Categoria: Nuovi genovesi

  • «Sentirsi straniera è un’illusione». Alla scoperta della danza orientale con Anahita Tcheraghali

    «Sentirsi straniera è un’illusione». Alla scoperta della danza orientale con Anahita Tcheraghali

    Anahita Tcheragali 1Per le persone cresciute fra due culture, come Anahita, il sentimento di non appartenere a nessun luogo, che in età giovanile crea disagio, è in realtà una fonte di maggiore libertà e apertura mentale. Le danze orientali che pratica e insegna sono il risultato della felice contaminazione tra le tradizioni popolari dei paesi mediorientali e le regole sceniche della danza classica occidentale. Negli ultimi anni in molte città italiane l’interesse per le danze orientali e antiche è cresciuto in maniera significativa. Ad oggi sono molte le scuole non solo di danze orientali, nelle sue diverse forme, ma anche di danze rinascimentali e barocche della tradizione occidentale. Attività che permettono di ricercare la connessione tra benessere fisico e spirituale che lo stile di vita contemporaneo rende sempre più difficile.

    Sei nata in Italia o sei arrivata con la tua famiglia?
    «Sono nata in Italia, a Milano, da genitori iraniani che vivevano già all’estero per motivi di studio, prima in Austria, dove è nato mio fratello, e poi in diverse città italiane. Sei mesi dopo la mia nascita, in Iran c’è stata la rivoluzione islamica e i miei genitori hanno deciso di tornare a vivere là, sperando in un cambiamento positivo. Siamo rimasti là due anni, ma, vedendo che tutto era molto diverso da come speravamo, la mia famiglia ha deciso di tornare a vivere in Europa, quando avevo quattro anni. Ci siamo stabiliti a Genova; mio padre in seguito ha aperto un’attività in Austria. La mia famiglia si è sparpagliata, è rimasta vagabonda; io a un certo punto ho sentito il bisogno di mettere radici e le ho messe qua, a Genova. Con i genitori entrambi persiani, nell’adolescenza ho sempre sentito una forte dualità culturale, non è stato facile. In Iran i parenti mi chiamavano “Anahita la straniera”. Il mio persiano è parlato, non lo leggo né lo scrivo, ma la mia famiglia in Italia ha sempre festeggiato il Capodanno persiano. Questa dualità non mi faceva appartenere a nessun luogo, ero straniera ovunque io fossi».

    Quando hai iniziato ad appassionarti alla danza?
    «Ho cominciato a far danza prestissimo, a 10-11 anni, classica, jazz, contemporanea. Mi sono appassionata alla danza e all’idea di cercare dei ritmi più consoni alla mia cultura di origine. Intorno ai 20 anni ho trovato un corso di danza orientale, l’unico allora a Genova, mi sentivo portata per quello, sentivo di “averlo nel sangue”. Mi sono appassionata sempre di più e, facendo un po’ di ricerche in internet, ho cominciato a frequentare nei weekend corsi formativi in danza orientale a Torino e a Milano, pur studiando Conservazione dei Beni Culturali e lavorando in un bar. E senza neanche averlo programmato, è diventato il mio mestiere: mentre il bar stava chiudendo è scoppiata la moda della danza orientale. Di recente ho organizzato a Genova, assieme a un’amica, un Festival Internazionale. Abbiamo fatto 10 workshop in 2 giorni, con maestri da tutto il mondo».

    Qual è la motivazione che spinge le persone ad avvicinarsi alla danza orientale?
    La passione per la danza in generale e per le culture orientali. Le allieve sono quasi tutte donne, alcune arrivano già dal mondo della danza, con il desiderio di cambiare, e si appassionano alla danza orientale. Alcune si sono avvicinate al Festival Suq, scoprendo che non è, come credevano, una forma di intrattenimento destinata a un pubblico maschile. Quella che si pratica oggi è una forma occidentalizzata di intrattenimento scenico, con molti elementi mutuati dal teatro e regole che non appartengono alla danza orientale, dove tutto è improvvisazione. Come accade per molte danze antiche, non sappiamo in realtà di preciso come fosse in origine quella orientale. Sappiamo che tutte le danze del Mediterraneo sono state contaminate dalle danze gitane dell’India e che esistevano danze sacre legate alla maternità. Quella che facciamo oggi si rifà alle danze popolari di vari paesi, principalmente a quelle egiziane; allo stile Baladi in particolare, contaminato con la danza accademica occidentale. Le ballerine classiche praticano un passo, l’arabesque, derivato dalle danze orientali.

    L’insegnamento della danza orientale è la tua attività principale?
    «Si, vivo di questi corsi, che tengo io, in una palestra di Via Cairoli, e collaboro con altre scuole di danza e con altri Festival».

    Senti ancora oggi il disagio per la “dualità culturale” che hai percepito nel periodo adolescenziale?
    «Direi che è stata superata, in un periodo di crisi della mia vita personale, che è stato un’opportunità per scoprire che la casa non era un luogo, non era il luogo in cui ero, e che sentirsi straniera non è che un’illusione. Prima ho dovuto risolvere i miei problemi burocratici, sono diventata cittadina italiana con il matrimonio, ma ora non mi sento di appartenere a nessun luogo. Crescere tra due culture ti permette di essere molto più espansa.

    Hai mai vissuto personalmente il pregiudizio verso le persone di origine straniera?
    «L’immigrazione in genere è vista come qualcosa di invasivo. L’immigrato è visto come portatore di problemi, delinquenza o quantomeno “sfiga”. Per gli iraniani forse è un po’ diverso, non stanno fuggendo dalla guerra, là c’è una brutta situazione, ma chi viene qua di solito viene per studiare, sono medici e professionisti percepiti in maniera più benevola. Certo il pregiudizio c’è. Conosco persone che mi dicono: “non è giusto che in Iran le donne occidentali si debbano velare!” Ma obbligare le persone a velarsi non è giusto, a prescindere. Molte persone non si rendono conto che nelle elezioni iraniane si candidano solo religiosi, non è possibile votare i laici, e che chi lascia il paese nella maggioranza dei casi dissente con il regime politico in vigore!»

    Andrea Macciò

  • Da Génova a Genova, incontro con Angela Balbin tra musica e sapore di caffé

    Da Génova a Genova, incontro con Angela Balbin tra musica e sapore di caffé

    Angela-balbinNei nostri incontri con i nuovi genovesi abbiamo avuto già occasione di conoscere il legame profondo tra Genova e il mondo latino-americano. Pochi sanno, però, che esiste un’altra Génova. Si trova in Colombia, nel dipartimento del Quindio, nel cuore della regione del caffè, la cosiddetta zona cafétera. Fondata nel 1903 da un gruppo di coloni, ha assunto il nome di Génova nel 1937, in omaggio alla città natale di Cristoforo Colombo. L’economia della città è ancora oggi fondata prevalentemente sulla coltivazione del caffè. Ed è proprio il caffè il punto d’incontro tra la città produttrice colombiana e la nostra Genova: il capoluogo ligure, infatti, è da sempre importante porto di approdo del caffè colombiano e latinoamericano, ed è al centro del gemellaggio che Angela Balbin sta organizzando per il prossimo mese di Maggio con l’associazione La Mela di Vetro.

    Angela è arrivata in Italia quando era già una cantante lirica affermata, soprano per la precisione, esperta nei più diversi generi teatrali, ed è approdata a Genova proprio per perfezionare ulteriormente la sua professionalità nel settore del canto lirico frequentando i corsi per cantanti lirici, direttori d’orchestra e pianisti accompagnatori dell’associazione Spazio Musica. Una delle molte eccellenze artistiche e culturali della città, attiva dal 1979 e riconosciuta e patrocinata dalla sua nascita dal Ministero dello Spettacolo. Nel racconto della sua esperienza artistica abbiamo incontrato anche un genere poco conosciuto in Italia: la Zarzuela. E’ un genere musicale che alterna scene cantate, danze e scene parlate, non di rado comiche e interpretate da una coppia. La Zarzuela, come l’opera, raggiunse nell’ottocento il periodo di massimo splendore, ma in Spagna e nei paesi latinoamericani è tutt’oggi molto diffusa e popolare, ed ha rappresentato per molti noti artisti e cantanti lirici la prima esperienza musicale.

    In Colombia avevi già avuto esperienze nel settore del canto e del teatro lirico? Quando hai deciso di trasferirti a Genova?
    «Quando sono arrivata in Italia, 2013, avevo alle spalle una lunga esperienza ventennale come cantante lirica, soprano, in Colombia, soprattutto a Bogotà, la città dove sono nata. Ho lavorato con diverse compagnie liriche di Opera e Zarzuela. Fra le altre, ricordo la compagnia di zarzuela del maestro Jaime Manzur, il teatro Bellas Artes di Bogotà, il Coro Filarmonico di Bogotà, l’Opera de Colombia, la Fundacion Carmiña Gallo, Teatro Lirico de la Habana e Fundacion Arte Lirica de Colombia. Ho deciso di trasferirmi a Genova nell’estate del 2013 per motivi legati alla mia attività artistica, iscrivendomi al corso di Alto Perfezionamento in Canto Lirico dell’Accademia Spazio Musica tenuto dalla maestra Gabriella Ravazzi».

    Mi potresti raccontare le tue esperienze e il tuo lavoro in ambito artistico a Genova?
    «A Genova ho partecipato a diversi concerti con la mia accademia di canto, Spazio Musica, attiva non solo nella didattica, ma anche nell’organizzazione di manifestazioni musicali di alto livello. Inoltre ho cantato in diversi concerti di musica ispano-americana e lirica in diversi eventi sia di rilevanza regionale, sia nell’ambito latinoamericano, come il Festival “RiscopriAmo Latinoamerica”, organizzato nel maggio 2016, al Castello De Albertis, in occasione della Notte dei Musei. Molti eventi sono stati realizzati in collaborazione soprattutto con i consolati di Colombia ed Ecuador».

    Ci potresti descrivere in che cosa consiste il genere teatrale della zarzuela, non molto conosciuto in Italia e quale è la caratteristica che la distingue dall’opera o dall’operetta?
    «La Zarzuela può essere considerata il tipico genere lirico spagnolo. Assomiglia molto all’operetta italiana, perché racconta delle storie “locali” non solo con il canto, ma anche attraverso la recita e il ballo. Si distingue quindi dall’opera non solo per la presenza di scene recitate, ma anche per il forte legame con le tradizioni regionali e popolari. La Zarzuela inoltre è molto più allegra dell’opera, e trasmette il sentire, il tipico atteggiamento spagnolo, il “sentimento” spagnolo verso la vita».

    Oltre all’attività in ambito artistico a Genova sei anche attiva in ambito associativo come responsabile per la Colombia per l’associazione La «Mela di Vetro. Ci puoi parlare degli eventi e delle attività che hai organizzato in ambito associativo?
    Da poco più di un anno, sono referente per la Colombia dell’associazione culturale per il dialogo internazionale La Mela di Vetro. Per il prossimo 27 di Maggio, stiamo organizzando”Un abbraccio al gusto di caffè”, inizialmente previsto per il 14 Ottobre del 2016. Questo evento per me è particolarmente importante, perchè nell’occasione ci sarà un gemellaggio tra Génova nel Quindio (una regione nel cuore della zona “caffettiera” della Colombia) e Genova, il porto dove arriva il caffè colombiano, si trasforma nelle torrefazioni per poi arrivare nei più diversi e importanti caffè storici della città di Genova. Il caffè è oggi la bevanda principale della vita italiana. Accompagna le persone nella vita quotidiana, il gesto di prendere il caffè è legato a significati sociali, culturali, economici che vanno oltre la semplice bevanda Il caffè è il filo conduttore che unisce due città lontane, che condividono due nomi uguali: Genova».

    Andrea Macciò

  • Il mondo in un piatto. Cultura e sapori latinoamericani e liguri si intrecciano nella cucina di Anilda

    Il mondo in un piatto. Cultura e sapori latinoamericani e liguri si intrecciano nella cucina di Anilda

    Anilda-vargas-braceGastronomia e partecipazione. Queste sono le parole chiave dell’incontro con la nuova genovese di oggi, Anilda Vargas, arrivata a Genova negli anni Novanta, dopo un breve soggiorno in Francia, da un Perù attanagliato in quel periodo da fenomeni di terrorismo interno.
    La partecipazione alla vita sociale e culturale della città, secondo Anilda, è fondamentale per sentirsi davvero cittadini e non solo ospiti.
    Il progetto che ha orientato tutta la sua attività a Genova è stato quello di valorizzare il cibo e la cultura gastronomica come perno dell’identità culturale delle persone immigrate e occasione di incontro e scambio fra cittadini provenienti da paesi e mondi diversi.
    Mangiare da sempre è un atto non solo alimentare, ma anche sociale: la condivisione della tavola facilita, infatti, lo scambio e la relazione umana. La gastronomia permette, più facilmente della parola, di avvicinarsi ad altre realtà geografiche, sociali e culturali abbattendo le barriere linguistiche.

    A Genova, Anilda si è adoperata per realizzare questa sua filosofia in ambito associativo e gastronomico. Lasciato un lavoro nel settore pubblico in Perù, ha trasformato la passione per la cucina in un lavoro, prima come cuoca, sia in Francia sia in Italia e poi, dal 2007 al 2010, come titolare di un negozio di produzione gastronomica da asporto italiana e sudamericana, gestito con la figlia.
    La sua è una nouvelle cuisine latinoamericana, nel pieno rispetto della tradizione, ma con un occhio ai piatti della tradizione genovese e ricca di proposte fusion dove si sposano sapori latinoamericani e liguri.
    Oggi il suo lavoro è rivolto al mondo dell’associazionismo: è responsabile del Laboratorio Gastronomico “Il mondo in cucina” del Coordinamento Ligure Donne Latinoamericane (Colidolat) e organizza per l’associazione Encuentro de 2 Mundos diverse attività legate alla diffusione della cultura gastronomica e alla connessione tra cibo e cultura.
    Come è emerso nei nostri incontri con i “nuovi genovesi”, in molte persone un forte interesse, una passione a volte non vissuta in maniera piena nel paese di origine (l’arte, la cucina, la poesia, il teatro….) ha assunto un posto centrale nella nuova vita italiana e genovese, trasformandosi a volte in un lavoro, a volte in un’esperienza nel mondo della cultura e dell’associazionismo, a volte in uno spazio individuale di espressione della propria personalità.
    Quasi sempre questa passione – per Anilda, la gastronomia – è stata il primo passo per comunicare con altre persone, allacciare relazioni sociali, vivere pienamente la città, superare le difficoltà linguistiche che tutti incontrano nei primi anni della nuova vita in un diverso paese.

    DSCF0168-1BQuando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Perù ho studiato per conseguire il diploma di amministratore d’impresa. Prima di arrivare a Genova, lavoravo come segretaria di un ente pubblico del settore pensionistico, simile all’Inps italiano. Ero già appassionata di cucina e avevo frequentato diversi corsi. La situazione politica del mio paese era molto instabile e c’erano stati diversi attentati terroristici. Avevo 3 figli che erano ancora dei ragazzini ed ero spaventata. Ho deciso di provare a trasferirmi in Europa. Sono stata un periodo in Francia, con visto turistico; qualche tempo dopo, consigliata da un’amica, ho scelto l’Italia e Genova.
    Dopo alcuni anni di fatica e di nostalgia per la mia famiglia, ho regolarizzato la situazione lavorativa, fatto tutti i documenti necessari e sono riuscita a far arrivare qua mio marito e i miei figli, che ora sono tutti sposati. Da subito mi sono impegnata a fondo nel mondo dell’associazionismo.
    Nel 1992 sono stata fra i soci fondatori dell’Associazione culturale Encuentro de 2 Mundos di cui oggi sono referente per i progetti e i laboratori di degustazione gastronomica. Nel 1994 sono stata socia fondatrice del Colidolat (Coordinamento Ligure Donne LatinoAmericane) e oggi sono la referente del Laboratorio gastronomico “Il Mondo in cucina”. Già in Perù ero interessata, oltre alla cucina, al mondo dell’associazionismo: dal 1989 al 1992 ho presieduto un’associazione culturale di Lima, che si proponeva di valorizzare le danze, i balli e le altre forme del folklore peruviano, organizzando scambi culturali con la Francia.
    Credo che un immigrato, per essere davvero un nuovo cittadino, dovrebbe partecipare alla vita sociale e culturale della città in cui vive. Chi lavora, guadagna e basta, senza partecipare alla vita della comunità, non si sente un cittadino, si sente un ospite. Io invece vorrei far parte della vita di questa città. Si parla spesso dei migranti come di un problema, come se fossero persone che non valgono niente. E, invece, il migrante può essere una persona con molto da raccontare, da insegnare. Anche un paese povero può avere molto da dimostrare a livello culturale, sociale, gastronomico. Chiudere la porta a queste persone, secondo me, è totalmente ingiusto».

    cucina-perù-patateQual è stata l’idea guida, il progetto che ha portato alla creazione del “Laboratorio Gastronomico”?
    «Il progetto alla base del mio lavoro è quello di recuperare e valorizzare l’identità delle comunità di immigrati, attraverso la promozione dei loro piatti più caratteristici.
    Per i migranti, l’alimentazione ha un ruolo molto importante, per esprimere se stessi e non perdere contatto con la propria identità, le proprie tradizioni, anche in un paese diverso. Le modalità di preparazione di un piatto sono importanti almeno quanto gli ingredienti. Il cibo, però, oltre che un mezzo per recuperare la propria identità, è anche uno strumento di comunicazione e mediazione fra persone provenienti da mondi diversi. Un buon piatto è il miglior punto di partenza per scoprire luoghi, usi e costumi, somiglianze e differenze tra i popoli. Una ricetta ti può ricordare persone incontrate in luoghi lontani.
    L’idea guida del nostro laboratorio è di far conoscere a più persone possibile i prodotti della tradizione latinoamericana, attraverso piatti gustosi. In questi anni abbiamo sperimentato in cucina e fatto conoscere la quinoa, l’amaranto, molte varietà di riso e tante spezie profumate e colorate.
    Abbiamo contribuito a far conoscere in Italia il pisco, un distillato d’uva tipico del Perù, dove è considerato bevanda nazionale, molto utilizzato soprattutto per i cocktail».

    Come si svolge la vostra attività?
    «Il Laboratorio Gastronomico è un lavoro di squadra, ha rappresentato un’occasione di lavoro per alcune donne e un punto di riferimento per la promozione della pari opportunità sul territorio.
    Io sono la responsabile, ci occupiamo di organizzare aperitivi ed eventi culturali legati al cibo e alla degustazione. E’ specializzato non solo in cucina peruviana: prepariamo piatti dell’Ecuador, del Venezuela e di altri paesi dell’America Latina.
    Tutte noi abbiamo imparato la cucina italiana e ligure: c’è stato uno scambio molto bello. Proponiamo anche piatti fusion, che mettono insieme prodotti della tradizione latinoamericana e prodotti liguri, come la quinoa alla mediterranea. E, poi, con l’associazione “Encuentro de 2 Mundos” da molti anni partecipiamo inoltre al Festival Suq con uno stand di cucina peruviana».

    cucina-perù-uovaQual è la caratteristica principale della cucina peruviana?
    «La cucina peruviana è una cucina “meticcia” nella quale si fondono la tradizione indigena con la tradizione spagnola. In Perù è molto conosciuta anche la cucina italiana, è apprezzata e considerata una delle migliori, anche se tutti credono che la propria cucina sia la migliore. Per la mia esperienza in Francia e in Italia, direi che i francesi sono più propensi a sperimentare cucine diverse, provano di tutto. I genovesi e gli italiani a volte sono più chiusi, più restii, ma oggi vedo che sempre più genovesi apprezzano e chiedono una cena esotica».

    Andrea Macciò

  • Questo non è un “luogo comune”. Incontro ai Giardini Luzzati con Maria Luisa Gutierrez Ruiz

    Questo non è un “luogo comune”. Incontro ai Giardini Luzzati con Maria Luisa Gutierrez Ruiz

    maluNell’incontro di oggi con Maria Luisa Gutierrez Ruiz abbiamo una nuova occasione di approfondire la profonda relazione che esiste tra la cultura latinoamericana e la città di Genova. Maria Luisa è stata una delle promotrici del progetto Luoghi Comuni, una sorta di guida sentimentale della città raccontata dal punto di vista dei suoi abitanti. La sua esperienza è anche legata ai Giardini Luzzati, un luogo che si trova in una magnifica posizione nel cuore del centro storico, nato a nuova vita alcuni anni fa e diventato, grazie a un progetto con capofila l’associazione Il Ce.Sto, un punto di riferimento della vita sociale e culturale della città.

    Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivata nel 2002 con un visto turistico, assieme al mio gruppo di danza. Per fortuna ho avuto la possibilità di fare tutti i documenti in breve tempo, anche se ho perso un anno all’Università per i ritardi delle traduzioni e legalizzazioni provenienti dal Perù. Avevo frequentato 3 anni di psicologia, che però non mi convinceva più tanto una volta arrivata in Italia. Il primo anno ho fatto anche io i lavori che fanno quasi tutti i migranti, pulizie, assistenza anziani e bambini, ma nello stesso, ho iniziato a lavorare nell’ambito interculturale, prima come volontaria e poi come mediatrice educativa. Ho collaborato anche col Laboratorio Migrazioni del Comune di Genova. Mi sono indirizzata ad approfondire questi argomenti iscrivendomi a Lingue, indirizzo Comunicazione interculturale, e dopo la tesi triennale alla specialistica in Antropologia culturale e etnologia».

    Dopo la laurea hai avuto occasione di collaborare con il mondo dell’Università?
    «In ambito universitario ho collaborato ad alcune ricerche e all’organizzazione di seminari. Con un gruppo di docenti e dottorandi nel settore socio-antropologico abbiamo fondato nel 2011 il laboratorio di studi urbani Incontri in Città. Il laboratorio ha curato il progetto che ha portato alla pubblicazione cartacea e online Luoghi Comuni per il quale abbiamo chiesto ai cittadini genovesi di raccontarci dal loro punto di vista i luoghi amati della città. Una guida in cui ognuno ha raccontato le sensazioni e i ricordi legati a un luogo particolare. Nel mio racconto ho parlato della nuova Genova, quella dell’immigrazione.
    Attualmente per l’Università svolgo qualche piccola collaborazione e negli ultimi anni sono stata docente a contratto di spagnolo. La didattica mi piace molto e ho cercato di occuparmene in questo secondo lavoro, in Perù per un periodo ho fatto anche l’insegnante di danza.
    Oggi lavoro presso l’associazione il Ce.Sto come addetta all’accoglienza dei rifugiati e in particolare delle famiglie».

    Grazie al tuo attuale lavoro hai avuto occasione di vivere da vicino il recupero e la valorizzazione dell’area del centro storico dove attualmente si trovano i Giardini Luzzati.
    «I Giardini Luzzati sono rinati grazie a un bel gruppo specializzato all’interno del Ce.Sto, fortemente caratterizzato dalla presenza straniera (ragazzi arrivati da piccoli o figli di genitori immigrati). È importante che questo luogo, nato anche per risanare un quartiere, sia quello che è anche grazie a loro. È stato un grande investimento di recupero di un’area a lungo abbandonata e vista solo come un luogo di disagio. Ora è aperta alla cittadinanza, è un posto dove i bambini possono giocare tranquilli. Non è stato semplice, ci sono forze contrarie e problemi che emergono costantemente. Ora la zona è diventata più sana, allegra, gioiosa, ma il lavoro da fare è continuo».

    Come nella guida Luoghi Comuni, ti chiedo di raccontarmi una tua esperienza personale significativa legata a questo luogo.
    «Per come li vivo io, i Giardini Luzzati sono un luogo di accoglienza, aperto. Un posto dove si accolgono le proposte della cittadinanza. Io lavoravo da poco qua, quando è mancato Eduardo Galeano, uno scrittore a cui tengo molto. Ho lavorato molto sui suoi racconti e politicamente mi sento vicina al suo pensiero. Quando è successo mi sono detta: dobbiamo fare qualcosa. Mi hanno dato subito carta bianca. Ho presentato la mia proposta e in pochi giorni abbiamo organizzato due eventi. Di giorno abbiamo organizzato dei laboratori per bambini, di sera letture e reading per adulti. Ti potevi fermare qua, magari davanti a un bicchiere di vino, e ascoltare. Non sai quante persone sono passate di qua, a prendersi un aperitivo ascoltando le sue storie e i suoi racconti.
    Il bello di questo posto è che è aperto a tutti, dal teatro ai concerti, dagli eventi culturali ai compleanni per bambini. A settembre, il Ce.Sto, in collaborazione con l’associazione Sarabanda e i Civ, organizza la grande festa di quartiere “Mura”, festival del Movimento Urbano Rete Artisti che anima questa parte di centro storico con musica, spettacoli, performance teatrali, mercatini».

    Dal tuo arrivo in Italia sei sempre stata a Genova? Come ti sei trovata nei luoghi in cui hai vissuto?
    «La prima città italiana in cui sono arrivata è stata Milano. Non mi è piaciuta, sentivo il senso di concorrenza fra la gente, la tensione. Poi un mio amico, che era già qua, mi ha proposto di venire a Genova, e mi sono sentita subito meglio, ho conosciuto più gente.
    Certo anche io ho sentito un po’ la proverbiale “chiusura” dei genovesi, soprattutto all’Università i compagni stavano molto fra di loro e tutte le mie amiche erano di altre città…per fortuna poi ho capito che i genovesi dopo un po’ si “aprono”.
    Ora mi sento soddisfatta di quello che ho fatto, del mio percorso universitario e di aver fatto lavori che mi piacciono. Questa città mi rimarrà nel cuore. Non appartengo più a un solo posto.
    All’inizio sei fragile, impaurita, la migrazione è un momento di grande vulnerabilità. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo stranita, diversa, come quando sul pullman vedevo la signora a fianco che si teneva la borsa vedendo che ero straniera.
    Queste cose mi facevano stare male. Ora le direi: ma come si permette? Che ne sa di come sono io, di chi sono? Ripensandoci ora, certi ricordi di quel periodo mi fanno anche ridere. Ma quando ti senti insicura e fragile, pensi che tutto sia contro di te, che tutti siano pronti a criticarti. L’ho provata anche io la sensazione di uscire e sentirmi osservata perché non conoscevo nessuno. E molte delle sensazioni che ho provato io, le rivedo oggi nelle famiglie di rifugiati con le quali lavoro».

    Sei in Italia ormai da molti anni, hai vissuto di persona l’esperienza migratoria e ora lavori nell’ambito dell’accoglienza ai rifugiati. Secondo la tua esperienza personale, è cambiato in questi anni l’atteggiamento della società locale verso gli immigrati e i nuovi cittadini?
    «C’è sempre di tutto. Oggi come allora sento discorsi anche molto razzisti e discorsi di grande apertura. Con la crisi economica, forse ha prevalso l’atteggiamento negativo verso gli immigrati e gli stranieri. Ma la percezione è davvero molto soggettiva e dipende molto da chi frequenti. Se sei circondato da persone o ambienti negativi, sentirai molto questa ostilità. Se sei circondato da persone positive o da ambienti positivi, la sentirai molto meno anche se magari è un periodo in cui è diffusa a livello più generale».


    Andrea Macciò

  • Mimo Spyro, incontro con l’artista greco dei vicoli. «Non annoiarsi è molto prezioso»

    Mimo Spyro, incontro con l’artista greco dei vicoli. «Non annoiarsi è molto prezioso»

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    © Ciro Mennella

    Non annoiarsi è una cosa molto preziosa. Spyros Patros, mimo, performer e attore teatrale, fotografa con questa bella espressione l’opzione per l’incerto, piuttosto che per il certo, e la ricerca di un percorso di vita vicino alle proprie inclinazioni che abbiamo incontrato in molte delle storie dei “nuovi genovesi”. Arrivato in Italia nel 2013 spinto dall’amore e dal desiderio di mettere alla prova il proprio talento in un altro paese, Spyros ha lasciato un lavoro “sicuro” e ben retribuito per perfezionare in Italia un percorso artistico iniziato in Grecia con la fotografia e le prime performances. A Genova si è fatto conoscere come artista di strada con il suo personaggio di “Mimo Spyro”.

    Il mimo è una forma d’arte che ha origine proprio nell’antica Grecia, con la pantomima, breve rappresentazione comica o di eventi e caratteri della vita quotidiana. Il concetto contemporaneo di mimo è nato in Francia agli inizi del XX secolo. Indica una rappresentazione che fa del tutto a meno della comunicazione verbale per “parlare” e trasmettere concetti, sentimenti, emozioni solo attraverso i gesti e la mimica facciale. Il termine mimo indica sia la forma di spettacolo che l’attore che imita con espressioni del viso e movimenti persone, animali o situazioni. Oggi in Italia il mimo è molto praticato dagli artisti di strada. Simile, ma non identica, è la performance, legata alla tradizione dei tableaux vivants, delle “statue viventi” diffuse in molte città italiane, che compiono solo minimi movimenti degli occhi e del capo.

    L’interesse per tutte le forme di arte pubblica è negli ultimi anni in netta crescita anche in Italia. Grazie alle arti performative on the road di giocolieri, mimi, clown, statue viventi e musicisti di strada, a forme di street art quali il writing, la pittura murale, lo yarn bombing, alle mostre realizzate con installazioni in luogo pubblico, la creatività artistica sempre più spesso esce dai luoghi tradizionali per interagire con l’estetica e il tessuto sociale delle città.

    Due regioni, il Piemonte e la Puglia, hanno emanato negli anni scorsi leggi regionali per promuovere il libero esercizio delle arti sul loro territorio da parte degli artisti di strada o buskers. Molti comuni, fra cui anche Genova, hanno emanato regolamenti che riconoscono il valore culturale del loro lavoro. E’attiva una federazione nazionale degli artisti di strada, la Fnas, e c’è un ricco cartellone di Festival dedicati ai buskers in giro per l’Italia. Nella storia di Spyros, l’esperienza delle performance pubbliche di Mimo Spyro si è intrecciata con la pratica di altre forme d’arte come il teatro di prosa e la fotografia. L’approccio del mimo non è stato per lui solo una tecnica artistica, ma anche un mezzo per entrare in comunicazione profonda con le altre persone e la città.

    mimo-spyro-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivato quasi 4 anni fa, nel marzo del 2013. In quel periodo abitavo a Rodi e lavoravo come cameriere, responsabile di sala. Il lavoro era sicuro e anche ben pagato, ma artisticamente mi sentivo un po’ costretto. A Genova sono capitato per amore, avevo già visitato la città alcune volte e incontrato una donna genovese. La città è simile a Rodi per il grande centro mediovale e il mare e l’ho sentita subito vicina al mio concetto di casa. Era un periodo in cui mi sentivo pieno di sentimenti e di emozioni, avevo un piccolo budget e nulla da perdere. Pensavo di fare un piccolo viaggio in Europa, ma mi sono detto: invece che respirare solo per un po’ un’aria diversa, perché non provarci? Anche senza sapere l’italiano. L’amore non è andato cosi’ bene, ma artisticamente mi sono lanciato moltissimo».

    Quali sono state le tue esperienze artistiche prima di arrivare a Genova?
    «Il mio percorso artistico è iniziato a 15 anni con la fotografia a livello amatoriale, in Grecia. A 18 anni mi sono trasferito in Germania per studiare biotecnologie. Non era il mio mondo, era una voglia non proprio mia, un’influenza della mia famiglia. Ma mi ha aperto gli occhi. In Germania ho riconsiderato la fotografia: la figura dell’artista è molto considerata e lo studio è difficile e serio. Tornato in Grecia per il servizio militare, ho lavorato presso un falegname per mettere da parte il necessario per dedicarmi allo studio della fotografia a Salonicco. Una città che mi manca, dove c’è una grande energia, ci dovrò tornare! Mi è stata offerta la possibilità di esporre in un Festival delle Arti. Avevo molte bellissime idee, ma pochi soldi per la stampa delle immagini e ho deciso di proporre una videoinstallazione con la proiezione delle fotografie. La mostra è andata molto bene e quando mi hanno di nuovo invitato, sempre molte idee e zero soldi, ho deciso di usare il mio corpo, mi sono avvicinato alla performance.
    La fotografia è stata un cerchio che si è chiuso e che mi ha portato verso la performance e il personaggio del mimo, Mimo Spyro. Nella performance, quando usi il tuo corpo, entra tutto quello che senti, tutto quello che sei, tutto quello che hai fatto: i sentimenti, le emozioni, la danza, lo sport».

    La tua esperienza artistica in Italia è quindi legata in primo luogo alle performance on the road di Mimo Spyro?
    «Sì, alcuni mesi dopo mi sono trovato in Italia, senza parlare l’italiano e il mimo mi ha aiutato. Mi sono lanciato in strada per comunicare con la gente. È’ stata un’esperienza meravigliosa nonostante la chiusura che spesso si percepisce a Genova. Io a livello emotivo mi ero già aperto, quando ho visto che la gente faceva fatica a interagire ho cambiato alcune cose del personaggio e del vestito. Per due anni sono stato con Mimo Spyro davanti a Palazzo Tursi, la gente iniziava a riconoscere il posto e il personaggio e ha iniziato a cambiare atteggiamento.
    Un incontro importante per il mimo è stato quello con Enrico Vezzelli, che lavora come social clown negli ospedali per la fondazione Theodora Onlus, con i ragazzini malati, anche in situazioni molto toste. Ho frequentato i suoi corsi, il clown riesce a fare comicità con le emozioni, come il mimo. È stato un matrimonio meraviglioso, il mio Mimo Spyro è diventato anche un po’ clown».

    In Italia negli ultimi anni sono nati molti Festival dedicati agli artisti di strada. Hai mai provato a partecipare e a portare il tuo Mimo Spyro in altre città italiane ed europee?
    «Ai Festival delle arti di strada per ora non ho mai provato ad andare, sono stato di recente alla Notte Bianca dei Bambini, alla Maddalena. Il mimo l’ho portato in diversi posti, viaggiare col mimo è sempre interessante, perché vedi come reagisce la gente, la diversità…percepisci che stai viaggiando. Sono stato a Torino, Marsiglia, Milano, Parma, Atene e a Napoli dove molti sembravano attori nati e anche le persone di settanta/ottanta anni volevano giocare».

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    © Ciro Mennella

    A Genova hai avuto altre esperienze di lavoro?
    «Posso dire di essere stato fortunato. Io sono sempre stato aperto, con la voglia di parlare e conoscere gente, e questo mi ha aiutato ad avvicinare persone simili. Ero arrivato da poco quando ho conosciuto i gestori dell’Ostello Manena, un ostello della gioventù appena aperto. Erano compagni di scuola della mia coinquilina e cercavano chi si occupasse dei walking tour, giri guidati della città a offerta libera. Un concetto che prima a Genova non esisteva e che ci ha aiutato ad avvicinare un pubblico che mai si sarebbe accostato a un tour tradizionale. Parto di lì, dal loro ostello, racconto la storia di Genova, la storia d’Italia dal mio punto di vista.
    Questa città è identificata anche per ragioni storiche con il mugugno, l’avarizia e la chiusura, ha un’età media molto alta, ma forse anche per questo è un luogo dove non è difficile trovare gente attiva e creativa, dove se c’è qualcuno che fa qualcosa di nuovo, di diverso lo riesci a trovare. Questa per me è la sua bellezza. Io sono riuscito a trovare le persone giuste sia a livello artistico che lavorativo. Certo qua ci vuole tempo, ma non è detto che sia una cosa negativa. A Genova col tempo sono riuscito a fare amicizie profondissime. Ci potrà volere molto, ma se qualcuno ti fa entrare in casa, è come se fosse casa tua. Ho avuto anche alcune esperienze di insegnante di inglese, come volontario nei corsi di lingue straniere dell’Associazione Pas à Pas e per una cooperativa dove ho insegnato inglese a ragazzi dai 15 ai 18 anni, molti di loro avevano abbandonato la scuola o erano stati bocciati. Anche questa esperienza, un progetto di tre mesi, è andata molto bene, i ragazzi volevano continuare».

    Puoi raccontarci il tuo percorso dalla performance pubblica di Mimo Spyro al teatro?
    «In Grecia, a Rodi, avevo fatto un corso di teatro. E nel teatro sono ritornato attraverso il corpo. La mia prima esperienza è stata una rappresentazione di teatro molto “leggero” legata a una raccolta fondi di beneficenza dell’associazione Mani Tese. Sono stato chiamato grazie al mimo, c’erano degli sketch in cui dovevo interpretare dei vestiti. Siamo stati anche al Teatro Carignano e al Teatro dell’Archivolto. Ho recitato in un monologo scritto da Antonio Sgorbissa, dovevo interpretare uno dei personaggi che stavano dietro all’interprete principale, eravamo in quattro. Siamo stati a Palazzo Ducale e in replica ai Giardini Luzzati.
    Vestiti e maquillage erano a cura di Margherita Marchese, che poi mi ha chiamato in altre occasioni per recitare dei personaggi che potevano “interpretare” i vestiti. Alcune volte, sempre grazie al mimo e soprattutto nel periodo estivo, ho lavorato con il Teatro Scalzo. In Primavera siamo in cartellone al Teatro dell’Ortica con “ Ududu-Za-Thora”, uno spettacolo scritto e diretto da Antonio Sgorbissa».

    Attualmente stai continuando a portare in giro il tuo personaggio del mimo?
    «In questo momento il mimo l’ho lasciato un po’ da parte, mi sto concentrando di più sul mondo dell’attore e del teatro. Voglio ritrovare un altro approccio, mi serve cambiare, se no mi annoio. Mi fa piacere non annoiarmi: non annoiarsi è una cosa molto preziosa. Il mimo cambierà un po’, ma tornerà in strada, scendere in strada mi dà sempre una bella energia. Ora sto avvicinandomi sempre di più al mondo della recitazione. Per lavorare come attore è molto importante anche parlare bene la lingua italiana, contano anche gli accenti. Non è un percorso ancora concluso, ma si va, vedo che si va».

    Andrea Macciò

  • “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    norma-karaman“Non mi sento straniera in nessun luogo”. Con questa bella parafrasi di una canzone catalana, la nuova genovese che conosciamo oggi, Norma Karaman, nata in Uruguay da una famiglia dell’Europa dell’Est, ha riassunto lo spirito libero e cosmopolita che caratterizza molte delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi, arrivate a Genova per motivi familiari, per amore, per caso, per studio, per cercare migliori occasioni di vita e di lavoro.
    Nella nostra città, Norma ha trovato un luogo adatto per coltivare in modo approfondito la propria passione per la danza, il canto e il teatro. Dall’incontro con lei emerge il quadro di una città a volte dipinta come “chiusa” e refrattaria alle novità, ma caratterizzata da un notevole, spesso sotterraneo, fermento artistico, creativo, culturale. Il centro storico genovese spesso è il laboratorio nel quale nascono e si sperimentano forme di creatività innovativa o “alternativa”.
    Bellissima è la storia del Laboratorio Teatrale Gaucho, che si è consolidato negli anni fino a trasformarsi in un’apprezzata compagnia amatoriale invitata in varie zone d’Italia.

    Un altro elemento di riflessione emerso dall’incontro è quello legato all’alimentazione e al veganismo, lo stile di alimentazione e filosofia di vita che esclude ogni utilizzo umano dei prodotti di origine animale. La consapevolezza del ruolo centrale dell’alimentazione per la salute personale e per la salvaguardia ambientale del pianeta cresce di giorno in giorno in Italia e nel mondo. Come sappiamo, dal punto di vista medico, le posizioni sul veganismo non sono univoche. La riflessione etica e filosofica alla radice del veganismo è, in ogni caso, portatrice di un importante contributo: ci invita a riflettere sull’origine e la qualità di quello che mangiamo e sulla natura “politica” nel senso più nobile del termine dell’atto alimentare. Il modo in cui mangiamo influisce, infatti, non solo sulla nostra salute, ma anche sulle politiche agricole, sulle condizioni ambientali, sulla salute del pianeta Terra. E la cucina vegana, nella quale Norma si sta specializzando può diventare un’occasione per sperimentare nuovi sapori e per mettere alla prova anche in cucina la propria creatività.

    Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «Sono nata in Uruguay a San Xavier, un paese fondato da immigrati russi tra i quali i miei bisnonni materni. I miei nonni paterni invece erano originari lui della Moldavia, lei della Transilvania rumena. Ho studiato a Mosca, dove mi sono laureata in Filologia russa. Finita l’università, sono tornata in Uruguay e per qualche tempo ho lavorato come insegnante di russo nel mio paese natale. In Italia sono arrivata nel 1997 come turista, proprio qua a Genova. Arrivare non è stato difficile, per i cittadini uruguayani non era richiesto il visto. La città mi è piaciuta subito e, anche se in Uruguay lavoravo, per motivi personali, non legati a esigenze economiche, ho deciso di rimanere in Italia. Nel 2000 c’è stata una sanatoria e ho fatto tutti i documenti per diventare cittadina italiana. A Genova ho ritrovato un ragazzo che avevo conosciuto studiando in Russia e altri connazionali: si è formato così un piccolo gruppetto di uruguayani che mi ha permesso di non essere sola in quei primi anni; con molti di loro sono in contatto ancora oggi. Io sono una persona che si trova bene ovunque vada, in Uruguay, in Russia e ora a Genova. Parafrasando la canzone di un autore catalano, non mi sento straniera in nessun luogo».

    Una volta stabilita in Italia, hai cercato di restare a lavorare nel settore dell’insegnamento della lingua russa?
    «All’inizio ho provato a inviare curriculum ad alberghi, compagnie marittime e agenzie di viaggi, senza avere riscontri. Qua c’erano molti russi, quasi tutti laureati, ed era molto difficile per me, di madrelingua spagnola, competere, in un paese che non era il mio, con laureati di madrelingua russa. Poi hanno iniziato a propormi i lavori “classici” badante, mediatrice culturale…e non ho più avuto tempo di cercare. Ma ora non mi interessa più, vorrei fare altro: recitare, cantare, cucinare vegano».

    Come ti sei avvicinata al mondo del canto e del teatro? Avevi già avuto esperienze nel settore in Uruguay o in Russia?
    «In Uruguay per 6 anni ho fatto parte del gruppo di danze russe “Kalinka”. Il teatro, il canto e la danza mi sono sempre piaciuti, ma fino al mio arrivo in Italia non avevo altre esperienze specifiche. Nei primi anni a Genova, mentre studiavo italiano, ho organizzato con due compagni di corso un piccolo spettacolo di danze russe. L’esperienza più importante a livello teatrale è stata quella del laboratorio teatrale “Gaucho”, iniziata nel 2009. Mi sono avvicinata a questo laboratorio perché in quel momento mi sembrava più accessibile e adatto alla mia situazione di allora rispetto a una vera e propria scuola di teatro. Attualmente siamo 11/12 persone, il laboratorio si è trasformato in una piccola compagnia amatoriale, di non professionisti, molto affiatata. È una cosa che facciamo per diletto, per passione. Sarebbe bellissimo che questa passione si trasformasse anche in una professione. Per ora abbiamo fatto diversi spettacoli a Genova, in genere a offerta libera o a ingresso libero. Siamo stati invitati diverse volte anche fuori Liguria, tra cui una volta a Scansano, in Toscana, per un festival, e una a Roma. Abbiamo iniziato mischiando moltissimo musica, danza, teatro. Ora stiamo approfondendo i copioni teatrali e stiamo cercando di studiare alcuni autori in profondità. Gaucho è un laboratorio di teatro e recitazione, ma nei nostri spettacoli inseriamo sempre anche la musica e la danza. I nostri spettacoli sono sempre anche molto coloriti. È un’esperienza che mi ha permesso di conoscere anche la ricchezza delle culture regionali italiane. Io, un’uruguaiana, ho imparato a ballare la pizzica salentina per interpretare una “tarantata”. Il teatro mi ha aiutato anche ad avvicinarmi di più al canto. Il teatro aiuta il canto, e il canto aiuta il teatro. Ho imparato a modulare la voce, a respirare, e a lasciare da parte le inibizioni. Senza il laboratorio non sarei mai riuscita a cantare in pubblico. Ora faccio parte del coro “Le vie del canto” specializzato nei canti popolari e nella musica tradizionale delle regioni italiane».

    La tua creatività non si è espressa solo nel teatro e nella musica. So che ti sei interessata anche di grafica e di produzione video…
    «Nei primi anni a Genova ho lavorato come dipendente in uno “storico” negozio di magliette personalizzate in città; in seguito per qualche anno mi sono occupata come socia della parte creativa e grafica di un altro negozio specializzato nelle stampe personalizzate su t-shirt. Mi sono ritrovata a fare dei lavori davvero molto belli pur senza avere all’inizio una preparazione specifica. La produzione di video e documentaristica per ora è un’altra passione che ho tenuto per me: nel 2007 sono arrivata seconda al concorso Sguardi Latinoamericani organizzato dalla Fondazione Casa America».

    norma-karamanIl veganismo è un aspetto importante della tua esperienza in Italia. Ci racconti come ti sei avvicinata a questa filosofia e a questo stile di vita?
    «Sono diventata vegana nel 2009, per scelta etica. E’ stato un lungo percorso di avvicinamento e riflessione, iniziato quando ancora studiavo in Russia. Io sono sempre stata un’amante degli animali. Frequentando un mio fidanzato di allora che conosceva un’attivista per i diritti degli animali, ho iniziato a pensare che sarebbe stata più coerente un’alimentazione che evitasse loro ogni forma di sofferenza o sfruttamento e, nel 2001, sono diventata vegetariana. Ora sono convinta che chi fa questa scelta per ragioni etiche necessariamente finisca per approdare al veganismo. Il mio percorso è stato graduale, ho iniziato prima a non far entrare nessun derivato di origine animale nella mia cucina, nella mia casa. Qualche volta, quando mi trovavo fuori, derogavo: se capitava di prendere la brioche al bar la prendevo, anche perché non sempre era facile trovare prodotti vegani, poi gradualmente sono riuscita a eliminarli totalmente nella mia dieta. Io mi riconosco nel veganismo, ma non faccio parte attualmente di nessun gruppo o associazione, né di vegani, né di attivisti per i diritti animali. Sulla mia pagina personale www.ilmondodinorma.it ci sono moltissime ricette vegane mie e del mio compagno, presentate sia in lingua italiana, che in lingua spagnola. Ora sto cercando di curare una pagina facebook sulla pasticceria vegana, specializzata in “vegan torte”, dolcetti e muffin vegani».

    Hai un progetto, un sogno legato alla tua nuova esperienza amatoriale di “cuoca” vegana?
    «Il mio progetto sarebbe quello di aprire un “qualcosa” di vegano, un take away, una gastronomia. Il numero dei vegetariani, dei vegani, degli intolleranti al lattosio e ad altre sostanze di origine animale, di chi è alla ricerca di uno stile alimentare più salutare è in continua crescita. I vegetariani e vegani che lavorano fuori mica possono portarsi sempre il pranzo da casa. Da qualche parte dovranno pur mangiare, e non sempre è facile il locale adatto. La domanda di sicuro c’è, il problema è iniziare, trovare i locali, i finanziamenti, mettersi in proprio.
    Ora, dopo quasi 20 anni in centro storico, mi piacerebbe trasferirmi in campagna, restando vicino a Genova per non lasciare le mie passioni e le mie attività nel teatro, nella danza e nel canto. Vorrei una casa indipendente, terreno, verde, alberi, aria. Il mio vero sogno sarebbe quello di aprire un bed & breakfast con annessa una piccola trattoria dove proporre la cucina vegana. In campagna mi piacerebbe tenere anche, chiamando le persone adatte, corsi residenziali di alimentazione salutare e animalismo».


    Andrea Macciò

  • Mayela Barragan e il legame profondo tra Liguria e America Latina

    Mayela Barragan e il legame profondo tra Liguria e America Latina

    mayela-barraganLa poetessa cilena Gabriela Mistral, prima donna latinoamericana vincitrice di un premio Nobel per la letteratura, ha vissuto molti anni a Rapallo. Uno dei più grandi calciatori dell’Uruguay, Juan Alberto Schiaffino, fra gli “eroi” della leggendaria finale Uruguay-Brasile del campionato mondiale 1950, era originario di Camogli. Nell’isola nota come la più lontana del mondo dalla terraferma, Tristan da Cuñha, (appartenente al territorio britannico d’Oltremare di Sant’Elena, ma scoperta da navigatori portoghesi) alcuni fra i cognomi più diffusi sono di origine ligure. Nella toponomastica delle città liguri non mancano riferimenti all’America Latina, dai giardini Simon Bolivar a Corso Valparaiso. Molti abitanti di oggi hanno almeno un lontano ascendente emigrato in uno dei paesi latinoamericani, ed alcuni dei nuovi genovesi immigrati sono nati in Perù, Argentina, Ecuador, Venezuela…..ma da genitori di origine ligure. Sono solo alcuni degli esempi che ci raccontano come la relazione tra il territorio genovese e molte terre lontane, rafforzata dai flussi migratori degli ultimi decenni, sia in realtà molto più profonda e radicata di quanto comunemente si pensi, in particolare con i paesi latinoamericani.

    Mayela Barragan, giornalista e scrittrice di origine venezuelana laureata in Comunicazione sociale in Italia dal 1989, nei suoi articoli e nelle sue interviste si è specializzata proprio nel racconto approfondito dei legami linguistici e culturali fra la Liguria e l’America Latina. Per farlo ha scelto il periodismo (giornalismo in lingua spagnola) narrativo, un genere di scrittura poco conosciuto in Italia, ma molto apprezzato nei paesi sudamericani dove ad esso sono dedicati corsi universitari, saggi, testi di approfondimento e testate specializzate. Nel periodismo narrativo si raccontano i fatti, ma con l’approccio narrativo e lo stile della scrittura letteraria: è una forma di giornalismo particolarmente adatta all’approfondimento. Applicato al racconto e all’analisi delle migrazioni, il periodismo narrativo appare un’efficace sintesi tra il giornalismo dei media multiculturali rivolti alle comunità linguistiche di origine straniera e la letteratura della migrazione di fiction. Lo stile narrativo potrebbe essere un’occasione per parlare di migrazioni in modo approfondito interessando un pubblico più vasto che non sia semplicemente quello di studiosi e addetti ai lavori. In Italia, molti giornalisti scrivono con uno stile di alta qualità “letteraria”. Alcuni, si pensi ad esempio a Tiziano Terzani, hanno trovato nella loro opera una sintesi felicissima tra la documentazione dei fatti e la qualità del linguaggio e della narrazione. Nel complesso non si può dire però che esista una vera e propria cultura del periodismo narrativo.

    Attraverso lo sguardo di Mayela abbiamo l’occasione di conoscere le relazioni, talora sorprendenti, di Genova e della Liguria con le terre dell’America Latina.

    Ci puoi raccontare come nascono le tue “storie di Liguria” che realizzi per le testate latinoamericane in lingua spagnola?
    «Attualmente sto collaborando con due riviste online Letralia e Fronterad, una latinoamericana, l’altra spagnola. Negli ultimi anni mi sono interessata al periodismo narrativo, un genere di giornalismo di approfondimento molto interessante che racconta la realtà con il linguaggio e lo stile della letteratura, poco noto in Italia, ma molto diffuso in America Latina. Da sempre io sono interessata anche agli aspetti letterari e stilistici della scrittura giornalistica. In questi ultimi anni mi sono documentata, ho studiato i principali testi sul periodismo narrativo e ora sto applicando questo genere nelle mie interviste per Letralia e Fronterad».

    «La Liguria è una terra di mare e, per questo, ha profondi legami con le terre lontane. Nelle mie interviste, voglio cercare le tracce di questi legami che sono rimaste sul territorio ligure. Ogni volta parto da un elemento di attualità, che mi permetta di collegarmi alla storia che voglio raccontare. Qualche anno fa ho intervistato il giardiniere di Italo Calvino, Libereso Gugliemi: nella sua esperienza ho trovato un collegamento con il Messico, perché lui è forse l’unico italiano capace di ricavare l’aguamiel dall’agave (nota: bevanda ricavata dal succo della pianta), una cosa che solo i messicani sanno fare. In un altro articolo recente ho fatto conoscere due borghi della riviera ligure, Recco e Camogli. Chi avrebbe detto che nell’isola più lontana del mondo della terraferma, Tristan da Cuñha, fra i cognomi più diffusi ce ne siano due proprio di Recco e Camogli, Lavarello e Repetto? Per scriverlo ho intervistato Lilia Mariotti, esperta mondiale di fari, gli organizzatori del Festival della Marineria e il direttore del Museo Marinaro…e ho scoperto i legami profondi di Recco e Camogli con i paesi dell’America Latina, in particolare Argentina e Uruguay. Il periodismo narrativo richiede, oltre alle interviste e agli incontri, molto approfondimento e una lunga preparazione per ogni articolo. Per questo mi sono documentata sulla storia locale leggendo vari testi e libri».

    «Un’altra intervista è nata quasi per caso. Visitando una mostra a Rapallo sulla poetessa cilena Gabriela Mistral, allestita per celebrare i settanta anni dal premio Nobel per la letteratura, ho incontrato una signora che era la sua segretaria, Graziella Pendola, ho preso i suoi contatti, la ho intervistata e grazie al suo racconto ho avuto la fortuna di fare conoscere aspetti inediti della vita della famosa scrittrice cilena. Ora sto preparando un articolo sulla sopraelevata…come sempre, parto da un elemento di attualità, come la mostra o il Festival della Marineria, e poi mi metto a cercare e a raccontare le storie. Molte persone mi dicono che potrei propormi anche ai giornali locali, di recente però non posso dire di aver mai tentato».

    Hai invece delle esperienze di scrittura, narrativa o giornalistica, direttamente in lingua italiana?
    «In italiano ho pubblicato un racconto sull’antologia Le Nuove Lettere Persiane (Ediesse, 2011) assieme ad altri scrittori e giornalisti stranieri, diversi articoli sul sito realizzato dall’ong Cospe Prospettive Altre e uno nell’ambito del progetto Luoghi Comuni dell’Università di Genova. Si trattava di realizzare una guida topografica di Genova “alternativa” cercando di scrivere dei luoghi della città che ti ricordavano la tua terra, per gli autori stranieri, o che ti hanno aperto il cuore. Uno dei miei racconti è stato selezionato. E’ dedicato ai giardini di Quarto intitolati a Simon Bolivar (nota: generale e uomo politico considerato eroe nazionale in molti paesi latinoamericani). Questa guida alternativa è molto interessante…io ho letto il racconto di una ragazza che parlava di una piazzetta di Oregina e mi è venuta voglia di andarci. Nel 2008 ho curato il saggio Forma Perfetta, (Mondolibri, 2009) una guida di esercizi di ginnastica e fitness. La casa editrice cercava autori per aggiornare le sue guide sull’esercizio fisico, ho inviato un capitolo ed è stato accettato! Tutto questo l’ho scritto direttamente in italiano. Da alcuni anni collaboro con il Festival della Poesia per il quale mi sono occupata di tradurre in italiano opere di autori latinoamericani e venezuelani. Ho anche altre cose scritte in italiano, per ora sono nel cassetto ma sogno di poter pubblicare in lingua italiana anche un romanzo. Ne ho inviato uno molto corposo a una casa editrice in Venezuela, per ora non è stato pubblicato. Per l’Italia sono positiva, penso che ci siano possibilità: certo non avrà cosi tante pagine».

    Quali sono le altre tue esperienze di lavoro nel settore del giornalismo?
    «Come giornalista ho lavorato in passato per El Carrete, giornale cartaceo della comunità cilena di Milano che si proponeva di raccontare sogni, problemi e diritti degli ispanofoni presenti in Italia. Ho scritto inoltre per la testata spagnola Rebelión, per la quale mi sono occupata in particolare di ecologia e temi relativi alle condizioni delle donne. Viaggiando molto per motivi familiari ho avuto occasione di scrivere per il Corriere di Tunisi, primo giornale della Tunisia fondato da emigranti italiani partiti da Livorno alla fine dell’Ottocento. Attualmente collaboro con il giornale venezuelano La Nacion, che è la principale testata della mia città di origine. Ho sempre cercato di scrivere in modo da fare un po’ di giornalismo e un po’ di letteratura, di andare sempre oltre la notizia».

    Molti giornalisti di origine straniera, per scelta o per necessità, in Italia hanno svolto o svolgono anche attività diverse. Ci puoi raccontare le tue altre esperienze professionali in altri settori?
    «In Liguria, ho lavorato anche nella mediazione culturale e attualmente sono insegnante di spagnolo per adulti nella scuola alberghiera di Lavagna. Dall’anno scorso anch’io faccio parte del progetto Migrantour, nato cinque anni fa a Torino e che si svolge in alcune città italiane e europee. Qua lavoriamo sia con le scuole che con gli adulti. Dobbiamo preparare degli itinerari e io ne ho messo a punto uno che sia chiama Moliendo café. Genova come città di mare e porto è da sempre uno snodo cruciale per il commercio del caffè. Il Venezuela è stato prima di essere superato da Brasile e Colombia, uno dei principali produttori di caffè, grazie anche al lavoro dei migranti italiani e di molti liguri. Preparando questo percorso, in un negozio del centro storico, ho scoperto che una nota marca di caffè spagnolo era prodotta a Manesseno. Genova è sempre stata importantissima per il caffè».

    Andrea Macciò

  • Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    viviana-barres-01La storia della nuova genovese di oggi, Viviana Barres, ci racconta una storia di migrazione come naturale inclinazione dell’essere umano al cambiamento, alla ricerca di opportunità per migliorare la propria vita e realizzare le proprie inclinazioni, non determinata da necessità immediate di carattere politico o economico. Nella nostra città Viviana si è fermata quasi per caso, incerta fra l’inseguire il “sogno nel cassetto” di ragazza, a un passo dalla realizzazione – recitare come attrice in una telenovela in onda sull’emittente televisiva Ecuavisa- e le possibilità più incerte offerte dalla vita in Italia. Lei ha scelto, non senza qualche rimpianto, l’incerto e negli anni in cui ha abitato a Genova ha cambiato numerosi lavori, in parte per necessità, in parte per un’inclinazione personale alla ricerca della novità e del cambiamento. Anche nella storia di Viviana troviamo un tema ricorrente: la difficoltà, talora la totale impossibilità, di vedere riconosciuti in Italia titoli scolastici e accademici acquisiti nel paese di origine.

    Il mondo cinematografico e televisivo non è mai scomparso dal suo orizzonte e, oltre alla conduzione del Tg Latinos di TeleGenova alcuni anni fa, Viviana è stata la protagonista di due delle puntate di Radici, una dedicata al suo paese d’origine e una a Genova. Un programma in onda su Rai3 nazionale che racconta appunto l’altra migrazione, quella che non arriva con i barconi e che è inserita con successo nel tessuto sociale e economico italiano, mediaticamente meno notiziabile, ma maggioritaria dal punto di vista numerico. Radici ha offerto al pubblico italiano la possibilità di conoscere i paesi d’origine dei nuovi cittadini attraverso gli occhi dei protagonisti dei documentari.

    Come afferma Viviana, quando la migrazione è ben radicata nel territorio di arrivo, è all’origine di quella che potremmo definire una doppia appartenenza, sentimentale e culturale. Le persone sentono come propria la città in cui risiedono, senza per questo recidere i legami affettivi e linguistici con la terra d’origine. Un aspetto che emerge con decisione dall’antologia poetica “Dove le parole sono sogni. Un viaggio poetico tra Ecuador e Genova”, pubblicata nel 2013 da Liberodiscrivere edizioni e realizzato grazie alla collaborazione tra il Consolato dell’Ecuador, il Festival Internazionale della Poesia e il Comune di Genova.

    Il libro in una delle sue sezioni raccoglie le opere poetiche e narrative dei partecipanti a tre concorsi letterari e artistici, in prevalenza giovani under 30 di origine straniera, arrivati in età prescolare o scolare o nati in Italia da genitori immigrati. Nei testi c’è una forte presenza dei temi legati alla propria esperienza migratoria: il viaggio, la diaspora, la nostalgia per il paese d’origine, il senso di appartenenza, la percezione della nuova città e l’esperienza del dialogo sociale e interculturale. Alcune opere poetiche e testi musicali affrontano in maniera esplicita il sentimento della doppia appartenenza affettiva e culturale. Nelle opere pervenute al concorso c’è però anche una linea personale e intimista e un’altra che affronta i temi sociali in maniera più generale.

    Dove le parole sono sogni è il risultato di una bella iniziativa nata in ambito latinoamericano e che in itinere si è rivelata realmente “interculturale”, raccogliendo l’interesse e la partecipazione di molte altre persone, sia di origine straniera che italiane. Come abbiamo già evidenziato parlando di letteratura della migrazione, le opere artistiche e letterarie degli autori stranieri in Italia possono essere utilissime per comprendere e ricostruire la storia del complesso rapporto fra la società italiana e i suoi nuovi cittadini, per mettere in discussione punti di vista etnocentrici, certezze e stereotipi.

    Tuttavia, la poesia, la letteratura e le altre arti restano prima di tutto un’espressione creativa personale, in fondo irriducibile a qualsiasi categorizzazione legata all’origine degli autori: di fatto non esistono scrittori o poeti migranti, esistono scrittori e poeti la cui opera è influenzata, come avviene per tutti, dalla propria esperienza di vita.

    viviana-barres-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivata più di venti anni fa. In Ecuador stavo frequentando la facoltà di economia e nel frattempo avevo cambiato già alcuni lavori temporanei. Credo che cambiare spesso sia nel mio spirito, perché lo sto facendo anche ora. Mia madre, che già abitava in Italia, a Genova, mi diceva: vieni qua, prova cambiare vita, magari guadagnerai di più. E quando mia sorella, che nel frattempo si era innamorata di un ragazzo italiano, ha deciso di sposarsi e mi ha invitata al suo matrimonio, sono venuta in Italia per partecipare alla cerimonia. All’inizio è stato uno shock, soprattutto per la lingua, io non parlavo l’italiano, ma sono stata aiutata dalla presenza di parenti, amici e conoscenti che già da alcuni anni erano in città. Mia madre mi ha detto: prova a fermarti ancora qualche settimana, vedi se ce la fai, c’è una signora che sta cercando una ragazza che le tenga i bambini al mare».

    «È stata un’esperienza utile perché i bambini non ti criticano per gli errori di grammatica e con loro mi sentivo a mio agio. Quando sono arrivata a Genova, era maggio. Vicino al tempo dell’estate, della spiaggia e del mare, delle feste e così mi sono decisa a restare qualche mese. E ora, sono sono qua da più di venti anni».

    Come ti sei trovata nel tuo nuovo ambiente di vita? Ci sono differenze tra i tuoi primi anni in Italia e oggi?
    «All’inizio, quando stai vivendo una situazione nuova, vedi tutto diversamente, vedi tutto più bello. A parte lo shock iniziale della lingua, mi sono trovata molto bene nei primi anni a Genova. Mi sembra che in Italia l’ambiente fosse in generale molto più rilassato, accogliente. Ora i nervi sono tesi ovunque, non solo a Genova. Per uno straniero che arriva oggi, credo che sia tutto più difficile. Oggi è molto più frequente sentire in giro, soprattutto sull’autobus, persone che attaccano gli stranieri e per quello che ha fatto uno, vorrebbero far pagare tutti. A me non è mai capitato personalmente, ma sono situazioni che ho visto spesso negli ultimi anni. La città comunque mi piace, metà della mia vita è qua, metà in Ecuador. A volte penso che, se tornassi in Ecuador, l’Italia mi mancherebbe, degli amici che avevo allora, non so quanti ne ritroverei, forse uno o due. C’è stato solo un periodo in cui stavo molto male e desideravo tornare. Quando ti senti giù di morale e di spirito, ti viene voglia di ritrovare le tue origini».

    Prima di partire, avevi un “sogno nel cassetto” o un’aspirazione particolare?
    «In Ecuador, prima di partire, avevo risposto a un annuncio in cui cercavano attrici per una telenovela. Ho mandato il curriculum, ho fatto il provino e sono stata presa per recitare una parte. Era già tutto pronto, stavo già studiando il copione. Venendo in Italia per partecipare al matrimonio, ho perso la mia possibilità di lavorare nello spettacolo in Ecuador. Praticamente è come se avessi chiuso i miei sogni nel cassetto. Ogni tanto mi faccio delle domande: come sarebbe stata la mia vita se avessi continuato a recitare nella mia telenovela? E, invece, non sono neppure riuscita a sapere come è andata a finire la storia. Un’altra mia passione è la poesia, a me piace molto scrivere e negli ultimi anni ho partecipato ad alcuni concorsi, tutti a livello italiano. Per ora non ho nulla di pubblicato, anche le mie poesie sono tutte nel cassetto».

    In Italia hai cercato di inserirti nel mondo della televisione e dello spettacolo o ti sei concentrata su altre cose?
    «All’inizio non so neanche io perché, ma non ci ho provato, mi sono concentrata sugli studi e su altre attività. Ora invece sto pensando di riprovarci! Nel 2011 c’è stata la mia prima esperienza televisiva in Italia, il Tg Latinos di TeleGenova, un notiziario in lingua spagnola rivolto ai latinoamericani di Genova. Io mi occupavo degli eventi, di cosa succedeva nella città, e un’altra ragazza delle notizie di cronaca e politica dei paesi latinoamericani. Il Tg Latinos è durato due anni, poi ha chiuso per la crisi dell’emittente televisiva che lo aveva ideato. In seguito, sono stata contattata da Davide De Michelis, giornalista di Torino che stava lavorando a Radici, un programma che vuole far conoscere come uno straniero ha vissuto nel suo paese e come vive in Italia, le differenze che ci sono, come se l’è cavata nel nuovo ambiente. Nella prima parte, sono stata la protagonista di un documentario girato in Ecuador, nel quale racconto la storia della città in cui sono nata, Guayaquil, e la storia dei miei parenti, da Quito alle Isole Galapagos! Infatti, mentre io sono emigrata in Italia, loro si sono spesso spostati all’interno dell’Ecuador in migrazioni interne. Quando c’è stato il terremoto, che ha distrutto intere famiglie e danneggiato pesantemente varie zone dell’Ecuador, è stato molto duro pensare a come sarebbero stati ridotti molti luoghi del mio paese che ho avuto occasione di rivedere o vedere per la prima volta grazie a Radici. Questa primavera è stata girata la seconda puntata, ambientata a Genova, nella quale racconto la mia esperienza in città e in Italia. Lavorando per il Tg, ho conosciuto molte persone nell’ambito del cinema e dello spettacolo, e forse per questo mi hanno contattato per prendere parte a una produzione filmica cinese ambientata nel centro storico di Genova, che andrà in onda sulla televisione nazionale. Sul set ho conosciuto molte persone che mi hanno invitato a riprovare la carriera nell’ambito della televisione e dello spettacolo».

    viviana-barres-03Quali altre esperienze significative di studio e lavoro hai avuto a Genova?
    «Appena arrivata avrei voluto riprendere l’Università, quando ho scoperto che c’era da ricominciare tutto a capo. Per prima cosa ho fatto un corso di alfabetizzazione linguistica per imparare bene l’italiano a livello di grammatica e di sintassi, e in seguito mi sono iscritta alla scuola superiore. Inizialmente ragioneria, che avevo già frequentato in Ecuador. Era davvero pesante riprendere in mano cose già studiate anni prima, e per questo sono passata al corso dell’Istituto Bergese per tecnico di cucina, che era una delle mie passioni. Con il diploma mi sono potuta riscrivere all’Università e ho lavorato due anni come cuoca. Un’esperienza davvero faticosa, ma anche meravigliosa, come tutte le esperienze che ci arricchiscono. Negli anni successivi, grazie a un corso che prevedeva un tirocinio in un ente, sono entrata a lavorare come insegnante nel settore del doposcuola, dove mi occupavo di assistenza per i compiti in varie materie: matematica, spagnolo, italiano. Ho lavorato 5 anni, poi ne sono uscita per la crisi, ero una delle ultime assunte, il mio era il contratto più recente».

    «Un’altra esperienza interessante è stata il corso di Migrantour. Noi non siamo guide turistiche, siamo stranieri che fanno conoscere la parte della città (nel mio caso Genova anche se Migrantour ha sede a Torino ed è attivo in molte altre città) più simile ai nostri paesi!».

    Nel 2013 hai curato un’antologia poetica dedicata agli autori ecuadoriani e a poeti e artisti delle nuove generazioni. Ci puoi raccontare questa esperienza?
    «Nel 2009, tramite il consolato ecuadoriano, è stato organizzato il primo concorso di poesia dedicato agli artisti ecuadoriani, nell’ambito del Festival della Poesia di Genova, intitolato al poeta Jorge Enrique Adoum, aperto sia a opere in lingua italiana che in lingua spagnola.In questo primo concorso, molte delle poesie pervenute erano incentrate proprio sul tema della terra di origine, della mancanza, della nostalgia per il proprio paese. Io mi sono occupata dell’organizzazione della seconda edizione, che a differenza della prima è stata aperta anche a concorrenti non latinoamericani. A questo concorso hanno partecipato anche italiani e autori di altre nazionalità, fra le vincitrici c’è stata anche una ragazza albanese. Molte poesie erano sulle esperienze personali e in generale sul vissuto in Italia, a Genova, alcune sulle donne, sulla condizione femminile, alcune sull’amore o sui sentimenti. Nel 2012 è stato indetto il terzo concorso. A voce alta era un concorso di musica, poesia e danza riservato a giovani artisti under 30, sempre aperto anche ad autori non latinoamericani».

    «Dove le parole sono sogni, il libro che ho curato nel 2013 per le edizioni Liberodiscrivere, è un’antologia poetica che raccoglie i lavori dei vincitori dei tre concorsi letterari, le opere di poeti e artisti ecuadoriani che hanno partecipato alle varie edizioni del Festival della Poesia e alcuni testi di detenuti/e che hanno partecipato ad alcuni laboratori di scrittura tenuti nel periodo del Festival dai poeti ecuadoriani. Io non ho partecipato ai concorso perché ero coinvolta nella giuria…però è un periodo in cui ho scritto io stessa molte poesie! Ricordo che nei primi giorni non arrivava quasi nulla, iniziavo a essere ansiosa per questo, e ho iniziato a scrivere moltissimo. Per fortuna, poco prima della chiusura, sono arrivate moltissime poesie».

    I ragazzi e le ragazze che hanno partecipato al concorso si sono espressi in prevalenza in spagnolo o nella loro lingua madre o in italiano? Quali temi erano affrontati?
    «Alcuni dei ragazzi latinoamericani hanno scritto in spagnolo, altri in italiano. In generale penso che tutti scrivano del loro stato d’animo, di come si sentono nel momento e, come ti dicevo, molte poesie erano legate all’esperienza della migrazione e della nostalgia per il paese di origine. La necessità di scrivere si sente di più quando ti senti stressato, o giù di morale. Se tutto è lineare, è più difficile sentire la spinta alla scrittura. Però molte delle poesie arrivate, soprattutto delle ragazze più giovani, erano legate a questioni più private, al proprio stato d’animo in una storia d’amore, a esperienze e sentimenti personali».

    Andrea Macciò

  • Per non saper cucinare…un felice incontro inaspettato con la scrittura creativa

    Per non saper cucinare…un felice incontro inaspettato con la scrittura creativa

    maria-del-rosarioLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Del Rosario Morla Crespin, nata in Ecuador nel 1970 e arrivata in Italia dal 1999 con in tasca una laurea in economia e commercio e la qualifica di revisore contabile. Attualmente lavora in un centro di elaborazione dati e ricopre il ruolo di tesoriera del Coordinamento Ligure Donne Latinoamericane (Colidolat).
    Nella sua storia abbiamo trovato alcuni aspetti che la accomunano ad altre persone, la difficoltà per ottenere il riconoscimento dei titoli accademici e professionali acquisiti nel paese di origine, una lunga esperienza di lavoro nelle case come assistente familiare, e un incontro, inaspettato e felice, con la scrittura creativa.
    E’ una storia esemplare di come quella che viene definita “migrazione economica” abbia la possibilità non solo di andare a buon fine, ma anche, in qualche caso, liberare delle potenzialità inespresse delle persone.

    Maria Del Rosario Morla Crespin è l’autrice di un racconto vincitore di un concorso letterario del 2013, il “Premio Città di Cantù Suor Rita Borghi” riservato a persone di origine straniera che scrivono in lingua italiana. Il suo racconto “Per non saper cucinare….” in parte ispirato alla sua esperienza di lavoro nelle case come assistente familiare, è un delicato affresco dello spaesamento di Solidad, una donna immigrata che si trova quotidianamente di fronte a piccole incomprensioni linguistiche e culturali, dagli errori della lista della spesa alla “misteriosa” differenza fra basilico D.O.P. e basilico normale, alla relazione professionale con un uomo relativamente anziano in stato depressivo, una situazione per lei completamente nuova.
    Nel racconto emerge lo scambio reciproco di sensazioni ed esperienze tra Solidad e la persona che è incaricata di assistere, che proprio dall’incapacità di Solidad nella cucina trarrà la forza per intervenire in prima persona nella preparazione dei piatti e cercare in seguito di riprendere in mano la propria vita.

    Il racconto di Maria ci introduce quindi nell’interessante mondo della cosiddetta letteratura della migrazione.
    Per letteratura della migrazione si intende la produzione degli autori stranieri che scelgono la lingua del paese di arrivo come canale di espressione letteraria, caratterizzata in genere da numerosi spunti autobiografici legati all’esperienza migratoria. Le prime opere sono comparse in Italia nel 1990 con l’uscita di libri e racconti scritti a volte a quattro mani da immigrati e giornalisti o scrittori italiani: Immigrato di Mario Fortunato e Salah Methnani e Io venditore di elefanti di Pap Khouma. La letteratura della migrazione nel corso degli anni si è ritagliata un’interessante nicchia di mercato, con le sue case editrici e i suoi festival, e ha raccontato con grazia, fantasia e autoironia i temi del viaggio, della partenza e del distacco, lo spaesamento del migrante, le grandi e piccole forme di conflittualità “interculturale”, la dimensione quotidiana della vita delle persone di origine straniera che vivono nelle nostre città.
    Molti dei contenuti caratteristici di queste opere, in realtà sono temi e archetipi da sempre presenti nella produzione letteraria.
    Alcuni degli autori, infatti, criticano la definizione di letteratura della migrazione (e scrittore migrante) ritenendo che sia ghettizzante, che comporti un’attenzione prevalente sulla biografia dell’autore piuttosto che sui contenuti e lo stile del testo e che la sua diffusione sia attualmente determinata soprattutto da ragioni di marketing.
    L’obiezione non è infondata: è così scontato che uno scrittore di origine straniera debba produrre per forza “letteratura della migrazione”? La sua opera non può essere considerata letteratura tout court? In realtà si può individuare una differenza tra una produzione iniziale, dove prevalevano gli elementi autobiografici, di denuncia o testimonianza e una attuale dove prevalgono gli aspetti creativi e personali della scrittura. Il genere letterario di per sé è una costrizione, come ogni classificazione, ma in realtà molte opere considerate di genere pur rispettandone i canoni formali lo trascendono esprimendo estetiche, idee e contenuti più personali. Un caso da manuale è l’utilizzo che molti autori fanno del genere giallo o poliziesco, uno dei più fortunati sul mercato letterario, nel quale delitti e indagini possono facilmente diventare metafore per raccontare anche altro. Lo stesso fenomeno può accadere con la letteratura della migrazione, nella quale gli autori possono scompaginare le carte e raccontare la nostra società, quella del paese di arrivo, con uno sguardo nuovo, con uno salutare straniamento che ci può aiutare a metterne in luce le contraddizioni interne senza per questo fare necessariamente autobiografia. Gli scrittori di origine straniera che scrivono in lingua italiana non necessariamente quindi devono essere definiti “scrittori migranti” o parlare solo della propria esperienza. E’ però innegabile che quasi tutte queste opere, oltre ad avere in sé valenze squisitamente letterarie ed estetiche, risultino preziose per leggere le trasformazioni della società italiana negli ultimi 20-25 anni e il suo controverso rapporto con i nuovi cittadini. La produzione in una lingua diversa dalla lingua madre determina inoltre la scrittura in un italiano non standard, vitale e creativo, contaminato con altre esperienze linguistiche.
    Gli autori di origine straniera che scrivono in italiano hanno raggiunto oggi un numero apprezzabile, in particolare in alcune regioni come Lazio, Piemonte e Lombardia. In Liguria, invece, le esperienze di autori stranieri attivi nella letteratura sono molto rare.
    Dall’intervista con Maria, che è anche una forte lettrice e apprezza alcune autrici la cui opera è generalmente inscritta in questo genere, abbiamo avuto l’occasione di conoscere l’opinione di una persona che si è avvicinata alla letteratura della migrazione sia come lettrice che, per ora incidentalmente, come autrice. Il suo racconto, ricco di venature autobiografiche e incentrato sull’esperienza del lavoro nelle case, affronta diversi argomenti che si ritrovano in molti libri di scrittori italiani di madrelingua straniera.

    MMNG3In che anno sei arrivata in Italia? Hai iniziato subito a lavorare nel settore per il quale hai studiato in Ecuador?
    «Sono nata in Ecuador, a Guayaquil. In Italia ho deciso di venire nel 1999 per la particolare situazione economica in cui versava la mia famiglia: siamo otto sorelle più molti nipoti e allora io ero una delle sorelle non sposate, anche per per questo ho deciso di emigrare in Italia, non dovevo lasciare un marito o dei figli. La prima città in cui sono stata è Torino, ero assieme a un’amica. Là non ho trovato nessun lavoro né nessuna persona che conoscevo, e così, dopo un periodo a Milano, sono venuta a Genova, dove già abitavano alcune persone conosciute in Ecuador. Per diversi anni ho lavorato nelle case, come addetta alle pulizie. In Ecuador ero laureata in Economia e Commercio (con la qualifica di revisore contabile) ed avevo anche il titolo di insegnante per bambini. Dopo qualche anno ho iniziato a frequentare corsi finanziati dall’Ue e a interessarmi per il riconoscimento della laurea». 

    In Italia hai dovuto riprendere anche parzialmente gli studi universitari? Com’è stato il percorso per il riconoscimento degli studi?
    «Non ho dovuto rifare l’Università, ma è stata una cosa lunghissima, con fortissime difficoltà. Credo di essere stata la prima straniera – di sicuro la prima ecuadoriana – a farmi riconoscere la laurea in economia e commercio a Genova, allora non si sapeva a chi rivolgersi, quali fossero i requisiti. Mi è costato 5 anni e quasi 5000 euro! Per il riconoscimento era necessario tradurre tutti i programmi dei 5 anni del corso di studi, dovevano essere tradotti dall’ambasciata italiana in Ecuador, a Quito, che è molto lontana dalla mia città di origine. Se ne è dovuta occupare la mia famiglia, io ero qua, e ci sono stati diversi problemi per il reperimento e la spedizione dei documenti. Una volta avuto il riconoscimento, ho studiato per superare l’esame di abilitazione a Roma ed avere i requisiti per aprire uno studio da commercialista. A Genova, dove ho fatto domanda, non c’era nessun precedente di richiesta da parte di cittadini ecuadoriani».

    Hai avuto delle difficoltà o delle restrizioni legate al fatto di non avere ancora la cittadinanza italiana?
    «Non mi risulta che ci sia questo impedimento, almeno a me nessuno lo ha fatto presente. Io ho la cittadinanza italiana da circa un mese, quando ho fatto richiesta ero cittadina ecuadoriana. Per adesso ho rinunciato all’iscrizione, c’erano delle nuove spese e io, che già lavoravo in un centro di elaborazione dati, in quel momento non avevo idea di aprire uno studio mio».

    Ci racconti il tuo incontro con la letteratura e la scrittura creativa?
    «Quello con la letteratura è stato un incontro casuale. Una delle mie amiche, un’insegnante appassionata di letteratura e poesia, nel 2013 ha trovato un concorso letterario solo per stranieri che scrivevano in italiano, il premio letterario “Città di Cantù – Suor Rita Borghi”. A me piaceva molto leggere, sono associata a quasi tutte le biblioteche, ma questa era la mia prima esperienza di scrittura! Grazie anche al supporto della mia amica ho deciso di provare. In Ecuador avevo fatto alcune esperienze di scrittura di racconti brevi durante il mio percorso universitario. Il racconto che ho inviato a Cantù, in una busta chiusa e anonima, come richiedeva il concorso, si intitolava “Per non saper cucinare….” ed era liberamente ispirato al periodo in cui ho lavorato nelle case. Mi sembrava venuto bene, sapevo di essere brava a parlare e a raccontare, ma pensavo che mi mancasse un po’ di dimestichezza per scrivere in italiano. Qualche settimana dopo l’invio, la mia amica mi ha chiamato: erano usciti i nomi dei vincitori, e avevo vinto io. Per errore, la comunicazione dei risultati era stata inviata a un altro indirizzo…e così non ho potuto ritirare il premio il giorno della premiazione, l’ho ritirato in seguito».

    Dopo quell’esperienza hai mai provato a ritentare a scrivere altri racconti o a partecipare ad altri premi letterari?
    «Molte persone che hanno letto il racconto mi hanno detto che sono molto brava a scrivere, a costruire la situazione, anche la mia amica mi ha proposto di ritentare. Per ora non sono riuscita a riprovarci, anche perché in questo periodo sto lavorando molto e il tempo è limitato. So che sarei in grado di farlo. E’ che, quando scrivi, lasci sempre vedere una parte di te, qualcosa che è reale. Dopo aver letto questo racconto è capitato che molte persone mi fermassero per chiedermi se i personaggi descritti erano reali, o che fine aveva fatto il personaggio principale, quasi tutte lo interpretavano in senso autobiografico. Di natura io sono molto riservata e, forse, non ho ancora scritto altre cose del genere perché non volevo svelare altro di me stessa. La mia famiglia in Ecuador, tramite i molti mezzi di internet, è venuta a sapere del racconto e del premio…e così, ho tradotto per loro in spagnolo Per non saper cucinare…».

    Per la tua esperienza sia di lettrice che di autrice, una persona di origine straniera che scrive in italiano in qualche modo si ispira sempre ad elementi autobiografici? La prevalenza degli aspetti autobiografici secondo te è caratteristica dei cosiddetti “scrittori migranti”?
    «Credo che in ogni cosa che fa, uno scrittore metta qualcosa di suo, che sia straniero o italiano. Se scrive un’opera autobiografica, ci sarà qualcosa di più, ma credo che qualcosa ci sia anche nei personaggi di fantasia.
    Il primo libro italiano che ho letto è stato “L’odore della notte” di Andrea Camilleri. Io penso che nel suo personaggio, il commissario Montalbano, lui avrà messo qualcosa di suo, anche se di certo quei libri non sono testi autobiografici. La lingua letteraria, a metà tra italiano e siciliano, che ha inventato, mi piace molto.
    Fra gli autori di origine straniera che scrivono in italiano, mi hanno colpito in particolare i libri della scrittrice Silvia Campaña. Nella sua scrittura, sono riuscita a immedesimarmi, a trovare qualcosa di autobiografico. E’ come se avessi visto come sarebbe potuto diventare il mio racconto trasformato in libro. Si parla, ad esempio, dei problemi di comprensione della lingua che abbiamo noi sudamericani in Italia, con alcune parole, con le vocali doppie. Tutte queste cose, tutte le esperienze che molti di noi hanno vissuto arrivando in un paese nuovo, si ritrovano nei libri. E, in particolare, si ritrovano nei libri degli scrittori stranieri di origine che scrivono in italiano, proprio perché, scrivendo, ognuno non può fare a meno di mettere in quello che scrive qualcosa di suo, qualcosa di autobiografico».

    Andrea Macciò

  • Per non saper cucinare…il racconto

    Per non saper cucinare…il racconto

    Il martedì era il giorno della spesa “grossa”. Lui scriveva tutto a caratteri minuscoli in un foglietto con una scrittura fitta fitta e dettagliava ogni articolo da comprare con suoi commenti personali -Fai togliere il grasso- oppure –Taglia via i ciuffi del sedano prima di pesarli!-. Il problema per me, oltre a decifrare la sua scrittura, era capire cosa volesse!

    Ero arrivata da poco in Italia, qualche parola la conoscevo, capivo abbastanza quel che mi veniva detto, ma interpretare la lista della spesa del Sig. Egidio era veramente un… rebus! Un esempio? Continuava a scrivermi: -Basilico D.O.P. per il pesto- Ma cosa vuol dire?! La prima volta al supermercato mi aggiravo tra gli scaffali, nei vari reparti, ma niente, non trovavo niente con su scritto -Basilico D.O.P.-, allora feci vedere il foglietto ad una commessa e lei mi disse: “Ahhh il basilico! Se vuoi c’è in mazzetti… ma non è D.O.P!”. Io la guardai sorridendo perché non avevo capito nulla, nella speranza che mi mettesse in mano qualcosa con su scritto “Basilico D.O.P”. Lei invece si rimise a riordinare i biscotti che stava inserendo in uno scaffale, poi, vedendomi ancora lì impalata, mi indicò dei vasetti dietro di me dicendo: “Guarda, fai prima se prendi quello in vasetto, è già pronto!” . Seguendo il suo dito afferrai velocemente un vasetto verde. Sospirai sollevata, convinta di aver finalmente trovato il fatidico “Basilico D.O.P”. Arrivata a casa, dalle occhiate sornione e dal borbottio sommesso di Egidio, capii che quello basilico proprio non era: avevo preso un vasetto di crema alle olive!

    Ma fosse stato solo per il basilico! Metà della spesa era sempre errata, temevo sempre il rientro a casa perché lui, togliendo gli articoli dai sacchetti, quasi sempre esclamava frasi del tipo: “Ma nooooo…. E questo cos’è??” “E questo?? Ma Solidad, perché hai comprato i fagioli azuki? Che ci devi fare?”

    Io sgranavo gli occhi e ripetevo come un ebete: “Fagioli azuki? Mah… io veramente…”.
    Non sapevo proprio fare la spesa! Ma da quando ho iniziato a stare a servizio dal Signor Egidio, sono tante le cose che prima non sapevo e poi ho imparato a fare: stare dietro ad un anziano depresso in un paese straniero è una cosa che non avrei mai immaginato di fare, e invece… L’Italia mi ha accolta senza batter ciglio, senza entusiasmi e senza festeggiamenti. Arrivata qui dall’Ecuador senza conoscere nessuno, ho imparato pian piano come ci si comporta; in silenzio, senza disturbare, senza chiedere troppo ma anche senza smettere di cercare, senza togliermi mai dalla testa il mio obiettivo: trovare un lavoro dignitoso che mi permetta di mantenermi e di mandare i soldi alla mia famiglia che quieta e silenziosa come me, mi ha salutato da Guayaquil in una caldissima giornata di dicembre, del nostro clima tropicale.
    Egidio era la seconda persona anziana a cui badavo e, stando nella sua enorme e ricca casa sul mare, ho capito che più che lucidare e smerigliare, le immense stanze andavano riempite di calore umano. Egidio parlava poco, molto poco; a volte mi rivolgeva sguardi carichi di così tanta tristezza che mi veniva voglia di dirgli: “Guardi che sono io quella clandestina che è dovuta uscire dal suo paese, lasciando la famiglia e tutto quello che aveva di più importante al mondo, quindi su con la vita che tutto si può risolvere!”
    Altre volte, invece, quando bruciavo la cena o gli spaccavo l’ennesimo bicchiere, maldestra come ero e completamente incapace di cucinare anche un uovo, mi guardava con gli occhi buoni e mi diceva: “Poco male Solidad, sono solo bicchieri, vai su nella mansarda e porta giù quelli belli che sono nella scatola bianca, così possiamo usarli adesso, perché… se non ora quando? E già che ci sei porta anche un po’ di stracchino e prosciutto che oggi facciamo dieta!”. Molte volte se la rideva quando gli servivo una brodaglia insipida dicendo: “Escusame! Escusame!” ripetendo le scuse come una litania. Lui rideva, muoveva appena i suoi lunghi baffi grigi ma rideva, lo si vedeva dagli occhi. E io scoppiavo a ridere con lui.
    Poi, magari, per tre giorni non mi parlava, non apriva la porta della sua stanza quando bussavo e, sordo alle mie richieste: “Perché non mangia?” “Perché non si alza?”, lasciava che io entrassi nella sua stanza, che gli posassi qualcosa da mangiare sul comodino senza fiatare. La sera riaprivo la porta e niente, non aveva toccato cibo e se tentavo di parlargli mi diceva “Non ti preoccupare, mangerò domani…” e, in quei momenti, avevo imparato che l’unica cosa che potevo fare era lasciarlo tranquillo cercando di non farlo sentire tanto solo e triste.
    In queste giornate io mi rifugiavo a leggere i libri in italiano che mi aveva imprestato. Mi è sempre piaciuto leggere e piano piano attraverso la lettura si faceva sempre più chiara dentro di me la comprensione di questa nuova lingua. I mesi passavano, io leggevo, leggevo, lucidavo, compravo, stiravo, leggevo, telefonavo a casa, tentavo di cucinare seguendo una cuoca che in televisione mescolava allegramente ingredienti e canzoncine, leggevo, pulivo, lavavo finché un giorno… Me lo ricordo bene: ero lì in cucina (il mio incubo!) cercavo di mettere

    insieme qualcosa per la cena ed Egidio entra. Mi guarda, sorride, prende un coltello dal cassetto (“che vuol fare…” pensavo dentro di me) e mi dice: “Ora ti faccio vedere come si prepara un minestrone degno di questo nome!”
    Ed io, felice come una bambina, mi son messa a battere le mani saltando “Sì! Sì!”. Egidio maneggiava con cura e con abilità coltello e verdure: lavava, pelava, tagliava a cubetti, soffriggeva, aggiustava di sale, mescolava, insomma: lui sì che sapeva cucinare! Ed io lo seguivo passo passo lodandolo: “Egidio, finalmente in questa casa si mangerà come si deve!”

    E lui ridendo: “Eh sì cara Solidad, ci voleva la tua pessima cucina a farmi alzare dal letto!”.
    Da quel giorno Egidio era sempre più presente in cucina, io cercavo di imparare ma ero completamente negata! Fu così che fu lui, da quel momento in poi, a prendersi cura della cucina e per assicurarsi che anche gli ingredienti fossero quelli giusti, iniziò ad accompagnarmi a fare la spesa. Dopo anni si rimise al volante della sua auto e mi accompagnava al supermercato facendomi vedere come si sceglie frutta e verdura, come si leggono e interpretano etichette e ingredienti.
    Partendo dal cucinare e dal fare la spesa, giorno dopo giorno Egidio riprese in mano la sua vita: piano, senza fretta un passo alla volta lo vedevo uscire per andare nella sua ditta, dove da anni non metteva piede: andava a parlare con i suoi dipendenti, andava a sentire come andavano le cose, andava a controllare gli affari. Egidio era stato un abile imprenditore e nel giro di poco tempo non aveva faticato a rindossare quegli abiti cuciti addosso sulla sua persona, ma che l’oscuro “male di vivere” aveva ridotto a brandelli. La famiglia di Egidio non prese bene questa “rinascita” imprenditoriale: i figli, abituati da anni ad avere la delega su tutto il patrimonio e le aziende del padre, giudicato interdetto per la sua depressione e manie schizoidi, attendevano la revisione della commissione sanitaria che avrebbe prolungato o annullato l’interdizione.
    Arrivarono a minacciarmi che mi avrebbero tolto il lavoro se, all’incontro con la commissione sanitaria, non avessi dato testimonianza delle stranezze e della malattia del padre. Io, semplicemente, davanti a quei dottori che mi chiedevano come si comportava il signor Egidio dissi quanto vedevo e quanto corrispondeva a verità: Egidio usciva di casa, guidava l’auto, si recava in ufficio, usciva a passeggiare. In poche parole Egidio si era ripreso in mano la sua vita. I medici gli tolsero l’interdizione e lui poté nuovamente gestire la sua ditta e i suoi interessi. Io rimasi come colf presso la sua casa anche se part time perché, nel frattempo, aveva assunto una cuoca: “Cara Solidad” mi disse una sera “Io almeno una volta al giorno vorrei mangiare un pasto decente! La tua cucina non è migliorata di una virgola!” E così arrivò Irma che preparava i pasti della sera al signor Egidio e gli lasciava sempre qualcosa di pronto e “commestibile” nel frigo.
    Mi ritrovai ad avere i pomeriggi liberi e così iniziai a frequentare dei corsi gratuiti per disoccupati: soprattutto corsi di contabilità e amministrazione del personale, in modo da poter poi cercare un lavoro in campo impiegatizio. Mi resi conto che tutto sommato era stata una fortuna il non saper cucinare perché così era stata assunta un’altra persona e io potevo studiare meglio l’Italiano e impratichirmi con la contabilità.
    Passavano i mesi e gli anni. Egidio era contento che facessi i corsi, ma allo stesso tempo temeva il giorno in cui mi sarei licenziata per andare a lavorare come impiegata.
    Il giorno arrivò. Dopo tanti colloqui e periodi di praticantato senza retribuzione, una ditta mi offrì un lavoro full time come impiegata amministrativa. Pensai e ripensai a come dirlo a Egidio: dopo sei anni avrei lasciato quella casa.
    Una sera dopo cena gli sorrisi e gli dissi: “C’è una novità!”.
    Lui mi guardò dalla sua poltrona dove si rintanava a leggere i giornali: “Hai trovato un lavoro” “Sì, inizierò tra due mesi Signor Egidio!”
    “E’ giusto, sono contento per te.”
    Non disse altro e sprofondò dietro una pagina di cronaca.
    Due mesi dopo feci i bagagli, sgombrai la mia stanza e con un silenzioso abbraccio mi congedai da lui. Era Settembre.
    Un mese dopo la schizofrenia entrò nuovamente nella sua testa rinchiudendo lui in un ospedale e me in una profonda angoscia per i sensi di colpa che non mi davano pace.

  • Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    mariaeugeniaesparragozaLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Eugenia Esparragoza. Nata in Venezuela, è arrivata in Italia a metà degli anni Novanta, con una ricca ed eterogenea esperienza nella comunicazione sociale, nel giornalismo, nel settore audiovisivo, in particolare nell’antropologia filmica, e nella docenza universitaria. A Genova è riuscita ad affermarsi professionalmente a prescindere dal riconoscimento dei titoli di studio precedenti, anche in settori diversi da quelli in cui aveva operato.
    Il concetto chiave che emerge dall’incontro con Maria Eugenia Esparragoza è l’importanza di promuovere uno sguardo diverso sui luoghi attraversati quotidianamente, sul centro storico, sulla città e svegliare l’interesse per l’ambiente e le persone che ci stanno intorno.

    I nuovi cittadini genovesi, persone di origine straniera ma profondamente radicate dal punto di vista personale, professionale e culturale, in Italia e a Genova, possono apportare un contributo fondamentale. Sono portatori di un punto di vista complesso, nel quale si compendia l’esperienza dello sradicamento e della migrazione con quella dei nuovi legami sociali e culturali con il territorio nel quale risiedono.
    Genova ha una peculiarità: la grande presenza di residenti di origine latinoamericana iniziata a crescere negli anni novanta a causa della crisi politica ed economica di alcuni paesi dell’America Meridionale e, poi, consolidata con i ricongiungimenti familiari e l’implementazione di catene migratorie con al centro la nostra città. Un percorso simile è avvenuto nelle regioni adriatiche e in alcune zone del Nord con l’immigrazione albanese, esplosa con la crisi dei regimi filosovietici e oggi generalmente integrata con successo nel tessuto sociale del paese. Ora iniziamo ad assistere, complice la crisi economica in Italia e Europa, al fenomeno della contravuelta, del rimpatrio assistito sostenuto dai governi dei paesi d’origine.
    Queste storie, al di là delle particolarità individuali di ognuna, ci spingono a interrogarci anche sui processi migratori attuali, originati come allora da una catena di crisi politiche ed economiche esplose nella fase delle cosiddette “Primavere Arabe”, e vissuti dai media e dall’opinione pubblica come emergenza permanente. Nel medio periodo non si può escludere che questi fenomeni migratori potrebbero consolidarsi e assumere caratteristiche simili a quelle degli anni Novanta, compresi i ricongiungimenti familiari e la contravuelta, pur riconoscendo che alcune delle questioni geopolitiche che li hanno aumentati siano di difficile risoluzione.

    L’incontro con Maria Eugenia è anche uno stimolo a interrogarsi su quanto di vero e quanto di stereotipico ci sia nella diffusa immagine che ritrae quello di Genova (città che come altre in Italia, e forse più lentamente e riottosamente, sta vivendo il lento abbandono dell’identità urbana di polo industriale) come un ambiente un po’ chiuso, tendenzialmente diffidente e ostile verso l’innovazione, le nuove idee e i nuovi punti di vista.

    Qual è stato il tuo percorso di studi e di lavoro prima di arrivare a Genova nel 1993?
    «In Venezuela, ho iniziato a scrivere a 14 anni su giornali e riviste, prima su un giornale regionale e poi sui media più importanti. Per me scrivere era un divertimento, non c’erano tutti i mezzi di oggi per farsi pubblicare. Avrei voluto studiare antropologia ma, in quel periodo, l’Università centrale è stata chiusa per più di anno a causa di moti studenteschi. Come tanti della mia generazione, ho ripiegato su un’università privata e mi sono laureata in Comunicazione sociale con specializzazione in audiovisivi. Dopo aver lavorato due anni all’Ufficio centrale dell’informazione, ho trovato modo di andare a Parigi a studiare antropologia filmica, collegandola così a quanto avevo studiato fino ad allora. In Venezuela ho anche insegnato 10 anni nella stessa università in cui avevo studiato.
    Il mio progetto era quello di realizzare un film che mettesse in relazione il continente sudamericano e quello africano. Grazie ad alcuni premi di progetti vinti dopo la tesi e varie collaborazioni, ho svolto ricerche socioantropologiche sul campo, in Congo, scoprendo che era proprio da quell’area che provenivano molti degli schiavi portati in Venezuela dal continente africano, mentre tutte le ricerche sugli afrodiscendenti si concentravano sulla costa occidentale.
    Il risultato di queste ricerche è stato il documentario Salto al Atlántico, il primo film a connettere due continenti che non si parlavano, in un periodo in cui non c’erano tutti i mezzi di oggi per connettere le persone attraverso i media. Salto al Atlántico negli anni successivi è stato proiettato in numerose occasioni e festival in Europa e in America Latina, vincendo anche alcuni premi. Nel 1992 il film, che era disponibile all’ambasciata venezuelana, è stato richiesto dall’organizzazione delle Colombiane ed è stato proiettato per la prima volta a Genova. Io sono arrivata in Italia l’anno successivo, ho conosciuto il Laboratorio Migrazioni del Comune che si era occupato della proiezione del film e, grazie anche al film, ho iniziato con loro un percorso di collaborazioni e consulenze». 

    La tua laurea in Comunicazione sociale è stata riconosciuta in Italia?
    «Non ho fatto riconoscere in Italia la mia laurea. Stavo per iniziare il percorso di convalida, quando mi si sono presentate opportunità di lavoro per docenze a contratto in lingua spagnola, per le quali non era richiesta, e dal 2000 svolgo collaborazioni in questo settore. Avevo già un titolo di studio europeo, il dottorato a Parigi.
    In Italia avrei voluto riprendere a occuparmi di giornalismo. Molti me lo hanno sconsigliato e mi hanno detto che il percorso era lungo e difficile. In Venezuela l’albo dei giornalisti accetta direttamente i laureati dell’Università, e può ammettere chi dimostra di aver lavorato nel settore senza essere laureato. Ho rinunciato: è rimasto un sogno nel cassetto. Ogni tanto scrivo qualcosa e lo metto lì dicendomi che almeno online dovrei pubblicare qualcosa prima o poi».

    Hai avuto ostacoli o difficoltà di affermazione professionale legati all’assenza o ai lunghi tempi richiesti per l’acquisizione della cittadinanza italiana?
    «Io ero sposata con un italiano ma all’inizio non ho voluto prendere la cittadinanza italiana per non perdere la mia, in quanto il Venezuela prima della rivoluzione di Chavez non accettava la doppia cittadinanza. Non mi sono precipitata nemmeno quando avrei potuto, vedevo i miei diritti abbastanza riconosciuti e ho perso la possibilità di accedere a un concorso per coordinare il Centro Scuole e Nuove Culture perché non ero italiana. Allora mi sono attivata, fra la richiesta e l’ottenimento sono passati 5 anni».

    Un sistema di accesso al mondo del giornalismo incentrato sul vincolo del titolo universitario, come in Venezuela, potrebbe essere utile a migliorare il livello di approfondimento e qualità nel trattare il tema delle migrazioni?
    «Potrebbe essere. Però io vedo che anche nei miei corsi non c’è un grande interesse a parlare in modo approfondito di migrazioni. Diventa molto difficile, anche per questo, farlo attraverso i media. Una preparazione specifica dei giornalisti che si occupano di migrazioni potrebbe migliorare la qualità linguistica del messaggio…lo strumento linguistico spesso è usato in maniera superficiale».

    Quando sei arrivata a Genova hai tentato di inserirti professionalmente nel settore dell’audiovisivo e dell’industria creativa?
    «Ho provato un paio d’anni ma, non vedendo a Genova grosse prospettive nell’audiovisivo e nell’industria filmica, ho deciso di dedicarmi ad altro. Non credo che ci siano grossi investimenti. Nel 2007 ho deciso di riprovarci e ho presentato il documentario Rifare i Bagagli al Genova Film Festival. Trattava il tema dell’impatto delle migrazioni sugli adolescenti. Mi piacerebbe riprendere in mano il tema e rifarlo ora, 10 anni dopo, e vedere che cosa è cambiato. Negli anni successivi sono entrata a far parte della giuria del Genova Film Festival».

    Ci sono spazi a Genova per l’affermazione professionale di cittadini stranieri con competenze audiovisive e filmiche? Ci sono giovani e persone della cosiddetta “seconda generazione” attivi nel settore?
    «Credo che per loro sia molto difficile, qua c’è un ambiente in generale piuttosto bloccato. Sono con il Genova Film Festival da quando è nato e di prodotti fatti da migranti, o figli di, ne ho visti veramente pochissimi. Non è che non ci siano, solo non vedono molti canali per esprimersi. La situazione in tutto il Nord e nell’Italia in generale non la vedo in grandissima espansione. Il settore è difficile per tutti, anche per gli italiani.
    A Genova ci sono personalità eccellenti nel settore cinematografico con collaborazioni a livello nazionale o internazionale, ma si tratta di profili specializzati in settori e riprese particolari. In generale per fare grandi cose devi andare almeno a Milano, Torino o Roma».

    La città di Genova, anche se relativamente propensa a una buona accoglienza verso i nuovi cittadini, è molto spesso dipinta come tendenzialmente conservatrice e poco propensa all’innovazione. Pensi che sia uno stereotipo o ci sono elementi di verità in questo punto di vista?
    «Mi sembra che la “piazza” sia difficile in generale. Da 2 anni assieme ad altre persone collaboro con il progetto Migrantour attivo anche in altre città italiane. Migrantour organizza passeggiate culturali per promuovere uno sguardo diverso sulla città e sul centro storico genovese: la città vecchia con gli occhi dei nuovi cittadini.
    E’ questo che io penso debba essere fatto: parlare a tutti! E’ come nel giornalismo: l’obiettivo non deve essere solo fare la stampa per i migranti, bisogna parlare a tutti, proporre un punto di vista diverso sui luoghi delle città, sui temi che interessano la cittadinanza. Svegliare l’interesse delle persone per quello che ci sta accanto.
    Con Migrantour abbiamo organizzato diverse passeggiate tematiche per interessare la cittadinanza su diversi temi: una sul caffé, una in occasione della giornata mondiale dell’acqua, una in occasione della Pasqua Ortodossa, un’altra sulle piante medicinali. Per quest’ultima, la persona si era preparata moltissimo e abbiamo dovuto rinunciare per mancanza di quorum. Se faccio un confronto con i numeri di Migrantour in altre città, mi chiedo se sia la piazza stessa a essere poco ricettiva. Ho partecipato a una di queste passeggiate a Torino, nel quartiere di Porta Palazzo, e c’erano più di 150 persone. È vero che là i numeri sia degli stranieri residenti che della popolazione in generale sono superiori, ma credo che qua ci sia un problema di ricettività. Occupandomi da molti anni di migrazioni e intercultura, mi sono resa conto che in città le voci e le sensibilità che si muovono su certi temi sono sempre le stesse. Il punto è come fare per arrivare a parlare anche ad altri? Forse un impulso potrebbero darlo le istituzioni, ma la vedo difficile, viviamo un’epoca di restrizioni. Ho la sensazione che oggi molti degli spazi che si erano aperti 10/15 anni fa su questi temi si stiano chiudendo».

    Andrea Macciò

  • Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    home-restaurant-therese-theodorL’incontro con la nuova genovese di oggi, Thérèse Theodor, nata ad Haiti e residente in Italia dal 1978, ci porta nel mondo dell’home restaurant. Per home restaurant si intende un servizio di ristorazione svolto all’interno della propria abitazione, una pratica nata nel 2006 a New York, estesa negli anni successivi in Europa e che grazie alle possibilità offerte dal web e dai social network si è estesa negli ultimi anni anche in Italia.
    L’home restaurant ha permesso a molte persone appassionate di arti culinarie di trasformare la propria cucina in un ristorante aperto occasionalmente alle altre persone, non solo amici e conoscenti, ma anche turisti e viaggiatori che possono così sperimentare la cucina originale dei luoghi visitati e ricette frutto dell’inventiva personale o delle tradizioni familiari.
    Al centro del nostro incontro con Thérèse Theodor c’è la cucina haitiana, non molto conosciuta nel nostro paese: scopriremo le affinità tra la cucina haitiana e molte tradizioni regionali e che oggi in Italia si può cucinare “haitiano” usando prodotti locali italiani.
    La ricchezza e la varietà delle tradizioni regionali in cucina, d’altra parte, è il piacevole risultato di secoli di contaminazioni e incroci culinari, che ci hanno regalato delle tradizioni naturalmente fusion, come la cucina siciliana della quale ci parlerà Thérèse.

    Attualmente in Italia l’home restaurant non ha ancora una propria disciplina specifica e viene esercitato come attività occasionale. Ci sono due proposte di legge in Parlamento, una del 2014 e una del 2015, per disciplinare lo svolgimento di questa attività, non ancora discusse e approvate. Può essere di sicuro una grande opportunità per tutte le persone con ottime abilità culinarie frenate nell’esprimere la propria creatività dai costi richiesti per l’apertura di un’attività di ristorazione tradizionale.
    Per i nuovi cittadini abili nel cucinare c’è un’opportunità in più: rovesciare il punto di vista del senso comune “ospitando chi li ospita”, come afferma Thérèse, e contribuire a diffondere la conoscenza reciproca e ad abbattere stereotipi. Quella culinaria resta un’area di diffidenza “interculturale”; una delle prime cose che si pensano rispetto a un paese che si conosce poco è: ma là, che cosa mangeranno?

    L’home restaurant fa parte di tutta quella serie di attività definite sharing economy, un nuovo stile di fare impresa basato sulla condivisione sociale e sull’incontro fra produttore e consumatore attraverso i servizi offerti dalla rete e dai social network, diffuso soprattutto nella gastronomia, nel turismo e nei trasporti. La sharing economy è un interessante ibrido fra l’esperienza gratuita della condivisione sociale e l’attività economica.

    La relazione fra il passeggero dei servizi di trasporto e il guidatore, ad uno sguardo immediato, ha le caratteristiche del passaggio gratuito fra amici e conoscenti pur configurando una transazione economica formalizzata. Qualcosa di simile accade nell’home restaurant: un’esperienza che fonde le caratteristiche dell’invito a cena in casa e del mangiare fuori, al ristorante.
    La convivenza con i servizi tradizionali di trasporti, ristorazione e turismo è piuttosto difficile per la concorrenza che si è creata a fronte di diversi inquadramenti legali e fiscali: per questo, molti auspicano una più precisa regolamentazione legale dell’home restaurant e di altre attività di sharing economy.
    Il vantaggio sarebbe una maggiore chiarezza e la possibilità di lavorare in modo non occasionale; c’è però il rischio che un’eccessiva regolamentazione possa ridurre l’aura di informalità che contribuisce ad accrescerne il fascino rendendo l’offerta della sharing economy sempre più simile a quella tradizionale. La discussione è aperta.

    home-restaurant-therese-theodorCome definiresti il tuo rapporto con la cucina?
    «La cucina è una passione che ho avuto fin da bambina. Una passione che ho cercato a volte di soffocare per fare altro….ma che, alla fine, si è sempre ripresentata!
    Io sono una persona molto curiosa, non mi piace solo la mia cucina, mi piace “la” cucina. Quella italiana è così diversa da regione a regione!
    Quando sento qualcuno che deve andare ad Haiti, la prima cosa che si chiede è: cosa mangeranno? Ognuno mangia più o meno quello che produce, non ci si può portare dietro tutto il bagaglio! C’è però un trait d’union tra la cucina haitiana e molti piatti regionali italiani. Alcune ricette siciliane, molto saporite, sono simili alle nostre; in Liguria, come ad Haiti, si usa molto lo stoccafisso, dalle frittelle all’accomodato e il pandolce genovese ricorda alcuni dolci haitiani; in Abruzzo, ci sono fagiolane simili alle nostre cucinate in modo quasi uguale; in Lombardia c’è la cassoeula che è molto simile ad un piatto haitiano che si serve proprio con la polenta! Quello che trovo sbagliato è che un francese vada a cercare all’estero piatti francesi, o un italiano la pasta o la pizza. Quando si viaggia è bello provare ad assaggiare ciò che non si conosce.
    Ad Haiti ho iniziato a lavorare nel catering a casa. Si lavorava soprattutto nei giorni di festa, o si preparavano matrimoni, cresime, comunioni in casa, e la persona veniva a ritirare l’ordinazione quando era pronta.
    A me piaceva soprattutto preparare le cose salate. Ho sempre pensato che ci sono tre cose che si condividono molto volentieri con gli altri: il cibo, la musica e lo sport. Davanti a una partita di pallone, non c’è colore della pelle che tenga! Il cibo, uguale! La musica, uguale!».

    Dopo il tuo arrivo in Italia, hai subito iniziato a lavorare nel settore della ristorazione?
    «In Italia sono arrivata nel 1978, con un contratto internazionale, quando gli italiani non sapevano neanche cosa fosse l’immigrazione. Per tre anni ho lavorato sempre in cucina in una casa privata, poi non mi trovavo bene e sono andata via. Ho abitato per un periodo a Torino, ho preso il diploma di parrucchiera ed estetista, mi sono fatta un famiglia; alla fine ho preferito tornare a lavorare nelle case.
    Da molti anni lavoro nella stessa, e cucinando anche per ospiti e amici, ora a Genova grazie al passaparola sono abbastanza conosciuta e mi sono chiesta: perché non inserire anche qualche piatto haitiano?
    Dentro una parte del mio cuore, c’è sempre stato il desiderio di esprimermi culinariamente. Così, dal gennaio del 2016, ho iniziato una mia attività di home restaurant».

    Ti piacerebbe che l’home restaurant diventasse la tua professione principale?
    «Vorrei che fosse cosi, forse presto lo sarà. E’ un sogno che vorrei portare avanti. Per ora è un’attività di tipo occasionale e per me ancora molto sporadica. Ora faccio home restaurant due volte alla settimana, e solo su ordinazione. Se dovesse concretizzarsi, diventerà la mia posizione professionale, e allora mi occuperò solo delle mie padelle, dei miei commensali».

    Attraverso quali canali i clienti sono venuti a conoscenza della tua attività?
    «Arrivano col passaparola. Il primo grande impatto è stato grazie ai media, ho anche cucinato in diretta tv per il Festival Suq. Molte persone si sono avvicinate alla mia attività dicendomi, ti ho visto sul giornale, ti ho visto in tv. Un gruppo è tornato di nuovo, e ha portato altre persone.
    Per essere a Genova è una cosa che stupisce, ma che non mi stupisce. So che il genovese si conquista col contagocce, ma una volta che ti conosce, diventi un’amica per la pelle. Qua mi sento accolta, e poi c’è il mare che mi aiuta a vivere!
    A tutti quelli che vengono al mio home restaurant chiedo di scrivere un pensiero, che sia una critica, che sia una lode, per vedere se posso migliorare, se ci sono dei cambiamenti da fare. Le persone che sono venute, almeno le prime, non le conoscevo nemmeno, credo che fossero di un livello sociale abbastanza alto, perché, quando gli ho chiesto di valutare con un prezzo menù, servizio, cortesia, hanno indicato un prezzo molto alto, non tutti possono permettersi di spendere così tanto per andare a mangiare fuori. Come età sono tutti dai 20 anni in su, ho avuto anche bambini accompagnati dai genitori».

    home-restaurant-therese-theodorChi ti contatta per una cena concorda già prima il prezzo e il menù o viene definito nel corso della serata?
    «Il prezzo è già definito, vieni e sai già quanto spendi! Il menù invece no, è al buio! L’unica cosa che chiedo è se ci sono intolleranze e allergie. Nella mia clientela ci sono anche diversi vegetariani e vegani. Non è vero che se uno non mangia carne, non mangia bene, il segreto è saper abbinare i piatti. Tutto quello che è stato creato di commestibile può essere piacevole al palato e allo spirito, basta solo saperlo cucinare».

    Negli ultimi anni, le cosiddette“cucine etniche” sono diventate piuttosto di moda in Italia. L’home restaurant può essere un’opportunità in più rispetto alla ristorazione tradizionale per far conoscere e condividere altre tradizioni e specialità culinarie e le culture che le accompagnano?
    «Per me è una grande opportunità. Tramite il cibo, tramite l’accoglienza casalinga, tu, ospite di un paese, ospiti chi ti ospita. Chi vede il tuo vissuto, chi varca la porta di casa tua, se aveva un’opinione negativa di te, si rende conto che era sbagliata. Avvicinarsi a una persona nel suo ambiente casalingo ti permette di capire che tipo di persona è, quali sono i suoi sentimenti, che cosa pensa. Per ogni immigrato sarebbe un’opportunità ospitare qualcuno a casa e avere la possibilità di parlargli di quello che ama!
    L’approccio casalingo, per me nato ad Haiti, in Europa e in America c’è già da molti anni. In Italia arriviamo sempre in ritardo, e quasi sempre si comincia da Milano e Roma. A Genova tanti hanno iniziato, non so quanti abbiano continuato. Io mi sono detta: voglio vedere se Haiti riesce a dire: ci sono, venite, ritornate».


    Andrea Macciò

  • Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    edith-ferrariIn molte libere professioni l’ostacolo per l’affermazione professionale dei cittadini stranieri è rappresentato dal riconoscimento dei titoli accademici conseguiti nel paese di origine. La storia di Edith Ferrari, psicologa e psicoterapeuta residente a Genova dal 1991, nata in Perù da padre di origine italiana, e attualmente presidente del Colidolat (Coordinamento ligure donne latinoamericane), ci parla di un percorso a ostacoli costellato da studi universitari che è stata costretta a riprendere quasi da capo, dalla necessità di spostarsi per lezioni ed esami in una città diversa da quella di residenza e dalla difficoltà di trovare gli impieghi temporanei necessari per sostenere i costi del percorso di studi.
    Ora ha raggiunto il suo obiettivo professionale e opera nella nostra città come psicologa/psicoterapeuta libera professionista, collabora con la Casa circondariale di Pontedecimo e con l’ospedale Galliera nell’ambito del progetto SOSstegno Donna, dedicato alla cura e all’assistenza delle persone vittime di maltrattamento relazionale che accedono al pronto soccorso. In passato si è occupata dell’inclusione scolastica degli alunni di origine straniera.

    Grazie alla sua esperienza, in questa seconda puntata di “Nuovi genovesi” ci soffermeremo sul tema del contrasto alla violenza relazionale e, in particolare, alla intimate partner violence (violenza sulle donne ad opera del partner). Un fenomeno strutturalmente e storicamente sommerso, spesso confinato tra il segreto di mura private, tanto che correntemente viene utilizzata l’espressione “violenza domestica”, e che solo recentemente sta iniziando a emergere in maniera più significativa.
    Ribaltando un radicato stereotipo che rappresenta l’aggressore come lo sconosciuto per eccellenza, la stragrande maggioranza degli autori di violenza relazionale sono mariti o ex mariti, conviventi (o ex), fidanzati (o ex). Il senso comune (e molte analisi superficiali o strumentali) correlano la violenza di genere all’origine geografica, alla confessione religiosa, al disagio economico-sociale o a un mix di questi fattori; non è infrequente chi lega direttamente l’apparente aumento delle violenze sulle donne (che potrebbe essere dovuto invece a una maggiore emersione) all’accresciuta presenza di immigrati e residenti di origine straniera.
    La testimonianza di Edith ci racconta una realtà diversa, una realtà assolutamente trasversale.
    Non esistono rilevanti differenze di origine geografica, istruzione e posizione sociale fra gli aggressori e simile è la tipologia delle violenze inflitte; solo, in alcuni contesti o culture, le donne possono tendere a sopportare di più la violenza relazionale.
    La presenza di una professionista di origine straniera e bilingue, che ha vissuto personalmente l’esperienza migratoria e che può comunicare in maniera immediata con donne della comunità linguistica ispanofona, la più diffusa a Genova, si è dimostrata un valore aggiunto per aumentare la consapevolezza delle donne immigrate rispetto al fenomeno della violenza relazionale e a renderla sempre meno tollerata e sopportata dalle donne stesse e dalla sensibilità pubblica.

    Quando sei arrivata in Italia eri già in possesso di una laurea. Che percorso hai dovuto fare per vedere riconosciuto il tuo e l’esercizio della professione di psicologa?
    «Mi sono laureata in Psicologia clinica in Perù nel 1990 e abito in Italia dal 1991. Mi sono re-iscritta a psicologia nel 1992 e mi sono laureata in un’università italiana nel 1995! I miei studi precedenti sono stati riconosciuti solo parzialmente, ho dovuto reiscrivermi all’Università e frequentare il terzo, quarto e quinto anno. Mi sono dovuta spostare a Torino, perché allora a Genova non esisteva il corso di laurea in Psicologia. In seguito ho conseguito la specializzazione in psicoterapia ad indirizzo lacaniano all’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma e un master in Criminologia all’Università di Genova nel 2012. Ci sono stati molti sacrifici: spostarsi in altre città, non tornare per molti anni in Perù, conciliare studi e vari lavori temporanei per sostenere le spese della laurea. Sono riuscita a farli perché sapevo che lo facevo per prendere la laurea, che non ero condannata a fare quel lavoro per sempre. Ora ho la fortuna di fare il mio mestiere, quello che ho scelto, di lavorare in quello che è mio! Il problema è che qui in Italia studiare costa molto. Io ho avuto una famiglia e un marito che mi hanno appoggiato, ma come potrebbe riuscire a laurearsi una persona sola e che deve mandare soldi alla famiglia? Laurearsi costa molto, in molti esami c’erano i libri scritti dai professori da comprare e gli ostacoli burocratici mettono a dura prova la voglia di farlo! Io ci sono riuscita perché lavoravo poche ore al giorno, avevo un marito, non avevo figli in Perù e i miei genitori non erano soli, non essendo l’unica figlia. E poi c’è tutta la vita degli affetti che per un immigrato è molto complicata, ed è una cosa che raramente il cittadino medio pensa. Se i miei genitori, o i miei figli, sono in Perù, non è che posso prendere il treno e andare a trovarli nel fine settimana».

    Per quanto riguarda l’iscrizione all’Ordine Professionale o la partecipazione a concorsi, hai avuto personalmente o sei a conoscenza di limitazioni di accesso legate al possesso della cittadinanza italiana?
    «Personalmente ho la cittadinanza per famiglia, perché l’Italia riconosce l’ascendenza familiare fino alla terza generazione. Come cittadina italiana, ho partecipato a concorsi per incarichi a tempo determinato e a progetto, nei quali era richiesto essere residenti, regolarmente soggiornanti in Italia e a posto coi documenti, ma non mi risulta che ci fosse il requisito della cittadinanza.
    Nel mio caso il problema ha riguardato non l’iscrizione all’ordine professionale, ma il riconoscimento degli studi e della laurea. Gli Stati Uniti, che riconoscono le lauree acquisite all’estero senza problemi, sono più furbi…si trovano molti professionisti qualificati sul territorio senza dover fare grossi investimenti».

    Le statistiche sulla violenza domestica vedono la Liguria fra le regioni italiane con un maggior tasso di ”vittimizzazione” per violenza fisica. Ci illustri brevemente la tua esperienza e le caratteristiche del tuo lavoro presso l’ospedale Galliera?
    «Qua arrivano le vittime di violenza domestica, fisica, psicologica ed economica. A volte in modo spontaneo, a volte accompagnate dalle Forze dell’Ordine. A tutte le donne che arrivano, noi offriamo un ciclo di incontri gratuiti e dopo dobbiamo passare i casi ai centri territoriali.
    E’ molto importante il lavoro degli infermieri del triage perché sono molti i casi di violenza mascherata, le classiche donne che affermano di essere “cadute”, le persone che arrivano con stati di ansia o panico, appelli che la persona fa perché non riesce a comunicare diversamente.
    Il nostro scopo è accompagnare queste persone alla consapevolezza, a mettere fine a una relazione mortifera che contribuiscono a tenere in piedi, quello che noi chiamiamo rettifica soggettiva.
    La denuncia, che è solo l’inizio, è destinata a decadere se non è accompagnata dalla ferrea consapevolezza della donna. Noi dobbiamo farle capire perché va ad incontrare sempre lo stesso tipo di persona. Nell’anamnesi di queste persone ricorrono gli incontri con uomini che le maltrattano; possono cambiare partner, ma è come se si innamorassero sempre della stessa persona. Se tu puoi dire di no, o dire di sì, perché dici sì? È questo che dobbiamo farle comprendere. In questa vita tutto ha un limite, ma per alcune donne questo limite non esiste».

    Qual è l’incidenza percentuale delle donne straniere rispetto agli accessi al pronto soccorso?
    «Il 60% dell’utenza femminile è composta da italiane e il 40% da straniere. La maggioranza è di origine sudamericana, la comunità a Genova più numerosa. Nella tipologia di maltrattamenti, non ci sono grandi differenze tra straniere e italiane, non prevale in un gruppo la violenza fisica piuttosto che quella psicologica. Per alcuni versi, la donna immigrata è più vulnerabile per tutte le questioni legate al soggiorno e ai documenti».

    La violenza domestica e sulle donne nelle sue diverse forme è trasversale o ci sono picchi specifici legati alle differenze culturali o al disagio sociale ed economico?
    «La violenza è un fenomeno assolutamente trasversale. Qua arrivano donne italiane e straniere, arrivano donne laureate, con un lavoro, economicamente autonome che potrebbero cavarsela da sole. Noi vediamo una gamma completa di posizioni socioculturali ed economiche, sia tra le straniere che tra le italiane. Nella maggioranza dei casi, i maltrattamenti durano da anni, sono pochissime le persone che vengono al pronto soccorso la prima volta che il partner le ha picchiate. In questi anni molte donne provenienti da culture nelle quali il fenomeno della violenza è più sopportato cominciano a prendere coscienza che tutto ha un limite, e questo è un fatto per noi assolutamente positivo».

    La presenza di una psicologa di origine straniera e bilingue può essere utile per incoraggiare le donne straniere a ricorrere a questo servizio e intraprendere un percorso di consapevolezza e emancipazione dalla violenza?
    «Sì, certamente è un valore aggiunto. L’ospedale Galliera è in questo momento l’unico a offrire un servizio del genere e l’unico a contare su una psicologa e psicoterapeuta bilingue. Non ce ne sono molte in Liguria e in generale in Italia. Personalmente mi è stato utilissimo il corso di mediazione culturale attivato a Genova nel 1995, uno dei primi in Italia. Per certi tipi di quadri clinici è importante non solo la laurea, la formazione, l’esperienza, ma soprattutto il lavoro su se stessi. Chi lavora con sex offenders, donne maltrattate, rifugiati e richiedenti asilo che venendo qua hanno perso tutto e spesso subito violenza fisica e psicologica (fra di loro ci sono molte donne che sono state violentate) si confronta con sofferenze molto profonde. Puoi avere tutte le lauree di questo mondo ma, se non hai fatto un lavoro su te stesso, rischi il burnout. Essere psicologa e straniera ha implicato investimento sulla mia formazione e un lavoro su me stessa non da poco».

     Hai lavorato per molti anni come psicologa in progetti nel mondo della scuola: come valuti l’evoluzione del rapporto fra la scuola italiana e le giovani generazioni di origine straniera nell’ultimo decennio?
    «I figli degli stranieri nati in Italia o arrivati nell’età della materna sono più agevolati, strutturati mentalmente e capiscono benissimo la logica italiana. Chi è arrivato a 9/10 anni o in età adolescenziale, ha più problemi e su di loro c’è attenzione insufficiente; molti hanno anche smesso di studiare. Si rischia di avere una generazione semi-analfabeta nella propria lingua madre, ma anche in italiano, perché non leggono. Questo non è un danno solo per lo straniero, può essere un boomerang per quel paese che lo consente, un danno per tutta la società.
    Con la crisi, molte famiglie, soprattutto sudamericane, con figli adolescenti arrivati qua a 6 o 7 anni, sono state costrette dalla perdita di lavoro e della casa a tornare nel paese d’origine. E’ stata una generazione molto provata da tutti questi cambi di colori, di odori, di clima, che possono essere molto destabilizzanti per una ragazzina o un ragazzino.
    In un passato recente, molte scuole di “barriera” erano attive con iniziative e progetti, avevano a disposizione un budget in più per attivare laboratori e attività dedicate, molti progetti erano coordinati dal Centro risorse alunni stranieri, io stessa ho lavorato come psicologa in sportelli pagati direttamente dalle scuole, tramite fondi canalizzati. Negli ultimi anni, ho notato un’evoluzione in senso regressivo e uno scarso riconoscimento, non solo economico, del lavoro degli insegnanti.
    Nel mio lavoro ho conosciuto molti docenti che avevano l’umanità, l’elasticità mentale di mettersi in gioco, di capire che se il modo in cui ho insegnato finora mi serviva, ora non mi serve più, perché il target è cambiato. È molto più facile dire: è lui che non capisce che chiedersi “come posso fare io per farmi capire?”».


    Andrea Macciò

  • Da Genova, la prima giornalista “non comunitaria” direttrice di una testata multiculturale

    Da Genova, la prima giornalista “non comunitaria” direttrice di una testata multiculturale

    radio19latinofotoredazione 1Da alcuni anni sono le nuove voci dell’informazione italiana. Voci che hanno contribuito a mettere in discussione gli stereotipi, gli automatismi linguistici, le generalizzazioni che caratterizzano il discorso pubblico sulle migrazioni, troppo spesso schiacciato su una logica di emergenza permanente che ci ha reso più difficile comprendere la recente trasformazione dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Caratteristica ora di nuovo in crisi, con l’aumento dell’emigrazione degli italiani in altri paesi dell’UE alla ricerca di opportunità lavorative e la minore attrattività del nostro paese per i cosiddetti “migranti economici”. Voci preziose per indurci a riflettere su criticità e particolarità dell’informazione italiana, quali la forte rilevanza che assume la cronaca nera, e che hanno contribuito a ripensare norme e leggi scritte in un periodo storico nel quale non esisteva il web e la televisione trasmetteva con un unico canale analogico.
    Queste voci sono i giornalisti di origine straniera, iscritti all’Ordine dei giornalisti nelle diverse regioni di competenza e riuniti dal 2010 nell’ANSI (Associazione Nazionale Stampa Interculturale) gruppo di specializzazione della FNSI che, oltre al sostegno professionale agli iscritti, promuove la competenza interculturale nel giornalismo italiano e un’informazione responsabile sui temi inerenti le migrazioni. E’ composta da giornalisti che lavorano per le testate a larga diffusione e per i media multiculturali, le iniziative rivolte a un target di residenti di origine straniera e di madrelingua non italiana che si sono affermate negli ultimi anni anche nel nostro paese.
    E, nonostante la Liguria non sia fra le regioni più attive nella diffusione dei media multiculturali, nei quali molti dei soci ANSI hanno affinato la propria professionalità, è stata proprio una giornalista di origine peruviana di Genova, iscritta all’ordine dei giornalisti della Liguria, a contribuire ad abbattere uno degli ultimi simbolici “muri” che impedivano il pieno riconoscimento della professionalità dei giornalisti stranieri.
    Una lunga battaglia legale iniziata da ANSI (con il sostegno di ASGI- Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione e dell’organizzazione non governativa COSPE) nel 2011 per superare un comma dell’articolo 3 della legge 47 del 1948 sulla stampa che impediva ai giornalisti stranieri con passaporto straniero non comunitario – i comunitari sono stati ammessi nel 1996 – di assumere la qualifica di direttore responsabile di una testata.
    Una conquista fondamentale dal punto di vista pratico, perché permette di promuovere nuove iniziative senza essere costretti a ricorrere all’aiuto di colleghi italiani, e dal punto di vista simbolico, perché rendendoli “responsabili” nei confronti dei contenuti dei media ne riconosce la professionalità.

    Dall’estate 2015, Domenica Canchano è la nuova direttrice responsabile della testata online www.cartadiroma.org, espressione dell’associazione Carta di Roma di cui sono soci fondatori il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) con diverse associazioni della società civile e che ha la finalità di promuovere un’informazione corretta e responsabile sulle migrazioni in attuazione di un protocollo deontologico sottoscritto nel 2008.

    La storia professionale di Domenica, oltre ad essere un esempio di caparbietà e passione per la propria professione, è fortemente legata al territorio genovese e al processo di radicamento e integrazione della grande comunità latinoamericana che lo abita. È stata la protagonista di iniziative “rivoluzionarie” che hanno portato una ventata di novità nel panorama informativo cittadino e che sono diventati ben presto un punto di riferimento per i residenti latinoamericani di Genova e della Liguria.

    domenica-canchanoAllo stato attuale un altro giornalista con passaporto non comunitario potrebbe registrare automaticamente una nuova testata in qualsiasi tribunale italiano?
    «Ad agosto dell’anno scorso io e alcuni colleghi di ANSI abbiamo depositato la registrazione del sito online www.cartadiroma.org. Questa è da considerarsi la prima piccola apertura da parte di un tribunale italiano, il Tribunale di Roma. Negli anni passati avevamo già provato a registrare altre testate – in particolare nel 2014 il sito online Prospettive Altre promosso da ANSI E COSPE – nei tribunali di Genova e Torino, ma, in tutti e due i casi, la domanda non era stata accolta. Il comma dell’articolo di legge sulla stampa è ancora da modificare. Questa è un’altra battaglia che l’ANSI sta portando avanti».

    La stessa domanda, fatta dalla stessa persona e con gli stessi requisiti, potrebbe quindi accolta da un tribunale e respinta da un altro?
    «Sì, basta vedere il mio caso. Ogni tribunale ha la propria autonomia».

    radio19latinofotoQuali sono le tue esperienze lavorative nei media locali genovesi?
    «La prima esperienza, con cui ho iniziato più di dodici anni fa, è stata il Noticiero, il primo “notiziario” in lingua spagnola in onda dal 2002 al 2007 su TeleGenova. Lo spagnolo era stato scelto per fornire un migliore servizio a chi sapeva poco la lingua e aveva bisogno di conoscere meglio i propri diritti e i doveri….e più che un telegiornale vero e proprio era uno spazio di approfondimento, non ha mai fatto cronaca in senso stretto. In seguito, sono passata a collaborare con Metropoli, allora supplemento di Repubblica, e ho collaborato sempre con l’edizione genovese di Repubblica. Poi, ho iniziato a lavorare per Il Secolo XIX, curando la pagina bilingue, in spagnolo e italiano, Génova Semanal, una pagina di servizio per i latinoamericani. Ho lavorato contemporaneamente con la radio del Secolo, Radio 19, con la trasmissione Radio 19 latino, e per la cronaca locale del Decimonono».

    Su quale esigenza informativa non coperta dai media mainstream le iniziative in lingua rivolte ai residenti di origine straniera dovrebbero puntare di più?
    «La comunità latinoamericana ha sicuramente bisogno di informazione di servizio. Inoltre, pur essendo la maggior parte dei cittadini latinoamericani residenti a Genova e in Liguria presenti in Italia da molti anni, nei media in lingua spagnola ci dovrebbe essere sempre un occhio di riguardo per le notizie dei paesi di origine. I media mainstream non coprono sufficientemente l’area latinoamericana. E questa è una carenza che dovrebbe essere rivista».

    A Genova c’è uno spazio di mercato per prodotti mediatici interamente o prevalentemente in lingua spagnola? O in altre?
    «Génova Semanal è stato un apripista in questo mercato, ma c’è spazio e futuro per altri progetti, non solo in lingua spagnola. E questo perché cresce, e non solo a Genova ma in tutta la Liguria, la presenza di cittadini non comunitari per i quali integrazione non vuol dire rottura con il loro passato e le loro terre di origine. Il discorso, dunque, è duplice: da un lato queste nuove iniziative si propongono di portare a queste persone, nella loro lingua madre, notizie, servizi, informazioni, che possano aiutare la loro integrazione e al tempo stesso valorizzare il loro senso di appartenenza comunitaria. Ma c’è un altro aspetto importante: calare nella realtà locale notizie dei Paesi di origine che altrimenti andrebbero perdute. L’una come l’altra, sono esperienze giornalistiche di intelligente “servizio”».

    Secondo te, i contenuti dell’informazione in lingua rivolta a un pubblico di madrelingua spagnola possono interessare anche cittadini italiani o altri gruppi di cittadini immigrati? Sarebbe possibile proporli in forma bilingue come già in parte avviene per Génova Semanal?
    «Spero di sì. Anzi, proprio sulla base della mia esperienza, ritengo che sia una sfida che si può vincere. Questo interesse esiste e, se intelligentemente curato, può avere ricadute positive in termini di crescita di una cultura dell’integrazione che viva su una più completa conoscenza dell’altro da sé. Attraverso questi contenuti si può favorire non solo la comunicazione linguistica e la conoscenza reciproca, ma anche l’approfondimento delle usanze e delle problematiche più profonde, ad esempio sul piano sociale, che caratterizzano le diverse comunità».


    Andrea Macciò