Tag: spiagge

  • Ripresa e resilienza? Meno pubblico e più privato. Ma le concessioni balneari non le tocca nessuno

    Ripresa e resilienza? Meno pubblico e più privato. Ma le concessioni balneari non le tocca nessuno

    Stabilimento balneare

    Lo scorso 30 aprile il governo Draghi ha consegnato alla Commissione europea il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), cioè il documento in cui l’Italia spiega in che modo intende spendere i 191,5 miliardi in arrivo da Bruxelles da quest’anno (i primi fondi potrebbero arrivare a luglio o settembre) fino al 2026, anno entro il quale i fondi ricevuti andranno impegnati in progetti concreti.

    Oltre a una lunga lista di riforme settoriali e investimenti suddivisi in 6 missioni (transizione digitale, transizione ecologica, infrastrutture, istruzione e ricerca, sociale e salute) il PNRR include anche alcune riforme trasversali, tra cui quella per stimolare la concorrenza economica. “La tutela e la promozione della concorrenza – si legge a pagina 77 del piano – sono fattori essenziali per favorire l’efficienza e la crescita economica e per garantire la ripresa dopo la pandemia. Possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale“.

    Fatta questa dichiarazione di principio, nelle pagine successive vengono indicate le modifiche legislative (in sostanza ci si impegna a rendere operativa la legge annuale per il mercato e la concorrenza, approvata nel 2009 ma applicata solo nel 2017) e gli ambiti che si intende liberalizzare e aprire a una maggiore concorrenza. Già la legge annuale di quest’anno interesserà infrastrutture strategiche nel settore delle telecomunicazioni, portuale e delle reti elettriche. Verranno poi riviste in senso pro-concorrenziale le norme che regolano le grandi concessioni nei settori dell’idroelettrico, del gas naturale, delle autostrade e della vendita di energia elettrica.

    Per quel che riguarda i servizi pubblici locali, si punta a un uso “più responsabile” (e quindi più limitato) dell’affidamento dei servizi alle società in-house (cioè aziende controllate del tutto o in parte dagli enti pubblici, come a Genova sono tra le altre Amiu, Aster o Amiu) da parte delle amministrazioni locali. I Comuni, per esempio, dovranno fornire motivazione “anticipata e rafforzata” della scelta di affidare un servizio direttamente a una società di propria proprietà anziché ricorrere alla libera concorrenza di mercato. Lo stesso principio viene citato esplicitamente per l’accreditamento all’erogazione di servizi in ambito sanitario e per la gestione dei rifiuti.

    Nei prossimi anni si prospetta quindi uno sforzo riformatore notevole, tanto più che all’applicazione delle riforme trasversali è legata l’erogazione effettiva dei fondi necessari per finanziare le misure progettate dal governo per uscire dalla crisi economica.

    Eppure da tale sforzo rimangono fuori le concessioni per gli stabilimenti balneari, la cui scadenza è stata rinviata di 15 anni nel 2019, ai tempi del governo Lega-Cinque Stelle. In sfregio alla direttiva Bolkestein, la direttiva della Commissione europea del 2006 molto contestata in Italia e di fatto mai applicata. Negli ultimi anni sono stati soprattutto la Lega e gli altri partiti di destra a dare voce alla rivolta dei balneari e di altre categorie come gli ambulanti contro la direttiva, che punta a liberalizzare i loro settori. Ma su questo punto, almeno per il momento, tra il governo Conte 1 a trazione leghista e quello guidato dall’ex presidente della BCE non sembra esserci troppa differenza.

    La direttiva ignorata

    Secondo il sindacato dei balneari Sib, quando lo scorso 24 aprile la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha chiesto a Mario Draghi chiarimenti sulle bozze del PNRR in una telefonata, tra le altre cose avrebbe cercato di convincere il presidente del Consiglio a inserire l’applicazione della direttiva Bolkestein nel piano, ma Draghi avrebbe respinto tale richiesta.

    La notizia non è stata confermata da altri media, ma di sicuro la Commissione cerca da anni di spingere l’Italia ad applicare la direttiva, arrivando a minacciare sanzioni. Di recente, anche l’antitrust italiana si è espressa contro alla proroga delle concessioni al 2033 decisa dal primo governo Conte. L’Agenzia Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), in particolare, ha risposto negativamente alla richiesta del Comune di Carpi di verificare la legittimità di un proprio atto, che avrebbe prorogato le concessioni dei balneari che operano nel Comune fino al 2033. La decisione sarebbe appunto contraria alla direttiva Bolkestein. La stessa Agenzia, lo scorso marzo, aveva fornito un parere al presidente del Consiglio Draghi in cui, per quel che riguarda le concessioni balneari, in cui sosteneva la necessità dell’ “abrogazione delle norme che ne prorogano indebitamente la durata; l’adozione in tempi brevi di una nuova normativa che preveda l’immediata selezione dei concessionari in base a principi di concorrenza, imparzialità, trasparenza e pubblicità”.

    Dal punto di vista europeo, le lunghe concessioni ai balneari italiani impediscono ad aziende di altri Paesi europee di concorrere sul mercato dell’offerta di servizi sulle coste del nostro Paese, come sarebbe nello spirito del mercato comune europeo (che ovviamente prevede che le aziende italiane possano fare lo stesso negli altri Paesi europei). Chi contesta la Bolkestein dice che l’Italia ha più chilometri di costa utilizzabile per gli stabilimenti di ogni altro Paese europeo, e che crea posti di lavoro ed è formato da circa 30 mila aziende, spesso a gestione familiare.

    A sostenere le ragioni dei balneari un ampio spettro di forze politiche, a livello nazionale e locale. In Liguria la prima giunta Toti era arrivato prima del governo giallo-verde, emanando già a fine 2017 due leggi regionali per prorogare le concessioni già a fine 2017, bocciate però dall’allora governo Gentiloni proprio perché in contrasto con la Bolkestein.

    Negli anni scorsi Era Superba ha approfondito questi argomenti in altri articoli:

    Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria;

    Spiagge, lo scontro sulle concessioni tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiagge salate

    Anche chi spinge per una maggior applicazione delle regole sulla concorrenza per il le concessioni balneari non trascura il particolare contesto italiano, dove il settore è economicamente ben più rilevante rispetto agli altri Paesi europei. In particolare questo momento, con il settore colpito dalle conseguenze economiche della pandemia, non è considerato il migliore per una riforma che tolga certezze acquisite nel tempo a tante piccole o medie imprese.

    Ma per l’AGCM “in più di un’occasione, la proroga automatica e ingiustificatamente lunga delle concessioni è stata motivata dall’impatto sociale che gli affidamenti competitivi avrebbero comportato“. Nel parere inviato lo scorso marzo al presidente del Consiglio Draghi, l’Antitrust definisce questo punto di vista “una lettura che sottostima largamente i costi sopportati dai soggetti esclusi e le implicazioni per la competitività”.

    Anche dal punto di vista della rendita fiscale i vantaggi sono quantomeno dubbi. Secondo la società di consulenza Namisba, nel 2016 il settore versava alle casse pubbliche appena 103 milioni di euro, a fronte di un giro di affari da 15 miliardi all’anno.

    Riempire la costa di stabilimenti balneari significa anche rendere a pagamento (e spesso a prezzi salati) la fruizione di spazi in teoria pubblici. Una legge regionale ligure prevederebbe che in ogni comune rivierasco almeno il 40% della costa sia pubblico. Secondo Legambiente, nel 2018 lo era solo il 14%. E li siamo ancora fermi.

    Luca Lottero

  • Spiagge liberate: tra mareggiate, sequestri e un castello di sabbia che sta per crollare

    Spiagge liberate: tra mareggiate, sequestri e un castello di sabbia che sta per crollare

    Quella che stiamo vivendo è un’estate diversa, con una stagione balneare particolarmente complicata, che convive con le profonde cicatrici della mareggiata di ottobre, e in ultimo, con vicende giudiziarie quanto meno dirompenti. Due situazioni in apparenza negative, ma che in realtà hanno dischiuso un possibile nuovo assetto dei nostri litorali, che potrebbe rappresentare una svolta per il nostro mare e la sua fruibilità. Con la restituzione del maltolto.

    La notizia più interessante è che questa estate Genova ha una spiaggia libera in più: si tratta del piccolo arenile di quelli che erano i Bagni Monumento, devastati dalle onde fuori misura dello scorso autunno. I lavori di ristrutturazione non sono stati completati, e i gestori hanno tenuto chiuso. Risultato? Decine di persone, ogni giorno, accedono liberamente al piccolo lido, posizionando asciugamani e zaini la dove erano fissi gli inamovibili e danarosi ombrelloni dello stabilimento. Una spiaggia liberata.

    Il concessionario aveva quantificato in oltre 110 mila euro i danni subiti, che secondo le prime stime avrebbero ridotto del 20% la fruibilità, ma nei fatti oltre alla messa in sicurezza di quelli che il mare ha ridotto come ruderi, poco si è riuscito a fare in tempo utile, per cui oggi gli stabilimenti sono chiusi. L’unica presenza è quella del bagnino, come previsto dal contratto di concessione.

    Questo ha portato degli inevitabili problemi per chi ci lavorava e per l’indotto del settore, come accade nelle molteplici situazioni in qualche modo simili che troviamo su tutto il litorale ligure. Ma come abbiamo visto anche in altri articoli, il caso singolo si inserisce in una prassi decisamente in debito verso la collettività, visto il contesto normativo regionale e comunitario disatteso da anni.

    E proprio su questo si innesta la seconda notizia dell’estate, cioè quella del sequestro delle aree oggetto di concessione demaniale sulla spiaggia dei Bagni Liggia, andata in scena pochi giorni fa. Un episodio circoscritto, ma che potrebbe essere la prima pietra di una valanga molto più ingente di quanto i pochi metri di transenne potrebbero lasciare intendere.

    [quote]La coesistenza dicotomica tra norme europee vigenti ma non recepite e condotta de facto ha retto fino a due giorni fa, quando i giudici genovesi hanno creato il precedente esplosivo[/quote]

    Causa dell’azione giudiziaria il mancato rispetto della Bolkestein, attraverso un rinnovo automatico della concessione, non previsto dall’ordinamento comunitario, e che invece in tutto il paese è continua prassi. La coesistenza dicotomica tra norme europee vigenti ma non recepite e condotta de facto ha retto fino a due giorni fa, quando i giudici genovesi hanno creato il precedente esplosivo: a dirlo lo stesso gestore di Liggia, che in tutte le interviste rilasciate alla stampa ha dichiarato che presenterà “un esposto alla Procura –per dire che esistono oltre 10 mila concessioni in Italia che sono nella mia situazione. Sono elencate nel database del ministero delle infrastrutture e del ministero del turismo e vi elenco le 453 autorità concedenti che vi chiedo di indagare”. Saltato il tappo, la questione balneare potrebbe degenerare in un tutti contro tutti la cui responsabilità è esclusivamente politica.

    Il castello di sabbia che rischia di crollare è, infatti, il risultato di un continuo nicchiare da parte della classe dirigente del paese, che negli ultimi anni, (la Bolkestein è del 2006, tanto per dire) ha cullato la categoria nell’illusione che tutto sarebbe rimasto uguale per sempre, senza fare altro che normative transitorie “tappullo” puntualmente impugnate perché incompatibili con l’ordinamento comunitario. Ora il tempo sembra essere scaduto.

    La cosa che rimane poco comprensibile è la paura atavica per la Bolkestein, che di per sé prevede la gara per le concessioni ogni dieci anni, senza che venga esclusa la eventuale riconferma di chi che sia. Se uno fa bene, investe (principale argomento contro) e ha la proposta più conveniente per lo Stato vince. Punto. Il problema è che come abbiamo visto l’attuale gestione non è il meglio per lo Stato e la collettività che lo compone, ma una generosa pratica che da anni sostiene un florido mercato che restituisce pochissimo all’erario, garantendo un indotto considerevole e un bacino elettorale prezioso.

    Il crollo di questo castello di sabbia potrebbe essere, invece, una buona occasione per rimettere mano alla decennale cannibalizzazione delle spiagge libere della nostra regione, che, come abbiamo visto più volte, è ferma ad un 14% fortemente sotto la soglia del 40% posta dalla stessa Regione Liguria, in mancanza di una normativa nazionale.

    Insomma, in attesa di avere dati più completi della stagione in corso, le cui avvisaglie non sono molto confortanti, è necessario iniziare a ragionare su come ripensare il nostro approccio alla questione. La forza della natura e l’italico e furbesco pressapochismo culturale e politico hanno mescolato prepotentemente il mazzo di carte. Non tutto il mare viene per nuocere.

     

    Nicola Giordanella

     

  • Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria

    Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria

    Secondo un rapporto pubblicato lo scorso agosto da Legambiente, circa il 60% della costa sabbiosa italiana (che a sua volta è il 50% del totale) è occupato da stabilimenti balneari. Il litorale è di proprietà demaniale, quindi pubblica, ma lo Stato può concederne l’utilizzo a privati per la realizzazione di strutture turistiche a pagamento, tramite concessione. A differenza che in altri Paesi europei, in Italia non esiste una legge che fissi la percentuale massima di costa che può essere usata per costruirvi attività private. In Francia, per esempio, l’80% della costa deve rimanere pubblico. In Italia, invece, ogni Regione costiera decide autonomamente quanta parte del proprio litorale concedere ai privati e quanta riservare a uso pubblico. Si passa dal massimo di Puglia e Sardegna (dove il 60% della costa deve rimanere ad accesso libero) al minimo di Friuli, Veneto, Basilicata, Sicilia e Toscana, dove la legge non pone alcuna quota minima di spiaggia da lasciare libera dagli stabilimenti.

    In Liguria, la legge regionale prevede che in ogni Comune rivierasco il 40% del litorale debba rimanere pubblico. In realtà, però, secondo la stima di Legambiente solo il 14% della nostra costa è accessibile liberamente. Il resto, dove non c’è il porto, è occupato da lettini e ombrelloni, con un 26% di litorale, quindi, fuori legge. Il rapporto dell’associazione ambientalista cita esplicitamente la Liguria come uno dei casi in cui la teoria della legge più si discosta dalla pratica della realtà. «Il problema principale – si legge – è che la Legge ad anni di distanza dalla sua emanazione non viene rispettata perché non prevede sanzioni per chi non la applica. Il paradosso è che i Comuni che non rispettano il limite del 40% perdono il finanziamento regionale per la pulizia delle spiagge (con conseguente minore attrattività per le poche spiagge libere rimaste) mentre esistono incentivi proprio per la pulizia e la sistemazione del litorale per i Comuni che la fanno rispettare». L’anno scorso scrivevamo che dei 63 Comuni rivieraschi liguri, solo 12 rispettavano la legge regionale del 40% e da allora poco sembra essere cambiato.

    Genova fa i regolamenti, ma poi non li applica

    Uno degli ultimi atti dell’amministrazione guidata da Marco Doria fu l’approvazione di un nuovo Pro.U.D. (Progetto Comunale di Utilizzo del Demanio Marittimo), che prevedeva la creazione di nuove spiagge libere a Levante, a Ponente e in Corso Italia, dove alcune concessioni demaniali erano in scadenza. Il Proud venne approvato dal Consiglio comunale a fine aprile 2017, in piena campagna elettorale per eleggere il nuovo sindaco. Marco Bucci, allora candidato per il centrodestra, commentò duramente il provvedimento, sostenendo che il mancato rinnovo di molte concessioni avrebbe voluto dire meno occasioni per fare impresa e creare posti di lavoro, e nuovi tratti di battigia abbandonati al degrado.

    [quote]La mareggiata aveva messo finalmente il dito nella piaga, evidenziando costruzioni incongrue in prossimità del mareEra l’occasione per spazzare via tutto e realizzare strutture facilmente amovibili. Invece si prende l’occasione per fermare tutto[/quote]

    MareggiataUna volta diventato sindaco, però, lo stesso Bucci sembrava orientato a dare applicazione al piano ereditato dal predecessore. O almeno, così speravano le associazioni di consumatori come Adiconsum, che da tempo spingono per un aumento delle spiagge libere. Lo scorso aprile, però, l’amministrazione ha deciso che l’applicazione del Proud è rinviata a data da destinarsi. L’assessore all’urbanistica Simonetta Cenci ha giustificato il rinvio con la mareggiata dello scorso autunno, che ha travolto molta della costa ligure e costretto così l’amministrazione a modificare i progetti. Una giustificazione che non è bastata però a Stefano Salvetti, presidente ligure di Adiconsum: «La mareggiata aveva messo finalmente il dito nella piaga, evidenziando costruzioni incongrue in prossimità del mareaveva detto a Telenord commentando la retromarcia dell’amministrazione –. Era l’occasione per spazzare via tutto e realizzare strutture facilmente amovibili. Invece si prende l’occasione per fermare tutto».

    Molto contenti della decisione sono stati invece, com’è facile immaginare, i gestori degli stabilimenti balneari, che confermano un feeling particolare con le attuali amministrazioni comunali e regionali. A fine 2017 la Giunta Toti aveva emanato due leggi regionali per il rinnovo automatico delle concessioni, poi bocciate dal Governo Gentiloni perché contrarie al principio della libera concorrenza stabilito dalla direttiva europea Bolkestein.

    La Bolkestein che non arriva mai

    La direttiva Bolkestein, approvata nel 2006 quando presidente della Commissione europea era Romano Prodi, prevederebbe la fine dei rinnovi automatici delle concessioni demaniali, in nome della libera concorrenza in un mercato comune europeo. In Italia applicare questo principio vorrebbe dire rompere una prassi molto consolidata di rinnovi praticamente automatici. I nostri stabilimenti, al pari di molte delle nostre piccole e medie imprese, sono molto spesso realtà familiari trasmesse di padre in figlio da anni, a volte persino da decenni, poco abituate alla concorrenza. Per questo la categoria dei balneari (insieme ad altre, come quella dei venditori ambulanti) negli anni ha protestato molto vivamente contro la direttiva. E le loro richieste, oltre che a livello locale, hanno trovato orecchie attente anche a Roma. Già i precedenti governi di centrosinistra, infatti, avevano rinviato l’entrata in vigore della direttiva a fine 2020, provocando qualche nervosismo alle istituzioni europee. La sfida a Bruxelles è diventata ancora più esplicita con il governo formato da Lega e Movimento Cinque Stelle, che a dicembre dell’anno scorso ha approvato una proroga di ben 15 anni all’applicazione della direttiva per le imprese balneari, nonostante questo significhi quasi certamente incorrere in una procedura di infrazione, come riconosciuto dallo stesso ministro del turismo, il leghista Gian Marco Centinaio.

    In questo contesto è difficile cambiare le cose, sia che questo voglia dire sottoporre le concessioni a una normale concorrenza, sia che voglia dire restituire tratti di costa all’uso pubblico e gratuito. Perché entrambe le opzioni vorrebbero dire andare contro agli interessi dei balneari. Lo Stato, inoltre, dalle concessioni guadagna 103 milioni all’anno (dato 2016), che sono briciole rispetto al giro d’affari degli stabilimenti privati, che secondo la società di consulenza Nomisba ammonta a 15 miliardi all’anno, ma sono comunque un incasso fisso. Se consideriamo che la Regione Liguria è insieme alla Toscana quella che frutta di più allo Stato in termini di concessioni (11 milioni nel 2016), capiamo perché nella nostra regione le resistenze al cambiamento sono così forti.

    Un diritto negato?

    Nel suo rapporto, Legambiente evidenzia come il problema delle spiagge libere non sia solo quantitativo, ma anche qualitativo. Oltre che essere poche, le libere occupano spesso aree “di serie b”, poco appetibili ai privati. Chi non può permettersi di pagare l’accesso agli stabilimenti, che hanno costi spesso tutt’altro che popolari, si ritrova spesso in spiagge in prossimità di fiumi, fossi o fognature, e a fare il bagno in acque inquinate. La recente perdita della balneabilità del mare che bagna le spiagge libere di Boccadasse e Voltri (la più estesa di Genova) ne è una triste conferma.

    Luca Lottero

  • Liguria regina delle Bandiere Blu ma bocciata da Goletta Verde. I conti non tornano

    Liguria regina delle Bandiere Blu ma bocciata da Goletta Verde. I conti non tornano

    Lo scorso 23 giugno è stato pubblicato il primo report di Goletta Verde 2018, la nave di Legambiente che monitora l’inquinamento dei mari sulle coste italiane. Il risultato delle Liguria, da cui il report “navigante” è partito, è stato quanto meno deludente: su 23 test effettuati, 14 hanno dato il responso di un mare inquinato o molto inquinato.

    Un dato che potrebbe stupire, forse: lo scorso maggio, infatti, sono stati pubblicati i verdetti del programma sulla sostenibilità delle spiagge turistiche “Bandiera Blu”, che ha incoronato la Liguria come regina delle spiagge italiane con ben 27 località “fregiate”, anche quest’anno, dell’ambito vessillo. Alcune di queste località, però, compaiono nella black list di Goletta Verde: i conti non tornano. O meglio, tornano, ma non per il mare.

    Verdetti contrapposti

    Partiamo da Genova. Secondo le campionature di Legambiente, risultano fortemente inquinate le acque di Nervi, Recco, Chiavari e Lavagna. In queste due ultime località il problema sta nella foce dell’Entella, risultato inquinato con residui fecali bel oltre la soglia limite. Ma proprio due spiagge a levante e ponente del fiume sono state fregiate della Bandiera Blu: parliamo del Lungomare di Lavagna e della Zona Scogli di Chiavari, separate dalla foce dell’Entella da poche decine di metri e dai due porti turistici. Abbastanza per “depurare” le acque?

    Savona non se la passa troppo meglio. Per Goletta Verde sono due le località da “bollino rosso”: Pietra Ligure e Ceriale, di cui questa seconda premiata con la Bandiera Blu. Nel primo caso è il torrente Maremola, nel centro del litorale di Pietra Ligure, a risultare fortemente inquinato, mentre nel secondo caso Goletta Verde segnala lo sbocco del canale di Lungomare Diaz 161, nel centro esatto della costa, tra stabilimenti e spiagge.

    A Imperia male Diano Marina, Ospedaletti, Ventimiglia e Arma di Taggia. In quest’ultima località è la foce del torrente Argentina ad essere portatrice di abbondanti residui intestinali, ma anche Arma di Taggia ha la sua Bandiera Blu.

    Infine la provincia di La Spezia. Tre le località fortemente inquinate: Monterosso e Riomaggiore nelle Cinque Terre, e Lerici. Per quest’ultima allarme per la spiaggia conosciuta come Venere Azzurra, contaminata dalla foce del canale ivi presente; ma anche qua sventola anche per quest’anno la Bandiera Blu.

    Punti di vista

    Ma da dove nasce questa incongruenza, verificatasi in questi cinque casi? Le ragioni forse le possiamo trovare sia nell’approccio alla materia, sia nei soggetti coinvolti nel giudizio. Legambiente, con il suo progetto Goletta Verde, punta ad evidenziare situazioni critiche legate alla “maladepurazione” o al “vizietto” degli scarichi abusivi. Si muove seguendo le segnalazioni raccolte durante l’anno dai circoli territoriali o da cittadini. Come da normativa “il punto di monitoraggio è fi­ssato dove si prevede il maggior flusso di bagnanti o il rischio più elevato di inquinamento in base al pro­lo delle acque di balneazione”, rifacendosi ai limiti di fissati dalle normative europee del 2006, recepite dall’ordinamento italiano nel 2010.

    [quote]ma anche qualità dell’acqua di balneazione, che “è un criterio imperativo – come si legge nel sito ufficiale del programma – solo le località, le cui acque sono risultate eccellenti nella stagione precedente, possono presentare la candidatura”[/quote]

    Il progetto Bandiera Blu, invece, ha un approccio più allargato: la finalità è, infatti, quella di “promuovere nei Comuni rivieraschi una conduzione sostenibile del territorio attraverso una serie di indicazioni che mettono alla base delle scelte politiche, l’attenzione e la cura per l’ambiente”. In altre parole sostenibilità della balneazione, progetti educativi, gestione corretta dei rifiuti, servizi, sicurezza ma anche qualità dell’acqua di balneazione, che “è un criterio imperativo – come si legge nel sito ufficiale del programma – solo le località, le cui acque sono risultate eccellenti nella stagione precedente, possono presentare la candidatura”. Ma tutte queste cinque spiagge liguri Goletta Verde 2017 aveva evidenziato forti livelli di inquinamento, come quest’anno.

    Per partecipare alla eventuale distribuzione degli ambiti vessilli, i soggetti interessati devono presentare una autocandidatura, rispondendo ad un questionario in 12 punti oggetto poi di valutazione. Sono gli stessi “richiedenti” a fornire quindi i dati, dovendone poi rispondere in caso di verifica.

    Ma chi valuta le candidature? Stando a quanto riporto il sito web del programma la giuria è composta, tra gli altri, anche da un coordinamento degli Assessorati al Turismo delle Regioni, e i sindacati dei Balneari. Risulta quindi evidente l’attitudine promozionale della “Bandiera Blu”, visto che tra chi “esamina” ci sono anche gli “esaminandi”. Tra partner inoltre figurano Associazione Nazionale Comuni Italiani e la Federazione Italiana Imprese Balneari.

    Blu, verde, marrone

    Se “Bandiera Blu” ha una connotazione più promozionale, quindi, Goletta Verde vuole mettere in evidenza problemi alla gestione delle acque nere: depurazione insufficiente e difettosa, scarichi abusivi, sversamenti. La palla come al solito poi passa alla politica, che dovrebbe tarare le proprie priorità nell’amministrare un territorio in base alle necessità vere; sicuramente investire soldi pubblici in depuratori può essere difficile, come difficile potrebbe risultare combattere gli abusivismi edilizi e idraulici. Sicuramente è più facile far garrire una bandiera dietro la quale nascondere i problemi, e lasciare galleggiare cittadini e turisti in un mare “marrone”.

     

    Nicola Giordanella

     

     

     

  • Spiagge, lo scontro sulle concessioni, tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiagge, lo scontro sulle concessioni, tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiaggia della Foce, GenovaPochi giorni dopo la fine delle vacanze di Natale, il Consiglio dei Ministri bocciava due leggi della Regione Liguria riguardanti la tutela delle imprese balneari e la concessione degli spazi demaniali marittimi. Secondo il governo guidato da Paolo Gentiloni, i provvedimenti liguri sarebbero in odore di incostituzionalità, perché il prolungamento automatico delle concessioni agli attuali gestori pregiudicherebbe la libera concorrenza e sarebbe in contrasto con la direttiva europea sui servizi. Inoltre, tutto ciò che riguarda il demanio è di competenza statale. Ancora prima del governo, però, erano arrivati gli uffici della stessa Regione Liguria, che già nella scheda tecnica in coda al provvedimento (che si può leggere, con qualche difficoltà, online) evidenziavano come “la presente proposta di legge presenta possibili rischi di impugnativa”. Rischi che si sono puntualmente avverati.

    La direttiva europea sui servizi è più conosciuta come direttiva Bolkestein, dal nome del commissario per la concorrenza e il mercato interno che la formulò nel lontano 2006, quando presidente della Commissione era Romano Prodi. Nasce con l’obiettivo di creare un mercato unico europeo dei beni e dei servizi, eliminando le discriminazioni nazionali. La filosofia alla base del provvedimento è che un imprenditore tedesco, spagnolo, polacco o di un qualsiasi altro Paese membro dovrebbe essere libero di esercitare temporaneamente la propria attività in Italia senza essere svantaggiato rispetto agli italiani, e viceversa. Per rendere effettiva la concorrenza, sono vietati i rinnovi automatici delle concessioni. Esattamente quelli previsti dalla legge ligure, che per “garantire la continuità delle attività” prevede l’estensione della durata della concessione di altri 30 anni.

    Per questo il governo ha impugnato i provvedimenti della giunta Toti, su cui ora si dovrà esprimere la corte costituzionale. Come in una catena alimentare delle istituzioni, però, se da un lato Roma tira le orecchie alla Liguria, nei confronti di Bruxelles l’Italia si ritrova dalla parte dei cattivi. L’applicazione della Bolkestein infatti, viene puntualmente rinviata, e questa nostra inadempienza ci costa multe salate. L’ultima volta è successo lo scorso 20 dicembre, durante la notte della discussione sulla manovra economica, quando un emendamento del Pd ha fatto slittare l’applicazione della direttiva europea al 2020.

    [quote]Le responsabilità dello stallo odierno è ovviamente dibattuta; come da schema, tutti accusano gli opposti: per i dem è colpa di Berlusconi, per i berlusconers è colpa del governo Renzi[/quote]

    Stabilimento balneareSul tema c’è dunque il più classico dei buchi legislativi e le responsabilità dello stallo odierno è ovviamente dibattuta; come da schema, tutti accusano gli opposti: per i dem è colpa di Berlusconi, per i berlusconers è colpa del governo RenziDi questo “buco” abbiamo parlato con l’eurodeputato spezzino del Partito Democratico Brando Benifei, che ha le idee molto chiare sulla paternità del caos attuale: «Manca un disegno di legge italiano che introduca in maniera definitiva la riforma – dice – Le procedure di infrazione contro l’Italia sono infatti originate dall’irresponsabilità dell’ultimo governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi, che invece di affrontare il problema in maniera organica, ha preferito optare per un sistema di “proroghe”, contrario alla normativa europea. Ciò ha causato non soltanto un danno all’erario, ma anche un danno a imprese, famiglie e cittadini che oggi sono vittima di tale situazione di incertezza. La protesta di categoria è stata più forte in Italia che all’estero, proprio perché alimentata da questo comportamento demagogico di partenza, esemplare di alcune delle nostre forze politiche nazionali».

    Questa la versione di Benifei, per cui il Ddl del governo uscente punta al riordino della normativa e a rispondere alle esigenze del mercato italiano. Una versione non condivisa dall’assessore ligure Marco Scajola, un po’ il padre dei provvedimenti, che sottolinea come viceversa la Regione Liguria vada a tappare la falla creata in materia dal governo nazionale: «La cosa assurda di questa vicenda – diceva infatti al Secolo XIX commentando la decisione di Roma – è che di fronte a un vuoto legislativo che il governo avrebbe dovuto colmare entro il 2017, l’Esecutivo ha deciso di intervenire contro una Regione che ha cercato di tutelare le sue imprese».

    Come (non) funziona la Bolkestein in Italia

    In Italia, se si dice Bolkestein si pensa soprattutto alle proteste di alcune categorie, come quella degli ambulanti o quella – appunto – dei gestori di stabilimenti balneari. Attività che spesso, nel nostro Paese, sono trasmesse di generazione in generazione, e poco abituate alla concorrenza. Corporativismo o giusta difesa della propria attività e dei propri diritti? Decidete voi.

    [quote]Un mercato da 10 miliardi l’anno, che allo stato frutta solo 101 milioni di concessioni. In Liguria solo 12 dei nostri 63 comuni rivieraschi rispetterebbero la quota minima del 40% di spiagge libere[/quote]

    Spiaggia VoltriPer provare a riflettere in maniera laica sull’argomento, un buon punto di partenza può essere la geografia. L’Italia ha circa 7600 chilometri di coste ed è, dopo la Grecia, il Paese europeo che si affaccia su acque temperate con maggior estensione costiera. Di questi, secondo quanto riportato da un rapporto del 2016 dei Verdi, 4mila sono idonei alla realizzazione di stabilimenti balneari, che sono in tutto 12mila distribuiti lungo lo stivale. In media uno ogni 350 metri. Parliamo di un business che vale 10 miliardi di euro all’anno, e che occupa più di 170 mila persone (dato 2015). Una vera e propria valanga di denaro che allo Stato italiano – denunciano ancora i Verdi – frutta solo 101 milioni di euro dalle concessioni demaniali, a causa di canoni di concessione bassi e spesso non riscossi. Associazioni ambientaliste come il Wwf puntano poi il dito sulla cementificazione selvaggia dei litorali (in questo siamo i primi in Europa) e la sempre maggior restrizione delle spiagge libere. Un fenomeno particolarmente sentito il Liguria, dove solo 12 dei nostri 63 comuni rivieraschi rispetterebbero la quota minima del 40% di spiagge libere. Mentre Paesi come la Francia – ad esempio – impongono per legge che gli stabilimenti non occupino più del 20% del demanio pubblico. Questi numeri aiutano a capire perché da noi la resistenza anti-Bolkestein sia più forte che altrove.

    Le particolari caratteristiche economico-geografiche italiane sono argomento ricorrente dei critici del provvedimento, ma sono riconosciute anche da persone di onesta fede europeista. Persone come il consigliere del Municipio di medio levante Edoardo Marangoni: «se le concessioni durano poco – riflette a titolo personale ai microfoni di Era Superba – manca l’incentivo economico a investire in questo tipo di attività, che richiedono costi non indifferenti». Marangoni si è interessato all’argomento un po’ per motivi di studio e professionali personali, e un po’ perché fa politica su un territorio, quello di Albaro, dove operano diversi operatori del settore. Ritiene il provvedimento adottato dalla Regione scarsamente fondato dal punto di vista giuridico, ma comprensibile da quello politico: «è normale – dice – che si voglia rassicurare chi con queste attività si guadagna da vivere. Il governo, quale che sia il colore, su questo argomento latita ed evita di applicare la direttiva, d’altro canto Bruxelles riconosce le nostre particolarità e su questo non fa più di tanto pressione. Questa situazione di deroga costante genera una comprensibile condizione d’ansia per gli operatori del settore».

    La Ley de Costas spagnola: un modello per l’Italia?

    La percezione che si ha spesso è quella di un’Europa del tutto insensibile alle caratteristiche particolari degli Stati membri, in questo caso l’Italia. In realtà, stati mediterranei come Spagna, Portogallo e Croazia sono riusciti a ottenere un regime di concessioni lunghe (dai 30 ai 75 anni) senza per questo incorrere in procedure di infrazioni. A differenza dell’Italia, governo e operatori sono riusciti a fare sistema e sano lobbying a Bruxelles, e a vedersi riconosciute le proprie necessità specifiche.

    «Ciò significa – spiega ancora Benifei – che da un lato è legittimo, come Paese, fare appello affinché un metro di giudizio uniforme nel trattamento delle pratiche di gestione del settore sia garantito; dall’altro, che è possibile adottare soluzioni nazionali che non causino necessariamente una dicotomia tra corretta implementazione e tutela delle imprese, degli investimenti e degli interessi specifici». E sarebbe la stessa Unione Europea a fornire gli strumenti giuridici per farlo: «L’ottimo studio recentemente commissionato dal Parlamento europeo – spiega l’europarlamentare – fornisce spunti molto utili su come raggiungere questo obiettivo, che passi da possibili soluzioni differenziate a seconda del carattere “scarso” o meno delle risorse demaniali; dall’inserimento del meccanismo di “doppio binario” che preveda le immediate gare solo sui litorali liberi, all’istituzione di una “rete di protezione” per le imprese esistenti».

    Luca Lottero