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  • Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

    Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

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    Genova in una litografia del 1400

    E così il Blue Print vacilla. La notizia non mi stupisce, vista la lentezza elefantiaca con cui procede l’ammodernamento del paese e la messa in sicurezza delle nostre città. Genova, naturalmente, non è da meno. Soltanto qualche mese fa, la Commissione europea metteva l’accento su quella che continua a essere una vera e propria emergenza ambientale, con ricadute pesanti su ciascuno di noi in termini di salute e buon vivere. Pare che l’ampliamento della area delle riparazioni navali, proprio di fronte al nostro centro storico, possa portare a un aumento del biossido d’azoto, che proprio in questi giorni ha fatto schizzare le centraline cittadine. Tutto ciò ha fatto rizzare le orecchie a più d’un ambientalista; anche a uno come me, che di mestiere (primario) fa il papà e che ha a cuore il posto dove vive. Intendiamoci, il waterfront è qualcosa di estremamente importante per la nostra città, soprattutto in termini d’appetibilità turistica oltre che di maggiore funzionalità delle strutture portuali, anche se – devo dire – sarebbe forse il caso che i nostri amministratori pensassero prima (o, perché no, anche) a problemi più cogenti: dalla viabilità (quanto ci vuole a mettere qualche rotonda in più anche fuori dal centro?) alla pedonalizzazione di tutti i nostri borghi storici cittadini (questa è una mia proposta, della quale sono pronto a discutere, magari in un prossimo intervento) alle nostre periferie, al nostro mountainfront (si dice così?), ai nostri riverfronts, che definire grizzle è poco. La città avrebbe bisogno di un restyling completo. La spinta del 2004 pare essersi infranta di fronte alla spending review degli ultimi tempi.

    La nascita dei primi moli

    Ciò non toglie che l’area portuale abbia rivestito per secoli il primo e principale biglietto da visita della nostra città. Di questo dobbiamo essere consci; soprattutto, prima di compiere scelte azzardate (non pensate, forse, che scavando il mitico canale del Blue Print non vengano fuori strutture antiche?). Com’è noto, la Genova medievale non possedeva una grande piazza pubblica. Nessuna Piazza del Campo o Piazza della Signoria, per intenderci. Era il porto, con la sua ripa e le sue volte, sede di botteghe artigiane e magazzini, a costituire il luogo delle relazioni: il vero fulcro della vita cittadina; forse, è proprio questo il concetto che una buona architettura deve recuperare. Anche se ciò va incontro a diversi ostacoli.
    Possediamo, infatti, poche notizie sullo sviluppo dell’area portuale. E il motivo è semplice: le strutture antiche sono state smantellate. Conservatesi per secoli nel sottosuolo, hanno subito i pesanti lavori di rifacimento del waterfront (appunto) degli anni Novanta del secolo scorso. Per saperne qualcosa di più, pertanto, è necessario volgerci alle fonti scritte, non sempre esaustive. Secondo Caffaro, nel 1162 i consoli cittadini avrebbero ordinato l’abbattimento di alcune taverne situate sulla riva del mare, nella zona di Pré, in modo da ospitare nuovi scali. È, questa, una delle prime attestazioni di lavori eseguiti nell’area portuale, in particolare laddove sarebbe sorta la darsena, oltre la porta occidentale della cinta «del Barbarossa»: la Porta dei Vacca. Il cuore del porto, a ogni modo, era situato nella parte diametralmente opposta, nell’attuale quartiere del Molo. La costruzione del molo primitivo, lungo una cinquantina di metri e largo dieci, addossato a una penisola naturale degradante in mare, occupò gran parte del XII secolo. Lungo di esso si concentravano gli scali: uno alla radice; altri tre nei pressi della chiesa di San Marco, innalzata a partire dal 1173, dove aveva luogo anche l’attività cantieristica. Scali ulteriori sorgevano nell’area del Mandraccio; a ponente, tra la chiesa del Santo Sepolcro e il monastero di San Tommaso; a levante, nei pressi della marina di Sarzano. Le operazioni commerciali avevano luogo lungo la ripa maris, una spiaggia sabbiosa su cui inizialmente erano alate le imbarcazioni, contornata progressivamente da volte e magazzini; quindi, da case e torri sopraelevate.

    Le navi crescono

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    Il porto di Genova nel XVII secolo

    Il progressivo ingigantimento delle navi avrebbe costretto a modifiche significative già a partire dal Duecento, quando furono eretti dei pontili di legno lunghi una cinquantina di metri, in modo da raggiungere fondali di sei o sette metri. Si trattava ancora di strutture deboli, esposte ai marosi, che non mancavano di causare gravi danni. Nel 1248 il molo, bisognoso di restauri, fu dichiarato opera pia, in modo da beneficiare dei lasciti testamentari. Nei decenni successivi sarebbe stato creato l’ufficio dei Salvatores portus et moduli, deputato a conservarne le infrastrutture – i pontili, l’acquedotto che correva di fronte alla ripa, i due grandi fari che abbracciavano il seno genovese (da rifornire periodicamente d’olio), i fondali, dai quali doveva essere asportato lo zetto (i detriti) – e al controllo, anche fiscale, del movimento navale. Nel 1260, per volere del primo capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, ebbe inizio, invece, la costruzione del primo palazzo pubblico (sino ad allora s’era fatto uso di palazzi privati o della chiesa cattedrale), progettato dal domenicano Oliverio di Sant’Andrea di Sestri, al quale si deve anche la sistemazione dei portici di Sottoripa. Utilizzato successivamente come sede della dogana e di altre magistrature, l’edificio avrebbe ospitato, al principio del Quattrocento, la Casa di San Giorgio.

    L’arsenale genovese

    L’ampliamento delle strutture portuali sarebbe proceduto lentamente, attraverso la costruzione d’una raiba e d’una raibetta, destinate alla conservazione delle merci (in particolare del grano), situate tra il «ponte del vino» e il «ponte Streiaporco», che prendeva il nome, al pari di altri ponti, dalla famiglia che possedeva delle case al suo limitare. Nel 1276 ebbe inizio la costruzione d’una prima darsena, situata nei pressi della chiesa di San Marco (presso l’attuale Calata Marinetta). Una nuova darsena, più ampia, sarebbe stata allestita a ponente, oltre la Porta dei Vacca, utilizzando – a quanto pare – una parte del bottino della battaglia Meloria (con buona pace dei Pisani). Nel corso del Trecento, l’area sarebbe stata utilizzata per il ricovero invernale delle imbarcazioni; soltanto nel Quattrocento, sotto il governatorato francese, avrebbe acquisito una fisionomia prettamente difensiva, grazie all’erezione di mura poderose e di alte torri, oggi scomparse. A quest’altezza, anche l’arsenale, deputato alla costruzione delle galee, aveva ormai raggiunto un certo grado di sviluppo. Sorta a ridosso della darsena a partire dal 1285, la struttura era costituita da una serie di pilastri, sovrastati da tettoie a spiovente. La parte interna era suddivisa in navate, le quali potevano ospitare sino a quattordici galee, in costruzione o in riparazione: un numero piuttosto modesto, se paragonato alle analoghe strutture di Venezia o Barcellona; del resto, gran parte della produzione cantieristica avveniva fuori città, presso i borghi di Sampierdarena, Sestri e Voltri. Nel 1416 l’arsenale sarebbe stato cinto da una muraglia; tuttavia, l’area sarebbe andata incontro a un progressivo abbandono, necessitando di continui lavori di restauro dei quali è rimasta traccia nelle carte del tempo. Tali lavori saranno affidati all’Ufficio dei Padri del Comune, che, tuttavia, darà la precedenza all’opera di prolungamento del molo, necessaria per permettere l’attracco d’imbarcazioni di grande tonnellaggio, e alla sostituzione dei pontili di legno con moli in muratura. L’arsenale, dunque, cadrà presto in disuso, diventando fatiscente.

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    La spiaggia di Sampierdarena in una cartolina del 1929

    Nel corso dell’età moderna, il waterfront genovese subirà ulteriori modificazioni: il molo sarà ingrandito sino a sfiorare i cinquecento metri di lunghezza; nel Seicento, nei pressi della Lanterna sarà edificato il cosiddetto Molo Nuovo. Dopodiché, le strutture portuali subiranno una fase di stallo, dovuta – per dirla in soldoni – al mutamento d’interessi delle grandi famiglie cittadine, le quali, sino ad allora, avevano animato l’attività commerciale del porto genovese. E’ solo a partire dal XIX secolo che si tornerà a mettere mano sulle strutture portuali, grazie alle quali Genova tornerà a far parle di sé nel mondo.

    Antonio Musarra

  • Tirrenia: Antitrust europea apre un’indagine approfondita

    Tirrenia: Antitrust europea apre un’indagine approfondita

    Ieri doveva essere il giorno decisivo per il futuro della Tirrenia. Dopo il passaggio di proprietà a Cin (Compagnia Italiana di Navigazione), la cordata di armatori che l’estate scorsa con un’offerta di 380 milioni si è aggiudicata la ex compagnia pubblica di navigazione, il 18 gennaio era atteso il pronunciamento dell’Antitrust europea sul potenziale conflitto d’interessi degli acquirenti. Ricordiamo infatti che a guidare Cin sono Emanuele Grimaldi, Gianluigi Aponte e Vincenzo Onorato, gli ultimi due controllano Snav, Gnv e Moby, diretti concorrenti di Tirrenia.

    Purtroppo però ancora una volta il responso è slittato e la commissione europea intende compiere un’indagine approfondita che richiederà fino a 90 giorni di tempo. La commissione Ue ha sottolineato le “serie preoccupazioni in materia di concorrenza” derivanti dall’operazione in quanto le parti coinvolte nell’acquisizione “hanno congiuntamente quote di mercato molto elevate anche se non monopolistiche su numerose rotte marittime italiane ed in particolare su alcune rotte da e per la Sardegna”.
    Ma non solo, i dubbi di Bruxelles riguardano anche la questione degli aiuti pubblici.
    L’indagine della Commissione ha aperto un grande punto interrogativo sul lungo processo di privatizzazione che ha interessato Tirrenia – spiega l’economista Andrea Giuricin, dell’Istituto Bruno Leoni, su Shippingonline – La compagnia è stata venduta con all’interno un grosso pacchetto di aiuti pubblici, per la precisione 576 milioni di euro per i prossimi 8 anni e il prezzo pagato da Cin è stato di 380 milioni. Sono questi sussidi al centro dell’indagine dell’Antitrust europeo. Tra il 2005 e il 2009 la compagnia  aveva ricevuto 1052 milioni di euro di sussidi pubblici, oltre 200 milioni di euro l’anno, una somma importante e teoricamente utilizzabile per effettuare le tratte di servizio pubblico. Il problema che è contestato anche dall’Ue è che non sono state effettuate delle gare per l’assegnazione di tale servizio. Nel 2008 è stata fatta una proroga ad hoc per Tirrenia per mantenere la titolarità del servizio pubblico e vi è il dubbio è che la proroga sia servita allo Stato a mantenere un’attrattività più elevata per Tirrenia, che non riusciva a trovare degli acquirenti”.
    Se i proprietari non riusciranno a convincere la commissione Ue della correttezza dell’operazione, la privatizzazione rischia di saltare e a pagarne le conseguenze saranno i 1400 lavoratori della Tirrenia, di cui 300, fra personale amministrativo e marittimo, solo a Genova.

    L’importante accordo del 28 novembre scorso tra Cin ed i Sindacati – intesa che ha previsto il passaggio a Cin di tutto il personale Tirrenia sia navigante che amministrativo ed il mantenimento delle attuali condizioni retributive normative ed economiche in attesa del rinnovo del contratto scaduto lo scorso anno – per diventare operativo necessita del pronunciamento europeo sulla regolarità della privatizzazione.
    E così Tirrenia continua ad essere gestita da un’amministrazione straordinaria, a causa della situazione di stallo in cui si trova la procedura di cessione. Il sindacato Federmar Cisal, alcuni giorni fa, ha lanciato l’allarme “Praticamente l’azienda è ferma dal mese di agosto 2010 e vive esclusivamente di ordinaria amministrazione – spiega Alessandro Pico, segretario nazionale – Quanto enunciato dalla Cin in materia di politica industriale, investimenti e rilancio è congelato in attesa delle decisioni dell’Antitrust europea”.

    Federmar Cisal ha dichiarato l’immediato stato di agitazione di tutto il personale perché “Questo stato delle cose rappresenta un serio pericolo per il mantenimento dei posti di lavoro e potrebbe vanificare l’importante accordo sindacale raggiunto lo scorso novembre”.

     

    Matteo Quadrone

  • Navi abbandonate in porto: la “Sentinel” non si può vendere

    Navi abbandonate in porto: la “Sentinel” non si può vendere

    In tempi di crisi liberare spazi vitali sulle banchine del porto è un’esigenza non più procrastinabile.
    Eppure, a causa di interminabili processi giudiziari, nello scalo genovese sono presenti, da molti anni, alcune navi completamente abbandonate al loro destino e ormai diventate veri e propri relitti.

    Il caso più eclatante però, per colpa dell’assurdità di alcune norme giuridiche, è quello della “Sentinel”, imbarcazione battente bandiera delle isole Comore, attraccata a Calata Gadda dal lontano 2004.
    Al momento dei controlli nel porto di Genova a bordo, oltre ai marittimi, si trovava un esiguo numero di clandestini. Per questo motivo la nave fu sottoposta a confisca e successivamente affidata in custodia all’Agenzia delle Dogane.

    Il Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (Dlgs 286/1998), come spiega l’Avvocato Carlo Lo Casto, prevede che “Il mezzo utilizzato per il trasporto di clandestini non può essere venduto all’asta. Deve essere demolito oppure consegnato ad enti e organi dello Stato per utilizzarlo nella lotta al traffico di clandestini o comunque per operazioni di polizia”.

    L’articolo 12 al comma 8 recita infatti “I beni sequestrati nel corso di operazioni di polizia finalizzate alla prevenzione e repressione dei reati previsti dal presente articolo, sono affidati dall’autorità giudiziaria procedente in custodia giudiziale, salvo che vi ostino esigenze processuali, agli organi di polizia che ne facciano richiesta per l’impiego in attività di polizia ovvero ad altri organi dello Stato o ad altri enti pubblici per finalità di giustizia, di protezione civile o di tutela ambientale. I mezzi di trasporto non possono essere in alcun caso alienati”.
    E al comma 8-quinquies si specifica “I beni acquisiti dallo Stato a seguito di provvedimento definitivo di confisca sono, a richiesta, assegnati all’amministrazione o trasferiti all’ente che ne abbiano avuto l’uso ai sensi del comma 8 ovvero sono alienati o distrutti. I mezzi di trasporto non assegnati, o trasferiti per le finalità di cui al comma 8, sono comunque distrutti”.

    Una persona di buon senso dovrebbe domandarsi come è possibile immaginare di utilizzare un’imbarcazione in pessime condizioni, come strumento di repressione al traffico di clandestini.

    Parliamo di una nave di oltre 3 mila tonnellate che è diventata in sostanza un bene indistruttibile”, spiega Lo Casto.
    In Italia infatti non esistono cantieri in grado di eseguire la demolizione quindi l’unica soluzione sarebbe rimorchiarla in un paese estero dove è possibile distruggerla, ad esempio la Turchia, sopportando la non trascurabile spesa che un’operazione del genere comporta.

    Siamo di fronte ad un danno erariale incredibilmente sottaciuto. E lo Stato continua a rimetterci denaro con il passare dei giorni.
    I danni economici derivano dalla condizione di stallo che si crea su una banchina perennemente occupata da una nave dismessa, che non offre nessun ritorno occupazionale e che anzi rappresenta un costo in termini di lavoro quotidiano degli ormeggiatori. Bisogna poi considerare che un’imbarcazione ferma subisce comunque la corrosione delle lamiere a causa delle correnti galvaniche.

    Oggi la “Sentinel”, che nel 2004 era in discrete condizioni, è buona quanto un ferrovecchio.

     

    Matteo Quadrone