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  • The Black Bag, come ripulire il mondo dalle nostre cattive abitudini

    The Black Bag, come ripulire il mondo dalle nostre cattive abitudini

    Foto di Matteo Paolillo

    Una delle tematiche esplose in questi ultimi anni, e che sempre più sta condizionando l’agenda politica e sociale del mondo occidentale, con alterni risultati, è sicuramente quella ambientale, legata ai cambiamenti climatici e in particolar modo all’inquinamento. Spesso, a fronte di un argomento così complesso e stratificato all’interno del nostro sistema economico e di vita, è difficile trovare il bandolo della matassa, soprattutto se si vuole poi provare ad attivarsi e passare dalle tante belle parole ai fatti concreti. 

    Un buon modo per uscire dal labirinto dell’inedia è sicuramente quello di seguire le tracce di chi questo passaggio è riuscito a farlo: abbiamo incontrato The Black Bag, gruppo di tutela ambientale formatosi recentemente a Genova e intervistato Ludovica, una delle fondatrici dei questo ambizioso progetto; ecco la nostra conversazione, tra consigli di lettura e d’azione.

    Ciao, innanzitutto raccontaci qualcosa di te…
    Ciao! Mi chiamo Ludovica Squadrilli e ho 30 anni. Sono nata a Genova, sono laureata in Graphic Design, professione che svolgo come libera professionista da diversi anni e all’interno di The Black Bag sono vice presidente e art director. Ho sempre avuto una sensibilità innata per la tutela ambientale e un amore incondizionato per la natura e gli animali tanto che già da piccola ho iniziato come attivista per il WWF per il quale facevo le raccolte fondi per le specie a rischio vendendo i loro francobolli con un banchetto sulla strada sotto casa, un po’ come si faceva con i banchetti per gli scooby-doo in spiaggia da ragazzini…

    Cos’è The Black Bag e chi siete?
    The Black Bag è un gruppo di tutela ambientale, diventato a tutti gli effetti un’associazione di promozione sociale (APS) proprio i primi di Maggio, per quanto siano già due anni che siamo attivi sul territorio ligure per la tutela e la salvaguardia del litorale e delle aree verdi come ad esempio il Monte Moro. Nel gruppo direttivo siamo cinque (Andrea Canepa, Mattia Filippone, Dorotea Theodoli, Marco Pitto ed io) ma contiamo una trentina di volontari e volontari sparsi su tutta Italia (e all’estero) che collaborano con noi alla stesura degli articoli del blog e alla creazione dei contenuti grafici.

    Quando e come è nata l’idea di The Black Bag?
    Siamo nati il 26 Dicembre 2019 sulle spiagge di Sturla, in seguito ad una passeggiata del nostro presidente e amico Andrea Canepa che, con il suo amico a quattro zampe Ralph, si è ritrovato a camminare su un tappeto di plastica depositata dal mare, in aggiunta a quella lasciata dagli umani che vivono lo spazio. Qualche giorno prima Andrea ha pubblicato una storia su Instagram in cui denunciava la situazione invitando amici e parenti ad unirsi a passare una mattinata volta alla pulizia della spiaggia. A fine giornata alcuni dei presenti, tra cui la sottoscritta, sono rimasti a discutere dell’esperienza; l’entusiasmo e quello che ognuno di noi ha “portato a casa” come premio per l’anima, ci ha arricchito così tanto che abbiamo deciso di continuare. I presenti che quel giorno si sono fermati a disquisire dell’esperienza, oggi, a distanza di circa due anni, sono i fondatori di The Black Bag.

    Di preciso, cosa volete trasmettere alle persone? Qual è il vostro obiettivo?
    Devo ammettere in realtà che, in primis, tutto questo lo stiamo facendo per noi: per ogni cicca di sigaretta che abbiamo buttato per terra senza preoccuparci di dove sarebbe finita, per ogni volta che non abbiamo tutelato gli spazi intorno a noi… Insomma, uno dei reali motivi è assumerci le responsabilità di tutte quelle azioni che avremmo potuto fare ma che non abbiamo fatto sin da subito. Quando ci siamo resi conto che non eravamo gli unici a volerci “sporcare le mani” e che da soli avremmo potuto fare poco, abbiamo iniziato a coinvolgere chi voleva tramite i social (che sono stati indispensabili). Ad oggi, l’obiettivo non è più solo ridare decoro a spiagge e aree verdi o cittadine ma anche informare e sensibilizzare, partendo soprattutto dai più piccoli, al rispetto dell’ambiente, della flora e della fauna e a come essere il più ecosostenibili possibile, il tutto attraverso la divulgazione di contenuti digitali come gli articoli che trovate nella sezione blog del nostro sito.

    Avete mai ricevuto delle critiche per quello che fate?
    Finora no, non abbiamo ricevuto critiche ma ci è capitato in più di un’occasione di essere ostacolati in alcune missioni come la volta che, in collaborazione con altri gruppi di Genova, avevamo organizzato la pulizia di un’area verde di Begato alla quale abbiamo dovuto rinunciare per la sicurezza dei volontari: in sede di sopralluogo, che effettuiamo sempre prima degli eventi, gli abitanti della zona lanciavano elettrodomestici e sacchetti della spazzatura pieni dalle finestre, totalmente indisturbati e incuranti della nostra presenza.

    Le istituzioni vi appoggiano?
    Non abbiamo potuto collaborare con le istituzioni per via della costituzione che è avvenuta solo i primi di Maggio ma abbiamo avuto appoggio sin da subito da enti territoriali come Confcommercio Liguria e Amiu che è l’ente che si occupa della raccolta dei rifiuti del Comune di Genova i quali ci supportano ad ogni nostro evento (nel comune di Genova) recuperando e smaltendo tutti i rifiuti ingombranti o pericolosi che raccogliamo come materiali edili, pneumatici, RAEE.

    Ricevete feedback dalle persone che vi vedono? Cosa dicono di voi?
    Si molti, è capitato spesso che passanti si unissero a noi o ci portassero cibi e bevande per ringraziarci. Mi sono resa conto che da quando è diventata una “missione di vita” per primi i miei familiari hanno iniziato ad essere più attenti all’argomento, mi chiedono consigli e sottolineano le azioni green che fanno (riempiendomi d’orgoglio).

    Voi cosa ricavate da tutto questo lavoro?
    Io personalmente provo un grande senso d’orgoglio e soddisfazione alla fine di ogni evento. Inoltre sono una persona molto socievole e grazie a TBB ho conosciuto e ho la possibilità di conoscere persone meravigliose che abbracciano il mio stesso senso civico, perché di questo trovo che si tratti la tutela e il rispetto dell’ambiente, senso civico.

    Collaborate con altre associazioni? Siete in contatto con realtà simili alle vostre ma in altre città e territori?
    Assolutamente si! Sono tantissime le realtà che come noi si occupano dell’ambiente. Su Genova vi sono diversi gruppi con i quali abbiamo già organizzato eventi e collaboriamo a stretto contatto. Per quanto riguarda le altre città, il 19 Giugno stiamo organizzando il primo evento in simultanea firmato The Black Bag che ci vedrà impegnati contemporaneamente su Genova, Savona e Roma, quest’ultima la prima città fuori dalla Liguria dove inizieranno a pieno regime gli eventi di pulizia.

    Qual è il rifiuto più strano che avete trovato?
    Durante una delle pulizie che abbiamo fatto presso la foce dell’Entella di Chiavari lo scorso anno abbiamo trovato tantissimo materiale medico come vecchi medicinali ancora nelle ampolle di vetro, un contenitore per creme in alluminio degli anni ‘40 con tanto di testo in rilievo sopra, schede telefoniche, lastre di raggi x, una vespa d’epoca ormai diventata un blocco di ruggine e molti contenitori di detersivi palesemente vintage di marche che non esistono neanche più. Moltissimi pezzi di impianti elettrici come prese e interruttori che avevano probabilmente i nostri nonni nelle loro abitazioni.

    Qual è invece quello che si trova in maggiore quantità?
    Tralasciando le mascherine date dalla pandemia, le cicche di sigaretta sono purtroppo il rifiuto più facile di cui sbarazzarsi e soprattutto le spiagge ne sono letteralmente invase! Seguite poi da bottiglie di plastica, salviette, lenze e microplastiche.

    Cosa consiglieresti a chi ci sta leggendo per inquinare meno?
    Alcune delle abitudini che si possono adottare sono: usare la borraccia anziché comprare bottiglie d’acqua di plastica, utilizzare borse in tessuto per i nostri acquisti, gettare le sigarette nel cestino anziché per terra o nei tombini (che finiscono direttamente in mare), comprare roba sfusa anziché con packaging come pane, frutta e verdura, utilizzare detersivi e saponi sia per la casa che per l’igiene personale che non siano d’impatto sull’ambiente, fortunatamente sta tornando di moda lo sfuso per questi che la maggior parte delle volte è anche ecofriendly e prodotto con materie naturali.

    Noi donne purtroppo, per ragioni biologiche, incidiamo molto sull’ambiente con gli assorbenti, una delle cose che possiamo fare per ovviare questo problema è utilizzare assorbenti lavabili e non usa e getta, ne esistono diversi tipi dalla coppetta mestruale in silicone che sostituisce quelli interni a quelli esterni con ali in fibra di cocco che si possono lavare in lavatrice, io personalmente non tornerei mai e poi mai in dietro sia per ragioni economiche che di salute!

    Avete già stabilito cosa fare nei prossimi mesi?
    Abbiamo un calendario ricco di appuntamenti e con la bella stagione abbiamo in programma degli eventi speciali che dureranno anche due giorni ma che sono ancora top secret!

    Dove vi possiamo trovare per unirci a voi?
    Il prossimo evento sarà Sabato 19 Giugno e avrà luogo in tre città italiane diverse: Savona, Roma e Genova, in quest’ultima sarà un evento speciale, in collaborazione con il brand d’abbigliamento R3unite, che direttamente da Milano, porterà il Proactive Show (fashion show + clean up).

    Ci consigli qualche lettura che possa sensibilizzare sul tema ambientale e spiegare meglio cosa sta succedendo e come dovremmo comportarci?
    Dunque, sulla situazione attuale del nostro pianeta sono stati pubblicati ormai moltissimi libri, per fortuna. Io consiglierei qualsiasi cosa scritta da Naomi Klein, che soprattutto in Una rivoluzione ci salverà (Rizzoli, 2015) parla del capitalismo e della crisi climatica.

    Se invece si è più interessati alla perdita di biodiversità e a un approccio più scientifico, ho letto di recente La sesta estinzione di Elizabeth Kolbert (beat, 2014), in cui si fa il punto della situazione sull’estinzione di massa che stanno subendo animali e piante ormai da anni.

    Infine, per avere un quadro ancora più completo, è uscito da poco Scegliere il futuro di Christiana Figueres e Tom Rivett-Carnac (Tlon, 2021). È un libro molto pratico che, dopo aver spiegato l’importanza dell’Accordo di Parigi, elenca tre mentalità e dieci azioni da adottare per raggiungere gli obiettivi concordati. Potete trovare altri consigli sul nostro blog nella rubrica I consigli del Dodo di Dorotea Theodoli.

    Potete trovare tutte le informazioni sui progetti attivi e i prossimi eventi sui loro canali social Facebook e Instagram: @theblackbagorg o sul sito www.theblackbag.org

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger
  • ‘Ascoltami ora’, Maricla Pannocchia e il mondo difficile dei bambini oncologici

    ‘Ascoltami ora’, Maricla Pannocchia e il mondo difficile dei bambini oncologici

    Maricla Pannocchia è una scrittrice toscana che nel 2014 ha fondato l’Associazione di volontariato “Adolescenti e cancro”, di cui è Presidente, per offrire supporto sociale, emotivo e psicologico gratuito agli adolescenti e ai giovani adulti da tutta Italia che hanno o hanno avuto il cancro. Nel corso degli anni ha pubblicato il romanzo “La mia amica ebrea” e con Astro Edizioni ha pubblicato “Le cose che ancora non sai“. Sentendosi vicina alla realtà dei ragazzi affetti dal cancro infantile e alle loro famiglie, ha messo a disposizione la sua abilità di scrittrice per poter parlare a tutti di questo tema così difficile da affrontare. Si tratta di un mondo doloroso in cui possiamo entrare grazie al suo libro “Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici”, dove a parlare saranno proprio i protagonisti delle vicende. Abbiamo approfondito la conoscenza con Maricla e le abbiamo posto alcune domande per voi.

    Buongiorno Maricla, dicci qualcosa di te, chi sei, cosa fai nella vita, dove vivi…
    Ciao a tutti e grazie dell’opportunità. Mi chiamo Maricla Pannocchia, ho 36 anni, sono toscana e da sempre amo scrivere. Ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2014 e nello stesso anno ho scritto “Le cose che ancora non sai” che racconta la storia d’amicizia fra due adolescenti, di cui una malata di leucemia. Svolgendo le ricerche per il romanzo, mi sono avvicinata alla realtà dei ragazzi oncologici, di cui non sapevo praticamente niente e ho sentito il bisogno di fare qualcosa per loro. Oltre a essere Presidente dell’Associazione di volontariato Adolescenti e cancro lavoro come scrittrice, ghost writer, copy writer e offro percorsi di accompagnamento alla pubblicazione e/o alla promozione agli scrittori emergenti.

    Come hai avuto l’idea di scrivere “Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici”?
    L’idea per “Ascoltami ora” è nata in maniera naturale, spontanea, perché attraverso la pagina Facebook della mia Associazione faccio regolarmente sensibilizzazione sul cancro infantile e dell’adolescente attraverso le storie di chi ci è passato o ci sta passando. Il libro è un’evoluzione naturale della mostra fotografica online (IN) VISIBILI, visionabile gratuitamente al sito dell’Associazione (www.adolescentiecancro.org), che racchiude storie e foto inviate dai ragazzi e dalle famiglie.

    Personalmente è un argomento di cui sento parlare poco, forse perché spaventa. Credi che quello del cancro infantile o in età adolescenziale sia un argomento poco discusso in Italia? Bisognerebbe fare di più?
    Sì, credo che si parli ancora poco del cancro infantile e dell’adolescente. Ormai io “ci sono dentro” quindi seguo varie Associazioni, conosco tanti ragazzi e famiglie e quindi ne sento parlare ogni singolo giorno ma mi rendo conto che le persone che sono al di fuori del mondo dell’onco-ematologia pediatrica ne sentono parlare pochissimo, di solito in concomitanza di qualche occasione come la Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile. Quello che mi spaventa di più, però, non è tanto il fatto che non se ne parli abbastanza ma che spesso se ne parli in maniera sbagliata, per esempio mi vengono in mente le immagini dei bambini o ragazzi, calvi e sorridenti, che si divertono in qualche camp e quello è sicuramente un aspetto della malattia ed io stessa diffondo immagini del genere prese dalle nostre gite però è anche importante parlare degli altri aspetti come il dolore, la paura, l’isolamento, l’effetto della diagnosi sull’intera famiglia e in special modo sui fratelli e le sorelle… non bisogna dare l’idea che i bambini e ragazzi oncologici siano da compatire e basta. Penso che bisogna metterci in testa che si tratta di persone e quindi di esseri molto complessi, come lo siamo tutti; etichettarli semplicemente come “ragazzi malati di cancro” non è solo riduttivo, può rivelarsi controproducente e con-tribuire a dare l’idea che una persona malata, di qualsiasi età, non sia altro che, appunto, una persona malata quando, avendo conosciuto tanti di questi bambini e ragazzi, vi giuro che sono carichi di sogni, talenti, progetti sia per il presente sia per il futuro.

    Le istituzioni cosa fanno a riguardo? Si potrebbe fare di più?
    Sì, si potrebbe sempre fare di più. Purtroppo tante mamme mi hanno raccontato di aver ricevuto poco supporto dalle istituzioni, specialmente da quelle a livello nazionale. Lo Stato in sé, secondo me, dovrebbe avere dei progetti ben delineati, che coinvolgano i pazienti e gli ex pazienti e i loro famigliari, e dei budget idonei a rispondere ai bisogni delle famiglie colpite dal cancro pediatrico e dell’adolescente. Al momento, tutto ciò che viene fatto è grazie a Fondazioni, Associazioni, privati, aziende ecc… penso che lo Stato, dato che la nostra Costituzione tutela chiaramente il diritto alla salute, dovrebbe intervenire in maniera molto più decisa, consapevole e strutturata per rispondere ai numerosi bisogni di queste famiglie. Ricordiamoci, inoltre, che lo Stato siamo noi; è importante che ogni singola persona s’informi, segua la causa e combatta con e per i bambini e ragazzi oncologici perché solo facendo sentire le nostri voci forse, un giorno, otterremo attenzione da parte dello Stato.

    La ricerca scientifica si concentra su questa tematica?
    La ricerca fa continuamente passi avanti. Questo, però, varia molto da cancro a cancro. Quando parliamo di “cancro infantile” corriamo il rischio che le persone pensino che si tratti di un’unica patologia quando in realtà esistono numerosi tipi di cancro e dozzine di sottotipi. Ci sono alcuni tipi di cancro infantile considerati “rari”, come per esempio i sarcomi o il DIPG (glioma diffuso intrinseco del ponte), per i quali la ricerca è ancora indietro.

    Ci sono altre associazioni, oltre la tua, anche in altri paesi, che si occupano di giovani malati?
    Ma certo! In Italia ci sono diversi reparti oncologici a misura di adolescente, i primi che mi vengono in mente sono il Progetto Giovani dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Area Giovani del Cro di Aviano, però ci sono tante teen zone, teen rooms eccetera – ovvero sale dedicate agli adolescenti – in vari ospedali. Sicura- mente ho visto dei passi fatti in avanti in questo senso, rispetto a quando ho aperto nel 2014. All’estero, devo nominare il Teenage Cancer Trust (no-profit britannica leader nella cura degli adolescenti con tumore) perché dal 2015 al 2019 inclusi, ogni anno ho accompagnato un ragazzo o una ragazza supportati dalla mia Associa- zione alla conferenza da loro organizzata in Inghilterra, “Find your sense of tumour”, dedicata a giovani fra i 18 e i 24 anni che avevano o avevano avuto un cancro accompagnati da infermieri, volontari, educatori… Noi eravamo l’unica Associazione italiana a partecipare e ricordo quelle esperienze come fra le più utili e belle della mia vita, sia a livello umano sia per quanto ho imparato e poi messo in quello che faccio nella mia Associazione, e anche i ragazzi che ho accompagnato sono rimasti molto colpiti e sono tornati in Italia che erano persone diverse rispetto a quelle che erano prima della partenza.

    Hai avuto difficoltà a raccogliere le storie presenti nel libro?
    No. Come ho accennato prima, il libro è l’estensione naturale della nostra mostra fotografica online (IN)VI- SIBILI nella quale ci sono numerose storie scritte dalle famiglie o dai ragazzi. Quando ho proposto l’idea del libro, molte persone mi hanno contattata con la propria testimonianza; altra hanno scoperto della mia Associa- zione a pubblicazione già avvenuta e allora le loro storie sono andate “solo” nella mostra fotografica online. Ammiro molto tutte le persone che scelgono di condividere le loro storie perché naturalmente si tratta di esperienze dolorose, anche quelle finite bene hanno un minimo di dolore e sofferenza inimmaginabile per le persone “sane”, ma queste famiglie e questi ragazzi lo fanno per aiutare gli altri e per raccontare la propria esperienza nell’ottica che è l’unico modo per avvicinare davvero le persone alla realtà del cancro infantile e dell’adolescente.

    Credi che sia stato importante per loro condividere la propria storia di malattia, raccontandosi
    Sì, come dicevo sopra. Da scrittrice, do molta importanza alle parole e penso che per determinate persone e determinate patologia la scrittura possa essere proprio una sorta di terapia. Non dev’essere facile mettersi a nudo e scrivere nero su bianco di momenti così difficili ma queste persone sono davvero altruiste e un esempio perché, attraverso le loro storie e quelle dei loro figli, vogliono aiutare gli altri.

    Per una persona malata e per chi vive accanto a loro, qual è la parte più difficile da affrontare della malattia, quella che spaventa di più?
    Per fortuna non ho mai avuto una persona a me cara malata di cancro, quindi non posso rispondere per esperienza personale e penso che la risposta vari da persona a persona nonché magari in base ad altri fattori, come per esempio il rapporto che lega questa persona all’ammalato. Penso che sia la malattia in sé a spaventare e, per esteso, la morte. La nostra società purtroppo c’insegna che le persone malate sono da compatire e tante persone, spesso inconsciamente, cambiano modo di comportarsi con chi è malato. Penso sia fondamentale ricordare che quella persona malata è ancora il tuo partner/il tuo amico/il tuo compagno di scuola, è ancora un essere umano con una personalità, dei sogni, dei progetti ecc… certo, la sua quotidianità è cambiata e probabilmente lui stesso sta cambiando, ma suggerisco di non pensare mai che un malato sia solo un malato. Un malato è una persona che ha duemila sfaccettature e fattori che la compongono; la malattia è solo uno di questi.

    Quanto è importante e quanto incide l’aiuto psicologico? Secondo te è necessario?
    Anche qui penso che la risposta vari da persona a persona. Ho conosciuto mamme che hanno perso i figli e hanno ammesso candidamente di non essersi mai rivolte a uno psicologo perché non ne sentono il bisogno e non l’hanno mai sentito, altre mamme invece sì, così come i ragazzi stessi. Molti di loro soffrono di problemi di ansia, attacchi di panico, depressione… mi sento di consigliare un supporto psicologico a chi pensa di averne bisogno. A volte tendiamo a pensare – anche qui perché la società ci ha “insegnato” in un certo modo – che i problemi della mente non siano importanti quanto quelli del corpo, che un cancro è una malattia del fisico, punto. Invece ha un impatto anche a livello psicologico. Chiedere un aiuto psicologico, o in qualunque altro ambito,non vuol dire fallire, essere deboli, o “pazzi”, ma semplicemente renderci conto che per star bene e per guarire dobbiamo fare il possibile perché ci sia un’armonia corpo-mente-spirito.

    Perché consiglieresti la lettura del libro a chi non ha mai avuto esperienze vicine a quelle raccontate?
    Proprio perché gli autori sono ragazzi e famiglie che hanno vissuto questa realtà e che ve la raccontano così com’è. Non ci sono pillole indorate. Troverete dolore, paura, morte, vita, allegria, coraggio… troverete la vita con la “V” maiuscola, che è il motivo per cui ho deciso di aprire la mia Associazione, perché è stato lì, fra le famiglie colpite dal cancro pediatrico, che ho trovato la vera vita, quella con i valori davvero importanti, con le risate intense, con il “qui e ora”. In un mondo, quello dell’onco-ematologia pediatrica, dove le persone avrebbero tutto il diritto di essere tristi, negative e preoccupate ho (ri)trovato la voglia di vivere.

    Perché lo consiglieresti invece a chi sta vivendo questo percorso, sia direttamente che indirettamente (ovvero il malato stesso e i familiari, ma anche insegnanti, amici ecc)?
    Allora, chiarisco che purtroppo la maggior parte delle storie non sono a lieto fine. Questo non per scelta, ma perché quelle sono le storie che mi hanno inviato. Non lo consiglio, quindi, a chiunque stia affrontando la ma- lattia proprio perché si parla apertamente della morte, del dolore e ci sono tante storie scritte dai genitori perché i bambini o ragazzi sono diventati angeli. Penso che sia più utile, piuttosto che ai malati, alle persone che stanno loro accanto per farsi un’idea di cosa può passare nella mente del malato.

    Vedere da vicino queste esperienze, cosa ti ha "regalato"? Quali insegnamenti hai
    potuto ricevere?
    Come accennavo prima, questi ragazzi mi hanno regalato la vita con la “V” maiuscola ed è il dono più prezioso che potessi ricevere. Purtroppo, nel cosiddetto “mondo normale”, le cose sembrano andare sempre peggio. Ci sono tantissime notizie che parlano di violenza, morte, razzismo, egoismo e nella vita quotidiana vedo che la maggior parte della gente ha una mentalità individualista, si lamenta per un nonnulla, pensa di avere tutto il tempo del mondo, vuole accumulare soldi e altri beni materiali. Si sono dimenticati la gratitudine, il rispetto, l’amore, la famiglia, l’amicizia come veri valori. Questi ragazzi, forse perché sono cresciuti in fretta e forse perché, più o meno consapevolmente, vedono la morte da vicino, mi hanno insegnato a non pensare al domani ma a concentrarmi sull’oggi, ad amare, a dimostrare affetto, a seguire i miei sogni, a essere sempre gentile e rispettosa e che, nonostante i momenti difficili, tornerà il sole e spesso sta a noi reagire in determinati modi piuttosto che in altri, davanti alle difficoltà della vita, per ritrovare quel sole o per dipingerlo con le nostre mani.

    Sei fondatrice e presidente dell’Associazione di Volontariato Adolescenti e cancro, ti va di parlarcene? Quali attività svolge? Quante famiglie aiuta?
    La mia Associazione è nata nel 2014, per mia volontà, per offrire supporto sociale e occasioni di confronto fra coetanei a ragazzi/e da tutta Italia, fra i 13 e i 24 anni, che hanno o hanno avuto il cancro. Organizziamo gite di più giorni in Toscana, giornate di svago, vacanze per la famiglia… ovviamente tutto ciò è stato sospeso dalla pandemia e rimpiazzato con attività online però, inutile mentire, non è la stessa cosa. A forza di conoscere que- sti ragazzi e le loro famiglie sono venuta a sapere molto di più sul cancro infantile e dell’adolescente, e allora ho deciso di lavorare regolarmente anche sulla sensibilizzazione nell’ottica che purtroppo sentiamo parlare raramente della realtà del cancro pediatrico e la maggior parte della gente che ne è fuori, è nelle condizioni in cui ero io non solo prima del 2014 ma anche nel primo anno o due dalla fondazione dell’Associazione, in cui mi focalizzavo solo sulle gite e sul supporto fra coetanei, importantissimi, ma comunque solo una parte di una realtà molto complessa e purtroppo per molti versi invisibile (da qui il titolo della mostra).

    Con la pandemia immagino che molte attività si siano fermate o modificate; la pandemia quanto ha influito sui piccoli pazienti e le loro famiglie?
    Come accennavo prima, abbiamo dovuto sospendere tutte le attività dal vivo; ho ripiegato con dei laboratori online ma onestamente il coinvolgimento e i risultati non sono nemmeno paragonabili a quelli delle attività dal vivo. La pandemia ha reso ancora più isolati questi bambini e ragazzi; immaginate, per esempio, l’assenza di volontari nei reparti. Bambini e ragazzi che non possono più contare sui clown, sui volontari, sulle uscite, sulle attività in reparto… La pandemia ha portato via la spensieratezza che tutte queste attività portavano con sé, lasciando i bambini e ragazzi con gli esami, le chemio, le radioterapie, le operazioni chirurgiche ecc e le Associazioni che si fanno in quattro per stare loro vicino in modi nuovi però sicuramente l’interazione umana, un abbraccio, mancano moltissimo e penso che questo possa anche incidere a livello psicologico sul percorso del bambino o ragazzo.

    Quale sarà la prima cosa che la tua associazione farà dopo la pandemia?
    Non vedo l’ora di ricominciare con le nostre attività dal vivo, le uscite su Roma e in altre città, ma soprattutto le gite di più giorni in Toscana! Mi manca moltissimo il rapporto diretto con i ragazzi. Le gite hanno un concept semplice ma geniale nella sua semplicità; permettono ai ragazzi di conoscere altri giovani vicini d’età che stanno vivendo o hanno vissuto situazioni simili e soprattutto possono sentirsi giovani e vivi a dispetto della malattia. Le gite offrono un mix di attività organizzate e tempo libero e ciò che la maggior parte dei ragazzi partecipanti mi ha detto è che durante le gite non si sentono “diversi”, come gli può capitare per esempio a scuola o sul lavoro. Spero davvero di riuscire a fare una gita a dicembre 2021, torneremo a Firenze per il periodo invernale, come abbiamo sempre fatto (tranne nel 2020, ovviamente) da quando ho aperto e poi da lì ricomincerò con le gite estive e, se riuscirò, anche in termini di fondi, vorrei lanciare quelle primaverili, progetto che avrebbe dovuto prendere il via a marzo 2020.

     

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger

    Sinossi: “Ascoltami ora” è un insieme di storie che conducono il lettore nel mondo dell’oncologia pediatrica, un viaggio all’interno delle storie di bambini, ragazzi e famiglie che hanno vissuto la realtà del cancro pediatrico.

  • ‘Storie vere di un mondo immaginario’, il viaggio nel tempo e nella Liguria di Dario Vergassola

    ‘Storie vere di un mondo immaginario’, il viaggio nel tempo e nella Liguria di Dario Vergassola

    Dario Vergassola, comico, cabarettista e scrittore italiano ha recentemente pubblicato un nuovo libro con Baldini & Castoldi. Infatti dall’11 marzo possiamo trovare nelle librerie e store online il libro “Storie vere di un mondo immaginario“. Cinque racconti delle Cinque Terre, magnificamente illustrato da Mattia Simeoni. Li abbiamo intervistati entrambi per permettervi di avere uno sguardo completo sul tema ecologista delicatamente esplorato da Vergassola. Perché ridere va sempre bene ma senza perdere di vista ciò che di più bello abbiamo al mondo: la nostra terra.

    So che sei un grande lettore.
    Sì, leggo tanto. La lettura nasce se hai la fortuna di trovare i primi libri che ti incuriosiscono. Adesso per fortuna ci siete voi blogger, prima però ti affidavi un po’ al caso, al massimo c’erano dei bravi librai che ti suggerivano. Quando leggo, più che leggere “vedo”. Leggendo infatti devi immaginarti i personaggi, i luoghi, tutto insomma. L’atmosfera la fai tu, il libro ha questa forza, è tuo. Il libro è di chi lo legge, non di chi lo scrive. A seconda di quando leggi il libro, lui ogni volta cambia. Quando trovi anche chi legge le cose che piacciono a te entri in confidenza con quella persona, come se fosse un corteggiamento.

    Leggendo il tuo libro ci si tuffa nelle acque liguri delle Cinque Terre, come è nata l’idea di scrivere questo libro?
    Abbiamo turisti che vengono da ogni parte del mondo, bellezze naturali intatte e uniche. Però non abbiamo dei racconti, delle leggende un po’ come quella del mostro di Loch Ness, anzi penso che le guide turistiche abbiano difficoltà a raccontare qualcosa. Mi è capitato di sentirne alcune che si inventavano delle balle, quindi balla per balla, meglio raccontarne alcune dichiarando di averle inventate.

    Il primo racconto, quello di Manarola, è stato scritto tanti anni fa per un altro progetto, pigro come sono tra me e me ho detto “Una delle cinque terre ce l’ho già, scriviamo anche gli altri quattro racconti. Il sesto invece, che sarebbe l’epilogo, ha un’impronta un po’ ecologista ed è stato scritto perché Luc Jaquet (N.d.R. regista francese nonché vincitore del premio Oscar per il miglior film documentario con La marcia dei pinguini) ha letto il mio libro, lo ha apprezzato molto e ne ha scritto la bellissima prefazione che trovate in quarta di copertina.

    Come ha fatto il tuo libro ad arrivare fino a Luc Jaquet?
    Prima della pandemia lui e dei musicisti di Trento hanno messo in piedi una specie di opera rock ecologica (N.d.R. Storie di Mare e Piccole Terre). Uno di questi musicisti è mio amico e mi aveva chiesto di preparare una narrazione da recitare sul palco. Io, da pigro, gli ho proposto i racconti sulle Cinque Terre che avevo già scritto. A Luc sono piaciuti tanto, così quando è stata ora di pubblicare il libro gli ho chiesto di scrivermi la prefazione. Mi pare che fosse in Siberia ma ha accettato. Il freddo però deve avergli dato alla testa, mi ha accostato a Collodi…

    I cinque racconti sono caratterizzati dall’umorismo ligure…
    Gli uomini sono molto cinici e i racconti sono scritti dal punto di vista degli animali. L’idea era quella di uno scambio tra il pesce che fa simpatia e l’uomo, anche se in alcune di queste storie il finale è tragico. Insomma, quando un totano e un limone innamorati si incontrano, in ogni caso vuol dire che è finita…

    Uno in particolare mi ricorda qualcosa…
    Credo tu stia parlando del mio preferito, Caterina, un’acciuga salata e sapientina. Sempre per pigrizia ho rubato a me stesso da La ballata delle acciughe (Mondadori Electa, 2014).

    Da ligure, non hai paura che questo libro attiri ancora più “foresti”?
    In realtà ne abbiamo bisogno, soprattutto dopo questo periodo. Spero però che il discorso della pandemia abbia portato un po’ di riflessione sulla questione del turismo. Noi abbiamo tanti turisti pro- capite. Le Cinque Terre sono dei posti contemplativi dove bisogna muoversi a piedi, fermarsi dieci giorni con calma, anche fare base per andare a Firenze o alle cave di Carrara perché no, ma non sono visitabili in un giorno solo, non puoi riempirle di crociere e pullman che vanno e vengono.

    Però credo che sarà più Luca della Pixar ad attirare i turisti (N.d.R. in uscita il 18 giugno 2021 sulla piattaforma di streaming Disney+). Il regista Casarosa è ligure ma vive a Los Angeles; quando è venuto qui qualcuno gli ha parlato del libro La ballata delle acciughe dicendogli di mettersi in contatto con me, mi ha chiamato e l’ho portato in barca per vedere Porto Venere piuttosto che l’Isola del Tino. Vedendo i primi promo del film è meraviglioso rivedere i luoghi in cui l’ho portato.

    Leggendo il libro sembra di fare un viaggio nel tempo, i racconti sembrano ambientati in un’epoca passata.
    Lì è ancora così, sono luoghi fermi nel tempo ma funzionano. I turisti americani si inginocchiano e hanno gli occhi che brillano perché tengono fede ad un immaginario che qui ritrovano intatto. Come arrivi alle Cinque Terre trovi veramente quello che cercavi. Non ci sono macchine, sembra un paradiso per i bambini. Possono uscire tranquilli, trovi un sacco di bancarelle, persone che vanno a pescare. Ricordo un personaggio che veniva da Milano, metteva un telone e proiettava in mezzo ai caruggi i film che piacevano a lui, la gente si portava le sedie da casa e si sedeva lì a guardare.

    I tuoi racconti vanno bene per i bambini?
    Sì, funzionano alla grande, possono essere letti come delle favolette, con dietro una morale e un insegnamento. Anzi credo che in qualche scuola li abbiamo già letti. C’è un discorso di ecologia, il rapporto con gli animali. I personaggi danno tanti insegnamenti sulle differenze e su come superare le difficoltà, come Gino il girino bianco in mezzo a quelli neri, o come Amelietta, la sirenetta muta che scopre di avere altre attitudini, magari anche migliori di quelle degli altri. Concentrandosi sempre sui difetti fa in modo che non si vedano le qualità, è giusto impararlo.

    Com’è nata la collaborazione con Mattia Simeoni?
    La casa editrice ha molti illustratori ma io ho voluto proporre Mattia, il compagno di mia figlia, perché è davvero molto molto bravo. Ho portato i suoi disegni, è piaciuto moltissimo anche se non è così conosciuto, merita davvero.

    Allora non mi resta che parlare direttamente con lui per conoscerlo meglio. Mattia, dimmi qualcosa di te.
    Sono ligure, sono nato a La Spezia e dopo alcuni anni fuori per studio e lavoro sono tornato a vivere qui. Sono un illustratore e animatore di cartoni animati professionista. Ho iniziato a studiare disegno a Carrara all’Accademia d’Arte e mi sono specializzato nell’ animazione 2d e Character design a Torino, alla scuola di Cinema della Rai, in un corso triennale.

    Com’è nata l’idea di illustrare questo libro?
    Dario è mio suocero, quindi è stato tutto molto naturale e facile. Aveva già scritto i racconti sulle cinque terre e con l’editore avevano pensato che delle illustrazioni avrebbero arricchito il lavoro. Lui mi ha proposto di farlo, abbiamo presentato alcuni miei lavori precedenti ai responsabili e sono rimasti contenti. Per me è stato un lavoro molto bello, amo anche io le Cinque Terre e grazie a Dario ho avuto modo di conoscerle meglio.

    Mi descrivi il processo di lavoro e la tecnica che hai adottato?
    Il lavoro è durato settimane. All’inizio ho proposto diversi stili e insieme a Dario e all’editore abbiamo deciso l’impronta grafica che ci piaceva dare al libro. Abbiamo scelto un stile deciso, colorato e molto da “cartolina”. Ci piaceva dare un’impronta adulta ma allo stesso tempo infantile, usando uno stile a matita, quasi da fiaba. Il mio approccio è stato quello di leggere i racconti e confrontarmi con Dario per decidere quali momenti voleva che venissero esaltati di più.

    Qual è stata la parte più difficile di questo lavoro? E la più divertente?
    La più difficile è stata quella di far vivere attraverso i disegni i luoghi raccontati. Volevamo che anche chi non fosse mai venuto alle Cinque Terre potesse capire la bellezza incredibile che hanno.
    Il momento più divertente è stato quando ho avuto in mano la copia stampata. Dario ci ha fatto una sorpresa grandissima, ha cambiato i nomi dei personaggi usando quelli della nostra famiglia. I miei figli si sono ritrovati a essere una sirena e un polpo… leggere le storie insieme a loro è stato ancora più bello!

    Quale racconto ti è piaciuto di più da illustrare? Ti sei immedesimato in uno degli animali protagonisti dei racconti?
    Il racconto che mi è piaciuto di più illustrare è quello sulle acciughe. Dario ha un forte legame con questo pesce, anche per il suo libro precedente, e penso che fosse quello su cui avesse più aspettative! Il mio personaggio preferito è Gino il girino.

    Ti è piaciuto lavorare per questo libro? Stai lavorando ad altri progetti?
    Moltissimo! Attualmente sto lavorando per alcuni progetti di illustrazione con Panini Editore, con cui ho già pubblicato un gioco di carte sull’arte e con lo studio di animazione Dog Head per una serie animata che uscirà su Netflix.

    Hai degli illustratori e disegnatori a cui ti ispiri?
    Impossibile elencarli tutti, mi piace molto la scuola francese ma oggi con i social media ogni giorno si scoprono nuovi stili e nuove idee.

    Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi ha appena intrapreso questo percorso artistico o che ha intenzione di farlo?
    Consiglio di frequentare una buona scuola dove possibilmente insegnino dei professionisti, in maniera da prepararli alle problematiche del lavoro come le deadline ristrette, i target ben precisi o il lavorare in gruppo. Negli ultimi anni è cambiato un po’ tutto ed è più facile trovare lavoro anche sul mercato estero ma è aumentata anche la competizione quindi bisogna cercare di evolvere in continuazione e dare sempre qualcosina di più.

     

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger
    ‘Storie vere di un mondo immaginario’, di Dario Vergassola. Edizione Baldini & Castoldi

    Sinossi: Cosa avrebbe da dire un girino che abita uno stagno all’arrogante che cerca in tutti i modi di contaminare l’acqua? E cosa pensano davvero le acciughe sui banconi dei bar liguri di questa tradizione alimentare? Com’è, insomma, la vita in questo mondo alla rovescia in cui gli animali e le sirene parlano, si lamentano dell’uomo, lo sfidano e lo contrastano? In queste cinque storie di delicata ironia, di struggente tenerezza, comiche e malinconiche al tempo stesso, pungenti di satira sociale e disincantate e lucide, a essere protagonisti sono proprio loro, i dimenticati animali e le leggendarie creature del mare: pesci, totani, sirene, acciughe e polpi mettono qui in scena le loro storie d’amore impossibili, le loro tirate ecologiste, la malinconia di essere esclusi, il desiderio di scoprire il mondo lanciandosi in mille spericolate avventure. Il risultato è un ribaltamento provocatorio e ludico delle nostre certezze: le Cinque Terre, che ci apparivano solo come una costa perfetta per i turisti e popolata da pescatori, si trasformano in queste pagine in un mondo favolistico e spietatamente vero, fino ad assumere i tratti di un luogo in cui la leggenda è di casa e in cui è possibile guardare il mondo da un’altra prospettiva. Dario Vergassola, spezzino d’eccezione, libera in questa raccolta di racconti, illustrati da Mattia Simeoni, la sua vena più creativa, unendo all’inventiva e all’ironia, che siamo abituati ad apprezzare in lui, una vocazione narrativa di grande intensità e leggerezza.

    Biografia dell’autore: Dario Vergassola nasce in Liguria, ed è comico e cantautore. Partecipa a numerossimi programmi televisivi (Maurizio Costanzo Show, Carabinieri, Zelig, Dio vede e provvede, Le Iene, Parla con me con Serena Dandini e altri) e piéce teatrali (Manovale, gentiluomo, Mangia e bevi che la vita è un lampo, Riondino accompagna Vergassola a trovare Flaubert e altri) , e nel 1992 vince il “Festival di Sanscemo”. Si avvicina al mondo dello spettacolo da giovane, partecipando a “Professione Comico”, manifestazione diretta da Giorgio Gaber: ottiene sia il premio del pubblico che quello della critica. Del 2014 è il suo primo romanzo La ballata delle acciughe, edito da Mondadori.

  • Relazioni Instabili, intervista a Carlo Rosso: “I social hanno coartato il tempo dell’amore”

    Relazioni Instabili, intervista a Carlo Rosso: “I social hanno coartato il tempo dell’amore”

    Il 21 Gennaio è uscito nelle librerie e negli store online “Relazioni Instabili”, l’ultimo saggio dello psichiatra, sessuologo e docente universitario Carlo Rosso, edito da Golem Edizioni. Abbiamo potuto intervistare l’autore per proporre a tutti i lettori di Era Superba e del mio blog uno sguardo più approfondito su un tema quanto mai attuale e sempre vivo come quello delle relazioni, approfondendo maggiormente alcuni aspetti che vengono indagati all’interno del saggio. Un terapeuta infatti non dà solamente delle risposte al paziente ma si pone anche delle domande, interrogativi che nascono da necessità o da riflessioni successive a fatti di cronaca passati e attuali.

    Ho letto il suo saggio con grande interesse. Nonostante il tema sia complesso e articolato il libro risulta accessibile a tutti e sicuramente utile per chiarire qualche dubbio personale sulla propria emotività. Partendo però dal principio, qual è l’intento principale che voleva raggiungere scrivendo questo saggio? A chi è rivolto principalmente?
    Come quasi tutti i libri che ho scritto sono rivolti a quelle persone che provano a non perdere il filo di ciò che gli accade dentro. Persone che non si accontentano della narrativa interpretativa dominante ma desiderano bucare la crosta dell’ovvio, del politicamente corretto (esiste pure in psicologia) per agguantare qualche brandello delle verità emotive profonde che guidano le nostre esistenze. In realtà il saggio è una raccolta di microsaggi scritti su sollecito di eventi di cronaca, di letture personali o di riflessioni seguenti ad incontri con i miei pazienti. Infatti i pazienti cercano risposte dai loro terapeuti ma sollevano nelle loro menti anche una quantità di domande. A queste ho cercato risposte, che sono poi le riflessioni che tutte insieme sono diventare libro. Che intento avevo? Per certo una personalissima (egoistica?) volontà di capire, come solo la riflessione scritta consente. Poi guardando all’opera compiuta è stato evidente che il filo comune che le legava erano i movimenti, le fluttuazioni, le ambiguità e le vicissitudini del nostro interagire con l’altro da noi. Da qui il titolo: “Relazioni Instabili”

    Cosa si intende quando di parla di “relazioni instabili”? Dicendo “relazioni instabili” si presuppone che ci siano anche delle “relazioni stabili”; in cosa si differenziano?
    In realtà non è proprio così, poiché “instabile” non è da ritenersi un termine che connota negativamente una relazione. Certo ci sono relazioni la cui instabilità è come un movimento sismico crescente che le porterà a implodere o ad esplodere (questo a seconda delle caratteristiche di personalità dei due attori) ma l’instabilità è anche, per un altro verso, ciò che garantisce la vitalità della relazione. Voglio dire che una relazione che si percepisce come garantita è come un albero che ha smesso di dare frutti; c’è, ma la vita non scorre più. Quando sentiamo il partner garantito, quando non lo percepiamo più come persona libera che si dispiega nel mondo e ha qualità per piacere e desiderare è bene domandarsi che cosa è ancora lui per noi e come lui possa sentirsi svuotato dalla donazione di senso del valore che gli attribuiamo attraverso la nostra ammirazione e, anche, modulata gelosia. Quindi vi è da augurarsi che la relazione di coppia, in questa prospettiva di pensiero, rimanga, come dire, “instabile”. Del resto Goethe diceva che “l’amore è un fiore meraviglioso che bisogna avere il coraggio di cogliere sul limite di un precipizio”. Il precipizio non è esattamente un luogo di stabilità.

    Qual è la differenza tra l’innamoramento e l’amore? Mi pare di notare che ci sia confusione a riguardo e questo porta i giovani, e forse non solo loro, a dividersi in due categorie di persone. La prima comprende chi evita a tutti i costi le relazioni durature (in ambito amoroso, di amicizia e anche lavorativo), come se avessero paura di non sentirsi più liberi o di non avere più una propria identità individuale. La seconda al contrario comprende tutte quelle persone che ricercano una relazione ad ogni costo, anche instaurando dei rapporti che non funzionano, pur di non rimanere soli. Da cosa derivano queste paure opposte?
    Lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa quando ebbero a chiedergli dell’amore disse: “Ah l’amore, fuoco e fiamme per un anno e poi cenere per trenta”. Ecco, ben indicato il confine tra queste due esperienze della vita amorosa. La prima, l’innamoramento, è un movimento emotivo totalizzante che ci risucchia e ci conduce, sia pur temporaneamente, in una dimensione di perfetta unione dove il due diventa uno. La seconda, che ha ben altri contenuti oltre alla cenere – di cui ho scritto nel mio libro “Ti amo e Ti temo” – è un movimento in assoluto contrario al primo dove il due, ovvero la differenza tra i partner, diventa una scommessa accettata che apre ad un orizzonte condiviso. È vero però che la scommessa della “verità del due” non è facile; e qui rispondo alla seconda parte della sua domanda, perché oggi è il tempo delle relazioni smaltibili all’insegna del piacere che se ne può trarre e non della scelta e dell’impegno. Anzi, ogni vincolo appare una inaccettabile limitazione della libertà personale e quindi su ogni vincolo incombe il fantasma di una felicità maggiore che potrebbe abitare la relazione che deve ancora venire. Così intesa la relazione enfatizza implicitamente il peso della sessualità. Quasi che il concetto di buona relazione debba, senza alcuno scarto, coincidere con la passione sessuale intensa, con l’affiatamento erotico. Ma questa moderna cornice interpretativa della relazione amorosa è all’origine della sua debolezza, poiché conferisce all’appagamento sessuale potere di indirizzo sul futuro della relazione. Ma che speranza di tenuta può avere una relazione di questo tipo, la cui sopravvivenza è determinata dai moti della passione e dell’emozionalità? Forse nessuna, ed ecco perché le relazioni che durano sono eccezioni. Per quanto invece concerne le relazioni che durano nella sofferenza qui la ragione non è nella cultura ma nell’intreccio delle miserie psicologiche dei due protagonisti. Per un verso il carnefice, che fatica ad emanciparsi da una presenza che ferisce emotivamente ma assicura identità, per l’altro vertice la vittima, ancorata al ricordo della forza e sicurezza che all’inizio traeva da quella relazione e che il pentimento, a singhiozzo, del carnefice promette ritorni. Insomma reciproche dipendenze che si declinano in ruoli diversi ma entrambi animati da marcate fragilità emotive.

    La relazione implica sicuramente il dialogo ma perché questo è così difficile da attuare? Parliamo con codici differenti?
    Certo, e qui è il punto interessante, qui è la sfida. Gli uomini sono diversi dalle donne. Si pensi, per esempio, al sesso. Il desiderio maschile corre sul canale sensoriale visivo, quello femminile privilegia il canale cenestesico. Anche sul punto del dialogo il genere fa problema. Infatti per parlarsi, ma per davvero, cioè per capirsi, è necessario volgersi al partner senza un’aspettativa ma con la volontà di raccontare di sé a lui. Questo è un movimento non facile, per il quale le donne in genere sono un po’ più attrezzate. Accettare la diversità del partner, senza invidiarla o odiarla, e non avere timore di ascoltare l’importanza che lui ha per noi e denunciarla sono, infine, i fondamenti necessari per la tenuta della relazione.
     

    Tra l’altro con l’utilizzo della tecnologia il dialogo nel corso degli anni è sicuramente cambiato; con l’intervento dei social network sono cambiate anche le relazioni? Se sì, in che modo?
    Sono cambiate e più difficili. I social hanno coartato il tempo dell’innamoramento. Ovvero il tempo dell’aspettativa, della speranza e della “deificazione”, come direbbe Stendhal, o della “sopravvalutazione dell’oggetto d’amore”, come direbbe Freud. È vero che le conoscenze sui social consentono di proiettare con grande facilità le nostre aspettative sul partner “virtuale”, ma si tratta di infatuazioni che più spesso non reggono alla prova del reale. Né aiuta la facilità con cui ci si congiunge carnalmente. Tutti movimenti e comportamenti che coartano il tempo necessario al costituirsi della trama dell’innamoramento. Risultato? Relazioni che si consumano rapidamente o che procedono senza la benedizione dell’innamoramento. E ciò fa problema perché un’ombra fastidiosa aleggia sul giudizio che si dà alla propria relazione non inaugurata dal picco emotivo dell’innamoramento e privata di una narrazione, intensa e condivisa, la rende più fragile di quanto già non sia. 

    In questi ultimi mesi però siamo stati quasi costretti a relazionarci virtualmente; l’isolamento e la mancanza di spostamenti dovuti alla pandemia del Coronavirus ha cambiato il nostro modo di relazionarci con l’altro? Se sì, lo ha semplificato, complicato o semplicemente è solo differente rispetto a prima?
    Qui sarò laconico nel rispondere. Il coronavirus si comporta come un figlio. Un terzo – virus o figlio che sia – arriva nella coppia e porta con sé il fardello dei limiti. Certo si presume che un figlio porti anche gioia, ma è pur sempre un terzo che scardina una prassi relazionale fondata sul due. Si tratta comunque in entrambi i casi di una limitazione alla personale libertà di movimento e di dispiegare la nostra esistenza come più ci aggrada. In entrambi i casi accade, quando alla complessità dello stare insieme si aggiunge un altro fardello le coppie che hanno stoffa reggono, altrimenti il nuovo limite rompe l’equilibrio e la relazione salta. Questo per ciò che riguarda la coppia. Certo che poi, ma qui siamo nel socio/antropologico, il virus sta dando una spinta verso la digitalizzazione dei rapporti lavorativi, sociali e anche affettivi, con il buono e il cattivo che si declinerà nel tempo. Come accade in tutte le cose umane, poiché il paradiso e l’inferno sono altrove e a noi non resta che vivere il purgatorio del nostro tempo.

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger

    Relazioni Instabili”, di Carlo Rosso. Golem Edizioni.

    Sinossi: Amore, sesso, violenza, gelosia, tradimento, identità, cura, genitorialità, perversione… Tutte questioni legate al filo rosso dell’essere in relazione. Temi spinosi che ci fanno vibrare e che tendiamo a non ascoltare, su cui la cultura ha già fabbricato i suoi indirizzi interpretativi, sancendo il giusto e lo sbagliato. Aprirsi a un modo «altro» di leggere il terreno instabile delle nostre costruzioni relazionali è il fine di questo volume. «Avviare il pensiero, senza incagliarsi nei punti di fuga che comprimono la complessità relazionale in una bidimensionalità forzata e artificiale. C’è bisogno di guardare a noi stessi da vertici inusuali per agguantare qualche brandello di senso dell’esistere».

    Biografia dell’autore: Carlo Rosso è medico, specialista in Psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. È stato direttore del dipartimento medico-psichiatrico del Policlinico di Monza presso la CdC San Giuseppe di Asti. È direttore del programma di Trattamento per Autori di Reati Sessuali presso la C. Circondariale di Vercelli. È presidente della Società Italiana di Psicopatologia sessuale, Sez. Speciale della Società italiana di Psichiatria. Insegna Psicopatologia Sessuale presso l’Università di Torino. È direttore dell’Area Clinica e Crisi presso le Comunità Psichiatriche del Gruppo Prometeo. Tra gli ultimi suoi libri: Aggressori sessuali: la comprensione empirica del comportamento abusante (Edi ERMES/Pensiero Scientifico 2010); Perversi e felici (Golem 2012); Ti amo e ti temo. L’amore al tempo dell’individualismo (SVpress 2015).

  • Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    “I fautori della modernità ci hanno insegnato a non fidarci di noi stessi e a non amarci. Tutte quelle storie sulla coscienza individuale, sul dolore solitario. La modernità si basava sulla nevrosi e sull’alienazione. Basta guardare l’arte, l’architettura che hanno espresso. Hanno qualcosa di molto freddo”

    (J.G.Ballard, Regno a venire)

    Tra le tante mutazioni urbanistiche genovesi degli ultimi anni, il 2020 appena concluso passerà alla storia cittadina non solo per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sulle macerie di Ponte Morandi ma anche, seppur con meno clamore, per l’inizio dell’abbattimento della Diga di Begato, divenuta un simbolo della peggiore architettura e urbanistica del secondo Novecento genovese e italiano. Per comprendere il significato storico di questo luogo e il suo monito per il presente ed il futuro, è opportuno allargare gli orizzonti spaziali, temporali e mentali oltre gli angusti confini cittadini e del dibattito puramente specialistico.

    Due eventi ed un architetto hanno segnato indelebilmente la storia e l’immaginario urbani dell’ultimo quarto del XX secolo. Il 15 luglio 1972 i tre edifici centrali dell’enorme complesso residenziale di Pruitt-Igoe, alla periferia di Saint-Louis, vennero fatti saltare in aria con la dinamite dalle autorità comunali su richiesta esplicita e unanime degli abitanti. Costruiti appena diciassette anni prima per ospitare la popolazione immigrata dalle campagne intorno alla grande città del Missouri, questi formicai urbani concepiti dall’architetto Minoru Yamasaki sul modello della “città radiosa” di Le Corbusier avevano letteralmente fatto infuriare i suoi abitanti, divenendo in poco tempo un ricettacolo di degrado, alienazione e violenza. La demolizione di quel complesso fu eclatante e divenne rapidamente il simbolo del fallimento di un modello urbano che imperversava dalla fine della seconda guerra mondiale. Come ricorda Tom Wolfe, fu “un avvenimento storico per due motivi. Uno: per la prima volta, nella storia cinquantennale degli alloggi operai, si chiedeva un parere ai clienti. Due: la vox populi. La vox populi attaccò subito a intonare in coro: “Blow it… up! Blow it… up! Fatelo saltare in aria! Buttatelo giù!” (T.Wolfe, Architetti maledetti, Bompiani 1997, p.78). Caso vuole che proprio nel momento in cui quei tre blocchi venivano fatto brillare con la dinamite (molto materiale informativo si trova in rete sulla storia e sulla demolizione di Pruitt-Igoe, materiale all’interno del quale spicca ancora per capacità evocativa un bel capitolo del poema visivo Koyaanisqatsy di Godfrey Reggio), Yamasaki stesse portando a termine il secondo grande progetto della sua carriera, le Twin Towers, cuore del World Trade Center di New York, all’epoca i due grattacieli più alti del mondo. Inaugurati il 4 aprile 1973, essi, come noto, vennero abbattuti l’11 settembre 2001: un altro crollo, non voluto in questo caso dall’esasperazione degli abitanti, ma programmato da un commando di terroristi islamici che scelse quei grattacieli per il loro valore simbolico di summa del potere dell’Occidente (il capo attentatore Mohammed Atta era tra l’altro un architetto, laureatosi in Germania con una tesi contro la modernizzazione occidentale della sua città, Aleppo). Solo diciassette anni visse il complesso di Pruitt-Igoe, solo ventotto le Twin Towers; difficile trovare un architetto del XX secolo divenuto più celebre di Yamasaki per il fallimento e la sfortuna delle sue creazioni.

    Casermoni popolari modellati sul modello della casa per abitare di Le Corbusier e grattacieli in acciaio e vetro come simboli del potere sono due architetture archetipiche del capitalismo del Novecento e diffusesi in tutti gli angoli del globo. Anche Genova, nel suo piccolo e con i suoi tempi dilatati, ha il suo Yamasaki locale e una storia che riflette questi cambiamenti epocali. Anche Genova ha infatti un sede locale della World Trade Centers Association (l’Associazione mondiale dedicata alla promozione e alla facilitazione del commercio mondiale), il World Trade Center Genoa, un grattacielo di 25 piani alto 102 metri costruito negli anni Ottanta nella zona di San Benigno dall’architetto Piero Gambacciani. Anche Genova ha la sua Pruitt-Igoe, la Diga di Begato, costruita anch’essa negli anni Ottanta come parte di un più ampio progetto urbanistico e oggi in via di demolizione, ancorché non con la dinamite, ma smontata pezzo per pezzo. L’architetto progettista di Begato è sempre Piero Gambacciani. Lo stesso architetto per due luoghi simbolo della Genova contemporanea e lo stesso destino nel secondo caso sono due similitudini cariche di significato in quanto specchio di trasformazioni internazionali epocali, ma le date non sono un dettaglio. Se Pruitt-Igoe segnò uno spartiacque all’interno della modernità funzionalista già nel 1972, la costruzione di Begato a distanza di un decennio ne fa infatti un fallimento decisamente fuori tempo massimo.

    Piero Gambacciani era nato a Prato nel 1923. Il padre Tullio era un anarchico e morì giovane lasciando la famiglia in difficoltà. Il giovane Piero si iscrisse alla Facoltà di Architettura a Firenze nel 1941, sotto il magistero dell’architetto razionalista Giovanni Michelucci. L’8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale di Mussolini ed il 25 aprile 1945, a Novara, si ritrovò davanti ad un plotone di esecuzione di partigiani. Fucilato e creduto morto, fu portato in ospedale da un prete e sopravvisse, ma con una condanna a morte sulla testa; il fratello, che invece era un ufficiale dell’esercito di Liberazione, lo prelevò dal carcere, sottraendolo a possibili vendette e riportandolo in Toscana. Ripresi gli studi e laureatosi nel 1948, Gambacciani giunse a Genova al seguito di Michelucci, e da allora non lasciò più la città, morendovi nel 2008. A Genova Gambacciani raggiunse nel corso degli anni una posizione professionale di gran rilievo, realizzando, oltre ad una una serie di edifici privati, numerose opere di grande impatto architettonico e urbanistico per la città, in un lungo arco di tempo che va dal grattacielo della SIP di Brignole costruito negli anni Sessanta per finire con il complesso residenziale-turistico di Ponte Morosini e Ponte Calvi nell’area del Porto Antico realizzato negli anni Novanta. Prosecutore della lezione corbusiana del genovese Daneri, Gambacciani ha notevolmente contribuito a definire l’identità urbana di fine Novecento di Genova nel segno della modernità tardofunzionalista che celebra se stessa sulle macerie dell’eredità storica della città. In questo senso, oltre a Begato e al WTC che ne fanno lo Yamasaki genovese, va ricordata almeno Corte Lambruschini. Fino al 1982 lì, nel cuore del quartiere di Borgo Pila, sorgeva, unico caso a Genova, un caseggiato ottocentesco a corte; più che un enorme palazzo era un piccolo quartiere a sé che, all’interno di un vasto perimetro di abitazioni popolari e operaie, racchiudeva la grande corte, sede di un mercato interno. Nel 1982 venne decisa la sua demolizione e, sulle sue macerie, Gambacciani vi costruì il nuovo centro direzionale in acciaio e vetro culminante nelle due torri principali, alte cento metri e suddivise in venti piani, che incombono all’angolo di Corso Buenos Aires.

    Ma torniamo alla storia di Begato. La costruzione della Diga avvenne a compimento di un progetto urbanistico ben più articolato e complesso che merita di essere brevemente ricordato. Questo progetto – nominato ufficialmente quartiere Diamante, dal nome del forte che sovrasta la vallata, mentre Begato è il nome storico della località e della frazione di paese che sorge a qualche chilometro di distanza – parte da lontano. Nel 1965 la variante locale del Piano nazionale delle “Aree 167” per l’edilizia residenziale pubblica aveva previsto di insediare sui rilievi collinari che circondavano le alture comprese tra la Valpolcevera e il centro di Genova una popolazione di circa 70.000 persone. Era il momento del massimo trionfo del boom economico e industriale della città, la quale, secondo progettisti e statistici, avrebbe presto superato il milione di abitanti (alcuni di essi vaneggiavano addirittura cinque milioni), e quel progetto prevedeva di urbanizzare tutte le colline genovesi fino al limite rappresentato dalla cinta dei forti.

    [quote]i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere[/quote]

    Quel sogno di “progresso” durò poco, colpito e affondato dalla crisi industriale dei primi anni Settanta; conseguentemente la popolazione di Genova si stabilizzò prima di cominciare a decrescere costantemente fino ad oggi, rendendo obsoleta quella idea di urbanizzazione massiva. Così il Piano Regolatore Generale del 1976 limitò l’applicazione di quel progetto a poche aree, la principale delle quali fu proprio Begato, che fino a quel momento era stata una collina boscosa della Valpolcevera punteggiate di case contadine con annessi orti, che storicamente vantava una produzione di pregio di prodotti della campagna (cfr E.Poleggi, P.Cevini, Genova, Laterza 1981, p. 211) e che era stata per lungo tempo un luogo di villeggiatura. L’insediamento della nuova zona 167 di Begato – anche Scampia a Napoli è noto come il quartiere 167, figlio della stessa legge – avrebbe dovuto dare alloggio a 21.000 persone, il quaranta per cento della popolazione della Valpolcevera di allora. La realizzazione dell’area fu rapida; nel 1980 gran parte degli edifici erano completati. Il modello era quello solito della “città radiosa” formulato da Le Corbusier; grandi unità di abitazione modulari, teoricamente dotate di negozi e servizi interni e immerse in spazi verdi, con strade che servissero da collegamento sia interno che con il resto della città. La realtà si mostrò da subito ben diversa dalle tavole intrise di ottimismo del progetto: gli edifici, realizzati con “sistemi edilizi industrializzati e prefabbricati” a basso costo, si dimostrarono di pessima qualità; i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere. Insomma, detto in parole povere, Begato è diventata la variante collinare, caratteristica della particolare orografia genovese, di uno degli infiniti, anonimi, ghetti-dormitorio che si posso vedere ai margini di qualsiasi territorio urbano dell’Occidente, dalle banlieues francesi alle nuove periferie che, da nord a sud – Rozzal Melara a Trieste, il Corviale a Roma, le Vele di Scampia a Napoli, i casi più celebri a cui la Begato ha avuto “l’onore” di essere stata accostata –, hanno riempito le nostre città di megastrutture allucinate in uno scenario distopico. “Sono quartieri per molti versi cresciuti in parallelo, edificati a distanza di qualche anno, ultime espressioni dell’edilizia pubblica tra anni Settanta e Ottanta. Si tratta di modelli insediativi completamente avulsi dal tessuto urbano, di un’urbanistica collinare fuori scala e fuori luogo, nata in un’epoca in cui la città aveva disperata fame di case e poco denaro da spendere, realizzazioni già anacronistiche e tristemente superate rispetto ai modelli dell’edilizia popolare europea coeva. Quartieri segnati da numerose debolezze, che si manifestano non solo nel livello di reddito e nella composizione demografica dei residenti, ma sono evidenti anche sul piano territoriale e infrastrutturale. Zone ‘amorfe’ della città che hanno a lungo funzionato come strumento di confinamento sociale” (A.Petrillo, La periferia elevata a potenza? Il caso del CEP a Genova, in Indagine sulle periferie, “Limes”, n°4, 2016, pp. 81-82). D’altronde che un quartiere concepito così, a distanza di dieci anni dal fallimento proclamato da Pruitt-Igoe e nel contesto specifico di Genova, fosse un’idea funesta in partenza fu evidente già da subito a più di un addetto ai lavori. Nel 1983, nel corso di un Congresso che si tenne in città, Bruno Gabrielli affermava: “A me sembra incredibile che si mandi avanti una iniziativa del tipo appunto di Begato, senza valutare minimamente quali possano essere le conseguenze a livello urbanistico, a livello sociale, a livello economico” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi 2015, p. 103).

    A coronamento del piano di Begato arrivò da ultima la costruzione della famigerata Diga. Le due imponenti costruzioni, comunemente denominate “Dighe Rossa e Bianca” per il colore dei rivestimenti, proprio come una diga idrica tagliavano la vallata da Est a Ovest, dando la possibilità, grazie ad alcune passerelle pedonali sospese a mezz’aria e colleganti i due blocchi, di passare da un versante all’altro senza mai uscire dall’edificio. Inutile sottolineare come il complesso ebbe un forte impatto ambientale e paesaggistico, ostruendo completamente l’orizzonte.

    Lo scopo iniziale della Diga doveva essere quello di ospitare per un periodo limitato di tempo un alto numero di famiglie per lo più sfrattate dal centro storico. Pochi anni prima era stata completata la scellerata distruzione del quartiere di via Madre di Dio e si scelse di spostare gli sfollati in questi casermoni posti all’interno della Valpolcevera, lontani e isolati dai caruggi e dal centro in cui erano abituati a vivere. Costituiti da oltre 500 alloggi, i due complessi della Diga hanno ospitato oltre 1200 persone (rimasti poco meno di 800 al momento della demolizione), il corrispettivo degli abitanti di un piccolo comune concentrati all’interno di un unico edificio. A dispetto delle intenzioni dichiarate e col passare degli anni, la Diga è rimasta a tutti gli effetti una residenza stabile per la maggior parte delle persone lì deportate, mentre solo una minima percentuale di esse ha trovato una sistemazione diversa. A fianco dei primi abitanti la titolarità a vedersi assegnato un alloggio nella Diga – con canoni di affitto bassissimi – è stata per decenni riservata alle liste che danno diritto ad una casa popolare: persone e nuclei famigliari con difficoltà socio-economiche e altri tipi di indigenza. Questa concentrazione di disagio sociale unita al fallimento da subito evidente del modello architettonico-urbanistico ha rapidamente trasformato Begato intera e la Diga in particolare in un vero e proprio ghetto. E’ facile fare una breve ricerca in rete o sui giornali per trovare molte descrizioni e testimonianze delle condizioni di vita vissute dai suoi abitanti. Mutatis mutandis esse riecheggiano la descrizione fatta da Tom Wolfe a proposito di Pruitt-Igoe parlando di una situazione vissuta quasi mezzo secolo prima: “Questi campagnoli inurbati provenivano da zone assai poco densamente popolate … dove raramente si saliva a più di tre metri sul livello del mare ammenoché non ci si arrampicasse su un albero: ed eccoli alloggiati in casermoni di 14 piani, a Pruitt-Igoe. A ciascun piano c’erano ballatoi coperti, in obbedienza al concetto di Corbu delle “strade per aria”. Siccome non v’era nell’agglomerato, alcun altro luogo ove peccare in pubblico, tutto ciò che d’ordinario sarebbe avvenuto nelle bettole, nei bordelli, nei caffè, nelle sale da biliardo, al lunapark, all’emporio, nei campi di granturco, nei pagliai, nelle stalle o nei granai, aveva luogo in quelle “strade per aria”. In confronto a quei boulevards di Corbu, la Gin Lane (o Vico dei Beoni) di Hogarth sarebbe sembrata una strada tranquilla” (T.Wolfe, op.cit., p.78).

    Come a Pruitt-Igoe, gli abitanti della Diga sono stati costretti a districarsi all’improvviso tra ascensori, ballatoi, scale interne prive di luce naturale e spazi labirintici, percepiti rapidamente come luoghi alienanti e insicuri. Si è subito imposta ad essi la sensazione di vivere asserragliati. Di conseguenza i pianerottoli sono stati rapidamente chiusi con inferriate, isolando così i singoli appartamenti, e gli spazi comuni dei ballatoi sono stati divisi verticalmente, per limitare la circolazione di figure estranee. Molti appartamenti vuoti sono stati occupati ma non attraverso forme di lotta organizzata di “diritto alla casa”, come in altre città e situazioni (per esempio alle Vele di Scampia), ma quasi sempre in una logica di marginalità e disperazione. Nel frattempo i box, mai terminati, sono divenuti una “zona franca” per ogni sorta di attività illecita. All’esterno l’assenza di negozi e botteghe, bar e qualsivoglia luogo di cultura e socialità ha alimentato lo stesso senso di insicurezza e gli spazi pubblici, le piazze e i presunti luoghi di aggregazione sono stati ben presto divorati dall’incuria e dal degrado. E’ lo stesso scenario che era già stato vissuto dagli abitanti di Pruitt-Igoe, al punto che proprio l’analisi di quel clamoroso fallimento spinse – nel 1973, appena un anno dopo la distruzione di Pruitt-Igoe stessa – Oscar Newman, allora professore alla Washington University di Saint Louis, a scrivere il saggio Defensible Space. Crime and Prevention Through Urban Design, divenuto subito un classico della microsicurezza urbana, la risposta tecnica ad una visione securitaria dell’ambiente metropolitano. Osservando come gli spazi pubblici di Pruitt-Igoe fossero divenuti oggetti di abbandono e, conseguentemente, ricettacoli di un alto tasso di criminalità, Newman ne fece un caso studio per proporre soluzioni “riparatorie” che andavano dal design deterrente alla promozione di attività di sorveglianza informale da parte degli abitanti. La teoria dello “spazio difendibile” di Newman – che ha ottenuto grande successo nei piani dei dipartimenti di urbanistica e nelle retoriche politiche sulla sicurezza imperanti da decenni – aveva come sottotesto il principio che la tutela della sicurezza degli abitanti di luoghi anonimi e marginali debba passare non per la messa in discussione radicale dell’idea di città alla loro base, ma per pratiche concrete di sopravvivenza in un territorio ostile, pratiche fondate sul sospetto e sulla diffidenza che, di fatto, implicano la rinuncia definitiva alla dimensione sociale e pubblica della città e l’abitudine a considerare strade e piazze come territori naturalmente pericolosi da cui difendersi.

     

    Alcuni storici dell’architettura locali, ammiratori del funzionalismo di Gambacciani, lamentano come la sua fama sia rimasta ancorata alla dimensione cittadina genovese. Questa constatazione si potrebbe spiegare con il semplice fatto che egli si è mostrato un epigono limitatosi a declinare localmente una tendenza internazionale, facendolo, soprattutto a Begato, particolarmente male e fuori tempo massimo. Ma per comprendere il significato più profondo di ciò che hanno rappresentato Begato e tutti i ghetti realizzati ben oltre la dead line rappresentata dall’abbattimento di Pruitt-Igoe, occorre andare alla radice della sua idea architettonica e urbanistica, alla sua matrice ideologica e pragmatica primigenia, ovvero all’opera e al pensiero di Le Corbusier.

    Negli ultimi anni in Francia sono uscite diverse monografie che hanno ricostruito i legami profondi di Le Corbusier con l’estrema destra francese degli anni Venti e Trenta, sia in campo culturale che politico, legami spintisi fino all’ammirazione esplicita per Hitler e al collaborazionismo attivo con il regime di Vichy, e per altro ben occultati da Le Corbusier stesso nel secondo dopoguerra e trascurati dalla critica per decenni. Sarebbe facile fare un parallelismo con la militanza fascista del giovane Gambacciani, ma non è questo il punto interessante della questione che ci interessa.

    Ciò che emerge di più interessante da questi saggi è il riduzionismo freddo e totalitario del suo pensiero. L’uomo, diceva Le Corbusier, è come un’ape costruttrice di cellule geometriche, o come una formica, «con delle abitudini precise, un comportamento unanime» (citato in X. Jarcy de, Le Corbusier, un fascisme français, Albin Michel 2015, p. 175). La vita dell’uomo moderno si riduce a quattro bisogni fondamentali: lavorare, riposare, abitare, circolare, e la città contemporanea deve rispondere nel modo più funzionale ad essi. La risposta architettonico-urbanistica naturale al loro soddisfacimento è la standardizzazione: in primis la standardizzazione della casa, una “macchina per abitare” che va organizzata nelle “unità di abitazione”, concepite ognuna come una piccola città verticale racchiusa in un unico edificio, capace di ospitare 1500 persone; contemporaneamente la standardizzazione della città, una macchina ortogonale, fredda e impersonale, votata al puro funzionamento della produzione economica; infine – e come conseguenza delle prime due – la standardizzazione della vita dei suoi abitanti, organizzati come masse laboriose e disciplinate che, come negli alveari e nei formicai, devono seguire percorsi obbligati e sempre uguali a se stessi. La fabbrica fordista, la catena di montaggio, “l’organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor erano un modello assoluto di efficienza utilitaristica per Le Corbusier e per l’urbanistica funzionalista di quegli anni; lo erano ovviamente per il capitalismo, ma lo erano anche per i regimi totalitari. Questi ultimi non ressero, il capitalismo sì e si sarebbe aggiornato ed evoluto.

    [quote]Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.[/quote]

    Il capitalismo ha infatti fatto tesoro se non del modello integrale di città ideale di Le Corbusier, sicuramente del suo spirito ordinatore, modulando l’organizzazione urbana della vita sociale in funzione delle proprie esigenze economiche. Di radere completamente al suolo interi centri storici per sostituirli con griglie di grattacieli destinati ai luoghi del potere e dell’amministrazione – la soluzione pensata da Le Corbusier per tutti i centri urbani – se la sono sentita in pochi, anche se la tendenza a conservarli è stata dettata quasi unicamente dalle ragioni del profitto incarnate dal turismo e dalla gentrification; oppure lo si è fatto solo parzialmente, come avvenuto in modo clamoroso a Genova a Piccapietra e nel quartiere di via Madre di Dio. Di ammassare i poveri nei ghetti di periferia modellati sul principio delle “città radiose” nessuno si è fatto invece scrupolo. Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «la gerarchia è la legge del mondo organizzato nella natura come tra gli uomini» (Le Corbusier, Arte decorativa e design, Laterza 1973, p. 16) e che fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.

    Le Corbusier amava definirsi un tecnico che risolve problemi e non un politico: «Tenevo molto a non uscire dal piano tecnico. Sono un architetto, non sono disposto a fare della politica. Che ciascuno nel proprio campo, secondo la più rigorosa specializzazione, conduca la propria soluzione alle estreme conseguenze» (Le Corbusier, Urbanistica, Il Saggiatore 2017, p. 290). Questa presunta neutralità è il tratto fondamentale del pensiero totalitario; in una vita sociale organizzata dall’alto in modo così capillare, gerarchica e razionale, dove nessuno può mettere in discussione l’ordine generale (ovvero fare politica), ognuno deve limitarsi a svolgere il proprio compito come un tecnico. La categoria fondamentale del pensiero di Le Corbusier non era dunque il nazifascismo – tant’è vero che egli si rivolse con altrettanto entusiasmo anche a Stalin – ma il totalitarismo economico-produttivista, l’ordine razionale e l’efficienza di un mondo industriale, tecnico e utilitarista: “una visione fredda del mondo”, per dirla con Marc Perelman, della quale le forme urbane delle “città radiose” sorte tutte uguali ai quattro angoli del globo, da Pruitt-Igoe fino a Begato (passando per le periferie delle città del socialismo reale, non a caso perfettamente speculari a quelli dell’Occidente capitalistico), hanno rappresentato una manifestazione tanto orribile nei risultati quanto coerente negli scopi. «L’opera-sistema di Le Corbusier è fermamente associata ad una visualizzazione totalitaria della vita, ad una compulsione ripetitiva dell’idea di macchina (umana, architettonica, urbana), all’inquietante progetto di un urbanismo della rarefazione visiva, al freddo allineamento di blocchi di edifici e unidimensionali. […] Poiché Le Corbusier non fu solo lo specchio della società dei suoi tempi, egli certamente fu l’espressione vivente e dunque pericolosa di quei tempi, l’individuo-soggetto, ma soprattutto il soggetto-progetto che ha cristallizzato nella propria persona il cupo divenire della città, l’anticipatore che ha proiettato, con un saper fare sicuramente inedito, un’esistenza sottomessa ad un behemoth urbano mostruoso» (M.Perelman, Une froide visione du monde, Michalon 2015, pp. 70-71).

     

    L’organizzazione totalitaria delle forme di vita dell’uomo all’interno della città alveare è dunque la cifra urbana del Novecento inventata da Le Corbusier e pedissequamente ripresa da mille suoi seguaci, tra cui Gambacciani. In uno degli altri suoi progetti della metà degli anni Ottanta, modellando il nuovo quartiere di Quarto Alto secondo gli stessi schemi architettonici e urbanistici di una ennesima piccola “città radiosa” – e, non a caso, molti dei “profughi” della Diga di Begato vengono oggi ricollocati proprio a Quarto Alto -, Gambacciani ha definito il grattacielo più alto del complesso “il supercondominio” (citato in A.Vergano, op.cit., p.119). Non so se Gambacciani avesse letto e conoscesse Il condominio scritto da Ballard nel 1975 e volesse così fare del citazionismo autoironico. Non lo credo, visto che quel romanzo è una denuncia spietata della psicopatologia indotta dalle forme della macchina per abitare corbusiana, ancorché in una versione “borghese”, e che quasi tutti gli altri suoi romanzi dagli anni Settanta in poi sono incentrati sulla descrizione di una cupa distopia sociale incentrata sui non-luoghi caratteristici del tardocapitalismo. Nel suo ultimo grande romanzo prima di morire, Regno a venire, Ballard è arrivato a definire il consumismo indotto dai grandi centri commerciali come una nuova forma di totalitarismo, la cui veridicità profetica l’abbiamo potuta verificare recentemente osservando le code che si sono create fuori dai grandi centri commerciali nel periodo del lockdown e delle restrizioni, quando, non potendo muoversi liberamente o andare fare delle scampagnate, le masse delle metropoli si sono accalcate alle loro porte: “La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia. Crediamo di poter scegliere ma è tutto già deciso. Dobbiamo continuare a comprare, se no falliamo come cittadini. Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere soddisfati solo dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva… Questa è una nuova forma di totalitarismo che opera nei pressi dei registratori di cassa” (J.G.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli 2006, p.114).

     

    “Nel quadro delle campagne di politica sociale di questi ultimi anni, per rimediare alla crisi degli alloggi, prosegue febbrilmente la costruzione di topaie. Di fronte all’ingegnosità dei nostri ministri e dei nostri architetti urbanisti non si può che restare ammirati. Per evitare ogni disarmonia, costoro hanno messo a punto alcune topaie tipo, i cui progetti vengono impiegati ai quattro angoli della Francia. Il cemento armato è il loro materiale preferito. Questo materiale, che si presta alle forme più elastiche, viene adoperato soltanto per fare case quadrate. Il più bel risultato del genere sembra essere la “Città Radiosa” del generale Corbusier, benché le realizzazioni del brillante Perret gli contendano la palma. Nelle loro opere si sviluppa uno stile che fissa le norme del pensiero e della civiltà occidentale del ventesimo secolo e mezzo. E’ lo stile “caserma” e la casa del 1950 è una scatola. Lo scenario determina i gesti: noi costruiremo case appassionanti” (Internazionale lettrista, Costruzione di topaie, “Potlatch” n.3, 6 luglio 1954). Questo scrivevano i più radicali nemici del progetto politico di Le Corbusier – l’Internazionale lettrista è il gruppo parigino di Guy Debord antecedente alla creazione dell’Internazionale situazionista – un anno prima che Yamasaki completasse il complesso di Pruitt-Igoe e trenta prima che Gambacciani, ignorando quella lezione storica, ripetesse lo stesso modello a Begato. Per i situazionisti, lo stile di vita che si incarnava nelle città ristrutturate secondo il dettato funzionalista corbusiano era il campo sul quale il dominio totalitario del capitalismo moderno – quello che Debord avrebbe definito “la società dello spettacolo” – si espandeva in modo subdolo e pervasivo, aggiornandosi ai bisogni imposti dalla ristrutturazione della società dei consumi degli anni Cinquanta, la stessa che si sarebbe evoluta nella distopia descritta da Ballard. D’altronde, vedendo sorgere alla periferia di Parigi le banlieues, già nel 1961, i situazionisti furono facili profeti delle sommosse che le avrebbero attraversate decenni dopo: “Se i nazisti avessero conosciuto gli urbanisti di oggi, avrebbero trasformato i campi di concentramento in case popolari… i privilegiati delle città dormitorio non potranno che distruggere” (R.Vaneigem, Commenti contro l’urbanistica, “Internationale situationniste”, n°6, 1961, pp. 33-37, Nautilus 1994). L’Italia non è la Francia, Genova non è Parigi, Begato non è Sarcelles; la composizione sociale delle banlieues ne fa un caso unico nel contesto europeo. Begato non è mai stata caratterizzata da rivolte e oggi viene smantellata sommessamente, senza la volontà popolare espressa attraverso assemblee pubbliche né l’atto spettacolare della dinamite di Pruitt-Igoe.

    Neanche il WTC di San Benigno, ben difficilmente e per fortuna, sarà bersaglio di attacchi terroristici come il suo fratello maggiore di New York. Egli rimane lì dov’è, una gelida lastra di vetro e acciaio sulla spianata che ha livellato il colle di San Benigno che per secoli divideva Genova dal ponente cittadino. Su questa piana il WTC è giocoforza diventato il vicino e il contraltare postmoderno della Lanterna di Genova che da novecento anni guida la navigazione al largo delle coste liguri del Mediterraneo. A questo proposito è buffo e significativo il fatto che Hitler fosse convinto che il Reich nazista sarebbe stato millenario e che, a fronte di questo delirio, Le Corbusier nel 1933 scrivesse alla madre che “Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa. […] Questa è la fine dei discorsi da tribuna o da assemblea, dell’eloquenza e della sterilità parlamentare. La rivoluzione si farà nel senso dell’ordine» (cit. in M.Perelman, op.cit., p. 39). Quel regno millenario durò fortunatamente soltanto dodici anni, meno ancora di Pruitt-Igoe e delle Twin Towers. E’ facile immaginare che anche le forme e lo spirito dell’architettura genovese di Gambacciani non si avvicineranno minimamente alla vita della ben più gloriosa Lanterna. Lo smantellamento di Begato dopo meno di quarant’anni di esistenza s’inserisce in questo processo; e sarebbe bello che esso fosse l’alba di una presa di coscienza collettiva del voler farla finita per sempre con questa “visione fredda del mondo” incarnata dall’urbanistica totalitaria degli architetti del Novecento e del volerne ricostruire uno nuovo, di mondo, popolato di case davvero “appassionanti”.

     

    Eppure le forme di vita imposte dalle “città radiose” di Le Corbusier, da Pruitt-Igoe a Begato, al di là delle loro vetuste forme architettoniche, sembrano incarnare una profezia nefasta proprio alla luce di quanto abbiamo vissuto in questo 2020: il distanziamento sociale, la vita quotidiana reclusa in cellule abitative segregate dal mondo esterno, il tramonto della vita sociale e pubblica surrogata dalla realtà virtuale, la mobilità esterna ridotta al lavoro e agli spostamenti per necessità. Tutto ciò che era stato pensato da Le Corbusier come struttura della vita ridotta ad ingranaggio di una megamacchina produttiva lo abbiamo sperimentato in prima persona con l’emergenza della pandemia. Il problema è che molti di coloro che, stando ai vertici del comando economico planetario, hanno il potere di decidere delle nostre vite non esitano a predire che questo modello, opportunamente edulcorato, dovrebbe essere in qualche modo mantenuto anche una volta sconfitto il virus e cessata l’emergenza. Secondo i loro piani lo stato di eccezione temporanea dettato dalla pandemia potrebbe diventare preludio di una rivoluzione permanente. Per i capi del World Economic Forum la pandemia dovrebbe infatti essere esplicitamente l’opportunità da non perdere per il grande reset (cfr. K. Schwab, T.Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020), l’avvio di quella quarta rivoluzione industriale (K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, FrancoAngeli 2019) che, grazie alle mirabolanti conquiste dell’era digitale, dovrebbe rendere strutturali alcune di queste sperimentazioni. In questa visione di futuro prossimo, il trionfo della virtualità, lo smart working e la didattica a distanza, l’innovazione tecnologico-digitale, le prospettive transumaniste e cyborg che arrivano a mettere in discussione persino il significato stesso di “essere umano”, si innestano su una organizzazione sociale nella quale il distanziamento, la separazione netta tra la “libertà” interna alle mura domestiche e limiti sempre più necessari alla vita sociale e pubblica, sistemi pervasivi di sorveglianza che aggiornano tecnologicamente la teoria dello spazio difendibile di Newman, dovrebbero diventare la norma, aggiornando in senso autoritario il tardocapitalismo alle crisi (ambientali, economiche e sociali) da esso stesso provocato. Meno libertà, più sicurezza; di questo i capi dell’economia mondiale parleranno al prossimo incontro del World Economic Forum di Davos. L’obiettivo esplicito di questa operazione è rendere l’Occidente liberale competitivo con la Cina, la potenza economica più forte al mondo ed un modello di autoritarismo statale capitalistico che, se fosse ancora vivo, Le Corbusier apprezzerebbe sicuramente molto, sia da un punto di vista politico-sociale che urbanistico. Non a caso una delle immagini più forti e simboliche di questo 2020, l’inizio della rivoluzione indotta dalla pandemia, è racchiusa nel video impressionante degli abitanti di Wuhan costretti dal lockdown a stare chiusi negli enormi “supercondomini” di quella megalopoli-alveare di undici milioni di abitanti che cantano all’unisono dalle finestre delle proprie cellule abitative per farsi coraggio. Una visione che sembrava tratta da un mix distopico di Metropolis di Fritz Lang e un romanzo di Ballard e che si è invece rivelata la profezia di una trasformazione globale forse appena agli esordi.

    In questo scenario la “visione fredda del mondo” non si incarnerebbe più, forse, nelle forme obsolete e ostili di Pruitt-Igoe e Begato ma potrebbe propagarsi come un virus silenzioso degno di quello de Il demone sotto la pelle di Cronenberg, coltivato proprio nelle viscere di una macchina per abitare corbusiana (significativamente ribattezzata L’arca di Noè) e da lì pronto a propagarsi per il mondo. Quel film del 1975, concepito come una distopia ballardiana (il film è dello stesso anno de Il condominio) sulle relazioni tra una certa architettura moderna e l’avvertito pericoloso disfacimento della società occidentale, assume oggi i connotati di una metafora ancora più densa di significato. Là, nella finzione cinematografica del 1975, l’isolamento salvifico dalla crisi della civiltà su quella sorta di arca allegorica che era la “città radiosa” si trasformava, proprio grazie ad un virus, nella creazione di un nuovo modo di essere figlio dell’ambiente insostenibile in cui veniva generato. Qua, nella realtà presente, un virus nato e propagatosi per l’invadenza dell’uomo urbanizzato nei confronti degli equilibri di un ecosistema pianeta che abbiamo trasformato in una specie di supercondominio-alveare ci costringe a rimettere in discussione l’idea che si possa continuare a concepire la nostra vita come funzione della megamacchina economica e produttiva.

    Di ben altre dighe avremo bisogno in quel caso, ma, nel frattempo, visto che il futuro resta ancora una incognita e la storia una pagina da scrivere collettivamente, limitiamoci, dal nostro piccolo punto di vista locale, a rivolgere uno sguardo benevolo che le luci della Lanterna possano idealmente ricongiungersi con quelle provenienti dalle colline di Begato non più ostruite da una colata di cemento, esclusione ed alienazione.

    Leonardo Lippolis

  • Si torna a scavare sul Monte Gazzo: altri 3 milioni di metri cubi di calcare per le grandi opere

    Si torna a scavare sul Monte Gazzo: altri 3 milioni di metri cubi di calcare per le grandi opere

    Monte Gazzo – Foto Wikipedia CC Bbruno

    La Regione Liguria con deliberazione del 26 maggio 2020 ha approvato il nuovo PTRAC, ossia il Piano Territoriale Regionale delle Attività di Cava. Vent’anni dopo l’approvazione del precedente ‘Piano Cave’, la Liguria si dota di un nuovo strumento al passo con le attuali ‘esigenze produttive’ della regione. Il Piano assicurerebbe l’approvvigionamento dei materiali da costruzione necessari al fabbisogno regionale delle opere edili, conciliando allo stesso tempo l’interesse economico e strategico dello sfruttamento dei giacimenti con la tutela del paesaggio e del suolo. Almeno sulla carta.

    L’attività di cava è un’attività economica di non trascurabile importanza, finalizzata al reperimento di materiali litoidi fondamentali per realizzare infrastrutture, opere di difesa costiera e spondale, per l’edilizia e il ripascimento delle spiagge. Le attività estrattive in Liguria risalgono al Medioevo, perciò troviamo nei centri storici della regione – nei muretti a secco e nei rivestimenti architettonici ad esempio – i materiali litoidi che una volta venivano impiegati nelle costruzioni: da qui la necessità di reperire la materia adeguata alla manutenzione delle infrastrutture urbane tramite nuove escavazioni.

    Piano cave 2020: cosa prevede?

    L’attività estrattiva ha subito negli ultimi anni la crisi del settore edilizio e questo nuovo piano tenta di stabilire un equilibrio tra gli interessi del settore estrattivo e la necessità di preservare la riserva del giacimento, in quanto si tratta di risorsa non rinnovabile. Il settore estrattivo in Liguria interessa 53 Comuni e impegna un migliaio di persone nell’intera regione, ne deriva quindi la necessità di difendere dei posti di lavoro all’interno di un’attività strategica e di primaria importanza per l’economia. A conti fatti, il nuovo Piano Cave di Regione Liguria restringe da 75 a 53 i siti estrattivi, regola il ripristino del paesaggio per le cave ormai chiuse e mette ordine al settore dopo un ventennio. Il PTRAC non ammette l’apertura di nuove cave e miniere – compresa l’effettuazione di sondaggi a scopo minerario –, riduce del 30% il numero di cave e del 50% il numero dei depositi degli scarti da estrazione dell’ardesia, ma consente di reperire i materiali necessari nelle attività che già operano nel settore, per le quali si prevedono ampliamenti del 14%. Inoltre, è stato stabilito l’obbligo, per tutte quelle cave che hanno esaurito l’attività estrattiva, di ricomporre il paesaggio e l’ambiente nell’ottica di una valorizzazione dei siti a scopo turistico-ricettivo. Il recupero dovrà essere realizzato a fini naturalistici, privilegiando la creazione di zone umide e boschive.

    Concessioni per l’esercizio dell’attività estrattiva

    “La legge regionale che si occupa dell’attività estrattiva è la legge n. 12 del 5 aprile 2012: questa prevede l’adozione di un piano di attività di cava, il quale è stato approvato in Consiglio regionale per il luglio di quest’anno, dopo 20 anni. Ha valenza decennale e disciplina quelle che sono le attività d’estrazione possibili all’interno della regione Liguria”, ci spiega il consigliere del Partito Democratico Luca Garibaldi. “Rispetto agli anni passati – continua – molte cave che avevano la possibilità di essere utilizzate, sono state invece cancellate dal piano, mentre in altre le previsioni di estrazione sono state limitate e c’è un’attenzione particolare alla parte degli interventi post esaurimento delle cave, in termini di ricomposizione ambientale. Tuttavia, noi, ci eravamo astenuti perché c’era ancora una lettura poco convincente”. Per quanto concerne il meccanismo economico che ruota intorno alle attività di cava, il quadro normativo prevede quanto segue: “Il titolare della concessione – ci racconta Garibaldi – è tenuto a versare un contributo al comune e alle Regione, il quale è commisurato al tipo e alla quantità di materiale estratto l’anno precedente. Oltre a questo, il titolare dell’autorizzazione deve corrispondere al proprietario del fondo anche un indennizzo annuo per ogni metro cubo di materiale estratto e, se ha ereditato altri materiali, impianti od opere da terzi, deve corrisponde a questi soggetti una parte di indennizzo. La contribuzione quindi per il titolare dell’autorizzazione è di tre tipi”.

    Per quanto riguarda il contributo di estrazione, l’articolo 14 della legge n. 12/2012 stabilisce che “il titolare dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività estrattiva è tenuto a versare entro il 31 maggio di ogni anno un contributo commisurato al tipo e alla quantità del materiale estratto nell’anno precedente, applicando i seguenti parametri: materiali da taglio e da rivestimento 0,35 euro a tonnellata; materiali per usi chimico-industriali, edile stradale e per manufatti: 0,58 euro a tonnellata; sabbie e ghiaie da terreno alluvionale: euro 2,36 a tonnellata”.

    Materiale che entra nella filiera edile, e che dopo vari passaggi arriva al consumatore con un carico di prezzo vertiginoso, se si pensa che una tonnellata di ghiaia può arrivare a costare fino a 45 euro, vale a dire il 1900% di quanto rimane sul territorio, cioè del costo della materia prima.

    Tale contributo annuale è di spettanza del Comune o dei comuni interessati per territorio – ad eccezione della quota di un trentesimo di tale contributo, che è da versare direttamente alla Regione per le attività di programmazione e gestione – i quali destinano i contributi percepiti ad interventi di riqualificazione ambientale e di riequilibrio idrogeologico. Per il titolare dell’autorizzazione vige poi l’obbligo, entro il 31 marzo di ogni anno, di fornire i dati sull’attività svolta nell’anno precedente, compreso il quantitativo di materiale estratto e l’importo del contributo di estrazione da versare al Comune e alla Regione.

    Lo sfruttamento (e l’inquinamento) selvaggio del Monte Gazzo

    Monte Gazzo, le cave – Foto credits CC Ivano Dapino

    Per via della sua struttura calcarea il Monte Gazzo di Sestri Ponente nel corso dei secoli è stato protagonista di un’intensa attività estrattiva che ha pesantemente intaccato e modificato il suo aspetto originale, distruggendo anche le numerose grotte che si aprivano sui suoi fianchi, lasciandone soltanto alcuni tratti. Lo sfruttamento del monte risale all’Alto Medioevo: lo testimoniano la presenza di antiche calcinaie, cioè dei forni per la cottura del materiale calcareo da cui si otteneva la calce, reperti ancora in ottimo stato e che ne arricchiscono il paesaggio. A partire dagli anni Cinquanta, però, l’attività estrattiva ha assunto un aspetto industriale ad alto sfruttamento, allargando l’estrazione alle rocce di dolomia triassica le quali forniscono materiale molto resistente da costruzione.

    La produzione di inerti è fondamentale per tutto il settore dell’edilizia e delle opere pubbliche, ma insieme alla salvaguardia occupazionale, dovrebbe essere assicurata anche la completa tutela del patrimonio naturale, dalla cui protezione dipende anche il contrasto al dissesto idrogeologico tanto diffuso nella fragile Liguria. Nelle schede depositate dalle associazioni ambientaliste nelle commissioni di competenza, tra fine gennaio e metà febbraio 2019, già si chiedevano ‘bonifiche urgenti’ dei siti abbandonati, oltre ad un occhio di riguardo per il rispetto dell’equilibrio dell’ambiente e delle sue biodiversità. Le numerose cave attive, oggi in parte dismesse, hanno avuto un notevole impatto sulla morfologia dell’area. Infatti, il Monte Gazzo è divenuto celebre forse più per la sua sagoma ‘mangiata dalle cave’, riconoscibile a chilometri di distanza, che non per l’antico santuario che sorge sulla sua vetta ospitante la statua della Madonna. Sulle sue alture permane una convivenza assai difficile tra zone meravigliose dal punto di vista naturalistico e improvvise diramazioni di ampi fronti di cava, che si sviluppano per centinaia di metri.

    Per i poli estrattivi oramai chiusi da decenni il piano ne ha previsto l’eliminazione: dovranno essere predisposti tutti gli interventi di carattere igenico-sanitario-ambientali finalizzati al ripristino dei siti oggetto di cessazione dell’attività di cava, rispettando la natura e la salute pubblica, evitando che possano divenire – come è già accaduto – vere e proprie discariche di rifiuti, anche speciali. Oggi è in via di istituzione il ‘Parco Urbano del Monte Gazzo’ sotto il patrocinio del comune di Genova: il nuovo polmone verde prenderà forma sul versante sud del monte, sarà esposto al mare e limitrofo al centro abitato. Il progetto di ricomposizione ambientale e paesaggistica del sito dovrà prevedere l’utilizzo di essenze tipiche dei luoghi, in maniera tale che possano svilupparsi autonomamente e riportare l’intero complesso ad uno stato di naturalità, seppur con forme fortemente antropizzate.

    Il gap fra fabbisogno e disponibilità: il ‘no’ alla riapertura dell’ex cava Conte

    1Dall’analisi inclusa nel Piano emerge che – per il prossimo decennio – per la Liguria occorrerebbe un fabbisogno di 30 milioni di metri cubi di inerte da costruzione, di cui 24 milioni di calcare. Unicamente per l’area di Genova sarebbero necessari oltre 5 milioni di metri cubi di calcare, volume non coperto dalle cave attuali, la cui produzione è già quasi interamente prenotata per il Terzo Valico. Nel momento in cui dovesse prendere il via la Gronda, gli approvvigionamenti raggiungerebbero livelli critici, anche perché il documento evidenzia un notevole divario tra la disponibilità nelle cave attive del genovesato – ma non solo – e il reale fabbisogno di inerte. Un gap che poteva essere in parte colmato con la riapertura dell’ex cava Conte, che vale circa 4 milioni di metri cubi di materiale calcareo per edizlia; tuttavia, soltanto le cave Gneo e Giunchetto, posizionate a Nord dell’ex cava Conte, sono state considerate nel PTRAC, per una previsione estrattiva di circa 3 milioni di metri cubi, principalmente dalla cava Giunchetto. Per esse sono stati presi in considerazione degli ampliamenti, mentre l’ex cava Conte – coltivata sino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso – è stata esclusa, con conseguente abbandono potenziale di una cubatura notevole di calcare dolomitico, considerando il contesto molto deficitario per gli approvvigionamenti. I poli di calcare dolomitico in provincia di Genova, infatti, sono soltanto due, il Monte Gazzo a Genova e il Monte Castellaro a Campomorone.

    Le conseguenze delle estrazioni: il gioco non vale la candela

    Le attività di cava, in generale, generano più risvolti negativi che positivi, soprattutto in termini di impatto ambientale e, di conseguenza, di qualità di vita per l’uomo. Gli effetti di tali attività si ripercuotono sull’aspetto dei luoghi d’insediamento, distruggendone inevitabilmente il valore paesaggistico e facendone decadere il valore turistico. In secondo luogo, le operazioni di cava richiedono un enorme movimentazione ed escavazione di terreno, perciò esercitano un impatto fortemente negativo su flora, fauna ed sugli habitat. Si tratta di opere che vanno spesso a sconvolgere gravemente gli equilibri degli ecosistemi e che possono comportare danni a intere comunità animali e vegetali. A livello di ecosistema si devono affrontare, tra le altre cose, le conseguenze che l’alterazione dei flussi idrici superficiali e sotterranei avrebbero a catena sulle specie più vulnerabili e specialistiche, in particolare quelle minacciate a livello globale.

    Monte Gazzo visto da Sestri – Foto credits CC Alessio Sbarbaro

    Dapprima il Piano prevedeva l’ampliamento e la realizzazione di nuovi poli estrattivi in aree ancora integre e ad alto valore paesaggistico, ma l’avanzamento di tale programma ha subito uno stop: spesso le aree di cava, se non vengono prontamente ripristinate e ri-ambientate, possono essere oggetto di fenomeni di dissesto erosivo ed idrogeologico, con grave pregiudizio per l’ambiente oltre che per la salute umana. Ampliamenti e/o nuovi interventi di attività sarebbero in grado di incidere negativamente, per effetto indiretto e cumulativo, sugli elementi della natura presenti. Alcuni luoghi, data la valenza che ricoprono a livello storico e paesaggistico, non possono essere oggetto di una trasformazione così incisiva, anche perché l’estrazione non ricompenserebbe l’elevato costo che eventuali disagi produrrebbero, basti pensare al transito dei mezzi pesanti funzionali all’attività di cava in un contesto di viabilità totalmente inadeguata, alle interferenze con l’abitato, all’impatto ambientale e a quello acustico.

    Ma non solo: il gap tra valore di mercato del materiale e contributo versato dal privato che lo estrae all’ente pubblico è molto svantaggioso per il territorio che ospita una cava. Quanto viene estratto dal Monte Gazzo è un inerte calcareo ottimo per l’edilizia, che sul mercato ha un prezzo che oscilla tra i 14 e i 20 euro a tonnellata, mentre come abbiamo visto al territorio rimane circa 0,5 euro a tonnellata. Tenendo conto che un metro cubo di materiale equivale a circa 1,5 tonnellate di peso, il calcolo per il Gazzo è presto fatto: i 4,5 milioni di tonnellate che saranno estratte nei prossimi anni produrranno un valore di circa tra i 63 e 90 milioni, contro un “questua” lasciata agli enti locali di appena 2,2 milioni, ovvero un valore tra il 3,5 e il 2,4% del valore “prodotto” dal monte svuotato.

     

    Conclusioni: a quando la ricerca di fonti alternative?

    Sì che il settore estrattivo occupa una fetta importante dell’economia Ligure e che tali materiali sono necessari per la manutenzione delle città e la costruzione di nuove infrastrutture, ma a quale costo? Il risultato è un monte deturpato dall’uomo, la cui bellezza originaria è scomparsa ormai da tempo e un ecosistema a rischio: davvero non c’è un’altra soluzione alle estrazioni? In un’ottica di ‘green economy’ forse la Liguria dovrebbe orientarsi verso la ricerca di strade alternative di reperimento dei materiali adeguati alle costruzioni, rispetto alle pericolose estrazione di materiali vergini. O rivedere alla radice le esigenze che creano questa “fame” di materiale da cava.

    Una soluzione in grado coniugare la salvaguardia del lavoro degli operai, e allo stesso tempo dell’ambiente, potrebbe essere quella di recuperare i materiali provenienti dalle demolizioni. Mentre negli altri paesi europei – ai primi posti troviamo Olanda, Irlanda, Germania e Danimarca – si ricicla fino al 98% dei rifiuti provenienti dalle costruzioni e dalle demolizioni, l’Italia sembra rinunciare ad aprire le porte ad un settore innovativo come quello del recupero degli inerti, che vanno praticamente tutti in discarica. Oltre a sostituire o comunque ridurre al minimo l’attività di cava, si risparmierebbero i paesaggi e si aumenterebbero i posti di lavoro. Il rapporto di Legambiente 2017 stimava, infatti, che per una cava da 100mila metri cubi gli addetti in media sono 9, mentre per un impianto di riciclaggio di inerti gli occupati sono più di 12. Ma questa non è l’unica alternativa, perché tonnellate di materiale utile potrebbe essere recuperato dalla pulizia dei fiumi e dall’asportazione dei litoidi dagli alvei: in questo modo si chiuderebbe un cerchio che vedrebbe i letti dei fiumi più puliti, meno alluvioni e più materiale per le costruzioni e/o manutenzioni. Sono soluzioni di riciclo ‘momentanee’ poiché l’asticella della produzione tenderà sempre a salire, ma il punto è che non si potrà scavare per sempre. Occorre probabilmente impegnarsi in un’altra direzione, piuttosto che nell’ennesima operazione di escavazione e investire nella bioedilizia al fine di realizzare del materiale da costruzione totalmente green e in armonia, finalmente, con la natura e con l’uomo.

    Paola Alemanno 

     

  • Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    La retorica dovrebbe essere un ponte, una strada, ma in genere è una muraglia, un ostacolo.
    (Jorge Louis Borges)

    La zona urbana della Valpolcevera coinvolta dal crollo di Ponte Morandi ha una storia paradigmatica delle trasformazioni economiche di Genova. Come testimonia il nome stesso, fino alla fine dell’Ottocento, Campi era una zona agricola, punteggiata di orti e frutteti, nonché dalle residenze estive di famiglie patrizie genovesi. Nel 1898, per implementare gli stabilimenti di Sampierdarena e Cornigliano, venne aperta una grande officina siderurgica dell’Ansaldo, motore dello sviluppo economico cittadino al punto da far diventare Genova uno dei vertici del triangolo industriale italiano. Da allora le fabbriche a Campi si sono diffuse a macchia d’olio, facendo della bassa Val Polcevera, insieme al resto della valle e a tutto il ponente cittadino, uno dei poli produttivi della città. Questo processo ha reso Genova, morfologicamente priva di spazi e fragile, una metropoli industriale che, nelle fantasie dei progettisti degli anni Cinquanta e Sessanta, avrebbe dovuto superare il milione di abitanti. Nel 1967, per supplire alle rinnovate esigenze di questo spazio urbano congestionato, venne costruito il Ponte Morandi, un’infrastruttura salutata come un capolavoro ingegneristico e simbolo di uno sviluppo che si credeva infinito. Le cose andarono diversamente; il boom industriale cessò poco dopo, e con esso quello economico e demografico. A Campi, come in altri poli cittadini, le fabbriche vennero chiuse e i capannoni convertiti dalle grandi catene internazionali del commercio e della logistica. Negli ultimi trent’anni Campi è stata un’area destinata a far viaggiare, accatastare e vendere le merci, o da attraversare velocemente per raggiungere l’alta Valpolcevera, periferia sacrificata da decenni di sfruttamento produttivo.

    I quartieri residenziali che insistono su questa zona sono stati socialmente disgregati da queste trasformazioni e sopravvivevano come aree economicamente e socialmente depauperizzate già da decenni. Non è un caso che le case in via Porro o al Campasso avessero tra i più bassi valori commerciali dell’intera città già ben prima della tragedia del 14 agosto 2018.

    “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” è il progetto vincitore del concorso internazionale, indetto dal Comune di Genova e dal Consiglio nazionale Architetti PPC, per il masterplan dell’area attorno al nuovo viadotto che sostituirà Ponte Morandi, viadotto disegnato da Renzo Piano e in via di costruzione ed ultimazione ad opera di Fincantieri e Impregilo-Salini. Il progetto, elaborato dalla Stefano Boeri Architetti in collaborazione con gli studi Metrogramma e Inside Outside, occupa l’area dell’ex parco ferroviario del Campasso, quella che sottende il viadotto, e copre una zona urbana corrispondente ai quartieri di Campi e del Campasso stesso. Suo nucleo centrale è il Cerchio Rosso, una pista circolare sopraelevata, pedonale e ciclabile, lunga un chilometro e mezzo che dovrebbe fare da collante tra i due versanti collinari della valle e da raccordo per i vari spazi sottostanti, culminante in una Torre del Vento alta 120 metri e produttrice di energia eolica. Sotto e attorno ad esso si dovrebbero sviluppare gli altri elementi del progetto: il Parco botanico del Polcevera, una serie di attività espositive e ricreative (un Parco dell’acqua, un Fun Park, tre giardini del Mediterraneo, delle Esposizioni e del Polcevera), l’installazione “Genova nel bosco”, un Parco dello sport con vari campi sportivi e palestre, la riconversione di una vasta rete di edifici e capannoni ad uso commerciale e produttivo ed una nuova stazione ferroviaria.

    La retorica del passato e del futuro

    Il progetto elaborato da Boeri è molto ambizioso nel proporsi come spazio pubblico ed ecologico che riqualifichi una zona difficile e, contemporaneamente, come nuovo luogo simbolico della città, memoria del suo passato industriale e omaggio alle vittime del crollo di Ponte Morandi. Evocando “infrastrutture per una mobilità sostenibile ed edifici intelligenti per la ricerca e la produzione”, esso si pone “l’obiettivo di capovolgere l’immagine attuale della valle del Polcevera, da luogo complesso e tragicamente disastrato a territorio dell’innovazione sostenibile per il rilancio di Genova stessa”.

    Il primo elemento del progetto che salta all’occhio è il tentativo di mobilitare l’orgoglio cittadino attraverso un richiamo romanticizzato all’immaginario dei suoi abitanti:

    La Torre del Vento e il Cerchio Rosso, il Parco del Polcevera e la sua varietà vitale cromatica e botanica, sono il saluto di Genova ai passanti del futuro. Il saluto al mondo da parte di una città di infrastrutture e parchi verticali, di camalli e nobildonne, di cantanti e ingegneri navali. Una Città Superba seppure affranta da una struggente Malinconia; bellissima seppur nell’asprezza delle sue irriducibili contraddizioni. Una Città di acciaio e mare, scolpita dal vento e dalle tragedie, ma sempre capace di rialzare la testa”.

    Al di là del buffo accostamento di camalli e nobildonne, cantanti e infrastrutture, ciò che lascia più perplessi in questa operazione di immagine è il voler far convivere l’inconciliabile, ovvero la natura con ciò che da sempre l’ha negata e distrutta, l’industria, il verde e il mare con l’acciaio e il cemento, l’ecologia con la produzione:

    “Il Cerchio Rosso, il Parco e le nuove Architetture attraverseranno e legheranno tra loro un territorio rigenerato composto di diversi suoli, colori e nature. Un nuovo ambiente caratterizzato da un’altissima biodiversità di specie viventi si tesserà con l’urbanizzato esistente, fatto di ferro e asfalto. Il Parco del Ponte, in questo modo, diventerà un sistema urbano allargato e radicato nel territorio e alternerà nuovi paesaggi resilienti, sistemi interstiziali, e dispositivi di connessione e energetici”.

    Il progetto vorrebbe dunque sposare l’acciaio e l’asfalto che hanno reso moderna la città con “i colori ed i profumi caratteristici della mediterraneità di cui Genova è simbolo nel mondo”, celebrando questo improbabile matrimonio proprio in una delle zone più martoriate dal cosiddetto “progresso” industriale.

    La retorica è nata nel V secolo avanti Cristo in Magna Grecia come arte del discorso e della capacità di persuadere l’uditorio ed è divenuta una delle arti più nobili del mondo classico. Cicerone affermava che un buon oratore deve saper docere, ovvero dare le informazioni sul fatto oggetto del discorso, delectare, ovvero esporre gli argomenti con vivacità evitando l’effetto noia, e movere, ovvero mobilitare i sentimenti dell’uditorio per coinvolgerlo e far sì che esso aderisca alle tesi esposte. Fin dalle origini, i fini della retorica prescindevano da un giudizio etico: “La retorica”, fa dire Platone a Socrate, “a quanto pare, è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all’ingiusto” (Platone, Gorgia). Come tale la retorica si è evoluta nel corso dei secoli ed è a tutt’oggi una disciplina assai viva. Nel corso del Novecento i suoi principi sono stati assorbiti nella teoria generale della comunicazione, in particolare della cosiddetta comunicazione persuasiva, e sono stati abbondantemente utilizzati di volta in volta dalla propaganda politica e dalla pubblicità commerciale.

    La maggior parte dei grandi progetti d’architettura contemporanei si fondano su un immaginario progressista, ecologico, sostenibile, smart, in linea con quanto l’epoca richiede. Come sostiene il sociologo urbano Garnier:

    “Per rispondere alle critiche contro il carattere troppo tecnicista della smart city, si parla anche di “città inclusiva” (ovvero, includere gli esclusi dai presunti benefici della mondializzazione capitalista), di “città frugale” (ridurre non il consumo e la produzione, ma lo spreco),”città giusta” (lottare conto le diseguaglianze spaziali, sociali e ambientali), “città sostenibile” (tenere in conto gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, tra cui la diminuzione dell’impatto ecologico), “città verde” (preservare o introdurre la natura in un contesto artificiale) o “città resiliente” (affrontare con successo qualunque forma di vulnerabilità, in particolare quella legata al cambiamento climatico). Tra tutte queste, però, la più apprezzata continua ad essere la “città intelligente” (smart city), poiché materializza e simboleggia l’ingresso glorioso dell’urbanismo nella cosiddetta economia della conoscenza” (J-P. Garnier, Smart City. La “città radiosa” nell’era digitale, Nautilus 2018, pp. 11-12).

    Nel caso del progetto di Boeri e associati, che rientra appieno in questa descrizione, le contraddizioni reali che soggiaciono alla sua retorica risultano particolarmente stridenti.

    Il progetto s’incastra in un’area urbana iper sfruttata e congestionata, limitandosi ad occuparne gli interstizi senza prevedere una vera e profonda ristrutturazione fisica. Nel dettaglio, dalle tavole del progetto si può constatare come, sul versante ovest, il Parco dell’acqua, il Fun Park, il Giardino del Mediterraneo e quello delle Esposizioni sarebbero tutti compressi tra Corso Perrone, il Gasometro riconvertito in parcheggio multipiano, i capannoni dell’Ansaldo, un altro enorme parcheggio e tutto l’insieme insistente sotto il nuovo viadotto dell’autostrada. Allo stesso tempo, il Parco e le altre zone ricreative previste si innesterebbero su una striscia di territorio molto stretta, ritagliata tra le numerose vie a rapido scorrimento che servono a collegare la fascia a mare con l’interno valpolceverasco (Corso Perrone, Via Perlasca, Via 30 Giugno, Via Fillak) e la linea ferroviaria. A valle del Parco la destinazione d’uso dell’area rimarrebbe quella dei capannoni dell’area commerciale, a monte quella industriale dell’Ansaldo.

    Il progetto di Boeri incarna un immaginario urbanistico preciso che ha come referente naturale quella middle class benestante, istruita e salutista che nel tempo libero va in bicicletta, fa jogging o legge un libro in parchi urbani verdi e ariosi, ma questo non è né il caso geografico dell’area in questione né tantomeno il corpo sociale degli abitanti delle aree di Campi e Campasso. Gli indicatori sociali che individuano situazioni urbane di difficoltà – alta percentuale di famiglie composte di anziani soli, concentrazione di immigrati in difficoltà, tassi di scolarizzazione e disoccupazione, indice di povertà – riscontrano valori molto alti nelle aree di Campi e del Campasso, facendone uno tra i quartieri più depressi della città.

    “Trasformando l’area in un insieme attivo e diversificato, il paesaggio in pendenza creerà punti di vista sorprendenti e condizioni interessanti invitando le persone a divertirsi e a farne esperienza in molti modi ogni giorno. Utilizzato per la ricreazione, l’istruzione, lo sport, la meditazione o come luogo di incontro sociale e culturale, il parco, da est-ovest, collegherà persone di entrambi i lati del Torrente e attirerà tutti coloro che provengono da Genova, e non solo”.

    Potrà un parco incastrato sotto l’autostrada, tra la ferrovia, quattro strade trafficate ed enormi aree commerciali, industriali e logistiche, modificare davvero la mentalità, la socialità e la vita quotidiana degli abitanti di quest’area?

    La storia dell’architettura e dell’urbanistica è tristemente costellata di progetti che, avendo applicato un modello teorico sganciato dalla realtà dei luoghi concreti – ovvero non integrato da processi sociali, educativi e culturali che sanassero in modo incisivo situazioni incancrenite di abbandono e marginalizzazione urbani – si sono rivelati dei fallimenti quando non dei veri e propri boomerang, ovvero spazi ben presto muti che hanno finito per alimentare quel senso di tristezza e abbandono che avrebbero voluto combattere.

    Inoltre, suscita più di una perplessità l’ipotesi che il resto della popolazione cittadina che ama godersi il verde e gli spazi aperti – in una città che possiede uno dei più grandi parchi urbani d’Italia (il Parco delle Mura, 617 ettari di colline e natura a ridosso del centrocittà), l’infinità di crêuze che s’inerpicano in collina nel silenzio, i numerosi parchi disseminati in molti quartieri o i lunghi tratti di costa e di mare accessibili – prenderà la macchina per andare a respirare un po’ di aria buona, “a riempirsi i polmoni”, sotto il ponte dell’autostrada a Campi. La presentazione del progetto, simile a quella di un’agenzia immobiliare, sembra voler presentare una facciata linda e invitante dietro alla quale si nasconde un appartamento non così diverso da quello abitato dai condomini precedenti.

    Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi

    In questo immaginario di propaganda la prevista trasformazione di Via Fillak in Boulevard Fillak risulta emblematica. I boulevards furono aperti da Haussmann nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento come parte di un intervento urbanistico, economico e politico di un certo tipo. Prescindendo un giudizio di merito su quell’operazione, i boulevards erano il cuore fisico e simbolico di quella che Napoleone III voleva essere la prima metropoli del nuovo Occidente capitalista, la “capitale del XIX secolo” come la definì Walter Benjamin. I boulevards furono il risultato della demolizione fisica di un tessuto sociale popolare funzionale a costruire una Parigi borghese e turistica, fatta di ristoranti, locali, grandi magazzini, snodo di una ristrutturazione imposta dalle nuove necessità del capitalismo avanzato. Ma qui siamo a Campi nel 2020, in una delle mille periferie abbandonate da quello stesso capitalismo a distanza di oltre un secolo e mezzo di tempo. La demolizione di via Porro, imposta dal crollo del Ponte, non farà di via Fillak un boulevard. La gentrificazione che sottende la retorica dei nuovi boulevards postmoderni e che viene implicitamente evocata dal progetto è un fenomeno urbano contemporaneo che insiste sui centri storici o sui quartieri a ridosso di essi, mai sulle sue periferie post-industriali, assediate dai capannoni commerciali, dal traffico e dagli hub della logistica. Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi, e non il boulevard di una capitale del XXI secolo che Genova non sarà mai, nonostante la retorica dei camalli e delle nobildonne genovesi. 

    La retorica sociale

     “Il tessuto urbano in cui si inserisce il progetto prevalentemente residenziale presenta una mancanza di luoghi pubblici per le attività della comunità. La ricostruzione viene quindi intesa tanto dal punto di vista architettonico quanto da quello sociale. L’obbiettivo infatti è quello di ricostruire un sistema urbano coeso, socialmente attivo e vivace, innovativo tanto da rivitalizzare non solo il quadrante stesso ma diventando attrattore per le zone limitrofe. A partire dalle richieste del bando pertanto, il programma funzionale all’interno del quartiere viene definito attraverso una serie di poli attrattori che spaziano dal mercato alla residenza fino ad arrivare a piccole realtà sportive, ricettive e commerciali mirate all’integrazione e alla generazione di un attrattività rispetto agli utenti delle fasce limitrofe”.

    Se la presentazione del progetto è incentrata sulla volontà di ricostruire un tessuto sociale e pubblico, i dati concreti relativi alle architetture da costruire o convertire parlano di una realtà ben diversa: gli spazi previsti da dedicare alla cultura sono il 6 % (5 830 mq), al settore residenziale-ricettivo il 5,8% (5 612 mq), allo sport il il 9,4% (9 095 mq), mentre al commercio sarà destinato il 36,2% (35 172 mq) e a quello produttivo il 42,6% (41 368 mq). Il benessere e la qualità della vita degli abitanti promessi continueranno dunque a dipendere soprattutto dalla produzione e dal commercio, gli stessi ai quali da decenni quella parte di città è stata sacrificata.

    In alcuni passaggi del progetto si legge in modo esplicito la gerarchia delle priorità stabilite: “I capannoni industriali esistenti vengono riconfigurati mantenendo le stesse funzioni, come l’incubatore d’imprese BIC, e inserendo funzioni produttive innovative (dalle nuove startup ambientali alla dislocazione di dipartimenti dell’IIT), anche ripensando la mobilità pedonale e carrabile di questa porzione di valle”.

    Nello specifico, solleva particolari dubbi l’opportunità di inserire 35000 mq di funzioni commerciali in un’area già satura per la presenza dei vari Ikea, Leroy Merlin, Decathlon, Euronics ecc. e, poche centinaia di metri più a valle, dell’ex area industriale Ansaldo recuperata da decenni a principale centro commerciale di Genova, la Fiumara. A fronte di una necessità non reale in un’area già congestionata di attività di questo tipo, il pericolo è che questi nuovi spazi rimangano vuoti, aumentando quella mancanza di vita che inficerebbe la fruibilità dell’intero progetto da parte della popolazione. Più in generale, non si comprende come il previsto e augurabile “sistema urbano coevo, socialmente attivo e vivace” potrebbe svilupparsi se l’80 per cento dell’area del progetto dovrebbe essere dedicato all’estrazione di profitto, quando la storia urbana capitalistica degli ultimi 150 anni dimostra che laddove si innesca il ciclo produttivo-consumistico le comunità umane e le forme di vita sociali vengono irrimediabilmente erose e degradate.

    La rinnovata polis evocata nel progetto sembra dunque sovrascrivere e coprire con una blanda verniciata di verde, sostenibilità e cultura l’ulteriore rafforzamento della metropoli produttiva. Ma come potrebbe essere diversamente, quando nessuno mette in discussione – e la gestione dell’emergenza attuale dettata dalla pandemia del coronavirus ne è la dimostrazione più clamorosa – la dittatura del profitto e del PIL? Il capitalismo continua ad essere una religione, come diceva Walter Benjamin già nel 1921, e gli architetti continuano a concepirsi come dei tecnici e non dei politici, come insegnava Le Corbusier negli stessi anni.

    La retorica ecologica

    Elemento centrale del progetto è il Parco botanico del Polcevera, “un nuovo paesaggio che raccoglie la varietà delle piante e delle essenze del Mediterraneo”, che dovrebbe misurare 13 ettari e ospitare 2895 alberi. Per presentarlo Boeri fa appello al pezzo forte della sua poetica architettonica recente, il tema del bosco:

    “Radici, tronco, rami, foglie. Stare in un bosco è come stare in una pinacoteca, tutto quel colore stimola l’immaginazione. Un albero col suo silenzio ci racconta il trascorrere del tempo con la stessa forza di un dipinto. Sta a noi leggerne la storia. Ogni radice, nervatura del tronco, ramo, foglia sono particolari che diventano metafore, simboli del nostro vivere. Ogni dettaglio ha racconti da narrare come una lancia di Uccello, una stele di Poussin, una schiena di Friedrich. Ogni pianta ha la sua personalità: incanta e stupisce, tranquillizza o inquieta, a seconda della forma, dei colori, della luce che la irradia. Di fronte alle sue fronde chiudiamo gli occhi, respiriamo a pieni polmoni e cerchiamo di assimilarne intensamente il profumo. Ogni persona si può identificare in un albero per atteggiamento, costituzione, ideale; ma nessuno potrà mai esserne padrone. Potrà solo, a sua volta, voler essere albero”.

    innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico

    Tralasciando l’effetto un po’ stridente di immaginare che un pur bel albero ombreggiato dal sovrastante viadotto autostradale potrà evocare la ricerca del dettaglio di un quadro di Paolo Uccello, Poussin o Friedrich, è l’intera impostazione di Boeri sulla funzionalità ecologica dei suoi boschi urbani che suscita molte perplessità, come dimostrano le numerose critiche rivoltegli, a partire dalla natura classista e spettacolare del celebre Bosco Verticale costruito nel Quartiere Isola di Milano. Scrive al proposito Fabrizio Bellomo:

    “Questa forestazione urbana mi suona un po’ come la vernice utilizzata da certi street artist, la quale sarebbe capace di assorbire l’inquinamento e migliorare così l’aria circostante, bah… Va ribadito (e ha senso farlo!): questa teoria relativa al “…combatte(re) efficacemente il cambiamento climatico…” attraverso la piantumazione di alberi sui balconi di grandi grattacieli di cemento armato rimane un’abile operazione comunicativa. La forestazione di cui si parla altro non è che un escamotage di tipo visivo con cui rivestire grandi cubature di cemento, attraverso delle altrettanto grandi fioriere – sempre in cemento – le quali andranno a contenere gli alberelli rigorosamente selezionati dal paesaggista di turno.Tale genere di forestazione – solo per usare le stesse parole, poiché in realtà si tratta più di un pattern, di un rivestimento appunto –, finisce così per generare una patina di verde verticale che non farà altro che produrre (per la comunità) dei soli paesaggi, fotografabili e condivisibili, paesaggi dunque pregni di un alto livello di likeability. Piacenti e ruffiani. Il Bosco Verticale (già quello milanese) genera sicuramente un paesaggio ma non genera per questo anche un ambiente (pubblico). Per spiegarsi meglio: il paesaggio generato dal Bosco Verticale viene disatteso dall’ambiente cittadino che ci circonda mentre usufruiamo della veduta di questa struttura: asfalto e palazzi. Questa è un’architettura dissociata – e forse in un’epoca in cui la dissociazione fra quello che si è e quello che si fa è diventato un paradigma fondamentale per la sopravvivenza – vi è anche la motivazione dell’enorme successo di questi edifici”.(F.Bellomo, Le foreste sono orizzontali , https://www.artribune.com/arti-visive/2019/11/boeri-bosco-verticale-tirana-editoriale-fabrizio-bellomo/).

    Le contraddizioni verticali del grattacielo ecologico milanese sono le stesse, riprodotte su un piano orizzontale, del Parco del Polcevera; innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico.

    L’evocazione da parte di Boeri del sentimento romantico della natura, riscontrabile nel riferimento specifico a Friedrich, è particolarmente significativa. In un bel capitolo del suo libro L’arte del viaggiare, Alain de Botton, recatosi nel Lake District sulle orme del grande poeta romantico Wordsworth, ci ricorda come quest’ultimo, nel suo amore sconfinato per la natura inglese ancora per larghi tratti incontaminata della prima metà del 1800, notasse come città e natura fossero incompatibili: “Parte del suo biasimo era rivolto contro l’inquinamento, la congestione, la miseria e la bruttezza delle città, ma provvedimenti antitraffico e sgombro degli slum non sarebbero valsi a revocare la bocciatura di Wordsworth. A preoccuparlo non era tanto la salute degli abitanti, quanto l’effetto della vita urbana sulla loro anima” (A. De Botton, L’arte di viaggiare, Guanda 2002, p. 138). La natura, diceva Wordsworth, è un cosmo, un sistema complesso che ha tanto da dare e insegnare agli uomini ma solo quando conserva la sua integrità e autonomia; essa, al contrario del conciliarci con l’asfalto e il cemento, ci dovrebbe indurre “a cercare nella vita e nel prossimo ‘quanto vi è desiderabile e buono’. Essa era una ‘immagine della giusta ragione’ capace di correggere gli impulsi sviati della vita urbana” (ivi, p. 146).

    La retorica della memoria

    Nel cuore del Parco del Polcevera verrà realizzata un’istallazione concepita dall’artista Luca Vitone, “Genova nel Bosco”, che prevede la piantumazione di 43 piante di specie diverse in memoria delle vittime della tragedia del Ponte Morandi, “a perenne ricordo del dolore e delle debolezze degli uomini” e come simbolo “dell’indomita forza di una città”. Spiega Vitone stesso:

    “Ogni albero sarà dedicato a un personaggio ligure di ogni epoca dell’ambito culturale, da Montale a Pivano, da Germi a Villaggio, da Strozzi a Scanavino, da Alberti al Coppedé. Personalità nate nella regione o che nella regione hanno trovato linfa per la propria crescita, figure che con la propria immaginazione hanno contribuito a esportare nel mondo l’immagine di Genova e della Liguria. Ogni nome dell’autore sarà celato dal suo anagramma che darà il titolo alla pianta e sarà cura del visitatore, come in ogni gioco enigmistico, scoprire la persona a cui l’albero è dedicato. Un percorso libero che ognuno potrà intraprendere all’interno del Bosco e dove troverà diverse sedute caratterizzate da un disegno particolare a forma di ruota o di croce su cui potrà sedersi, leggere e riposarsi all’ombra delle fronde. La curiosità del visitatore sarà soddisfatta da delle schede botanico‐simbolico‐biografiche che per ogni albero/autore ne racconterà affinità, accostamenti e relazioni. Queste informazioni, con la relativa soluzione dell’anagramma, saranno disponibili con un’applicazione pensata apposta per il progetto”.

    Ponte Morandi, così com’era e così come sarà nella sua nuova veste, è una necessità, l’infrastruttura di un sistema economico-politico – il capitalismo industriale – che ha portato benessere materiale ad alcune generazioni, ma che ha rappresentato anche un abbrutimento nocivo della qualità della vita quotidiana collettiva e che, come è sempre più evidente, sta portando il pianeta al collasso. Proprio la morfologia e la storia recente di Genova – dal crollo di via Digione nel 1969 a quello di Ponte Morandi, passando per le numerose alluvioni (di cui il Polcevera è stato spesso un pericoloso protagonista) che hanno provocato morti e disastri – dimostrano come la natura e i suoi fragili equilibri non siano più compatibili con un certo modello produttivo.

    A fronte di tutto ciò, il voler celebrare il passato della grandezza industriale della città ricordando le vittime del collasso di uno dei suoi simboli con degli alberi non suona un po’ stonato? E non suona stonato anche il voler insistere nel celebrare il passato della città come un tutto indistinto, associando al crollo di Ponte Morandi poeti e letterati, quasi a voler santificare il modello di progresso produttivista come il migliore dei mondi possibili, anche quando i suddetti esponenti dell’arte e della cultura evocati nulla centravano con esso o addirittura palesemente lo criticavano (basti pensare alle biografie e ai contenuti artistici di un Pietro Germi e di un Emilio Scanavino)?

    Quali sono “il dolore e le debolezze degli uomini” che dovrebbero essere ricordati? Le quarantatré persone inghiottite da quella voragine del 14 agosto 2018 sono morte per le responsabilità precise di un sistema economico-politico. Identificarle con altrettanti personaggi celebri che dimostrerebbero la nobiltà di Genova, la quale a sua volta si sovrapporrebbe al simbolo del vecchio Ponte Morandi, le disincarna e ne sfrutta l’orribile fine per celebrare un presunto spirito del progresso di cui esse sarebbero state vittime in un senso quasi hegeliano (“tutto il reale è razionale, tutto il razionale è reale”). In questo senso “Genova nel bosco” appare un’operazione triplamente subdola di spersonalizzazione di chi è scomparso quel giorno, assoluzione morale dei responsabili della tragedia, depoliticizzazione di un sistema. Operazione non soltanto retorica in questo caso, ma di sfacciata propaganda funzionale a suggellare nell’immaginario collettivo l’idea che quella tragedia sia stata un destino soggettivo e non una precisa colpa di chi gestiva quel tratto autostradale e quel viadotto, traendone lauti profitti e senza curarne la sicurezza.

    Un sobria targa come quelle che sono sempre state utilizzate per ricordare i nomi delle vittime delle guerre, o ancora meglio una colonna infame come quella murata in piazza Sarzano dagli ex abitanti della zona di Via Madre di Dio dopo il suo abbattimento per ricordare le responsabilità politiche di un disastro urbano o sociale conclamato, parrebbero soluzioni più degne e appropriate per ricordare le vittime del crollo di Ponte Morandi, senza anagrammi, giochi enigmistici e presunte suggestioni bucoliche. 

    La retorica della neolingua

    “Un Cerchio di acciaio, Rosso. Un anello che abbraccia – passando sotto il nuovo Ponte – un territorio di ferro, acqua, cemento e asfalto. Il Cerchio Rosso di acciaio, memoria di una potente tradizione di altoforni, gru, carroponti, corre attorno ai luoghi più vicini alla tragedia del 14 agosto 2018. Li abbraccia senza separarli dal loro contesto, ma anzi legandoli tra loro”.

    Elemento centrale, cuore simbolico e raccordo materiale dell’intero progetto, è il Cerchio Rosso, progettato in prima persona da Stefano Boeri con l’intento di legare “concettualmente e fisicamente le diversità di un quartiere che ha sempre tenuto insieme industria, infrastrutture e case”. La storia, come già detto, è oltremodo ricca di progetti urbanistici nati con le più roboanti dichiarazioni e intenzioni progressiste e rivelatesi dei fallimenti sociali e ambientali. A Genova è fin banale citare i Giardini Baltimora – più noti come Giardini di Plastica – costruiti sulle sopra citate macerie della zona di Via Madre di Dio.

    L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti

    Ma un altro esempio sovviene alla mente pensando ai percorsi sopraelevati del Cerchio Rosso: il quartiere periferico di Thameshead, nella zona sud-est di Londra, costruito alla fine degli anni Sessanta, contemporaneamente a Ponte Morandi e figlio dello stesso positivismo economico-sociale, per affrontare la carenza di alloggi della capitale britannica. Salutato come un progetto di avanguardia per il suo design sperimentale e brutalista (lo stesso dei palazzi dei Giardini di Plastica), Thameshead venne caratterizzato da un insieme di terrazze e da una fitta rete passerelle costruiti attorno a un sistema di laghi e canali. L’entusiasmo iniziale si scontrò con la realtà dei fatti e Thameshead divenne rapidamente un agglomerato insicuro e degradato, al punto che già nel 1971 Stanley Kubrick lo scelse per girarci alcune delle scene più celebri di Arancia Meccanica.

    Una popolazione che non trovò risposte nel progetto degli architetti trasformò quello spazio in una zona insicura e degradata, tanto che ben presto le passerelle vennero chiuse. Se la scommessa architettonica del Cerchio Rosso si rivelasse un azzardo non è difficile immaginare un destino simile. Una comunità la fanno i cittadini quando si sentono protagonisti attivi del cambiamento e quando un progetto risponde con realismo e intelligenza alle loro esigenze. In questo senso “Il Parco del Polcevera” lo vivranno davvero gli abitanti del quartiere per “fare sport, giocare, raccogliere fiori e frutti, usufruire di aree dedicate sia agli animali sia agli aspetti ludici, educativi e di socializzazione”, come auspicato, o diventerà l’ennesima terra di nessuno per i novelli drughi della società occidentale post-coronavirus, opportunamente e ulteriormente distanziati socialmente?

    Quale che sarà lo sviluppo reale di questo progetto, ci sono motivi per pensare che l’immagine progressista di rilancio della Valpolcevera incontrerà delle difficoltà concrete a realizzarsi. L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti.

    Una caratteristica fondamentale di questa propaganda è l’utilizzo abbondante, da parte di Boeri e associati, della neolingua tipica degli architetti contemporanei. Abbiamo visto come la cornice linguistica e ideologica generale del progetto si materializzi nell’affastellamento stridente che associa il passato industriale di Genova ai colori e ai sapori del Mediterraneo, la gloria trecentesca della Superba di Petrarca agli esiti catastrofici della speculazione edilizia e di infrastrutture obsolescenti come Ponte Morandi. Allo stesso tempo il linguaggio tecnico che descrive gli interventi concreti del progetto stesso sembra volersi legittimare alla comunità internazionale degli architetti d’avanguardia più che rivolgersi agli abitanti di Campi e del Campasso. Al di là dell’abuso snobistico di termini inglesi per esporre concetti che avrebbero un loro semplice equivalente italiano – shared surfaces, smart mobility, mixite funzionali, sheds, wayfinders, clusters, strips –, ci sono interi brani della presentazione del progetto che traducono l’impressione di tecnici che pianificano dall’alto la vita quotidiana delle persone comuni:

    “Così come il programma funzionale, anche gli stessi involucri architettonici di progetto vengono ripensati trasversalmente alle fasce del quadrante, con l’obiettivo di sviluppare una semantica condivisa a micro e macro scala, alla base di un’identità comune e riconoscibile per il Quadrante”.

    L’uso di questo linguaggio per una disciplina, l’architettura, che modella la vita quotidiana delle persone, e, nello specifico, per un progetto che modificherà la vita di una popolazione di condizione sociale ed estrazione culturale di un certo tipo, richiama la neolingua, termine inventato da George Orwell nel suo celebre 1984 per definire un linguaggio innovatore che, proponendosi come incomprensibile per i sudditi, proibisce loro ogni pensiero critico nei confronti dell’autorità costituita. Come la neolingua degli architetti contemporanei si inscriva nella tradizione della retorica piegata ai fini della propaganda e della pubblicità ce lo ricordano ancora le parole di Socrate riportate da Platone oltre 2400 anni fa: “Dunque, il retore e la retorica si trovano in questa posizione rispetto a tutte le altre arti: non c’è alcun bisogno che sappia come stiano le cose in sé, ma occorre solo che trovi qualche congegno di persuasione, in modo da dare l’impressione, a gente che non sa, di saperne di più di coloro che sanno” (Platone, Gorgia).

    Nello specifico la neolingua della smart city, vero e proprio feticcio urbanistico della contemporaneità, ha degli obiettivi chiari all’interno dell’arte della retorica che ne deve promuovere la bontà e l’approvazione pubblica:

    “Per portare a termine una politica urbana che dia la priorità agli interessi privati senza provocare opposizioni popolari, è necessario formattare l’opinione pubblica. Per questo le parole adoperate non sono soltanto descrittive ma anche stimolanti: devono provocare il sostegno e perfino l’entusiasmo della gente. Tuttavia, a differenza della propaganda dei regimi definiti totalitari […], la propaganda della smart city seleziona il proprio vocabolario adoperando la tecnica o, meglio, la tecnologia come referente ultimo o come garante di efficienza e obiettività. Presentato come una seconda natura, l’ambito tecno-scientifico imprime un marchio di ineluttabilità sulle decisioni che si pendono. Ormai non si tratta tanto di governare, quanto di gestire. Motivo per cui ai gestori e ideologi della smart city piace così tanto la parola “governance”, importata – come tante altre – dagli USA e presa dal mondo “apolitico” dell’impresa” (J-P. Garnier, Smart City, cit., p. 11).

    Allo stato attuale, le politiche urbane cittadine indicate dal progetto del Parco del Polcevera non sembrano dunque prefigurare un vero cambiamento di rotta nella gestione dello spazio pubblico e di una strategia di reale coinvolgimento, partecipazione e miglioramento delle condizioni di vita di chi abita aree periferiche come quella della bassa Val Polcevera. Un progetto ridondante di ottimismo, verde, socialità e cultura verrà messo alla dura prova delle contraddizioni e dei limiti che emergono dal contesto reale di quella zona. Cosa si materializzerà nella vita reale dei cittadini di quelle aree, al di là della retorica e della propaganda, lo vedremo all’atto pratico. Speriamo di sbagliarci, perché Genova non ha più spazio per ulteriori buchi neri urbanistici.

     

    Leonardo Lippolis

     

    * tutte le citazioni riportate riguardanti il progetto “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” sono tratte dalle tavole del progetto stesso e dalla sua presentazione da parte del Comune, consultabili entrambe sul sito https://smart.comune.genova.it/contenuti/il-parco-del-polcevera-e-il-cerchio-rosso

  • Gronda, previsioni sbagliate: in dieci anni meno 17% di traffico. Rivedere il progetto è necessario

    Gronda, previsioni sbagliate: in dieci anni meno 17% di traffico. Rivedere il progetto è necessario

    Mentre la strutturazione viaria del nodo di Genova è in una fase di profonda trasformazione, mentre aspettiamo quel 15 agosto che non è mai sorto, prepotente sul tavolo del dibattito politico è il tema della Gronda, scosso oggi dal  progetto alternativo della cosiddetta mini gronda, che potrebbe rimescolare le carte del mazzo. Lo scontro politico nazionale sulle concessioni ha aggiunto una variabile emotiva e comprensibilmente rivendicativa verso il progetto, il cui peggior nemico, però, rimane essere sé stesso, e le sue contraddizioni fondative.

    Numeri che non tornano

    Ma andiamo con ordine, e facciamo qualche passo indietro, tornando al 2009, quando dopo un acceso dibatto pubblico si arrivò alla scelta del progetto, poi divenuto esecutivo e oggi fermo al Mit in attesa del via libera definitivo. Alla base delle cinque proposte di Autostrade per l’Italia c’era la necessità di intervenire con nuove infrastrutture per evitare il collasso del nodo genovese. Un collasso generato da aumento del traffico, la cui crescita veniva calcolata attraverso diversi panorami temporali di breve, medio e lungo periodo. Nella presentazione del progetto era tracciato un generico aumento del 30% di traffico in trent’anni, mentre nei documenti di supporto le cifre erano meglio specificate: entro il 2015 un aumento del 16,6% del traffico leggero, e un 35,6% di quello pesante, nel 2025 rispettivamente +32% e +73,5% e nel 2035 previsioni di crescita di 42% e 101%.

    Oggi siamo nel 2019 e abbiamo quindi valicato la prima soglia, quella del breve periodo, e confrontando i dati ufficiali raccolti e pubblicati da Aiscat possiamo dire che ad oggi quelle previsioni, per qualsivoglia motivo, si sono rivelate sbagliate. E non di poco.

    Nel 2009 i veicoli medi giornalieri per l’A10, nel tratto Genova-Savona, erano 127.474 quelli leggeri e 23.539 quelli pesanti; per il 2018, stando all’ultimo report pubblicato, le cifre sono rispettivamente 101.466 e 22.708 con un calo quindi del 20% e del 3,5%. Dati su cui pesa senza dubbio la tragedia del Morandi: per avere un confronto quindi in situazione di normalità prendiamo anche i dati registrati al primo semestre 2018: 105.255 la media giornaliera dei veicoli leggeri e 24.055 per i pesanti, con quindi un delta percentuale di -17,4% e +2,2%. Numeri decisamente lontani da quelli previsti: con 21.160 veicoli leggeri e circa 7.700 pesanti “fantasma” che mancano all’appello rispetto ai calcoli modellistici di Aspi.

    Una situazione che non è solo peculiare per l’A10, tratta che sarebbe “doppiata” dalla Gronda, ma che è simile anche per le altre tre autostrade genovesi. Per l’A7, nel tratto Genova-Serravalle, nel 2009 si contavano 118.598 veicoli leggeri al giorno e 22.017 pesanti, mentre nel 2018 i numeri registrati sono stati 95.417 e 20.077, con un calo rispettivamente del 19,5% e 8,8%. Per l’A12, nel tratto Genova – Sestri Levante nel 2009 i veicoli medi giornalieri erano 89.692 quelli leggeri e 13.686 quelli pesanti, mentre nel 2018 rispettivamente 83.373 e 12.497, cioè il 7% e il 8,7% in meno. Stesso andazzo anche per l’A26, che nel 2009 registrava nel tratto Pra’ – Alessandria 49.765 mezzi leggeri e 13.490 pesanti, mentre nel 2018 il conto si è fermato a 44.188 e 13.950, avendo in parte assorbito il traffico dell’A10 interrotta, con differenze di -11.2% e un +3,4%.

    Sommando tutti i valori assoluti nel 2009 sul tronco di Genova circolavano mediamente al giorno 385.529 mezzi leggeri e 72.732 mezzi pesanti, mentre nel 2018 i numeri registrati sono stati 328.233 per il traffico leggero e 70.579, con un calo quindi rispettivamente di 57.296 e 2153 unità, cioè -14,8% e -2,9%. La diminuzione del traffico non ha risolto ovviamente tutti i problemi dei tracciati che attraversano Genova e che essenzialmente sembrano derivare dalla arretratezza degli svincoli, vero tallone d’Achille delle nostre autostrade: le code ci sono lo stesso, praticamente quotidiane. Ma il sistema non è collassato: l’unico collasso che abbiamo visto è quello del Morandi.

    La sicurezza non è mai troppa, come i pedaggi

    I dati di cui sopra ci restituiscono, quindi, una previsione errata, totalmente smentita dai fatti. Ma i dati sul traffico non sono gli unici ad essere stati ‘sbagliati’: anche le considerazioni sulla sicurezza stradale in questi dieci anni hanno visto la realtà superare la ‘fantasia’, per fortuna. In dieci anni gli incidenti sono fortemente diminuiti, arrivando quasi ad essere dimezzati. Per l’A10, nel 2009 si contavano un totale di 227 sinistri nella tratta Genova – Savona, mentre nel 2018 il conto si è fermato a 146. Sulla A12, tra Genova e Sestri Levante, dai 153 del 2009 si è passati ai 141 del 2018, sulla A7 (Fino a Serravalle) dai 166 a 98 e sulla A26, tra Voltri e Alessandria da 135 a 71. Statistiche che sconfessano quindi l’altra “necessità” alla base del progetto presentato nel 2009 come soluzione necessaria anche dal punto di vista della sicurezza di chi viaggia sulle nostre autostrade: durante la recente visita del neo ministro, Camera di Commercio di Genova ha consegnato alla De Micheli un ‘dossier’ da toni allarmanti sulla pericolosità delle nostre autostrade, che sono tra le più alte in classifica in termini di incidenti (dato vero), dipingendo uno scenario in peggioramento (dato non verificato, anzi smentito), cosa che renderebbe, secondo questa lettura, la costruzione della Gronda, come sempre più necessaria e impellente.

    Guardando ai report di Aiscat, però emergono altri due dati decisamente interessanti, che aggiungono una prospettiva ulteriore alla lettura del contesto: nel 2009 sulle tratte gestite da Autostrade per l’Italia, quasi tremila chilometri di tracciati, hanno viaggiato un totale di 48.729.713.463 veicoli, mentre nel 2018 un totale di 48.002.477.881 unità, con un calo di oltre 727 milioni di unità, ovvero un -1,4% in termini percentuali. Nonostante ciò, però, i ricavi di Aspi (dati scorporati da tasse e accise varie) sono aumentati passando da 2,4 miliardi a 3 miliardi, cioè un +20%. Non male, soprattutto in virtù del fatto che gli aumenti di pedaggi sono concertati con il concedente, cioè lo Stato. In un recente dossier, Anac (Autorità nazionale anti corruzione) ha stimato che per le autostrade italiane i concessionari hanno speso solo il 2,2% di quello preventivato per le manutenzioni: in particolare Aspi, dal 2008 al 2017 ha speso 249.131.000 milioni su oltre dieci miliardi previsti. Dieci miliardi che sarebbero comunque stati ammortizzati ampiamente dai ricavi di esercizio.

    E se sul nuovo ponte non ci passasse nessuno?

    Un altro punto delicato del progetto del 2009, e presentato definitivamente nel maggio del 2018, è la liberalizzazione della tratta urbana della A10, che diventerebbe una sorta di “tangenziale” gratuita. Ma c’è un nodo che non è ancora stato sciolto: stando al progetto di Aspi, il tratto interessato a questo declassamento è quello compreso tra Genova Pra’ e Genova Aeroporto, con il casello di Cornigliano/Sestri Ponente che quindi diventerebbe casello di testa. E il tratto fino a Genova Ovest? Mistero. Lo stesso Bucci si era detto contrario (e un po’ spiazzato) rispetto a questa ipotesi; in un’intervista aveva infatti dichiarato: “No way, assolutamente impossibile, questo non lo concederò mai altrimenti il Ponte Morandi non lo percorrerà più nessuno”. Poi è arrivato il 14 agosto, e il Morandi non lo ha percorso più nessuno per davvero, ma il progetto di Autostrade per l’Italia, che in molti vorrebbero partisse immediatamente, tra cui anche lo stesso Bucci, non è cambiato: stando così le cose il ponte “dell’orgoglio” e del “riscatto” di Genova sarebbe destinato ad una vita di solitudine. Per la precisione, mille anni di solitudine.

    Un progetto superato

    Alla luce di questi dati, l’attuale progetto della Gronda sembra quanto meno superato: le premesse di scenario sono state smentite largamente, e nel frattempo sono state costruite e aperte nuove strade “concorrenti”. Una buona condotta amministrativa, quindi, fermerebbe un attimo la macchina, prima di buttarsi a capofitto in una mega opera dalle pesanti ricadute economico-ambientali per i territori che attraversa. Forse sarebbe il caso di aspettare e vedere cosa succede: quando sarà operativo il nuovo ponte, oltre a riavere il vecchio assetto autostradale, avremo a disposizione una nuova viabilità a mare, per la quale si dovrà intervenire per tutelare le persone che vi vivono attorno. Per questo motivo il progetto presentato in questi mesi dal Mit (versione Cinque Stelle) mette sul tavolo una alternativa, anche se un buona parte ancora non progettata (metà però lo è, visto che riprenderebbe il raddoppio del tratto di A7 fino a Bolzaneto, come previsto, disegnato, progettato e approvato per il progetto di Aspi), prendendosi il merito di mettere in discussione il faraonico progetto del 2009. Non è quindi un caso che si sia alzata immediatamente una cortina fumogena contro questa eventuale ipotesi, tra interpretazioni non corrette, come la fantomatica distruzione del lungomare di Pegli, e critiche di metodo prima che di merito: l’argomentazione del tempo che si perderebbe a riprogettare, non regge perché appunto, metà del lavoro è già fatto, e soprattutto proviene da coloro che paradossalmente hanno dimostrato che, con la gestione bis-commissariale dell’emergenza Morandi, se si vuole, si può fare presto e bene. E’ il mantra che ci accompagna da mesi, ma vale per tutto però. E poi, in ultimo ma non per importanza, l’alternativa permetterebbe di “risparmiarci” lo scavo di due mega tunnel da 20 chilometri l’uno, che ci obbligherebbero a gestire diverse milionate di metri cubi di detriti ad alto contenuto amiantifero, e che sono la voce di spesa più importante del progetto della Gronda, che vale 5,4 miliardi di euro, finanziati con anni di aumenti dei pedaggi, quindi da noi. Ma forse il vero business sta proprio lì.

    Nicola Giordanella

  • Regione Liguria e Demanio accordo per valorizzazione immobili. Dieci sono a Genova, tra cui Ex Magistero, San Raffaele e Ex Saiwetta

    Regione Liguria e Demanio accordo per valorizzazione immobili. Dieci sono a Genova, tra cui Ex Magistero, San Raffaele e Ex Saiwetta

    opiemme-buriddaVia libera dallo Stato alla riqualificazione di 45 immobili pubblici in tutta la Liguria. È il frutto dell’accordo firmato dal direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Reggi, e dal presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti. Ville, ex caserme e case cantoniere dal valore complessivo stimato di circa 135 milioni di euro e che sarà nel tempo incrementato attraverso un percorso di valorizzazione, razionalizzazione e dismissione, anche con operazioni di finanza immobiliare. «Un accordo importante perché esprime un concetto di fondo – afferma Reggi – non importa chi è il proprietario, siamo in presenza di immobili pubblici che vanno valorizzato assieme che partono dalla regolarizzazione urbanistica e catastale. Un lavoro che possono fare solo enti pubblici e solo dopo coinvolgere i privati per l’acquisto e la valorizzazione. Siamo in presenza di beni di grande valore di cui però non è chiaro l’assetto proprietario, per cui il primo lavoro è fare chiarezza in questo senso». Per il governatore Toti, «quello pubblico è un gigantesco patrimonio spesso di grandissimo pregio e altrettanto spesso poco valorizzato e in alcuni casi sottoutilizzato. L’accordo di oggi, oltre a essere un buon segnale di collaborazione istituzionale, va nella direzione giusta, quella di utilizzare una serie di edifici di grande pregio, spesso non adeguatamente valorizzati che sono solamente un costo per l’erario pubblico senza alcun beneficio. La valorizzazione è una delle azioni concrete per dare sviluppo alla nostra terra che ha moltissimi oggetti di pregio».

    I dieci immobili di Genova

    Nell’elenco figurano anche beni di proprietà della Città metropolitana, del Comune di Genova dell’Università di Genova. Tra questi figurano l’ex San Raffaele, (valorizzato per 4,48 milioni), l’ex Magistero, attuale sede del laboratorio Buridda (4,2 milioni), l’ex Saiwetta (2,3 mln), Villa Podestà a Pra’ (1 milione), l’Accademia Marina Mercantile di via Oderico (1 milione), la Caserma dei Vvf di Chiavari (1,1 mln), la Villa Speroni di Recco (2 mln), l’impianto sportivo di Ronco Scrivia (5oo mila euro), Villa Carmagnola di Santa Margherita Ligure (di proprieta dell’Università di Genova, valorizzata per 413mila euro).

    Il sindaco di Genova e della Città Metropolitana, Marco Doria, sottolinea che «Dopo la caserma Gavoglio, i forti e la Casa del Soldato di Sturla, continua il lavoro di valorizzazione dei beni demaniali che a Genova conosciamo e stiamo facendo da tempo». Tutti i dati e le informazioni degli immobili saranno raccolti in un database realizzato dalla Regione per promuovere progetti di sviluppo immobiliare sia per iniziative complesse come i waterfront sia per il recupero di beni minori situati in contesti periferici.
    Con la firma dell’accordo, viene costituito un tavolo tecnico operativo nel quale l’Agenzia del Demanio si impegna a individuare ulteriori beni da valorizzare, mentre la Regione si occuperà di promuovere e coordinare i lavori del tavolo tecnico, coinvolgendo gli enti pubblici facenti parte del settore regionale allargato, facilitando il reperimento della documentazione e delle risorse finanziarie. «Si tratta di un’intesa strategica nazionale con una richiesta da parte dell’Agenzia del Demanio alle Regioni di censire gli immobili sul territorio e valorizzarli – spiegato l’assessore regionale al Demanio, Marco Scajolaalcune volte le realtà hanno bisogno di interventi di riqualificazione, altre volte di promozione per far conoscere quel patrimonio come si deve. Da qui la nostra adesione convinta, collaborando con tutte le realtà e i territori per la valorizzazione del patrimonio pubblico ligure, stabilendo criteri che evitino qualsiasi tipo di speculazione».
    Una valorizzazione che sicuramente è necessaria per i tanti manufatti che fanno parte del patrimonio collettivo; sulla carta, quindi, una buona notizia: la prova dei fatti sarà verificare la reale ricaduta per i territori e le comunità di questa operazione, che deve sapere mettere in salvo i beni di tutti da speculazioni, svendite e “privatizzazioni” selvagge.
  • Castagnaccio, ingredienti e preparazione del dolce genovese

    Castagnaccio, ingredienti e preparazione del dolce genovese

    Il castagnaccioForse non tutti sanno che il castagnaccio ha anche origini liguri, oltre che le più note provenienze toscane. Era infatti un piatto povero preparato dai contadini dell’Appennino  che utilizzavano le castagne come base dell’alimentazione.

    Ingredienti:

    -500 g farina di castagne, 70 gr uva passa, 40 gr pinoli, 1 cucchiaino di semi di finocchio selvatico, 1 dl di olio extravergine di oliva, sale.

    Ammollate in acqua tiepida l’uvetta e sgocciolatela dopo 10 minuti, asciugandola con un canovaccio. Intanto,  passate al setaccio la farina di castagne e versatela in una ciotola ampia, aggiungete un pizzico di sale, e aiutandovi con un cucchiaio di legno aggiungete tanta acqua per ottenere un impasto scorrevole, quasi liquido.

    Unite 1/2 dl  d’olio, mescolate più volte e lasciate riposare il tutto per alcune ore.

    Ungete una teglia rotonda dai bordi non molto alti, versatevi l’impasto, quindi versate sopra l’uvetta, i pinoli e i semi di finocchio. Cuocete in forno già caldo a 180°, per circa 30 minuti.

     

    Servite il castagnaccio caldo o freddo, tagliato a fette.