Tag: aree industriali

  • Iplom, ripartono i pompaggi di greggio. La prefettura al lavoro sui Piani di Emergenza Esterna

    Iplom, ripartono i pompaggi di greggio. La prefettura al lavoro sui Piani di Emergenza Esterna

    fegino.iplom2La raffineria di Busalla a brevissimo rientrerà in funzione: in queste ore, infatti, stanno ricominciando i pompaggi attraverso le tubature che dal Porto Petroli di Multedo portano il greggio ai depositi di Fegino, e da lì poi fino in Valle Scrivia. Dopo il dissequestro, nei giorni scorsi le condotte sono state sottoposte ai collaudi Mise previsti dalla legge, supervisionati da Guardia Costiera e Vigili del Fuoco: da qui il via libera per il riavvio degli impianti; in primo luogo verranno riempiti i depositi di Fegino, e solo successivamente il petrolio sarà pompato fino alla raffineria Iplom di Busalla, che entro un paio di settimane dovrebbe tornare a pieno regime, secondo quanto dichiarato dall’azienda.

    Una buona notizia per gli operai dell’azienda, da mesi in cassa integrazione: da qualche giorno molti sono già stati richiamati per le prime operazioni di riaccensione dell’impianto. Entro poche settimane la situazione dovrebbe tornare alla normalità pre-incidente. Dal canto suo Iplom ha accantonato 3 milioni di euro per le manutenzioni dei prossimi anni, che per ogni condotta dovranno avere luogo con ciclo triennale.

    I tempi lunghi della bonifica

    Tempi lunghi, invece, per la bonifica definitiva, come spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Genova, Italo Porcile: «La legge prescrive dei tempi tecnici che non possiamo scavalcare – spiega – la cui ragione sta nel fatto che certe operazioni devono essere approfondite. Comunque ogni sforzo è teso per fare tutto con rapidità ed efficacia». Il Piano di Caratterizzazione (il documento che riporta lo stato dell’arte del sito, una sorta di diagnosi, ndr) proposto da Iplom nei giorni scorsi, infatti, secondo Arpal deve essere approfondito in alcune sue parti (soprattutto quelle riguardanti l’alveo del Polcevera) ed è lo stesso Porcile a spronare Iplom per: «completare il documento secondo le richieste fatte entro pochi giorni, per poter così partire con i lavori di bonifica».

    Di pari passo procederanno le operazioni di messa in sicurezza idraulica del rio Fegino, che presenta diverse criticità. Su questo, però, non c’è ancora l’accordo tra Comune e azienda: secondo l’assessore Crivello, infatti, la sistemazione del bacino idrico del torrente dovrà seguire la bonifica, mentre per Iplom, le operazioni di pulizia del suolo potranno essere svolte compiutamente solo dopo i lavori di messa in sicurezza. Un nodo che dovrà essere sciolto nei prossimi giorni, per evitare ulteriori lungaggini.

    La Prefettura al lavoro

    Durante le ore che seguirono l’incidente, Era Superba aveva denunciato la mancanza di Piani di Emergenza Esterni aggiornati. Nel frattempo gli uffici della Prefettura di Genova hanno incominciato a lavorate sulla stesura dei nuovi piani: on-line si possono trovare oggi le relazioni preliminari di alcuni siti, e fino al 3 di ottobre potranno essere presentate osservazioni, richieste e chiarimenti. Al momento sono sei i PEE in fase di lavorazione: la speranza è che l’iter si concluda al più presto per tutti i siti a rischio di incidente rilevante, per evitare ulteriori rischi alle persone che abitano, lavorano o transitano nelle vicinanze di questi impianti.

    Se negli oleodotti il petrolio è tornato a scorrere, l’emergenza ambientale non è finita: i danni provocati dalla fuoriuscita di circa 700 mila litri di greggio non sono ancora stati quantificati con certezza, e i territori colpiti sono ancora in attesa di risposte certe riguardo la bonifica. Per centinaia di persone, il ritorno ad una normalità vivibile è ancora un miraggio.

    Nicola Giordanella

     

     

  • Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    fegino.iplom3L’oleodotto Iplom, la cui rottura il 17 aprile scorso aveva portato a un ingente sversamento di idrocarburi nel torrente Polcevera e nei suoi affluenti a Genova, può riprendere a funzionare dopo 5 mesi di fermo. Lo riporta l’agenzia Dire informando che l’azienda ha ricevuto il via libera dalla magistratura e la rimessa in esercizio avverrà entro la fine di settembre. Di conseguenza, anche la cassa integrazione che riguardava 240 lavoratori verrà interrotta a breve per riportare l’azienda al regime produttivo.

    “Una nuova radiografia dell’oleodotto, condotta con le più sofisticate ed aggiornate tecniche di indagine, eseguita durante il mese di agosto, ha confermato come le attuali condizioni ne garantiscano l’esercizio in sicurezza – informa l’azienda in una nota – e la permanenza delle condizioni di sicurezza, come oggi accertate, sarà garantita dalla pianificazione triennale di controlli e interventi manutentivi da parte di specialisti del settore. E sarà verificata con l’esecuzione di un nuovo collaudo idraulico nel corso del 2019, come espressamente richiesto dalla Magistratura”.

    In questi mesi, l’azienda comunica di aver realizzato 3 milioni di euro di lavori per la messa in sicurezza e 8 milioni di euro di lavori per la bonifica del territorio. In parallelo alla riapertura, proseguiranno i lavori di ripristino ambientale del territorio e un programma di interventi di miglioramento dell’affidabilità sull’oleodotto.

    Una buona notizia per i lavoratori e, speriamo, anche per il territorio se i lavori di miglioramento dell’oleodotto daranno i frutti sperati.

  • Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    AGGIORNAMENTO – 9 agosto 2016 – In risposta alla nostra inchiesta, in data 3 agosto 2016 riceviamo dagli uffici della Prefettura la seguente comunicazione: “In merito a quanto richiesto, si comunica che dal 2 maggio scorso è stato costituito presso questa Prefettura un gruppo tecnico di lavoro incaricato di procedere, ai sensi del d. lgs. 105/2015, alla revisione dei piani di emergenza esterna delle industrie a rischio presenti sul territorio provinciale. Il sito della Prefettura, pertanto, verrà aggiornato all’esito della revisione”. 

    La redazione di Era Superba ringrazia per la collaborazione e la comunicazione. Lasciamo ai lettori il giudizio sulla vicenda, rimanendo in attesa della pubblicazione dei nuovi PEE.


    iplom-petrolio-inquinamentoA cento giorni dal disastro, nulla sembra essere cambiato. Ad aprile, su queste pagine, avevamo denunciato come i Piani di Emergenza Esterna per gli impianti a rischio rilevante della provincia di Genova fossero scaduti, e quindi fuori norma; oggi nessuno di questi documenti risulta essere stato aggiornato. Come se nulla fosse successo.

    I PEE sono tutti irregolari, quando ci sono

    Come avevamo visto, sul territorio provinciale genovese sono collocati dieci impianti industriali, che, in base alla normativa vigente, sono considerati a “rischio rilevante”; secondo la legge, per ogni impianto del genere deve essere redatto e reso pubblico il cosiddetto Piano di Emergenza Esterno (PEE): un documento di evidenza pubblica dove sono affrontati tutti gli scenari di eventuali incidenti, e le probabili ripercussioni sul territorio limitrofo all’impianto. Un documento che secondo le normative comunitarie, assorbite dal nostro ordinamento, deve essere aggiornato ogni qualvolta siano introdotti fattori di novità sostanziale (nuove attrezzature, nuova impiantistica, nuovi depositi ma anche cambiamenti urbanistici e viari correlati di rilievo), o comunque al massimo ogni tre anni.

    Dieci impianti a cui corrispondono dieci PEE; solo in teoria però: nella pratica, infatti, sul sito web della Prefettura di Genova, responsabile della stesura di questi documenti, sono consultabili solo cinque di questi, e tutti sono scaduti, quindi non a norma. Cento giorni fa, quando per la prima volta ci imbattemmo in questa irregolarità, solo uno risultava ancora valido, quello relativo all’impianto di A-Esse s.p.a. di Cravasco: nel frattempo però è “scaduto” pure quello, esattamente il 7 luglio scorso.

    Degli altri cinque PEE non si sa nulla; sappiamo solamente che quello relativo all’impianto Iplom di Busalla risale al 2006 (quindi scaduto dal 2009) ed è in fase di aggiornamento, secondo quanto riferitoci dalla Prefettura, dalla quale siamo in attesa di risposte in merito.

    Il disastro continua

    Nel frattempo a Fegino procede la bonifica, non senza disagi per la popolazione della zona, che continua a documentare affioramenti di liquami contaminati e miasmi insopportabili, accentuati dal caldo estivo. A questa situazione si aggiunge la notizia della proroga per altri tre mesi della cassa integrazione per gli operai degli impianti Iplom, che continuano ad essere fermi: un altro “disatro” che coinvolge 240 lavoratori e le loro famiglie. Poche settimane fa è stato depositato in Procura un esposto, a nome del Comitato Spontaneo di Fegino, per indagare sul disastro; tra le potenziali anomalie sotto accusa anche gli interventi eseguiti subito dopo l’incidente. In questo caso, è lecito pensare che anche l’irregolarità del PEE possa avere un peso.

    Un disastro, quello di aprile, che continua quindi ad essere tale anche oggi, a distanza di oltre tre mesi. Molte cose sono state fatte, ma non tutte; rimaniamo in attesa di capire il perché di certi ritardi, e di vedere regolarizzate certe disposizioni, nella speranza che queste mancanze non debbano ricadere sulla pelle di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    iplom-petrolio-inquinamentoNel territorio metropolitano provinciale di Genova esistono 16 impianti industriali considerati a rischio di incidente rilevante, secondo i parametri del decreto legislativo n. 334/1999, modificato a più riprese fino alla recente integrazione del decreto 105 del luglio scorso. A dirlo è l’ultimo rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ben 13 di questi impianti sono dislocati sul territorio del Comune di Genova, facendone il terzo a livello nazionale per concentrazione, preceduto soltanto da Ravenna (26 impianti) e Venezia (15). La nostra città deve la sua posizione in questa speciale classifica alla presenza di infrastrutture legate al comparto petrolifero: il porto genovese è stato ed è porta geografica importante per il circuito degli idrocarburi del nord Italia, e non solo.

    Per tutti questi impianti sono previste norme di sicurezza molto stringenti, tra cui quella che prevede la realizzazione, da parte dell’azienda, dei Piani di Emergenza Interna (PEI), che devono essere perfezionati attraverso periodiche esercitazioni. Dei 16 impianti provinciali, 10 rientrano anche nelle normative previste dall’articolo 8 della già citata legge in cui vengono prescritti particolari provvedimenti, per via delle quantità di materiale pericoloso trattato e stoccato. Tra queste disposizioni, una delle più caratterizzanti è quella che rende obbligatoria la stesura da parte della Prefettura di competenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE).

    Era Superba vi ha già descritto la situazione dei PEE legati agli impianti Iplom di Fegino e Busalla, svelando, prima di altri, ritardi inquietanti nella stesura e nell’aggiornamento di questi documenti fondamentali per la sicurezza dell’ambiente e delle persone.

     Ma non ci siamo fermati qui. Facendo ulteriori verifiche abbiamo “scoperto” che di questi 10 impianti, ad oggi, solo uno è dotato di un PEE aggiornato, pubblico e quindi valido, mentre 4 hanno un PEE pubblico ma scaduto da un anno. Per i rimanenti 5 non vi è traccia della documentazione, che dovrebbe essere pubblica e, anzi, divulgata chiaramente alla popolazione.

    I Piano di Emergenza Esterna scaduti

    IMG_3722Come abbiamo visto nel precedente articolo, ogni PEE deve essere aggiornato ogni qualvolta subentrino modifiche sostanziali nelle infrastrutture dell’impianto e, comunque, con una cadenza che non superi i tre anni.
    L’unico sito che oggi risulta essere adeguatamente “coperto” è A-Esse s.p.a., di Cravasco, che produce ossidi di zinco, il cui PEE, licenziato nel 2013, sarà valido fino al prossimo luglio.

    Risultano invece “scaduti” i restanti 4 PEE pubblicati sul sito web delle Prefettura genovese: oltre agli impianti Iplom di Fegino, quindi, il sito Eni di Pegli (Ex Praoil), che movimenta e stocca prodotti petroliferi, Superba s.r.l, che oltre agli idrocarburi movimenta prodotti chimici, e la Carmagnani s.p.a., attiva nello stesso settore. Questi tre impianti formano quello che i tecnici chiamano “Quadrante Multedo”: vicinissimi tra loro, hanno porzioni delle “zone di danno” che si intersecano, con un potenziale “effetto domino” che in caso di incidenti potrebbe rivelarsi decisamente drammatico. Come tutti sanno, inoltre, nelle immediate vicinanze sussistono zone densamente abitate (Pegli e Sestri Ponente), scuole, impianti sportivi, autostrada e linea ferroviaria. Senza dimenticare il torrente Varenna e il mare a pochissimi metri. In questo contesto particolarmente delicato, quindi, un ritardo nell’aggiornamento dei PEE assume contorni inquietanti: i piani esistono, intendiamoci, ma sono del 2012 e quindi fuori norma.

    I Piani di Emergenza Esterna “fantasma”

    iplom-petrolio-inquinamentoRicapitolando: dei cinque PEE pubblicati sul sito web della Prefettura, solo uno è attualmente valido. Ma qual è la situazione per i rimanenti impianti a rischio incidente rilevante presenti sul territorio metropolitano genovese? Come abbiamo visto, il PEE della raffineria Iplom di Busalla risale al 2006 e non è disponibile al pubblico perché, stando a quanto riferito dalla Prefettura, “in fase di revisione”.

    Per gli altri 4 impianti la situazione è simile: del PEE non c’è traccia sul sito della Prefettura. Stiamo parlando dei depositi chimici Silomar di Ponte Etiopia, a pochi metri dallo snodo di San Benigno e dalla Lanterna; i depositi petrolchimici Petrolig, situati in Calata Stefano Canzio, nel cuore del porto vecchio; i depositi Sigemi di fronte a San Quirico e a due passi dal Polcevera; il Porto Petroli Eni, sempre a Multedo.

    Il Comune: «Non è compito nostro ma vigiliamo». La Regione: «Presto tavolo con prefettura e governo»

    iplom-petrolio-inquinamentoLa questione sembra cogliere di sorpresa anche gli enti locali. L’assessore per la Protezione Civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, che abbiamo rincorso tra la gestione dell’emergenza sul Polcevera e l’allerta meteo, ricorda che «la materia non è di diretta competenza comunale. I nostri uffici tecnici sono al lavoro per approfondire la questione: solo dopo un’attenta verifica della situazione ci muoveremo». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco, Stefano Bernini: «La competenza dei piani di emergenza non è nostra – ribadisce – durante la stesura del Puc, ovviamente, ci siamo appoggiati ad Arpal e Regione che ci ha fornito le documentazioni tecniche sulle aree limitrofe ai grandi impianti industriali».

    La Regione, invece, attraverso l’assessore all’Ambiente e alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone, ci assicura che «finita l’emergenza (sul caso Iplom, ndr) chiederemo urgentemente un tavolo con Prefettura e governo per approfondire questa vicenda che, se fosse confermata, rileverebbe un dato preoccupante» perché un caso come quello di Fegino «non può ripetersi in nessuna maniera e perché non è possibile che i cittadini oggi convivano oltre che con il danno, anche con la paura costante che qualcosa possa succedere».
    A preoccupare non sono, però, solo le procedure di emergenza ma anche tutta la questione legata agli oleodotti che attraversano la città: «Non è immaginabile che tubature con una qualche carenza attraversino la città di Genova – continua Giampedrone – e bisogna affrontare la questione con un piano nazionale».

    Adesso è certamente il momento dell’emergenza, momento in cui bisogna fare in fretta per arginare un danno ambientale che col passare delle ore appare sempre più grave, soprattutto con il maltempo che complica le operazioni di messa in sicurezza. Una volta che l’urgenza sarà terminata e la bonifica definitiva avviata, però, è necessario che gli enti preposti si diano da fare per mettere in sicurezza il territorio: gli strumenti ci sarebbero, basterebbe predisporli nella maniera adeguata, ognuno secondo le proprie competenze. E, possibilmente, anche rapidamente.


    Nicola Giordanella

  • Il “dilemma” di Cornigliano, tra la riqualificazione ambientale e il sostegno ai lavoratori dell’Ilva

    Il “dilemma” di Cornigliano, tra la riqualificazione ambientale e il sostegno ai lavoratori dell’Ilva

    Ilva CorniglianoSono passati quasi 11 anni dal 29 luglio 2005, giorno in cui l’Ilva di Cornigliano abbandonò la produzione siderurgica a caldo per passare alla produzione a freddo, meno impattante dal punto di vista ecologico. Da allora, il quartiere ha avviato un lungo processo di riqualificazione ambientale mai del tutto completato. Le aree dismesse dall’azienda sono state affidate alla Società Per Cornigliano, un soggetto pubblico finanziato al 45% da Regione Liguria, al 22,5% sia dal Comune di Genova sia dalla Citta Metropolitana e per il rimanente 10% da Invitalia Partecipazioni Spa che fa capo al ministero dell’Economia. Oggi, Comune (non proprio in tutte le sue componenti), Regione e governo chiedono alla Società di Cornigliano una cifra intorno agli 800 mila per integrare il reddito dei lavoratori dell’Ilva ma gli abitanti della delegazione ponentina dicono no: «È già la seconda volta che viene fatta questa operazione – ricorda Paolo Collu, coordinatore di un gruppo di lavoro del Municipio Medio Ponente che raccoglie 21 associazioni di Cornigliano – due anni fa furono utilizzati circa 5 milioni per coprire un buco della cassa integrazione dei lavoratori. Questa volta intendiamo alzare la voce per far capire che non è quello l’utilizzo previsto delle nostre risorse». Un concetto ribadito anche dal vicesindaco del Comune di Genova e anche vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: «Due anni fa doveva essere l’ultima volta – dice a “Era Superba” – non possiamo sempre fare l’italietta che fa promesse e poi se le rimangia, io sono abituato a fare quello che dico».

    Il dilemma di Cornigliano

    cornigliano-palazziLo scontro nasconde un dilemma di non facile soluzione per il quartiere di Cornigliano: bisogna dare la priorità agli stipendi dei lavoratori o alla riqualificazione del territorio? A propendere per la prima opzione, come detto, un’ampia alleanza che va dal Comune alla Regione fino al Parlamento passando naturalmente per i sindacati dei lavoratori di Ilva.

    Lo scorso 26 febbraio al Centro Civico di Cornigliano un’assemblea pubblica organizzata dal Partito democratico ha, di fatto, sancito la pace (o almeno una tregua) tra partito e sindacati (Fiom compresa) dopo le animate contestazioni delle settimane precedenti. Tutti d’accordo su un punto: è la Società per Cornigliano a dover coprire nuovamente i costi per i lavori di pubblica utilità che serviranno a cassintegrati di Ilva ad aumentare il proprio stipendio dal 70% a circa il 77% della retribuzione ordinaria.
    All’assemblea hanno partecipato, tra gli altri, l’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, e il deputato dem autore dell’emendamento all’ennesimo decreto ‘Salva Ilva’, Lorenzo Basso, decisivo per quanto riguarda gli lpu. I due rappresentanti del partito hanno definito “momentanea” la situazione e promesso che Regione e governo ripristineranno al più presto i fondi per la riqualificazione del quartiere, ma la rassicurazione non è bastata. «Non possiamo lavorare sulle promesse – controbatte Collu – ci servono tempi e impegni precisi su cui eventualmente discutere». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco Bernini, non invitato all’incontro: «Per Cornigliano si è aperto un tavolo con un elenco di interventi ben preciso, ogni euro tolto alla Società in questo momento è un euro tolto alla riqualificazione del quartiere».

    Bernini non si fa certo problemi ad andare contro la linea dominante del “suo” Pd che, anzi, accusa di essere troppo allineato alle scelte della Regione (in questo caso ma non solo). «L’idea di spostare i fondi dalla Società all’integrazione della cassa integrazione dei lavoratori Ilva è stata di Rixi – sostiene – e trovo imbarazzante, anche da un punto di vista politico, che la giunta comunale chieda i soldi a Società per Cornigliano anziché fare una giusta battaglia contro la Regione Liguria. Se, come detto dall’assessore Rixi, il sacrificio è solo di ‘poche miglia di euro’, allora perché non viene fatto con fondi regionali?». Il vicesindaco, dunque, si è detto pronto a votare contro un simile provvedimento in un prossimo cda di Società per Cornigliano, arrivando anche ad ipotizzare le dimissioni dalla stessa qualora, come probabile, non dovesse passare la sua linea.

    Un quartiere, tante priorità

    Mercato Comunale CorniglianoVa detto che i circa 800 mila euro chiesti a Società per Cornigliano servirebbero a coprire integrazioni al reddito per lavori di pubblica utilità ai cassintegrati di Ilva solo fino al prossimo 30 settembre. In quella data, infatti, salvo intoppi, dovrebbe apparire molto più chiaro il futuro del gruppo Ilva, con la vendita definitiva della società o un suo affitto come previsto dal bando emanato dal governo, e la storia dello stabilimento (e del quartiere di Cornigliano) potrebbe cambiare bruscamente.

    Per questo, secondo i cittadini è necessario dare un’accelerata decisiva al processo di riqualificazione di Cornigliano. «Non c’è un intervento più un importante dell’altro – sottoliena Paolo Collu – e il progetto del Municipio che abbiamo consegnato al sindaco Doria e che attende di essere attivato non prevede alcun ordine ‘gerarchico’ tra le misure da mettere in atto che riteniamo tutte assolutamente di pari importanza». L’elenco, in ordine sparso, comprende la rimessa in utilizzo delle aree ex gasometri inutilizzate dal 2007, ma anche il sostegno ai commercianti del quartiere, che vivono una profonda crisi testimoniata dalla continua chiusura di attività sul territorio. «Poi non posso solo lamentarmi, perché cose ne sono state fatte – ammette Collu citando la riqualificazione di Villa Bombrini e di via Verona – ma in progetto ne abbiamo ancora molte altre».

    Lo scontro Bernini-Fiom

    ilva-corniglianoIn passato, parte dei lavori di riqualificazione del quartiere furono effettuati dagli stessi lavoratori dell’Ilva. Alla già citata assemblea pubblica dello scorso 26 febbraio, l’ex segretario della Fiom di Genova e firmatario del famoso accordo di programma per il futuro dei lavoratori Ilva, Francesco Grondona, ha proposto la stessa soluzione anche per la situazione che si sta andando a configurare. «I lavoratori non vogliono assistenza, vogliono lavoro – ha detto con la sua proverbiale incisività – perché non usare le loro braccia per i lavori di pubblica utilità necessari?». Abbiamo posto la stessa domanda a Paolo Collu, che però ha messo in luce una cattiva gestione dell’esperienza passata: «L’ultima volta fu detto al Comune del coinvolgimento dei lavoratori solo 15 giorni prima l’inizio dei lavori e in quel tempo si sono dovute organizzare le squadre e le attività. Certo, organizzati meglio, i lavori di pubblica utilità sarebbero una risposta corretta».

    Critico anche in questo caso Stefano Bernini: «Nella scorsa occasione – afferma il vice di Doria – alcune volte i lavori sono stati fatti bene, altre no. Inoltre, si tratterebbe solo di un palliativo per aumentare di poco il reddito dei lavoratori, anziché investire le risorse nelle opere utili al territorio».

    Il rischio implicito della vicenda è quello di generare una guerra tra poveri, in cui i legittimi interessi dei lavoratori vengono messi in contrasto con quelli altrettanto legittimi dei cittadini di Cornigliano. «Io vivo a Cornigliano e sul mio terrazzo trovo spesso due o tre dita di polvere nera – attacca il vicesindaco che è anche stato presidente del Municipio Medio-Ponente – Fiom e Regione Liguria stanno mettendo in piedi un’operazione che toglie risorse ai cittadini di Cornigliano, che non sono certo dei ricchi borghesi».


    Luca Lottero

  • Inquinamento, Busalla quasi come Taranto. Ma industrie e cantieri incidono meno di traffico e porto

    Inquinamento, Busalla quasi come Taranto. Ma industrie e cantieri incidono meno di traffico e porto

    fegino.iplom2Nei precedenti articoli della nostra inchiesta sulla qualità dell’aria a Genova, abbiamo analizzato diverse fonti di inquinamento con la relativa incidenza sul quadro generale. Per completare l’analisi bisogna prendere in considerazione un ulteriore settore, quello delle industrie e dei cantieri attivi in città e provincia. Come vedremo, dall’analisi dei dati emergono alcuni elementi di particolare intessere: se, infatti, da un lato, esistono contesti evidentemente preoccupanti, dall’altro, per tutta una serie di situazioni a rischio, non è al momento previsto un sistema esaustivo di monitoraggio e di eventuale mitigazione del rischio (altrimenti detto, in termini molto più cool, resilienza).

    Secondo i dati forniti da Ambiente Liguria, il sito ufficiale della Regione in tema ambientale, nel 2011 il comparto industriale ha prodotto 1273 tonnellate di NOx, cioè circa il 12% del totale registrato in Città metropolitana. Un dato che porta ad avere un “carico” pro capite annuo di 1,4 kg di questo inquinante: come abbiamo visto in precedenza, la cifra è leggermente maggiore di quella relativa al traffico veicolare privato ma è praticamente un decimo di quella relativa al porto.
    Per quanto riguarda i particolati (PM10 e PM2,5), la produzione registrata si attesta sulle 37 tonnellate annue, cioè il 3,7% del totale registrato nell’ex provincia genovese: sono 42 grammi a testa ogni anno, circa 10 in meno di quanto fanno registrare auto e moto e meno di un trentesimo di quanto prodotto dal porto.

    Questi dati sono in decrescita dal 2005, cioè da quando sono stati spenti definitivamente tutti gli impianti a caldo di Ilva, che incidevano in maniera consistente sulla media cittadina e provinciale.

    Una prima considerazione ci porta a pensare che, tutto sommato, l’industria ha sì un peso non trascurabile ma senza dubbio i problemi gravi sono da ricercare altrove. Tuttavia, se si contestualizzano i dati raccolti con il luogo della misurazione, la lettura prende un’altra prospettiva, soprattutto per una precisa area della Città metropolitana genovese.

    Busalla quasi come Taranto

    BusallaIn alta Valle Scrivia, come è noto, è in funzione un impianto industriale decisamente impattante: la raffineria Iplom, che processa il greggio proveniente dal porto petroli di Multedo. Questo impianto, per cui è previsto il “rischio di incidente rilevante”, lavora ogni anno quasi 1,8 milioni di tonnellate di greggio e lo fa rilasciando nell’aria diversi tipi di sostanze, tra cui NOx e PM. Stando a quanto riportato nell’ultimo bilancio, la raffineria produce ogni anno 232 tonnellate di ossidi di azoto e 20 tonnellate di polveri sottili. In altre parole, nel primo caso abbiamo il 18% del totale prodotto da tutto il comparto industriale della Città metropolitana di Genova, cioè il 2% del totale delle emissioni di NOx registrate sul territorio, mentre per i particolati siamo sul 55% di incidenza di settore, che contribuisce per il 2% a tutta la produzione provinciale. Il tutto a Busalla, Comune che conta circa 5740 anime (secondo il censimento 2011), che si dividono l’onere di sopportare direttamente e fisicamente il flusso di emissioni prodotte dalla raffineria.

    Facendo due rapidi calcoli, scopriamo che ogni singolo busallese ha per sé oltre 40 kg di NOx all’anno, superando di gran lunga il doppio della media metropolitana. Per fare un confronto a livello nazionale, solo l’area di Taranto è messa peggio, con una media di 50 kg procapite di NOx provenienti dagli impianti industriali, stando alle stime 2014 di Arpa Puglia.

    L’industria dei cantieri

    terzo-valico-cantiere-2015-2Se si volesse chiudere veramente il cerchio sulla questione emissioni, sarebbero da quantificare anche quelle legate alle attività dei grandi cantieri attivi sul territorio. È intuitivo pensare che centinaia di camion e mezzi pesanti possano avere un’incidenza sensibile sugli equilibri dell’aria che respiriamo, non solo per via dei propulsori, ma anche per le polveri che producono e diffondono. Al momento, però, non sono stati previsti controlli specifici, nonostante la nostra città metropolitana sia “popolata” da diversi grandi cantieri, come ad esempio quelli per il Terzo Valico, per la copertura del Bisagno, per lo scolmatore del Fereggiano, per il nodo stradale di San Benigno, solo per citarne alcuni tra i più noti.
    L’unico dato utile per provare a dare una dimensione di massima può essere ricavato nuovamente dallo studio di Regione Liguria: ogni anno i mezzi di trasporto pesanti circolanti producono 423 tonnellate di NOx, cioè circa due terzi di quello che viene prodotto dal traffico metropolitano privato. Per quanto riguarda la produzione di particolato, invece, le proporzioni sono leggermente diverse: le 73 tonnellate l’anno rappresentano quasi il doppio di quanto prodotto da auto e moto.

    Tanto lavoro da fare

    Con questi dati possiamo finalmente tracciare un disegno d’insieme della qualità dell’aria a Genova: come abbiamo visto, pur non essendo in estrema emergenza, esistono delle criticità che vanno affrontate con immediatezza. Porto e raffineria sono due sistemi decisamente inquinanti con un sicuro impatto sulla salute di chi ci vive vicino o ci lavora. Molti passi sono stati fatti, primo fra tutti lo spegnimento della lavorazione a caldo di Ilva, ma, come i numeri hanno dimostrato, bisogna insistere. L’ente Città Metropolitana ha preso in eredità dall’ex Provincia la tutela e la gestione ambientale: le criticità non sono solamente quelle relative al traffico veicolare ma sono diffuse e sotto gli occhi di tutti e, di conseguenza, le strategie per venirne a capo devono essere adeguate e lungimiranti, non dettate da sussulti emergenziali da campagna elettorale.

    Il problema dell’inquinamento è un problema di tutti e tutti devono essere coinvolti per risolverlo. Ma proprio tutti.

    Nicola Giordanella

  • Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaNon ci sono spumante e brindisi che nel dicembre 2011 avevano suggellato il primo via libera al nuovo Piano urbanistico comunale con la giunta Vincenzi ma la soddisfazione tra i banchi di sindaco e assessori è palpabile. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato il nuovo Puc con 21 voti a favore, 11 contrari e 5 astenuti. Affinché le norme inizino a “dettare legge”, però, si dovrà verosimilmente aspettare la fine dell’anno: «Ci saranno ancora 90 giorni di pubblicazione – ha spiegato il vicesindaco Stefano Bernini – per eventuali nuove osservazioni che potranno essere fatte solo su modifiche apportate al testo del progetto preliminare approvato dal ciclo amministrativo precedente. Successivamente si effettuerà un nuovo passaggio in Consiglio comunale ma la griglia di possibili modifiche diventa sempre più stretta». Nel frattempo il piano definitivo sarà inoltrato a Regione e Città Metropolitana a cui spetta l’ultimo parere circa la coerenza del Puc rispetto agli atti di pianificazione urbanistica sovraordinati. Tutti passaggi che dovranno essere espletati entro la fine di dicembre, quando scadrà il cosiddetto regime di salvaguardia che consente di prevedere già attualmente interventi coerenti con il testo del nuovo piano.

    «Sottolineo l’importanza del momento – aveva detto la settimana scorsa il sindaco, intervenendo in avvio di discussione – perché il piano urbanistico è un percorso segnato dal grandissimo lavoro degli uffici, una visione perché definisce l’idea precisa di città che ha l’amministrazione e uno strumento perché abbiamo l’esigenza di decidere a dare tempi certi ai cittadini, alle imprese e a tutti gli interlocutori». Dopo la votazione di ieri pomeriggio il sindaco è raggiante e ripete quasi come un mantra la propria grande soddisfazione: «Sono veramente lieto che il quarto Puc della storia di Genova repubblicana sia stato approvato in questo ciclo amministrativo. Abbiamo fatto nostri alcuni grandi temi già ben avviati dalla giunta precedente e abbiamo cercato di ottimizzarli. Ad esempio – ha proseguito il sindaco – non hanno trovato recepimento le numerose sollecitazioni che abbiamo ricevuto per la trasformazione in altro delle aree industriali della città che, invece, sono rimaste tali».

    Maggioranza ancora in difficoltà

    Se l’esito finale della votazione sulla delibera era scontato, lo stesso non si può dire per le valutazioni politiche che seguono l’approvazione del Puc. Confermando un quadro che aveva iniziato a delinearsi già durante la tanto discussa delibera sulla Gronda, la maggioranza uscita dalle urne sulle questioni delicate rischia di non essere autosufficiente. Incassati i voti contrari di Bruno (Fds) e Pastorino (Sel, favorevole invece il voto dell’altro consigliere Chessa), la giunta ha dovuto registrare anche le astensioni di Gozzi (Pd) e De Benedictis (Gruppo misto, ex Idv). Assenti invece Gibelli (Lista Doria) e Mazzei (Gruppo misto, ex Idv). Per raggiungere la maggioranza assoluta, non indispensabile ma comunque rilevante da un punto di vista politico, sono stati allora necessari i due voti positivi dei consiglieri di Udc, Gioia e Repetto che, almeno formalmente, non fanno parte della maggioranza. Da sottolineare anche che il consigliere Caratozzolo (PD), neo-presidente della commissione Territorio, pur essendosi allineato al partito nella votazione finale ha espresso il proprio voto contrario su tutti gli emendamenti proposti, compresi quelli che hanno riscontrato pieno accoglimento da parte della giunta (due dei quali proposti dallo stesso capogruppo del PD, Simone Farello).

    Nuovo Galliera e altri emendamenti

    Parco cittadino di Villa QuartaraIl tema più caldo, a conti fatti, è risultato quello relativo alla costruzione del nuovo ospedale Galliera. Ben tre gli emendamenti presentati per vincolare le aree a uso sanitario e non consentire l’operazione immobiliare che garantirebbe risorse economiche fondamentali per dare il via all’operazione. Le proposte sono arrivate dai consiglieri di Lista Doria, da quelli del Movimento 5 Stelle, da Antonio Bruno (Fds) e Gian Piero Pastorino (Sel) ma sono state tutte respinte dell’aula: significativo, ma non è la prima volta, che anche il sindaco abbia votato contro un emendamento proposto dalla sua stessa Lista.

    Dei 44 emendamenti presentati a inizio discussione, solo una manciata ha riscontrato il parere favorevole della giunta ed è stata votata positivamente dalla maggioranza dei consiglieri. Tra questi, il documento presentato da Lista Doria che blocca definitivamente il progetto di realizzazione del box auto nella zona di Bosco Pelato. Parere positivo e votazione favorevole anche per altri due emendamenti presentati da Lista Doria: il primo inserisce gli alloggi destinati all’inclusione sociale (ERS) tra le destinazioni d’uso previste come servizi pubblici, il secondo prevede che la ricostruzione di edifici consentita all’interno dello stesso Municipio per il superamento di criticità idrogeologiche possa essere realizzata su suolo precedentemente già urbanizzato.

    centrale-latte-genova-feginoAccolto e approvato anche un documento sulla normazione dei parchi storici che richiama in particolare le tutele previste dalla Carta di Firenze. Sì, infine, ai due emendamenti proposti dal capogruppo PD Simone Farello, uno puramente tecnico riferito a un errore materiale relativo a un’osservazione prodotta dai municipi, l’altro più delicato relativo al trattamento dei rifiuti speciali. L’ex assessore alla Mobilità, ha proposto una suddivisione della normativa a seconda della tipologia di rifiuti trattati con un alleggerimento delle prescrizioni per i rifiuti non invasivi dal punto di vista del trattamento industriale. Secondo indiscrezioni la questione riguarderebbe in particolare il futuro delle aree dell’ex centrale del Latte rimaste a vocazione industriale ma c’è chi non la pensa così: «Non vorrei – ha detto in Sala Rossa Paolo Putti, capogruppo M5S – che si aprissero le porte alle 14 società private che abbiamo letto vorrebbero mettere le amni su Amiu e che, in alcuni casi, trattano fanghi industriali derivanti dalla lavorazione del petrolio».

    Dall’ex mercato di corso Sardegna a Gronda e Tav: tutti i no della giunta

    Nessuno scossone, invece, dagli emendamenti che riguardavano le questioni più delicate e interessano il futuro di alcune aree urbane in attesa di riqualificazione o di cambio di destinazione d’uso. Resta inalterata, dunque, la destinazione d’uso dell’ex mercato di corso Sardegna, per cui invece è stata accolto e approvato un ordine del giorno che impegna la giunta a valutare i progetti dei cittadini una volta concluso l’accordo con la Rizzani De Eccher. Nulla da fare anche per l’emendamento riguardante la caserma Gavoglio che voleva far recepire nel Puc alcune indicazione arrivate dal comitato dei cittadini che da anni punta fortemente sulla riqualificazione della struttura: il progetto di dettaglio sarà discusso attraverso appositi tavoli partecipativi che saranno organizzati dal Municipio I – Centro Est. Confermate le destinazioni ferroviarie per tutte le aree di Terralba per cui qualsiasi modifica deve per forza di cose passare attraverso un accordo di programma sottoscritto dalle Ferrovie dello Stato. E, nonostante le proposte dei consiglieri grillini, confermate anche le attuali normative che prevedono la realizzazione di un distributore di carburante in Carignano all’altezza della rotonda di corso Aurelio Saffi e la realizzazione di parcheggi interrati in piazza Acquaverde (Stazione Principe).

    Respinti anche gli emendamenti che volevano stralciare dal Puc la centralità di Gronda e Terzo Valico dallo sviluppo della città e che hanno fatto registrare l’ennesima differenza di vedute tra il sindaco (che ha votato contro) e la sua Lista (che, le posizioni un po’ ambigue del passato, ha votato a favore, assieme a Pastorino, Bruno e M5S).

    Esaote e Oms Ratto: tutto rimandato

    Ritirato, invece, l’emendamento presentato da Bruno e Pastorino su Esaote dopo l’ennesimo confronto avvenuto nel pomeriggio tra i capigruppo e i rappresentati di Oms-Ratto. La questione è nota: i consiglieri vorrebbero ridestinare l’area di Sestri a uso industriale, cancellando la variante prevista nel precedente ciclo amministrato e confermata nel nuovo Puc che prevede la destinazione d’uso commerciale per alcune aree. Un provvedimento necessario a Esaote per poter vendere gli stabilimenti di Sestri e spostarsi sulla collina di Erzelli. Ma l’azienda avrebbe dovuto assicurare il mantenimento della piena occupazione, cosa che non sta avvenendo per i 54 lavoratori di Oms-Ratto, ditta dell’indotto di Esaote. La questione è molto delicata perché una retromarcia da parte del Comune potrebbe far saltare definitivamente il delicato tavolo di confronto e, a cascata, il trasferimento a Erzelli, la vendita delle aree e il futuro lavorativo di tutti i dipendenti Esaote. Il vicesindaco Bernini ha chiesto, dunque, di pazientare fino a fine mese: «Potremo approvare la variante che fa tornare le aree di Sestri a destinazione industriale solo dopo che la Città Metropolitana avrà chiuso la Conferenza dei Servizi. Stiamo aspettando la Valutazione ambientale strategica ma entro fine mese potremo tornare a parlare definitivamente della questione».

    Tante, dunque, le questioni che restano sospese, al di là dell’approvazione del piano urbanistico.«Ma non possiamo ridurre il grande lavoro fatto fin qui esclusivamente alla sostanza di qualche singolo provvedimento. Come amministratore mi augurerei 100 di questi giorni» ha sottolineato il sindaco. «Se c’è una cosa di cui possiamo andare fieri – ha aggiunto il vicesindaco Stefano Bernini – è che anche chi si è astenuto o ha votato contro la delibera ha comunque riconosciuto il grande lavoro di ascolto, di confronto e di trasparenza fatto dagli uffici. Poi è naturale che su alcune situazioni specifiche non possiamo pensarla tutti allo stesso modo». A testimonianza di ciò, in effetti, al di là delle dichiarazioni di voto dei vari capigruppo, va registrato anche il fatto che praticamente nessuna richiesta di modifica è arrivata sulle scelte generali a cui è improntato il nuovo Piano urbanistico e che riguardano lo sviluppo futuro della città. «Ciò – ha commentato il sindaco – è testimonianza del fatto che non esisteva una visione diversa della città neppure da parte delle opposizioni. Le differenze, invece, riguardano una serie di critiche su questioni di dettaglio che avremo di affrontare anche in seguito».

    Gli ordini del giorno e le discussioni dei prossimi mesi

    A contribuire a un clima quasi insolitamente disteso, nonostante la crucialità della delibera in discussione, è stata sicuramente la predisposizione della giunta ad accogliere molti dei 68 ordini del giorno presentati quasi interamente dalle opposizioni. Da sottolineare, in questo caso, il lavoro certosino del decano del Consiglio comunale, il consigliere Guido Grillo (Pdl – Forza Italia) che ha chiesto di convocare nei prossimi mesi apposite sedute di commissione per fare il punto sulle azioni intraprese dalla giunta per tenere fede agli impegni presi nel corso di tutto il mandato amministrativo su questioni urbanistiche di particolare interesse e rilevanza: si spazia dal polo ospedaliero del ponente alla riqualificazione di Vesima, dal porticciolo turistico di Pegli al restyling di via Burlando, dai progetti relativi alla potenziale nuova viabilità a Sant’Ilario alla valorizzazione della aree ferroviarie dismesse di Terralba tenendo conto anche del progetto dei cittadini richiamato dal Movimento 5 Stelle, dal punto della situazione sui lavori di Ponte Parodi a quello sui progetti dell’ex caserma Gavoglio. Interessante anche un gruppo di documenti presentati da Lista Doria per l’adozione di un Piano urbano della mobilità sostenibile, per l’approvazione definitiva del Piano del Verde, per la costituzione di un tavolo con la Città Metropolitana sulle misure di Protezione Civile e la gestione dei finanziamenti per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio, per la sensibilizzazione della Regione a un riequilibrio delle strutture sanitarie pubbliche sul territorio ad oggi fortemente penalizzato nelle periferie, per la subordinazione degli interventi di infrastrutture viarie a quelli necessari per un potenziamento dei trasporti pubblici e per la reale concretizzazione della pianificazione dei bambini per le aree pubbliche di loro interesse.

    Già detto dell’approvazione dell’ordine del giorno riguardante l’ex mercato di corso Sardegna, merita di essere citata, infine, la richiesta presentata dal M5S e approvata dal Consiglio di predisporre la fruibilità del nuovo Puc anche alle persone dislessiche o con disabilità cromatiche.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-2Addio parcheggio degli autospurghi in via Lodi. Ricupoil, società che si occupa principalmente di stoccaggio di oli esausti e che ha sede sulla sponda opposta del Bisagno, dovrà rinunciare a quella che ultimamente era diventata una sorta di rimessa abusiva di mezzi pesanti. La ditta ha acquisito gli spazi ex Moltini dal curatore fallimentare della Piombifera, il quale nel 2010 aveva chiesto l’avvio della conferenza dei servizi per approvare un progetto di conversione dell’ormai ex area industriale in funzione residenziale. La nuova proprietà, tuttavia, prima dell’estate ha formalizzato la propria rinuncia a portare avanti questa riqualificazione, probabilmente a causa degli eccessivi oneri urbanistici richiesti dal Comune e che riguardavano soprattutto la messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli e l’allargamento della sede stradale.

    «Il ritiro del progetto edilizio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – farebbe venire meno la variante al Puc vigente che era stata approvata dal Consiglio comunale per dare via alla riqualificazione dell’area. Erroneamente qualcuno potrebbe pensare al ritorno in vigore dell’originaria destinazione produttiva, in realtà non è così: a fare fede è il preliminare del nuovo Puc approvato nel 2011 in cui è confermata la nuova destinazione prevalentemente residenziale. Per evitare qualsiasi equivoco, comunque, abbiamo pensato a una delibera ad hoc in cui ribadiamo con forza che nell’area dell’ex Piombifera non potrà essere riattivata la funzione produttiva dismessa nel 2005».

    Tirano un sospiro di sollievo gli abitanti della zona, molto preoccupati dal continuo passaggio di mezzi pesanti nei pressi della vicina scuola e in concomitanza con una strada piuttosto stretta, per di più con lunghi tratti di marciapiede inadeguato o addirittura assente.

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana«Il proprietario – riprende Bernini – pensava di poter fare una furbizia utilizzando l’area come parcheggio dei propri mezzi pesanti: ma si tratterebbe di utilizzare l’attività produttiva di un’azienda che in realtà ha cessato di esistere nel 2005 e che non si può riesumare dopo 9 anni pretendendo di far valere una norma generale che vorrebbe la possibilità di portare avanti l’attività nella stessa area solo con l’adeguamento delle norme di sicurezza».

    Il testo della delibera, ancora al vaglio della Commissione ma che entro fine mese dovrebbe con tutta probabilità approdare in Consiglio, prescrive per l’area di via Lodi la “riconversione per realizzare un nuovo insediamento con funzione principalmente residenziale e contestuale recupero di spazi per servizi pubblici di quartiere, mediante interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti a parità di superficie agibile (circa 6 mila metri quadrati, ndr)”. Nell’area sono ammesse anche attività di artigianato minuto e non inquinante, servizi privati, connettivo urbano, esercizi di vicinato, servizi e parcheggi pubblici e anche parcheggi privati pertinenziali non interrati.

    «L’intervento di riconversione dell’area – ha spiegato l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica – comporterebbe comunque la necessità di tenere presente gli obblighi di riassetto idrogeologico del rio Preli, con una riqualificazione del corso d’acqua attraverso interventi di rinaturalizzazione, il miglioramento dell’efficienza idraulica del sito anche attraverso il recupero di spazi verdi in piena terra e l’utilizzo di verde pensile sulle coperture. Il tutto potrebbe comportare anche la necessità di una riduzione sostanziosa della superficie edificabile».

    Nei prossimi giorni, nel corso di una nuova seduta della Commissione, dovrebbero essere ricevuti i lavoratori della Ricupoil preoccupati per il proprio futuro (anche se qualche voce vede la cosa più come una missione voluta dal datore di lavoro, dal momento che i dipendenti non sembrano essere sindacalizzati e quindi legati a doppia mandata al proprietario dell’azienda). L’intenzione dell’amministrazione, comunque, sembra piuttosto chiara: «Non siamo di fronte alla riduzione della capacità di lavoro di Ricupoil – sostiene il vicesindaco – perché le attività potranno tranquillamente continuare a essere svolte nella sponda opposta del Bisagno dove la ditta ha la propria sede. Il Comune non può farsi carico del rischio d’impresa di Alberti (proprietario della Ricupoil, ndr) che deve spostare il rimessaggio degli autospurghi attualmente a Fegino in un’area ormai venduta: starà a lui trovare altri spazi che non potranno essere quelli di via Lodi».

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-3Passate le forche caudine della Sala Rossa, il provvedimento potrebbe prestare il fianco a qualche ricorso da parte degli interessati, anche se gli uffici comunali hanno lavorato in modo certosino per garantire la maggior inattaccabilità possibile ai provvedimenti.
    A fianco alle questioni urbanistiche, infatti, potrebbero arrivare anche due ordinanze del settore Mobilità: «Abbiamo pensato a un provvedimento che interdica in maniera perpetua su tutta via Lodi il transito degli autocarri che superano le 7,5 tonnellate – spiega l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – e una disposizione più restrittiva a 3,5 tonnellate negli orari di entrata e uscita dalla scuola». Si tratta di strumenti che garantirebbero maggiori possibilità di intervento al Comune qualora Ricupoil non dovesse attenersi alle confermate disposizioni urbanistiche, magari impendendo l’accesso alla civica amministrazione nelle aree ex Moltini.
    Secondo alcuni, tuttavia, le due disposizioni di mobilità potrebbero non essere sufficienti a evitare il parcheggio dei mezzi della Ricupoil in via Lodi. Per provvedimenti più restrittivi come l’interdizione totale ai mezzi superiori alle 3,5 tonnellate, però, sarebbe necessario un intervento più complicato di sicurezza stradale (tra l’altro di competenza dell’assessore Fiorini) e non di stretta mobilità che, invece, è subordinata ai parametri necessari per consentire il transito dei bus da 8 metri che servono la zona.

    Seguendo la via della legalità, alla società che ha da poco acquisito le aree non resterebbe che presentare al Comune un nuovo progetto di riqualificazione residenziale o tentare di rivendere a sua volta le aree. Ricupoil avrebbe potuto intraprendere il cammino della mediazione con Tursi: il parcheggio degli autospurghi sarebbe, infatti, probabilmente stato accettato a fronte di alcuni oneri di urbanizzazione come l’allargamento della sede stradale nei pressi della scuola e, naturalmente, la messa in sicurezza del rio Preli. Adesso, invece, la società rischia anche di non poter sfruttare le strutture acquistate neppure per trasferire i propri uffici dal momento che si ricadrebbe in una destinazione d’uso direzionale, non prevista dal nuovo Puc e dalla delibera in via di approvazione.

    Concretamente, gli scenari che potrebbero realizzarsi rischiano di ridursi a due: il sorgere di un infinito contenzioso tra pubblico e privato o la nascita dell’ennesima grande area dismessa e dimenticata in città. Anzi, a ben pensarci, le due situazioni sarebbero pure compatibili anche se, per una volta, forse ai cittadini potrebbe andare bene così, a patto che qualcun altro si occupi della messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • La fine dell’era industriale? Il caso delle industrie pubbliche a Genova: Ilva, Fincantieri, Ansaldo Sts

    La fine dell’era industriale? Il caso delle industrie pubbliche a Genova: Ilva, Fincantieri, Ansaldo Sts

    industria-degradoIl declino industriale italiano e genovese è sotto gli occhi di tutti. Pensiamo all’intricata situazione dell’impresa siderurgica Ilva, il destino della società cantieristica Fincantieri, l’ipotesi di cessione del ramo trasporti del gruppo Finmeccanica, dunque Ansaldo Breda e la genovese Ansaldo Sts. Tutte realtà che nel territorio ligure conservano importanti presidi che equivalgono a diverse migliaia di posti di lavoro.

    Per esaminare la questione industriale in Italia abbiamo contattato due fra i maggiori esperti in materia, Luigi Vergallo docente presso l’Università di Milano e Giuseppe Berta docente di Storia Contemporanea dell’Università Bocconi;  è importante sottolineare come entrambi concordano su almeno due punti: il paese, da lungo tempo, è privo di una vera politica industriale; inoltre, così com’è oggi, senza una profonda riqualificazione, l’apparato produttivo nostrano non sembra in grado di superare le sfide della modernità e della spietata concorrenza al ribasso – soprattutto relativa al costo del lavoro – in vigore nel mercato globale.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    «Paghiamo lo scotto dell’assenza di una politica industriale degna di questo nome fin dagli anni ’70, periodo in cui possiamo collocare l’inizio di una crisi per le economie avanzate, dalla quale poi in sostanza non si è più usciti – spiega Vergallo – Da qui ha preso il via un enorme processo di deindustrializzazione. In quegli anni avremmo avuto necessità di una strategia di sviluppo industriale, ed economico in senso più ampio, invece è mancata, e tuttora manca, una politica industriale forte, capace non dico di dettare la linea, ma almeno di indicare un percorso possibile. Si sono persi anni importanti. E soprattutto si continua a perdere troppo tempo dal punto di vista della ricerca».

    «Aggiungo che la storia dell’industria italiana non sarebbe stata la stessa senza l’apporto dell’intervento statale – commenta Berta – che ha giocato un ruolo fondamentale di apripista e guida. Perciò non è vero che dobbiamo smantellare l’industria pubblica italiana. Bisognerebbe lanciare una grande operazione come l’inchiesta industriale del 1870-’74, o la commissione economica della Costituente nel 1946, in cui le istituzioni interrogano gli operatori da un lato per redigere un bilancio dell’esistente, e dall’altro per cercare di tirare fuori linee concrete di sviluppo. Su che cosa dobbiamo puntare? Dove concentriamo le nostre energie e risorse? Manca questa visione d’insieme».

    Ilva

    ilva-cornigliano

    Nello stabilimento di Genova Cornigliano i dipendenti sono 1750, di cui 1450 con contratti di solidarietà (il recente accordo tra Governo e parti sociali ha garantito la continuità di reddito e l’integrazione salariale grazie ai lavori di pubblica utilità fino a settembre 2015, quando potranno ripartire i contratti di solidarietà).
    «Il cuore del problema è Taranto, e adesso l’unica strada percorribile è quella di una soluzione internazionale – sottolinea Giuseppe Berta – Ma un grandissimo operatore dell’acciaio perché compra? Può essere interessato sia ad un tentativo di riqualificazione degli impianti, sia ad un intervento di riduzione della concorrenza. Io temo che possa sussistere anche quest’ultimo aspetto». L’incognita principale, però, per il momento è soprattutto relativa a chi dovrà affrontare il costo del risanamento del sito pugliese, «dubito che il compratore voglia accollarsi simili ingenti oneri economici» . L’altro interrogativo riguarda il ridimensionamento della produzione. Un operatore internazionale che subentra di solito tende a ridurre la capacità produttiva. «Da un lato bisognerebbe riqualificare la produzione, per produrre un acciaio più sofisticato, d’altro canto si tratta inevitabilmente di ridurre la capacità produttiva, e dunque anche l’occupazione – continua Berta –  I nodi critici sono tanti, e finora non sono stati affrontati con chiarezza. La siderurgia italiana ha varie faccie. Ha la faccia dell’Ilva, che è quella più problematica, ma ha pure i volti di Arvedi, di Danieli, e di altri operatori, che producono acciai speciali. Sicuramente c’è ancora spazio per la produzione italiana, tuttavia, l’Ilva dovrebbe puntare sulla produzione di acciai di qualità alta».

    Secondo Berta «La colpa del nosto paese è di non aver visto un mondo in evoluzione. Basta guardare la Germania, oppure la siderurgia coreana. Quanti e quali passi avanti hanno fatto nell’ambito della riduzione dell’impatto ambientale della siderurgia. Noi, invece, cosa abbiamo fatto? In questi ultimi 25 anni è cambiato il mondo dell’acciaio, mentre in Italia siamo rimasti al palo. O perlomeno, sono cambiati soltanto alcuni nostri segmenti».

    Fincantieri

    fincantieri-sestri-ponenteLo storico stabilimento Fincantieri di Genova Sestri Ponente, dove sono stati costruiti transatlantici reputati tra i migliori al mondo per la loro qualità, dà lavoro a circa 560 dipendenti, oltre la metà dei quali attualmente in cassa integrazione. Tre anni fa il piano industriale del gruppo prevedeva la chiusura del presidio genovese. Oggi, fortunatamente, le ultime notizie parlano di un’imminente ripresa del lavoro. A metà luglio, infatti, si è svolta la cerimonia del taglio della prima lamiera per la nuova Regent (Seven Seas Explorer), nave da crociera extralusso che sarà realizzata nei prossimi mesi nel cantiere di Sestri, per essere consegnata all’armatore nell’estate 2016. Nel frattempo, secondo indiscrezioni di stampa, sarebbe stato confermato l’ordine anche per un’altra nuova nave.

    L’annuncio di due o tre anni di lavoro nel cantiere di Sestri Ponente è ovviamente una buona notizia per il sindacato. «Però, a maggior ragione perché è prevista la costruzione di una nave, probabilmente due, e questo ci rende più tranquilli, cerchiamo di capire cosa accade nel settore – sottolinea il segretario generale Fiom-Cgil Bruno Manganaro – La cantieristica vive proprio dei cicli, oggi la tendenza al “gigantismo navale” è un po’ in frenata».
    Eppure ci sono nuovi settori sui quali ragionare, ad esempio «La costruzione dei cosiddetti traghetti verdi per risolvere il problema del costo troppo alto degli attuali combustibili – continua Manganaro – L’altra questione è quella energetica: parliamo della realizzazione di piattaforme off-shore per sfruttare forme energetiche alternative. Nel Nord Europa si punta molto sull’eolico in mare. L’Italia in tal senso è a zero, Fincantieri pure. Siamo indietro di anni. Insomma, dobbiamo studiare, fare ricerca sui materiali in mare, magari sviluppando nuove idee in Italia. Costruendo centri di ricerca, attraverso il legame con l’Università, ad esempio a Genova ci sarebbe tale opportunità. È il Governo che dà questi input? È l’azienda che ci pensa? Sennò, superato un momento di crisi, dopo che cosa farà Fincantieri? I singoli stabilimenti del gruppo devono essere in grado sia di realizzare una nave da crociera, sia altre tipologie di strutture, grazie alle specializzazioni, in gran parte di ingegneria navale, che potrebbero crescere al suo interno».
    Senza dimenticare che Genova ancora attende il famoso “ribaltamento a mare” del cantiere, che consentirà a Sestri di superare diseconomie di scala penalizzanti. «Siamo in ritardo di 4-5 anni. Adesso abbiamo un nuovo ordine, ma una volta conclusa la commessa, senza il ribaltamento saremo di nuovo punto a capo», chiosa Manganaro.

    Ansaldo Sts

    Il nuovo Amministratore Delegato di Finmeccanica, Mauro Moretti, ha affermato di aver trovato “luci ed ombre” nella variegata galassia societaria del gruppo, ma anche “cose eccellenti”. Secondo Moretti “Finmeccanica fa troppe cose e deve, invece, concentrarsi sui prodotti a più alto livello tecnologico”. Quindi, una volta selezionati i settori sui quali investire, gli altri potranno essere venduti al migliore acquirente. Tra questi ultimi ci sarebbe il settore trasporti, ovvero Ansaldo Sts, azienda leader nella progettazione, installazione e manutenzione di sistemi di segnalamento, unica realtà di Finmeccanica ad aver mantenuto la sede legale a Genova, ed Ansaldo Breda, impresa attiva nella produzione di materiale rotabile.
    Il presidio genovese di Ansaldo Sts conta oltre 600 lavoratori. Così, dopo aver vissuto l’uscita di Ansaldo Energia dall’orbita Finmeccanica (nell’ottobre 2013, infatti, l’84,5% delle quote societarie sono passate alla Cassa Depositi e Prestiti, che poi le ha cedute per il 40% ai cinesi di Shanghai Electric) Genova si appresta a vivere un simile processo pure per Ansaldo Sts.

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Centrale del latte Genova: il Comune ribadisce il no al centro commerciale

    Centrale del latte Genova: il Comune ribadisce il no al centro commerciale

    centrale-latte-genova-feginoAncora sospeso nel limbo il futuro di oltre quaranta ex dipendenti della Centrale del latte di Genova, costretti dallo scorso 5 ottobre al regime di cassa integrazione straordinaria: dei 63 iniziali, Parmalat ha reimpiegato solo una dozzina di lavoratori nel centro logistico di Bolzaneto e per altre attività commerciali in città, mentre solo qualche unità è stata distaccata presso altre sedi italiane.
    Poche le novità emerse dalla seduta di ieri pomeriggio della Commissione consiliare dell’assessorato allo Sviluppo economico: ancora una volta, seppure in maniera del tutto pacifica rispetto all’invasione della Sala rossa dello scorso mese, si sono trovate di fronte le apparentemente inconciliabili posizioni dei lavoratori e della giunta. I primi chiedono al Comune la disponibilità a trattare con Lactalis – Parmalat circa il progetto di riconversione della zona a centro commerciale, che dovrebbe comprendere anche un loro ritorno all’attività lavorativa; la seconda ha ancora una volta confermato con decisione l’orientamento a non variare la destinazione d’uso dell’aerea di Fegino, che dovrà restare a vocazione produttivo-industriale.

    «Non vogliamo sposare per forza la tesi di Parmalat – sostiene il segretario generale genovese di Flai – Cgil, Fabio Allegretti – ma vogliamo trovare il prima possibile una soluzione per oltre una quarantina di lavoratori. In questo senso, ci sembra doveroso che il Comune pranda in mano la proposta dell’azienda e, in caso di contrarietà, avanzi delle controproposte accettabili per chi oggi è in cassa integrazione».

    «Mi rendo conto che la posizione dei sindacati non possa essere allineata al nostro volere – ammette l’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Genova, Paolo Oddonema non possiamo non tenere conto dell’interesse generale della città e riteniamo che la fantomatica proposta di realizzare un centro commerciale non possa assolutamente essere presa in considerazione. Le ragioni sono sostanzialmente due: la prima è la difesa del tessuto commerciale della vallata che ha già dovuto subire l’egida di altri grandi centri; la seconda è che a Genova non abbiamo moltissime aree a esclusivo uso industriale e le poche che ci sono, come quella di Fegino, vanno conservate».

    Dopo il no secco da parte del colosso franco-italiano alla vendita degli spazi alla multinazionale della logistica portuale e aeroportuale Gias, qualche spiraglio potrebbe aprirsi nel mese di maggio, quando una delegazione di Confindustria Genova si recherà a Parma per sondare la disponibilità dei vertici di Lactalis a trattare su un eventuale utilizzo anche non unitario dell’area da parte di associati, sempre in ottica di attività produttivo-industriali.

    palazzo-tursi-assessore-oddone-francesco-D3La trasferta in terra emiliana dovrebbe essere contraccambiata da Parmalat, data la volontà espressa dalla Commissione presieduta da Gianpaolo Malatesta di convocare una seduta monotematica ad hoc per consentire all’azienda di illustrare il proprio progetto. Anche in questo caso, il parere dell’assessore Oddone è piuttosto inequivocabile: «Sono curioso di vedere che cosa accadrà perché Parmalat è già stata invitata tre volte dal Consiglio comunale ma non ha mai ritenuto opportuno presentarsi. Qualora dovessero presentarsi in Sala rossa, sarei curioso di vedere l’atteggiamento che terranno i vertici di questa società, che ho già conosciuto e posso dire non essere certamente dei boyscout. Noi stiamo cercando di attivare ogni possibile soluzione, come poteva essere quella prospettata dalla società di logistica, ma Parmalat, con l’arroganza che la contraddistingue, ha immediatamente trovato una serie di giustificazioni risibili e strumentali per mandare tutto a monte. Tra l’altro, a dimostrazione di quanto siano prevenuti, terminato l’incontro per illustrare il progetto di Gias, dietro la porta abbiamo trovato i progettisti di questo fantomatico centro commerciale che aspettavano di essere ricevuti».

    Di fronte alla fermezza della giunta, le rappresentanze sindacali hanno chiesto di conoscere quale sia l’orientamento di tutte le forze politiche: «Abbiamo chiesto da mesi di attivare un tavolo di confronto che consenta di illustrare l’unico progetto rimasto in piedi – sostiene Allegretti – ma se da un lato Parmalat ci ha sempre manifestato disponibilità, dall’altro la giunta continua ad essere contraria alla trattiva. Di fronte a questa posizione impenetrabile, abbiamo chiesto quale sia l’orientamento di tutto il Consiglio comunale, perché se l’opinione di sindaco e assessori fosse sostanzialmente condivisa, ci troveremmo di fronte a un’enorme responsabilità politica da parte di chi non vorrebbe far tornare al lavoro oltre quaranta persone».

    La risposta dei vari capigruppo non tarderà, assicura il presidente della commissione, Gianpaolo Malatesta; nel frattempo, la replica dell’assessore Oddone punta nuovamente il dito contro i vertici di Parmalat – Lactalis, senza troppe mezze misure: «È sostanzialmente vero che non vogliamo vedere il progetto di Parmalat perché l’azienda non è disponibile a negoziare in buona fede. A loro interessa solamente vendere il terreno a valore commerciale che è tre, quattro volte più alto di quello per attività industriale. Quindi noi, in maniera molto coerente, continuiamo a non voler prendere in considerazione un confronto con chi non gioca pulito. Dobbiamo smettere di essere subalterni, anche dal punto di vista culturale, nei confronti di queste multinazionali che pensano di poter fare il bello e il cattivo tempo».

    Simone D’Ambrosio

  • Il Comune vende il palazzo ex Ansaldo Nira, si pensa ad un albergo

    Il Comune vende il palazzo ex Ansaldo Nira, si pensa ad un albergo

    Ex Ansaldo Nira
    L'edificio ex Ansaldo Nira in via dei Pescatori 35

    L’imponente edificio ex Ansaldo Nira ed ex Ansaldo Trasporti, in via dei Pescatori 35 poco distante dal padiglione B, è stato ufficialmente messo in vendita dal Comune che ha indetto un’asta pubblica.

    Il prezzo base d’asta è di 13.296.000,00, si tratta di una costruzione di 11 piani di 17.395 metri quadrati complessivi con un’area “Centro Congressi” di ulteriori 3.404 metri quadrati.

    Venne ultimato nel 1964, progettato da Maurizio Vitale, Domenico Del Vecchio e Edoardo Sarzano, gli stessi che progettarono il padiglione C. In principio il palazzo era stato pensato per ospitare la mostra delle telecomunicazioni e i congressi nell’Auditorium. Il progetto del museo rimase però inattuato, per qualche anno l’edificio venne utilizzato per ospitare Eurodomus, una rassegna di mobilio e arredamento, poi rimase inutilizzato sino ai primi anni ’80.

    Sulla scia dell’entusiasmo nucleare, l’edificio venne rimesso in sesto e consegnato ad Ansaldo come sede della “Ansaldo Nira”. Ma il nucleare venne presto abbandonato e la struttura passò ad Ansaldo Trasporti.

    A marzo del 2005 anche l’ultimo insediamento di Ansaldo (Ansaldo Signal) abbandona la sede di via Pescatori 35 e questa immensa “cattedrale per nessuno”, che campeggia di fronte alla collina di Carignano, si ritrova nuovamente senza inquilini.

    Intanto, nel maggio 2003, Regione, Comune, Autorità Portuale, Provincia e Fiera di Genova siglavano un accordo di programma per dare il via libera a Fiera di Genova per la trasformazione della struttura ex Nira in albergo di elevato standard qualitativo con vista da Portofino a Capo Noli, accesso dal mare, 157 camere e 28 junior suite.

    Tale progetto preliminare non è prescrittivo per i potenziali investitori, ma il diritto di superficie, attribuito da Comune a Fiera, è di durata quarantennale e scadrà il 31 dicembre 2046.

    Con questo particolare dovrà fare i conti chi deciderà di investire sull’immobile, un edificio dalle enormi potenzialità che fino ad oggi Genova non ha saputo utilizzare e valorizzare.

    Le offerte dovranno pervenire all’Archivio Generale Protocollo del Comune di Genova sito in piazza Dante al civico 10. Il termine ultimo per la consegna è entro e non oltre le ore 12 del giorno 9/11/2011. Il bando integrale può essere ritirato presso l’aufficio Acquisti e vendite in via di Francia 1.

     

  • Genova, l’ex Oleificio Gaslini teatro di corruzione e illegalità

    Genova, l’ex Oleificio Gaslini teatro di corruzione e illegalità

    Oleificio Gaslini demolito a Genova

    A novembre del 2005 vengono demolite le torri dell’ex oleificio Gaslini in Valpolcevera. La società Sviluppo Fe.Al, con sede in via Evandro Ferri 11 a Rivarolo, acquista dalla Gaslini l’area dell’oleificio e la società Eco.Ge, con sede in via Evandro Ferri 11 a Rivarolo, procede con la bonifica degli oltre tremila metri quadrati di terreno.

    Un primo progetto prevede la sistemazione nell’area della stessa Eco.Ge., ma lo scenario cambia e poco dopo si legge su un giornale locale di un nuovo progetto per la Valpolcevera… “Ci saranno insediamenti commerciali e uffici, sempre di piccole o medie dimensioni, oltre a un Centro Bowling Federato, un centro fitness cura del corpo, una scuola di danza e un baby parking”.

    Sviluppo Fe.Al vorrebbe dunque vendere a terzi il terreno per la costruzione della Fiumara bis e si viene a sapere, inoltre, che questa proposta progettuale era già al vaglio dell’amministrazione cittadina dall’inizio del 2004. C’è però un piccolo problema: il progetto non è in linea con le funzioni ammesse dal PUC per l’area dell’ex oleificio Gaslini. Questo impedisce, ovviamente, l’avanzamento del progetto e di conseguenza la vendita del terreno.

    Quattro anni dopo esplode lo scandalo tangenti a Tursi, che tocca da vicino anche le vicende legate all’ex oleificio e alla concessione della variante al PUC. Nel polverone dell’inchiesta l’amministratore unico di Eco.Ge Gino Mamone e Paolo Striano ex assessore della giunta Vincenzi vengono rinviati a giudizio per corruzione.

    Queste le dichiarazioni, tratte dal sito casadellalegalita.org, dell’imprenditore milanese Michelino Capparelli interessato all’acquisto dell’area: “Per acquistare il lotto non avevo intenzione di spendere più di 10 milioni, ai quali bisognava poi aggiungere  il “surplus” da sborsare ai politici. La costruzione del centro commerciale mi sarebbe costata altri 40 milioni e avrei a mia volta rivenduto tutto, superficie e nuove costruzioni, per 65, per guadagnarne 15. Era un’operazione importante, perciò avevo bisogno di garanzie sulla fattibilità. A un certo punto Mario Margini (ai tempi assessore allo Sviluppo economico n.d.r.) mi spiegò che non sarebbe stata possibile una destinazione d’uso totalmente commerciale. E mi tirai fuori”.

    Da diversi anni, però, i riflettori dei media si sono spenti (non quelli di www.casadellalegalita.org) e oggi, a sei anni di distanza dalla demolizione delle torri, degli oltre tremila metri quadrati dell’ex oleificio non si sa più nulla. L’ultima notizia risale al novembre 2010, un intervento in Consiglio del sindaco Marta Vincenzi in cui si fa riferimento all”area del’ ex oleificio come possibile scelta per gli investimenti di un imprenditore genovese “…aree di cui noi (Comune n.d.r) abbiamo piena disponibilità dal punto di vista delle funzioni che possono essere considerate ammissibili e quindi piena disponibilità pianificatoria. Non stiamo parlando di aree di proprietà del Comune o comunque pubbliche, ma di aree sulle quali abbiamo o avevamo già verificato una disponibilità e facilità di vendita o cessione da parte degli attuali proprietari […] L’area dell’oleificio Gaslini è sembrata essere fino all’ultimo un’area di possibile scelta, con alcuni elementi di aggiustamento logistico che si rendevano possibili ed altri di maggiore difficoltà di concretizzazione su cui eravamo però disponibili ad operare nell’immediato…”

    Abbiamo provato a chiedere informazioni a Tursi sul futuro dell’ex oleificio, ma ci è stato risposto che non ci sono aggiornamenti, che l’area non è di proprietà del Comune e che per questo motivo ogni domanda in merito risulterebbe “fuori luogo, un po’ come se a lei giornalista chiedessi consigli sulle pillole per la tosse”.

  • Multedo: le storiche fonderie Ansaldo verranno demolite

    Multedo: le storiche fonderie Ansaldo verranno demolite

    Fonderia AnsaldoLe fonderie Ansaldo di Multedo verranno demolite. Panorama spa, azienda leader nella distribuzione e attuale proprietaria dell’area, ha intenzione di procedere alla totale demolizione garantendo la conservazione solo della facciata storica che si affaccia su via Multedo.

    La Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria ha dato il suo assenso, seppur parzialmente. È necessario infatti il parere della Direzione Regionale per i Beni culturali e Paesaggistici, che ha chiesto un approfondimento in merito. L’associazione Italia Nostra e L’Aipai (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale) si schierano a difesa del complesso e denunciano a gran voce il rischio della sua imminente distruzione.

    Parliamo di un edificio che riveste grande interesse, sia dal punto di vista architettonico, per la struttura dei capanni in cemento armato e per la veste architettonica, progettata da Adolfo Ravinetti, sia per il suo valore storico.

    Costruito nel 1917 nel momento di massima espansione dell’Ansaldo, costituisce una delle ultime testimonianze di quella che era una delle maggiori industrie cittadine. Un’area, quella delle ex fonderie, salvaguardata dal Puc con una variante del 2009 perché dichiarata sito d’interesse per l’archeologia industriale, dopo lunghe battaglie dell’Aipai, anche in commissione urbanistica del Comune, e vincolata, sempre nel 2009, dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici.

    C’è una storia che si snoda per decenni e numerosi contenziosi, dietro a queste ultime vicende. Una storia che inizia negli anni ’90 quando Panorama spa acquista l’area con l’intenzione di realizzare un grande centro commerciale. Ma il Puc, nell’area delle ex fonderie, vietava la destinazione d’uso commerciale. Nel 2005 l’azienda vince il ricorso al Tar contro il divieto. In quell’anno viene discussa in commissione urbanistica del Comune, una variante al Puc che dà seguito a quanto disposto dai magistrati e rende possibile realizzare il centro per la grande distribuzione, non di generi alimentari.

    “Nel 2005 ci siamo mossi per ottenere un vincolo che però non ci è stato concesso – spiega l’Aipai – Abbiamo coinvolto Italia Nostra e finalmente nel 2009 siamo riusciti a ottenere il vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Ma purtroppo il vincolo presenta un vizio di forma: è stato infatti realizzato per un edificio pubblico quando invece si tratta di una proprietà privata e Panorama spa ha vinto il ricorso al Tar contro il vincolo”.

    L’intenzione della società è quella di ricostruire l’edificio con la stessa fisionomia esterna e uguale volumetria. Ma è un’operazione di facciata perché all’interno il progetto prevede la realizzazione di un parcheggio rialzato. La spazialità interna verrà stravolta e verranno annientate tutte le testimonianze della produzione industriale di un tempo. “Demolire completamente gli edifici per poi ricostruire il loro simulacro, è questo il modello? – si domanda l’Aipai – Stravolgere la spazialità interna del complesso vuol dire salvaguardarlo? Questo modello culturale, quello per intenderci applicato alla Fiumara, è un modello che va esattamente nella direzione contraria”.

    E Genova, per quanto riguarda l’archeologia industriale, ha già una sua personale ecatombe: lo stabilimento Taylor e Prandi (nato nel 1846 e rilevato dall’Ansaldo nel 1852), uno dei primi edifici industriali cittadini, nel 1998 è stato completamente raso al suolo; nel 2005 è stata la volta dell’oleificio Gaslini, e ancora oggi, nell’area, non si è ricostruito. “È uno scandalo che venga abbattuto questo edificio, all’estero strutture simili vengono conservate e riutilizzate, ma non distrutte – ribadisce l’Aipai – Ad esempio a Londra, l’ex centrale elettrica di Bankside è diventata, grazie a un riuscito progetto di recupero, il museo Tate Modern. Una progettazione con finalità di conservazione del complesso originario e riuso compatibile, è senz’altro fattibile per l’area delle ex fonderie e può essere anche vantaggiosa dal punto di vista economico, come avevamo dimostrato in occasione di una tesi di laurea in Ingegneria edile, già nel 2000”.

    Matteo Quadrone

  • Mensopoli: Arpal sotto inchiesta, a rischio la salute dei cittadini

    Mensopoli: Arpal sotto inchiesta, a rischio la salute dei cittadini

    StoppaniIn questi ultimi giorni la notizia delle condanne per lo scandalo degli appalti truccati di Mensopoli trova un inquietante continuità nell’ indagine avviata dalla magistratura.

    Per Mensopoli le condanne hanno confermato l’impianto accusatorio che aveva portato nel maggio 2008 ad arresti eccellenti anche fra esponenti vicini alla giunta comunale accusati di aver creato un comitato del malaffare per gestire arbitrariamente gli appalti per le mense scolastiche e ospedaliere della regione. La dimostrata corruttibilità dei dirigenti pubblici e il tentativo di trasformare in sistema una pratica consueta di favori e mazzette è stata fermata in tempo e le condanne, se pure simboliche, perché sappiamo che gli imputati non passeranno un giorno in cella, sono comunque significative anche se forse non saranno un deterrente sufficiente per altri amministratori disonesti.

    La nuova inchiesta che chiama in causa l’agenzia per la protezione dell’ambiente è invece appena agli inizi ma se si confermassero i sospetti calerebbe un’ ombra sinistra sulla gestione della sicurezza ambientale nella nostra regione.

    Si presume infatti che l’Arpal che fornisce consulenze a vari enti pubblici sulla cui base vengono date concezioni edilizie e di altra natura, avrebbe emesso pareri addomesticati per favorire alcuni soggetti coinvolti.

    Si tratta di controlli che riguardano le acciaierie di Cornigliano, la Stoppani di Cogoleto, l’Acna di Cengio, la discarica di Scarpino.

    L’indagine sull’Arpal suscita pesanti interrogativi perché se fosse vero quanto ipotizzato sarebbe a rischio l’effettiva sicurezza dei siti prima nominati e soprattutto potrebbero esistere rischi per la salute delle persone.

    Non resta che confidare nel buon lavoro della magistratura e sperare bene, augurandosi che l’onestà di un organismo pubblico così importante per il benessere e la vivibilità della Liguria, sia ancora integra e non ritrovarsi un’altra volta immersi nel torbido mondo del malaffare a tutti i costi, anche sulla pelle dei cittadini.

    Matteo Quadrone