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Le “brevi” di Era Superba

  • Ripresa e resilienza? Meno pubblico e più privato. Ma le concessioni balneari non le tocca nessuno

    Ripresa e resilienza? Meno pubblico e più privato. Ma le concessioni balneari non le tocca nessuno

    Stabilimento balneare

    Lo scorso 30 aprile il governo Draghi ha consegnato alla Commissione europea il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), cioè il documento in cui l’Italia spiega in che modo intende spendere i 191,5 miliardi in arrivo da Bruxelles da quest’anno (i primi fondi potrebbero arrivare a luglio o settembre) fino al 2026, anno entro il quale i fondi ricevuti andranno impegnati in progetti concreti.

    Oltre a una lunga lista di riforme settoriali e investimenti suddivisi in 6 missioni (transizione digitale, transizione ecologica, infrastrutture, istruzione e ricerca, sociale e salute) il PNRR include anche alcune riforme trasversali, tra cui quella per stimolare la concorrenza economica. “La tutela e la promozione della concorrenza – si legge a pagina 77 del piano – sono fattori essenziali per favorire l’efficienza e la crescita economica e per garantire la ripresa dopo la pandemia. Possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale“.

    Fatta questa dichiarazione di principio, nelle pagine successive vengono indicate le modifiche legislative (in sostanza ci si impegna a rendere operativa la legge annuale per il mercato e la concorrenza, approvata nel 2009 ma applicata solo nel 2017) e gli ambiti che si intende liberalizzare e aprire a una maggiore concorrenza. Già la legge annuale di quest’anno interesserà infrastrutture strategiche nel settore delle telecomunicazioni, portuale e delle reti elettriche. Verranno poi riviste in senso pro-concorrenziale le norme che regolano le grandi concessioni nei settori dell’idroelettrico, del gas naturale, delle autostrade e della vendita di energia elettrica.

    Per quel che riguarda i servizi pubblici locali, si punta a un uso “più responsabile” (e quindi più limitato) dell’affidamento dei servizi alle società in-house (cioè aziende controllate del tutto o in parte dagli enti pubblici, come a Genova sono tra le altre Amiu, Aster o Amiu) da parte delle amministrazioni locali. I Comuni, per esempio, dovranno fornire motivazione “anticipata e rafforzata” della scelta di affidare un servizio direttamente a una società di propria proprietà anziché ricorrere alla libera concorrenza di mercato. Lo stesso principio viene citato esplicitamente per l’accreditamento all’erogazione di servizi in ambito sanitario e per la gestione dei rifiuti.

    Nei prossimi anni si prospetta quindi uno sforzo riformatore notevole, tanto più che all’applicazione delle riforme trasversali è legata l’erogazione effettiva dei fondi necessari per finanziare le misure progettate dal governo per uscire dalla crisi economica.

    Eppure da tale sforzo rimangono fuori le concessioni per gli stabilimenti balneari, la cui scadenza è stata rinviata di 15 anni nel 2019, ai tempi del governo Lega-Cinque Stelle. In sfregio alla direttiva Bolkestein, la direttiva della Commissione europea del 2006 molto contestata in Italia e di fatto mai applicata. Negli ultimi anni sono stati soprattutto la Lega e gli altri partiti di destra a dare voce alla rivolta dei balneari e di altre categorie come gli ambulanti contro la direttiva, che punta a liberalizzare i loro settori. Ma su questo punto, almeno per il momento, tra il governo Conte 1 a trazione leghista e quello guidato dall’ex presidente della BCE non sembra esserci troppa differenza.

    La direttiva ignorata

    Secondo il sindacato dei balneari Sib, quando lo scorso 24 aprile la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha chiesto a Mario Draghi chiarimenti sulle bozze del PNRR in una telefonata, tra le altre cose avrebbe cercato di convincere il presidente del Consiglio a inserire l’applicazione della direttiva Bolkestein nel piano, ma Draghi avrebbe respinto tale richiesta.

    La notizia non è stata confermata da altri media, ma di sicuro la Commissione cerca da anni di spingere l’Italia ad applicare la direttiva, arrivando a minacciare sanzioni. Di recente, anche l’antitrust italiana si è espressa contro alla proroga delle concessioni al 2033 decisa dal primo governo Conte. L’Agenzia Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), in particolare, ha risposto negativamente alla richiesta del Comune di Carpi di verificare la legittimità di un proprio atto, che avrebbe prorogato le concessioni dei balneari che operano nel Comune fino al 2033. La decisione sarebbe appunto contraria alla direttiva Bolkestein. La stessa Agenzia, lo scorso marzo, aveva fornito un parere al presidente del Consiglio Draghi in cui, per quel che riguarda le concessioni balneari, in cui sosteneva la necessità dell’ “abrogazione delle norme che ne prorogano indebitamente la durata; l’adozione in tempi brevi di una nuova normativa che preveda l’immediata selezione dei concessionari in base a principi di concorrenza, imparzialità, trasparenza e pubblicità”.

    Dal punto di vista europeo, le lunghe concessioni ai balneari italiani impediscono ad aziende di altri Paesi europee di concorrere sul mercato dell’offerta di servizi sulle coste del nostro Paese, come sarebbe nello spirito del mercato comune europeo (che ovviamente prevede che le aziende italiane possano fare lo stesso negli altri Paesi europei). Chi contesta la Bolkestein dice che l’Italia ha più chilometri di costa utilizzabile per gli stabilimenti di ogni altro Paese europeo, e che crea posti di lavoro ed è formato da circa 30 mila aziende, spesso a gestione familiare.

    A sostenere le ragioni dei balneari un ampio spettro di forze politiche, a livello nazionale e locale. In Liguria la prima giunta Toti era arrivato prima del governo giallo-verde, emanando già a fine 2017 due leggi regionali per prorogare le concessioni già a fine 2017, bocciate però dall’allora governo Gentiloni proprio perché in contrasto con la Bolkestein.

    Negli anni scorsi Era Superba ha approfondito questi argomenti in altri articoli:

    Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria;

    Spiagge, lo scontro sulle concessioni tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiagge salate

    Anche chi spinge per una maggior applicazione delle regole sulla concorrenza per il le concessioni balneari non trascura il particolare contesto italiano, dove il settore è economicamente ben più rilevante rispetto agli altri Paesi europei. In particolare questo momento, con il settore colpito dalle conseguenze economiche della pandemia, non è considerato il migliore per una riforma che tolga certezze acquisite nel tempo a tante piccole o medie imprese.

    Ma per l’AGCM “in più di un’occasione, la proroga automatica e ingiustificatamente lunga delle concessioni è stata motivata dall’impatto sociale che gli affidamenti competitivi avrebbero comportato“. Nel parere inviato lo scorso marzo al presidente del Consiglio Draghi, l’Antitrust definisce questo punto di vista “una lettura che sottostima largamente i costi sopportati dai soggetti esclusi e le implicazioni per la competitività”.

    Anche dal punto di vista della rendita fiscale i vantaggi sono quantomeno dubbi. Secondo la società di consulenza Namisba, nel 2016 il settore versava alle casse pubbliche appena 103 milioni di euro, a fronte di un giro di affari da 15 miliardi all’anno.

    Riempire la costa di stabilimenti balneari significa anche rendere a pagamento (e spesso a prezzi salati) la fruizione di spazi in teoria pubblici. Una legge regionale ligure prevederebbe che in ogni comune rivierasco almeno il 40% della costa sia pubblico. Secondo Legambiente, nel 2018 lo era solo il 14%. E li siamo ancora fermi.

    Luca Lottero

  • Un anno di corsie ciclabili, ma la guerra per lo spazio urbano non è finita: in che città vogliamo vivere?

    Un anno di corsie ciclabili, ma la guerra per lo spazio urbano non è finita: in che città vogliamo vivere?

    Bciciletta in cittàNei mesi del primo lockdown imposto per contenere l’epidemia di coronavirus, diverse città italiane ed europee si sono dotate di piani d’emergenza, spesso provvisori, per cercare di facilitare la mobilità dolce, cioè incentivare l’uso di biciclette e monopattini al posto di automobili e moto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e di rendere più scorrevole il traffico. Ma se disegnare degli ipotetici percorsi di vernice in settimane in cui la mobilità era fortemente ridotta è stato abbastanza facile, non appena le persone hanno ripreso a circolare per lavorare o per vivere sono cominciati i problemi.

    Gli automobilisti si sono ritrovati con le corsie ridotte e in molte delle città interessate da questo tipo di interventi hanno iniziato a protestare a voce sempre più alta, soprattutto per un presunto aumento del traffico e per un’eccessiva vicinanza con i ciclisti, che può generare situazioni di pericolo. In effetti le “corsie ciclabili” come quelle che attualmente sono state tracciate in Corso Italia a differenza delle “piste” vere e proprie non sono separate fisicamente da auto e moto e quindi sono percepite da molti come poco sicure, sia per chi rischia di investire sia per chi rischia di essere investito. Per questo sono state presentate come soluzioni provvisorie, in attesa di modifiche alla viabilità più strutturate e definitive.

    A Genova, a quasi di un anno di distanza dalle prime corsie, al momento siamo ancora alle soluzioni provvisorie. «Mentre città come Milano o Parigi si sono mosse per creare dei nuovi sistemi di spazio pubblico, con piazze periferiche recuperate da parcheggi e collegate a ciclovie installate nelle corsie di vie ampie, Genova ha cercato un ‘quick fix’ creando tre percorsi per le bici frammentate e poco sicure – ci racconta Marco Picardi, animatore del blog Fuori Flora e osservatore delle questioni legate alla mobilità e all’uso degli spazi urbani – Questi interventi non hanno creato un vero sistema a scala cittadina e quindi non rendono la mobilità dolce più agevole. Non sono solo le ‘grandi metropoli’ ad aver pensato al loro spazio pubblico come un sistema da ripensare, città simili come Bordeaux o Valencia si sono mosse in questa direzione».

    Nei giorni scorsi, per la verità, il Comune di Genova ha presentato i suoi piani per realizzare una pista ciclabile in Corso Italia (la zona dove le corsie degli scorsi mesi hanno generato più polemiche) entro il 2022, usando 3 milioni di fondi europei. «Siamo vicini alla progettazione definitiva – ha detto l’assessore alla mobilità Matteo Campora in un’intervista a Primocanale – restituirà da Levante verso il centro città una corsia, per cui a monte avremo di nuovo due corsie. La corsia che oggi è occupata lato mare dalla pista ciclabile in parte verrà trasformata in nuovi parcheggi, mentre dove ora ci sono i posti auto sorgerà la nuova ciclabile».

    La lotta per lo spazio

    Quello che dopo un anno è ormai chiaro a tutti è che modificare la mobilità di una città complessa non è un’operazione semplice, né neutrale. Obiettivi a parole condivisi da quasi tutti come la sostenibilità ambientale o la qualità dell’aria non bastano, da soli, a far evaporare resistenze e disagi effettivi che queste soluzioni comportano, a scardinare anni di abitudini. E la lotta per lo spazio tra gli entusiasti di bici e monopattini e gli automobilisti per necessità o per abitudine sta diventando terreno di scontro anche politico.

    A Bruxelles, per esempio, città che nell’ultimo anno ha adottato misure importanti a favore della mobilità dolce, la protesta degli automobilisti (cavalcata anche dal partito nazionalista fiammingo) ha generato un clima di tensione e fortemente intimidatorio, nei gruppi Facebook (dove si è arrivati alle minacce di morte) ma anche nella vita reale. A Milano, nella battaglia elettorale per le comunali di quest’anno, il centrodestra sostiene le proteste degli automobilisti contro i piani del sindaco Beppe Sala, che di recente ha aderito ai verdi europei e sarà il candidato del centrosinistra.

    A Genova, la situazione è un po’ più sfumata. I partiti che altrove sostengono la causa dell’automobile qui sono quelli che tracciano le corsie ciclabili e che come coordinatore della mobilità urbana scelgono un noto sostenitore della bicicletta come il professor Enrico Musso. Ogni tanto qualcuno svia dalla linea ufficiale, come quando lo scorso dicembre la Lega ha fatto approvare dal Municipio della Bassa Valbisagno un ordine del giorno contro la realizzazione delle corsie ciclabili in Val Polcevera volute dal sindaco Bucci. Ma al momento, con le elezioni comunali del 2022 ancora lontane, nessuno sembra aver ancora ceduto alla tentazione di cercare di capitalizzare il malcontento degli automobilisti in consenso politico.

    Lo scontro, anche aspro, si sposta sui gruppi e sulle pagine Facebook, come “#genovaciclabile” e il “Circolo Fiab Amici della bicicletta – Genova” o, dall’altra parte, il gruppo “No alle piste ciclabili a Genova d’intralcio alla mobilità ordinaria”. Al di là di qualche eccesso verbale, soprattutto nei commenti, lo scontro anche se aspro si mantiene nei limiti della civiltà. Fiab e il gruppo “No alle piste ciclabili” hanno avuto recentemente uno scambio di lettere aperte sui temi della sicurezza e del rispetto delle norme stradali dai toni piuttosto pacati (qui la lettera di “No alle ciclabili” in risposta a una richiesta di Fiab di maggior severità contro la sosta selvaggia delle auto, qui la replica di Fiab).

    Una città per le bici?

    Rimane, sullo sfondo, l’eterna questione se Genova, con tutti i suoi saliscendi, sia una città adatta a un traffico cittadino prevalentemente su bicicletta. I critici dicono di no, ma i gruppi a favore si stanno sforzando molto per convincere quante più persone possibile che la bicicletta è in realtà un mezzo adatto anche per muoversi a Genova: «Anche se Genova sembra di essere tutta in salita, in realtà i 23 chilometri da Voltri fino a Nervi sono pianeggianti – ci dice Picardi – lo stesso vale per Valpolcevera e Val Bisagno. Come primo passo questi tratti dovrebbero essere collegati con una pista ciclabile continua che regali sicurezza dal traffico automobilistico e diventi un nuovo asse di mobilità dolce per la città».

    La trasformazione non dovrebbe però fermarsi qui: «Destinazioni chiave che si trovano su questo asse, come supermercati, stazioni, o luoghi di lavoro, devono avere più parcheggi per le bici – spiega Picardi – e dovremmo cercare di riaprire ai pedoni piazze dormienti lungo questi percorsi. Collegare le piste frammentate lungo questo asse iniziale può diventare il punto di partenza per poi costruire delle nuove ciclovie in diversi quartieri».

    Come ci hanno insegnato gli ultimi mesi, però, misure come queste non sarebbero a costo zero, ma comporterebbero una rinuncia di spazio da parte di chi è abituato a muoversi con le automobili: «Dobbiamo cercare di resistere alla nostra fobia a togliere spazio alle macchine – riflette infatti Picardi – solo a Genova la proposta del nuovo tram si trova nello ‘sky’ e non in una corsia esistente. Tantissimi studi confermano che il traffico automobilistico continuerà a crescere se gli si da’ spazio».

    «La volontà di creare nuove infrastrutture non manca in città, ad esempio il progetto per una nuova diga foranea – conclude Picardi – però dovremmo chiederci se vogliamo che la città funzioni per i tir o per gli esseri umani. Esiste un’enorme passione per la bicicletta a Genova, e se non consideriamo la bici come un vero mezzo di mobilità per attraversare tutta la citta, rimarrà sempre confinata ad escursionisti di MTB o ciclismo competitivo».

    Luca Lottero

  • Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Durante i mesi di quarantena imposti dalla pandemia di Covid-19 in tanti si sono trovati costretti a lavorare da casa, spesso per la prima volta in vita loro. Secondo la Fondazione Di Vittorio (centro studio della Cgil) nei mesi peggiori dell’emergenza sanitaria 8 milioni di lavoratori italiani non sono più andati in ufficio, quando prima del coronavirus erano solo 500 mila quelli già abituati a lavorare senza dover garantire la propria presenza fisica in un certo luogo ed entro un certo orario. Una rivoluzione che ci è caduta sulla testa quasi dall’oggi al domani, ma più subita che perseguita intenzionalmente. Perché alla svolta di massa, che con ottimismo forse eccessivo abbiamo voluto chiamare smart working (“lavoro intelligente”), siamo arrivati impreparati. Da un punto di vista culturale e, per così dire, di infrastruttura, prima di tutto. Il rapporto DESI 2020 della Commissione europea (che misura il livello di digitalizzazione di economie e società dei Paesi dell’Unione) dice infatti che l’Italia è all’ultimo posto per competenze digitali della forza lavoro e al 22° (su 28) per quel che riguarda la digitalizzazione delle imprese. Complessivamente, tra i Paesi europei, solo le economie e le società di Romania, Grecia e Bulgaria sono meno digitalizzate dell’economia e della società italiana. Usando i dati del rapporto DESI 2019, il Politecnico di Milano ha sviluppato un indice su base regionale, da cui la Liguria risulta la quarta regione più digitalizzata d’Italia, in un contesto però dove nessuna regione raggiunge la media dei Paesi UE.

    Ma un aspetto su cui ci siamo ritrovati impreparati di fronte alla rivoluzione “smart” del lavoro è stato anche quello delle regole e del riconoscimento di diritti vecchi e nuovi. Senza i quali la svolta rischia di portare in dote precarietà e sfruttamento. «Vi è stata troppa improvvisazione – ci racconta Elena Bruzzese, segretaria federale della Cgil di Genova – non vi è stata un’adeguata preparazione e la dovuta attenzione agli spazi e all’organizzazione del lavoro. Per la Cgil lo smart working deve essere regolamentato, e ad oggi non lo è ancora».

    Analisi rischi – benefici

    L’idea dello smart working nasce per cercare di migliorare l’equilibrio tra ore di lavoro e tempo libero dei lavoratori e delle lavoratrici, migliorando così il loro stato psicofisico tramite il superamento della logica del lavoro fordista, per cui il lavoratore vende ore del proprio tempo al datore di lavoro garantendo la propria presenza statica sul luogo di lavoro. Associato di solito a lavoratori autonomi, freelance o neogenitori che vogliono passare più tempo a casa con i figli, con il lockdown sono dovute diventare smart anche categorie nuove, non impiegate in filiere costrette a mantenere la presenza fisica dei propri addetti come la grande distribuzione alimentare o la sanità. Impiegati del settore privato e funzionari pubblici, ma anche insegnanti o educatori, per cui la scarsa digitalizzazione del Paese ha voluto dire abbandonare studenti che non hanno in casa un computer o non vivono in una zona con una connessione internet decente.

    Ma se l’obiettivo dello smart working deve essere il miglioramento della salute psicofiisca di chi lavora, tra gli psicologi e i sociologi c’è chi sottolinea anche i rischi di questa pratica. Anche da prima del covid-19. «Negli ultimi anni (con la crescita della pratica dello smart working, ndr) dal punto di vista della salute sul lavoro, accanto alle patologie tradizionali, abbiamo registrato l’aumento delle problematiche legate alla salute mentale, cioè all’equilibrio psicofisico, a fattori psicosociali di rischio lavorativo» ha raccontato il presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma) Umberto Condura in un’intervista al Fatto Quotidiano. Problematiche legate soprattutto al cosiddetto tecnostress, causato da un’iperconnessione agli strumenti digitali di lavoro che in molti casi rende più evanescenti o fa scomparire del tutto i confini tra tempo libero e tempo di lavoro. “Staccare” per davvero diventa più difficile, quando il salotto è anche l’ufficio.

    «Per questo la Cgil ritiene fondamentali gli interventi per tenere distinti i tempi di vita dai tempi di lavoro» dice Bruzzese, che ci conferma anche un’altra disuguaglianza che lo smart working forzato di questi mesi ha reso ancora più evidente. Quella di genere. In una cultura, come quella italiana, dove i lavori di cura della casa e della famiglia sono ancora spesso a carico di mogli e compagne, non sorprende che (sempre secondo lo studio dell’associazione Di Vittorio) l’8% in più delle lavoratrici rispetto ai lavoratori abbia definito il lavoro da casa un’esperienza “pesante e complicata” e il 9% “alienante e frustrante” mentre per gli uomini la stessa esperienza sia stata più stimolante e soddisfacente. «È sbagliato pensare che lo smart working possa essere uno strumento di conciliazione o condivisione del lavoro di cura – sottolinea Bruzzese – anzi, nel caso in cui il ricorso allo stesso si ampliasse, i tempi di lavoro e quelli di cura rischierebbero di sovrapporsi, peggiorando la situazione e facendo regredire molte conquiste ottenute nel tempo».

    Lavoro di UfficioCon il progressivo ritorno negli uffici e nelle fabbriche, sindacati, associazioni degli imprenditori e semplici lavoratori hanno iniziato a interrogarsi sull’opportunità di estendere il lavoro da casa, agile o smart, anche oltre i tempi ristretti dell’emergenza. Il dibattito è ancora in corso, ma in linea di massima, nemmeno i sindacati più fermi nel chiedere una regolamentazione severa sembrano del tutto ostili allo smart working, in forma parziale o totale. Nei mesi del lockdown, in molti hanno infatti sottolineato benefici come il risparmio dei tempi di percorrenza casa-lavoro, quindi un minor tempo trascorso nel traffico e minori danni ambientali. Benefici non trascurabili per una città come Genova soprattutto in questo momento storico di autostrade bloccate e traffico molto intenso. Abbiamo chiesto a Elena Bruzzese cosa significherebbe però per il sindacato la progressiva diffusione di un modello di lavoro atomizzato e sostanzialmente individuale come quello dello smart working, vista l’importanza che l’azione collettiva ha storicamente avuto nella lotta e nelle rivendicazioni dei lavoratori: «Per quanto ci riguarda – ci ha risposto – lo smart working non deve diventare una modalità di lavoro permanente se non dettata da una scelta volontaria del lavoratore e della lavoratrice, perché riteniamo che nel lavoro la relazione sia molto importante, non solo per le relazioni umane ma anche per il funzionamento dell’impresa stessa». E per organizzare un’eventuale difesa dei diritti dei lavoratori, aggiungiamo.

    Le (poche) regole che ci sono

    In Italia il lavoro agile è regolato dalla legge 81 del 2017 (attuativa del jobs act), che prevede accordi individuali tra lavoratori e datori di lavoro per stabilire le modalità, i tempi e gli obiettivi della prestazione lavorativa. Da inizio marzo di quest’anno, per affrontare l’emergenza il governo ha consentito alle aziende di derogare dall’obbligo dell’accordo individuale. Da un lato questo ha consentito di attivare il lavoro agile nei tempi rapidi richiesti dall’emergenza, dall’altro ha fatto saltare i (pochi) paletti fissati dalla legge. Come quello che attribuisce al datore di lavoro la responsabilità “della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore”. Nei mesi scorsi molti lavoratori hanno dovuto pagare di tasca propria la connessione internet o i materiali, il cui prezzo è spesso aumentato a causa della forte domanda. Secondo una ricerca di BrandToday, per esempio, su Amazon il prezzo delle stampanti è aumentato quasi del 25%.

    La legge, poi, tace per quel che riguarda i limiti orari delle prestazioni lavorative e il diritto alla disconnessione, cioè il diritto, per il lavoratore, di non essere reperibile fuori dall’orario di lavoro, indispensabile per poter “staccare” mentalmente dall’attività. Tutto è delegato alla trattativa tra il singolo lavoratore e il datore di lavoro e abbandonato quindi alla buona volontà delle aziende. Troppo poco per i sindacati, che infatti ora chiedono una regolamentazione dello smart working nei contratti nazionali: «è necessario fissare i limiti orari – ci dice Bruzzese – devono essere garantite le stesse condizioni di salute e  di sicurezza che si devono garantire all’interno del posto di lavoro in presenza, non devono esserci differenze  nella parte economica e  in quella normativa rispetto a chi lavora con la stessa mansione all’interno del luogo di lavoro (aspetto questo che la legge in vigore sembra in realtà prevedere, ndr), deve essere garantito il diritto alla disconnessione e adeguate dotazioni tecnologiche».

    Tempo dilatato, tempo sottopagato

    «In teoria dovremmo lavorare 5 ore al giorno, in pratica non si riesce mai a completare il lavoro in quel tempo – ci racconta una dipendente genovese – e di fatto arriviamo a 8 o 9 ore, senza orari fissi né turni per coprire il normale orario intero». La testimonianza, raccolta da Era Superba nel pieno dei mesi di quarantena, è un concentrato di tutto ciò che può andare storto con il cosiddetto smart working, se questa prospettata rivoluzione del lavoro dovesse concretizzarsi senza un adeguato aggiornamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Lungi dal poter impostare in modo flessibile e autonomo il proprio tempo di lavoro, la dipendente che ha accettato di raccontarci in forma anonima la propria esperienza si è di fatto ritrovata a fare le stesse cose che faceva in ufficio e con lo stesso vincolo di orari. Solo, a casa, e con il materiale pagato di tasca propria: «Non ci hanno fornito nulla», ci dice.

    Rispetto al lavoro prima del lockdown, a ben vedere, una cosa è cambiata, ed è il peso finale della busta paga. «Dovremmo fare 3 ore di cassa integrazione al giorno, che sommate alle 5 di lavoro fanno le 8 ore della normale giornata lavorativa» ci racconta. Ma come abbiamo visto, anche quelle tre ore sono diventate ore di lavoro a tutti gli effetti. Solo, pagate meno di prima, perché con la cassa integrazione in deroga (pagata dall’Inps, cioè da tutti i lavoratori e pensionati che versano o hanno versato i contributi) il lavoratore recepisce l’80% del normale stipendio. Cassa integrazione che, tra l’altro, si è prestata ad altri tipi di abusi. Lo scorso giugno l’Inps segnalava più di 2mila casi di sospette truffe, con aziende create ad hoc ed assunzioni in fretta e furia di amici e parenti fatte solo per incassare il sostegno pubblico.

    Nella catastrofe economica e sociale causata dal covid-19, la persona che ci ha raccontato la propria esperienza fa parte dei relativamente fortunati, perché almeno un lavoro continua ad averlo e non si è mai fermata del tutto. Il costo del “privilegio” è stato però la riduzione, di fatto, dello stipendio. E in caso di smart working diffuso sarebbe difficile vigilare su abusi di questo tipo, perché l’Ispettorato del lavoro non ha – ad oggi – gli strumenti per controllare il rispetto delle norme a casa dei lavoratori.

    Tempi di lavoro dilatati e confini con i tempi di vita che sfumano. Materiale fai da te, stipendi più bassi e nessuna vera autonomia nella gestione degli orari. Uno smart working che si presenta davvero poco smart. Non per tutti, per lo meno.

     

    Luca Lottero

  • Diritti, perché c’è ancora bisogno di ‘Pride’, soprattutto per il mondo etero

    Diritti, perché c’è ancora bisogno di ‘Pride’, soprattutto per il mondo etero

    Sabato 15 giugno 2019, a Genova, il sole è coperto da un leggero strato di nuvole, che risparmia dai raggi ma non dall’afa. Lungo la strada per il Pride mi rendo conto di indossare una molto poco colorata t-shirt total black, senza nemmeno un disegno; calandomi nella coloratissima marea umana, mi sento per un attimo inopportuno.

    Ma dura poco. La musica, la massa, i sorrisi; specialmente i sorrisi, di tutti. In breve, l’atmosfera gioiosa ti sommerge. Inizio a intuire, prima ancora di capire, quale sia il significato del Pride.

    Mi muovo su e giù per il corteo, per raccogliere le voci e le parole di chi partecipa. Rompo il ghiaccio partendo da tre giovanissime, Viola, Erica e Giulia, 40 anni in tre (nello specifico, 14 la prima, “ancora 13” le altre due). Un po’ titubanti si avvicinano al registratore, ma la risposta è quella di chi non è lì per caso e ha già parlato spesso di queste tematiche: “sosteniamo i diritti della comunità lgbt, ognuno deve essere accettato per quello che è”. È il vostro primo Pride?sì, è bellissimo”.

    Scelgo di cambiare target e mi avvicino a Enrica e Paola, di 57 e 50 anni, commentando con loro qualcosa che salta all’occhio, ossia l’eterogeneità delle età che si vedono al corteo: “dovrebbero esserci tutti, indipendentemente dagli anni”.

    In effetti, al Pride di Genova incontri davvero tutti, di qualunque età, etnia o estrazione sociale. Attempati professionisti in polo e giovani che ballano a torso nudo coi volti dipinti, coppie di anziani e studenti dei primi anni delle superiori. Giulio, 37 anni e una bambina piccola sulle spalle, cammina accanto alla moglie e ha il tono controllato e la dialettica di chi è abituato a parlare per lavoro: “mi sembra ci sia una bellissima atmosfera, di questi tempi penso ce ne sia bisogno. Da una parte penso che la risonanza mediatica di certe notizie possa far ritenere che si stia andando indietro, in realtà la mia convinzione personale, basata sulla mia esperienza e sulle mie conoscenze, è che ci sia una coscienza collettiva che si sta muovendo; quindi, a dispetto di quello che sentiamo e leggiamo, penso che stiamo facendo dei passi in avanti”.

    In effetti, uno dei grandi segnali positivi è un diffuso ottimismo: di coloro con cui parlo in molti ritengono che, contrariamente a quanto si possa pensare leggendo di inquietanti rigurgiti del passato nella politica di tutto l’Occidente, la società civile stia facendo progressi nella sua accettazione del diverso. Ne parlo con Roberto, 65 anni, che si adombra il volto e la curata barba brizzolata sotto un cappello di paglia: “per quanto concerne lo sviluppo della capacità di accettare queste differenze, che non sono neanche più delle diversità ma dei modi di vivere e di esistere, legittimi come quelli di chiunque altro, direi che in questo caso c’è una certa tendenza al miglioramento, anche se timido: più persone accettano queste espressioni, in queste circostanze ma soprattutto nella normalità, nella vita di tutti i giorni, e questa è una cosa positiva che bisogna accogliere di buon grado e salutarla”.

    Anche Michele, che sfila con le famiglie arcobaleno insieme a suo marito, vede una società in grado di accettarli; ma non tutto è rosa e fiori: “la società civile non ci crea problemi, lo dimostra il fatto che in questo momento, insieme a noi, stanno sfilando insegnanti e genitori della scuola dei miei figli. Il problema si potrebbe, purtroppo, verificare nel momento in cui il genitore biologico diventi inabile o addirittura muoia: in quel caso i miei figli diventerebbero a tutti gli effetti orfani e il genitore non riconosciuto [dalla legge, n.d.r.] dovrebbe intraprendere una pratica di adozione in tribunale”. A stretto giro, anche circa il rapporto con la società mi arriva il primo pugno alla bocca dello stomaco della giornata; me lo dà, inconsciamente, Christian, col suo tono di voce pacato e gentile a dispetto di due braccia da boxeur che emergono da sotto la canotta nera: “sul rapporto con la società io onestamente ho schermato la mia persona e mi sento libero di potermi muovere tranquillamente, però comprendo che oggi in Italia e in Europa c’è bisogno del Pride e c’è bisogno di tanti Pride, perché purtroppo ci sono dei ragazzi, magari più giovani ma anche più grandi, che ancora vivono nell’anonimato, nell’ombra e hanno paura di mostrarsi così come sono. C’è stata un’evoluzione in positivo per fortuna, ho girato tanti Pride in Italia e in Europa, quello che sto notando qua a Genova è la presenza di tante persone eterosessuali, tanti bambini, tante persone che vogliono portare qua la loro approvazione e il fatto di non creare sdegno nei confronti di coppie diverse”. Nonostante lui mi abbia parlato più dei lati positivi della situazione, prendo commiato con l’amaro in bocca, pensando che, per poter essere semplicemente felice di essere se stesso, qualcuno si trovi di fronte a una società che lo obblighi a “schermarsi”. Un conto è parlare in termini generici e astratti di certe tematiche, un altro è incontrare le persone che vivono questi problemi sulla propria pelle, giorno dopo giorno.

    Tuttavia, i colori della manifestazione, la musica, la semplice allegria di tutti mi aiutano a scrollarmi di dosso questa amarezza, anche se un pezzetto è bene che venga conservata. Risalgo il lungo corteo, secondo alcuni 15.000 persone, altre fonti diranno 25.000 i giorni dopo. Mi immergo nella foresta di bandiere di tante associazioni diverse, parlo con Maria Grazia, 60 anni, che tiene alta una bandiera di Emergency, e Viola, 16 anni, che regge uno striscione degli scout del Cengei di La Spezia vestendo orgogliosamente, insieme ai suoi compagni, la propria uniforme. Oltrepasso una delegazione della comunità ecuadoriana e una ragazza di colore che regge alto un cartello con la scritta, che campeggia sulla bandiera arcobaleno, “Allah loves equality”; saluto un paio di amici e chiacchiero un po’ con Sofia, di 27 anni, membro dello staff e che viene dall’Argentina, qui per un progetto del Servizio Civile Internazionale.

    Infine, arriva l’ora di andare. Mi stacco dalla folla mentre le grandi casse dei camion del corteo mi salutano con la loro musica da festa grande. Richiamo alla memoria i volti e i sorrisi di tutte quelle persone che hanno superato la naturale diffidenza di un registratore per parlare con me della loro voglia di lottare pacificamente perché tutti siano accettati.

    Mentre mi allontano, noto una coppia che, come me, sta lasciando il corteo: Simone e Valentina, sposi trentenni. Lei è al telefono, lui guarda allontanarsi la folla con l’aria felice di chi è stato contento di partecipare. “È importante che anche gli etero partecipino a questa manifestazione, sono diritti fondamentali di tutte le persone, quindi che tu sia etero o gay o di qualsiasi altro orientamento sessuale devi partecipare e garantire la libertà a queste persone di essere se stesse”. Condivido con lui le mie incertezze, perché la serenità con cui Christian mi ha detto di essersi dovuto schermare dalla cattiveria della gente per poter vivere liberamente se stesso continua a pesarmi dentro; gli chiedo, così, se ha più paura o più speranze sul futuro circa questi temi: “domanda difficile per il periodo. Paura ce n’è, viste le ultime cose che si vedono in giro; speranza sempre, non si può perdere la speranza”.

     

    Alessandro Magrassi

  • Infiorata a De Ferrari posticipata a Domenica 26 causa maltempo

    Infiorata a De Ferrari posticipata a Domenica 26 causa maltempo

    invito Infiorata (1) (1)Viste le perduranti condizioni meteo, l‘Infiorata prevista per sabato 25 è stata posticipata a domenica 26, giornata in cui il clima dovrebbe essere maggiormente clemente.

    Di seguito il programma aggiornato:

    – Ore 8: Inizio realizzazione della Infiorata con la posa dei primi petali – a cura dell’associazione “Circolo Giovane Ranzi”

    – Dalle ore 11: Laboratori per piccoli infioratori in erba

    – dalle ore 19: posa dell’ultimo petalo, alla presenza del presidente di Regione Liguria Giovanni Toti

    – dalle ore 19: Degustazione focaccia con il formaggio – in collaborazione con il Consorzio Focaccia di Recco col Fromaggio

    – dalle ore 20,30: proiezione video mapping sul palazzo di Regione Liguria

    Previsti omaggi floreali per tutte le signore.

    Per maggiori informazioni www.lamialiguria.it

     

     

  • Bruco, pronto il trasferimento in Piazzale Kennedy

    Bruco, pronto il trasferimento in Piazzale Kennedy

    rifugi-solidi-urbani-brucoPrenderanno il via alle ore 20 di stasera le operazioni per spostare nell’area di cantiere di piazzale Kennedy i quattro conci del Bruco – la passerella pedonale sopraelevata che collegava Corte Lambruschini con i giardini di piazza Verdi –, provvisoriamente sistemati nelle aiuole al centro della carreggiata di viale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta.

    Approfondimento: Il Bruco va giù e la struttura non sarà recuperabile

     

    Dopo i lavori di montaggio delle gru, una nell’aiuola di viale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta e un’altra nell’area logistica di piazzale Kennedy, alle ore 21 inizieranno le operazioni di movimentazione e carico dei conci contemporaneamente alla disalimentazione dei cavi del filobus da parte di Amt. I lavori di trasferimento, inseriti nel 2° lotto 3° stralcio degli interventi di sistemazione idraulica del torrente Bisagno, termineranno entro le ore 1 di domani giovedì 2 marzo.

  • Marina di Pra’, il Consiglio comunale approva il Soi per il settore Consorzio Pegli Mare.

    Marina di Pra’, il Consiglio comunale approva il Soi per il settore Consorzio Pegli Mare.

    marina-pra-consorzio-pegli-mare-soiDopo il passaggio in Commissione Territorio, anche il Consiglio comunale approva il “disegno” per la sistemazione del settore Consorzio Pegli Mare, all’interndo della Marina di Pra’.

    Approfondimento: Tutti i paletti per il riordino del settore Consorzio Pegli Mare

    Lo Studio Organico d’Insieme, che prevede anche l’adeguamento del Puc, come anticipato da Era Superba nei giorni scorsi, mette nero su bianco tutta una serie di paletti che vincoleranno la progettazione relativa alla riqualificazione dell’area. Da oggi, quindi, questa seconda fase potrà essere avviata.

  • Ex Verrina, approvata la delibera e relativo Puo, vincoli rafforzati per Pam

    Ex Verrina, approvata la delibera e relativo Puo, vincoli rafforzati per Pam

    verrina-voltri-progetto-016Il provvedimento, dopo l’approvazione i commissione, passa anche l’esame del Consiglio comunale diventando, quindi, ufficiale. Durante il dibattito rafforzati tramite emendamento i vincoli che legano Pam alla chiusura dell’attuale spazio di vendita, contestualmente all’apertura della nuova struttura.

    Approfondimento: Tutti i dettagli per l’area Ex Verrina

    La delibera, come anticipato da Era Superba nei giorni scorsi, prevede l’adeguamento del Puc sotteso al Progetto urbanistico operativo, documento che viene adottato contestualmente con la votazione di oggi. Con questa votazione, quindi, potranno partire le fasi di progettazione specifica e i relativi appalti per la realizzazione di questa vera e propria grande opera per Voltri.

  • Confisca Canfarotta, sgomberati i primi immobili a Coronata, Sampierdarena e Centro Storico

    Confisca Canfarotta, sgomberati i primi immobili a Coronata, Sampierdarena e Centro Storico

    Via-Soziglia-vicoli-centro-storico-DQuesta mattina le Forze dell’Ordine, con l’ausilio della Polizia Municipale, hanno proceduto alle operazioni di sgombero di alcuni immobili confiscati, ancora occupati dalla famiglia Canfarotta. Gli sgomberi riguardano una palazzina di Coronata, una in Salita Padre Umile, e due appartamentl, in via Stefano Canzio a Sampierdarena e in via Macelli di Soziglia, nel cuore del Centro storico: questi ultimi sono ricompresi nella delibera di acquisizione approvata lo scorso 14 febbraio in Consiglio comunale, che riguarda complessivamente undici immobili, e il cui formale trasferimento avverrà con un decreto emanato dall’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati.

    Approfondimento: La riqualificazione degli immobili canfarotta

    Per completare l’acquisizione al patrimonio indisponibile del Comune di Genova degli immobili inseriti nella delibera si dovranno attendere ancora alcune settimane. L’Amministrazione, al contempo, ha costituito al proprio interno un gruppo di lavoro tecnico per coordinare l’attività dei propri diversi settori, al fine di una più celere restituzione alla collettività dei beni confiscati; il Comune si appresta inoltre ad istituire un tavolo di dialogo aperto alle realtà associative territoriali impegnate sul tema «Sono passaggi indispensabili al raggiungimento dell’obiettivo del recupero complessivo di questi immobili e del loro utilizzo come bene comune – dichiara l’assessore alla Legalità e Diritti Elena Fiorinilo strumento della confisca è infatti sempre più applicato e diffuso, anche nelle regioni del Nord Italia, ed occorre dotarsi di nuovi strumenti di lavoro che possano consentire, in futuro, un intervento più celere e una migliore organizzazione del lavoro».

  • Palmaro, tempi ancora incerti per la galleria fonica dell’autostrada. Progetto bloccato in Ministero

    Palmaro, tempi ancora incerti per la galleria fonica dell’autostrada. Progetto bloccato in Ministero

    autostrada-galleria-2Una richiesta in pendenza da anni, con un progetto giù pronto ed approvato ma “fermo” nel cassetto del ministro. Questo il destino fino ad oggi della galleria fonica di Palmaro, l’infrastruttura fono-assorbente che dovrebbe mitigare i rumori del traffico autostradale, per quel tratto di A10 che passa proprio in mezzo a numerosi condomini della delegazione del ponente genovese.

     Approfondimento: Autostrada “obbligata” a ridurre inquinamento acustico

    «Ieri ho sentito l’ingegnere responsabile dell’area, il quale mi ha assicurato che il progetto esecutivo della galleria fonica ha ricevuto tutti i pareri positivi – afferma il vicesindaco Stefano Bernini, in risposta ad un’interrogazione del consigliere Caratozzolo (in quota Percorso Comune) – la mancata firma del ministro deriva dal fatto che il percorso di approvazione è stato modificato dal nuovo testo unico sugli appalti».

    Un inciampo, quindi, puramente burocratico, ma che ha provocato un ritardo di anni: «Una volta ricevuto l’ok del ministero – ha concluso Bernini – Società Autostrade potrà in quattro mesi arrivare ad appaltare i lavori, previa gara d’appalto. I lavori dovrebbero durare un anno, e la speranza è che possano iniziare entro il 2017».

    «Devo fare i complimenti alla giunta – ha commentato ironicamente Caratozzolo – perché forse stiamo per incominciare ciò che avremmo dovuto aver terminato già da anni».

  • Eccidio de la Squazza, commemorazione nel 72° anniversario della strage fascista a Borzonasca

    Eccidio de la Squazza, commemorazione nel 72° anniversario della strage fascista a Borzonasca

    Partigiani_mortiroloSabato 18 febbraio, alle ore 10.30, in località La Squazza a Borzonasca, si terrà la commemorazione dell’eccidio avvenuto in quel luogo il 15 febbraio 1945, nonché del sacrificio del partigiano Antonio Cabane “Nino”, caduto al passo della Forcella il 10 aprile 1945. Il programma prevede, dopo la deposizione di corone, l’orazione commemorativa di Laura Repetto, consigliera della Città Metropolitana di Genova.

    Reportage: Il racconto del Convegno nazionalista 

    Gli archivi dell’Anpi riportano l’accaduto e le motivazioni dell’ eccidio: «In risposta all’uccisione di un alpino della Divisione Monterosa della Repubblica di Salò, il 15 febbraio 1945, in località La Squazza, furono prelevati dal carcere di Chiavari e fucilati senza processo dalle brigate nere 10 partigiani della divisione garibaldina “Coduri”: Fortunato Acquario “Ercole”, Vittorio Annuti “Califfo”, Otello Beorchia “Venti”, Armando Berretti “Quattordici”, Augusto Betti “Titti”, Renato Colombo “Pesce”, Giovanni De Ambrosis “Cian”, Erminio Labbrati “Spalla”, Domenico Mori “Lanzi”, Ubaldo Noceti “Kobah”».

  • Pra’, cantieri Por in riapertura, la conclusione dei lavori confermata entro il 31 marzo

    Pra’, cantieri Por in riapertura, la conclusione dei lavori confermata entro il 31 marzo

    por-praLa causa dell’interruzione dei lavori per la riqualificazione di Pra’ sono dovuti alle problematiche dell’azienda appaltatrice. Nei prossimi giorni, però, saranno completate le pratiche per il passaggio ad altra ditta. La data per la conclusione dei lavori rimane per il 31 marzo.

    Approfondimento: Riqualificazione di Pra’, investimenti e ritardi

    «Il nostro obiettivo rimane il 31 marzo – conferma l’assessore ai Lavori Pubblici Giovanni Crivello, in risposta ad una interrogazione del consigliere De Benedictis (Gruppo Misto) – ad oggi stiamo aspettando i tempi tecnici previsti dalle norme per concludere il passaggio di appalto a nuova ditta, è questione di giorni e i lavori riprenderanno».

    I cantieri relativi al P.o.r di Pra’, infatti, da qualche settimana sono fermi; la cosa ha creato allarme nei cittadini, che dopo le due inaugurazioni dei lotti precedenti, temono l’incompiuta. Alla base di questo stop, le difficoltà economiche della ditta appaltatrice, che al momento non può garantire la continuazione dei lavori: «Ci hanno chiesto una proroga – spiega Crivello – ma abbiamo rifiutato l’opzione, siamo oltre ai quattro quinti dei lavori e vogliamo mantenere la data del 31 marzo. I lavori che mancano sono per lo più di rifinitura, quindi siamo fiduciosi».

    Nei prossimi giorni, quindi, i lavori saranno assegnati ad una nuova ditta, e potranno riprendere. La speranza è che i termini del 31 marzo siano rispettati. Sarebbe, questa, veramente una notizia.

  • Fiera di Sant’Agata, Comune conferma: si replica domenica 19 febbraio

    Fiera di Sant’Agata, Comune conferma: si replica domenica 19 febbraio

    fiera-sant-agataConsiderate le avverse condizioni meteo che domenica 5 febbraio hanno condizionato lo svolgimento della Fiera di Sant’Agata, l’Amministrazione comunale ha accolto la richiesta delle associazioni di categoria dei commercianti ambulanti e in sede fissa e del presidente del Municipio di ripetere la manifestazione commerciale. È stato quindi concordato di ripetere la manifestazione nella data di domenica 19 febbraio. 

    L’anticipazione: Fiera di Sant’Agata, Comune al lavoro per la replica

    «La scelta del 19 febbraio – spiega l’assessore allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza  è dovuta alla volontà di mantenere la maggior prossimità temporale possibile con l’evento originario. Come è evidente si tratta di uno sforzo organizzativo notevole per tutte le componenti cittadine che l’Amministrazione ha voluto però affrontare anche in considerazione delle notevoli difficoltà in cui il settore commerciale si trova ad operare».

    Nella stessa ottica, è stato stabilito, nel rispetto del vigente regolamento Cosap, di applicare una riduzione del 50% al canone, introito che verrà destinato a coprire i costi vivi della manifestazione.

  • Fiera di Sant’Agata, Comune al lavoro per la replica, spunta la data del 19 febbraio

    Fiera di Sant’Agata, Comune al lavoro per la replica, spunta la data del 19 febbraio

    fiera-sant-agataI tecnici del Comune di Genova sono al lavoro per trovare una la data della “replica” della Fiera di Sant’Agata, l’appuntamento mercatale più atteso della nostra città. Esclusa la data del 12 febbraio, troppo ravvicinata e in concomitanza con la partita di calcio Sampdoria – Bologna (prevista alle ore 18.00), si punta a riorganizzare l’evento domenica 19 febbraio.

    L’evento: Fiera di Sant’Agata 2017

    «Domenica 12 sarebbe stata troppo ravvicinata per consentire anche agli operatori di riorganizzarsi – ha sottolineato l’assessore allo Sviluppo Economico Emanuele Piazzasoprattutto per quelli che vengono da fuori, e poi la concomitanza con la partita di calcio avrebbe reso difficile l’organizzazione». La prima data possibile, quindi è domenica 19: «La volontà è quella di non andare troppo in là – spiega Piazza – per non far perdere di senso la manifestazione, e stiamo verificando se quella è una data compatibile».

    «Non abbiamo ancora avuto contatti ufficiali con l’amministrazione – dice Roberto Zattini, presidente di Anva Confcommercio (Associazione Nazionale Commercio Aree Pubbliche) – ma il recupero della fiera è importante per la categoria ed è importante che sia fatto il prima possibile per non far perdere di valore a questo appuntamento tanto atteso. Andare troppo avanti con il calendario rischierebbe di produrre sovrapposizioni con altri eventi fieristici».

    Nelle prossime ore, superate le verifiche del caso, la data del 19 febbraio, con buone probabilità sarà confermata ufficialmente.

  • Ireti, lavoratori in strada giovedì mattina per protestare contro il trasferimento a Campi

    Ireti, lavoratori in strada giovedì mattina per protestare contro il trasferimento a Campi

    gasometro-praDalle 8 di giovedì 9 febbraio, i tecnici di Ireti scenderanno in strada per protestare contro l’ipotesi di delocalizzazione dello stabilimento da Pra’ a Campi. L’agitazione, promossa da Cgil, Cisl e Uil oltre che dall’Unione Sindacati di Base, è stata decisa dopo l’incontro avvenuto quest’oggi con il vicesindaco di Genova Stefano Bernini, presso il municipio di Pra’, durante il quale i lavoratori hanno chiesto alla amministrazione un’azione più decisa per vincolare l’azienda a mantenere il servizio nel ponente cittadino.

    Approfondimento: Un supermercato al posto del Gasometro Ireti di Pra’

    L’assessore all’urbanistica ha promesso che, per quel che attiene alle proprie competenze, renderà difficile la vita agli acquirenti dell’area, facendo valere i limiti alla costrizione imposta dalla vicinanza al cimitero e al centro storico praese. Al tempo stesso, però, ha spiegato di non poter dare una risposta per l’intera giunta comunale, rimbalzando la responsabilità agli assessore Porcile e Crivello. I lavoratori Ireti hanno risposto facendo notare che già dall’agosto 2015 chiedono un incontro con l’assessore all’ambiente, senza però ottenere risposta. Presenta alla riunione anche il presidente del Municipio VII, Mauro Avvenente, che ha invitato le organizzazioni dei lavoratori a presentarsi in Consiglio comunale per far valere la propria posizione.

    Luca Lottero