Categoria: Musica Nuova

Un saggio storico a puntate a cura del chitarrista genovese Gianni Martini che si interroga sul concetto di novità in musica applicato al contesto storico

  • La musica nuova morta per eccesso di novità: la colpa non è solo del mercato

    La musica nuova morta per eccesso di novità: la colpa non è solo del mercato

    musica-concerti-pianoforteLa riflessione sviluppata in questa serie di articoli, partiva dalla constatazione della “scomparsa della novità”. Il concetto stesso di “novità” è stato progressivamente banalizzato, svuotato. Qualsiasi prodotto industriale, in uscita sul mercato viene presentato come “novità” che renderà superate le precedenti edizioni, ormai declassate a scarto/rifiuto/riciclo. È come se si vivesse in una continua “ansia da novità”: tutto deve sempre cambiare in continuazione senza fermarsi, con il risultato di una sorta di “crisi da eccesso”: la “novità” è uccisa dall’eccesso stesso di novità (o pseudo tali) gonfiata fino a scoppiare.

    I prodotti tecnologici (telefonia in testa) rappresentano al meglio i dettami consumistici suggeriti dalle strategie persuasive delle case produttrici. In ambito artistico, credetemi, le cose non sono poi così diverse. Certo, i messaggi e le strategie di vendita forse non presentano toni così grossolani e di cattivo gusto, ma la sostanza non cambia. Tutto il sistema produttivo contemporaneo può essere visto come un’immensa “fabbrica di novità”.

    Certamente, personalmente, non riconosco alcuna autorevolezza agli apparati promozional-pubblicitari dell’industria culturale che, subdolamente, cercano di stabilire che cosa sia da ritenersi “novità”. Ma la “novità” è scomparsa anche per altri motivi. È come se la tecnologia l’avesse erosa, mangiata dall’interno. Intendo dire che la velocità di comunicazione/diffusione e riproduzione di qualsiasi “originale”, rendendo subito alla portata di tutti – supponiamo – l’esito di una certa ricerca musicale, inevitabilmente lo esporrà al rischio di banalizzazione: ciò che si presenta come nuovo in pochi giorni verrà sezionato in tutti i particolari, commentato, raffrontato, copiato. Idealmente potremmo allineare mille cloni di un originale, in una sorta di continuum dove ciascun elemento manterrà tratti più o meno simili (= copiati) all’originale. Il fatto è che questo trand comportamentale caratterizza tutti gli aspetti della quotidianità.

    Spesso, quindi, si può provare la stancante sensazione di vivere in un appiattimento generalizzato, dove i grandi riferimenti culturali sono venuti meno; la fede nel progresso crollata, il futuro appare con il volto della minaccia; i rapporti sociali – di qualsiasi tipo- assumono sempre più lo statuto di provvisorietà. Certo, questi aspetti sono solo tendenziali, ma ciò non ne rende meno avvertibile la presenza.

    E poi c’è l’argomento centrale del discorso: la mancanza di ciò che ho definito “sentore comune, un qualcosa fatto di consapevolezza sociale, pensiero critico, espressione di idee, ma anche speranza e fiducia che le cose si possano – si potessero – cambiare (Bob Dylan nei primi anni ’60 cantava “ The times they are a changin’”). Oggi questa fiducia non c’è più e in questo scenario di incertezza e sbando globalizzati, diventa rassicurante e sedativo “guardare indietro”. Riproporre stili musicali, canoni estetici, mode e stili di vita già sperimentati, soddisfa quel crescente (e sempre più isterico) bisogno di sicurezza che tanto oggi si insegue: gli anni “mitici” si trasformano in una specie di caverna protettiva dove ci nascondiamo consumando la nostra incapacità di affrontare lo scuro e incerto futuro.

    Viviamo quindi nell’orizzonte di tante “poetiche solitarie”, che rispecchiandosi in mille altri simili, proprio nel gioco degli specchi e della rifrazione, sviliscono la loro portata innovativa. Indubbiamente si corre il rischio che così l’arte (intendo la parte più viva di essa) perda la sua carica eversiva e di rottura e venga meno alla sua peculiarità: quella di testimoniare il presente, prefigurando altri mondi possibili.

    Che dire? Bisogna rassegnarsi? Indubbiamente occorre avere la consapevolezza che il cupo periodo che stiamo vivendo potrebbe durare a lungo. Ma allora si impone di resistere, continuando ad affilare le armi (culturali s’intende…) in attesa di tornare ad usarle, laddove il suono si fa parola e la parola diventa suono. A proposito… mi sembra di vedere qualche crepa nel muro… mah, speriamo!

     

    Gianni Martini

  • La novità in musica? Una continua ricapitolazione degli anni 70

    La novità in musica? Una continua ricapitolazione degli anni 70

    woodstockNel confrontare i nostri giorni con la grande esplosione creativa degli anni ’60 e ’70, emerge l’assenza di condizioni di vita, simboli, accadimenti, contesti diffusi in tutto il mondo occidentale (e non solo) che riescano ad attivare processi identitari in grado di far maturare quel “sentore comune” da cui possano nascere nuove interpretazioni del mondo, espresse da nuovi linguaggi. Ed è proprio in questa assenza di “nuovo” che risiede il tema centrale di questa rubrica.

    Concerto musica liveLe esperienze innovative che, come in un tracciato, troviamo disseminate in questi ultimi 30 anni, sono tutte fortemente debitrici della grande “avventura creativa”, costituita dagli anni ’60 e ’70. Certo – lo si è già affermato – ciò che è diventato il “suono della storia” non è stato solo il frutto della creatività di tanti singoli individui isolati, ma un fermentò che animò parte della società (soprattutto le giovani generazioni) e che, dopo una prima fase sotterranea di incubazione, esplose successivamente, dilagando e travolgendo le vecchie concezioni del mondo.

    Ciò che oggi mi incuriosisce e mi stupisce è il contesto di grande criticità economica sociale in cui versa oggi il mondo intero, in particolare l’occidente (l’enorme area denominata “Cindia” è economicamente in ascesa, per quanto non sia fuori da problemi più di quanto il suo devastante sviluppo esponenziale non ne crei): da una simile situazione di disagio ci si aspetterebbero nuovi segnali di rivolta. Oltretutto la rete, permettendo una diffusione delle informazioni con una densità inimmaginabile fino a 15 anni fa, si pensava potesse facilitare enormemente la crescita dei movimenti. Intendiamoci: in parte è avvenuto e sta avvenendo (gli indignados in Spagna, i fatti della Grecia, la “Primavera araba”, anche qui in Italia c’è abbastanza trambusto…), ma tutti questi segnali tangibili di malcontento non sono – per ora – riusciti a determinare una svolta radicale, un nuovo ’68.

    Come dire… non riescono a configurarsi momenti unificanti da cui potrebbero scaturire nuove aperture sociali e svilupparsi inedite modalità e linguaggi espressivi. Nell’epoca della globalizzazione dove ad una vicinanza, ad una “amicizia” solo virtuale, come quella di facebook, si contrappone una reale dislocazione/ smembramento/ allontanamento/ nascondimento dei grandi processi economici e finanziari, il potere riesce sempre a circoscrivere e gestire ciò che succede a livello locale.

    Per quanto riguarda specificamente la musica va osservato che i circuiti ufficiali internazionali continuano sostanzialmente a promuovere la stessa musica, con varianti che suonano di maniera e che non rimettono in discussione alcunché. È come se vivessimo in una continua e unica ricapitolazione degli anni ’60 e ’70 ma, come canta Gian Piero Alloisio: “…anni ’60 senza boom“!!!

    Se poi prendiamo in considerazione un paese come l’Italia non si può non rilevare il devastante ruolo esercitato dal mastodontico apparato socio-culturale (oltre che economico, chiaramente) che fa capo a Berlusconi. Vent’anni di berlusconismo hanno prodotto un livello di idiozia di massa sconcertante, oltre ad un preoccupante imbarbarimento della vita civile. Ma, Italia a parte, ciò che mi sembra manchi – appunto – sono contesti, accadimenti, simboli, condizioni esistenziali che possano dar vita a processi identitari in grado di veicolare un “sentore comune”. Proprio questo penso sia il punto.

    La ribellione esplosa alla fine degli anni ’60, come già si è analizzato, ha incubato per oltre 50 anni, con ideali di giustizia e libertà risalenti addirittura alla rivoluzione francese, ma ben presenti nella testa e nel cuore di tante persone, come patrimonio di “memoria storica”. Tuttavia, ciò che ha reso possibile una diffusione così rapida in tutto il pianeta dei fermenti rivoluzionari e innovativi, penso sia dovuto ad una inedita condizione di relativa omogeneità che tutto il mondo avanzato si trovò a vivere. I principali fattori uniformanti mi sembrerebbero questi:

    1) condizione di prostrazione post bellica generalizzata sia tra i vinti che tra i vincitori

    2) conseguente imponente azione di ricostruzione industriale e sociale

    3) connesso sviluppo industriale con nuovi assetti tecnologici che determinarono il raggiungimento di un certo livello di benessere

    4) programmi di istruzione obbligatoria allargati a tutti i ceti popolari

    5) diffusione della tecnologia mass-mediatica a livello internazionale (tv, radio, telefonia ecc…)

    6) prime generazioni di giovani cresciute in condizioni esistenziali totalmente diverse rispetto alle generazioni precedenti

    7) abnorme sviluppo delle città

    8) partiti politici e sindacati (soprattutto di sinistra) in pieno sviluppo con apparati ideologici e organizzativi di grande rilievo

    9) progressiva presa di coscienza dei livelli di sfruttamento capitalistico

    10) critica e rifiuto del mondo diviso in due blocchi.

    Ecco questi mi sembrano i più importanti fattori che, diffusi in maniera relativamente omogenea in tutto il mondo, abbiano fatto da “contesto vitale” per ciò che sarebbe esploso nel ’68.

     

    Gianni Martini

  • La creatività messa al bando: ecco gli anni ’80 e la musica commerciale

    La creatività messa al bando: ecco gli anni ’80 e la musica commerciale

    musica-live-concertoLa fine degli anni ’70, caratterizzata dal “riflusso”, vedrà nuovamente il mercato vittorioso. La musica non commerciale sopravviverà con difficoltà ai margini del mercato. Ogni tanto qualche improvvisa “graffiata creativa” sveglierà dal torpore una scena musicale molto addomesticata. Ma si tratterà sempre di una rivisitazione di linguaggi già praticati e non di una nuova era.

    Dunque nell’arco di tempo che va dall’inizio degli anni ’60 alla seconda metà degli anni ’70 – come più volte si è affermato- la creatività musicale esplose investendo il mercato discografico, addirittura facendo nascere un diverso modo di gestire la discografia. Il dato sociale peculiare e inedito fu che si trattò di una spinta creativa spontanea, proveniente dal basso (e comunque relativamente trasversale rispetto ai ceti sociali di provenienza). Come dire… il presente, il “suono della storia”, partiva dalle inquietudini, dalla rabbia dei contesti quotidiani e si esprimeva, conseguentemente, in maniera diretta, grezza, acerba, senza mediazioni, come d’altronde sempre crudi e diretti sono i fatti storici.

    L’espressività nel rock, blues, jazz e ancor più nella canzone non era frutto, nella maggioranza dei casi, di compiuti studi accademici. Questo da un lato. Dall’altro una tale forza espressiva così dissacrante, necessitava di interlocutori – sulla sponda discografica – in grado di sapere in modo lungimirante cogliere/intuire l’impatto enorme che questa diversità comunicativa, grezza, rabbiosa avrebbe potuto avere soprattutto sulle masse giovanili delle metropoli.

    Per tutti questi aspetti prendiamo come esempio i Beatles. Ragazzini di estrazione popolare, inquieti figli di una città industriale (Liverpool), i Beatles iniziarono a suonare da autodidatti ancora in età scolare. Giovanissimi, fecero gavetta in Germania, ad Amburgo, dove suonarono nei locali del quartiere a luci rosse. Il loro primo provino presentato alla “Decca” non venne giudicato interessante. Tornarono all’attacco con la casa discografica “La voce del padrone” che invece li mise sotto contratto: nel 1962 (50 anni fa) uscì “Love me do”. Il resto è storia nota.
    Ma se il suono, le parole, l’urlo che si forgiava nella scansione temporale degli eventi stessi, componevano l’immagine visionaria di milioni di voci che parlavano e cantavano di un cambiamento possibile, aspettandolo e prefigurandolo come in un sogno, quelle stesse voci, diventate coscienza, si resero conto di quanto poco le cose stessero cambiando, se non addirittura peggiorando.

    Allora, il mercato, neutro ai sommovimenti emotivi dovuti alle delusioni politico-sociali, tornò a dettare  le sue leggi. Si, il mercato che silenziosamente aveva piano piano riconquistato le posizioni perdute, ed anzi, adeguando velocemente i propri mezzi alla nuova realtà, era nuovamente pronto, più temprato e aggressivo che mai. Gli spazi di relativa libertà creativa che si erano aperti in seno alle grandi case discografiche (…se la rivoluzione fa vendere i dischi, che problema c’è? Viva la rivoluzione: il mercato è onnivoro!!!) si richiusero ai primi segni evidenti di riflusso.

    Ancora una volta, risulta istruttiva l’analisi di ciò che è successo, soprattutto in ambito pop e rock. Trattandosi di settori in cui si muove molto denaro, meglio si riescono a cogliere gli orientamenti del mercato. Con l’inizio degli anni ’80 tutte le etichette discografiche – anche quelle piccole ed escludendo solo una piccola parte di quelle indipendenti – imporranno lo standard secondo il quale la durata media di un brano deve stare tra i 2’50 e i 4’10. Questo, appunto, mediamente. Aboliti sviluppi e divagazioni strumentali, aperture armoniche azzardate, introduzioni in crescendo ecc… Le eccezioni a questo imperativo saranno ben poche. Ovviamente non stiamo parlando dell’Italia, ma – purtroppo- del mercato internazionale.

    La creatività messa al bando, esiliata, sopravviverà in anfratti sconosciuti ai più. Ogni tanto qualche vampata squarcerà la staticità della scena musicale. Una prima energica scossa – prendendo sempre come esempio l’ambito rock- fu data dal punk, fenomeno che rifiutò nettamente di integrarsi negli orizzonti del “vivere borghese”. Poi, negli ’80, ci fu la meteora “Metal” e, negli anni ’90, il “Grunge”. Bagliori, brevi falò il cui impatto, fu comunque sempre al di sotto delle speranze che alimentò: la bocca che urlava si era ormai richiusa (a volte accennava un movimento, emettendo un suono indecifrabile: un urletto? uno sbadiglio? Più probabilmente un lamento di dolore) e questi suoni coraggiosi non riusciranno ad imporsi ed essere riconosciuti come suoni epocali.

     

    Gianni Martini

  • Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    La canzone, lo si è detto, fu uno strumento straordinario per la diffusione delle idee. Nacque così una “linea rossa” ossia una canzone dichiaratamente politica e militante, antagonista della canzone commerciale; una “linea verde” composta da cantautori che, sulla linea dei provos olandesi e dei pacifisti americani manteneva posizioni politicamente più aperte e una “linea gialla”, termine inventato dai discografici per indicare una canzone giovanile ma sostanzialmente di un anticonformismo di maniera e finto.

    Il ruolo esercitato da queste etichette di frontiera (successivamente sarebbero state chiamate “etichette indipendenti”) rivestì, anche in Italia, un’importanza fondamentale. Le già citate Toast Records, L’Orchestra, Ultima Spiaggia, I Dischi del Sole, I Dischi dello Zodiaco, ecc… permisero a gruppi, jazzisti e cantautori minori (o inizialmente tali) di pubblicare e far conoscere i loro lavori. Spesso i titolari avevano una conoscenza diretta degli artisti che producevano e sovente condividevano le motivazioni sociali ed espressive che stavano alla base della loro musica.

    E, indubbiamente, questo lavoro di testimonianza le piccole etichette lo svolgono – con estrema fatica – ancora oggi: è solo la passione e l’intendimento di non mollare che li fa andare avanti, non certo i riscontri di vendite. Anzi, ciò che balza in evidenza rispetto agli anni ’70 è proprio la differenza notevole nei livelli di vendite e, conseguentemente, nello spazio economico, operativo e di diffusione delle idee.

    Prendiamo come esempio due etichette per molti aspetti complementari: I Dischi del Sole e I Dischi dello Zodiaco. Già alla fine degli anni ’60 il catalogo de I Dischi del Sole comprendeva collettivi politicamente schierati come il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano e lavori di jazzisti “colti” come G. Gaslini oltre a compositori contemporanei come B. Maderna, L. Nono, G. Manzoni. L’ambiente che gravitava intorno a questa etichetta comprendeva alcuni intellettuali e operatori culturali di primo piano. Parliamo di – limitandoci a pochi nomi – M. Ovadia, G. Marini, S. Liberovici, R. Leydi, U. Eco, F. Fortini, M. L. Straniero, E. Jona, P. Ciampi, I. Della Mea. Tutti sostenevano apertamente il rifiuto della canzone/musica commerciale e promuovevano una canzone di dichiarato impegno politico. Diversi fra loro provenivano dall’esperienza del collettivo torinese Cantacronache e, certamente, vedevano nel libro “Le canzoni della cattiva coscienza” (1964) un punto fermo da cui partire. La scelta di una canzone militante portò alla costituzione di una “Linea Rossa” (uscì anche un manifesto che ne esplicitava la progettualità politico-culturale).

    Questo aspetto della “linea” mi sembra molto interessante perché contribuisce a far comprendere quale fosse l’attenzione, in quel periodo (siamo alle porte del ’68), rivolta alla “canzone”, intesa come strumento di propagazione (e per alcuni di propaganda) delle idee. Nacque infatti una “linea verde” che comprendeva cantautori – in alcuni casi con contratti stipulati con grosse case discografiche – impegnati ma su posizioni politiche più aperte (F. De Gregori, i Nomadi, F.Guccini ecc…) e una “linea gialla” che, invece, faceva capo a quella canzone finto-impegnata e, sostanzialmente, sganciata da tematiche e ambienti politicizzati.

    Quando nel 1970, in Cile, ci fu la vittoria elettorale del socialista Allende (primo esempio di accesso al governo di un paese da parte di un partito di sinistra, per via elettorale), le due etichette in questione iniziarono a pubblicare la “nueva cancion cilena” (Inti Illimani, Victor Jara, Violeta e Angel Parra ecc…) con riscontri in vendite notevolissimi, aumentati ancora dopo l’11 settembre 1973 a causa dell’orrore internazionale suscitato dal feroce colpo di stato fascista – diretto dagli americani – del generale A. Pinochet. Il grosso riscontro di vendite di quel tipo di etichetta era, sostanzialmente, dovuto al fatto che buona parte del loro catalogo rispecchiava ciò in cui il “movimento” si riconosceva: che si trattasse di gruppi rock o progressive, jazz o canzone, quello era il “suono della storia”, il suono di quella parte di persone che, in Italia come in molte parti del mondo, si dichiarava contro il perbenismo ipocrita, le ingiustizie, il moralismo, gli atti criminali del capitalismo.

    Ciò che si intende sostenere è  che la vitalità politico-sociale di quegli anni (e la progettualità politica che ne scaturiva), fecero fiorire una protuberanza anomala nella fisiologia del mercato; una zona, in espansione, di relativa libertà, non controllata dai grandi gruppi di potere. E questa apertura si verificò non solo nella discografia ma anche nell’editoria, nella produzione cinematografica, come nel mondo dell’arte, della moda, del costume. Per un breve – e illusorio momento – si ridisegnarono nuovi equilibri.

     

    Gianni Martini

  • Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Muse concerto liveNelle scorse uscite abbiamo confrontato il rifluire dei movimenti sociali e rivoluzionari degli anni ’70 con l’affievolirsi degli spunti creativi di gruppi e solisti, sottolineando l’emergere di una tendenza: il grosso successo commerciale e di pubblico, riducendo il “progetto artistico” a “prodotto di mercato” come tutti gli altri, tende a eroderne la credibilità, in termini di autenticità espressiva. E questo è quello che accadde dopo i primi anni di slancio del Movimento.

    L’allargarsi dei tentacoli delle grosse case discografiche determinò, almeno nelle linee generali, quanto segue:

    1) successo internazionale di tutti i gruppi rock, progressive ecc… più significativi, in una scena musicale quasi esclusivamente dominata dalle band anglo-americane, fonte d’ispirazione per migliaia e migliaia di gruppi e musicisti in tutto il mondo. Successo dai riscontri economici, in alcuni casi vertiginosi (partendo dai Beatles e dai Rolling Stones, occorre citare almeno: Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Police e altri, ovviamente; considerevoli, anche in ambiti più vicini al jazz, Miles Davis, Keith Jarret, ad esempio).

    2) progressivo inquadramento delle produzioni musicali in strategie di mercato, a loro volta animate da strategie promozionali, tramite poderosi uffici-stampa, apparati di merchandising, trovate pubblicitarie, finalizzate alla vendita di un prodotto che, soprattutto in ambito rock, cominciava ad avere costi di realizzazione piuttosto elevati.

    3) questo “inquadramento” portò ad uno svilimento della portata creativa dei progetti musicali e, quando non ne fu il principale responsabile, certamente non aiutò la creatività.

    È un discorso piuttosto complesso che implica quindi una giusta digressione, al fine di ben comprendere, e forse far cadere, qualche luogo comune un po’ ingenuo. Da un lato, infatti, dobbiamo considerare la relativa caduta d’ispirazione – fatto probabilmente fisiologico – che a volte poteva iniziare a farsi sentire già dopo i primi album (sembrerebbe praticabile una messa in relazione tra il rifluire dei movimenti sociali e l’affievolirsi della spinta creativa di rottura sul piano dei linguaggi espressivi. Ne parleremo…), da un altro lato non dobbiamo pensare che i musicisti e i gruppi di quel periodo fossero dei martiri pronti ad immolarsi sull’altare della purezza musicale, almeno non tutti. Certo, tenevano all’originalità dei loro progetti, ma la possibilità di avere un buon contratto con un’importante casa discografica (e con l’indotto che questo avrebbe comportato: stampa, tournèe, nuove registrazioni, popolarità, royalties ecc…), magari dopo anni di prove in cantina… insomma, se uno fa il musicista di professione si augura di poter vivere con la propria musica, no?

    Ma il contratto con una grossa casa discografica, come dire… aveva dei vincoli. Nel senso che quasi sempre occorreva rapportarsi con “figure professionali di mediazione” come il “produttore artistico” e/o il “produttore esecutivo”. Spesso queste figure, appartenenti allo staff della casa discografica, seguivano il gruppo molto da vicino, spingendo nella direzione di accontentare i gusti di un pubblico più vasto, rispondendo quindi a “ciò che vuole la gente” (quante volte ho sentito questa frase…). Se il gruppo aveva un forte potere contrattuale, oppure, semplicemente si aveva la certezza di un certo riscontro di vendite, queste spinte potevano esercitare un’influenza solo marginale; in altri casi, invece i produttori artistici e le case discografiche potevano intervenire pesantemente, avendo sempre come obbiettivo la realizzazione di un prodotto il più vendibile possibile.

    Va comunque ribadito che non è vero che tutti i produttori artistici o esecutivi delle case discografiche non capivano (o non capiscono) nulla. Questo mi sembra, francamente, un atteggiamento contrappositivo un po’ sterile. Certo, molti sono incompetenti, altri rimangono vittime della logica spicciola del mercato, ma esistono (ed esistevano) anche produttori seri e competenti. Ed è ovvio che nel dire questo, mi baso sulla mia modesta esperienza personale, svoltasi in Italia, ma non credo che in Inghilterra e in America fosse (sia tuttora) molto diverso. Parallelamente a tutto questo, rivendicando un modo diverso di fare discografia, più rispettoso dell’autonomia creativa di ogni singolo artista, nacquero delle nuove etichette, spesso fondate da musicisti. Basti pensare alla Island e alla Vertigo, etichette inizialmente piccole che misero sotto contratto gruppi come i King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Jethro Tull, Jentle Jiant, Traffic e altri, ovviamente.

     

    Gianni Martini

    [foto di Claudia Baghino]

  • Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    giradischi-vinileDopo i primi anni di cambiamenti sociali (metà anni sessanta), periodo in cui i movimenti innovatori vivono un’esistenza prevalentemente “underground”, le grandi case discografiche – intuendo l’enorme business – iniziano a inserirsi nel gioco, da un lato mettendo sotto contratto gli artisti espressione autentica di quei movimenti, dall’altro producendo ad hoc artisti completamente inautentici, purché avessero il sapore della trasgressione, che semplicemente la evocassero.

    Contatto tra i nuovi fermenti musicali e le majors fu il “talent scout”. Questa figura professionale tipica di quel periodo, spesso era un giovane che, facendo parte di quell’ambiente, ne conosceva anche le espressioni artistiche. Improvvisamente, quindi, da qualche costola delle odiate “major” si affacciarono sul mercato etichette discografiche fondate ad hoc per i nuovi linguaggi espressivi; oppure etichette nate come “indipendenti”, nel giro di qualche anno vennero assorbite dalle grosse case discografiche che, tutt’al più, lasceranno loro la facciata di etichetta indipendente semplicemente per non perdere quel segmento di possibili acquirenti; ma soprattutto iniziano a comparire sul mercato discografico, prodotti “finti”, ossia realizzazioni di un “qualcosa che assomigliasse” nel suono, negli atteggiamenti, nell’immagine, nel logo, nei testi, nel “gesto musicale”, alle produzioni espressivamente più significative. Il tutto coniugato in una scala di “novità” pseudo originali, con l’obiettivo di accontentare tutti.

    Ciò che veniva a mancare – banalmente – è “solo” l’insieme delle profonde e autentiche motivazioni che spinsero a quelle creazioni originali. Quando poi si arriva a sentire Beethoven, Miles Davis, Hendrix, Doors o F. De Andrè impiegati come “colonna sonora” di spot pubblicitari…beh…ciao!! Ormai, la loro carica innovatrice è stata centrifugata e restituita come schiuma da barba!

    Certo, tutto questo è successo – e succede tuttora – in particolare per la “musica giovanile”: rock, pop, canzone, funky, rap… ossia in pratiche musicali di maggior vendibilità. Meno, per quanto riguarda la scena jazz, blues e classico-contemporanea. Anche se occorre ricordare che il cosiddetto “easy listening” della fine degli anni ’70- e tuttora presente, in costante attualizzazione/adattamento – di grande riuscita discografica (l’etichetta americana “GRP” di D. Grusin e L. Reetenour ne fu una delle massime espressioni) altro non è stato che confezionare un prodotto di ascolto immediato (in grado, cioè, di raggiungere un più vasto pubblico di consumatori – appassionati di musica) che potesse vantare grandi interpreti/autori, un alto livello qualitativo delle esecuzioni, un richiamo a sonorità jazz e blues, lasciandone cadere, tuttavia, gli aspetti espressivamente più spigolosi (e autenticamente “di rottura”), rendendo il suono più “moderno”, senza escludere riferimenti stilistici, vicini al pop e al rock.

    E volendo aggiungere un esempio nell’ambito della canzone, si potrebbe ricordare quella che Luigi Tenco menzionò nel suo drammatico e chiarissimo messaggio d’addio: “La rivoluzione” cantata al Festival di Sanremo del 1967 da G. Pettenati. Canzone finto-trasgressiva/protestataria che, titolando esplicitamente “La rivoluzione”, parola tabù, cercava di suggerire un’immagine di anticonformismo giovanilista. Oltre vent’anni dopo un altro esempio di produzione musicale finto-ribelle trovò sempre nel palco del Festival di Sanremo (e il fatto non va ritenuto un caso) il contesto “ideale”. E si tratta di un cantante, Scialpi, che, se non ricordo male, si presentò con i blue jeans mezzi stracciati, con una curatissima mise pseudo punk/pseudo trasandata/pseudo ribelle. A chi intendevano rivolgersi G. Pettenati e Scialpi? Obiettivo dei loro produttori era evidentemente quello di agganciare quella parte di pubblico giovanile che si sarebbe accontentata di atteggiarsi a “ribelle”, non intendendo minimamente esserlo sul serio: uno scambio giocato tutto sul piano simbolico (il modo di vestire, i gadgets, l’ascolto musicale…), tenendosi ben lontani dai processi sociali reali che quei simboli crearono.

    Anche la musica classica non fu estranea a questo fenomeno. Ricordo un ensemble, “Rondò veneziano” che proponeva brani strumentali di sapore rinascimental-barocco, come dire una musica rilassante, melodica che non creava tensioni, rivolta trasversalmente ad un pubblico anonimo e conformista. Infatti sogno del direttore generale di qualsiasi major ritengo sia quello di produrre un catalogo in grado di accontentare, come si diceva, “tutti” e semplicemente spingendo il prodotto che in quel determinato momento si ritiene possa vendere di più. 

     

    Gianni Martini

  • Fine degli anni 70: festival, musica negli stadi e istituzionalizzazione

    Fine degli anni 70: festival, musica negli stadi e istituzionalizzazione

    Paul Mccartney in concertoConsiderando a distanza i movimenti storici, culturali, artistici si pone in evidenza un tratto comune: il massimo livello di carica espressiva viene raggiunto nel periodo in cui già si fanno sentire le prime avvisaglie di “crisi”. Anche il periodo da noi affrontato in questa lunga serie di scritti non sfugge a questa “regola”, infatti l’impatto sociale massimo si ebbe nella seconda metà degli anni ’70, quando già si riconoscevano i primi segni del riflusso. L’energia creativa liberata tenne, tuttavia, banco ancora per diversi anni, da un lato recepita a posteriori dalle istituzioni; dall’altro tenuta in vita, artificialmente, dall’industria culturale unicamente per scopi commerciali, in scenari socio-economici globalizzati e ormai radicalmente modificati, dove la creatività continuerà a vivere come “ricerca individuale” impossibilitata a divenire – nell’orizzonte di oggi – comportamento diffuso e condivisibile.

    Se l’espressione artistica, nelle sue punte più avanzate, spesso “anticipa la storia” (intendendo con questo la capacità visionaria di prefigurare nuovi mondi possibili, indicare faticosi sentieri per un cambiamento praticabile, segnare direttamente la linea di rottura con linguaggi/schemi sociali/concezioni del mondo/abitudini e costumi radicati e tradizionali…), parallelamente libera energie creative che nel loro impatto con la società, continueranno a dare frutti (…”cattivo esempio”?…) per un periodo più o meno lungo, anche quando il magma rivoluzionario avrà ormai attenuato la propria incandescenza e le spinte più spontanee e anarcoidi saranno rifluite o addomesticate. Segno di questa “bolla di energia” potrebbero essere considerate da un lato la linea di continuità creativa e produttiva di musicisti, gruppi, etichette etc…che rimarranno in attività, con tutte le difficoltà esterne, dovute ad un paesaggio sociale ormai radicalmente mutato, ed interne, “psicologiche”, dovute ad un senso di isolamento, straniamento, crisi di identità (sentimento che, bruciante, toccò soprattutto i compositori di ari colta). Questo da un lato, dall’altro una risposta “istituzionale” – di necessità in ritardo sulla storia viva – che comunque recepì i desideri di cambiamento.

    Nel nostro paese l’epopea dei grandi festival iniziò verso la fine degli anni ’70, quando già si iniziavano ad intravedere i primi effetti del “riflusso”. Nuovi amministratori negli enti locali – conseguenza diretta di un diverso assetto politico-istituzionale – permisero e/o attuarono (grosso modo fino alla seconda metà degli anni ’90) una programmazione, a volte coraggiosamente aperta alle correnti espressive più recenti. Molti compositori contemporanei e “sperimentali” (pur in piena crisi di identità, come si è appena ricordato) ricevettero concrete proposte di lavoro e le loro opere vennero messe in cartellone, insieme ai classici. Anche il jazz e il blues uscirono dalla dimensione “underground” per raggiungere, grazie a importanti rassegne come Umbria Jazz, Siena Jazz, Pistoia Blues etc…un più vasto pubblico di appassionati. La riuscita di questi appuntamenti di grande risonanza si dovette anche ad un impegno istituzionale impensabile fino a qualche anno prima.

    Per la canzone d’autore – che , come si è visto iniziò in sordina e accompagnò in crescendo tutta l’evoluzione della vita politica italiana – ora, mentre il movimento stava rapidamente spegnendosi, arrivò l’epoca dei grandi concerti negli stadi: la tournèe di “Banana Republic”, di F. De Gregori e L. Dalla, i concerti di Vasco e, un po’ dopo, Ligabue. I nuovi equilibri politico-partitici portarono ad una riforma del servizio pubblico radio-televisivo (…possiamo pure leggere “lottizzazione”…): nacque “Rai tre”, più sensibile alle tematiche socio culturali care alla sinistra. Il fenomeno di una maggiore considerazione istituzionale riguardò, con precipue caratteristiche, anche le arti visive, la poesia, il teatro (ad esempio Dario Fo e Giorgio Gaber, figure molto vicine al movimento approdarono in Tv). Ma se nei primi anni ’60 tutto avveniva magmaticamente, nel “fuoco degli eventi” (…non solo in senso figurato…), dove c’era chi si improvvisava organizzatore, impresario, discografico, conduttore radiofonico, cantautore (molti che oggi sono affermati iniziarono così), ora – negli anni ’80 – tutto diventerà “attività professionale” con i ricordi dell’entusiasmo movimentista ormai alle spalle. Ecco, a questo punto il mercato – che di solito è colto di sorpresa dai sommovimenti sociali realmente innovatori – iniziò a dare consistenza ai tentativi di recuperare terreno, cavalcando l’onda della grande diffusione delle “nuove idee”.

     

    Gianni Martini

  • Il riflusso: la fine degli anni 70 e dell’impegno politico e civile

    Il riflusso: la fine degli anni 70 e dell’impegno politico e civile

    Bologna, strage stazioneLa strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 imprimerà il sigillo della strategia della tensione di marca fascista sull’uscita dagli anni ’70. Le piazze per un po’ non si riempiranno più perché le giovani generazioni, cresciute con i telefilm americani saranno occupate più a ballare che a pensare. I nuovi comportamenti sociali indicano un ritorno al privato in luogo di una dimensione di confronto/impegno collettive. In pochi anni etichette, case editrici, punti di aggregazione legate al “movimento” chiuderanno o diventeranno altro.

    La raggiunta consapevolezza dell’impossibilità di arrivare all’apertura di una fase rivoluzionaria, gettò nello sconforto – come si è già scritto – più di una generazione, sia in senso politico che anagrafico. Si iniziò quindi a parlare di “riflusso”, già verso la fine degli anni ’70. Questo fenomeno sociale fu caratterizzato da specifici comportamenti collettivi – almeno a livello giovanile – primo fra tutti il rifiuto di tutto ciò che potesse costituire una qualche forma di “impegno”. Ovviamente, fu innanzitutto l’impegno politico a crollare vertiginosamente, ma anche, più genericamente, l’impegno e la riflessione culturale, fattori entrambi indispensabili per qualsiasi azione autenticamente creativa e innovativa.

    Nel dilagare del riflusso vorrei ricordare qualche dato, per costituire un minimo di ambientazione storica, sollecitando la nostra memoria. Nel 1978 verrà eletto presidente della Repubblica Sandro Pertini, anziano leader e figura carismatica di quella parte del partito socialista che mal tollerava la svolta rampante e “imprenditoriale” di Bettino Craxi. Questa elezione è certo figlia di quel nuovo clima politico che portò il PC al sorpasso della DC. Sempre nel ’78 verrà invece eletto Papa Wojtyla, grande comunicatore, pontefice “moderno” nelle apparenze, ma schierato in realtà su posizioni conservatrici, quasi a esorcizzare le aperture, più vicine a Papa Giovanni XXIII, che Papa Luciani aveva espresso nei suoi 33 giorni di brevissimo pontificato (tra l’altro la sua uscita di scena così repentina ha lasciato non pochi dubbi…).

    Tra il ’78 e il ’79 inizieranno a dilagare, in una Tv ormai a colori, telefilm e telenovele americani, portatori sani del “virus terribilis” dell’idiozia indotta. Due film, “Il cacciatore” e “Apocalipse now” saranno i primi dedicati alla guerra in Vietnam, mostrando atrocità e crudeltà commesse da ambo le parti. Nel 1979 arriverà il “walkman”, oggetto con cui inizierà a modificarsi la maniera di ascoltare musica, in senso sempre più “comodo” e superficiale.

    E penso che a chiusura di questo arco di 20 anni così denso di cambiamenti e fatti importanti, vada collocata per il significato che ebbe in relazione alla storia di quel periodo, la strage fascista della stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti). La strategia della tensione siglò nel sangue di quest’ultimo assurdo e folle episodio, l’uscita da una arco di tempo in cui i cosiddetti “poteri occulti” cercarono costantemente di stroncare con le bombe i progetti di emancipazione sociale e le spinte al cambiamento delle classi lavoratrici, di cui un primo segno di una diversa presenza nella società fu dato dai fatti di Genova del 30 giugno del 1960.

    Ecco, in questa rapida ricostruzione spesso ho nominato la musica – centro delle nostre considerazioni – solo marginalmente. Ma è proprio così che occorre procedere, secondo il mio tipo di approccio, ovviamente. Come scrissi nei primi articoli di questa rubrica, per comprendere al meglio le produzioni artistiche, per coglierne la carica espressiva autentica occorre parallelamente indagare (descrivere, comprendere) i contesti storico-sociali in cui quelle nuove idee sono germogliate e maturate. Solo successivamente si potrà così arrivare ad una valutazione più obbiettiva delle specifiche produzioni artistiche.

     

    Gianni Martini

  • Gaber e il movimento del ’77: da rivoluzionari a polli d’allevamento

    Gaber e il movimento del ’77: da rivoluzionari a polli d’allevamento

    giorgio-gaberNel 1978 Giorgio Gaber uscì con il nuovo lavoro, scritto sempre con S. Luporini, “Polli di allevamento”. Spettacolo decisamente amaro, duro e violentemente polemico, venne contestato più di una volta. Infatti il “ Signor G” in questo testo non si limitò ad ironizzare sulle miserie piccolo-borghesi di tutti noi, sui grandi mali che affliggevano (e tuttora affliggono) l’Italia, no, questa volta parte dei monologhi e delle canzoni era rivolta direttamente all’area del “movimento del ‘77”; quell’area che spesso aveva seguito i suoi spettacoli e gli riconosceva una lucidità politica non comune, quell’essere “sempre avanti”, fuori dagli schemi (capacità che Gaber seppe mantenere fino alla fine).

    “Polli di allevamento” fu per molti una doccia ghiacciata. Gaber accusava pesantemente le ultime generazioni “impegnate” di comportamenti modaioli, standardizzati e massificati in un nuovo consumismo a misura di tutti; di perdita di quel rigore, di quella spinta ideale indispensabile per un autentico cambiamento; di essere incazzati per frustrazione e non per scelta; di nascondere dietro ad una pratica violenta un’angosciante vuoto esistenziale e progettuale che solo per poco tempo il “sogno rivoluzionario” aveva riempito.

    Traspariva una profonda amarezza per come la carica rinnovatrice del ’68 fosse naufragata nell’isteria e nell’imbecillità più totale. Simbolo di quel naufragio può essere considerato il festival di “Re nudo”, svoltosi a Milano nel ’77 (parco Lambro), con gli stand degli alimentari presi d’assalto dal “proletariato giovanile” e le successive partite a “pallone”… con i polli arrosto!!! Sembrava impossibile che l’intendimento politico di non delegare, di voler affrontare da protagonisti le proprie problematiche – spinta che aveva portato ad una dura contestazione di Luciano Lama (allora segretario generale della CGIL) all’università La Sapienza di Roma – fosse in così breve tempo scaduto in una rabbia isterica, autoreferenziale e priva di progetto politico.

    In questo vuoto di azioni e pratiche politiche “sensate” giunge ai massimi livelli l’impatto (e la follia) dei gruppi armati. Il 16 marzo 1978, in via Fani, a Roma, le BR rapirono Aldo Moro (allora presidente della democrazia cristiana, che venne poi ucciso dopo oltre 50 giorni di prigionia), uccidendo la scorta. Sono molti gli episodi di “gambizzazioni” e uccisioni in questo periodo di “delirio armato”. Sempre nel 1978 i fascisti ammazzeranno due ragazzi del centro sociale milanese Leoncavallo, impegnati nella lotta contro gli spacciatori di eroina.

    Già, l’eroina, mortale protagonista degli ultimi anni ’70 e di buona parte degli anni ’80. L’eroina, di fatto, andò a riempire per molti/tanti/troppi lo spazio e il tempo prima dedicati all’impegno politico. Ed il pensiero, la creatività? Azzerati, brutalmente. Ed è difficile non scorgere, dietro alla mafia degli spacciatori, una gestione politica nella diffusione dell’eroina (val la pena di ricordare anche negli Stati Uniti l’organizzazione radicale delle “Black Panters” fu annientata dalla diffusione, all’interno del movimento, dell’eroina). Dunque, eroina da una parte, repressione poliziesca dall’altra, idiozia neo consumistica al centro… non male, vero?!

    Certo, si potrebbe obiettare che questa non è tutta la società, ma solo una parte di essa. Rispondo che, abitualmente, non mi occupo degli “ontologicamente imbecilli”, dei servi, degli infimo-borghesi, delle teste vuote se non per combatterne la loro pestilenziale presenza e diffusione. E ritengo che l’amarezza di Gaber fosse proprio questa: vedere una razza che avrebbe potuto essere realmente diversa, bruciarsi il cervello. Intanto nel 1977 arriverà la televisione a colori; il primo di gennaio il mitico “Carosello” andrà in pensione; gli americani lasceranno il Vietnam: sconfitta di una guerra mai ufficialmente dichiarata; di lì a poco il “grande intrallazzatore” inizierà la sua ascesa, succhiando vergognosamente soldi che una ancor più vergognosa classe politica gli lascerà succhiare. È un sipario pesante quello che sta calando.

     

    Gianni Martini

  • La fine drammatica degli anni 70, dalla rivoluzione all’eroina

    La fine drammatica degli anni 70, dalla rivoluzione all’eroina

    EroinaGli anni ’70 si chiuderanno drammaticamente. La grande voglia di cambiamento che, superate ben due guerre mondiali, era esplosa nel ’68, non riuscirà a realizzare le proprie parole d’ordine. L’immaginazione al potere rimarrà una frase, quasi poetica… La spinta creativa piano piano si smorzerà. La fantasia volerà su un paesaggio socio-politico devastato, fra compromessi “storici”, spaccio di eroina, trame nere, sterili azioni armate in nome di non si sa più quale proletariato, febbroni neo-consumistici che dal sabato sera si allargheranno a tutta la settimana.

    Vi fu una copertina dell’Espresso che riportò una celebre foto (pubblicata da tutti i quotidiani e diffusa da tutti i “TG”), ancora oggi ritenuta un segno eloquente di quel periodo: si tratta di un militante dell’autonomia operaia milanese, fotografato in una delle vie del centro città, che impugna una P38 nell’atto di sparare, durante una delle tante manifestazioni terminate con scontri violenti fra polizia e manifestanti. Come se il fare politica trovasse la sua massima espressione nello scontro di piazza. E va detto che non pochi, in quegli anni, ritenevano che in un tempo relativamente breve si potesse arrivare ad una fase di fermenti rivoluzionari. Deliri giovanilistici privi di qualsiasi meditato abbozzo di “progetto sociale”.

    Ma intanto nelle piazze si moriva davvero. La strategia della tensione aveva uno dei suoi punti, di non secondaria importanza, proprio nella gestione politica della repressione delle manifestazioni del movimento. Se poi ci scappava il morto, meglio: i poliziotti spesso sparavano ad altezza d’uomo. L’11 marzo ’77, a Bologna – città “rossa” per antonomasia – morirà, durante gli scontri di piazza, A. Lorusso. In quell’occasione il sindaco R. Zangheri (del P.C.I.), per contrastare le imponenti manifestazioni contro la repressione previste nei giorni successivi, avvallò una risposta istituzionale molto grave: l’esercito, con carri armati e mezzi cingolati, arrivò nel centro della città. Anni molto difficili e duri, non a caso passati alla storia come “anni di piombo”.

    Anche i gruppi terroristici di destra, sempre in combutta con i servizi segreti (personalmente sono sempre meno incline a considerarli “deviati” quanto, invece e all’opposto, pienamente funzionali al mantenimento di un certo “ordine”, che si vuole formalmente democratico, ma soprattutto rispondente ad esigenze di equilibrio che si misurano, globalmente, entro la cornice intoccabile dell’economia di mercato, svolta all’interno di relazioni inter-nazionali di “fede” atlantica), in questo periodo raggiungono la loro massima espressione criminale. In una recente puntata di “La storia siamo noi”, il generale Maletti ed un altro alto funzionario dei servizi segreti, in quanto persone, allora, “informate sui fatti”, hanno candidamente ammesso che, dal dopoguerra in poi, gli apparati dei servizi segreti e il sottobosco dei militanti di estrema destra hanno costantemente intessuto rapporti i cui effetti furono dati dalla sequenza di attentati e stragi che insanguinarono il nostro paese: dalla Banca dell’Agricoltura (12/12/1969) alla stazione di Bologna (2/08/1980).

    E con ancor più “realismo politico” si è puntualizzato che lo stato “andava difeso a qualunque costo” e che, considerando le cose in prospettiva, anche un costo in vite umane (leggi: attentati) avrebbe potuto essere messo in conto e sopportato. Il timore era quello che l’Italia, in seguito ad una significativa vittoria della sinistra, potesse mettere in crisi l’Alleanza Atlantica. Nella stessa intervista entrambi affermeranno che i massimi vertici della politica (ossia i nostri “governanti”) erano informati su ciò che stava succedendo. Il generale Maletti concluderà dicendo testualmente: “…di più non dico e non posso dire”. E difatti, di tutte quelle stragi, scandalosamente, nessun mandante effettivo è stato mai condannato.

    Questo era il clima, nelle profondità oscure della vita politica italiana di quegli anni, con agenti della C.I.A. e di altri servizi segreti impegnati a fornire esplosivi, coperture e “consulenze”. E su, in superficie cosa succedeva? Nel 1975 Lotta Continua, il gruppo extraparlamentare più numeroso, con decine di migliaia di militanti e sedi in tutta Italia, si “scioglierà nel movimento”. È un segnale pesantissimo, dal suono beffardo: il movimento, raggiunto il suo livello massimo, implode, in una liquefazione politica di cui gli “indiani metropolitani” con il loro tormentone “…scemi, scemi…” costituiranno l’isterica punta “creativa”. E se fino a qualche anno prima sembrava che la classe operaia potesse andare in paradiso, ora molti dei giovani convinti che in Italia potesse esserci la rivoluzione, si troveranno a morire di eroina in qualche buio vicolo o su una panchina.

     

    Gianni Martini
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Il fallimento del Movimento e gli effetti devastanti del consumismo

    Il fallimento del Movimento e gli effetti devastanti del consumismo

    Anni 70, proteste studentiLa seconda metà degli anni ’70, come abbiamo visto nelle scorse uscite, registra alcuni fatti importanti. Da un lato, i movimenti e i partiti della sinistra raggiungeranno la loro massima punta partecipativa; dall’altro, inizieranno a comparire i segni di una crisi che investirà il “modo di fare politica”. Nel giro di pochi anni le spinte creative, aggredite da una violenta crisi economica, subiranno un tracollo. La diffusione dell’eroina accompagnerà, drammaticamente, il cosiddetto “ riflusso”. Si parlerà di un “ritorno al privato”. Per parlare di musica, tutte le grosse case discografiche chiuderanno le porte a qualsiasi  progetto non immediatamente vendibile e commerciale. Inizia la marcia trionfale dell’effimero e dell’idiozia che dilagheranno, da allora, indisturbati.

    Questi articoli di P. Pasolini, raccolti in due libri (che mi permetto di consigliare: “Scritti Corsari” e “Lettere luterane”), contenevano una costante denuncia degli effetti devastanti, sul piano delle coscienze, del consumismo e si dichiaravano apertamente contro l’appiattimento causato dalla televisione e il conseguente imbarbarimento della vita civile. Ma soprattutto, in una serie di articoli, Pasolini indicava esplicitamente i mandanti morali e materiali delle stragi, individuandoli nei vertici della Democrazia Cristiana e negli apparati controllati dal potere politico, arrivando a dire: “io so che sono loro ma non ho le prove”.

    Pasolini fu un intellettuale indipendente e scomodo e visse da relativamente isolato le sue coraggiose battaglie di denuncia del degrado della società italiana. O, forse, sarebbe meglio dire “lasciato solo” da quella mentalità conservatrice e gretta che caratterizzò tanta sinistra “popolare” italiana. Il suicidio di L. Tenco, prima, e l’assassinio di P. Pasolini, otto anni dopo, diedero, quindi, due scrolloni al torpore delle coscienze di cui si è parlato, non privi di conseguenze.

    La seconda metà degli anni ’70 rappresenta un momento cruciale per il nostro discorso. In quegli anni – soprattutto nel triennio ‘75/’77 – la spinta al cambiamento toccò la punta più alta e non solo in Italia. Possiamo affermare (con amarezza), che con la fine degli anni ’70 tramontarono i “sogni rivoluzionari”, ma anche le speranze più modeste e più realistiche di un cambiamento avvertibile della società italiana.

    Negli anni ’80 si inizierà ben presto a parlare di “globalizzazione” e la congiuntura economica mostrerà la carognesca faccia di pesanti ristrutturazioni. Interi settori industriali entrarono in crisi con migliaia di licenziamenti. La sinistra moderata era impegnata nella realizzazione del “compromesso storico”, ossia un’alleanza con i ceti moderati cattolici. Fare questo implicava – come obiettivo politico non secondario – isolare un’area politico-sociale tutt’altro che esigua, ossia il “movimento” che si collocava a sinistra del P.C.I.

    Purtroppo – vedendo le cose a distanza, con quella serenità di giudizio (ancorché radicale) che il tempo riesce, a volte, a donarci – occorre ammettere (altrettanto amaramente) che il movimento in 10 anni non riuscì a produrre quasi nulla di politicamente serio e utile. Velleitarismo, spesso tinto di comportamenti “modaioli”; una pratica politica sempre più autoreferenziale, condotta con una logica da “branco”; proclami e sterile esaltazione dell’azione violenta, fine a se stessa, porteranno ad un’incapacità di vedere politicamente in avanti, in una sorta di afasia politica. Questo, unito ai deliri dei gruppi armati, spinsero il “movimento” verso un vicolo politicamente cieco. La crisi economica, la forte repressione, i tanti morti nelle piazze, la fragilità e la stanchezza delle ipotesi e delle formule politiche fecero il resto.

    Ma torniamo per un attimo indietro, indicando sommariamente alcuni fatti importanti, relativi al periodo ‘75/’77. Nel 1975 i giovani diventano maggiorenni a 18 anni e potranno, perciò, andare a votare, aspetto molto importante perché la parte più viva ed impegnata della gioventù di allora era schierata a  sinistra (qui intesa in senso generale). Tra il ’75 e il ’77 il P.C.I. – guidato da E. Berlinguer – raggiunse un livello di consenso mai registrato prima: la DC arretra e nelle elezioni regionali viene superata, appunto, dal PCI. Questo fatto rende il clima politico-quotidiano incandescente. Fatti di grande impatto emotivo furono, nel 1976, il terremoto in Friuli e la nube tossica di diossina che avvolse la cittadina di Seveso, in Brianza. Nel 1977 l’ala più “dura” del movimento toccherà il livello di riscontro più elevato. A Bologna si terrà il “1° convegno contro la repressione”. In tutte le maggiori città italiane ci furono tra il ’76 e il ’77 molti episodi di guerriglia urbana.

     

    Gianni Martini

  • Luigi Tenco, Pier Paolo Pasolini: quando la tragedia sveglia le coscienze

    Luigi Tenco, Pier Paolo Pasolini: quando la tragedia sveglia le coscienze

    Luigi TencoSi è parlato di “torpore coscienziale”, condizione politico-culturale che caratterizzava, negli anni ’60 e ’70, larghi strati della popolazione. “Maggioranza silenziosa“, così veniva definito questo “blocco sociale” trasversale che dalla piccola e media borghesia arrivava a toccare anche i ceti popolari.

    Ritengo importante soffermarmi su questo “muro sociale” conservatore perché la sua presenza impalpabile e, appunto, silenziosa, giocò un ruolo significativo. Più che di arretratezza politica penso si trattasse di una ben più grave arretratezza culturale che si esprimeva in una mentalità chiusa e refrattaria alle novità. Sarebbe quindi sbrigativo ed erroneo liquidare come “di destra”, compattamente, quest’area sociale. Infatti, anche una parte della sinistra popolare, allora legata al P.C.I, condivideva nei fatti le stesse posizioni conservatrici che non esitarono a condannare l’arte d’avanguardia, i capelloni dei primi anni ’60, gli omosessuali.

    Eppure, in quegli anni ci furono almeno due fatti che, sul piano del costume, scossero la società civile, arrivando forse a smuovere un po’ anche le “maggioranze silenziose”: 1967 suicidio di L. Tenco e 1975 omicidio di P. Pasolini. La sociologia ci insegna che quando nella società civile si verifica un “evento traumatico” si possono determinare cambiamenti nei comportamenti sociali più o meno diffusi, in relazione all’entità dell’evento stesso. L. Tenco si suicidò nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, mentre era in corso il festival di Sanremo. Nel drammatico messaggio che lasciò scritto sulla carta intestata dell’albergo si leggeva un’attestazione d’amore per il pubblico italiano, ma al tempo stesso una profonda delusione per il passaggio in finale di una canzonetta insulsa come “Io tu e le rose” e una finta canzone di protesta come “La rivoluzione”. L’opinione pubblica fu scossa soprattutto perché non ci si aspettava che il Festival di Sanremo potesse essere sconvolto da una tragedia simile. La morte di L. Tenco fece irrompere nella spensieratezza del tempio della canzonetta disimpegnata e leggera, del bel canto popolare, un’altra realtà: il fatto che si potessero scrivere canzoni frutto di un’ispirazione più autentica, canzoni che parlassero della vita concreta, non idealizzata e mistificata.

    Che le cose stessero iniziando a cambiare – con grida di scandalo di ben pensanti e reazionari di ogni risma – lo si era in realtà già capito da qualche anno, visto che il Festival di Sanremo aveva ospitato alcuni complessi di “capelloni” e canzoni di protesta. Comunque quasi tutta la stampa batté la strada del “cantante solo, incompreso, forse depresso e inacidito per il mancato successo”. Certamente il mondo della canzone, dopo quel tragico fatto, non fu più lo stesso. Nel 1972 nacque a Sanremo il Club Tenco e nel 1974 vi si tenne la prima “Rassegna della canzone d’autore”. Il Club Tenco (presieduto e fondato da A. Rambaldi), per statuto, si impegna a promuovere e diffondere un nuovo tipo di canzone, fuori dalle strategie delle case discografiche e della musica di consumo. Una canzone rivolta alla parte più sensibile e impegnata della società civile, già frutto di una vitalità socio- culturale, segno attuale dei tempi.

    E veniamo alla drammatica vicenda di P. Pasolini, ucciso barbaramente nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975. Gli occulti mandanti e le circostanze dell’omicidio non furono mai del tutto chiarite. Anche in questo caso l’impatto fu notevole soprattutto sulle componenti della società civile più sensibili e culturalmente attive. Buona parte della stampa, dopo aver riconosciuto o semplicemente riportato con distacco il valore dell’impegno artistico e intellettuale di Pasolini, si soffermò soprattutto sugli aspetti da “cronaca nera”. La stampa più retriva e moralista trattò il caso come “maturato negli ambienti omosessuali”. Per il resto ci si limitò con poche eccezioni a descrivere le scelte di vita di Pasolini. Si perse così (volutamente, sia chiaro), l’occasione per una discussione non solo sulla statura artistica di Pasolini ma su ciò che, come giornalista, scriveva su quotidiani e riviste importanti come “Il corriere della sera”, “Il tempo”, “Panorama”, “Rinascita”, “Il mondo” ecc, oltre a dichiarazioni rilasciate in interviste, anche televisive.

    Gianni Martini

  • Strategia della tensione e Movimento di protesta: gli “anni di piombo”

    Strategia della tensione e Movimento di protesta: gli “anni di piombo”

    Bologna, strage stazioneSarebbe interessante disporre di uno studio che mettesse in relazione, cronologicamente, fatti sociali particolarmente significativi per il loro impatto sulla società civile, sui meccanismi di “presa di coscienza” – da un lato – e nascita di “progetti espressivi” – dall’altro – per esplicitare ciò che stiamo sostenendo: la sorprendente esplosione di creatività in momenti storici di grandi trasformazioni.

    Negli anni ’70 le intenzioni di rinnovamento e l’impatto della contestazione attraversarono tutta la società italiana, senza risparmiare conseguentemente alcuni segmenti particolari. Oltre al mondo cattolico – come si è visto nella scorsa uscita – l’onda del dissenso invase terreni fino ad allora impermeabili ai movimenti sociali. Ad esempio, l’esercito. L’obiezione di coscienza raggiunse livelli mai visti prima di allora. Ci fu anche un “movimento dei soldati” spesso indicati come “compagni in divisa”, frutto diretto di concezioni anti militariste e pacifiste condivise da tutto il movimento.

    Poi, le “forze dell’ordine”, soprattutto la polizia e la finanza che videro nascere anche un movimento sindacale, una rivista, con poliziotti (ricordo un certo Fedeli…) che si impegnarono per un rinnovamento, attestando decisamente il loro antifascismo e la fedeltà ai valori repubblicani e democratici. E poi ancora apparati istituzionali come la magistratura, nel cui ambito presero vita organismi di orientamento politico diverso, come “Impegno Costituzionale” e “Magistratura Democratica”, presenti su tutto il territorio nazionale.

    Anche professioni dalle rilevanti implicazioni sociali, come i medici o gli insegnanti espressero, attraverso organizzazioni e associazioni di categoria (come “Medicina Democratica” e “CGIL – scuola”), una consapevolezza critica circa il ruolo e la funzione del loro lavoro, impensabile fino a 10 anni prima. D’altra parte questa presa di coscienza critica radicale, che poneva alla classe politica domande altrettanto radicali, nella direzione di una profonda azione riformatrice (a parte il movimento extraparlamentare che, almeno fino al 1977, pensava/sognava/sperava di poter “fare la rivoluzione…) era la conseguenza di un’insofferenza sempre più profonda nei confronti dei valori cardine della società borghese.

    Come si è visto, gravi e significativi fatti internazionali svolsero un ruolo di primaria importanza nel “risveglio delle coscienze”, ma anche alcune specifiche vicende italiane (oltre a quelle già sinteticamente riportate) contribuirono a dare uno scrollone violento alla condizione di “torpore coscienziale”, figlio del consumismo e della manipolazione – appunto – delle coscienze in cui viveva il popolo italiano. Mi sto riferendo, ad esempio, a tutti i loschi intrighi – quintessenza del potere che, in quanto tali, ben difficilmente potranno essere eliminati – che hanno costituito il “dietro delle quinte” della vita quotidiana degli italiani. Intrighi pericolosi, dove la finanza più spregiudicata e le mafie incontra(va)no politici senza scrupoli, preoccupati solo di mantenere i loro privilegi, funzionali al mantenimento di un ordine politico, sociale, economico che risultava sempre più lontano dagli interessi delle classi popolari e lavoratrici che, con le grandi lotte sindacali del 1969, avevano chiaramente espresso l’intenzione di non voler essere meramente un muto ingranaggio del sistema produttivo.

    Intrighi ancora più pericolosi furono tutti quelli che portavano la firma della “strategia della tensione”, di matrice golpista e fascista che, a colpi di feroci attentati cercarono di fermare ciò che era già in atto: l’avanzata politica/partitica di tutta l’area della sinistra. Questo rappresentava evidentemente un concreto pericolo per tutta la borghesia capitalistica, soprattutto per quella più “atlantica”, terrorizzata dal fatto che l’Italia potesse – a fronte di una vittoria delle sinistre – entrare nell’area di influenza sovietica.

    E così, dal 12 dicembre del 1969 (non a caso lo stesso anno delle lotte sindacali) fino al 1980 con le stragi di Bologna e di Ustica, passando per le bombe sul rapido Palermo-Torino (1970) e quelle di Piazza della Loggia e treno Italicus (entrambi i fatti sono del 1974, anno del referendum sul divorzio) fu un drammatico stillicidio, con centinaia di morti, senza mai poter arrivare agli effettivi mandanti. E in riferimento ad una intensa attività golpista (motivata come baluardo contro l’avanzata del comunismo, in difesa dei “veri” e “sani” valori dell’occidente) non si possono non ricordare i tentativi di golpe guidati rispettivamente dal generale De Lorenzo, nel giugno del 1964 (abortito sul nascere) e dal principe fascista Valerio Borghese.

    Un settimanale “L’Espresso”, fu in prima linea in quegli anni, nel denunciare questi fatti; connivenze che toccavano scandalosamente anche il Vaticano, con squallidi personaggi come il puttaniere Cardinale Marcinkus; sigle come la “P2”, la “rosa dei venti”, il “Sifar”, sconosciute alla gente normale, ma responsabili – per usare una metafora gaberiana – della peste, della cancrena della società italiana.

     

    Gianni Martini

  • Anni 70: quotidiani politici, case discografiche e dissenso cattolico

    Anni 70: quotidiani politici, case discografiche e dissenso cattolico

    ViniliPeriodo di grandi fermenti sociali e artistici, quello compreso tra gli anni ’60 e i ’70. E la nostra tesi consiste nell’assegnare un rapporto diretto (non deterministicamente inteso, sia chiaro) tra l’impegno sociale e la vitalità artistica, tra la spinta politica che chiede un cambiamento radicale e i linguaggi espressivi che rompono con la tradizione, in nome di un rinnovamento dell’uomo.

    Un ruolo importante svolsero anche i quotidiani legati ai gruppi extraparlamentari che in quegli anni ebbero maggior riscontro: “Il Manifesto” (che aprì nel 1971) e poi “Lotta continua” e “Il quotidiano dei lavoratori”. Certo, si trattava di giornali politici, ma quasi quotidianamente, tramite inserti e servizi speciali, si occupavano di musica, cinema, arte e cultura. In ogni caso, la loro funzione trascendeva il semplice lavoro di informazione e controinformazione. Anch’essi, infatti, funzionarono da “agenti identitari”, anzi, direi di più: furono “segni identitari” in grado di evidenziare non solo una generica diversità nel modo di vivere e di pensare ma una specifica appartenenza politicamente orientata, collocata in maniera piuttosto precisa nello scenario sociale italiano di quel periodo.

    E poi, le case discografiche. Se da un lato le grosse Major (RCA, EMI, BMG, Fonit Cetra, Ricordi, Carosello ecc…) certamente cavalcarono l’onda del successo anche commerciale ottenuto dalla canzone di protesta e dalla “nuova musica”, dall’altro aprirono i battenti anche etichette indipendenti che avevano alle spalle, in alcuni casi, giovani discografici intenzionati a dar voce alle nuove tendenze (ricorderei almeno Nanni Ricordi). Vi furono anche etichette indipendenti fondate da musicisti e militanti dei gruppi extra-parlamentari che si occupavano di attività culturali. È il caso della cooperativa milanese “L’orchestra” di cui Franco Fabbri (musicista del gruppo Stormy six e autore di significativi libri di argomento musicale). Vanno ricordate anche: “I dischi del sole”, “I dischi dello zodiaco”, la “Crams”, la “Toast Records”, la “Divergo”, l’ “Ultima spiaggia” e (poche) altre.

    Ciò che occorre rilevare sono una certa disponibilità e attenzione che quasi tutte le case discografiche prestarono nei confronti della vitalità creativa. Intendo dire che molti progetti musicali “sperimentali” o “radicali”, trovarono la possibilità di essere pubblicati, risultato oggi impensabile. C’era un’effettiva considerazione per gli elementi di novità che potevano caratterizzare un determinato prodotto musicale. Addirittura le etichette che erano più vicine al Movimento, non di rado pubblicavano lavori che scaturivano da contesti e musicisti politicamente esposti, in nome di un impegno artistico militante. Ai già citati collettivi di “Cantacronache” e del “Nuovo canzoniere italiano” ritengo vadano almeno ricordati il “Gruppo folk internazionale” (nato intorno alla metà degli anni ’70, con elementi di spicco come Moni Ovadia) e cantautori spiccatamente politici come I. Della Mea, F. Amodei, P. Pietrangeli e altri.

    A Genova ci fu il gruppo “Assemblea musicale teatrale” che nacque nel 1975 da una costola del gruppo spontaneo “Teatro quartiere di Oregina”, animato da S. Alloisio e, almeno inizialmente, collocato nell’ambiente nelle comunità di cattolici del dissenso, di cui Don Zerbinati e Don Gallo furono figure di riferimento. E proprio nell’ambiente del dissenso cattolico (da cui nascerà il movimento “Cristiani per il socialismo”) presero vita due esperienze che ebbero un impatto enorme sulla società civile ed in particolare sui giovani. Cito per prima l’esperienza di Don Milani (con i ragazzi della scuola di Barbiana, paese del Mugello) che mosse una critica radicale alla scuola classista italiana. La sua denuncia divenne un libro, “Lettera ad una professoressa”, pubblicato nel maggio del 1967. Questo libro divenne uno dei riferimenti principali del “Movimento studentesco” che esplose, esattamente, un anno dopo. Vorrei poi ricordare l’esperienza vissuta da Don Mazzi a Firenze, nel popolare quartiere dell’Isolotto. Nel 1968 Don Mazzi venne sospeso dalla curia di Firenze perché il suo modo di praticare il vangelo non era ritenuto conforme all’ortodossia e per le posizioni politiche che l’intera comunità espresse: solidarietà con il popolo vietnamita, con i poveri e gli sfruttati, con gli studenti che erano in lotta. Le comunità di cattolici del dissenso si diffusero in tutto il paese e rappresentarono un esempio di come la società civile, in uno dei suoi segmenti più retrivi (il “mondo” cattolico, appunto) stesse iniziando a dare chiari segni di rifiuto del conformismo conservatore.

    Gianni Martini

  • Anni 60/70: radio libere, trasmissioni tv, riviste e quotidiani

    Anni 60/70: radio libere, trasmissioni tv, riviste e quotidiani

    Riviste degli anni '60In questa rubrica si sta cercando di riportare alcuni eventi culturali, politici, drammatici, di costume che – per così dire – hanno costituito ”l’ambientazione storica” del periodo compreso tra i primi anni ’60 e la fine dei ’70, periodo di grandi fermenti sociali e artistici. E la nostra tesi consiste nell’assegnare un rapporto diretto (non deterministicamente inteso, sia chiaro) tra l’impegno sociale e la vitalità artistica, tra la spinta politica che chiede un cambiamento radicale e i linguaggi espressivi che rompono con la tradizione, in nome di un rinnovamento dell’uomo.

    Nel periodo che va dai primi anni ’60 fino alla metà degli anni ’70 esercitarono un ruolo rilevante anche alcune trasmissioni radiofoniche e televisive, alcune riviste a tiratura nazionale e poi qualche discografico, dj, case editrici e quotidiani legati al “movimento”. Si tratta di un segmento importante della vita socio-culturale del nostro paese, proprio perché favorirà processi, squisitamente sociali, di “formazione identitaria”, in senso anticonformista, progressista e successivamente – almeno per alcuni – antagonista. Anche in questo caso poche citazioni e l’impossibilità di essere esaurienti.

    Le prime riviste esclusivamente rivolte ai giovani e al loro mondo, furono: “Ciao amici”, “Big”, “Giovani”, per arrivare, tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 a “Ciao 2001”, “Re nudo”, “Muzak”, riviste sempre più politicizzate e tutte, appunto, a distribuzione nazionale. Vorrei invece dedicare una citazione un poco più ampia a due riviste “locali”, entrambe di Milano, che furono al centro di feroci azioni repressive, a dimostrazione di quanto il clima stesse iniziando a scaldarsi. Citerò per prima “La zanzara”, rivista studentesca milanese che nel 1966 realizzò un’inchiesta sui costumi sessuali dei giovani. Scoppiò un enorme scandalo. La stampa benpensante, servilmente e istericamente, si lanciò a descrivere quell’inchiesta come un attacco alla morale comune, al senso del pudore ecc… dipingendo gli studenti che l’avevano realizzata come teppisti, incoscienti ecc…

    L’altra rivista fu “Mondo beat” che uscì per soli 6 numeri. Gli obiettivi del collettivo che l’animava (va ricordato almeno G. De Martino) erano quelli di arrivare ad essere un riferimento nazionale. E probabilmente ci sarebbero anche riusciti. Purtroppo ebbero la malaugurata idea di organizzare nel 1967 un campeggio libero in una zona periferica di Milano. Anche in questo caso scoppiò un putiferio. A rileggere gli articoli allora usciti sui quotidiani (riportati nel bel libro “Capelloni & ninfette” ed. Costa & Nolan) si capisce il timore borghese per il dilagare di un pensiero e un modo di vivere non conformista, opposto ai riti comportamentali di un perbenismo ipocrita e sempre più percepito come falso. La polizia intervenne pesantemente all’alba del 12 giugno, disinfestando tutta la zona, tagliando forzatamente i capelli ai ragazzi (va segnalato che alcuni genitori si unirono all’azione di “bonifica” della polizia).

    Il Corriere della sera, tanto per citare un esempio, soprannominò quel campeggio – iniziato il 1° maggio del 1967, con un regolare contratto di affitto per l’uso del terreno, valido fino al 31 agosto – “nuova barbonia”!!! La rivista “Mondo beat” fu ovviamente chiusa e alcuni membri della redazione arrestati. Tuttavia l’eco di questo episodio fu enorme e un po’ in tutta Italia iniziarono a diffondersi riviste, fogli, bollettini e poi fanzine con taglio locale.

    Come si è detto anche la radio acquistò importanza soprattutto per alcune trasmissioni condotte da giovani dj che sapevano bene interpretare i nuovi gusti musicali, poiché loro stessi appartenevano a quel mondo. Tra la prima parte degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 citerei innanzitutto R. Arbore e G. Boncompagni e poi almeno D. Salvatori e R. Dagostino. Anche alcune trasmissioni radiofoniche televisive possono essere considerati alla stregua di “agenti identitari”, perché venivano seguiti da un tipo di giovane, culturalmente più aperto, spesso attivo nei movimenti che animavano le piazze di quegli anni. Parliamo di: “Bandiera gialla”, “Per voi giovani”, “Supersonic”, “Alto gradimento”, “Chi sa chi lo sa”, “Scacco matto” ecc…

    Arrivò poi la stagione delle “radio libere”: prima fra tutte la bolognese “Radio Alice”, che la polizia chiuse con una irruzione nel 1977, le romane “Radio radicale”, “Radio città futura”, “Radio onde rosse”, mentre “Radio popolare” trasmetteva da Milano. A Genova ci fu “Radio Genova ‘76”, a Padova “Radio Sherwood”. Queste radio (e molte altre da Bolzano a Trapani) diffondevano ovviamente le idee del movimento e le sue magmatiche pulsioni musicali.

    E poi le case discografiche. Se da un lato le grosse Major (RCA, EMI, BMG, Fonit Cetra, Ricordi, Carosello ecc…) certamente cavalcarono l’onda del successo anche commerciale ottenuto dalla canzone di protesta e dalla “nuova musica”, dall’altro aprirono i battenti anche etichette indipendenti che avevano alle spalle, in alcuni casi, giovani discografici intenzionati a dar voce alle nuove tendenze. Vi furono anche etichette indipendenti fondate da musicisti e militanti dei gruppi extra-parlamentari che si occupavano di attività culturali. È il caso della cooperativa milanese “L’orchestra” di cui Franco Fabbri (musicista del gruppo Stormy six e autori di significativi libri di argomento musicale). Vanno ricordate tra le altre anche: “I dischi del sole”, “I dischi dello zodiaco”, la “Crams”, la “Toast Records”, la “Divergo”, l’ “Ultima spiaggia” e (poche) altre.

     

    Gianni Martini