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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • ABC della politica: non esistono “buoni e cattivi”, il conflitto è vita sociale

    ABC della politica: non esistono “buoni e cattivi”, il conflitto è vita sociale

    giorgio-napolitano“Eraclito biasima il verso del poeta: «possa estinguersi la contesa, via dagli dei e dagli uomini». Difatti non vi sarebbe armonia se non vi fossero l’acuto e il grave, né vi sarebbero animali senza la femmina e il maschio, che sono contrari”. (Aristotele, Etica Eudemia, 1235 a 25-28)

    Talvolta i commentatori sono talmente occupati a scrivere, persi dietro il percorso dei loro stessi pensieri, da non accorgersi che i lettori non riescono a seguirli. Premesse o concetti considerati scontati, spesso non lo sono affatto: e l’incapacità di rendersi conto di questo aspetto può pregiudicare la comprensione di analisi altrimenti anche raffinate.

    Nel mio caso, non potendo contare su una grande originalità e dovendo puntare tutto sulla semplicità e la linearità d’espressione, ritenevo, se non altro, di non aver tralasciato nulla: pensavo cioè che la mia esposizione fosse magari non condivisibile, ma almeno chiara; che non occorresse preoccuparsi di definire nozioni ancora più elementari.

    Tuttavia, quando discuto con altre persone di quello che tratto nei miei articoli, mi rendo conto che spesso, alla base di un’incomprensione, sta la mancanza di un qualche concetto di base; anzi, per essere precisi, che la difficoltà a capire dipende da certe menti fini e dalla loro abilità di inquinare il dibattito pubblico con analisi complesse, allo scopo preciso di far perdere di vista delle verità semplici. (E dunque attenzione agli “esperti”: è vero che ci vuole molta competenza per trattare temi difficili; ma è anche vero che chi è competente può prendere facilmente in giro chi competente non è. La competenza non è una garanzia assoluta di affidabilità).

    Cercando di recuperare alcuni concetti fondamentali nel modo più semplice possibile, direi allora che la politica esiste grazie a due verità elementari: la prima è che c’è sempre qualcuno che cerca di fregarci; la seconda è che non esistono “buoni e cattivi”.

    Il primo punto è piuttosto scontato: lo impariamo da bambini, quando la mamma ci ricorda di non accettare le caramelle dagli sconosciuti, e lo sperimentiamo da grandi, quando ad esempio l’operatore del call-center si prende il disturbo di telefonarci per farci conoscere una grande promozione riservata solo a noi. Naturalmente questo non significa che non ci siano persone di cui ci si possa fidare ad occhi chiusi:  significa solo che ci sono anche quelle che si vogliono approfittare di noi. Ed è giusto preoccuparsi di riconoscerle.

    Il secondo punto può sembrare un po’ meno scontato, anche se ci si potrebbe aspettare che, passata l’adolescenza, i più abbiano metabolizzato il lutto per il fatto che la realtà non è quella dei cartoni animati giapponesi o dei film americani più scadenti. Ma se per caso non aveste passato questa fase, dove i buoni sono sempre super-buoni e i cattivi super-cattivissimi ansiosi di distruggere ogni forma di vita nell’intero universo (evidentemente perché amano la quiete e vogliono solo essere sicuri che nessuno li disturbi); ecco, se siete ancora convinti che le cose stiano in questo modo, che la realtà non sia più complicata, ebbene non vi sto a dire di andarvi a recuperare tutta la tradizione politica e filosofica dall’illuminismo ad oggi, o di leggere un Beccaria o un Victor Hugo. Vi invito piuttosto a far caso ad un’altra cosa: che quelli che ragionano con queste categorie hanno poi interesse a pensare di essere loro stessi dalla parte giusta, mentre tutti gli altri, quelli che mostrano un orientamento diverso, che si oppongono o che la pensano diversamente, vengono messi nella parte sbagliata.

    Quelli convinti di essere i “buoni”, poi, hanno idee molto diverse tra loro di cosa sia questa presunta bontà che li rende speciali; col che si dimostra non solo che un criterio univoco non esiste, ma anche quale sia la reale funzione di questa contrapposizione: non certo l’idea filosofica di ciò che è buono e giusto, ma la contrapposizione stessa.

    Da che mondo è mondo i buoni servono per sconfiggere i cattivi, ma se la bontà e la malvagità non sono il punto in questione, allora di questo discorso non rimane che un’idea: la sconfitta dell’altro. Questa distinzione è dunque funzionale a una logica di lotta, di annichilimento dell’avversario, che viene prima delegittimato e poi abbattuto. Nella storia essa è servita sempre ad identificare un nemico, a compattare il consenso, a reprimere il dissenso o a galvanizzare le truppe – tant’è che possiamo mantenerla ancora oggi, per comodità, quando parliamo di cose o persone che è tutto sommato inevitabile contrastare (come la pederastia, il nazismo o gli assassini seriali).

    Se siamo d’accordo su questi due punti, talmente elementari che non dovrebbero suscitare molte obiezioni, allora basta metterli insieme: ne consegue che abbiamo spesso a che fare con gente che tenta di fregarci, ma che non per questo possiamo delegittimare; che non tutti quelli che perseguono fini diversi o contrari ai nostri possono essere criminalizzati. Il che comporta una conseguenza evidentemente non così banale come credevo da principio: il conflitto è una parte ineliminabile della vita sociale.

    Le persone sono diverse, perseguono obiettivi diversi e questi obiettivi spesso entrano in contrasto: questa è una cosa che non può essere eliminata da nessuna concezione della società elaborata finora, o che possa essere elaborata in futuro. I conflitti sociali – che non sono necessariamente le guerre, ma rivendicazioni per ottenere assetti favorevoli per sé – sono una parte integrante delle società umane: e la politica è lo spazio di attività dove i conflitti cercano un punto di equilibrio.

    Questo implica, però, che esistano almeno due parti con interessi diversi e legittimi. Ecco perché in passato ho polemizzato con chi sostiene che il conflitto destra-sinistra sia superato: perché questi in qualche modo immaginano una società utopica in cui non sia necessario dividersi e contrapporsi per rivendicare le proprie istanze. Per lo stesso motivo ho polemizzato anche con la destra e la sinistra che hanno dominato la scena politica italiana: perché per vent’anni e fino ad oggi hanno perseguito obiettivi politici del tutto identici.

    In questo senso Napolitano è uguale a Grillo: entrambi infatti rappresentano visioni della società nelle quali non occorre dividersi più di tanto. Per Napolitano destra e sinistra devono agire insieme per il bene del paese: e per questo motivo tende o a minimizzare le differenze, riducendole a mere “sensibilità”, o a stigmatizzarle, definendole “egoismi di parte”. Grillo, dal canto suo, pensa che la differenza principale sia quella tra il suo movimento, che difende una concezione della politica moderna, aperta e trasparente, e la vecchia politica, ancorata a una concezione antiquata, chiusa e opaca. Entrambi pensano che sia possibile fare “la cosa giusta” in senso assoluto, e che distinguere tra una “cosa di destra” e una “cosa di sinistra” sia una questione di principio assurda. Al fondo sta la concezione della politica come semplice amministrazione, comune anche ad opinionisti del calibro di Marco Travaglio.

    Nella realtà tuttavia non esiste qualcosa come “la cosa giusta”: esistono invece soluzioni più favorevoli a certi gruppi sociali o ad altri. Le cosiddette situazioni “win-win”, dove tutte le parti in gioco “vincono”, sono estremamente rare. È molto più frequente il caso in cui soluzioni favorevoli ad una parte vengano spacciate come soluzioni favorevoli a tutti. Si prenda ad esempio l’idea moderna di società orientata allo sviluppo economico, al benessere: si pensava, dopo la caduta del comunismo, che questo fosse un obiettivo sufficientemente inclusivo per superare i conflitti di classe nel nome di un interesse superiore. Ne è venuto fuori che il neo-liberismo è diventato il paradigma dello sviluppo generale e la sperequazione è aumentata paurosamente, con ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.

    Con questo esempio si dimostra che è una grande ipocrisia quella di raccontare alla gente che il conflitto non esiste, che c’è sempre una soluzione che vada bene per tutti. Purtroppo le cose non sono così facili. Tuttavia accettando l’esistenza di contrapposizioni fisiologiche, come il conflitto distributivo, si può metabolizzare il problema e gestirlo: al contrario ostinarsi a negarlo serve solo a farlo deflagrare con conseguenze molto più gravi per tutte.

    Andrea Giannini

  • “Il partito della Polizia”, rapporti fra politica e forze dell’ordine: intervista a Marco Preve

    “Il partito della Polizia”, rapporti fra politica e forze dell’ordine: intervista a Marco Preve

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    Foto di Roberto Manzoli

    È di poco tempo fa la notizia dell’assoluzione degli imputati per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta a Roma durante la custodia cautelare il 22 ottobre del 2009. La fine di Stefano, così come quelle di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva, di Michele Ferulli portano con sé tante domande a cui la giustizia in questi anni ha faticato a dare una risposta.
    Ed è partendo da questi interrogativi che abbiamo incontrato Marco Preve, giornalista di Repubblica e autore de “Il Partito della polizia” libro inchiesta pubblicato da Chiarelettere.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Partendo dalle vicende della scuola Diaz e dai giorni convulsi del G8 genovese, Preve contestualizza l’operato della polizia inserendo i singoli fatto in un quadro più ampio. Il waterboarding e le torture subite negli anni ‘80 dai brigatisti collegati al sequestro Dozier; le false molotov della Diaz; i criteri nebulosi con cui la DIA scelse i suoi uomini di punta negli anni d’oro della lotta alla mafia; e infine le morti di Federico, Stefano, Giuseppe, Michele: episodi apparentemente lontani ma legati da un filo rosso che ci racconta una storia di impunità e omertà il cui protagonista indiscusso è il potere.

    Tra le pagine del tuo libro ripercorriamo la genesi e lo sviluppo del partito della polizia, un gruppo di potere che negli ultimi decenni ha tenuto saldamente in mano la pubblica sicurezza del nostro paese. Quello che emerge è un mondo caratterizzato da omertà e logiche clientelari al pari della peggiore politica. Come è nata questa inchiesta?

    «Nasce dalla mia esperienza di cronista relativa alle vicende del G8 del 2001. Nel libro parlo soprattutto dell’inchiesta giudiziaria e delle vicende politiche che l’hanno intrecciata. Credo che quanto accaduto nell’inchiesta Diaz sia stato un banco di prova unico per la democrazia in Italia. I vertici della polizia italiana, quelli per intenderci che hanno combattuto la mafia, sono stati accusati di aver falsificato prove e intralciato l’accertamento degli atti come i peggiori sbirri della cinematografia americana. Ancor più delle botte, la costruzione di false prove è il massimo tradimento per un poliziotto. E seguendo l’inchiesta ho anche potuto vedere il timore, e in alcuni casi il clima di complicità che esisteva tra molti politici di destra e sinistra con la polizia di De Gennaro. Alcuni dei personaggi principali di questo scenario li ho ritrovati in altre vicende italiane spesso legate a periodi oscuri della nostra storia. E questo è uno dei fili che ho seguito nel libro: storie, nomi, politica, gestione di fondi, segreti inconfessabili che uniscono».

    Nel 1985 a Palermo di fronte alla morte di Salvatore Marino, fermato per sospetta complicità nell’omicidio del commissario Beppe Montana, Oscar Luigi Scalfaro, allora Ministro dell’Interno, rimosse immediatamente i responsabili del fermo che vennero indagati per omicidio colposo e motivando la sua decisione disse “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia ed è uscito morto”. Perché la politica non riesce a fare sua questa fermezza e questa verità tanto elementare?

    «La copertura della politica nei confronti della polizia non è cosa solo italiana. Ma quando si arriva ad un punto in cui la verità emerge dai fatti ancor prima che dai processi, nei paesi civili la politica si fa da parte. Da noi questo non avviene perchè la polizia è permeata dalla politica, le è strettamente legata in un rapporto malsano, che non premia la meritocrazia ma l’appartenenza e i rapporti clientelari. Nel libro lo racconta bene il criminologo Carrer, collaboratore delle forze dell’ordine, e lo affermano gli stessi funzionari di polizia, i commissari Montalbano d’Italia, in un questionario scottante del 2007 a cui è stata data scarsa pubblicità dagli stessi committenti, l’Associazione Funzionari di polizia».

    Prendiamo due casi diversi tra loro. La “macelleria messicana” della scuola Diaz e la morte di Federico Aldrovandi. Al di là della violenza ciò che è altrettanto inquietante è la dimestichezza delle forze dell’ordine con il falso e con l’inquinamento della verità. Un atteggiamento che sembra appartenere tanto alle alte sfere quanto alle figure più operative. E’ un problema di valori, di formazione, di metodo?

    «Deve essere chiara una cosa: è il vertice che deve dare l’esempio. Torno ancora al caso Diaz. Che insegnamento possono trarre gli agenti di volante da un ministero, una politica un sistema che per anni ha premiato a livello di carriera i dirigenti indagati e già condannati per la Diaz? Che non sempre chi sbaglia paga. Comportamenti illeciti al vertice e alla base fanno comodo uno all’altro, consentono a entrambi di sopravvivere. Con che autorevolezza i vertici possono applicare la linea dura nei confronti della truppa se i funzionari coinvolti in quella vergognosa vicenda del caso Shalabayeva sono stati promossi? Ma ancor prima di loro in quella vicenda è stato salvato il ministro Alfano, e allora si torna a monte, alla responsabilità della politica».

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Il talento di Maurizio Crozza e la logica dell’appartenenza che tiene in piedi la sinistra

    Il talento di Maurizio Crozza e la logica dell’appartenenza che tiene in piedi la sinistra

    Crozza-Matteo-Salvini-12-dicembreLa bravura di Maurizio Crozza sta nel fatto che le sue non sono semplici imitazioni, ma maschere umane dotate di vita propria, archetipi universali che riescono a trascendere la figura da cui avevano tratto ispirazione. Sergio Marchionne, Massimo Ferrero, Matteo Renzi e naturalmente Antonio Razzi non sono solo caratterizzazioni grottesche: sono personaggi reali, con un loro linguaggio e una loro personalità ormai separata dagli individui in carne e ossa di cui teoricamente dovrebbero riflettere i difetti. È una capacità – questa di superare l’imitazione – che hanno solo pochissimi artisti (per esempio Corrado Guzzanti).

    Ma Crozza è anche un intrattenitore a tutto tondo. Nei suoi spettacoli televisivi sa avvalersi di tante soluzioni diverse: il momento musicale, dove i temi politici vengono ridicolizzati sfruttando il patos di canzoni celebri, oppure il momento del monologo. Qui, in particolare, il comico genovese mette a frutto tutta la sua straordinaria vis comica, rileggendo con i suoi autori la stretta attualità e riuscendo ad essere allo stesso tempo pungente e leggero. E soprattutto, riesce a fare tutto questo senza sollevare polemiche politiche.

    Pur non avendo risparmiato negli anni stilettate velenosissime a Silvio Berlusconi (basti ricordare l’apparizione a Sanremo 2013, con i fischi di qualche spettatore prezzolato), Crozza è riuscito nell’impresa di non farsi etichettare come “comico di sinistra”: e se oggi è probabilmente l’intrattenitore più popolare d’Italia, questo lo si deve alla grande cura prestata al fatto di non risparmiare nessuna forza politica, di saper mettere in ridicolo equamente tutto il variegato panorama della partitocrazia italiana.

    Si pensi alle imitazioni di Maurizio Landini e Susanna Camusso: nessuno si sarebbe mai sognato, prima di lui, di prendere in giro addirittura il sindacato dei lavoratori. Crozza invece, nel corso degli anni spesi a curare le copertine di Ballarò, ha imparato la sottile arte di deridere tutti per non farsi attaccare da nessuno: ed è così riuscito a trascorrere, quasi senza farsi notare, una carriera in continua ascesa che oggi lo proietta – direbbe Falvio Briatore – «al top».

    A questo punto vi starete chiedendo cosa questo discorso abbia a che fare con la politica. Eppure la politica c’entra. Nonostante tutto, infatti, Crozza rappresenta la naturale evoluzione del “comico di sinistra”, aggiornata ai più neutri stilemi moderni. Il talento e la comicità bipartisan sono solo l’aspetto esteriore: sotto la superficie si agitano tutti i pregiudizi del politically correct post-comunista, i quali tendono a riaffiorare soprattutto nella satira sull’attualità.

    In essa Crozza tende a far risaltare ciò che è già grottesco di per sé, consapevole che niente fa più ridere della comicità involontaria di certi nostri politici. Tuttavia non di rado gli capita di scambiare per grottesco ciò che non necessariamente lo è: ed è qui che si manifesta il fascino ancora esercitato da alcuni paletti ideologici tipici della nostra cultura d’origine. Spesso discorsi complessi sulla concorrenza al ribasso del lavoro, sull’integrazione e sulle diverse sensibilità religiose sono banalizzati e trattati alla stregua di negazioni dei diritti delle minoranze. Altre volte il nostro si impelaga in materie che richiederebbero una conoscenza specifica, come è stato nel caso della satira sulla proposta leghista di una flat tax, che, per una bizzarra coincidenza, è andata in scena proprio mentre il partito organizzava un convegno con il professore di Stanford Alvin Rabushka.

    Il problema è che il frame obbliga l’uomo di sinistra a pensare che i leghisti siano rozzi ed approssimativi: per cui, se da questa parte viene la proposta di un’aliquota unica, essa deve essere per forza insensata. Ecco dunque che un singolo articolo su un solo giornale può bastare come prova provata del fatto che la bizzarra tesi degli improvvisati economisti padani è una sonora stupidaggine, di cui si può ridere a crepapelle.

    Naturalmente le cose non sono così semplici. C’è un dibattito in corso: ci sono accademici del calibro di Robert Hall che sono convinti sostenitori della proposta; ci sono precedenti storici incoraggianti; insomma, tutto si può dire sull’argomento, tranne che meriti di essere liquidato con sufficienza durante uno spettacolo comico.

    Ovviamente non ci si può stupire se in questo contesto delle tematiche complesse sono trattate in modo approssimativo: Crozza deve pensare a far ridere; e dal momento che ci riesce molto bene, si può dire che sappia fare il suo mestiere. Il problema è un altro. Il problema è che il comico deve mettersi a citare studi ed articoli perché tutti gli altri amanti di questo “pensiero di sinistra”, dall’alto di cui dovremmo ridere degli altri, non si degnano di farlo. I postulati del “bon ton sellino-democratico” sono considerati auto-evidenti, e a nessuno è permesso discuterli senza venire etichettato come “oscurantista” o “intollerante”.

    Questo atteggiamento, però, dimostra solo che a sinistra c’è una gigantesca voragine. Dietro alla pretesa superiorità culturale, purtroppo, sta il nulla; e il vero motivo per cui non si vuole affrontare il problema è che si metterebbe in discussione il peggiore dei rimedi, che è anche l’unica cosa che ancora tiene unita quella parte: la logica dell’appartenenza.

     

    Andrea Giannini

  • La parabola del Movimento 5 Stelle: intuizioni, errori politici e problemi strutturali

    La parabola del Movimento 5 Stelle: intuizioni, errori politici e problemi strutturali

    Beppe GrilloDalle colonne di questa rubrica ho avuto la possibilità di seguire tutta la parabola del Movimento 5 Stelle. Ho cominciato a occuparmi dei nuovi venuti già a maggio 2012, quando il Parlamento sembrava ancora lontanissimo, Grillo era visto come l’incarnazione dell’antipolitica e i sondaggisti più generosi non attribuivano più dell’8% a questi pericolosi eversivi. Ciononostante fu subito evidente – a me come ad altri commentatori – che Grillo fosse portatore di istanze politicamente vincenti: intercettava il malcontento diretto verso tutta la classe politica, vista come ugualmente corrotta da destra a sinistra; portava una sventagliata di idee da altri paesi, dimostrando così ad un tempo l’arretratezza del dibattito italiano e la reale possibilità di un’alternativa; faceva leva sulla partecipazione attiva degli iscritti, recuperando un principio di democrazia contro la disaffezione alla politica (soprattutto tra i più giovani).

    Il vero segreto del successo del M5S, tuttavia, – e penso di essere stato uno dei pochi ad averlo notato – andava ricercato in una formula completamente nuova: quella del “leader non eleggibile”. Il fatto che Grillo non ambisse a nessuna carica politica, e potesse quindi utilizzare la sua verve comica per fondare un nuovo linguaggio, lontano dai logori dibattiti dei talk-show, è stato l’elemento decisivo per conferire al suo movimento un’aura di alternativa, compensata dalla rassicurante faccia pulita dei ragazzi che correvano per le amministrazioni locali.

    I principali commentatori in parte non capivano questa novità e in parte erano spaventati dalla possibilità che Grillo facesse perdere consensi ai loro referenti politici. Per questo motivo dalle colonne dei grandi giornali, e persino dal colle più alto, piombavano sul comico genovese attacchi pretestuosi variamente ricamati sul solito tema della reductio ad Hitlerum: i problemi del paese erano congiunturali e presto sarebbero stati risolti, se solo Grillo non avesse cavalcato il malcontento in modo populistico, rischiando così – lui sì! – di far perdere la rotta al paese e di portarlo alla rovina come aveva fatto Mussolini.

    Naturalmente questa giustificazione non era forte come l’esasperazione che il paese stava attraversando. La proposta di Grillo era l’unica ad offrire sia una diagnosi che una terapia; e dunque non mi fu difficile prevedere il clamoroso successo politico del 2013. In seguito l’operazione di restaurazione compiuta con la riedizione delle “larghe intese” e la seconda elezione di Napolitano non faceva che spianare la strada ai nuovi venuti, che da quel momento, con le altre forze politiche chiuse a riccio nella conservazione dell’esistente, restavano i soli interpreti del necessario rinnovamento. Paradossalmente, però, proprio quando le cose sembravano essere in discesa, per il M5S sono cominciati i dolori.

    I problemi strutturali del Movimento 5 Stelle

    Sin dal mio primo intervento avevo rilevato come in questa nuova realtà politica i punti di forza convivessero con alcuni problemi strutturali. Convinto di essere il nuovo che avanza, Grillo trascurava con troppa disinvoltura vecchie lezioni. Ad esempio, era ovvio che il “megafono del movimento”, che all’inizio poteva svolgere un’utile funzione di propaganda, alla lunga sarebbe diventato un peso; perché non si può guidare un partito senza farsi eleggere. La forza di imporre una linea dipende dai voti che si riesce a raccogliere (o – ça va sans dire – dai soldi che si mettono sul piatto): e naturalmente non si può sfuggire a questa banale realtà semplicemente chiamando un partito “movimento”. Dal che deducevo che Grillo si sarebbe fatto da parte: oppure che la sua creatura si sarebbe persa per strada.

    Allo stesso modo era chiaro che anche la democrazia diretta sul web non potesse funzionare. Il fatto che una piattaforma virtuale sia teoricamente accessibile a centinaia di migliaia o anche milioni di utenti contemporaneamente (cosa che non è possibile in una qualsiasi piazza fisica delle nostre città), non comporta certo che così tante persone possano realmente dialogare tutte insieme. Questo dialogo, per mettersi in atto, necessita comunque della mediazione di un gruppo ristretto di persone che “rappresenti” le diverse anime, si faccia portavoce dei bisogni e delle istanze della collettività, moderi il confronto e faccia rispettare alcune norme di civile comportamento. Insomma, servono dei rappresentanti: che poi è proprio quel ruolo che dovrebbero ricoprire i nostri tanto vituperati politici nel nostro ormai sorpassatissimo Parlamento; proprio quella forma di democrazia indiretta che Casaleggio dava per superata grazie all’avvento della rete. Di qui l’insanabile contraddizione di una discussione via web che dovrebbe essere teoricamente libera e “anarchica”, ma che pure Grillo è costretto a controllare e indirizzare.

    Gli errori politici del Movimento 5 Stelle

    Oltre a non fare i conti con questi problemi di fondo – anzi, forse proprio per questo motivo – il M5S ha cominciato ad inanellare una lunga serie di errori politici. Convinti che i voti fossero dipesi dalle fedine penali pulite e che la conquista della maggioranza assoluta fosse scritta nel destino, i parlamentari pentastellati si limitarono a ripetere la lezione imparata sul blog. Peccato solo che non fosse più sufficiente.

    L’idea di non fare accordi per non intaccare la purezza del pensiero non è di per sé scandalosa: il fatto è che ci sono delle conseguenze da tenere in conto. Tanto per cominciare, se non si fa un accordo per governare e si rimane all’opposizione, bisogna sapere che sarà frequente l’accusa di “fare disfattismo”. Naturalmente è pretestuosa: chi è in minoranza non ha i numeri per tradurre in leggi le proprie idee. Tuttavia rimane nell’elettorato il dubbio che chi critica il governo non abbia a sua volta una strategia realmente percorribile. Per questo motivo il M5S avrebbe dovuto cercare di scaricare sul PD la responsabilità per i mancati accordi: ed invece nessun attenzione fu prestata a questo aspetto quando saltò l‘alleanza con Bersani, che pure nessuno voleva; e non si fece abbastanza quando andarono a monte gli altrettanto ridicoli colloqui con Renzi.

    Il punto più importante, però, è che per stare all’opposizione occorre avere una visione opposta. La fortuna del movimento non l’aveva fatta il messianismo telematico di Casaleggio, ma il fatto di essere percepito come alternativo proprio quando si sentiva il bisogno di un’alternativa. Occorreva dunque che la principale forza di opposizione continuasse a porsi come alternativa al sistema. E invece Grillo, dopo aver lasciato che Renzi copiasse le sue idee più ortodosse, si è fatto battere anche da Salvini sul fronte dell’opposizione. Così il M5S si è condannato all’irrilevanza: troppo poco “partito di lotta” senza essere partito “di governo”.

    Il dramma è che di questo Grillo è perfettamente consapevole. Lo dimostra il fatto che ha avuto il fiuto di intuire praticamente tutti i “temi caldi” che un partito all’opposizione dovrebbe inseguire: ha rilevato per primo le criticità dell’euro, ha battuto sul tasto dell’immigrazione e ha persino messo in discussione la complessa questione nazionale. Non basta. Ha anche capito la necessità stessa di mantenersi sul “fronte critico” quando si è alleato con Farage. Di recente ha puntato con decisione sull’uscita dall’euro, avendo capito che la battaglia porta voti e che conviene superare una posizione iniziale irrealistica e ambigua.

    Conclusioni

    Non sarà sfuggito che la posizione del M5S non è troppo distante, almeno sui temi più importanti, da quella dell’altro grande partito di opposizione: la Lega Nord. Ciononostante Grillo ha rifiutato categoricamente ogni proposta di incontro che sia venuta da Salvini. È evidente che il comico genovese vuole mantenere un’alterità e sta cercando di recuperare il terreno perduto. Tuttavia il fatto che insista su questioni del tutto fuorvianti, come il referendum sull’euro, non potrà garantirgli molta fortuna.

    Inoltre, se ci imponiamo di giudicare dai fatti e non dalle intenzioni, non possiamo che concludere che il M5S ha lavorato per la vecchia politica, rendendo inutili, di fatto, i voti ottenuti: dapprima ha fatto l’indispensabile opposizione al governo di Letta e Berlusconi; ora, che si potrebbe costruire un’alternativa con Salvini, impedisce l’affermazione di una maggioranza euro-scettica intestardendosi su assurdi punti di principio.

    È giunta l’ora di rendersi conto che siamo quello che facciamo. E che, come tutti sanno, il motto del potere è divide et impera. Pertanto, se il movimento e i suoi iscritti non stanno con nessuno e da soli non riescono a fare niente, forse dovrebbero chiedersi di chi stanno facendo il gioco: se di chi vuole rinnovare o di chi vuole che tutto cambi perché niente cambi.

     

    Andrea Giannini

  • Blocco neo-democristiano in Italia, la soluzione del governo come equilibrio fra i poteri

    Blocco neo-democristiano in Italia, la soluzione del governo come equilibrio fra i poteri

    italia-europa-politicaHa ragione Massimo Cacciari. Nel futuro prossimo la politica italiana si dividerà in tre parti: una destra, una sinistra e in mezzo un bel centro. Si riproporrà, insomma, una ripartizione da prima repubblica, dove accanto ai comunisti, da una parte, e agli ex-fascisti, dall’altra, dominava un blocco (molto) cristiano-democratico e (un po’) socialista. Andrà invece definitivamente in soffitta il fantomatico “bipolarismo”, che rispettabili commentatori di ogni provenienza hanno indicato per vent’anni come l’agognato traguardo della nostra maturazione politica.

    Le cose andranno a finire così perché tutto sommato fa comodo a tutti. Prendiamo ad esempio l’attuale premier. Renzi ha già mostrato più volte di non disdegnare lo scontro sia a destra che a sinistra; e soprattutto ha impresso una netta direzione politica al suo governo, lungo il solco tracciato da Monti e dalle “larghe intese”. La ragion d’essere dell’attuale coalizione di maggioranza, infatti, risiede in quella via politica data dalla “necessità del governare”, dalla “responsabilità”, dalle “scelte obbligate” e da “le-cose-da-fare-si-sanno-ci-vuole-solo-coraggio”. È la soluzione del governo come equilibrio tra i poteri che fu proprio della Democrazia Cristiana, e in cui finiscono sempre per confluire, un po’ per inerzia, un po’ per convenienza e un po’ per rassegnazione, i voti moderati di tutta la penisola.

    Formalmente Renzi e Alfano fingono ancora di ricordarsi di avere una diversa storia e una diversa astrazione politica, alle quali, in teoria, aspirerebbero a ritornare una volta terminata questa difficile fase: in sostanza, però, le differenze sono minime, mentre è forte l’attitudine comune a porsi come la chiave di volta per la tenuta del paese. Dunque ha senso non guardare a questa unione come ad un accordo momentaneo tra “destra” e “sinistra”, ma come ad un vero e proprio blocco neo-democristiano, che si fa carico dell’onere di governo cercando di mediare, soprattutto, tra l’Europa, gli industriali e il mondo della finanza.

    È ovvio che questa formazione, insieme con il declino di Berlusconi, ha liberato un grosso spazio a destra: ed era logico che non si dovesse attendere molto perché spuntasse un qualche politico abbastanza abile da occupare il campo. Matteo Salvini, però, non si vuole limitare a campare sul malcontento popolare, come sostengono i detrattori, ma punta decisamente a sfidare Renzi, essendosi convinto, dopo aver metabolizzato la lezione di Marine Le Pen, che, puntando al fronte moderato, anziché ai militanti storici, si possa trasformare il volgare populismo di oggi nella posizione maggioritaria di domani.

    Questa speranza dovrebbe finire delusa. Come infatti Salvini riempe il vuoto creatosi a destra, si dà anche la possibilità che qualcuno riempa il vuoto a sinistra; o per lo meno che la coscienza smarrita di militanti SEL e delusi PD (Fassina, Cuperlo & Co.) ritrovi improvvisamente se stessa. Tutto sommato, da quelle parti, non serve un leader e non serve nemmeno particolare unità. Per risollevarsi basta semplicemente tornare a fare quello che si faceva prima.

    Tre cose riuscivano bene alla sinistra di un tempo: criticare chi governa, criticare i “compagni che sbagliano” e criticare i fascisti. Ebbene, tutto questo, finalmente, si può fare. Si può attaccare Renzi, perché è troppo morbido con l’Europa; ma anche Salvini, perché è troppo duro. Si possono criticare gli ex-compagni di partito, perché si sono messi a fare gli interessi degli industriali; ma anche questa nuova destra, troppo razzista e troppo amica di Casa Pound. Tra non molto si potrà persino criticare l’euro, perché non è stato quello che avrebbe dovuto essere. Ma soprattutto si potrà smettere di ricercare una posizione politicamente sostenibile, per ritornare a concentrarsi su ciò che è rilevante esteticamente: ossia, dire la cosa giusta.

    In fondo è questa la massima aspirazione degli orfani del PCI: fare i bravi ragazzi, dimostrarsi istruiti, far vedere in giro di saper muovere un po’ la materia cerebrale. Altro non conta, perché è scontato che tanto la gente non capisce, che in questo mondo marcio le cose belle non sono realizzabili. E allora contentiamoci di esserci lavati la coscienza, di aver fatto un bel gesto. È la politica come atto di purificazione interiore, come intima soddisfazione morale.

    E poi, forse, almeno un effetto concreto lo si potrebbe ottenere: mandare in aria il piano diabolico di Salvini. Basta mettere a frutto il monopolio del politically correct tramite gli intellettuali organici (cioè quasi tutti), dipingendo il leader leghista come il lupo travestito da agnello, come colui che specula sui problemi del paese, accennando un po’ a Mussolini e un po’ alla Repubblica di Weimer, per spaventare gli elettori moderati e lasciarli ben comodi tra le braccia dell’attuale premier. Nell’insieme è un quadretto perfetto: Salvini è promosso ad antagonista, Renzi governa e la “sinistra critica”… critica. Tutti sono felici e contenti. Tutti, naturalmente, a parte due.

    Berlusconi sta lasciando che il suo partito si sfasci: e la cosa un po’ gli da fastidio, perché l’istinto lo porta a voler primeggiare in tutto. Ma in fondo Forza Italia e il PDL erano solo un mezzo: l’obiettivo era non finire in galera, e finora è stato centrato. Per Grillo, invece, è tutto un altro discorso: ma sarebbe troppo lungo affrontarlo qui. Resta il fatto che entrambi non hanno capito in che modo la politica stesse cambiando, nonostante fosse del tutto palese (almeno per quel che mi riguarda). Si sono intestarditi sulle loro idee, e ora ne pagano il prezzo in termini di consensi.

    Con questo si chiude la nostra analisi del quadro verso cui la politica italiana sembra davvero destinata ad avviarsi… se non fosse per un piccolo particolare: l’unico ad essere in anticipo sulla Storia è Matteo Salvini. E non lo dico io: lo certifica Wolfgang Münchau su Der Spiegel. Per cui, forse, conviene non scartare l’eventualità che l’opposizione riesca a scompaginare le carte, capitalizzando un clamoroso successo politico.

     

    Andrea Giannini

  • Quando in nome della tolleranza non si tollera il dissenso: il fondamentalismo progressista

    Quando in nome della tolleranza non si tollera il dissenso: il fondamentalismo progressista

    partito-democratico-pdDi solito si tende a raggruppare gli elettori del Partito Democratico, quelli di SEL, i movimenti per i diritti civili, gli ecologisti e quella parte corrispondente dell’informazione e della satira, insomma tutto il mondo della sinistra non massimalista, nel cosiddetto fronte “progressista”. Cosa s’intenda con questo termine, che avrete sentito spesso sulla bocca di politici e commentatori, ce lo spiega Wikipedia: I progressisti mirano a modificare gli assetti politici, economici e sociali tramite riforme graduali, progressive; il minimo comune denominatore è rappresentato oltre che dall’illuminismo, dal positivismo, dall’evoluzionismo e da una visione razionale in ambito politico, sociale ed economico». L’ideale progressista, insomma, dovrebbe riunire tutti coloro che vogliono modificare la società in senso razionale e liberale, senza rotture violente e traumatiche. Eppure al giorno d’oggi di questa “razionalità” e di questa “liberalità” esiste solo un vago ricordo; tanto che viene da chiedersi se la stessa parola progressista abbia ancora un senso.

    Faccio questa considerazione perché a volte rimango costernato dalla superficialità e insieme dalla tracotanza con cui difendono le loro idee, convinti irrimediabilmente di essere nel giusto, non solo commentatori e giornalisti famosi, ma anche amici carissimi, in qualche modo, più o meno consapevolmente, affascinati dai bei principi di quello che fu il magico mondo di sinistra del decennio passato. Da allora, però, le cose sono cambiate parecchio. Quella che era cominciata come una battaglia di civiltà contro il razzismo e lo sciovinismo, in nome della tolleranza reciproca e della difesa dei diritti delle minoranze, si è trasformata oggi in una crociata fanatica che non ammette dissenzienti. Il conformismo degli anni ’10 ci obbliga ad essere solidali con qualsiasi rivendicazione si presume arrivi da minoranze o categorie considerate (in un modo che è già di per sé discriminatorio) “da tutelare”: omosessuali, immigrati, donne, animali, l’ambiente, eccetera. Su tutti questi temi non si dà più una libera discussione, in cui è lecito avere anche più di una posizione, ma si sono ormai stabiliti dogmi inappellabili: chi li mette in discussione viene automaticamente espulso dal regno delle “persone civili” e scaraventato nel calderone degli oscurantisti, dei retrogradi e dei conservatori, nei confronti dei quali ogni insulto è lecito. Il paradosso è che in nome della tolleranza non si tollera il dissenso.

    Attenzione: non sto dicendo che una discriminazione sia una posizione legittima. Al contrario: le discriminazioni sono certamente da combattere. Mi meraviglia però la sicurezza di quelli che sanno distinguere con facilità dove sta il confine tra discriminazione e differenza specifica: perché io non riesco proprio ad avere tutte queste certezze.

    L’impressione è che tale sicurezza derivi da un’interpretazione grossolanamente semplificata (indotta in realtà dai mass-media) di cosa sarebbero la scienza, il progresso e la modernità. Talvolta sono gli stessi “scienziati” (magari ottimi specialisti, a digiuno però delle complesse problematiche legate al loro ruolo) a percepirsi ingenuamente come i portatori del verbo della razionalità contro l’oscurantismo della superstizione religiosa, come se la società fosse ferma all’epoca di Galileo. Il risultato finale è che non si fa altro che sostituire alla morale cattolica una morale laica che ne condivide tutti i difetti; perché non poggia su basi ricostruibili razionalmente, ma su un “sentito dire” acriticamente assunto come “razionalità assodata”.

    “Sentinelle in piedi”: omofobia o libero pensiero?

    A questo riguardo è istruttivo il caso delle cosiddette “sentinelle in piedi”, un’associazione cattolica nata per protestare contro il DDL Scalfarotto anti-omofobia. Contrariamente a quello che si sente dire in giro, lo scopo di tale associazione non è negare i diritti degli omosessuali, ma difendere il proprio diritto a una libera opinione. Il punto qui è se possa considerarsi reato (come è scritto sul sito dell’associazione) il semplicefare rifermento ad un modello di famiglia fondato sull’unione tra un uomo ed una donna, o essere contrari all’adozione di bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso“.

    Questo aspetto non è così scontato. Quale scienza o quale “principio di modernità” ha stabilito in modo razionale e inoppugnabile come stiano le cose a proposito di una materia tanto delicata? E anche se siamo in disaccordo con il punto di vista delle “sentinelle”, davvero è necessario arrivare al punto di configurare una fattispecie di reato per la semplice promozione della famiglia tradizionalmente intesa?

    Inoltre non è paradossale che vengano proposte forme di limitazione del pensiero proprio da quel fronte progressista che, richiamandosi all’illuminismo e al liberalismo, dovrebbe considerare il libero pensiero quale valore supremo da preservare? Non è contraddittorio che si discuta se garantire libertà di parola a chi nega l’olocausto (tema delicatissimo, tant’è che il reato di negazionismo in Italia non esiste ancora) e poi si mettano nel mirino le famiglie cattoliche che vogliono solo educare i figli secondo i propri valori?

    Ancora: non è strano che la terzietà della “libera” stampa – quella vera e propria anticamera del paraculismo, che impone al giornalista di non schierarsi mai, trattando ogni parere, anche il più bislacco o il più eversivo (contro la magistratura, contro la Costituzione, ecc.), come “opinione da rispettare” – venga improvvisamente meno, proprio tra i commentatori più liberal, quando c’è da dare un parere (non richiesto) sulle sentinelle in piedi vittime di aggressione (come ha fatto Mentana nel suo telegiornale qualche settimana fa)? E insultare persone magari retrograde e oscurantiste, che però non fanno altro che stare ferme a leggere un libro, non è forse un atteggiamento altrettanto retrogrado e oscurantista?

    Qual’è poi l’utilità di inserire l’aggravante dell’omofobia? Se commetto un atto di violenza contro una persona perché è omosessuale, oppure perché è grassa, o solo per un mio sadico divertimento (i classici “futili motivi”), cambia davvero così tanto? Non sono forse tutte azioni spregevoli che meritano di essere represse allo stesso modo? Fare distinzione tra il marcio e la muffa è così rilevante da obbligarci a sindacare sulle liceità delle opinioni che non condividiamo?

    Il principio politico di cui i commentatori si riempono la bocca, in questi casi, è l’idea liberale dell’insindacabilità delle scelte private. È lo stato confessionale o totalitario – sostengono costoro – quello che pretende di entrare nell’intimità delle persone, obbligandole a conformarsi: al contrario in uno stato liberale ciascuno a casa propria fa come gli pare. Un principio condivisibile, certo: ma che non si può applicare un tanto al chilo.

    Innanzitutto non è sempre agevole distinguere tra sfera privata e sfera pubblica: ci sono comportamenti privati che hanno un’indubbia rilevanza pubblica. Possiamo forse tenere saldo il principio nel caso dei diritti individuali: ma la famiglia non è un diritto individuale, è un’istituzione. E quando si definisce un’istituzione non è facile esimersi da valutazioni morali. Per esempio, in Italia la poligamia è illegale: eppure, se valesse il principio di cui sopra, a rigor di logica una donna adulta e consenziente, che desiderasse sposarsi contemporaneamente con tre uomini, anche loro perfettamente liberi e nel pieno delle facoltà mentali, non dovrebbe trovarsi lo Stato di traverso.

    Insomma, la faccenda, anche ad una prima e sommaria analisi, risulta estremamente delicata e densa di implicazioni. Ma allora è difficile credere che la sicurezza mostrata dai commentatori progressisti nel giudicare su queste questioni dipenda da chissà quale implicita evidenza razionale: più probabilmente siamo di fronte a nuove forme del vecchio caro conformismo, così poco “moderno” e per nulla “scientifico”.

    Euro, immigrazione e “becero populismo”

    Questo sospetto diventa una certezza, se passiamo ad argomenti decisamente meno controversi, o controversi solo in apparenza. È il caso del problema dell’immigrazione. Le destre da sempre cavalcano il tema a fini elettorali, soffiando sul fuoco del disagio sociale e alimentando pulsioni xenofobe; i progressisti, dal canto loro, hanno deciso che qualsiasi implicazione scomoda sull’argomento deve essere rimossa. La versione ufficiale è: l’immigrazione fa bene, e chi dice il contrario cerca solo un capro espiatorio.

    Da quando poi Salvini e Grillo, che pure sono in continua lotta tra loro per la palma di “migliore forza d’opposizione”, hanno scoperto di pensarla allo stesso modo tanto sulla questione dell’euro, quanto, appunto, sul tema immigrazione, nel fronte progressista è tutto un darsi di gomito, un gigioneggiare di sospiri compiaciuti, uno scuotere di capo, un denunciare con costernazione la cattiva piega presa dal dibattito pubblico, che non si intona più col bon ton dei salotti televisivi del martedì sera: Visto?! Lo avevamo detto, noi, che Lega e 5 Stelle rappresentano i soliti populismi razzisti, che nei momenti bui della storia campano sul malcontento popolare!”.

    Gad Lerner pubblica un commento che non è nemmeno un commento; è un titolo: Grillo insegue Salvini nella corsa a chi è più becero“. Fa ancora meglio Achille Saletti sul Fatto Quotidiano: ‘No euro’ e ‘no negro’: Grillo cerca il ventre molle del paese?. Scrive Saletti: Siamo tornati all’evergreen. Il motivo buono in tutte le stagioni, quello orecchiabile ai più e godibile nella sua monotematicità. […] Il movimento oscilla, fluttua, idealizza, teorizza ma poi crolla sulle solite piccine vigliaccherie della politica. E così tutti gli uomini di buona volontà sono avvisati: non arrischiatevi a parlare di euro e immigrazione, perché abbiamo già stabilito che è solo becero populismo. Punto.

    Poi però una sera giri su Otto e Mezzo, senti due campioni del progressimo del calibro di Federico Rampini (Repubblica) e Chiara Saraceno mentre si confrontano con Matteo Salvini; e quando vedi quest’ultimo svettare sopra gli altri due come fosse il Conte di Cavour per la lucidità e la chiarezza di analisi, allora capisci che nel fronte progressista c’è davvero qualcosa che non va.

    Il segretario leghista, reduce dal successo oceanico della manifestazione in Piazza Duomo, dapprima prende le distanze dal razzismo biologicoIo non mi sento superiore a nessuno»), poi molto puntualmente spiega perché l’immigrazione selvaggia (benché non sia la prima causa) ha contribuito a impoverire la classe media: perché (come ho già spiegato anch’io) molto semplicemente gli immigrati poveri sono disposti a lavorare ad un prezzo più basso degli italiani, e questo aiuta ad abbattere i salari.

    Debito - Quota SalariChe questo intento sia stato perseguito con successo negli ultimi trent’anni si nota chiaramente nel grafico a fianco, ripreso dal blog di Alberto Bagnai, dove l’esplosione del debito (linea verde) – prima pubblico (linea rossa) e poi privato (linea blu) – si muove di pari passo con il crollo della quota salari: una dinamica che inizia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

    In quel periodo, esattamente nel 1979, come ho già ricordato la lira si aggancia allo SME. E naturalmente il cambio forte – dice sempre Bagnai –  fa quello che i manuali prevedono che faccia: ossia disciplinare i sindacati. È l’inizio della finanziarizzazione dell’economia: il capitale si apre alla mobilità e i lavoratori moderano le loro pretese. E naturalmente cominciano a perdere potere d’acquisto, che viene compensato dal debito pubblico.

    ISTAT Popolazione ImmigratiCol crollo dell’Unione Sovietica il fronte sindacale perde ulteriore slancio: nel 1992 viene abolita la scala mobile (i salari non sono più indicizzati all’inflazione) e nel 1997, col cosiddetto “pacchetto Treu”, si introducono contratti flessibili. In questo contesto aumenta anche l’immigrazione: lo certifica il grafico dell’ISTAT qui a fianco.

     Da principio questa dinamica aiuta a trainare l’economia, grazie proprio alla manodopera a buon mercato e alla disponibilità dei nuovi venuti a fare lavori che gli altri non vogliono fare. Ma la realtà è che il vero motore negli anni pre-crisi è il debito privato: mutui e rateizzazioni elargite con facilità danno l’illusione, per un certo periodo, che l’economia stia tirando; finché il fallimento di Lehman Brothers non scatena il ritorno alla realtà. Posta in questo contesto, tuttavia, l’immigrazione appare per quello che realmente è: non una questione umanitaria, bensì l’ennesimo tentativo di breve respiro di competere al ribasso sul salario del lavoratore.

    Un’evidenza che Rampini prova a contestare, con grave sprezzo del ridicolo, citando l’esempio degli Stati Uniti per la capacità di attirare ricercatori qualificati: come se questo fosse il problema – fa notare Salvini – che porta il degrado delle nostre periferie (si pensi, qui da noi, alla sorte di un quartiere storico come Sampierdarena). Naturalmente il problema non è l’emigrazione dei ricchi specializzati, ma dei poveri disperati. Proprio negli USA, infatti, si progetta di costruire 700 miglia di recinzione, spendendo 30 miliardi di dollari, per contrastare l’esodo dei 450.000 messicani che ogni anno tentano di passare il confine.

    La professoressa Saraceno concorda che il problema, in effetti, sia il tipo di immigrazione che si attira. E forse – si potrebbe anche aggiungere – se non abbiamo poli di eccellenza che attirano ricercatori qualificati è anche perché, dall’euro all’immigrato nordafricano, la nostra illuminata classe dirigente, industriale e politica, si è coalizzata per trovare la strada più comoda, prosperando alle spalle dei lavoratori.

    Ma questo il fondamentalismo progressista non lo può ammettere. Non importa quanto presumano di essere colti e razionali questi pensatori liberali: di fatto preferiscono non confrontarsi con la realtà. Perché dovrebbero fare la fatica di mettere in discussione le proprie idee, quando basta individuare un “becero razzista” con cui prendersela?

     

    Andrea Giannini

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  • Ecco la democrazia “matriosca”: dal popolo italiano a Matteo Renzi, passando dalla direzione del Pd

    Ecco la democrazia “matriosca”: dal popolo italiano a Matteo Renzi, passando dalla direzione del Pd

    renziL’Italia è un paese meraviglioso. Ma soprattutto è un paese profondamente democratico, dove la democrazia è davvero rispettata e ossequiata nel suo spirito più genuino.

    Tutto origina dal popolo che si autogoverna eleggendo i suoi rappresentanti. In realtà non proprio tutto il popolo, perché per votare occorre avere diciotto anni. Ad esempio alle ultime politiche gli aventi diritto erano l’83% della popolazione. Ma decide pur sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Una scelta democratica è anche quella di esprimere dissenso o distacco dalla politica non partecipando al voto. L’anno scorso, ad esempio, i votanti per la Camera dei Deputati sono stati il 75% degli aventi diritto. Però decide sempre la maggioranza: e naturalmente quelli che non hanno votato, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Poi i rappresentanti del popolo, così democraticamente eletti, procedono a formare una maggioranza di governo. Ad esempio il governo Renzi alla Camera conta su un sostegno di 388 voti su 630. Dunque decide sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri parlamentari, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    All’interno della maggioranza di governo, però, i gruppi parlamentari minori non possono votare contro i provvedimenti dell’esecutivo. Possono farlo solo sulle questioni secondarie; ma rispetto ai punti più rilevanti, per i quali il governo pone la fiducia, un eventuale voto contrario della minoranza metterebbe a repentaglio la sopravvivenza della maggioranza (il famoso ricatto dei partitini): e questo sarebbe “manifestamente” antidemocratico. Ad esempio, in questo momento alla Camera i gruppi minori della coalizione di governo hanno tutti insieme solo 90 seggi: che è poca cosa rispetto ai 298 del Partito Democratico. Pertanto, anche se quest’ultimo aveva incassato solo il 27% dei voti della gente, in Parlamento bisogna che a decidere sia sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri deputati, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Il partito di maggioranza relativa a sua volta deve decidere la linea politica da tenere. Ad esempio, il PD ha inventato uno strumento molto democratico: le primarie, con le quali elegge sia il suo segretario che l’Assemblea Nazionale. E nelle primarie del 2013 è stato eletto Matteo Renzi con oltre il 67% dei consensi. Pertanto, come si vede bene, ancora una volta decide la maggioranza: e naturalmente gli altri iscritti, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Infine, a maggior garanzia, sono poste delle limitazioni al potere del segretario e dei suoi fedelissimi. Infatti i mille membri che compongono l’Assemblea Nazionale, più varie assemblee regionali, eleggono a loro volta i membri della Direzione Nazionale, che può esprimere un indirizzo politico anche contrario rispetto a quello del segretario. Cosa che non è successa, a dire il vero, lo scorso 28 settembre, quando la Direzione ha confermato in pieno la linea di Renzi sul tema del lavoro. Eppure bisogna considerare che Renzi ha incassato 130 voti favorevoli su 161: un ottimo 81%. Dunque, anche questa volta a decidere è stata la maggioranza: e naturalmente gli altri membri della direzione, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Con ciò si dimostra che l’Italia è un paese perfettamente democratico. A decidere è solo Matteo Renzi: ma non certo perché sia un leader populista, pilotato da alcuni poteri forti e tollerato da altri (già pronti a sostituirlo, non appena completato il lavoro sporco). Certo che no: anzi, è l’esatto contrario. Renzi è lì a portare avanti le sue idee semplicemente perché siamo in democrazia. E in ossequio a questa democrazia ha avuto il sostegno – attenzione a non perdersi – dell’81% di 160 membri della Direzione, eletti da 1400 membri dell’Assemblea, eletta sulle base delle stesse consultazioni primarie che avevano incoronato Renzi con il 67% dei consensi; primarie a cui aveva partecipato un numero di elettori pari al 34% di quel 27% che aveva votato PD alle ultime elezioni politiche; politiche alle quali aveva partecipato il 75% dei votanti sull’83% degli aventi diritto!

    La democrazia italiana, insomma, è una splendida matriosca: la apri e dentro ci trovi un’altra democrazia; che si apre anch’essa, rivelando a sua volta ancora un’altra democrazia. E così via. In questo gioco meraviglioso, di democrazia in democrazia, di maggioranza in maggioranza, si arriva alla fine all’ultima bambola: che è un segretario di partito indicato da appena il 3% della popolazione italiana.

    Ora, questo in apparenza non sembrerebbe propriamente un concetto democratico. Ma se guardiamo meglio, capiamo subito che non c’è nulla di cui preoccuparsi: quella minoranza in realtà non ha esercitato un potere elettivo esclusivo; perché nei fatti, per fortuna, Renzi sta facendo tutto il contrario di quello che aveva promesso! Naturalmente.

     

    Andrea Giannini

  • Renzi – Padoan: dilettanti al potere. “Credibili” in Europa, inattendibili in Italia

    Renzi – Padoan: dilettanti al potere. “Credibili” in Europa, inattendibili in Italia

    renzi-risataDire “se questo fosse un paese serio” è francamente troppo generico. Certo, aiuta se l’obiettivo è quello di far sentire in colpa gli italiani, di convincerli del fatto che sono “inadeguati” ai tempi moderni sia come popolo che come Stato. Se però quello che interessa è comprendere certe dinamiche politiche, allora parlare di “paese” significa prendere in esame un insieme disomogeneo e condannarsi ad un’analisi qualunquista. In questo caso per essere specifici bisognerebbe dire “se avessimo un’opinione pubblica seria”. Ecco: se avessimo un’opinione pubblica seria, e non un sistema mediatico controllato dall’attuale blocco di potere, qualcuno avrebbe già chiesto le dimissioni di Renzi e di Padoan.

    Il problema non è il fatto di voler modificare l’articolo 1 della Costituzione in: L’Italia è una Repubblica fondata sulle tutele crescenti. Non è neppure quello di aver trasformato definitivamente il fu “partito dei lavoratori” nell’ennesimo “partito degli imprenditori”. Il problema è che non dovremmo tollerare i dilettanti. Se fare il premier o il ministro dell’economia significa poter dire la qualunque e non subirne le conseguenze politiche, allora eleggete me: vi assicuro che – benché ciò comporti doversi impegnare molto – anche io posso dirigere questo paese in modo altrettanto pressapochista ed estemporaneo.

    Il fatto è che, mentre la Francia confessa platealmente «Nous refusons l’austerité», l’Italia, che pure vorrebbe ottenere un’analoga flessibilità, ufficialmente continua a dire che sia indispensabile preservare la credibilità. Non si capisce se si debba seguire questa strada perché vogliamo essere “poveri ma buoni” (cioè affermare filosoficamente la superiorità della morale sull’economia), oppure se il rispetto degli impegni possa portare anche qualche vantaggio concreto (perché finora non se ne sono visti). Comunque sia, è curioso che si debba necessariamente essere “credibili” con i partner europei, ma si possa essere del tutto inattendibili nei confronti degli elettori. Anzi, l’una giustifica l’altra: Cari cittadini, avevamo in effetti preso degli impegni con voi: ma ora dobbiamo ammettere che erano parole al vento. Altrimenti dovremmo rimangiarci gli impegni presi con Bruxelles“.

    Questa logica paradossale risponde esattamente a quello che ci ha spiegato l’altro giorno, come se fosse la cosa più banale del mondo, il titolare dell’economia. Nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2014, infatti, il buon Padoan ha ammesso che il PIL a fine anno non registrerà il +0,8% che era stato stimato ad aprile (neppure 6 mesi fa), ma un saldo negativo pari al -0,3%: un avvitamento dell’economia che s’intravvedeva chiaro come il sole, ma che pure il governo negava, in perfetta continuità con la linea dei predecessori, sovrastimando l’impatto di alcune misure prese e sottovalutando la gravità di altri problemi ignorati. Ma questo ministro è andato anche oltre: ha voluto ammettere la verità.

    Nelle stesse parole di Padoan, infatti: «alcune cause profonde della mancanza di crescita non sono state ancora ben comprese da tutti noi e siamo di fronte a problemi assai più profondi del semplice andamento ciclico». Insomma, chi guida la nostra economia fa tranquillamente professione di ignoranza: le cose vanno male, anzi malissimo, eppure il governo non ha la più pallida idea del perché. Ce ne sarebbe abbastanza per concludere che la ricetta economica è sbagliata: e bisognerebbe rivolgersi, pertanto, a quegli economisti (e sono tantissimi) che si ostinavano a negare la fantomatica “luce in fondo al tunnel” e chiedevano con forza un cambio di strategia.

    Questo fallimento conclamato, inoltre, dovrebbe ripercuotersi sulle sorti dell’intero governo non solo perché Renzi ha chiaramente sposato l’isiprazione liberista; non solo perché questo stesso impianto è alla base di battaglie politicamente cruciali come quella per l’articolo 18; ma anche perché, quando a luglio il premier venne interrogato sui numeri dell’economia, si permise il lusso di deridere chi faceva il conto dei decimi di PIL: e questo è inaccettabile proprio mentre attraversiamo la peggiore crisi economica dalla seconda guerra mondiale.

    Inoltre il conto di questi errori viene presentato direttamente ai cittadini, mentre non deve incrinare il rapporto con l’Europa. Infatti, nonostante i conti siano sbagliati, a differenza di quello che avviene in Francia, il vincolo del 3% rimane. Renzi a parole difende i cugini d’oltralpe contro l’atteggiamento censorio della Germania: ma fedele al motto “can che abbaia non morde” si guarda bene dal rimettere in discussione il rispetto degli impegni di bilancio. Padoan, dal canto suo, poggia le mani avanti e spiega subito che, se gli aggiustamenti non saranno sufficienti, si ricorrerà (indovinate un po’) ai soliti aumenti IVA. Dunque il governo non mostra alcuna remora a chiarire quale sia il suo principio ispiratore, anche se si tratta solo delle previsioni per gli anni a venire: se sarà necessario, si smentiranno le promesse e si aumenteranno le tasse; ma mai si derogherà a quanto chiede l’Europa.

    La “libera stampa”, se fosse davvero tale, dovrebbe chiamare questa cosa col suo nome: ossia tradimento nei confronti degli elettori, tanto di quelli che si erano espressi contro l’austerità nelle politiche 2013, quanto di quelli che avevano dato fiducia allo slancio rinnovatore di Renzi alle europee 2014 e a cui ora il governo sbatte in faccia la propria incompetenza, dimostrando di averli presi in giro; e dimostrando anche, purtroppo, che avevo ragione io quando un anno fa, dopo le primarie del PD, scrivevo: Renzi non ha alcuna visione alternativa rispetto a Letta o a Monti. La diagnosi è sempre la stessa, e purtroppo è drammaticamente sbagliata: ragion per cui la terapia non guarirà nessuno, anche se cambierà chi ce la somministra“.

     

    Andrea Giannini

  • Fine dell’euro, ha inizio il count down? Crisi di domanda e malafede del governo

    Fine dell’euro, ha inizio il count down? Crisi di domanda e malafede del governo

    padoanC’è un sottile filo rosso che si snoda lungo le vicende della politica e che parte con Renzi e la  sua battaglia per l’abolizione dell’articolo 18. Il premier da un parte ha incassato il netto sostegno di Squinzi, l’incondizionato appoggio di Padoan (in barba a quelli che volevano il ministro dell’economia in contrasto con il premier) e l’irrituale assist di Napolitano; dall’altra, però, è stato smentito da due imprenditori “amici” come Farinetti e De Benedetti, viene pungolato con sempre più impazienza dalla stessa Confindustria e ha mandato in fibrillazione il suo partito, dove la minoranza dei “rottamati” comincia addirittura a evocare scenari da scissione.

    Non basta. A riprova del fatto che all’interno dell’establishment l’ostilità contro Renzi è in crescita occorre citare l’editoriale di fuoco di Ferruccio De Bortoli. Il direttore del Corriere della Sera esordisce deciso: “Renzi non mi convince”, che tradotto significa “i miei editori si stanno stancando”. Come se non bastasse la “brillante comunicazione” del premier viene definita da De Bortoli “fine a se stessa”,  il che è come dire: “parli tanto ma non fai nulla”. Infine, proprio all’ultimo, una coltellata: per il direttore del Corriere nella squadra di governo (a parte Padoan e pochi altri) “la competenza appare un criterio secondario” e a fare merito è la “conoscenza dei dossier” e la toscanità“.

    A cosa allude il nostro? Alla massoneria, è ovvio. E lo dice esplicitamente: “Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Non solo, dunque, la solita accusa di fornicare con Berlusconi e Verdini, ma addirittura l’evocazione, dietro alla figura rispettabile del premier, dell’ombra lunga di interessi indicibili che paiono quasi in grado di ricattare lo stesso Renzi. Difficile immaginare un attacco più violento al governo da parte di un giornale così abituato a misurare le parole.

    Ma non è solo una questione di giochi di potere. Ci sono anche i dati allarmanti dell’economia. Il PIL sarà in negativo per il terzo anno di seguito: e forse sarà anche peggio delle attese, visto come stanno andando l’industria e gli ordinativi. La crisi attanaglia anche la virtuosa Germania: ma l’austerità non molla la sua presa sull’Europa; cosa che ispira i maggiori protagonisti del dibattito economico a lanciare appelli per gesti estremi. Wolfagang Munchau consiglia a Draghi di gettare i soldi sulla gente da un elicottero, il premio Wolfson Roger Bootle suggerisce all’Italia di uscire dall’euro e il premio Nobel Joseph Stiglitz, nella sua lectio magistralis alla Camera dei Deputati di martedì, si scaglia contro la moneta unica, sforzandosi però di indicare delle soluzioni.

    Come si uniscono i puntini di tutti questi avvenimenti? In realtà non occorre sbilanciarsi granché: anzi, è piuttosto ovvio che è iniziata la resa dei conti. Avevo scritto 20 mesi fa che stavamo solo rimandando l’inevitabile epilogo: ora è probabile che quell’epilogo sia cominciato. E il fatto è che chi occupa certe posizioni non è così ingenuo da non averlo capito. Renzi e Napolitano potranno anche essere gli inconsapevoli “utili idioti” di turno: ma gli altri sanno, oppure stanno cominciando a capire. Se assumiamo, infatti, che queste fibrillazioni dipendano dalla consapevolezza dell’establishment che il sistema non è più gestibile da un punto di vista politico-economico, tutto torna.

    Ad esempio è ormai riconosciuto che siamo in una crisi di domanda: per cui rendere i lavoratori più poveri è del tutto controproducente (se hanno meno soldi, spenderanno di meno e aggraveranno il problema). Come è possibile, dunque, che un economista preparato come Pier Carlo Padoan non sappia che senza l’articolo 18 i lavoratori avranno minore potere contrattuale e dunque, alla fine, salari più bassi? Come può la stessa persona promettere con questi provvedimenti repressivi addirittura «retribuzioni più elevate» con grave sprezzo del ridicolo? L’ignoranza, in questo caso, non è una spiegazione: ma allora non rimane che la malafede.

    La realtà è che il grande capitale (e chiedo scusa a quelli “diversamente di sinistra”, se uso categorie di derivazione marxista) ha capito che corre il rischio di perdere una rappresentanza politica compiacente: così con una mano manda i suoi adepti a pressare Renzi per portare a casa il massimo risultato utile prima che suoni la campanella, e con l’altra gli scava la fossa, preparandosi a sostituirlo, riposizionandosi in ordine sparso e, quando occorre, provando a regolare qualche vecchio conto in sospeso. Naturalmente i grandi giornali, questo premier e lo stesso Presidente della Repubblica non hanno mai saputo distinguersi per autonomia di pensiero rispetto agli interessi del blocco di potere costituito: e ora è un po’ tardi per farsi venire dei ripensamenti.

    Lo stesso dicasi del Partito Democratico, che dopo aver combattuto per anni le comode battaglie della destra, oggi cade dal pero e scopre che il leader carismatico, oltre a portare alla rovina il paese, fa contenti solo gli elettori del partito di Berlusconi. Dovrebbe tornare indietro, fare retromarcia. Ma chi ha approvato il pacchetto Treu ora ha un bel da fare a dire che è sbagliato precarizzare il lavoro. Chi ha abbandonato ogni ideologia e fatto di tutto per portarci e farci rimanere in Europa difficilmente ora ci può venire a raccontare che certi diritti non si sacrificano neanche su quell’altare. Chi da tre anni è alleato con Berlusconi, come può ora prendersela con Renzi perché segue le sue orme? Persino il linguaggio va reinventato: dopo decenni di propaganda liberista, le parole con cui esprimere idee diverse non vengono nemmeno più alla bocca.

    É così che assistiamo a patetiche contorsioni degne della più brutale legge del contrappasso, come Stefano Fassina che spiega a Stiglitz: «Voi accademici dovete cominciare a pensare a piani alternativi per minimizzare i danni, data l’impraticabilità di quell’agenda economica che Lei proponeva. Tipo piani di ristrutturazione dell’assetto monetario dell’eurozona». E se seguite questa rubrica ormai non devo più spiegarvi cosa siano questi “piani di ristrutturazione” di cui da questa settimana si è cominciato ufficialmente a parlare.

     

    Andrea Giannini

  • Indipendence day, le spinte autonomiste dalla Scozia al resto del mondo. Analisi politica

    Indipendence day, le spinte autonomiste dalla Scozia al resto del mondo. Analisi politica

    elezioniAl momento in cui scrivo lo scrutinio non è ancora terminato, ma possiamo affermare che la Scozia ha votato no all’indipendenza dal Regno Unito (alle ore 8 di questa mattina, con 30 dei 32 collegi elettorali scrutinati, gli unionisti sono al 55% contro il 45% degli indipendentisti, ndr). A prescindere dell’esito finale, tuttavia, si può comunque rispondere alla domanda che – immagino – si staranno facendo i miei lettori in questo momento: si può fare davvero?

    Rispetto a questa questione che abbia vinto il sì o il no cambia poco. La domanda potrà essere: “Quello che è fallito in Scozia può riuscire da altre parti?”. O in alternativa: “Saranno in grado gli scozzesi di muovere verso una piena e felice indipendenza?”.

    In entrambi i casi il punto della faccenda è sempre lo stesso: mettere una croce su un pezzo di carta è relativamente facile, ma è davvero concepibile la frammentazione degli Stati in comunità più piccole, anziché la loro conglobazione entro quegli organismi federali più grossi che si suppone essere il futuro globalizzato e interconnesso che ci aspetta? Attenzione: la questione non è se si farà davvero, ma se è possibile farlo a priori. E da questo punto di vista la risposta è netta: sì, si può fare.

    Le spinte autonomiste sono reali e concrete: la loro forza non può che crescere, visto il fallimento delle politiche internazionali sinora proposte. Da una parte, infatti, assistiamo alla decadenza del modello di integrazione europeo, dall’altra al declino dell’atlantismo, ossia la manifesta incapacità degli Stai Uniti di farsi carico da soli di un ruolo di leadership globale. In questo contesto di incertezza non è strano che alcune comunità pensino a fare da sole.

    Chi e cosa si può mettere sulla loro strada? I governi europei non possono (ancora) permettersi di bloccare libere consultazioni, o di mandare i carri armati contro degli eventuali manifestanti (a meno che, ovviamente, non serva a dare fastidio a Putin). Possono provare a fare allarmismo sui giornali: e di certo il controllo mediatico è un’arma potente. Tuttavia, se siamo in presenza di una insofferenza radicata e di un forte senso di indipendenza della comunità, è concepibile anche che si arrivi al risultato.

    Sì d’accordo, – penseranno alcuni – ma poi non si va da nessuna parte! E perché mai, dico io? Perché una piccola comunità non può essere politicamente indipendente, rimettendo le relazioni con gli altri Stati a banali alleanze commerciali e diplomatiche? Essere “grandi” è utile soltanto finché garantisce due cose:

    1- un grande mercato di sbocco interno (che permette di non essere dipendenti dalla domanda del resto del mondo, assorbendo così più facilmente eventuali crisi economiche);

    2- un esercito numeroso.

    Posto che il secondo punto è utile per una politica imperialista tardo-ottocentesca, ma non per il nostro mondo (ammesso sempre che lo vogliamo pacifico), nel caso dell’Unione Europea nessuno dei due obiettivi è stato comunque raggiunto. Infatti:

     1- abbiamo represso la domanda interna come condizione per tenere in piedi l’eurozona;

    2- se andiamo in guerra con le baionette in mano, perdiamo lo stesso (perché siamo “solo” 500 milioni di abitanti contro gli 1,2 miliardi dell’India e gli 1,3 della Cina).

    scozia-edimburgo-DIAnche il Regno Unito con i suoi 63 milioni di abitanti da un punto di vista globale è già “piccolo”: il che rende superflua ogni ulteriore discussione sulla sua grandezza. Questi casi dimostrano che il problema non è essere grandi o piccoli. Il problema è fare la cosa giusta.

    Quello che importa è capire se il problema sia davvero l’unità o meno. Nello specifico, se gli scozzesi, sotto sotto, avessero puntato solo a tenere per sé i profitti dei ricchi giacimenti del Mare del Nord, temo che non avrebbero fatto molta strada. Se al contrario fossero stati davvero gelosi dell’autonomia perduta nel 1707, esasperati dalle incomprensibili regole europee e dallo smantellamento dello Stato sociale che il governo inglese persegue sin dai tempi della Sig.ra Thatcher, allora (forse) con l’indipendenza avrebbero potuto ottenere qualcosa di buono.

    In questo caso, infatti, avrebbero avuto le motivazioni giuste, nonché l’assenza di rimpianti, per resistere all’ostilità dei mercati finanziari, alla tentazione di unirsi all’UE e a quella di tenersi la sterlina; per  tacere, naturalmente, dell’opzione peggiore di tutte: adottare l’euro. Sarebbe anzi stato davvero tragicomico, se gli scozzesi si fossero agganciati a questo treno proprio quando i giornali tedeschi si accorgono che la moneta unica è insostenibile anche per l’Italia.

    La lezione generale è che l’indipendenza può essere una risposta: ma bisogna che sia fatta prima la domanda giusta.

     

    Andrea Giannini

  • L’abc del renzismo: parola d’ordine resistenza. E per l’opinione pubblica, nessuna tregua

    L’abc del renzismo: parola d’ordine resistenza. E per l’opinione pubblica, nessuna tregua

    renzi-risataLa notizia da commentare, per chi come il sottoscritto pensa che il renzismo sia molto peggio del berlusconsimo, è il sondaggio Ipsos secondo cui il nostro premier gode della fiducia di quasi due terzi degli italiani. Se da una parte, infatti, l’idea stessa del “politico carismatico” sembra andare nella direzione proprio di un paragone poco lusinghiero con l’ex-Cavaliere, dall’altra bisogna pur ammettere che la luna di miele tra il paese e Berlusconi è finita da un pezzo: e dunque chi tende ad assomigliargli (e a governarci insieme) non dovrebbe, a rigor di logica, godere di un particolare consenso. A ciò si aggiunga la grave crisi economica, oltre che la stanchezza e lo scoraggiamento che dovrebbero pervadere gli elettori per l’inconcludenza degli ultimi governi.

    Eppure, a prestar fede ai sondaggi, il consenso di cui gode Matteo Renzi rimane sostanzialmente alto. Per i sostenitori, naturalmente, questo è il segno che il premier si sta muovendo nella direzione giusta, e che gli italiani lo hanno capito. Per altri, all’opposto, basta fare un paragone tra l’attuale Presidente del Consiglio e i suoi due predecessori per rendersi conto che di norma dopo il terzo mese la parabola della fiducia tende ad essere discendente: segno inequivocabile che quella a cui stiamo assistendo non è una fase di assestamento del consenso, ma i primi scricchiolii dell’inevitabile declino. Altri ancora, infine, evocano la mancanza di alternative.

    Nessuna di queste spiegazioni coglie davvero la specificità del renzismo. Dire che, in mancanza di risultati, anche l’attuale inquilino di Palazzo Chigi finirà presto o tardi per stancare gli italiani significa dire l’ovvio. Ciò non toglie che, nel frattempo, egli abbia saputo mettere in mostra una resistenza che ha del prodigioso.

    Stiamo parlando del terzo governo in tre anni che (1) non è stato eletto, (2) sopravvive con le “larghe intese” e (3) si sottomette all’austerità economica: eppure gli italiani paiono non accorgersene. Non si può non attribuire la paternità di questo fenomeno alle particolari doti comunicative di Matteo Renzi e al suo modo di sapersi presentare.

    Monti era il tecnico serio ed efficiente dopo gli anni della dissolutezza economica (e morale) di Berlusconi. Letta rappresentava il compromesso delle forze politiche moderate contro l’oltranzismo dei 5 Stelle. Renzi è il nuovo che avanza. Ma questa formula, pur obbligatoria per giustificare in qualche modo l’avvicendamento col predecessore, non è particolarmente originale (anche se il termine “rottamazione” è indubbiamente pittoresco): per cui, che occorresse fare qualcosa di nuovo per acquistare del credito era inevitabile.

    Per questo Renzi si è impegnato a non dare tregua all’opinione pubblica. Non importa che sia per rispondere alle critiche o farsi criticare, per inviare un tweet o lanciarsi una secchiata di acqua gelata, per incassare l’approvazione di una legge o per fare solo l’ennesimo annuncio: l’importante è dare in pasto ai media ogni giorno qualcosa di nuovo, in modo che ci sia sempre qualcosa di cui parlare e che si dia l’impressione che le acque si agitino.

    Questa strategia richiede naturalmente, di tanto in tanto, l’approvazione di qualche provvedimento: altrimenti sarebbe facile accusare questo tornado politico di essere tutto fumo e niente arrosto. Ma Renzi oggi può dire di aver fatto qualcosa di tangibile: ha messo in tasca a qualche italiano 80 euro e ha incassato l’approvazione del DDL Boschi sul Senato. Certo, sono cose di scarsa utilità, se non addirittura dannose: ma poco importa. Il fatto è che non si può stare a rifletterci sopra più di tanto, perché nel frattempo ci sono già altri annunci da valutare: sblocca Italia, jobs act, assunzione dei precari della scuola, tagli all’odiata politica, eccetera eccetera.

    È per questo che le promesse di Renzi sono talmente tante che ormai nessuno le conta più. Se fai una promessa e non la rispetti, se ne accorgono tutti: ma se ne fai a centinaia, la gente si abitua e passi quasi per un ottimista. Tutti sanno che è impossibile riuscire a portarle tutte a termine (alcune sono addirittura in contraddizione le une con le altre), ma l’importante è che si pensi che almeno una piccola parte vedrà la luce: tanto basta perché ognuno possa sperare di essere il fortunato destinatario del prossimo “sblocca-qualcosa”.

    Nessuno può dire: “Renzi non fa”. Avrà fatto poco, ma qualche soldo alla gente lo ha dato. Non servirà a nulla il Senato non elettivo, ma almeno ha dimostrato che sollevare polveroni politici non lo spaventa. Dunque, in linea di principio, potrebbe fare benissimo una qualsiasi delle cose mirabolanti che si promette di fare: non potrà farle tutte insieme, ma una o l’altra sì. Il trucco sta tutto qui. Persino gli statali che protestano, persino le forze dell’ordine che minacciano di scioperare, persino i critici più accesi possono legittimamente sperare che il premier decida magnanimamente di risolvere i loro problemi.

    In un periodo in cui la politica non vuole prendere atto che la strategia perseguita è quella sbagliata, l’unico modo per gestire il consenso è il renzismo.

    Renzi è come un giocoliere che tira in alto le sue palle sperando che rimangano impigliate su qualche ramo; oppure che, quando ricadranno, la gente si sarà dimenticata quante erano. Oppure – se volete – Renzi è come la Gioconda, il quadro del suo celebre conterraneo: qualunque osservatore, da qualunque angolazione, ha sempre l’impressione che la Monna Lisa lo stia seguendo con lo sguardo.

    Peccato che sia solo un’illusione.

     

    Andrea Giannini

  • Putin, il diavolo cattivo minaccia guerra senza parlare di esportazione della democrazia

    Putin, il diavolo cattivo minaccia guerra senza parlare di esportazione della democrazia

    putinL’altro giorno un’amica mi fa notare che la crisi dei trent’anni prende forme particolari di questi tempi. Alcuni reagiscono all’avanzare dell’età trasformandosi in blogger ed opinionisti: e questo affolla la rete di commentatori di ogni sorta, ognuno convinto di poterci spiegare come gira il mondo.
    C’è del vero in questo. Ma ci sono anche persone straordinariamente acute ed intelligenti che alzano il livello. E dite quello che volete, ma io – senza alcun conflitto d’interessi con me stesso – penso di potermi annoverare a buon diritto fra queste. Tuttavia, dato che occorre distinguersi anche all’apparenza, “Polis” ha deciso di inaugurare il suo quarto anno di attività sbarcando sul cartaceo: nella nuova edizione di Era Superba troverete anche un mio contributo. Adesso non vi basterà spulciare il sito internet (dove “Polis” continuerà ad uscire regolarmente ogni venerdì) mentre siete a lavoro e il vostro capo è girato dall’altra parte. Per conoscere le “proposte shock” che avanzo nel mio nuovo pezzo, dovrete leggere la rivista (diventando sostenitori del progetto Era, potrete riceverla direttamente a casa o sulla vostra email); il che tra l’altro mi permetterà di distinguermi dai blogghettari della domenica, collocandomi nell’Olimpo dei commentatori professionisti.

    Ora bando alle ciance, veniamo al tema di questo articolo. Prendiamo la situazione in Ucrainaper quale motivo abbiamo deciso che è tanto divertente provocare Putin? Ci mancava il clima della Guerra Fredda? Nostalgia degli anni ’80?

    La spiegazione ufficiale proclamata con forza da Cameron, Obama, dagli alti rappresentanti dell’UE e dai politici ucraini, è che la Russia è una minaccia perché vuole invadere i territori circostanti. Cioè Putin, che dal 1999 a oggi è stato ininterrottamente premier o capo di Stato, e che solo l’anno scorso si incontrava con il nostro ex-primo ministro Enrico Letta per stringere accordi commerciali in un clima di «amicizia e voglia di cooperare insieme», improvvisamente nel 2014 si è svegliato e ha detto: “Ehi, potrei dedicarmi alle invasioni!”.

    Una scusa talmente semplicistica che non ci crede nessuno. Basta farsi un giro tra i commenti dei lettori su uno qualsiasi dei siti web che stanno raccontando la crisi ucraina: nonostante l’impostazione del mondo dell’informazione sia tendenzialmente critica verso Putin, cosa che porta ad enfatizzare il lato “minaccioso” delle dichiarazioni (vere o presunte) attribuite al presidente russo, pochissimi sono convinti che il bad guy del Cremlino meriterebbe una lezione.

    Per cosa, poi? Sì, c’è stata la vicenda dei 300 morti dell’aereo malese. Ricordate il Boeing 777 abbattuto sui cieli di Donetsk? Quello che secondo l’occidente era stato colpito da un missile dei filorussi, a loro volta armati da Mosca? Si tratterebbe senza dubbio di una buona ragione per prendersela con i russi: eppure nessuno si è azzardato a tirare in ballo la vicenda per giustificare le sanzioni economiche già ratificate. Anzi, dell’aereo e dei suoi passeggeri si è smesso del tutto di parlare: solo spulciando su internet si viene a sapere che si attende in questi giorni il rapporto preliminare dei Paesi Bassi, mentre bisognerà attendere un anno per quello finale. Possibile che non interessi più a nessuno sapere se Putin è davvero una minaccia per la sicurezza, proprio mentre lo si accusa di essere una minaccia per la sicurezza?

    Si dirà che la Russia arma i ribelli del Donetsk: e questa è una ragione sufficiente. Ma andiamo! Anche ammettendo che non sappiate niente di quello che è successo in Ucraina (ossia che il presidente filo-russo Janukovyč era stato democraticamente eletto, che è stato rovesciato anche grazie alle violenze di gruppi di estrema destra come Right Sector e Svoboda, che tanto l’Europa quanto gli Stati Uniti hanno soffiato sul fuoco della protesta inviando i loro stessi rappresentati a Kiev e che le regioni “separatiste” si sentono “russe” a tutti gli effetti), anche ammesso che non sappiate certe premesse (ossia che dopo la caduta dell’URSS il Fondo Monetario Internazionale avviò una “terapia shock” di massicce privatizzazioni e liberalizzazioni che spolpò il paese dei suoi capitali e provocò un’acuta crisi economica – cosa che non contribuì a rendere l’America propriamente popolare –, che nel frattempo la NATO ha inglobato quasi tutti i paesi del Patto di Varsavia e che sta dispiegando un sistema di difesa anti-missile attorno alla Russia); anche ammesso che non sappiate tutto questo, davvero la novità, adesso, è che le guerre le fa Putin?

    Fatemi capire: va bene che gli americani vadano dall’altra parte del mondo per invadere l’Iraq ed “esportare la democrazia” (tant’è che ora l’Iraq è pienamente democratico e gli americani non hanno più problemi da quelle parti); va bene che i francesi sorvolino il Mediterraneo per bombardare la Libia e “difendere gli oppressi” (infatti ora in Libia regna la pace e il lupo dorme con l’agnello); ma se Putin si azzarda a mettere un piede oltre il suo confine, ci scandalizziamo e mobilitiamo la NATO? Capisco che la Russia non sia il paese più democratico del pianeta: ma cosa cambia? La democrazia non è uno status giuridico che autorizza a fare le guerre.

    Poi c’è anche un discorso di convenienza. A parte la pericolosità dell’operazione – se Putin è davvero quel pazzo che dicono, dovremmo andarci cauti, perché è un pazzo con l’atomica – l’Europa non era già abbastanza in crisi anche senza andare a danneggiare i rapporti commerciali con la Russia? Il capolavoro politico, però, lo ha realizzato Matteo Renzi, che è riuscito a mandare come rappresentante estero dell’Unione Europea la nostra Mogherini giusto in tempo per farle dire che «la Russia non è più il nostro partner». Già, tanto che ce ne facciamo? Scaroni ha detto che possiamo resistere anche un intero inverno senza il gas russo: è solo il 30% delle nostre importazioni! (E il prossimo anno?).

    A fronte di un simile vuoto di leadership, tanto in Italia quanto in Unione Europea (che conferma così la sua completa sudditanza rispetto agli interessi americani), è sobbalzato persino il Corriere della Sera, che ieri con Franco Venturini ha caldeggiato una soluzione diplomatica, ricordando: «È vero, Putin ha violato varie volte il diritto internazionale, ma lo si è fatto anche in Occidente quando è servito». Ad esempio servì a noi, cent’anni fa, muovere una discreta guerra all’Austria per riprenderci il Sud Tirolo.

     

    Andrea Giannini

  • Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaChi ricorda le roventi giornate che 12 mesi fa avevano portato con molte difficoltà all’approvazione del bilancio previsionale per il 2013, con le proteste dei lavoratori delle partecipate e i prolungati scioperi dei lavoratori di Amt, sarà rimasto stupito dalla velocità con cui le operazioni sono state condotte quest’anno (qui l’approfondimento). Il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, memore del passato, si era cautelato convocando quattro giorni consecutivi di seduta ordinaria ma ne sono bastati appena due.

    Tuttavia, il rischio di percorrere sentieri irti e lastricati di ostacoli non era così remoto: il clima, infatti, tra contrasti interni alla maggioranza e opposizioni sul piede di guerra per la delibera di indirizzo sul nuovo ciclo dei rifiuti (qui l’approfondimento) che, appunto, ha anticipato di una settimana la discussione sul bilancio, era tutt’altro che sereno. Ma archiviata, almeno temporaneamente, la questione Amiu e fronteggiate le manifestazioni di dissenso dei cittadini della Valbisagno che chiedono la chiusura del sito di Volpara, i toni sono di colpo tornati più pacati. Come d’incanto la maggioranza è parsa quasi ricompattarsi e l’opposizione, almeno per qualche giorno, è come se si fosse quasi dimenticata di essere tale (tanto che lo sforzo di Alfonso Gioia di preparare moduli prestampati per presentare infiniti emendamenti alla delibera sul bilancio ha dato pochissimi frutti). La verità, molto probabilmente, sta piuttosto nel fatto che i continui tagli dello Stato non hanno lasciato grandi possibilità di manovra alla Giunta e, altrettanto probabilmente, era molto difficile proporre qualcosa di concretamente diverso rispetto al lavoro presentato dall’assessore Miceli.

    Ma anche una discussione così rapida e indolore come quella di quest’anno ha i suoi retroscena, come ci ha raccontato il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani, proveniente dal vasto universo del Terzo settore e molto attento alle dinamiche economico-finanziarie che si discutono in Sala Rossa.

    La discussione sul bilancio è stata molto rapida, segno che eravate tutti d’accordo o che non si poteva fare diversamente?

    «In realtà, si è molto discusso sia in Commissione sia in maggioranza (ma anche fuori dal Consiglio) circa la data in cui chiudere il bilancio “preventivo”: siamo arrivati anche quest’anno alla fine di luglio, in effetti un po’ tardi. Andare avanti in dodicesimi genera instabilità nella gestione, rende difficile pianificare e programmare ma una cosa è sicura: costruire bilanci senza poter contare su entrate certe è impossibile».

    Ancora una volta “colpa di Roma” quindi…

    palazzo-tursi-sindaco-doria-gonfalone-D«Non si può costruire un bilancio se non c’è certezza delle entrate e il governo prontamente non si è smentito. Sul punto di chiudere il bilancio, infatti, si è aperta la questione dei soldi necessari per trovare la copertura per il D.L.66 di Renzi (i famosi 80 euro, ndr). Cambiano i governi ma non cambia la tendenza a scaricare i costi delle “manovre”, prima con i tagli dei trasferimenti poi attraverso il minor gettito fiscale, sugli enti locali che erogano servizi ai cittadini. Anche quest’anno abbiamo avuto l’ennesima partenza ad handicap: rispetto al bilancio 2013, ci sono mancati altri 13,5 milioni (-5,7 di spending review, -3,8 di patto di stabilità, -5,7 di  irpef, il già citato D.L. 66) a cui si sono aggiunti i 5 milioni dell’accordo con AMT del dicembre scorso, per un totale di 18,5 milioni di euro. L’effetto combinato di patto di stabilità, minor gettito (che si traduce in tagli occulti) e mancati trasferimenti, genera una situazione molto grave per gli enti locali. Molte centinaia di Comuni sono in fase di pre-dissesto o addirittura in dissesto; in questa situazione è del tutto paradossale che uno Stato che produce circa 52 miliardi di debito (mentre il sistema dei Comuni nel suo complesso genera un saldo positivo di amministrazione pari a 1,7 miliardi) continui a pensare di poter far cassa risucchiando risorse dal territorio».

    Si parla sempre di tagli ma mai di quanto, invece, servirebbe per poter amministrare con serenità una città. Quanti soldi servirebbero ogni anno a Genova per garantire tutti i servizi?

    «La conferma che le risorse a disposizione per il nostro Comune sono ampiamente insufficienti non viene questa volta da valutazioni basate sul buon senso o sulla constatazione del sempre più evidente allargamento della forbice tra bisogni e risorse disponibili, ma dall’analisi del “fabbisogno standard” voluta dal Governo (con la nuova riforma del titolo quinto). Secondo queste stime, fondate sull’idea che sia necessaria una più equa distribuzione delle risorse basata su criteri di equità e di efficienza (in funzione degli effettivi bisogni), Genova è al terzo posto nella classifica dei capoluoghi di Regione che “vantano” un delta negativo fra spesa storica e fabbisogno reale. La spesa storica pro-capite per i servizi a Genova si attesta intorno agli 821 euro, viceversa il “fabbisogno standard” (stabilito in modo rigoroso in funzione di un’analisi che tiene conto del territorio, della popolazione e dei problemi sociali) si attesta intorno ai 905 euro, quasi il 10% in più. Ciò significa che al bilancio di Genova mancano almeno 84 milioni di euro».

    Com’è possibile, allora, che i libri contabili di Tursi non siano ancora stati portati in Tribunale?

    «Anche quest’anno il Comune di Genova ha difeso con i denti la spesa in servizi, il che per certi versi è un miracolo. Quando nel novembre 2010 ero dall’altra parte, in piazza, a manifestare con il terzo settore contro la giunta Vincenzi per i paventati tagli al welfare, si facevano i conti con la prima spending rewiev di Tremonti; sono passati quattro anni, nel frattempo questo Consiglio ha chiuso tre bilanci e da allora si sono volatilizzate risorse (per mancati trasferimenti dallo Stato) per ben 123 milioni di euro, l’equivalente della spesa necessaria per sostenere tre volte l’intero sistema dei servizi sociali cittadini (pari a 41 milioni di euro). A dispetto di tutto ciò, le spese per le direzioni, il plafond di “spesa corrente” (forse con l’eccezione della cultura ma speriamo di poter reintegrare le risorse grazie al contributo degli sponsor) non è stato tagliato: dal punto di vista amministrativo e gestionale si tratta di un grandissimo risultato di cui bisogna dar merito alla giunta e al sindaco perché non era affatto scontato e perché è figlio di una forte intenzionalità politica».

    Come si è costruito questo “piccolo miracolo”?

    «Riducendo i costi. Le leve su cui si è intervenuto per mantenere il sistema in equilibrio sono sostanzialmente tre. La prima è l’attuazione di una spending rewiev interna: si è cercato di tagliare le spese considerate inutili o non prioritarie con risultati a volte controversi come il mancato finanziamento dell’authority dei servizi pubblici locali, dove il must del risparmio ha prodotto una decisione priva della necessaria condivisione tra giunta e Consiglio comunale. Ma la voce che ha influito maggiormente sul bilancio è stato il taglio dei costi del personale: attraverso il blocco del turn-over, il personale del Comune di Genova si è assottigliato di più di 300 unità con un risparmio di circa 33 milioni di euro; il trend non è destinato ad arrestarsi poiché sono previsti 116 pensionamenti anche per l’anno in corso. La terza voce che ha contribuito al risultato è la riduzione degli interessi passivi a carico dell’ente, legata a una progressiva riduzione del debito (viaggiamo intorno ai 1250 milioni, ma in questi ultimi quattro anni il debito si è ridotto di 120 milioni) che determina una minore incidenza dei costi necessari per  finanziarlo (-15 milioni).

    Sembrerebbe quindi tutto in perfetto equilibrio. Dove sta il trucco?

    Economia«L’insieme di queste operazioni – è vero – tiene il sistema in equilibrio ma il blocco del turnover, ad esempio, che come dicevo prima produce una forte riduzione della spesa per il personale, non ha solo effetti positivi: ci sono settori in cui l’assenza di risorse comincia a pesare e che dovrebbe essere affrontata attraverso una maggiore mobilità; inoltre, la mancata immissione di lavoratori giovani nel sistema porta a un innalzamento dell’età media del personale. A fianco alla mera riduzione dei numeri si è però assistito anche a un’operazione di complessiva riorganizzazione e razionalizzazione della struttura che ha influito anch’essa positivamente sui costi: la riduzione delle direzioni (da 9 a 2), del numero dei dirigenti (-19 unità) associato al taglio dei premi (con un risparmio di circa 1,8 milioni), l’azzeramento delle consulenze (da 80 sono scese a 5 nel giro di tre anni e a costo zero perché interamente finanziate con risorse esterne). La riduzione delle posizioni organizzative (- 66 unità) non ha invece inciso sul bilancio ma ha comunque prodotto un discreto risparmio che è stato investito a vantaggio di una ridistribuzione più equa dei redditi all’interno del personale del Comune a beneficio dei salari più bassi, i più penalizzati dal blocco della contrattazione collettiva, con un aumento di 200 euro lordi».

    Che cosa ci aspetta per il futuro? Anche nel 2015 il bilancio previsionale arriverà nella seconda metà dell’anno?

    «A dispetto dei risultati conseguiti dal Comune di Genova, il quadro per l’anno prossimo resta comunque molto incerto perché, ad esempio, non vi è nessuna garanzia che il fondo di compensazione che ha permesso quest’anno di far fronte al minor gettito derivato dalle entrate tributarie (Imu e Irpef)  per 40 milioni sia confermato anche per l’anno prossimo. Si partirebbe così con l’ennesimo taglio di risorse che si andrebbero ad aggiungere ai 123 milioni ricordati sopra».

    Una cifra mostruosa, pari più o meno a quanto viene investito ogni anno nel sociale. C’è una via d’uscita?

    «La progressiva e tanto decantata tendenza alla cosiddetta “autonomia finanziaria” dei Comuni ha già prodotto come esito il dato che ormai, già ora, circa il 71% della spesa è sostenuto dalle risorse della comunità locale (mentre invece lo Stato contribuisce solo per il restante 29%), ma se venissero a mancare anche questi quaranta milioni, la sproporzione fra risorse che vengono dai trasferimenti e risorse proprie aumenterebbe ulteriormente, riducendo il contributo dello Stato a circa un quinto delle risorse complessive per la gestione della pubblica amministrazione con il risultato indiretto di determinare il rischio di un ulteriore inasprimento della fiscalità locale».

    Insomma, il Comune risparmia ma i genovesi continuano a pagare sempre di più.

    «Nonostante gli sforzi, l’obiettivo della “stabilizzazione” rischia di non essere conseguito e si può definire anche questo come l’ennesimo bilancio di transizione. Qual è la sfida che abbiamo davanti? Se, come sembra, ci troveremo anche l’anno prossimo a fare fronte a un ulteriore taglio drastico delle risorse, per mantenere l’equilibrio della spesa bisognerà mettere mano a tutti i “nodi” che fin qui non sono venuti al pettine, primo tra tutti quello delle partecipate, ma a questo punto con pochissimi margini di mediazione».

    Ancora le società partecipate… Ci spieghi meglio.

    Corso Europa«Il “sistema Comune” conta 10500 addetti (5800 dipendenti comunali e 4700 delle partecipate) ed è sicuramente la principale impresa di Genova. Le aziende partecipate forniscono ai cittadini i servizi di cui hanno bisogno e per questo motivo vanno difese: in definitiva, sono anch’esse un “bene pubblico”. Ma la gestione di queste aziende deve essere improntata alla trasparenza, all’efficienza e il costo del servizio reso deve essere il più coerente possibile con il diritto dei cittadini utenti a vedersi offerte prestazioni di qualità al costo più conveniente. Ciò sia in considerazione del fatto che queste aziende non devono produrre profitto e che quindi hanno un grande “vantaggio competitivo” rispetto a un privato, sia perché, in una fase in cui le risorse su cui può contare l’amministrazione pubblica sono limitate al punto di dover contrarre i servizi ai cittadini, le inefficienze e gli sprechi, dovunque alberghino, sono moralmente inaccettabili».

    Ma senza privatizzazione da dove si attingono le risorse necessarie?

    «Non vogliamo passare alla storia come i “curatori fallimentari” delle aziende pubbliche. Per questo motivo stiamo cercando faticosamente di riequilibrare costi e ricavi, di riorganizzarne la gestione, con l’obiettivo strategico di rimetterle in equilibrio ma la strada è ancora lunga. Non è detto però, questa è la nostra speranza, che, in prospettiva, attraverso opportune politiche industriali, processi di razionalizzazione e di riordino, queste aziende possano tornare ad essere risorsa e, alcune di esse in particolare, non possano addirittura restituire “utili” al Comune come succede in altre capitali europee».

    La strada, probabilmente, proverà a tracciarla Amiu con il nuovo piano industriale ma a quel punto la discussione su costi ed investimenti siamo certi che tornerà ad infuocare il dibattito politico anche in Sala Rossa. Insomma, godiamoci la quiete estiva finché durerà.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il mito dell’ostruzionismo: ecco lo Stato che produce leggi come una fabbrica

    Il mito dell’ostruzionismo: ecco lo Stato che produce leggi come una fabbrica

    parlamento-italianoSecondo una leggenda metropolitana che va molto di moda in questi giorni, l’ostruzionismo parlamentare sarebbe la miglior prova che in Italia per fare delle leggi occorre rafforzare il potere dell’esecutivo. Non ci sarebbe – sempre secondo gli autori di questa analisi – nessun rischio di dittatura: il vero rischio per la nostra democrazia sarebbe piuttosto il famoso, sempreverde “ricatto dei partitini” per prevenire il quale sarebbe stata appunto concepita la riforma costituzionale dei “quadrunviri” Renzi-Boschi, Berlusconi-Verdini.

    Ovviamente è vero l’esatto contrario: la conflittualità politica dipende proprio dal fatto che negli ultimi vent’anni gli esecutivi hanno cercato di forzare la mano al Parlamento, dimostrando di sopportarne con malcelata sofferenza le prassi e di fraintenderne la funzione. E’ dunque concreto il rischio non di una dittatura vera e propria, ma senz’altro di una pericolosa deriva autoritaria.

    Il “legificio”

    Il canovaccio della critica di chi si lamenta dell’immobilismo è sempre lo stesso, ed è esemplificato magistralmente dall’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: il tentativo di riforma non è perfetto, ma occorre sia approvato comunque, perché è invariabilmente il massimo che si può ottenere, perché c’è sempre qualche emergenza che ne giustifica l’urgenza e perché il paese deve pur approvare delle leggi. E se questo alla fine non avviene, ecco allora che si può individuare il fantomatico nemico: i “difensori dello status quo”.

    Questo quadretto, oltre a garantire una sicura presa per il tono populista degli argomenti, è anche molto difficile da smentire, perché fa leva sul principio della inevitabilità del compromesso politico: ossia sul fatto che in democrazia un accordo è nel contempo sia indispensabile, sia quasi sempre imperfetto. E proprio battendo su questo tasto le voci filo-governative possono togliere ogni argomento sia a chi rinviene punti critici in un progetto di riforma (perché in un certo senso la sua imperfezione è scontata), sia a chi vorrebbe un accordo su un altro tipo di riforma (perché è l’ostinazione stessa dell’esecutivo a rendere l’accordo proposto, de facto, l’unico possibile). Siccome non c’è la controprova che si sarebbe potuto fare altrimenti, non si può smentire con i fatti chi contrabbanda le forzature del potere per inevitabili condizioni storiche o per le dure necessità dell’agire politico.

    Eppure, a ben vedere, se una cosa non si può smentire, non si può neppure confermare: e dunque proprio in questo aspetto si rivela la completa inutilità dell’argomento. In effetti un’analisi che prenda le mosse dalla mancata approvazione di leggi in un sistema politico (come se in Italia il problema fosse le carenza di norme) si impicca in partenza ad un dato perfettamente inutile. Una democrazia parlamentare non sta lì per produrre leggi come una fabbrica produce carni in scatola: ma per approvare le leggi buone e rigettare quelle cattive.

    Allo stesso modo non si possono fare delle statistiche per sostenere che se non viene approvata una certa percentuale di leggi c’è qualcosa che non va: se in un particolare momento storico si impone in una parte della società una concezione politica dannosa per la collettività, e dunque da questa parte continuano a venire proposte di leggi pessime, il Parlamento ha il dovere di cassarle tutte. E questa non è una remota eventualità: è precisamente la condizione che stiamo vivendo ora – o almeno questo è quello che sostiene il premio nobel Paul Krugman, allorché (come ho già ricordato) individua il segreto del successo del Belgio nella mancanza di una maggioranza di governo che si inchini a quelle misure di austerità così di moda, eppure così dannose.

    Chi vuole la democrazia parlamentare?

    In realtà al fondo di chi si lamenta per i cosiddetti “veti” di questo o quel gruppo politico sta una profonda insofferenza per il senso stesso della democrazia parlamentare.

    Il Parlamento – si presume – è il luogo dove si riuniscono i rappresentanti del popolo: ossia un migliaio di persone scelte dai cittadini per votare quelle leggi che loro stessi (47 milioni di persone), per evidenti ragioni di praticità, non potrebbero votarsi da soli. La “sacralità” del Parlamento dipende dunque dal suo essere la migliore approssimazione possibile delle anime e degli umori del paese reale: e in questo senso il suo voto dovrebbe garantire, se non l’infallibilità delle delibere, quantomeno la minore conflittualità possibile – dato che bisogna presumere che una legge votata dal Parlamento sia una legge nell’interesse della maggioranza del paese; e che quindi ci siano meno oppositori, minori proteste e, in definitiva, appunto minore conflittualità.

    Naturalmente tutto questo è vero solo in teoria: nella pratica bisogna capire quanto gli eletti siano davvero rappresentativi dei loro elettori. Tuttavia siamo sicuri che se un Parlamento con piena legittimità cassa una legge dopo l’altra, vuol dire che vengono proposte solo leggi che meritano di essere cassate. Possiamo anche non credere alla democrazia parlamentare: ma se ci crediamo, il responso del Parlamento (purché – lo ribadisco – realmente rappresentativo) non si dovrebbe discutere. Dobbiamo riabituarci a pensare che le leggi “buone” sono solo quelle per cui si è trovato un accordo democratico.

    Al contrario la logica per cui chi finisce in minoranza non si limita a lamentarsi, ma invoca minore democrazia solo perché i risultati non sono confacenti alle sue aspettative, è una logica – e stavolta non esito ad usare il termine corretto – intrinsecamente fascista, nel senso che è esattamente il tipo di pensiero che storicamente ha preparato il terreno al fascismo. Essa pretende di stabilire prima, attraverso una serie di luoghi comuni non verificati, che cosa sarebbe il “progresso”, la “modernità” o il necessario “cambiamento”: poi, se il Parlamento non si esprime in accordo a questa visione, lo attacca accusandolo di essere “obsoleto”, “lento” o di difendere dei privilegi. Questo atteggiamento non è compatibile con nessuna concezione nota della democrazia (mentre è compatibile col desiderio delle classi dominanti di ottenere assetti favorevoli ai propri interessi).

    Qualcuno obietterà, però, che è del tutto inutile considerare il caso teorico di un Parlamento pienamente rappresentativo dell’elettorato, perché molto più frequente è il caso di un’assemblea distante dal popolo, le cui delibere hanno poco a che fare con l’interesse generale. E forse è vero. Tuttavia per l’argomento in questione non cambia nulla. Anzi, ad un Parlamento poco rappresentativo a maggior ragione deve essere impedito di fare leggi, perché è pressoché certo che esse non siano prese nell’interesse dei cittadini. Meno che mai è auspicabile che ad esso si affidino modifiche della Costituzione. Dunque in entrambi i casi, che il meccanismo di rappresentanza funzioni bene o male, i lamenti dei Panebianco e dei Merlo, di tutti i “corrierini” e i “repubblichini”, non hanno alcun senso.

    Rappresentatività dell’attuale Parlamento

    Una volta stabilito che, in un voto a maggioranza, stigmatizzare l’opposizione perché “eccessiva”, auspicando leggi che tolgano ad essa potere, significa fare l’apologia dell’autoritarismo, possiamo anche esaminare nel concreto l’attualità per toglierci lo sfizio: la battaglia contro la riforma del Senato viene da un’opposizione irriducibile in un Parlamento tutto sommato rappresentativo, oppure da un sussulto di coscienza in un Parlamento che per il resto ha perso i contatti col paese reale? Insomma questo Parlamento è rappresentativo degli interessi del paese? E più in generale è legittimato a fare quello che sta facendo?

    Per rispondere bisogna considerare vari fattori, come:

    1. La bontà del meccanismo elettorale;
    2. L’informazione effettiva di cui dispongono i cittadini;
    3. Il loro controllo su chi li rappresenta;
    4. La coerenza delle cose fatte rispetto a quanto promesso in campagna elettorale;
    5. L’eventuale livello di corruzione della classe politica.

    Ora, su tutti questi punti credo che la risposta sia pressoché univoca:

    1. La legge elettorale con cui si è eletto questo parlamento, il “porcellum,” è incostituzionale proprio perché, scrive la Consulta, essa può produrre una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica;
    2. Siamo al 49° posto al mondo per libertà di stampa;
    3. Il controllo effettivo esercitato dai cittadini sugli eletti è scarso, come dimostra il progressivo disinteresse per la politica e l’inarrestabile calo dei votanti;
    4. Il PD non ha mai promesso di fare la riforma della Costituzione in campagna elettorale, oltre ad avere esplicitamente negato ogni alleanza con Berlusconi;
    5. Infine sulla corruzione di questa classe politica,  intesa non solo come corruzione “materiale” ma soprattutto “morale” ossia come smarrimento del decoro e del senso della funzione pubblica, è meglio stendere un velo pietoso…

    Per cui nessun dubbio: questo Parlamento non è rappresentativo e non ha alcun appiglio di legittimità per stravolgere  la Costituzione.

    Anche a un livello puramente indicativo, a nulla vale il famoso 40,8% di Renzi, perché è stato ottenuto sulla metà degli aventi diritto e per giunta alle votazioni per il Parlamento europeo, dove ha pesato molto (come ho dimostrato) l’atteggiamento da tenere con i partner sul continente; mentre di Costituzione non si è parlato affatto. Per contro alle elezioni del 2013, le uniche da cui si possono ricavare indicazioni politiche, gli artefici del “patto del Nazareno”, PD e PDL, hanno preso insieme solo il 47%. Infine neppure i sondaggi sono lusinghieri.

    La conclusione, pertanto, è inappellabile: in Italia non c’è un grosso problema di governabilità, non c’è il ricatto dei partitini, non ci sono i difensori dello status quo. È invece in atto, da più di vent’anni, un disegno autoritario guidato dai due partiti maggiori per escludere dalla competizione le altre forze politiche ed esercitare il potere in un regime di duopolio, che assomiglia tanto a un monopolio.

     

    Andrea Giannini

    P.S. Con questo ultimo articolo anche Polis va in ferie. Con i miei affezionati lettori ci si rivede a settembre!

  • La guerra in Ucraina, filtri e condizionamenti compito di media e governi. L’analisi di Polis

    La guerra in Ucraina, filtri e condizionamenti compito di media e governi. L’analisi di Polis

    guerra-crimeaDello scenario ucraino mi sono occupato solo una volta; non certo perché si tratti di vicende minori o perché non contengano quei risvolti politici di cui si occupa questa rubrica, ma perché le notizie che ci arrivano sono filtrate e condizionate: e tentare una valutazione è davvero un’impresa. Per questo mi ero limitato a un semplice invito: considerato che ci sono molti interessi in gioco, conviene per lo meno abbandonare lo schema semplicistico che contrappone “occidente=democrazia=bene” a “oriente=oligarchia=male”. Con la tragica vicenda del boeing malese, le cose non sono cambiate. E forse, a questo punto, tornare a riflettere sulla vicenda può essere utile non tanto per capire la dinamiche della politica internazionale, quanto piuttosto per riflettere sul ruolo dei media.

    Innanzitutto, un primo punto fermo: in Ucraina si combatte una guerra. Questo aspetto, apparentemente banale, può essere in realtà sfuggito a molti, perché la stampa italiana, a differenza di quello che avviene – ad esempio – per i combattimenti nella striscia di Gaza, non dedica molto spazio alle cronache militari, essendo riuscita persino ad oscurare il terribile massacro di Odessa. Anche dopo l’abbattimento del velivolo malese, una grande attenzione è stata rivolta al balletto delle responsabilità, ma poco si è detto sulla guerra che si sta combattendo.

    Il fatto è che dopo il referendum di marzo in Crimea, un voto che ha sancito l’annessione della regione alla Russia, anche le altre parti dell’Ucraina a maggioranza russa hanno provato a seguire la strada di un’indipendenza che guardi a Mosca. Kiev ha cercato di reprimere la rivolta e ne è venuta fuori una vera e propria guerra civile, che interessa quasi tutta la regione di Donetsk. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Europea (a trazione franco-tedesca) spalleggiano il governo ucraino, mentre la Russia sostiene i ribelli. Sono in gioco dunque sentimenti di appartenenza non facili da districare e interessi di vario di tipo.

    In questo scenario cosa è successo davvero all’aereo malese? Nessuno, finora, ha saputo dimostrarlo con certezza. Ma non è affatto strano, anzi è logico e prevedibile, che i vari governi e i media nazionali tendano ad accreditare la versione della loro parte: per Obama, Cameron, Merkel e Hollande la colpa è sicuramente dei filorussi; mentre Putin nega di aver mai fornito ai ribelli i missili terra-aria in grado di abbattere un velivolo che voli a quella altitudine. Nel frattempo sono spuntati tutti i riscontri possibili immaginabili: video, testimonianze e tracciati radar, da una parte e dall’altra, accreditano vuoi la teoria dell’aereo abbattuto per sbaglio, vuoi quella di un colpo intenzionale per alzare la tensione dello scontro. Eppure nulla è apparso davvero risolutivo: ogni filmato amatoriale può essere un falso e ogni intervista può celare una menzogna. Che speranze ci sono, dunque, di ottenere una prova ragionevolmente attendibile? Le speranze, purtroppo, sono poche.

    Chiediamoci: in che modo si può sapere qualcosa sulle reali dinamiche dell’incidente? Si potrebbero esaminare i resti: ma gli occidentali si sono già lamentati di non avere libero accesso alla zona; lasciando intendere in questo modo che i ribelli avrebbero tutto il tempo di rimuovere evidenze scottanti. Dunque il terreno è già da considerarsi “inquinato”. Il discorso sarebbe diverso per le scatole nere, che sono state riconsegnate e su cui non gravano sospetti di manomissione. Ma è difficile che emerga qualcosa circa la provenienza del presunto missile.

    Rimangono infine le fonti di intelligence: servizi segreti, radar militari, tracce satellitari, eccetera. Il problema di queste risultanze è però la loro attendibilità. A chi possiamo realmente credere? A chi possiamo prestare fede senza temere manipolazioni e condizionamenti inclini alle ragioni della politica estera dei rispettivi governi?

    Purtroppo nessuno ha un pedigree immacolato. Sulla Russia di Putin non occorre spendere parole: è già costume consolidato di gran parte del nostro giornalismo quello di descriverla come una dittatura assoluta, dove stampa e governo sono assoggettati al pugno di ferro di questo novello zar ex-KGB. Ma anche i “democratici” Stati Uniti non sono da meno. Avevo già ricordato che per la prestigiosa rivista Foreign Policy la CIA è responsabile di aver architettato almeno sette colpi di Stato in giro per il mondo. E l’altro giorno niente meno che Human Rights Watch ha accusato l’FBI di addestrare terroristi arabi per scatenare finti attentati.

    Ma non c’è bisogno di addentrarsi nel terreno di queste operazioni sporche: basta ricordare cosa è successo nella guerra in Iraq. Scatenata da Bush jr. per via delle famose “armi di distruzione di massa” possedute – dicevano – da Saddam Hussein, dopo un bagno di sangue e ingenti capitali spesi per la ricostruzione (a vantaggio di ben precise multinazionali amiche, s’intende), ci ha alla fine consegnato un grande risultato: le milizie jihaidiste si preparano a conquistare la capitale. E naturalmente le famose armi di distruzione di massa erano una balla ciclopica (oppure Saddam le nascose con tale dedizione da preferire la morte piuttosto che tirarle fuori e usarle contro gli odiati invasori).

    Quanto poi alla “civile” Europa, certo anch’essa non si è mai distinta per il rigore nei principi e l’indipendenza: una parte è sempre andata a rimorchio degli americani, anche quando questi andavano a giocare alla guerra; e l’altra ha sempre evitato di prendersela con i russi per non subire ritorsioni commerciali. Insomma: nessuno può lanciare la prima pietra.

    È evidente che in un simile contesto la patente di verità non si può attribuire acriticamente né all’una né all’altra parte. Per rispetto dei morti, sarebbe necessaria la paziente costruzione di una commissione indipendente, gestita da paesi o organismi riconosciuti da entrambi gli schieramenti come realmente “terzi”. Ma siccome non si sta andando in questa direzione, è chiaro che c’è chi non è interessato alla verità, perché può manipolare mediaticamente la vicenda.

    Così Obama, pur non avendo saputo fornire alcuna prova, si è subito detto sicuro che la colpa sia dei russi; e con l’avvallo di quasi tutta la “libera” stampa, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, si appresta a infliggere nuove sanzioni con il pieno avvallo della nostra grande Europa (che dunque continua a fomentare guerre, ma che per definizione deve esser chiamata “portatrice di pace”).

     

    Andrea Giannini