Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • IIT, Istituto Italiano di Tecnologia: la comunicazione con il territorio e la ricerca del personale

    IIT, Istituto Italiano di Tecnologia: la comunicazione con il territorio e la ricerca del personale

    iit-istituto-italiano-tecnologiaL’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è un orgoglio genovese. In più di un’occasione ne abbiamo parlato su queste pagine, in particolar modo, ormai due anni fa, vi avevamo raccontato la nostra giornata con i ricercatori dell’istituto sulle alture di Bolzaneto. In questi ultimi anni l’Istituto Italiano di Tecnologia è cresciuto molto anche per quanto riguarda la comunicazione con il territorio, in rete e non solo, un territorio che si è dimostrato ricettivo. Abbiamo discusso di questo con l’ufficio Comunicazione di IIT e abbiamo scoperto che l’Istituto seleziona i ricercatori in maniera innovativa e trasparente.

    «IIT si occupa di fare ricerca scientifica, ideare, progettare tecnologie che possano migliorare la vita dell’uomo e della terra. L’essere umano è al centro di questo percorso» ci raccontano. Un percorso che non si ferma al processo di ricerca prima e sviluppo poi, ma vuole spingersi fino all’avviamento alla produzione della tecnologia. Questo può avvenire in due modi o tramite la costituzione di start-up dei ricercatori o tramite un’azienda interessata alla produzione di quella specifica tecnologia.

    L’IIT esiste dal 2006, istituito come fondazione di diritto privato e vigilato da Ministero dell’istruzione, delle Università e della ricerca oltre che da quello dell’Economia e Finanza, e riceve ogni anno un finanziamento pubblico di 95 milioni ( l’1% dei fondi per la ricerca nazionale) oltre a finanziamenti privati. La sede centrale è a Genova, vi sono poi altri 11 centri sparsi in Italia e 2 negli Stati Uniti.

    La comunicazione

    Un’istituzione di livello internazionale interessata a comunicare e interagire il più possibile con il territorio nel quale risiede. «Abbiamo fatto molto negli ultimi anni per arrivare al pubblico generalista: i Caffè Scientifici (arrivati alla 4 edizione, ndr) ma non solo, abbiamo partecipato all’evento “La Storia in Piazza” con dei laboratori, ideato un concorso sull’energia a cui hanno partecipato numerose scuole genovesi  – raccontano da IIT – siamo consapevoli che IIT sia riconosciuto a livello internazionale ma molto meno sul proprio territorio e dal pubblico non specializzato. Su questo aspetto vogliamo migliorare».

    Ognuno degli undici centri sparsi per l’Italia comunica con il proprio territorio, alcuni in modo più assiduo ed efficace, altri meno. Gli eventi sono pensati e organizzati dalle varie sedi in modo indipendente, ma sono coordinati e sostenuti dalla sede centrale di Genova.

    «Gli eventi hanno avuto piena risposta dal territorio – continuano –  e in più da un paio di anni, pur avendo profili social da diverso tempo, si è deciso di utilizzarli in modo più bidirezionale di cercare di avere maggiore engagement (coinvolgimento degli utenti ndr). Utilizziamo principalmente Twitter e la pagina Facebook». Sui profili social si trovano le novità e gli eventi in programma.  IIT ha anche un gruppo su LinkedIn che utilizza, al momento solo per le ricerche di personale. Il canale Youtube è seguito (669 iscritti) e ogni video ha in media un migliaio di visualizzazioni.

    Il personale di IIT

    Vediamo se sono cambiati i numeri, rispetto al nostro ultimo approfondimento. L’organico fra sede centrale e altri centri è aumentato di circa 200 persone. Chi lavora in IIT è giovane, la media d’età è di 34 anni, e proviene da 50 nazioni diverse: gli internazionali sono aumentati di 3 punti percentuali dal 2013. Quali i numeri su Genova, quanti liguri? Rispetto al totale di 734 persone sono 249 quelle nate in Liguria.

    Ma vediamo come si entra nell’organico di IIT. Superfluo dirlo, le ricerche hanno respiro internazionale, «l’ultima chiamata, la ricerca in oggetto è ancora in corso in questo periodo, ha avuto una risposta prettamente internazionale, più bassa la percentuale degli italiani che hanno risposto, ne aspettavamo di più».

    Internazionali le ricerche, internazionali le selezioni. L’Istituto, oggi, ha adottato un processo di selezione in uso nei paesi ad alto sviluppo tecnologico come gli USA: il Tenure Track. Questo meccanismo prevede che il reclutamento dei ricercatori avvenga mediante valutazione condotta da un panel di esperti esterni all’IIT. Gli esperti costituiscono un comitato scientifico, si tratta di una dozzina di scienziati provenienti da istituti internazionali, per citarne uno su tutti il MIT.

    «Direttori di dipartimenti scientifici di università internazionali, esperti dei settori di riferimento, è indubbio che nell’ambito dei settori di alta tecnologia a livello internazionale i referenti siano ben individuabili, il desiderio, dato che siamo una fondazione di diritto privato fondata dallo Stato, era di rendere le selezioni più trasparenti possibile».

    Una volta selezionato, il ricercatore ha a disposizione, un numero di anni (5 o 10) per dimostrare di poter condurre in autonomia un programma di ricerca. É totalmente autonomo e responsabile, sia dei collaboratori che del budget a disposizione.

     Per chi non l’avesse ancora fatto rimane ancora (per quanto riguarda la quarta edizione) un “caffè scientifico” cui partecipare. Appuntamento l’11 giugno alla Pasticcieria Liquoreria Marescotti di Cavo alle 18.30. Si festeggerà il primo anno di attività del Nikon Imaging Centre, un laboratorio congiunto con IIT per lo sviluppo di microscopi per la diagnosi non invasiva.

     

    Claudia Dani

  • Marcello Foa, lo stato di salute dell’informazione. Dal concetto di “frame giornalistico”, al ruolo dello spin doctor

    Marcello Foa, lo stato di salute dell’informazione. Dal concetto di “frame giornalistico”, al ruolo dello spin doctor

    marcello-foa
    Marcello Foa è stato cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) presso l’Università della Svizzera Italiana (USI), dove attualmente insegna anche giornalismo internazionale e comunicazione. Ha focalizzato le proprie ricerche accademiche sul fenomeno dello spin, finalizzandole nel saggio “Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla guerra in Iraq: come si fabbrica informazione al servizio dei governi” (2006, Guerini e associati editore), testo che è stato adottato da diverse università. È autore di due romanzi per Piemme Editore: “Il ragazzo del lago“ (2010) e “Il bambino invisibile“ (2012). Dallo scorso anno è vice-presidente dell’associazione A/simmetrie, fondata dall’economista Alberto Bagnai.

    Milanese classe 1963, Marcello Foa è giornalista e direttore generale del gruppo editoriale Timedia. Ha lavorato in Svizzera per la Gazzetta Ticinese e il Giornale del Popolo; in Italia per Il Giornale, guidato allora da Indro Montanelli. È stato inviato speciale di politica internazionale in Russia, Francia, Germania, Turchia e Stati Uniti. Nel 2007 ha creato “Il cuore del mondo”, oggi un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it.

    Con Marcello Foa abbiamo discusso del mondo dell’informazione, dei meccanismi della diffusione delle notizie e di democrazia. Sul numero #59 del bimestrale (apr-mag) abbiamo pubblicato uno speciale ad hoc; riportiamo qui l’intervista integrale e rimandiamo alla rivista cartacea per ulteriori approfondimenti.

    Se volessimo fare come fanno gli studenti a scuola, per i quali Platone è “quello del mondo delle idee” e Leopardi “quello de L’Infinito”, dovremmo dire che Marcello Foa è “quello del frame”…  Scherzi a parte, trovo il concetto di frame piuttosto utile per tenere insieme due evidenze apparentemente inconciliabili: ossia, da un lato, il fatto che non esiste un “ministero per la propaganda” come ai tempi del fascismo; dall’altro lato che, ciononostante, i media appaiono molto omologati. Di solito la gente finisce per risolvere questa contraddizione illudendosi che in democrazia l’uniformità dei mezzi d’informazione dipenda dal fatto ci viene raccontata la verità…

    «Sì, il concetto del frame è fondamentale per capire queste logiche. Sostanzialmente è una “cornice mentale” che noi ci creiamo su un qualunque argomento. A volte sono delle piccolissime cornici, dei fili, che entrano, si formano e si vaporizzano. In certi casi, però, possono essere anche giudizi forti su argomenti importanti. E più queste cornici sono legate a delle emozioni o dei fatti che noi non conosciamo, più è facile che diventino permanenti. Per esempio, l’11 settembre ha avuto un impatto enorme perché ha scioccato tutti: vedere lo schianto degli aerei, il crollo delle torri in una città come New York… per molti europei è stato come se la tragedia fosse avvenuta in casa nostra. Altri casi possono essere l’ISIS, l’Ucraina o la Siria: fatti che improvvisamente finiscono alla ribalta senza che la gente sappia bene di cosa si parla e su cui dunque si ragiona in base al giudizio che ci si forma nel momento stesso in cui si apprende la notizia. Ed è qui che entra in azione lo spin doctor».

    Ossia l’esperto di comunicazione, il consulente che elabora la strategia d’immagine…

    «Sì. Lo spin doctor vuole formare una “cornice” molto forte su quel dato argomento, perché è consapevole del meccanismo psicologico della mente umana per cui, una volta che si è formato un giudizio di fondo (il bene e il male, il giusto e il cattivo, ecc.), le notizie che entrano dentro questa cornice di giudizio vengono rafforzate e continuamente rinvigorite, mentre le notizie che ne escono fuori vengono relativizzate o addirittura scartate. Ecco perché – per fare un altro esempio – oggi è molto difficile parlare di Putin: perché, per il frame della nostra stampa “Putin è il cattivo, l’Ucraina è invasa, la Russia ha mire imperiali”».

    In questi casi è facile che chi nega la “verità ufficiale” venga additato come “complottista”: come si distingue chi elabora bizzarre teorie del complotto da chi invece scava alla ricerca della verità?

    «Bisogna distinguere diversi temi. C’è il tema del conformismo, per cui tutti dicono la stessa cosa sentendosi molto liberi e originali – io trovo, per esempio, che i lettori e gli elettori di sinistra tendano ad essere i più conformisti, nel senso che tendono a ripetere la “verità comune”. Poi ci sono coloro che dissentono e sviluppano idee proprie, il cui libero pensiero può anche essere accettato, ma più spesso rifiutato o relativizzato. Infine ci sono i cosiddetti “complottisti”, che non sono né conformisti, né anti-conformisti, ma cercano la verità nascosta dietro la teoria ufficiale, talvolta “azzeccandoci”, talvolta no. Su questo tema sono molto sensibile, perché sono convinto che anche il buon giornalista debba scavare e andare in profondità, senza limitarsi a riportare quello che accade in quella superficie che chiunque può vedere e raccontare. Tuttavia, la differenza tra il giornalista che fa analisi e il complottista è la verifica delle fonti, mirata non ad assecondare un pregiudizio, ma a verificare incongruenze eventualmente emerse nell’indagine di una situazione».

    Dunque il nodo centrale è la verifica delle fonti…

    «Non solo: il punto vero è l’approccio alla verifica. Il complottista cerca un riscontro alla sua idea; il giornalista fiuta quello che non va e scava per trovare conferma a un dubbio che sorge a seguito di un’analisi delle cose. Anomalie e fatti che non tornano spingono a porsi delle domande, a ricostruire la filiera: insomma, a fare vero giornalismo investigativo teso alla risoluzione dei dubbi. Solo una volta ricostruite e risolte le contraddizioni, ci può distaccare a ragion veduta – e in questo modo raramente sono stato smentito nella mia carriera – da quella che è la verità ufficiale.

    Il complottista tradizionale parte da un presupposto diverso: pensa che sia tutta una grande manipolazione e vede il complotto dietro qualunque fatto. Il che talvolta può anche significare “azzeccarci”: ma può anche portare a prendere delle cantonate clamorose. Un esempio di  informazione controcorrente, che io condivido al 100%, ce lo dà Ray McGovern, un ex-analista della CIA con cui ho fatto un dibattito a Firenze: questa persona è molto coraggiosa e negli Stati Uniti ha fatto delle denunce fortissime.

    Il problema di fondo è che nella nostra società “democratica”, paradossalmente, è sempre più difficile far passare un messaggio diverso. C’è un certo tipo di pubblico, per fortuna: ma è minoritario. La grande massa si accontenta di quello che è il frame, il luogo comune iniziale; oppure si accontenta di un dibattito in apparenza vivace, ma che in realtà non esce mai da certi binari, rimbalza entro certe linee invisibili e così non diventa mai “scomodo”. Questo è un problema molto serio, perché tende a relativizzare una delle caratteristiche fondamentali della nostra democrazia: la capacità per il pubblico di formarsi un’idea fondata, solida, autentica».

    Un altro punto è quello del rapporto del giornalista con la complessità delle notizie. Secondo Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano i temi economici e la politica europea sono volutamente incompatibili con la portata di un dibattito democratico: un problema grosso; eppure sembra che gli italiani possano fare poco più che prenderne atto. Io mi chiedo invece se il compito del giornalista non sia anche quello di saper operare una sintesi utile a rendere accessibile un certo tema ad un pubblico inesperto. Questo significherebbe, però, anche “metterci del proprio”, sacrificando un po’ di oggettività. Insomma, di quale tipo d’informazione deve andare in cerca l’utente?

    «Ottima domanda. Il giornalismo anglosassone – che ormai non esiste quasi più – tendenzialmente ha risolto questo dilemma: da un lato fa la cronaca, dall’altro fa il commento e l’analisi. Oggi in realtà questa barriera tende a cadere, per via del fatto che anche il giornalista è vittima del frame.

    Mi spiego meglio. Tornando all’esempio della Russia, se io parto dalla convinzione che Putin abbia ammazzato, o voluto o permesso che Nemtsov fosse ucciso, la cronaca che farò sarà piena di “si dice”, di “forse”, di “si sussurra” che tendono ad accentuare nel lettore il sospetto che questa cosa sia realmente avvenuta: e dunque influenzo il mio lettore già a partire dalla cronaca. Ho notato che, in effetti, i giornalisti tendono ad essere molto sensibili a questa cornice sulla Russia: e dunque anche le cronache risultano abbastanza condizionate.

    Poi ci sono dei limiti molto forti nel modo in cui si fa giornalismo. Se faccio il cronista politico a Roma o a Bruxelles, chi sono i miei referenti quotidiani? Sono il portavoce del PPE, il portavoce della Commissione, il portavoce di Palazzo Chigi, eccetera; tutte persone con cui alla fine divento amico. Sono loro che poi mi telefonano o che mi mandano una e-mail quando sono arrabbiati o compiaciuti. Questo microcosmo è anche parte del mestiere; se però mi ci immergo troppo, poi finisce che perdo la percezione di cosa interessa davvero alla gente. È per questo motivo che quando leggo le cronache politiche italiane mi sfugge lo scopo di quello che si scrive: perché sono cose da addetti lavori… o “adepti” ai lavori».

    Sì, il gioco di parole rende l’idea. E allora, se il lettore non capisce, non è sempre e solo colpa sua…

    «Io vengo dalla scuola di Montanelli e per formazione penso che, di qualunque cosa io scriva, anche il macellaio sotto casa debba essere in grado di percepire la mia valutazione e capire cosa stia succedendo. Eppure oggi questo approccio – che una volta faceva parte delle regole del buon giornalismo di stampo anglosassone – tende a cadere. Ci troviamo di fronte, così, a giornalisti che si dimenticano dei lettori.

    All’opposto chi fa televisione tende ad essere totalmente in superficie, piattissimo, ripiegato su stereotipi quali giusto e sbagliato, buono e cattivo; perché se il messaggio non passa, lo spettatore cambia canale. Il paradosso della nostra epoca è che siamo molto informati, perché abbiamo tante fonti di informazione, ma siamo poco informati, perché nessuno ci spiega l’essenziale. È  questo fenomeno che rende l’informazione meno “convincente” di quello che era qualche anno fa».

    Se andiamo ancora più sul generale, ci imbattiamo – mi pare – in un problema di democrazia. Mi spiego meglio. Io acquirente di giornali, fruitore di informazioni, sono anche un cittadino che vota: quanto di tutto quello che accade a Roma o a Bruxelles può essere davvero utile per le decisioni che sono chiamato a prendere e quanto invece attiene al dibattito tecnico?

    «Non c’è dubbio che, se chiedo alla gente cosa abbia capito dello spread, esce fuori di tutto. Il punto però è che ci sono certe decisioni fondamentali sulle quali il cittadino deve essere messo in grado di capire davvero la posta in gioco.

    Un esempio: l’euro comportava la fine della sovranità economica e monetaria dell’Italia; ossia la fine dell’indipendenza di giudizio e di azione del governo e dell’industria italiana. E invece hanno fatto una propaganda atta a dipingere l’Unione Europea e la moneta unica come il paradiso: “saremo un paese forte”, “la nostra economia crescerà”, “saremo come i tedeschi”, “le leggi funzioneranno” e tutta una bella retorica di popoli uniti. Oggi ci troviamo con un solo paese che ci guadagna (Germania), con dei paesi che sono alla fame (Grecia, ma anche Spagna e Portogallo) e con altri paesi che stanno perdendo la loro indipendenza e il loro benessere economico (noi). Il vero messaggio che andava lanciato, allora, sarebbe dovuto essere: “se entrerai nell’euro, del tuo futuro non deciderà più il tuo governo, ma la Commissione Europea e Banca Centrale Europea”. La questione a quel punto sarebbe stata capire se a noi convenisse davvero oppure no: ma questo discorso, verso la fine anni ’90, non è stato fatto».

    In effetti non ricordo a quell’epoca grandi prese di posizione contro l’euro o contro l’UE…

    «Perché chi ha provato a farlo ha subito il solito meccanismo del frame: “sei euro-scettico”, “sei contro il futuro”, “sei contro l’Europa”, eccetera. Non si giudicava neppure l’obiezione, ma si poneva subito un’etichetta denigrante su chiunque provasse ad avanzare dubbi, che pure oggi ci appaiono assolutamente legittimi e fondati. Di fronte all’accusa di “euro-scetticismo”, dovevi difendere non il merito della tua posizione, ma la tua persona, dimostrando di non essere un “cattivone” come Haider o Le Pen.

    Il fatto è che quando ci sono dei dossier internazionali e degli interessi così grandi in gioco, arrivano spin doctor professionisti che sanno preparare le campagne giuste: e la stampa finisce per cascarci, ripetendo tutti i frame con una facilità estrema. È il discorso che lei faceva all’inizio: se siamo in democrazia, tendiamo a fidarci dell’autorità. Pertanto se il governo italiano, la maggior parte dei politici italiani, la Commissione Europea, il governo francese, gli Stati Uniti, l’FMI, la BCE; insomma, tutti ci dicono che l’euro va bene, allora anche i grandi giornali “istituzionali”  tenderanno a percepire il messaggio e a rilanciarlo.

    Io invece sono di un’altra scuola. Io cerco di capire se quello che viene proposto è giusto: e poi cerco di spiegarlo a miei lettori. Il che non vuol dire, naturalmente, ch’io non possa sbagliarmi».

    Se dovesse scegliere un problema del mondo dell’informazione da cui cominciare per invertire una parabola che evidentemente è declinante, cosa sceglierebbe?

    «Nel mondo dell’informazione in generale distinguerei almeno due problemi: da un lato c’è ovviamente il condizionamento esercitato dall’establishment o dal mondo politico; dall’altro lato, però, c’è anche il condizionamento economico: ossia, come si fa a fare informazione oggi? Se la pubblicità scappa, infatti, bisogna capire dove si ricava il sostentamento.

    Oggi è difficile fare informazione in generale perché mancano le risorse. Il paradosso è che su internet si può avere anche tantissimo pubblico; ma, se si va ad analizzare il budget dei siti internet, per quanto di successo, si scopre che questi raccolgono una piccola parte della pubblicità e delle risolte che raccolgono altri media.

    Questo è il problema principale: come far sì che un giornalista possa essere davvero libero, in modo che possa fare buona informazione. Lo strumento del blog – che io naturalmente apprezzo, essendo io stesso uno degli animatori della blogsfera – ha un grosso limite: non garantisce un’informazione costante e regolare. Il vero problema è dunque quello di mettere i giornalisti in grado di fare giornalismo libero e di qualità, di non essere completamente ostaggio delle leggi dell’audience. Tuttavia non saprei dire come: non ho una soluzione sicura».

     

     

     Andrea Giannini

  • La Settimanale di fotografia: incontri con i grandi nomi della fotografia contemporanea

    La Settimanale di fotografia: incontri con i grandi nomi della fotografia contemporanea

    settimio-benedusiI grandi nomi del mondo della fotografia contemporanea arrivano a Genova nel mese di maggio grazie all’evento La Settimanale di fotografia: quattro incontri dedicati al fotogiornalismo, alla fotografia di moda, all’editing e ritratto, per capire cosa significa essere un fotografo al giorno d’oggi e che cosa è cambiato nel mondo della fotografia.

    Ospiti della rassegna, il fotografo di moda Settimio Benedusi, il fotogiornalista di National Geographic Alessandro Gandolfi, il photoeditor di D di Repubblica Manila Camarini e il ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP Stefano Guindani.

    L’evento è organizzato dall’associazione fotografica Sacs, attiva dal 2013 sul territorio genovese. «Siamo un’associazione giovane senza fini di lucro molto attiva ed inserita nel panorama culturale della nostra città – ci racconta una delle socie Veronica Onofri – Il nostro scopo è quello di creare interesse per la fotografia e offrire l’occasione agli appassionati di fotografia come noi di approfondire la propria cultura fotografica attraverso incontri gratuiti con ospiti, genovesi e non, che raccontino le loro esperienze in campo fotografico e possano dare consigli utili a chi vuole fare fotografia. Sacs inoltre organizza corsi, trasferte legate alla fotografia, workshop con fotografi e photoeditor di alto livello. Chiunque voglia saperne di più e voglia partecipare può seguire la nostra pagina Facebook Sacs fotografia».

    L’iniziativa non si limita all’idea di organizzare incontri con grandi fotografi, ma rientra in un progetto più ampio, che ambisce a creare a Genova un’attività culturale legata alla fotografia sempre più importante e costante. Uno dei principali obiettivi è infatti offrire un’occasione di incontro per tutte le realtà cittadine attive nel campo fotografico, creando una rete per mettere a fattor comune le forze. «Genova è un terreno fertile per tantissime cose, anche per la fotografia, addirittura potrebbe definirsi un terreno vergine, perché finora è rimasto impermeabile ad eventi che non riguardino direttamente la città, mentre crediamo sia fondamentale che Genova impari a guardare fuori dai propri confini – continua Veronica -. La nostra città è ricca di cultura e di bellezza, dobbiamo solo avere la voglia e la capacità di sfruttare queste qualità, e per farlo è necessario comunicarlo, all’Italia e al mondo. Il nostro sogno sarebbe quello di realizzare un Festival di fotografia nazionale o internazionale proprio qui, a Genova».

    L’evento cercherà di fare luce anche sullo stato attuale del mercato del lavoro nel campo fotografico. «Tra i nostri membri e collaboratori ci sono molti professionisti che lavorano nel mondo della fotografia e riportano spesso le loro difficoltàci racconta Veronica –. Durante gli appuntamenti a Palazzo Ducale analizzeremo anche questo tema: cosa significa essere un fotografo nell’era del digitale? La concorrenza è alta e la qualità si è abbassata notevolmente, sicuramente chi fa il fotografo oggi deve avere una grande passione, perché i compensi sono notevolemente diminuiti. Per quanto riguarda l’editoria è un mercato in forte cambiamento e in calo di vendite. I prezzi pagati dieci anni fa per un qualsiasi lavoro editoriale sono molto cambiati in tutto il mondo quindi se si vuole intraprendere questo tipo di percorso lavorativo le agenzie stampa possono essere un buon inizio e un’ottima gavetta, per quanto riguarda altre tipologie di editoria è più complesso ma il consiglio è sempre quello di dare giusto valore al proprio lavoro».

    Settimanale di fotografia a Genova, il programma

    Gli incontri si tengono tutti i mercoledì dal 6 al 27 maggio, dalle ore 19 alle ore 21 nella Sala Munizioniere di Palazzo Ducale di Genova, che ha sostenuto il progetto e messo a disposizione la Sala Munizioniere.

    Interlocutori, Maurizio Garofalo e Simone Lezzi.

    Ingresso libero fino ad esaurimento posti

    Mercoledì 6 maggio

    Settimio Benedusi, fotografo di moda – La fotografia è facile per tutti eccetto che per i fotografi

    Settimio Benedusi fa il fotografo professionista a Milano. Ha lavorato, unico italiano, per sette anni per l’edizione internazionale di Sports Illustrated, fotografando nelle più belle spiagge del mondo: dopo questa esperienza ha importato la formula in Italia, contribuendo all’apertura di Sportweek Dreams, che realizza in esclusiva negli ultimi quattro anni, fotografando così in spiagge ancora più belle e ancora più esotiche. Usa la sua macchina fotografica, che a volte può anche essere un semplice iPhone, per raccontare storie: è particolarmente orgoglioso di quelle che racconta per il Corriere della Sera, che due volte all’anno, a Natale e a Ferragosto, gli lascia libertà in un’intera pagina dedicata al racconto fotografico. D’altronde è iscritto all’ordine dei giornalisti dal 2000. Si diverte ad insegnare, l’ha fatto in innumerevoli workshop e allo IED di Milano. Ha tenuto, per l’AFIP, una Lectio Magistralis alla Triennale di Milano, grazie all’infinita generosità di Giovanni Gastel, di cui si sente orgogliosamente Amico. E’ anche orgogliosamente Amico di Toni Thorimbert. La Lectio Magistralis l’ha tenuta vestito da Pinocchio, insieme al suo Amico Fabio vestito da Lucignolo. Ha un blog costantemente aggiornato dal 2003. Gli piace definirsi “collaudatore di attimi”.

    Mercoledì 13 maggio

    Alessandro Gandolfi, fotogiornalista di National Geographic – La figura del fotogiornalista oggi

    Nasce come giornalista di Repubblica, ma passa presto dal raccontare storie con la penna a raccontarle con la macchina fotografica. Autodidatta, si forma come fotoreporter quando, da giornalista, si trova a lavorare insieme ai photoeditor di grandi testate per scegliere le foto che supporteranno i suoi articoli. Inizia, così, a collaborare per le più importanti testate nazionali ed internazionali tra cui il National Geographic. Insieme ad alcuni colleghi fonda, nel 2007, l’Agenzia fotografica Parallelozero, con l’intento di condividere e far conoscere attraverso la fotografia storie da tutto il mondo, convinto che solo così si possano smantellare gli stereotipi e dare a tutti la possibilità di cambiare la loro prospettiva sulle cose.

    Mercoledì 20 maggio

    Manila Camarini, photoeditor di D di Repubblica – La fotografia, una questione di scelta

    Una delle più importanti photoeditor italiane, inizia a lavorare collaborando con alcuni tra i maggiori quotidiani italiani tra cui Panorama, Travel Mondadori, Traveller Condè Nast. Dal 2003 lavora come photoeditor per il settimanale femminile D di Repubblica occupandosi principalmente di fotogiornalismo. La figura del photoeditor, spesso sottovalutata, ha un’enorme importanza nel mondo della fotografia e dell’editoria. Il photoeditor, infatti, deve avere la capacità di rendere fruibile un testo tramite la lettura delle immagini, saper scegliere i fotografi e le storie più interessanti e di attualità e per farlo occorre avere una grande cultura fotografica ed essere continuamente aggiornato. Non a caso il photoeditor è definito come “un professionista della fotografia che non fa foto ed un giornalista che non scrive”.

    Mercoledì 27 maggio

    Stefano Guindani, ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP – Il ritratto in fotografia

    Stefano Guindani fotografo di celebrities e moda internazionale, nutre una forte passione per i reportage urbani e sociali. Giovanissimo muove i primi passi nel mondo della fotografia scattando foto di danza e foto di scena in teatro. Nel 1998 fonda la sua agenzia, SGP Stefano Guindani Photo, una realtà giovane, un team di trenta persone che unisce alla produzione editoriale servizi per le aziende operanti nel settore moda e lusso. Affermatosi come fotografo di moda, backstage e celebrities, fotografo ufficiale dei principali stilisti italiani, negli ultimi anni ha approfondito il suo interesse per il reportage, prima in Cina, con DonatellaVersace, poi, ancor prima del tragico terremoto, ad Haiti. Quest’ultima esperienza ha lasciato un segno così profondo da spingerlo a tornare sull’isola più volte per documentare le condizioni di vita di un popolo che, pur devastato da immani tragedie, mantiene dignità e speranza. Recentemente è stato coach e giudice di Scattastorie NX Generation, il primo talent televisivo dedicato al mondo della fotografia.

    Manuela Stella

  • Femminismo, che cosa significa oggi? Intervista a Monica Lanfranco, direttrice della rivista genovese Marea

    Femminismo, che cosa significa oggi? Intervista a Monica Lanfranco, direttrice della rivista genovese Marea

    monica-lanfrancoLe scorse settimane a Palazzo Ducale un ciclo di incontri e una mostra hanno celebrato i 20 anni della rivista femminista Marea, nata nel 1994 come trimestrale con una redazione genovese, da sempre senza remore nel dichiararsi femminista, ha seguito il corso della storia delle donne nel nostro paese e non solo. Abbiamo intervistato Monica Lanfranco, giornalista e formatrice oltre che direttora di Marea, da anni si occupa a diversi livelli di tematiche femministe. Una chiacchierata sull’attualità del femminismo e di una Genova poco partecipe e poco consapevole…

    Qual è il bilancio di dieci giorni di eventi per Marea?

    «Enorme ricchezza, dovuta alla scelta di aprire con il tema della politica invitando una parlamentare femminista Soraya Post, (la prima europarlamentare eletta in un partito femminista lo svedese Feminist Initiative, ndr) una scommessa e un segnale esattamente come quello di chiudere gli eventi con il grande tema dei fondamentalismi religiosi e della laicità.
    Una piccola rivista che esiste da vent’anni avrebbe potuto limitarsi a fare una mostra e un insieme di letture, invece abbiamo fatto questo proprio per fare un regalo a noi stesse e per dire che il movimento delle donne che noi rappresentiamo ha dei pensieri e delle visioni politiche e generali: un pensiero di cambiamento verso l’intera umanità. Il Bilancio è positivo anche per i social media e grazie alla loro grande eco ha permesso la partecipazione di persone da fuori città».

    Come accoglie questi temi Genova?

    «Per quanto riguarda Genova sono delusa per la poca partecipazione. Genova è pigra, partecipa più facilmente ad eventi con grandi nomi noti e manifesta una certa diffidenza rispetto a temi proposti e visti attraverso l’analisi femminista, questo non accade in altre città»

    Perché avete deciso di fare un evento per “ricordare” ?

    «Da sempre la nostra volontà è raccontare questo mondo in perpetuo cambiamento ed è stato importante averlo fatto e continuare a farlo. Ricordare le cose fatte per metterle in mostra e guardarle attraverso una prospettiva nuova e critica, capire, per esempio, che i primi numeri sono stati i più belli, perché erano tempi molto più ricchi, c’era un livello di dibattito più appronfondito, più lento rispetto al web, ma in grado di andare più a fondo».

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    Femminismo, che significa oggi?

    «La banalità del male, citando Hannah Arendt, è sempre lì in agguato. Esprime un’ignoranza di fondo e la mancanza di consapevolezza profonda per ció che significa femminismo. Un visione femminista non è una visione solo per le donne, ma a 360 gradi della società e della necessità del cambiamento. Non solo è necessaria ma anche dinamica perché mette al centro e rende prioritarie tematiche che non lo sono.
    Penso alla riproduzione sociale della specie, che non significa fare bambini ma rappresenta quelle che sono le necessità dei corpi e delle età della vita, tutto quello che riguarda l’ economia e la finanza. Viviamo in una società in cui conta il denaro invisibile più che produrre lavoro e soddisfare i bisogni delle persone. Mettere al centro queste priorità e non il capitale è vitale per tutti e tutte.
    Ecco perché penso che il femminismo sia di grande attualità, perché mette al centro la volontà di risolvere i conflitti, di abbassare il livello di violenza; in un mondo in cui le donne sono in pericolo in quanto donne, non possiamo pensare che gli uomini stiano bene, perché se la metà della popolazione sta male stiamo male tutti.
    Queste parole e concetti sono elementari ma vanno ripetuti e compresi fino in fondo. Il femminismo in Italia è ancora giovane.

    Essere donna ed essere femminista sono due declinazioni. La prima definisce la mia identitá sessuata e la seconda la scelta di declinare in modo critico l’essere una donna. E dire da che parte io comincio per raccontare il mondo. Il problema dei maschi e degli uomini è che il maschile non ha ancora imparato a definirsi parziale, che poi è quello che è, perché se sei un uomo sei un pezzo».

     

    Claudia Dani

  • Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Illustrazione di Valentina Sciutti
    Illustrazione di Valentina Sciutti

    Intervistare Tonino Conte è una di quelle cose che hanno a che vedere con l’emozione. L’emozione davanti al sipario che si alza, davanti alle luci che si spengono, davanti alla magia del teatro che non si può né creare né distruggere ma soltanto trasformare.
    Il 29 maggio prossimo Palazzo Ducale inaugurerà Due volte quaranta, una mostra che nasce per festeggiare gli ottant’anni di Tonino, un artista eclettico, visionario e popolare nel senso più ricco e bello del termine. E proprio guardando a questi ottant’anni dedicati all’arte e al teatro, abbiamo cucito con Tonino Conte una conversazione ad ampio spettro, tenendoci in equilibrio tra temi, passioni e pensieri diversi, certi che questa delicata entropia all’insegna della curiosità per il personaggio e per l’uomo potesse essere la chiave per tratteggiare al meglio un artista a tutto tondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Ivano Fossati scrive “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”. E parlando di prospettive e punti di vista, com’è Genova vista da Tonino Conte?
    Ho una sincera amicizia per Ivano Fossati, è stato uno dei primi musicisti con cui ho collaborato, io ero agli inizi come regista e lui era un giovanissimo brillante compositore già conosciuto in campo musicale, ma molto sensibile al teatro. Però questa volta non sono del tutto d’accordo con lui. C’è una Genova di pietra scavata nelle montagne e nei caruggi, una Genova da dove non vedi spesso il sole, ma che era – ed è tornata ad essere – brulicante di vita, di relazioni, con la particolare atmosfera e i profumi che ne sono l’essenza. Una città che però qualche volta dà un po’ l’idea di essere pigra, quasi “senz’anima”.

    Lei un giorno ha detto che per essere un buon regista non si devono mai svestire i panni dello spettatore. Quali spettacoli hanno segnato il suo modo di fare teatro?
    Quando dicevo questo intendevo che non amo un teatro fatto solo per se stessi, rinchiuso in un’idea “autistica”, guardandosi l’ombelico. Il teatro è comunicazione, anche se parte – spesso – da “un moto dell’anima” dell’artista, sia esso autore o regista.
    Gli spettacoli che mi hanno profondamente colpito sono soprattutto quelli di Aldo Trionfo: assistere a una serata della Borsa d’Arlecchino – dove ero stato scritturato all’inizio come “spettatore” perché si rischiava di non tenere la rappresentazione per mancanza di pubblico – mi fece capire come il teatro non fosse soltanto uno stanco rito ripetitivo a beneficio di un pubblico abitudinario, ma un’esperienza coinvolgente, ironica, originale, e insieme profonda.
    E poi mi ha molto colpito la visione de La Classe Morta di Tadeusz Kantor a cui ebbi la fortuna di assistere al suo debutto in Italia, a Firenze negli anni ’70, al Rondò di Bacco, dove lo spettacolo era stato invitato da Andres Neumann: quei grigi manichini umani, quei banchi dove si aggiravano allievi invecchiati ma sempre prigionieri di una vuota ripetizione, con il regista che li “comandava” dall’esterno con gesti e sguardo imperiosi rappresentavano in modo misterioso e completo l’unione tra la morte e la risata, tra l’ironia e il dolore. Ancora adesso il segreto del teatro “vivo” ha una sua verità in questo binomio.

    Ma Tonino Conte non è solo teatro e l’eclettismo è una parte centrale del suo essere artista. Si è misurato con la letteratura e, soprattutto, con le arti visive. E parlando di arti visive il pensiero corre inevitabilmente a Emanuele Luzzati.

    ubu-re-conte-luzzatiInsieme avete creato grandi momenti di teatro e un nuovo modo di approcciare la scena. Ci racconta qualcosa del vostro lavorare insieme?
    Ubu Re di Jarry, il mio primo spettacolo, è nato con scene e costumi di Luzzati. Insieme abbiamo fondato il Teatro della Tosse. Tanta concomitanza di vita e di lavoro non ci ha spinti alla sindrome di Bouvard e Pécuchet, nel senso che non siamo diventati dei “fissati” del nostro mestiere, avevamo caratteri molto diversi e interessi a volte divergenti. Tutto ciò ci ha consentito una collaborazione “leggera”, quasi svagata, fatta di poche parole e di molte libertà.
    Quasi trent’anni dopo ritornammo a Jarry con Ubu Incatenato prodotto per la stagione ‘95/96 al Teatro della Tosse. Nacquero decine di tavole di straordinario vigore espressivo, popolate di donne con tre seni e cosce abnormi, di uomini senza faccia e due cappelli, magrezze spettrali e grassezze oscene. Manipolando il monumento scoprii che il piedone poteva diventare carrozza, il grosso sedere tavola da imbandire, gambe e braccia divani. Togliendo tutti i pezzi di cui era composto il monumento, l’intelaiatura di ferro che lo sosteneva era la prigione più teatrale che ci possa immaginare. Tra i due “Ubu” di cui ho parlato c’erano stati almeno un centinaio di altri spettacoli, così come molte altri sono venuti dopo, saltando da Shakespeare ai burattini, dalle opere liriche alle ombre cinesi, dai grandi spettacoli estivi all’aperto alle sperimentazioni in quella sorta di moderna cantina che è l’Agorà del Teatro della Tosse. Nella maggioranza dei casi siamo stati così astuti da evitare la trappola della routine, cercando di risolvere in modi sempre diversi lo stesso problema: inventare un bello spettacolo.

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #58

  • Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    piazza-maddalena-centro-storico-genovaEravamo curiosi di conoscerlo. Padre Paolo, dei Padri Somaschi, è arrivato a Genova poco più di un anno fa, era il settembre 2013 quando si è stabilito alla Maddalena, cuore della città vecchia. Orso per sua stessa definizione, poco propenso a raccontarsi, ha alle spalle un’esperienza di quarant’anni nella lotta all’emarginazione. Non è la prima esperienza nella nostra regione, a fine anni 90 e nel 2011 si era occupato di avviare prima e di “risistemare” poi una comunità alloggio a Vallecrosia, nel ponente.

    Una volta alla Maddalena Padre Paolo si è subito calato nel quartiere, è riuscito ad integrarsi e a dare egli stesso un contributo diretto alle diverse associazioni attive (scrive per il magazine del quartiere, è parte di AMA, è uno dei soci fondatori del quartiere della solidarietà…) «Dopo i primi periodi di “ricognizione” ha iniziato a prendere forma l’idea di realizzare una Casa, un ambiente accogliente per ospitare chi ha bisogno ma anche chi ha voglia di fare e si mette a disposizione e aiuta gli altri. Sempre all’insegna del “ti accompagno per un pezzo e poi tu riprendi la tua vita”». Padre Paolo ha fondato la Casa della Maddalena, un edificio appartenente all’ordine dei Padri, adiacente alla parrocchia del Sestiere, utilizzato in passato solo per attività parrocchiali, in parte ad uso magazzino, in parte affittato e in parte vuoto. Entro l’estate offrirà un appartamento alloggio protetto gestito dalla Cooperativa Il Laboratorio, due appartamenti dati in uso temporaneo a famiglie che si trovano in difficoltà e saranno ricavati, dai 180 mq di un intero piano, tre bilocali per giovani con problemi di emarginazione, anche questi ad uso temporaneo. Un altro piano sarà ristrutturato in modo da creare sei alloggi, stanza e bagno, con una cucina e due sale comuni.

    Attualmente la Casa della Maddalena ospita un asilo e le stanze multiuso al piano terra sono a disposizione di tutte le associazioni che collaborano fra loro per usarli e gestirli insieme. Un luogo aperto al quartiere e alla città.  «L’edificio è di proprietà dei Padri Somaschi, in alcuni spazi era contenuto l’archivio generale che è stato spostato a Roma. Io ho ricevuto il mandato di venire qui a Genova e cercare di creare alla Maddalena un polo di carità Somasca, accompagnando chi ha bisogno per un periodo della vita per poi lasciarlo andare quando è di nuovo in grado di camminare con le proprie gambe». Occorre spiegare meglio chi sono i padri Somaschi e come operano: da sempre si occupano di emarginazione, di poveri e giovani in difficoltà, sono stati fondati da un laico che nel 1500 si è tolto le ricche vesti per diventare servo dei poveri e aiutare le persone avviandole ad un mestiere. Da qui parte il concetto di “carità Somasca”.

    Ma come è  possibile un’operazione del genere a livello economico? Il punto di partenza per Padre Paolo è quello di non fare speculazione; gli spazi comportano spese, ma l’obiettivo è chiudere in pari «non ho guadagnato ma nemmeno ho perso… fino a qui sono riuscito a coprire le spese». Le spese per le ristrutturazioni sono in parte sostenute da Caritas che avrà in gestione alcuni alloggi e in parte anticipate dai fondi dei Padri Somaschi, mentre per ulteriori fondi necessari si aspetta un’eventuale asta di beneficenza e in parte si confida «nella divina provvidenza… nel senso che una volta che le persone si renderanno conto che tutto funziona e che si fa del bene, gli aiuti economici arriveranno spontaneamente».

    Altre soluzioni sono quelle che il Padre è bravo a mettere in piedi come l’accordo con chi sta ristrutturando l’ultimo piano dell’edificio che poi potrà usufruirne per un periodo senza alcun canone. Ma per far sì che realtà come quelle di Casa della Maddalena possano prendere corpo e forza nel tempo, è indispensabile che si formino gruppi di persone unite da volontà comuni. «È inutile che faccia tutto io da solo senza trasmetterlo ad altri, perché il rischio è che tutto il lavoro fatto muoia con la persona che l’ha iniziato. Ecco perché ho sempre cercato, anche nelle esperienze precedenti, di formare persone che potessero poi gestire i progetti anche senza la necessità della mia presenza. Anche questa volta sarà così».

    E in attesa di vedere tutti i lavori ultimati, vi avvertiamo che Padre Paolo si sta muovendo anche verso altri quartieri della Superba…

     

    Claudia Dani

  • Otto Chocolates, dal Perù alla Liguria: il cioccolato biologico made in Zena

    Otto Chocolates, dal Perù alla Liguria: il cioccolato biologico made in Zena


    otto-chocolates-cioccolato-raccoltaBiologico, fair trade e senza glutine
    sono le tre parole d’ordine di Otto Chocolates, giovane azienda genovese attiva nella commercializzazione del cioccolato.

    Si tratta di un cioccolato di alta qualità, dove al rispetto per l’ambiente si aggiunge l’attenzione per chi produce: Otto Chocolates coinvolge infatti uno staff di operatori nel settore del cacao e della sua trasformazione in cioccolato che in molti anni di esperienze hanno messo a punto un network sostenibile tra coltivatori, tecnici locali, trasformatori del cacao in cioccolato ed operatori commerciali di rilevanza internazionale. Questo consente un abbattimento dei costi, garantendo al cliente finale un prodotto di alta qualità a un prezzo sostenibile e accessibile  e ai coltivatori di cacao un compenso significativo e il coinvolgimento attivo nello sviluppo di un progetto equosolidale comune.

    L’azienda genovese dedica anche grande attenzione alle qualità organolettiche della materia prima utilizzata per il cioccolato, per questo organizza delle degustazioni plurisensoriali del cioccolato per mettere alla prova non solo il senso del gusto ma anche l’olfatto dei visitatori.

    Abbiamo intervistato Francesca Ottonello, co-founder di Otto Chocolates, per capire in che modo è possibile commercializzare un cioccolato buono, sano e al giusto prezzo.

    Come è nata Otto Chocolates e quale è la vostra idea di cioccolato?

    Otto Chocolates nasce nella primavera del 2013 dalla volontà di un gruppo di imprenditori genovesi.
    L’obiettivo principale è quello di creare una linea di cioccolati di alta qualità biologica, ad un costo sostenibile e nel rispetto del lavoro delle persone, quindi in condizioni fairtrade. Otto Chocolates perciò mira a valorizzare e a sostenere la qualità del cacao producendo tavolette di cioccolato di alta qualità in 5 diverse ricette che possano accontentare i gusti di tutti. Ciò passa anche attraverso lo sviluppo di iniziative che mirino a sensibilizzare i consumatori alla degustazione e a capire i veri parametri del cioccolato che stanno mangiando.

    ‘Valorizzare ciò che vale, sostenere ogni qualità… dal cacao al cioccolato’ è uno dei principi su cui si basa la vostra azienda. In che modo riuscite a raggiungere questo obiettivo importante e quale tipo di materia prima utilizzate per i vostri cioccolati, dove viene prodotto il cacao e che filiera segue?

    otto-chocolates-vagliatura-saposoaStoricamente il cacao è sempre stato un alimento dall’alto valore simbolico, usato nei riti dalle civiltà precolombiane, come moneta di scambio o comunque a beneficio di classi sociali medio alte. Nel tempo il valore del cacao ha assunto costi e prezzi più accessibili spesso però a discapito della qualità.
    Il progetto di Otto Chocolates vuole ridare valore proprio alle peculiari caratteristiche di questo seme che se coltivato e lavorato in condizioni adeguate, e trasformato con cura e attenzione, diviene un eccellente cioccolato, degustabile da tutti sia per le sue caratteristiche morbide e delicate sia perché il costo sul mercato è sostenibile a più fasce di utenti. Il cioccolato buono, sano e a un prezzo accessibile rispetto i parametri di qualità biologica e di produzione che lo caratterizzano.
    Inoltre per noi di Otto Chocolates conoscere il luogo dove il cacao viene coltivato e prodotto è uno dei fattori centrali per la certificazione delle sue proprietà. La nostra azienda conosce bene la cooperativa Acopagro che si trova in Perù nella regione di San Martin, dove il cacao Trinitario Fino utilizzato per produrre il nostro cioccolato viene coltivato. La cooperativa ha la certificazione biologica poiché i terreni sui quali gli alberi di cacao crescono e si attuano i processi di fermentazione ed essicazione dei semi, non sono mai sottoposti a trattamenti chimici. Le proprietà organolettiche vengono conservate nella loro totalità sia in fase di crescita della pianta che di lavorazione successiva.
    Persino le sacche di Juta dove vengono conservate le fave essiccate che poi vengono spedite in Italia e che permettono al cacao di traspirare, vengono serigrafate con un colore naturale prodotto da un frutto biologico della piantagione!

    Il cacao una volta giunto in Italia viene trasformato in tavolette di cioccolato da un’azienda leader in Europa per la produzione di cioccolato biologico, dove abbiamo la garanzia che le nostre 5 ricette (Cioccolato Fondente 71%, Cioccolato al Latte 39%, Cioccolato Bianco, Cioccolato Fondente 60%, Senza Zucchero Cioccolato al Latte 36% Senza Zucchero) vengano prodotte rispettando le proprietà organolettiche del cacao. E infine l’impacchettamento con carta riciclabile e grafiche adatte alla facile comprensione di tutti gli elementi presenti all’interno del prodotto.

    In che modo riuscite a coniugare la produzione di cacao con i concetti di fairtrade, etica e sostenibilità?

    Otto Chocolates acquista il cacao dalla cooperativa Acopagro che ha la certificazione Fairtrade. La cooperativa produce cacao Trinitario Fino di qualità monorigine e il nostro cioccolato perciò è equo e solidale nella sua stessa essenza poiché nasce con presupposti etici che sono alla base della sua stessa produzione. Siamo quindi fortemente coinvolti nel collaborare con Acopagro e lo facciamo prima di tutto acquistando il cacao a un prezzo concordato e rispettoso dei parametri del costo del lavoro dei contadini della cooperativa, e in più sosteniamo la comunità con il finanziamento di progetti dedicati alle attività scolastiche. É il nostro modo di valorizzare la qualità, sostenere il lavoro di coloro che quotidianamente si spendono per rendere il nostro cacao pregiato e aiutarli a migliorare la loro vita e quella dei loro figli nel territorio delicato dal quale provengono.

    Cosa significa per voi il concetto di biologico e come pensate che il consumatore recepisca il cioccolato biologico?
    otto-chocolates-piantagione-cacao-crescta-picotaBiologico indica sia il cacao che gli altri elementi che caratterizzano il cioccolato: biologico è la qualità dei terreni su cui vengono coltivati gli alberi della pianta del cacao, il metodo con cui vengono trattati i semi della pianta dalla fermentazione all’essicazione e il processo di trasformazione dei semi nello stabilimento da cui viene prodotto il cioccolato.

    Otto Chocolates non è l’unica azienda italiana che produce cioccolati biologici ma quello che la differenzia sicuramente è l’elevata attenzione che ripone nel verificare che in tutte le fasi del processo il biologico sia protetto. E questo vale anche per l’attenzione che riponiamo affinché il cioccolato non abbia contaminazioni con il glutine, motivo per cui abbiamo ricevuto la certificazione spiga barrata su tre delle nostre ricette. Inoltre il biologico troppo spesso è associato alla dimensione della cura farmaceutica mentre il valore alla base del biologico è nel preservare le proprietà organolettiche dell’alimento che vuol dire difendere la qualità del prodotto per tutti.

    Il cioccolato è tra gli alimenti più amati, capace di coinvolgere anche emotivamente chi lo assapora. Ma che consiglio dareste ai consumatori per individuare un cioccolato di qualità?

    otto-chocolates-piantagione-peruQuando si mangia cioccolato in genere ci si vuole coccolare, in altri casi recuperare energia, comunque si tende a ricercare benessere. A causa della produzione massiva di cioccolati il mercato ha diffuso molti prodotti di scarsa qualità a basso prezzo che hanno deviato i parametri di valutazione della proprietà di un buon cioccolato. Noi di Otto Chocolates, che alla qualità e a far comprendere il valore del nostro lavoro ci teniamo molto, abbiamo costruito un breve codice di degustazione consapevole del cioccolato che invita a porre l’attenzione a tutti i 5 sensi al momento dell’assaggio. Una buona tavoletta si riconosce per esempio dal colore, nel caso del cioccolato fondente non deve essere troppo scura, indice di cattiva qualità dei semi o eccessiva tostatura, né avere tracce biancastre che indicano affioramento del burro di cacao. Quando la si spezza l’udito deve percepire uno “snap” secco e netto, l’odore deve ricordare aromi della pianta del cacao, che aumentano se lo si scalda tenendolo tra le mani. In bocca non deve impastarsi e il gusto deve richiamare a un sapore cremoso e persistente. Poche piccole attenzioni che permettono a chiunque di capire che cosa sta mangiando e se è di qualità.

    Otto Chocolates ha sede a Genova ma opera a livello mondiale. Quali sono le reazioni dei genovesi ai vostri prodotti, è difficile ‘fare i profeti in patria’?

    Otto Chocolates è un progetto giovane “Made in Genoa” che sorprende positivamente i genovesi, per la novità della nostra proposta, data l’inedita ricerca sulla qualità di un buon cioccolato, ed anche per la nostra modalità semplice e interattiva di comunicare. La nostra comunicazione infatti è semplice e punta far conoscere con facilità le proprietà del cioccolato sia attraverso i nostri media che nelle occasioni di proposta delle nostre degustazioni. A tale proposito abbiamo creato un progetto di degustazione polisensoriale del nostro cioccolato con il Profumificio del Castello di Genova con l’obiettivo di divulgare in modo inedito l’eccellenza del nostro prodotto in un’ottica di collaborazione con altre realtà prestigiose del nostro territorio.

    Che obiettivi avete per il futuro?

    Otto Chocolates è giovane e ha voglia di crescere e di farsi conoscere sempre di più per le sue qualità quindi l’intenzione è ampliare il proprio bacino di utenza, e rendere noto il marchio. Abbiamo inoltre in programma la produzione di nuove ricette e nuove prodotti e siamo proiettati verso nuovi mercati esteri, attenti e ricettivi alla nostra proposta di alta qualità.

     

    logo-otto-chocolatesOtto & Co. Srl

    Via B. Castello 17/r, 16121 Genova
    Ph. +39 010 8984600
    info@ottochocolates.com
    www.ottochocolates.com

     

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  • AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    a-z-sottopassaggio-chiusoSi chiama AZ Genova, un nuovo progetto made in Zena online da una quindicina di giorni. Possiamo definirlo come un alfabeto per immagini provocative che vogliono far riflettere sulla fruizione di alcune zone della città e, più in generale, sul periodo storico difficile che sta attraversando Genova e la sua popolazione. Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta un tema, un punto di partenza. Abbiamo parlato con uno degli ideatori del progetto. Vediamo cosa ci ha raccontato.

    La prima domanda che sorge spontanea cliccando sull’indirizzo è: perché in inglese? Perché si tratta dell’emanazione di un progetto più ampio e di respiro internazionale chiamato  “Look at Your city”. Tranquilli. L’orgoglio genovese non sarà tradito, si pensa alla pubblicazione a breve di una versione italiana e, addirittura, anche in zeneize.

    Gli ideatori sono Marco e Luca Picardi, due fratelli genovesi, uno impegnato nella cooperazione internazionale l’altro designer. AZ è, come detto, l’emanazione dell’iniziativa Look At Your City, un progetto che in molti hanno aiutato a realizzare, l’elenco sarebbe troppo lungo… ci raccontano i fratelli. Un progetto che vuole connettere e rendere consapevoli persone e città. Una sorta di osservatorio spontaneo e provocatorio sul luogo nel quale si vive.

    Questo “racconto” di Genova parte dalla crisi in corso, o più probabilmente dai disastri dall’ennesima alluvione, e prende forma in pochi giorni. Ad esempio: “lo stato di crisi della città, lentamente sta emergendo come realtà permanente”/ “Genova è la città che ha impiegato un tempo lunghissimo a costruire la metropolitana più breve (forse) del mondo”

    Ventisei interazioni in due giorni, si legge sul sito, che cosa significa? «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete ad ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

    Avete pensato ad eventi pubblici a completamento delle vostre intenzioni? «Per ora vogliamo soltanto vedere come si sviluppa la risposta al progetto. Se in seguito emergerà la voglia di fare qualcosa di più, certamente valuteremo tutte le opzioni possibili e realizzabili».

    Il claim dell’iniziativa è “attivismo effimero”, mi spiegate meglio? «L’idea era di utilizzare poche risorse insieme ad un approccio fai-da-te per creare delle interazioni spontanee in modo da generare uno scambio di idee per sfidare alcuni preconcetti esistenti. Effimero perché il processo, proprio per come è costruito, crea qualcosa che non può durare sul piano fisico a lungo e che è di conseguenza effimero».

    Cosa pensate di ottenere con questa iniziativa? Cercate anche legami con le istituzioni?

    a-z-degrado-deiezione«Il sito è solo un’interpretazione della città che speriamo possa essere una provocazione per promuovere maggiore azione civicaVuole essere una nuova mappa di Genova non basata sulla geografia, ma su temi/problemi attuali. Speriamo possa spingere a ripensare come affrontarli. Vedendo un parcheggio di Piazza Dante trasformato temporaneamente in un mini-parco, o una bandierina sugli escrementi di un cane, forse si è portati a ripensare come ragionare sui beni comuni. Se poi le istituzioni vorranno collaborare per fare qualcosa in più, beh… sono i benvenuti!»

    Insomma per il momento AZ Genova è un punto di partenza, anche se ha già ricevuto, racconta Marco, i complimenti di alcuni genovesi ed è stato lo spunto per altre città nel mondo per realizzare una cosa simile. I contatti sono arrivati da Estonia e Zimbabwe.

    Scorrendo lettera dopo lettera, scopriamo un ritratto di Genova inquietante ma molto meno effimero di quello che probabilmente era nelle intenzioni degli autori. C’è da riflettere…

     

    Claudia Dani

  • Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Illustrazione di Nicoletta MIgnone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Innanzitutto, che cos’è il Pacs? Si tratta del “patto civile di solidarietà” stipulato fra i componenti di una coppia di fatto (omosessuale o eterosessuale) che regola l’unione dal punto di vista giuridico ed economico. Un’alternativa concreta all’istituto giuridico del matrimonio, così come i matrimoni gay e le unioni civili (tutte pratiche non contemplate in Italia a differenza della quasi intera Europa e di buona parte degli USA).
    Incontro Giacomo e Arnaud in una piovosa serata genovese. Due ragazzi sui trent’anni sorridenti e forse un filo imbarazzati per essere al centro dell’attenzione: sì, sono contenti di essersi sposati, se no non lo avrebbero fatto; certo, se ne parlava già da un po’ di tempo, visto che sono cinque anni che stanno insieme. E no, non sanno ancora se faranno una festa ma forse sì, almeno una bella cena con gli amici probabilmente si farà. Giacomo è ligure, nato nella Riviera di levante, Arnaud è un francese del Sud. Abitano a Genova, quindi la prima domanda è d’obbligo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Proviamo a partire proprio dall’inizio: come avete fatto ad arrivare al Consolato? Avete avuto bisogno dell’assistenza di qualche organizzazione, di un legale, o qualcosa del genere?
    Arnaud: (mi guarda perplesso, forse ignora la nostra assuefazione alle tortuose pratiche burocratiche) «ma no, perché? È stato semplice: ho chiamato il Consolato, mi hanno detto quali certificati servivano, e quando è stato tutto pronto nel mio giorno libero siamo partiti per Milano».
    Giacomo: «non avevamo la sensazione di fare qualcosa di eccezionale, praticamente non lo abbiamo detto a nessuno; anche il Console appena ci siamo presentati ci ha solo chiesto: questo è un Pacs d’amore o di convenienza? E noi gli abbiamo detto che sì, era d’amore».

    Ma perché scusate, ci sono anche quelli di convenienza?
    Arnaud: «in Francia ci sono tre livelli di legame. Uno è molto semplice, chiunque lo può contrarre semplicemente per difendere un interesse di tipo economico, oppure avere la possibilità di assistere in ospedale e poco altro; anche fratello e sorella possono farlo. Poi c’è il Pacs appunto, che è una sorta di matrimonio attenuato. Ti cambia lo stato civile, c’è l’obbligo di sostentamento e di cura reciproci e dopo tre anni vengono applicati gli sgravi fiscali e le norme a difesa del reddito, se spettano. Spetta anche il ricongiungimento familiare, però non si deve essere parenti (per evitare che si firmi solo per poter rifiutare trasferimenti di lavoro o per far entrare extracomunitari), non si può cambiare la cittadinanza e neanche adottare bambini: per fare queste cose occorre il vero matrimonio, che Hollande ha istituito anche per le persone dello stesso sesso, poco più di un anno fa».

    Ecco, sulle adozioni come la pensate voi? Rientra nei vostri sogni, o progetti?
    Giacomo: «vista la nostra precarietà economica, per ora niente è più lontano dell’idea di adottare un bimbo. In ogni caso per farlo dovremmo sposarci, ma per ora ci accontentiamo di sognare una casetta nostra, compreso mutuo e giardino, e dei gatti a farci compagnia. In linea generale, ovvio che se concedi il matrimonio alle persone devi anche accettare che vogliano un figlio, è un’esigenza che ad una coppia non si può negare per principio».

    Voi siete in un certo senso un “caso di cronaca”: state insieme da cinque anni, vi volete bene e avete deciso di rendere pubblico il vostro legame. Come vi sentite rispetto a questo, orgogliosi di poter essere utili alla causa oppure sentirvi dei pionieri vi infastidisce?
    Arnaud: «pionieri? Nel 2014? No, scusa, io non sono infastidito, ma certo non mi sento un pioniere o un difensore di chissà quale causa. Sono 15 anni che queste cose in Francia sono normali e sono cresciuto con la consapevolezza di avere queste possibilità davanti a me».

    In conclusione: Arnaud per la legge italiana è un francese celibe; per la legge francese è coniugato; vivendo qui però non ha nessun diritto nei confronti di Giacomo, né ovviamente nessun dovere; Giacomo per l’italia è celibe, non potrebbe chiedere la cittadinanza francese in virtù del Pacs ma, se vivessero in Francia, sarebbero un nucleo familiare con tutti i diritti e doveri che questo comporta. E anche lui sarebbe coniugato, ma solo per la Francia.
    Come garbuglio di status e norme non è male, speriamo che una normativa in grado di armonizzare i diritti riconosciuti nel resto d’Europa semplifichi la vita dei cittadini comunitari.
    Salutando Giacomo ed Arnaud, provo a caldeggiare l’inserimento nel registro delle Unioni del Comune di Genova: in ogni caso, è un documento ufficiale che attesta il vincolo affettivo che li unisce e la loro volontà di stare insieme. Volontà che, di questi tempi, qualunque istituzione dovrebbe proteggere ed incoraggiare.

     

    Bruna Taravello

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Don GalloEra l’8 dicembre 1970 quando don Federico Rebora accoglieva nella canonica di San Benedetto al Porto don Andrea Gallo, allontanato da pochi mesi dalla “sua” parrocchia del Carmine. La storia della Comunità iniziava così, 44 anni fa, con una Messa: è una storia fatta di accoglienze, di vita al fianco degli ultimi, di giorni vissuti nel territorio. Un territorio che si è allargato a macchia d’olio in città, nel basso Piemonte e persino nella Repubblica Dominicana.
    Parlare e soprattutto scrivere della Comunità di San Benedetto qui, a Genova, non è mai facile. Il rischio di cadere nella solita retorica o nel ricordo di un passato che – ahinoi – non c’è più, è sempre dietro l’angolo. Ma se la Comunità, anche con qualche inevitabile zoppicatura, è riuscita a sopravvivere oltre un anno e mezzo senza il suo punto di riferimento, significa che i tanti semi lanciati lungo il cammino da don Andrea Gallo hanno trovato terreno fertile.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Nata dall’esigenza di accogliere i più reietti degli emarginati, ovvero i tossicodipendenti abbandonati nella strada da quella che allora era la nuova piaga dell’eroina, la Comunità apre ben presto le porte a chiunque bussasse in cerca di accoglienza. Quella che era una canonica diventa presto una casa. Il filo rosso era rappresentato dal lavoro: lavoro che operatori e accolti svolgevano fianco a fianco, nel tentativo di ridare dignità a chi l’aveva persa e, naturalmente, di autosostenersi dal punto di vista economico.
    Anche don Gallo nei primi anni lavorava come fattorino. A metà degli anni ’90 arrivano i fondi pubblici e la collaborazione con Asl e Sert: la Comunità può così ampliare i propri orizzonti, le proprie strutture, dal ristorante alle cascine, dalla libreria al centro di recupero di scarti alimentari fino a diventare una fucina di progettualità.

    [quote]Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse.[/quote]

    Come se la passa oggi la Comunità di San Benedetto al Porto? Ne abbiamo parlato con Domenico Chionetti, noto a tutti come “Megu”,  storico portavoce. «La Comunità è un luogo dove ci sono legami naturali, paritari, tra persone profondamente diverse tra loro: d’altronde questo è lo scopo dell’accoglienza. Al nostro interno non ci sono zizzanie, solo i normali problemi che possono derivare dall’autogestione. Ma questo esisteva anche quando c’era il Gallo, soprattutto negli ultimi anni: fino alla fine degli anni ’90 girava per tutte le strutture ed era presente a tutte le riunioni ma col passare del tempo, anche un po’ per la grande esplosione pubblica e mediatica che ha avuto, ha iniziato a smuovere le coscienze in giro per l’Italia. Ma le cose qui non potevano certo stare ferme: per questo il metodo è sempre stato quello dell’autogestione. Andrea non dava ordini: era un riferimento che noi cercavamo. Lui non dava direttive, non era un impositivo».
    L’autogestione, dunque, sembra essere lo strumento principale che ha aiutato la Comunità a sopravvivere al suo fondatore, unica via per dimostrare che don Gallo forse non aveva proprio tutti i torti nel portare avanti il suo messaggio. Quindi sono false quelle vocine che mettono un po’ in dubbio l’armonia all’interno della Comunità e la funzionalità della Comunità stessa dopo la scompare di don Gallo? «La cosa più complessa per noi, e forse quella che rischia di dare addito alle malelingue, è l’impossibilità di essere così inclusivi come lo eravamo quando c’era Andrea. La sola presenza del “Gallo” – se lo vedevi, lo ascoltavi, gli parlavi, lo toccavi – ti bastava per essere corrisposto e quasi incluso nella Comunità di San Benedetto. La sua figura garantiva molta più relazione con il territorio: la vera sfida per noi è mantenere l’eredità sconfinata delle sue relazioni e questo vale più di qualsiasi struttura, qualsiasi progetto. Ed è molto difficile farlo con l’umanità che ogni giorno è sempre più sofferente e sempre più incazzata».

    Ma non vi stanca il continuo paragone tra presente e passato, tra quello che era la Comunità con don Gallo e quello che è San Benedetto oggi? «Non è tanto questo che mi stanca quanto soprattutto il peso di non riuscire ad avere quella presa di voce che prima si aveva su tantissimi temi, dalla politica alla cristianità. Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • “Il partito della Polizia”, rapporti fra politica e forze dell’ordine: intervista a Marco Preve

    “Il partito della Polizia”, rapporti fra politica e forze dell’ordine: intervista a Marco Preve

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    Foto di Roberto Manzoli

    È di poco tempo fa la notizia dell’assoluzione degli imputati per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta a Roma durante la custodia cautelare il 22 ottobre del 2009. La fine di Stefano, così come quelle di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva, di Michele Ferulli portano con sé tante domande a cui la giustizia in questi anni ha faticato a dare una risposta.
    Ed è partendo da questi interrogativi che abbiamo incontrato Marco Preve, giornalista di Repubblica e autore de “Il Partito della polizia” libro inchiesta pubblicato da Chiarelettere.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Partendo dalle vicende della scuola Diaz e dai giorni convulsi del G8 genovese, Preve contestualizza l’operato della polizia inserendo i singoli fatto in un quadro più ampio. Il waterboarding e le torture subite negli anni ‘80 dai brigatisti collegati al sequestro Dozier; le false molotov della Diaz; i criteri nebulosi con cui la DIA scelse i suoi uomini di punta negli anni d’oro della lotta alla mafia; e infine le morti di Federico, Stefano, Giuseppe, Michele: episodi apparentemente lontani ma legati da un filo rosso che ci racconta una storia di impunità e omertà il cui protagonista indiscusso è il potere.

    Tra le pagine del tuo libro ripercorriamo la genesi e lo sviluppo del partito della polizia, un gruppo di potere che negli ultimi decenni ha tenuto saldamente in mano la pubblica sicurezza del nostro paese. Quello che emerge è un mondo caratterizzato da omertà e logiche clientelari al pari della peggiore politica. Come è nata questa inchiesta?

    «Nasce dalla mia esperienza di cronista relativa alle vicende del G8 del 2001. Nel libro parlo soprattutto dell’inchiesta giudiziaria e delle vicende politiche che l’hanno intrecciata. Credo che quanto accaduto nell’inchiesta Diaz sia stato un banco di prova unico per la democrazia in Italia. I vertici della polizia italiana, quelli per intenderci che hanno combattuto la mafia, sono stati accusati di aver falsificato prove e intralciato l’accertamento degli atti come i peggiori sbirri della cinematografia americana. Ancor più delle botte, la costruzione di false prove è il massimo tradimento per un poliziotto. E seguendo l’inchiesta ho anche potuto vedere il timore, e in alcuni casi il clima di complicità che esisteva tra molti politici di destra e sinistra con la polizia di De Gennaro. Alcuni dei personaggi principali di questo scenario li ho ritrovati in altre vicende italiane spesso legate a periodi oscuri della nostra storia. E questo è uno dei fili che ho seguito nel libro: storie, nomi, politica, gestione di fondi, segreti inconfessabili che uniscono».

    Nel 1985 a Palermo di fronte alla morte di Salvatore Marino, fermato per sospetta complicità nell’omicidio del commissario Beppe Montana, Oscar Luigi Scalfaro, allora Ministro dell’Interno, rimosse immediatamente i responsabili del fermo che vennero indagati per omicidio colposo e motivando la sua decisione disse “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia ed è uscito morto”. Perché la politica non riesce a fare sua questa fermezza e questa verità tanto elementare?

    «La copertura della politica nei confronti della polizia non è cosa solo italiana. Ma quando si arriva ad un punto in cui la verità emerge dai fatti ancor prima che dai processi, nei paesi civili la politica si fa da parte. Da noi questo non avviene perchè la polizia è permeata dalla politica, le è strettamente legata in un rapporto malsano, che non premia la meritocrazia ma l’appartenenza e i rapporti clientelari. Nel libro lo racconta bene il criminologo Carrer, collaboratore delle forze dell’ordine, e lo affermano gli stessi funzionari di polizia, i commissari Montalbano d’Italia, in un questionario scottante del 2007 a cui è stata data scarsa pubblicità dagli stessi committenti, l’Associazione Funzionari di polizia».

    Prendiamo due casi diversi tra loro. La “macelleria messicana” della scuola Diaz e la morte di Federico Aldrovandi. Al di là della violenza ciò che è altrettanto inquietante è la dimestichezza delle forze dell’ordine con il falso e con l’inquinamento della verità. Un atteggiamento che sembra appartenere tanto alle alte sfere quanto alle figure più operative. E’ un problema di valori, di formazione, di metodo?

    «Deve essere chiara una cosa: è il vertice che deve dare l’esempio. Torno ancora al caso Diaz. Che insegnamento possono trarre gli agenti di volante da un ministero, una politica un sistema che per anni ha premiato a livello di carriera i dirigenti indagati e già condannati per la Diaz? Che non sempre chi sbaglia paga. Comportamenti illeciti al vertice e alla base fanno comodo uno all’altro, consentono a entrambi di sopravvivere. Con che autorevolezza i vertici possono applicare la linea dura nei confronti della truppa se i funzionari coinvolti in quella vergognosa vicenda del caso Shalabayeva sono stati promossi? Ma ancor prima di loro in quella vicenda è stato salvato il ministro Alfano, e allora si torna a monte, alla responsabilità della politica».

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • “Da grande voglio fare il cuoco”: la cucina genovese fra mestiere e tradizione, il lavoro più ambito

    “Da grande voglio fare il cuoco”: la cucina genovese fra mestiere e tradizione, il lavoro più ambito

    PestoIn principio erano Bergese con il Ristorante La Santa, nel Centro Storico, aperto nel secondo dopoguerra, e più recentemente Angelo Paracucchi, che nel 1976 con la sua Locanda dell’Angelo ad Ameglia, nell’estremo levante ligure, salvò quasi letteralmente le sorti della cucina italiana che in quegli anni era completamente appiattita su standard internazionali che rischiavano di cancellarne ogni ricchezza. Stiamo parlando di cuochi, grandi cuochi per l’esattezza, e di una cucina, quella ligure, che si pretende sempre di aver riscoperto ma che alla prova dei fatti a livello nazionale è spesso trascurata se non per l’immancabile binomio pesto- trofie.
    Ciò nonostante, anche se non ci sono più in Liguria i grandi Maestri della cucina italiana (ma domani, chissà), resiste per fortuna la consapevolezza di quanto è stato fatto e ottenuto in questi ultimi anni da una ristorazione sempre più preparata e attenta.
    Poche sorprese, comunque, dall’uscita annuale delle Guide Gastronomiche più note, la Michelin 2015 e quella ai Ristoranti d’Italia de L’Espresso, dove il nostro territorio è presente ma non particolarmente blasonato, anzi: a causa del trasferimento da Nervi ad Arenzano del Ristorante “The Cook”, è andata persa l’unica stella Michelin del Comune.

    Eppure dovrebbe essere il nostro momento, vista l’attenzione per una cucina “di prossimità” più sana ed anche attenta alle calorie. Proprio nella cucina di magro – come recitava il titolo di un ancora attualissimo libro di ricette del 1880 “La cucina di strettissimo magro” di Padre Gaspare Dellepiane frate genovese dell’ordine dei Minimi di San Francesco da Paola – la nostra terra ha sempre trovato la sua caratteristica migliore. Questo antico ricettario è una vera sorpresa per la gustosa modernità dei piatti suggeriti, molti dei quali farebbero la gioia di un vegetariano e alcuni anche adatti a vegani di stretta osservanza, che già a quel tempo mostravano la capacità di utilizzare con sapienza quanto il territorio metteva a disposizione. Eh sì, perchè cucinare in Liguria non significa, come a volte i nostri vicini piemontesi o lombardi malignamente suggeriscono, tenere un occhio fisso al portafoglio e un altro alla tasca cucita, ma è la capacità di utilizzare le materie prime in una zona dove certo non sono presenti allevamenti intensivi o estese coltivazioni agricole.

    VernazzolaCome si mangia in Liguria? Che cosa offriamo ai turisti, o ai liguri stessi, disposti a fare anche un po’ di strada pur di passare un paio d’ore soddisfacenti a tavola?

    A settembre, prima delle alluvioni che ancora una volta ci hanno devastato, Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, parlando al Festival della Comunicazione a Camogli, ha raccontato di una Liguria che ha forse l’agroalimentare più vario, bello ed interessante d’Italia, compreso il pescato, ma che a causa di una sorta di “pancia piena”, così l’ha definita, non si ingegna nel trasformare e lavorare le materie prime che le sono state regalate. Ad esempio il pesce, ha detto, molto migliore di quello dell’Adriatico, eppure cucinato con enorme minor cura, meno fantasia, sempre confidando nella bontà del prodotto stesso.  «Ma – ha aggiunto – vedo molte persone interessanti che si muovono, che cercano di recuperare il troppo tempo perduto».

    Ne abbiamo parlato con Roberto Avanzino, insegnante, cuoco professionista e skipper, che subito mi avverte: «Sono d’accordo con queste parole, certo il suo è un punto di vista esterno, ma ha parzialmente ragione. I ristoranti dovrebbero osare di più, ma è anche vero che il cliente, specialmente il turista, raramente ha voglia di sperimentare, e ti chiede sempre le stesse cose, gli stessi piatti. Per me la cucina innovativa di oggi, la vera rivelazione, risale ad almeno duecento anni fa. Sto parlando di quello che oggi viene chiamato street food, che noi abbiamo da generazioni, con le friggitorie che ti vendevano il cono di carta con dentro i pignolini fritti, la vecchietta che nella sciamadda (farinotto) ti preparava la rosetta con in mezzo la farinata o i venditori di caldarroste che erano in cima a via XX Settembre».

    Avanzino è insegnante Tecnico pratico di cucina all’Istituto Alberghiero Marco Polo: «Per i miei ragazzi ogni tanto preparo una lezione in strada che io chiamo “bread à porter” e li porto in giro ad assaggiare proprio quelle preparazioni povere e sapienti della nostra cucina che ormai sono nella storia. Fra panini con sottolii e acciughe sotto sale tutto fatto in casa, prosciutto stagionato di 26 mesi, magari con verdure grigliate e limone, oppure con il minestrone genovese, un altro street food dei tempi antichi».

    «La cucina di strada è una meravigliosa risposta alle esigenze di oggi – continua Avanzino – non tanto per le ridotte tempistiche, che comunque nel cibo di strada sono soddisfatte, ma per la composizione dei cibi stessi, ingredienti pregiati e molto costosi che raramente la cucina ligure utilizza, essendo sapientemente basata su ingredienti quasi di scarto, o comunque decisamente poveri, per costruire piatti speciali.
    Pensiamo alla cima. Una parte di manzo, la pancia, che serve a ben poco, unita a frattaglie, bietole dell’orto, qualche uovo. Eppure, una delizia solo ligure. Ancora, i pansotti, il mio piatto preferito: espressione massima, se fatti bene, della genovesità. Pochi ingredienti, poco condimento, anche quello povero, perché ricordiamoci che un albero di noce vicino a casa c’era quasi sempre. Lo stesso discorso si può fare con i ravioli con il tocco, con il minestrone genovese, così denso da essere tirato su con il pane, e così via.
    Un altro piatto della nostra cucina geniale e modernissimo, genuinamente moderno, sono le torte di verdura, un vero piatto nobile che oggi può essere inserito fra i “cibi metabolici” cioè quei cibi che più si avvicinano alla nostra alimentazione storica e ci aiutano a difendere la salute.
    D’altra parte, quando si dice noi siamo quello che mangiamo si dice una cosa ovvia: il nostro stomaco assume da migliaia di anni lo stesso genere di cibi, e noi siamo il risultato, la risposta a questi secoli di alimentazione. Se li cambiamo, se inseriamo cibi non “antropologici” estranei al nostro patrimonio genetico, il nostro corpo si ribella e si indebolisce; questo potrebbe spiegare l’esplosione delle intolleranze alimentari nella nostra società.
    Per questo, anche per questo, noi dobbiamo difendere maggiormente un patrimonio che sta scomparendo rapidamente, ovvero i ricettari di famiglia, quei quadernetti unti e spiegazzati che le nonne lasciavano alle figlie e alle nipoti, dove era gelosamente annotata la ricetta della cima di quella famiglia, del cappon magro o del minestrone. Questi ricettari erano anche quelli che preservavano la diversità, a volte molto marcata, dei modi di cucinare la stessa cosa in zone diverse, anche non lontane, della nostra terra: rappresentano una fonte primaria di cucina e di storia che deve essere difesa e valorizzata”.

    Roberto si anima nel raccontare, segno di una passione viva e concreta: «La nostra quindi è una cucina che può essere a basso costo, può essere molto sana, ma non è sbrigativa, purtroppo o per fortuna. Per lavorare i nostri ingredienti ci vuole tempo, questo in parte può essere la spiegazione della famigerata “tipica ospitalità ligure”, quando vorremmo che il cliente pagasse senza neanche sedersi, e magari glielo lasciamo anche capire…»
    Insomma, proprio per le sue peculiarità, quella ligure è una cucina molto impegnativa e molto stancante, «mettere una fiorentina sulla brace è ben più semplice che fare una cima o un cappon magro».

    cuoco-cucinaCome si mangia nei ristoranti genovesi? «In media si mangia bene anche perché purtroppo a causa della crisi chi non era granché in gamba ormai ha chiuso; anche chi era bravo ma non organizzato purtroppo ha chiuso. Io vado spesso al ristorante, nell’entroterra ed in città, e sono un abitudinario quindi tendo a tornare dove sono stato bene; però ogni tanto voglio sperimentare, oppure vedere come è gestito un locale.
    Bisogna tener presente che a Genova, con un calcolo un po’ approssimativo, durante la settimana fra tutti si dividono un migliaio di coperti; pochi, decisamente pochi, eppure chi va avanti conta su questi, perché i coperti del week end non possono bastare. Un bravo ristoratore, oltre ad offrire una buona cucina, deve anche essere un conoscitore dei prodotti che utilizza, ed utilizzare quelli che conosce; saper far ruotare le scorte in modo che durante tutta la settimana sappia offrire pasti con varietà senza mai far percepire al cliente che sta mangiando degli avanzi, anzi è durante la settimana che deve fidelizzare il cliente, offrendo un servizio più meditato e tranquillo, facendo sì che il cliente torni. Quando un ristoratore può contare su una quarantina (più o meno) di persone che in settimana ruotano intorno al locale è riuscito nel suo lavoro».

    Ai suoi allievi Roberto ricorda  sempre che il talento è indispensabile, ma in cucina non basta: «la cucina è sacrificio e fatica, sempre e comunque, quindi al netto delle comparsate in tivù, devono sapere di aver scelto una carriera dura che, certo, può dare molte soddisfazioni se si ha questa passione. Ma che costa molta, molta fatica e molte rinunce».

    E per vedere se Roberto è riuscito nel suo intento abbiamo incontrato un alunno proprio del Marco Polo, Tommaso Berti, che ha 17 anni, e ha scelto questa scuola, ci racconta, «perché ho la passione per la cucina da sempre, nella mia famiglia tutti me ne hanno passato un pezzetto: ho aiutato fin da piccolo mia mamma a fare i dolci, lei è brava e mio papà golosissimo, quindi ne facevamo parecchi; poi i miei nonni avevano una friggitoria di quelle tradizionali, li guardavo preparare il baccalà fritto, le panissette, la pasqualina e pensavo che avrei voluto cucinare anch’io. Dopo mio padre mi ha insegnato ad accendere il fuoco e a fare la cucina da campo nei boy scout, ed anche quello mi ha coinvolto e mi piaceva farlo; quindi, quando è stato il momento, la scelta è stata proprio la mia, senza nessuna pressione da parte della famiglia».
    Ebbene sì, l’Avanzino insegnante sembra essere riuscito a fare passare il messaggio, perché il ragazzo aggiunge: «il Marco Polo è una buona scuola e i più bravi dopo il diploma trovano lavoro, ma io vorrei ancora fare l’Università per migliorarmi: so di aver scelto l’ambito più difficile perché vorrei fare il cuoco, ma so benissimo che quello che si vede in tivù è spettacolo, nella realtà ci vuole tanto sacrificio e tanta esperienza. Ma io spero di farcela».

    E come lui sperano di farcela tutti i ragazzi che in questi anni stanno rendendo affollate le classi dei vari Istituti per i servizi alberghieri, ormai secondi solo all’inevitabile liceo scientifico; nelle scelte di indirizzo, i due terzi preferiscono la cucina rispetto ai servizi di sala, confermando la potenza dell “effetto Masterchef “, ma anche degli altri programmi, e sono davvero tanti, dove il cuoco è una vera rockstar, che si può permettere di essere scompigliato, bizzoso e al limite anche un po’ maleducato.

    cuochi-cucinaPer concludere ascoltiamo anche chi nella ristorazione a Genova lavora da una ventina d’anni: Enrico Reboscio ne è un rappresentante poliedrico e per ciò forse un po’ anomalo, attratto anche da nuove e diverse sfide (DotVocal srl, un’ azienda che progetta e realizza applicazioni vocali, anche per chi può interagire con un computer esclusivamente tramite la voce : ma questa è, come si dice, un’altra storia).

    Quale è l’ errore che secondo te si commette più spesso nella ristorazione ligure, e in quella genovese in particolare?

    «Dico subito che c’è molta confusione sotto il sole, nel senso che si vuol fare innovazione, e questo sarebbe anche giusto, ma senza una conoscenza approfondita della nostra storia, della tradizione: questo porta molti cuochi a ricercare il piatto che stupisce, inaspettato, ma senza vere basi resta un “coup de theatre” fine a sé stesso, e si sgonfia subito».

    Pensi che a Genova sia più facile mangiare bene o mangiare male, per un cliente che va a naso ma è comunque disposto ad esplorare?

    «A Genova si può mangiare bene, ed anche molto bene, se si spende un po’, diciamo dai 40 euro in sù. Sotto, se stiamo sui 32- 35 euro è molto facile rimanere delusi.
    Purtroppo è così, il prezzo in questo caso è una discriminante, a buon mercato c’è molto poco e ci si deve rivolgere magari ad un tipo di cucina diversa. Io stesso sono un esplorativo, perché dopo essere stato in sala per molti anni, adesso curo dal punto di vista amministrativo un ristorante, dove si fa antica cucina genovese e siamo gli unici fuori dal comune di Siena in grado di offrire carni senesi di alta qualità del consorzio agricolo.
    Personalmente gestisco un altro tipo di locale, un pub e ristorante in stile Est Europa: per questi motivi adesso ho tempo e modo di girare per ristoranti, anche perché sono appassionato di gastronomia, e ti posso assicurare che purtroppo non è facile mangiare bene sotto questo limite di prezzo.
    D’altra parte, se un titolare (che sia anche chef o no, poco importa) acquista merce di prima qualità, utilizza personale regolarmente assunto e formato, ben difficilmente può stare sotto questa cifra. Certo, se il lavapiatti è un extracomunitario che pago in nero, il cameriere uno studente che lavora due sere alla settimana pagato con un voucher, la spesa la faccio tutta dal grossista, beh, allora qualcosa di meno si può far pagare».

    Tu quali difficoltà hai trovato quando hai iniziato a fare questo mestiere? E un giovane quali difficoltà potrebbe trovare per emergere, oggi, in Liguria?

    «Io ho iniziato come imprenditore, in proprio: le difficoltà maggiori sono state quelle burocratiche, una vera e propria giungla dove rischi di perderti e che rappresentano un grandissimo sperpero di tempo, denaro ed energia. Purtroppo queste pastoie sono aumentate di anno in anno, quindi chi inizia si trova a dover affrontare le stesse che ho incontrato io vent’anni fa e quelle nuove, che a dispetto della semplificazione ogni anno spuntano come funghi e non sono mai state coordinate o sfoltite. Se invece parliamo di un ragazzo che va come dipendente in un locale, la cosa peggiore è capitare dove il livello di preparazione non è adeguato, oppure c’è ma il giovane viene solo sfruttato per lavorare frettolosamente senza darsi il tempo di insegnare, di trasmettere le conoscenze e l’esperienza indispensabili per la carriera, per magari proporsi altrove, anche in un’altra città . Di essere bloccato, insomma».

    Gli istituti alberghieri registrano ogni anno un boom di iscrizioni, nonostante la crisi che potrebbe far ripiegare su lavori più “sicuri”. Invece, tutti pensano che in questo ambito ci siano prospettive, ed in effetti è così. Però gli insegnanti lamentano che tutti vogliono diventare chef, trascurando altre specializzazioni, come il maitre o il cameriere.

    «Guarda, io  cucinavo solo certi piatti di carne, preparavo il menu, ma il mio lavoro principale era stare in sala, accogliere i clienti: per questo so di che cosa parlo. E dico che, a parte che le passioni non si discutono, se un ragazzo volesse diventare maitre sceglierebbe un lavoro veramente importante, fondamentale direi: accogliere le persone che entrano nel locale, farle accomodare mettendole a loro agio, scambiare due chiacchiere di benvenuto e poi cercare di capire cosa vorrebbero assaggiare, come vorrebbero stare da te è una cosa che rasenta la filosofia, non esagero. Ti mette in contatto con bisogni profondissimi dell’animo, quello dell’accudimento, quello di sfamarsi; è quasi uno spirito materno che ti mette in grado di comprendere i bisogni del cliente e cercare di soddisfarli».

     

    Bruna Taravello

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  • Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    bicicletta-alessandro-zeggioIl Capitano Alessandro Zeggio è arrivato in Israele, la missione è a un passo dal compimento. Alessandro è partito da Genova lo scorso settembre per raggiungere Gerusalemme in bicicletta, un’avventura che abbiamo seguito pedale per pedale. A noi forse è sembrato un attimo, in realtà Alessandro è in viaggio da quasi due mesi. In tutto, dalla partenza, finora ha macinato 3600 km, e avrebbero dovuto essere 200 in più nella parte più a sud della Turchia, se la guerra non ci avesse messo lo zampino. Era entrato nella Repubblica Turca il 5 ottobre, con parecchi timori, in parte giustificati. Intolleranze religiose, culturali, percorsi insidiosi in mezzo a montagne desertiche dove potevano nascondersi predoni e soprattutto cani, branchi di cani randagi numerosi e spesso molto, molto minacciosi.

    Non tutti i timori però si sono trasformati in realtà. Al posto dei predoni Alessandro ha incontrato persone meravigliose alle quali si è subito sentito come unito da un filo di grande umanità e voglia di capire e conoscere; i cani invece sì, quelli c’erano e in più c’era anche tanto e ostinato vento contrario. Poi l’arrivo a Istanbul coincidente con il terribile giorno dell’alluvione a Genova, con le notizie che si rincorrevano sull’allerta meteo che non finiva, i danni da contare, la città sotto choc: tutto questo ha fiaccato parecchio l’entusiasmo di essere giunto ad una tappa fondamentale del viaggio. Anche le amiche genovesi volate per condividere la visita della città (fra queste anche la nipote del Capitano, Anna D’Albertis) pur festeggiando Alessandro non erano certo nello stato d’animo più adatto per farlo.
    Adesso ci risiamo. Alessandro si avvicina a Gerusalemme per la tappa conclusiva e per le strade di Genova torna l’incubo alluvione, Allerta 2, ancora una volta. Da laggiù il Capitano fa gli scongiuri come tutti i genovesi, dita incrociate per un epilogo diverso rispetto ad un mese fa…

    Il viaggio del Capitano, la Turchia è alle spalle

    Solo a fatica, guadagnando strada grazie soprattutto alla straordinaria umanità dei turchi, Alessandro ha ripreso il ritmo, tornando a vedere il suo obiettivo più che mai a portata di pedale. «Momenti difficili – mi racconta al telefono – ce ne sono stati eccome. Ad esempio quando sono stato male, davvero male, con febbre intestinale e debolezza incredibile, bloccato in una specie di motel-officina-stazione di servizio in mezzo al nulla, letteralmente nulla, con il centro abitato più vicino a 60 km; ho dovuto ricorrere alla visita con uno pseudo medico autista di ambulanza al quale ho fatto capire i miei malanni mimandoli… Però questa sapevo che sarebbe passata. Il vero momento di scoramento l’ho avuto quando mi sono reso conto che, oltre alla situazione drammatica fra Palestina ed Israele, che si era fatta particolarmente violenta proprio poco prima della mia partenza, ora c’era l’avanzare delle truppe dell’Isis in Siria. Da voi se ne è parlato poco – continua –  ma da queste parti il clima era davvero bollente, si stava massacrando la popolazione curda in Siria, ed ovviamente i “fratelli” turchi reclamavano un aiuto dal governo centrale per difenderli. Invece non solo non è arrivato nessun aiuto, ma i curdi sono stati bombardati in patria, proprio dalla Turchia, tanto per far capire che al governo centrale dell’eccidio alla fine importava poco, anzi. Allora il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, si è riorganizzato per difendere i propri fratelli a Kobane, mentre la Turchia si è alleata agli Usa nel bombardare l’Isis. Questo però ha fatto rivoltare i musulmani integralisti ed anche la Siria, che ha scoperto a transitare sul proprio confine dei guerriglieri iracheni che cercavano di entrare, aiutati proprio dalla Turchia. Ovviamente ciò ha scatenato scontri fra Musulmani, nazionalisti, curdi e l’esercito. Insomma, non mi dilungo ma la situazione era ed è pesantissima; c’è una tensione che puoi fiutare nell’aria, l’ultimo giorno ho visto i cortei che accompagnavano dei ragazzi riservisti che si arruolavano… danze urla pianti e bandiere, ad ogni stazione, decisamente troppo per un occidentale in transito».

    Così Alessandro è partito dalla Cappadocia, da Kaiseri, invece che da Hatay (Antiochia). Ma non demorde, e pur essendo atterrato a 70 km da Gerusalemme, che potrebbe raggiungere in un giorno, lui vuole tornare dove il cammino è stato interrotto dalle guerre. Quindi a nord, verso Acri, città sul confine con il Libano e di importanza storica per i pellegrini fin dall’antichità. Poi Nazareth, Tiberiade con il Santuario delle beatitudini; poi giù lungo la Valle del Giordano, Mar Nero Betlemme e Gerusalemme, per un totale di 400 km, gli ultimi, che Alessandro vuole gustare lentamente come la panna sulla torta.

    the-turchia-alessandro-zeggioNei suoi ricordi, rimarranno alcuni incontri e molti volti, su tutto i turchi come popolazione, «persone che sanno ancora fermarti per offrire un thé lungo la strada» (il famoso cay scaldato lentamente su fornelletti arrangiati, mentre le domande allo straniero fioccano). L’incontro con l’italiano che stava andando (ma che follia!) a piedi da Ancona a Gerusalemme per un progetto a sfondo religioso («mi sono fermato per fotografarlo e lui mi stava fotografando, inevitabile scoppiare a ridere e presentarsi»).

    La meraviglia della Cappadocia, la gioia di ritrovarsi nel verde dopo il deserto. I cani. Non tutti aggressivi, però: Alessandro ha mandato la foto di un cucciolo che gli è trotterellato incontro per avere un po’ di cibo, bloccando di fatto il branco che sembrava in procinto di attaccare.
    «Nell’affrontare i branchi di cani la mia tecnica si è affinata, ho visto che era utile farmi prima vedere da fermo. Poi passavo lentissimo davanti a loro, e tante volte si erano ormai abituati alla mia figura e mi ignoravano. A volte non funzionava e attaccavano, in quel caso io mi mettevo ad urlare e a sbracciarmi; non so come, ma funzionava. Però in realtà dove vedevo branchi troppo numerosi e isolati da tutto non sono passato, modificando un po’ il giro: i cani e la guerra sono stati le cose che mi hanno condizionato di più lungo la strada».

    Invece il vento, che certi giorni soffiava terribile, non gli ha impedito il cammino «Insomma – ammette – non lo ha impedito ma lo ha rallentato molto. Purtroppo a quanto pare ho beccato la stagione in cui soffia proprio nella direzione opposta alla mia, era tremendo! Con la sporgenza delle borse a volte dovevo pedalare anche in discesa, il risultato era che ho percorso certi tratti nel doppio del tempo previsto, perché più dei 10 km all’ora non potevo fare…»

    «Se dovessi dire “l’emozione più forte” – continua Alessandro – ancora non saprei, devo aspettare di finire la strada, e poi ripensare tutto. Senz’altro molto strana e molto piacevole la sensazione di essere da solo quando ho attraversato le montagne della Turchia; per decine e decine di chilometri non incontravo anima viva, una situazione qui da noi impensabile, che mi ha regalato delle emozioni particolari, era la prima volta che mi misuravo da solo con zone desertiche, se pure non un vero e proprio deserto. E poi altre, tante cose, ma ora è tutto troppo, ancora troppo “fresco”, troppo forte..

    Adesso Il Capitano si trova nel centro storico di Tel Aviv, a Jaffa; lì la vita notturna è vivacissima e può constatare che il detto “gli israeliani pregano a Gerusalemme e si divertono a Tel Aviv” ha ben più di un fondo di verità.
    Ma la prima cosa è stata andare alla vecchia stazione ferroviaria, ormai in disuso, del 1890, e ripetere la foto che il Capitano d’Albertis aveva fatto nel 1906, quando aveva preso il treno per Gerusalemme e poi per Damasco.
    Alessandro come sapete ha un legame forte con questa figura, e dice: «ho cercato di replicare la sua inquadratura, e, lo ammetto, mi son venuti i brividi dall’emozione».

    Buon arrivo a Gerusalemme, Capitano.

     

    Bruna Taravello

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  • Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    vicoli-immigrazione-d1Nell’area di via Pré l’economia illegale del capoluogo, in tutte le sue sfaccettature, ha una delle sue basi storiche, lo sanno tutti. Nell’ultimo decennio, poi, ha acquisito dimensioni rilevanti il fenomeno dei laboratori casalinghi in cui si rifiniscono vestiti contraffatti, venduti poi su bancarelle improvvisate nei luoghi di maggior afflusso turistico.
    L’approccio dominante delle istituzioni spazia dall’indifferenza agli interventi di ordine pubblico, di carattere repressivo, dei quali, quasi sempre, fanno le spese i soggetti più deboli o più facilmente identificabili con il fenomeno della contraffazione nel suo complesso, almeno dal punto di vista mediatico.
    Si legge infatti spesso di operazioni contro i “falsi”, di tolleranza zero nei confronti della contraffazione, opportunamente ispirati da comunicati ufficiali, mentre di rado vengono colpiti gli interessi di chi lucra veramente, ovvero i grossisti di vestiti ancora da rifinire, gli imprenditori che finanziano la loro produzione, e gli speculatori che spesso approfittano della situazione di precarietà di cittadini extracomunitari per proporre loro alloggi a prezzi e a condizioni inaccettabili.
    Oggi poi la crisi economica ha reso la situazione di chi vive in questa realtà ancora peggiore, come racconta un uomo che chiameremo Estephan, un sarto senegalese che sette anni fa decise di partire per l’Europa per guadagnare quel denaro che avrebbe permesso a lui e ai suoi cinque figli di aprire un allevamento di polli in Senegal.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Estephan lavora oggi in casa sua nel circuito della contraffazione: la sua mansione è quella di andare a prendere dai grossisti i capi di vestiario da rifinire, su cui applicare i marchi contraffatti. I ruoli in questo sistema sono etnicamente distribuiti: cinesi e marocchini curano rispettivamente importazione all’ingrosso e distribuzione dei semilavorati, mentre agli africani spetta la vendita al dettaglio e il lavoro di rifinitura, per il quale vengono pagati pochi euro al pezzo. I loro orari sono in massacranti, dalle 10 alle 12 ore di lavoro.

    «Sono venuto in Europa perché ora in Africa la situazione è difficile: mancano soldi e lavoro; io avrei preferito decisamente rimanere nel mio paese, ma, non trovando una maniera di mantenere me e la mia famiglia, ho pensato di andare all’estero».

    «Dalla Francia sono venuto a Genova perché nessuno mi voleva come sarto ed avevo pochi appoggi, ma una volta arrivato mi sono chiesto se veramente fossimo in Italia o se dovessi prendere un altro treno, o un aereo per arrivare veramente. Quella sera l’ho passata a dirmi che questa non poteva essere l’Italia della quale mi avevano raccontato. Le strade così strette, i palazzi così vicini, alti e spesso malandati, e poi un sacco di topi… insomma, completamente diversa da Parigi. Poi per qualche giorno sono stato presso un hotel di Via Balbi e, uscendo sulla strada, ho visto quindici senegalesi con grandi sacchi blu selle spalle. Mi hanno spiegato poi che quii senegalesi andavano a vendere vestiti contraffatti, cosa di cui in Senegal non avevo mai sentito parlare. Io però non volevo fare quel lavoro, perché sono un sarto da quando ho 18 anni, dal 1986, e non conosco altri lavori. Mai mi sarei aspettato di fare quello che faccio ora, che ti assicuro non mi piace; per fare il sarto ci vuole tempo ed esperienza, mentre applicare le etichette false è talmente facile che in due ore anche tu saresti perfettamente in grado di farlo».

    [quote]È una vita difficile, e poi quando la polizia è venuta in casa mia mi ha portato in strada come un criminale, e questa cosa mi ha fatto vergognare moltissimo.[/quote]

    «Soldi ne guadagno veramente pochi, specialmente ora dopo che per diverse volte la polizia mi ha sequestrato la macchina da cucire, che avevo dovuto comprare io. Non riesco nemmeno più a mandare denaro alla mia famiglia e spesso è un problema anche solo riuscire a pagare affitto, cibo e bollette. Se trovassi domani un lavoro normale qualsiasi non farei mai più questo lavoro schifoso dei falsi, te lo giuro».

     

    Carlo Ramoino

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • Sainkho Namtchylak e il canto armonico. Quando la tradizione antica si fonde con la modernità

    Sainkho Namtchylak e il canto armonico. Quando la tradizione antica si fonde con la modernità

    Sainkho Namtchylak (4)Un’artista conosciuta in tutto il mondo grazie ad una voce straordinaria che ha saputo fondere magistralmente la tecnica antica del canto armonico (o bifonico) con le sonorità moderne. Sainkho Namtchylak, nata in un villaggio della Siberia meridionale ai confini con la Mongolia nell’ex-repubblica sovietica di Tuva, è una sacerdotessa orientale del canto la cui voce ha caratteristiche timbriche che la rendono unica.
    Lo scorso settembre Sainkho è stata invitata nella nostra città da Davide Ferrari per la 23esima edizione del Festival del Mediterraneo interamente dedicata alla musica femminile, si è esibita a Palazzo Ducale nella Sala del Minor Consiglio e ha stupito tutti. La sua musica è un affascinante intreccio fra il nostro tempo e le tradizioni lontane, il canto popolare siberiano e mongolico, il jazz e la musica elettronica; la voce spazia dai suoni acuti a quelli più gravi con un’estensione prodigiosa, acquista singolare intensità per improvvisi cambiamenti di vibrazioni, alterna trasparenze a toni densi e scuri.

    Sainkho Namtchylak (5)Sainkho è considerata una delle più grandi conoscitrici al mondo di canto armonico. In inglese “overtone singing”, il canto armonico è una tecnica che permette al cantante di sfruttare il tratto fra le corde vocali e la bocca per risaltare gli armonici naturali presenti nella voce e, quindi, emettere contemporaneamente due o più note diverse. La stessa tecnica che utilizzava Demetrio Statos, storica voce degli Area, e che utilizzano ancora oggi alcuni canti a tenore in Sardegna. E proprio da una citazione di Stratos iniziamo la nostra intervista…

    Demetrio Stratos sosteneva negli anni 70: “La voce è oggi nella musica un canale di trasmissione che non trasmette più nulla”. Ascoltare la tua voce ci riporta a questa affermazione… Oggi la grande industria musicale e lo strapotere della musica leggera e del “canto parlato” sono in forte crisi, sia creativa che economica. Credi che siano maturi i tempi per il diffondersi nelle masse di una maggiore coscienza e cultura musicale sia in chi ascolta che in chi crea?

    «Demetrio Stratos è uno dei migliori cantanti del ventesimo secolo. Il modo in cui è riuscito ad esplorare le possibilità della voce umana è rivoluzionario, e il suo approccio spirituale nelle sue performance vocali è stata una delle scoperte più profonde della mia vita. Alle parole di Demetrio riguardo alla musica moderna, però, non posso rispondere nulla perché è una sua affermazione; personalmente mi sento di dire che trovo nella musica vocale del passato molto più contenuto a livello musicale, di anima e sentimenti rispetto alla canzone moderna. Questo si. Eppure in tal senso l’elettronica ha aperto grandi possibilità per l’uomo e la sua musica, ma è trascorso troppo poco tempo per arrivare a conclusioni. A mio parere ci vorranno ancora 50-100 anni per poter affermare qualcosa, per tirare le prime somme, capiremo cosa davvero è servito delle nuove grandi scoperte elettroniche e cosa invece è stato inutile in ottica di una evoluzione musicale sia da parte di chi ascolta che di chi crea. Penso dunque che questo sia un’era di passaggio… Ci vuole tempo. È ancora troppo presto».

    La “forma canzone”, il classico strofa+ritornello con melodie orecchiabili e testi in rima, credi che abbia ancora qualcosa da dirci?

    «La modernità apre e modifica la tradizione, o ancora meglio possiamo dire che porta con sé nuove tradizioni. Vedremo. Bisogna dire che la cultura urbana dei nostri tempi rende possibile qualsiasi forma di scrittura musicale, non solo la forma canzone nella sua accezione più comune. Quello che è importante, qualunque sia la forma utilizzata, è mantenere l’anima nell’opera artistica per poter comunicare con chi ascolta; le canzoni sono forme brevi di storie, storie che possono essere trasmesse con la voce da anima ad anima. Quello che è certo è che, essendo più corta e più compatta rispetto alla tradizione musicale del passato, la canzone ha permesso di sviluppare in questi anni il concetto di “rapidità” nella composizione musicale, inteso come rapidità di esprimere idee attraverso le melodie, le armonie e i testi».

    Hai cantato a Genova al Festival del Mediterraneo, come ti sei trovata con il pubblico? La tua musica è lontana dalle nostre abitudini di ascolto, e tu in queste situazioni diventi “ambasciatrice” di un patrimonio culturale come quello del canto armonico… Ti ritrovi in questo ruolo?

    «Quando canto, o più in generale lavoro sulla mia voce, oppure quando racconto una storia attraverso melodie e testi, non penso al fatto di essere ambasciatrice o all’importante confronto fra culture diverse. Semplicemente canto e basta. Tutto parte da un profondo e naturalissimo bisogno di condividere con gli ascoltatori ciò che mi è stato regalato dalla natura. Non penso molto a questioni filosofiche. Sento il bisogno di cantare, di condividere le mie emozioni. Ed è bellissimo essere con un pubblico quando canto. Gli ascoltatori italiani sono molto calorosi, un pubblico melodicamente raffinato. È sempre un gran privilegio poter cantare per loro. In un’epoca in cui tutto si sta digitalizzando, i libri saranno in formato digitale, la musica, la radio, i video, tutto si sta digitalizzando, fare concerti live all’interno di luoghi acusticamente buoni ci dà l’opportunità di ricordare come dovrebbe essere una voce naturale. Spero di tornare presto a Genova e cantare di nuovo a cappella. Solamente per cantare e far volare la mia anima. Sono molto grata a Davide Ferrari che mi ha invitata. Auguro a lui e al suo progetto lunga vita, molti contatti e un buon pubblico».

    Esiste un collegamento forte fra la tradizione sciamanica e il canto armonico, aiutaci a capire meglio…

    «All’inizio il canto armonico era caratteristico della tradizione musicale buddhista. Per la musica sciamanica era invece il canto gutturale. La differenza fra il canto armonico e il canto gutturale è che il primo ha una linea melodica e armonica molto chiara, mentre il secondo è composto maggiormente da suoni, vocalizzazioni sonore, arte visivo-sonora espressa attraverso la voce. Solitamente nel canto gutturale è molto difficile notare o distinguere la linea melodica e l’armonia intese come da impostazione accademica europea/occidentale».

    Anche solo il concetto di “scrivere un brano” è diverso dai canoni della musica leggera, puoi descriverci il processo di creazione di una tua opera? Quanto è presente il concetto di improvvisazione?

    «Ogni volta per me è diverso. Non voglio annoiarmi e seguire lo stesso percorso ogni giorno. Solitamente le idee mi arrivano da incontri con cose belle che toccano la verità della vita quotidiana. Come per i testi e le poesie, anche per le canzoni mi capita spesso che mi arrivino in forma aperta, richiedendo quindi mesi, anni per farle diventare cantabili».

    Gabriele Serpe
    foto di Marcella Sabatini

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