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  • ‘Ascoltami ora’, Maricla Pannocchia e il mondo difficile dei bambini oncologici

    ‘Ascoltami ora’, Maricla Pannocchia e il mondo difficile dei bambini oncologici

    Maricla Pannocchia è una scrittrice toscana che nel 2014 ha fondato l’Associazione di volontariato “Adolescenti e cancro”, di cui è Presidente, per offrire supporto sociale, emotivo e psicologico gratuito agli adolescenti e ai giovani adulti da tutta Italia che hanno o hanno avuto il cancro. Nel corso degli anni ha pubblicato il romanzo “La mia amica ebrea” e con Astro Edizioni ha pubblicato “Le cose che ancora non sai“. Sentendosi vicina alla realtà dei ragazzi affetti dal cancro infantile e alle loro famiglie, ha messo a disposizione la sua abilità di scrittrice per poter parlare a tutti di questo tema così difficile da affrontare. Si tratta di un mondo doloroso in cui possiamo entrare grazie al suo libro “Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici”, dove a parlare saranno proprio i protagonisti delle vicende. Abbiamo approfondito la conoscenza con Maricla e le abbiamo posto alcune domande per voi.

    Buongiorno Maricla, dicci qualcosa di te, chi sei, cosa fai nella vita, dove vivi…
    Ciao a tutti e grazie dell’opportunità. Mi chiamo Maricla Pannocchia, ho 36 anni, sono toscana e da sempre amo scrivere. Ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2014 e nello stesso anno ho scritto “Le cose che ancora non sai” che racconta la storia d’amicizia fra due adolescenti, di cui una malata di leucemia. Svolgendo le ricerche per il romanzo, mi sono avvicinata alla realtà dei ragazzi oncologici, di cui non sapevo praticamente niente e ho sentito il bisogno di fare qualcosa per loro. Oltre a essere Presidente dell’Associazione di volontariato Adolescenti e cancro lavoro come scrittrice, ghost writer, copy writer e offro percorsi di accompagnamento alla pubblicazione e/o alla promozione agli scrittori emergenti.

    Come hai avuto l’idea di scrivere “Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici”?
    L’idea per “Ascoltami ora” è nata in maniera naturale, spontanea, perché attraverso la pagina Facebook della mia Associazione faccio regolarmente sensibilizzazione sul cancro infantile e dell’adolescente attraverso le storie di chi ci è passato o ci sta passando. Il libro è un’evoluzione naturale della mostra fotografica online (IN) VISIBILI, visionabile gratuitamente al sito dell’Associazione (www.adolescentiecancro.org), che racchiude storie e foto inviate dai ragazzi e dalle famiglie.

    Personalmente è un argomento di cui sento parlare poco, forse perché spaventa. Credi che quello del cancro infantile o in età adolescenziale sia un argomento poco discusso in Italia? Bisognerebbe fare di più?
    Sì, credo che si parli ancora poco del cancro infantile e dell’adolescente. Ormai io “ci sono dentro” quindi seguo varie Associazioni, conosco tanti ragazzi e famiglie e quindi ne sento parlare ogni singolo giorno ma mi rendo conto che le persone che sono al di fuori del mondo dell’onco-ematologia pediatrica ne sentono parlare pochissimo, di solito in concomitanza di qualche occasione come la Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile. Quello che mi spaventa di più, però, non è tanto il fatto che non se ne parli abbastanza ma che spesso se ne parli in maniera sbagliata, per esempio mi vengono in mente le immagini dei bambini o ragazzi, calvi e sorridenti, che si divertono in qualche camp e quello è sicuramente un aspetto della malattia ed io stessa diffondo immagini del genere prese dalle nostre gite però è anche importante parlare degli altri aspetti come il dolore, la paura, l’isolamento, l’effetto della diagnosi sull’intera famiglia e in special modo sui fratelli e le sorelle… non bisogna dare l’idea che i bambini e ragazzi oncologici siano da compatire e basta. Penso che bisogna metterci in testa che si tratta di persone e quindi di esseri molto complessi, come lo siamo tutti; etichettarli semplicemente come “ragazzi malati di cancro” non è solo riduttivo, può rivelarsi controproducente e con-tribuire a dare l’idea che una persona malata, di qualsiasi età, non sia altro che, appunto, una persona malata quando, avendo conosciuto tanti di questi bambini e ragazzi, vi giuro che sono carichi di sogni, talenti, progetti sia per il presente sia per il futuro.

    Le istituzioni cosa fanno a riguardo? Si potrebbe fare di più?
    Sì, si potrebbe sempre fare di più. Purtroppo tante mamme mi hanno raccontato di aver ricevuto poco supporto dalle istituzioni, specialmente da quelle a livello nazionale. Lo Stato in sé, secondo me, dovrebbe avere dei progetti ben delineati, che coinvolgano i pazienti e gli ex pazienti e i loro famigliari, e dei budget idonei a rispondere ai bisogni delle famiglie colpite dal cancro pediatrico e dell’adolescente. Al momento, tutto ciò che viene fatto è grazie a Fondazioni, Associazioni, privati, aziende ecc… penso che lo Stato, dato che la nostra Costituzione tutela chiaramente il diritto alla salute, dovrebbe intervenire in maniera molto più decisa, consapevole e strutturata per rispondere ai numerosi bisogni di queste famiglie. Ricordiamoci, inoltre, che lo Stato siamo noi; è importante che ogni singola persona s’informi, segua la causa e combatta con e per i bambini e ragazzi oncologici perché solo facendo sentire le nostri voci forse, un giorno, otterremo attenzione da parte dello Stato.

    La ricerca scientifica si concentra su questa tematica?
    La ricerca fa continuamente passi avanti. Questo, però, varia molto da cancro a cancro. Quando parliamo di “cancro infantile” corriamo il rischio che le persone pensino che si tratti di un’unica patologia quando in realtà esistono numerosi tipi di cancro e dozzine di sottotipi. Ci sono alcuni tipi di cancro infantile considerati “rari”, come per esempio i sarcomi o il DIPG (glioma diffuso intrinseco del ponte), per i quali la ricerca è ancora indietro.

    Ci sono altre associazioni, oltre la tua, anche in altri paesi, che si occupano di giovani malati?
    Ma certo! In Italia ci sono diversi reparti oncologici a misura di adolescente, i primi che mi vengono in mente sono il Progetto Giovani dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Area Giovani del Cro di Aviano, però ci sono tante teen zone, teen rooms eccetera – ovvero sale dedicate agli adolescenti – in vari ospedali. Sicura- mente ho visto dei passi fatti in avanti in questo senso, rispetto a quando ho aperto nel 2014. All’estero, devo nominare il Teenage Cancer Trust (no-profit britannica leader nella cura degli adolescenti con tumore) perché dal 2015 al 2019 inclusi, ogni anno ho accompagnato un ragazzo o una ragazza supportati dalla mia Associa- zione alla conferenza da loro organizzata in Inghilterra, “Find your sense of tumour”, dedicata a giovani fra i 18 e i 24 anni che avevano o avevano avuto un cancro accompagnati da infermieri, volontari, educatori… Noi eravamo l’unica Associazione italiana a partecipare e ricordo quelle esperienze come fra le più utili e belle della mia vita, sia a livello umano sia per quanto ho imparato e poi messo in quello che faccio nella mia Associazione, e anche i ragazzi che ho accompagnato sono rimasti molto colpiti e sono tornati in Italia che erano persone diverse rispetto a quelle che erano prima della partenza.

    Hai avuto difficoltà a raccogliere le storie presenti nel libro?
    No. Come ho accennato prima, il libro è l’estensione naturale della nostra mostra fotografica online (IN)VI- SIBILI nella quale ci sono numerose storie scritte dalle famiglie o dai ragazzi. Quando ho proposto l’idea del libro, molte persone mi hanno contattata con la propria testimonianza; altra hanno scoperto della mia Associa- zione a pubblicazione già avvenuta e allora le loro storie sono andate “solo” nella mostra fotografica online. Ammiro molto tutte le persone che scelgono di condividere le loro storie perché naturalmente si tratta di esperienze dolorose, anche quelle finite bene hanno un minimo di dolore e sofferenza inimmaginabile per le persone “sane”, ma queste famiglie e questi ragazzi lo fanno per aiutare gli altri e per raccontare la propria esperienza nell’ottica che è l’unico modo per avvicinare davvero le persone alla realtà del cancro infantile e dell’adolescente.

    Credi che sia stato importante per loro condividere la propria storia di malattia, raccontandosi
    Sì, come dicevo sopra. Da scrittrice, do molta importanza alle parole e penso che per determinate persone e determinate patologia la scrittura possa essere proprio una sorta di terapia. Non dev’essere facile mettersi a nudo e scrivere nero su bianco di momenti così difficili ma queste persone sono davvero altruiste e un esempio perché, attraverso le loro storie e quelle dei loro figli, vogliono aiutare gli altri.

    Per una persona malata e per chi vive accanto a loro, qual è la parte più difficile da affrontare della malattia, quella che spaventa di più?
    Per fortuna non ho mai avuto una persona a me cara malata di cancro, quindi non posso rispondere per esperienza personale e penso che la risposta vari da persona a persona nonché magari in base ad altri fattori, come per esempio il rapporto che lega questa persona all’ammalato. Penso che sia la malattia in sé a spaventare e, per esteso, la morte. La nostra società purtroppo c’insegna che le persone malate sono da compatire e tante persone, spesso inconsciamente, cambiano modo di comportarsi con chi è malato. Penso sia fondamentale ricordare che quella persona malata è ancora il tuo partner/il tuo amico/il tuo compagno di scuola, è ancora un essere umano con una personalità, dei sogni, dei progetti ecc… certo, la sua quotidianità è cambiata e probabilmente lui stesso sta cambiando, ma suggerisco di non pensare mai che un malato sia solo un malato. Un malato è una persona che ha duemila sfaccettature e fattori che la compongono; la malattia è solo uno di questi.

    Quanto è importante e quanto incide l’aiuto psicologico? Secondo te è necessario?
    Anche qui penso che la risposta vari da persona a persona. Ho conosciuto mamme che hanno perso i figli e hanno ammesso candidamente di non essersi mai rivolte a uno psicologo perché non ne sentono il bisogno e non l’hanno mai sentito, altre mamme invece sì, così come i ragazzi stessi. Molti di loro soffrono di problemi di ansia, attacchi di panico, depressione… mi sento di consigliare un supporto psicologico a chi pensa di averne bisogno. A volte tendiamo a pensare – anche qui perché la società ci ha “insegnato” in un certo modo – che i problemi della mente non siano importanti quanto quelli del corpo, che un cancro è una malattia del fisico, punto. Invece ha un impatto anche a livello psicologico. Chiedere un aiuto psicologico, o in qualunque altro ambito,non vuol dire fallire, essere deboli, o “pazzi”, ma semplicemente renderci conto che per star bene e per guarire dobbiamo fare il possibile perché ci sia un’armonia corpo-mente-spirito.

    Perché consiglieresti la lettura del libro a chi non ha mai avuto esperienze vicine a quelle raccontate?
    Proprio perché gli autori sono ragazzi e famiglie che hanno vissuto questa realtà e che ve la raccontano così com’è. Non ci sono pillole indorate. Troverete dolore, paura, morte, vita, allegria, coraggio… troverete la vita con la “V” maiuscola, che è il motivo per cui ho deciso di aprire la mia Associazione, perché è stato lì, fra le famiglie colpite dal cancro pediatrico, che ho trovato la vera vita, quella con i valori davvero importanti, con le risate intense, con il “qui e ora”. In un mondo, quello dell’onco-ematologia pediatrica, dove le persone avrebbero tutto il diritto di essere tristi, negative e preoccupate ho (ri)trovato la voglia di vivere.

    Perché lo consiglieresti invece a chi sta vivendo questo percorso, sia direttamente che indirettamente (ovvero il malato stesso e i familiari, ma anche insegnanti, amici ecc)?
    Allora, chiarisco che purtroppo la maggior parte delle storie non sono a lieto fine. Questo non per scelta, ma perché quelle sono le storie che mi hanno inviato. Non lo consiglio, quindi, a chiunque stia affrontando la ma- lattia proprio perché si parla apertamente della morte, del dolore e ci sono tante storie scritte dai genitori perché i bambini o ragazzi sono diventati angeli. Penso che sia più utile, piuttosto che ai malati, alle persone che stanno loro accanto per farsi un’idea di cosa può passare nella mente del malato.

    Vedere da vicino queste esperienze, cosa ti ha "regalato"? Quali insegnamenti hai
    potuto ricevere?
    Come accennavo prima, questi ragazzi mi hanno regalato la vita con la “V” maiuscola ed è il dono più prezioso che potessi ricevere. Purtroppo, nel cosiddetto “mondo normale”, le cose sembrano andare sempre peggio. Ci sono tantissime notizie che parlano di violenza, morte, razzismo, egoismo e nella vita quotidiana vedo che la maggior parte della gente ha una mentalità individualista, si lamenta per un nonnulla, pensa di avere tutto il tempo del mondo, vuole accumulare soldi e altri beni materiali. Si sono dimenticati la gratitudine, il rispetto, l’amore, la famiglia, l’amicizia come veri valori. Questi ragazzi, forse perché sono cresciuti in fretta e forse perché, più o meno consapevolmente, vedono la morte da vicino, mi hanno insegnato a non pensare al domani ma a concentrarmi sull’oggi, ad amare, a dimostrare affetto, a seguire i miei sogni, a essere sempre gentile e rispettosa e che, nonostante i momenti difficili, tornerà il sole e spesso sta a noi reagire in determinati modi piuttosto che in altri, davanti alle difficoltà della vita, per ritrovare quel sole o per dipingerlo con le nostre mani.

    Sei fondatrice e presidente dell’Associazione di Volontariato Adolescenti e cancro, ti va di parlarcene? Quali attività svolge? Quante famiglie aiuta?
    La mia Associazione è nata nel 2014, per mia volontà, per offrire supporto sociale e occasioni di confronto fra coetanei a ragazzi/e da tutta Italia, fra i 13 e i 24 anni, che hanno o hanno avuto il cancro. Organizziamo gite di più giorni in Toscana, giornate di svago, vacanze per la famiglia… ovviamente tutto ciò è stato sospeso dalla pandemia e rimpiazzato con attività online però, inutile mentire, non è la stessa cosa. A forza di conoscere que- sti ragazzi e le loro famiglie sono venuta a sapere molto di più sul cancro infantile e dell’adolescente, e allora ho deciso di lavorare regolarmente anche sulla sensibilizzazione nell’ottica che purtroppo sentiamo parlare raramente della realtà del cancro pediatrico e la maggior parte della gente che ne è fuori, è nelle condizioni in cui ero io non solo prima del 2014 ma anche nel primo anno o due dalla fondazione dell’Associazione, in cui mi focalizzavo solo sulle gite e sul supporto fra coetanei, importantissimi, ma comunque solo una parte di una realtà molto complessa e purtroppo per molti versi invisibile (da qui il titolo della mostra).

    Con la pandemia immagino che molte attività si siano fermate o modificate; la pandemia quanto ha influito sui piccoli pazienti e le loro famiglie?
    Come accennavo prima, abbiamo dovuto sospendere tutte le attività dal vivo; ho ripiegato con dei laboratori online ma onestamente il coinvolgimento e i risultati non sono nemmeno paragonabili a quelli delle attività dal vivo. La pandemia ha reso ancora più isolati questi bambini e ragazzi; immaginate, per esempio, l’assenza di volontari nei reparti. Bambini e ragazzi che non possono più contare sui clown, sui volontari, sulle uscite, sulle attività in reparto… La pandemia ha portato via la spensieratezza che tutte queste attività portavano con sé, lasciando i bambini e ragazzi con gli esami, le chemio, le radioterapie, le operazioni chirurgiche ecc e le Associazioni che si fanno in quattro per stare loro vicino in modi nuovi però sicuramente l’interazione umana, un abbraccio, mancano moltissimo e penso che questo possa anche incidere a livello psicologico sul percorso del bambino o ragazzo.

    Quale sarà la prima cosa che la tua associazione farà dopo la pandemia?
    Non vedo l’ora di ricominciare con le nostre attività dal vivo, le uscite su Roma e in altre città, ma soprattutto le gite di più giorni in Toscana! Mi manca moltissimo il rapporto diretto con i ragazzi. Le gite hanno un concept semplice ma geniale nella sua semplicità; permettono ai ragazzi di conoscere altri giovani vicini d’età che stanno vivendo o hanno vissuto situazioni simili e soprattutto possono sentirsi giovani e vivi a dispetto della malattia. Le gite offrono un mix di attività organizzate e tempo libero e ciò che la maggior parte dei ragazzi partecipanti mi ha detto è che durante le gite non si sentono “diversi”, come gli può capitare per esempio a scuola o sul lavoro. Spero davvero di riuscire a fare una gita a dicembre 2021, torneremo a Firenze per il periodo invernale, come abbiamo sempre fatto (tranne nel 2020, ovviamente) da quando ho aperto e poi da lì ricomincerò con le gite estive e, se riuscirò, anche in termini di fondi, vorrei lanciare quelle primaverili, progetto che avrebbe dovuto prendere il via a marzo 2020.

     

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger

    Sinossi: “Ascoltami ora” è un insieme di storie che conducono il lettore nel mondo dell’oncologia pediatrica, un viaggio all’interno delle storie di bambini, ragazzi e famiglie che hanno vissuto la realtà del cancro pediatrico.

  • ‘Storie vere di un mondo immaginario’, il viaggio nel tempo e nella Liguria di Dario Vergassola

    ‘Storie vere di un mondo immaginario’, il viaggio nel tempo e nella Liguria di Dario Vergassola

    Dario Vergassola, comico, cabarettista e scrittore italiano ha recentemente pubblicato un nuovo libro con Baldini & Castoldi. Infatti dall’11 marzo possiamo trovare nelle librerie e store online il libro “Storie vere di un mondo immaginario“. Cinque racconti delle Cinque Terre, magnificamente illustrato da Mattia Simeoni. Li abbiamo intervistati entrambi per permettervi di avere uno sguardo completo sul tema ecologista delicatamente esplorato da Vergassola. Perché ridere va sempre bene ma senza perdere di vista ciò che di più bello abbiamo al mondo: la nostra terra.

    So che sei un grande lettore.
    Sì, leggo tanto. La lettura nasce se hai la fortuna di trovare i primi libri che ti incuriosiscono. Adesso per fortuna ci siete voi blogger, prima però ti affidavi un po’ al caso, al massimo c’erano dei bravi librai che ti suggerivano. Quando leggo, più che leggere “vedo”. Leggendo infatti devi immaginarti i personaggi, i luoghi, tutto insomma. L’atmosfera la fai tu, il libro ha questa forza, è tuo. Il libro è di chi lo legge, non di chi lo scrive. A seconda di quando leggi il libro, lui ogni volta cambia. Quando trovi anche chi legge le cose che piacciono a te entri in confidenza con quella persona, come se fosse un corteggiamento.

    Leggendo il tuo libro ci si tuffa nelle acque liguri delle Cinque Terre, come è nata l’idea di scrivere questo libro?
    Abbiamo turisti che vengono da ogni parte del mondo, bellezze naturali intatte e uniche. Però non abbiamo dei racconti, delle leggende un po’ come quella del mostro di Loch Ness, anzi penso che le guide turistiche abbiano difficoltà a raccontare qualcosa. Mi è capitato di sentirne alcune che si inventavano delle balle, quindi balla per balla, meglio raccontarne alcune dichiarando di averle inventate.

    Il primo racconto, quello di Manarola, è stato scritto tanti anni fa per un altro progetto, pigro come sono tra me e me ho detto “Una delle cinque terre ce l’ho già, scriviamo anche gli altri quattro racconti. Il sesto invece, che sarebbe l’epilogo, ha un’impronta un po’ ecologista ed è stato scritto perché Luc Jaquet (N.d.R. regista francese nonché vincitore del premio Oscar per il miglior film documentario con La marcia dei pinguini) ha letto il mio libro, lo ha apprezzato molto e ne ha scritto la bellissima prefazione che trovate in quarta di copertina.

    Come ha fatto il tuo libro ad arrivare fino a Luc Jaquet?
    Prima della pandemia lui e dei musicisti di Trento hanno messo in piedi una specie di opera rock ecologica (N.d.R. Storie di Mare e Piccole Terre). Uno di questi musicisti è mio amico e mi aveva chiesto di preparare una narrazione da recitare sul palco. Io, da pigro, gli ho proposto i racconti sulle Cinque Terre che avevo già scritto. A Luc sono piaciuti tanto, così quando è stata ora di pubblicare il libro gli ho chiesto di scrivermi la prefazione. Mi pare che fosse in Siberia ma ha accettato. Il freddo però deve avergli dato alla testa, mi ha accostato a Collodi…

    I cinque racconti sono caratterizzati dall’umorismo ligure…
    Gli uomini sono molto cinici e i racconti sono scritti dal punto di vista degli animali. L’idea era quella di uno scambio tra il pesce che fa simpatia e l’uomo, anche se in alcune di queste storie il finale è tragico. Insomma, quando un totano e un limone innamorati si incontrano, in ogni caso vuol dire che è finita…

    Uno in particolare mi ricorda qualcosa…
    Credo tu stia parlando del mio preferito, Caterina, un’acciuga salata e sapientina. Sempre per pigrizia ho rubato a me stesso da La ballata delle acciughe (Mondadori Electa, 2014).

    Da ligure, non hai paura che questo libro attiri ancora più “foresti”?
    In realtà ne abbiamo bisogno, soprattutto dopo questo periodo. Spero però che il discorso della pandemia abbia portato un po’ di riflessione sulla questione del turismo. Noi abbiamo tanti turisti pro- capite. Le Cinque Terre sono dei posti contemplativi dove bisogna muoversi a piedi, fermarsi dieci giorni con calma, anche fare base per andare a Firenze o alle cave di Carrara perché no, ma non sono visitabili in un giorno solo, non puoi riempirle di crociere e pullman che vanno e vengono.

    Però credo che sarà più Luca della Pixar ad attirare i turisti (N.d.R. in uscita il 18 giugno 2021 sulla piattaforma di streaming Disney+). Il regista Casarosa è ligure ma vive a Los Angeles; quando è venuto qui qualcuno gli ha parlato del libro La ballata delle acciughe dicendogli di mettersi in contatto con me, mi ha chiamato e l’ho portato in barca per vedere Porto Venere piuttosto che l’Isola del Tino. Vedendo i primi promo del film è meraviglioso rivedere i luoghi in cui l’ho portato.

    Leggendo il libro sembra di fare un viaggio nel tempo, i racconti sembrano ambientati in un’epoca passata.
    Lì è ancora così, sono luoghi fermi nel tempo ma funzionano. I turisti americani si inginocchiano e hanno gli occhi che brillano perché tengono fede ad un immaginario che qui ritrovano intatto. Come arrivi alle Cinque Terre trovi veramente quello che cercavi. Non ci sono macchine, sembra un paradiso per i bambini. Possono uscire tranquilli, trovi un sacco di bancarelle, persone che vanno a pescare. Ricordo un personaggio che veniva da Milano, metteva un telone e proiettava in mezzo ai caruggi i film che piacevano a lui, la gente si portava le sedie da casa e si sedeva lì a guardare.

    I tuoi racconti vanno bene per i bambini?
    Sì, funzionano alla grande, possono essere letti come delle favolette, con dietro una morale e un insegnamento. Anzi credo che in qualche scuola li abbiamo già letti. C’è un discorso di ecologia, il rapporto con gli animali. I personaggi danno tanti insegnamenti sulle differenze e su come superare le difficoltà, come Gino il girino bianco in mezzo a quelli neri, o come Amelietta, la sirenetta muta che scopre di avere altre attitudini, magari anche migliori di quelle degli altri. Concentrandosi sempre sui difetti fa in modo che non si vedano le qualità, è giusto impararlo.

    Com’è nata la collaborazione con Mattia Simeoni?
    La casa editrice ha molti illustratori ma io ho voluto proporre Mattia, il compagno di mia figlia, perché è davvero molto molto bravo. Ho portato i suoi disegni, è piaciuto moltissimo anche se non è così conosciuto, merita davvero.

    Allora non mi resta che parlare direttamente con lui per conoscerlo meglio. Mattia, dimmi qualcosa di te.
    Sono ligure, sono nato a La Spezia e dopo alcuni anni fuori per studio e lavoro sono tornato a vivere qui. Sono un illustratore e animatore di cartoni animati professionista. Ho iniziato a studiare disegno a Carrara all’Accademia d’Arte e mi sono specializzato nell’ animazione 2d e Character design a Torino, alla scuola di Cinema della Rai, in un corso triennale.

    Com’è nata l’idea di illustrare questo libro?
    Dario è mio suocero, quindi è stato tutto molto naturale e facile. Aveva già scritto i racconti sulle cinque terre e con l’editore avevano pensato che delle illustrazioni avrebbero arricchito il lavoro. Lui mi ha proposto di farlo, abbiamo presentato alcuni miei lavori precedenti ai responsabili e sono rimasti contenti. Per me è stato un lavoro molto bello, amo anche io le Cinque Terre e grazie a Dario ho avuto modo di conoscerle meglio.

    Mi descrivi il processo di lavoro e la tecnica che hai adottato?
    Il lavoro è durato settimane. All’inizio ho proposto diversi stili e insieme a Dario e all’editore abbiamo deciso l’impronta grafica che ci piaceva dare al libro. Abbiamo scelto un stile deciso, colorato e molto da “cartolina”. Ci piaceva dare un’impronta adulta ma allo stesso tempo infantile, usando uno stile a matita, quasi da fiaba. Il mio approccio è stato quello di leggere i racconti e confrontarmi con Dario per decidere quali momenti voleva che venissero esaltati di più.

    Qual è stata la parte più difficile di questo lavoro? E la più divertente?
    La più difficile è stata quella di far vivere attraverso i disegni i luoghi raccontati. Volevamo che anche chi non fosse mai venuto alle Cinque Terre potesse capire la bellezza incredibile che hanno.
    Il momento più divertente è stato quando ho avuto in mano la copia stampata. Dario ci ha fatto una sorpresa grandissima, ha cambiato i nomi dei personaggi usando quelli della nostra famiglia. I miei figli si sono ritrovati a essere una sirena e un polpo… leggere le storie insieme a loro è stato ancora più bello!

    Quale racconto ti è piaciuto di più da illustrare? Ti sei immedesimato in uno degli animali protagonisti dei racconti?
    Il racconto che mi è piaciuto di più illustrare è quello sulle acciughe. Dario ha un forte legame con questo pesce, anche per il suo libro precedente, e penso che fosse quello su cui avesse più aspettative! Il mio personaggio preferito è Gino il girino.

    Ti è piaciuto lavorare per questo libro? Stai lavorando ad altri progetti?
    Moltissimo! Attualmente sto lavorando per alcuni progetti di illustrazione con Panini Editore, con cui ho già pubblicato un gioco di carte sull’arte e con lo studio di animazione Dog Head per una serie animata che uscirà su Netflix.

    Hai degli illustratori e disegnatori a cui ti ispiri?
    Impossibile elencarli tutti, mi piace molto la scuola francese ma oggi con i social media ogni giorno si scoprono nuovi stili e nuove idee.

    Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi ha appena intrapreso questo percorso artistico o che ha intenzione di farlo?
    Consiglio di frequentare una buona scuola dove possibilmente insegnino dei professionisti, in maniera da prepararli alle problematiche del lavoro come le deadline ristrette, i target ben precisi o il lavorare in gruppo. Negli ultimi anni è cambiato un po’ tutto ed è più facile trovare lavoro anche sul mercato estero ma è aumentata anche la competizione quindi bisogna cercare di evolvere in continuazione e dare sempre qualcosina di più.

     

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger
    ‘Storie vere di un mondo immaginario’, di Dario Vergassola. Edizione Baldini & Castoldi

    Sinossi: Cosa avrebbe da dire un girino che abita uno stagno all’arrogante che cerca in tutti i modi di contaminare l’acqua? E cosa pensano davvero le acciughe sui banconi dei bar liguri di questa tradizione alimentare? Com’è, insomma, la vita in questo mondo alla rovescia in cui gli animali e le sirene parlano, si lamentano dell’uomo, lo sfidano e lo contrastano? In queste cinque storie di delicata ironia, di struggente tenerezza, comiche e malinconiche al tempo stesso, pungenti di satira sociale e disincantate e lucide, a essere protagonisti sono proprio loro, i dimenticati animali e le leggendarie creature del mare: pesci, totani, sirene, acciughe e polpi mettono qui in scena le loro storie d’amore impossibili, le loro tirate ecologiste, la malinconia di essere esclusi, il desiderio di scoprire il mondo lanciandosi in mille spericolate avventure. Il risultato è un ribaltamento provocatorio e ludico delle nostre certezze: le Cinque Terre, che ci apparivano solo come una costa perfetta per i turisti e popolata da pescatori, si trasformano in queste pagine in un mondo favolistico e spietatamente vero, fino ad assumere i tratti di un luogo in cui la leggenda è di casa e in cui è possibile guardare il mondo da un’altra prospettiva. Dario Vergassola, spezzino d’eccezione, libera in questa raccolta di racconti, illustrati da Mattia Simeoni, la sua vena più creativa, unendo all’inventiva e all’ironia, che siamo abituati ad apprezzare in lui, una vocazione narrativa di grande intensità e leggerezza.

    Biografia dell’autore: Dario Vergassola nasce in Liguria, ed è comico e cantautore. Partecipa a numerossimi programmi televisivi (Maurizio Costanzo Show, Carabinieri, Zelig, Dio vede e provvede, Le Iene, Parla con me con Serena Dandini e altri) e piéce teatrali (Manovale, gentiluomo, Mangia e bevi che la vita è un lampo, Riondino accompagna Vergassola a trovare Flaubert e altri) , e nel 1992 vince il “Festival di Sanscemo”. Si avvicina al mondo dello spettacolo da giovane, partecipando a “Professione Comico”, manifestazione diretta da Giorgio Gaber: ottiene sia il premio del pubblico che quello della critica. Del 2014 è il suo primo romanzo La ballata delle acciughe, edito da Mondadori.

  • San Lorenzo, 900 anni fa il papa consacra la cattedrale dei genovesi. Oggi in pochi lo ricordano

    San Lorenzo, 900 anni fa il papa consacra la cattedrale dei genovesi. Oggi in pochi lo ricordano

    10 ottobre 1118/10 ottobre 2018 – Forse non tutti sanno che, esattamente 900 anni fa ieri, la cattedrale di Genova veniva consacrata da papa Gelasio II. Nonostante l’impegno della curia – che, a eccezione di lodi e vespri solenni e d’una breve riflessione del canonico Poggi, rimanderà al 21 la solenne celebrazione -, il silenzio dei mezzi d’informazione (a esclusione d’un intervento meritorio del Museo Diocesano e all’attenzione de Il Cittadino: il settimanale diocesano) è, a dir poco, disarmante. Qualcosa che altrove sarebbe stato celebrato con convegni e simposi, restauri e pubblicazioni, oltre che con adeguati momenti di riflessione, qui da noi passa inosservato. E non è colpa del ponte.

    Non crediate che vi risolva la situazione in un articolo. A ogni modo, sappiate che la questione non fu affatto irenica come sovente ci è presentata. Sappiamo di come, verso la fine dell’XI secolo, fosse avviato un vero e proprio cantiere per ridare un volto a San Lorenzo, perseguito, con forza, dal nuovo ordine imposto alla città a seguito della vittoria del partito riformatore, guidato dal vescovo Airaldo. Ricordiamoci che, a Genova, passata la fase di opposizione interna dovuta alla permanenza sul soglio vescovile, per oltre cinquant’anni, d’una serie di vescovi filo-imperiali, a partire dal 1099 si sarebbe palesata una singolare alleanza tra la Chiesa locale e l’élite militare ed economico-commerciale che avrebbe espresso, a prezzo di ripetute sperimentazioni, l’autogoverno per i decenni a venire. I primi regimi consolari a noi noti si affermano, infatti, nell’ambito dello schieramento riformatore, in concomitanza con l’elezione di Airaldo, nel 1097. L’annalista Caffaro ne lega l’operato al patto della «compagna»: un’associazione di carattere temporaneo e volontario, sorta – non è certo se per la prima volta – in occasione della partecipazione alla crociata: espressione del rinnovamento ecclesiastico operato dal papato.

    Ebbene: il 10 ottobre del 1118, papa Gelasio II consacrò l’altare e l’«oratorium» della nuova chiesa, quando ancora i lavori non erano terminati. Già prima di allora si ha notizia della riunione in essa del «parlamentum»: la grande assemblea degli «habitatores Ianue», che dovette avvenire o in una porzione della chiesa alto-medievale ancora in piedi o in uno spazio già abbastanza acconcio. Airaldo risulta, ormai, morto. E’ il vescovo Ottone a presenziare, assieme ad Aldo, vescovo di Piacenza, a Landolfo, vescovo di Asti e ad Azzone, vescovo di Acqui. Al contempo, il papa rinnovava una speciale indulgenza, ritrovata – leggiamo – nel messale del suo predecessore, che concedeva il perdono dei peccati a coloro che erano stati sepolti nel cimitero della chiesa o che lo sarebbero stati in futuro. Airaldo era ricordato come «pater» della chiesa genovese; di lui si aggiungeva che aveva donato, a rimedio della propria anima e di quella del proprio parentado, la chiesa di san Marco al molo ai canonici della cattedrale.

    San Lorenzo, pozzangheraIl papa veniva da Pisa, dove aveva compiuto il medesimo gesto. Era diretto in Francia. Era stato costretto a lasciare Roma a causa della pressione della fazione guidata dai Frangipane, sostenitrice dell’imperatore Enrico V, che intendeva imporre il proprio controllo sulla nomina delle gerarchie ecclesiastiche nei territori a lui sottoposti. Giunto a Roma il 2 marzo del 1118, Enrico aveva tentato di farsi incoronare in San Pietro. Gelasio – che già qualche tempo prima aveva conosciuto la prigionia – gli aveva opposto un netto rifiuto, cui l’imperatore aveva risposto sostenendo l’elezione di Burdino, arcivescovo di Braga, che aveva assunto il significativo nome di Gregorio VIII, teso a smorzare quella tradizione riformatrice che montava, per l’appunto, a Gregorio VII. Per ben due volte, il papa era stato costretto a lasciare Roma, salvo potervi rientrare per breve tempo sotto protezione normanna, sino a che, il 2 settembre, s’era risolto a prendere il mare per recarsi in Francia. Lungo il traggito si fermò a Pisa; quindi, a Genova, procedendo alla consacrazione delle rispettive sedi. Ciò rispondeva alla necessità di cercare alleati da contrapporre al papa rivale. Le due città si trovarono, dunque, per un momento, dalla stessa parte, benché la lotta per il controllo della Corsica e delle sue diocesi fosse entrata nel vivo. Gelasio giunse a Marsiglia in ottobre. Qui avrebbe probabilmente convocato un concilio se la morte non lo avesse colto. Era il 29 gennaio del 1119. Gli accordi di Worms sarebbero stati siglati solamente nel 1122.

    A Genova, così come a Pisa, il papa era stato accolto in maniera trionfale. Attorno alla cattedrale s’era stretta l’intera cittadinanza. Si trattava della principale fabbrica della città, che, assieme alla canonica e al palazzo vescovile – poi, arcivescovile -, avrebbe ospitato per parecchio tempo le sedi del potere pubblico. Chi aveva e avrebbe finanziato la sua ricostruzione? Iacopo da Varagine, vissuto alla fine del Duecento, ha pochi dubbi: «Credimus autem quod opus tam sumptuosum et nobile ecclesie Sancti Laurentii fecit commune Ianue et non persona aliqua specialis». Non i privati, dunque, ma il «commune Ianue»: la «communitas». Potremmo dire, con qualche cautela, il potere pubblico. Non è un caso se la Chiesa genovese fosse ritenuta, a lungo, il principale soggetto giuridico cui indirizzare i privilegi ottenuti nel Mediterraneo. Ancora nel 1137, il presule – dal 1133, arcivescovo – poteva agire politicamente in assenza dei consoli. Per lungo tempo, la fabbrica della cattedrale avrebbe incamerato, dunque, dazi e decime sul commercio, oltre al 10% delle imposte dei lasciti testamentari, diventando, a tutti gli effetti, un affare dei cittadini. Forse è bene che ce lo ricordiamo.

    Antonio Musarra

  • Università, Scienze Politiche presenta corso interamente in spagnolo e inglese. Genova capofila nazionale

    Università, Scienze Politiche presenta corso interamente in spagnolo e inglese. Genova capofila nazionale

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politiche-2Cooperación y política del desarrollo (cooperazione e politica dello sviluppo), questo il nome del nuovo curriculum che, a partire dal prossimo anno accademico, sarà messo a disposizione dalla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Genova, nell’ambito della laurea magistrale in Sciea nze internazionali e della cooperazione. Un percorso di studi inedito in Italia, con la maggior parte delle materie insegnate in lingua spagnola e, in parte, inglese. Una scelta maturata per venire incontro alle necessità della nutrita comunità ispanica genovese, ma anche per provare a migliorare il rapporto storicamente complicato tra i giovani (e meno giovani) italiani e lo studio delle lingue straniere. Secondo una ricerca Eurostat del 2013, il nostro Paese sarebbe fanalino di coda per conoscenza dell’inglese, con solo il 10% di persone intervistate tra i 25 e i 64 anni pronto a dichiarare una “ottima” conoscenza della lingua, mentre il 26% sostiene di avere una “buona conoscenza” e il 64% appena “sufficiente”. E i numeri non sono più generosi se si parla di seconde lingue. Secondo l’istituto Makno, il 43% dei giovani italiani conoscerebbe una lingua straniera diversa dall’inglese, contro il 48% dei tedeschi e il 64% dei francesi. La scelta dell’85% di chi studia una sola lingua ricade, fatalmente, sull’inglese, così in pochissimi conoscono una lingua come lo spagnolo. Ne abbiamo parlato con la professoressa Daniela Carpani, che insegna Lingua, cultura e istituzioni dei Paesi ispanofoni alla facoltà di Scienze politiche e fornisce un quadro parzialmente diverso rispetto a quello che dicono le statistiche: «E’ vero, siamo ancora un Paese che deve uscire dal suo monolinguismo – ammette – ma in questi ultimi anni tanti studenti si avvicinano alla lingua spagnola. Magari lo fanno perché la ritengono più semplice da imparare, ma poi ai miei corsi constato che in tanti rimangono entusiasti di questa cultura. Oltre alla lingua, infatti, io e i miei colleghi di inglese e francese cerchiamo di dare un quadro politico e culturale dei Paesi in questione, come suggeriscono i nomi dei nostri corsi».

    A cosa attribuisce questo aumento di interesse per la ligua spagnola?
    «Sicuramente progetti come l’Erasmus aiutano e questo non vale solo per lo spagnolo. A Scienze politiche abbiamo un ufficio che lavora bene e a Genova siamo il secondo dipartimento dopo Lingue per numero di studenti che vincono una borsa per un’esperienza di studio all’estero. Negli ultimi anni, inoltre, sono stati inseriti dei requisiti di competenza linguistici minimi per poter partecipare a un Erasmus e questo senz’altro stimola maggiormente gli studenti a imparare una lingua già qui. Poi, certo, un’esperienza all’estero aiuta a migliorare le competenze linguistiche».

    Tornando al corso, da dove è nata la necessità di istituire un’offerta del genere?
    «La suggestione è partita dal rettorato, soprattutto nella figura del delegato alle relazioni internazionali dell’Ateneo, Andrea Trucco, per una particolare sensibilità verso l’America Latina e in particolare l’Equador, dal momento che a Genova abbiamo la più grande comunità equadoriana d’Italia. Da lì, abbiamo elaborato in tempi piuttosto rapidi la nostra proposta, con un gran lavoro di squadra guidato dal professor Mauro Spotorno, coordinatore della laurea magistrale in Scienze internazionali e della cooperazione».

    Quindi è un’iniziativa rivolta soprattutto agli studenti stranieri?
    «Assolutamente no, anche gli studenti genovesi (e ci auguriamo anche provenienti da fuori) sono più che benvenuti. Non è richiesto un livello linguistico minimo d’accesso, mentre in compenso abbiamo organizzato dei corsi per l’apprendimento della lingua italiana, sia a un livello base che a un livello più avanzato, con un linguaggio più specialistico, rivolto al mondo del lavoro e della ricerca. Un’iniziativa, questa, che può essere utile anche agli studenti italiani, che spesso si ritrovano nel mondo del lavoro senza le competenze linguistiche specifiche necessarie».

    Che tipo di materie sono presenti e quali prospettive lavorative apre questo nuovo curriculum?
    «Il curriculum è abbastanza simile a quello già esistente negli anni passati in Scienze internazionali e della cooperazione, con qualche materia nuova e più specifica come Politica comparata e Democratizzazione in America Latina o Geografia economica e politica, insegnate in spagnolo. Le materie di carattere economico sono insegnate invece per lo più in inglese. Abbastanza immutati anche gli sbocchi lavorativi (la cooperazione internazionale) già offerti con i curricula in italiano, con in più, chiaramente, una maggior competenza linguistica. Un corso così organizzato, inoltre, si presta bene ai contributi esterni».

    Come sono i rapporti tra l’Italia e il mondo ispanico?
    «Sono un po’ da costruire e da parte nostra devono senz’altro essere superati alcuni pregiudizi. Gli studenti ispanoparlanti per noi sono assolutamente una ricchezza, ne abbiamo tanti nelle triennali e un buon numero nelle magistrali, e mediamente ottengono risultati lusinghieri. Nella preparazione di questo corso, sono andata in Equador per rafforzare gli accordi già esistenti con alcune Università del posto. Quella che ho incontrato è una società molto giovane e con grande entusiasmo. I docenti universitari hanno un’età media molto bassa, a differenza dei nostri. L’ex presidente Correa e l’attuale presidente Moreno hanno puntato moltissimo sull’istruzione superiore e sono già in piedi diversi progetti di collaborazione nel campo dell’imprenditoria».

     

    Luca Lottero

  • L’eredità collettiva e il dialogo con la “Città di Sotto”. Il ricordo di Don Andrea Gallo a quattro anni dalla scomparsa

    L’eredità collettiva e il dialogo con la “Città di Sotto”. Il ricordo di Don Andrea Gallo a quattro anni dalla scomparsa

    don-gallo-sulla-cattiva-stradaIl 22 maggio 2013 si spegneva uno dei più discussi personaggi della nostra città, il prete di strada Don Andrea Gallo. A quattro anni da quella data il mondo è molto cambiato, e Genova di conseguenza. Abbiamo chiesto a Domenico “Megu” Chionetti, storico portavoce del don, e oggi figura di riferimento della Comunità di San Benedetto al Porto

    Come è cambiata in questi anni la città senza il Gallo?
    «Credo che la città, le città, oggi sono un po’ lo specchio del paese alle prese con una dimensione più globale: la città cambia nel suo essere attraversata da molti flussi che la rendono sempre più meticcia. Sicuramente Genova è una città che deve saper dare nuove nazionalità e nuove cittadinanze: questo elemento, quello demografico, è sicuramente l’elemento più grande. Oggi mancano molti punti di riferimento come Don gallo ha saputo essere. Sempre più vedo una sorta di frammentazione e di disgregazione sociale: quando si ha la pancia vuota, si rischia di essere meno ragionevoli e solidali, e il rischio è quello di intraprendere “guerre tra poveri”, quando invece l’integrazione è la migliore risposta alla paura, ai terrorismi. Il Don ha fatto sempre appelli a essere uomini di pace, sempre.

    La risposta delle istituzioni, però, sembra andare in un’altra direzione, basti pensare ai nuovi potere di controllo previsti dal decreto Minniti…
    «Il problema è ancora quello di superare la Bossi-Fini, non dimentichiamolo: questa legge, che produce a tavolino illegalità, è una legge che non ha risolto il problema, anzi. Il decreto Minniti mi ricorda la Fini-Giovanardi sulla droga: tentativi di creare consenso, attraverso una percezione di sicurezza, che poi non sussiste. Ma non è solo colpa dell’Italia: il nostro paese rappresenta le frontiere meridionali dell’Europa e l’accoglienza deve essere un problema europeo. Le accuse alle Ong di questi giorni sono discussioni distorte che creano imbestialimento civile. Una persona come Don Gallo certo oggi manca, perché riusciva a scuotere le coscenze e a muovere riflessioni, su temi concreti e pratici».

    Tornando a Genova, Don Gallo è stato per anni il garante di un accordo tra Comune e Centri sociali, e da quando è mancato ci sono stati diversi sgomberi. Al di là del suo ruolo, come si può riaprire questo dialogo con la “città di sotto”, particolarmente minacciata in questi giorni di campagna elettorale?
    «Spetterà all’intelligenza della Politica di capire la forza delle generazioni che si avvicendano e che vengono dal basso; se lo capiranno e lo metteranno a valore, sapendo riportare un dialogo, allora bene, altrimenti, con il mancato riconoscimento del lavoro che viene fatto dagli spazi sociali e dei movimenti nei luoghi e negli spazi della nostra città, e non solo, ne subiranno i conflitti e il dissenso».

    Nel 2014 è stata dedicata una piazza Don Gallo, può bastare?
    «Lui diceva sempre “non mi interessano i monumenti”.Credo che l’eredità di Don Gallo non sia solo nostra, la piazza ha avuto un valore simbolico, perché era una piazza senza nome al centro di un quartiere difficile; un po’ come il Don che ha dato nome a persone senza voce. Un gesto sicuramente simbolico, ma non è solo una questione di luoghi: l’eredità deve essere collettiva, non può essere solo della Comunità di San Benedetto, ma di tutta la società. Oggi ci sono molti testimoni, ognuno nel suo campo, da Gino Strada a Maurizio Landini, da Moni Ovadia a Vladimir Luxuria, da Don Vito Alvarez, che porta la testimonianza dell’accoglienza a Ventimiglia, ma anche a Carlin Petrini, che è stato capace di creare una rete di culture e saperi che si intrecciano».

    Come sta la Comunità di San Benedetto a quattro anni senza il Don?
    «La Comunità è in piedi, cammina, non senza fatica, senza dubbio, ma è viva. Ovvio che lo sforzo è grande, ma dobbiamo ringraziare tutte le persone che ci sostengono, dai media alle istituzioni, e le persone comuni. San Benedetto in questi anni ha saputo aprire l’accoglienza a 360 gradi, non solo per le dipendenze, e ha bisogno del 5 per mille per sopravvivere, ma della precarietà ne facciamo un valore. Cerchiamo di andare avanti, giorno per giorno».

     

    Nicola Giordanella

     

     

  • Perdersi a Venezia, in un labirinto galleggiante di umanità e storia. Gli scatti rubati e i vicoli ciechi delle persone

    Perdersi a Venezia, in un labirinto galleggiante di umanità e storia. Gli scatti rubati e i vicoli ciechi delle persone

    gondoliereLa chioma bionda accarezzata dal vento caldo primaverile, leggera come un panno di seta stesa al sole, sembrava mossa da una mano invisibile. Il suo vestito lilla danzava al ritmo insistente della brezza pomeridiana, solo poche nuvole disturbavano il sole, bianche e morbide come zucchero filato. Era a piedi scalzi sulle scale di un vecchio portone consumato dal sale, aggiustandosi i capelli in attesa che il ragazzo seduto davanti a lei scattasse una fotografia, aveva gli occhi intriganti di un attrice navigata ma i lineamenti di una bambina che gioca davanti allo specchio. Ho rubato quel momento etereo scattando una fotografia, poi è bastato voltarmi per non vederli più, forse spariti in un vicolo a o creati dalla mia immaginazione, erano andati via lasciando solo un piacevole ricordo.

    Il ponte di Rialto si specchiava sulle pozze d’acqua, residuo di un temporale notturno, il sole asciugava lentamente i marciapiedi e i moli, dove si posavano affamati gabbiani. Un gruppo di gondolieri discuteva animatamente davanti a un caffè, si parlava di chi aveva trasportato la ragazza più bella e di chi aveva guadagnato di più, un altro giorno era alle porte e i primi clienti cominciavano ad avvicinarsi.

    Camminavo senza una meta, attraversando ponti, piccole strade e strettissimi muri, spesso finivo in vicoli ciechi oppure dovevo ritornare sui miei passi trovandomi davanti alle acque di un canale, in quel labirinto galleggiante che è Venezia. Improvvisamente mi sono trovato circondato da antichi alti palazzi, il sole alle loro spalle formava un cono d’ombra che si stringeva con l’innalzarsi del sole, era il ghetto ebraico, uno dei luoghi storici e più travagliati della città. Un uomo, forse un ragazzo, la lunga barba folta ingannava l’età, sedeva su una panchina leggendo un libro, molto probabilmente religioso. Mi sono avvicinato per scattare un ritratto, ci siamo presentati e abbiamo scambiato qualche parola, era originario della Pensylvania, aveva viaggiato a lungo per ritrovare se stesso, aveva lo stretto necessario con lui, qualche libro e uno zaino, il resto era dentro di sé. Indossava una camicia bianca, una giacca scura e un cappello per ripararsi dal sole e sandali consumati, i piedi sporchi di chi aveva camminato a lungo e uno sguardo che infondeva pace e serenità, senza oggetti costosi o superficiali. Dopo avermi salutato con il cenno di una mano, quasi una benedizione, si è immerso nel suo libro e nel suo mondo, in quei momenti anche una città come Venezia può aspettare.

     

    Il vento, spazzate via le ultime nuvole, gonfiava i tendoni del mercato appena chiuso come vele di una nave, piccioni e gabbiani, intenti a rubare avanzi prima dell’arrivo dello spazzino con l’idrante, arrivavano a frotte, atterrando sul molo come su una pista di aeroporto. Piccole barche attraccate sui portoni delle case ondeggiavano sinuose, sui muri i segni delle maree sfumavano in colori sempre diversi, le imposte consumate dall’umidita si aprivano come gli occhi dopo un risveglio e un bambino uscito dalla finestra per curiosare salutava i passanti. Seguivo i cartelli sbiaditi dal tempo con le frecce che indicavano il percorso per piazza san marco, la città era affollata da centinaia di turisti da ogni parte del mondo, quella sera ci sarebbe stata la festa del Redentore e lungo i canali fervevano i preparativi.

    Camminando mi sono sentito chiamare da un tunnel, una donna con un fazzoletto lilla in capo mi sorrideva esortandomi a uscire dalla folla e avvicinarmi. Con sospetto sono entrato in quel tunnel umido e buio, ricoperto di vecchi poster e manifesti ingialliti, la donna mi guardava con occhi buoni, sosteneva di aver sentito il mio animo caritatevole in mezzo alla folla.            Sapevo essere un modo elegante per scucire qualche spicciolo, ma i suoi occhi trasmettevano bontà mista a paura, parlava poco l’italiano, tuttavia mi ha raccontato la sua vita con gli occhi pieni di commozione. Scappata dalla Siria dopo la morte del marito, con il figlio in braccio aveva superato le frontiere clandestinamente e dalla Turchia, in circostanze poco chiare, era arrivata in Italia. Nel suo paese aveva una dignità, cuciva e riparava abiti, lavorava e possedeva una casa, ora distrutta come il suo morale. Con una morsa al cuore le ho lasciato dei soldi, una bottiglia d’acqua e una mela, lei mi ha preso la mano ed è scoppiata a piangere, segno inequivocabile della realtà che stava vivendo.

    Il pomeriggio volgeva al termine, i bar preparavano spritz e cicchetti, la musica scorreva lungo le vie del centro e le maschere tipiche si mescolavano tra la folla che si muoveva come un onda inarrestabile. Piazza San Marco era gremita, al calare del sole centinaia barche, yacht e piccoli gozzi colorati per l’occasione erano ormeggiati di fronte alla Giudecca in attesa dello spettacolo pirotecnico mezz’ora prima della mezzanotte. C’era chi si piazzava nel punto migliore già la mattina presto, chi cucinava e chi prendeva il sole in attesa dei festeggiamenti. Il bacino di San Marco era perfettamente addobbato, le luci tracciavano un gioco di colori che seguiva le linee dei tetti, di campanili e guglie della città. La festa del Redentore risale alla fine del 1500 quando in seguito a una terribile pestilenza la popolazione scese in piazza per festeggiare la fine della malattia e ringraziare il Signore. Un tappeto di barche illuminato dai primi fuochi artificiali dondolava sul mare, tappi e gocce di spumante volavano in aria, la festa era cominciata. Piazza San Marco era gremita, abbracci e baci si distribuivano gratuitamente come il cibo, cicchetti e focacce venivano offerte dai bar e i ristoranti, la peste sembrava essere finita il giorno prima.

    In un angolo della piazza, seduta sullo scalino di una colonna, la donna siriana con cui avevo parlato nel pomeriggio, guardava i fuochi con gli occhi gonfi, non di certo per la fine della peste a Venezia, la storia per lei era molto più recente e nel presente non aveva nulla da festeggiare.

    Diego Arbore

     

  • Storia, Genova potrebbe ospitare il più grande museo italiano sull’arte ottomana. La collezione forse destinata al Sant’Agostino

    Storia, Genova potrebbe ospitare il più grande museo italiano sull’arte ottomana. La collezione forse destinata al Sant’Agostino

    sant-agostinoLa notizia è recente. Ed è di quelle in grado di suscitare clamore. Tanto che se n’è parlato, l’11 maggio, al Workshop “Circulation of people, objects and knowledge across South Eastern Europe and the Mediterranean (16th-19th centuries)”, tenutosi presso l’European University Institut, a Firenze, alla presenza d’illustri islamisti e ottomanisti (oltre che a quella, ben più modesta, del sottoscritto). Genova potrebbe ospitare il più grande museo d’arte islamica e ottomana d’Italia.

    È proprio così! Tutti ricordiamo il doppio appuntamento di qualche anno fa promosso dalla Fondazione Bruschettini per l’Arte Islamica e Asiatica (“Arte Ottomana, 1450-1600. Natura e Astrazione: uno sguardo sulla Sublime Porta”) e dal comune di Genova (“Turcherie. Suggestioni dell’Arte Ottomana a Genova”). Ho ancora impressa nella mente la visione del corano appartenuto a Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli (il catalogo della cui biblioteca, peraltro, è stato recentemente rinvenuto in Ungheria: pare contenesse oltre 6000 volumi!). Ebbene: secondo certi “rumors”, l’improbabile stia per diventare possibile. A quanto pare, la Fondazione sta per donare l’intera collezione al comune di Genova affinché sia collocata in maniera permanente in un museo pubblico; verosimilmente Sant’Agostino, che diventerebbe, pertanto, il maggiore polo italiano dedicato all’argomento. Permettendo, dunque, percorsi inusitati di ricerca all’insegna del connubio tra Oriente e Occidente, tra rapporti commerciali e interazioni storiche e artistiche, tra arte islamica e arte cristiana.

    La notizia, dunque, è di quelle capaci di rivoluzionare l’apporto culturale a una città, tanto più che la collezione Bruschettini è davvero strabiliante (garantisco: i colleghi islamisti e ottomanisti ne sono perfettamente a conoscenza). Tanto più che un’iniziativa del genere andrebbe nella direzione di quanto, da tempo, vado proponendo: la creazione d’un Museo della Storia della Città, i cui rapporti con l’Oriente (senza per questo trascurare l’Occidente: Colombo insegna) risalgono a tempi antichissimi. Intendiamoci: un’iniziativa di questo genere gioverebbe, senza dubbio, al turismo culturale, che sta vivendo oggi la sua stagione più felice grazie alla valorizzazione del patrimonio UNESCO; ma immaginiamo le possibilità derivanti dall’attirare a Genova i migliori esperti di tutto il mondo sull’argomento, e, dunque, dall’organizzazione di convegni e dibattiti su un tema che, dopotutto, ci riguarda da vicino e che Genova ha sempre affrontato egregiamente anche in termini d’integrazione: il rapporto tra mondi diversi eppure profondamente interconnessi. D’altra parte, gli abitanti di questa città non sono forse “Arabi convertiti al Cristianesimo, discendenti di Jabala b. al-Ayham al-Ghassānī, che divenne cristiano in Siria”? O, almeno, è così che la pensava il geografo arabo Abū ‘Abdallāh Muḥammad b. Abī Bakr al-Zuhrī, vissuto in pieno XII secolo, secondo il quale

     

    [quote]questa gente non assomiglia ai Rūm [i Romani: i bizantini e, per estensione, i Latini] in fisionomia. Mentre i Rūm sono in genere biondi, questi sono bruni, con occhi neri e nasi aquilini. È per questo che si dice che siano di origine araba. Sono mercanti [che viaggiano] per mare dalla Siria alla Spagna e sono potenti sul mare[/quote]

     

    Insomma, i rapporti tra Genova il mondo arabo-islamico e ottomano hanno informato di sé gran parte della nostra storia. Ecco, dunque, la proposta. Perché non inserire un percorso di questo genere – giustamente da valorizzare in maniera autonoma – all’interno d’un complesso più vasto dedicato alla Storia della Città? Quel che mi piacerebbe che si realizzasse, in sostanza, è un grande cantiere della storia genovese che non è altro, poi, che storia mediterranea nuda e cruda: un Museo capace di rivolgersi a un pubblico vasto e variegato, in maniera scientificamente accurata ma anche squisitamente divertente (‘ché le due cose non vanno affatto in direzioni ostinate e contrarie); un Museo che sappia parlare ai Genovesi (“vel qui pro Ianuensibus distringuntur seu appellantur”, come nel mio caso) delle innumerevoli interazioni di cui Genova fu protagonista nel corso della propria storia, valorizzando i contatti profondi con le opposte sponde del Mediterraneo; un Museo che abbia come obiettivo quello di condurre una città che s’affaccia timidamente sul palcoscenico globale verso il posto che merita.

    Insomma, caro sindaco entrante, “cogli la rosa quando è il momento…”

    Antonio Musarra

  • Chiostro di Sant’Andrea, gestione dello spazio pubblico ancora in alto mare. Tra turisti increduli e imbarazzo istituzionale

    Chiostro di Sant’Andrea, gestione dello spazio pubblico ancora in alto mare. Tra turisti increduli e imbarazzo istituzionale

    chiostro-sant-andreaUn mese e mezzo fa, su queste pagine, avevamo denunciato l’assurdo caso della chiusura di uno degli angoli più caratteristici del nostro centro, storico, verde e, soprattutto, pubblico: il chiostro di Sant’Andrea, unico spazio dell’area capace di garantire un po’ di frescura per gli abitanti, i lavoratori e i turisti. La vertenza sul sito è ancora in alto mare, più confusa che mai. L’amministrazione pubblica non è stata in grado di darci una risposta definitiva.  

    Oggi lo spazio è praticamente chiuso, tranne qualche inspiegata apertura, segnalataci da qualche rassegnato lettore. L’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla, sulla questione ha espresso preoccupazione, riferendoci che al lavoro c’è la Direzione Musei e Biblioteche del Comune. Dopo la nostra denuncia a seguito della chiusura durante i Rolli Days, è stata portata avanti una fase sperimentale di una quindicina di giorni, che ha permesso l’apertura dello spazio durante i tanti ponti legati alle festività del 25 aprile e del 1 maggio, forse per evitare una nuova “figuraccia”. Nei fatti, però, dal 2 maggio il chiostro è figlio di nessuno.

    Abbiamo provato a contattare direttamente i dirigenti d’area, dai quali non abbiamo ottenuto alcuna risposta, nonostante diversi tentativi. Ci siamo rivolti quindi agli uffici del Municipio Centro Est («Chiostro di Sant’Andrea? Dove rimane?», ndr) e al Museo di Sant’Agostino che ha competenza sul bene, insieme a Casa di Colombo e Porta Soprana. Nessuna risposta.

    L’unico a risponderci è stato Emiliano Bottacco, responsabile di Coop Culture, la cooperativa che ha in concessione la gestione di Casa di Colombo e Porta Soprana: «Dopo il periodo di sperimentazione – ci ha confermato – non abbiamo avuto più nessuna indicazione da parte dell’amministrazione. Oggi siamo in proroga tecnica sui servizi attivati, ma non sappiamo nulla per l’area adiacente alla Casa di Colombo, su cui abbiamo “diritto di passaggio” per accedere alla struttura».

    Nei fatti, quindi, l’area è chiusa, e nessuno sa per quanto. Uno spazio pubblico, fruito quotidianamente da genovesi e turisti, oggi non appartiene più a nessuno. Dove sta il degrado? Oltre il danno, la beffa: con l’arrivo della cancellata, è diventato inaccessibile anche il muretto, sui cui oggi è impossibile sedersi, per godere dell’ombra degli ulivi e rilassarsi al cospetto di uno degli scorci urbani più pregiati che Genova può offrire. Offrire a chi? Ai turisti? Ma chi li vuole…

     

    Nicola Giordanella

  • La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

    La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

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    Umumalayika © Martina Bacigalupo

    Un percorso di ricerca continuo ma circolare, una storia fatta di passione e riflessione, militanza e sconforto, un alternarsi di azione e riflessione; fermarsi per poi ripartire. Questa è la produzione di Martina Bacigalupo, fotografa genovese oggi primo ospite degli incontri di Palazzo Ducale organizzati dalla “Settimanale di Fotografia”, quest’anno giunta alla terza edizione.

    Un viaggio che inizia da lontano: «Ho studiato letteratura e filosofia, per poi trasferirmi a Londra, dove ho iniziato a lavorare nell’ambito della fotografia creativa, con progetti molti intimisti, crescendo sotto la guida di Giorgia Fiorio, in un contesto un po’ fuori dal tempo, che consentiva spazi di riflessione molto ampi». Una quiete artistica che però presto subisce un’accelerazione improvvisa, quando Martina, nel 2007, raggiunge il Burundi, per documentare la realtà di quel paese prendendo parta alla missione di Mantenimento di Pace delle Nazioni Unite: «Un campo di lavoro con richieste e tempistiche molto diverse da quello a cui era abituata». Un salto scelto in base ad una necessità intima di fare di partecipare ad una battaglia fatta di testimonianza e documentazione «Laggiù mi sono riscoperta, lavorando per portare avanti la difesa dei Diritti dell’Uomo, della Donna, tra Burundi, Uganda e Congo, e l’ho fatto per dieci anni».

    Anni di grande militanza «anni in cui credevo fortemente che la fotografia avesse comunque un ruolo importante in questa lotta di civiltà». Una certezza che, negli anni, è erosa dalle domande. E già dall’inizio, durante l’esposizione di Umumalayika, reportage fatto nel 2009 sulla storia di una giovane donna burundese privata delle braccia dalla follia armata del marito, il velo si squarcia. «Mi sono resa conto che le foto che facevo – naïvement – con l’intento di denunciare crimini e, quindi, per aiutare in qualche modo delle persone, nei fatti, invece, rafforzavano l’idea dell’Africa costruita da noi negli ultimi 300 anni, per cui l’Africa è un continente di miseria e conflitto – senza spiegare cos’ha portato quella miseria e conflitto e chi io controlla ». Una situazione di grande disagio, che ha imposto a Martina la necessità di fermarsi, per riflettere sul senso e le finalità del proprio operato: «Oggi devo sciogliere quel nodo, e per farlo sono alla ricerca di un nuovo linguaggio, di una nuova narrazione, come molti di noi».

    I limiti che non ci sono più

    Una riflessione che non si ferma alla fotografia, ma che si allarga a tutto il mondo della comunicazione, anche giornalistica: «Il problema oggi è la stampa, che si è dimenticata di dover essere libera e indipendente, strumentalizzando la propria missione per arrivare all’unico obbiettivo della diffusione, della pubblicazione, del riconoscimento». Tanti sono gli esempi famosi e recenti: tra i più eclatanti c’è quello di Souvid Datta, il fotografo divenuto famoso per il suo reportage sui bordelli indiani (e per aver ammesso pochi giorni fa di aver manipolato ad arte alcune foto, inserendo immagini rubate ad altri) la cui determinazione nel fare clamore non lo ha fermato di fronte al crimine di uno stupro perpetuato da un uomo nei confronti di una bambina: «oggi non ci sono limiti per vendersi, per essere considerati, per vincere premi, lo scatto di Datta vale più del soggetto, vittima di un crimine atroce».

    Ma quali sono, quindi, i nuovi parametri del fotogiornalismo? Cosa è cambiato e cosa ancora può fare la differenza? «L’accesso alla tecnologia ha reso sempre più sfumata la differenza qualitativa dello scatto tra un amatore e un professionista, è un mondo che corre, e noi gli stiamo andando dietro, ma per fortuna c’è ancora qualcosa di più…». La differenza sta tra la potenzialità della documentazione in senso stretto, oggi allargata a dismisura grazie alle tecnologia mobile, e la capacità di intervenire con una narrazione, con una elaborazione: l’esempio che riporta Martina è una foto di James Nachtwey scattata durante l’11 settembre, nella quale una delle Twin Towers crolla immortalata dietro alla croce di una chiesetta di Manhattan: «Nachtwey ha intrecciato dei significati che vanno al di là della documentazione di quello che sta accadendo. Dietro a questo scatto ci sta un uomo che vede quello che accade, che sa che cosa sta accadendo, che conosce il senso di quello che accade e lo racconta. In questi termini il mezzo, lo strumento (che sia macchina, telefono o latro) è irrilevante».

    Ricerca

    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo
    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo

    Il lavoro di ricerca sulla narrazione e sulle sue modalità può avere esiti inaspettati: «La storia del mio ultimo progetto è fatta di raccolta, recupero e selezione di scatti fatti da altri». Parliamo di Gulu Real Art Studio, pubblicato nel 2013, «un progetto nato per caso quando ho scoperto un “archivio” di scarti fotografici di uno studio del nord dell’Uganda, su cui ho lavorato per tre anni». Una “storia” raccontata attraverso ciò che rimaneva delle centinaia di foto scattate per avere il ritaglio del volto nella dimensione della classica fototessera. «Ho recuperato tutto quello che “non c’è nella foto”, tutto quello che è stato tagliato dal motivo pratico di quegli scatti, trovando una narrazione nuova e inaspettata di quello che c’è al di là della posa e dell’intenzione del fotografo».

    Un passaggio che però non può eludere ancora il dubbio “dietro allo scatto”: «Vengo da tanto lavoro sul campo, e vorrei fare una pausa per capire che fotografia voglio fare e quale posso fare. Sto cercando un nuovo linguaggio, che sia giusto e sia giusto anche per me». Una ricerca, una lotta interiore che non fa prigionieri: «Essendo onesta con me stessa, e conoscendo il rapporto di potere che esiste tra il fotografo e il fotografato, non so se ce un modo di uscirne, mi rendo conto di fare parte di una dinamica per cui io che scatto sono quello che controlla; un controllo che, soprattutto nei paesi dove ho lavorato, deriva da un rapporto di forza squilibrato tra Europa e Africa che dura da secoli, una rapporto che la fotografia ha corroborato, almeno fino ad oggi».

     

    Non ci sono sconti, per nessuno, tanto meno per se stessi: «Non posso tornare a fare fotografia finché non avrò risolto questo nodo, mi sono fermata per capire cosa ci sarà dopo, per me e per la Fotografia».

    La solitudine del fotografo

    Ma se chi da tanti anni fa questo lavoro, e con risultati riconosciuti a livello internazionale, come Martina Bacigalupo, ha queste incertezze, intime quanto esplosive, come può l’aspirante fotografo approcciare a questa professione? «Se dovessi dare un suggerimento a chi volesse intraprendere questo “viaggio”, direi di chiedersi per prima cosa perché vuole farlo; e se la ragione è profonda e “tiene”, allora aggiungerei di stare attento, di cercare con ogni mezzo di mantenere la lucidità, imponendosi il senso dell’umano». Una missione difficile quanto preziosa, che restituisce l’importanza di questa potentissima arte: «Il fotografo è solo davanti a queste scelte; l’umanità bisogna tenersela stretta, perché è l’unica cosa che conta».

    Nicola Giordanella

     

  • Anche Genova al G7 di Taormina con l’Ecce Homo di Caravaggio ambasciatore dei Musei di Strada Nuova

    Anche Genova al G7 di Taormina con l’Ecce Homo di Caravaggio ambasciatore dei Musei di Strada Nuova

    Caravaggio, Ecce HomoLa città di Genova ha aderito alla richiesta di prestito del suo Caravaggio, il prestigioso Ecce Homo custodito a Palazzo Bianco, per l’esposizione alla mostra «Unescosites Italian Heritage and Arts» appena inaugurata a Taormina.

    Il trasferimento in Sicilia permetterà di mostrare il quadro ai grandi della terra in occasione del G7, il 26 e 27 maggio, promuovendo così in un’importante vetrina internazionale la ricchezza culturale della nostra città.

    L’opera è partita sotto scorta, accompagnata dal direttore dei Musei di Strada Nuova, e sarà esposta a Palazzo Corvaja a Taormina fino a fine luglio, insieme alle opere di Antonello da Messina provenienti da Cefalù e Palermo.

    Il quadro rientrerà a fine luglio a Palazzo Bianco, dove sarà oggetto di speciali iniziative di valorizzazione e promozione: nei mesi di agosto e settembre i volontari del servizio civile proporranno delle speciali visite guidate per far conoscere la storia di quest’opera così importante per la storia dell’arte italiana e mondiale.

     

  • L’ Accademia Ligustica delle Belle Arti diventa statale: 670 mila euro all’anno dal Ministero. Genova verso il Politecnico delle Arti

    L’ Accademia Ligustica delle Belle Arti diventa statale: 670 mila euro all’anno dal Ministero. Genova verso il Politecnico delle Arti

    Accademia Belle ArtiLunedì 24 aprile alle 10.30 presso il Palazzo dell’Accademia in Largo Pertini, la ministra dell’istruzione, università e ricerca Valeria Fedeli, il sindaco di Genova Marco Doria, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e il presidente di Accademia Ligustica Giuseppe Pericu firmeranno l’accordo di programma che avvia un percorso triennale verso la statizzazione dell’Accademia Ligustica e pone le premesse per la costituzione del Politecnico delle Arti di Genova.

    L’importante riconoscimento arriva dopo un lungo percorso di valorizzazione dell’Accademia, che in questi anni ha saputo aumentare ed approfondire l’offerta formativa. Un percorso che ha visto la collaborazione degli enti locali, che ogni anno finanziano e supportano l’istituto, garantendogli anche la possibilità di utilizzare spazi del patrimonio collettivo: come è noto oltre agli spazi al Palazzo dell’Accademia, dell’immobile in Via Bertani e degli spazi presso il Museo di Sant’Agostino è stato messo a disposizione Palazzo Senarega, recentemente restaurato e funzionale alla realizzazione del Politecnico delle Arti.

    I soldi del Ministero

    Il riconoscimento, ovviamente, oltre ad accrescere e riconoscere il prestigio dell’Accademia, porta molti vantaggi, soprattutto in termini economici: l’accordo di programma, che si concretizzerà nel triennio accademico 2017-2019, prevede l’impegno del Ministero a corrispondere a favore dell’Accademia un importo annuale di 670mila euro, oltre al contributo ordinario annuale di 370mila euro, che permette di salvaguardare e sviluppare le attività didattiche e di alta formazione artistica, in particolare proseguendo nel recente percorso di integrazione con l’alta formazione in ambito musicale svolta dal Conservatorio Statale Niccolò Paganini. A questi soldi vanno aggiunti i 150mila euro di Comune di Genova e i 100mila euro di Regione Liguria

    L’Accademia Ligustica svolge già da tempo a tutti gli effetti un ruolo di Accademia statale, è stata sostenuta in questi anni dal Comune di Genova (sia economicamente che mettendo a disposizione spazi), dalla Regione e dalla Provincia, ma i trasferimenti si sono rivelati via via non sufficienti per coprire i costi dell’attività didattica. La mancanza di contributi statali aveva negli anni scorsi dato avvio ad una situazione economica di crisi che il ruolo attivo del Comune ha contribuito in parte a risolvere nell’ottica di salvaguardare le attività didattiche di alta formazione artistica e musicale

    Le prospettive

    Questo passaggio continua il percorso verso la nascita di un innovativo Politecnico delle Arti, che dovrebbe unire le eccellenze dell’Accademia Ligustica e del Conservatorio, creando in assoluto uno dei primissimi poli di alta formazione artistica del paese. Il “contenitore”, ovviamente, sembra molto luccicante: i contenuti, e la loro qualità, sono ovviamente tutto un altro capitolo, ma la strada è aperta. Il nodo forse più difficile sarà quello di integrare questa “eccellenza” con un territorio da anni in cerca di sé stesso, sospeso tra tagli, chiusure e un passato industriale che non vuole finire mai.

  • Genova, città d’arte ad intermittenza. Il bisogno di ripartire dai “fondamentali” e “l’invenzione dei Rolli”

    Genova, città d’arte ad intermittenza. Il bisogno di ripartire dai “fondamentali” e “l’invenzione dei Rolli”

    rolli-turco-zaccaria-de-castroÈ sotto gli occhi di tutti. Quest’anno, sarà una Pasqua grassa per le nostre strutture ricettive. I “Rolli days” – ci dicono dall’alto – hanno funzionato, trainando le prenotazioni e regalando, in un anno e mezzo, e soltanto 8 giorni di apertura, qualcosa come 360.000 ingressi. Anche la Storia in Piazza è stata un successo, e Modigliani ha fatto il resto. In questi giorni, oltre 70.000 persone invaderanno la città. Quid plura? Cosa volete di più? I Genovesi escono di casa.

    I turisti (i foresti) rimangono ammaliati. Eppure… eppure qualcosa manca (e non parlo soltanto di parcheggi e mezzi pubblici). Il punto – e perdonatemi se sono polemico – è che siamo ben lungi dal fare di tutto ciò qualcosa di consolidato. Passati questi giorni, cosa resterà? (oltre a Modigliani, intendo). Genova è una città d’arte a intermittenza. Questo penso sia sotto gli occhi di tutti. E il motivo è presto detto. Coloro che hanno la responsabilità degli eventi culturali continuano a ragionare per episodi, come in una serie televisiva. Prima questo; poi facciamo quello; poi chiamiamo quell’altro. A noi, invece, serve il film. Serve, cioè, una continua narrazione, che può nascere esclusivamente dall’approfondimento della storia cittadina – che è anche, in gran parte, storia mediterranea –, dall’apertura d’una grande Museo dedicato alla storia della città (tra Sant’Agostino e l’anfiteatro romano: questa la mia proposta), dalla compartecipazione delle giovani professionalità (e non ho problemi a mettermici in mezzo), semplicemente più aggiornate perché fresche di studi (così la si smetterà di ritenere che Guglielmo Embriaco sia stato un eroe), dal richiamo dall’esilio dei nostri pezzi d’arte (aridatece Margherita, dispersa non so dove in quel di Praga!). In una parola: dal “fare sistema” per valorizzare quanto è presente sul territorio (oltre al basilico). È necessario un cambio di mentalità, che può avere luogo se e qualora si deciderà di lasciare campo libero a chi, sperso per il mondo, un po’ ha capito come fanno altrove. Genova necessita, oggi, di prendere coscienza del proprio patrimonio storico, artistico e culturale.

    Nel mio piccolo, cerco di dare il mio contributo favorendo la discussione. Mi piace, dunque, iniziare questo dialogo da ciò è stato il vero motore trainante di questo rinascimento genovese: i Palazzi dei Rolli. E non poteva essere altrimenti, costituendo la principale attrattiva culturale degli ultimi anni. Ma quanti di noi hanno coscienza di cosa siano? Quanti si sono interrogati sul significato di questa parola? Insomma, siamo davvero sicuri d’essere consapevoli del motivo del nostro vagabondare e del nostro metterci in coda di un paio di settimane fa? Ho chiesto a Fiorenzo Toso (*), linguista e dialettologo, di partire dai fondamentali e di svelarcene i segreti.

    Antonio Musarra

    L’invenzione dei Rolli

    Con palazzi dei Rolli (alle volte, semplicemente e impropriamente, Rolli) si intendono le dimore del patriziato genovese utilizzate al tempo della Repubblica come alloggi di rappresentanza per gli ospiti stranieri illustri: la recente fortuna di questa denominazione è legata all’inclusione nel 2006 di una quarantina di tali residenze tra i “patrimoni dell’umanità” censiti dall’UNESCO in quanto primo esempio in Europa di un progetto di sviluppo urbano concepito con struttura unitaria dal potere pubblico, ma attuato da privati secondo criteri di eccellenza artistica e architettonica. Secondo un decreto del Senato genovese risalente al 1576, i proprietari di questi palazzi, iscritti in una serie di elenchi (i “rolli” appunto), erano tenuti a ospitare a proprie spese i visitatori stranieri di alto rango, essendo la Repubblica, in quanto tale, priva di un “palazzo regio” di rappresentanza confacente a tale scopo: questa caratteristica funzionale contribuì a determinare e a divulgare la fama mondiale dell’architettura privata genovese come modello architettonico e residenziale di prestigio, consacrato tra gli altri da una celebre raccolta di disegni (1622) di P.P. Rubens.

    La denominazione accolta dall’organizzazione internazionale (“Palazzi dei Rolli”, dunque, o più in esteso “Palazzi dei Rolli degli alloggiamenti pubblici di Genova”) altro non fa che attualizzare una terminologia appartenente al linguaggio burocratico-amministrativo cinquecentesco, utilizzata nel 1576 (e poi, con successive revisioni, nel 1588, 1599, 1614 e 1644), per determinare la classificazione dei palazzi deputati a tale scopo: le dimore erano iscritte in tre “rolli” corrispondenti ad altrettante categorie in rapporto alle loro dimensioni e qualità artistica, e in base a tali criteri erano destinate, mediante estrazione a sorte annuale, a ospitare principi e cardinali, viceré, ambasciatori, governatori e così via; solo tre di esse erano riservate ai papi e imperatori, re e loro diretti rappresentati.

    genova-palazzi-rolli-porto-panoramaRollo, dunque, non è altro che la forma genovese e italiana antica (senza dittongazione toscana), del termine moderno “ruolo”, dal francese rôle, derivato a sua volta da ROTŬLUS nel senso di “manoscritto, documento arrotolato”. La voce appare in questa forma, in italiano, a partire dal 1528 col significato originario di “catalogo, registro, elenco di persone facenti parte di un impiego, di un’organizzazione, di una corte”, dal quale derivano gli altri in uso attualmente, di “registro di pratiche”, “parte sostenuta da un personaggio in opere di finzione”, “compito, atteggiamento sociale” ecc.

    Nell’italiano regionale ligure, la voce rollo era già in uso nel 1576, anno in cui venne emesso il decreto concernente l’utilizzo pubblico delle dimore del patriziato, ma col suo valore generico di “catalogo, elenco” la si incontra frequentemente nella documentazione burocratica e amministrativa locale, ad esempio nel 1590 (“saranno tutti iscritti nel Rollo de la militia thodesca”), nel 1610 (“rolli di portar armi”) o nel 1630 (“mando a V.S. il rollo della giornata d’oggi. Li segnati con la croce sono absenti”, riferito agli operai impegnati nella costruzione delle Mura Nuove).

    Direttamente dal francese più che dall’italiano, la voce passò anche in genovese nella forma ròllo, dove è documentata almeno dal 1625 in una poesia di G.M. Zoagli che fa riferimento all’impiego dell’amico G.G. Cavalli presso l’amministrazione delle truppe stanziate a difesa dei confini settentrionali durante l’invasione piemontese (“fâ ròlli e artaggiarie strascinâ”); il termine è poi registrato nei repertori liguri ottocenteschi col valore di “catalogo, lista, registro de’ nomi d’uomini propriamente descritti per uso delle milizie, e della marineria, co’ loro gradi, e occupazioni di dovere, o per altro servizio de’ principi: e si dice d’ogni altro catalogo somigliante, registro. […] È anche term[ine] legale, e vale stato o lista delle cause che si devono discutere nanti i Tribunali” (Casaccia); è molto interessante osservare, a margine, che la documentazione genovese anticipa di quasi un secolo quella italiana per quanto riguarda il termine derivato rollin, “lista o catalogo de’ nomi, gradi, officii gli uomini impiegati sopra un bastimento” (1851), corrispondente a ruolino (1935).

    Invenzione fortunata

    Come si vede, il recupero attuale del termine Rolli non riguarda insomma una voce specialistica, particolarmente legata all’istituzione degli “alloggiamenti pubblici” della Repubblica, ma un termine generico, appartenente al linguaggio burocratico dell’epoca: agli artefici di tale reimpiego, che non pare anteriore alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, va in ogni caso riconosciuto il merito di avere appunto “inventato” una definizione di indubbia valenza evocativa per un insieme di beni architettonici e urbanistici dei quali si era ormai da tempo perduta una percezione unitaria, una denominazione ormai entrata stabilmente nell’uso comune non meno che nella letteratura e nella pubblicistica specializzata.

    Se rollo come variante arcaica e desueta di “ruolo” non rappresenta di per sé un regionalismo, dunque, l’uso attuale con riferimento a un “fenomeno” tipicamente locale accentua e al tempo stesso giustifica la marcatura regionale della voce, generando una percezione di tipicità che diventa addirittura spendibile a livello di promozione internazionale dell’eccezionale contesto artistico-architettonico del centro storico genovese: da questo punto di vista, l’“invenzione dei Rolli” è anche felice manifestazione di creatività linguistica, in tutto e per tutto coerente col rilancio (o a sua volta creazione?) dell’immagine turistica della capitale ligure.

    __________________________

    (*) Fiorenzo Toso, docente di linguistica generale presso l’Università degli Studi di Sassari, si occupa di isole linguistiche ed è specialista dell’area linguistica ligure. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano: Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino, 2012) e, sull’area ligure, Il tabarchino. Struttura, evoluzione storica, aspetti sociolinguistici (Milano, FrancoAngeli, 2004); Le parlate liguri della Provenza. Il dialetto figun tra storia e memoria (Ventimiglia, Philobiblon, 2014); Piccolo dizionario etimologico ligure. L’origine, la storia e il significato di quattrocento parole a Genova e in Liguria (Lavagna, Zona, 2015). Un ampio studio sul tema lo si trova in F. Toso, Le parole dell’architettura e i paradossi della diatopia. Su alcuni regionalismi veri e presunti di area ligure, in Dall’architettura della lingua italiana all’architettura linguistica dell’Italia. Saggi in omaggio a H. Siller-Runggaldier, a cura di P. Danler e C. Konecny, Frankfurt am Main et al., Peter Lang, 2014, pp. 255-271.

  • Palazzo De Franchi, gli affreschi che raccontano la storia, tra miti e allegorie di una Genova leggendaria

    Palazzo De Franchi, gli affreschi che raccontano la storia, tra miti e allegorie di una Genova leggendaria

    palazzo-de-franchiCon la sua facciata anonima e il suo portale marmoreo – certo non grandioso –, Palazzo De Franchi rischia di mimetizzarsi tra i caseggiati che lo circondano nell’intrico dei vicoli del quartiere della Maddalena. Difficile costruire qui, nel fitto tessuto urbano della Genova medievale. Eppure, Giuseppe e Bernardo De Franchi vi si adattano, e nel 1563 iniziano a edificare la propria lussuosa dimora su terreni di proprietà Spinola e Grimaldi. Sono membri di una delle famiglie più in vista della Repubblica, che deriva la propria influenza dal denaro, accumulato con i traffici in terra di Spagna, e dagli incarichi ricoperti ai vari livelli dell’amministrazione pubblica. Nel giro di alcuni decenni, i De Franchi forniscono alla Repubblica ben due dogi, Girolamo e Federico, padre e figlio, che consolidano una fortuna fatta di denaro contante, investimenti, ma soprattutto proprietà immobiliari sparse dentro e fuori le mura.

    Il loro è il tipico palazzo genovese organizzato intorno al cortile centrale porticato che si apre all’esterno verso l’alto per far penetrare nelle sale luce e aria fresca. Il fascino risiede nella decorazione ad affresco degli interni, che Federico De Franchi affida, nei primi decenni del Seicento, con una scelta singolare, a pittori di stile assai diverso come Bernardo Castello e Domenico Fiasella. In realtà, i due, qualcosa in comune ce l’hanno: conoscono bene la scuola genovese dell’affresco ma vogliono andare oltre la tradizione, e, cercando il salto di qualità, arrivano a proposte autonome.

    Bernardo Castello

    @Foto G. Cavalieri
    @Foto G. Cavalieri

    Bernardo viaggia molto per le corti italiane. Si propone come pittore intellettuale in stretti rapporti con i maggiori letterati del suo tempo: da Ansaldo Cebà a Gabriello Chiabrera, da Giovanni Battista Marino a Torquato Tasso. Chiede a loro suggerimenti e accetta consigli che trasformano spesso i suoi cicli di affreschi in trasposizioni figurate dei temi prediletti da questi intellettuali.

    Così accade a Palazzo De Franchi, nel grande salone al secondo piano nobile, dove Bernardo dipinge alcuni episodi della Gerusalemme Liberata del Tasso: il celebre poema che narra la conquista di Gerusalemme durante la prima crociata. Egli rilegge la vicenda in chiave decisamente patriottica, glorificando il contingente genovese in Terra Santa e il suo comandante, Guglielmo Embriaco. La volta è il teatro del racconto. Impaginata in maniera razionale, suddivisa in riquadri che ospitano un episodio dopo l’altro permettendo all’osservatore di seguire il filo della storia fino a giungere al grande quadro centrale, culmine della vicenda. Castelli e accampamenti di gusto scenografico fanno da quinte ai protagonisti, che dialogano tra loro come attori su un palcoscenico, vestiti con armature alla romana poco adatte alla battaglia, sottilissime e dai colori acidi; un tripudio di violetto, rosso slavato, giallo acceso e verdognolo.

    Guglielmo Embriaco è il protagonista, perfettamente riconoscibile con la sua barba aguzza e il suo elmo piumato. Ora ordina ai Genovesi di dare fuoco alle navi per evitare che cadano in mano nemica, ora si inginocchia a capo scoperto di fronte a Gerusalemme e prega, ora dirige i carpentieri che costruiscono la torre d’assedio che ribalterà le sorti della battaglia. Al centro della volta, il pittore inscena l’ultimo assalto alla città. In primo piano, le schiere cristiane avanzano come in parata al suono dei tamburi, dietro i loro vessilli, verso le mura gremite dai difensori turchi che lanciano frecce e sassi sugli assalitori. A destra, la torre mobile è già appoggiata alle fortificazioni; i soldati si apprestano a salire sulla passerella per piombare addosso ai difensori. A guidarli è proprio Guglielmo Embriaco, che per il suo valore si era meritato il soprannome di Testa di Maglio. Infine, lo vediamo a cavallo che scaccia gli ultimi nemici dalle strade di una Gerusalemme tutta particolare, che con i suoi palazzi e le sue vie ricorda, più che una città orientale, la Genova di Bernardo Castello.

    Domenico Fiasella

    © Foro G.Cavalieri
    © Foto G.Cavalieri

    Diverso, il percorso di Domenico Fiasella. È originario di Sarzana ma a undici anni è già a Genova per imparare il mestiere del pittore. Dopo i primi insegnamenti si mette sulla via di Roma, il centro propulsivo della pittura italiana dell’epoca. Qui vede e impara dalle opere dei Carracci e soprattutto di Caravaggio, tornando in patria con un pacchetto di competenze estremamente aggiornate. A Roma acquisisce anche una certa fama tanto che le sue opere sono molto apprezzate sia dai suoi colleghi pittori – Guido Reni aveva per il Fiasella solo parole di lode –, sia dalla grande committenza e dallo stesso papa Paolo V Borghese, che teneva in gran conto una Fuga in Egitto del nostro che gli era stata regalata.

    Nel salotto a fianco al grande salone, Domenico invade la volta con un solo riquadro in cui rappresenta un tema tratto dalla Bibbia, dalla storia di Sansone, il mitico eroe ebreo che traeva la sua forza smisurata dai lunghi capelli. Scelto da Dio per guidare la ribellione del popolo eletto contro i Filistei, aveva condotto una serie di azioni di guerriglia sempre più incisive tanto che gli ebrei, temendo ritorsioni, lo avevano catturato e avevano deciso di consegnarlo al nemico. Ma proprio nel momento della consegna, Sansone è invaso dallo spirito di Dio, che gli conferisce un’immensa forza, spezza le corde che lo tengono prigioniero e, raccolta una mascella d’asino trovata nei pressi, comincia a massacrare i Filistei. Fiasella lo rappresenta in questo momento di furia a dominare l’intero spazio figurato. Indossa un’armatura all’antica, alza la mascella d’asino e sta per vibrare un violento colpo sul guerriero che giace ai suoi piedi con lo scudo alzato per proteggersi. Intorno a lui, con straordinario virtuosismo, il pittore rappresenta numerosi corpi sdraiati in scorcio: morti dal colore livido, figure tramortite o accasciate che urlano di dolore. Un bambino e un ragazzo scappano dalla furia di Sansone, spariscono parzialmente nascosti dalla cornice dipinta, e nella foga finiscono per inciampare su uno dei cadaveri. Dietro Sansone, in mezzo a un paesaggio campestre illuminato dalle luci del tramonto, altri soldati: alcuni fuggono con gli scudi sulla schiena, altri serrano lo schieramento per tentare l’assalto. Su una collina, gli ebrei osservano la scena e forse capiscono in quell’istante che Sansone è veramente l’inviato da Dio che potrà liberarli dalla schiavitù.

    Allegoria della Repubblica

    Sansone è un’eroe positivo che, grazie all’aiuto dell’Onnipotente, riesce a vincere su nemici molto più numerosi perché la sua causa è giusta. Insieme ad altri protagonisti dei racconti biblici come Esther, diventa, in quel torno di anni, una delle allegorie della Repubblica di Genova, piccolo Stato ma sempre in grado di opporsi ai suoi avversari. Proprio pochi anni prima che Fiasella salisse sui ponteggi di Palazzo De Franchi, i genovesi si erano trovati a fronteggiare l’invasione del Duca di Savoia, Carlo Emanuele. Dopo un iniziale momento di sconforto, grazie all’unione tra il popolo e l’aristocrazia cittadina, la Repubblica aveva reagito sconfiggendo il duca così come Sansone aveva sconfitto i Filistei. Condottieri del passato e imprese del presente, glorie dello Stato che si riflettono sulla famiglia, questo avevano voluto i De Franchi per il loro palazzo. La decorazione delle pareti, oggi perduta, non poteva che rafforzare il potere di coinvolgimento di queste sale.

    Matteo Capurro
    __________________

    Matteo Capurro è laureando del corso di laurea magistrale in Storia dell’Arte e Valorizzazione del Patrimonio Artistico presso l’Università degli Studi di Genova. Si occupa di pittura italiana del Quattrocento, con particolare attenzione a Piero della Francesca, e di scultura in legno del Settecento, con particolare riguardo alla scuola genovese del Maragliano. Nel corso dell’ultima edizione dei Rolli days ha fatto da guida a centinaia di persone in visita a Palazzo De Franchi, per la prima volta aperto al pubblico, suscitando ampio consenso per la sua particolare verve espositiva. Gli abbiamo chiesto di mettere su carta quanto proferito dal suo verbo.

    A cura di Antonio Musarra

  • Settimanale di Fotografia, tutto pronto per la terza edizione. Reportage, fotografia di moda e ritrattistica d’autore

    Settimanale di Fotografia, tutto pronto per la terza edizione. Reportage, fotografia di moda e ritrattistica d’autore

    locandina generale Lasett WEBDopo il successo delle due precedenti edizioni, torna La Settimanale di Fotografia, il grande contenitore di eventi legato al vasto mondo della fotografia, declinata in tutti i suoi aspetti. Cambia la formula: gli eventi quest’anno saranno condensati in dieci giorni, dal 9 al 19 maggio, tra conferenze, workshop, proiezioni e musica. Si rinnova, quindi, la possibilità di approfondire le tematiche legate alla fotografia direttamente con professionisti di livello internazionale: le dinamiche legate alla produzione dei reportage, il vasto e sofisticato mondo della fotografia di moda e la genesi dello scatto d’autore.

    La Settimanale di fotografia 2016: tutte le interviste di Era Superba

    Come di consueto, la sala del Munizioniere di Palazzo Ducale accoglierà gli incontri con tre fotografi di fama internazionale: si comincia venerdì 12 maggio alle 19 con Martina Bacigalupo, fotoreporter di origine ligure che oggi fa parte della nota agenzia VU di Parigi, si continua sabato 13 con Ferdinando Scianna, fotografo siciliano che ha fatto la storia della disciplina e si conclude domenica 14 con Mustafa Sabbagh, artista di origine giordana noto per le sue immagini forti e provocatorie. Dal reportage, quindi, alla fotografia di moda e alla ritrattistica d’autore. Era Superba documenterà questo grande evento genovese.

    La Settimanale di Fotografia è un’associazione che nasce con l’intento di sviluppare attività culturale legata alla fotografia, sempre più importante e costante a Genova. «Esistono molte realtà a Genova legate al mondo della fotografia, spesso portatrici di ottime iniziative – spiega Veronica Onofri, fotografa e presidente dell’associazione, già nota ai lettori di Era Superba grazie alla sua seguitissima rubrica fotografica “Con quella faccia un po’ così..”ma che tuttavia da sole non riescono a emergere come meriterebbero”. Cercando di interpretare un desiderio comune, l’idea è quella di creare una rete per mettere a fattor comune le forze e l’esperienza di tutti.

    «Eventi come la Settimanale di fotografia – continua Veronica – caratterizzati da contenuti di alta qualità e da ospiti importanti del panorama fotografico internazionale, vogliono essere un’occasione per incontrarsi, conoscersi e gettare le premesse per fare di Genova una protagonista della cultura fotografica». La Settimanale, quindi, oltre agli appuntamenti di maggio elabora un progetto più ampio e ambisce ad essere un punto di riferimento importante per gli appassionati di fotografia in città e in Italia.

    Il programma integrale del festival sarà presentato martedì 9 maggio alle ore 18.30 ai Giardini Luzzati, in un momento informale di aperitivo accompagnato da proiezioni, curiosità e musica dal vivo.

     

    IL PROGRAMMA IN SINTESI

    Martedì 9 maggio alle 18.30 ai giardini Luzzati
    Inaugurazione e presentazione del programma de La Settimanale 2017
    con proiezioni e musica dal vivo

    Mercoledì 10 maggio alle 19 al Feellove, stradone S.Agostino 17r
    Aperitivo-approfondimento sulle mostre fotografiche in esposizione a Palazzo Ducale (Henri Cartier-Bresson ed Elliott Erwitt) a cura di Gloria Viale, storica della fotografia

    Giovedì 11 maggio alle 19 al Kowalski, via dei Giustiniani 3r
    Inaugurazione della mostra Ucraina di Giuseppe Maritati e dibattito sulla professione del fotoreporter.

    Venerdì 12 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Martina Bacigalupo. Modera Maurizio Garofalo.

    Sabato 13 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Ferdinando Scianna. Modera Maurizio Garofalo.

    Domenica 14 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Mustafa Sabbagh. Modera Maurizio Beucci.

    Lunedì 15 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Mapplethorpe: Look At The Pictures 3
    di Fenton Bailey, Randy Barbato, documentario, 108’, USA-Germania 2016.

    Martedì 16 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Obiettivo Annie Liebovitz
    di Barbara Leibovitz, documentario, 82′, USA 2007

    Mercoleldì 17 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Dont blink. Robert Frank
    di Laura Israel, documentario, 82’, Canada-USA-Francia 2015

    Ingresso euro 5, ridotto euro 4 per i possessori delle tessere Campus, Cus, Young del Circuito Cinema Genova.

    Sabato 20 e domenica 21 maggio
    Spazio Lomellini 17, via Lomellini 17/4
    Workshop con Martina Bacigalupo
    per info e iscrizioni: lasettimanale@gmail.com

    Sabato 27 e domenica 28 Maggio
    Spazio Lomellini 17, via Lomellini 17/4
    Workshop con Mustafa Sabbagh

    per info e iscrizioni: lasettimanale@gmail.com
    Dove non diversamente specificato, le iniziative sono ad ingresso gratuito

     

    I PROTAGONISTI

    Martina BacigalupoMartina BACIGALUPO è nata nel 1978 a Genova. Dopo aver studiato letteratura e filosofia a Genova Martina studia fotografia al London College of Communication di Londra. Nel 2007 parte in Africa dell’Est, dove ha vissuto e lavorato per gli ultimi dieci anni come fotografa indipendente, prevalentemente sulle problematiche riguardanti i diritti dell’uomo, in collaborazione a varie organizzazioni internazionali (tra cui Human Rights Watch, Médecins Sans Frontières, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, Amnesty International). Dal 2010 Martina è membro dell’Agence VU di Parigi. Il suo lavoro e’stato pubblicato su The New York Times, The Sunday Times Magazine, Liberation, Le Monde, Vanity Fair, Internazionale, Esquire, Jeune Afrique e esposto in varie fiere internazionali d’arte: Paris Photo (2013), Unseen (Amsterdam 2014), Aipad (New York 2014). Ha vinto il Premio CANON per la fotogiornalista dell’anno nel 2010 e il Premio FNAC per la creazione fotografica nel 2011. Nel suo ultimo lavoro, “Gulu Real Art Studio” (Steidl 2014) Martina esplora il ruolo della fotografia nel mondo contemporaneo e in particolare il suo ruolo di fotografa occidentale nel continente africano.

    Ferdinando SciannaFerdinando Scianna ha cominciato ad occuparsi di fotografica negli anni Sessanta, quando era studente di Lettere e Filosofia all’Università di Palermo: è allora che ha cominciato a lavorare sistematicamente sulla Sicilia e sui siciliani. Il suo reportage Feste Religiose in Sicilia del 1965, aggiudicatosi il Premio Nadar nel 1966, conteneva un saggio di Leonardo Sciascia, preludio di una fruttuosa collaborazione con molti celebri autori. Nel 1966 Scianna si sposta a Milano e l’anno seguente comincia a lavorare per il settimnale L’Europeo, inizialmente come fotografo e poi, dal 1973, come giornalista. Da allora ha scritto anche per Le Monde Diplomatique e di letteratura e fotografia per La Quinzaine Littéraire. Nel 1977 pubblica in Francia Les Siciliens e La Villa Dei Mostri in Italia. In questo periodo incontra Henri Cartier-Bresson e nel 1982 entra a far parte della Magnum. Alla fine degli anni Ottanta comincia ad occuparsi di moda e pubblica la retrospettiva Le Forme del Caos (1989). Scianna torna ad indagare il significato dei riti religiosi con Viaggio a Lourdes (1995), due anni più tardi pubblica una collezione di immagini di persone addormentate: Dormire Forse Sognare. Nel 1999 pubblica una serie di ritratti dello scrittore argentino Jorge Luis Borges e nello stesso anno la sua mostra Niños del Mundo fa conoscere al mondo i volti dei bambini di tutto il pianeta. Nel 2002 Scianna portaa termine Quelli di Bagheria, sulla sua città natale in Sicilia, dove tenta di ricostruire l’atmosfera della gioventù attraverso scritti e immagini di Bagheria e delle persone che la abitano.

    Mustafa SabbaghMustafa Sabbagh è nato in Giordania, ad Amman, da famiglia italo-palestinese. Consegue la laurea in architettura all’Università IUAV di Venezia e si trasferisce a Londra, dove si forma come assistente di Richard Avedon, collaborando anche con il Central Saint Martins College of Art and Design. Al ritorno in Italia si stabilisce a Ferrara, ma è spesso impegnato in varie parti del mondo sia come docente in workshops fotografici, sia per la realizzazione di shootings pubblicati su diverse riviste – quali The Face, Vogue, Sport & Street. Dal 2005 si concentra sull’arte figurativa; le sue opere sono incentrate sulla pelle come “diario dell’unicità dell’individuo”, che spesso dipinge di nero come critica sociale e sfida tecnica, e su mises en scène atte soprattutto a contestualizzare nel contemporaneo le allegorie della storia dell’arte (principalmente fiamminga e barocca). Nel 2013, nella serie Fotografi di Sky Arte HD, è stato definito uno degli “otto artisti più significativi del panorama nazionale contemporaneo”. Secondo il curatore e storico dell’arte Peter Weiermair, Sabbagh è “uno dei cento fotografi più influenti al mondo”, e l’unico italiano fra i quaranta ritrattisti di nudo più importanti su scala internazionale. Le sue opere sono state esposte in gallerie e musei italiani e stranieri. Tra queste, risale al dicembre 2014 l’acquisizione di un suo dittico nella Collezione Farnesina.

  • Slow Fish e la “rete siamo noi”. Presentata la nuova edizione della kermesse dedicata alla cultura del mare

    Slow Fish e la “rete siamo noi”. Presentata la nuova edizione della kermesse dedicata alla cultura del mare

    slow-fish-pescatori-mare-pescaPuntuale come ogni biennio, dal 18 al 21 maggio, torna al Porto Antico di Genova “Slow Fish”, evento internazionale dedicato al pesce e alle risorse del mare che coniuga la convivialità alla conoscenza scientifica, organizzato da Slow Food Italia e Regione Liguria, in collaborazione con il ministero delle Politiche agricole. «Non era scontato essere qui anche quest’anno, soprattutto per le difficoltà di bilancio a causa dei tagli del governo – sottolinea il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti – questa manifestazione ha un valore anche sovranazionale rispetto ai contenuti che si trattano. Non sarà solo un’occasione conviviale».

    Il tema di questa ottava edizione dell’evento, nato nel 2004, sarà “La rete siamo noi”. Anche quest’anno arriveranno nella città della Lanterna 100 delegati di Terra Madre, a cui i genovesi potranno offrire la propria ospitalità aprendo le porte delle loro case, dando vita a un vero e proprio gemellaggio. «E’ nostro intendimento mantenere l’appuntamento di Genova come primario del nostro mondo– annuncia il presidente internazionale di Slow Food, Carlo Petrini, come riportato dalla agenzia Dire non vogliamo ridurlo a un appuntamento localista perché sosteniamo l’economia locale in un contesto globale. Slow Fish a Genova deve mantenere il distintivo mondiale e i 100 delegati di Terra Madre sono i nodi di questa rete». La figura simbolo di Slow Food ricorda che «l’unicità di questa iniziativa è data dal lavoro per l’educazione alimentare. Scelte alimentari consapevoli possono aiutare i nostri mari e le piccole comunità di pesca che hanno bisogno della complicità dei cittadini per andare avanti». E per questo motivo lancia un appello alle istituzioni: «Il patrimonio di Slow Fish è l’educazione – sottolinea Petrini- facciamo uno sforzo ciclopico perché vengano a Genova tutte le scuole della Liguria. Dobbiamo fare un’alleanza con le nuove generazioni, altrimenti non c’è storia per i nostri mari e le nostre comunità di pescatori».

    Tra degustazioni e conferenze, anche lo stand della Regione Liguria, 200 metri quadrati caratterizzati dall’ormai consueto marchio #lamialiguria. Lo stand sarà vetrina per tutto l’artigianato ligure. Durante i giorni della manifestazione, saranno organizzati anche percorsi artigianali guidati tra le botteghe storiche del centro di Genova che aderiscono al marchio “Artigiani in Liguria”. Il governatore Toti non perde l’occasione per un’anticipo di campagna elettorale: «Genova in questi mesi e nel prossimo anno tornerà a essere quello che penso meriti anche grazie a manifestazioni come questa – afferma il presidente regionale – a maggio ci sarà anche un forum economico di Ambrosetti, per la prima volta a Genova, la visita del Santo Padre, gli eventi estivi, nell’autunno le Paralimpiadi e all’inizio dell’anno prossimo le finali di Champions League di pallanuoto. Con lo sforzo di tutti, Genova torna ad acquistare centralità qualitativa e quantitativa”. Immediata la risposta di Elena Fiorini, assessore a Legalità e diritti del Comune di Genova: «Slow Fish è simbolo di buona cultura, una manifestazione che punta sull’accoglienza e la globalizzazione in positivo, che si coniuga con una città legata alle sue radici, al tema del mare, ma che guarda al futuro»