Autore: Andrea Giannini

  • Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle: l’analisi politica

    Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle: l’analisi politica

    Beppe GrilloDi Grillo avevo scritto già all’inizio di maggio, sottolineando come la forza e nello stesso tempo la contraddizione del suo Movimento 5 Stelle (M5S) fosse quella di avere per leader un comico che non corre per nessuna carica politica: è una forza perché da a Grillo la possibilità di continuare a fare quelle battute che gli riescono così bene, di esercitare con successo il ruolo di “rompighiaccio” e contemporaneamente di essere percepito come estraneo agli interessi della casta; è una contraddizione perché gli attivisti, allorché eletti a una qualsiasi posizione di rappresentanza, acquistano inevitabilmente autonomia decisionale, e quindi diventa difficile poterli richiamare all’ordine stando al di fuori di un qualsiasi ruolo istituzionale o politico. Questa analisi mi pare confermata dai fatti: da Giovanni Favia a Federica Salsi, quello a cui stiamo assistendo non è altro che il fisiologico emergere dall’interno del movimento di personalità più o meno carismatiche.

    BEPPE GRILLO, IL “DITTATORE”

    Ovvio che la grande stampa sia interessata solo a propagandare “The dark side of Beppe Grillo”, “il lato oscuro della forza”; perché bisogna a tutti i costi spaventare l’elettorato moderato spiegando loro che votare il M5S porterà le camicie nere su Roma. Eppure, checché se ne dica, il problema di Grillo non è la “democrazia interna”. Anzi, un’organizzazione politica che voglia restare coerente rispetto ai principi attorno ai quali cerca il consenso degli elettori, anche a costo di espellere gli indisciplinati, è una buona cosa. Certo, il M5S è una forza giovane: e in questi casi è normale che il processo di strutturazione passi attraverso una dialettica anche aspra tra il gruppo fondatore ed ispiratore, da una parte, e le persone che vi si accostano con intenzioni anche molto diverse fra loro, dall’altra. Ma ciò non basta per affermare che il problema del M5S sia il decisionismo o il protagonismo del suo massimo rappresentante. Al contrario, le difficoltà che stanno emergendo dipendono piuttosto da un programma che è troppo radicalmente democratico.

    Su questa espressione bisogna intendersi bene. Ho già scritto più e più volte che il merito maggiore di Grillo è proprio quello di esortare il cittadino a riprendersi la vita civile, ad interpretare un ruolo attivo nella società, a smettere di fare “il guardone della politica”, sottraendo così il processo decisionale tanto al paternalismo del ceto dirigente di sinistra (per cui il popolo è, in fin dei conti, minorato) quanto al “ghe pensi mi! voi godetevi la vita” di berlusconiana memoria. Quindi non posso che vedere con favore qualsiasi progetto politico che voglia interpretare il termine “democrazia” secondo il suo significato corrente. Ciò non significa, però, che l’esercizio della democrazia sia un processo scontato. In particolare è difficile che si possa rinunciare alla democrazia rappresentativa in favore della democrazia diretta semplicemente perché “ora c’è la rete”.

    BEPPE GRILLO E LA RETE

    Grillo suppone un più stretto contatto tra elettori ed eletti attraverso l’uso delle nuove tecnologie, tale per cui diventa improvvisamente inutile un ceto di dirigenti di partito e, più in generale, la rappresentanza basata sulla leadership e sul carisma personale del singolo uomo politico. Il buon amministratore, infatti, si limiterà ad eseguire periodicamente gli ordini che gli arrivano dalla base, a sua volta organizzata per via telematica. Segue come corollario che non ci sarà più bisogno di un manifesto programmatico inteso classicamente, come insieme di valori che possano collocare il partito in un’ideologia più o meno di destra o di sinistra. Ne esce compromesso anche il ruolo dell’informazione, che perde completamente la sua funzione autonoma di controllo tra chi delega il potere e chi è delegato. In questo quadro c’è tutto: la spiegazione della degenerazione partitocratica, le ragioni della crisi economica (come prodotto di un sistema di potere corrotto), la promessa di un nuovo assetto politico (immune dai problemi del precedente), l’importanza delle nuove tecnologie digitali e – last but not least – un ruolo di primo piano, unico ed irripetibile, per il padre fondatore di questa meravigliosa architettura sociale.

    Tutto molto bello. Peccato solo che non stia in piedi…

    I commentatori politici appaiono come ipnotizzati vuoi dalla paura, vuoi dal fascino che esercita la novità di Grillo e del suo M5S. Pochi si sono avventurati in una critica che ne prenda seriamente in esame i presupposti. Ma l’idea che i benefici di internet possano sovvertire le normali dinamiche di una democrazia rappresentativa come l’Italia, se certo non è pericolosa, è comunque piuttosto ingenua.

    Grillo e il suo socio Caseleggio hanno certo avuto il merito di capire che la rete è un potentissimo veicolo di circolazione di idee e informazioni, oltre che un mezzo per democratizzare questo processo, sottraendolo all’oligopolio televisivo. Inoltre, può essere un eccellente strumento di controllo su l’operato di chi viene eletto. Eppure la rete da sola non basta per far stare in piedi un movimento senza un gruppo dirigente.

    BEPPE GRILLO E I PARTITI

    Che ci si creda o no, infatti, le strutture che i partiti si erano dati avevano all’origine una loro ragione d’essere: e questa ragione non aveva niente a che vedere né con lo sperpero di denaro pubblico, né con l’arricchimento personale. I congressi, i dirigenti e i leader servivano (e dovrebbero servire ancora oggi) a risolvere il problema della rappresentanza degli iscritti nel modo più congeniale possibile; un modo che non è mai stato né sarà mai quello di fare la somma algebrica delle singole posizioni. Al contrario, in un partito (come qualsiasi altro organismo democratico di dimensioni ragguardevoli) occorrerà sempre una minoranza che sia incaricata dalla maggioranza di gestire gli affari di tutti. E il rapporto non sarà mai completamente subalterno, nel senso di una minoranza unicamente interprete della volontà della maggioranza, ma proverà anche all’occorrenza a guidarla, a imprimerle una direzione, anche attraverso l’azione di personalità dotate di particolare carisma: purché, s’intende, emergano dal basso attraverso un processo di selezione, e non vengano calate dall’alto in quanto espressione di forti interessi particolari.

    Si, lo so: sono i tempi del post-berlusconismo e della Casta, e certi discorsi risultano indigesti. Ma questa non è una buona ragione per buttare via il bambino con l’acqua sporca. Anzi, dobbiamo stare molto attenti, perché è proprio in momenti come questi, in cui appare chiaro che si deve cambiare, che si rischia anche di fare dei danni. Negli anni ’90, dopo essersi scottata con Tangentopoli, l’opinione pubblica in gran parte si bevve la favola delle privatizzazioni con la scusa della maggiore efficienza dei servizi (perché nel pubblico – recita una vulgata in voga ancora oggi – la corruzione si annida per definizione): poi è andata come è andata, e oggi nessuno pensa più che privatizzare sia la ricetta magica.

    Allo stesso modo, un conto è dire che questi partiti sono tutti compromessi, che i vecchi leader sono al potere da troppo tempo e che abbiamo sbagliato ad assuefarci al culto della personalità politica; un altro conto sarebbe sostenere che è l’idea di partito in sé ad essere sbagliata. In realtà non sono stati solo i partiti a subire un processo di degenerazione, ma tutto il sistema nel suo insieme: dall’istruzione all’informazione, dal sistema legale alla finanza. Inoltre ci sono paesi dove i partiti funzionano benissimo. Insomma, che esigenza c’è di sperimentare sulla nostra pelle un estremo che sappiamo benissimo essere sbagliato, solo perché ci siamo già scottati con l’estremo opposto?

    Il fatto che per anni ci siamo preoccupati poco della qualità di chi ci governava, non significa che ora non dobbiamo più farci rappresentare da nessuno: significa solo che dobbiamo selezionare e controllare meglio.

    PERCHÈ LA DEMOCRAZIA DIRETTA SUL WEB “NON FUNZIONA”…

    La democrazia diretta “telematica” non funziona non perché il popolo non abbia la capacità necessaria per gestire direttamente la cosa pubblica (ripeto: diffidate da chi vi dice il contrario, perché vuole fregarvi), ma per due motivi estremamente pratici: il primo è che governare richiede tempo, e la maggior parte della gente non ne ha; il secondo è che l’Italia non è l’Atene del V secolo a.C.: è molto più grande.

    E’ vero che la rete riduce le distanze fisiche e temporali, ma se fosse in grado di azzerarle, perché su molti importanti punti, soprattutto di respiro nazionale, ancora non si conosce quale sia l’orientamento del M5S? Eppure ne è passato di tempo da quando i sondaggi hanno accreditato la creatura di Grillo come la seconda forza del paese. La realtà, allora, è che fare politica su internet è si un processo interessante e innovativo, ma che non esclude una lunga dialettica. E questa non è una colpa del mezzo, ma è un merito delle persone, che per fortuna devono ancora informarsi, valutare, discutere, argomentare e trovare un compromesso prima di prendere una decisione comune. A maggior ragione un simile procedimento non sarebbe concepibile nel day by day di un normale governo. Un domani potrebbe scoppiare una guerra, crollare l’euro, o più semplicemente chiudere una piccola fabbrica che manda a casa una ventina di dipendenti: un eventuale governo “a 5 Stelle” cosa farebbe? Si connetterebbe su internet per sentire cosa ne pensano gli internauti? Ovviamente non sarebbe possibile, perché sarebbero necessarie decisioni rapide.

    Questo dimostra che avere un rigido ricambio, spersonalizzare la politica e chiedere coerenza rispetto ad un programma proposto sono tutte cose giuste e desiderabili; e tuttavia non escludono una certa sfera di autonomia per un dato gruppo dirigente, per quanto serrato il controllo e per quanto ristretto il mandato.

    L’utopia di Grillo, insomma, non è praticabile. Internet può restare un ottimo strumento per monitorare la trasparenza dei rappresentanti, ma non potrà mai teleguidarli. Resta la necessità di guardare benevolmente al riorganizzarsi spontaneo della società civile, che cerca di riprendersi uno spazio che le era stato a poco a poco sottratto. Tanto più che non c’è nulla da temere da questi esperimenti: anzi, se l’analisi è corretta, l’evoluzione da movimento a partito sarà inevitabile, oppure quella che adesso è una novità presto o tardi finirà per avvitarsi fatalmente su se stessa.

     

    Andrea Giannini

  • Monti e i “ministri tecnici”, il bilancio dopo un anno di governo

    Monti e i “ministri tecnici”, il bilancio dopo un anno di governo

    Mario MontiVedere i candidati del centrosinistra illustrare i loro programmi negli studi di X Factor non ha prezzo. Eppure, anche se questa primizia nel menù dell’informazione italiana avrebbe meritato un commento appropriato, ho dovuto decidermi – con molta fatica – a dedicare questo spazio ad un altro argomento: il governo Monti ha spento la sua prima candelina, ed in effetti la ricorrenza merita qualche considerazione.

    Ad un anno di distanza possiamo dire dunque che Monti ha fatto bene quello per cui era stato chiamato, ciononostante (anzi, proprio per questo) l’Italia sta peggio dell’anno scorso e andrà a stare sempre peggio. Il paradosso è solo apparente. Monti ha effettivamente centrato un obiettivo: ha evitato il crack del debito pubblico italiano, seguendo l’obiettivo contabile di un riequilibrio tra entrate e uscite. Questo è l’unico motivo per cui era stato chiamato al governo dall’asse Roma-Berlino, cioè Napolitano-Merkel, sempre che siano veri i retroscena. Quel che è certo è che noi dovevamo evitare il commissariamento da parte della Troika, mentre le cancellerie europee dovevano evitare di ritrovarsi fra le mani una seconda Grecia ancora più pericolosa (il che avrebbe significato la fine dell’euro).

    Cosi è arrivato Monti a “risolvere problemi”, un po’ come il signor Wolf di Pulp Fiction: ed in effetti le pressioni sul nostro debito pubblico (il famigerato spread) si sono allentate. Come è riuscito il premier a ottenere questo risultato? Ci ha spiegato che avevamo mancato in “disciplina di bilancio” e che avevamo vissuto “sopra le nostre possibilità”. Quindi ha fatto approvare qualche riforma decisiva, come quella sulle pensioni, ha introdotto nuove tasse e ha tagliato un po’ la spesa: ma soprattutto lo ha fatto in modo strutturale, garantendo cioè che i benefici per i conti pubblici non fossero occasionali ma, per quanto possibile, permanenti.

    Mi chiedo però, a questo punto, se l’adozione di questa semplice ricetta giustificasse davvero l’avvicendamento di governo a cui abbiamo assistito un anno fa. C’era davvero bisogno di un economista di caratura internazionale per spostare di qualche anno l’età della pensione, tassare gli immobili e operare qualche taglio? Non posso credere che Tremonti non fosse in grado di concepire un calcolo ragionieristico così scontato. E d’altra parte il governo dei tecnici non si è dimostrato immune da errori grossolani, come la vicenda degli esodati sta lì a ricordare. Non è la competenza, quindi, il motivo per cui Berlusconi se ne è tornato a casa. Il motivo è politico.

    Anche se il precedente governo fosse stato in grado di concepire la soluzione, comunque non sarebbe stato in grado di sopportarne le conseguenze: perché se fosse stato un governo politico a presentarsi a queste elezioni, con lo stato in cui versa attualmente la nostra economia non sarebbe mai stato rieletto. Monti non ha questo problema: non essendo mai stato eletto da nessuno, non deve preoccuparsi di cosa pensino di lui i suoi elettori. Deve stare attento unicamente a non perdere l’appoggio della maggioranza del Parlamento che gli approva le leggi. Le forze politiche, dal canto loro, sono state ben contente di affidare ad altri la patata bollente, con la promessa – beninteso – che i loro interessi non sarebbero stati toccati: ecco perché non abbiamo assistito a quella sferzata anti-casta che un po’ tutta l’opinione pubblica si attendeva. Anzi, in questo modo si è creato un clima di sintonia istituzionale che ha coinvolto Quirinale, Palazzo Chigi e Parlamento (a parte qualche occasionale rigurgito di ostilità e l’opposizione di partiti minori). Di conseguenza i mezzi di informazione, sempre attenti alla distribuzione del potere, si sono allineati: l’opera e il pensiero di Mario Monti sono diventati l’indiscutibile buona novella da annunciare al mondo intero.

    Gli Italiani hanno finito così per convincersi della assoluta bontà dell’operato del governo, aiutati in questo anche dal paragone impietoso con quello che si erano appena lasciati alle spalle. Se Berlusconi, infatti, era “diversamente slanciato”, con i tacchi sotto le scarpe e la pelata rinfoltita periodicamente, Monti appare alto, distinto e vestito in loden. Berlusconi frequentava prostitute, si sospetta anche minorenni, e raccontava barzellette farcite con bestemmie; Monti è monogamo, serio e sobrio. In Europa il solo nome di Berlusconi evocava risolini eloquenti; Monti invece è rispettato, considerato e ammirato. Insomma, i cittadini non potevano non concedergli fiducia. Ma la benevolenza del mondo politico, dell’informazione e di una parte consistente dell’opinione pubblica non deve far dimenticare quale sia il vero spread, la vera distanza tra questo governo tecnico e un altro qualsivoglia governo politico: che questo governo ha portato avanti un programma di risanamento che pochi cittadini avrebbero votato. E non l’avrebbero votato, perché è un programma che deprime l’economia e quindi li danneggia. Ecco perché si è resa necessaria una figura in qualche modo esterna, calata dall’alto – ci dicono – per fare il nostro bene. Certo, l’idea è fastidiosamente paternalista e anche marcatamente anti-democratica. Gli Italiani sarebbero un po’ come il bambino che fa i capricci e non vuole andare dal dentista, perché ha paura di sentire male: allora il papà lo prende in braccio e ce le porta di peso. Ma davvero è così? Davvero in passato siamo stati cattivi e abbiamo speso troppo? Davvero ora dobbiamo affidarci alla cura di papà-Monti, che taglia la spesa pubblica, alza le tasse e persegue obiettivi contabili per il nostro esclusivo interesse? In realtà questa favoletta è contraddetta da almeno un dato evidentissimo: non è vero che in passato abbiamo speso troppo.

    Anche se nel dibattito televisivo sembra che il debito pubblico sia la causa della crisi, in realtà per qualsiasi economista un minimo preparato è l’effetto. Cioè la crisi che viviamo non dipende da un eccesso di spesa pubblica, ma dagli squilibri del credito privato. Se il problema fosse stato il debito pubblico, come mai è andata in crisi l’Irlanda, che aveva meno della metà del debito del Giappone, paese dimenticato dalla speculazione? In realtà da quando è entrato in vigore l’euro fino al deflagrare della crisi dei mutui subprime il debito pubblico italiano è sceso. E non lo dico io: lo dice il Fondo Monetario Internazionale.

    Dal ’94 al 2007, con governi di destra e di sinistra, il nostro debito pubblico ha conosciuto una lieve ma costante flessione, passando dal 121% al 103%. Come si concilia questo dato con l’idea che la spesa pubblica sia l’origine di tutti i problemi e che vada abbattuta con ogni mezzo? Evidentemente non si concilia. Tanto più che un altro dato rende ancora meno credibile la teoria. Dai primi anni ’90 l’indebitamento dei privati (famiglie e imprese) è praticamente raddoppiato. E questo canovaccio si ritrova pari pari in tutti i paesi europei che poi sono andati in crisi: l’indebitamento pubblico cala proprio per il fatto che l’indebitamento privato (grazie ai capitali esteri) esplode; e quando poi scoppia la crisi finanziaria e crolla la fiducia, i capitali privati si ritirano e il sistema finanziario va in sofferenza. Con l’euro non si può fare inflazione stampando moneta, e così per salvare le banche deve intervenire lo Stato. Dalla crisi in poi, infatti, il debito pubblico ha ripreso a galoppare (è notizia di ieri che si prevede che presto toccheremo la cifra record di 2000 miliardi di euro di debito). Insomma, lo Stato si indebita per coprire i debiti delle banche. E quel che è peggio, lo fa gratis, senza chiedere nulla in cambio e scaricando i costi sui cittadini.

    Se Monti fosse preoccupato davvero di fare gli interessi dell’Italia, dove per la crisi la gente si suicida o riempe le piazze, avrebbe fatto due cose: avrebbe fatto pagare al sistema creditizio privato i suoi errori e sarebbe andato a Bruxelles con gli altri paesi minacciando di uscire, se le politica di rigore e contenimento dell’inflazione non fosse cambiata. Invece fa di tutto per salvare una moneta unica costruita apposta per consentire ai capitali di circolare liberamente al riparo dalle svalutazioni, e ci racconta che la soluzione – vedi mai la novità! – è tagliare un po’ le spese dello Stato sociale. Insomma, la tipica ricetta di quel mondo operaio da cui vengono gli esponenti di questo governo: quando la disoccupazione avrà abbattuto il costo del lavoro e i capitali saranno liberi di spostarsi per l’Europa alla ricerca degli investimenti con i profitti più alti, si potrà ricominciare a crescere (per i sopravvissuti, s’intende). Eppure Monti certe idee le ammette e le rivendica pubblicamente: quindi non possiamo nemmeno rimproverarlo più di tanto. Certo, se qualcuno magari lo spiegasse anche ai concorrenti di X-Factor…

    Andrea Giannini

  • La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    L’altro giorno, girovagando su youtube, mi è capitato di pescare un dibattito in cui venivano discussi temi economici di più stretta attualità. I due invitati si scambiavano giudizi di questo tenore:

    «Oggi il PIL non restituisce una buona misura di cosa succede alla nostra società e alla nostra economia».

     «Di cosa abbiamo bisogno quindi? Di un mondo in cui ogni paese non punti a commerciare in surplus [puntare tutto sulle esportazioni, n.d.r.]; cosa che i tedeschi ritengono sia possibile, mentre il resto di noi ha questo problema di non riuscire a farselo andare bene [ironico, n.d.r.]».

     «Ci sono un mucchio di ragioni per non avere un ritorno generale al protezionismo […]; ma la giusta idea a cui rapportarsi è quella di una società decente con una forte rete di protezione».

     «La teoria standard è che con il libero mercato i paesi nel loro insieme vadano a stare meglio, perché i paesi vincitori compensano i paesi perdenti. Peccato che [in realtà] non lo facciano mai».

     «Gli avvocati della globalizzazione, mentre parlano delle meraviglie della globalizzazione, allo stesso tempo dicono che per competere devi rimuovere ogni rete di protezione sociale: e in questo senso fanno male doppiamente alle classi medie e basse».

     «La Germania sta facendo relativamente bene in questa crisi; non – io penso – così bene come credono loro, ma hanno fatto relativamente bene. [Anche se] quando l’euro andrà in pezzi, allora scopriranno di avere qualche problema. Ma quello che è stato davvero incredibile è guardare i conservatori del nostro paese assumere la Germania come un’icona: “Loro hanno l’austerità!”. Cosa che in realtà non hanno affatto. Perché allora la Germania è stata in grado di esportare così bene? Pagano salari molto alti […]; hanno uno stato sociale molto esteso […]; hanno un’educazione tecnica molto buona, con una collaborazione molto stretta tra il sistema educativo e l’industria; uno stato forte […]; e la forza lavoro ha la sua rappresentanza nei consigli d’amministrazione».

     «C’è questo fatalismo: “è l’economia globale”, “non c’è niente che si possa fare”, “è una cosa estrema”, “non si può avere quel tipo di società relativamente equa e quella giustizia sociale che forse erano possibili tempo addietro, quando il resto del mondo era in rovina”. Sento queste cose tutto il tempo. Ma date un’occhiata a certi paesi: quelli scandinavi sono riusciti a mantenere un alto livello di distribuzione [sociale] dei benefici derivanti da un’alta crescita economia e da un’alta produttività. Quindi, non è inevitabile essere dove siamo adesso. […] Sono scelte. Sono scelte che riguardano il modo in cui gestiamo i mercati. Perché la ridistribuzione dei guadagni del mercato non è qualcosa di garantito da Dio: c’è una logica da usare per influenzarla. E ha anche a che fare con quello che si fa dopo: se si garantisce una copertura sanitaria universale, se si garantisce un supporto decente, se si assicura un sistema educativo con solide basi a tutti, e non solo alle persone a cui capita di vivere nel quartiere giusto».

     «L’idea che si deve tenere una tassazione bassa sui guadagni alti, per via delle straordinarie ricadute, semplicemente non è giusta: non è supportata dalla teoria né dai fatti. Un’alta tassazione sui grandi guadagni sarebbe invece perfettamente ragionevole».

     «[L’America] aveva un deficit negli anni prima della crisi. E gente come me pensava non fosse una buona idea. Perché? Perché George Bush voleva tagliare le tasse a chi aveva entrate alte e portare avanti un paio di guerre che non avevano fondamento. E questo non aveva niente a che vedere con gli stimoli all’economia che possono venire dallo Stato».

     «Date un’occhiata a chi è nei guai in termini di debito. Viene fuori che sono SOLO i paesi che non hanno più una loro propria moneta».

     «E’ semplicemente una correlazione grossolana quella per cui i paesi con alto debito finiscano per avere una bassa crescita. Se cominciate a osservare la cosa, scoprite che è esattamente l’opposto: sono i paesi che hanno scarsa crescita a finire per avere un debito alto».

     «[…] Abbattere, tagliare le spesa, mentre le entrate fiscali diminuiscono: abbiamo già fatto questo esperimento. Il Fondo Monetario Internazionale ha forzato questa sperimentazione su un bel numero di altri paesi, e la Banca Centrale Europea lo sta facendo sulla Grecia. E abbiamo scoperto due cose a riguardo: 1. i paesi sono andati in depressione, 2. il deficit non va giù come ogni volta si spera. E tutte le volte si dice: “Ops, questa si che è una sorpresa!”. Io invece sono sorpreso che ci sia chi si sorprende!».

     «Una delle dottrine standard dei liberisti è: salari più flessibili, niente sindacati e l’economia andrà meglio. Eppure i paesi che hanno sindacati forti e migliori protezioni per il lavoro hanno fatto meglio in termini di risposta alla crisi».

     

    Volete sapere chi raccontava queste serie di evidenti panzane? Chi metteva in discussione la vulgata del nostro tecnicissimo e competentissimo governo? Quale gruppo di ingenui grillini? Oppure quali pericolosi no global dei centri sociali?

    Il primo fan di Casaleggio è Paul Krugman, professore a Princeton, editorialista del New York Times e premio nobel per l’economia nel 2008; l’altro inguaribile stalinista è Joseph Stiglitz, professore alla Columbia, ex-vice presidente e capo economista della Banca Mondiale, e premio nobel per l’economia nel 2001. La conferenza (in inglese) la trovate qui.

    Ora, vorrei che le implicazioni fossero assolutamente chiare. Queste cose in Italia, semplicemente, non vengono dette. O se vengono dette, c’è sempre qualche persona davvero intelligente che alza il sopracciglio o accenna a un sorrisetto di scherno. Eppure negli Stati Uniti (che non sono la Corea del Nord) certe cose le possono dire tranquillamente i più grandi economisti, senza per questo rovinarsi la carriera. Vogliamo ammettere quindi, una volta per tutte, che la nostra informazione è completamente appiattita sul pensiero unico del governo non perché sia l’unica opzione possibile, ma perché evidentemente bisogna convincere la gente che sia così?

    Ma le parole di Krugman e Stiglitz dimostrano anche un’altra cosa: che la sinistra italiana ha divorziato dal suo storico ruolo riformista non perché – come ci hanno sempre raccontato – il pensiero di sinistra non fosse più realisticamente sostenibile, ma per la precisa scelta di privilegiare il rapporto con il potere industriale e finanziario a scapito della difesa di lavoratori, sindacati e pubblici servizi. Vogliamo perciò smettere, una volta per tutte, di definire queste forze politiche “di sinistra” visto che nella pratica sono “diversamente di destra”?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Elezioni politiche 2013: vince il programma imposto dall’Europa

    Elezioni politiche 2013: vince il programma imposto dall’Europa

    Mario MontiDa un po’ di tempo a questa parte mi sono occupato quasi esclusivamente di della crisi economica europea. Un lettore, pignolo che si chieda perché, allora, la rubrica rechi il titolo di “critica politica”, così come il tipico (e)lettore deluso, che voglia giudizi duri e sferzanti su questa classe dirigente, avrebbero entrambi ragione a lamentarsi. Ma devono perdonarmi: è tutta colpa del fascino esercitato sul profano (il sottoscritto) da una materia che gli è per lo più ignota (l’economia).

    Al di là di questo, però, bisogna ammettere che c’è poco di cui parlare. Sulle ruberie, le corruzioni e vari altri scandali dei partiti ho già scritto, sforzandomi anche di fornire una chiave di lettura che non si limiti agli insulti (anche se certuni sedicenti “rappresentati del popolo” fanno davvero di tutto per non demeritarli). Detto questo, i temi interessanti rimangono davvero pochi. Certo, qualcuno potrebbe far notare che è già iniziata la campagna in vista delle elezioni del 2013. Ma se per sostenere che parlo poco di politica e troppo di economia, si tirano in ballo queste tematiche, allora ci si vuole dare la zappa sui piedi. Sulla cosiddetta “agenda Monti”, infatti, che è poi la traduzione dei vincoli imposti dall’Europa, sono d’accordo PD, PDL e Terzo Polo, le “forze moderate”, che messe insieme, nonostante tutto, costituiscono ancora la maggioranza assoluta dell’attuale parlamento (quello che dovrebbe riscrivere la legge elettorale), oltre a valere più del 50% nelle intenzioni di voto.

    Ergo, per dirla alla Di Pietro, «se è vero, come è vero» che tagli e sacrifici “ce li chiede l’Europa” e che da questa “linea di rigore” non si può prescindere – l’ha ribadito piuttosto esplicitamente anche Napolitano –, allora cosa cambia chi vince le elezioni?

    Tanto, anche se faticano ad ammetterlo, sono tutti d’accordo. Poco importa che diventi premier un Renzi qualunque, o che un patto post-elettorale apra la strada ad un Monti-bis: la ricetta è quella già scritta dalla BCE, vale a dire tagli alla spesa pubblica, nuove tasse, minori tutele per i lavoratori e liberalizzazioni; il tutto condito da qualche buon proposito che suoni un po’ meglio alle orecchie della gente (tipo “lotta all’evasione” o “lotta alla corruzione”). Insomma, non è colpa mia se una parte della politica italiana ha deciso di abdicare in favore delle istituzioni economiche europee. E visto che l’altra parte è dominata da un Movimento 5 Stelle in rapida ascesa, ma per statuto contro ogni forma di alleanza, ecco che lo scenario si stava avviando verso un epilogo scontato; quando inaspettatamente, come un fulmine a ciel sereno, è tornato lui.

    Già, lui: ladies and gentleman, Silvio is back. Volevate temi “politici”? Eccovi accontentati. In un paio di giorni il Cavaliere ha rispolverato tutto il repertorio dei bei tempi andati: un annuncio epocale subito rimangiato (mi ritiro, anzi mi candido), una bella condanna in primo grado (per frode fiscale, tanto per cambiare) e una bellicosa conferenza stampa in cui ha messo in fila tutti i suoi slogan più celebri: abbasso le tasse, abbasso la magistratura, abbasso l’Europa tedesca dei tecnici-burocrati e infine la minaccia di elezioni anticipate. Le critiche si sono subito sprecate. Eppure, senza rimangiarmi tutto il male che ho detto in passato a proposito del pover’uomo, fatemi fare una buona volta l’avvocato del diavolo.

    Diciamo anzi che è un bene che Berlusconi, per perseguire i suoi interessi (interessi che forse con la senilità non distingue più bene), abbia però aperto una breccia nel muro, osando mettere in discussione l’insindacabile, incontestabile e immodificabile ricetta tecnica. Se il Cavaliere ricompatta almeno una parte del suo partito, rinsalda i legami con la Lega e trova un’inaspettata convergenza d’intenti con l’arci-nemico Beppe Grillo, allora si potrebbe aprire uno scenario talmente bislacco da produrre persino un effetto positivo: quello di dar vita, cioè, ad un vivace dibattito sul tema dell’euro.

    Checché ci venga raccontato, infatti, restare nella moneta unica non è né obbligatorio, né necessariamente la soluzione con i costi sociali più contenuti. Anzi, i costi che stiamo già sperimentando, verosimilmente, sono destinati a salire: e visto che siamo noi cittadini a viverli sulla nostra pelle, abbiamo tutto il sacrosanto diritto di essere informati attraverso un dibattito pubblico trasparente per poi prendere una decisione autonoma. E’ stato Monti, qualche giorno fa, a rivendicare il merito di aver trattato per primo gli Italiani «da adulti», mettendoli di fronte alla realtà senza fare promesse che non si potevano mantenere. Benissimo. Ma allora voglio essere trattato da adulto anche in materia di Europa. Non mi basta più la favoletta del “volemose bene” e del “sogno europeo”. Non voglio sogni: voglio verità.

    Essere adulti, da un punto di vista della maturazione democratica di un paese, non è credere a Monti piuttosto che a Berlusconi: è saper giudicare da sé. E’ finito il tempo in cui a criticare le parole del Cavaliere ci si azzeccava quasi sempre: oggi la violenza della crisi impone a un numero sempre crescente di persone di riflettere non di leader politici, ma di fatti concreti: si sta davvero meglio con l’euro, o, pur senza rinnegare la cooperazione europea, si andrebbe a star meglio senza euro?

    Ognuno ha il diritto di sapere e poi di poter esprimere il suo voto. In fin dei conti è questa l’ultima vera scelta politica che ci sia rimasta. Prima della prossima marcia su Roma, s’intende.

    Andrea Giannini

  • Breve cronistoria della crisi: dai mutui sub-prime al governo Monti

    Breve cronistoria della crisi: dai mutui sub-prime al governo Monti

    Economia, finanzeBreve cronistoria della crisi. Nel 2007 il mondo economico e finanziario si risveglia dall’oblio: «Ops, scusate tanto, abbiamo prestato soldi un po’ a chiunque e abbiamo sbagliato!». Uno sbaglio interessato, però. Dato che si era trovato il modo di rivendere sotto forma di prodotto di investimento il tasso di interesse dei mutui erogati, e quindi ci si poteva guadagnare sopra due volte, le banche americane erano incoraggiate a concedere prestiti anche al lavavetri sotto l’ufficio. E così prestando e rivendendo, e poi riprestando e ri-rivendendo, i profitti decuplicavano. Perché preoccuparsi di alimentare una spirale speculativa? Tanto quello immobiliare è un investimento garantito. Tanto il mercato si autoregola. Tanto crisi come quella del 1929 non si possono ripetere più: oggi siamo molto più saggi di allora.

    Appunto: scoppia la bolla dei mutui sub-prime e ne segue una recessione mondiale. Ma una finanza senza freni e controlli non era l’unico problema: era piuttosto il rimedio (sbagliato) per un altro problema più profondo.

    Un’economia inondata di capitali non ha problemi a consumare: potendo contare su ampio credito, si compra a debito. Ma quando la bolla scoppia e i mercati finanziari vanno in shock, il credito si contrae. E’ stato in questo modo che gli americani si sono resi conto che consumavano più di quello che guadagnavano, alimentando un sistema economico insostenibile che alla lunga, per l’appunto, non è stato in grado di sostenersi.

    Una cosa simile è successa anche da noi. In certi paesi dell’Europa (quelli cioè che adesso sono in crisi) l’economia privata aveva beneficiato di una forte iniezione di capitali esteri. Così quando lo shock americano ha trasferito la paura nei mercati europei, i capitali hanno cominciato a ritirarsi: e a quel punto è parso chiaro che i debiti di alcuni paesi erano a rischio di insolvenza, e i tassi di interesse hanno cominciato a salire (è l’inizio della cavalcata dello spread). Sono emersi quindi problemi strutturali locali che l’euro aveva tenuto artificialmente bassi: ad esempio la Spagna dipendeva strettamente anch’essa da una bolla immobiliare, mentre l’Italia… beh, l’Italia sono decenni che lascia scadere un sistema industriale e di regole sociali che aveva garantito per lungo tempo una crescita sostenuta.

    Ma oltre a questo è diventato chiaro anche il fallimento dell’euro. Certo la moneta unica ci rende fieri di appartenere ad una comunità europea, ma bisogna ammettere che si è rivelata, alla prova dei conti, più un ostacolo che un’opportunità per le fragili economie periferiche come la nostra. E oggi, giustamente, è a un bivio: se si rivelerà la premessa monetaria di un’Europa gestita politicamente in modo democratico e in grado di cooperare, allora sarà un successo; ma se continua ad essere quello che è ora, cioè un’area dove “si compete” e dove quindi le economie della periferia combattono un’impari guerra contro le economie del centro, mentre le decisioni sono prese da un gruppo di burocrati non eletti, allora non durerà ancora a lungo. Per riassumere, quindi, consideriamo tutti questi problemi dalla nostra prospettiva di cittadini italiani prima, e poi europei e del mondo. Abbiamo:

    1. decadimento industriale e sociale del sistema-Italia;
    2. inadeguatezza del sistema monetario europeo;
    3. crisi generale dei consumi;
    4. sistema finanziario globale senza regole.

    Questa distinzione così ottenuta, anche se un po’ semplicistica, serve però allo scopo. Ad esempio serve per distribuire le giuste colpe ai politici che ci hanno governato da quando siamo nell’euro: politici che non hanno prodotto la crisi, ma che sono colpevoli di avere curato solo il proprio interesse particolare mentre il paese perdeva slancio, coesione e competitività. Poi serve per capire cosa è stato fatto dallo scoppio della crisi in Italia, in Europa e nel mondo contro quelli che sono i veri mostri da abbattere. La risposta è deludente: molto poco. Anzi, spesso quello che si è fatto ha aggravato la situazione. Ad esempio, nell’elenco che ho fatto manca il protagonista principale del dibattito mediatico sulla crisi: il debito pubblico. Già, perché non c’è il male supremo, il grande Satana di tutti i governi tecnici? Ma è ovvio: non c’è perché con questa crisi non c’entra un bel nulla! La domanda vera è un’altra: se il debito pubblico non è il problema, allora cosa sta facendo Monti?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Crisi Euro: Meccanismo Europeo di Stabilità, una bolla da 650 miliardi

    Crisi Euro: Meccanismo Europeo di Stabilità, una bolla da 650 miliardi

    EuropaE la crisi? Prima dell’estate scrissi che l’autunno avrebbe potuto riaprirsi con una nuova lira al posto dell’euro nei portafogli: questa settimana invece stiamo brindando a uno spread da minimi storici. Allora, fortunatamente, mi ero sbagliato? Certo la ripresa sarà dura, ma possiamo dire finalmente di essere fuori dal pantano dei problemi finanziari europei? Purtroppo no.

    L’estate ci ha portato si il famoso “bazooka” dell’altro Mario, quel Draghi che sta alla guida della BCE, arrestando il rischio di crollo dell’euro e facendo calare lo spread; ma che ci sia poco da festeggiare lo sa benissimo chiunque tenga un orecchio teso agli indicatori economici e aquello che succede in Spagna e in Grecia. La realtà è che stiamo vivendo un’ennesima “bolla nella bolla”.

    Ai mercati, forse per ragioni speculative, piace credere che il peggio sia alle spalle, ma un osservatore con un minimo di responsabilità non può contentarsi di questa troppo confortante conclusione. La sospirata arma finale di Draghi, quella che ha dato il là all’ottimismo dei mercati (e del premier italiano), è il cosiddetto MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità: un super-fondo con una dotazione di 650 miliardi da utilizzarsi per prestiti (non gratuiti) ai paesi in difficoltà e per l’acquisto, teoricamente illimitato, di titoli di Stato sul mercato primario.

    Ora, lasciamo pure da parte le forti perplessità politiche legate al delicatissimo problema della sovranità nazionale. Parliamo di soldi. Il MES chi lo paga? Tutti i paesi del continente in quota proporzionale: quindi anche noi, che come terzo paese contribuiamo con un buon 17,9 %. Cioè 125 miliardi di euro.

    Per intenderci, la UIL stima che i costi di tutta la rappresentanza politica italiana siano pari a 18,3 miliardi l’anno: noccioline insomma. Quindi, per evitare una crisi di debito ci stimo indebitando di nuovo per un sacco di soldi. E per evitare di andare ad aumentare ulteriormente il debito pubblico, dobbiamo continuare a tagliare le spese, come ci viene chiesto già da molto tempo all’insegna dell’austerity.

    Risultato: l’economia crolla. Quest’anno si prevede un -2,4 % di calo del PIL. L’anno prossimo si spera in un -0,7 %, secondo molti analisti ripresi da Bankitalia: -0,2 % secondo il governo, che non esita a sottostimare la crisi per far tornare i conti e a chiamare “leggi di stabilità” le manovre correttive che servono a farli tornare.
    Intanto le industrie chiudono e la disoccupazione sale: sempre secondo Bankitalia siamo al 10,5 % complessivo (ma i cassintegrati non sono compresi) e al 33,9 % tra i giovani. I salari calano, si erode il potere di acquisto (-4,1% rispetto all’anno scorso, secondo l’Istat) e i consumi languono. Intanto Alitalia annuncia esuberi di personale, l’Inps pure, e persino le banche temono di dover licenziare dipendenti. Il mercato dell’auto registra il dodicesimo mese consecutivo con il segno meno (Fiat nel 2012 ha già perso il 17,3 %) e il FMI certifica una fuga di capitali esteri da giugno 2011 per un totale di 250 miliardi di euro (il 15% del PIL). L’unica cosa ad aumentare sempre sono le tasse, che infatti stroncano sul nascere qualsiasi timida velleità di ripresa. Nel frattempo il provvedimento anti-corruzione ancora non si vede, l’asta delle frequenze televisive si è persa per strada e (tanto per non farci mancare niente) i caccia F-35 a cui non abbiamo voluto rinunciare ci costeranno quasi 40 milioni l’uno più del previsto. Dulcis in fundo nel 2013 non raggiungeremo nemmeno uno dei sospirati totem a cui ci stiamo impiccando, cioè l’obiettivo contabile del pareggio del deficit (è sempre Bankitalia a dirlo).

    Forse, allora, le cose vanno meglio tra i nostri compagni di sventura… Ma non è così. In Grecia lo scenario è da terzo mondo: il PIL è stabile a -5%, la disoccupazione è sopra quota 25 % e, secondo l’Unicef, i bambini sottonutriti sarebbero 400.000. In Spagna non va molto meglio: le banche hanno sempre bisogno di esser ricapitalizzate, la disoccupazione è al 24,63 % totale e sopra il 53 % tra i giovani, che infatti hanno preso ad emigrare dal paese (132.000 registrati ai consolati solo nel primo trimestre di quest’anno) ; infine la Catalogna minaccia la secessione. E tutti i danni di questo desolante scenario bellico che è il sud dell’Europa non saranno riassorbiti certo in un paio d’anni. Quando ci si renderà conto che questa è la situazione, c’è da sperare che il MES non debba esser messo alla prova: il rischio è che si scopra, come temono diversi economisti, che la super-arma di Draghi è in realtà spuntata. Il fatto che i mercati non mostrino dubbi, purtroppo non può rassicurarci: per i mercati funzionava benissimo anche il sistema che c’era prima del 2007. Anzi, il fatto che continuino a vivere scollati dalla realtà dimostra che i problemi sono rimasti gli stessi.

     

    Andrea Giannini 

  • Stato Sociale, sanità e istruzione: gli USA sono un esempio negativo

    Stato Sociale, sanità e istruzione: gli USA sono un esempio negativo

    Ospedale San Martino, GenovaMi è capitato di leggere sul Corriere della Sera di qualche settimana fa un articolo di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina. I due economisti, bocconiani D.O.C., non smettono di battere sul tasto della revisione dello Stato sociale, nonostante siano anni che lo si smantella un pezzo dopo l’altro e questo non sia servito affatto a salvarci dalla crisi (anzi, è probabile che l’abbia aggravata).

    Mi va benissimo che si ponga il tema dell’invecchiamento della popolazione in relazione al conseguente aggravio dei costi per la spesa sanitaria: è un problema che esiste. Posso capire, quindi, l’apprezzamento per la riforma Fornero e l’aumento dell’età pensionabile. Posso accettare anche che si dica che il problema era stato finora affrontato male, rispondendo alle aumentate spese solo con aumentate tasse. Dopo un po’ però diventa chiaro che tutti questi bei discorsi servono solo da grimaldello per rimettere in discussione la stessa idea di spesa sociale. Scrivono infatti gli autori: «Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte». Cioè: tassate meno i ricchi, perché non usano la sanità pubblica, potendosi già permettere la più costosa sanità privata. Nessuno deve aver detto ai due che le tasse dei più ricchi servono anche a pagare la sanità dei più poveri, e che proprio questo è il senso della Stato sociale: ma se lo capissero, probabilmente inorridirebbero all’idea. Ancora: «Aliquote alte scoraggiano il lavoro e l’investimento». Vero. Ma le aliquote troppo alte sono un problema anche per la classe media, che di solito è in maggioranza e fa il grosso dei consumi: il ricco invece tende ad ammucchiare i soldi, anziché spenderli.

    Poi: «Uno studente universitario costa circa 4.500 euro l’anno. Le famiglie ne pagano solo una parte; il resto lo paga il contribuente. Perché non dare borse di studio ai meritevoli meno abbienti e far pagare a chi se lo può permettere il vero costo degli studi?» Ancora una volta sfugge il concetto: lo Stato non si limita a prelevare per poi dare indietro esattamente quello che ha preso (il che non servirebbe a nulla), ma si preoccupa di redistribuire le risorse, possibilmente secondo criteri di equità. Se l’università costasse il doppio, troppe famiglie italiane non potrebbero permettersela: e il problema, come è evidente, non si potrebbe risolvere semplicemente con qualche borsa di studio per i “meritevoli”, che sarebbero sempre una parte esigua degli esclusi. Il risultato, quindi, sarebbe un ridotto accesso all’istruzione superiore.

    Questo sistema negli USA garantisce un’ottima istruzione per i ricchi, ma ha ridotto drasticamente la mobilità sociale, ha impoverito la classe media e quindi ha contratto i consumi. Ed è stato proprio questo il motore della crisi. Gli Stati Uniti possono essere chiamati ad esempio negativo anche in altri settori dove si sono tentati esperimenti di privatizzazione (intelligence, sicurezza, addirittura ricostruzione post-disastri naturali e guerre, e persino l’ordinaria amministrazione comunale): quasi sempre ne hanno tratto grandi profitti le multinazionali che si sono aggiudicate gli appalti, mentre le classi meno agiate sono risultate ulteriormente penalizzate. Si pensava che ormai, con tutti gli esempi disastrosi di privatizzazione che abbiamo avuto anche qui da noi, il vecchio pregiudizio per cui il pubblico non sarà mai abbastanza efficiente fosse alle spalle. Ma a certe persone proprio non va giù che lo Stato non solo possa, ma anzi debba svolgere una funzione regolatrice di primo piano. E quando non funziona, anziché andare alla ricerca frenetica del grande appaltatore, forse faremmo meglio ad andare a chiedere a quelli nelle cui mani lo avevamo lasciato.

    Andrea Giannini

  • Furti e scandali della classe politica italiana: non è un problema di soldi

    Furti e scandali della classe politica italiana: non è un problema di soldi

    Lo scandalo del consiglio ragionale del Lazio ha riportato all’attenzione generale il problema della degenerazione di questa classe politica, facendo divampare su tv, radio e giornali una propaganda “anti-casta” che probabilmente fa invidia a Beppe Grillo.

    La cosa fa anche un po’ sorridere: per anni la grande informazione è andata al rimorchio proprio di questa stessa classe politica, che minimizzava, distingueva, prometteva e puntualmente, alla resa dei conti, non faceva un bel nulla. Comunque – si potrebbe pensare – finalmente ci sono arrivati: meglio tardi che mai!
    E invece no. Sta passando il messaggio, infatti, che il problema siano i soldi rubati da una politica degenerata e sprecona, che va rottamata. Eppure, per quanto possano rubare i vari Lusi, Belsito e Fiorito l’importo sottratto non sarà mai così rilevante da poter essere comparato con i molti zeri dei problemi economici italiani o con i moltissimi zeri dei giochi dei mercati finanziari. Ciò non significa che gli scandali della classe politica siano irrilevanti: tutt’altro. Solo non è un problema di cifre: è qualcosa di più profondo.

    Per molti commentatori, il malaffare che emerge giorno dopo giorno in seno alla politica italiana è ormai una metastasi. Ma la realtà è ancora peggiore. Siamo già oltre il cancro, oltre la malattia endemica: altrimenti non si capirebbe come mai i partiti non siano riusciti e non riescano tuttora, nemmeno dopo un’indignazione collettiva così aspra, a darsi dei codici di autoregolamentazione o delle leggi che arginino il malcostume imperante.

    Si sente dire spesso in questi giorni che la migliore pubblicità a favore dell’antipolitica viene proprio dagli scandali della politica. Ed è vero. Ma allora bisogna concludere che se una classe politica cosciente di viaggiare verso l’autodistruzione non riesce a fermarsi, significa che non può farlo. La degenerazione a cui stiamo assistendo, insomma, non è un semplice inconveniente, per quanto grave: piuttosto è il presupposto stesso del sistema.

    Qualcuno, a questo proposito, ha già coniato il termine “peggiocrazia”. Se in un normale sistema parlamentare è interesse dei cittadini essere rappresentati dalle persone più oneste e più capaci, che meglio cioè li amministrino e li rappresentino, nel nostro paese vige la regola contraria: una selezione naturale, scientificamente tollerata, che premia i disonesti, gli ignoranti, gli incapaci ed allontana i migliori.

    Il motivo è semplice: gli onesti e i capaci non si controllano facilmente. Al contrario è necessario circondarsi di persone ricattabili, senza reputazione, avide o semplicemente ignare ed ignoranti, perché basta garantire denaro, potere, impunità, difesa corporativa, libero arricchimento personale (lecito od illecito non fa differenza) per assicurarsi il loro voto. In questo modo il parlamento è venduto al miglior offerente.

    Questo è il senso della peggiocrazia; e questo è ciò che dovrebbe allarmarci davvero nel fenomeno della degenerazione della politica: vale a dire che i rappresentanti eletti da noi cittadini, al di là di quanto si intaschino, non stanno lavorando per noi, ma per qualcun altro. Il parlamento è di fatto alla mercé delle segreterie dei partiti, che impongono un certo voto ad un esercito di yes-man.
    Così, ad esempio, si è consolidata la pratica del decreto-legge, fatta apposta per bypassare il voto parlamentare e già abbondantemente usata da Prodi prima, da Berlusconi poi e da Monti ora. I vertici dei partiti, non certo campioni di adamantina onestà e comprovata coerenza, sono avvicinabili ed influenzabili: l’attività lobbistica non è mica un reato.

    Berlusconi, che perseguiva solo i suoi interessi personali, aveva trovato tranquillamente 314 parlamentari disposti a sostenere che è possibile scambiare una cubista minorenne marocchina per la nipote di un capo di Stato egiziano. Con un parlamento simile, qualcuno pensa davvero che sia difficile ottenere leggi contrarie agli interessi pubblici, ma favorevoli a ben precisi interessi privati?
    Certo, ci sarebbe il quarto potere: l’informazione. Ma non è un segreto che i media italiani dipendano quasi tutti dalla politica o da quel corpo finanziario e industriale che con la politica ha sempre fatto comunella. E infatti ci viene raccontato che il problema è “Er Batman” Fiorito, non la democrazia italiana ormai ridotta a terra di conquista per potenti interessi privati. In questo contesto come si fa ad essere sicuri che le tasse si alzino, le banche siano rifinanziate, i diritti siano messi in discussione, i servizi pubblici vengano ridotti, tutto esclusivamente nel nostro interesse?

    Andrea Giannini