Categoria: Musica Nuova

Un saggio storico a puntate a cura del chitarrista genovese Gianni Martini che si interroga sul concetto di novità in musica applicato al contesto storico

  • Collettivo Cantacronache e Folk studio, tutta un’altra musica…

    Collettivo Cantacronache e Folk studio, tutta un’altra musica…

    Folk Studio, RomaMi permetto, innanzitutto, di segnalare un bel libro… Si tratta di “Retromania” di Simon Reynolds, ISBN Edizioni. Il libro tocca almeno in parte il nostro argomento, a dimostrazione di quanto il senso di “mancanza di novità”, di continua (ed eterna?…) ricapitolazione ed il conseguente senso di smarrimento sia tema di profonda attualità.

    Nel 1958, nell’industriale Torino si formò il collettivo “Cantacronache”, che comprendeva un gruppo di musicisti, intellettuali, autori e scrittori (per fare alcuni nomi: M. L. Straniero, E. Jona, U. Eco, I. Calvino, F. Fortini, Margot, F. Amodei, S. Liberovici) che già esprimevano – in questo vicini alle tematiche care alla scuola di Francoforte, Adorno in primis – un giudizio decisamente critico nei confronti della nascente “industria culturale”, responsabile diretta della cultura di massa. Il movimento di “Cantacronache” (che poi sfocerà nel “Nuovo canzoniere italiano”) proponeva un tipo di canzone caratterizzata da una forte motivazione sociale; una canzone vissuta come impegno culturale e politico, che spesso traeva spunto da fatti di cronaca. Infine, una canzone che si voleva fuori dal circuito discografico/commerciale, fuori dalla logica del “prodotto di consumo”.

    Diversi fra i cantautori della prima ondata ebbero contatti più o meno episodici con i componenti di questo gruppo. Oggi è riconosciuta la notevole rilevanza culturale  che il collettivo “Cantacronache” esercitò in quegli anni e il ruolo di stimolo che continuò ad avere negli anni successivi, anche dopo lo scioglimento, ruolo importantissimo per la storia della canzone italiana e ancor più per la futura canzone d’autore.

    Nel 1960 nasce a Roma il “Folk studio”, rilevato nel 1967 da G. Cesaroni che lo fece diventare un punto di riferimento nazionale. La leggenda vuole che nei primissimi anni ’60 passasse dal “Folk studio” anche un giovane Bob Dylan agli inizi della sua carriera. Per il resto questo locale di Trastevere fu il ritrovo della “scuola romana” dei cantautori (F. De Gregori, A. Venditti, G Lo Cascio, R. Zenobi, R. Gaetano, E. Bassignano, S. Rosso, M. Locasciulli ecc…).

    Sempre nel 1960 ci furono i gravi fatti di Genova (sollevazione della popolazione per impedire un congresso nel partito neo-fascista M.S.I. con feroci cariche della polizia) che fecero registrare una forte partecipazione giovanile. Agli inizi degli anni ’60 F. De André inizia a scrivere le prime canzoni. Nel 1962 F. Guccini scriverà la struggente “Auschwitz”…

    Anche un altro gruppo di primissimo piano nella scena musicale italiana, I Nomadi, interpreterà molte canzoni di F. Guccini. In particolare “Dio è morto” (che la R.A.I. prontamente censurò) divenne un manifesto, così come importantissimo Lp di F. Guccini, “Folk-beat n1”, testimonianza di come si potessero scrivere le canzoni in maniera diversa, canzoni che erano espressioni del mondo di sentire, pensare, vivere delle giovani generazioni. Nella diffusione di questi primi fermenti di “controcultura” – in opposizione al modo di vivere borghese – per ora spontanei, esistenziali, e in questo senso pre-politici, giocarono un certo ruolo alcuni locali pioneristici che sorsero nelle più importanti città italiane. Locali diversi, frequentati da un pubblico forse più raffinato e anticonformista ma che, soprattutto, funzionavano da “luoghi identitari”, da “posti giusti”, in modo particolare per i musicisti e gli appassionati. Alcuni locali si ispiravano alle “caves” parigine frequentate dagli esistenzialisti. Sotto questo profilo non va dimenticato che per una buona parte dei primi cantautori il riferimento alla Francia e ai suoi chansonniers (C. Trenet, J. Greco, J. Brel, G. Brassens, L. Ferrè, ecc…) fu sempre molto importante.

    Si è detto che nel 1960 aprì i battenti a Roma il Folk studio. Ricordiamo almeno: il “Santa Tecla saloon”, “L’Aretusa” e la “Taverna messicana” a Milano dove suonavano G.Gaber e Jannacci, L. Tenco, A. Celentano e, successivamente, sempre a Milano, il “Capolinea”, ritrovo di molti jazzisti italiani e non, ed infine il “Derby club”.

    A Genova vanno ricordati i locali dell’ angiporto, il “Cafè borsa” e il “Ragno d’oro”, frequentati da G. Paoli, U. Bindi, B. Lauzi, F. De Andrè, i fratelli Reverberi, oltre i già citati G. Gaber e L. Tenco.

    Il 1962 fu anno di nascita del “Nuovo canzoniere italiano” che ebbe come figure di spicco G. Marini e il musicologo L. Pestalozza. Anche questo collettivo proponeva una maniera diversa di considerare e fare canzoni, impegnandosi in seri studi sulle tradizioni musicali popolari, nell’intento di salvaguardare l’identità e l’esistenza stessa della cultura operaia e contadina. Da ricordare un libro che ebbe culturalmente un notevole impatto, prodotto da questo ambiente: “Le canzoni della cattiva coscienza”.

    Gianni Martini

  • La questione sociale e l’arte nell’Italia del dopoguerra

    La questione sociale e l’arte nell’Italia del dopoguerra

    I Vitelloni di Federico FelliniAbbiamo già visto nella scorsa uscita alcuni titoli di libri che nel dopoguerra sino agli anni ’70 furono significativi e contribuirono alla formazione di una coscienza critica nel nostro paese nei confronti dell’ american way of life. Per quanto riguarda il cinema, il Realismo, il Neo-Realismo ed il successivo impegno di altri autori e registi misero allo scoperto la drammaticità dei contrasti sociali squisitamente italiani: le ruberie della classe dirigente, le menzogne della classe politica, l’ipocrita perbenismo della piccola borghesia, la miseria concreta e le drammatiche condizioni di vita delle borgate degli immigrati “interni”. Sullo sfondo il “boom economico”, la “ricostruzione” ed un “progresso” che ben presto mostrò i suoi lati più crudi e veri: inquinamento, sfruttamento, massificazione, consumismo, devastazione del territorio che corrispondeva alla devastazione interiore delle coscienze, inurbamento privo di qualsiasi programmazione, distruzione della cultura contadina.

    Citerò – per forza di cose – pochissimi titoli, con l’intendimento di farvi ricordare, di riuscire a tener viva la nostra “anima laica”: la memoria. Ecco dunque: “La grande guerra” (1959), “I vitelloni”(1953), “La dolce vita” (1960), “Il medico della mutua”(1968), e inoltre: “Il generale della Rovere”, “La ciociara”, “Il sasso in bocca”, “Il Gattopardo”, “Il giorno della civetta”, “L’accattone”, “La classe operaia va in paradiso”, “C’eravamo tanto amati”, e giù via fino a “Novecento” e “Un borghese piccolo piccolo” (1977), ormai verso la fine del periodo che stiamo analizzando.

    E poi, ancora, il teatro: Pirandello, E. De Filippo, Dario Fò con gli attori della comune a cui va il merito, insieme ad altri ovviamente, di aver diffuso il teatro militante di Bertold Brecth.

    Ecco, tutti questi avvenimenti culturali, in un certo senso, contrappuntavano le vicende quotidiane del nostro paese, a loro volta inserite sincronicamente nella scansione quotidiana internazionale. D’altra parte è solo collocando la “quotidianità locale” nella cornice delle relazioni internazionali che possiamo cercare di comprendere qualcosa di ciò che è successo.

    Nello scorso articolo ho riportato solo i più importanti fatti drammatici – di carattere naturale e sociale – che suscitarono profonda indignazione. Oggi ricorderò – sempre senza alcuna pretesa di esaustività – alcuni eventi, non solo drammatici, più immediatamente riconducibili all’ambito culturale, politico e sociale. Ne darò una sistemazione il più possibile ordinata cronologicamente, limitandomi a considerare i fatti dal dopoguerra in poi. Innanzitutto, ricorderei la presenza, diffusa su tutto il territorio nazionale, di tutti coloro che da partigiani – ma non solo – avevano combattuto il fascismo, spesso in giovane età. Questo aspetto (importantissimo ancora oggi) giocò un ruolo fondamentale nel far crescere – caduto il fascismo e vinto il referendum per la democrazia – una cultura critica nei confronti del costume, dei modi di vivere e di pensare tradizionali.

    Nel 1950 si suicidò Cesare Pavese, scrittore e poeta amatissimo (insieme a Montale) da tutta quella gioventù che già iniziava a dare segni di insofferenza, per ora avvertita soprattutto sul piano esistenziale. Gli anni ’50 furono caratterizzati da una forte migrazione interna, processo che durò almeno fino alla seconda metà degli anni ’60. Erano gli anni in cui, nelle città industriali del nord, comparivano i cartelli “non si affitta ai meridionali” (o, direttamente, “terroni”).

    Se da un lato la “questione sociale” toccò livelli di tensione altissimi, dall’altro mise a confronto (anche se forzatamente) mondi, persone, culture diverse. Nelle fabbriche e nell’ormai prossimo “movimento studentesco”, si svilupperà una solidarietà, non solo formale, partendo dalla constatazione che “tutti” si viveva nella stessa realtà di sfruttamento e ingiustizie sociali. Nel 1957, segno che i giovani (figli di una scolarizzazione più diffusa) iniziavano ad essere diversi dai fratelli maggiori, si tenne a Milano il primo “festival del rock ‘n’roll italiano”. I modelli della musica americana – che fecero esplodere il fenomeno degli urlatori – con la loro trasgressività iniziarono a diffondersi anche da questa parte dell’oceano. Il juke –box, il giradischi, il 45 giri e il successivo “mangiadischi” portatile risulteranno mezzi nuovi e formidabili per la diffusione di un nuovo costume e delle implicazioni sociali ad esso legate.

    Gianni Martini

  • L’invasione americana del dopoguerra e la coscienza critica

    L’invasione americana del dopoguerra e la coscienza critica

    New York È nel vivo degli eventi storici che si creano le condizioni socio-culturali da cui nasceranno le idee di cambiamento. L’espressione artistica ha quasi sempre registrato questa spinta al cambiamento, e nell’irrompere di nuovi linguaggi espressivi che sapessero superare la tradizione, l’arte ha spesso prefigurato nuovi mondi possibili. Il rifiuto dell’american way of life si saldò qui da noi con una consapevolezza critica che trovò alimento in specifici fatti ed eventi italiani.

    Nel cercare di identificare e descrivere le matrici, i contesti socio-culturali in cui crebbero i movimenti di opposizione politica e la “controcultura” giovanile, che di questo dissenso intellettuale e culturale fu uno spaccato significativo, abbiamo dedicato ampio spazio nelle uscite precedenti a ciò che succedeva negli Stati Uniti, e questo almeno per due motivi. Innanzitutto perché l’America, essendo il centro dell’impero, evidenziava scopertamente i tratti distintivi dell’economia e della società capitalistica: la “nuova frontiera” di Kennediana memoria rappresentò in uno slogan l’essenza del capitalismo (americano) sviluppato entro la cornice di una democrazia parlamentare. È quindi evidente che i primi rifiuti dell’american way of life si siano registrati proprio in America. In secondo luogo una considerazione di carattere storico – critico. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra. Come la storia ci insegna la cultura e il modo di vivere dei vincitori furono sempre più o meno brutalmente imposti ai vinti. Dopo la seconda guerra mondiale questa imposizione… come dire… è stata più morbida; è avvenuta in maniera indolore, tanto che nessuno ha avuto l’impressione di subire un’imposizione, anzi… gli Stati Uniti ci hanno aiutato, hanno permesso la ricostruzione!!

    In compenso ci hanno inondato di prodotti, films, musica, tecnologia, televisione, consumismo e basi militari. In una parola: il loro modo di vivere!! Nel far questo, comunque, hanno proceduto semplicemente a consolidare ciò che già faceva parte della storia, visto che il “mito americano” era già tale nella seconda metà dell’ottocento, quando da tutta l’Italia (e da buona parte dell’Europa) si partiva a centinaia di migliaia dalle città e dalle campagne per cercare fortuna e un futuro in America.

    E così, mentre l’America esportava la (sua) libertà – oggi esporta la pace e la democrazia… con le guerre, ovviamente, a cui stanno scandalosamente cercando di cambiare nome – arrivarono insieme ai prodotti di consumo anche le idee di cambiamento (si sa, le idee – per fortuna – non si riescono a fermare…). L’opposizione alla massificazione e alla mercificazione, essenze del capitalismo americano, si alimentarono anche di fatti/eventi locali, nel nostro caso italiani.

    Nel passarne in rassegna alcuni mi limiterò a considerare solo momenti/eventi particolarmente importanti, consapevole dell’impossibilità di essere esaustivo. Innanzitutto, la traccia che lasciò la profonda amarezza nel dover partire per cercare lavoro, abbandonando i propri cari, la gente del proprio paese. Innumerevoli sono i testi delle canzoni che hanno come argomento l’immigrazione. Parallelamente ed intrecciato col problema dell’immigrazione (che durò oltre un secolo), la rabbia che seguì le tragedie naturali (terremoti, alluvioni, crolli, come quello, nel 1963, della diga del Vajont) con le mancate ricostruzioni, le speculazioni, gli insabbiamenti. L’incazzatura che seguì disastri ambientali come la nube di diossina che nel 1976 avvolse la cittadina di Seveso; la rabbia e il disgusto che crebbero nell’assistere pressoché impotenti alla distruzione dell’economia e del mondo contadino, con le sue tradizioni millenarie. E poi la devastazione criminale del territorio nazionale con cementificazioni selvagge che significarono orrendi quartieri popolari, scenario di periferie degradate e invivibili.

    E ancora la letteratura, la poesia, il cinema. Nel 1929 esce “Gli indifferenti” di A. Moravia; tra il 1935 e il 1950 C. Pavese scriverà “Il mestiere di vivere”, diario che lo accompagnò fino a pochi giorni dal suicidio; nel 1955 P. Pasolini pubblicherà “Ragazzi di vita” e sempre dalla sua penna uscirà nel 1959 “Una vita violenta”; nel 1960 ancora Moravia con “La noia” e nel 1974 E. Morante con “La storia”. Pochi titoli che aggiunti alla letteratura internazionale (Camus, Sartre, Borges, G. G. Marquez ecc…) contribuirono anche da noi alla crescita di una coscienza critica, di una consapevolezza radicalmente avversa al modello americano.

    Gianni Martini

  • La musica metropolitana negli anni ’70: un nuovo linguaggio espressivo

    La musica metropolitana negli anni ’70: un nuovo linguaggio espressivo

    GenesisMi sembra che già dopo i primi articoli di questa rubrica, inizi ad apparire chiaro quanta importanza rivesta la storia – e dentro di essa la vitalità sociale – nel determinare quell’humus culturale indispensabile perché si formino le energie espressive nuove, quelle in grado di sconvolgere la tradizione, in nome di istanze di cambiamento, spesso radicali, tanto sul piano artistico/estetico quanto socio/politico.

    Più in generale possiamo dire che tra la seconda metà degli anni ’40 e la seconda metà degli anni ’70, il blues, il jazz, la canzone folk e rock – con tutte le loro specifiche ed appropriate sfaccettature – sono stati la più significativa fonte di “suono culturale” (quindi espressione vissuta autenticamente, non invenzione del mercato discografico, almeno in origine) che abbia accompagnato gli eventi e le vite di quegli anni. Ma l’urgenza di un linguaggio espressivo “nuovo” che riuscisse a rompere e superare un formalismo ormai ritenuto vuoto e ripetitivo non riguardò solo l’ambientazione – per così dire – “popolare-metropolitana”.

    Il filosofo T. W. Adorno, ad esempio, nel trattare di musica, estetica e società, sviluppava una riflessione e una polemica tutta interna alla musica e al mondo “colto”. D’altra parte nel 1908 A. Schoemberg pubblicò i “klavierstucke”, op.31, ritenuta la prima opera atonale del 1900. E proprio con Schoemberg (ma anche Malher, Webern, Berg, Stravinsky, Varèse, Stockausen, Cage, Xenakis, Pousser… limitandomi a pochissimi nomi) iniziò un’avventura espressiva e linguistica che – sviluppando le innovazioni ereditate dai compositori del XIX secolo – seppe coraggiosamente rompere con la tradizione, sconvolgendo le modalità di ascolto degli ultimi 300 anni.

    Un fronte molto ampio, quindi, (anche se non compatto) che partiva dalla musica colta per arrivare ai suoni metropolitani. Se quindi sul terreno sociale e politico si parlerà di beat-nik, mods, provos, hippies, figli dei fiori, di intellettuali radicali e di giovani politicamente impegnati; di freak, “indiani metropolitani” (variante italiana) e proletariato giovanile; di movimenti di protesta ed obiettori di coscienza; di avanguardie politiche e sindacali…, sul terreno culturale musicale troveremo le nuove “poetiche d’avanguardia”, il jazz – nelle varianti be bop (dalla seconda metà degli anni ’40) e free jazz (metà anni ’60) – il blues, il rock, la canzone di protesta e poi la canzone d’autore. Cioè, in pratica, i suoni che accompagnarono le azioni politiche di quegli anni, e in cui le generazioni più recenti si riconoscevano. Anzi, non di rado chi componeva quelle musiche e quei testi, partecipava attivamente al “movimento”.

    Una cosa, però, ritengo vada precisata. Le avanguardie appartenenti agli ambienti della “musica colta” svilupparono una ricerca ed un’intenzionalità espressiva che, radicalizzando sempre più i linguaggi e gli esiti compositivi, portò ad un progressivo isolamento. Si parlò di crisi della musica e del compositore contemporanei, di autoreferenzialità della musica contemporanea (un bel libro, “Autobiografia della musica contemporanea” racconta di questo dibattito).

    Tutto ciò non successe alle aree espressive che indico come “musica metropolitana” che arrivarono a dei notevoli riscontri di vendite discografiche. Caso mai, all’opposto, per la scena blues/rock/jazz/folk/cantautoriale, gli aspetti da evidenziare – in apparente contraddizione – mi sembrano due: da un lato una relativa e progressiva commercializzazione che porterà ad una parziale caduta di motivazione da parte degli autori/compositori, affiancata da una produzione discografica, scopertamente volta a cavalcare l’onda del successo commerciale; dall’altro la testimonianza di come qualità e successo di vendite abbiano potuto anche convivere. In Italia ne abbiamo avuto un chiaro esempio con i riscontri di vendite di gruppi come: Genesis, Pink Floyd, E.L.P, Jethro Tull (ma anche i nostrani: P. F. M, Banco del M.S., Osanna, Area ecc…), e poi, intorno alla metà degli anni ’70 quando la canzone d’autore (soprattutto F. Guggini, F. De Andrè, De Gregori, L. Dalla e via dicendo) piazzerà i propri “LP” in vetta alle classifiche (erano gli anni in cui il movimento di opposizione extraparlamentare raggiungerà i suoi livelli più alti – in quegli anni nascerà “Democrazia proletaria” e si presenterà alle elezioni).

    Gianni Martini

  • La musica strumento delle idee: la canzone a tema sociale e la chitarra distorta

    La musica strumento delle idee: la canzone a tema sociale e la chitarra distorta

    Nella scorsa uscita abbiamo riportato una rapida – e per forza di cose incompleta – panoramica, da cui emerge un dato certo: il modello socio-economico che vede negli Stati Uniti la potenza egemone, entra in crisi; dietro i sorrisi a denti bianchi, mostra un altro volto.

    Se la crisi del 1929 riguardò soprattutto il fattore economico (contribuendo indubbiamente a dare uno “scrollone” alle coscienze), ora – siamo nella prima metà degli anni ’60 – i giovani e gli ambienti intellettuali muovono al “sistema” una critica radicale: dal modo di produrre al modo di consumare, dalla sessualità alla religione, dall’economia alla sociologia, dall’organizzazione del lavoro alla politica, dal mondo della finanza ai “valori” ritenuti ipocritamente eterni come famiglia, patria, stato, lavoro, fede, educazione, onestà, scuola… tutto viene messo in discussione.

    Si inizia a dire dei “no”, dei “basta”, e non si tratta più di pochi intellettuali visionari e isolati. Si era arrivati al punto di rottura: se i padri pensavano che i figli avrebbero dato continuità al mondo da loro costruito…beh…si sbagliavano! Dopo aver incubato per circa 30 anni ed essersi alimentata di tutte le brutture, le ingiustizie e gli orrori del mondo capitalistico-borghese, ora l’urlo della protesta trova la bocca da cui uscire.

    Le università sono in fermento. Certo, a Berkeley la mobilitazione riguarda principalmente l’opposizione alla guerra in Vietnam, ma ben presto si toccherà tutto l’arco dei temi sopra citati, nella determinazione di voler essere testimonianza e azione politica per costruire un possibile futuro diverso. L’Europa si muoverà parallelamente, avendo soprattutto in Francoforte, Parigi, Berlino, centri propulsori del pensiero filosofico radicale. E la musica? La musica si nutrì e crebbe in questo clima di rottura creativa e presto divenne uno strumento straordinario delle nuove idee di cambiamento.

    Dalle periferie degradate delle principali metropoli americane, arrivò con il blues e il jazz, il suono carico di rabbia e di voglia di riscatto delle comunità nere. Dall’altra parte, Joe Hill, Woody Guthrie e poi Bob Dylan e la comunità di artisti del Geenwich village, quartiere bohèmien di New York, proponevano una canzone attenta ai temi sociali, legata alla tradizione popolare americana e in parte al blues rurale. Questi componenti incontrarono uno snodo fondamentale. Come spesso succede, i giovani sono attratti dalle novità, soprattutto tecnologiche. Ebbene, i giovani delle metropoli americane fecero proprie le nuove sonorità che – quasi in sordina – stavano uscendo: sto parlando della possibilità di suonare una chitarra elettrica e poi di amplificare il suono, e poi il suono “distorto” e la possibilità di elaborare/filtrare/manipolare il suono. E proprio la chitarra elettrica distorta – un suono quindi sgradevole, acido, brutto, “sbagliato” – riuscirà ad esprimere al meglio, con il suo “ruggito”, la rabbia dei giovani delle metropoli. Il rock e la chitarra divennero il simbolo, forse più significativo, di quella parte di gioventù che “era contro”.

    Gianni Martini 

  • Anni 60/70: gli eventi storici alimentano lo sdegno… e la cultura

    Anni 60/70: gli eventi storici alimentano lo sdegno… e la cultura

    In questa rubrica si è cercato di indagare il senso di “mancanza di novità” che ha contraddistinto questi ultimi 15/20 anni. “Mancanza di novità” va qui inteso come assenza di un “suono”, una musica rappresentativa del periodo, “voce” del periodo storico. E per diventarlo non è sufficiente la personalità musicale di qualcuno. Piuttosto occorre che questo “qualcuno” dia voce ed emerga dalla vitalità storico-sociale del periodo considerato. Per cercare di suffragare questa tesi si è preso in considerazione l’arco di tempo anni ’60/’70, che invece ha avuto un suo “suono”… eccome!

    Ma ci sono volute vicende culturali/politiche/sociali che, segnando profondamente il tempo, hanno spinto molti a formare una voce che dicesse “basta” e l’arte penso che trovi il suo senso più autentico proprio nell’urgenza di esprimere la necessità di un cambiamento.

    Nel 1949 – a conclusione di un lungo periodo rivoluzionario- venne proclamata la nascita della Repubblica popolare cinese, guidata da Mao Tse Tung, evento che fece riaccendere in tutto il mondo nuove speranze per un mondo migliore (…e subito procurò nuove illusioni…). E poi non possiamo dimenticare fatti che suscitarono una grande emozione a livello internazionale, diventando immediatamente un simbolo di libertà, soprattutto per le giovani generazioni. All’inizio degli anni ’50 in tutti gli Stati Uniti venne imposto un clima da caccia alle streghe, il cui responsabile operativo fu J. McCarthy, incaricato di stanare ovunque oppositori e “nemici dell’America”. Era quindi sufficiente un minimo di apertura culturale e di impegno intellettuale per essere considerati “comunisti” e finire sotto processo. La vicenda dei coniugi Rosemberg, arrestati nel 1951, accusati, processati e giustiziati nel 1953 con l’accusa di essere spie dell’Unione Sovietica, suscitò internazionalmente grande sgomento. Nel 1963, a Saigon, un monaco buddista, per protestare contro la guerra, si bruciò in piazza. Nel 1965 ci fu a Washington la prima grande manifestazione (30000 persone) contro la guerra in Vietnam.

    Nel 1966 Mao Tse Tung, per conservare il potere, lanciò la “rivoluzione culturale”: almeno per un decennio, decine di migliaia di giovani in tutto il mondo mostreranno nelle manifestazioni di piazza il “libretto rosso” delle guardie rosse cinesi. Nel 1967 ci fu un colpo di stato militare in Grecia e l’uccisione in Bolivia di Ernesto “Che” Guevara, eroe rivoluzionario, amato da tutta la gioventù internazionale impegnata nelle lotte civili e politiche. Nel 1969 un altro giovane, Jan Palach, si arse vivo in Cecoslovacchia, per protestare contro l’invasione sovietica.

    Sempre in quegli anni suscitarono grande indignazione gli scandalosi governi filo-fascisti del Sudafrica e della Rhodesia, che imponevano un regime segregazionista (indicato con il termine “aparthaid”, figlio del colonialismo) contro chi quelle terre le aveva abitate da sempre. E poi ancora le violente rivolte scoppiate negli Stati Uniti, a seguito degli omicidi politici dei fratelli Kennedy, Martin Luther King e Malcom X; l’apprensione internazionale per il susseguirsi di esperimenti nucleari a fini bellici; la strage alle Olimpiadi di Monaco del 1972; la prima crisi petrolifera del 1973 a seguito dei conflitti arabo-israeliani.

    Infine, il sanguinoso colpo di stato in Cile -guidato dal generale Pinochet– finanziato e pilotato dalle multinazionali americane con il placet del governo degli Stati Uniti, resosi “necessario” per il potere capitalistico, perché in Cile nel 1970, per la prima volta a livello internazionale, si era insediato un governo socialista, arrivato al potere con le elezioni democratiche e non con una rivoluzione armata!!! Questo fatto, intollerabile per i potentati industriali (e politici) americani, andava stroncato. E così fu. Ma lo sdegno e le proteste sul piano internazionale furono enormi.

    Ecco, tutti questi fatti, politicamente gravissimi (limitandomi a considerarne solo alcuni fra i più importanti), vennero, per così dire, contrappuntati da eventi culturali o di costume che da un lato riflettevano e dall’altro amplificavano il senso di disgusto nei confronti del (finto) “quieto vivere” della società borghese che, dietro la ricerca e l’ostentazione del benessere economico, nascondeva un vuoto interiore, coperto da comportamenti ipocriti e falsi e da un’educazione bigotta e repressiva. Vediamo, sempre in sintesi, questi eventi.

    Nel 1937 il quadro di P. Picasso “Guernica” esprimendo artisticamente l’orrore della guerra suscitò una grandissima emozione. Nel 1955 il poeta americano Allen Ginsberg lesse per la prima volta in pubblico “Urlo”, poesia di impatto emozionale devastante che costituì fonte d’ispirazione in tutto il mondo per altri testi di denuncia (val la pena di ricordare che “Dio è morto”, canzone-manifesto di Francesco Guccini cantata dai Nomadi nel cantagiro del 1967- e brutalmente censurata- iniziava dicendo: “Ho visto la gente della mia età andare via…” e che una poesia di Riccardo Mannerini, inserita dai New Trolls– con la revisione/elaborazione di F. De Andrè- nel loro album “Senza orario senza bandiera”, apriva dicendo: “Ho veduto….” (entrambi gli incipit devono evidentemente a Ginsberg qualcosa….).

    Nel 1957 uscì “On the road”, romanzo di Kerouac, esponente di punta con Ginsberg, Corso e Ferlinghetti della “Beat Generation”. Anche altri libri e film rivestirono un ruolo decisivo nell’alimentare e rendere culturalmente rilevante la critica radicale al “sistema” (per usare una parola in voga all’epoca). Vediamo alcuni titoli: nel 1955 e nel 1964 escono due libri fondamentali di Marcuse, “Eros e civiltà” e “L’uomo ha una dimensione”; nel 1967 il situazioni sta Guy Debord pubblica “La società dello spettacolo”; un altro situazioni sta Vanegham, pubblicherà “Manuale del saper vivere a uso delle nuove generazioni”. E poi i libri rivoluzionari di W. Reich, fondamentali per la liberazione sessuale. Importanti anche film come “Il laureato” (1967) e musical come “Hair” e “Jesus Christ Superstar” di cui usciranno successivamente anche i film.

    Vorrei ricordare anche due testi importanti per l’animata riflessione estetica e musicale che si conduceva in quegli anni. Si tratta de “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”di W. Benjamin e “Filosofia della musica moderna” di T. V Adorno, esponente di punta della scuola di Francoforte, di cui occorre almeno nominare un altro libro importante: “Minima moralia”.

    Gianni Martini

  • Non solo giovani: intellettuali e politica al servizio del “cambiamento”

    Non solo giovani: intellettuali e politica al servizio del “cambiamento”

    Nella precedente uscita ci siamo soffermati sui giovani come nuova categoria sociale e abbiamo ricordato che intorno alla metà degli anni ’60 era diffuso presso i giovani contestatori di tutto il mondo uno slogan attribuito agli hippies americani: “non fidarsi di chiunque abbia più di 30 anni”.

    Oggi, questa frase potrebbe anche farci sorridere, ma allora era da intendersi molto seriamente: esprimeva l’intenzione di tagliare in modo netto con il mondo costruito dalle generazioni dei padri. Molti scapparono di casa (ma attenzione, non si trattava di fughe per capriccio) lasciandosi, spesso alle spalle, una posizione sociale benestante, ma divenuta esistenzialmente insopportabile; altri rifiutarono, in maniera più o meno radicale, la logica del lavoro, ma non perché non avessero la voglia di lavorare, piuttosto perché non volevano farsi prosciugare l’esistenza e oscurare i sogni sotto la scansione quotidiana di un lavoro alienante; tanti si rifiutarono di fare il militare o disertarono, esponendosi a pene molto severe. Negli Stati Uniti un certo numero di ragazzi, per sfuggire all’arruolamento che li avrebbe portati a combattere e a morire in Vietnam si tagliò l’indice della mano destra, come estrema, fisica, diretta protesta contro la guerra.

    Ebbene, contro tutti questi giovani (tantissimi, ed oggi, a rievocare quei fatti, mi salgono contemporaneamente commozione e una tristezza infinita) la stampa ben pensante e anche certa stampa di sinistra si scagliò contro violentemente, indicandoli come “legere”/fannulloni/delinquenti/capelloni/sporchi… Tuttavia, come già si è detto, la violenza di questo attacco obbediva ad un copione: isolare la protesta giovanile da altri settori della società civile, intellettuale e produttiva che già esprimevano un’intenzione critica, cercando di comprimerla/circoscriverla entro i limiti del conflitto generazionale, come si trattasse di una roba da “scapestrati”. Ma come si è sottolineato, la posta in gioco andava ben oltre.

    E poi non tutti erano giovani. Esisteva infatti un’area di intellettuali, persone di cultura e settori più avanzati e politicizzati della classe operaia (possiamo ipotizzarla come composta da “fratelli maggiori”, professori che si avevano all’università, poeti, scrittori, filosofi, artisti) che, attraverso scioperi e altri tipi di manifestazioni, esprimeva inequivocabilmente il proprio dissenso e/o antagonismo nei confronti della società capitalistica e del modo di vivere borghese. Ebbene tra questa area di pensiero e d’azione e le nuove generazioni ci fu un proficuo scambio, esattamente quello che si voleva impedire.

    Ma altri due aspetti fondamentali penso vadano considerati:

    1) la diretta sensibilità proprio delle giovani generazioni che ora avevano gli strumenti culturali adatti a leggere/interpretare la storia da un punto di vista non conformista

    2) la scansione degli eventi storici: ogni qual volta succedeva qualcosa di storicamente rilevante, il fiume della protesta s’ingrossava sempre più.

    Ecco, proviamo a saldare questi ultimi aspetti, cercando di identificare -sapendo già di risultare irrimediabilmente incompleti- il filo rosso che stimolò e spinse i giovani di tutto il mondo a lottare per un futuro diverso. Innanzitutto, va ricordata l’area di artisti, intellettuali che viveva nella Parigi della seconda metà dell’800: quel modo di vivere, ribelle, trasgressivo e anticonformista, indubbiamente fu un simbolo di libertà per le generazioni future. Non dimentichiamo che in quegli anni soffiava un vento rivoluzionario piuttosto forte. Molti musicisti (Listz, ad esempio) parteciparono alle rivolte che nel 1848 divamparono in Europa. Sempre nel 1848 uscì a Londra il manifesto del partito comunista, scritto da Marx ed Engels. Nel 1871 ci fu la comune di Parigi, primo tentativo- represso nel sangue- di inaugurare un diverso modo di vivere e di produrre. La lotta contro la tirannia, per le carte costituzionali, diventava anche lotta per abbattere le ingiustizie sociali e tentare di costruire un mondo migliore, più giusto. La rivoluzione in Russia, nel 1917, fece sperare che tutto questo fosse possibile, ed i poeti futuristi come Majakovski misero la loro poesia al servizio della rivoluzione. Le atrocità della prima guerra mondiale, il delirio criminale del nazifascismo, il rovesciamento delle speranze rivoluzionarie in una dittatura, quella sovietica, ideologica e repressiva, contribuirono a diffondere fra la parte più attiva della gioventù di allora, un sentimento di opposizione alla guerra e ai regimi totalitari. Anche la vicenda della Repubblica di Weimar, con l’implicito messaggio di speranza che conteneva, rimase impresso nella memoria.

    Gianni Martini

  • I giovani come nuova categoria sociale: studenti, lettori e ascoltatori

    I giovani come nuova categoria sociale: studenti, lettori e ascoltatori

    Figli dei FioriPartendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) si lamenta la mancanza di una espressione musicale che riesca a risultare effettivamente rappresentativa di questi ultimi anni. In questa rubrica si cerca di ragionare intorno alle profonde motivazioni che rendono una forma musicale epocalmente rappresentativa. Per far questo occorre abbandonare il terreno specificamente musicale. Prendendo come esempio gli anni ‘60/’70, nel tentativo di comprenderne il grande slancio ricreativo e innovativo musicale, abbiamo indagato le vicende, i contesti storico-sociali in cui quelle energie creative hanno iniziato a muoversi. E d’altra parte la comprensione dei fatti musicali (e culturali) la si coglie pienamente solo se si inseriscono quelle particolari modalità del “fare musica” nel vivo delle relazioni storiche.

    Nella precedente uscita abbiamo visto come sul finire degli anni 50 iniziasse a serpeggiare un sentimento di ribellione. Ciò che immediatamente salta agli occhi è il soggetto sociale protagonista di questi fermenti e “disturbi” sociali: i giovani.

    “Giovani”, una categoria, una componente della società che fino alla prima metà del ‘900 non esisteva, dal punto di vista sociologico. La condizione di “essere giovani” esprimeva, nella concreta presenza corporea, un semplice dato anagrafico. Certo, è sempre esistita tutta una letteratura, anche poetica, sugli anni della gioventù, sulla spensieratezza, i palpiti e gli slanci amorosi ecc… ma nulla di tutto questo assomiglierà a ciò di cui si inizierà a parlare, diffusamente, soprattutto a partire dall’inizio degli anni ’60 (almeno in Italia). Fino ad allora i giovani non erano protagonisti, in senso sociale, non facevano sentire la loro voce e non erano considerati interlocutori. Semplicemente erano a carico della società e/o della famiglia e, in linea di massima, ne seguivano/subivano la tradizione, praticamente immobilizzati nel contesto/classe sociale a cui appartenevano.

    Questo secolare modello  (che già con le rivoluzioni borghesi dei secoli scorsi aveva allargato le proprie maglie) saltò sotto le spinte di profondi cambiamenti e sconvolgimenti sociali: da un lato le classi lavoratrici che chiedevano pane e lavoro- ma anche istruzioni e diritti- mosse dalla speranza di un futuro migliore che la rivoluzione russa aveva reso possibile; dall’altro, le innovazioni tecnologiche e le esigenze dei nuovi processi produttivi che richiedevano una manodopera non più analfabeta.

    I programmi di ricostruzione post bellica portarono ad un ridimensionamento del mondo contadino a favore di uno sviluppo esponenziale delle fabbriche e, conseguentemente, delle città, con grandi fenomeni migratori dal sud verso il nord e dalle campagne (che venivano abbandonate) verso le città (che venivano sovraffollate). Gli aumenti salariali di quel periodo, in parte dovuti al successo di grandi lotte sindacali, resero possibile una famiglia in cui, in linea di massima, i figli potevano frequentare la scuola anziché andare a lavorare. A partire dagli inizi degli anni ’50, la scuola pubblica – in tutta Europa e in particolar modo in Italia – registrò un incremento crescente che “esplose” negli anni ‘60, in cui si parlò esplicitamente di “scolarizzazione di massa”, fenomeno indubbiamente positivo che accompagnava il nostro paese verso una condizione di “capitalismo avanzato” (ed anzi ne era l’effetto).

    Per la prima volta nella storia, in tutto il mondo occidentale (prima in America e successivamente negli altri paesi, con l’Italia in posizione di maggior arretratezza) milioni di giovani, terminati i doveri scolastici quotidiani, si trovavano nell’inedita condizione di pensare a loro stessi: leggere libri, incontrarsi liberamente, andare al cinema, teatro, socializzare, scambiarsi idee/opinioni sulla vita, sul mondo, sulle proprie esperienze, amori, preferenze musicali, politica ecc… Quanta differenza rispetto ai giovani di poche generazioni precedenti, costretti ad andare in guerra o a lavorare spesso all’età di 8/10 anni!

    Ecco, è in questa inedita “condizione giovanile” che si farà strada pian piano, diffondendosi a macchia d’olio, una sensibilità e un pensiero critici, nei confronti del “mondo dei padri”. Val la pena di ricordare che intorno alla metà degli anni ’60 era diffusa presso gli hippies americani questa parola d’ordine, chiara e significativa: non fidatevi di chiunque abbia più di trent’anni. Tuttavia, sarebbe riduttivo considerare i profondi contrasti in atto in tutto il mondo occidentale (e non solo) esclusivamente entro i limiti di uno scontro generazionale. Certo, i giovani furono per molti aspetti i protagonisti principali di quegli scontri ma le rivendicazioni, i temi delle proteste andavano ben oltre. Ciò che veniva attaccato e rifiutato era il modello dell’ “american way of life”, perno della politica espansionistica e imperialistica americana.

    I giovani capelloni, contestatori, hyppie, beat, intendevano vivere la loro vita in maniera diversa, fuori dalle logiche mercificatrici del mercato capitalistico. E molti volevano realizzare questa utopia subito, “qui e ora”, senza attese di futuri “momenti opportuni”. In California, poi in gran parte dell’America e successivamente in tutto l’occidente, i figli dei fiori costituirono delle comuni, alcune anche molto grandi, dove si viveva liberamente -spesso abolendo quasi totalmente il denaro come strumento di mediazione – praticando il libero scambio. Queste rivendicazioni radicali, come si può facilmente capire, impensierirono molto i centri del potere politico ed economico, proprio perché, arrivate ad essere un fenomeno di massa, si temeva che le parole d’ordine libertarie e contrarie al sistema (war is over, peace and love ecc…) potessero arrivare a “contaminare “ anche altri settori della società.

    Gianni Martini

  • Rock around the clock, la “musica nuova” e l’ industria discografica

    Rock around the clock, la “musica nuova” e l’ industria discografica

    Gioventù BruciataTuttavia questo rifiuto dell’American Way of Life non riguardò solamente artisti ed intellettuali. Infatti, anche molti “giovani qualunque” avvertirono questo disagio e, benché sprovvisti degli strumenti culturali per individuarne le cause profonde, iniziarono a dare chiari segni di non accettazione di uno stile di vita freneticamente proteso all’accumulo di denaro, al “farsi una posizione” e, in definitiva,  ai loro occhi, senza senso.

    Certo, si parlerà di “gioventù bruciata” (di cui l’attore americano James Dean diventerà esempio e simbolo) protagonista di un ribellismo autodistruttivo, violento, senza sbocchi, senza “progettualità sociale” o voglia di riscatto: autoreferenzialmente proteso a “vivere l’oggi”, indifferente a tutto il resto. Può essere utile ricordare che il titolo originale di “Gioventù bruciata” – il film di N. Ray del 1955 con, appunto, James Dean, nel ruolo di protagonista – era “Rebel without cause” (ossia: “Ribelle senza causa”, titolo del libro di R. Lindner a cui il film si ispirava). E aggiungo che questo seguiva di soli due anni un altro film che illustrava un analogo tipo di “ribellismo perdente”: si tratta de “Il selvaggio” del 1953, con Marlon Brando, che a sua volta era contemporaneo de “Il seme della violenza” (1955), uno dei primi film sul disagio giovanile.

    In questo clima nasceranno le “bande”, le “gang”, fenomeno – almeno inizialmente – tipicamente metropolitano, tentativo di affermare, anche violentemente, un’identità con propri valori, leggi, comportamenti, linguaggi, in contrapposizione ad un mondo “esterno” che viene rifiutato, da cui ci si deve difendere e che tutt’al più, all’occorrenza si “usa” (ad esempio rifiutando radicalmente il modo di vivere “borghese” ma rivendicando fieramente la capacità di sapersi inserire, opportunisticamente, nelle pieghe della stessa opulenza borghese, usufruendo, ad esempio, dei sussidi sociali, vivendo di espedienti ecc…).

    A questo punto vorrei soffermarmi a rimarcare l’enorme importanza svolta da questi primi film, ambientati nel “mondo giovanile”. Tali film, infatti, vennero ad esercitare una duplice funzione: da un lato servirono da catalizzatori, da “riferimenti identitari”, per i giovani che già vivevano quei conflitti, dall’altro svolsero un ruolo amplificativo, mostrando certi atteggiamenti, mode, umori giovanili, nel loro svolgersi quotidiano. Ma c’è di più, non furono solo uno specchio dei comportamenti ribelli di una parte di quella generazione, con quei film, iniziò ad acquistare importanza la colonna sonora. Ebbero quindi un ruolo decisivo nella formazione e diffusione di un costume musicale in sintonia con i comportamenti sociali.

    Ad esempio, nella colonna sonora de “Il seme della violenza” c’era “Rock around the clock”, sconvolgente rock’n’ roll di Bill Halley, uscito nel 1954. E questa si che era una “musica nuova”: dissacrante, violenta, fisica (il corpo veniva messo in gioco liberamente, lontano da tutti i cliché dei balli correnti) sentita dai giovani americani (…e poi da tutti i giovani) come espressione sonora della loro rabbia e come affermazione di una diversa identità rispetto al quieto vivere borghese. Percepita come genuina perché – almeno nella fase iniziale – non fu un frutto delle “strategie discografiche” ma proveniva dai giovani stessi, dall’ambiente dei locali, finché qualche dj intraprendente, non iniziò di sua iniziativa a programmarla in qualche radio. Possiamo dire che “arrivò” alle case discografiche. Alcune addirittura, inizialmente, snobbarono queste nuove musiche ritenendole “roba da negri”. Tutte, ben presto, fiutarono l’enorme business internazionale e, in un certo senso, possiamo affermare che la moderna industria discografica nasce proprio in quegli anni, con il “rhythm & blues” e il “rock’n’ roll”.

    Gianni Martini

  • La generazione post conflitto mondiale e l’American Way of Life

    La generazione post conflitto mondiale e l’American Way of Life

    La Bandiera AmericanaPartendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) raramente sarà capitato di ascoltare una produzione musicale realmente “nuova”, ho avviato una riflessione sul significato della parola “nuovo/novità”. Argomento piuttosto impegnativo ma al tempo stesso centrale rispetto alla riflessione musicale ed estetica contemporanea…

    Cessato il rombo dei cannoni, iniziò la “guerra fredda”, fatta di spionaggi, ricatti ed eventi  politicamente gravissimi che lasciarono il mondo, più volte, con il fiato sospeso per l’implicita minaccia di una nuova e più devastante guerra che contenevano. Basti ricordare nel 1956 e nel 1968, l’occupazione da parte sovietica, rispettivamente della Cecoslovacchia e dell’Ungheria e la “crisi cubana” del 1962. L’equilibrio del terrore- così venne definito – iniziò a scricchiolare con la venuta di Gorbaciov, alla guida dell’Unione sovietica. Il movimento di Solidarnosk in Polonia e il successivo abbattimento del muro di Berlino nel 1989, ne sancirono il crollo “definitivo” (che, bene intesi, non ha  significato fine di soprusi, ruberie, ingiustizie…).

    Ecco, questo nelle linee estremamente generali, sia chiaro,  è lo scenario storico di riferimento, almeno  per l’occidente. Bene. E noi? Bèh, noi giovani, nati dopo la fine della guerra  nel “mondo libero” (il sottoscritto è del 1952), siamo cresciuti secondo il modello “libero” americano, espressione dell’ “American way of  life” e del concetto di “nuova frontiera”, introdotto da J.F. Kennedy  (che fu presidente degli USA dal 1960) in un celebre discorso. Gli americani, infatti, intervennero corposamente, finanziando con diversi milioni di dollari, attraverso il “piano Marshall”, la ricostruzione del nostro paese. Non si trattava di un aiuto disinteressato, tutt’altro. Il problema, per gli americani, era quello di evitare che l’Italia – segmento di terra proteso nel mar mediterraneo, verso l’Africa, e quindi d’importanza strategica –  entrasse nell’area di influenza sovietica (non dimentichiamo che l’Italia già confinava con quella che allora era la Jugoslavia, paese satellite della Russia). Dunque, gli aiuti del “piano Marshall”, assicuravano che l’Italia entrasse a far parte, attraverso la Nato e il Patto Atlantico, dell’area di influenza americana.

    Con la ricostruzione, arriverà il consumismo (il mito dell’automobile, gli elettrodomestici ecc…) reso “piacevole” dalla pubblicità e contrappuntato dai film americani, dalla “musica giovane” – di cui il 45 giri fu l’emblema – e sostenuto in maniera sempre più melliflua e invasiva da lei… si…: la televisione!

    Ed è innegabile che noi giovani occidentali avessimo maggiore libertà rispetto ai nostri coetanei russi, cinesi o cubani. Tuttavia, questo mondo fatto di consumo, dove il “valore” (ipotetico) di una persona veniva misurato dalla somma degli oggetti che possedeva (e più erano di lusso più uno era ritenuto importante, ossia V.I.P. – very important person), cominciò ben presto a non convincere molti giovani, intellettuali, persone sensibili.

    Si iniziò a sospettare di questo “futuro libero”, bello, pronto e impacchettato, a disposizione di tutti (…coloro che potevano comprarselo…!!). E piano piano, il fascino del neon delle insegne delle metropoli, la forma slanciata della statua della libertà, lo sfavillio delle luci dei teatri di Broadway, il sorriso a denti bianchi dei finali dei film e telefilm americani, non riuscì più a coprire le ipocrisie di sempre, gli omicidi politici (i fratelli Kennedy, M. L. King, Malcom X), la segregazione razziale, la rovina dell’ambiente con un inquinamento crescente, la distruzione dell’economia e delle tradizioni contadine in nome del “progresso industriale” (nel film “Il laureato”, c’è una battuta che dice: “…ricorda ragazzo, il futuro è nella plastica…”), l’incubo nucleare e prima di tutto la guerra in Vietnam, una guerra – oltretutto – nemmeno mai dichiarata. In realtà già dalla seconda metà degli anni ’50, diversi giovani artisti e intellettuali iniziarono a non riconoscersi più in questa “libertà” che ritenevano, appunto, ipocrita e finta. Il loro disagio prendeva il connotato del “male di vivere”, della crisi esistenziale, consapevole espressione di un rifiuto dei valori dominanti.

    Gianni Martini

  • Il “nuovo” in musica, non bastano l’estro e la volontà individuale

    Il “nuovo” in musica, non bastano l’estro e la volontà individuale

    Partendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) raramente sarà capitato di ascoltare una produzione musicale realmente “nuova”, diversa dal solito, ho avviato una riflessione sul significato della parola “nuovo/novità”.

    Certamente anche oggi, all’interno delle varie arie espressive, c’è chi sta conducendo una ricerca innovativa, magari in contrapposizione ai linguaggi correnti. Nonostante tutto – appunto – non sono sufficienti l’estro e la volontà individuali per arrivare ad essere una “novità”, nel senso epocalmente rappresentativo, che ho cercato di descrivere. Ciascuno di noi è sempre “storicamente situato”, come dire… si vive  nella storia.

    E allora, si tratta di saper interpretare la voglia di cambiamento, l’avvicinarsi del momento di rottura, momento in cui la storia stessa sembrerebbe poter compiere un balzo (…eviterei, prudentemente di indicare “direzioni”…). Ecco, quando l’intuizione creativa riesce a captare gli umori profondi, spesso il malessere di una o più generazioni; quando l’estro riesce ad incanalare l’energia che gira nell’aria, prodotta dai movimenti sociali, diventando la bocca che dà voce all’urlo delle generazioni che cercano/vogliono il cambiamento, allora dal palco della quotidianità e della storia nascono le figure effettivamente rappresentative.

    Inutile dire che tutto ciò è molto difficile, proprio perché – ripeto – bravura e volontà individuali non sono sufficienti. A volte ciò che successivamente diventerà rappresentativo (il “nuovo”), vive per anni in maniera sotterranea, in piccoli ambienti  ma, se ciò che sta esprimendo risulta condiviso/vissuto/sentito/partecipato/sognato, allora questo fermento cresce, dilaga, diventa contagioso, travalica i confini nazionali. Non servono muri, repressioni, scomuniche, filo spinato: è già oltre.

    Altri inizieranno a scrivere canzoni, dipingere, comporre musica, testi teatrali, poesie e manifesti filosofici. Coloro che sanno ascoltare/vedere/sentire ne percepiranno il movimento sotterraneo (…negli anni ‘60 non si parlava infatti di “movimento underground”?)

    Parente della talpa marxiana, questa ha connotazioni più esistenziali, è più anarcoide; la sua stessa esistenza è diretta testimonianza del suo disagio quotidiano, e al tempo stesso del  suo amore per gli slanci di libertà: niente maschere, solo intenzioni scolpite sui volti, sorrisi e rabbia senza mediazioni. E dire che, spesso, è proprio questa talpa esistenzial-estetica a preparare il terreno all’altra, si… quella “politica”e rivoluzionaria, eterna “apprendista streg(one)a” delle teorie dell’uomo “nuovo” (…toh la nostra parolina!) e degli “avvenire radiosi” che tanti danni ha fatto…

    Ho citato prima il “movimento underground”, bene… prendiamo ad esempio proprio il periodo che va dal primo dopoguerra alla fine degli anni ‘70, come ricorderete la guerra si chiuse con il mondo diviso in due blocchi: da una parte il mondo “libero” ossia l’occidente (Giappone e Australia inclusi), dall’altro il cosiddetto “blocco comunista” su cui primeggiava l’ Unione Sovietica (il mondo islamico per quanto riguarda la geografia politica, in quegli anni, era praticamente assente, assorbito nelle “sfere d’influenza americana o sovietica”.

    Continua….

    Gianni Martini

  • Gianni Martini, sulle tracce di una specie rara, la novità in musica

    Gianni Martini, sulle tracce di una specie rara, la novità in musica

    The BeatlesNei primi articoli di questa rubrica, vorrei toccare un argomento irto di spine, cercando di non farmi troppo male. Mi muoverò – quasi un “Indiana Jones musicale” – sulle tracce di una specie rara, da molti data per scomparsa: la “novità”. Ormai da almeno 15 anni sarà capitato anche a voi di avvertire, nettamente, la sensazione che non ci sia più “niente di nuovo” (e questo senso di stanchezza /vuoto/routine non riguarda solo la produzione musicale, ovviamente). Esce “l’ultimo” cd di un artista già conosciuto: ben suonato, ottimi arrangiamenti, sonorità coinvolgenti… eppure…sembra che manchi qualcosa. Lo stesso succede quando si ascolta un gruppo/interprete/strumentista “nuovo”.

    Certo, nuovo perché si tratta, supponiamo, del primo cd edito di quel determinato progetto musicale che, quindi, potremo trovare nello scaffale delle “novità”, ma non “nuovo” nel senso pieno del termine. Magari si tratta di un gruppo di ottimi musicisti e se – ipotizziamo – si analizzassero i brani potremmo, ad esempio, evidenziare degli aspetti compositivi interessanti, buone armonizzazioni, incastri ritmici complessi e insoliti, assoli espressivi, il tutto sorretto da una tecnica virtuosistica. Ecco… mi è capitato innumerevoli volte, in questi 15 anni, di aver ascoltato una produzione musicale recente e di aver pensato: bravissimi… come mille altri… e allora? Come dire?… non riesco a provare, nell’ascoltare, un’emozione particolare pur riconoscendone – ripeto – l’alto valore espressivo, tecnico ecc…

    A questo punto, probabilmente, parte del problema sta nel significato/senso che attribuiamo al termine “nuovo”. Per quanto mi riguarda, ritengo che il significato di “nuovo/novità” non sia da intendersi nel senso di “ultimo uscito” e non è sufficiente estenderne il significato, lasciando intendere “nuovo” come “innovativo” (molti prodotti musicale degli ultimi anni contengono a tutti gli effetti notevoli spunti innovativi). No, contestualmente con il termine “nuovo” intendo “rappresentativo” di un’epoca, un clima sociale, un ambiente culturale.

    Esempio: Charlie Parker, Ornette Coleman, Wes Montgomery, Miles Davis, Thelonius Monk, Charlie Mingus e poi la Mahavishnu orchestra, i Retourn to forever e i Weather report (per limitarmi a citare solo alcuni nomi della sponda jazz/fusion); e poi Jimy Hendrix, Led Zeppelin, Pink Floyd, King Crimson, Cream, Janis Joplin e prima di loro i Beatles, i Rolling Stones, Elvis Presley e tutti i bluesman storici come R. Johnson, M. Waters, L. Allison, J. L. Hooker (limitandomi a pochissimi nomi della scena rock- blues); così come, in ambito classico, Bach, Beethoven, Wagner e poi Deboussy, Berliotz, Mussorsky, Scoemberg, Stockausen, Cage, Boulez, Xenakis, tutti questi compositori/gruppi/interpreti sono stati delle “novità” nel senso che – come si diceva – hanno rappresentato un’epoca. La loro musica ha costituito la colonna sonora di periodi storici particolarmente significativi; sono riusciti ad interpretare e tradurre in suono, gli umori, le pulsioni esistenziali, le ansie/aspettative/crisi/disagi sociali di intere comuità o generazioni di giovani. A volte, la loro musica è diventata il simbolo di cambiamenti/sconvolgimenti sociali, e i loro volti delle icone. Ma non pensiamo che assurgere a linguaggio/simbolo/segno della crisi e della rottura con la tradizione, con il “disagio della quotidianità” e il “peso della storia” sia stato solo il frutto di una ricerca soggettiva e interiore, l’intuizione geniale di qualcuno che è riuscito a cogliere, metafisicamente, lo “spirito dell’epoca”.

    Il complesso rapporto tra atto creativo e storia, ho l’impressione che difficilmente si lasci ingabbiare in facili definizioni; è come se, nel tentativo di interpretarne la portata e la progressiva costruzione, restasse sempre un aspetto residuale dai tratti un po’ “misteriosi” (uso il termine in senso laico…) che, tuttavia, è proprio ciò che ci permette di tentare slanci interpretativi alternativi.

    Continua…

    Gianni Martini