendo leva su altri strumenti tariffari e fiscali, in primis le tariffe sui servizi comunali e la Tares. E, data la natura regressiva di questi prelievi, gli effetti sarebbero fortemente iniqui».

     

    Certamente non si tratta di un problema solo genovese. Come ci si sta muovendo nel resto d’Italia?

    «La maggior parte degli altri Comuni – tra cui Milano – ha rimandato a settembre l’approvazione del bilancio 2013, in attesa di avere un quadro più certo circa il futuro dell’IMU e di altre componenti della fiscalità locale (es. Tares).  Ciò perché un bilancio approvato oggi che prevedesse modifiche all’IMU sulla prima casa potrebbe essere vanificato se successivamente lo Stato confermasse l’abolizione dell’imposta sulla prima casa. Un’alternativa avrebbe potuto essere, come ha fatto il Comune di Milano, di approvare un bilancio-ponte, provvisorio, destinato a garantire i servizi essenziali fino all’approvazione a settembre del bilancio definitivo».

     

    Un altro lettore ci scrive: “A leggere i dettagli ci sono troppe persone e famiglie che si autocertificano per esenzioni (mense, asili, scuole, libri, sanità, medicine) senza averne diritto”. Il suo ragionamento fa nascere naturalmente alcune domande. Non basterebbe automatizzare il tutto incrociando i dati con la dichiarazione dei redditi? É realistico pensare che si risparmierebbero i soldi per coprire alcuni buchi che oggi abbiamo coperto alzando la pressione fiscale? E, più in generale, un sistema del genere non potrebbe essere sfruttato per porre un freno efficace alle evasioni?

    «Sicuramente chi, evadendo le imposte, dichiara redditi bassi ha un vantaggio ulteriore, quello di poter fruire dei servizi pubblici gratuitamente o comunque a condizioni di favore. E’ per questa ragione che il contrasto all’evasione fiscale, a livello statale e locale, è una priorità. A questo fine non servono strategie o strumenti nuovi, basta connettere tra loro le diverse banche dati esistenti (Agenzia delle entrate, INPS, istituti di credito, etc.)».

      

    Apriamo gli orizzonti al futuro. Al di là del bilancio previsionale che in un certo qual modo doveva per forza di cose essere approvato per garantire la sopravvivenza della città, come vede il futuro delle casse di Tursi nei prossimi anni, considerato che i tagli proseguiranno e che il Comune non potrà più indebitarsi?

    «Occorrono azioni incisive per scongiurare situazioni di pre-dissesto. Va in primo luogo accelerata la costituzione della Città metropolitana affinché i costi dei beni e servizi pubblici siano sopportati non solo dai cittadini residenti nel Comune di Genova. In questa occasione andrebbe anche ridefinito il perimetro dell’intervento pubblico da parte del Comune, che dovrebbe concentrare la propria azione sui servizi istituzionali e su quelli fondamentali (quelli sociali in primis) e dovrebbe, laddove possibile, assumere un ruolo di regolatore, anziché di gestore diretto dei servizi pubblici.

    Andrebbe, inoltre, condotta internamente una seria ed approfondita azione di spending review che attraverso l’individuazione delle determinati della spesa comunale, consentisse di eliminarne le inefficienze; in questa direzione va anche adottata, su ampia scala, la metodologia dei costi standard, in linea con quanto è già stato elaborato dalla COPAFF (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale) a Roma.

    Sul piano fiscale e tariffario, per evidenti ragioni di equità, andrebbe generalizzato l’utilizzo del nuovo ISEE per l’accesso ai servizi e alle prestazioni sociali, con la conseguente compartecipazione al costo dei servizi graduata in funzione della capacità economica dei cittadini».

    Ringraziamo il professor Gandullia per i preziosi contributi e tutti i lettori di Era Superba per l’attiva partecipazione all’intervista. 

     

    Simone D’Ambrosio

  • Silvio Berlusconi pregiudicato: il futuro del governo Letta

    Silvio Berlusconi pregiudicato: il futuro del governo Letta

    silvio-berlusconi-2Ora che Silvio Berlusconi è ufficialmente un pregiudicato, capitolando così dopo più di vent’anni di fuga dai numerosi processi pendenti, la domanda che tutti si fanno è: cosa succederà? Può il governo Letta sopravvivere alla condanna definitiva del principale leader alleato?

    Per rispondere a queste domande non bisogna guardare ad Arcore. Il Cavaliere dimezzato è in una posizione di oggettiva debolezza e ha tutto da perdere a dar retta all’istinto, allo spirito guerriero che gli suggerirebbe di rovesciare il tavolo e portare tutti a nuove elezioni. Non è riesumando Forza Italia che può sperare davvero – al di là dei proclami – di ottenere quella maggioranza politica necessaria per togliersi di impaccio in Parlamento. Per cui, se la vecchiaia e la stanchezza non gli giocano brutti scherzi, Berlusconi farà di tutto per tenere in vita l’attuale esecutivo, nella certezza che per ora non rischia di finire in carcere e nella consapevolezza che solo tenendosi buono il PD può sperare di raccattare una qualche amnistia o leggina ad personam che lo metta al riparo da guai persino peggiori (processo Ruby). E dunque, per sapere se il governo riuscirà ad andare avanti, bisogna guardare proprio in casa PD, cercando di capire se il partito di maggioranza relativa dimostrerà di avere lo stomaco sufficientemente forte per digerire un’alleanza con un pregiudicato per frode fiscale.

    A prima vista non parrebbero esserci problemi: il partito di Epifani si è messo da tempo alle spalle qualsiasi idealismo in nome della più bieca realpolitik. E non importa che nei fatti questa strategia si sia rivelata clamorosamente inconcludente. Il partito si è ormai legato mani e piedi all’obiettivo di garantire un governo all’Italia purchessia, senza discuterne la qualità o l’utilità. Ma in questo modo si è messo nella condizione di dover accettare di ingoiare rospi via via sempre sempre più grandi, per non dover ammettere che era stato un errore ingoiare quelli più piccoli; un po’ come la monaca di Monza descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi, che dapprima viene circuita dal padre, e poi in seguito è costretta a rinnovare voti sempre più saldi per non smentire sé stessa: «Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un si tante volte detto; lo ripeté, e fu monaca per sempre» (Capitolo 10).

    D’altronde sarebbe un sofismo sostenere che la condanna definitiva cambia qualcosa: perché i fatti erano già sufficientemente accertati. Quello che Berlusconi ha commesso lo sapevano già tutti quelli che volevano farsi un’idea in merito. E lui è sempre lo stesso: era così ieri; era così due, cinque, o anche vent’anni fa. Pertanto non sembrerebbe esserci motivo sostanziale per ipotizzare che il governo venga picconato a breve: tutti hanno interesse a che le larghe intese continuino. Non a caso, da Napolitano a Letta, è stato tutto un appello a “la responsabilità”, a “l’interesse del paese”. La condanna, dunque, sembrerebbe solo una questione formale, destinata a non incidere più di tanto.

    Eppure rimane un aspetto importante: ossia che la forma è sostanza. E nonostante tutto, per Berlusconi, per questo governo e per tutta questa classe politica, potrebbe essere cominciato davvero il conto alla rovescia. Se infatti i partiti hanno interesse a che nulla cambi, all’interno dell’opinione pubblica, invece, le cose cambiano eccome. Da ieri si può dire tranquillamente che Berlusconi è un delinquente senza tema di querela; si può dire, come ha detto Marco Travaglio, che l’antiberlusconismo ha avuto ragione, e non lo si può più contrapporre al berlusconismo come se si trattasse di un fenomeno equivalente; si può dire infine che è una contraddizione in termini quella di far riformare la giustizia, di far riscrivere la Costituzione e di affidare la lotta all’evasione fiscale a uno che si è beccato quattro anni per aver frodato il fisco.

    Ciò significa che anche la balla secondo la quale siamo un popolo di evasori e corrotti, ed è per questo che la speculazione ci attacca, non potrà più essere raccontata, a meno di non compromettere le relazioni con il Cavaliere pregiudicato: sarà quindi necessario trovare una nuova scusa, col rischio però di smentire le ragioni che giustificherebbero questo governo, oppure giocarsi l’alleanza con il PDL, facendo cioè saltare di fatto questo governo. Come se non bastasse questa sentenza da forza, fuori dal Parlamento, ai movimenti che si oppongono a Berlusconi e, dentro al Parlamento, a SEL e M5S, che da oggi hanno nuovi e solidissimi elementi per criticare l’inciucio e mettere in difficoltà il PD. Se a ciò si aggiunge che il mese prossimo ci sono le elezioni in Germania (che con ogni probabilità non toglieranno le castagne dal fuoco alla politica europea) e che la crisi economica non si allenta, ecco che diventa sempre più probabile che l’attuale esecutivo sia destinato a sfasciarsi a breve giro. Come, ancora non è chiaro: ma le premesse ci sono tutte. E anche se non è possibile fare previsioni precise, una cosa si può dire: c’è la seria possibilità che a settembre, quando questa rubrica riprenderà, le cose si avvieranno ad essere molto, molto diverse.

     

    Andrea Giannini

  • Comune di Genova, approvato il bilancio previsionale per il 2013

    Comune di Genova, approvato il bilancio previsionale per il 2013

    palazzo-tursi-D4Amt e il cofinanziamento da 25 milioni per lo scolmatore del Fereggiano sono salvi. Genova ha il suo bilancio previsionale per l’anno 2013. E con un giorno di anticipo rispetto al previsto. Con 22 voti favorevoli, 11 contrari e 2 astenuti il Consiglio comunale ha approvato il documento (concessa immediata eseguibilità) presentato dalla giunta Doria quindici giorni fa, nonostante gli enormi polveroni sollevati nel corso della discussione.
    È durato solo due giorni e mezzo il duro ostruzionismo in Sala Rossa che aveva portato le opposizioni, con capofila il Movimento 5 Stelle, a presentare solo per le delibere su Imu e Tares circa 500 documenti tra ordini del giorno e, soprattutto, emendamenti.
    Sarà stato lo sfinimento delle due sedute fiume di martedì e mercoledì. Sarà stata la necessità di arrivare per forza all’approvazione del bilancio per garantire la sopravvivenza di Amt e il recepimento del cofinanziamento ministeriale per lo scolmatore sul Bisagno. Sarà stato l’incombere della pausa estiva. Fatto sta che nella notte tra mercoledì e giovedì ogni tassello del criptatissimo puzzle della Sala rossa sembra essere andato magicamente al suo posto.

    In un colpo solo sono svaniti i ricordi delle vibranti proteste fuori e dentro palazzo Tursi e l’elevata tensione delle logiche politiche che nei giorni scorsi ha fin troppo distolto l’attenzione dal cuore della discussione, ovvero quel bilancio da cui dipende il futuro della città. Con operazione degna del miglior Harry Potter, giunta e consiglieri hanno deciso di rinviare a dopo il bilancio la madre di tutti i problemi, ovvero la delibera di indirizzo sulle società partecipate che avrebbe rischiato di sciogliere come neve al sole una maggioranza fin troppo multisfaccettata. La discussione sulle ventilate, parziali, privatizzazioni di Amiu, Aster e altre società in house viene, dunque, rimandata a domani (venerdì 2 agosto). Con il rischio di chiudersi ben oltre la pausa estiva, contro la volontà del Pd. Ma, almeno, con il bilancio condotto in porto.

    Il bilancio e la riorganizzazione delle partecipate: il quadro politico

    È proprio la ventilata ipotesi di riorganizzazione delle partecipate che aveva scatenato, a inizio settimana, le proteste dei lavoratori che avevano invaso palazzo Tursi e via Garibaldi. Una delibera di per sé non direttamente collegata al bilancio, ma che era diventata imprescindibile in seguito alla volontà del Partito Democratico di vincolare il proprio assenso al provvedimento-madre proprio a una radicale revisione del sistema delle società partecipate dal Comune di Genova. Una decisione che aveva suscitato le ire degli altri partiti di maggioranza, Lista Doria, Sel e FdS. E che ancora oggi non ha fatto mancare clamorosi colpi di scena. Come la minaccio del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino, di lasciare la maggioranza e unirsi al gruppo misto, di cui da oggi fanno ufficialmente parte i consiglieri ex Idv Stefano Anzalone e Salvatore Mazzei. Boutade o meno, a Pastorino sembra che non sia andato giù il tentativo del Pd di far passare la delibera sulle partecipate come allegato al documento principale del bilancio. Tentativo, comunque, sfumato e che non ha compromesso gli accordi sul bilancio, per la cui discussione sono state messe da parte le pratiche ostruzionistiche (nonostante 166 ordini del giorno e 44 emendamenti) che riprenderanno sulla delicata questione delle società in house. Che rischia di non arrivare neppure al momento della votazione considerando che alla mezzanotte in punto scatteranno le ferie e sono in calendario 219 ordini del giorno e 55 emendamenti.

    Il bilancio previsionale, ecco i numeri: 36,5 milioni alle Politiche Sociali, 30 milioni a Scuola, Sport e Politiche giovanili. Cultura e Turismo, Polizia Municipale e Sviluppo economico rimangono sotto i 5 milioni

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    Il bilancio previsionale del Comune di Genova per il 2013, nel suo complesso, ammonta a 841 milioni e 725 mila euro. Di questi, poco meno di 98,5 sono destinati alle varie direzioni amministrative: a goderne maggiormente saranno il settore delle Politiche sociali a cui andranno 36,5 milioni di euro e quello della Scuola, sport e politiche giovanili per cui sono previsti 30 milioni di stanziamenti. Il restante terzo sarà suddiviso tra tutte le altre direzioni, con particolare incidenza per Cultura e Turismo, Polizia Municipale e Sviluppo economico, tutti comunque al di sotto dei 5 milioni di euro.

    Spesa corrente: 121,7 milioni ad Amiu (la Tares), quasi 90 milioni ad Amt, 18, 3 ad Aster. Mentre i 6mila dipendenti del Comune costano 222 milioni

    autobus-amt-3Tra i capitoli di spesa corrente, i dati più significativi riguardano proprio le società partecipate, del cui futuro si discuterà domani, anche se con tutta probabilità provvedimenti definitivi verranno presi solo a settembre. Nel dettaglio: 121,7 milioni vanno ad Amiu (l’esatto ammontare della Tares); 89,6 milioni è il salvagente stanziato per il contratto di servizio di Amt; 18,3 milioni, invece, toccano ad Aster. Tuttavia, la spesa maggiore è ancora una volta il costo fisso del personale che ammonta a 222 milioni di euro per i poco meno di 6 mila dipendenti di Tursi. Spese diminuite di oltre 12 milioni rispetto all’ammontare totale previsto per lo scorso anno, ma aumentate al netto dei pensionamenti. Ovvero, se ci fosse lo stesso personale degli anni precedenti, si spenderebbe molto di più, a detta del consigliere Enrico Musso. Altre sostanziose voci di spesa sono, infine, i 49,5 milioni di accantonamento per il Fondo di svalutazione crediti, i 76 milioni di rimborso prestiti, i 37,7 di interessi e i quasi 54 per le spese generali.

    Dal lato delle entrate, invece, la voce principe è naturalmente rappresentata dai capitoli tributari che porteranno nelle casse di Tursi 588 milioni di euro. Nel dettaglio, i fondi maggiori arrivano da Imu (279 milioni), Tares (121,7 milioni) e Fondo di solidarietà comunale (107,6 milioni). Solo 101 milioni, invece, i trasferimenti che il Comune riceverà dallo Stato. Mentre poco meno di 146 milioni il gettito derivante da entrate extratributarie, tra cui i quasi 35 milioni preventivati dall’incasso di multe e i poco meno di 26 milioni derivanti dall’accesso a beni e servizi pubblici.

    Imu, Tares: gli aumenti

    Intanto, il bilancio di “lacrime e sangue”, prendendo in prestito una definizione già tanto cara alla precedente giunta Vincenzi, ha avuto il via libera. Lacrime e sangue che, come anticipato nelle scorse settimane, per i cittadini genovesi si traducono in aumento dell’Imu e della Tares. L’imposta sugli immobili comporterà dunque un aumento dello 0,8 per mille sulla prima casa, con la relativa aliquota che sale dal 5 al 5,8 per mille (su un massimo consentito dalla legge del 6 per mille). Rispetto a quanto annunciato, saranno invece più contenuti gli aumenti sui canoni concordati, la cui aliquota passa dal 7,6 all’8,5 per mille e non al 9,5 come precedentemente proposto. Una differenza di entrate per le casse comunali che sarà coperta grazie a maggiori utili incassati da Amiu.

    Il capitolo che riguarda la Tassa rifiuti e servizi, di cui è stato appena pagato l’acconto, comporterà un aumento complessivo per le tasche dei genovesi ci oltre 10 milioni di euro. Secondo le stime, poco più di 18 euro annui pro capite. Cambiano anche i criteri con cui il balzello verrà applicato: la normativa nazionale prevede infatti che il gettito proveniente dalla Tares debba coprire interamente i costi del contratto di servizio di Amiu. Per quanto riguarda le “bollette della spazzatura” i criteri di determinazione dei singoli ammontare, oltre alla dimensione dell’abitazione terranno presente i componenti del nucleo famigliare.
    Sia per Imu che per Tares, comunque, si attendono le decisioni del governo nazionale che, a inizio autunno, potrebbero rendere necessaria una corposa variazione di bilancio. Quella sorta di “secondo tempo” a cui l’assessore Miceli e il sindaco Doria hanno più volte fatto riferimento insieme con la riluttanza per la necessità dell’aumento dell’imposizione fiscale a causa delle manovre finanziarie nazionali che si sono fin qui cumulate.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Diagnosi economiche e terapie politiche: austerità vs spesa pubblica

    Diagnosi economiche e terapie politiche: austerità vs spesa pubblica

    Libertà_stampaLa settimana scorsa ho scritto che i pochi mesi trascorsi non devono impedirci di tenere il fiato sul collo del governo. Sono vent’anni che ci teniamo questa classe politica con la scusa che “non bisogna fare del disfattismo” e che “lasciamoli lavorare prima di giudicare”: mi pare, a questo punto, che di tempo per lavorare ne abbiano avuto anche fin troppo. E quindi non si sente davvero l’esigenza di stare ad aspettare gli ulteriori disastri di un premier che, in quanto storico dirigente PD, nipote impenitente di un grand commis PDL e figlio putativo del candidato premier di centro, è la quintessenza di tutto quello che abbiamo già visto e patito.

    Al di là delle credenziali, tuttavia, quello che conta davvero è la strada che viene imboccata: e se è quella sbagliata, bisogna invertire subito la marcia, non aspettare che ci conduca a danni già largamente prevedibili. Anche perché non sempre al fondo c’è un errore di valutazione. Più spesso scelte apparentemente “sbagliate” sono in realtà deliberatamente perseguite attraverso una strategia che mira a metterci di fronte al fatto compiuto: cioè, all’inizio si invoca l’urgenza, chiedendo di aspettare i risultati prima di giudicare; poi quando i risultati si vedono, e sono disastrosi: “Oops, ci siamo sbagliati: ma ormai non si può più tornare indietro, bisogna andare avanti!”. E’ un ottimo trucchetto, già ampiamente sperimentato in passato, per far digerire riforme che altrimenti riuscirebbero indigeste alla maggior parte degli elettori: una ragione in più, dunque, per alzare il livello di attenzione e esercitare forme di controllo preventivo sulle manovre che si agitano, anche in questi mesi estivi, all’interno dei palazzi romani.

    Il tema della settimana: Corriere della Sera vs Beppe Grillo

    Questa settimana un dibattito che di solito tende a languire sullo sfondo si è arricchito di spunti nuovi: segno che l’inconcludenza delle strategie fin qui adottate traspare ormai in tutta la sua evidenza. Due giorni fa sul Corriere della Sera il direttore Ferruccio De Bortoli ha commentato la situazione attuale in occasione dei due anni trascorsi dall’arrivo dalla BCE della famosa lettera, scrivendo: «La strada imboccata è giusta, ci vorrebbe un po’ di coraggio nel tagliare le spese per abbassare le tasse». Ecco: se lo scrive De Bortoli, che non ne ha mai azzeccata una in vita sua, possiamo stare sicuri che è vero l’esatto contrario!

    Battute a parte, il direttore si avventura in una ricostruzione storica degli ultimi due anni a dir poco imprecisa, che sintetizza brillantemente i soliti luoghi comuni: “a causa del debito pubblico eravamo a un passo dal precipizio, ma Monti ci ha salvato”. Come abbiamo imparato insieme a poco a poco, però, la realtà è ben diversa: il nostro debito pubblico ha subito più che in altri paesi gli effetti della crisi del sistema finanziario globale privato perché a) non abbiamo una Banca Centrale e b) la nostra economia resta asfittica per gli squilibri generati dall’euro; lo spread è calato sensibilmente solo dopo che Draghi ha annunciato acquisti illimitati di titoli di Stato da parte della BCE, e senza che per altro ciò costituisca neppure lontanamente la soluzione definitiva ai nostri problemi.

    Per contestare nel merito le gravi lacune di questo esecutivo, e di chi lo sostiene, bisogna passare per forza da qui: dal fatto che diagnosi sbagliate conducono a cure sbagliate. Se il problema è l’alto debito pubblico, allora Monti ci ha salvato con la sua credibilità e con ricette giustamente tese, per l’appunto, a «tagliare le spese per abbassare le tasse». E dunque avanti così anche con Letta. Se però il problema non è l’alto debito pubblico, allora tagliare le spese (leggi: austerità) conduce solo a deprimere ulteriormente l’economia, aggravando la recessione e facendo ulteriormente salire verso l’alto il debito. E questo è esattamente quello che sta succedendo.

    In Grecia anni di tagli alla spesa e di periodici licenziamenti nella PA non sono serviti ad intercettare la ripresa: in compenso hanno contribuito ad aumentare il debito pubblico, la povertà e il tasso dei suicidi, oltre che a fomentare l’odio razziale. Anche da noi, l’altro giorno Standard and Poor’s ha smentito la possibilità di una ripresa nel 2014. A nulla vale prendersela con le agenzie di rating americane: è storia che tutte le previsioni di ripresa economica basate su ricette di austerità si siano rivelate totalmente sbagliate.

    Beppe Grillo

    La strategia dell’austerità, quella per cui si batte il nostro governo – anche se non ve lo dicono esplicitamente –, consiste nell’aumentare la competitività di un paese abbassando il costo della manodopera attraverso il lavoro precario e la disoccupazione. Ed è tecnicamente vero che, se ci adattiamo a prendere meno soldi e a rivendicare meno diritti, le nostre merci diventano più convenienti e si favorisce l’export. Il problema è che una ripresa basata sull’export ha bisogno, molto banalmente, di qualcuno che faccia import. Se noi vogliamo esportare, abbiamo bisogno di un paese che importi: ma se anche gli altri paesi cercano nel contempo di perseguire la nostra stessa strategia, il risultato è che non c’è nessuno che compra. Se in un contesto di recessione tutti puntano ad abbassare i salari, poi non c’è più nessuno che sostenga i consumi: viene a mancare un mercato di sbocco e nel complesso l’economia si deprime.

    Per evitare che la crisi di Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia trascini con sé tutto il resto dell’Europa, alla lunga non rimane che un’alternativa possibile: incrementare la spesa pubblica per sostenere i consumi. Un’ipotesi assolutamente praticabile, che tuttavia non è mai stata presa in considerazione, perché – qui sta il punto – nell’attuale assetto europeo la spesa pubblica può essere finanziata solo con i soldi dei paesi del nord. I quali però non sono disposti a pagare per noi. E questa verità, tanto banale quanto incontestabile, non può che suggerire un’unica ricetta: lo scioglimento, possibilmente graduale e concordato, della moneta unica.

    Se ne è reso conto anche Beppe Grillo, il quale due giorni fa, nel mentre in cui De Bortoli esprimeva per l’ennesima volta il suo sostegno all’esecutivo di turno, si decideva finalmente a indicare una strategia di uscita dall’euro. Attenzione: ciò non significa che Grillo abbia capito tutto su come si porta il paese fuori dalla crisi; senza contare che le sue esternazioni appaiono spesso orientate a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, più che a delineare una coerente strategia. Ma va rilevato che una terapia corretta è impossibile senza una diagnosi corretta: e Grillo si è deciso a fare, almeno per una volta, un’operazione di verità, oltre che un investimento politico sicuro e garantito.

     

    Andrea Giannini

  • Governo Letta, sciagurata alleanza destra-sinistra: guai a dirlo

    Governo Letta, sciagurata alleanza destra-sinistra: guai a dirlo

    enrico-lettaChi scrive – è noto – è un becero nazionalista che vorrebbe la fine dalla gloriosa moneta unica europea. Ed è pure un sordido complottista, convinto che stiamo facendo gli interessi del grande capitale finanziario e non quelli dei lavoratori. Mettiamo tra parentesi allora per una volta la crisi economica e l’Europa e dedichiamoci a quello di cui si occupano i giornali tutti giorni: vediamo se qui troviamo qualche giustificazione al governo Letta; se davvero i costi che l’alleanza destra-sinistra ci impone sono giustificati dai risultati che consegue.

    Forse qualcuno obbietterà che è impossibile fare una valutazione dopo tre mesi appena: ma non è così. Innanzitutto il governo Letta di fatto è un Monti-bis: stesso indirizzo, stesse ricette, stessa maggioranza bipartisan, stesso alto patrocinio presidenziale. Dunque, in quest’ottica, non sono tre mesi, ma quasi due anni che si commettono gli stessi errori. Secondariamente, se davvero la direzione presa è sin da subito quella sbagliata, allora non ha molto senso aspettare che la legislatura faccia tutto il suo corso: perché dopo si potrà solo piangere sul latte versato.

    Occorre dunque imprimersi bene in testa il dibattito in corso questa settimana: se non altro, quando un domani ci diranno che “occorreva provare”, che “non si poteva sapere”, che “sulla carta era la scelta più autorevole e credibile”, potremo allora ricordare quello che sta succedendo in questi giorni per obiettare che invece no: si vedeva e si sapeva benissimo.

     

    Calderoli: «Quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare alle sembianze di un orango».

    Roberto CalderoliChi non muore si rivede. Qualcuno ricorderà infatti che il simpatico esponente leghista, noto alle cronache anche per gli improbabili falò di “leggi inutili”, si era già dimesso nel 2006 a causa della vicenda della t-shirt con vignette satiriche su Maometto.

    In attesa di capire se Letta riuscirà a ottenere le sue dimissioni senza provocare la rivolta della Lega (che non è alleata di governo, ma ha sempre una certa influenza su Berlusconi), rimane da chiedersi: che governo è quello che porta uno così alla vicepresidenza del Senato? Ma lasciamo correre, per carità; non disturbiamo l’esecutivo: sarebbe una «ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze».

     

    Caso Ablyazov: la DIGOS rapisce moglie e figlia di sei anni dell’oppositore kazako esule a Londra e li riconsegna al dittatore Nazarbayev

    alfanoDopo il caso Abu Omar, un’altra extraordinary rendition, con l’aggravante che non siamo di fronte agli interessi dei potentissimi Stati Uniti, ma al più dimesso regime kazako. Tutto il mondo si indigna, l’Italia si domanda come facesse il ministro dell’interno a non saperne niente e Alfano si giustifica professando eterna ignoranza: lui non è mai informato, lui non sa mai niente.

    In attesa di capire se Letta pensa di fare qualcosa oppure se preferisce anche lui far finta di niente in nome delle larghe intese, rimane da chiedersi: un ministro che fa rapire una donna e una bambina perché non riesce a seguire o controllare i suoi sottoposti è uno scandalo sufficiente, o bisogna aspettare il razzismo, la pedofilia e la negazione dell’olocausto? Ma lasciamo correre, per carità; non disturbiamo l’esecutivo: sarebbe una «ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze».

     

    Berlusconi concessionario pubblico: disegno di legge del PD per trasformare l’ineleggibilità in “incompatibilità” da sanare entro 12 mesi.

    silvio-berlusconi-2La proposta è stata avanzata dal capogruppo al Senato Zanda (lo stesso che fino a qualche mese fa proclamava la necessità di votare l’ineleggibilità del Cavaliere) e da Massimo Mucchetti (lo stesso che fino a qualche mese fa era ancora un giornalista quasi intelligente). Per giustificare l’obbrobrio lo stesso Mucchetti spiega: “non si può votare l’ineleggibilità di Berlusconi, se no quello fa cadere il governo, riporta l’Italia alle elezioni, vince e poi cancella la legge sull’ineleggibilità”.

    A parte la perfetta integrazione di Mucchetti nelle logica “vincente” del partito (difatti l’idea che, in caso di ritorno alle urne, il PD possa battere Berlusconi non lo sfiora neppure), il fine ragionamento è qualcosa di sublime: siccome Berlusconi un domani potrebbe fare in modo di non applicare una legge giusta, tanto vale risparmiargli la fatica e dargli noi stessi la possibilità di non applicarla. Meraviglioso!

    In attesa di capire se Letta ha qualcosa da dire a proposito dell’ennesima legge ad personam oppure se preferisce far finta di niente in nome delle larghe intese, rimane da chiedersi: qualcuno avrà capito che il punto non è se una cosa la faccia il PD o Berlusconi, ma il fatto che quella cosa nel complesso sia dannosa per il paese? Ma lasciamo correre, per carità; non disturbiamo l’esecutivo: sarebbe una «ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze».

     

    Votata la mozione della maggioranza sugli F35: il programma di acquisto non si arresta

    f35Si, è vero: non sono le spese militari che hanno mandato in rovina questo paese. E chissà, forse anche il ministro per la difesa Mario Mauro non ha tutti i torti quando, in risposta ai pacifisti, ricorda l’antico adagio latino: si vis pacem, para bellum, (se vuoi la pace, prepara la guerra). Ma a forza di ripetere “avete-vissuto-sopra-i-vostri-mezzi” poi la gente ci crede: e chi di disinformazione colpi di disinformazione perisce.

    Ammesso e non concesso, infatti, che acquistare i famosi F35 sia indispensabile, resta il fatto che – se possibile – è ancora più indispensabile trovare la copertura finanziaria per gli esodati, rinvenire risorse per la scuola, investire sulla ricerca, eccetera eccetera. Cioè se la spesa pubblica è buona perché genera redditi, allora si può temporaneamente anche fare un po’ di debito per pagarsi un po’ di tutto (compresi gli armamenti); ma se la spesa pubblica è uno spreco e la coperta è corta, allora finisce che la gente contrappone tra loro le varie voci di spesa, e le esigenze militari giustamente soccombono a fronte di quelle del welfare.

    Poi c’è un altro lievissimo dettaglio, un piccolissimo sospetto che aleggia su tutta la vicenda: il rischio tangenti. D’altra parte per vendere armi all’estero pagare una tangente è una necessità. Non lo dico io: lo disse Berlusconi, dopo che venne fuori che Finmeccanica pagava tangenti all’India per vendere i nostri elicotteri. Il Cavaliere però rassicurava: «da noi queste cose non succedono». Possono succedere invece «se si va trattare nei Paesi del terzo mondo o con qualche regime». Chissà se anche l’americana Lockheed Martin vede l’Italia come una potenza democratica di prim’ordine oppure come “un paese del terzo mondo”, un paese “con qualche regime”…

    In attesa di capire se Letta ha intenzione di far luce sulla vicenda oppure se preferisce far finta di niente, alimentando il sospetto che dietro le larghe intese ci siano anche larghi e inconfessabili accordi, rimane da chiedersi: ha senso dimezzare i canadair per comprare gli F-35? Ma lasciamo correre, per carità; non disturbiamo l’esecutivo: sarebbe una «ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze».

     

    PS. 

    Mentre in Italia Napolitano difendeva a spada tratta la necessità di preservare questo governo, dicendoci sostanzialmente che ci tocca trangugiare dichiarazioni razziste, rapimenti di donne e bambine in favore di dittatori asiatici, leggi ad personam e regali alle multinazionali americane che costruiscono armi, Letta è volato a Londra per parlare con la comunità finanziaria e fare la solita sceneggiata da piazzista: “venite in Italia”, “vi tratteremo bene”, “investite i vostri soldi qui”, eccetera eccetera. Il solito miraggio di qualche posto di lavoro per giustificare il fatto che ci sdraiamo a pelle di leopardo di fronte al mondo della finanza (avete presente la famigerata “speculazione finanziaria”? E’ proprio questa gente qua). E’ così che continuiamo a pagare un alto tasso di rendimento sui titoli di Stato e che il lavoro si fa sempre più precario per attirare le multinazionali: dal pacchetto Treu alla riforma Fornero il pluriennale obiettivo di abbattere le tutele per favorire il capitale sta quasi per arrivare a fondo.

     

    PPS.

    Alla fine la crisi economica ce l’ho infilata lo stesso. Ma d’altra parte c’era da aspettarselo: avevo ben  specificato che sono un sordido complottista.

     

    Andrea Giannini

  • Comune di Genova, bilancio previsionale 2013: entrate e uscite

    Comune di Genova, bilancio previsionale 2013: entrate e uscite

    Crisi-economica L’argomento non è certo dei più semplici, ma riguarda da vicino tutti noi genovesi e merita di essere approfondito.
    Qui di seguito trovate l’approfondimento relativo al bilancio previsionale del Comune di Genova per il 2013, dopo la presentazione avvenuta ieri  a Palazzo Tursi (clicca qui per leggere il documento). Ora il passaggio in commissione e poi la definitiva approvazione entro l’estate.

    Scriveteci, inviate le vostre domande a redazione@erasuperba.it, nei prossimi giorni prepareremo ulteriori approfondimenti e, con l’aiuto di professionisti, cercheremo di chiarire i vostri dubbi.

    Il bilancio previsionale

    Ci siamo. Sono ufficialmente iniziate le due settimane più lunghe e più calde per l’amministrazione civica della nostra città. Ieri pomeriggio, infatti, il sindaco Marco Doria e l’assessore al bilancio Francesco Miceli hanno illustrato in Sala rossa le linee guida del bilancio previsionale, approvato in mattinata dalla giunta.

    Confermando le previsioni, l’Imu per l’abitazione principale sale all’0,8 per mille. Ma a colpire è soprattutto il sostanzioso aumento dell’imposizione sui canoni concordati: l’aliquota per questa partita passa, infatti, dal 7,6 per mille al 9,5. Invariata, invece, l’incidenza sulle seconde case.

    «Non fa piacere aumentare l’imposizione fiscale, soprattutto in un paese che ha un’evasione così alta» ha detto il sindaco, Marco Doria. «Ma si tratta dell’unico modo che abbiamo a disposizione per non tagliare servizi essenziali. E la leva principale per i Comuni in questo campo è l’Imu. Una politica di tagli brutali, infatti, non favorisce il rilancio ma ne affossa la possibilità e uccide il sistema pubblico. Riteniamo che sia pesantissima e intollerabile l’imposizione fiscale su imprese e lavoro più che sui redditi, perché rende davvero difficile ipotizzare un rilancio dell’economia. Per questo abbiamo cercato di compiere una scelta evidente sia sulla Tares che sull’Imu. Non c’è un euro di quello che viene prelevato dai cittadini che rimarrà nelle tasche del Comnune».
    Così dalla tassa sugli immobili entreranno nei conti di Tursi 21,6 milioni di euro in più per quanto riguarda l’aumento sulle prime abitazioni e 3 milioni per quello sui canoni concordati.

    Oltre a questi 24,6 milioni di euro, altri 5 milioni giungeranno da varie azioni previste dall’amministrazione. Nel dettaglio: 1,7 milioni da una riserva di utili accumulata negli anni da Amiu; 1 milioni di euro dall’accelerazione di procedure per il rimborso dell’Iva; 0,9 milioni dal rientro del cosiddetto “prestito d’onore” attivato da Francesca Balzani, quando ricopriva l’incarico di assessore al Bilancio del Comune di Genova; 274 mila euro da una rimodulazione dei costi di iscrizioni alle materne comunali, che varieranno dai 25 a 100 euro all’anno a seconda del reddito. In questo settore, invece, non stati ritoccati i costi dei servizi di ristorazione.

    palazzo-tursi-aula-rossa-d23Si arriva così a quei famosi 30 milioni di euro di cui da tempo parla il sindaco Doria, per far salire l’ammontare del bilancio comunale al minimo indispensabile di 830 milioni, 50 in meno rispetto allo scorso anno, grazie a una serie di risparmi virtuosi messi in campo dall’amministrazione, tra cui: 13 milioni di euro recuperati dalla diminuzione di spesa per il personale; 14 milioni arrivati dalla riduzione dello stock di debito e dalla rinegoziazione di mutui; 18 milioni dal fondo svalutazione crediti (cifra accantonata per crediti che si prevedono insoluti) a causa delle minore necessità di accantonamento, dovuta alla riduzione delle entrate; 1,7 milioni arrivano da una generale riduzione delle spese secondo i criteri della spending review.

    A tutte queste cifre vanno aggiunti anche i proventi derivati dalla Tares, la tassa rifiuti e servizi che nel 2013 colpirà i genovesi per un totale di poco superiore ai 121 milioni, ovvero 10 milioni in più rispetto alla Tia dello scorso anno. In soldoni, per le utenze domestiche di nuclei famigliari composti al massimo da tre elementi, si tratta di un aumento medio di 30 euro annui. Un ritocco necessario per la normativa nazionale che prevede che l’ammontare del tributo copra integralmente i costi del servizio di Amiu e soddisfi il criterio generale del “chi produce più spazzatura, più paga”.

    Non è stata toccata, infine, l’addizionale Irpef già ai massimi consentiti.

     

    Approvazione del bilancio prima della pausa estiva: al via il tour de force

    Ora la parola passa ai consiglieri chiamati a un vero e proprio tour de force per portare il documento alla votazione in aula prima della pausa estiva (che dovrebbe iniziare ufficialmente il 3 agosto). Un passaggio imprescindibile per il futuro della città perché alcune realtà come Amt, Carlo Felice e Fiera di Genova, oltre a molti operatori del terzo settore, hanno ormai raschiato il fondo del barile e necessitano di ossigeno vitale.

    «La precarietà del quadro politico nazionale a corredo della continua fase economica recessiva impedisce il via a quella serie di riforme imprescindibili per uscire da questo scenario» ha detto l’assessore al Bilancio del Comune di Genova, Francesco Miceli. È in questo quadro che, secondo il sindaco Marco Doria, «diventa imprescindibile dare delle certezze. Giungere all’approvazione del bilancio è dunque un atto dovuto nei confronti dei cittadini. La legge avrebbe consentito di procrastinare fino a settembre ma non potevamo tardare ulteriormente per garantire la sopravvivenza di realtà come Amt e Fiera, fondamentali per l’economia della nostra città».
    C’è di più. All’approvazione del bilancio, infatti, è vincolato anche l’ottenimento di 25 milioni di finanziamento ministeriale per lo scolmatore del Fereggiano, a cui dovranno affiancarsene altri 18 da parte del Comune che arriveranno tramite apposito mutuo, per la cui accensione è appunto indispensabile avere il bilancio approvato.

     

    Poco meno di 98,5 milioni di euro il limite massimo di spesa nel 2013

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    Degli oltre 98 milioni disponibili, 36,5 vanno alle politiche sociali e 30 milioni alle scuole e alle politiche giovanili

    Per quanto riguarda il 2013, dunque, le direzioni comunali potranno fare affidamento su un plafond (limite massimo di spesa) complessivo di 98 milioni e 487 mila euro. A goderne maggiormente saranno il settore delle Politiche sociali a cui andranno 36,5 milioni di euro (vedi grafico), e quello della Scuola, sport e politiche giovanili per cui sono previsti 30 milioni di stanziamenti. Per un totale di 66,5 milioni di euro.

    «È evidente – sottolinea l’assessore Miceli – che se non avessimo previsto la manovra fiscale che porterà nelle casse comunali quasi 25 milioni di euro, tutto il plafond a disposizione delle varie direzioni sarebbe stato assorbito quasi interamente da questi due settori».

     

    Il bilancio 2013 del Comune di Genova: entrate e uscite

    Nel suo complesso, il bilancio previsionale del Comune di Genova per il 2013 ammonta a 841 milioni e 750 mila euro. Raggiunti, dunque, e superati grazie all’aumento di gettito derivante dalla Tares, i più volte accennati 830 milioni.
    Dal punto di vista delle entrate, la fanno da padrone le voci tributarie, il cui ammontare previsto tocca i 588 milioni. Nel dettaglio, i fondi maggiori arrivano da Imu (279 milioni), Tares (121,7 milioni) e Fondo di solidarietà comunale (107,6 milioni). Solo 101 milioni, invece, i trasferimenti che il Comune riceverà dallo Stato.

    «Per il 2013 – ha spiegato l’assessore Miceli – i tagli imposti ai comuni dalla spendig review ammontano a 2 miliardi e 250 milioni. La quota che riguarda il Comune di Genova è di 32,7 milioni, anche se la cifra definitiva è affidata a un decreto ministeriale che si aspettava entro il 30 aprile ma che non è ancora arrivato. Ad ogni modo, dal 2011 le manovre statali hanno provocato una serie di tagli cumulativi che hanno gravato sul Comune di Genova all’incirca per 130 milioni. E si andrà avanti nei prossimi anni. Tutto ciò nonostante l’aumento del contributo finanziario che i Comuni hanno apportato alle casse statali, che dal 2007 ha raggiunto la somma di 14 miliardi, di cui il 40% per tagli alle risorse e il 60% per l’inasprimento del patto di stabilità a livello nazionale».

    Naturalmente più articolata la sezione che riguarda le spese correnti. Oltre ai già citati 98 milioni per i servizi comunali, le cifre più interessanti sono quelle che riguardano le società partecipate: 121,7 milioni vanno ad Amiu (l’esatto ammontare della Tares); 89,6 milioni è il salvagente stanziato per il contratto di servizio di Amt; 18,3 milioni, invece, toccano ad Aster. Ma la spesa maggiore, inutile dirlo, è quella che riguarda il personale: ben 222 milioni di euro per i poco meno di 6 mila dipendenti di Tursi. Da citare, infine, anche i 49,5 milioni di accontamento per il Fondo di svalutazione crediti, i 76 milioni di rimborso prestiti, i 37,7 di interessi e i quasi 54 per le spese generali.

     

    I passi da fare prima dell’approvazione

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D4Come ha più volte ripetuto il sindaco, Marco Doria, va sottolineato che quello presentato oggi è una sorta di primo tempo del bilancio. Non una manovra cristallizzata, dunque, ma un provvedimento che potrebbe essere ritoccato a settembre, alleviando la pressione fiscale sui cittadini. A partire proprio dalle aliquote Imu, con precedenza ai canoni concordati. Provvedimenti, tuttavia, totalmente subordinati alle decisioni di un governo centrale sempre più incerto. In proposito, l’assessore Miceli ha sostenuto che «il Paese non sia in grado di sostenere l’abolizione dell’Imu sulla prima casa perché in queste condizioni è praticamente impossibile trovare risorse alternative. Potrebbero, invece, nascere delle condizioni per rimodulare la tassazione sulla prima casa, attraverso detrazioni che introducano nuovi elementi perequativi».

    Tornando a Genova, invece, la prossima settimana, il bilancio affronterà un serrato passaggio in commissione. Dopo di ché, a cavallo di agosto e con le ferie alle porte, il plenum dei consiglieri tornerà ai riunirsi tutti i giorni, mattino, pomeriggio «e anche notte se fosse necessario», ha sottolineato il presidente Guerello, per giungere alla approvazione definitiva. Almeno fino a settembre.

    Nel frattempo, il sindaco lavorerà a una delibera di indirizzo che riveda radicalmente il sistema delle società partecipate del Comune di Genova. Facendo seguito alle voci sempre più incessanti in questi giorni, il primo cittadino ha specificato che «non c’è alcun atto amministrativo che preveda di privatizzare pezzi di Amt. Ed è anche per salvare l’azienda che stiamo spingendo per l’approvazione del bilancio. Certo è che è necessario giungere a un sistema più efficiente, analizzando caso per caso i provvedimenti da prendere».
    Sul tema hanno espresso la propria posizione anche i consiglieri di Lista Doria, Sel e FdS con un comunicato stampa nel quale si sottolinea con decisione la contrarietà alla privatizzazione dei servizi pubblici locali del Comune di Genova “in sintonia con la volontà espressa dalla maggioranza degli elettori e delle elettrici nell’accogliere i quesiti referendari del giugno 2011”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Logica dell’eccezionalità: politica italiana, 20 anni di emergenze

    Logica dell’eccezionalità: politica italiana, 20 anni di emergenze

    emergenzaNon è del tutto vero che noi Italiani disprezziamo le regole. Sarebbe più giusto dire che ci annoiano; mentre le eccezioni ci affascinano tremendamente. Purtroppo per noi, però, seguire la “logica dell’eccezionalità” non ci ha portato molto lontano in questi ultimi anni.

    La tranquilla e normale gestione della vita politica, condotta nel rispetto, se non sostanziale, almeno formale delle istituzioni, della Costituzione e del decoro pubblico, è diventata un lusso già a partire da Tangentopoli (1992), quando si doveva affrontare l’inedito compito di ricostituire un’intera classe politica, perché quella della prima Repubblica si era ormai disgregata sotto il peso del sistema corruttivo scoperchiato dalla magistratura. Di lì in avanti è stato tutto un potpourri di “necessità straordinarie”, “situazioni eccezionali”, “emergenze”, “anomalie” e “deroghe”.

    Fu necessario “scendere in campo” (1994) per evitare che “i comunisti” rimanessero soli a governare portando “terrore, miseria, distruzione e morte”; poi è diventato indispensabile non criticare la sinistra “per non far vincere Berlusconi”; poi, all’opposto, tenersi il Cavaliere, in quanto indispensabile partner per le riforme costituzionali (la Costituzione – si sa – è vecchia e “oggi c’è la globalizzazione”).

    Altre supposte “emergenze”, che riscossero indubbio successo di pubblico e critica tra gli anni ’90 e i primi 2000, furono senza dubbio: “entrare in Europa”, il “terrorismo internazionale”, le “intercettazioni” e poi il fantomatico “uso politico della giustizia”. Al contrario la crisi economica succeduta alla bolla del mutui sub-prime (2006) non fu considerata un’emergenza, perché “i ristoranti sono pieni”.

    E venne la crisi dei debiti sovrani, che portò l’attacco speculativo sui BOT (estate 2011) che al mercato mio padre comprò. Da allora i “momenti di gravità” e le “situazioni eccezionali” sbocciano incontenibili. “La credibilità!”: via Berlusconi e dentro Monti, con annesso “inciucione” destra-sinistra. “Lo spread!!”: tagliare i servizi, aumentare le tasse, togliere i diritti e ritardare le pensioni. Gli Italiani non votano come dovrebbero? “La governabilità!!!”: rientri Napolitano, a casa Grillo e via libera al secondo “inciucione” destra-sinistra.

    Vent’anni di emergenze improrogabili, di dure responsabilità, di dolorose scelte obbligate; e tutto soltanto per tornare, con la giornata di ieri, esattamente al punto di partenza: Berlusconi rischia la condanna, il governo rischia di cadere, l’Italia rischia il default e l’intera vecchia classe politica rischia di venire spazzata via. Cioè ci hanno detto che “il fine giustifica i mezzi” e il risultato è stato che i mezzi ci hanno precluso il fine.

    Pure era ovvio che sarebbe andata così, per un motivo cui ho già accennato, tanto semplice e banale quanto sottovalutato: non ha senso aspettarsi di ottenere il buon governo derogando le regole, calpestando la Carta Costituzionale, tollerando le volgarità, prendendo in giro gli elettori, ignorando la volontà popolare e tradendo gli interessi nazionali. Ed invece per il nostro estroso spirito e la nostra incontenibile fantasia le cose semplici non sono poi così semplici; anzi, se ci venissero a predicare la castità con i film porno ci sembrerebbe quasi un’astuta mossa di genio.

     

    Andrea Giannini

  • Comune di Genova, bilancio 2013: i numeri del sindaco e il terzo settore

    Comune di Genova, bilancio 2013: i numeri del sindaco e il terzo settore

    welfare-terzo-settoreApprovata all’unanimità la tanto attesa delibera di indirizzo di iniziativa consigliare a sostegno del sistema del welfare e del terzo settore, 30 i voti favorevoli (più l’appoggio esterno di Paolo Putti, capogruppo M5S, uscito dall’aula al momento del voto per evitare conflitti di interesse con il suo lavoro di educatore). Un esito già ampiamente annunciato, dato il complesso iter preparatorio del documento, condiviso trasversalmente da tutti i gruppi politici presenti in Sala Rossa e dalla giunta stessa. «L’iniziativa consigliare – ha detto il sindaco, Marco Doria – fissa il principio dell’importanza del settore del welfare nella nostra idea di società che guarda ai più deboli».

    Il lungo percorso del provvedimento, come ha avuto modo di ricordare il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, ha visto la convocazione di ben 45 sedute di commissione, con infinite audizioni. Processo infinito che è giunto a compimento dopo un’altrettanta approfondita discussione in aula, accompagnata dalla presenza di rumorosi e colorati manifestanti del terzo settore.

    Diverse le linee di indirizzo deliberate dall’assemblea che vincolano la redazione del bilancio preventivo da parte della giunta. Tra queste, sottolineiamo: la realizzazione di iniziative “volte a esercitare una forte pressione politica” affinché il governo nazionale garantisca “il mantenimento di politiche di welfare degne di un paese civile”; la costruzione di un patto cittadino per il welfare che “coinvolga tutti gli attori delle politiche sociali nella definizione di un progetto comune di in grado di coordinare, attorno ad una visione strategica condivisa, attori e sistemi”; la promozione di un grande evento cittadino che sensibilizzi i genovesi “sulle gravi conseguenze che un drastico disinvestimento sulle politiche di welfare può provocare sulla qualità della convivenza civile, sul grado di coesione sociale e, in definitiva, sulle politiche legate alla sicurezza ed alla prevenzione dei fenomeni di devianza, microcriminalità e delinquenza diffusa sul territorio”. Ma soprattutto, la già ampiamente annunciata “indicazione per la predisposizione del bilancio comunale 2013” di evitare “la contrazione delle risorse destinate al welfare, attraverso l’analisi di fattibilità di piani di riorientamento di risorse a favore dei servizi sociali”.

    A tale proposito, è stato anche approvato un ordine del giorno a firma Guido Grillo (Pdl) che, tra le altre cose, sollecita la giunta alla presentazione del bilancio previsionale in tempi rapidi. Hanno riscontrato l’approvazione dell’aula anche altri due ordini del giorno, tra loro piuttosto eterogenei, proposti dal consigliere Enrico Musso che impegnano sindaco e giunta a “promuovere in tutti i municipi servizi di distribuzione di pasti a domicilio” e a istituire un registro degli assistenti familiari (badanti).

     

    I conti in tasca al Comune di Genova: un “buco” di 30 milioni

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DPer sapere se verranno definitivamente scongiurati i tagli al terzo settore e quindi la conferma dei 40 milioni stanziati nel 2012, non resta che attendere la redazione del bilancio preventivo da parte della Giunta. Il termine ultimo previsto dallo Stato è la fine del mese di settembre, ma il sindaco Doria ha più volte annunciato la volontà di giungere alla discussione in aula prima della pausa estiva «per dare qualche elemento di certezza a un quadro di precarietà ormai insostenibile». La sensazione è che, non senza un’accelerata decisiva dei lavori della giunta, entro agosto il Comune di Genova possa finalmente avere il suo bilancio per il 2013. Il Consiglio, infatti, ha dato la propria disponibilità a discuterne fino al 2 agosto, dopodiché scatteranno le ferie.

    Il nodo cruciale ormai è chiaro da tempo. Nel 2013 il Comune di Genova può contare nel suo complesso su 82 milioni in meno di liquidità in parte corrente: 882 milioni di euro era stato l’ammontare per il 2012 (anche se la spesa in bilancio consuntivo è salita a 925 milioni), 800 milioni sarà la disponibilità totale per quest’anno. Una diminuzione di risorse del 10% circa che è dovuta a diversi provvedimenti statali: 33 milioni sono causati dai mancanti trasferimenti nazionali in seguito alle manovre finanziarie volute da Tremonti e Monti; altri 20 milioni in meno sono la conseguenza di una norma nazionale che vieta di inserire in parte corrente nell’anno successivo gli avanzi d’esercizio dell’anno precedente, che invece devono andare a finanziare il debito; infine, altra riduzione di 12 milioni deriva dall’impossibilità di inserire in conto capitale le plusvalenze derivanti dalla vendita di immobili pubblici.

    «Ma alla nostra città per sopravvivere senza dover tagliare servizi essenziali – ha ribadito il sindaco, Marco Doria, ai consiglieri – servono 830 milioni di euro. Con grandi sforzi, abbiamo previsto un risparmio di spesa pubblica (rispetto agli 882 milioni del 2012 n.d.r.) per 50 milioni di euro, pari a circa il 6%. Abbiamo cercato di eliminare gli sprechi e ridurre l’indebitamento, come già successo nel ciclo amministrativo precedente. Ma sotto questa soglia dovremo per forza procedere con tagli dolorosi e, per me, insostenibili perché inciderebbero sulla qualità dei servizi».

    Per capire come verrà coperto questo buco non resta che aspettare la discussione sul bilancio. Senza dimenticare che tutti questi conti, tengono già presente l’aumento dell’Imu, ancora assolutamente in discussione. «Non voglio affrontare la discussione sul bilancio – ha proseguito Doria – giungendo a una contrapposizione tra settore e settore. Dobbiamo evitare la lotta del tutti contro tutti: io sono per una solidarietà tra lavoratori. È facile, infatti, essere solidali a parole ma non voler mollare un euro di ciò che si ha in più degli altri. Dobbiamo aver ben presente che in alcuni settori, come quello del welfare, tagliare i servizi significa anche mandare a casa dei lavoratori. In altre realtà, invece, i sacrifici possono essere affrontati da tutti i lavoratori con forme di solidarietà che consentono di mantenere il posto».

    capigruppo-consiglio-comunale-riunione-politica-tursiConcetti che il primo cittadino ha espresso direttamente anche ai rappresentati del Forum del Terzo settore, nel corso della temporanea sospensione della discussione in aula per consentire l’incontro con i capigruppo e la giunta. Un incontro che, in maniera piuttosto inconsueta ma sintomatica della crucialità del tema, è rimasto aperto anche ai giornalisti.

    E proprio in questa sede il primo cittadino ha anticipato alcuni provvedimenti allo studio da parte della giunta, per scongiurare tagli insostenibili: «Ad esempio, nel capitolo del terzo settore c’è una voce che riguarda il trasporto dei disabili per le cure mediche. Questo servizio in tutte le principali città italiane è garantito dalle Regioni, mentre a Genova per tradizione se ne è sempre fatto carico il Comune. Parliamo di cifre sull’ordine di grandezza dei 2 milioni di euro. Naturalmente non vogliamo tagliare queste spese, ma vorremmo poter destinare le somme ad altri interventi in campo sociale».

     

    Articoli 54: piscina di Multedo e materiale radioattivo nel porto di Voltri

    Come tutte le settimane, anche questa seduta del Consiglio comunale spostata straordinariamente al giovedì, è stata anticipata dai consueti articoli 54. Tra le interrogazioni a risposta immediata che i consiglieri hanno posto alla giunta, ve ne sono un paio di particolare interesse.

    multedo-2La prima, presentata dai consiglieri Paolo Gozzi (Pd) e Guido Grillo (Pdl), riguarda il futuro della piscina Sapio di Multedo, assegnata per bando al gruppo “Nuotatori genovesi” e che vissuto parecchie controversie a seguito del ricorso al Tar da parte degli altri concorrenti. Benché il tribunale amministrativo abbia confermato la bontà della graduatoria, i lavori di ristrutturazione da parte della società aggiudicatrice non sono mai cominciati. I ritardi pare siano dovuti alle cattive condizioni in cui è stata trovata la piscina, peggiori del previsto, come la presenza di amianto e la mancanza del sistema fognario. Per porre fine a questa infinita situazione, l’assessore allo Sport, Pino Boero, dopo aver dichiarato la disponibilità del Comune ad andare incontro alle richieste dei vincitori, per quanto di competenza amministrativa, ha annunciato che entro la prossima settimana, se il gruppo “Nuotatori genovesi” non inizierà i lavori si vedrà revocata la concessione.

    Quartiere di Prà

    La seconda interrogazione, invece, ha visto intervenire i consiglieri Enrico Pignone (Lista Doria) e Gian Piero Pastorino (Sel) per chiedere delucidazioni in merito alla presenza di materiale radioattivo al porto di Voltri. L’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, ha spiegato che è stato attivato in Prefettura un tavolo per mettere a punto le modalità restituzione del container al paese di provenienza: benché, infatti, i frammenti di radio trovati siano già innocui a 2 metri di distanza, è necessario seguire una serie di norme particolarmente restrittive a causa della pericolosità del materiale. Si tratta del secondo ritrovamento di questo tipo nel levante genovese, dopo la pastiglia di cobalto rivenuta in un container nel luglio 2010.

    Da segnalare, infine, l’approvazione all’unanimità di ordine del giorno presentato dal consigliere Antonio Bruno (FdS), anche questo già anticipato, che impegna il sindaco ad “attivarsi presso il Prefetto, affinché sia aperta una moratoria sugli sfratti per morosità incolpevole”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Welfare e Terzo Settore: il Comune prova a far tornare i conti

    Welfare e Terzo Settore: il Comune prova a far tornare i conti

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    Dopo la seduta monotematica della scorsa settimana dedicata alla sicurezza, anche la prossima convocazione in Consiglio comunale, secondo voci di corridoi spostata da martedì a giovedì pomeriggio per consentire la presenza dell’assessore Dameri, ha un solo, delicato tema all’ordine del giorno, ovvero il welfare e i fondi da destinare al variegato e vitale mondo del terzo settore, i cui rappresentanti presenzieranno in massa ai lavori dell’aula.

    Per la prima volta nell’attuale ciclo amministrativo, quello cioè che vede ai vertici di Palazzo Tursi Marco Doria, la discussione prenderà il via da una delibera di indirizzo di iniziativa consigliare, come previsto dall’art. 51 del Regolamento del Consiglio comunale di Genova. Una rarità per la Sala Rossa. Si tratta di un documento con cui i consiglieri, in questo caso bipartisan, mirano a porre dei paletti vincolati per la giunta circa la redazione del bilancio previsionale per il corrente anno che dovrebbe essere approvato prima della pausa estiva.
    Se, come probabile, la delibera di Consiglio dovesse ottenere la maggioranza, sindaco e assessori si troverebbero costretti a garantire al comparto del welfare, anche per il 2013, la stessa entità di fondi stanziati lo scorso anno, ovvero poco più di 40 milioni di euro. Una cifra che creerebbe non pochi problemi nella redazione definitiva del bilancio, considerato che rispetto al 2012 da Roma arriveranno 31 milioni in meno nelle casse di Tursi. Un buco che non sarebbe totalmente ripianato neppure con l’aumento di un punto percentuale sull’Imu. La giunta, dunque, si troverà di fronte a scelte molto delicate e, con ogni probabilità, sarà costretta a prendere provvedimenti poco popolari: ad esempio, il taglio degli extra per i dipendenti comunali che potrebbe garantire un tesoretto di circa 6 milioni di euro.«Si tratta – spiega Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria – dell’ennesimo tentativo di riportare il dibattito politico all’interno della Sala Rossa. Le maggioranze forti che si sono succedute nei cicli amministrativi precedenti hanno fatto perdere incisività alle discussioni in assemblea. Ma, soprattutto per questioni sociali in cui non esiste necessariamente una contrapposizione partitica, è giusto che i problemi vengano affrontati pubblicamente in Consiglio. La Sala Rossa non può essere solo la valvola di sfogo per le proteste di cittadini e associazioni che ogni settimana assiepano le tribune, non sempre in maniera opportuna. Anche perché se non arrivano i trasferimenti dal governo non si può sempre addossare la colpa al sindaco e al Comune».

    Trattandosi di un provvedimento trasversale, la delibera non dovrebbe trovare troppi ostacoli al suo passaggio. Tuttavia, la discussione di domani servirà ai consiglieri per manifestare i propri intendimenti circa le iniziative concrete da intraprendere e i settori su cui abbattere la scure dei tagli. E qui si attendono scintille, anche all’interno della maggioranza. Da un lato, infatti, la posizione di parte del Pd che vede di buon grado l’inserimento di una logica concorrenziale nel mondo delle cooperative sociali e del terzo settore più in generale; dall’altra, la posizione della Lista Doria contraria a un sistema che rischierebbe di favorire sempre i soliti soggetti, magari già avvantaggiati dal punto di vista fiscale. Nel mezzo, o meglio, all’esterno, la protesta dei sindacati e del Forum del Terzo Settore che manifesteranno il proprio malessere.

     

    Consiglio Comunale: quali strumenti a disposizione dei consiglieri?

    La delibera di Consiglio è solo uno dei molteplici strumenti con cui i rappresentati dei cittadini genovesi stanno esercitando i propri compiti di controllo sull’operato dell’amministrazione.

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    Nelle scorse settimane, infatti, abbiamo più volte fatto riferimento a termini tecnici come articoli 54, articoli 55, ordini del giorno, emendamenti, interpellanze e mozioni. Lo abbiamo già fatto in altre occasioni, ma in una giornata come quella di oggi che vede il Comune impegnato in una scelta importante per il futuro della nostra città, ci sembra utile cercare di fare nuovamente chiarezza sulle iniziative che i consiglieri possono intraprendere all’interno della Sala Rossa.

    Andiamo con ordine, partendo da uno degli strumenti più sfruttati e che più volte abbiamo avuto modo di citare nei nostri articoli da Palazzo Tursi. Stiamo parlando degli articoli 54, ovvero le interrogazioni a risposta immediata che contraddistinguono, di norma, l’ora (anche nota con il termine anglosassone di question time) precedente i lavori ordinari dell’assemblea. Si tratta di chiarimenti su argomenti di attualità e di competenza dell’amministrazione comunale, richiesti da uno o più consiglieri in forma scritta ma illustrati oralmente, a cui fanno seguito le risposte degli assessori competenti, con possibilità di replica per i proponenti.  Uno strumento che spesso viene sfruttato dai consiglieri solamente per avere un po’ di visibilità in più, ma che, in realtà, è anche uno dei metodi più efficaci con cui i cittadini, tramite i propri rappresentanti in Sala Rossa, possono chiedere conto agli assessori competenti e all’amministrazione più in generale, di determinate problematiche che li riguardano e che interessano la vita della città.

    All’inizio di ogni seduta, il presidente può prendere o concedere la parola per brevi dichiarazioni su fatti recenti di particolare importanza. Inoltre, secondo il quarto comma dell’articolo 55, in apertura dei lavori è “sempre consentito al sindaco fare dichiarazioni di particolare importanza per la Civica Amministrazione” per un tempo massimo di 10 minuti. L’intervento del primo cittadino può essere preceduto dalle dichiarazioni di un rappresentante per ciascun gruppo consigliare, per un massimo di 5 minuti a testa. Una situazione che abbiamo visto poche settimane fa, in occasione della discussione sul Terzo Valico.

    Tecnicamente organizzate come gli articoli 54, le interpellanze sono atti a carattere ispettivo, domande rivolte a sindaco o giunta per conoscere i motivi o gli intendimenti della loro condotta in merito a un provvedimento o a un comportamento amministrativo.

    Da non confondersi con l’ordine del giorno della seduta, che indica appunto l’elenco degli argomenti in discussione durante una determinata convocazione, l’ordine del giorno inteso come iniziativa di uno o più consiglieri è un atto di indirizzo con cui si impegna l’amministrazione a intraprendere un determinato comportamento o azione di governo su un provvedimento in esame. Non comporta effetti giuridici immediati ma va piuttosto considerato alla stregua di un documento accessorio alla discussione in corso.

    A metà strada tra la delibera di indirizzo e l’ordine del giorno, si collocano le mozioni. Si tratta di proposte di deliberazioni, con cui i membri della Sala Rossa esprimono la propria posizione su argomenti di particolare rilevanza per spronare la discussione e/o impegnano sindaco e giunta al compimento di atti e all’adozione di iniziative di propria competenza su questioni cogenti.

    Tra le altre azioni a disposizione dei consiglieri avrete sicuramente letto più volte i termini emendamento e dichiarazioni di voto, di comprensione molto più immediata rispetto agli altri. Nel primo caso, si tratta di proposte di modifica dei documenti da deliberare, su cui, prima della votazione in aula, la giunta è chiamata a manifestare il proprio orientamento. È uno degli strumenti più utilizzati, insieme con gli ordini del giorno, come pratica ostruzionistica. Le dichiarazioni di voto, invece, altro non sono che l’illustrazione delle motivazioni che porteranno un gruppo consigliare a votare a favore o contro un determinato provvedimento; a essi, possono aggiungersi gli interventi di consiglieri che si dissocino dall’orientamento del proprio gruppo di appartenenza.

    Per il momento ci fermiamo qua, senza alcuna pretesa di essere stati esaustivi ma con la speranza di aver aiuto qualche lettore a districarsi tra i tecnicismi che caratterizzeranno la lunga giornata di oggi in quel di Palazzo Tursi.

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Enrico Letta, il candido premier e i rassicuranti segnali di ripresa

    Enrico Letta, il candido premier e i rassicuranti segnali di ripresa

    enrico-letta-2E’ un luglio un po’ anomalo. Ci sono splendide giornate di aria tersa, il caldo non è afoso e il miraggio delle agognate vacanze estive ritorna un po’ pigramente ad occupare la testa degli Italiani. Qualcuno butta un occhio sul colpo di Stato in Egitto. Qualcun altro si distrae con l’avvincente tentativo di scalata alla vicepresidenza della Camera dell’onorevole Santanché, oppure con il solito M5S, al quale si può sempre rimproverare qualcosa, in mancanza di altro. Di crisi non c’è proprio voglia di parlare: e forse – chissà – gli Italiani preferirebbero credere che ci siano davvero quei segnali di ripresa visti da Saccomanni; che la decadenza del movimento di Grillo e i guai giudiziari di Berlusconi segnino il ritorno alla “normalità” della cara vecchia opposizione destra-sinistra; che il governo Letta, sotto l’alto patrocinio di Napolitano, stia davvero facendo quello che va fatto; che lo spread si sia acquietato e che l’Europa abbia, seppur faticosamente, imboccato compatta la strada della risalita.

    O forse no. Forse gli Italiani sono disillusi, non si aspettano più niente e vorrebbero solo pensare ad altro. E forse non hanno proprio battuto ciglio quando l’altro giorno Letta ha twittato festante “Ce l’abbiamo fatta!”, dopo che la Commissione Europea sembrava aver dato il via libera allo sforo del tetto di spesa. D’altronde gli Italiani a questi annunci hanno fatto il callo: chi crede più che cambierà davvero qualcosa? Beh, almeno uno c’è: il tenero Enrico.

    Tutto trafelato il simpatico premier affidava la portentosa novella alla rete, senza avere neppure il tempo di curare la punteggiatura e usando persino “X” al posto di “per”, come i veri “gggiovani”. E l’hastag “#serietàpaga”, messo in bella vista, non fa che acuire l’istintiva simpatia per il candore del povero ragazzo. Bisogna capirli i giovani d’oggi. Enrico, già fervente ammiratore di Andreotti («Quante volte da bambino ho sentito nominare Andreotti a casa di zio Gianni. Era la Presenza e basta, venerata da tutti. Io avevo una venerazione per questa Icona»), è cresciuto alla scuola del più navigato zio e si considera figlio putativo del più anziano compagno di Bilderberg Mario Monti, per il quale pure nutre una stima viscerale, testimoniata dal noto “pizzino” con cui ne salutò l’ascesa al governo («Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente […] sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!»).

    Insomma, Letta junior se lo sono allevato loro e oggi lui è fatto così: alle promesse dei grandi ci crede. Per il piccolo Enrico “rispettare i patti” e “dimostrare serietà” sono davvero i punti programmatici concreti di cui l’Italia ha bisogno, esattamente come per ogni bambino è concreta la minaccia dell’uomo nero che la mamma di tanto in tanto gli prospetta. Che le cose non stiano così, tuttavia, non c’è bisogno di un gran lavoro per dimostrarlo.

    Olli Rehn, commissario europeo, ha subito specificato: «La flessibilità concessa dall’Ue non può in alcun modo derogare dalla regola del debito scritta nel fiscal compact». Cioè non si può sforare il limite del 3% annuo nel rapporto deficit – prodotto interno lordo. Se eventualmente l’anno prossimo (2014) dovessimo restare al di sotto di tale soglia, allora sarebbe (forse) possibile utilizzare il margine accumulato (0,1? 0,2?) per investimenti produttivi. Che cosa siano esattamente questi “investimenti produttivi” nessuno lo sa: e in ogni caso non saremo noi a decidere, ma l’UE. Il ministro dei trasporti Lupi ha subito provato a prenotare l’eventuale tesoretto per le grandi opere. (Vuoi vedere che l’annuncio serve solo come una scusa per buttare altri soldi nella TAV?).

    L’associazione dei costruttori ha ipotizzato maggiori risorse per 7,5 miliardi l’anno: ma è una stima più che ottimistica. E in ogni caso è sempre troppo poco. E’ poco per rilanciare l’economia; poco per bilanciare il contributo dell’Italia all’Unione; poco per compensare il pesante tributo di tagli a cui siamo sottoposti. E soprattutto non è un passo verso quell’unità europea che potrebbe risolvere i veri problemi: perché ovviamente gli Stati Uniti d’Europa non ci saranno mai, dato che i paesi del centro non accetteranno mai di finanziare di tasca loro il divario con i paesi della periferia (l’8% del PIL tedesco, secondo Jacques Sapir). Solo il simpatico Letta può pensare davvero che i sacrifici siano stati ricompensati, e che ora si possa finalmente «mettere in campo investimenti per le infrastrutture», oppure porre «il tema del taglio delle tasse sul lavoro e dell’aiuto al lavoro giovanile». In realtà è il solito leitmotiv del “coniugare rigore e crescita”, cioè: il rigore non si tocca, di crescita ne parliamo un’altra volta.

     

    Andrea Giannini