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  • Italicum, la nuova legge elettorale sotto la lente di ingrandimento: AAA dittatore cercasi

    Italicum, la nuova legge elettorale sotto la lente di ingrandimento: AAA dittatore cercasi

    elezioniDel nuovo sistema elettorale detto “italicum”, appena approvato e fresco della firma apposta dal Presidente Mattarella (che ha così sancito la definitiva sconfitta politica di quella minoranza PD che, paradossalmente, per la sua elezione si era tanto battuta), un paio di criticità non sono state rilevate – almeno per quanto io abbia potuto constatare. Non che non siano state avanzate obiezioni o che non siano stati intervistati costituzionalisti e altri studiosi decisamente contro questa legge elettorale. Tuttavia, in questo gran ballo di discussioni (sempre utile ad alzare polveroni che impediscono di distinguere bene cosa stia succedendo), mi pare siano rimasti sottotraccia alcuni elementi centrali.

    Il primo problema è il meccanismo del doppio turno. Se nessuna lista prende almeno il 40% dei voti, infatti, è previsto un secondo turno di votazioni, un ballottaggio, tra le due forze che hanno ottenuto i risultati migliori. In entrambi i casi (che basti uno o che servano due turni) al vincitore va comunque il premio di maggioranza: 340 seggi, che costituiscono una maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati.

    Persino per alcuni critici questo sistema sarebbe indice di miglioramento rispetto al vecchio e incostituzionale porcellum, in quanto supererebbe una delle problematiche rilevate dalla Corte Costituzionale (la mancanza di una soglia precisa per il premio di maggioranza) e perché impedirebbe a una minoranza di diventare maggioranza. Entrambe queste argomentazioni, tuttavia, mi paiono errate. Al secondo turno, infatti, manca completamente alcuna soglia; mentre in un panorama politicamente frammentato, con un’offerta potenziale piuttosto vasta (data anche la soglia d’ingresso del 3%, che consente a molti piccoli partiti di poter aspirare ad entrare in Parlamento), il secondo turno si rivela una forzatura eccessiva, che rischia di produrre esiti assurdi.

    A differenza di quanto avviene nel meccanismo elettorale francese (dove però il sistema di governo è presidenziale, cioè si elegge direttamente il Presidente della Repubblica), nell’italicum è espressamente “esclusa ogni forma di collegamento tra liste o di apparentamento tra i due turni di votazione”: cioè il ballottaggio si gioca esclusivamente tra i due partiti che hanno ottenuto più voti, senza poter ottenere endorsement da, o stabilire coalizioni con, le altre forze che sono rimaste fuori.

    Facciamo un esempio concreto. Se fossero confermati gli ultimi sondaggi (prendiamo, tra le tante, le stime fatte da EMG Acqua per LA7) il PD, con il 34,8%, e il M5S, con il 23,1%, sarebbero i due partiti ad accedere al secondo turno di votazioni, dove in ballo è l’ambito premio di maggioranza. A questo punto chi aveva scelto altri partiti (Forza Italia, Lega Nord, SEL, centristi, comunisti, eccetera) avrebbe due opzioni: o non andare a votare, oppure scegliere uno dei due concorrenti rimasti come ripiego.

    Nel primo caso potremmo assistere ad un’astensione record, nel secondo caso – soprattutto se il confronto elettorale sui media si facesse aspro – ad una chiamata alle armi contro il rivale che rischia di conquistare il potere. Formalmente, chiunque vincesse, l’elezione sarebbe perfettamente valida: tuttavia, da un punto di vista sostanziale, avremmo una forte delegittimazione del senso stesso della rappresentanza politica.

    Un’alta astensione sarebbe fortemente compromettente. Ricordo che, per esempio, il 51% del 50% dei votanti corrisponderebbe al 25% dei voti: un po’ poco per parlare di grande legittimazione popolare. Allo stesso modo, anche nel caso di una buona affluenza, una campagna elettorale vinta dal M5S sfruttando l’astio contro i provvedimenti del governo Renzi, o, all’opposto, vinta dal PD sfruttando l’idea dell’inaffidabilità di Grillo e dell’inesperienza dei suoi, non sarebbe propriamente una netta investitura per il programma dei due schieramenti.

    Non bisogna dimenticare che il vincitore, grazie anche al 60% di nominati, avrà a sua disposizione una schiera di fedelissimi pronti a votare a maggioranza assoluta qualsiasi cosa: e potrà farsi forza – c’è da scommetterci – anche di un risultato che formalmente, almeno al secondo turno, sarà di certo superiore al 50% (il 40,8% di Renzi sembrerà una cosa da dilettanti). Nella realtà, tuttavia, solo una parte molto minoritaria dell’elettorato avrà davvero votato un programma politico.

    Il rischio sarebbe dunque quello di farci governare a maggioranza assoluta, con tutta probabilità per cinque anni interrotti, da un PD con solo il 34,8% dei voti, o da un M5S con solo addirittura il 23,1%. E potrebbe andare peggio. In linea teorica persino una Lega Nord con il 14,8% dei voti potrebbe andare al ballottaggio (e vincerlo). Un sistema assurdo, a fronte del quale dare il premio di maggioranza a chi raggiunge il 40% al primo turno sembra la cosa più sensata di tutte!

    Il secondo punto è ancora più grave, benché sia molto più semplice. Nell’attesa di sapere come si comporrà il Senato, con la riforma costituzionale in discussione, nel frattempo sappiamo già che la Camera dei Deputati sarà saldamente in mano al partito vincitore: che esprimerà così, dunque, sia il governo e il premier, che il voto del Parlamento. Ad alcuni fini costituzionalisti è sfuggito questo lieve dettaglio: se esecutivo e legislativo sono in mano alle stesse persone, salta la divisione dei poteri.

    Quali sono, infatti, le possibilità che il Parlamento si metta contro il premier? Realisticamente nessuna. Il candidato premier e gli altri capi del partito avranno imbottito le liste di loro fedelissimi: praticamente è lo stesso gruppo di potere che governa e si approva le leggi da solo.

    Ricapitolando: manderemo al governo per cinque anni, come maggioranza assoluta pienamente legittima, con un esecutivo e un legislativo riuniti e quasi blindati, un partito che potrebbe aver preso anche solo il 25% dei voti. A questo punto manca solo il cartello: “AAA dittatore cercasi”.

     

    Andrea Giannini

  • Italicum e fiducia a Renzi: perché la minoranza PD è destinata a perdere

    Italicum e fiducia a Renzi: perché la minoranza PD è destinata a perdere

    Matteo RenziMi sono occupato talmente tante volte degli assurdi slogan della propaganda renziana (ed esempio qui, qui e qui) che confido davvero nel fatto che almeno i miei lettori ne siano ormai immuni. In realtà il problema non è mai stato quello di capire se questo chiocciare di “governi che governino” o di “minoranze che non ricattino” avesse un fondamento o meno: che certi discorsi fossero scemate assolute è pacifico da sempre. Anzi: quando queste porcate spacciate per “riforme elettorali” o addirittura “costituzionali” saranno definitive e non si potrà più tornare indietro tanto facilmente, allora vedrete che lo ammetteranno serafici anche dall’interno del PD.

    Il problema non è nemmeno quello di capire come mai questa propaganda funzioni: semplicemente perché è tutto da dimostrare che essa funzioni davvero. Ricordo sempre, infatti, che il famoso 40% del PD di Renzi è stato ottenuto sul 50% degli aventi diritto (un’astensione da record) nel corso delle elezioni per il Parlamento Europeo: e in quell’occorrenza, naturalmente, non si era parlato della riforma elettorale, mentre ebbe un peso decisivo l’atteggiamento da tenere in Europa. Dunque l’attuale premier non ha alcun mandato specifico per portare avanti il programma che ha in testa: ed in questo, tra l’altro, si differenzia nettamente (in peggio) da Silvio Berlusconi; il quale, invece, a suo tempo, era riuscito a farsi eleggere sulla base almeno di un qualche programma politico (cosa che comunque non fu sufficiente per indurlo ad osare tanto). Inoltre nessun sondaggio dimostra che gli italiani siano in maggioranza per questa riforma elettorale: e certo non ne comprendono l’urgenza.

    Il problema, dunque, non è né la presunta necessità né l’effettivo appeal del programma di riforme politiche del governo. La questione è un’altra: se questi provvedimenti così palesemente non servono, non piacciono o non interessano alla maggior parte delle persone, come mai, allora, nessun politico sembra essere in grado di contrastare con successo Renzi?

    Quanto alle forze di opposizione, mi ero già espresso. Nonostante Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Forza Italia siano insieme numericamente superiori, tanto nei voti presi alle politiche del 2013 quanto in tutti sondaggi degli ultimi giorni, tuttavia in Parlamento sono stati messi in minoranza dal meccanismo elettorale, l’inconstituzionale porcellum; ma soprattutto continuano a voler marciare separati: e presi separatamente sono facile preda del pesce più grosso.

    Renzi però ha nemici anche all’interno del suo governo: anzi, all’interno del suo stesso partito. Come mai, allora, questi oppositori interni sono sempre più isolati e vengono sistematicamente battuti? Cosa rende l’ex-sindaco di Firenze tanto forte da avergli permesso di scalare con successo il vertice, facendo tabula rasa della precedente dirigenza? Al di là dell’indubbia esuberanza del premier, credo che per spiegare davvero cosa abbia contribuito a conferirgli l’aura del vincente sia necessario per me fare autocritica. Temo di dover ammettere di aver sbagliato, in passato, a soppesare due fattori fondamentali delle dinamiche interne al Partito Democratico: il condizionamento della base e l’esperienza dei vecchi dirigenti.

    Avevo valutato che, almeno inizialmente, gli iscritti non fossero così entusiasti del nuovo venuto; che privilegiassero un modo diverso di concepire la leadership politica – come in parte dimostrarono appena due anni fa, facendo sentire attivamente il loro appoggio all’ipotesi (poi sfumata) dell’elezione di Stefano Rodotà a Presidente della Repubblica. Inoltre, più recentemente, sono stato ad osservare le mosse della cosiddetta “minoranza PD”: che pure inanellava uno schiaffo dietro l’altro (utile a rintuzzare il saracasmo di Marco Travaglio) e che tuttavia sembrava davvero troppo perdente per essere vera. “Ci deve essere qualcosa dietro”, mi dicevo. E invece non c’era nulla. L’ormai pressoché certa vittoria del premier sull’Italicum, dimostra probabilmente che mi sbagliavo su tutta la linea: né si è sentita muovere una foglia dalla base del PD, né si è colto un barlume di strategia politica nella minoranza parlamentare.

    La scarsa tempra politica degli altri protagonisti, dunque, sembrerebbe spiegare la facilità di manovra di Renzi. Si tratta però di una ricostruzione troppo superficiale. Andando in cerca di ragioni più profonde occorre notare che, se Bindi, Bersani e Cuperlo sono rimasti così isolati, non solo dentro ad un Parlamento dove molti non hanno ancora maturato il vitalizio, ma anche all’esterno, allora è evidente che hanno fallito nel tentativo di accreditarsi come rappresentanti di una battaglia politica, anziché solo di potere.

    Per non essere accusati di fare guerriglia contro chi li aveva semplicemente detronizzati e messi in disparte, gli uomini e le donne della minoranza PD avrebbero dovuto dimostrare di avere una visione politica alternativa tale da giustificare lo scontro con l’attuale segretario. Tuttavia si presume che chi voglia far parte di uno stesso partito debba condividere un minimo di idee comuni: e dunque che non possa esprimere una visione completamente alternativa, a meno di non decidersi ad abbandonare il partito stesso.

    Renzi contava esattamente su questo: se le critiche fossero rimaste contenute, tutto sarebbe filato liscio; se invece avessero passato il limite, si sarebbe potuto obiettare che in certi casi la coerenza tra parole e fatti impone gesti radicali, come la scissione. Fassina e gli altri sono restati nel mezzo: hanno evocato paragoni forti, ma nel contempo hanno rifiutato di abbandonare il partito. E per i renziani è stato facile sottolineare l’incoerenza di questa scelta. Per l’ennesima volta il premier ha vinto semplicemente alzando la posta.

    Verrebbe da chiedersi, a questo punto, perché, anziché farsi logorare e annientare pezzo per pezzo, i vecchi leader del PD non decidano di raccogliere queste provocazioni con un gesto eclatante. Il fatto è che non sarebbero credibili. Come ho scritto sopra, per giustificare una battaglia politica occorrono differenti visioni politiche: e i critici di Renzi in passato non hanno avuto idee troppo diverse dalle sue.

    Cosa farebbe davvero paura al premier? Un partito di sinistra che gli si opponesse frontalmente: ad esempio, difendendo il sistema proporzionale contro quello maggioritario, rivendicando l’importanza di un’ampia rappresentanza, anziché di un esecutivo forte. Ma è dai governi D’Alema che la sinistra lavora per costruire un sistema maggioritario bipolare. Renzi ha semplicemente imboccato questa stessa strada e l’ha percorsa a velocità più elevata. Perché mai ora qualcuno dovrebbe convincersi ad andare un po’ meno veloce, se tanto tutti sono d’accordo che sempre là in fondo si debba arrivare? È una differenza troppo flebile.

    Un discorso analogo si potrebbe fare per l’europeismo acritico. Fassina è ben conscio che si tratta di una posizione insostenibile: e ha già dichiarato che non è spaventato dal fatto di condividere la stessa posizione di Salvini. Ma non tutti i suoi compagni di strada la pensano uguale. Il fronte euro-critico comprenderebbe Cuperlo e D’Attorre, ma escluderebbe Bersani e, soprattutto, il già ventilato ritorno di Prodi. Non importa come la pensiate in merito; ma è incontestabile che, una nuova forza di sinistra realmente alternativa dovrebbe distinguersi nettamente dal PD anche su questo tema: cosa impossibile per chi fino a ieri rivendicava con orgoglio di aver portato l’Italia nell’euro.

    Insomma, questa classe dirigente è troppo compromessa. Ha perso la lotta all’interno del PD e ora non ha più la credibilità necessaria per portare questa lotta all’esterno: per cui si accontenta di quella piccola fetta di gestione del potere che le resta.

    Ci sarebbe ancora, a dire il vero, una remota possibilità. L’elezione di Mattarella era stata salutata quasi come una vittoria; come se Bersani e i suoi fossero convinti di essersi procurati un utile alleato. In effetti il Presidente potrebbe teoricamente (e anzi dovrebbe) respingere la nuova legge elettorale. Ma non ha messo la testa fuori dal Quirinale per esprimersi sull’incredibile ricorso alla fiducia, oltre ad aver dimostrato, in questi mesi, di avere la consistenza di un ectoplasma. Possiamo anche aspettare per giudicare: ma ormai non credo faccia differenza.

     

    Andrea Giannini

  • 25 aprile e attualità: deriva anti-democratica europea e autoritarismo made in Italy

    25 aprile e attualità: deriva anti-democratica europea e autoritarismo made in Italy

    bandiera-italiaUn modo onesto di festeggiare il 25 aprile sarebbe riflettere seriamente, una volta tanto, su quello che stiamo facendo, oggi, per contrastare il nazifascismo e la sua ideologia. Non che in Italia manchino gli “antifascisti”: tutt’altro. Il problema è che proprio questa stucchevole contrapposizione tra revisionismo storico ed esaltazione partigiana distoglie l’attenzione dall’attualità dei contenuti.

    Lo dico chiaramente: chi pensa di combattere il fascismo scandalizzandosi per i “viva il duce” su facebook o per il saluto romano di Casa Pound mi fa solo tenerezza. Se oggi esiste il rischio di ricaduta in una qualche forma di fascismo, è piuttosto improbabile che essa si ripresenti con gli stessi abiti e le stesse liturgie di novant’anni fa. La Storia si ripete, certo: ma sempre con variazioni sul tema.

    Il sospetto è che gli antifascisti di oggi da ragazzi abbiano imparato non tanto a studiare e rispettare la Storia, quanto piuttosto a dire “fascismo-brutto” per compiacere i loro professori (appagati, a loro volta, dall’illusione di trasmettere in questo modo un qualche valore). Se così è stato, allora, non stupisce che oggi il massimo della critica verso un’ideologia responsabile di tanti morti si riassuma, al più, nel ricordare la vergogna delle leggi razziali. Indubbiamente si trattò di un atto ripugnante: ma il giudizio sul regime di Mussolini sarebbe diverso senza quell’orrendo tentativo di compiacere la Germania hitleriana?

    Può essere che di questi tempi gli italiani, esasperati e abbruttiti dalla crisi, si stiano abituando a non vergognarsi più di assumere toni razzisti: ma tra il folklore di chi veste la camicia nera e l’esito estremo di guerre e pulizie etniche, ci deve pur essere qualcosa nel mezzo; qualcosa che costituisca il cuore del fascismo e della sua ideologia; qualcosa che sia già accaduto in Italia tra il 1922 e il 1938.

    Non pretendo in questa sede di definire cosa fu il fascismo: ma certo non dobbiamo cadere nell’illusione modernista di trattare gli uomini del passato come dei minorati sui quali ancora non era caduta la luce abbagliante del progresso, che ci preserverebbe dal fare i loro stessi errori. Il fascismo non fu solo manganello e leggi razziali: manifestazioni macroscopiche che oggi quasi chiunque può vedere e riconoscere per tempo. Il fascismo fu tante altre cose: forse ancora più pericolose, perché resero possibile tutto il resto senza che i più avvertissero il rischio.

    È per questo che su questa rubrica, anziché dare fiato ad inutili polemiche sui monumenti storici o giocare il giochino della sinistra “buona” che si oppone alla Lega “razzista”, ho sempre cercato di puntare il dito sulle cose che mi sembravano davvero pericolose, perché condivise non da evidenti esaltati, ma dalle “persone normali”. Ci furono condizioni, mentalità, interessi, leggi ed eventi che prepararono la strada al fascismo e lo resero “accettabile”: e credo che siano queste le cose a cui bisogna davvero fare attenzione.

    Coerentemente a questo obiettivo, ho meditato sulla lezione di Alberto Bagnai e sulla concezione anti-democratica implicita nel sistema monetario europeo; mi sono sforzato di capire come mai sia tanto difficile contrastare il desiderio di autoritarismo che investe la politica; ho provato a richiamare l’attenzione su certi interessi, così palesemente contrari ai nostri e allo spirito della nostra Costituzione; infine non mi sono fatto scrupoli nel definire “intrinsecamente fascista” la concezione per cui non è importante quanto il Parlamento sia rappresentativo, ma quanto esso si dimostri in grado di fare quello che alcuni sono convinti che andrebbe fatto.

    Oggi credo che il modo migliore per onorare il 25 aprile sia quello di segnalare un post dal blog di Luciano Barra Caracciolo, che mette in evidenza le somiglianze tra la legge Acerbo del 1923 e l’Italicum che il PD di Renzi vorrebbe approvare in totale solitudine. Se davvero siamo ancora preoccupati dai rischi di tutti i fascismi, se ci interessa più l’ideologia che il nome, più la sostanza che le manifestazioni di folklore, allora forse siamo ancora in grado di provare a capire e di vedere dove stiamo andando, prima che sia troppo tardi. Viva il 25 aprile, viva la Resistenza e viva l’Italia.

     

    Andrea Giannini

  • L’auto-razzismo del popolo e della classe dirigente italiana: la politica come il cabaret

    L’auto-razzismo del popolo e della classe dirigente italiana: la politica come il cabaret

    renzi-risataL’autoironia è una delle forme d’umorismo più apprezzata ai giorni nostri. Dimostrandomi autoironico appaio subito simpatico, genuino, estroverso, a posto con me stesso e con i miei difetti, e forse persino intelligente; ma soprattutto non faccio battute sulle altre persone, le quali  potrebbero anche non gradire.

    È per questo meccanismo che il mondo della satira oggi investe moltissimo su questo filone. Dovendosi destreggiare tra il politically correct e i politici veri e propri, molto suscettibili e subito pronti a squalificare il comico di turno accusandolo di contiguità con il partito rivale, potrebbe avere il serio problema di non riuscire a trovare qualcuno o qualcosa su cui scherzare, se non esistesse una categoria che sicuramente non se la prende: gli italiani.

    Ridere degli italiani piace, e ci piace. Quasi ci compiaciamo, in fondo, del fatto di essere quelli strani, quelli originali, quelli fuori dal coro. Inoltre questo genere ha una gloriosa tradizione alle spalle: da Fellini a Elio e Le Storie Tese, da Sordi a Fedez, gli italiani hanno sempre riso degli italiani, nei casi migliori addirittura riuscendo a dipingerne pregi e difetti con realismo e poesia.

    Non può stupire, pertanto, che oggi questa tradizione sia ripresa non solo da comici come Maurizio Crozza, che addirittura a questo umorismo si è ispirato per il nome del suo programma, ma anche fuori dal cabaret, in contesti che dovrebbero essere decisamente più seri, da politici e giornalisti.

    È ormai usanza diffusa e accettata riferirsi all’Italia e agli italiani come a qualcosa di eccezionale,  fuori dalla media, qualcosa di diverso dal resto del mondo. Gli italiani fanno, dicono e pensano cose che nel mondo civilizzato non si farebbero, non si penserebbero e non si direbbero. Basta far caso a quante volte compaiono nel linguaggio politico espressioni come: “solo qui da noi”, “adeguarsi”, “nel resto d’Europa”.

    Ultimamente, per via delle difficoltà della crisi economica, questo vizio di vederci sempre come diversi e speciali tende a sconfinare nel pessimismo. Il vero problema dell’Italia sono gli italiani: siamo noi che non sappiamo o che non vogliamo cambiare. Siamo indisciplinati, pigri, corrotti, evasori e mafiosi. Siamo incorreggibili e nessuna ricetta ci renderà migliori. È così che si finisce, insomma, per dare ragione a Benito Mussolini e al suo famoso: “governare gli italiani non è difficile: è inutile”.

    Ma è davvero così? È vero che il problema, in fondo in fondo, siamo noi stessi? Gli italiani sono davvero, innanzitutto, un fallimento come popolo?

    Nonostante il suo indubbio “fascino”, la realtà è che questa non è un’argomentazione. Se dovessimo prenderla seriamente, infatti, dovremmo presupporre che esista qualcosa come lo “spirito di un popolo”, che esso sia definito e stabile, passando di generazione in generazione tramite il DNA o attraverso l’aria che si respira nella penisola, e che soprattutto esso sia talmente forte da essere causa di tutte le altre manifestazioni sociali. Leggi, guerre, istituzioni, scuola, cultura, arte e tutte le alterne fortune a cui una collettività può andare incontro non influenzerebbero in modo sostanziale la collettività stessa; bensì sarebbe il “carattere” della società, la sua anima profonda, a determinare tutte le altre cose.

    Si tratta, come si vede, non solo di un’interpretazione alquanto problematica, perché nega l’influenza di aspetti importantissimi della vita sociale, direzionando arbitrariamente causa e effetto; ma si tratta anche di una concezione intrinsecamente razzista. Se si può dire che i problemi dell’Italia dipendono dagli italiani, allora si può dire anche che la schiavitù dei neri dipendeva dal “loro essere inferiori”: il livello basso dell’argomentazione è identico.

    Oggi siamo abituati a pensare che sia razzista chi se la prende con gli immigrati (che al più potrebbe essere definito “xenofobo”); quando in realtà “razzista” è semplicemente colui che crede debbano esistere differenze di valore tra le razze umane.

    L’auto-razzismo trabocca letteralmente nelle parole della nostra classe dirigente. Gli altri sono sempre più virtuosi, un esempio da imitare, un modello da seguire: noi siamo sempre al fondo delle classifiche internazionali, oggetto di ironia e riprovazione, zimbello del mondo. Non sfuggirà quanto questa retorica contribuisce a rafforzare nelle persone la percezione di appartenere ad un insieme sociale irrimediabilmente marcio, scoraggiando i volenterosi e incentivando a urlare “ognuno per sé”.

    Nessuno nega che gli italiani abbiano il loro carattere e i loro problemi specifici: ma è molto difficile dimostrare che sia il primo a generare i secondi, o che, banalmente, gli altri paesi non abbiano anch’essi i loro problemi. Manca totalmente, nelle continue denunce delle mille magagne di casa nostra, una sintesi equilibrata del reale peso relativo di queste criticità, che non sono tutte uguali. Scandalo scaccia scandalo: ma cosa davvero è prioritario? su cosa occorre concentrarsi? può un problema dipendere in realtà da un altro problema?

    Nell’assoluta carenza di una spiegazione organica complessiva, non stupisce che ricette politiche basate su qualificazioni morali (l’onestà, il cambiamento, la sobrietà) o generiche “lotte alla povertà”, “lotte alla corruzione” e “lotte alle mafie” continuino a fare la fine delle grida manzoniane.

     

     Andrea Giannini

  • La classe dirigente italiana e il suo politically correct sterile e ipocrita: parole, parole, parole

    La classe dirigente italiana e il suo politically correct sterile e ipocrita: parole, parole, parole

    Parlamento-ItalianoÈ il destino di questa rubrica che, a scadenze fisse, si debba ritornare sempre a riscrivere il primo articolo. Il fatto è che questa classe dirigente ha fatto di un politically correct sterile e ipocrita il senso stesso della sua esistenza. Sembra quasi che le stesse istituzioni siano state ridotte ad un teatrino di disquisizioni barocche su cosa convenga dire, su come sia giusto esprimersi od in qual guisa si debba comporre un bel parlar.

    Due anni fa, il 28 aprile del 2013, Luigi Preiti, muratore disoccupato, feriva un carabiniere davanti a Palazzo Chigi. Ieri Claudio Girardello, pluri-pignorato titolare di un’agenzia immobiliare in fallimento, ha sparato all’interno dell’edificio che ospita il Tribunale di Milano uccidendo quattro persone. Dire che si tratta di drammi della crisi, destinati a ripetersi in mancanza di un miglioramento delle condizioni economiche generali, non significa certo giustificare tali gesti; o tanto meno sperare in una recrudescenza. Dovrebbe aiutare a ricordare, però, che quando la gente comincia a stare davvero male la rabbia può esplodere in modo incontrollato.

    È vero che Preiti e Girardello, i due protagonisti di questi gesti inconsulti, non sono stati descritti solo come persone in gravi difficoltà economiche, ma anche, e soprattutto, come individui in precarie condizioni psichiche, o comunque facilmente sovra-eccitabili. Tuttavia è normale che siano personalità del genere le prime ad abbandonarsi a gesti inconsulti: prima o poi – è solo una questione di tempo – arriverà anche il turno dei “normali” disperati.

    È notizia dell’altro ieri che tra il 2012 e il 2014 sono state 439 le persone a togliersi la vita per motivi economici, con un’escalation impressionante nel corso dei tre anni (89 nel 2012, 149 nel 2013 e 201 nel 2014). A fronte di questi numeri a poco valgono le rassicurazioni del governo su un’imminente ripresa. La realtà è che, come ci ricorda un recente articolo del Corriere della Sera, negli ultimi sette anni le previsioni economiche fatte dai governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi si sono rivelate sempre puntualmente sbagliate. Solo in un caso (2010) si è trattato di un errore per difetto (il PIL è cresciuto più del previsto): nel complesso i nostri esecutivi – di destra, di sinistra, di centro e pure “tecnici” – hanno sbagliato i conti per ben 14,2 punti percentuale (contro i 6,25 dei governi francesi e i 3,6 di quelli tedeschi).

    Il punto mi pare chiaro: la crisi continua ad essere affrontata con la strategia sbagliata, le imprese chiudono, delocalizzano o finiscono in mano estera, i disoccupati e gli imprenditori si suicidano e chi ci governa continua a dirci che tutto si sistemerà. Come se non bastasse Renzi sfrutta il disorientamento generale per smantellare la Costituzione e togliere tutele ai lavoratori. Si tratta, insomma, di una situazione esplosiva. Siamo seduti su una polveriera che minaccia di far saltare la coesione sociale… e il problema qual’è?

    Salvini ha detto “radere al suolo” riferendosi ai campi Rom. Orfini ha detto che De Gennaro (a capo delle forze dell’ordine all’epoca della macelleria messicana del 2001) non dovrebbe fare il presidente di Finmeccanica. E Santoro, a proposito della sparatoria in Tribunale, sostiene che il problema sono le “piazze virtuali traboccanti d’odio”.

    Ormai si è persa completamente la differenza che corre tra le parole e i fatti: la politica è diventata un parlare delle parole degli altri, anziché discutere di quello che si dovrebbe fare. Certo, le parole sono importanti, a maggior ragione in politica: ma non dovremmo metterci ad inseguire ogni dichiarazione al punto da perdere di vista quello che sta succedendo.

    Salvini agita il ridicolo problema dei campi Rom da quando è nato: francamente l’espressione “radere al suolo” non inquieterebbe neppure Ned Flanders. Che durante il G8 le forze dell’ordine fossero allo sbando più totale, mal coordinate e spinte a sfogarsi selvaggiamente contro i manifestanti è cosa arcinota: e forse dopo quindici anni oserei quasi dire che ormai il danno è fatto.

    Infine se pensiamo che il problema sia di chi non si fida più delle istituzioni e della legge e magari straparla sul web, anziché degli attacchi violentissimi a cui è sottoposto il sistema-paese, che hanno minato completamente il benessere, la sicurezza, la solidarietà e il vivere civile, allora non solo non siamo più dei buoni giornalisti: ma siamo noi stessi dei parolai. Diventiamo esponenti a pieno titolo di questa “politica delle parole” dove le notizie si fanno con le dichiarazioni dei primi ministri e i dibattiti sui toni degli esponenti dell’opposizione: e, persino mentre la gente impazzisce e spara, anche lo sfascio del paese viene attribuito alle solite parole, parole, parole.

     

    Andrea Giannini

  • La sinistra italiana e l’allergia al proletariato: prime prove di autocritica per stampa e partiti

    La sinistra italiana e l’allergia al proletariato: prime prove di autocritica per stampa e partiti

    palazzo-tursi-aula-rossa-d52Anche se non se ne è accorto quasi nessuno, da un po’ di tempo a questa parte la sinistra italiana e gli organi di stampa ad essa collegati hanno avviato un embrionale processo di autocritica. L’innegabile connotazione liberista e berlusconiana dell’attuale premier e il fallimento europeo di Tsipras (ormai sempre più debole nei negoziati che lo vedono opposto al rigore tedesco) confermano che alle circostanze attuali un pensiero e una ricetta politica “di sinistra” – nei fatti, e non solo nel nome – non trovano cittadinanza.
    Questo dato costringe i critici all’interno del Partito Democratico a confrontarsi con tutte le accuse provenienti da avversari o intellettuali dissenzienti, che solo fino a qualche mese fa venivano rigettate sdegnosamente. Naturalmente non si dirà mai che chi muoveva certe obiezioni abbia avuto ragione: esistono modi più raffinati per recuperare un dibattito a lungo negato e non perdere la faccia.

    Ieri l’Espresso, con una recensione dedicata a “Le Mépris Du Peuple”, l’ultimo libro del francese Jack Dion, ha ufficialmente introdotto un tema che è già di per sé una critica: il difficile rapporto della sinistra con le classi sociali più deboli. Come se nessuno in Italia avesse mai sottolineato questo aspetto, il gruppo editoriale di Repubblica va a recuperare un intellettuale francese per ammettere in modo elegante quello che era già chiaro a qualunque persona di minima onestà che avesse sentito parlare D’Alema per più di un paio di minuti.

    Dion accusa la sinistra francese ed europea non solo di non aver difeso le classi povere, di aver lasciato che il potere d’acquisto del salario si riducesse, di non aver combattuto la sperequazione e di essersi piegata alle logiche del liberismo; ma anche di aver assunto negli anni un vero e proprio atteggiamento di diffidenza e snobismo verso quello che dovrebbe essere l’elettorato di riferimento. A questo proposito Dion conia il termine “prolofobia” per indicare l’allergia nei confronti del proletariato dei socialisti alla Hollande e alla Strauss-Khan, a loro agio nei salotti finanziari, ma incapaci di concepire un rapporto con le masse, considerate alla stregua di accozzaglie di individui senza qualità da condurre per mano.

    È questo paternalismo che, secondo Dion, sta alla base del grande appeal di Marine Le Pen (ormai primo partito del paese anche alle elezioni dipartimentali). La sinistra francese, per difendere la propria visione liberista, ha trattato con sufficienza e squalificato come “populista” ogni tensione proveniente dell’interno del popolo, permettendo così al leader del Front National di porsi come unica difesa dei bisogni e delle aspirazioni degli strati più deboli. Il risultato è che i ruoli si sono invertiti: la sinistra sociale fa l’apologia del capitalismo sfrenato, mentre la destra nazionale si configura come partito delle masse opposto all’oligarchia dominante.

    Si tratta, come ben si vede, di una pensiero per nulla originale. Dion non aggiunge niente che non sia già stato detto anche in Italia. La mia critica all’uso distorto del termine “populista”, per esempio, risale a dicembre 2012; mentre nella mia analisi sul boom alle amministrative di Marine Le Pen, esattamente un anno fa, invitavo la sinistra a non parlare di “un errore” commesso dagli elettori, ma a riflettere sul senso profondo di questo grande spostamento di voti. E certo non sono stato l’unico, né il primo a dire queste cose: pertanto fa sorridere che l’articolo si concluda sostenendo che la lettura del libro di Dion dovrebbe essere obbligatoria.

    Quello che serve davvero a sinistra, in realtà, è l’umiltà di non considerarsi moralmente più avanzati, imparando a riflettere sul merito delle critiche, anziché dare del fascista a chi le avanza. Lo sport preferito dei commentatori “liberal” è ancora oggi quello di discettare su quanto sia cattivo Matteo Salvini. Xenofobo, razzista, rozzo, ignorante, populista e, naturalmente, fascista: su quanto il leader della Lega Nord meriti questi epiteti si discute appassionatamente nei talk-show, senza che nessuno, però, si ponga il problema di quale sia la risposta alternativa ai temi che Salvini pone.

    L’unico euro buono – ormai lo sappiamo – è quello morto. Quanto all’immigrazione, si dovrebbe banalmente ammettere che non esiste un solo esempio nella storia di masse di persone che si siano spostate senza provocare tragedie, contrasti e guerre. Infine c’è un problema di sovranità nazionale che è stato completamente rimosso, al punto che abbiamo dovuto attendere il leader di un partito secessionista per sentirne parlare. Negando il dibattito su questi temi, che sono poi aspetti particolari del problema più generale della globalizzazione, la sinistra ha rifiutato per lungo tempo di ammettere che sulle spalle dei lavoratori e delle classi più deboli è ricaduto il peso insopportabile di queste politiche.

    Oggi finalmente una parte del PD – per nulla impressionata, e anzi quasi spaventata dal successo di Matteo Renzi e da quello che il partito rischia di diventare – si è decisa finalmente a fare autocritica. È ora dunque che anche nella società civile si riprendano le fila di un dibattito lasciato a metà anni fa; che si dismetta la falsa sicurezza del pensiero unico e le facili battutine da bar di chi vuole fingere di aver capito tutto e in realtà non ha capito nulla; che si ritorni a dialogare di un futuro in cui nulla è sicuro e tutto si deve ancora costruire.

     

    Andrea Giannini

  • Riforma della scuola, niente di fatto: il vero problema è un premier troppo spregiudicato

    Riforma della scuola, niente di fatto: il vero problema è un premier troppo spregiudicato

    scuola-piazza-erbe-inaugurazione-27-gennaio-2013 (1)La settimana scorsa è saltata la tanto promessa riforma sulla scuola. La questione, per la verità, sembrerebbe meramente procedurale: anziché il solito, straordinario decreto-legge (dl), immediatamente esecutivo e dunque molto più veloce, Renzi ha deciso all’ultimo momento di procedere con un disegno di legge (ddl), da sottoporre per l’approvazione al Parlamento. A quanto si è capito, il premier si sarebbe orientato in questo senso, da un lato, in ossequio a un monito del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che aveva richiamato il governo a un uso meno frequente della decretazione d’urgenza; dall’altro lato per coinvolgere le altre forze politiche, oltre che la minoranza interna del PD.

    Il brusco cambio di passo, tuttavia, deciso la notte prima dell’annuncio di un decreto a cui si lavorava da mesi, oltre che l’improvviso ravvedimento di Renzi (i cui predecessori già erano stati richiamati in passato anche da Napolitano: ma inutilmente), ci obbliga a pensare che il vero motivo sia un altro.

    Il Fatto Quotidiano ha ricostruito la “cronica annuncite del premier” su una riforma ipotizzata per la prima volta addirittura l’estate scorsa: e non c’è dubbio che rileggere di fila tutte le dichiarazioni e i tweet dei mesi passati, alla luce dei fatti di questa settimana, sia il colmo del ridicolo. Tuttavia l’idea di stabilizzare un esercito di precari aveva una sua indubbia utilità: poteva permettere, infatti, di mettere la riforma della scuola su un binario di approvazione rapido e indolore.

    Il mondo dell’istruzione è in effetti una selva tale di leggi e provvedimenti, stratificatisi – oserei dire – nei secoli grazie all’ambizione riformatrice di praticamente qualunque governo della storia d’Italia, che oggi è quasi impossibile mettervi mano senza scontentare qualche categoria, senza fare dei torti obiettivi o esporsi al rischio di ricorsi e contro-ricorsi. Per questo proporre, contestualmente a una riforma generale del settore, l’eliminazione del precariato poteva rappresentare una soluzione: perché avrebbe significato di fatto mettersi al riparo da qualunque opposizione, dato che nessuna forza politica al mondo avrebbe mai osato schierarsi contro l’assunzione in pianta stabile di cento e passa mila persone. Tant’è che, a parte qualche sopracciglio alzato, l’unica cosa che si rimproverava davvero a Renzi era la reale fattibilità della cosa. Quando tuttavia nella Legge di Stabilità veniva stanziato il fondo ““La buona scuola”, con la dotazione di 1.000 milioni di euro per l’anno 2015 e di 3.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2016″ anche i più critici sembravano ricredersi: buono o cattivo che fosse il provvedimento, una comunque epocale riforma sembrava davvero cosa fatta.

    Qualcosa però deve essere andato storto. Forse la sentenza europea dello scorso novembre contro i contratti a termine ha finito per allargare la platea delle persone da dover assumere per evitare possibili ricorsi; forse il conteggio dei fondi necessari non era stato fatto così bene; forse mettere ordine tra tutte le graduatorie, abilitazioni e concorsi non è poi così facile: in ogni caso, di fronte alla riforma scritta e finita, qualcosa deve aver convinto il premier che metterci la faccia con un dl non fosse politicamente conveniente.

    Interpellare il Parlamento, a questo punto, può tornargli utile per far fallire la manovra, dando la colpa alle solite, odiate lungaggini parlamentari; oppure per costringere le altre forze politiche ad autorizzare il governo a procedere per decreto, di fatto mettendosi al riparo da ogni possibile  critica futura. Quel che è certo è che, se si inizia a discutere in Parlamento una materia così complessa e delicata, non si finirà mai in tempo utile. Lo ha chiarito bene Lorenzo Vendemiale su Il Fatto Quotidiano: “Le assunzioni sono abbastanza condivise fra i parlamentari, ma in Aula le varie correnti (anche all’interno del PD) potrebbero cominciare a perorare la causa dell’una o dell’altra categoria (tra GaE e Gi, Tfa e Pas, i precari che aspirano ad una cattedra fissa sono circa il doppio dei posti disponibili). L’approvazione di piccole variazioni sarebbe una catastrofe, costringerebbe a rivedere tutto l’impianto”.

    Qualunque siano le intenzioni del premier, e comunque vada a finire la vicenda, che riguarda la sorte dei molti precari, ma anche dell’immagine dello stesso Renzi, rimane un fatto: che sussisterebbero tutte le ragioni per un decreto-legge.

    Il decreto-legge – lo ricordo – è uno strumento che sospende temporaneamente la divisione dei poteri, alla base di tutte le costituzioni del mondo dal 1689, per cui da una parte dovrebbe stare il Parlamento (potere legislativo) e dall’altra il governo (potere esecutivo). Per questo motivo del dl si dovrebbe fare un uso molto limitato (di qui il summenzionato monito di Mattarella), che potrebbe essere giustificato solo da occasioni di particolare urgenza (per cui non si possono attendere i tempi dell’Assemblea) e – naturalmente – dal sostanziale accordo delle principali forze politiche.

    La riforma della scuola soddisfa entrambe queste condizioni: se la si vuole fare, infatti, c’è necessità di fare presto (la scuola inizia a settembre); inoltre non c’è traccia di alcuna seria obiezione politica. Si tratta, insomma, delle condizioni esattamente contrarie a quelle alla base del cosiddetto “jobs act”, che pure è stato dapprima decretato con urgenza dall’esecutivo e poi approvato dal Parlamento con il ricatto del voto di fiducia (se si vota no, il governo salta), benché ci fossero state moltissime contestazioni persino all’interno del PD e benché non sussista alcuna ragione d’urgenza, dato che la crisi economica dura ormai da quattro anni (un tempo in cui si sarebbero potute tranquillamente approvare in Parlamento 5 o 6 riforme del lavoro…).

    Ecco perché di tutta questa faccenda la cosa davvero grave è la dichiarazione di Renzi in conferenza stampa: «E’ abbastanza sorprendente: se facciamo da soli siamo ‘dittatorelli’, se facciamo i decreti siamo antidemocratici, se facciamo i ddl non siamo abbastanza spediti, siamo in ritardo. Si tratta di un dialogo surreale. Diamoci pace e troviamo una via di mezzo».

    È grave, anzi gravissimo, che Renzi non sappia a cosa serve un decreto-legge.

    È grave, anzi gravissimo, che Renzi sia evidentemente così spregiudicato da utilizzare questo strumento solo quando ha bisogno di bypassare il Parlamento che minaccia di opporsi, e da promuovere invece le discussioni parlamentari quando lo scopo è scaricare la responsabilità sugli altri.

    È grave, anzi gravissimo, che addirittura Renzi ci scherzi sopra.

    È grave, gravissimo, anzi è il segno che la libertà di stampa è morta, il fatto che nessun organo di informazione abbia avuto la decenza di fargli notare tutto questo.

     

    Andrea Giannini

  • Tsipras getta la spugna davanti all’Europa: impossibile trattare, la “cattiva strada” è segnata

    Tsipras getta la spugna davanti all’Europa: impossibile trattare, la “cattiva strada” è segnata

    europa-bceLunedì in extremis il governo greco ha comunicato alla Commissione il piano di misure che il paese si impegna a seguire. Bruxelles ha subito salutato la missiva con soddisfazione, perché Varoufakis, nei fatti, si è dovuto rimangiare tutte le promesse fatte da Tsipras in campagna elettorale. A titolo di esempio basti citare il fatto che verrà messa ulteriormente sotto controllo la spesa sanitaria (nonostante il paese sia già in piena emergenza umanitaria); e che il tanto sbandierato aumento del salario minimo è stato derubricato a “ambizione” da raggiungere “col tempo” e comunque «in consultazione con le istituzioni europee e internazionali».

    Ormai è quasi impossibile nascondere il fatto che Tsipras ha gettato la spugna davanti alle autorità europee. Se ne sono accorti l’anziano partigiano Manolis Glezos, icona della sinistra, che ha già pubblicamente chiesto scusa agli elettori, e il grande compositore Mikis Theodorakis, autore delle musiche di “Zorbàs il Greco”, che ha rimproverato al premier di aver fatto marcia indietro rispetto a quanto promesso. C’è, oltre a questo, anche un altro episodio davvero emblematico, che ha già fatto il giro della rete.

    Yannis Koutsomitis, che lavora per la BBC, ha scaricato da internet il pdf della lettera di Varoufakis e ha avuto la banale idea di controllare le proprietà del file: ha così scoperto che nel documento non è stato nascosto il nome dell’autore; che non è lo stesso ministro Varoufakis o qualche altro funzionario greco, ma “COSTELLO Declan (ECFIN)”, ossia il Declan Costello che si occupa di riforme strutturali per l’Unione Europea. Dunque la lettera che la Grecia avrebbe mandato all’Europa appare scritta, o quantomeno “riscritta” (per cambiare solo la forma?), negli uffici di Bruxelles: il che è in ogni caso un umiliante danno d’immagine per l’orgoglio del nuovo governo greco.

    A questo punto, anche se quest’ultimo episodio non è stato considerato degno di attenzione dai media tradizionali, e anche se l’indice di gradimento di Tsipras nei sondaggi sembra ancora intatto, è evidente che la percezione di chi ha seguito il dibattito sull’euro cambia radicalmente. Avevo scritto la settimana scorsa che il discrimine per valutare la trattativa era capire se si sarebbe data l’opportunità al leader di Syriza di salvare almeno la faccia: e oggi possiamo dire che non è andata così.

    Krugman scrive che alla Grecia è andata bene, solo perché «nulla di quello che è successo indebolisce la posizione greca» in vista del prossimo incontro: alla peggio tra quattro mesi saranno di nuovo al punto di oggi. Ma Krugman si sbaglia. Tsipras non doveva soltanto preoccuparsi di non uscire con le ossa rotta: secondo i suoi sostenitori (che stanno soprattutto a sinistra) avrebbe dovuto riportare almeno un piccolo successo. Avrebbe dovuto dimostrare, cioè, anche solo marcando un punto di principio, che fosse possibile quello che tutta la socialdemocrazia europea sostiene sia possibile: cambiare l’austerità per via politica, ossia trattando. La resa del premier greco segna invece la fine di questa illusione e sveglia la sinistra dal “sonno dommatico” che sia possibile una politica comune tra paesi creditori e paesi debitori.

    È evidente, infatti, che qualsiasi politica sociale a difesa del lavoro, anche se legittimata democraticamente all’interno di uno stato, si scontrerà poi con le politiche e gli interessi divergenti che hanno gli altri stati: il che significa mettere i paesi gli uni contro gli altri e, soprattutto, rendere inutile la democrazia. Se lo stremato popolo greco chiede misure sociali e vota per un governo di sinistra, questo governo non può fare nulla, perché viene messo all’angolo dai più forti rappresentanti tedeschi, che a loro volta non possono permettersi di accollare il costo del debito dei greci ai loro contribuenti.

    Il fallimento di Tsipras ha reso questo punto politico ormai irrefutabile. Ne hanno già preso atto in tanti (un articolo di Foreign Policy in pratica riprende quello che avevo scritto io due anni fa): e si è svegliata persino la sinistra italiana. In una intervista al Secolo XIX di mercoledì Stefano Fassina ha ammesso non solo che la Grecia dovrà gestire l’uscita dall’euro, ma anche che non importa se questo significa sposare la strategia della Lega Nord, perché «c’è il buon senso oltre la politica». Addirittura L’Espresso ha riportato sulla questione il parere critico di Emiliano Brancaccio e quello decisamente anti-euro di Vladimiro Giacché.

    Si tratta insomma di una svolta epocale: da oggi parlare di smantellare l’euro a sinistra non è più tabù. Il che comporta, come ha notato giustamente Alberto Bagnai, la possibilità per molti intellettuali di tornare ad esporsi sull’argomento senza paura di essere evitati in quanto berlusconiani, grillini o leghisti. Insomma, i più potranno anche non essersene accorti: ma la “cattiva strada” è segnata.

    Andrea Giannini

  • Eurogruppo, il “gioco del pollo”: chi ammetterà per primo che la Grecia deve uscire dall’euro?

    Eurogruppo, il “gioco del pollo”: chi ammetterà per primo che la Grecia deve uscire dall’euro?

    grecia-europaL’Europa è una montagna che continua a partorire topolini. Abbiamo atteso l’esito dell’incontro dell’Eurogruppo, che doveva essere decisivo per le sorti della Grecia, solo per ritrovarci tra le mani l’ennesimo nulla di fatto. Le aspettative erano tante. Avevamo detto che il potere negoziale di Tsipras è basso, perché il premier greco non ha il sostegno politico interno per minacciare l’uscita del suo paese dall’euro; purtuttavia la proclamata inflessibilità tedesca, smaniosa di non concedere alle “cicale” del sud neppure il gol della bandiera, poteva anche non lasciare ai greci altra scelta. La questione, dunque, era questa: i tedeschi avrebbero spinto tutto l’Eurogruppo a prendersi la responsabilità di cacciare fuori la Grecia, oppure Tsipras avrebbe ottenuto almeno qualche piccola concessione per non perdere la faccia di fronte al proprio elettorato e per tenere in piedi la baracca un altro po’?

    Lo dichiarazione finale non ha sciolto il nodo. Al di là delle belle intenzioni e degli ennesimi rinvii (tra lunedì prossimo e il mese di aprile si dovrebbe ridiscutere il programma di riforme), il documento contiene due riferimenti di segno opposto: da un parte si insiste sulla linea di una precedente dichiarazione dell’Eurogruppo (quella del novembre 2012, che contiene la famosa soglia del 4,5% di surplus primario, cara alla Germania), mentre dall’altra si fa riferimento alla “prevista flessibilità” (che permetterebbe ai greci di richiedere qualche “sconto di pena”). Questa ambiguità lascia le due parti libere di perseguire le proprie rivendicazioni: e dunque la questione principale rimane aperta.

    Eppure non tutto è esattamente come prima. I rinvii, da un lato, sono il marchio di fabbrica della politica di Bruxelles, perché permettono ai vari governi di tastare il polso del loro elettorato, conformemente al famoso “metodo Juncker”:

    [quote]Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno».[/quote]

    In quest’ottica l’ulteriore tempo guadagnato permetterebbe alla Merkel di capire come l’opinione pubblica tedesca reagirà all’idea che ai greci possa essere concessa un po’ di “flessibilità”.

    Dall’altro lato, tuttavia, se pensiamo all’ostinazione fin qui dimostrata da parte del ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, potremmo anche pensare che i rinvii non servano tanto a decidere cosa fare, ma come. In questo senso il famoso gioco del pollo e la game theory, di cui è esperto il ministro greco Yanis Varoufakis, non servirebbero a stabilire chi per primo cederà alle condizioni del rivale; ma chi si prenderà la responsabilità di dire che la Grecia deve uscire dall’euro.

     

    Andrea Giannini

  • La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    economia-soldi-D1Due settimane fa scrissi che, al netto di tutte le incertezze del caso, l’esito più probabile del confronto tra Grecia di Tsipras e Unione Europea a trazione tedesca sarebbe stato un compromesso al ribasso. Mi incoraggiava verso questa conclusione tanto l’abitudine della politica di Bruxelles a rimandare i problemi a data da definire, quanto una disamina del reale peso contrattuale del governo greco rispetto agli interessi dei partner europei.

    Alla luce degli ultimi negoziati, la mia opinione non è cambiata: rimango convinto (e non sono l’unico) che, alla fine, un accordo che permetta di guadagnare qualche mese si troverà. Tuttavia il tono perentorio e poco conciliante delle dichiarazioni di certi importanti politici europei ci costringe a considerare anche l’eventualità che non siamo di fronte a mere schermaglie dialettiche. È possibile che UE e Germania preferiscano sbarazzarsi della Grecia, anziché accontentarsi dell’ennesimo compromesso?

    In precedenza avevo scartato questa ipotesi a priori, ma ora proviamo a prenderla per vera. Assumiamo quindi che l’Europa mantenga una linea decisa, intransigente e non cooperativa: quali sarebbero le conseguenze? Gli sbocchi possibili sono essenzialmente due: o la Grecia si adatta a mantenere gli impegni, oppure, presto o tardi, esce dall’euro.

    Su questo dato ci sono pochi dubbi: Atene ha bisogno di soldi anche solo per pagare le pensioni; per cui, nonostante il chiaro mandato e la volontà di Syriza di mantenere il paese nell’unione monetaria, è evidente che, se il governo greco si rifiuta di chinare il capo di fronte ai diktat europei, il ritorno alla dracma diventa una scelta obbligata.

    Molti economisti, come Paul Krugman, sembrano convinti che frustrare le speranze del popolo greco comporterà automaticamente l’addio della Grecia; un esito che invece, dal mio punto di vista, non è strettamente necessario, visto che Tsipras, comprensibilmente spaventato dall’idea di gestire un’uscita unilaterale, potrebbe anche tentare di giustificarsi di fronte al suo elettorato promettendo di ritentare il negoziato più avanti. Al di là di queste sottigliezze, tuttavia, è chiaro a tutti che negare ogni spiraglio di trattativa equivale a mettere Syriza di fronte a un clamoroso insuccesso politico e i greci un piede fuori dalla porta – cosa che si potrebbe evitare, invece, con qualche concessione di poco conto che consenta a Tsipras e Varoufakis di salvare la faccia. Pertanto, se i paesi del nord Europa dovessero mantenere l’Eurogruppo su questa linea dura, dovremmo concludere che sono tranquillamente disposti ad accettare le conseguenze di una traumatica uscita della Grecia dall’euro.

    Sull’enorme difficoltà di gestione di questa transizione ci sono pochi dubbi. A meno che, infatti, non si scopra che esiste da tempo un piano preciso e accurato per guidare il processo di conversione del cambio, è probabile che Tsipras si presenti a questo epilogo con una certa dose di impreparazione. È possibile inoltre che i mercati prevedano l’uscita, anticipandola con movimenti speculativi e dunque accelerandola: il che costringerebbe il governo a inseguire le circostanze, piuttosto che a gestirle. Il popolo, dal canto suo, finirebbe per vivere in modo traumatico un evento che per lungo tempo è stato abituato a vedere come la fine del mondo; il che porterebbe ad amplificare la percezione dei disagi che inevitabilmente ci saranno. Esistono infine ragioni oggettive, come la grande quota di debito in legislazione estera, che dovrebbe essere ripagato con una moneta svalutata, la fragilità del sistema bancario e soprattutto l’ostilità dell’Unione Europea. A questo punto, se il caos politico dovesse essere tale da risultare ingestibile, non è da escludere neppure una svolta autoritaria (ad esempio un colpo di Stato militare).

    Al di là degli scenari più estremi, tuttavia, e al di là delle mille altre considerazioni possibili (il probabile sostegno russo, le reazioni degli Stati Uniti, la probabile crescita nel medio termine, eccetera) rimane il fatto che nel breve periodo il destino della Grecia non sarebbe roseo. Questa circostanza, ampiamente preconizzata, è sicuramente tenuta in considerazione anche dei falchi del rigore (che, se vogliamo essere realisti, non possono guardare unicamente ai preconcetti dell’elettorato tedesco). Dobbiamo dunque pensare, allora, che – sempre nell’ipotesi che si voglia perseguire nel rifiuto di trattare con Tsipras – quella di mettere in crisi la Grecia sia una conseguenza attivamente ricercata.

    In effetti, dal punto di vista dei rigoristi, ci sarebbe un indubbio vantaggio: il caos iniziale dell’uscita sarebbe un ammonimento per chiunque in Italia, Spagna e Portogallo volesse tentare questa strada; cosa che aumenterebbe il potere negoziale dell’UE e dunque la pressione sui governi nazionali per cedere alle richieste di ulteriori “riforme strutturali” lacrime e sangue. Governare con il terrore è sempre un’opzione: si colpisce uno per educare tutti.

    Esiste però anche il retro della medaglia: l’euro non sarebbe più irreversibile, i mercati potrebbero far salire lo spread dei paesi periferici e le loro opinioni pubbliche dovrebbero finalmente ammettere la politica di forza bruta che è la cifra di questa Europa (dal che potrebbe venire la consapevolezza che è necessario dotarsi di una credibile strategia di uscita per affrontare qualsiasi futuro negoziato).

    Appare chiaro, dunque, alla fine di questo complesso ragionamento, che perseguire eventualmente su una linea dura in questa fase negoziale avrebbe un senso unicamente in una logica di breve periodo, tanto più sensata quanto più ormai data per inevitabile la fine dell’euro. È chiaro, infatti, che se ci si espone al rischio di far crollare la moneta unica, vuol dire che non ci si aspetta di ricavarne più molto; che tenerla in piedi a suon di compromessi parziali non porterebbe più grandi benefici: per questo ci si prepara a sfruttare quello che si può ancora sfruttare, prima che il giocattolino si rompa del tutto.

    L’alternativa sarebbe supporre che le élite del nord Europa agiscano in modo del tutto incoerente: anche se, a ben vedere, non è detto che una cosa escluda l’altra. È probabile, anzi, che la fine dell’euro dipenderà sia dal preciso calcolo di alcuni, che dalla stanchezza, dalla frustrazione e dall’indecisione di altri: un insieme di dinamiche diverse che scompatterà le élite nella difesa del progetto e farà mancare il sostegno politico di cui esso necessita.

    È dunque questo che accadrà all’Eurogruppo? Sinceramente ne dubito. Finora il sostegno all’euro è apparso compatto: e nulla lascia presagire che l’Europa sia pronta ad affrontare questa problematica transizione. Certo, qualche segnale c’è, come avevo già rilevato a settembre; ed è pur vero che quando succederà, succederà in modo imprevisto. Ma non in modo così imprevisto… In ogni caso, se ho torto, una risposta l’avremmo presto. E probabilmente, insieme a quello della Grecia, conosceremo anche il destino dell’euro.

     

    Andrea Giannini

     

  • Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Il Consiglio comunale di Genova è parsimonioso? Da quando si è insediata l’amministrazione Doria, i dieci gruppi consiliari (undici finché l’Idv non è confluita nel gruppo misto) che compongono l’emiciclo di Tursi hanno risparmiato quasi 65 mila dei poco più di 190 mila euro messi a disposizione dalle casse comunali. Si tratta di un più che discreto 34%: vale a dire che oltre un terzo di quanto stanziato è ritornato ogni anno a disposizione del Bilancio complessivo dell’ente.

    I dati sono stati riportati ieri pomeriggio dall’assessore al Bilancio Franco Miceli che ha risposto a un’interrogazione immediata sollevata da Paolo Putti. Il capogruppo di M5S cercava di controbattere con i fatti a chi ultimamente aveva accusato il suo movimento di aver sprecato i soldi pubblici (oltre 29 mila euro secondo le stime dell’assessorato) per il duro ostruzionismo alla pratica sulla gronda che aveva portato a 4 giornate di seduta consiliare per discutere il migliaio di documenti presentati tra ordini del giorno ed emendamenti.

    «Parlavamo di un’opera che porta 5 milioni di metri cubi di smarino contaminato da amianto – ricorda Putti – e cercavamo di tutelare un territorio con tutti gli strumenti legittimi che ho a disposizione: è assurdo che mi si vengano a fare i conti della serva. A questo punto chiedo anch’io di fare i conti per sapere quanto sono stati i soldi spesi e restituiti in questi anni dai vari gruppi consiliari rispetto al budget in dotazione perché non credo proprio che il M5S possa essere accusato di spreco di denaro pubblico».

    I fatti sembrano dare ragione ai 5 consiglieri grillini che, in due anni e mezzo di attività, hanno speso direttamente solo 204,39 dei 22317,18 euro messi a disposizione dalle casse di Tursi, producendo dunque un risparmio superiore ai 22 mila euro (più di 4400 euro per ogni consigliere).
    «Fateci arrivare a fine mandato – ha detto ironicamente, ma neanche troppo, Putti – e vedrete che avremo ampiamente coperto i soldi che siamo stati accusati di aver sprecato per l’esercizio di un diritto democratico».

    Il gruppo più “spendaccione” è senza dubbio il Pd che, fin qui, ha impiegato oltre 36600 euro (pari al 79,3% dell’intero budget, risparmiando quindi circa 9500) ma si tratta anche della rappresentanza più numerosa con 11 consiglieri, oltre al presidente Guerello. A livello percentuale le uscite maggiori, infatti, sono quelle dei due rappresentati dell’Udc che hanno speso l’88,7% dei poco più di 12100 euro a disposizione. Spendaccioni anche i quattro consiglieri del Pdl, con l’84,2% di risorse consumate, e Antonio Bruno, unico rappresentante di Fds, con l’82%.
    Oltre al Movimento 5 Stelle, invece, risultano virtuosi anche i due consiglieri di Sel che hanno speso solo il 45,5% delle dotazioni di Tursi. Nella media si collocano Lega (65%), Lista Musso (66%) e Lista Doria (67%) mentre qualcosa di più ha speso il Gruppo Misto (75,2%).

    «I fondi – spiega l’assessore Miceli – vengono attributi ai gruppi consiliari secondo due modalità: 2/7 di tutto il budget a disposizione vengono ripartiti in parti uguali mentre i restanti 5/7 vengono distribuiti a seconda del numero dei consiglieri da cui il gruppo è composto».

    Certo, bisognerebbe capire se risparmio significa davvero parsimonia o se, in qualche caso, è piuttosto sinonimo di inerzia. «Per quanto ci riguarda – spiega Putti – molti risparmi si spiegano perché buona parte delle nostre attività è svolta grazie alle preziose collaborazioni degli attivisti e cerchiamo il più possibile di sfruttare la rete e le tecnologie per limitare, ad esempio, gli sprechi cartacei. A me non interessa fare i conti in tasca a nessuno ma l’aspetto fondamentale è che le istituzioni diano un buon servizio e che le risorse non vengano spese impropriamente».

    Sebbene non sia certo il Comune l’ente pubblico che fa scandalo per i rimborsi alla politica, è interessante analizzare quali siano i capitoli di spesa ammessi. A fare chiarezza ci pensa il Regolamento del Consiglio comunale, all’articolo 49, in cui sono elencate tutte le possibilità:
    “- acquisto libri e pubblicazioni su materie e questioni di interesse degli Enti Locali e abbonamenti a giornali e riviste;
    – abbonamenti on line per accesso a servizi informativi di interesse degli enti locali;
    – spese di tipografia concernenti attività di carattere politico-istituzionale.
    – partecipazione a convegni, sopralluoghi e manifestazioni su materie di interesse degli Enti Locali e relative spese di trasporto e soggiorno entro i limiti previsti dalla normativa.
    – attività di rappresentanza secondo i principi generali che delineano la materia;
    – organizzazione di convegni e manifestazioni;
    – partecipazione alle attività delle associazioni di cui fa parte il Comune;
    – spazi radio-televisivi, sul web e su giornali e riviste per attività istituzionale della Presidenza e dei Gruppi consiliari;
    – taxi per espletamento mandato entro i limiti fissati dalla normativa;
    – abbonamenti alla telefonia mobile ed acquisto schede / ricariche telefoniche per utenze telefoniche, per compiti istituzionali”.
    – spese relative ad abbonamenti per posta elettronica on line e servizi informatici e di cloud computing, entro i limiti previsti dalla normativa nazionale e nell’ambito delle linee guida di Ente per l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici;
    – attrezzature e strumentazione informatica (es. tablet, pennette USB), previa verifica della compatibilità con gli standard aziendali svolta dalla competente Direzione;
    – diritti per affissione di manifesti.
    – spese postali sostenute a fini istituzionali.
    – arredi e complementi di arredo necessari al funzionamento del Gruppo entro i limiti previsti dalla normativa.
    – acquisto di ricarica per distributori di acqua là dove non si riesca a garantire la piena potabilità della rete ed una adeguata manutenzione.
    – spese minute, non rientranti nei capoversi che precedono, correlate a fornitura di beni di consumo occorrenti per il funzionamento del Gruppo”

    E, alla fine, 125 mila euro spesi in due anni mezzo su queste voci e per 40 consiglieri fanno oltre 3 mila euro a testa: neanche così pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Carro armato Renzi, gli avversari non ci sono: AAA cercasi opposizione in Parlamento

    Carro armato Renzi, gli avversari non ci sono: AAA cercasi opposizione in Parlamento

    ANSA/ANGELO CARCONI
     Foto ANSA/ANGELO CARCONI

    Quando ho sentito che Renzi voleva eleggere Mattarella aspettando la quarta votazione (quando cioè il quorum si sarebbe abbassato), confesso di aver pensato che il premier fosse diventato matto: tre votazioni senza far nulla erano oggettivamente un’occasione troppo grossa per le opposizioni, che avrebbero avuto il tempo di spaccare il PD avanzando un’altra candidatura (un po’ come accaduto nel 2013). A quel punto, però, mi sono ricordato chi siano le cosiddette “opposizioni” che si aggirano per il nostro Parlamento: e allora ho capito che Renzi avrebbe vinto di nuovo.

    C’è solo un gruppo politico più diviso del PD: quelli che gli si oppongono. È vero che questo Parlamento è lo stesso che nel 2013 impallinò Prodi, mostrando al paese intero la profonda lacerazione che divideva il partito di Bersani e Renzi: ma è anche vero che tra queste due leadership corre una grossa differenza. In fin dei conti è quello che ho scritto la settimana scorsa, quando ho cercato di spiegare quanto sia importante il sostegno che deriva dalla legittimazione politica.

    Nel 2013 Bersani aveva appena “pareggiato” le elezioni, facendosi raggiungere da un Berlusconi dato per morto e da un comico a capo di un movimento nato il giorno prima. Oggi invece Renzi, pur non essendo mai stato eletto direttamente, è forte di sondaggi ancora ottimi e della legittimazione ottenuta alle elezioni europee. Il quadro è dunque radicalmente diverso. Bersani era una bestia ferita, e per la legge della giungla è stato subito azzannato: dall’interno, con i 100 franchi tiratori che fecero saltare la candidatura di Prodi (capeggiati dallo stesso Renzi, secondo Fassina); e dall’esterno, con la candidatura di Rodotà avanzata dal M5S. Renzi, invece, è il politico del momento: e in Parlamento non ha avversari.

    L’unico antagonista in ascesa è Salvini: ma per eleggere il Presidente della Repubblica servono parlamentari; e la Lega ne ha ottenuti troppo pochi alle ultime politiche (quando ancora Salvini non era segretario). L’altro leader del centro-destra è Berlusconi, che è stato dipinto come il grande sconfitto. Tuttavia si tratta di una sconfitta relativa; o comunque era difficile ipotizzare che l’elezione unilaterale di Mattarella potesse essere vissuta dall’ex-Cavaliere come un’offesa intollerabile. Ai servizi sociali, con un braccio destro in galera per mafia e con delle aziende a cui pensare, Berlusconi aveva tutto da guadagnare a tenere in piedi il patto di non belligeranza con il premier. Per cui la (presunta) rottura del Nazareno, a cui stiamo assistendo in questi giorni, ha soltanto due spiegazioni: o è una messa in scena, oppure siamo di fronte ad un effetto collaterale che né Renzi né Berlusconi avevano calcolato.

    È possibile che i parlamentari forzisti si siano accorti che la strategia filo-governativa serve al leader, ma non al partito. Per Berlusconi ha un senso mantenere un certo ruolo politico al fianco di Renzi: ma per tutti gli altri, che vedono Forza Italia cedere consensi al PD e precipitare nei sondaggi, non ha alcun senso rischiare di perdere la poltrona e, con essa, ogni influenza politica. Solo il tempo, tuttavia, ci dirà se queste considerazioni hanno effettivamente attecchito nella testa di alcuni, oppure se i mal di pancia nel centro-destra sono solo fumo negli occhi.

    Veniamo quindi all’ultimo rivale di Renzi, che dovrebbe essere Grillo. Purtroppo però il M5S, da quando è entrato in Parlamento, ha esasperato i suoi pur noti limiti, anziché stemperarli. L’indecisione con cui è stata affrontata questa elezione è ulteriore prova del fatto che la nuova forza politica si è completamente smarrita. Sottoporre alla rete le candidature di Prodi e Bersani – vale a dire, rispettivamente, il candidato alla presidenza della Repubblica e del Consiglio già bruciati e sbeffeggiati nel 2013 – equivale a smentirsi su tutta la linea: e il fatto di aver sostenuto fino alla fine il candidato della rete, Imposimato, non vale a ristabilire l’impressione che il movimento abbia una guida sicura. Il fatto poi che una forza che si definisce “anti-euro” prenda anche solo in considerazione il nome di Prodi, ossia l’alfiere dell’euro per antonomasia, conferma come da quelle parti si navighi ormai a vista.

    Perciò i fatti dimostrano che Renzi avesse ogni ragione a non curarsi degli oppositori: perché sono divisi, e nessuno singolarmente è abbastanza forte per metterlo in discussione. È questa, a dire il vero, una circostanza della politica italiana che tende ormai a ripetersi con frequenza sospetta: i partiti di governo si ritrovano contro un’opposizione teoricamente superiore di numero, ma nella pratica sempre troppo divisa per organizzare una risposta politica alternativa. Il che rende la vita agevole ai governanti, almeno finché le circostanze non esigono un cambiamento (o questi non decidono di suicidarsi).

    Renzi, pertanto, ha calcolato giustamente che il pericolo potesse venire soltanto dall’interno. Per questo ha fatto la cosa più sensata: ha cercato di capire cosa volessero i critici dentro il PD, e li ha accontentati. Pare addirittura che il nome di Mattarella sia venuto direttamente da Bersani, il quale si sarebbe impegnato così a non rendere al premier pan per focaccia – magari accoltellando il candidato renziano nel segreto dell’urna.

    Se le cose sono andate così, allora l’indubbia vittoria del Presidente del Consiglio ne esce un po’ ridimensionata. Il premier si confermerebbe, infatti, politico spregiudicato, capace di digerire qualsiasi cosa: la distruzione della storia e dell’identità della sinistra, le generose donazioni di alcuni finanzieri, l’alleanza con il pregiudicato Berlusconi, i desiderata dei più forti partner europei e adesso anche l’elezione unilaterale del Presidente della Repubblica (come se il quorum di 2/3 per le prime tre votazioni non implichi almeno il tentativo di trovare un’ampia condivisione, che invece Renzi ha esplicitamente escluso sin dall’inizio).

    Emerge la figura di un opportunista disposto a giocare su più fronti, a negoziare con chiunque, a forzare leggi e consuetudini pur di sbarcare il lunario, di tirare avanti e conservare il potere. Il che sarebbe anche una qualità in politica, se non fosse per un piccolo dettaglio: come abbiamo già visto, ogni decisione ha anche delle conseguenze; e i tipi che non si fanno troppi scrupoli, come Renzi, devono naturalmente non prestare troppa attenzione a questo aspetto (altrimenti si farebbero, banalmente, qualche problema in più). C’è il rischio concreto, perciò, che prima o poi al nostro brillante premier il gioco sfugga di mano…

     

    Andrea Giannini

  • Tsipras e l’Europa, cambiamenti in vista? Non si sconfigge l’austerità rimanendo nell’euro

    Tsipras e l’Europa, cambiamenti in vista? Non si sconfigge l’austerità rimanendo nell’euro

    tsiprasLa vittoria di Tsipras in Grecia difficilmente porterà a cambiamenti epocali. Il motivo è sempre il solito: si può ridiscutere il problema del debito e ottenere anche qualche concessione significativa; ma non si può abolire l’austerità rimanendo nell’euro.

    L’austerità è un diktat economico che traduce un preesistente principio politico di questa unione: ogni stato si tiene i suoi debiti e ogni governo si occupa di rendere più competitivi i propri lavoratori. Non è dunque una mal intesa comprensione dei fenomeni economici, o una questione di poteri di forza all’interno dell’UE, a dar vita all’austerità e ai problemi che ne conseguono: è invece la precisa volontà politica di un gruppo di stati del nord, guidati dalla Germania, di tenersi la comodità di un cambio svalutato senza condividere l’onere di politiche sociali a sostegno del reddito (botte piena e moglie ubriaca).

    É difficile, pertanto, che un paese che conta per il 2% del PIL possa convincere il principale contribuente a trasformare l’unione monetaria in un’unione fiscale, dove il debito dovrebbe essere in comune e le aree più povere essere sussidiate da quelle più ricche. Anche qualora Tsipras minacciasse di uscire, per la Germania, che in questi anni è rientrata per gran parte degli incauti prestiti che le sue banche avevano concesso alla Grecia, non sarebbe una tragedia.

    Da questo discorso segue che il nuovo governo greco ha un potere negoziale molto basso: può decidere di seguire la strada di Hollande in Francia, vivacchiando per un po’ e lasciandosi logorare lentamente in estenuanti trattative (per poi lasciare il paese ad Alba Dorata); oppure può porre un aut-aut netto e, nel caso di un probabilissimo rifiuto, concretizzare la minaccia di portare il paese fuori dall’euro. Questa seconda eventualità, tuttavia, non è molto probabile.

    Quello che rende Tsipras tanto forte in questo momento è la sua forte legittimazione democratica: Syriza è passato in dieci anni dal 3 al 36% dei voti; il che significa che la troika non può liquidarlo troppo sbrigativamente, perché ciò equivarebbe a un tradimento della democrazia troppo manifesto. Eppure, se i nostri leader europei fossero stati troppo scrupolosi su questo punto, non saremmo neppure qui a parlare.

    La realtà è che – come ho già avuto modo di scrivere la prima volta qualche anno fa (grazie ad altri che ci erano arrivati ben prima di me) – l’intera costruzione europea si basa sul principio della sospensione della democrazia come metodo di governo (un concetto esplicitamente teorizzato dai suoi stessi fondatori). Non per niente negli ultimi anni le nostre illuminate élite politiche hanno fatto di tutto per ignorare i voti contro l’austerità che si sono registrati in giro per il continente. La cosa è talmente grave che ne ha scritto recentemente anche il nobel all’economia Joseph Stiglitz:

    [quote]Uno dei punti di forza dell’UE è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha tolto ai cittadini – soprattutto nei paesi in crisi – qualsiasi voce in capitolo sul destino delle loro economie. Ripetutamente gli elettori hanno fatto cadere i governi in carica, insoddisfatti della direzione dell’economia – solo per avere un nuovo governo a continuare lo stesso percorso imposto da Bruxelles, Francoforte e Berlino».[/quote]

    Tsipras non dovrebbe fare molto affidamento sul rispetto che la troika può avere per il volere popolare; mentre all’opposto potrebbe far leva proprio su questo deficit per presentarsi come il contraltare di un’Europa centralizzata, distante e tecnocratica. Ma anche così difficilmente cambierà qualcosa in fase negoziale, dove in fin dei conti il legittimo rappresentante dei greci conta come tutti gli altri rappresentanti. In questa contesa a contare davvero sarà il peso contrattuale, che per la Grecia è, come detto, quasi nullo. Inoltre, se a quel punto il leader di Syriza decidesse di portare il suo paese fuori dall’euro, perderebbe ipso facto quella stessa legittimazione democratica che era stata la sua forza, perché dovrebbe fare al proprio popolo esattemente quello che aveva promesso di non fare.

    Non è solo una questione d’immagine: è una questione sostanziale. Basti considerare come sia cambiata la vita di Renzi quando la sua narrazione modernista, europeista e liberista ha portato il PD sopra il 40%: da allora il dissenso interno si è sopito e una riforma così poco di sinistra come il job act è diventata realtà. Questo dimostra che il potere, in democrazia, si concentra ancora là dove si sanno raccogoliere i voti.

    Tsipras ha vinto con un campagna elettorale incentrata sul problema del debito pubblico e sulla necessità di restare in Europa, dimostrando così che in questo momento sono questi i punti sensibili dell’elettorato: dal che deriva anche, però, che rimangiarseli produrrebbe l’unico effetto di far precipitare il consenso di Syriza. Ci vuole tempo per abituare gli elettori a cambiare opinione: e un’uscita unilaterale non ne lascia molto. Il paese è già disastrato, i partner reagirebbero con ostilità e i contraccolpi dei mercati sarebbero vertiginosi: tutte queste turbolenze cadrebbero interamente sul capo del governo Tsipras, che, vittima delle sue stesse parole, pagherebbe un prezzo politico salato, prima di avere il tempo di raccoglierne i frutti. Solo il desiderio di commettere un suicidio politico potrebbe spingere il leader greco a compiere un simile gesto.

    Ecco perché la legittimazione democratica, che è la forza di Tsipras, non basta: perché è inutile in fase negoziale, ed è addirittura un’arma a doppio taglio per chi ha escluso che il suo paese lascerà l’euro. L’Europa può dunque limitarsi a trattare il nuovo capo di governo con il rispetto dovuto, senza per questo doversi aprire a concessioni troppo larghe. Per assistere ad una vittoria della democrazia contro la tecnocrazia – temo – si dovrà aspettare ancora: almeno fino al giorno in cui un politico non si decida a trattare il suo popolo da adulto, preoccupandosi di dire non solo quello che porta consenso, ma anche, banalmente, la verità.

    Andrea Giannini

  • Tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi? Proporrei Vincenzo Visco Presidente della Repubblica

    Tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi? Proporrei Vincenzo Visco Presidente della Repubblica

    Vincenzo-ViscoPer una volta voglio fare il giochino che piace tanto ad alcuni lettori: “Ma tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi?”. Ecco, se io fossi al posto di Renzi, proporrei come Presidente della Repubblica Vincenzo Visco. Qualcuno si ricorderà di questo vecchio economista, già tecnico in area DC, poi eletto come indipendente nel PCI e di lì salito fino a diventare Ministro delle Finanze di Ciampi, Prodi e D’Alema. Di lui sono rimaste celebri soprattutto le polemiche sollevate da Tremonti, che era solito dipingerlo come una sorta di Dracula, intento a succhiare il sangue dai contribuenti italiani; oltre che le noie giudiziarie per il Caso Speciale (risolte con un’archiviazione) e la condanna definitiva per un piccolo abuso edilizio nella sua proprietà di Pantelleria (cosa che gli valse l’iscrizione a pieno titolo nell’elenco di quei “condannati in Parlamento” attaccati da Grillo nei suoi spettacoli). Ciononostante penso che ci siano poche persone con le qualità di Visco per traghettare l’Italia in mezzo alle difficoltà che a breve dovremmo affrontare.

    Innanzitutto Visco è persona esperta e competente: ha una laurea in giurisprudenza ed una lunga carriera come economista e tecnico del Tesoro (attualmente insegna Scienza della Finanza a La Sapienza). Come ministro si è preoccupato di riorganizzare e semplificare la contribuzione fiscale, distinguendosi per una decisa lotta contro l’evasione. Inoltre ha avuto occasione di gestire privatizzazioni importanti di aziende ex-statali e la separazione tra banche e fondazioni. Infine Visco è stato l’artefice principale dell’abbattimento del deficit che ha permesso al governo Prodi di portare l’Italia in Europa. Si tratta insomma di una figura politica che ha vissuto direttamente le svolte più significative della storia economica recente, ed è quindi in grado sia di valutarne i risultati criticamente, sia di rassicurare quelli che ancora si riconoscono in quei principi.

    Da un punto di vista politico Visco è in grado di ricomporre le divisioni della sinistra, avendo attraversato, e attivamente promosso, tutta la transizione da PCI a PDS, da DS all’Ulivo, fino all’odierno PD. Inoltre si è ritirato dalla vita politica nel 2008, cosa che garantisce la sua terzietà rispetto alle varie correnti interne. Certo più difficile sarebbe far digerire la sua figura alle altre compagini politiche. Forza Italia si opporrebbe decisamente, seguita a ruota, con ogni probabilità, anche dalla Lega Nord. Analoghe perplessità potrebbero venire dal M5S, che potrebbe però essere convinto sulla base di tre considerazioni: la necessità di dimostrare un’apertura al dialogo con il centro-sinistra, l’impegno di Visco contro l’evasione e soprattutto la sua recente autocritica rispetto al problema dell’euro.

    Se ammettiamo, infatti, che il Presidente delle Repubblica debba essere persona di comprovata esperienza politica e tecnica, e che non sia realistico pretendere la sua estraneità rispetto alla storia del partito di maggioranza relativa, allora è evidente che non esiste candidato migliore di Vincenzo Visco, almeno agli occhi di chi professa l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. In effetti, pur essendo stato in passato l’emblema dei sacrifici fatti per entrare nell’euro, Visco è approdato oggi ad una visione ben più problematica di quella fase storica. Ha anzi ammesso, con grande onestà intellettuale, che l’entrata dell’Italia nella moneta unica ha favorito innanzitutto la Germania, mettendo così in discussione tutto il proprio operato. Per questo motivo oggi Visco rappresenta meglio di chiunque altro la possibilità di conciliare un paese a maggioranza pro-euro con i terribili errori che questa posizione ha comportato.

    Naturalmente nessuno può dire se Visco potrebbe mai essere eletto, anche beneficiando dell’endorsement di Renzi: anzi è probabile che non esistano le condizioni politiche per la candidatura di una persona ancora avversa a molti. Tuttavia il gioco non consisteva nell’indovinare cosa fosse possibile: ma quale battaglia politica, nonostante le inevitabili difficoltà e contraddizioni, valesse la pena di essere combattuta. Da questo punto di vista possiamo stare certi che il prossimo Presidente, chiunque egli sia, non potrà contare sull’esperienza politica ed economica di Visco per sostenere un paese in disfacimento che si avvia a passare attraverso le macerie dell’Europa.

     

    Andrea Giannini

  • Parigi, il terrorismo islamico e la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato

    Parigi, il terrorismo islamico e la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato

    je-suis-charlieDella terribile vicenda di Parigi molto è ancora da chiarire. Ci sono almeno due punti, tuttavia, che appaiono davvero incontestabili: e su questi possiamo provare a fare alcune considerazioni. Il primo riguarda la provenienza degli assalitori, francesi di seconda generazione. Questo aspetto, apparentemente sconvolgente, non è inedito: anche negli attentati alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 (52 morti) si scoprì che molti degli arrestati erano nati e cresciuti nel paese che avevano attaccato. Pare dunque che gli Stati europei dove più il multiculturalismo è stato predicato e praticato (grazie anche ad un ingombrante passato da potenze coloniali) abbiano pagato il prezzo più salato: il che dovrebbe indurci non certo a chiedere di separare con rigide barriere le razze e le religioni, ma quantomeno a sottoporre ad un minimo di critica il paradigma di integrazione che il mondo occidentale ha finora perseguito.

    In effetti non si può non concordare con Jacques Sapir quando scrive: «Una parte dei giovani figli di immigrati non riescono a integrarsi perché non esiste niente a cui integrarsi». Negli ultimi anni, infatti, siamo andati progressivamente distruggendo le comunità nazionali e le loro identità, che pure avevamo costruito con fatica, per perseguire il sogno ad occhi aperti degli Stati Uniti d’Europa, che invece un’identità non ce l’hanno e probabilmente non l’avranno mai. Come avevo già avuto modo di scrivere a marzo dell’anno scorso, questa tanto agognata unità politica non ha una vera anima: quella che chiamiamo “identità europea” è in realtà la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, dove a dominare è la logica del libero profitto. In questo contesto il “multiculturalismo” è solo un compromesso pilatesco, che oltretutto spinge i perdenti della corsa al successo a ripiegare in direzione delle vecchie origini, siano esse un nazionalismo demodé o il fanatismo religioso.

    E d’altronde quale sia il volto reale di questa “integrazione” lo può vedere chiunque sia andato a visitare Parigi, magari sbarcando all’aeroporto e poi raggiungendo la città con la RER, il servizio di treni regionali integrato con la metro della capitale. Se il viaggiatore non è troppo distratto dal tentativo di connettersi con lo smartphone, guardando fuori dal finestrino noterà che ci sono fermate, in corrispondenza delle banlieue meno rinomate, dove, tra magrebini, camerunesi e ivoriani, praticamente non si scorge un volto bianco. Nel centro della capitale, invece, dove un metro quadrato può costare facilmente più di 10.000 euro, i neri sono una minoranza. Il che ci dovrebbe dare qualche indizio su quale sia il ruolo dell’immigrazione ai fini della distribuzione della ricchezza prevista nella nostra società.

    Il secondo punto ha a che fare con le motivazioni degli assalitori, che sembrerebbero agire per conto dello Stato Islamico e della divisione yemenita di Al-Qaida. Nell’operato di queste due organizzazioni, contrariamente a quello che sostiene il sottosegretario agli affari esteri Benedetto Della Vedova, non sono estranee pesanti responsabilità da parte dell’Occidente. Il governo degli Stati Uniti ufficialmente nega di avere mai finanziato Al-Qaida e Osama Bin Laden: ma è chiaro che quest’ultimo fosse visto di buon occhio, fintanto che era impegnato a combattere i Sovietici negli anni ’80. Più difficile è negare che, contro la Siria di Assad, i guerriglieri del Califfato non abbiano ricevuto armi e addestramento dagli USA.

    C’è di più. Al di là dei singoli errori, dalla caduta dell’URSS a oggi l’America e i suoi alleati europei hanno dato vita ad una gestione dello scenario mediorientale pressoché disastrosa. Dall’assurda guerra in Afghanistan, passando per l’Iraq, la Libia, la Siria fino al sempreverde conflitto israelo-palestinese, ogni volta che gli occidentali hanno abbracciato le armi la regione è diventata più instabile, le sofferenze delle popolazioni sono aumentate e nuovi nemici si sono fatti avanti, sempre più spietati e sanguinari.

    A questo punto, quando anche i risultati dimostrano inequivocabilmente che non abbiamo esportato la civiltà e la democrazia, ma solo aggiunto morti ad altri morti, occorre che la nostra civiltà torni ad interrogarsi sui suoi valori e sul modo in cui sono stati applicati. È vero che esistono culture che non conoscono la tolleranza religiosa, il rispetto per la donna e talvolta anche quello per la vita umana: ma se la nostra reazione comporta uccidere, non stiamo tradendo in questo modo gli stessi valori che diciamo di voler difendere?

    Inoltre questi popoli, così intolleranti a parole, spesso sono la parte debole nei confronti militari: per cui la pretesa del forte di usare la forza, legittimandola con le minacce del debole, diventa un po’ un atto di bullismo. È il caso delle ragioni che spingono gli israeliani a dure reazioni contro i palestinesi. È vero che, tra questi ultimi, una parte non accetta lo Stato ebraico e vorrebbe la sua eliminazione dalla faccia della terra; ma è anche vero che non sono stati fatti molti “progressi” in questo senso. Anzi, dalla sua fondazione a oggi, Israele non ha fatto altro che espandersi a danno dei territori palestinesi.

    Certo, rimane il fatto che le minacce ci sono e non devono essere sottovalutate. Mi chiedo però se tali minacce dipendano interamente dal fatto che c’è un lato intollerante e bellicoso nella religione islamica, o se avesse ragione Marx, quando scriveva che «il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita»; ossia, nel caso del Medio Oriente, che la religione è l’effetto, non la causa dell’attuale stato di cose.

    In questo caso potrebbe emergere che donne infibulate e bambini soldato, in fin dei conti, fanno comodo a noi cittadini occidentali: perché sono un ottimo modo di lavarsi la coscienza, lasciandoci sprofondare nell’illusione che non siamo di fronte all’ennesima guerra fatta per i soliti scontati interessi economici.

     

    Andrea Giannini