Tag: politica

Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Spread alle stelle, l’effetto Monti non è bastato: ma guai a nominare Silvio…

    Spread alle stelle, l’effetto Monti non è bastato: ma guai a nominare Silvio…

    Come era prevedibile, è ritornata l’emergenza spread e il crack dell’euro è sempre più vicino. Ma non c’è niente di nuovo sotto il sole. Dei fattori che determinano in larga parte questa situazione se ne è già parlato ampiamente (anche in questa rubrica ne ho scritto e riscritto). Per questo sentire di nuovo il ritornello dei giornali di centro-destra, secondo i quali uno spread a 537 punti dimostrerebbe che Berlusconi non era un problema, farebbe sorridere, se non ci fosse da piangere. E’ ovvio invece che Berlusconi è stato un problema e lo è tuttora: lo è stato perché ha rivestito il ruolo di principale attore politico della seconda repubblica, e quindi di principale responsabile per gli errori e le mancate riforme di quegli anni; lo è stato perché a fine 2011 nelle cancellerie di tutta Europa nessuno lo considerava più un interlocutore affidabile; e lo è tuttora perché tiene in ostaggio con i suoi desiderata la maggioranza di Monti, avendo contribuito, per esempio, ad azzoppare la legge anti-corruzione (che è diventata una legge pro-corruzione) e ad impedire la messa all’asta delle frequenze digitali. Il fatto che queste ed altre responsabilità possano essere condivise (anche se in misura minore) con vari governi e politici di centro-sinistra non significa – se esiste un minimo di logica a questo mondo – che Berlusconi ridiventi per magia un candidato premier serio ed affidabile: se mai, significa che questa sinistra ha bisogno di una classe dirigente totalmente nuova, sempre che sia ancora in tempo per questa ristrutturazione. Ma dovrebbe restare fermo un banalissimo principio di alternanza per cui, se qualche grossa responsabilità spetta anche a chi ci ha governato per il fatto che oggi siamo sull’orlo del precipizio, allora forse conviene puntare su un altro cavallo. Il che è più o meno quello che ha scritto recentemente anche il Financial Times.

    Eppure, detto questo, è innegabile che l’effetto Monti non ci sia stato. Il livello di spread a cui ha chiuso la borsa ieri sera è superiore a quello del giorno delle dimissioni di Berlusconi nel novembre del 2011. E, sebbene in valore assoluto (quello che più conta) i tassi a cui ci indebitiamo restino in realtà inferiori, perché lo spread è indicatore che non evidenzia la diminuzione dei tassi tedeschi che nel frattempo sono scesi ulteriormente facendo quindi salire il differenziale con i nostri BTP, ciononostante non si può negare che l’effetto psicologico sia forte: e anche sostanziale, perché certo ci si aspettava di più dall’approdo a Palazzo Chigi di una persona seria e competente come Mario Monti.

    E’ accaduto però quello che era logico prevedere che accadesse, a meno di non avere gli occhi foderati di prosciutto. Monti ha pure cercato di applicare le indicazioni contenute nella lettera della BCE: ma la maggioranza che lo sostiene non ha per questo smesso di fare i calcoli elettorali e di convenienza che era solita fare. Come avevo scritto, mi sarebbe piaciuto che Monti cogliesse l’eccezionalità dell’occasione per una sferzata contro i partiti, per costringerli, con la forza dell’urgenza, a misure che riducessero il loro potere e li costringessero a un processo di rinnovamento interno. Avevo ammesso che la cosa era difficile e rischiosa. Ma l’alternativa ce l’abbiamo ora davanti. Monti ha preferito porsi come il garante dell’establishment partitico, facendo sperare alle forze politiche che, dopo un breve interregno di misure impopolari coordinate da lui, destra e sinistra sarebbero potute ritornare a spartirsi il paese come prima e più di prima.

    E’ per questo motivo che i partiti si sono sentiti autorizzati a continuare a pensare al dopo, ai loro elettori e a quello che veniva comodo ai loro dirigenti. Di conseguenza molte ciambelle non sono venute col buco. E se rileggiamo oggi la famosa lettera che la BCE ci mandò l’anno scorso, dobbiamo ammettere che è stato in effetti raggiunto un numero relativamente basso di obiettivi. Infatti dopo quasi nove mesi scopriamo che il debito pubblico italiano, considerato la madre di tutti i problemi, non solo non è diminuito, ma è aumentato. L’Eurostat certifica che la percentuale tra il nostro debito e il PIL  ha raggiunto il 123,3%. In realtà è ipotizzabile che nemmeno una velocissima ed integrale realizzazione di tutti i punti della lettera della BCE ci avrebbe salvato dai problemi dello spread: per l’ovvio motivo che questi problemi sono di tutt’altra natura. Mentre in Europa ci suggerivano cosa fare per aggiustare i fondamentali della nostra economia, i mercati attaccavano l’euro e nessuno pensava di porvi rimedio. I fondamentali dell’economia italiana, d’altronde, non sono granché cambiati negli ultimi anni.

    Cosa giustifica dunque la fuga da (e la speculazione su) i titoli di Stato dei paesi periferici della zona euro? Il fatto che da un certo punto in avanti (quando la crisi dei mutui subprime si è estesa in Europa, svelando bolle e trucchi contabili che stavano dietro alle economie di alcuni paesi) i mercati hanno realizzato che essere dentro l’euro non era una garanzia eterna di solvibilità. E hanno cominciato una scommessa contro la moneta unica, che si è rivelata finora vincente. Senza una misura europea per ristabilire la fiducia, vale a dire una qualche forma di condivisione del debito, non si risolverà nulla. La triste realtà è che siamo appesi non solo all’Europa, nel senso delle istituzioni europee, ma anche agli altri paesi europei, nel senso delle politiche adottate dai governi dei nostri vicini. La Spagna, ad esempio, è in condizioni disastrose: a breve sarà costretta a un sostanziale default, chiedendo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. E non è un mistero che nella testa dei mercati il destino della Spagna è strettamente legato al nostro, perché si pensa: “se cade un paese grande come la Spagna, allora può cadere anche l’Italia”.

    In queste condizioni c’è veramente poco che si possa fare: andare alle elezioni anticipate, magari per rivotare un nuovo governo Monti, difficilmente impressionerà gli operatori finanziari. Ecco perché dico che la fine dell’euro è ormai vicina. Certo, resta sempre la solita opzione aperta: basterebbe un si della Germania agli Eurobond, almeno per invertire la tendenza. Ma cosa ne pensino a proposto i Tedeschi lo sappiamo già. Tobias Piller, un giornalista del Frankfurter Allgemeine Zeitung, ieri sera ospite ad “In Onda” su LA7, è stato piuttosto esplicito: se alla Germania venisse chiesto di scegliere tra inflazione o uscita dall’euro, sceglierebbe senza dubbio la seconda ipotesi. I Tedeschi pensano che, affinché l’UE funzioni economicamente, ogni paese debba reggersi solo su sé stesso ed avviare una ristrutturazione profonda della propria economia, come innegabilmente ha fatto la Germania dal 1999 al 2010.

    Peccato solo che noi non abbiamo mai avuto tutto questo tempo. Ammesso e non concesso che sarebbe bastato, è chiaro che non si può pretendere dagli Italiani, che non hanno né la classe politica, né la coesione sociale, né l’organizzazione dei Tedeschi, di fare in pochi mesi quello per cui gli stessi Tedeschi hanno impiegato anni (anni, tra l’altro, in cui l’economia mondiale cresceva bene). Gli Italiani possono essere biasimati per non aver fatto nulla prima: ma non si può neanche chiedere ad un fumatore di 170 kg. di correre la maratona di New York. E comunque è opinabile che la ricetta tedesca (la deflazione salariale) funzioni per tutti, come giustamente faceva notare Vladimiro Giacché. Invece si è continuato a tagliare la spesa, deprimendo l’economia e contribuendo a tenere alto, in percentuale sul PIL, il debito. Quindi, riassumendo, stanti gli errori passati nostri e dei nostri politici, da quando è arrivato, Monti si è mosso poco e nella direzione sbagliata: tutto per fare colpo sulla Merkel, purtroppo senza successo.

    Morale: è sempre più probabile che quando chiuderemo gli ombrelloni toneremo a lavorare in lire. Con tutti i problemi che questo comporterà.

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Consiglio Comunale, G8 di Genova: lo Stato deve delle scuse ai genovesi

    Consiglio Comunale, G8 di Genova: lo Stato deve delle scuse ai genovesi

    Il G8 del 2001 è ancora vivo nel ricordo dei genovesi e non solo. Ieri in Consiglio Comunale si è discusso ancora una volta dei fatti accaduti in quei drammatici giorni di luglio di 11 anni fa. Il Sindaco ha spiegato, in apertura della seduta le ragioni che spingono a tanti anni di distanza a riflettere ancora sull’accaduto. Da un lato perché «sono stati eventi che hanno ferito la città e che ne hanno segnato la storia», dall’altro perché le recenti sentenze sulle devastazioni e sulle violenze nella scuola Diaz hanno riportato quei fatti alla memoria di tutti.

    Con queste premesse il primo cittadino ha voluto ricostruire brevemente la cronaca di quei giorni ricordando una città militarizzata, nella quale si invitavano i cittadini a lasciare le proprie abitazioni, soprattutto quelle all’interno alla zona rossa, le più vicine ai luoghi in cui si sarebbe svolto il summit. «Un invito tanto ossessivo – ricorda Doria – da generare un rifiuto in molte persone».

    E poi c’erano gli ideali di coloro – decine di migliaia – che giunsero a Genova per difendere la visione di un futuro diverso da quello proposto dai leader mondiali. Un’invasione inizialmente pacifica, come testimoniò la Manifestazione dei Migranti, che però sfociò successivamente nei ben noti episodi di vandalismo dei cosiddetti black block. Una degenerazione che il Sindaco condanna senza mezze misure pur osservando che fu in parte conseguenza di «un’incapacità di gestione della situazione» da parte delle forze dell’ordine. Da quel momento in avanti fu un crescendo di violenza con l’uccisione di un ragazzo poco più che vent’enne, Carlo Giuliani, con l’aggressione dei manifestanti che sfilarono pacificamente nel corteo di sabato da parte delle forze dell’ordine e, infine, con l’irruzione nella Scuola Diaz e le violenze alla Caserma di Bolzaneto.

    Proprio su questi aspetti, resi attuali dalle recenti condanne della Cassazione, si concentra la valutazione finale di Marco Doria che non ha voluto parlare di sentenze buone o cattive, ma ha voluto sottolineare la gravità dei reati commessi da persone che avevano il dovere difendere la legalità. Infine il Sindaco si è soffermato sulle violenze della Caserma di Bolzaneto evidenziando che «dal punto di vista giuridico l’impossibilità di fare chiarezza su questi fatti è dipeso in larga parte dal fatto che nel nostro codice manchi il reato di tortura».

    Le ferita, inutile negarlo, è ancora aperta e il discorso del Sindaco ha suscitato moltissime reazioni all’interno dell’aula; quelle ormai consuete, che contrappongono difensori e detrattori dell’operato delle forze dell’ordine, rafforzate anche dalle sentenze della Cassazione, e altre che nascono dai recenti sviluppi della crisi economica e che fanno riemergere con forza le critiche ad un modello di sviluppo già messo in discussione dal Genoa Social Forum nel 2001. «Allora si diceva ‘Un mondo diverso è possibile’, ma sembra che da allora le cose non siano migliorate», ha affermato Putti (M5S), e anche Rixi (Lega) sostiene che «i principi di chi manifestava hanno avuto poco ascolto da parte delle istituzioni» e lo dimostra anche la presenza di «un governo che sicuramente è molto più vicino ad una visione finanziaria e verticistica del mondo».

    Inevitabilmente la riflessione si è concentrata anche su Genova sulle contraddizioni di quell’evento organizzato in una città forse non ancora pronta ad ospitarlo, ma che si sforzò di esserlo a fronte delle promesse di ingenti finanziamenti da parte dello Stato. Quello stesso Stato che poi la abbandonò al suo destino in quelle giornate di luglio, lasciando che pochi violenti fossero in grado di creare tanta distruzione e che alcuni pubblici ufficiali potessero compiere dei reati su civili inermi.

    Dai banchi del Consiglio Leonardo Chessa di Sel ha ricordato l’esistenza di una petizione popolare proprio per introdurre il reato di tortura nel nostro ordinamento allo scopo di evitare situazioni analoghe a quelle di Genova, che purtroppo si sono già ripresentate in altre occasioni, come il caso di Stefano Cucchi o di Federico Aldovrandi.

    Per tutte queste ragioni Farello (Pd) e Putti hanno ipotizzato anche la richiesta di scuse formali e di un risarcimento ai cittadini genovesi da parte delle istituzioni nazionali, come gesto di conciliazione per ricucire uno strappo che ancora oggi esiste. Secondo il capogruppo del M5S le recenti sentenze della Cassazione hanno aperto uno spiraglio per ricostruire la fiducia nei confronti dello Stato, che «ha avuto il coraggio di giudicarsi anche al suo interno», ma perché possano avere degli effetti reali è necessario comunicarle e spiegale soprattutto ai giovani all’interno delle scuole.

    Federico Viotti

  • L’Università dice no agli Erzelli: le riflessioni sul futuro del progetto

    L’Università dice no agli Erzelli: le riflessioni sul futuro del progetto

    «Non bastano i finanziamenti pubblici e le cessioni del patrimonio immobiliare, servirebbero altri 42 milioni e non li abbiamo», il Rettore Giacomo Deferrari è stato chiaro durante la conferenza stampa che ha confermato il no del Cda dell’Università al trasferimento della Facoltà di Ingegneria al Parco Tecnologico degli Erzelli.

    E mentre la Facoltà torna alla ricerca di una nuova collocazione, a margine della seduta del Consiglio comunale il sindaco Marco Doria (che ha partecipato alla riunione del massimo organo di governo dell’Università di Genova insieme al presidente della Regione Burlando) ha mantenuto un certo ottimismo, ribadendo la propria convinzione sull’importanza della costruzione del Polo degli Erzelli definendo il progetto un’operazione fondamentale per la creazione della “Genova del Futuro” e ha aggiunto che in tale contesto l’Università dovrà essere presente.

    «Il documento votato dal Cda ribadisce l’importanza strategica della presenza di Ingegneria agli Erzelli, però allega anche una serie di rilevazioni sul bilancio dell’Ateneo – dice il sindaco – Allo stato attuale l’Università non dispone delle risorse necessarie per potersi trasferire a meno di non indebitarsi». Sarebbe quindi necessario un ulteriore finanziamento pubblico o un intervento di un investitore privato, ipotesi oggi quantomeno difficili da immaginare. Il sindaco tuttavia osserva che non sarebbero risorse sprecate anche perché «si consegnerebbe alla Facoltà di Ingegneria una sede moderna che arricchirebbe il valore patrimoniale dell’Università stessa».

    Dunque, nonostante l’esito negativo della riunione, Doria è convinto che il discorso non sia chiuso e afferma anzi che il suo principale obiettivo sarà quello di creare le condizioni per favorire la buona riuscita del progetto. Infine, pur riconoscendo che l’indebitamento sarebbe oggettivamente un grosso problema per l’Università e che spesso quest’ultima è stata oggetto di critiche ingenerose, Doria ha rimproverato all’Ateneo un atteggiamento non sempre attivo nella ricerca di possibili soluzioni.

    D’altronde che l’Università non fosse accanita sostenitrice del progetto lo si era intuito già da diverso tempo, lo stesso Rettore in occasione della conferenza stampa citata in apertura di articolo non lo ha nascosto: «Riconosco che si tratta di un progetto positivo, ma non sono un fanatico degli Erzelli, per me non è Lourdes… Stiamo riducendo le spese in ogni settore, abbiamo ridotto da oltre 1700 a circa 1300 il numero dei docenti. Il rischio è di avere agli Erzelli palazzi belli e nuovi, però vuoti… il che non servirebbe a nessuno».

    E se da un lato c’è la ritrosia di una parte non minoritaria della città al progetto, dall’altra c’è da registrare, allo stato attuale, l’incapacità/impossibilità delle istituzioni di mettere in campo una strategia sufficientemente valida per portare Università e privati sulle alture di Sestri.

    Ora probabilmente si potrebbe anche storcere il naso davanti ai cospicui finanziamenti pubblici concessi a Siemens ed Ericsson per il trasferimento… anche se è facile farlo adesso. Eppure, se si aggiunge lo schiaffo di neanche 15 giorni fa, quando Ericsson ha dichiarato 94 esuberi fra i dipendenti della sede genovese, più che facile diventa quasi automatico. Perché probabilmente qualche errore di valutazione nella strategia “Polo degli Erzelli” è stato commesso, visto che ancora oggi non è così chiaro quanto le due società abbiano effettivamente intenzione di puntare su Genova come sede strategica per il futuro.

    Per fortuna è ancora presto per trarre conclusioni definitive, la partita non è definitivamente chiusa. Una cosa è certa, il no dell’Università non porta entusiasmo sul futuro degli Erzelli.

     

    [foto di Andrea Vagni]

  • Attentato Borsellino, oltre le celebrazioni un’eredità ignorata

    Attentato Borsellino, oltre le celebrazioni un’eredità ignorata

    Venti anni fa in Via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba uccideva il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. La  ricorrenza che oggi ci troviamo a vivere, per la sua bruciante attualità, è tutto fuorché serena. Non solo a causa delle indagini giudiziarie su quella travagliata stagione, che le procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta stanno portando faticosamente a termine; non solo perché la difficile situazione finanziaria costringerebbe il paese ad affrontare con ancora maggiore intensità, se è possibile, il problema delle risorse sottratte all’economia legale dalla criminalità organizzata; ma soprattutto perché lo Stato e la politica, dopo tanti anni, si accostano a questa commemorazione nella più totale impreparazione a farsi interpreti della sua profonda eredità morale.

    Ciò significa constatare con rammarico che, al di là del prevedibile teatrino di celebrazioni, corone di fiori, riconoscimenti, attestazioni di stima postume e discorsi commemorativi, a pochi, tra i rappresentanti delle istituzioni e quelli del popolo, viene spontaneamente riconosciuta l’autorità per esprimersi nel ricordo di Paolo Borsellino. A questa incombenza saranno certamente chiamati familiari, amici ed ex-colleghi di lavoro, alcuni dei quali, in effetti, sono oggi impegnati in politica oppure svolgono funzioni pubbliche nella magistratura. Ma al di là di questa cerchia c’è da dubitare che si possa dare per acquisita e metabolizzata la lezione storica di Falcone e del suo più caro amico. Anzi, sia tra gli attuali vertici dei partiti, sia tra le più alte cariche dello Stato, molti l’hanno colpevolmente, se non volutamente, ignorata.

    Certo in momenti come questi non c’è niente di più sgradevole che pretendere di farsi portavoce del vero pensiero e delle autentiche volontà dei morti, che chiamati in causa non possono più replicare. Ma è anche vero che sono state pronunciate parole talmente forti che oggi solo chi è in mala fede può far finta di non intendere. E sono state pronunciate con questa forza – in barba a chi dice che la magistratura dovrebbe fare il proprio lavoro in assoluto silenzio – proprio perché fossero udite anche da quelli che erano più distanti geograficamente, culturalmente o temporalmente; perché anche chi era troppo giovane per capire o troppo distante per compatire comprendesse che era richiesto anche a lui di non mettere la testa sotto la sabbia e di raccogliere il testimone.

    Ecco perché tutti abbiamo non solo il diritto, ma addirittura il dovere di confrontarci con l’esperienza di questi uomini; non di ripetere stancamente, ma di proseguire, rivedere, ampliare il senso del loro messaggio e della loro eredità storica. E questo – se necessario – anche contro l’inerzia dei governi e delle istituzioni.

    Nel 1989 Borsellino ebbe occasione di affrontare in pubblico il rapporto tra magistratura e politica e lo fece in un tono colloquiale ma non fraintendibile: «Ora, l’equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: “Quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato: quindi quel politico è un uomo onesto”. Eh no. Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Vuol dire: beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire: “quest’uomo è mafioso”. PERO’ siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, ALTRI organi, ALTRI poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi. Che non  costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti, perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. […] Però c’è il grosso sospetto, che dovrebbe quantomeno indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia. Non soltanto essere onesti; ma APPARIRE onesti, facendo pulizia al loro interno da tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti».

    Questo commento, che si adatta con una attualità straordinaria, ad esempio, alla recente assoluzione dell’ex-ministro Romano da imputazioni di mafia, non ha lo scopo di scaricare nella metà campo della politica la palla delle responsabilità: piuttosto ha lo scopo di svegliare l’opinione pubblica. Borsellino qui sta dicendo che la gente, gli intellettuali, i giornalisti, la società civile, la politica, in una parola tutte le forze attive del paese non si devono accontentare di un ruolo passivo di fronte allo svolgimento dei procedimenti giudiziari: al contrario devono assumere un ruolo attivo attraverso la diffusione di un’esigente cultura della legalità e del sospetto che filtri e valuti le vicende che emergono nel corso dell’azione intrapresa dalla magistratura inquirente.

    In particolare, anche di fronte ad un’assoluzione possono comunque essere riscontrati:

    1. fatti non penalmente rilevanti ma passibili di altro tipo di condanna (sociale, morale, deontologica, ecc.);
    2. condotte sospette, opache, inquietanti o comunque non chiarite, che invitano alla diffidenza e a un più prudente distacco da chi le ha messe in essere.

    Il primo caso è quello della vicenda giudiziaria di Andreotti, riconosciuto colpevole di partecipazione mafiosa sino al 1980, ma prescritto per decorrenza dei termini. Il senatore a vita non ha fatto un solo giorno di carcere, né gli è stato comminato un solo euro di multa: ma la società civile doveva e poteva reagire molto tempo prima censurando compatta un fatto tanto grave, mettendo in discussione la permanenza di Andreotti in senato, esigendo l’allontanamento dall’ex-presidente del consiglio dalla vita attiva e soprattutto non invitandolo a partecipare a dibatti e talk-show come si fa con qualunque altro rispettabile cittadino.

    Il secondo caso esprime un punto di vista ancora più dirompente: per esigere dimissioni o sanzioni in alcuni casi basta un grosso sospetto. Prendiamo il caso di Dell’Utri, altro senatore in forte odore di mafia. Quando si venne a sapere che partecipò alle nozze di un mafioso (Jimmy Fauci) tenutesi a Londra con invitati legati al mondo della malavita e che il diretto interessato aveva spiegato di essersi ritrovato lì in mezzo perché invitato il giorno prima da un amico (Salvatore Cinà, anch’egli mafioso) che aveva incontrato casualmente ad una mostra dei Vichinghi nella capitale inglese, tutto questo sarebbe dovuto bastare per esigere provvedimenti: come minimo le dimissioni dalla carica di senatore in via cautelativa. Non perché non potrebbe darsi la circostanza che Dell’Utri abbia detto la verità: ma perché tale eventualità è troppo labile e il rischio di ritrovarsi un amico dei mafiosi tra i rappresentanti del popolo troppo grosso. Meglio un Dell’Utri che ritorna ad essere un privato cittadino, che correre il rischio di far perdere credibilità all’intero Parlamento.

    Invece, proprio perché non si è avuta questa attenzione, oggi la fiducia della gente verso il supremo organo di rappresentanza è ridotta al lumicino. Eppure le parole di Borsellino erano chiare: non basta essere onesti, occorre apparire onesti. Ciò significa che sarebbe necessario rivalutare quella che con termine spregiativo viene chiamata “cultura del sospetto”: non un clima di sfiducia reciproca, ma un’abitudine, costantemente esercitata, a mettere sotto esame le persone a cui sono affidate responsabilità e poteri nell’interesse pubblico. Non si tratta di assumere per principio che tutte le persone debbano essere disoneste: si tratta piuttosto di non farsi prendere in giro.

    Per questo Borsellino chiedeva l’aiuto della gente e della società civile, cercando di risvegliare l’attenzione sulla condotta degli amministratori pubblici, ben conscio del fatto che un magistrato lavora più facilmente laddove i cittadini sono più attenti ed esigenti, mentre avanza con difficoltà ed è destinato a non produrre effetti apprezzabili, se il suo operato è percepito come un’intrusione.

    Purtroppo, lungi dall’aver messo a frutto questa eredità, l’abbiamo costantemente ignorata. E oggi le mafie possono vantare un fatturato enorme. E le celebrazioni per il ventennale di Via D’Amelio sono affidate ad un Presidente della Repubblica, che mentre i magistrati cercavano la verità sulle stragi, si adoperava per evitare guai a un testimone poi indagato: e quando qualcuno ha chiesto spiegazioni, non solo Napolitano non si è preoccupato di rendere conto all’opinione pubblica del suo operato, ma ha sollevato addirittura un conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta per ottenere che nessuno ascolti le sue telefonate. Il contrario esatto di quell’esigenza di trasparenza che Borsellino auspicava. E un pessimo modo per onorarne il sacrifico.

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale: ancora l’emergenza lavoro al centro del dibattito

    Consiglio Comunale: ancora l’emergenza lavoro al centro del dibattito

    Il dibattito in Consiglio Comunale è ripreso esattamente da dove si era interrotto due settimane fa, rimettendo al centro dell’attenzione le emergenze legate al mondo del lavoro. La seduta di ieri (17 luglio 2012) è stata dedicata in larga parte alla vicenda Lactalis e alle prospettive future – piuttosto incerte – per la Centrale del Latte di Fegino.

    L’assessore allo Sviluppo Economico Oddone, ha illustrato la situazione rispondendo ad una interrogazione dei consiglieri Bruno, Anzalone e Grillo. La decisione della multinazionale francese di fermare la produzione di latte a Genova sembra essere del tutto irreversibile e inoltre le condizioni in cui questa chiusura avverrebbe sono a totale sfavore dei lavoratori (63 dipendenti diretti) e dell’indotto (circa 150 allevatori). La dirigenza del gruppo avrebbe espresso la propria ferma volontà di non mettere a disposizione il sito produttivo per il suo utilizzo da parte di possibili concorrenti. Questa presa di posizione porterebbe ad escludere l’ipotesi di ripristinare la produzione di latte facendo subentrare una cordata di imprenditori locali e del basso Piemonte alla multinazionale francese. Oltre al danno pare profilarsi anche la beffa. Lactalis starebbe infatti tentando di mantenere sul territorio genovese la distribuzione di latte proveniente da altri fornitori.

    Il sospetto nasce dall’affitto di una piattaforma logistica presso il mercato di Bolzaneto da parte di una società, l’AF Logistics, tra i cui clienti principali spicca proprio Lactalis. Quest’ultima, fino a questo momento, non ha dato alcun segnale di apertura nei confronti delle istituzioni liguri e genovesi, nemmeno dopo la richiesta congiunta da parte del Sindaco e Presidente della Regione di avere un incontro con i vertici francesi. Di fronte a questo silenzio preoccupante il Comune ha voluto rispondere con altrettanta durezza, garantendo che si tenterà in ogni modo di impedire a Lactalis di utilizzare proprio un mercato comunale per svolgere la sua distribuzione e soprattutto che non verrà consentita alcuna speculazione edilizia sull’area dove sorge il sito produttivo. «A’ la guerre comme a’ la guerre!» ha sentenziato Oddone.

    Ad ascoltare la relazione dell’assessore c’era un folto gruppo di lavoratori della Centrale del Latte, che è stato anche ricevuto dal responsabile dello Sviluppo Economico del Comune. A loro è stato ribadito l’impegno della Giunta a riassorbire la produzione dell’indotto e il maggior numero possibile di lavoratori, ma la situazione sembra quanto mai complessa.

    Accanto ai dipendenti della Centrale del latte in Sala Rossa c’erano anche i lavoratori della Piaggio Aero Industries, preoccupati per la posizione assunta dall’azienda in merito al trasferimento da Finale a Villanova d’Albenga. La Piaggio ha sottolineato che in assenza di una decisione chiara del Comune di Finale sulla riconversione delle aree in cui si trova lo stabilimento attuale, potrebbe far saltare l’accordo di programma. Ai capigruppo del Consiglio i lavoratori Piaggio hanno anche espresso una forte preoccupazione per i posti di lavoro, vista la mancanza di commesse fino al 2014.

    Queste questioni vanno ad aggiungersi a quelle già emerse in questi mesi: la riduzione del personale di AMIU Bonifiche, la vendita di Ansaldo e l’incertezza sul futuro di Iren Manutenzioni. Il già ridotto vigore industriale di Genova sembra affievolirsi ulteriormente giorno dopo giorno e il 2012 si sta configurando sempre di più come annus horribilis per l’economia di questa città.

    Non va molto meglio ai commercianti, anch’essi in difficoltà per il calo dei consumi che incide particolarmente sulla ripresa di quelle attività colpite dall’alluvione del 4 novembre 2011. In particolare in Consiglio si è affrontata la situazione dei negozianti del sottopasso Cadorna, ancora costretti a lavorare in sistemazioni provvisorie in Piazza della Vittoria e nei Giardini Caviglia. L’assessore Oddone ha voluto ribadire l’impegno della Giunta per una soluzione del problema in tempi rapidi, pur evidenziando che i lavori vanno svolti con il massimo rigore per evitare che si possano creare nuove situazioni di pericolo in caso di inondazioni e per la necessità di realizzare anche un accesso per disabili.

    L’altro tema caldo della seduta di ieri ha riguardato la dismissione dell’ex Ospedale Martinez di Pegli, sul quale hanno presentato una mozione il consigliere Gozzi del Pd (che è stato anche Consigliere Municipale nel Municipio VII Ponente) e il consigliere Bruno della Fds. Tale struttura, donata alla comunità genovese dell’omonima famiglia per l’assistenza sanitaria dei cittadini meno abbienti, dopo alterne vicende (ristrutturazioni e cambi di destinazione d’uso) verrà definitivamente dismessa e venduta. La Regione aveva promesso di costruire una nuova piastra sanitaria per gli utenti del Ponente genovese in un’area adiacente, ma nel protocollo d’intesa firmato nel febbraio 2012 dall’ex sindaco Vincenzi non ve n’è traccia. L’assessore regionale alla Salute Claudio Montaldo ha ammesso il dirottamento dei fondi per la piastra sanitaria ad altre finalità, suscitando un profondo malcontento tra i cittadini e i rappresentanti eletti del Municipio, che hanno anche emesso una diffida sulla vendita dell’ex ospedale. Nonostante ciò non è stata interrotta la cessione a terzi dell’immobile e dell’area circostante.

    La Giunta e l’intera aula consiliare (con voto all’unanimità) si sono espresse a favore della mozione, ponendosi in netta discontinuità con la precedente amministrazione, firmataria del protocollo d’intesa, e in contrasto con la decisione della Regione. Lo stesso Sindaco Doria ha evidenziato la necessità di ripensare la politica sanitaria, rimettendo al centro delle decisioni il cittadino.

    Non è passata invece la proposta di emendamento del consigliere Rixi, il quale aveva richiesto di modificare la mozione Gozzi-Bruno ponendo un vincolo sulla destinazione dell’area all’interno del Piano Regolatore Comunale perché restasse adibita al servizio sanitario. «Il Piano Regolatore è l’unico strumento che abbiamo per mantenere la destinazione ad uso sanitario della struttura» ha sostenuto il capogruppo della Lega, ma proprio sul PUC il Sindaco prevede di avviare una profonda riflessione nei prossimi mesi e a quell’occasione sono state rimandate tutte le decisioni in merito.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio Comunale, un primo bilancio dei lavori dopo un mese di attività

    Consiglio Comunale, un primo bilancio dei lavori dopo un mese di attività

    Questa settimana la consueta seduta del Consiglio Comunale non è stata convocata per dedicare più spazio ai lavori delle Commissioni Consiliari. In particolare sono state convocate la Commissione Sviluppo, che ha affrontato il problema dei lavoratori dell’AMIU Bonifiche, e la Commissione Bilancio, che ha stabilito di destinare ai minori a rischio le risorse recuperate dal taglio ai premi dei dirigenti.

    Questa pausa, che giunge poco prima dell’interruzione estiva, rappresenta una buona occasione per effettuare un rapido bilancio del primo mese di attività del Consiglio. È stato un mese molto intenso, in cui la nuova amministrazione ha dovuto sciogliere dei nodi importanti, tra i quali l’approvazione del bilancio preventivo per il 2012 e l’aumento dell’IMU. Si è trattato di compiti particolarmente complessi e gravosi, specie per un Consiglio ancora alla ricerca di un difficile equlibrio tra forze politiche assai diverse e una Giunta in fase di rodaggio.

    L’esito del voto di maggio ha modificato profondamente la composizione della Sala Rossa. Da un lato si è ridotto il peso dei partiti “tradizionali” (Pd, Pdl, Udc, Lega, Idv e Sel), che occupano adesso solo il 60% dei seggi del Consiglio (nella legislatura precedente erano pari al 92%), dall’altro vi è stato un successo inatteso del Movimento 5 Stelle e delle liste civiche (Lista Doria e Lista Musso) che hanno assunto così un ruolo chiave nel processo decisionale. La divisione quasi bipolare tra centro-destra e centro-sinistra ha lasciato il posto ad un’assemblea molto più variegata, in cui si è anche ridotta la presenza di politici di professione. Lo stesso vale per la Giunta comunale composta in gran parte da tecnici alla loro prima esperienza come assessori.

    Inoltre l’ingresso in Consiglio del Movimento 5 Stelle e della Lista Doria ha portato con se una forte spinta al cambiamento benché declinato in modi differenti. Il movimento di Beppe Grillo si definisce esplicitamente antipartitocratico e a favore della partecipazione diretta dei cittadini, mentre la Lista Doria, che si ispira al modello inaugurato a Milano da Giuliano Pisapia, pur non rinnegando la centralità dei partiti, è animata dalla volontà di rinnovare profondamente la politica attuale.

    Questo mix di rinnovamento e di voglia di lasciarsi alle spalle le logiche tradizionali della politica ha rappresentato una delle principali novità della nuova amministrazione comunale, ma non sempre ha prodotto effetti positivi. Il M5S ha spesso manifestato la propria contrarietà alle decisioni del Consiglio, ad esempio non approvando la composizione delle commissioni, perché non riducevano sufficientemente il numero di gettoni di presenza, o abbandonando l’aula dopo la furibonda lite scoppiata per l’approvazione del taglio ai premi dei dirigenti comunali. È stato evidente in questi gesti il tentativo di prendere le distanze da certe pratiche spartitorie e certi atteggiamenti poco collaborativi dei partiti. Tuttavia, questa volontà di distinguersi ha portato il Movimento a prendere decisioni talvolta meno condivisibili, ad esempio l’astensione dal voto in occasione dell’approvazione del documento elaborato dal Pd – e sottoscritto da tutti i capigruppo – contro la dismissione di Ansaldo ed Elsag. Una posizione motivata dal desiderio di esprimere con maggiore forza la contrarietà agli investimenti militari di Finmeccanica, ma che rischia di non essere capita dai cittadini.

    Nuova, soprattutto nei volti, è anche la Lista Doria, che ha portato in Consiglio tre giovani donne e membri della società civile. Ma forse proprio questa “inesperienza” ha contribuito a generare qualche tensione di troppo, ad esempio nel caso dell’ormai famosa firma della mozione contro i lavori del terzo valico, in aperto contrasto con il programma elettorale e la stessa volontà del sindaco.

    Vittima di qualche incidente di percorso è stata anche la maggioranza, che in occasione del voto sugli emendamenti al bilancio si è mossa in modo poco compatto, permettendo ad alcuni suoi esponenti di schierarsi contro i pareri espressi dalla propria Giunta. E persino quest’ultima ha commesso alcuni errori, ad esempio permettendo che si votasse e approvasse l’emendamento sui premi a dirigenti, nonostante il parere contrario dei revisori contabili. Inoltre la Giunta e la Presidenza sono state oggetto di forti critiche per aver consentito ai lavoratori dell’AMIU Bonifiche di bloccare il Consiglio Comunale per diverse ore durante la seduta del 3 luglio. Nonostante il sindaco si sia difeso sottolineando che il dialogo è lo strumento più adatto per contenere una situazione già esasperata, dai seggi è pervenuto in maniera trasversale un certo disappunto per aver di fatto legittimato un comportamento scorretto. L’occupazione dell’aula consiliare non può essere l’unico sistema per far giungere la propria voce ai politici.

    Questo breve bilancio dei lavori del primo mese del Consiglio Comunale non può che essere interlocutorio, anche per il brevissimo periodo preso in considerazione. Vi sono luci e ombre, ma l’impressione generale è che vi sia la volontà di dare una reale svolta alla politica locale nonostante la difficoltà di superare alcune resistenze. Purtroppo, come spesso abbiamo sottolineato, sono pochi i problemi che possono essere risolti direttamente dalle istituzioni comunali, sulle quali pesano infatti dei vincoli regionali e statali e un contesto di crisi economica internazionale. In mezzo a questo mare in tempesta si deve muovere la nuova amministrazione con difficoltà ben comprensibili. Per questo da settembre in avanti sarà assolutamente necessaria la collaborazione di tutti per garantire il corretto funzionamento della macchina comunale, nella speranza che vengano sempre anteposti gli interessi dei cittadini a quelli dei singoli partiti.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Intercettazioni e politica: ecco lo show di Francesco Belsito

    Intercettazioni e politica: ecco lo show di Francesco Belsito

    Francesco Belsito, Lega NordE’ una vera fortuna che ancora non esista una legge contro le intercettazioni. Non solo perché sarebbe perfettamente inutile, e anzi dannosa; ma anche perché ci toglierebbe tutto il divertimento. Ieri in particolare sono uscite le intercettazioni dell’ex-tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito, già indagato per appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato per la gestione clientelare e privatistica di quei rimborsi elettorali che noi stessi paghiamo ai partiti con le nostre tasse.

    Benché questi documenti aggiungano poco a quello che già si sapeva, sono comunque molto interessanti, perché ci aiutano a ricordare per quale motivo la politica in grande maggioranza, compreso il ministro Severino e persino il Quirinale, desideri così fortemente una limitazione alle intercettazioni. E viceversa per quale motivo a noi convenga che non vi sia posto limite alcuno. Ma oltre a questo, diciamoci la verità: sono anche uno spasso unico e impagabile.

    Lo stesso Belsito è una figura che è già tutta un programma. Basso, rotondetto e dalla vocina stridula, il nostro vanta già da giovane un curriculum di tutto rispetto: è infatti lo storico animatore e p.r. (addetto alle public reletions) delle serate genovesi del Cézanne. Di qui balza (non si sa bene come) al ruolo di autista del ministro berlusconiano della giustizia Alfredo Biondi. E per questo incarico di alta responsabilità viene premiato con ben due nomine a sottosegretario (l’ultima al fianco di Calderoli alla semplificazione normativa nell’ultimo governo Berlusconi) e  messo a capo della tesoreria della Lega Nord. Quindi riesce a farsi nominare addirittura vicepresidente (una carica che fino ad allora non esisteva) di una delle più grandi aziende di Stato: Fincantieri.

    Anche se non si sa bene quali esperienze nel campo della cantieristica navale potesse vantare, oggi sappiamo che fu lo stesso amministratore delegato Giuseppe Bono ad annunciargli la lieta novella: «Allora, la tua nomina è stata sbloccata». «Grazie mille!» risponde Belsito.

    A quel punto Belsito, uno sconosciuto partito dal nulla, è definitivamente dentro al giro che conta, dalla politica all’industria. E può manovrare in prima persona. E’ lui stesso infatti a muoversi, coinvolgendo lo stesso Bono, per far ottenere un posto d’oro in Fincantieri, in piena crisi, a Maurizio Barcella, autista e body-guard di Umberto Bossi. Se ne vanta al telefono proprio con la moglie del senataùr, Manuela Marrone: «Il direttore (Scarrone, ndr) mi ha detto: Franci, già che siamo in confidenza, guarda che noi a un diplomato di scuola professionale non l’abbiamo mai fatto firmare un contratto del genere. E’ la prima volta nella storia della Fincantieri».

    Troppo ottimismo: a quanto pare, alla fine la cosa non andò in porto. Ma è proprio con la moglie di Bossi che Belsito parla senza peli sulla lingua, e si lascia andare alle invettive più gustose. Quando la Marrone avanza il dubbio che il marito abbia lasciato un po’ andare il partito, l’ex-autista non si trattiene: «Ma troppo! Fanno tutti i loro comodi. Non c’è un settore che funziona. Le associazioni padane non funzionano… non funziona niente. Niente, niente (…) Io mi vergogno! Ma mi vergogno veramente. È tutto lo staff attorno! È una cosa impressionante (…) è composto da gente ignorante e da imbecilli». La risposta della Marrone merita di essere riportata: «Essendo lui un genio, ha potuto essere sempre contornato da imbecilli. Tanto faceva lui. È quello il problema!». Belsito non è convinto: due o tre sarebbe un conto, ma qui sono «tutti imbecilli!». Ma il suo bersaglio preferito è Calderoli, il ministro sotto il quale lui stesso stava lavorando: «Quello è un asino bardato da generale, il mio ministro. Quello è veramente un asino. Devo togliermi la soddisfazione di dirglielo, che è un asino, veramente. (…)  Se quello è diventato ministro, io un giorno posso pensare di fare il presidente. (…) Il Papa! (…) Io lo guardo e dico: che cosa ha fatto alla semplificazione normativa?». Impossibile non andare con la mente all’ormai celeberrimo rogo delle 375.000 “leggi inutili” che mise in piedi due anni fa lo stesso Calderoli, noncurante del ridicolo, noncurante del fatto che il suo collega Tremonti stimasse il totale delle leggi italiane in un massimo di 150.000 e noncurante dell’obiezione, avanzata da Gian Antonio Stella, secondo cui per approvarle, queste leggi inutili, il Parlamento Italiano in 150 anni di storia avrebbe dovuto lavorare al ritmo di una legge inutile all’ora (!), trovando poi anche il tempo di approvare quelle utili “risparmiate” dal ministro piromane.

    Altre telefonate memorabili sono intercorse con Renzo Bossi, che come tutti i giovanissimi ha bisogno della ricarica del cellulare (da venticinque euro al giorno, però) e anche della Viacard per l’autostrada. Insomma, nel suo complesso il quadro che emerge da questa folkloristica vicenda illustra al meglio il vero motivo per cui, al di là dei rilievi penali, si sta cercando di limitare le intercettazioni: perché rischiano inevitabilmente di lasciar intravvedere, tra i vari illeciti, anche il vero volto di questa classe politica decadente.

    La casta è già abituata a difendersi in vario modo dalle accuse penali: tra successi e insuccessi, ci ha fatto il callo. Ma dalla divulgazione di certe registrazioni troppo “genuine” teme di subire colpi d’immagine durissimi: teme insomma che la gente capisca. Eppure non avrebbero motivo di essere così preoccupati: cosa valessero davvero certi ministri, sottosegretari e consiglieri regionali i più lo avevano già capito da soli, anche senza intercettazioni.

    Andrea Giannini

  • Palazzo Tursi: la crisi irrompe in Consiglio Comunale

    Palazzo Tursi: la crisi irrompe in Consiglio Comunale

    Seduta molto movimentata a Palazzo Tursi. Tutto è ricominciato esattamente da dove ci eravamo fermati la settimana scorsa, in particolare dall’emendamento approvato in extremis al termine della precedente riunione del Consiglio Comunale, che aveva stabilito il taglio dei premi ai dirigenti.

    L’assessore Miceli, rispondendo ad un’interrogazione del consigliere Gioia, ha evidenziato che i revisori contabili del Comune hanno dato un parere negativo sulla decisione di spostare la somma prevista per i premi ai dirigenti al settore sociale. Nonostante ciò la Giunta è decisa a dare attuazione alla richiesta del Consiglio, anche perché il parere dei revisori non sarebbe vincolante. L’assessore ha anche precisato che la somma di 1.800.000 euro inserita nel bilancio 2012 si riferiva, in realtà, all’anno 2011 ed era già stata liquidata a marzo. Tale spesa è dunque ormai incomprimibile. Tuttavia, vi è l’impegno della Giunta a rispettare la modifica stabilita dall’emendamento per il triennio 2012 – 2014.

    Un altro tema portato all’attenzione degli assessori è stato quello riguardante la proliferazione delle sale da gioco a Genova, di cui ha parlato il consigliere Anzalone dell’Idv. Sul tema l’assessore Oddone ha risposto sottolineando che, su proposta del Consigliere Malatesta del Pd, è stata creata una consulta comunale permanente sul gioco che effettuerà uno studio approfondito del fenomeno. Al tempo stesso è stata confermata la volontà dell’amministrazione di eseguire controlli più accurati sulle licenze, sull’utilizzo di pubblicità ingannevoli e sul rispetto delle norme che impongono distanze minime delle sale da gioco dalle scuole.

    Si è parlato anche dello svincolo autostradale di Multedo, argomento a cui Era Superba ha dedicato ieri un approfondimento. Gli altri temi sollevati dai consiglieri hanno riguardato alcune misure urgenti per la prevenzione degli incendi boschivi (Lauro del Pdl) e i tagli al corpo della polizia municipale (Rixi della Lega).

    Proprio quando la seduta stava entrando nel vivo e proprio mentre si stava affrontando il punto uno dell’ordine del giorno riguardante la situazione economica della città, la crisi economica ha fatto il suo ingresso nell’aula consiliare.

    Ma questa volta non sono stati i consiglieri o gli assessori a sollevare il problema, bensì un gruppo di lavoratori dell’AMIU Bonifiche, azienda a cui AMIU subappalta da anni la pulizia dei torrenti e il diserbo della città. Una quindicina di persone sono entrate direttamente in Sala Rossa mostrando un lungo striscione e urlando con decisione: «Non ce ne andiamo finché non ci date un lavoro!» La protesta nasce dal mancato rinnovo del contratto a sette lavoratori che da anni venivano impiegati stagionalmente da AMIU Bonifiche.

    L’azienda controllata dal Comune avrebbe mantenuto circa una ventina dei contratti a tempo determinato già esistenti, sostituendo i rimanenti sette con altri dipendenti interni a tempo indeterminato. I lavoratori, che nelle settimane scorse avevano già incontrato in diverse occasioni l’assessore Oddone, hanno chiesto fatti concreti alla nuova amministrazione. Alcuni di loro si sono riuniti con i capigruppo e dall’incontro è trapelato che proprio i sette non confermati avrebbero chiesto ad AMIU di essere stabilizzati, visto che da anni venivano chiamati regolarmente ad effettuare operazioni di diserbo. Solo dopo la conferma della convocazione lunedì mattina della Commissione Sviluppo Economico con i vertici dell’AMIU e i sindacati, gli occupanti hanno lasciato progressivamente l’aula.

    Alla ripresa dei lavori diversi consiglieri hanno evidenziato la necessità di fare chiarezza sulle ragioni dei licenziamenti, ma al tempo stesso hanno espresso il proprio disappunto per le modalità della protesta, sottolineando la gravità dell’episodio. «Il problema è che noi abbiamo ascoltato questi lavoratori non perché le loro ragioni fossero fondate, anche se sembrano tutt’altro che infondate, ma semplicemente perché hanno interrotto la seduta» ha osservato Enrico Musso. Sul punto è intervenuto lo stesso sindaco sottolineando che «non è giustificabile la messa in ostaggio del Consiglio Comunale», ma la forte tensione sociale richiede di anteporre il dialogo a qualsiasi altro tipo di reazione. Però Doria ha voluto anche ribadire che non servono le irruzioni perché la Giunta ha ascoltato sia i lavoratori sia l’azienda: «tutto è da verificare, ma nel momento in cui approviamo un bilancio in cui si parla di valorizzazione delle aziende controllate dal Comune e controllo dei costi, non possiamo dire ad un’azienda che tenta di far svolgere il proprio lavoro a dei lavoratori interni che ha sbagliato».

    Che la situazione economica della città sia grave diventa ancora più chiaro quando l’assessore Oddone riprende la relazione che aveva dovuto interromprere per l’ingresso inatteso dei lavoratori dell’AMIU. I nodi da sciogliere sono moltissimi: la chiusura della centrale del latte di Genova, il rinnovo degli appalti di Iren per le manutenzioni delle condutture, la possibile cessione di Ansaldo Energia e Ansaldo STS da parte di Finmeccanica.

    Minimo comune denominatore di tutte queste crisi aziendali è il rischio di perdere ulteriori posti di lavoro. Per questo l’amministrazione comunale sta cercando di trovare soluzioni che permettano di salvaguardare i dipendenti diretti delle aziende e dell’indotto. In particolare l’assessore Oddone ha spiegato che il Comune tenterà di convincere la multinazionale Lactalis ad evitare la chiusura della centrale del latte, ma valuterà anche soluzioni alternative con l’intervento di imprenditori locali.

    Per la questione Iren si è firmato un protocollo d’intesa che prolunga l’appalto per la manutenzione fino a dicembre, ma si tratta di una soluzione provvisoria. Più complessa la questione Finmeccanica, sulla quale la decisione spetta soprattutto al governo nazionale, in particolare al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che controlla le aziende pubbliche statali. In realtà, dall’incontro che il Presidente della Regione Burlando e il Sindaco Doria hanno avuto il 19 giugno con il Ministro dello Sviluppo Passera non sono emerse risposte chiare, soprattutto perché la società è quotata in borsa e le scelte dirigenziali dipendono da più azionisti. Il Consiglio ha anche approvato un documento sottoscritto da tutti i capigruppo, ad eccezione del M5S, sulla situazione di Finmeccanica, in cui si esprime preoccupazione per la volontà del consiglio di amministrazione e del Governo di cedere le aziende del settore civile per concentrarsi sul settore militare. Ciò che manca, si legge nel documento, è «una chiara strategia industriale, specialmente sullo sviluppo di nuovi prodotti». La volontà degli enti locali (Regione, Comune e Provincia) è quella di proteggere i gioielli industriali di Genova, ma il destino di queste aziende è ancora molto incerto.

    Infine si è discusso del progetto Erzelli. Benché il sindaco e l’assessore allo Sviluppo ritengano positiva la decisione di Siemens di spostare i propri uffici presso il nuovo polo insieme a Ericsson, diversi aspetti preoccupano i consiglieri. Musso in particolare si chiede come mai Siemens non abbia accettato un finanziamento pubblico di 25 milioni di euro per il proprio spostamento e sottolinea anche la ritrosia dell’Università al trasferimento della Facoltà di Ingegneria sulla collina in cui sorgerà il nuovo polo tecnologico. Vicende che creano diverse ombre sulla buona riuscita del progetto. Anche Enrico Pignone, capogruppo della Lista Doria, non reputa positivo che tutte le aziende stiano decidendo di affittare i locali agli Erzelli invece di comprarli. «Se io credessi nel progetto, forse, investirei comprando quelle aree» ha sostenuto il consigliere.

    Oltre ai dubbi sulla capacità di mantenere a Genova la forza produttiva esistente, sono grandi anche le incertezze per lo sviluppo futuro della città. È proprio il caso di dirlo: Genova Era Superba, un tempo, e ora cosa diventerà?

    Federico Viotti 

  • La forza della banalità: non dare al calcio quel che non è del calcio…

    La forza della banalità: non dare al calcio quel che non è del calcio…

    Questa rubrica non si è mai occupata di calcio. Eppure anche lo sport, quando è fenomeno di massa, ha una sua forte rilevanza sociale. In questi giorni, in particolare, la coincidenza tra il torneo europeo e il vertice politico dell’Unione ha reso evidente che il calcio può ispirare un paese, ma che più spesso rischia di trasformarsi in un polverone mediatico che inghiotte tutto e impedisce di distinguere le cose.

    Complice, ancora una volta, il quarto potere: i mass-media rappresentati da giornalisti che, per un verso o per l’altro, non sempre fanno una bella figura. La maggior parte di questi ha trasformato il meeting europeo in un clamoroso successo per la diplomazia italiana, mentre contemporaneamente, sul versante sportivo, affastellava considerazioni e analogie di ogni tipo sulla vittoria della nostra nazionale contro la Germania nella “partita dello spread”. Clamoroso il “commento tecnico” (le virgolette sono d’obbligo) degli inviati RAI: ditirambi patriottici di stampo dannunziano, peana sulle gesta degli indomiti guerrieri italici, un romanzo epico a tinte azzurre. E’ evidente che ormai è nata una scuola. Mentre nel 1982 Nando Martellini si era accontentato di un semplice «Campioni del mondo!», già nel 2006 Marco Civoli estrasse dal cilindro la celebre frase «Il cielo è azzurro sopra Berlino!», tanto spontanea quanto la folta chioma corvina del noto giornalista milanese.

    Tutto il resto della stampa si è allineata come un cinegiornale del ventennio fascista; ma anche politici, dirigenti e esponenti dell’economia non sono stati da meno. Memorabile rimarrà la dichiarazione del presidente del Coni, Sandro Petrucci, che al fischio finale sentenziava convinto: «lo spread lo dettano gli azzurri, le chiacchiere stanno a zero». Quali chiacchiere non si è capito, visto che di spread se n’è parlato solo in campo economico e politico, ed è sempre, la settimana scorsa come oggi, concretamente e pericolosamente alto.

    Come non citare, poi, la lettera di incoraggiamento di Napolitano a Prandelli, neanche partisse per la guerra di Etiopia! Altre chicche sono riepilogate da Marco Travaglio in un articolo di lunedì, e sono involontariamente ma irresistibilmente comiche. Eppure neanche Travaglio dimostra particolare acume nell’aver tifato contro l’Italia. Non perché così facendo abbia leso l’onore della patria, ma perché evidentemente si era convinto che il paese avesse più da guadagnarci, in termini di serietà e concentrazione interna sui suoi problemi, da una sconfitta anziché da una vittoria. E questa è una stupidaggine. In realtà, al di là del sano e normalissimo tifo sportivo, non c’era alcun bisogno di desiderare né che l’Italia vincesse, né che perdesse.

    Anche se gli interessi sono tanti e gli intrecci con piani diversi, come quello economico, politico, psicologico e sociale, non si possono negare, non dobbiamo tuttavia dimenticare una piccola banalità: che il calcio è e resta un gioco. Un gioco la cui finalità dovrebbe essere il divertimento di chi lo pratica (nel caso dei dilettanti) e di chi lo guarda (nel caso del calcio professionistico). Insomma, una cosa che certo può appassionare o annoiare, ma che comunque andrebbe valutata per quello che è: uno sport. E quando si vince o si perde,  di solito contano i meriti o i demeriti sportivi (per lo meno al netto di “moggiopoli” e “scommessopoli” varie…).

    Che lezione possiamo trarre, ad esempio, dalla sconfitta contro la Spagna? Al massimo che gli Iberici sono molto più bravi di noi a giocare palla a terra (onore a Prandelli per averci staccato dal “catenaccio”, ma forse c’è stato anche un pizzico di presunzione di troppo), e probabilmente che i loro settori giovanili sono molto più organizzati dei nostri a sfornare talenti. Ma di certo non si può concludere che gli Spagnoli siano in ogni cosa più bravi di noi, più organizzati, più seri o più talentuosi. Così come non c’è ragione di affermare che noi siamo meglio dei Tedeschi. Forse converrebbe tornare a queste piccole ovvietà: che hanno la forza della banalità.

    Non dubito che sotto sotto, a causa del nervosismo derivato dalla crisi economica e dai “nein” poco simpatici con cui Angela Merkel ci aveva risposto fino al giorno prima, la vittoria contro la nazionale tedesca sia stata per molti una valvola di sfogo per frustrazioni a lungo sopite. Non dubito che la coincidenza temporale avesse creato un’aspettativa esasperata tanto nella missione di super-Mario (Monti) a Bruxelles, quanto in quella di super-Mario (Balotelli) a Kiev. E non dubito nemmeno che molti sperassero in una vittoria della nazionale per far passare in secondo piano grandi e piccole magagne nostrane: magari una nuova legge elettorale “porcellum-bis”, un’amnistia sullo scandalo del calcio scommesse o le torbide vicende della trattativa Stato-mafia.

    Ma forse basterebbe cominciare a dire che stiamo attribuendo al “mondo del calcio” valenze che non ha o che non dovrebbe avere. Oggi sembra quasi che il mestiere del “giornalista sportivo” sia soprattutto quello di trovare il modo di attaccare ad un fatto per sua natura agonistico e tecnico tutta una serie di significati che non gli appartengono; a vantaggio dello show-business – è chiaro –, ma a danno dello sport. E’ così che certi “cronisti” passano la loro giornata cercando di capire per quale curioso fenomeno della natura i calciatori non vengano allevati in qualche collegio inglese, tipo Eton, ma siano anzi inclini ad utilizzare un linguaggio poco ortodosso, a guidare belle macchine senza osservare scrupolosamente il codice stradale e a cambiare spesso partner per fugaci accoppiamenti amorosi. Ma forse basterebbe dire che un calciatore si giudica per come calcia un pallone: anziché elevarlo a modello di virtù positiva o negativa, lo si potrebbe lasciare a gestire fatti privi di interesse pubblico, le sbronze in discoteca, le fidanzate gelose o le multe della polizia stradale nell’ambito della sua vita privata. Forse varrebbe la pena ricordare che vincere un europeo non ci rende migliori o peggiori, non ci fa stare meglio o peggio. Forse dobbiamo imparare che non possiamo affidare il riscatto del paese a un pugno di uomini, sia esso un governo tecnico o una squadra di calcio.

    Forse gli spettacoli sportivi hanno di bello che regalano semplici gioie e sofferenze; ma forse la nostra felicità ce la dobbiamo sudare e costruire da un’altra parte.

    Andrea Giannini

  • Approvato in Consiglio il bilancio previsionale del 2012 e l’aumento dell’aliquota IMU

    Approvato in Consiglio il bilancio previsionale del 2012 e l’aumento dell’aliquota IMU

    Si è conclusa ieri la non-stop di tre giorni per l’approvazione del bilancio e della nuova Imposta Municipale Propria (IMU). Dopo due giorni di presentazione degli ordini del giorno e degli emendamenti, è stata la volta delle dichiarazioni di voto dei gruppi consiliari e del voto finale.

    La mattinata si era aperta con un intervento del sindaco Doria che ha voluto chiarire, ancora una volta, le ragioni che hanno portato all’aumento delle aliquote IMU. Come già aveva affermato in occasione della presentazione del bilancio previsionale 2012, questa decisione si era resa necessaria per ovviare alla riduzione dei trasferimenti statali. In particolare, per effetto delle due manovre correttive messe in atto dal Governo Berlusconi e dal Governo Monti, al Comune di Genova, nel 2012, sono stati destinati 40 milioni di euro in meno. Tuttavia, il sindaco ha ribadito la propria volontà di rimettere mano al bilancio nel tentativo di ridurre la spesa corrente e consentire quindi una diminuzione dell’aliquota IMU nel saldo che i cittadini saranno chiamati a pagare a dicembre. La Giunta ha infatti accolto un emendamento presentato dal Pd (E 8 alla proposta n. 46) in cui si impegna ad effettuare una spending review più approfondita che permetta ulteriori risparmi della macchina comunale.

    Al tempo stesso il sindaco ha voluto precisare che, anche in assenza di eventuali ritocchi, il bilancio proposto non avrà effetti recessivi perché le risorse recuperate attraverso un aumento dell’IMU verranno destinate ai servizi pubblici comunali.

    Nonostante le parole di apprezzamento per il discorso in aula da parte di tutti i gruppi consiliari, i partiti di opposizione hanno voluto ribadire durante il dibattito le proprie posizioni divergenti rispetto alla Giunta. In particolare i consiglieri del Pdl hanno sottolineato che le attuali difficoltà economiche del Comune dipendono da una cattiva gestione delle precedenti amministrazioni di centro-sinistra che hanno creato un debito di 1,3 miliardi di euro. Trasversale a tutti i gruppi di minoranza è poi l’insoddisfazione per il respingimento della maggior parte degli ordini del giorno e degli emendamenti, da loro presentati. Oggetto di critica è stato soprattutto l’assessore al bilancio Miceli, a cui era spettato martedì l’ingrato compito di spiegare in aula il bilancio e di respingere quasi in blocco tutte le proposte di modifica presentate in maggioranza dai partiti di opposizione. A propria discolpa l’assessore ha sostenuto che la maggior parte delle richieste erano impossibili da accettare, in parte perché presumevano una modifica di leggi statali – su cui il Comune non ha ovviamente alcuna competenza – e in parte perché non inerenti al bilancio.

    Ma la requisitoria più dura è giunta proprio da un (ex?) alleato, l’Idv. Il consigliere Anzalone ha ribadito il no del proprio partito all’IMU considerata un’imposta «sbagliata, ingiusta e iniqua», contestando anche che sul programma elettorale del sindaco non si era parlato di un suo aumento. Doria, tuttavia, non ritiene definitiva la rottura ed è convinto che il comportamento dei consiglieri dell’Idv sia dettato soprattutto da logiche nazionali che vedono il partito di Di Pietro all’opposizione in Parlamento e in netto contrasto con l’introduzione della nuova tassa sugli immobili. Il sindaco è convinto che con il dialogo sarà possibile ricucire lo strappo.

    Più attendista e cauta la posizione del Movimento 5 Stelle, che, pur avendo espresso la propria contrarietà contro l’IMU, ha anche evidenziato la mancanza di tempo per una lettura approfondita del bilancio. «Avremmo voluto proporre delle alternative, ma non c’è stato il tempo» ha affermato il capogruppo del movimento Paolo Putti. Quest’ultimo ha anche garantito la massima collaborazione con la Giunta e con la maggioranza per cercare di rivedere il bilancio entro l’autunno.

    Queste posizioni si sono tradotte in 22 voti a favore e 18 contrari per l’approvazione dell’aumento dell’IMU e in 20 voti a favore e 12 contrari per il bilancio preventivo del 2012. In entrambe le votazioni al centro-sinistra composto da Pd, Sel, Fds e Lista Doria si sono opposti Pdl, Lega, Lista Musso, Ucd e Idv. Il Movimento 5 Stelle ha votato contro l’aumento dell’IMU, mentre è uscito dall’aula in occasione del voto sul bilancio, sul quale aveva già annunciato la propria astensione.

    Risicati quindi i numeri a favore della maggioranza che è anche stata battuta in alcune votazioni su ordini del giorno ed emendamenti proposti dai partiti di opposizione. In particolare è stato approvato un emendamento presentato dall’Idv (emendamento 11) che chiede di ridurre il premio di risultato dei dirigenti comunali di 1.800.000 € da destinare al settore sociale. Sul caso è intervenuta anche la segreteria generale del Consiglio Comunale, osservandone l’illegittimità, perché non è consentito indicare con un emendamento la destinazione specifica di risorse del Comune.

    Inoltre sono stati approvati contro il parere della Giunta altri due ordini del giorno sempre dell’Italia dei Valori che riguardano il taglio dei dirigenti esterni del Comune.

    In parte si può giustificare questa situazione con l’inesperienza di molti consiglieri in Sala Rossa, costretti dopo poche sedute a confrontarsi con l’approvazione di uno dei documenti più complessi che il Consiglio deve approvare nel suo esercizio. Al tempo stesso si è evidenziata in più occasioni una certa debolezza della maggioranza, i cui singoli componenti hanno spesso assunto posizioni divergenti rispetto al proprio partito di riferimento. Proprio nel caso dell’emendamento 11 dell’Idv approvato contro il parere della Giunta sono stati fondamentali per questo risultato il voto a favore di Carattozzolo del Pd e l’astensione di Bruno della Fds.

    Si prospetta quindi un lungo lavoro per Doria e i suoi assessori per cercare di ricompattare la maggioranza con un attento riesame estivo del bilancio. Ma non basterà solo questo. Si dovrà cercare di coinvolgere maggiormente quelle forze politiche che, pur professandosi vicine alle posizioni del sindaco (Idv, Udc e M5S), hanno stentato a sentirsi del tutto coinvolte nel suo programma. Come ha detto il capogruppo del Pd Farello, la prima occasione per verificare chi vorrà appoggiare il progetto della nuova Giunta sarà a settembre, quando Marco Doria presenterà il suo Documento Programmatico di Legislatura. Allora si deciderà “chi sta dentro e chi sta fuori”. Insomma per usare ancora le parole di Farello: «Ci rivediamo a settembre».

    Federico Viotti

    Foto Daniele Orlandi

  • Italia – Germania: la vera sfida si gioca a Bruxelles

    Italia – Germania: la vera sfida si gioca a Bruxelles

    E’ Italia – Germania. E non riguarda (solo) il calcio. La partita più importante la stiamo giocando al vertice europeo di Bruxelles: ed anche questa è una partita da dentro o fuori.

    Le speranze di tutti si appuntano sul premier italiano: non è un mistero che sia Monti il leader europeo che ha il compito di persuadere Frau Merkel. L’obiettivo è trovare uno strumento che permetta di ridurre gli spread; in altri termini, una soluzione che consenta a Spagna e Italia di tornare a finanziarsi sul mercato senza pagare gli astronomici tassi di interesse attuali, mentre la Germania ne paga di bassissimi.

    E’ chiaro che le due cose sono collegate: più il nostro paese è percepito come a rischio, più gli investitori si sposteranno su paesi ritenuti più affidabili, come la Germania. Insomma la nostra difficoltà di finanziamento è il rovescio della medaglia della facilità tedesca: una cosa determina l’altra e viceversa. E questo fa sorgere la domanda: siamo noi che siamo particolarmente incapaci o sono i Tedeschi che sono particolarmente bravi? E’ così che a questioni economiche, monetarie e politiche si mischiano giudizi e pregiudizi che speravamo di non sentire più e che la rivalità calcistica di questi giorni alimenta ulteriormente.

    Ma anche a un livello, per così dire, “più alto”, cioè tra economisti e notisti politici sta spopolando il rimpallo delle responsabilità e il dibattito sulle colpe dell’uno e dell’altro popolo. Ieri il Corriere della Sera ha ospitato un intervento di Alberto Alesina, che se la prende decisamente con il “livore antitedesco” mostrato da alcuni commentatori e assolve decisamente la Germania con argomenti che ho già sentito ripetere da più parti. E forse, a questo punto, conviene discuterli un minimo.

    In Italia, ad esempio, il dibattito si è cristallizzato a partire da due pregiudizi opposti, che hanno entrambi un fondo di verità. Da una lato ci sono quelli, come appunto Alesina (ma anche Marco Travaglio), che vedono soprattutto l’inadeguatezza mostrata dalla società italiana e dalla sua classe politica, e per questo motivo, all’opposto, tendono ad assolvere da ogni responsabilità il modello tedesco improntato al rispetto delle regole e all’efficienza. Dall’altro lato ci sono quelli che pensano che non possa essere tutta colpa nostra: partendo dall’oggettivo fallimento della linea del rigore imposta dalla Germania all’Europa, rimpallano sui Tedeschi ogni addebito e chiamano sul banco degli imputati l’intero impianto dell’euro.

    Chi ha ragione? Innanzitutto chi certamente ha torto, sotto tutti i punti di vista, e non avrebbe quindi il diritto né di pontificare pubblicamente né di prendersela con la Germania e con l’euro, è questa classe politica: che aveva la possibilità di fare molte buone cose, al di là della valuta in uso e delle influenze teutoniche, ma è riuscita a governare malissimo, e anche a fare una cattiva opposizione. Per questo motivo non soltanto la banda Berlusconi, ma anche i dirigenti della sinistra avrebbero ottimi motivi di decenza per non cercare alibi, levare le tende e lasciare in silenzio il posto ad altri. Fatta questa premessa, bisogna poi distinguere bene i vari livelli di una discussione altrimenti sterile. Un certo insieme di considerazioni che si sentono in giro, ad esempio, guarda al passato: quali sono state le responsabilità dei singoli Stati? Che ruolo ha avuto l’euro in tutto questo? Sono domande difficili. Il giudizio più significativo lo darà la Storia e per definizione spetta ai posteri, non a noi.

    Tuttavia possiamo dire che è un dato di fatto che la Germania abbia sfruttato le opportunità date dell’euro molto meglio dell’Italia; ma è anche vero che le condizioni di partenza erano ben diverse. La Germania, ad esempio, ha risorse minerarie abbondanti e aveva già un poderoso sistema industriale, almeno nell’ovest. L’Italia invece per certi versi era da tempo in una fase di bassa crescita, di crisi identitaria sia economica che politica e contava molto sull’export agevolato da una lira debole. In questa situazione, con la complicità della diversa qualità delle rispettive classe dirigenti, l’euro è stato le ali del boom tedesco e contemporaneamente una sfida di competitività forse troppo grande per il fragile sistema italiano. Dire, come fa Alesina, che non è certo una colpa dei Tedeschi quella di «produrre Audi e Bmw che tutti vogliono» non coglie il punto. Tutti vogliono anche le Ferrari, se è per questo. Ma con l’euro è diventato molto più semplice vendere una BMW a un italiano che una Ferrari a un tedesco. E questo in Germania ha aumentato il fatturato delle aziende che esportavano, migliorato i salari e aumentato anche le entrate per lo Stato. E non si può neanche esagerare l’importanza nella crisi attuale delle fantomatiche «riforme». Indubbiamente i Tedeschi hanno fatto riforme strutturali importanti che hanno dato al paese equilibrio e stabilità, e sono state cruciali per l’affermazione economica e il riassorbimento della disoccupazione. In Italia invece non ci abbiamo nemmeno provato: e questa è una colpa. Ma nulla ci autorizza a pensare che le riforme di cui l’Italia aveva e ha bisogno siano le stesse che hanno fatto i Tedeschi, che non richiedessero sacrifici maggiori rispetto a quelli che hanno affrontato con successo i Tedeschi e che ci avrebbero restituito un paese forte come quello tedesco. Non si può fare un ragionamento simile in astratto prescindendo dal sistema di relazioni, dalla stabilità sociale, dalle risorse disponibili, dai problemi logistici, dalla qualità della classe dirigente e dal suo sistema di selezione: in una parola dall’eredità storica e dalle oggettive specificità del territorio. In ogni caso anche se così non fosse, – torno a ribadire – questo giudizio lo daranno gli storici. In questo momento il passato conta relativamente.

    Da quando è scoppiata la crisi greca, come dice giustamente Alesina, tutti i leader europei «hanno fatto un gran pasticcio, creando poi contagio»: ma non si può negare che nel determinare questa strategia il ruolo guida della Germania non sia stato decisivo. La crisi finanziaria è nata negli Stati Uniti ed è sbarcata in Europa attraverso il porto di Atene: era ed è stata per lungo tempo essenzialmente una crisi di fiducia dei mercati finanziari relativamente gestibile. L’ostinazione tedesca a non volerla affrontare direttamente e anzi ad utilizzarla per costringere i partner europei a fare quelle riforme che avrebbero dovuto evitare alla Germania di intervenire finanziariamente in un modo o nell’altro, ha prodotto l’urgenza attuale.

    E’ indubbio che, rimanendo a noi, sia Berlusconi prima, che Monti poi, avrebbero potuto fare di più dal punto di vista delle riforme. Ma anche qui c’è stato un grosso errore di calcolo. Oltre ad aver fatto capire troppo tardi che Berlusconi era un problema, e anche senza voler cedere alla tesi che vede la mano della Troika dietro le manovre che portarono Monti a palazzo Chigi, è chiaro però che il suo insediamento a premier è stato salutato positivamente sia a Berlino che a Bruxelles. Peccato solo che non si sia tenuto in debito conto che cambiare il primo ministro e mandare al potere un governo tecnico esclude il ricambio del Parlamento: che infatti è sempre quello che sentenziò a maggioranza assoluta la discendenza egiziana della marocchina Ruby Rubacuori. Non si rendevano conto nell’UE che questo Parlamento di cooptati difficilmente avrebbe votato misure incisive contro la corruzione e l’evasione fiscale? Che difficilmente avrebbe ridotto i costi della pubblica amministrazione? Che difficilmente avrebbe sopportato di farsi logorare varando misure impopolari una dopo l’altra? Insomma, se proprio dobbiamo dare un giudizio su questa complessa fase storica, una linea equilibrata deve ammettere che, accanto a quelle pesanti di tutti gli altri, si possano individuare anche cruciali responsabilità tedesche.

    Ma ciò che più conta non è il passato: è il futuro. Anzi, il futuro prossimo; e l’Europa non ha più di uno o due mesi a disposizione. Ammesso e non concesso che esistano misure che l’Italia possa prendere da sola per salvarsi, è chiaro che oggi il paese avrebbe bisogno di tempo: che non c’è. Per questo il vertice europeo di questi giorni sarà fondamentale. Per questo oggi tutto è nelle mani dalla volontà tedesca di tenere insieme l’euro. La pressione internazionale è arrivata al punto tale che la Germania non può più nascondersi. Greci, Spagnoli e Italiani hanno sbagliato tutto, mentre i Tedeschi facevano tutto giusto? Può darsi. Ciò non toglie che ora la situazione è quella che è, e offre due sole alternative: o un’Unione Europea più solida o la fine dell’euro. Se la Merkel pensa davvero che l’euro sia stato per la Germania più un onere che un beneficio, oppure se pensa davvero che degli altri paesi non ci si possa più fidare, può prendersi la responsabilità storica di decretare la fine. Sarebbe una scelta dannosa per il resto dell’Europa e per l’economia mondiale. Per i Tedeschi, chissà: in ogni caso potrebbero poi giudicare loro stessi in breve tempo. E per il resto toccherebbe alla Storia assolverli o condannarli per questa decisione. Ma se la Germania deciderà di tenere in vita l’Unione Europea, potrà chiedere tutte le condizioni e le garanzie che vuole; ma non potrà sottrarsi all’obbligo di pagare, in qualche forma, anche per gli errori di altri. Nelle unioni politiche vere, queste cose succedono. Gli Stati Uniti non metterebbero in discussione il dollaro perché la Louisiana ha truccato i conti. Anzi, è proprio perché manca questa garanzia che la speculazione in Europa non si arresta. Se la Germania alla fine farà una qualche concessione in questo senso, dopo potrà chiedere molto: e scoprirà anche che molti in Italia saranno contenti di avere istituzioni europee forti, che possono ridare credibilità anche a quelle nostrane.

     

    Andrea Giannini

  • Tour de force per l’approvazione del bilancio in Consiglio Comunale

    Tour de force per l’approvazione del bilancio in Consiglio Comunale

    Si concluderà probabilmente oggi l’ampia sessione del Consiglio Comunale iniziata lunedì (25/06) per l’approvazione del bilancio previsionale del 2012 e i provvedimenti ad esso collegati. Tra lunedì e martedì sono stati presentati tutti gli ordini del giorno e gli emendamenti riferiti alle quattro proposte della Giunta Comunale. Quella su cui si è concentrata inevitabilmente la maggior parte gli interventi dei consiglieri, con 133 ordini del giorno e 19 emendamenti, è stata la numero 47, che riguardava appunto i documenti previsionali e programmatici per il triennio 2012 – 2014. Gli ordini del giorno (odg) dei consiglieri (da non confondersi con l’ordine del giorno della riunione del Consiglio) sono atti di indirizzo non vincolanti con i quali si presentano delle richieste al sindaco e alla giunta affinché si effettuino degli interventi sul provvedimento in esame. Si tratta, in altre parole, di iniziative volte a sollecitare alla Giunta un cambiamento della propria posizione o un suo impegno a svolgere approfondimenti su uno specifico tema.

    Gli argomenti più discussi nelle due sedute svoltesi fino ad ora sono stati quelli riguardanti la dismissione di immobili pubblici e di quote non strategiche di aziende partecipate dal comune; la vendita delle farmacie comunali e la riduzione dei premi ai dirigenti  comunali. Su questi argomenti si sono trovati su posizioni non molto diverse i consiglieri dei partiti di opposizione di centro-destra (Pdl, Lega, Lista Musso e Udc), il M5S e i ribelli dell’Idv.

    Particolarmente “prolifico” è stato il Pdl che ha presentato in totale 66 odg, seguito dall’Udc (25), dalla Lega (19) e dall’Idv (12). La contrarietà di quest’ultimo partito all’aumento dell’IMU (dal 4 al 5 per mille sulla prima casa) era già nota da tempo, ma di certo non hanno contribuito a tranquillizzare gli animi i continui malumori che sono affiorati nel gruppo dipietrista anche in merito alla costituzione delle Commissioni. In particolare l’Idv ha rifiutato l’offerta di una presidenza e una vicepresidenza, dopo che a nessuno dei suoi componenti è stata offerta alcuna posizione all’interno della giunta pur avendo sostenuto l’elezione del sindaco Marco Doria.

    La Giunta si è tendenzialmente espressa in modo sfavorevole sugli odg e gli emendamenti presentati. Solo 28 odg su un totale 144 sono stati accolti – 5 sono stati trasformati in raccomandazioni – e un solo emendamento è stato accettato su 30. L’assessore Miceli, in particolare, ha ribadito la volontà di non vendere le farmacie comunali e ha sottolineato la bontà dell’operazione di cessione di immobili, che potrebbe generare fino a 13 milioni di euro di plus-valenza. Su questo punto ha sollevato dei dubbi il consigliere Boccaccio del M5S, il quale ritiene si tratti di una cifra eccessivamente ottimistica che difficilmente si riuscirà ad ottenere vista l’attuale svalutazione del mercato immobiliare. Sulle possibili dismissioni di quote in aziende partecipate è intervenuto lo stesso sindaco Doria, il quale ha ricordato che sul tema dovrà essere svolta una riflessione più profonda, ragione per cui sono state rimandate a tale occasione tutte le richieste pervenute dai consiglieri.

    Destinata ad avere ripercussioni in futuro è sicuramente la questione dei compensi ai dirigenti comunali. L’assessore Isabella Lanzone ha esposto la posizione della Giunta genovese in merito evidenziando che, nonostante sia prevista una riorganizzazione che dovrà valorizzare al meglio le risorse interne, non si può, per esempio, intervenire sul diritto dei dirigenti di avvalersi di consulenti esterni. Al tempo stesso l’assessore al Personale ha anche affermato l’intenzione di ridurre i premi di produzione a chi occupa posizioni di direzione all’interno delle aziende pubbliche comunali. Già nei giorni scorsi sul tema era intervenuto il sindacato autonomo Dircom, affermando che con queste riduzioni si avrebbero risparmi poco significativi e che i dirigenti hanno già fatto la propria parte di sacrifici.

    In attesa del dibattito e della votazione sulla proposta relativa al bilancio che avrà luogo domani in Sala Rossa, oggi l’aula consigliare ha deliberato sull’adozione del Regolamento in materia di Imposta Comunale Propria (IMU) in cui sono riportati i criteri per l’applicazione dell’imposta e le aliquote. Su questo punto sono stati presentati 3 ordini del giorno (due a firma del Pdl e uno della Lega) e altrettanti emendamenti.

    Alla conclusione del dibattito la proposta è stata votata ottenendo 21 voti favorevoli e 17 contrari. Benché questo risultato, già in parte previsto, abbia garantito l’approvazione finale del testo, ha anche evidenziato l’opposizione non solo dei partiti di destra e di centro (Pdl, Lega, Lista Musso e Udc), ma anche dell’Idv e del Movimento 5 Stelle. I membri del primo partito si sono dichiarati insoddisfatti non solo per la loro generale contrarietà alla nuova tassa sugli immobili, ma anche per la decisione della giunta di non accettare le proposte di modifica presentate. Sembra quindi che le divergenze già emerse prima e dopo l’elezione del nuovo sindaco tra Idv e altri partiti di maggioranza stiano diventando sempre più nitide. Tuttavia, il nucleo duro di partiti a sostegno della Giunta Doria restano ancora compatti e consentono a quest’ultima di portare a casa il primo risultato positivo di questa lunga 3 giorni di dibattito.

    Domani si riprenderà la seduta e si affronterà il tema più ostile e controverso: l’approvazione del bilancio del Comune di Genova. Alla luce delle sedute precedenti e dei temi sollevati si prevede un dibattito infuocato con una maggioranza chiamata, ad appena venti giorni dal suo insediamento, ad affrontare una durissima sfida.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Napolitano e la trattativa “Stato-Mafia”: questione di credibilità

    Napolitano e la trattativa “Stato-Mafia”: questione di credibilità

    NapolitanoChe c’entra Napolitano con la mafia? Come mai l’attuale Presidente della Repubblica si mette a parlare di “interpretazioni arbitrarie e tendenziose” della stampa, che proverebbero ad accostarlo, in qualche modo, a una vecchia trattativa tra parti dello Stato e la mafia siciliana? Come mai alcuni giornali (anzi un solo giornale: Il Fatto Quotidiano) si sono messi di punto in bianco ad attaccare il Capo dello Stato in un periodo così difficile per il nostro paese? Ha forse ragione Eugenio Scalfari, che su Repubblica insinua il sospetto di un tentativo di destabilizzazione ai danni del governo Monti, che ha avuto proprio in Napolitano il massimo sponsor istituzionale?

    Diciamo la verità: gli Italiani non ci stanno capendo niente. Forse non sono nemmeno così interessati all’argomento, e magari sono preoccupati per altre cose, come la crisi economica o gli Europei di calcio. Quindi bisogna riepilogare i fatti. Le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta stanno indagando a vario titolo sulle stragi di mafia del 1992-93, che fecero vittime tra politici di fama nazionale (Lima e Salvo), giudici di primo piano (Falcone e Borsellino) e poi anche cittadini comuni: uomini, donne e anche bambini piccolissimi, rimasti uccisi in veri e propri attentati terroristici finalizzati a destabilizzare il paese. La mafia dei Corleonesi faceva la guerra allo Stato per fare la pace: cioè ottenere un accordo sul carcere duro (41-bis), revisione dei processi e altre questioni. Ed è stato accertato che pezzi dello Stato si mossero per avviare una trattativa con Cosa Nostra allo scopo di fermare le stragi; oppure, più prosaicamente, allo scopo di salvare la pelle a certi politici che temevano per la propria vita.

    Un canale di contatto fu trovato tramite i carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS), che agganciarono, attraverso il figlio Massimo, l’ex- sindaco mafioso Vito Ciancimino, amico di Riina e soprattutto di Provenzano. Questo canale venne poi soppiantato da altri che, a quanto si sa finora, non risultano bene identificati. E’ un fatto però che a un certo punto le stragi cessarono; ed è un fatto che Giovanni Conso, allora Ministro di Giustizia, revocò il carcere duro a circa 300 mafiosi. Persino le catture di Riina (prima) e Provenzano (poi) presentano punti oscuri, che sarebbe però troppo lungo riepilogare qui.

    Per quel che ci riguarda basti dire che in queste torbide vicende, su cui sarebbe bene fare luce, Napolitano non è mai entrato, e nessuno sospetta che l’attuale inquilino del Quirinale possa avervi avuto un ruolo. Senonché la magistratura, nel corso delle sue indagini, mette a confronto due ex-politici, oggi privati cittadini, che avevano occupato in quella stagione posizioni di primo piano: Claudio Martelli, socialista già Ministro di Grazia e Giustizia, e Nicola Mancino, democristiano e Ministro dell’Interno dal ’92 al ’94. Mancino, già celebre per aver negato (e poi in parte ritrattato) un avvenuto incontro col giudice Borsellino pochi giorni prima della bomba in Via D’Amelio che lo uccise, viene chiamato a ricostruire gli avvenimenti: ed entra in contraddizione con la testimonianza resa da Martelli. Non occorre un genio per capire che, se due testimoni forniscono due versioni opposte, significa per forza che uno dei due mente. Pertanto la magistratura convoca un confronto faccia a faccia tra i due e indaga Mancino per falsa testimonianza. A questo punto l’ex-ministro si spaventa e, ignorando di avere il telefono sotto controllo, comincia a chiamare D’Ambrosio, collaboratore di Napolitano. Le intercettazioni pubblicate non lasciano dubbi: Mancino vorrebbe che il Quirinale in qualche modo facesse pressione sulla magistratura.

    Incredibilmente D’Ambrosio non respinge la richiesta di Mancino: anzi, fa capire che il Presidente Napolitano si starebbe interessando della questione. Viene addirittura messo in mezzo il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che però si defila con eleganza ed intelligenza. Non basta. Secondo quanto dice D’Ambrosio al telefono, Napolitano suggerirebbe a Mancino di parlare con Martelli – pare di capire – per concordare una versione comune: in pratica, una falsa testimonianza.

    Le manovre alla fine non sortiscono alcun effetto: ma che ci siano state è un dato di fatto. A questo punto bisognerebbe capire se D’Ambrosio abbia millantato tutto, oppure se Napolitano sia stato davvero a conoscenza della cosa. Non sarebbe facile per il Presidente dimostrare la seconda ipotesi: agli atti si scoprono due telefonate intercorse proprio tra Mancino e Napolitano, che la magistratura correttamente distrugge perché non penalmente rilevanti. In ogni caso il problema non si pone nemmeno, perché il Quirinale non si degna di rispondere.

    Dal Colle si susseguono dichiarazioni di disgusto contro il solito “fango mediatico”, si deplora l’atteggiamento di certi organi di stampa e si invoca addirittura una legge contro le intercettazioni. Ma di risposte nel merito nemmeno l’ombra. Insomma, al di là della sostanza, nella forma Napolitano si comporta come un Berlusconi qualsiasi, addirittura minacciando quella stessa “legge bavaglio” contro cui la stampa italiana si era mossa compatta. Solo che i mass-media questa volta si prestano al gioco. Anziché incalzare Napolitano chiedendogli trasparenza verso l’opinione pubblica e risposte nel merito, tirano su un bel polverone con il preciso obiettivo di rendere difficile capire cosa stia effettivamente succedendo.

    Invece di raccontare i fatti, giornali e televisioni stanno cercando di annacquarli. Purtroppo questa è la realtà. Ed è anche una vecchia storia. L’informazione in Italia dipende da partiti e da gruppi industriali. Per questo motivo, quando una notizia risulta sgradita tanto alla classe politica quanto a quei settori dell’economia che controllano l’editoria, ecco che diventa difficile per il cittadino ottenere un’informazione completa; perché automaticamente quasi tutti i direttori e i responsabili si preoccupano più di non scontentare chi gli paga lo stipendio, che di fare quello che sarebbe il loro mestiere: cioè dare le notizie. Questo non significa censurarle. Non ce n’è bisogno: basta dare ampio risalto ai commenti e poco spazio ai contenuti. I TG si aprono con titoli fuorvianti e poi si mettono prima le smentite e le dichiarazioni dei protagonisti (che raccontano le cose a modo loro), poi succintamente un riassuntino dei fatti (da cui si capisce poco o nulla). Nei giornali è ancora più semplice: titoloni a prima pagina tipo “L’ira del Colle – Trattativa Stato-mafia, Napolitano attacca: io trasparente” (Repubblica), oppure “Napolitano interviene «Campagna di sospetti costruita sul nulla»” (Corriere della Sera); poi si aggiungono commenti di editorialisti e politici, ed infine si seppellisce da qualche parte nelle pagine interne l’ottimo lavoro dei cronisti, che riportano tutto, intercettazioni comprese.

    Così il cittadino che si intestardisce e perde tempo ad approfondire l’argomento può riuscire a farsi un’idea sufficientemente chiara; ma tutti gli altri, cioè la maggioranza delle persone, che non hanno o la possibilità o la voglia di sviscerare la questione, si faranno inevitabilmente un’idea confusa e approssimativa. Ed era proprio questo l’obiettivo.

    Verrebbe da chiedersi come mai tutti si adoperino per evitare che Napolitano finisca invischiato in faccende opache. La risposta è semplice: è in gioco la credibilità del paese. Il momento è difficile, l’Italia sta negoziando a livello europeo per sistemare i problemi del debito e non deve perdere quel poco credito d’immagine che ancora le viene concesso. La classe politica, già abbastanza compromessa e sfiancata dall’impegno a sostenere un governo scomodo, è priva di certezze e non può permettersi di perdere l’unico punto fermo. Ve lo immaginate cosa succederebbe se Napolitano si dimettesse? Cosa farebbe Monti rimasto solo a dialogare con il peggior Parlamento della storia repubblicana, che deve approvargli le leggi e che per di più dovrebbe mettersi a tentare un difficilissimo accordo per eleggere un nuovo Presidente della Repubblica? Sarebbe un bel problema.

    Tuttavia la mancata trasparenza che ha sempre avvolto tutte le più inquietanti vicende italiane, soprattutto in tema di mafia, è un problema ben più grosso. Per questo dico che non c’è malintesa ragione di Stato che tenga: Napolitano farebbe bene a prendere le distanze dal suo collaboratore ed ex-magistrato D’Ambrosio, costringendolo alle dimissioni per aver speso il suo nome in manovre torbide e in tentativi di pressione sulla magistratura inquirente. L’alternativa sarebbe dimettersi personalmente. Capisco che si tratti di un’affermazione pesante, ma anche se non ci sono rilievi penali, da un punto di vista politico ce n’è abbastanza per rovinare la carriera di chiunque. Si è mai visto un Presidente della Repubblica che si muova nei confronti della magistratura su richiesta di un privato cittadino, che da quella stessa magistratura è indagato per falsa testimonianza, per giunta su vicende di mafia?

    Inutile dire che, se fossimo in Inghilterra, Germania o Stati Uniti il Presidente sarebbe in grossi guai e rischierebbe di doversi dimettere. L’opinione pubblica avanzerebbe domande fin troppo ovvie: perché Mancino, per problemi suoi personali, ottiene udienza e appoggio presso il Quirinale? Avrà forse qualche potere di ricatto su Napolitano o su amici di Napolitano? Sono solo sospetti, è ovvio: per quello che ne sappiamo, il Presidente potrebbe aver peccato solo di ingenuità. Ma nelle vere democrazie non si tollera nemmeno l’ingenuità: proprio perché da adito a dubbi. Napolitano avrà agito con le migliori intenzioni: ma noi come facciamo a esserne sicuri?

    Negli altri paesi funziona così: o chiarisci o ti dimetti. Il giustizialismo non c’entra un bel niente. Quello che importa è la pretesa del cittadino di dormire sonni tranquilli confidando nell’onestà della sua classe politica: per questo i politici fanno di tutto per dissipare anche i minimi sospetti. La difficile situazione economica del nostro paese non può essere una scusa. Anzi: se i giornalisti si fossero sempre occupati di dare le notizie, gli imprenditori di realizzare profitto creando posti di lavoro, le forze dell’ordine di combattere la criminalità e i politici di risultare limpidi e trasparenti, non saremmo ai punti in cui siamo adesso. Le mafie sono soprattutto un problema economico: secondo alcune stime pesano per il 10% del PIL. Dunque è proprio in questa fase che ci dovremmo preoccupare di non commettere gli errori del passato. Ed è proprio in questa fase che ci sarebbe bisogno di non fare sconti a nessuno.

    Andrea Giannini

  • Commissioni consiliari: battaglia sulla riduzione del numero dei consiglieri

    Commissioni consiliari: battaglia sulla riduzione del numero dei consiglieri

    Seduta lampo quella del Consiglio Comunale di ieri (19 giugno 2012, n.d.r.). Appena un’ora e quattordici minuti sono stati sufficienti per affrontare alcune interrogazioni poste dai consiglieri agli assessori competenti e per la costituzione delle commissioni consiliari permanenti.

    Esattamente come accade in Parlamento durante il cosiddetto question time, anche nel Consiglio Comunale di Genova è previsto che all’inizio di alcune sedute i consiglieri possano rivolgersi direttamente agli assessori per chiedere chiarimenti su questioni specifiche (tecnicamente definiti articoli 54). In particolare nella riunione di ieri si sono affrontati quattro diversi argomenti: la costruzione del contestato parcheggio nell’area dove sorge il cinema Eden a Pegli; l’esito dell’esercitazione anti-alluvione in via Fereggiano; il problema dell’attraversamento pedonale di via Montaldo; il problema dei tagli alla scuola pubblica. Per dovere di cronaca – anche perché è stata la prima volta dall’insediamento della nuova giunta che è avvenuta questa procedura – approfondiamo i temi affrontati.

    Gli interventi di alcuni consiglieri (Rixi della Lega, Bruno della Fds, Putti del M5S e Grillo del Pdl) hanno stigmatizzato i problemi legati alla costruzione del nuovo parcheggio a Pegli, in particolare l’eliminazione dello storico cinema all’aperto e il taglio di alcuni alberi. Francesco Oddone, che ha risposto alle loro domande, ha assicurato che i lavori sono stati svolti fino ad ora ottenendo tutte le autorizzazioni necessarie e che si è richiesto un ulteriore parere al Dipartimento di Ingegneria delle Costruzioni, dell’Ambiente e del Territorio (DICAT) sull’intero progetto.

    All’assessore ai Lavori Pubblici Crivello erano invece rivolte le due questioni riguardanti la prova di alluvione in via Fereggiano e l’attraversamento di via Montaldo. Nel primo caso i consiglieri De Benedictis (Idv), Musso Vittoria (Lista Musso) e Grillo (Pdl) hanno rilevato la scarsa partecipazione dei cittadini all’esercitazione, sottolineando che la principale preoccupazione della popolazione è rivolta soprattutto i tempi di risarcimento dei danni subiti e i disagi arrecati alla mobilità da alcuni lavori di ripristino delle strade (specialmente in via Donghi). L’assessore interpellato ha annunciato maggiori sforzi per informare e coinvolgere la cittadinanza. Tuttavia ha precisato che l’esercitazione doveva servire in primo luogo a verificare il corretto funzionamento della macchina dei soccorsi e per questo era rivolta soprattutto alle squadre d’intervento.

    Nel secondo caso si è affrontato il problema della pericolosità di alcuni attraversamenti pedonali in via Montaldo (relatori Gozzi del Pd e Campora del Pdl) e Crivelli ha nuovamente risposto evidenziando tutto ciò che fino ad ora è stato fatto a livello di segnaletica per migliorare la sicurezza.

    Infine, il consigliere Brasesco (Lista Doria) ha sollevato il tema dei tagli alla scuola pubblica e del modello di autogoverno degli istituti scolastici definito dalla legge Aprea. L’assessore Boero, pur condividendo nel merito le osservazioni del consigliere, ha fatto notare che trattandosi di leggi statali il Comune non può intervenire su di esse, ma può solo cercare di garantire la qualità negli istituti scolastici di sua competenza (scuole di infanzia da 0 a 6 anni).

    Si è successivamente passati all’esame del primo ed unico punto all’ordine del giorno, che riguardava la costituzione delle commissioni permanenti. Seguendo la linea dell’abbattimento dei costi della politica già dettata dal governo nazionale con la riduzione del 20% dei consiglieri comunali, si è decisa anche la riduzione del numero di commissioni consiliari da 9 a 7. Inoltre nella Conferenza dei Capigruppo di lunedì si era stabilito un criterio per cercare di ‘calmierare’ il numero di consiglieri all’interno delle commissioni stabilendo che «…tutti i consiglieri hanno diritto a fare parte fino ad un massimo di sei commissioni consiliari permanenti, i capigruppo possono essere componenti di sette commissioni consiliari permanenti».

    Ma evidentemente non sono bastate le negoziazioni e le riunioni dei giorni scorsi per mettere tutti d’accordo. Dopo il suono della campanella che richiama i consiglieri al voto è apparso infatti sul display un risultato inatteso: 32 favorevoli, 1 astenuto e 5 contrari. L’inaspettata opposizione del Movimento 5 Stelle è stata spiegata ai giornalisti dal capogruppo Putti sottolineando che, nonostante vi fossero degli accordi tra forze politiche per un’autolimitazione del numero di consiglieri nelle commissioni, la loro effettiva riduzione è stata molto modesta. Il Movimento aveva proposto un taglio dei consiglieri e, di conseguenza, dei gettoni di presenza pari al 50%, mentre, secondo Putti, questa percentuale si sarebbe attestata su livelli molto più bassi (10% circa). A sua volta Malatesta del Pd ha fatto notare come il suo partito, pur rappresentando la maggioranza nel Consiglio, abbia deciso di limitare il numero di presenze dei propri consiglieri nelle commissioni dalle 63 spettanti a 50, mentre altri partiti di minoranza non avrebbero fatto lo stesso sforzo.

    Stando ai documenti forniti dal Comune, se si confronta la composizione delle Commissioni della legislatura Vincenzi e quelle attuali si può constatare una riduzione del totale dei consiglieri del 38% (128 consiglieri). In particolare il Pd disponeva di 96 consiglieri distribuiti nelle 9 commissioni, mentre oggi è passato ad averne 50 per 7 commissioni (-48%). Anche il Pdl ha ridotto fortemente la propria presenza nelle commissioni (da 81 a 31 consiglieri), ma ciò è dovuto anche alla notevole contrazione del gruppo politico pidiellino all’interno del consiglio che è passato da 13 a 5 componenti. Il Movimento 5 Stelle ha richiesto 18 posti nelle commissioni, l’Idv e la Lista Musso 19, la Lista Doria 34, Sel e Udc 13 e infine la Federazione della Sinistra e la Lega sono presenti con il loro unico consigliere in tutte le commissioni.

    La verità, come spesso accade, sta quindi nel mezzo. Le proposta del M5S effettivamente non è stata accolta in modo completo dai partiti, ma una contrazione della spesa per i gettoni del 38% rappresenta comunque un traguardo importante e un segnale, ci auguriamo, per fare ancora di più nel futuro.

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Stati Uniti d’Europa: la grande utopia dell’unione politica europea

    Stati Uniti d’Europa: la grande utopia dell’unione politica europea

    Si fa presto a parlare di unità politica dell’Europa. Monti ha dichiarato addirittura che sarebbe questa la soluzione di cui abbiamo bisogno. E non ha tutti i torti. Ma, ad essere onesti, chi ci crede più? La Grecia ha votato una maggioranza pro-euro, ma i mercati non si sono lasciati impressionare; la Spagna è quasi definitivamente fuori dall’accesso al credito, con i bonos a dieci anni che hanno ormai superato la soglia psicologica di non ritorno del 7%; l’Italia rischia di seguire a ruota e la Germania, sola contro tutti, non pare arretrare di un millimetro. In questa delicatissima fase, c’è qualcuno disposto a pensare che un progetto di maggiore coesione politica possa salvare l’Europa tirandoci fuori dalla crisi? Non scherziamo.

    La ricetta magica (se mai ne esiste una) si chiama “condivisione europea del debito” e passa obbligatoriamente per un “si” della Germania ai famigerati Eurobond (cioè i titoli di debito europei la cui solvibilità sarebbe garantita da tutti i paesi dell’UE). Si parla anche di unione bancaria, di un bilancio comune, di un nuovo ruolo per la BCE: tutte cose che – chissà – potrebbero sortire effetti anche positivi, soprattutto se si riuscisse a schiodare la Banca Centrale Europea dal suo mandato ufficiale, che è semplicemente quello di contenere l’inflazione, per farla diventare davvero una “banca centrale” come tutte le altre.

    In ogni  caso più o meno questo è quello che ci si aspetta per dare una scossa al malato prima che passi a miglior vita. L’unione politica dell’Europa, invece, potrebbe venire soltanto con molto tempo a disposizione: tempo che non c’è. L’idea sembra quindi sconclusionata. Sempre che – e a questo bisogna stare bene attenti – per “unione politica” s’intenda, appunto, un’unione politica; e non invece una serie di vincoli e intromissioni sui bilanci nazionali da parte di un gruppo di euro-burocrati. Meglio chiarirsi bene le idee: una gestione “politica”, qualunque cosa significhi, non può essere nulla che prescinda, in democrazia, da un voto o un mandato popolare. Se invece la Germania ottenesse di sottoporre a un rigido controllo i conti degli Stati in difficoltà, questa si dovrebbe chiamare piuttosto “cessione di parte della sovranità nazionale”: una scelta delle classi dirigenti europee che toglierebbe autonomia alle politiche nazionali senza che nessun cittadino fosse chiamato ad esprimersi in merito.

    Pertanto, purtroppo, o Monti dice “unione politica” pensando così di tendere una mano alla Germania in cambio di un impegno tedesco sul problema del debito, oppure confonde il problema con la soluzione. Allo stato attuale, infatti, siamo costretti a constatare, a volere essere realisti, che è l’assoluta mancanza di un’unità di intenti e di un progetto politico comune ad affossare l’Europa, piuttosto che auspicare, con molto idealismo, che un’improbabile unità politica ci salvi.

    Mi spiego meglio. Uno dei più importanti argomenti della vita politica di un paese è la questione fiscale: vale a dire, chi paga e quanto per le spese dello Stato. Si tratta di una questione centrale anche nell’attuale crisi europea: i Tedeschi non sono contenti di come i Greci hanno gestito e gestiscono il loro sistema di tassazione; e l’Unione Europea recentemente ha bacchettato persino Monti per aver fatto troppo poco contro l’evasione. Il perché di queste attenzioni è evidente: se un paese dell’Unione è in difficoltà e deve chiedere ad altri paesi membri di intervenire, è normale che questi stessi paesi pretendano, come minimo, che chi chiede aiuto faccia pagare prima le tasse ai propri cittadini. Se si sta insieme, ci vogliono condizioni uguali: se no si favoriscono alcuni e si sfavoriscono altri.

    Ora, come si fa a mettere d’accordo l’Irlanda, che tassa tuttora le imprese ad un’aliquota che si aggira attorno al 12%, con la Grecia che non tassa gli armatori e con l’Inghilterra che, giustamente, non vede di buon occhio una tassazione sulle transazioni finanziarie, dato che il paese si basa su una fiorente industria finanziaria? In nome di cosa dovremmo chiedere ad uno Stato di rinunciare a una cosa importante come la propria politica fiscale (tanto più gli Inglesi, che ne discutono dal 1215)? Ma c’è un altro problema più grosso. Lo Stato, una volta che ha raccolto le tasse, le redistribuisce. E redistribuire significa sostanzialmente togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno. E’ il problema dell’allocazione delle risorse, la cui finalità è quella di rendere omogeneo il paese riequilibrando gli scompensi che ci possono essere, ad esempio, tra ricchi e poveri, tra città e campagna, tra settentrione e meridione, eccetera. Si tratta di un’operazione non scontata che può imbattersi in parecchie difficoltà politiche. Ad esempio, è illuminante il caso italiano della “questione settentrionale”, che è stata il cavallo di battaglia dalla Lega: perché il Nord efficiente deve pagare per il Sud sprecone? Questa, a bene vedere, è esattamente la stessa domanda che si stanno ponendo i Tedeschi in Europa.

    In generale ci si chiede perché una parte più virtuosa debba cedere sue risorse ad un altra parte meno organizzata. Ma il solo fatto di porsi questa domanda, significa già esprimere un’insofferenza di fondo: significa mettere in discussione l’interesse collettivo per affermare un interesse parziale, rendendo così evidente che una visione unitaria sta franando o è già franata. Quindi il fatto che la Germania non voglia pagare l’inflazione per risolvere problemi che in effetti non ha creato lei, testimonia che non pensa a mantenere in vita quel sogno europeo che pure era la missione storica tedesca. E il discorso vale anche per gli altri Stati europei, che non hanno mostrato maggiore lungimiranza: per tutti la pratica è stata l’affermazione dell’interesse particolare a scapito dei grandi progetti ideali.

    Se fosse stata messa la stessa energia con cui oggi si pretendono vincoli di bilancio che deprimono l’economia anche nel pretendere norme severe contro la corruzione, le mafie e la grande evasione fiscale, che pure hanno scavato la fossa, ad esempio, del debito pubblico italiano, chissà come sarebbero andate le cose. Forse sarebbe stata considerata un’indebita ingerenza politica; o forse un quadro normativo comune di questo tipo si sarebbe potuto facilmente approvare direttamente con il voto dai cittadini europei. Almeno in Italia, c’era molta fiducia nelle istituzioni europee: e in queste materie gli Italiani avrebbero delegato più volentieri che ai loro stessi politici. Sarebbe stato un passo importante verso gli Stati Uniti d’Europa, che invece oggi restano un’utopia. Forse se ne riparlerà: sempre che, tra qualche mese, esista ancora l’Europa.

    Andrea Giannini