Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle: l’analisi politica

    Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle: l’analisi politica

    Beppe GrilloDi Grillo avevo scritto già all’inizio di maggio, sottolineando come la forza e nello stesso tempo la contraddizione del suo Movimento 5 Stelle (M5S) fosse quella di avere per leader un comico che non corre per nessuna carica politica: è una forza perché da a Grillo la possibilità di continuare a fare quelle battute che gli riescono così bene, di esercitare con successo il ruolo di “rompighiaccio” e contemporaneamente di essere percepito come estraneo agli interessi della casta; è una contraddizione perché gli attivisti, allorché eletti a una qualsiasi posizione di rappresentanza, acquistano inevitabilmente autonomia decisionale, e quindi diventa difficile poterli richiamare all’ordine stando al di fuori di un qualsiasi ruolo istituzionale o politico. Questa analisi mi pare confermata dai fatti: da Giovanni Favia a Federica Salsi, quello a cui stiamo assistendo non è altro che il fisiologico emergere dall’interno del movimento di personalità più o meno carismatiche.

    BEPPE GRILLO, IL “DITTATORE”

    Ovvio che la grande stampa sia interessata solo a propagandare “The dark side of Beppe Grillo”, “il lato oscuro della forza”; perché bisogna a tutti i costi spaventare l’elettorato moderato spiegando loro che votare il M5S porterà le camicie nere su Roma. Eppure, checché se ne dica, il problema di Grillo non è la “democrazia interna”. Anzi, un’organizzazione politica che voglia restare coerente rispetto ai principi attorno ai quali cerca il consenso degli elettori, anche a costo di espellere gli indisciplinati, è una buona cosa. Certo, il M5S è una forza giovane: e in questi casi è normale che il processo di strutturazione passi attraverso una dialettica anche aspra tra il gruppo fondatore ed ispiratore, da una parte, e le persone che vi si accostano con intenzioni anche molto diverse fra loro, dall’altra. Ma ciò non basta per affermare che il problema del M5S sia il decisionismo o il protagonismo del suo massimo rappresentante. Al contrario, le difficoltà che stanno emergendo dipendono piuttosto da un programma che è troppo radicalmente democratico.

    Su questa espressione bisogna intendersi bene. Ho già scritto più e più volte che il merito maggiore di Grillo è proprio quello di esortare il cittadino a riprendersi la vita civile, ad interpretare un ruolo attivo nella società, a smettere di fare “il guardone della politica”, sottraendo così il processo decisionale tanto al paternalismo del ceto dirigente di sinistra (per cui il popolo è, in fin dei conti, minorato) quanto al “ghe pensi mi! voi godetevi la vita” di berlusconiana memoria. Quindi non posso che vedere con favore qualsiasi progetto politico che voglia interpretare il termine “democrazia” secondo il suo significato corrente. Ciò non significa, però, che l’esercizio della democrazia sia un processo scontato. In particolare è difficile che si possa rinunciare alla democrazia rappresentativa in favore della democrazia diretta semplicemente perché “ora c’è la rete”.

    BEPPE GRILLO E LA RETE

    Grillo suppone un più stretto contatto tra elettori ed eletti attraverso l’uso delle nuove tecnologie, tale per cui diventa improvvisamente inutile un ceto di dirigenti di partito e, più in generale, la rappresentanza basata sulla leadership e sul carisma personale del singolo uomo politico. Il buon amministratore, infatti, si limiterà ad eseguire periodicamente gli ordini che gli arrivano dalla base, a sua volta organizzata per via telematica. Segue come corollario che non ci sarà più bisogno di un manifesto programmatico inteso classicamente, come insieme di valori che possano collocare il partito in un’ideologia più o meno di destra o di sinistra. Ne esce compromesso anche il ruolo dell’informazione, che perde completamente la sua funzione autonoma di controllo tra chi delega il potere e chi è delegato. In questo quadro c’è tutto: la spiegazione della degenerazione partitocratica, le ragioni della crisi economica (come prodotto di un sistema di potere corrotto), la promessa di un nuovo assetto politico (immune dai problemi del precedente), l’importanza delle nuove tecnologie digitali e – last but not least – un ruolo di primo piano, unico ed irripetibile, per il padre fondatore di questa meravigliosa architettura sociale.

    Tutto molto bello. Peccato solo che non stia in piedi…

    I commentatori politici appaiono come ipnotizzati vuoi dalla paura, vuoi dal fascino che esercita la novità di Grillo e del suo M5S. Pochi si sono avventurati in una critica che ne prenda seriamente in esame i presupposti. Ma l’idea che i benefici di internet possano sovvertire le normali dinamiche di una democrazia rappresentativa come l’Italia, se certo non è pericolosa, è comunque piuttosto ingenua.

    Grillo e il suo socio Caseleggio hanno certo avuto il merito di capire che la rete è un potentissimo veicolo di circolazione di idee e informazioni, oltre che un mezzo per democratizzare questo processo, sottraendolo all’oligopolio televisivo. Inoltre, può essere un eccellente strumento di controllo su l’operato di chi viene eletto. Eppure la rete da sola non basta per far stare in piedi un movimento senza un gruppo dirigente.

    BEPPE GRILLO E I PARTITI

    Che ci si creda o no, infatti, le strutture che i partiti si erano dati avevano all’origine una loro ragione d’essere: e questa ragione non aveva niente a che vedere né con lo sperpero di denaro pubblico, né con l’arricchimento personale. I congressi, i dirigenti e i leader servivano (e dovrebbero servire ancora oggi) a risolvere il problema della rappresentanza degli iscritti nel modo più congeniale possibile; un modo che non è mai stato né sarà mai quello di fare la somma algebrica delle singole posizioni. Al contrario, in un partito (come qualsiasi altro organismo democratico di dimensioni ragguardevoli) occorrerà sempre una minoranza che sia incaricata dalla maggioranza di gestire gli affari di tutti. E il rapporto non sarà mai completamente subalterno, nel senso di una minoranza unicamente interprete della volontà della maggioranza, ma proverà anche all’occorrenza a guidarla, a imprimerle una direzione, anche attraverso l’azione di personalità dotate di particolare carisma: purché, s’intende, emergano dal basso attraverso un processo di selezione, e non vengano calate dall’alto in quanto espressione di forti interessi particolari.

    Si, lo so: sono i tempi del post-berlusconismo e della Casta, e certi discorsi risultano indigesti. Ma questa non è una buona ragione per buttare via il bambino con l’acqua sporca. Anzi, dobbiamo stare molto attenti, perché è proprio in momenti come questi, in cui appare chiaro che si deve cambiare, che si rischia anche di fare dei danni. Negli anni ’90, dopo essersi scottata con Tangentopoli, l’opinione pubblica in gran parte si bevve la favola delle privatizzazioni con la scusa della maggiore efficienza dei servizi (perché nel pubblico – recita una vulgata in voga ancora oggi – la corruzione si annida per definizione): poi è andata come è andata, e oggi nessuno pensa più che privatizzare sia la ricetta magica.

    Allo stesso modo, un conto è dire che questi partiti sono tutti compromessi, che i vecchi leader sono al potere da troppo tempo e che abbiamo sbagliato ad assuefarci al culto della personalità politica; un altro conto sarebbe sostenere che è l’idea di partito in sé ad essere sbagliata. In realtà non sono stati solo i partiti a subire un processo di degenerazione, ma tutto il sistema nel suo insieme: dall’istruzione all’informazione, dal sistema legale alla finanza. Inoltre ci sono paesi dove i partiti funzionano benissimo. Insomma, che esigenza c’è di sperimentare sulla nostra pelle un estremo che sappiamo benissimo essere sbagliato, solo perché ci siamo già scottati con l’estremo opposto?

    Il fatto che per anni ci siamo preoccupati poco della qualità di chi ci governava, non significa che ora non dobbiamo più farci rappresentare da nessuno: significa solo che dobbiamo selezionare e controllare meglio.

    PERCHÈ LA DEMOCRAZIA DIRETTA SUL WEB “NON FUNZIONA”…

    La democrazia diretta “telematica” non funziona non perché il popolo non abbia la capacità necessaria per gestire direttamente la cosa pubblica (ripeto: diffidate da chi vi dice il contrario, perché vuole fregarvi), ma per due motivi estremamente pratici: il primo è che governare richiede tempo, e la maggior parte della gente non ne ha; il secondo è che l’Italia non è l’Atene del V secolo a.C.: è molto più grande.

    E’ vero che la rete riduce le distanze fisiche e temporali, ma se fosse in grado di azzerarle, perché su molti importanti punti, soprattutto di respiro nazionale, ancora non si conosce quale sia l’orientamento del M5S? Eppure ne è passato di tempo da quando i sondaggi hanno accreditato la creatura di Grillo come la seconda forza del paese. La realtà, allora, è che fare politica su internet è si un processo interessante e innovativo, ma che non esclude una lunga dialettica. E questa non è una colpa del mezzo, ma è un merito delle persone, che per fortuna devono ancora informarsi, valutare, discutere, argomentare e trovare un compromesso prima di prendere una decisione comune. A maggior ragione un simile procedimento non sarebbe concepibile nel day by day di un normale governo. Un domani potrebbe scoppiare una guerra, crollare l’euro, o più semplicemente chiudere una piccola fabbrica che manda a casa una ventina di dipendenti: un eventuale governo “a 5 Stelle” cosa farebbe? Si connetterebbe su internet per sentire cosa ne pensano gli internauti? Ovviamente non sarebbe possibile, perché sarebbero necessarie decisioni rapide.

    Questo dimostra che avere un rigido ricambio, spersonalizzare la politica e chiedere coerenza rispetto ad un programma proposto sono tutte cose giuste e desiderabili; e tuttavia non escludono una certa sfera di autonomia per un dato gruppo dirigente, per quanto serrato il controllo e per quanto ristretto il mandato.

    L’utopia di Grillo, insomma, non è praticabile. Internet può restare un ottimo strumento per monitorare la trasparenza dei rappresentanti, ma non potrà mai teleguidarli. Resta la necessità di guardare benevolmente al riorganizzarsi spontaneo della società civile, che cerca di riprendersi uno spazio che le era stato a poco a poco sottratto. Tanto più che non c’è nulla da temere da questi esperimenti: anzi, se l’analisi è corretta, l’evoluzione da movimento a partito sarà inevitabile, oppure quella che adesso è una novità presto o tardi finirà per avvitarsi fatalmente su se stessa.

     

    Andrea Giannini

  • Monti e i “ministri tecnici”, il bilancio dopo un anno di governo

    Monti e i “ministri tecnici”, il bilancio dopo un anno di governo

    Mario MontiVedere i candidati del centrosinistra illustrare i loro programmi negli studi di X Factor non ha prezzo. Eppure, anche se questa primizia nel menù dell’informazione italiana avrebbe meritato un commento appropriato, ho dovuto decidermi – con molta fatica – a dedicare questo spazio ad un altro argomento: il governo Monti ha spento la sua prima candelina, ed in effetti la ricorrenza merita qualche considerazione.

    Ad un anno di distanza possiamo dire dunque che Monti ha fatto bene quello per cui era stato chiamato, ciononostante (anzi, proprio per questo) l’Italia sta peggio dell’anno scorso e andrà a stare sempre peggio. Il paradosso è solo apparente. Monti ha effettivamente centrato un obiettivo: ha evitato il crack del debito pubblico italiano, seguendo l’obiettivo contabile di un riequilibrio tra entrate e uscite. Questo è l’unico motivo per cui era stato chiamato al governo dall’asse Roma-Berlino, cioè Napolitano-Merkel, sempre che siano veri i retroscena. Quel che è certo è che noi dovevamo evitare il commissariamento da parte della Troika, mentre le cancellerie europee dovevano evitare di ritrovarsi fra le mani una seconda Grecia ancora più pericolosa (il che avrebbe significato la fine dell’euro).

    Cosi è arrivato Monti a “risolvere problemi”, un po’ come il signor Wolf di Pulp Fiction: ed in effetti le pressioni sul nostro debito pubblico (il famigerato spread) si sono allentate. Come è riuscito il premier a ottenere questo risultato? Ci ha spiegato che avevamo mancato in “disciplina di bilancio” e che avevamo vissuto “sopra le nostre possibilità”. Quindi ha fatto approvare qualche riforma decisiva, come quella sulle pensioni, ha introdotto nuove tasse e ha tagliato un po’ la spesa: ma soprattutto lo ha fatto in modo strutturale, garantendo cioè che i benefici per i conti pubblici non fossero occasionali ma, per quanto possibile, permanenti.

    Mi chiedo però, a questo punto, se l’adozione di questa semplice ricetta giustificasse davvero l’avvicendamento di governo a cui abbiamo assistito un anno fa. C’era davvero bisogno di un economista di caratura internazionale per spostare di qualche anno l’età della pensione, tassare gli immobili e operare qualche taglio? Non posso credere che Tremonti non fosse in grado di concepire un calcolo ragionieristico così scontato. E d’altra parte il governo dei tecnici non si è dimostrato immune da errori grossolani, come la vicenda degli esodati sta lì a ricordare. Non è la competenza, quindi, il motivo per cui Berlusconi se ne è tornato a casa. Il motivo è politico.

    Anche se il precedente governo fosse stato in grado di concepire la soluzione, comunque non sarebbe stato in grado di sopportarne le conseguenze: perché se fosse stato un governo politico a presentarsi a queste elezioni, con lo stato in cui versa attualmente la nostra economia non sarebbe mai stato rieletto. Monti non ha questo problema: non essendo mai stato eletto da nessuno, non deve preoccuparsi di cosa pensino di lui i suoi elettori. Deve stare attento unicamente a non perdere l’appoggio della maggioranza del Parlamento che gli approva le leggi. Le forze politiche, dal canto loro, sono state ben contente di affidare ad altri la patata bollente, con la promessa – beninteso – che i loro interessi non sarebbero stati toccati: ecco perché non abbiamo assistito a quella sferzata anti-casta che un po’ tutta l’opinione pubblica si attendeva. Anzi, in questo modo si è creato un clima di sintonia istituzionale che ha coinvolto Quirinale, Palazzo Chigi e Parlamento (a parte qualche occasionale rigurgito di ostilità e l’opposizione di partiti minori). Di conseguenza i mezzi di informazione, sempre attenti alla distribuzione del potere, si sono allineati: l’opera e il pensiero di Mario Monti sono diventati l’indiscutibile buona novella da annunciare al mondo intero.

    Gli Italiani hanno finito così per convincersi della assoluta bontà dell’operato del governo, aiutati in questo anche dal paragone impietoso con quello che si erano appena lasciati alle spalle. Se Berlusconi, infatti, era “diversamente slanciato”, con i tacchi sotto le scarpe e la pelata rinfoltita periodicamente, Monti appare alto, distinto e vestito in loden. Berlusconi frequentava prostitute, si sospetta anche minorenni, e raccontava barzellette farcite con bestemmie; Monti è monogamo, serio e sobrio. In Europa il solo nome di Berlusconi evocava risolini eloquenti; Monti invece è rispettato, considerato e ammirato. Insomma, i cittadini non potevano non concedergli fiducia. Ma la benevolenza del mondo politico, dell’informazione e di una parte consistente dell’opinione pubblica non deve far dimenticare quale sia il vero spread, la vera distanza tra questo governo tecnico e un altro qualsivoglia governo politico: che questo governo ha portato avanti un programma di risanamento che pochi cittadini avrebbero votato. E non l’avrebbero votato, perché è un programma che deprime l’economia e quindi li danneggia. Ecco perché si è resa necessaria una figura in qualche modo esterna, calata dall’alto – ci dicono – per fare il nostro bene. Certo, l’idea è fastidiosamente paternalista e anche marcatamente anti-democratica. Gli Italiani sarebbero un po’ come il bambino che fa i capricci e non vuole andare dal dentista, perché ha paura di sentire male: allora il papà lo prende in braccio e ce le porta di peso. Ma davvero è così? Davvero in passato siamo stati cattivi e abbiamo speso troppo? Davvero ora dobbiamo affidarci alla cura di papà-Monti, che taglia la spesa pubblica, alza le tasse e persegue obiettivi contabili per il nostro esclusivo interesse? In realtà questa favoletta è contraddetta da almeno un dato evidentissimo: non è vero che in passato abbiamo speso troppo.

    Anche se nel dibattito televisivo sembra che il debito pubblico sia la causa della crisi, in realtà per qualsiasi economista un minimo preparato è l’effetto. Cioè la crisi che viviamo non dipende da un eccesso di spesa pubblica, ma dagli squilibri del credito privato. Se il problema fosse stato il debito pubblico, come mai è andata in crisi l’Irlanda, che aveva meno della metà del debito del Giappone, paese dimenticato dalla speculazione? In realtà da quando è entrato in vigore l’euro fino al deflagrare della crisi dei mutui subprime il debito pubblico italiano è sceso. E non lo dico io: lo dice il Fondo Monetario Internazionale.

    Dal ’94 al 2007, con governi di destra e di sinistra, il nostro debito pubblico ha conosciuto una lieve ma costante flessione, passando dal 121% al 103%. Come si concilia questo dato con l’idea che la spesa pubblica sia l’origine di tutti i problemi e che vada abbattuta con ogni mezzo? Evidentemente non si concilia. Tanto più che un altro dato rende ancora meno credibile la teoria. Dai primi anni ’90 l’indebitamento dei privati (famiglie e imprese) è praticamente raddoppiato. E questo canovaccio si ritrova pari pari in tutti i paesi europei che poi sono andati in crisi: l’indebitamento pubblico cala proprio per il fatto che l’indebitamento privato (grazie ai capitali esteri) esplode; e quando poi scoppia la crisi finanziaria e crolla la fiducia, i capitali privati si ritirano e il sistema finanziario va in sofferenza. Con l’euro non si può fare inflazione stampando moneta, e così per salvare le banche deve intervenire lo Stato. Dalla crisi in poi, infatti, il debito pubblico ha ripreso a galoppare (è notizia di ieri che si prevede che presto toccheremo la cifra record di 2000 miliardi di euro di debito). Insomma, lo Stato si indebita per coprire i debiti delle banche. E quel che è peggio, lo fa gratis, senza chiedere nulla in cambio e scaricando i costi sui cittadini.

    Se Monti fosse preoccupato davvero di fare gli interessi dell’Italia, dove per la crisi la gente si suicida o riempe le piazze, avrebbe fatto due cose: avrebbe fatto pagare al sistema creditizio privato i suoi errori e sarebbe andato a Bruxelles con gli altri paesi minacciando di uscire, se le politica di rigore e contenimento dell’inflazione non fosse cambiata. Invece fa di tutto per salvare una moneta unica costruita apposta per consentire ai capitali di circolare liberamente al riparo dalle svalutazioni, e ci racconta che la soluzione – vedi mai la novità! – è tagliare un po’ le spese dello Stato sociale. Insomma, la tipica ricetta di quel mondo operaio da cui vengono gli esponenti di questo governo: quando la disoccupazione avrà abbattuto il costo del lavoro e i capitali saranno liberi di spostarsi per l’Europa alla ricerca degli investimenti con i profitti più alti, si potrà ricominciare a crescere (per i sopravvissuti, s’intende). Eppure Monti certe idee le ammette e le rivendica pubblicamente: quindi non possiamo nemmeno rimproverarlo più di tanto. Certo, se qualcuno magari lo spiegasse anche ai concorrenti di X-Factor…

    Andrea Giannini

  • La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    L’altro giorno, girovagando su youtube, mi è capitato di pescare un dibattito in cui venivano discussi temi economici di più stretta attualità. I due invitati si scambiavano giudizi di questo tenore:

    «Oggi il PIL non restituisce una buona misura di cosa succede alla nostra società e alla nostra economia».

     «Di cosa abbiamo bisogno quindi? Di un mondo in cui ogni paese non punti a commerciare in surplus [puntare tutto sulle esportazioni, n.d.r.]; cosa che i tedeschi ritengono sia possibile, mentre il resto di noi ha questo problema di non riuscire a farselo andare bene [ironico, n.d.r.]».

     «Ci sono un mucchio di ragioni per non avere un ritorno generale al protezionismo […]; ma la giusta idea a cui rapportarsi è quella di una società decente con una forte rete di protezione».

     «La teoria standard è che con il libero mercato i paesi nel loro insieme vadano a stare meglio, perché i paesi vincitori compensano i paesi perdenti. Peccato che [in realtà] non lo facciano mai».

     «Gli avvocati della globalizzazione, mentre parlano delle meraviglie della globalizzazione, allo stesso tempo dicono che per competere devi rimuovere ogni rete di protezione sociale: e in questo senso fanno male doppiamente alle classi medie e basse».

     «La Germania sta facendo relativamente bene in questa crisi; non – io penso – così bene come credono loro, ma hanno fatto relativamente bene. [Anche se] quando l’euro andrà in pezzi, allora scopriranno di avere qualche problema. Ma quello che è stato davvero incredibile è guardare i conservatori del nostro paese assumere la Germania come un’icona: “Loro hanno l’austerità!”. Cosa che in realtà non hanno affatto. Perché allora la Germania è stata in grado di esportare così bene? Pagano salari molto alti […]; hanno uno stato sociale molto esteso […]; hanno un’educazione tecnica molto buona, con una collaborazione molto stretta tra il sistema educativo e l’industria; uno stato forte […]; e la forza lavoro ha la sua rappresentanza nei consigli d’amministrazione».

     «C’è questo fatalismo: “è l’economia globale”, “non c’è niente che si possa fare”, “è una cosa estrema”, “non si può avere quel tipo di società relativamente equa e quella giustizia sociale che forse erano possibili tempo addietro, quando il resto del mondo era in rovina”. Sento queste cose tutto il tempo. Ma date un’occhiata a certi paesi: quelli scandinavi sono riusciti a mantenere un alto livello di distribuzione [sociale] dei benefici derivanti da un’alta crescita economia e da un’alta produttività. Quindi, non è inevitabile essere dove siamo adesso. […] Sono scelte. Sono scelte che riguardano il modo in cui gestiamo i mercati. Perché la ridistribuzione dei guadagni del mercato non è qualcosa di garantito da Dio: c’è una logica da usare per influenzarla. E ha anche a che fare con quello che si fa dopo: se si garantisce una copertura sanitaria universale, se si garantisce un supporto decente, se si assicura un sistema educativo con solide basi a tutti, e non solo alle persone a cui capita di vivere nel quartiere giusto».

     «L’idea che si deve tenere una tassazione bassa sui guadagni alti, per via delle straordinarie ricadute, semplicemente non è giusta: non è supportata dalla teoria né dai fatti. Un’alta tassazione sui grandi guadagni sarebbe invece perfettamente ragionevole».

     «[L’America] aveva un deficit negli anni prima della crisi. E gente come me pensava non fosse una buona idea. Perché? Perché George Bush voleva tagliare le tasse a chi aveva entrate alte e portare avanti un paio di guerre che non avevano fondamento. E questo non aveva niente a che vedere con gli stimoli all’economia che possono venire dallo Stato».

     «Date un’occhiata a chi è nei guai in termini di debito. Viene fuori che sono SOLO i paesi che non hanno più una loro propria moneta».

     «E’ semplicemente una correlazione grossolana quella per cui i paesi con alto debito finiscano per avere una bassa crescita. Se cominciate a osservare la cosa, scoprite che è esattamente l’opposto: sono i paesi che hanno scarsa crescita a finire per avere un debito alto».

     «[…] Abbattere, tagliare le spesa, mentre le entrate fiscali diminuiscono: abbiamo già fatto questo esperimento. Il Fondo Monetario Internazionale ha forzato questa sperimentazione su un bel numero di altri paesi, e la Banca Centrale Europea lo sta facendo sulla Grecia. E abbiamo scoperto due cose a riguardo: 1. i paesi sono andati in depressione, 2. il deficit non va giù come ogni volta si spera. E tutte le volte si dice: “Ops, questa si che è una sorpresa!”. Io invece sono sorpreso che ci sia chi si sorprende!».

     «Una delle dottrine standard dei liberisti è: salari più flessibili, niente sindacati e l’economia andrà meglio. Eppure i paesi che hanno sindacati forti e migliori protezioni per il lavoro hanno fatto meglio in termini di risposta alla crisi».

     

    Volete sapere chi raccontava queste serie di evidenti panzane? Chi metteva in discussione la vulgata del nostro tecnicissimo e competentissimo governo? Quale gruppo di ingenui grillini? Oppure quali pericolosi no global dei centri sociali?

    Il primo fan di Casaleggio è Paul Krugman, professore a Princeton, editorialista del New York Times e premio nobel per l’economia nel 2008; l’altro inguaribile stalinista è Joseph Stiglitz, professore alla Columbia, ex-vice presidente e capo economista della Banca Mondiale, e premio nobel per l’economia nel 2001. La conferenza (in inglese) la trovate qui.

    Ora, vorrei che le implicazioni fossero assolutamente chiare. Queste cose in Italia, semplicemente, non vengono dette. O se vengono dette, c’è sempre qualche persona davvero intelligente che alza il sopracciglio o accenna a un sorrisetto di scherno. Eppure negli Stati Uniti (che non sono la Corea del Nord) certe cose le possono dire tranquillamente i più grandi economisti, senza per questo rovinarsi la carriera. Vogliamo ammettere quindi, una volta per tutte, che la nostra informazione è completamente appiattita sul pensiero unico del governo non perché sia l’unica opzione possibile, ma perché evidentemente bisogna convincere la gente che sia così?

    Ma le parole di Krugman e Stiglitz dimostrano anche un’altra cosa: che la sinistra italiana ha divorziato dal suo storico ruolo riformista non perché – come ci hanno sempre raccontato – il pensiero di sinistra non fosse più realisticamente sostenibile, ma per la precisa scelta di privilegiare il rapporto con il potere industriale e finanziario a scapito della difesa di lavoratori, sindacati e pubblici servizi. Vogliamo perciò smettere, una volta per tutte, di definire queste forze politiche “di sinistra” visto che nella pratica sono “diversamente di destra”?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Elezioni politiche 2013: vince il programma imposto dall’Europa

    Elezioni politiche 2013: vince il programma imposto dall’Europa

    Mario MontiDa un po’ di tempo a questa parte mi sono occupato quasi esclusivamente di della crisi economica europea. Un lettore, pignolo che si chieda perché, allora, la rubrica rechi il titolo di “critica politica”, così come il tipico (e)lettore deluso, che voglia giudizi duri e sferzanti su questa classe dirigente, avrebbero entrambi ragione a lamentarsi. Ma devono perdonarmi: è tutta colpa del fascino esercitato sul profano (il sottoscritto) da una materia che gli è per lo più ignota (l’economia).

    Al di là di questo, però, bisogna ammettere che c’è poco di cui parlare. Sulle ruberie, le corruzioni e vari altri scandali dei partiti ho già scritto, sforzandomi anche di fornire una chiave di lettura che non si limiti agli insulti (anche se certuni sedicenti “rappresentati del popolo” fanno davvero di tutto per non demeritarli). Detto questo, i temi interessanti rimangono davvero pochi. Certo, qualcuno potrebbe far notare che è già iniziata la campagna in vista delle elezioni del 2013. Ma se per sostenere che parlo poco di politica e troppo di economia, si tirano in ballo queste tematiche, allora ci si vuole dare la zappa sui piedi. Sulla cosiddetta “agenda Monti”, infatti, che è poi la traduzione dei vincoli imposti dall’Europa, sono d’accordo PD, PDL e Terzo Polo, le “forze moderate”, che messe insieme, nonostante tutto, costituiscono ancora la maggioranza assoluta dell’attuale parlamento (quello che dovrebbe riscrivere la legge elettorale), oltre a valere più del 50% nelle intenzioni di voto.

    Ergo, per dirla alla Di Pietro, «se è vero, come è vero» che tagli e sacrifici “ce li chiede l’Europa” e che da questa “linea di rigore” non si può prescindere – l’ha ribadito piuttosto esplicitamente anche Napolitano –, allora cosa cambia chi vince le elezioni?

    Tanto, anche se faticano ad ammetterlo, sono tutti d’accordo. Poco importa che diventi premier un Renzi qualunque, o che un patto post-elettorale apra la strada ad un Monti-bis: la ricetta è quella già scritta dalla BCE, vale a dire tagli alla spesa pubblica, nuove tasse, minori tutele per i lavoratori e liberalizzazioni; il tutto condito da qualche buon proposito che suoni un po’ meglio alle orecchie della gente (tipo “lotta all’evasione” o “lotta alla corruzione”). Insomma, non è colpa mia se una parte della politica italiana ha deciso di abdicare in favore delle istituzioni economiche europee. E visto che l’altra parte è dominata da un Movimento 5 Stelle in rapida ascesa, ma per statuto contro ogni forma di alleanza, ecco che lo scenario si stava avviando verso un epilogo scontato; quando inaspettatamente, come un fulmine a ciel sereno, è tornato lui.

    Già, lui: ladies and gentleman, Silvio is back. Volevate temi “politici”? Eccovi accontentati. In un paio di giorni il Cavaliere ha rispolverato tutto il repertorio dei bei tempi andati: un annuncio epocale subito rimangiato (mi ritiro, anzi mi candido), una bella condanna in primo grado (per frode fiscale, tanto per cambiare) e una bellicosa conferenza stampa in cui ha messo in fila tutti i suoi slogan più celebri: abbasso le tasse, abbasso la magistratura, abbasso l’Europa tedesca dei tecnici-burocrati e infine la minaccia di elezioni anticipate. Le critiche si sono subito sprecate. Eppure, senza rimangiarmi tutto il male che ho detto in passato a proposito del pover’uomo, fatemi fare una buona volta l’avvocato del diavolo.

    Diciamo anzi che è un bene che Berlusconi, per perseguire i suoi interessi (interessi che forse con la senilità non distingue più bene), abbia però aperto una breccia nel muro, osando mettere in discussione l’insindacabile, incontestabile e immodificabile ricetta tecnica. Se il Cavaliere ricompatta almeno una parte del suo partito, rinsalda i legami con la Lega e trova un’inaspettata convergenza d’intenti con l’arci-nemico Beppe Grillo, allora si potrebbe aprire uno scenario talmente bislacco da produrre persino un effetto positivo: quello di dar vita, cioè, ad un vivace dibattito sul tema dell’euro.

    Checché ci venga raccontato, infatti, restare nella moneta unica non è né obbligatorio, né necessariamente la soluzione con i costi sociali più contenuti. Anzi, i costi che stiamo già sperimentando, verosimilmente, sono destinati a salire: e visto che siamo noi cittadini a viverli sulla nostra pelle, abbiamo tutto il sacrosanto diritto di essere informati attraverso un dibattito pubblico trasparente per poi prendere una decisione autonoma. E’ stato Monti, qualche giorno fa, a rivendicare il merito di aver trattato per primo gli Italiani «da adulti», mettendoli di fronte alla realtà senza fare promesse che non si potevano mantenere. Benissimo. Ma allora voglio essere trattato da adulto anche in materia di Europa. Non mi basta più la favoletta del “volemose bene” e del “sogno europeo”. Non voglio sogni: voglio verità.

    Essere adulti, da un punto di vista della maturazione democratica di un paese, non è credere a Monti piuttosto che a Berlusconi: è saper giudicare da sé. E’ finito il tempo in cui a criticare le parole del Cavaliere ci si azzeccava quasi sempre: oggi la violenza della crisi impone a un numero sempre crescente di persone di riflettere non di leader politici, ma di fatti concreti: si sta davvero meglio con l’euro, o, pur senza rinnegare la cooperazione europea, si andrebbe a star meglio senza euro?

    Ognuno ha il diritto di sapere e poi di poter esprimere il suo voto. In fin dei conti è questa l’ultima vera scelta politica che ci sia rimasta. Prima della prossima marcia su Roma, s’intende.

    Andrea Giannini

  • Breve cronistoria della crisi: dai mutui sub-prime al governo Monti

    Breve cronistoria della crisi: dai mutui sub-prime al governo Monti

    Economia, finanzeBreve cronistoria della crisi. Nel 2007 il mondo economico e finanziario si risveglia dall’oblio: «Ops, scusate tanto, abbiamo prestato soldi un po’ a chiunque e abbiamo sbagliato!». Uno sbaglio interessato, però. Dato che si era trovato il modo di rivendere sotto forma di prodotto di investimento il tasso di interesse dei mutui erogati, e quindi ci si poteva guadagnare sopra due volte, le banche americane erano incoraggiate a concedere prestiti anche al lavavetri sotto l’ufficio. E così prestando e rivendendo, e poi riprestando e ri-rivendendo, i profitti decuplicavano. Perché preoccuparsi di alimentare una spirale speculativa? Tanto quello immobiliare è un investimento garantito. Tanto il mercato si autoregola. Tanto crisi come quella del 1929 non si possono ripetere più: oggi siamo molto più saggi di allora.

    Appunto: scoppia la bolla dei mutui sub-prime e ne segue una recessione mondiale. Ma una finanza senza freni e controlli non era l’unico problema: era piuttosto il rimedio (sbagliato) per un altro problema più profondo.

    Un’economia inondata di capitali non ha problemi a consumare: potendo contare su ampio credito, si compra a debito. Ma quando la bolla scoppia e i mercati finanziari vanno in shock, il credito si contrae. E’ stato in questo modo che gli americani si sono resi conto che consumavano più di quello che guadagnavano, alimentando un sistema economico insostenibile che alla lunga, per l’appunto, non è stato in grado di sostenersi.

    Una cosa simile è successa anche da noi. In certi paesi dell’Europa (quelli cioè che adesso sono in crisi) l’economia privata aveva beneficiato di una forte iniezione di capitali esteri. Così quando lo shock americano ha trasferito la paura nei mercati europei, i capitali hanno cominciato a ritirarsi: e a quel punto è parso chiaro che i debiti di alcuni paesi erano a rischio di insolvenza, e i tassi di interesse hanno cominciato a salire (è l’inizio della cavalcata dello spread). Sono emersi quindi problemi strutturali locali che l’euro aveva tenuto artificialmente bassi: ad esempio la Spagna dipendeva strettamente anch’essa da una bolla immobiliare, mentre l’Italia… beh, l’Italia sono decenni che lascia scadere un sistema industriale e di regole sociali che aveva garantito per lungo tempo una crescita sostenuta.

    Ma oltre a questo è diventato chiaro anche il fallimento dell’euro. Certo la moneta unica ci rende fieri di appartenere ad una comunità europea, ma bisogna ammettere che si è rivelata, alla prova dei conti, più un ostacolo che un’opportunità per le fragili economie periferiche come la nostra. E oggi, giustamente, è a un bivio: se si rivelerà la premessa monetaria di un’Europa gestita politicamente in modo democratico e in grado di cooperare, allora sarà un successo; ma se continua ad essere quello che è ora, cioè un’area dove “si compete” e dove quindi le economie della periferia combattono un’impari guerra contro le economie del centro, mentre le decisioni sono prese da un gruppo di burocrati non eletti, allora non durerà ancora a lungo. Per riassumere, quindi, consideriamo tutti questi problemi dalla nostra prospettiva di cittadini italiani prima, e poi europei e del mondo. Abbiamo:

    1. decadimento industriale e sociale del sistema-Italia;
    2. inadeguatezza del sistema monetario europeo;
    3. crisi generale dei consumi;
    4. sistema finanziario globale senza regole.

    Questa distinzione così ottenuta, anche se un po’ semplicistica, serve però allo scopo. Ad esempio serve per distribuire le giuste colpe ai politici che ci hanno governato da quando siamo nell’euro: politici che non hanno prodotto la crisi, ma che sono colpevoli di avere curato solo il proprio interesse particolare mentre il paese perdeva slancio, coesione e competitività. Poi serve per capire cosa è stato fatto dallo scoppio della crisi in Italia, in Europa e nel mondo contro quelli che sono i veri mostri da abbattere. La risposta è deludente: molto poco. Anzi, spesso quello che si è fatto ha aggravato la situazione. Ad esempio, nell’elenco che ho fatto manca il protagonista principale del dibattito mediatico sulla crisi: il debito pubblico. Già, perché non c’è il male supremo, il grande Satana di tutti i governi tecnici? Ma è ovvio: non c’è perché con questa crisi non c’entra un bel nulla! La domanda vera è un’altra: se il debito pubblico non è il problema, allora cosa sta facendo Monti?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Crisi Euro: Meccanismo Europeo di Stabilità, una bolla da 650 miliardi

    Crisi Euro: Meccanismo Europeo di Stabilità, una bolla da 650 miliardi

    EuropaE la crisi? Prima dell’estate scrissi che l’autunno avrebbe potuto riaprirsi con una nuova lira al posto dell’euro nei portafogli: questa settimana invece stiamo brindando a uno spread da minimi storici. Allora, fortunatamente, mi ero sbagliato? Certo la ripresa sarà dura, ma possiamo dire finalmente di essere fuori dal pantano dei problemi finanziari europei? Purtroppo no.

    L’estate ci ha portato si il famoso “bazooka” dell’altro Mario, quel Draghi che sta alla guida della BCE, arrestando il rischio di crollo dell’euro e facendo calare lo spread; ma che ci sia poco da festeggiare lo sa benissimo chiunque tenga un orecchio teso agli indicatori economici e aquello che succede in Spagna e in Grecia. La realtà è che stiamo vivendo un’ennesima “bolla nella bolla”.

    Ai mercati, forse per ragioni speculative, piace credere che il peggio sia alle spalle, ma un osservatore con un minimo di responsabilità non può contentarsi di questa troppo confortante conclusione. La sospirata arma finale di Draghi, quella che ha dato il là all’ottimismo dei mercati (e del premier italiano), è il cosiddetto MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità: un super-fondo con una dotazione di 650 miliardi da utilizzarsi per prestiti (non gratuiti) ai paesi in difficoltà e per l’acquisto, teoricamente illimitato, di titoli di Stato sul mercato primario.

    Ora, lasciamo pure da parte le forti perplessità politiche legate al delicatissimo problema della sovranità nazionale. Parliamo di soldi. Il MES chi lo paga? Tutti i paesi del continente in quota proporzionale: quindi anche noi, che come terzo paese contribuiamo con un buon 17,9 %. Cioè 125 miliardi di euro.

    Per intenderci, la UIL stima che i costi di tutta la rappresentanza politica italiana siano pari a 18,3 miliardi l’anno: noccioline insomma. Quindi, per evitare una crisi di debito ci stimo indebitando di nuovo per un sacco di soldi. E per evitare di andare ad aumentare ulteriormente il debito pubblico, dobbiamo continuare a tagliare le spese, come ci viene chiesto già da molto tempo all’insegna dell’austerity.

    Risultato: l’economia crolla. Quest’anno si prevede un -2,4 % di calo del PIL. L’anno prossimo si spera in un -0,7 %, secondo molti analisti ripresi da Bankitalia: -0,2 % secondo il governo, che non esita a sottostimare la crisi per far tornare i conti e a chiamare “leggi di stabilità” le manovre correttive che servono a farli tornare.
    Intanto le industrie chiudono e la disoccupazione sale: sempre secondo Bankitalia siamo al 10,5 % complessivo (ma i cassintegrati non sono compresi) e al 33,9 % tra i giovani. I salari calano, si erode il potere di acquisto (-4,1% rispetto all’anno scorso, secondo l’Istat) e i consumi languono. Intanto Alitalia annuncia esuberi di personale, l’Inps pure, e persino le banche temono di dover licenziare dipendenti. Il mercato dell’auto registra il dodicesimo mese consecutivo con il segno meno (Fiat nel 2012 ha già perso il 17,3 %) e il FMI certifica una fuga di capitali esteri da giugno 2011 per un totale di 250 miliardi di euro (il 15% del PIL). L’unica cosa ad aumentare sempre sono le tasse, che infatti stroncano sul nascere qualsiasi timida velleità di ripresa. Nel frattempo il provvedimento anti-corruzione ancora non si vede, l’asta delle frequenze televisive si è persa per strada e (tanto per non farci mancare niente) i caccia F-35 a cui non abbiamo voluto rinunciare ci costeranno quasi 40 milioni l’uno più del previsto. Dulcis in fundo nel 2013 non raggiungeremo nemmeno uno dei sospirati totem a cui ci stiamo impiccando, cioè l’obiettivo contabile del pareggio del deficit (è sempre Bankitalia a dirlo).

    Forse, allora, le cose vanno meglio tra i nostri compagni di sventura… Ma non è così. In Grecia lo scenario è da terzo mondo: il PIL è stabile a -5%, la disoccupazione è sopra quota 25 % e, secondo l’Unicef, i bambini sottonutriti sarebbero 400.000. In Spagna non va molto meglio: le banche hanno sempre bisogno di esser ricapitalizzate, la disoccupazione è al 24,63 % totale e sopra il 53 % tra i giovani, che infatti hanno preso ad emigrare dal paese (132.000 registrati ai consolati solo nel primo trimestre di quest’anno) ; infine la Catalogna minaccia la secessione. E tutti i danni di questo desolante scenario bellico che è il sud dell’Europa non saranno riassorbiti certo in un paio d’anni. Quando ci si renderà conto che questa è la situazione, c’è da sperare che il MES non debba esser messo alla prova: il rischio è che si scopra, come temono diversi economisti, che la super-arma di Draghi è in realtà spuntata. Il fatto che i mercati non mostrino dubbi, purtroppo non può rassicurarci: per i mercati funzionava benissimo anche il sistema che c’era prima del 2007. Anzi, il fatto che continuino a vivere scollati dalla realtà dimostra che i problemi sono rimasti gli stessi.

     

    Andrea Giannini 

  • Stato Sociale, sanità e istruzione: gli USA sono un esempio negativo

    Stato Sociale, sanità e istruzione: gli USA sono un esempio negativo

    Ospedale San Martino, GenovaMi è capitato di leggere sul Corriere della Sera di qualche settimana fa un articolo di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina. I due economisti, bocconiani D.O.C., non smettono di battere sul tasto della revisione dello Stato sociale, nonostante siano anni che lo si smantella un pezzo dopo l’altro e questo non sia servito affatto a salvarci dalla crisi (anzi, è probabile che l’abbia aggravata).

    Mi va benissimo che si ponga il tema dell’invecchiamento della popolazione in relazione al conseguente aggravio dei costi per la spesa sanitaria: è un problema che esiste. Posso capire, quindi, l’apprezzamento per la riforma Fornero e l’aumento dell’età pensionabile. Posso accettare anche che si dica che il problema era stato finora affrontato male, rispondendo alle aumentate spese solo con aumentate tasse. Dopo un po’ però diventa chiaro che tutti questi bei discorsi servono solo da grimaldello per rimettere in discussione la stessa idea di spesa sociale. Scrivono infatti gli autori: «Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte». Cioè: tassate meno i ricchi, perché non usano la sanità pubblica, potendosi già permettere la più costosa sanità privata. Nessuno deve aver detto ai due che le tasse dei più ricchi servono anche a pagare la sanità dei più poveri, e che proprio questo è il senso della Stato sociale: ma se lo capissero, probabilmente inorridirebbero all’idea. Ancora: «Aliquote alte scoraggiano il lavoro e l’investimento». Vero. Ma le aliquote troppo alte sono un problema anche per la classe media, che di solito è in maggioranza e fa il grosso dei consumi: il ricco invece tende ad ammucchiare i soldi, anziché spenderli.

    Poi: «Uno studente universitario costa circa 4.500 euro l’anno. Le famiglie ne pagano solo una parte; il resto lo paga il contribuente. Perché non dare borse di studio ai meritevoli meno abbienti e far pagare a chi se lo può permettere il vero costo degli studi?» Ancora una volta sfugge il concetto: lo Stato non si limita a prelevare per poi dare indietro esattamente quello che ha preso (il che non servirebbe a nulla), ma si preoccupa di redistribuire le risorse, possibilmente secondo criteri di equità. Se l’università costasse il doppio, troppe famiglie italiane non potrebbero permettersela: e il problema, come è evidente, non si potrebbe risolvere semplicemente con qualche borsa di studio per i “meritevoli”, che sarebbero sempre una parte esigua degli esclusi. Il risultato, quindi, sarebbe un ridotto accesso all’istruzione superiore.

    Questo sistema negli USA garantisce un’ottima istruzione per i ricchi, ma ha ridotto drasticamente la mobilità sociale, ha impoverito la classe media e quindi ha contratto i consumi. Ed è stato proprio questo il motore della crisi. Gli Stati Uniti possono essere chiamati ad esempio negativo anche in altri settori dove si sono tentati esperimenti di privatizzazione (intelligence, sicurezza, addirittura ricostruzione post-disastri naturali e guerre, e persino l’ordinaria amministrazione comunale): quasi sempre ne hanno tratto grandi profitti le multinazionali che si sono aggiudicate gli appalti, mentre le classi meno agiate sono risultate ulteriormente penalizzate. Si pensava che ormai, con tutti gli esempi disastrosi di privatizzazione che abbiamo avuto anche qui da noi, il vecchio pregiudizio per cui il pubblico non sarà mai abbastanza efficiente fosse alle spalle. Ma a certe persone proprio non va giù che lo Stato non solo possa, ma anzi debba svolgere una funzione regolatrice di primo piano. E quando non funziona, anziché andare alla ricerca frenetica del grande appaltatore, forse faremmo meglio ad andare a chiedere a quelli nelle cui mani lo avevamo lasciato.

    Andrea Giannini

  • Furti e scandali della classe politica italiana: non è un problema di soldi

    Furti e scandali della classe politica italiana: non è un problema di soldi

    Lo scandalo del consiglio ragionale del Lazio ha riportato all’attenzione generale il problema della degenerazione di questa classe politica, facendo divampare su tv, radio e giornali una propaganda “anti-casta” che probabilmente fa invidia a Beppe Grillo.

    La cosa fa anche un po’ sorridere: per anni la grande informazione è andata al rimorchio proprio di questa stessa classe politica, che minimizzava, distingueva, prometteva e puntualmente, alla resa dei conti, non faceva un bel nulla. Comunque – si potrebbe pensare – finalmente ci sono arrivati: meglio tardi che mai!
    E invece no. Sta passando il messaggio, infatti, che il problema siano i soldi rubati da una politica degenerata e sprecona, che va rottamata. Eppure, per quanto possano rubare i vari Lusi, Belsito e Fiorito l’importo sottratto non sarà mai così rilevante da poter essere comparato con i molti zeri dei problemi economici italiani o con i moltissimi zeri dei giochi dei mercati finanziari. Ciò non significa che gli scandali della classe politica siano irrilevanti: tutt’altro. Solo non è un problema di cifre: è qualcosa di più profondo.

    Per molti commentatori, il malaffare che emerge giorno dopo giorno in seno alla politica italiana è ormai una metastasi. Ma la realtà è ancora peggiore. Siamo già oltre il cancro, oltre la malattia endemica: altrimenti non si capirebbe come mai i partiti non siano riusciti e non riescano tuttora, nemmeno dopo un’indignazione collettiva così aspra, a darsi dei codici di autoregolamentazione o delle leggi che arginino il malcostume imperante.

    Si sente dire spesso in questi giorni che la migliore pubblicità a favore dell’antipolitica viene proprio dagli scandali della politica. Ed è vero. Ma allora bisogna concludere che se una classe politica cosciente di viaggiare verso l’autodistruzione non riesce a fermarsi, significa che non può farlo. La degenerazione a cui stiamo assistendo, insomma, non è un semplice inconveniente, per quanto grave: piuttosto è il presupposto stesso del sistema.

    Qualcuno, a questo proposito, ha già coniato il termine “peggiocrazia”. Se in un normale sistema parlamentare è interesse dei cittadini essere rappresentati dalle persone più oneste e più capaci, che meglio cioè li amministrino e li rappresentino, nel nostro paese vige la regola contraria: una selezione naturale, scientificamente tollerata, che premia i disonesti, gli ignoranti, gli incapaci ed allontana i migliori.

    Il motivo è semplice: gli onesti e i capaci non si controllano facilmente. Al contrario è necessario circondarsi di persone ricattabili, senza reputazione, avide o semplicemente ignare ed ignoranti, perché basta garantire denaro, potere, impunità, difesa corporativa, libero arricchimento personale (lecito od illecito non fa differenza) per assicurarsi il loro voto. In questo modo il parlamento è venduto al miglior offerente.

    Questo è il senso della peggiocrazia; e questo è ciò che dovrebbe allarmarci davvero nel fenomeno della degenerazione della politica: vale a dire che i rappresentanti eletti da noi cittadini, al di là di quanto si intaschino, non stanno lavorando per noi, ma per qualcun altro. Il parlamento è di fatto alla mercé delle segreterie dei partiti, che impongono un certo voto ad un esercito di yes-man.
    Così, ad esempio, si è consolidata la pratica del decreto-legge, fatta apposta per bypassare il voto parlamentare e già abbondantemente usata da Prodi prima, da Berlusconi poi e da Monti ora. I vertici dei partiti, non certo campioni di adamantina onestà e comprovata coerenza, sono avvicinabili ed influenzabili: l’attività lobbistica non è mica un reato.

    Berlusconi, che perseguiva solo i suoi interessi personali, aveva trovato tranquillamente 314 parlamentari disposti a sostenere che è possibile scambiare una cubista minorenne marocchina per la nipote di un capo di Stato egiziano. Con un parlamento simile, qualcuno pensa davvero che sia difficile ottenere leggi contrarie agli interessi pubblici, ma favorevoli a ben precisi interessi privati?
    Certo, ci sarebbe il quarto potere: l’informazione. Ma non è un segreto che i media italiani dipendano quasi tutti dalla politica o da quel corpo finanziario e industriale che con la politica ha sempre fatto comunella. E infatti ci viene raccontato che il problema è “Er Batman” Fiorito, non la democrazia italiana ormai ridotta a terra di conquista per potenti interessi privati. In questo contesto come si fa ad essere sicuri che le tasse si alzino, le banche siano rifinanziate, i diritti siano messi in discussione, i servizi pubblici vengano ridotti, tutto esclusivamente nel nostro interesse?

    Andrea Giannini

  • Spread alle stelle, l’effetto Monti non è bastato: ma guai a nominare Silvio…

    Spread alle stelle, l’effetto Monti non è bastato: ma guai a nominare Silvio…

    Come era prevedibile, è ritornata l’emergenza spread e il crack dell’euro è sempre più vicino. Ma non c’è niente di nuovo sotto il sole. Dei fattori che determinano in larga parte questa situazione se ne è già parlato ampiamente (anche in questa rubrica ne ho scritto e riscritto). Per questo sentire di nuovo il ritornello dei giornali di centro-destra, secondo i quali uno spread a 537 punti dimostrerebbe che Berlusconi non era un problema, farebbe sorridere, se non ci fosse da piangere. E’ ovvio invece che Berlusconi è stato un problema e lo è tuttora: lo è stato perché ha rivestito il ruolo di principale attore politico della seconda repubblica, e quindi di principale responsabile per gli errori e le mancate riforme di quegli anni; lo è stato perché a fine 2011 nelle cancellerie di tutta Europa nessuno lo considerava più un interlocutore affidabile; e lo è tuttora perché tiene in ostaggio con i suoi desiderata la maggioranza di Monti, avendo contribuito, per esempio, ad azzoppare la legge anti-corruzione (che è diventata una legge pro-corruzione) e ad impedire la messa all’asta delle frequenze digitali. Il fatto che queste ed altre responsabilità possano essere condivise (anche se in misura minore) con vari governi e politici di centro-sinistra non significa – se esiste un minimo di logica a questo mondo – che Berlusconi ridiventi per magia un candidato premier serio ed affidabile: se mai, significa che questa sinistra ha bisogno di una classe dirigente totalmente nuova, sempre che sia ancora in tempo per questa ristrutturazione. Ma dovrebbe restare fermo un banalissimo principio di alternanza per cui, se qualche grossa responsabilità spetta anche a chi ci ha governato per il fatto che oggi siamo sull’orlo del precipizio, allora forse conviene puntare su un altro cavallo. Il che è più o meno quello che ha scritto recentemente anche il Financial Times.

    Eppure, detto questo, è innegabile che l’effetto Monti non ci sia stato. Il livello di spread a cui ha chiuso la borsa ieri sera è superiore a quello del giorno delle dimissioni di Berlusconi nel novembre del 2011. E, sebbene in valore assoluto (quello che più conta) i tassi a cui ci indebitiamo restino in realtà inferiori, perché lo spread è indicatore che non evidenzia la diminuzione dei tassi tedeschi che nel frattempo sono scesi ulteriormente facendo quindi salire il differenziale con i nostri BTP, ciononostante non si può negare che l’effetto psicologico sia forte: e anche sostanziale, perché certo ci si aspettava di più dall’approdo a Palazzo Chigi di una persona seria e competente come Mario Monti.

    E’ accaduto però quello che era logico prevedere che accadesse, a meno di non avere gli occhi foderati di prosciutto. Monti ha pure cercato di applicare le indicazioni contenute nella lettera della BCE: ma la maggioranza che lo sostiene non ha per questo smesso di fare i calcoli elettorali e di convenienza che era solita fare. Come avevo scritto, mi sarebbe piaciuto che Monti cogliesse l’eccezionalità dell’occasione per una sferzata contro i partiti, per costringerli, con la forza dell’urgenza, a misure che riducessero il loro potere e li costringessero a un processo di rinnovamento interno. Avevo ammesso che la cosa era difficile e rischiosa. Ma l’alternativa ce l’abbiamo ora davanti. Monti ha preferito porsi come il garante dell’establishment partitico, facendo sperare alle forze politiche che, dopo un breve interregno di misure impopolari coordinate da lui, destra e sinistra sarebbero potute ritornare a spartirsi il paese come prima e più di prima.

    E’ per questo motivo che i partiti si sono sentiti autorizzati a continuare a pensare al dopo, ai loro elettori e a quello che veniva comodo ai loro dirigenti. Di conseguenza molte ciambelle non sono venute col buco. E se rileggiamo oggi la famosa lettera che la BCE ci mandò l’anno scorso, dobbiamo ammettere che è stato in effetti raggiunto un numero relativamente basso di obiettivi. Infatti dopo quasi nove mesi scopriamo che il debito pubblico italiano, considerato la madre di tutti i problemi, non solo non è diminuito, ma è aumentato. L’Eurostat certifica che la percentuale tra il nostro debito e il PIL  ha raggiunto il 123,3%. In realtà è ipotizzabile che nemmeno una velocissima ed integrale realizzazione di tutti i punti della lettera della BCE ci avrebbe salvato dai problemi dello spread: per l’ovvio motivo che questi problemi sono di tutt’altra natura. Mentre in Europa ci suggerivano cosa fare per aggiustare i fondamentali della nostra economia, i mercati attaccavano l’euro e nessuno pensava di porvi rimedio. I fondamentali dell’economia italiana, d’altronde, non sono granché cambiati negli ultimi anni.

    Cosa giustifica dunque la fuga da (e la speculazione su) i titoli di Stato dei paesi periferici della zona euro? Il fatto che da un certo punto in avanti (quando la crisi dei mutui subprime si è estesa in Europa, svelando bolle e trucchi contabili che stavano dietro alle economie di alcuni paesi) i mercati hanno realizzato che essere dentro l’euro non era una garanzia eterna di solvibilità. E hanno cominciato una scommessa contro la moneta unica, che si è rivelata finora vincente. Senza una misura europea per ristabilire la fiducia, vale a dire una qualche forma di condivisione del debito, non si risolverà nulla. La triste realtà è che siamo appesi non solo all’Europa, nel senso delle istituzioni europee, ma anche agli altri paesi europei, nel senso delle politiche adottate dai governi dei nostri vicini. La Spagna, ad esempio, è in condizioni disastrose: a breve sarà costretta a un sostanziale default, chiedendo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. E non è un mistero che nella testa dei mercati il destino della Spagna è strettamente legato al nostro, perché si pensa: “se cade un paese grande come la Spagna, allora può cadere anche l’Italia”.

    In queste condizioni c’è veramente poco che si possa fare: andare alle elezioni anticipate, magari per rivotare un nuovo governo Monti, difficilmente impressionerà gli operatori finanziari. Ecco perché dico che la fine dell’euro è ormai vicina. Certo, resta sempre la solita opzione aperta: basterebbe un si della Germania agli Eurobond, almeno per invertire la tendenza. Ma cosa ne pensino a proposto i Tedeschi lo sappiamo già. Tobias Piller, un giornalista del Frankfurter Allgemeine Zeitung, ieri sera ospite ad “In Onda” su LA7, è stato piuttosto esplicito: se alla Germania venisse chiesto di scegliere tra inflazione o uscita dall’euro, sceglierebbe senza dubbio la seconda ipotesi. I Tedeschi pensano che, affinché l’UE funzioni economicamente, ogni paese debba reggersi solo su sé stesso ed avviare una ristrutturazione profonda della propria economia, come innegabilmente ha fatto la Germania dal 1999 al 2010.

    Peccato solo che noi non abbiamo mai avuto tutto questo tempo. Ammesso e non concesso che sarebbe bastato, è chiaro che non si può pretendere dagli Italiani, che non hanno né la classe politica, né la coesione sociale, né l’organizzazione dei Tedeschi, di fare in pochi mesi quello per cui gli stessi Tedeschi hanno impiegato anni (anni, tra l’altro, in cui l’economia mondiale cresceva bene). Gli Italiani possono essere biasimati per non aver fatto nulla prima: ma non si può neanche chiedere ad un fumatore di 170 kg. di correre la maratona di New York. E comunque è opinabile che la ricetta tedesca (la deflazione salariale) funzioni per tutti, come giustamente faceva notare Vladimiro Giacché. Invece si è continuato a tagliare la spesa, deprimendo l’economia e contribuendo a tenere alto, in percentuale sul PIL, il debito. Quindi, riassumendo, stanti gli errori passati nostri e dei nostri politici, da quando è arrivato, Monti si è mosso poco e nella direzione sbagliata: tutto per fare colpo sulla Merkel, purtroppo senza successo.

    Morale: è sempre più probabile che quando chiuderemo gli ombrelloni toneremo a lavorare in lire. Con tutti i problemi che questo comporterà.

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Attentato Borsellino, oltre le celebrazioni un’eredità ignorata

    Attentato Borsellino, oltre le celebrazioni un’eredità ignorata

    Venti anni fa in Via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba uccideva il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. La  ricorrenza che oggi ci troviamo a vivere, per la sua bruciante attualità, è tutto fuorché serena. Non solo a causa delle indagini giudiziarie su quella travagliata stagione, che le procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta stanno portando faticosamente a termine; non solo perché la difficile situazione finanziaria costringerebbe il paese ad affrontare con ancora maggiore intensità, se è possibile, il problema delle risorse sottratte all’economia legale dalla criminalità organizzata; ma soprattutto perché lo Stato e la politica, dopo tanti anni, si accostano a questa commemorazione nella più totale impreparazione a farsi interpreti della sua profonda eredità morale.

    Ciò significa constatare con rammarico che, al di là del prevedibile teatrino di celebrazioni, corone di fiori, riconoscimenti, attestazioni di stima postume e discorsi commemorativi, a pochi, tra i rappresentanti delle istituzioni e quelli del popolo, viene spontaneamente riconosciuta l’autorità per esprimersi nel ricordo di Paolo Borsellino. A questa incombenza saranno certamente chiamati familiari, amici ed ex-colleghi di lavoro, alcuni dei quali, in effetti, sono oggi impegnati in politica oppure svolgono funzioni pubbliche nella magistratura. Ma al di là di questa cerchia c’è da dubitare che si possa dare per acquisita e metabolizzata la lezione storica di Falcone e del suo più caro amico. Anzi, sia tra gli attuali vertici dei partiti, sia tra le più alte cariche dello Stato, molti l’hanno colpevolmente, se non volutamente, ignorata.

    Certo in momenti come questi non c’è niente di più sgradevole che pretendere di farsi portavoce del vero pensiero e delle autentiche volontà dei morti, che chiamati in causa non possono più replicare. Ma è anche vero che sono state pronunciate parole talmente forti che oggi solo chi è in mala fede può far finta di non intendere. E sono state pronunciate con questa forza – in barba a chi dice che la magistratura dovrebbe fare il proprio lavoro in assoluto silenzio – proprio perché fossero udite anche da quelli che erano più distanti geograficamente, culturalmente o temporalmente; perché anche chi era troppo giovane per capire o troppo distante per compatire comprendesse che era richiesto anche a lui di non mettere la testa sotto la sabbia e di raccogliere il testimone.

    Ecco perché tutti abbiamo non solo il diritto, ma addirittura il dovere di confrontarci con l’esperienza di questi uomini; non di ripetere stancamente, ma di proseguire, rivedere, ampliare il senso del loro messaggio e della loro eredità storica. E questo – se necessario – anche contro l’inerzia dei governi e delle istituzioni.

    Nel 1989 Borsellino ebbe occasione di affrontare in pubblico il rapporto tra magistratura e politica e lo fece in un tono colloquiale ma non fraintendibile: «Ora, l’equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: “Quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato: quindi quel politico è un uomo onesto”. Eh no. Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Vuol dire: beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire: “quest’uomo è mafioso”. PERO’ siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, ALTRI organi, ALTRI poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi. Che non  costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti, perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. […] Però c’è il grosso sospetto, che dovrebbe quantomeno indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia. Non soltanto essere onesti; ma APPARIRE onesti, facendo pulizia al loro interno da tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti».

    Questo commento, che si adatta con una attualità straordinaria, ad esempio, alla recente assoluzione dell’ex-ministro Romano da imputazioni di mafia, non ha lo scopo di scaricare nella metà campo della politica la palla delle responsabilità: piuttosto ha lo scopo di svegliare l’opinione pubblica. Borsellino qui sta dicendo che la gente, gli intellettuali, i giornalisti, la società civile, la politica, in una parola tutte le forze attive del paese non si devono accontentare di un ruolo passivo di fronte allo svolgimento dei procedimenti giudiziari: al contrario devono assumere un ruolo attivo attraverso la diffusione di un’esigente cultura della legalità e del sospetto che filtri e valuti le vicende che emergono nel corso dell’azione intrapresa dalla magistratura inquirente.

    In particolare, anche di fronte ad un’assoluzione possono comunque essere riscontrati:

    1. fatti non penalmente rilevanti ma passibili di altro tipo di condanna (sociale, morale, deontologica, ecc.);
    2. condotte sospette, opache, inquietanti o comunque non chiarite, che invitano alla diffidenza e a un più prudente distacco da chi le ha messe in essere.

    Il primo caso è quello della vicenda giudiziaria di Andreotti, riconosciuto colpevole di partecipazione mafiosa sino al 1980, ma prescritto per decorrenza dei termini. Il senatore a vita non ha fatto un solo giorno di carcere, né gli è stato comminato un solo euro di multa: ma la società civile doveva e poteva reagire molto tempo prima censurando compatta un fatto tanto grave, mettendo in discussione la permanenza di Andreotti in senato, esigendo l’allontanamento dall’ex-presidente del consiglio dalla vita attiva e soprattutto non invitandolo a partecipare a dibatti e talk-show come si fa con qualunque altro rispettabile cittadino.

    Il secondo caso esprime un punto di vista ancora più dirompente: per esigere dimissioni o sanzioni in alcuni casi basta un grosso sospetto. Prendiamo il caso di Dell’Utri, altro senatore in forte odore di mafia. Quando si venne a sapere che partecipò alle nozze di un mafioso (Jimmy Fauci) tenutesi a Londra con invitati legati al mondo della malavita e che il diretto interessato aveva spiegato di essersi ritrovato lì in mezzo perché invitato il giorno prima da un amico (Salvatore Cinà, anch’egli mafioso) che aveva incontrato casualmente ad una mostra dei Vichinghi nella capitale inglese, tutto questo sarebbe dovuto bastare per esigere provvedimenti: come minimo le dimissioni dalla carica di senatore in via cautelativa. Non perché non potrebbe darsi la circostanza che Dell’Utri abbia detto la verità: ma perché tale eventualità è troppo labile e il rischio di ritrovarsi un amico dei mafiosi tra i rappresentanti del popolo troppo grosso. Meglio un Dell’Utri che ritorna ad essere un privato cittadino, che correre il rischio di far perdere credibilità all’intero Parlamento.

    Invece, proprio perché non si è avuta questa attenzione, oggi la fiducia della gente verso il supremo organo di rappresentanza è ridotta al lumicino. Eppure le parole di Borsellino erano chiare: non basta essere onesti, occorre apparire onesti. Ciò significa che sarebbe necessario rivalutare quella che con termine spregiativo viene chiamata “cultura del sospetto”: non un clima di sfiducia reciproca, ma un’abitudine, costantemente esercitata, a mettere sotto esame le persone a cui sono affidate responsabilità e poteri nell’interesse pubblico. Non si tratta di assumere per principio che tutte le persone debbano essere disoneste: si tratta piuttosto di non farsi prendere in giro.

    Per questo Borsellino chiedeva l’aiuto della gente e della società civile, cercando di risvegliare l’attenzione sulla condotta degli amministratori pubblici, ben conscio del fatto che un magistrato lavora più facilmente laddove i cittadini sono più attenti ed esigenti, mentre avanza con difficoltà ed è destinato a non produrre effetti apprezzabili, se il suo operato è percepito come un’intrusione.

    Purtroppo, lungi dall’aver messo a frutto questa eredità, l’abbiamo costantemente ignorata. E oggi le mafie possono vantare un fatturato enorme. E le celebrazioni per il ventennale di Via D’Amelio sono affidate ad un Presidente della Repubblica, che mentre i magistrati cercavano la verità sulle stragi, si adoperava per evitare guai a un testimone poi indagato: e quando qualcuno ha chiesto spiegazioni, non solo Napolitano non si è preoccupato di rendere conto all’opinione pubblica del suo operato, ma ha sollevato addirittura un conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta per ottenere che nessuno ascolti le sue telefonate. Il contrario esatto di quell’esigenza di trasparenza che Borsellino auspicava. E un pessimo modo per onorarne il sacrifico.

    Andrea Giannini

  • Intercettazioni e politica: ecco lo show di Francesco Belsito

    Intercettazioni e politica: ecco lo show di Francesco Belsito

    Francesco Belsito, Lega NordE’ una vera fortuna che ancora non esista una legge contro le intercettazioni. Non solo perché sarebbe perfettamente inutile, e anzi dannosa; ma anche perché ci toglierebbe tutto il divertimento. Ieri in particolare sono uscite le intercettazioni dell’ex-tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito, già indagato per appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato per la gestione clientelare e privatistica di quei rimborsi elettorali che noi stessi paghiamo ai partiti con le nostre tasse.

    Benché questi documenti aggiungano poco a quello che già si sapeva, sono comunque molto interessanti, perché ci aiutano a ricordare per quale motivo la politica in grande maggioranza, compreso il ministro Severino e persino il Quirinale, desideri così fortemente una limitazione alle intercettazioni. E viceversa per quale motivo a noi convenga che non vi sia posto limite alcuno. Ma oltre a questo, diciamoci la verità: sono anche uno spasso unico e impagabile.

    Lo stesso Belsito è una figura che è già tutta un programma. Basso, rotondetto e dalla vocina stridula, il nostro vanta già da giovane un curriculum di tutto rispetto: è infatti lo storico animatore e p.r. (addetto alle public reletions) delle serate genovesi del Cézanne. Di qui balza (non si sa bene come) al ruolo di autista del ministro berlusconiano della giustizia Alfredo Biondi. E per questo incarico di alta responsabilità viene premiato con ben due nomine a sottosegretario (l’ultima al fianco di Calderoli alla semplificazione normativa nell’ultimo governo Berlusconi) e  messo a capo della tesoreria della Lega Nord. Quindi riesce a farsi nominare addirittura vicepresidente (una carica che fino ad allora non esisteva) di una delle più grandi aziende di Stato: Fincantieri.

    Anche se non si sa bene quali esperienze nel campo della cantieristica navale potesse vantare, oggi sappiamo che fu lo stesso amministratore delegato Giuseppe Bono ad annunciargli la lieta novella: «Allora, la tua nomina è stata sbloccata». «Grazie mille!» risponde Belsito.

    A quel punto Belsito, uno sconosciuto partito dal nulla, è definitivamente dentro al giro che conta, dalla politica all’industria. E può manovrare in prima persona. E’ lui stesso infatti a muoversi, coinvolgendo lo stesso Bono, per far ottenere un posto d’oro in Fincantieri, in piena crisi, a Maurizio Barcella, autista e body-guard di Umberto Bossi. Se ne vanta al telefono proprio con la moglie del senataùr, Manuela Marrone: «Il direttore (Scarrone, ndr) mi ha detto: Franci, già che siamo in confidenza, guarda che noi a un diplomato di scuola professionale non l’abbiamo mai fatto firmare un contratto del genere. E’ la prima volta nella storia della Fincantieri».

    Troppo ottimismo: a quanto pare, alla fine la cosa non andò in porto. Ma è proprio con la moglie di Bossi che Belsito parla senza peli sulla lingua, e si lascia andare alle invettive più gustose. Quando la Marrone avanza il dubbio che il marito abbia lasciato un po’ andare il partito, l’ex-autista non si trattiene: «Ma troppo! Fanno tutti i loro comodi. Non c’è un settore che funziona. Le associazioni padane non funzionano… non funziona niente. Niente, niente (…) Io mi vergogno! Ma mi vergogno veramente. È tutto lo staff attorno! È una cosa impressionante (…) è composto da gente ignorante e da imbecilli». La risposta della Marrone merita di essere riportata: «Essendo lui un genio, ha potuto essere sempre contornato da imbecilli. Tanto faceva lui. È quello il problema!». Belsito non è convinto: due o tre sarebbe un conto, ma qui sono «tutti imbecilli!». Ma il suo bersaglio preferito è Calderoli, il ministro sotto il quale lui stesso stava lavorando: «Quello è un asino bardato da generale, il mio ministro. Quello è veramente un asino. Devo togliermi la soddisfazione di dirglielo, che è un asino, veramente. (…)  Se quello è diventato ministro, io un giorno posso pensare di fare il presidente. (…) Il Papa! (…) Io lo guardo e dico: che cosa ha fatto alla semplificazione normativa?». Impossibile non andare con la mente all’ormai celeberrimo rogo delle 375.000 “leggi inutili” che mise in piedi due anni fa lo stesso Calderoli, noncurante del ridicolo, noncurante del fatto che il suo collega Tremonti stimasse il totale delle leggi italiane in un massimo di 150.000 e noncurante dell’obiezione, avanzata da Gian Antonio Stella, secondo cui per approvarle, queste leggi inutili, il Parlamento Italiano in 150 anni di storia avrebbe dovuto lavorare al ritmo di una legge inutile all’ora (!), trovando poi anche il tempo di approvare quelle utili “risparmiate” dal ministro piromane.

    Altre telefonate memorabili sono intercorse con Renzo Bossi, che come tutti i giovanissimi ha bisogno della ricarica del cellulare (da venticinque euro al giorno, però) e anche della Viacard per l’autostrada. Insomma, nel suo complesso il quadro che emerge da questa folkloristica vicenda illustra al meglio il vero motivo per cui, al di là dei rilievi penali, si sta cercando di limitare le intercettazioni: perché rischiano inevitabilmente di lasciar intravvedere, tra i vari illeciti, anche il vero volto di questa classe politica decadente.

    La casta è già abituata a difendersi in vario modo dalle accuse penali: tra successi e insuccessi, ci ha fatto il callo. Ma dalla divulgazione di certe registrazioni troppo “genuine” teme di subire colpi d’immagine durissimi: teme insomma che la gente capisca. Eppure non avrebbero motivo di essere così preoccupati: cosa valessero davvero certi ministri, sottosegretari e consiglieri regionali i più lo avevano già capito da soli, anche senza intercettazioni.

    Andrea Giannini

  • La forza della banalità: non dare al calcio quel che non è del calcio…

    La forza della banalità: non dare al calcio quel che non è del calcio…

    Questa rubrica non si è mai occupata di calcio. Eppure anche lo sport, quando è fenomeno di massa, ha una sua forte rilevanza sociale. In questi giorni, in particolare, la coincidenza tra il torneo europeo e il vertice politico dell’Unione ha reso evidente che il calcio può ispirare un paese, ma che più spesso rischia di trasformarsi in un polverone mediatico che inghiotte tutto e impedisce di distinguere le cose.

    Complice, ancora una volta, il quarto potere: i mass-media rappresentati da giornalisti che, per un verso o per l’altro, non sempre fanno una bella figura. La maggior parte di questi ha trasformato il meeting europeo in un clamoroso successo per la diplomazia italiana, mentre contemporaneamente, sul versante sportivo, affastellava considerazioni e analogie di ogni tipo sulla vittoria della nostra nazionale contro la Germania nella “partita dello spread”. Clamoroso il “commento tecnico” (le virgolette sono d’obbligo) degli inviati RAI: ditirambi patriottici di stampo dannunziano, peana sulle gesta degli indomiti guerrieri italici, un romanzo epico a tinte azzurre. E’ evidente che ormai è nata una scuola. Mentre nel 1982 Nando Martellini si era accontentato di un semplice «Campioni del mondo!», già nel 2006 Marco Civoli estrasse dal cilindro la celebre frase «Il cielo è azzurro sopra Berlino!», tanto spontanea quanto la folta chioma corvina del noto giornalista milanese.

    Tutto il resto della stampa si è allineata come un cinegiornale del ventennio fascista; ma anche politici, dirigenti e esponenti dell’economia non sono stati da meno. Memorabile rimarrà la dichiarazione del presidente del Coni, Sandro Petrucci, che al fischio finale sentenziava convinto: «lo spread lo dettano gli azzurri, le chiacchiere stanno a zero». Quali chiacchiere non si è capito, visto che di spread se n’è parlato solo in campo economico e politico, ed è sempre, la settimana scorsa come oggi, concretamente e pericolosamente alto.

    Come non citare, poi, la lettera di incoraggiamento di Napolitano a Prandelli, neanche partisse per la guerra di Etiopia! Altre chicche sono riepilogate da Marco Travaglio in un articolo di lunedì, e sono involontariamente ma irresistibilmente comiche. Eppure neanche Travaglio dimostra particolare acume nell’aver tifato contro l’Italia. Non perché così facendo abbia leso l’onore della patria, ma perché evidentemente si era convinto che il paese avesse più da guadagnarci, in termini di serietà e concentrazione interna sui suoi problemi, da una sconfitta anziché da una vittoria. E questa è una stupidaggine. In realtà, al di là del sano e normalissimo tifo sportivo, non c’era alcun bisogno di desiderare né che l’Italia vincesse, né che perdesse.

    Anche se gli interessi sono tanti e gli intrecci con piani diversi, come quello economico, politico, psicologico e sociale, non si possono negare, non dobbiamo tuttavia dimenticare una piccola banalità: che il calcio è e resta un gioco. Un gioco la cui finalità dovrebbe essere il divertimento di chi lo pratica (nel caso dei dilettanti) e di chi lo guarda (nel caso del calcio professionistico). Insomma, una cosa che certo può appassionare o annoiare, ma che comunque andrebbe valutata per quello che è: uno sport. E quando si vince o si perde,  di solito contano i meriti o i demeriti sportivi (per lo meno al netto di “moggiopoli” e “scommessopoli” varie…).

    Che lezione possiamo trarre, ad esempio, dalla sconfitta contro la Spagna? Al massimo che gli Iberici sono molto più bravi di noi a giocare palla a terra (onore a Prandelli per averci staccato dal “catenaccio”, ma forse c’è stato anche un pizzico di presunzione di troppo), e probabilmente che i loro settori giovanili sono molto più organizzati dei nostri a sfornare talenti. Ma di certo non si può concludere che gli Spagnoli siano in ogni cosa più bravi di noi, più organizzati, più seri o più talentuosi. Così come non c’è ragione di affermare che noi siamo meglio dei Tedeschi. Forse converrebbe tornare a queste piccole ovvietà: che hanno la forza della banalità.

    Non dubito che sotto sotto, a causa del nervosismo derivato dalla crisi economica e dai “nein” poco simpatici con cui Angela Merkel ci aveva risposto fino al giorno prima, la vittoria contro la nazionale tedesca sia stata per molti una valvola di sfogo per frustrazioni a lungo sopite. Non dubito che la coincidenza temporale avesse creato un’aspettativa esasperata tanto nella missione di super-Mario (Monti) a Bruxelles, quanto in quella di super-Mario (Balotelli) a Kiev. E non dubito nemmeno che molti sperassero in una vittoria della nazionale per far passare in secondo piano grandi e piccole magagne nostrane: magari una nuova legge elettorale “porcellum-bis”, un’amnistia sullo scandalo del calcio scommesse o le torbide vicende della trattativa Stato-mafia.

    Ma forse basterebbe cominciare a dire che stiamo attribuendo al “mondo del calcio” valenze che non ha o che non dovrebbe avere. Oggi sembra quasi che il mestiere del “giornalista sportivo” sia soprattutto quello di trovare il modo di attaccare ad un fatto per sua natura agonistico e tecnico tutta una serie di significati che non gli appartengono; a vantaggio dello show-business – è chiaro –, ma a danno dello sport. E’ così che certi “cronisti” passano la loro giornata cercando di capire per quale curioso fenomeno della natura i calciatori non vengano allevati in qualche collegio inglese, tipo Eton, ma siano anzi inclini ad utilizzare un linguaggio poco ortodosso, a guidare belle macchine senza osservare scrupolosamente il codice stradale e a cambiare spesso partner per fugaci accoppiamenti amorosi. Ma forse basterebbe dire che un calciatore si giudica per come calcia un pallone: anziché elevarlo a modello di virtù positiva o negativa, lo si potrebbe lasciare a gestire fatti privi di interesse pubblico, le sbronze in discoteca, le fidanzate gelose o le multe della polizia stradale nell’ambito della sua vita privata. Forse varrebbe la pena ricordare che vincere un europeo non ci rende migliori o peggiori, non ci fa stare meglio o peggio. Forse dobbiamo imparare che non possiamo affidare il riscatto del paese a un pugno di uomini, sia esso un governo tecnico o una squadra di calcio.

    Forse gli spettacoli sportivi hanno di bello che regalano semplici gioie e sofferenze; ma forse la nostra felicità ce la dobbiamo sudare e costruire da un’altra parte.

    Andrea Giannini

  • Italia – Germania: la vera sfida si gioca a Bruxelles

    Italia – Germania: la vera sfida si gioca a Bruxelles

    E’ Italia – Germania. E non riguarda (solo) il calcio. La partita più importante la stiamo giocando al vertice europeo di Bruxelles: ed anche questa è una partita da dentro o fuori.

    Le speranze di tutti si appuntano sul premier italiano: non è un mistero che sia Monti il leader europeo che ha il compito di persuadere Frau Merkel. L’obiettivo è trovare uno strumento che permetta di ridurre gli spread; in altri termini, una soluzione che consenta a Spagna e Italia di tornare a finanziarsi sul mercato senza pagare gli astronomici tassi di interesse attuali, mentre la Germania ne paga di bassissimi.

    E’ chiaro che le due cose sono collegate: più il nostro paese è percepito come a rischio, più gli investitori si sposteranno su paesi ritenuti più affidabili, come la Germania. Insomma la nostra difficoltà di finanziamento è il rovescio della medaglia della facilità tedesca: una cosa determina l’altra e viceversa. E questo fa sorgere la domanda: siamo noi che siamo particolarmente incapaci o sono i Tedeschi che sono particolarmente bravi? E’ così che a questioni economiche, monetarie e politiche si mischiano giudizi e pregiudizi che speravamo di non sentire più e che la rivalità calcistica di questi giorni alimenta ulteriormente.

    Ma anche a un livello, per così dire, “più alto”, cioè tra economisti e notisti politici sta spopolando il rimpallo delle responsabilità e il dibattito sulle colpe dell’uno e dell’altro popolo. Ieri il Corriere della Sera ha ospitato un intervento di Alberto Alesina, che se la prende decisamente con il “livore antitedesco” mostrato da alcuni commentatori e assolve decisamente la Germania con argomenti che ho già sentito ripetere da più parti. E forse, a questo punto, conviene discuterli un minimo.

    In Italia, ad esempio, il dibattito si è cristallizzato a partire da due pregiudizi opposti, che hanno entrambi un fondo di verità. Da una lato ci sono quelli, come appunto Alesina (ma anche Marco Travaglio), che vedono soprattutto l’inadeguatezza mostrata dalla società italiana e dalla sua classe politica, e per questo motivo, all’opposto, tendono ad assolvere da ogni responsabilità il modello tedesco improntato al rispetto delle regole e all’efficienza. Dall’altro lato ci sono quelli che pensano che non possa essere tutta colpa nostra: partendo dall’oggettivo fallimento della linea del rigore imposta dalla Germania all’Europa, rimpallano sui Tedeschi ogni addebito e chiamano sul banco degli imputati l’intero impianto dell’euro.

    Chi ha ragione? Innanzitutto chi certamente ha torto, sotto tutti i punti di vista, e non avrebbe quindi il diritto né di pontificare pubblicamente né di prendersela con la Germania e con l’euro, è questa classe politica: che aveva la possibilità di fare molte buone cose, al di là della valuta in uso e delle influenze teutoniche, ma è riuscita a governare malissimo, e anche a fare una cattiva opposizione. Per questo motivo non soltanto la banda Berlusconi, ma anche i dirigenti della sinistra avrebbero ottimi motivi di decenza per non cercare alibi, levare le tende e lasciare in silenzio il posto ad altri. Fatta questa premessa, bisogna poi distinguere bene i vari livelli di una discussione altrimenti sterile. Un certo insieme di considerazioni che si sentono in giro, ad esempio, guarda al passato: quali sono state le responsabilità dei singoli Stati? Che ruolo ha avuto l’euro in tutto questo? Sono domande difficili. Il giudizio più significativo lo darà la Storia e per definizione spetta ai posteri, non a noi.

    Tuttavia possiamo dire che è un dato di fatto che la Germania abbia sfruttato le opportunità date dell’euro molto meglio dell’Italia; ma è anche vero che le condizioni di partenza erano ben diverse. La Germania, ad esempio, ha risorse minerarie abbondanti e aveva già un poderoso sistema industriale, almeno nell’ovest. L’Italia invece per certi versi era da tempo in una fase di bassa crescita, di crisi identitaria sia economica che politica e contava molto sull’export agevolato da una lira debole. In questa situazione, con la complicità della diversa qualità delle rispettive classe dirigenti, l’euro è stato le ali del boom tedesco e contemporaneamente una sfida di competitività forse troppo grande per il fragile sistema italiano. Dire, come fa Alesina, che non è certo una colpa dei Tedeschi quella di «produrre Audi e Bmw che tutti vogliono» non coglie il punto. Tutti vogliono anche le Ferrari, se è per questo. Ma con l’euro è diventato molto più semplice vendere una BMW a un italiano che una Ferrari a un tedesco. E questo in Germania ha aumentato il fatturato delle aziende che esportavano, migliorato i salari e aumentato anche le entrate per lo Stato. E non si può neanche esagerare l’importanza nella crisi attuale delle fantomatiche «riforme». Indubbiamente i Tedeschi hanno fatto riforme strutturali importanti che hanno dato al paese equilibrio e stabilità, e sono state cruciali per l’affermazione economica e il riassorbimento della disoccupazione. In Italia invece non ci abbiamo nemmeno provato: e questa è una colpa. Ma nulla ci autorizza a pensare che le riforme di cui l’Italia aveva e ha bisogno siano le stesse che hanno fatto i Tedeschi, che non richiedessero sacrifici maggiori rispetto a quelli che hanno affrontato con successo i Tedeschi e che ci avrebbero restituito un paese forte come quello tedesco. Non si può fare un ragionamento simile in astratto prescindendo dal sistema di relazioni, dalla stabilità sociale, dalle risorse disponibili, dai problemi logistici, dalla qualità della classe dirigente e dal suo sistema di selezione: in una parola dall’eredità storica e dalle oggettive specificità del territorio. In ogni caso anche se così non fosse, – torno a ribadire – questo giudizio lo daranno gli storici. In questo momento il passato conta relativamente.

    Da quando è scoppiata la crisi greca, come dice giustamente Alesina, tutti i leader europei «hanno fatto un gran pasticcio, creando poi contagio»: ma non si può negare che nel determinare questa strategia il ruolo guida della Germania non sia stato decisivo. La crisi finanziaria è nata negli Stati Uniti ed è sbarcata in Europa attraverso il porto di Atene: era ed è stata per lungo tempo essenzialmente una crisi di fiducia dei mercati finanziari relativamente gestibile. L’ostinazione tedesca a non volerla affrontare direttamente e anzi ad utilizzarla per costringere i partner europei a fare quelle riforme che avrebbero dovuto evitare alla Germania di intervenire finanziariamente in un modo o nell’altro, ha prodotto l’urgenza attuale.

    E’ indubbio che, rimanendo a noi, sia Berlusconi prima, che Monti poi, avrebbero potuto fare di più dal punto di vista delle riforme. Ma anche qui c’è stato un grosso errore di calcolo. Oltre ad aver fatto capire troppo tardi che Berlusconi era un problema, e anche senza voler cedere alla tesi che vede la mano della Troika dietro le manovre che portarono Monti a palazzo Chigi, è chiaro però che il suo insediamento a premier è stato salutato positivamente sia a Berlino che a Bruxelles. Peccato solo che non si sia tenuto in debito conto che cambiare il primo ministro e mandare al potere un governo tecnico esclude il ricambio del Parlamento: che infatti è sempre quello che sentenziò a maggioranza assoluta la discendenza egiziana della marocchina Ruby Rubacuori. Non si rendevano conto nell’UE che questo Parlamento di cooptati difficilmente avrebbe votato misure incisive contro la corruzione e l’evasione fiscale? Che difficilmente avrebbe ridotto i costi della pubblica amministrazione? Che difficilmente avrebbe sopportato di farsi logorare varando misure impopolari una dopo l’altra? Insomma, se proprio dobbiamo dare un giudizio su questa complessa fase storica, una linea equilibrata deve ammettere che, accanto a quelle pesanti di tutti gli altri, si possano individuare anche cruciali responsabilità tedesche.

    Ma ciò che più conta non è il passato: è il futuro. Anzi, il futuro prossimo; e l’Europa non ha più di uno o due mesi a disposizione. Ammesso e non concesso che esistano misure che l’Italia possa prendere da sola per salvarsi, è chiaro che oggi il paese avrebbe bisogno di tempo: che non c’è. Per questo il vertice europeo di questi giorni sarà fondamentale. Per questo oggi tutto è nelle mani dalla volontà tedesca di tenere insieme l’euro. La pressione internazionale è arrivata al punto tale che la Germania non può più nascondersi. Greci, Spagnoli e Italiani hanno sbagliato tutto, mentre i Tedeschi facevano tutto giusto? Può darsi. Ciò non toglie che ora la situazione è quella che è, e offre due sole alternative: o un’Unione Europea più solida o la fine dell’euro. Se la Merkel pensa davvero che l’euro sia stato per la Germania più un onere che un beneficio, oppure se pensa davvero che degli altri paesi non ci si possa più fidare, può prendersi la responsabilità storica di decretare la fine. Sarebbe una scelta dannosa per il resto dell’Europa e per l’economia mondiale. Per i Tedeschi, chissà: in ogni caso potrebbero poi giudicare loro stessi in breve tempo. E per il resto toccherebbe alla Storia assolverli o condannarli per questa decisione. Ma se la Germania deciderà di tenere in vita l’Unione Europea, potrà chiedere tutte le condizioni e le garanzie che vuole; ma non potrà sottrarsi all’obbligo di pagare, in qualche forma, anche per gli errori di altri. Nelle unioni politiche vere, queste cose succedono. Gli Stati Uniti non metterebbero in discussione il dollaro perché la Louisiana ha truccato i conti. Anzi, è proprio perché manca questa garanzia che la speculazione in Europa non si arresta. Se la Germania alla fine farà una qualche concessione in questo senso, dopo potrà chiedere molto: e scoprirà anche che molti in Italia saranno contenti di avere istituzioni europee forti, che possono ridare credibilità anche a quelle nostrane.

     

    Andrea Giannini

  • Napolitano e la trattativa “Stato-Mafia”: questione di credibilità

    Napolitano e la trattativa “Stato-Mafia”: questione di credibilità

    NapolitanoChe c’entra Napolitano con la mafia? Come mai l’attuale Presidente della Repubblica si mette a parlare di “interpretazioni arbitrarie e tendenziose” della stampa, che proverebbero ad accostarlo, in qualche modo, a una vecchia trattativa tra parti dello Stato e la mafia siciliana? Come mai alcuni giornali (anzi un solo giornale: Il Fatto Quotidiano) si sono messi di punto in bianco ad attaccare il Capo dello Stato in un periodo così difficile per il nostro paese? Ha forse ragione Eugenio Scalfari, che su Repubblica insinua il sospetto di un tentativo di destabilizzazione ai danni del governo Monti, che ha avuto proprio in Napolitano il massimo sponsor istituzionale?

    Diciamo la verità: gli Italiani non ci stanno capendo niente. Forse non sono nemmeno così interessati all’argomento, e magari sono preoccupati per altre cose, come la crisi economica o gli Europei di calcio. Quindi bisogna riepilogare i fatti. Le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta stanno indagando a vario titolo sulle stragi di mafia del 1992-93, che fecero vittime tra politici di fama nazionale (Lima e Salvo), giudici di primo piano (Falcone e Borsellino) e poi anche cittadini comuni: uomini, donne e anche bambini piccolissimi, rimasti uccisi in veri e propri attentati terroristici finalizzati a destabilizzare il paese. La mafia dei Corleonesi faceva la guerra allo Stato per fare la pace: cioè ottenere un accordo sul carcere duro (41-bis), revisione dei processi e altre questioni. Ed è stato accertato che pezzi dello Stato si mossero per avviare una trattativa con Cosa Nostra allo scopo di fermare le stragi; oppure, più prosaicamente, allo scopo di salvare la pelle a certi politici che temevano per la propria vita.

    Un canale di contatto fu trovato tramite i carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS), che agganciarono, attraverso il figlio Massimo, l’ex- sindaco mafioso Vito Ciancimino, amico di Riina e soprattutto di Provenzano. Questo canale venne poi soppiantato da altri che, a quanto si sa finora, non risultano bene identificati. E’ un fatto però che a un certo punto le stragi cessarono; ed è un fatto che Giovanni Conso, allora Ministro di Giustizia, revocò il carcere duro a circa 300 mafiosi. Persino le catture di Riina (prima) e Provenzano (poi) presentano punti oscuri, che sarebbe però troppo lungo riepilogare qui.

    Per quel che ci riguarda basti dire che in queste torbide vicende, su cui sarebbe bene fare luce, Napolitano non è mai entrato, e nessuno sospetta che l’attuale inquilino del Quirinale possa avervi avuto un ruolo. Senonché la magistratura, nel corso delle sue indagini, mette a confronto due ex-politici, oggi privati cittadini, che avevano occupato in quella stagione posizioni di primo piano: Claudio Martelli, socialista già Ministro di Grazia e Giustizia, e Nicola Mancino, democristiano e Ministro dell’Interno dal ’92 al ’94. Mancino, già celebre per aver negato (e poi in parte ritrattato) un avvenuto incontro col giudice Borsellino pochi giorni prima della bomba in Via D’Amelio che lo uccise, viene chiamato a ricostruire gli avvenimenti: ed entra in contraddizione con la testimonianza resa da Martelli. Non occorre un genio per capire che, se due testimoni forniscono due versioni opposte, significa per forza che uno dei due mente. Pertanto la magistratura convoca un confronto faccia a faccia tra i due e indaga Mancino per falsa testimonianza. A questo punto l’ex-ministro si spaventa e, ignorando di avere il telefono sotto controllo, comincia a chiamare D’Ambrosio, collaboratore di Napolitano. Le intercettazioni pubblicate non lasciano dubbi: Mancino vorrebbe che il Quirinale in qualche modo facesse pressione sulla magistratura.

    Incredibilmente D’Ambrosio non respinge la richiesta di Mancino: anzi, fa capire che il Presidente Napolitano si starebbe interessando della questione. Viene addirittura messo in mezzo il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che però si defila con eleganza ed intelligenza. Non basta. Secondo quanto dice D’Ambrosio al telefono, Napolitano suggerirebbe a Mancino di parlare con Martelli – pare di capire – per concordare una versione comune: in pratica, una falsa testimonianza.

    Le manovre alla fine non sortiscono alcun effetto: ma che ci siano state è un dato di fatto. A questo punto bisognerebbe capire se D’Ambrosio abbia millantato tutto, oppure se Napolitano sia stato davvero a conoscenza della cosa. Non sarebbe facile per il Presidente dimostrare la seconda ipotesi: agli atti si scoprono due telefonate intercorse proprio tra Mancino e Napolitano, che la magistratura correttamente distrugge perché non penalmente rilevanti. In ogni caso il problema non si pone nemmeno, perché il Quirinale non si degna di rispondere.

    Dal Colle si susseguono dichiarazioni di disgusto contro il solito “fango mediatico”, si deplora l’atteggiamento di certi organi di stampa e si invoca addirittura una legge contro le intercettazioni. Ma di risposte nel merito nemmeno l’ombra. Insomma, al di là della sostanza, nella forma Napolitano si comporta come un Berlusconi qualsiasi, addirittura minacciando quella stessa “legge bavaglio” contro cui la stampa italiana si era mossa compatta. Solo che i mass-media questa volta si prestano al gioco. Anziché incalzare Napolitano chiedendogli trasparenza verso l’opinione pubblica e risposte nel merito, tirano su un bel polverone con il preciso obiettivo di rendere difficile capire cosa stia effettivamente succedendo.

    Invece di raccontare i fatti, giornali e televisioni stanno cercando di annacquarli. Purtroppo questa è la realtà. Ed è anche una vecchia storia. L’informazione in Italia dipende da partiti e da gruppi industriali. Per questo motivo, quando una notizia risulta sgradita tanto alla classe politica quanto a quei settori dell’economia che controllano l’editoria, ecco che diventa difficile per il cittadino ottenere un’informazione completa; perché automaticamente quasi tutti i direttori e i responsabili si preoccupano più di non scontentare chi gli paga lo stipendio, che di fare quello che sarebbe il loro mestiere: cioè dare le notizie. Questo non significa censurarle. Non ce n’è bisogno: basta dare ampio risalto ai commenti e poco spazio ai contenuti. I TG si aprono con titoli fuorvianti e poi si mettono prima le smentite e le dichiarazioni dei protagonisti (che raccontano le cose a modo loro), poi succintamente un riassuntino dei fatti (da cui si capisce poco o nulla). Nei giornali è ancora più semplice: titoloni a prima pagina tipo “L’ira del Colle – Trattativa Stato-mafia, Napolitano attacca: io trasparente” (Repubblica), oppure “Napolitano interviene «Campagna di sospetti costruita sul nulla»” (Corriere della Sera); poi si aggiungono commenti di editorialisti e politici, ed infine si seppellisce da qualche parte nelle pagine interne l’ottimo lavoro dei cronisti, che riportano tutto, intercettazioni comprese.

    Così il cittadino che si intestardisce e perde tempo ad approfondire l’argomento può riuscire a farsi un’idea sufficientemente chiara; ma tutti gli altri, cioè la maggioranza delle persone, che non hanno o la possibilità o la voglia di sviscerare la questione, si faranno inevitabilmente un’idea confusa e approssimativa. Ed era proprio questo l’obiettivo.

    Verrebbe da chiedersi come mai tutti si adoperino per evitare che Napolitano finisca invischiato in faccende opache. La risposta è semplice: è in gioco la credibilità del paese. Il momento è difficile, l’Italia sta negoziando a livello europeo per sistemare i problemi del debito e non deve perdere quel poco credito d’immagine che ancora le viene concesso. La classe politica, già abbastanza compromessa e sfiancata dall’impegno a sostenere un governo scomodo, è priva di certezze e non può permettersi di perdere l’unico punto fermo. Ve lo immaginate cosa succederebbe se Napolitano si dimettesse? Cosa farebbe Monti rimasto solo a dialogare con il peggior Parlamento della storia repubblicana, che deve approvargli le leggi e che per di più dovrebbe mettersi a tentare un difficilissimo accordo per eleggere un nuovo Presidente della Repubblica? Sarebbe un bel problema.

    Tuttavia la mancata trasparenza che ha sempre avvolto tutte le più inquietanti vicende italiane, soprattutto in tema di mafia, è un problema ben più grosso. Per questo dico che non c’è malintesa ragione di Stato che tenga: Napolitano farebbe bene a prendere le distanze dal suo collaboratore ed ex-magistrato D’Ambrosio, costringendolo alle dimissioni per aver speso il suo nome in manovre torbide e in tentativi di pressione sulla magistratura inquirente. L’alternativa sarebbe dimettersi personalmente. Capisco che si tratti di un’affermazione pesante, ma anche se non ci sono rilievi penali, da un punto di vista politico ce n’è abbastanza per rovinare la carriera di chiunque. Si è mai visto un Presidente della Repubblica che si muova nei confronti della magistratura su richiesta di un privato cittadino, che da quella stessa magistratura è indagato per falsa testimonianza, per giunta su vicende di mafia?

    Inutile dire che, se fossimo in Inghilterra, Germania o Stati Uniti il Presidente sarebbe in grossi guai e rischierebbe di doversi dimettere. L’opinione pubblica avanzerebbe domande fin troppo ovvie: perché Mancino, per problemi suoi personali, ottiene udienza e appoggio presso il Quirinale? Avrà forse qualche potere di ricatto su Napolitano o su amici di Napolitano? Sono solo sospetti, è ovvio: per quello che ne sappiamo, il Presidente potrebbe aver peccato solo di ingenuità. Ma nelle vere democrazie non si tollera nemmeno l’ingenuità: proprio perché da adito a dubbi. Napolitano avrà agito con le migliori intenzioni: ma noi come facciamo a esserne sicuri?

    Negli altri paesi funziona così: o chiarisci o ti dimetti. Il giustizialismo non c’entra un bel niente. Quello che importa è la pretesa del cittadino di dormire sonni tranquilli confidando nell’onestà della sua classe politica: per questo i politici fanno di tutto per dissipare anche i minimi sospetti. La difficile situazione economica del nostro paese non può essere una scusa. Anzi: se i giornalisti si fossero sempre occupati di dare le notizie, gli imprenditori di realizzare profitto creando posti di lavoro, le forze dell’ordine di combattere la criminalità e i politici di risultare limpidi e trasparenti, non saremmo ai punti in cui siamo adesso. Le mafie sono soprattutto un problema economico: secondo alcune stime pesano per il 10% del PIL. Dunque è proprio in questa fase che ci dovremmo preoccupare di non commettere gli errori del passato. Ed è proprio in questa fase che ci sarebbe bisogno di non fare sconti a nessuno.

    Andrea Giannini

  • Stati Uniti d’Europa: la grande utopia dell’unione politica europea

    Stati Uniti d’Europa: la grande utopia dell’unione politica europea

    Si fa presto a parlare di unità politica dell’Europa. Monti ha dichiarato addirittura che sarebbe questa la soluzione di cui abbiamo bisogno. E non ha tutti i torti. Ma, ad essere onesti, chi ci crede più? La Grecia ha votato una maggioranza pro-euro, ma i mercati non si sono lasciati impressionare; la Spagna è quasi definitivamente fuori dall’accesso al credito, con i bonos a dieci anni che hanno ormai superato la soglia psicologica di non ritorno del 7%; l’Italia rischia di seguire a ruota e la Germania, sola contro tutti, non pare arretrare di un millimetro. In questa delicatissima fase, c’è qualcuno disposto a pensare che un progetto di maggiore coesione politica possa salvare l’Europa tirandoci fuori dalla crisi? Non scherziamo.

    La ricetta magica (se mai ne esiste una) si chiama “condivisione europea del debito” e passa obbligatoriamente per un “si” della Germania ai famigerati Eurobond (cioè i titoli di debito europei la cui solvibilità sarebbe garantita da tutti i paesi dell’UE). Si parla anche di unione bancaria, di un bilancio comune, di un nuovo ruolo per la BCE: tutte cose che – chissà – potrebbero sortire effetti anche positivi, soprattutto se si riuscisse a schiodare la Banca Centrale Europea dal suo mandato ufficiale, che è semplicemente quello di contenere l’inflazione, per farla diventare davvero una “banca centrale” come tutte le altre.

    In ogni  caso più o meno questo è quello che ci si aspetta per dare una scossa al malato prima che passi a miglior vita. L’unione politica dell’Europa, invece, potrebbe venire soltanto con molto tempo a disposizione: tempo che non c’è. L’idea sembra quindi sconclusionata. Sempre che – e a questo bisogna stare bene attenti – per “unione politica” s’intenda, appunto, un’unione politica; e non invece una serie di vincoli e intromissioni sui bilanci nazionali da parte di un gruppo di euro-burocrati. Meglio chiarirsi bene le idee: una gestione “politica”, qualunque cosa significhi, non può essere nulla che prescinda, in democrazia, da un voto o un mandato popolare. Se invece la Germania ottenesse di sottoporre a un rigido controllo i conti degli Stati in difficoltà, questa si dovrebbe chiamare piuttosto “cessione di parte della sovranità nazionale”: una scelta delle classi dirigenti europee che toglierebbe autonomia alle politiche nazionali senza che nessun cittadino fosse chiamato ad esprimersi in merito.

    Pertanto, purtroppo, o Monti dice “unione politica” pensando così di tendere una mano alla Germania in cambio di un impegno tedesco sul problema del debito, oppure confonde il problema con la soluzione. Allo stato attuale, infatti, siamo costretti a constatare, a volere essere realisti, che è l’assoluta mancanza di un’unità di intenti e di un progetto politico comune ad affossare l’Europa, piuttosto che auspicare, con molto idealismo, che un’improbabile unità politica ci salvi.

    Mi spiego meglio. Uno dei più importanti argomenti della vita politica di un paese è la questione fiscale: vale a dire, chi paga e quanto per le spese dello Stato. Si tratta di una questione centrale anche nell’attuale crisi europea: i Tedeschi non sono contenti di come i Greci hanno gestito e gestiscono il loro sistema di tassazione; e l’Unione Europea recentemente ha bacchettato persino Monti per aver fatto troppo poco contro l’evasione. Il perché di queste attenzioni è evidente: se un paese dell’Unione è in difficoltà e deve chiedere ad altri paesi membri di intervenire, è normale che questi stessi paesi pretendano, come minimo, che chi chiede aiuto faccia pagare prima le tasse ai propri cittadini. Se si sta insieme, ci vogliono condizioni uguali: se no si favoriscono alcuni e si sfavoriscono altri.

    Ora, come si fa a mettere d’accordo l’Irlanda, che tassa tuttora le imprese ad un’aliquota che si aggira attorno al 12%, con la Grecia che non tassa gli armatori e con l’Inghilterra che, giustamente, non vede di buon occhio una tassazione sulle transazioni finanziarie, dato che il paese si basa su una fiorente industria finanziaria? In nome di cosa dovremmo chiedere ad uno Stato di rinunciare a una cosa importante come la propria politica fiscale (tanto più gli Inglesi, che ne discutono dal 1215)? Ma c’è un altro problema più grosso. Lo Stato, una volta che ha raccolto le tasse, le redistribuisce. E redistribuire significa sostanzialmente togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno. E’ il problema dell’allocazione delle risorse, la cui finalità è quella di rendere omogeneo il paese riequilibrando gli scompensi che ci possono essere, ad esempio, tra ricchi e poveri, tra città e campagna, tra settentrione e meridione, eccetera. Si tratta di un’operazione non scontata che può imbattersi in parecchie difficoltà politiche. Ad esempio, è illuminante il caso italiano della “questione settentrionale”, che è stata il cavallo di battaglia dalla Lega: perché il Nord efficiente deve pagare per il Sud sprecone? Questa, a bene vedere, è esattamente la stessa domanda che si stanno ponendo i Tedeschi in Europa.

    In generale ci si chiede perché una parte più virtuosa debba cedere sue risorse ad un altra parte meno organizzata. Ma il solo fatto di porsi questa domanda, significa già esprimere un’insofferenza di fondo: significa mettere in discussione l’interesse collettivo per affermare un interesse parziale, rendendo così evidente che una visione unitaria sta franando o è già franata. Quindi il fatto che la Germania non voglia pagare l’inflazione per risolvere problemi che in effetti non ha creato lei, testimonia che non pensa a mantenere in vita quel sogno europeo che pure era la missione storica tedesca. E il discorso vale anche per gli altri Stati europei, che non hanno mostrato maggiore lungimiranza: per tutti la pratica è stata l’affermazione dell’interesse particolare a scapito dei grandi progetti ideali.

    Se fosse stata messa la stessa energia con cui oggi si pretendono vincoli di bilancio che deprimono l’economia anche nel pretendere norme severe contro la corruzione, le mafie e la grande evasione fiscale, che pure hanno scavato la fossa, ad esempio, del debito pubblico italiano, chissà come sarebbero andate le cose. Forse sarebbe stata considerata un’indebita ingerenza politica; o forse un quadro normativo comune di questo tipo si sarebbe potuto facilmente approvare direttamente con il voto dai cittadini europei. Almeno in Italia, c’era molta fiducia nelle istituzioni europee: e in queste materie gli Italiani avrebbero delegato più volentieri che ai loro stessi politici. Sarebbe stato un passo importante verso gli Stati Uniti d’Europa, che invece oggi restano un’utopia. Forse se ne riparlerà: sempre che, tra qualche mese, esista ancora l’Europa.

    Andrea Giannini