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  • Genova ospita il X Congresso Mondiale di Mediazione. E’ la prima assoluta a livello europeo

    Genova ospita il X Congresso Mondiale di Mediazione. E’ la prima assoluta a livello europeo

    Palazzo Ducale entrataCome avevamo anticipato a dicembre 2013, il X Congresso Mondiale di Mediazione si svolgerà a Genova a Palazzo Ducale dal 22 al 27 settembre, un convegno internazionale che si è riusciti a portare in Europa per la prima volta. Danilo De Luisa dell’Associazione San Marcellino ci racconta come ciò sia stato possibile, inoltre, abbiamo parlato con Lorena Capilleri dell’Associazione Dimmi di te  che ha visto riconosciuto il valore scientifico di un suo progetto di mediazione penitenziaria proprio dal Congresso.

    Il titolo della manifestazione non è di immediata comprensione, se non per gli addetti ai lavori. Il tema della mediazione non è certamente uno di quelli di cui si parla tutti i giorni.  Per questo ci siamo fatti aiutare dalla dottoressa Capilleri «per mediazione si intende una tecnica che in presenza di un terzo neutrale facilita la comunicazione fra due parti in conflitto». Poi vi sono ovviamente i vari ambiti di azione (scolastica, familiare, penale, culturale) che richiedono che il mediatore professionista sia specializzato in determinata materia.

    Ora che il tema dovrebbe essere più chiaro, vediamo perché per ospitare la decima edizione del congresso mondiale è stata scelta la città di Genova. Danilo De Luise dell’associazione San Marcellino, insieme a Fondazione per la cultura Palazzo Ducale e ad altri sponsor, ha portato il X Congresso in Liguria.
    Il suo è stato un percorso lungo iniziato con gli studi, le sperimentazioni, la ricerca, la formazione sulla mediazione dei conflitti che è iniziato fra gli anni 90 e 2000.  Poi l’edizione del 2005 del Congresso ha selezionato e presentato un lavoro fra quelli realizzati insieme da Associazione e Dipartimento di lingue e culture moderne dell’università di Genova. «È da quiel momento che il lavoro del Congresso è giunto alla nostra conoscenza e ha stimolato la volontà di cercare di portare queste voci in Italia. Negli anni sono partiti progetti di formazione direttamente sul territorio e mano a mano siamo diventati sempre più operativi e si è anche consolidata la collaborazione con gli esperti del Congresso».

    L’idea di provare a portare il Congresso a Genova è nata insieme alla Fondazione Ducale, con la quale l’Associazione San Marcellino stava collaborando per una serie di progetti sul territorio. La proposta è stata fatta ad ottobre 2012 e la candidatura di Genova è stata subito accettata, anche in funzione della celebrazione dell’edizione numero 10 che sarebbe coincisa con il primo sbarco in Europa. Da quel momento con le risorse a disposizione si è iniziato a lavorare all’edizione europea del Congresso mondiale di Mediazione.

    «Il nostro intento è che sia una cosa di tutti – continua De Luise – anche se ovviamente non potevamo modificare un format ben consolidato da anni come quello del Congresso, abbiamo però chiesto di tenere bassi i prezzi delle iscrizioni e loro ci sono venuti incontro per poter allargare l’ingresso il più possibile. Sono consapevoli del fatto che siamo in Europa, come del fatto che è importante trattare l’argomento e far parlare di queste tematiche».
    In Europa, infatti, sul tema della mediazione comunitaria non c’è la stessa sensibilità che si trova in America. «Vuole essere un volano per diffondere il tema delle convivenze – aggiunge De Luise –  e che sia a disposizione di tutti, un luogo di confronto non una vetrina per mostrare cose».
    Un esempio chiaro di questa intenzione è la scelta di indire una call for paper e una per le buone pratiche, che sono state giudicate garantendo l’assenza di favoritismi grazie al meccanismo della presentazione in anonimato.

    L’evento è per la sua quasi totalità dedicato agli iscritti ma sono stati pensati dei momenti teatrali per la cittadinanza oltre ad altri incontri organizzati dai Municipi e Associazioni del  territorio.

    Il Congresso è strutturato in sessioni plenarie e workshop, uno dei temi ricorrenti è la mediazione penale. Ancora una volta ci facciamo aiutare dalla dottoressa Capilleri per la definire il tema «una tecnica che facilita la comunicazione e l’incontro fra vittima e reo che abbiano, prima, manifestato consensuale volontà all’incontro».

    Dal 2000 seguendo i dettami del diritto internazionale, l’Italia si sta adeguando all’applicazione delle pene alternative. Nell’ottica di questo percorso al X Congresso è dedicato uno spazio per individuare e analizzare i passi e i fattori che permettano di passare dai percorsi dalla giustizia retributiva, rieducativa, cioè quella che viene applicata attualmente nelle carceri,  ad una di tipo riparativo cioè tutte quelle forme di misure alternative come ad esempio l’affido a servizi, a comunità e non la detenzione. Di questi temi si occupa Capilleri, ed è proprio la mediazione penale il contenuto del workshop che  presenterà al Congresso.

    «Il problema fondamentale in Italia è che fino ad oggi si è fatto parecchio sui minori in stato di detenzione, l’adulto invece non è stato affrontato per una serie di problematicità e dato che io ho portato avanti un progetto nel 2006 proprio su questo tema, l’ho presentato al Congresso che lo ha validato dal punto di vista scientifico e mi ha dato uno spazio per presentarlo a questa edizione».

    Capilleri ha vissuto l’esperienza della detenzione in una comunità di recupero in Sardegna. Ha vissuto tre mesi da detenuta per comprendere come si passi dall’esperienza del carcere alla ripresa di una vita normale. Da questo lavoro è nato un testo che è in corso di pubblicazione da Feltrinelli: “Rientro in memoria – dalla dimensione del vuoto al riconoscimento”.

    Gli organizzatori si augurano che il Congresso genovese possa rivelarsi un buon punto di partenza perchè di mediazione si dibatta, più spesso, anche in Europa. Una bella responsabilità per questa vecchia Signora del Mare…

     

    Claudia Dani

  • Gronda, a ottobre si entra nel vivo. Quale sarà la posizione del Comune? Parla il sindaco

    Gronda, a ottobre si entra nel vivo. Quale sarà la posizione del Comune? Parla il sindaco

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    La Gronda di Ponente (qui l’approfondimento) è un tratto autostradale a due corsie per senso di marcia che rappresenta il raddoppio dell’esistente A10 nel tratto di attraversamento del Comune di Genova (dalla Val Polcevera fino all’abitato di Vesima) e che fa parte del più ampio progetto di potenziamento del Nodo Stradale ed Autostradale di Genova. In esso è incluso il potenziamento dell’A7 tra Genova Ovest e Bolzaneto e dell’A12 tra Genova Est e l’asse Nord–Sud rappresentato dall’A7 stessa. Inoltre è prevista la riconfigurazione del “Nodo di San Benigno” di connessione tra la viabilità locale e il casello di Genova Ovest.

    Il Consiglio comunale torna a parlare di Gronda e non poteva essere altrimenti dopo il tweet di lunedì dell’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che ha annunciato l’avvio della Conferenza dei Servizi il prossimo 17 ottobre in seguito all’incontro a Roma, la scorsa settimana, tra le istituzioni locali, il ministro Lupi e l’a.d. di Autostrade (oltre alla Gronda sul tavolo anche il Terzo Valico, la linea ferroviaria di ponente, la prosecuzione della metropolitana verso San Fruttuoso e San Martino, il tunnel subportuale e quello della Valfontanabuona). A fare il punto della situazione in Sala Rossa è stato direttamente il sindaco che ha risposto a un articolo 54 del capogruppo del PD, Simone Farello.

    Nota la posizione favorevole del principale partito di maggioranza alla costruzione della grande opera, come note sono anche le titubanze del primo cittadino che, tuttavia, non ha mai preso una posizione chiara e inequivocabile a riguardo. Doria si è dunque limitato a illustrare lo status quo dell’opera dal punto di vista dell’iter amministrativo e dei finanziamenti.
    «La convocazione della Conferenza dei serviziha spiegato il sindaco ai consiglieri – è un atto dovuto in seguito al completamento del percorso di approvazione della Valutazione d’Impatto Ambientale. Adesso si dovrà procedere con l’esame di tutte le osservazioni contenute in quel documento e integrarle nel progetto del nodo autostradale. Lo scopo della Conferenza dei servizi è, infatti, arrivare a un progetto definitivo». Al progetto definitivo, naturalmente, dovrà fare seguito quello esecutivo da cui poi dipenderà l’avvio dei cantieri. «All’interno di questo percorso – ha proseguito Doria – l’Amministrazione comunale non farà mancare la propria presenza e terrà costantemente aggiornato l’Osservatorio sulla Gronda».

    Ma quale sarà la posizione che il Comune terrà ufficialmente al tavolo istituzionale? «Per quanto ci riguarda – ha detto Simone Farello capogruppo del PD – l’amministrazione non può che seguire il mandato ottenuto dalla votazione di un apposito ordine del giorno da parte del Consiglio comunale il 18 settembre 2012, approvato con 22 voti favorevoli e 18 contrari».

    «Si tratta di un testo fermo e cogente per l’Amministrazione comunale – ha risposto il primo cittadino – che segna la nostra linea guida delle questioni da porre all’attenzione della Conferenza dei servizi insieme con le richieste riguardanti le indispensabili opere compensative. Inoltre, quale che sia la futura modulazione dei lavori, il problema dei cosiddetti interferiti (ossia i cittadini che subiranno l’esproprio di abitazioni e terreni, ndr) dovrà essere affrontato con priorità assoluta».

    casello-genova-ovest-autostrada-dEd è proprio sulla modulazione dei lavori che si giocherà buona parte del futuro di questa contestata infrastruttura. Il ben nutrito partito dei contrari, che fa parte della stessa variegata maggioranza che appoggia la giunta Doria, punta molto sulla cosiddetta suddivisione in “lotti funzionali”. Contrariamente a quanto sta avvenendo per il Terzo Valico, in sostanza, se dovesse passare questa linea, i lavori sarebbero suddivisi in compartimenti stagni e una volta iniziato un lotto, prima di avviare i cantieri per il secondo si dovrebbe attendere la conclusione del primo. Il vantaggio di questo modo di procedere è inizialmente economico, dal momento che anche il finanziamento dell’opera (che deriva principalmente da un aumento dei pedaggi su tutta la rete autostradale italiana di competenza di Società Autostrade) andrebbe di pari passo con la suddivisione in lotti. Ma, naturalmente, dietro c’è una scelta strategica che punta a non avere una progettazione complessiva e soprattutto una cantierizzazione unica di tutta l’infrastruttura da est a ovest. Sarebbe, infatti, un po’ come dire: intanto facciamo questi lavori che stanno bene a tutti, poi il resto si vedrà, con la speranza che i soldi per completare tutta l’opera non arrivino mai.

    Wte di GenovaIl primo lotto funzionale a partire, infatti, potrebbe essere proprio quello su cui più o meno tutti sono d’accordo e che riguarda, ad esempio, la separazione del flusso di traffico diretto al porto da quello diretto alla città attraverso i lavori nella zona di San Benigno, i lavori propedeutici all’accesso al tunnel subportuale e il rifacimento dell’attuale nodo autostradale.

    «L’opera parte con un costo stimato di poco più di 3 miliardi di euro che verranno ricaricati dal soggetto che realizza l’opera sui pedaggi della rete autostradale nazionale con modalità di avanzamento dello stato dei lavori» ha confermato Doria. «Dentro questo tema – ha proseguito il sindaco – si inserisce la possibilità di finanziamento dell’opera per lotti a seconda dei determinati tempi in cui gli stessi vengono realizzati e a prescindere dalle valutazioni sull’iter progettuale o sul progetto dell’opera in sé».
    Ecco, dunque, che anche il primo cittadino manifesta seppur in maniera non troppo diretta una certa propensione per la strada sponsorizzata da chi l’opera proprio non la vorrebbe fare e che, oltre a far forza sulle difficoltà di reperimento delle risorse, si appoggia anche sull’irrealizzabilità di alcuni tratti del progetto complessivo.

    «La modalità di finanziamento dell’opera non è certo una scoperta odierna. La novità, invece, va registrata nel fatto che il nuovo leader dei comitati anti gronda si chiama Giovanni Castellucci» ha chiuso il cerchio in tono polemico Farello, facendo riferimento ai dubbi sulla realizzazione dell’opera che lo stesso amministratore delegato di Autostrade per l’Italia sembra avere.

    La partita, comunque, inizierà ufficialmente tra un mese: prima di allora, solo congetture o poco più.

     

    Simone D’Ambrosio

  • San Benigno, il punto sui lavori e sulla nuova viabilità cittadina

    San Benigno, il punto sui lavori e sulla nuova viabilità cittadina

    san-benigno-incrocio-strade-DII lavori per il potenziamento del Nodo di San Benigno – uno dei cardini della viabilità genovese, sia per la presenza del casello autostradale di Genova Ovest, dove converge l’intera rete ligure, il traffico diretto al centro cittadino e alle banchine portuali, sia in quanto punto nevralgico della zona centro‐occidentale della città – provano a recuperare qualche mese di ritardo e si apprestano ad entrare nel vivo con due interventi principali: la costruzione di una nuova rotatoria tra via Milano, via di Francia e via Cantore, e di una nuova rampa di accesso alla sopraelevata, direzione centro, nel tratto finale di via Milano, lato terminal traghetti, in sostituzione dell’attuale rampa ubicata in fondo a via Cantore.
    Il progetto definitivo del Nodo prevede di intervenire con una soluzione, ridimensionata rispetto all’originale, che mantenga, però, la piena compatibilità con eventuali futuri sviluppi infrastrutturali nell’area (come il tunnel subportuale), e garantisca tempi di esecuzione coerenti con la realizzazione della nuova Strada a mare e l’ampliamento a sei corsie di Lungomare Canepa.
    L’obiettivo è separare i flussi merci provenienti e diretti al porto di Genova da quelli caratterizzanti la viabilità ordinaria, ovvero le auto private che utilizzano l’elicoidale per attraversare la città. Le priorità di intervento prevedono: la razionalizzazione della circolazione, eliminando gli attuali punti di conflitto presenti sulla rampa elicoidale, causa principale di ingorghi e della formazione delle code sino alla barriera di Genova Ovest; l’individuazione di connessioni dirette con il porto, in modo da separare il traffico degli autoveicoli da quello dei mezzi pesanti.
    L’opera è suddivisa in due lotti, a loro volta parcellizzati in più fasi. L’investimento complessivo per i due lotti di San Benigno è pari a 83,4 milioni di euro, al lordo degli eventuali ribassi d’asta in fase di gara, la copertura finanziaria è completamente a carico di Autostrade per l’Italia. I lavori del primo lotto, affidati a Pavimental (società controllata da Autostrade ) sono in corso di esecuzione, e la fine lavori è prevista per il giugno 2015. Mentre l’inizio dei lavori del secondo lotto, sempre affidati a Pavimental, per un complesso di 24 mesi, dovrebbe avvenire a breve.

    Il punto sui lavori del nodo di San Benigno

    «Per la costruzione della nuova rampa di accesso alla sopraelevata è necessario un permesso delle Ferrovie (visto che la struttura passa sopra aree ferroviarie) che Autostrade, almeno fino a poco tempo fa, non aveva ancora ottenuto – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – Nel frattempo sono in corso una serie di lavori propedeutici intorno alla zona di San Benigno, nell’area circostante la sala Chiamata del Porto, ed in altri punti del territorio. Lavori che finora non hanno causato disagi». Qualche criticità maggiore «Dovremo affrontarla quando arriveremo al punto più critico  – continua Bernini – Mi riferisco alla realizzazione della rotatoria via Cantore-via Milano-via di Francia. La situazione del traffico lì è particolarmente delicata. Ma saranno organizzate opportune contromisure. Così come quando sarà realizzato il potenziamento di Lungomare Canepa (che passerà a 6 corsie), infatti, rimarranno sempre in funzione 4 corsie, onde evitare di intasare la viabilità».
    Secondo il vicesindaco «Il primo lotto è già a metà dell’opera, parliamo di tanti piccoli interventi puntuali, coerenti con il successivo secondo lotto che partirà a breve. Quest’ultimo contempla altre operazioni delicate, soprattutto quelle che riguardano l’elicoidale di San Benigno. Tuttavia, il progetto dovrebbe garantire la funzionalità del sistema viario, e questo ci consente di non avere preoccupazioni eccessive. Senza dimenticare che ad ottobre dovrebbe esserci la gara per la Strada a mare di Cornigliano. Lungomare Canepa, quindi, partirà in un secondo momento. Sono tutti lotti che si succedono, messi a gara come prevede la Legge, dunque bisogna attendere l’esito dei procedimenti, visto che potrebbero vincere ditte differenti».
    Al termine di questo processo di radicale trasformazione «Una quota di traffico proveniente da Sampierdarena sarà deviata verso Lungomare Canepa – continua Bernini – Dalla Valpolcevera, quando sarà disponibile il collegamento diretto con le due strade di sponda destra e sinistra del Polcevera (via Perlasca e via Tea Benedetti), i cittadini saranno spinti ad utilizzare la nuova viabilità veloce, questi saranno i grandi percorsi di passaggio. Tagliando fuori le parti abitate. L’idea di fondo è proprio quella di allontanare i traffici di attraversamento dai centri abitati, per consentire ad essi di avere altre tipologie di destinazione».
    Infine, sottolinea Bernini «C’è un altro elemento su cui si dovremmo aprire una riflessione. Il ministro Lupi ci ha concesso di inserire tra le grandi infrastrutture dello “Sblocca Italia”, quali opere prioritarie per la Liguria, anche il tunnel subportuale di Genova. È evidente che in prospettiva futura, nel momento in cui verrà realizzato il tunnel, esso potrebbe sostituire la sopraelevata. Insomma, quest’ultima per noi non dovrà esistere vita natural durante. Il tunnel potrebbe cambiare completamente la gestione della viabilità cittadina».

    Le preoccupazioni di cittadini e operatori commerciali di Sampierdarena

    Wte di Genova«Il Nodo di San Benigno si intreccia con diversi altri interventi, quali la nuova Strada a mare, il potenziamento di Lungomare Canepa, ed altre criticità, compreso il varco portuale di San Benigno», spiega Gianfranco Angusti, portavoce del comitato di cittadini “Officine Sampierdarenesi”. Residenti e commercianti preoccupati perchè «Sono numerose le questioni da affrontare sul nostro territorio. Entro la fine dell’anno dovrebbero partire i lavori per il completamento della Strada a mare. Per ampliare Lungomare Canepa a sei corsie, invece, sarà necessario abbattere i manufatti delle aziende sgomberate e delocalizzate due-tre anni orsono. Tali costruzioni abbandonate si sono trasformate in rifugi abusivi di persone problematiche. I lavori sono fermi. Su Lungomare Canepa, ultimo tratto della Strada a mare di Cornigliano che dovrà collegarsi col nuovo raccordo del casello autostradale di Genova Ovest, non è ancora iniziato nulla. Infine, ci sono i lavori per il riassetto del Nodo di San Benigno».
    Per quanto riguarda la Strada a mare, Angusti sottolinea «Non sono ancora state finanziate le due rampe di collegamento con le strade di scorrimento veloce di sponda destra e sinistra del Polcevera, e prima di vederle effettivamente realizzate, ci vorranno degli anni. Per il potenziamento di Lungomare Canepa la prima operazione da fare è l’abbattimento dei manufatti, e poi la chiusura di tutte le strade che collegano le parallele via Sampierdarena e Lungomare Canepa. Così avremo soltanto due accessi, uno dalla zona Fiumara e l’altro in cima a Lungomare direzione centro (nei pressi della caserma della Guardia di Finanza). Inoltre, il porto diverrà inaccessibile da Lungomare Canepa. L’intervento, infatti, comporterà la chiusura del varco portuale di Ponte Eritrea. La chiusura di questo accesso, sommata alla mancanza del collegamento con le due strade di sponda del Polcevera, comporterà che tutto il traffico portuale di mezzi pesanti sarà costretto ad uscire dal varco di San Benigno, entrare nella nuova spirale elicoidale del nuovo svincolo, per poi ritrovarsi in via di Francia, via Cantore, ed infine seguire le rispettive direzioni».
    Secondo il comitato di cittadini sampierdarenesi «Quella che è sempre stata una servitù, ovvero l’intenso traffico nelle vie della delegazione, con una simile maniera di agire sulle infrastrutture, rischia di diventare una servitù ancora più pesante. Il problema è che una volta conclusa questa serie di interventi chi dovrà attraversare Sampierdarena lo farà tramite Lungomare Canepa, e gli operatori commerciali non potranno più contare sul flusso di passaggio che oggi porta un po’di lavoro ai negozi – sottolinea AngustiSampierdarena corre il rischio di una vera e propria “ghettizzazione”. Il quartiere già deve confrontarsi con numerose criticità, così avremo soltanto un peggioramento. Con l’attuale sistema viario almeno le persone dirette in centro città sono in qualche modo obbligate a transitare da Sampierdarena. Con le modifiche previste gli amministratori comunali dovranno pensare in quale modo portare la gente nel nostro quartiere. Magari offrendo maggiori servizi, suggeriamo noi. Quindi, stazioni ferroviarie (abbiamo chiesto di realizzare una fermata al Campasso), mezzi pubblici, aree di parcheggio. Ad esempio realizzando dei parcheggi di interscambio che favoriscano la sosta dei cittadini. Ma in quali aree? Sono le domande a cui deve dare risposta il Comune. Attualmente i parcheggi gratuiti si trovano soltanto dalla Fiumara, zona tra l’altro servita dal futuro asse viario principale. È questa l’idea di sviluppo dell’amministrazione? Se oggi a Sampierdarena transitano le persone che si muovono in città, un domani ci ritroveremo invasi da tir e mezzi pesanti».

    «Mi chiedo se si tratta della preoccupazione di cittadini e commercianti di Sampierdarena, oppure solo di una manciata di operatori commerciali del tratto finale di via Cantore – afferma il vicesindaco Bernini – Il problema di Sampierdarena è legato all’assenza di parcheggi in grado di consentire alle persone di fermarsi e poter passeggiare per le vie del quartiere. Questa è la criticità che andrebbe affrontata. E non dipende dalla presenza o meno della rampa di accesso alla sopraelevata. Detto ciò, l’obiettivo dell’amministrazione è separare le differenti tipologie di traffico, generato dal casello autostradale di Genova Ovest, connesso all’uscita-entrata di mezzi pesanti dal porto, e quello veicolare di attraversamento della città, onde evitare l’intasamento di Sampierdarena. Passeranno meno macchine da via Cantore? Certo, è proprio quello che vogliamo. Trasformandola in una grande opportunità per la delegazione sampierdarenese. Francamente mi stupisce che alcuni mettano in connessione l’abbattimento della rampa ed il suo contestuale spostamento in via Milano, con il paventato isolamento del quartiere. Noi vogliamo meno veicoli in via Cantore, e dunque maggiore vivibilità. La filosofia verso cui ci muoviamo, e verso la quale si muovono tutte le grandi città, è proprio questa: traslare i traffici di merci e persone fuori dai centri abitati, allo scopo di riqualificare la qualità ambientale di essi. È lo stesso concetto che sta alla base della Strada a mare che restituirà ai corniglianesi una via Cornigliano più vivibile».

     

    Matteo Quadrone

  • #Vitefuoriporta, il viaggio di Era Superba alla scoperta di storie e sapori dell’entroterra

    #Vitefuoriporta, il viaggio di Era Superba alla scoperta di storie e sapori dell’entroterra

    Raggio di sole tra gli uliviAi miei occhi la lunghezza con cui Genova si estende lungo la costa è ben percepibile via mare. La profondità del suo entroterra, invece, l’ho colta pienamente viaggiando in treno. Fuori dal finestrino scorrono l’Appennino, le alture boscose, i forti che fanno capolino, i primi segnali della città che avanza; e poi giù fino a quel mare che Genova sembra voler stringere in un abbraccio.
    #Vitefuoriporta nasce dalla voglia di raccontare questa profondità, lasciandosi alle spalle il mare e la città per inoltrarsi nell’entroterra. E forse galeotti sono stati i tanti viaggi in treno da Torino, mia città di origine, a Genova che da tre anni a questa parte mi ha felicemente e definitivamente adottata.

    Per una come me, nata e cresciuta ai piedi delle Alpi, potrebbe sembrare scontato il desiderio di scrivere, tra l’incuriosito e l’ammaliato, di vicoli, di mare e di tutto ciò che è così nuovo e così lontano dalla città in cui ho vissuto per trent’anni. Ogni mattina, andando in ufficio, guardo il mare e penso che sia un privilegio poterlo guardare in un giorno qualunque. Credo sia un’emozione che per noi, gente di pianura, non si spegnerà mai del tutto. Ma quando si è trattato di lavorare su un’idea di rubrica per la nuova stagione di #EraOnTheRoad (i nostri sopralluoghi nei quartieri di Genova in diretta Twitter), la voglia di raccontare sapori e personaggi lontani dal mare e dalla città ha paradossalmente preso il sopravvento, complici forse il mio essere sommelier e un’inarrestabile attitudine da food lover.

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareCon #Vitefuoriporta parleremo, tra le altre cose, di vino, di ortaggi, di mucche, di miele, di farina. Incontreremo produttori, allevatori, agricoltori, apicoltori. Tutto questo cercando di tracciare una geografia ideale di storie, tradizioni e sapori. Un viaggio nel genovesato alla scoperta delle eccellenze del territorio ma anche un percorso per conoscere vite e “mestieri” diversi, alcuni quasi perduti altri oggi sulla cresta dell’onda grazie a un ritorno verso tutto ciò che è terra.

    Faremo anche un’incursione fuori provincia per raccontare due territori del vino: ci allontaneremo un po’ geograficamente ma parleremo di luoghi presenti e vivi nella memoria di tanti genovesi.

    Nelle prossime settimane partiremo con la prima tappa della nostra avventura fuori porta. Speriamo di divertirci, di scoprire qualcosa di nuovo, di uscirne un po’ più saggi e un po’ più curiosi perché alla fine la morale della favola è che curiosi non lo si è mai abbastanza.

    Chiara Barbieri

  • Registro delle Unioni Civili a Genova, numeri e riflessioni a un anno dall’istituzione

    Registro delle Unioni Civili a Genova, numeri e riflessioni a un anno dall’istituzione

    archivio-libri-scrittura-D3Che Genova avesse il proprio Registro delle unioni civili lo avevano ormai dimenticato quasi tutti. Eppure è passato solo poco più di un anno da quando le prime coppie, di sesso opposto o uguale, hanno potuto iscriversi in questo particolare albo che non crea un nuovo status – operazione che non sarebbe consentita dal codice civile – ma sancisce una serie di possibilità prevalentemente a fini certificativi. Le coppie inserite in questo registro, ad esempio, hanno avuto l’accesso a diritti previsti dall’assistenza ospedaliera, carceraria, al subentro in contratti d’affitto, all’ingresso nelle graduatorie per gli alloggi popolari e, anche, a tutto ciò che possa riguardare prove e documentazioni nell’ambito di risarcimento del danno ai fini assicurativi. Come previsto poco più di un anno fa, insomma, in tutti i regolamenti comunali le coppie unite civilmente sono state totalmente equiparate a quelle legate da vincolo matrimoniale, senza bisogno di apposite modifiche normative.

    «Nonostante le possibilità siano ancora limitate – ha commentato l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – queste coppie si sono finalmente sentite parte di una comunità perché hanno potuto portare in sede pubblica il proprio vincolo affettivo».

    Le prime coppie dello stesso sesso e di sessi differenti hanno iniziato ad aderire al registro a partire dal 20 luglio 2013. Dopodiché il silenzio totale.
    C’è voluta l’iniziativa del gruppo consiliare di Sel affinché il tema tornasse alla ribalta. In realtà, la Commissione consiliare convocata ieri avrebbe dovuto fare chiarezza sulla possibilità di trascrizione in Italia, e a Genova in particolare, di matrimoni omosessuali contratti all’estero. Ma l’assessore Fiorini, in quota Lista Doria, ha colto l’occasione per fare anche il punto della situazione sul registro locale delle unioni civili.

    unioni-civili-gay-prideSono 57 le coppie che hanno fin qui aderito. Di queste, 35 sono composte da persone di sesso diverso e 22 dello stesso sesso (12 maschili, 10 femminili). Solo una coppia etero in questo periodo ha chiesto la cancellazione dal registro dopo esservi stata inserita. 17 sono, invece, le coppie con figli (compresa una coppia costituita da due donne) di cui 13 con figli propri e 6 con figli avuti da precedenti unioni, per un totale complessivo di 28 figli.
    Viene smentito dai fatti, dunque, chi ritiene che la questione riguardi esclusivamente le coppie omosessuali, dato che il 61% delle unioni è rappresentato da persone di sesso opposto: un dato, peraltro, che secondo quanto riferito dall’assessore Fiorini è ancora più alto in altre realtà italiane.

    Interessante anche vedere in che fascia di età abbia maggiormente attecchito il registro: il 38% delle persone che hanno chiesto di ufficializzare la propria unione civile ha tra i 36 e i 45 anni, il 23% tra i 46 e 55 anni, ben il 20% è rappresentato da giovani tra i 25 e 35 anni, mentre si scende al 14% tra i 56 e 65 anni e al 5% tra chi ha superato i 66 anni.

    Certo, il valore assoluto di questi numeri non è molto significativo, soprattutto se consideriamo che, ogni mese, a fronte di 4/5 unioni civili si registrano 118 matrimoni.
    Un peccato dal momento che il registro genovese è senza dubbio uno dei meglio articolati nel multi sfaccettato panorama nazionale.
    Sicuramente, una parte della responsabilità va addossata all’amministrazione che ha fatto passare molto in sordina la nascita del registro, rispetto invece alle massicce campagne informative di altri comuni italiani.
    La città italiana con più coppie di fatto registrate è Milano: partita un anno prima di Genova, è arrivata 898 unioni registrate di cui il 74% tra persone di sesso diverso. Torino, invece, che offre questa opportunità già da 10 anni ha solamente 90 scritti. Questione di diverse sensibilità probabilmente ma, soprattutto, di diverse tipologie di benefici che, stando sempre all’interno del limiti di legge, le varie amministrazioni offrono ai propri cittadini.

    Ovviamente, però, finché non ci sarà una legislazione nazionale che interverrà sul tema, difficilmente le cose potranno cambiare in maniera radicale (come, invece, succede in Francia con ben 138 mila Pacs registrati). «Sono pienamente consapevole che il Regolamento comunale è un aspetto limitato della questione – ha detto in Sala Rossa l’assessore Fiorini – ma è la manifestazione di una precisa scelta politica che, però, non può fare a meno di una legislazione nazionale».

    L’Italia, insieme con la Grecia, è sostanzialmente l’unico Stato a non essersi ancora espresso a livello normativo sul tema. «Non ci fa onore – ha chiosato Fiorini – essere rimasti praticamente solo noi, e in parte la Grecia, a non avere una disciplina di questo diritto». Qualcosa però sembra iniziare a muoversi, anche se la valorizzazione dei diritti e servizi civili non sembra essere una delle priorità dei famosi mille giorni di Renzi. Tuttavia, dal 30 luglio 2014 è stato depositato alla Commissione Giustizia del Senato un disegno di legge che potrebbe introdurre il riconoscimento formale di due tipologie di convivenza, sul modello della legislazione tedesca. Non si tratta dell’estensione del matrimonio vero e proprio alle coppie omosessuali, come spesso erroneamente e anche un po’ populisticamente si sente dire, ma di un doveroso ampliamento di una serie di diritti e di doveri a una fetta di popolazione che fino al momento ne è sempre stata esclusa. Si tratta di un riconoscimento doveroso richiesto più volte anche dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione per “sancire il pieno diritto di tutti a vivere la propria condizione di coppia”, naturalmente anche dei cittadini omosessuali.
    Un traguardo che avrebbe anche importanti riflessi sui temi fiscali: basti pensare ai regimi patrimoniali di comunità dei beni, alla detrazioni derivanti da dichiarazioni dei redditi congiunta, alla possibilità di ricevere assegni di reversibilità, all’assistenza sanitaria, all’esenzione delle tassa di successione… insomma alla parificazione di tutti quei diritti di cui già possono godere le persone unite in matrimonio.

    Il testo del disegno di legge nazionale, come detto, prevede l’istituzione due nuove forme di unione: la prima è l’unione civile vera e propria, che può essere richiesta da due maggiorenni dello stesso sesso, legati da un vincolo affettivo. Naturalmente, vi sono delle clausole di esclusione che sono le stesse previste per il matrimonio e derivano dunque dal codice civile. Anche lo scioglimento dell’unione civile sarebbe regolamentato sostanzialmente come un matrimonio e potrebbe prevedere l’assegno di mantenimento.
    Il secondo istituto, invece, è più leggero e riguarda i cosiddetti patti di convivenza. Potrebbe essere richiesta da coppie omo ed eterosessuali (nel senso etimologico del termine e non tanto delle preferenze sessuali) che decidano di organizzare la propria vita in comune: vi sono clausole di esclusione ma lo scioglimento del patto è più facile così come minori sono i doveri e i diritti di cui si potrà godere. I primi riguardano genericamente il vincolo alla reciproca assistenza materiale, mentre i secondi sono limitati alla reciproca assistenza sanitaria e penitenziaria e alla successione nel contratto di locazione. Lo scioglimento seguirebbe, invece, la falsariga di quanto già previsto dal Regolamento genovese: non vi è necessità di rivolgersi al Tribunale ma basta una dichiarazione consensuale presso un ufficiale di Stato civile o, se si tratta di un’iniziativa unilaterale, la prova di una comunicazione avvenuta per iscritto alla controparte. A maggior tutela dell’istituto, nel disegno di legge è anche previsto che gli effetti del patto di convivenza si protraggano per un anno dopo la richiesta di cessazione.
    «Questa seconda forma più leggera di legame – spiega l’assessore Fiorini – può essere l’anticamera di un matrimonio o di un’unione civile ma potrebbe anche rappresentare solamente un momento nella vita di una persona».

    C’è poi la questione da cui la discussione è rinata in Sala Rossa, ovvero la possibilità di trascrizione in Italia di matrimoni contratti all’estero. «Molte coppie omosessuali regolarmente sposate all’estero – racconta l’assessore – chiedono che la propria unione sia legittimata anche in Italia. Si tratta di dare attuazione all’esercizio del diritto di libera circolazione, per esempio a lavoratori comunitari che vengono a risiedere nel nostro Paese».
    Ma ci sono anche situazioni più complicate come il caso famoso di un cittadino italiano sposato in Spagna con il compagno uruguaiano, che si è trovato costretto a tornare a Modena dopo aver perso il lavoro. In Italia, però, il compagno in quanto extracomunitario avrebbe perso il diritto alla cittadinanza. La situazione fu risolta dal Tribunale di Modena che ordinò alla Questura di provvedere al rilascio del permesso di soggiorno, facendo giurisprudenza in questo caso.

    Una richiesta di trascrizione di matrimonio omosessuale contratto all’estero è arrivata ultimamente anche a Genova ed è al vaglio della Segreteria generale di Tursi. «La trascrizione – precisa Fiorini – in questo caso non avrebbe effetti costitutivi, dal momento che il matrimonio omosessuale non è previsto dal nostro ordinamento, ma solo certificativi: un riconoscimento comunque importante, al pari dell’inserimento nel Registro delle unioni civili. Si tratta di una questione giuridica che potrebbe essere superata qualora si arrivasse a una norma nazionale: su questo punto è importante perciò lavorare lasciando da parte ogni ideologia dal momento che parliamo del riconoscimento di un diritto e di una libertà».

    All’interno di questo quadro si collocano anche i matrimoni di cittadini italiani dello stesso sesso, contratti all’estero. Inizialmente considerati contrari all’ordine pubblico e quindi non ratificabili, la loro disciplina è attualmente demandata allo spirito di iniziativa delle varie amministrazioni locali: Bologna e Napoli, ad esempio, si affidano a un’ordinanza del sindaco per procedere alla trascrizione. Anche in questo caso il disegno di legge all’esame del Senato potrebbe aiutare non poco.

    Simone D’Ambrosio

  • Carlo Felice, la corsa disperata del teatro genovese verso il risanamento dei conti

    Carlo Felice, la corsa disperata del teatro genovese verso il risanamento dei conti

    Teatro Carlo FeliceLa prima seduta del Consiglio comunale di Genova, dopo la consueta pausa estiva, si è concentrata su uno dei grandi temi che da sempre tiene accesa l’attenzione della nostra città: la situazione del Teatro Carlo Felice. In questi giorni si è letto molto sullo stato di salute dell’istituzione lirica ligure e sugli eventuali rischi per il suo futuro: benché si tratti di un’operazione tutt’altro che agevole, proviamo a fare il punto della situazione, aiutati anche dalle parole del sindaco che è intervenuto a inizio seduta rispondendo ai quesiti dei consiglieri posti attraverso un articolo 55.

    «Non si può fare produzione culturale senza attenzione ai bilanci, soprattutto se questi sono sostenuti da denaro pubblico». Sono ineccepibili le parole con cui Marco Doria ha chiosato il suo discorso sullo stato del più nobile teatro genovese che, tra annaspamenti vari culminati con lo sciopero della rappresentazione della Carmen (200 mila euro di mancati introiti, a detta del primo cittadino), la prossima settimana presenterà il programma della nuova stagione (confermati il blocco dei prezzi con un allungamento della stagione fino a luglio rendendo più vantaggioso l’abbonamento e la ripresa del Premio Paganini con la direzione artistica del maestro Luisi).

    centro-portoria-piccapietra-carlo-feliceIl discorso economico è, dunque, la chiave attorno a cui tutto ruota, compresa la fresca polemica per il ben servito all’ormai ex sovrintendente Giovanni Pacor. «Per risalire la china – sostiene, infatti, il sindaco – non si può soltanto proporre spettacoli ma bisogna farlo con i conti in equilibrio strutturale».
    Un equilibrio strutturale che non è presente nel bilancio della Fondazione del Teatro in via di approvazione presso il consiglio di amministrazione presieduto dallo stesso sindaco. I conti consuntivi del 2013, infatti, presentano un disavanzo sull’ordine di grandezza dei 5 milioni di euro, dovuti sostanzialmente al mancato rinnovo dei contratti di solidarietà, che avevano invece consentito il pareggio nel biennio precedente.
    «Il teatro – spiega il sindaco Doria – ha per sua struttura circa 19/20 milioni di ricavi consolidati all’anno, dati per circa 15 milioni da contributi pubblici (Fondo Unico per lo Spettacolo, Regione Liguria per circa 1 milione, Comune di Genova per circa 2,4 milioni) e 3 milioni di incassi stagionali a cui si va ad aggiungere la sponsorizzazione di Iren. Il monte dei costi, invece, si assesta attorno ai 23/24 milioni, la cui voce principale è rappresentata dagli esborsi per il personale».
    Ecco, dunque, nascere un gap strutturale che nel 2011 e 2012 è stato appianato appunto attraverso l’utilizzo dei contratti di solidarietà, che hanno però comportato anche un’inevitabile contrazione dell’offerta artistica.

    La legge Bray e il contesto nazionale

    ITeatro Carlo Felicen un contesto nazionale che registra la crisi di tutte le 14 fondazioni liriche della penisola e che dimostra come ormai sia superato nei fatti questo modo di gestire la cultura attraverso ingenti sovvenzionamenti pubblici, l’unica, utopica soluzione sarebbe l’arrivo di un magnate straniero disposto a investire ingentemente sul teatro. Ma, visto che il miracolo è sostanzialmente impossibile, ci ha pensato il governo con la legge Bray, ritoccata da Franceschini, a proporre una strada per l’uscita dal tunnel. La proposta ministeriale è quella di un percorso organico di ristrutturazione del debito delle fondazioni liriche italiane, a cui hanno aderito 8 realtà su 14, Genova compresa, dichiarandosi in crisi e incapaci di far fronte con le proprie forze alla massa debitoria accumulata negli anni. Poco più di 3 milioni sono già arrivati al Carlo Felice dalla prima tranche di 25 garantita dalla legge agli enti che avessero proposto un piano triennale di risanamento efficace. Ma la fetta più importante dei fondi statali arriverà a completamento della presentazione del piano economico: si tratta di altri 125 milioni di euro (75 inizialmente previsti da Bray, 50 aggiunti da Franceschini) da spartire tra le 8 fondazioni aventi diritto.

    «Naturalmente – commenta Marco Doria – i conti che abbiamo fatto con il sostegno del commissario governativo Pinelli, partono dal presupposto che gli stanziamenti del Fus (Fondo unico dello spettacolo, ndr) restino inalterati nei prossimi anni». La criticità del bilancio 2013 non inciderà sul piano di risanamento, assicura il primo cittadino: «I passaggi della legge Bray sono stati seguiti e continueranno a esserlo. Per fortuna, la richiesta è di raggiungere l’equilibrio economico nell’arco del triennio 2014-2016, intervenendo attraverso pensionamenti, pre-pensionamenti, trasferimenti del personale ad altre strutture della pubblica amministrazione e manovre sui contratti integrativi aziendali di lavoro: il tutto garantito e ratificato da un accordo sindacale raggiunto quest’estate, senza il quale non avremmo potuto presentare il piano di risanamento».

    L’unico inconveniente dovuto al bilancio 2013 in rosso sarà l’impossibilità del Teatro Carlo Felice di accedere a un 5% del Fus dedicato alle realtà in grado di presentare conti in equilibrio per tre anni di fila.
    Comune e cda della Fondazione, in realtà, avevano provato a pervenire a un accordo con i lavoratori che desse il via libera per il terzo anno consecutivo ai contratti di solidarietà che avrebbero garantito il pareggio di bilancio: «La scorsa primavera – ricorda il primo cittadino – avevamo siglato con due organizzazioni sindacali un accordo che, tuttavia, non è stato presentato ai lavoratori per il consueto referendum facendo sfumare tutti gli sforzi dell’amministrazione».

    Per porre rimedio a questa situazione si era anche ventilata l’ipotesi di conferire al patrimonio del Carlo Felice il Teatro Modena: «Ma quando abbiamo un ente pubblico in difficoltà – sostiene il sindaco – non possiamo sempre cercare questa strada per tappare i disavanzi. Tra l’altro, alcuni studi ci hanno messo in allerta sul fatto che il conferimento di un bene vincolato non avrebbe avuto alcuna ricaduta positiva sul conto economico della Fondazione ma solo sul suo stato patrimoniale».

    Carlo Felice, nuovo Statuto e futuro “consiglio di indirizzo”

    Teatro Carlo FeliceLa legge Bray prevede anche che le fondazioni liriche adottino uno statuto entro il 31 dicembre 2014. Il Carlo Felice lo farà. Una volta entrato in vigore il nuovo documento, decadrà automaticamente anche il consiglio di amministrazione che l’avrà predisposto e, con esso, il sovrintendente. Il nuovo organo a governo della Fondazione sarà chiamato “consiglio di indirizzo” dal momento che proporrà la nomina del nuovo sovrintendente al Ministero. In questo contesto nazionale, la vicenda genovese è stata complicata dalla scadenza del mandato del vecchio cda nel giugno scorso. Le vertenze economiche non hanno consentito di arrivare al nuovo Statuto entro tale termine, così è stato necessario nominare un nuovo consiglio, sulla base dello Statuto attualmente vigente, che scadrà già a fine anno e che in questi giorni ha preso la decisione di non proseguire le collaborazione con Pacor.

    Ma se il percorso di risanamento non è compromesso, per quale motivo il consiglio di amministrazione non ha rinnovato la fiducia al sovrintendente, considerato comunque che entro fine anno il suo incarico sarebbe decaduto? Sulla questione, la ricostruzione del sindaco è molto precisa: «Con Pacor ho lavorato dei mesi, respingendo le richieste di suo allontanamento arrivate dalle organizzazioni sindacali. Per rinnovare l’incarico fino a fine anno abbiamo proposto le stesse condizioni economiche del precedente accordo, senza alcuna garanzia sulla prosecuzione nel 2015. Alla proposta del consiglio di amministrazione, il sovrintendente ha chiesto 24 ore per pensarci ma il cda non ha voluto attendere oltre e ha assegnato il nuovo incarico a Maurizio Roi. Il Teatro, dunque, è nel pieno delle sue funzioni con un solo, nuovo sovrintendente e un direttore artistico, il dottor Acquaviva, anch’esso in carica fino al 31/12».

    Secondo quanto traspare dalle parole di Doria, ci sarebbe però un altro fatto che ha acceso la miccia che ha portato a dare il benservito a Pacor e che avrebbe fatto venire meno il rapporto di fiducia tra l’ex sovrintendente e il sindaco. Il primo cittadino si è, infatti, lasciato sfuggire di non aver gradito i tentativi di cercare espedienti approssimativi e scorretti per coprire il buco di bilancio del 2013: «Fingere che ci sia un introito che non c’è ma che guarda caso è proprio uguale al delta algebrico che coprirebbe il buco è una cosa sbagliata: è falso in bilancio, oltre al fatto che non avrebbe trovato l’approvazione dei revisori dei conti e del commissario straordinario nominato dal governo. I bilanci devono dirci la verità, che ci piaccia o no; devono registrare l’andamento dei conti al centesimo. Dobbiamo dire no a scorciatoie fantastiche. Per questo motivo il cda ha dato mandato a esperti di verificare al centesimo tutte le poste in modo da arrivare all’approvazione del bilancio 2013 con il disavanzo più preciso possibile. Per porre soluzione a questa situazione al momento l’unica strada da seguire è quella prevista dalla legge Bray».

    La magia, o meglio l’inganno, contabile che secondo il sindaco sarebbe stato proposto da Pacor avrebbe chiamato in causa i tanto famosi interessi anatocistici, ovvero “gli interessi sugli interessi” applicati da Banca Carige al Carlo Felice e di cui la stesse legge Bray prevede il recupero per ripianare i conti del teatro lirico. Aggiungendo questa voce nella partita delle entrate, anche i conti del 2013 sarebbero andati a posto: «Ma non possono essere indicate a bilancio somme legittimamente pretese ma la cui entrata non sia assicurata da alcun accordo, contenzioso o sentenza di tribunale» ha spiegato giustamente il sindaco Doria.

    Il Comune, comunque, si attiverà per recuperare le ingenti somme dovute da Banca Carige. Prima dell’apertura del contenzioso con l’istituto di credito, il consiglio di amministrazione della Fondazione Teatro Carlo Felice ha ritenuto opportuno cercare un partener legale. La proposta di consulenza presentata dall’allora sovrintendente Pacor, che quantificava l’ammontare degli interessi anatocistici in 9 milioni di euro, non è stata ritenuta economicamente vantaggiosa dal cda a causa di un modello retributivo della parcella del tutto sui generis per il mercato italiano. La scelta è caduta perciò sullo studio genovese Afferni e Crispo, secondo alcuni coinvolto in una sorta di conflitto di interessi con Banca Carige che nella vertenza altro non è che la controparte: «Prima di affidare l’incarico – ha assicurato il sindaco – il consiglio di amministrazione del Teatro ha chiesto allo studio una lettera in cui venisse sottoscritta la totale autonomia e indipendenza dall’istituto bancario. È questione di onestà e di deontologia professionale. D’altronde, in passato, lo stesso studio legale ha già rappresentato alcuni privati in contenziosi con Carige».

    Simone D’Ambrosio

  • Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    arredi-urbani-giardini-plastica-2In molti forse ancora non sanno che da quasi quattro anni i Giardini Baltimora, meglio conosciuti come “Giardini di Plastica“, non sono più abbandonati al loro destino. Su Era Superba vi avevamo già presentato in più di un’occasione Down Town Plastic, il processo di riqualificazione del parco urbano nato in modo spontaneo nel 2010 per volontà di un gruppo di cittadini poi riunitosi nell’Associazione Giardini di Plastica. L’obiettivo dei volontari è stato sin dal primo momento quello di trasformare uno spazio semi abbandonato frutto di avventate politiche urbanistiche del passato (il centro direzionale e i giardini vennero costruiti dopo la demolizione dell’antico quartiere di via Madre di Dio),  in un luogo frequentato e vissuto dai cittadini, valorizzato per le sue caratteristiche e la sua posizione nel cuore di Genova a due passi dal centro e dalla Città Vecchia.

    arredi-urbani-giardini-plastica-3«Dal 2010 crediamo che sia stato fatto un passo fondamentale – raccontano i volontari  dell’Associazione Giardini di Plastica – i Giardini Baltimora sono usciti dall’ombra e si è deciso di investire su di loro e per loro. Soprattutto dall’estate 2013 il parco è diventato un luogo di musica e cultura, con la prima edizione di CRESTA e il nostro primo intervento più incisivo, la scritta bianca che sovrasta il pratone. Poi ci sono state due grandi azioni di pulizia promosse dall’Associazione che hanno migliorato notevolmente l’aspetto del parco: lo sfalcio dei rovi sulla collina sotto Via Del Colle e la rimozione delle siringhe, accumulate negli anni, nella scalinata (attualmente ancora chiusa all’accesso) che attraversa i giardini e collega la via con Piazza Faralli. Questa estate è stata ancora più ricca di eventi: grazie a CRESTA, alle nostre giornate di pulizia, Yoga e Contact e al progetto artistico Di Palo in Frasca che ha visto la decorazione di una parte del parco da parte dell’artista Gianluca Sturmann (autore, tra l’altro, di alcune copertine “storiche” di Era Superba, ndr)».

    Qualcosa è cambiato ai Giardini Baltimora anche per quanto riguarda l’attenzione delle istituzioni, stimolate dall’entusiasmo dell’Associazione. «Un nuovo interesse da parte del Comune è visibile anche nei lavori, alcuni conclusi altri da iniziare, per migliorare la viabilità e l’accesso ai disabili che hanno permesso di portare anche la corrente elettrica nel parco a servizio degli eventi. Il Municipio I Centro Est ha stipulato con noi una convenzione atipica, sperimentale rispetto a quella di affido del verde, che permette all’Associazione maggiori libertà di azione sull’area, come la possibilità di sperimentare arredi urbani temporanei, di proporre eventi ed azioni artistiche o di avere cura del verde. Ora chiediamo a chi amministra il territorio di creare un programma serio che unisca i diversi soggetti pubblici interessati (l’Assessorato all’ambiente, alla cultura, alle politiche giovanili, gestione del Patrimonio, legalità e diritti, il Municipio, la Soprintendenza…) che faciliti la progettazione e l’attuazione di azioni innovative e a lungo termine».

    E qui veniamo all’ultima tappa in ordine di tempo di questa avventura: DPT Lab Parco Fai da te, un laboratorio per ragazzi di analisi urbana e costruzione, realizzato grazie alla sovvenzione ricevuta nell’ambito del Programma europeo Gioventù in Azione.

    «Gli obiettivi del programma Gioventù in Azione coincidono largamente con quelli delle nostre associazioni, non è stato quindi difficile ideare a realizzare il progetto. Per la stesura non ci siamo affidati ad un europrogettista, abbiamo compilato il Formulario da soli. L‘Associazione il Ce.Sto in collaborazione con l’Associazione Giardini di Plastica e con il gruppo di progettazione SPLACE, ha creato un team di lavoro che accompagnasse i ragazzi in un laboratorio di analisi urbana e di costruzione, finalizzato alla progettazione e alla realizzazione di oggetti d’arredo urbano per i Giardini di Plastica, con un budget di 7000 euro».

    Così tra il 26 e il 30 agosto sono state costruite nove panche mobili e polifunzionali per il prato dei Giardini di Plastica, un processo che ha visto da aprile scorso otto ragazzi impegnati in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione. «Partendo dalla necessità di creare oggetti che rendessero più vivibile il parco, il valore aggiunto è che un gruppo di giovani (stranieri avviati in un percorso lavorativo e futuri architetti) abbiano imparato a conoscere meglio Genova e a concepire possibilità di modifica e intervento». Un’opportunità, insomma, per imparare tecniche di progettazione architettonica e costruzione, uno strumento per analizzare le problematiche dei giardini, un’occasione per contribuire alla restituzione del parco alla cittadinanza e un incentivo a incrementarne la fruizione. «Sfruttando una particolare occasione di lavoro condiviso si è cercato di rafforzare la coesione sociale e di rompere eventuali ghettizzazioni presenti sul territorio, di favorire la comprensione tra culture di Paesi diversi, di migliorare la qualità della proposta culturale. Essere cittadino significa anche sviluppare una sensibilità verso il mondo di altri coi quali si convive nei medesimi luoghi, significa incoraggiare il ritrovarsi e il riconoscersi nello spazio pubblico, significa riflettere sulla possibilità di rendere i luoghi di incontro il più inclusivi possibile».

    Il 5 settembre, inoltre, è arrivato un nuovo ospite ai Giardini Baltimora, un container issato con la gru da via D’Annunzio. «Il container è stato concesso in comodato d’uso al Municipio I Centro Est di Genova da parte del C.I.S.Co, “Council of Intermodal Shipping Consultants”, e posizionato come supporto, in primis, al progetto DPT Lab Parco fai da te e poi a tutte le future attività. Il container è il simbolo del processo in atto, del cantiere aperto, un presidio stabile e colorato che migliorerà ulteriormente le possibilità di intervento e l‘organizzazione logistica di ogni azione svolta nel parco. Fino ad oggi qualsiasi evento svolto ai giardini necessitava di trasporti continui o di guardiania, da oggi materiali e strumenti di lavoro potranno essere lasciati direttamente nel parco e ci sarà un luogo riparato per svolgere laboratori, incontri e riunioni. Il container per sua natura è un volume mobile e temporaneo, speriamo che nel processo in atto venga presto sostituito da qualcosa di più duraturo e che nel futuro non ce ne sia più neanche il bisogno».

    Un luogo in trasformazione, un’area degradata del centro cittadino che grazie alla fatica e alla costanza di cittadini volontari, in sinergia con le istituzioni, si sta trasformando in un luogo piacevole e vivibile, un nuovo punto di riferimento per la cultura e il divertimento. Domenica 14 il progetto DPT Lab verrà presentato alla cittadinanza con una festa, un picnik speciale aperto a tutti i genovesi. «Il programma delle attività ai Giardini è sempre piuttosto ricco e grazie alla collaborazione con tante associazioni, riusciamo a proporre almeno un evento al mese. Continueremo naturalmente a realizzare le attività ordinarie di pulizia e miglioramento del verde, cercando di coinvolgere sempre più volontari e cittadini. La prossima importante realizzazione curata dall’Associazione Giardini di Plastica e progettata da Splace prevede, all’interno del progetto di miglioramento degli accessi progettato dallo studio genovese Più Spazio, la costruzione, in autunno, di una grande rampa di accesso ai Giardini da Piazza Dante. La rampa eliminerà il muro e il salto di quota con Piazza Faralli, consentirà anche alle ambulanze di raggiungere i Giardini e costituirà un piccolo anfiteatro attorno all’area giochi».

    «Inoltre, ci stiamo ulteriormente impegnando nella ricerca di sponsor e finanziamenti per realizzare nuove attività e azioni di riqualificazione. Tra i prossimi obiettivi che ci poniamo c’è la creazione di un’area gioco per i cani in collaborazione con i tanti padroni che frequentano il parco, in modo che possano avere un’area libera e dedicata.
    Crediamo profondamente nelle potenzialità dei Giardini di Plastica e speriamo che sempre più persone abbiano voglia di dedicare un po’ di tempo a viverli e a migliorarli, siamo quindi aperti e disponibili a qualsiasi proposta da parte di tutti».

  • Nodo ferroviario di Genova, la grande opera. Stato dei lavori, obiettivi e scadenze

    Nodo ferroviario di Genova, la grande opera. Stato dei lavori, obiettivi e scadenze

    treno-ferrovia-stazione-pegliI lavori per la realizzazione del nodo ferroviario di Genova – unica grande opera infrastrutturale sulla cui utilità si registra un giudizio pressoché unanime (vedi precedente approfondimento di Era Superba) – procedono in questi mesi nel tentativo di recuperare, almeno parzialmente, i ritardi accumulati in precedenza, e rispettare la prevista conclusione dell’opera, già slittata dal 2016 a fine 2017. Ma restano alcune criticità da risolvere, in particolare la carenza di siti destinati al conferimento delle terre di scavo, oltre alle proteste dei residenti nei quartieri, quali il Campasso, interessati dalla cantierizzazione e dagli inevitabili disagi conseguenti. L’obiettivo principale del progetto è separare i flussi di traffico: passeggeri a lunga percorrenza e merci, da passeggeri regionali e metropolitani. Al termine degli interventi i binari tra Voltri e Sampierdarena diventeranno quattro, mentre quelli tra Piazza Principe e Brignole saranno sei. Consentendo così il potenziamento dell’offerta, lungo la fascia costiera e la Val Polcevera, grazie alla messa in esercizio, in ottica futura, della nuova metropolitana di superficie.

    Nodo Ferroviario Genova: il punto sui lavori

    «Stiamo operando dappertutto, un po’ rallentati perché la gestione del lavoro è complicata dalle limitazioni orarie stabilite per lo scavo delle gallerie – conferma Mauro Sciuto, direttore tecnico del Consorzio Stabile Eureca, soggetto che racchiude le imprese appaltarici dell’opera (i committenti, invece, sono Rfi ed Italfer, società del Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A) – Quindi, non possiamo lavorare a tempo pieno, 24 ore su 24 e sette giorni su sette, onde evitare l’eccessiva emissione di rumori notturni. In certe aree di cantiere, inoltre, dobbiamo confrontarci anche con i problemi di sopportazione della popolazione. Mi riferisco alle recenti proteste degli abitanti del Campasso, dove siamo impegnati nella ristrutturazione delle gallerie e del parco ferroviario a servizio del porto».

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-ELa grande incognita, però, come sottolinea Sciuto «Riguarda lo smaltimento dei materiali di scavo. Non abbiamo certezze. Infatti, stiamo conferendo le terre nell’unico sito individuato per il nodo ferroviario, ovvero quello non certo agevole di Tortona, in parte a Scarpino, ed in porto. Nelle prossime settimane subiremo dei rallentamenti se non sarà trovata una soluzione. Per quanto riguarda gli interventi, nel tratto da Brignole verso Principe abbiamo accumulato qualche mese di ritardo. A Fegino ormai stiamo abbandonando la zona con presenza di abitazioni, quindi, superati i prossimi 30-40 metri di galleria non dovrebbero esserci più problemi. La costruzione della nuova caserma dei carabinieri (ubicata nel piazzale attiguo alla stazione ferroviaria di Rivarolo), invece, paga lo scotto di alcuni errori progettuali. Inoltre, il progetto impiantistico ci è stato consegnato soltanto di recente. Adesso credo che potremo dare un’accelerata ai lavori, e ci vorranno 8-9 mesi per terminare l’intervento. Il lato della finestra di Borzoli è l’unico punto in cui siamo sostanzialmente fermi, proprio perchè non sappiamo dove conferire i materiali di scavo».

    Il responsabile del Consorzio Eureca conferma «La fine dei lavori del nodo ferroviario è prevista a dicembre 2017. Noi auspichiamo che le limitazioni orarie possano essere superate contestualmente all’avanzamento dell’opera, sia da Brignole sia da Fegino. D’altronde, stiamo parlando di una tipologia di lavoro particolare e complesso. Il fronte di scavo, infatti, deve essere sempre presidiato, per questo di solito si opera 24 ore su 24, in modo tale da non dover ripristinare ogni volta la messa in sicurezza del fronte. Tuttavia, è evidente che il rispetto della tempistica è strettamente connesso alla difficoltà relativa al conferimento delle terre. Insomma, se i committenti dell’opera non risolveranno questa criticità, i lavori in galleria potrebbero anche fermarsi. Parliamo di una quantità di “smarino” (terre di scavo) decisamente inferiore rispetto a quella prevista, ad esempio, per il Terzo Valico. Ma per quest’ultima infrastruttura sono stati messi in preventivo molti più siti di conferimento. Per il nodo ferroviario, invece, è stato individuato soltanto il sito di Tortona. Quando avremo 4-5 imbocchi aperti sarà importantissimo poter contare sul trasporto quotidiano e programmato dei materiali di scavo. Finora non c’è stata sufficiente attenzione al problema».

    Il vicesindaco: «Un’opera fondamentale e condivisa»

    Ferrovia di Nervi«Il nodo è un’opera fondamentale e condivisa, che migliorerà il sistema di mobilità urbana – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – A Fegino siamo quasi verso la conclusione della galleria. Al Campasso gli interventi renderanno possibile il trasferimento del traffico proveniente da Milano sulla linea Santa Limbania, oltre alla ristrutturazione del parco merci ferroviario, opera fondamentale richiesta dall’Autorità Portuale. In questi giorni abbiamo incontrato il comitato del Campasso per spiegare loro che era inevitabile far transitare i mezzi di lavoro per le vie del quartiere, dato che l’altezza delle betoniere rende impossibile il passaggio alternativo da Certosa, tramite il sottopasso di via Brin e poi via della Pietra. A Ponente, invece, l’area interessata dalla cantierizzazione è limitata. Qui verrà realizzata la nuova stazione ferroviaria di Voltri che, grazie alla futura “metropolizzazione” della linea, diventerà un importante nodo di interscambio, con annesso piazzale e parcheggio per facilitare l’utilizzo della nuova metropolitana di superficie. Per alcuni interventi direi che è confermata la fine nel 2017. Per altri, invece, penso che non sarà possibile terminarli prima del 2019. Teniamo conto che il Gruppo Fs ha centellinato le risorse, poi c’è stato un lungo contenzioso di natura economica tra committenti (Rfi e Italfer) e ditte appaltatrici (Consorzio Stabile Eureca), adesso i lavori sono in corso di svolgimento, ma scontiamo numerosi ritardi».

    La metropolitana di superficie

    binari-ferrovia-treni-voltriAffinché l’ipotizzata metropolitana di superfie possa essere davvero operativa, però, sono necessari determinati elementi: nuove stazioni urbane; nuovi treni simili a quelli della metro, particolarmente leggeri e dotati di forte accelerazione; inoltre occorre stabilire quale sarà il modello di gestione del servizio. «Noi nel piano urbanistico comunale abbiamo previsto diverse stazioni – risponde Bernini – Alcune sono già finanziate da Fs: Voltri, Teglia (perchè non bisogna dimenticare lo sviluppo anche sulla direttrice Val Polcevera), Cornigliano. Altre stazioni non sono ancora finanziate ma siamo in fase di progettazione in accordo con Fs. Ad esempio, a Multedo nel distretto di trasformazione, chi eseguirà la riqualificazione eseguirà anche i lavori propedeutici alla realizzazione della stazione. Stessa cosa vale per Pegli (Lido). Palmaro, invece, è in fase di studio. Importante sarà il collegamento, già finanziato, linea metropolitana-zona aeroporto Cristoforo Colombo. I tempi della messa in esercizio della nuova metropolitana dipendono dalla Regione Liguria che dovrà acquistare nuovi mezzi. Su alcuni tratti, probabilmente, una volta conclusi i lavori del nodo ferroviario, sarà possibile inserire più treni, ma serviranno locomotori adeguati agli spostamenti sulla linea metropolitana».

    In merito alle oggettive difficoltà riscontrate per conferire le terre di scavo, il vicesindaco Bernini sottolinea: «Mentre per Terzo valico c’è stato un piano di conferimento, la progettazione del nodo faceva riferimento ad una differente normativa. Era stata individuata una cava (probabilmente in zona Valvarenna, nda) ma successivamente tale opportunità è sfumata. Di conseguenza si stanno individuando siti di conferimento alternativi. Comunque, si tratta di una quantità limitata di terre. E parliamo di terre non contaminate. In effetti il conferimento dello smarino rappresenta una criticità nel nostro territorio. Senza un piano specifico le terre vengono considerate rifiuti speciali, quindi implicano maggiori problemi di smaltimento e costi più alti. Se esiste un adeguato sistema di controllo, e le terre sono “sane”, secondo me non dovrebbero sussistere simili lungaggini burocratiche».

    La situazione nei quartieri: Campasso, Voltri, Fegino

    Al Campasso la protesta dei residenti, con tanto di blocchi stradali, è scoppiata in piena estate, quando il Comune ha stabilito il passaggio nelle vie del quartiere di sette-otto betoniere al giorno – impegnate nel locale cantiere del nodo ferroviario – due volte a settimana, per complessivi otto mesi. Una decisione inaspettata, visto che il percorso ideato in origine prevedeva il transito da Certosa, per via Brin e via della Pietra. Ma in seguito ci si è resi conto che l’altezza dei mezzi impediva l’utilizzo del sottopasso di Brin. «Innanzitutto sappiamo che esistono anche delle betoniere più basse, come ci ha confermato una ditta che sta lavorando all’opera – spiega Matilde Gazzo, portavoce del comitato di quartiere Campasso – l’errore è stato fatto dal Comune, e adesso il disagio lo pagano i cittadini. Ma il manto stradale e le utenze sottostanti non possono reggere simili sollecitazioni per 8 lunghi mesi di lavoro. C’è un problema di sicurezza. Questo è un quartiere abitato da molti anziani. Così si rischia anche di ostruire il passaggio delle ambulanze. Il Comune ha preso una decisione senza interpellare i residenti. Il Municipio Centro Ovest ha manifestato la sua contrarietà con un odg negativo firmato da tutte le componenti politiche. È stato ignorato pure il parere negativo espresso dal distretto della polizia municipale. Lunedì 1 settembre tre membri del comitato hanno incontrato il vicesindaco Stefano Bernini. Noi, però, non capiamo perchè dobbiamo subire i disagi legati alla cantierizzazione, senza ricevere alcuna compensazione positiva per il quartiere. Abbiamo invitato Bernini a tornare per spiegare direttamente ai cittadini la situazione. Gli abitanti potrebbero accettare ulteriori sacrifici soltanto in cambio di una riqualificazione seria del quartiere. Siamo stufi di promesse non rispettate ed interventi aleatori. Il comitato ha proposto di utilizzare una parte degli enormi spazi presenti nel parco ferroviario da adibire a strada di collegamento con la fermata metropolitana di Certosa-Brin, agevolando così la mobilità urbana di studenti e lavoratori del Campasso. Adesso per una decina di giorni non passeranno più le betoniere. Poi ci sarà un nuovo incontro e vedremo cosa succederà. La partita si gioca nel rapporto tra Comune e Gruppo Fs. In altre parole, perchè il Comune non cerca di conquistare delle forme di vantaggio per i quartieri coinvolti dalle infrastrutture ferroviarie? Insomma, il Comune deve pretendere delle contropartite adeguate».

    A Ponente, invece, a destare preoccupazione sono i previsti espropri a danno di alcune famiglie e tre attività commerciali, ospitate in un edificio di via alla Stazione di Voltri. «I lavori del nodo nel nostro territorio sono cominciati da un po’ di tempo, e finora i disagi sono stati contenuti – racconta Mauro Avvenente, presidente del locale Municipio – Tuttavia, abbiamo sollecitato Fs affinché metta in condizione residenti e commercianti, che vivono e operano soprattutto in via alla Stazione di Voltri, di conoscere il loro destino. Fortunatamente si tratta di pochi nuclei familiari interessati dagli espropri. Grazie al vicesindaco Bernini a fine luglio siamo riusciti ad incontrare, in sede di consiglio del Municipio Ponente, i referenti di Rfi e Italfer (committenti dell’opera), per iniziare un confronto volto alla massima trasparenza. Ai cittadini è stato spiegato, e garantito loro, che nessuno sarà lasciato solo. Infatti, saranno messe in campo le compensazioni economiche previste, quelle attuate in Val Polcevera, ad esempio per la Gronda. Parliamo dello strumento dei Pris (Programmi regionali di intervento strategico), ovvero un surplus di emolumenti relativi al disagio causato alle persone».

    Avvenente sottolinea anche come sia importante aprire una discussione in merito alla sorte degli spazi “liberati” dallo spostamento a mare dei binari nel tratto tra Palmaro e Voltri. «Noi ripetiamo da tempo che è necessario raggiungere un equilibrio tra lo sviluppo del porto, e dunque delle sue infrastrutture, e la vivibilità dei centri abitati. Esiste un vecchio progetto dell’architetto Renzo Piano, poi ripreso da alcune associazioni, che prevede di restituire questi spazi alla città, realizzando la prosecuzione della passeggiata voltrese fino a Palmaro».

    Fegino. nodo ferroviarioDel cantiere di Fegino Era Superba aveva già parlato più di un anno fa, quando tutto era fermo, ma nei mesi precedenti i lavori avevano già causato disagi, in particolare relativi alla fuoriuscita di fango e terra in occasione di eventi piovosi. Criticità che pare si siano ripresentate puntualmente con il riavvio degli interventi. «Mercoledì 3 settembre abbiamo avuto incontro con Comune, Municipio Val Polcevera, Fs, e ditte appaltatrici – spiega Franco Traverso del comitato di quartiere Fegino – Dopo tanto tempo questo è stato il primo incontro per l’Osservatorio permanente sui lavori del nodo, organo che avrebbe dovuto viglilare sull’esecuzione dell’opera. Noi abbiamo ribadito il problema del fango che svivola fuori dall’area di cantiere in concomitanza delle piogge. Dalla parte della galleria gli operai accumulano mucchi di terra e di conseguenza, quando piove, inevitabilmente le fuoriuscite sono copiose, la terra mista a fango scende giù da via Fegino (strada chiusa che fiancheggia il cantiere) ed invade via Ferri. Così le nuove caditoie realizzate dal Comune non servono praticamente a nulla. Per fortuna, devo dire che l’amministrazione, sia comunale che municipale, ci sta dando una mano. C’è disponibilità all’ascolto da parte degli assessori Gianni Crivello e Stefano Bernini. Il 15 settembre è in programma un altro incontro. Per la fine dei lavori a Fegino si parla di gennaio 2015. Ma io dubito che tale scadenza, data la complessità dell’intervento, sarà rispettata. Inoltre, vorrei ricordare che nella fase di realizzazione del pilone del nuovo cavalcavia ferroviario bisognerà salvaguardare l’antica roggia (canale artificiale, proveniente generalmente da un corso d’acqua più ampio, per l’irrigazione o per altri usi, ndr), onde creare ulteriori problemi di allagamenti nel quartiere di Fegino».

    Matteo Quadrone

  • Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, l’ultima avventura del “Capitano” Alessandro Zeggio

    Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, l’ultima avventura del “Capitano” Alessandro Zeggio

    alessandr-zeggio-capitano-genova-gerusalemmeLo hanno già ribattezzato “Il Capitano” e se vi occupate di biciclette, o di mobilità sostenibile nella città di Genova, quasi sicuramente avrete già sentito parlare di lui. Si chiama Alessandro Zeggio, è un meccanico Amt e per onorare il suo nome di battaglia dedicatogli dagli amici ciclisti della Fiab-Genova ha deciso di lanciarsi in una nuova sfida. Questo dopo gli exploit dello scorso anno, che prima lo videro partire da Genova con destinazione Moncalieri, a ripercorrere con la pieghevole il viaggio che il Capitano Enrico Alberto D’Albertis fece per scommessa (o per sfida) in sella al suo velocipede e poi nell’autunno da Londra a Roma, pedalando lungo la via Francigena. Quest’ultimo, ci ha raccontato Alessandro, è stato un momento molto importante perché «più che un viaggio è stato un itinerario spirituale, quasi un  pellegrinaggio laico ma in ogni caso un’esperienza fortissima, che ancora mi fa venire gli occhi lucidi se penso a quando sono arrivato a Roma».

    Certamente qui siamo in un’altra dimensione rispetto ai viaggi compulsivi rincorrendo bagagli, coincidenze e check-in. Per arrivare a Moncalieri, con il patrocinio del Comune di Genova e della Fiab- Amici della bicicletta, Alessandro aveva preventivato quattro giorni, per darsi il tempo di incontrare eventuali compagni di strada, mostrare agli inevitabili curiosi la sua bicicletta pieghevole, scattare foto e guardarsi intorno.

    Lungo la via Francigena, invece, privo di sponsorizzazioni e patrocini – «perché sono letteralmente partito in dieci giorni, durante i quali ho semplicemente comprato il biglietto di sola andata per Londra, allestito un minimo di bagaglio, e via…» –  il viaggio ha preso forma durante il percorso stesso. «Il tempo è stato comunque scandito dai miei ritmi – continua il Capitano – all’inizio non sapevo neanche se arrivare a Roma o fermarmi a Genova; comunque ho impiegato quasi un mese, ed è stato assolutamente il viaggio più bello e importante della mia vita».

    E ora un’altra avventura: da Genova a Gerusalemme…

    Sabato 6 settembre, dal Palazzo della Commenda, Alessandro partirà in sella alla sua amata Montague (nuovamente una mountain bike pieghevole, molto tecnica e performante) per la sua scommessa (finora) più azzardata: raggiungere Gerusalemme. Il percorso che fu secoli or sono dei pellegrini verso la Terra Santa. Il suo piano è percorrere l’Italia fino a Brindisi (dove arriverà pedalando, inutile sottolinearlo) e poi attraverso Albania, Macedonia e Grecia ricalcare il percorso dell’antica via Egnatia fino ad Istanbul. Arrivato al lembo più estremo della Turchia, Antiochia, il volo per superare Siria e Libano dove ovviamente non si può transitare,  riprendendo a pedalare ad Acri, per giungere infine a Gerusalemme.

    Quando lo abbiamo incontrato la prima volta era in pieno allenamento, con le borse della bici caricate di pesi per abituarsi alla fatica, ma assolutamente sereno. «So che dovrei avere dei timori, in parte li ho, ma sono anche fiducioso nell’uomo, tanto che l’unica cosa per cui mi sto attrezzando sono i branchi di cani randagi: nelle parti in salita, vedendomi muovere lentamente, potrebbero diventare aggressivi e devo quindi studiare dei modi per difendermi. Riguardo ai pericoli di natura umana, e bellica, so che Gerusalemme non è esattamente una città tranquilla ma spero di riuscire ad evitare le situazioni più rischiose. E comunque, ho deciso di farlo e me ne assumo il rischio».

    «La dimensione umana, ecco: vorrei che emergesse soprattutto questo – aggiunge il Capitano – perché dal punto di vista sportivo non si tratta certo di un’impresa, in internet ci sono resoconti a bizzeffe di persone che potrebbero compiere lo stesso percorso in metà del tempo che impiegherò io, e forse lo hanno fatto. Questo perché dal punto di vista fisico mi sento una schiappa, e anzi, voglio essere la dimostrazione vivente che se riesco a farlo io, può riuscirci chiunque: non sono ancora diventato un ciclista, ero e rimango una persona che si sposta in bici».

    Era Superba seguirà Il Capitano in questo lungo viaggio, vi riporteremo quello che Alessandro, se e quando riuscirà ad avere connessioni e batterie  funzionanti, avrà da  raccontare. Inoltre, nel prossimo numero della rivista in uscita l’1 ottobre, vi parleremo anche di  alcune fasi della preparazione al viaggio che abbiamo potuto seguire,  spiegheremo perché è diventato Il Capitano, e come è esplosa  questa sua passione per le due ruote…

    Non resta dunque che rimandare all’1 ottobre approfondimenti e primi resoconti, nel frattempo… Buona strada Alessandro!

     

    Bruna Taravello

  • Ex Guglielmetti e Bricoman: due nuovi centri commerciali in Val Bisagno

    Ex Guglielmetti e Bricoman: due nuovi centri commerciali in Val Bisagno

    bisagno-adamoliIeri sono ripresi ufficialmente i lavori del Consiglio comunale, con la prima seduta dopo la pausa estiva della Commissione Territorio chiamata a discutere su due progetti molto delicati che nell’arco di pochi metri di distanza cambieranno sensibilmente l’aspetto della Val Bisagno. Stiamo parlando degli insediamenti di Coop Talea nell’area ex Guglielmetti e Bricoman nel terreno in passato occupato da Italcementi. A entrambi i temi sulle pagine di Era Superba abbiamo dedicato numerosi approfondimenti ma la convocazione della Commissione consiliare è stata l’occasione per fare il punto della situazione, nonostante l’assenza dell’assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini, impegnato a Roma per un incontro istituzionale con il ministro Lupi.

    Coop Talea, il sì definitivo spetterà al Consiglio comunale

     «Il progetto alternativo per l’area di Coop Talea presentato dall’Associazione Amici di Ponte Carrega a livello amministrativo non è nulla». Con queste parole gli uffici comunali hanno fugato ogni dubbio sul futuro del processo di riconversione del Centro Coop Bisagno e della riqualificazione dell’ex officina Guglielmetti, l’area acquistata dalla Coop per una cifra attorno ai 26 milioni di euro allo scopo di realizzare un complesso alberghiero con torre alta 35 metri e un centro commerciale con annesso parcheggio sulla copertura, tra  Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi. L’istruttoria andrà avanti seguendo il progetto presentato dai proprietari e, secondo quanto emerso dal dibattito in Commissione comunale, non potrebbe essere diversamente almeno fino all’ultimo passaggio definitivo nel plenum della Sala Rossa. Sembrerebbe, dunque, destinato ad avere poco il successo il progetto alternativo realizzato dall’architetto Giacomo Gallarati per conto degli Amici di Ponte Carrega, che avevamo illustrato nel dettaglio prima dell’estate.

    guglielmetti-molassana«O questa nuova idea progettuale viene presentata da chi è titolare dei capannoni – spiega l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica del Comune di Genova e responsabile dell’istruttoria del progetto Coop Talea – o gli uffici non hanno alcuna possibilità tecnica di interruzione dell’iter. Arrivati a questo punto dell’istruttoria solo il proprietario può proporre una variante al progetto: gli uffici tecnici comunali hanno sicuramente qualche margine di manovra, peraltro in parte già esercitato perché stiamo parlando di un disegno significativamente rivisto rispetto all’idea iniziale, ma non possono stravolgere il progetto. Tutt’al più potrebbero bocciarlo ma ci dovrebbero naturalmente essere delle motivazioni oggettive e le necessarie assunzioni di responsabilità».

    A dire il vero ci sarebbe ancora una strada per porre un freno alla realizzazione del nuovo complesso commerciale-ricettivo: il Consiglio comunale, infatti, sarà chiamato a votare la variante al Puc necessaria alla cantierizzazione dell’opera, dal momento che la funzione dell’area dovrà mutare da produttiva a ricettiva. Ma l’ipotesi di un diniego, nonostante alcuni consiglieri della frantumata maggioranza abbiano al momento fatto intendere diversamente, sembra quanto mai remota. I consiglieri, infatti, dovrebbero assumersi la responsabilità di bloccare un progetto per cui il Comune ha già incassato circa 26 milioni di euro vitali soprattutto per le casse di Amt.

    È stato, dunque, inutile il lavoro degli Amici di Ponte Carrega e dei cittadini della Val Bisagno? Assolutamente no, a sentire anche le parole degli stessi proprietari dell’area. «A settembre dell’anno scorso – ricostruisce le tappe l’ingegner Gianluigi Lino, direttore Sviluppo e strutture di Coop Liguria – abbiamo presentato la prima versione del progetto che poi è andata in Conferenza dei servizi poco prima di Natale. In quei tre mesi, il Municipio, le associazioni e cittadini ci hanno fatto una serie di richieste di modifiche e miglioramenti che abbiamo raccolto e in larga parte accettato perché ci sembravano sensate». Tra queste, l’inserimento dello spazio dedicato al Teatro dell’Ortica e una rivisitazione della mobilità con l’eliminazione di una rotatoria che consentisse un allargamento della piazza prevista dal progetto e l’introduzione di un’altra rotonda in piazzale Bligny. «In una seconda fase – prosegue Lino – abbiamo recepito altre osservazioni da parte degli uffici comunali, nonostante tutte le complessità a mettere le mani dentro un progetto del genere che avrà mille disegni a corredo. Ma l’abbiamo fatto con convinzione perché eravamo soddisfatti della bontà dei contributi arrivati dalla discussione pubblica».

    Il progetto alternativo degli Amici di Ponte Carrega è «irricevibile» secondo Coop Talea

    ex-guglielmetti-progetto-amici-ponte-carregaPoco prima dell’estate, però, l’associazione Amici di Ponte Carrega prova a sparigliare le carte proponendo un progetto assolutamente alternativo, meno impattante, più rispettoso delle tradizioni del territorio pur a parità di superfici per il nuovo insediamento (qui l’approfondimento). «Le criticità del progetto – spiega l’architetto Fabrizio Spiniello, portavoce degli Amici di Ponte Carrega – riguardano soprattutto la scarsa attenzione posta ai valori storici e ambientali della Val Bisagno. Ma siccome non siamo un’associazione del “no” ma del “come” abbiamo proposto la nostra alternativa». Un’alternativa illustrata ieri ai consiglieri presenti in Commissione dallo stesso autore Giacomo Gallarati, che ha ribaltato il punto di partenza del progetto «mettendo al cuore l’identità dell’area, spostando l’albergo in una posizione molto meno impattante e rivendendo il posizionamento dei parcheggi per valorizzare al massimo gli spazi verdi e pubblici».

    «È un contributo irricevibile – ribatte duramente l’ingenger Lino – fatto da una persona che non conosce i limiti del problema, non conosce la legge e i regolamenti vigenti, non conosce come funziona una macchina del genere che non riguarda solo l’attività commerciale e ricettiva ma tutta la complessa macchina logistica che sta alla base del progetto. A parte il fatto che l’assunto di base di ridurre tutto a una sequela di casettine un po’ lungo il fiume, un po’ sulla copertura è deprimente dal punto di vista architettonico dell’elaborazione che è stata fatta».

    Le responsabilità del Comune

    progetto-ex-guglielmettiDa non dimenticare la questione economica: non siamo certo di fronte a un’opera di beneficienza ed è naturale che Coop debba rientrare dei 26 milioni investiti. «Se il Comune avesse deciso di fare qualcosa di meno impattante – ricorda Lino – avrebbe potuto limitare la volumetria o inserire altri vincoli al momento della vendita». Ma sicuramente avrebbe incassato di meno.

    Una questione su cui, non senza ragione, pone l’accento anche Clizia Nicolella di Lista Doria: «Il Consiglio comunale – eravamo ancora nel ciclo amministrativo della giunta Vincenzi, ndr – sarebbe dovuto intervenire al momento della dismissione dell’area pubblica e della conseguente vendita ai privati. Questa situazione ci serva da lezione per ricordarci che gli spazi pubblici non sono mezzi di sostentamento per il bilancio comunale ma soprattutto uno strumento per offrire ai cittadini un miglioramento della propria vita». Evidente l’allusione, ad esempio, alle aree dell’ex Fiera del Mare (qui l’approfondimento).

    Il punto più critico del progetto di Coop Talea sembra essere il forte impatto architettonico della futura struttura alberghiera, la cui necessità però è stata ribadita con forza dal presidente del Municipio Media Val Bisagno, Agostino Gianelli: «Un albergo in Val Bisagno è necessario per intercettare l’utenza dei grandi eventi sportivi alla Sciorba, i tifosi ospiti del Ferraris e altri turisti o lavoratori che si troverebbero comodamente vicini all’uscita autostradale di Genova Est».

    Su questo punto i progettisti di Coop erano già intervenuti ma le parole dell’ingegner Lino annunciano una rinnovata disponibilità a un ulteriore ritocco: «Siccome non siamo sordi e ciechi e pensiamo che, anche se in modo sbagliato e scorretto (perché progettare in casa d’altri non è che sia proprio il massimo della correttezza, dopo che in fase iniziale abbiamo incontrato più volte questi signori dell’associazione Amici di Ponte Carrega, siamo intervenuti sul progetto e mesi dopo hanno avuto un’altra pensata), il problema evidenziato ci sia effettivamente, stiamo cercando di capire come ridurre questo impatto, la volumetria e il fastidio per la popolazione che vive sulle alture nelle vicinanze. Forse abbiamo anche trovato una strada che coinvolge la rielaborazione di una parte del progetto e al momento opportuno la presenteremo: siamo tutti rientrati dalle ferie da due giorni ma ci stiamo lavorando. Questa sarà la disponibilità ulteriore a modificare il progetto andando incontro ai cittadini per dimostrare che non siamo sordi. Le cose impossibili o palesemente irricevibili le lasciamo a chi le propone. A parte gli Amici di Ponte Carrega, comunque, mi sembra che il progetto sia stato universalmente accettato».

    Oltre all’impatto della struttura alberghiera, a lasciare perplessi alcuni consiglieri comunali è anche la disposizione interna degli spazi soprattutto relativamente alle aree verdi, pubbliche e destinate a uso sociale. Se però il Consiglio riuscirà a lavorare in maniera compatta, qualcosa potrà ancora essere ottenuto anche sotto questo punto di vista, come lascia intravedere lo stesso direttore Sviluppo e strutture di Coop Liguria: «Sarà la convenzione urbanistica – ovvero la necessaria variante al Puc che il Consiglio comunale sarà chiamato a votare, ndr – a stabilire con precisione quali aree dovranno essere pubbliche e quali private, naturalmente secondo una legge nazionale e regionale che norma le superfici in funzione della valorizzazione. Noi abbiamo interpretato la legge nel modo più estensivo possibile ma sarà poi l’amministrazione a esprimersi definitivamente».

    A preoccupare il presidente di Municipio Gianelli, invece, non è tanto l’impatto del progetto, che pur essendo «concentrato nella stessa zona di un altro significativo intervento» ma sarà mitigato dagli importanti oneri di urbanizzazione a carico dei privati e beneficio dei cittadini del Municipio, quanto una questione di sicurezza di assoluto rilievo: «La Guglielmetti è piena di amianto – sentenzia allarmato il presidente – perché i tetti sono in eternit. Chiunque farà i lavori e in qualsiasi direzione essi andranno abbiamo tutti la necessità di vigilare affinché la messa in sicurezza sia rapida e completa. Nelle vicinanze ci sono infatti molte abitazioni che subiranno questa servitù».

    Bricoman, progetto in dirittura d’arrivo con tanti interrogativi

    ponte carrega centro commerciale 2A poche decine di metri dal progetto Talea, sorgerà un altro centro commerciale. Si tratta del nuovo magazzino per il fai da te “Bricoman”, un progetto di Coopsette per la riqualificazione della vasta area ex Italcementi estesa per circa 216 mila metri quadrati, anch’esso deliberato sotto la giunta Vincenzi. I lavori, in questo caso, sono in fase decisamente più avanzata e non dovrebbero prevedere ulteriori passaggi in Consiglio comunale. Restano però alcuni interrogativi, soprattutto sotto il profilo della sicurezza idrogeologica dato che la nuova struttura sorgerà sul rio Mermi, in una zona in cui potrebbe anche insistere il pericolo frane, e in prossimità del rio Torre.

    Una prima risposta è abbozzata dall’architetto De Fornari del settore Urbanistica del Comune, in attesa che una riconvocazione della Commissione alla presenza del vicesindaco Bernini possa fugare anche gli ultimi dubbi: «Se questo progetto, che ha già superato l’ostacolo di un contenzioso al Tar nel 2012, non fosse stato ritenuto sicuro sotto il profilo idrogeologico, la Provincia di Genova non avrebbe autorizzato nemmeno un metro quadrato di intervento. I lavori, invece, sono partiti e quasi giunti a una prima fase di conclusione perché tra gli oneri di urbanizzazione c’è proprio la messa in sicurezza del rio Mermi che sarà completata entro novembre. A dimostrazione della grande sensibilità sotto questo profilo – conclude De Fornari – vanno ricordati gli interventi di sopraelevazione dell’argine in sponda sinistra, a detta dei tecnici specializzati non necessaria ma comunque accolta. Insomma, o chi ha firmato i pareri di sostenibilità ha sbagliato o si tratta di un capitolo chiuso».

    Non sono questi, però, gli unici problemi sollevati ieri in Commissione dall’associazione Amici di Ponte Carrega che ha posto l’attenzione anche su alcuni aspetti relativi alla mobilità. «Vorremmo innanzitutto capire – ha detto Fabrizio Spiniello – perché nel progetto Bricoman risalente al 2011 si parla di 1000/1200 veicoli in transito al giorno mentre in quello della vicina Coop Talea la cifra sale a 2600 in 10 ore. Sottolineiamo poi che la realizzazione della rotatoria su Lungobisagno Dalmazia, senza un’adeguata impiantistica semaforica, renderà difficoltoso l’attraversamento pedonale considerando che al di là del torrente si trovano la scuola, gli studi medici e la farmacia. Infine, vista la nuova progettazione della viabilità che ridurrà drasticamente i parcheggi a uso degli abitanti (da 85 a 26) chiediamo che una parte dei parcheggi privati ad uso pubblico dell’insediamento Bricoman siano fruibili alla cittadinanza in tutto l’arco delle 24 ore». Le risposte alla prossima puntata. Forse.

    Simone D’Ambrosio

  • Partecip@, Municipio Centro Est: al via la realizzazione dei primi 4 progetti proposti dai cittadini

    Partecip@, Municipio Centro Est: al via la realizzazione dei primi 4 progetti proposti dai cittadini

    municipio-centro-estA breve dovrebbero partire i lavori per la realizzazione dei primi quattro progetti di restyling urbano proposti direttamente dai cittadini attraverso il bando “Partecip@“. Su Era Superba abbiamo già parlato in più di un’occasione di questa iniziativa, una sperimentazione di democrazia partecipativa, per ora limitata al Municipio Centro Est, avviata lo scorso autunno con l’approvazione del regolamento e culminata a marzo 2014 con la pubblicazione del bando. Grazie anche alla collaborazione dell’associazione genovese OpenGenova, che ha affiancato il Municipio nella promozione dell’iniziativa e nella raccolta delle proposte progettuali dei cittadini, sono stati presentati alla commissione municipale ben 34 progetti di cui 25 dichiarati ammissibili (dei 9 progetti non ammissibili 5 non erano rispondenti alle tipologie di intervento previste e 4 superavano la soglia di costo massimo). Successivamente, questi progetti sono stati pubblicati sul web e votati da oltre 3500 cittadini e lavoratori con sede della propria attività nel Municipio Centro Est, si è così potuto dar vita ad una graduatoria. Con i 28 mila euro stanziati dal Municipio per il progetto nel 2014, verranno realizzati i primi quattro (quindi i più votati), via via tutti gli altri, fondi permettendo. Significativa, in questo senso, la prospettiva annunciata con la presentazione del bilancio preventivo del Comune per il 2014 di un maggiore trasferimento di fondi ai Municipi (qui l’approfondimento), un provvedimento che potrebbe permettere al progetto “Partecip@” di allargarsi anche alle altre delegazioni cittadine.

    I progetti che potranno trovare realizzazione con il primo stanziamento di fondi, non appena sarà approvato il Bilancio comunale, sono Come una nave per il quartiere” (Lagaccio), “All’ombra dell’estivo sole” (Oregina), “Giochiamo in piazza” (Prè – Molo – Maddalena) e la realizzazione di un laboratorio di informatica presso la scuola De Scalzi – Polacco (Portoria – Carignano).

    Come una nave per il quartiere

    come-una-nave-per-il-quartiere-partecip@È il progetto che ha raccolto il maggior numero di consensi dai cittadini, consiste nel sostanziale restying dei giardini di via Sapri nel quartiere del Lagaccio con l’impiego del wpc, materiale complesso di legno e plastica utilizzato anche nell’allestimento delle navi (da qui il titolo). Una pedana rialzata per accedere all’orto didattico, uno spazio fruibile per tutto il quartiere. La spesa è di 5.000 euro.

    All’ombra dell’estivo sole

    ombra-estivo-sole-partecip@Si tratta della riqualificazione dei giardini don Acciai, altrimenti ribattezzati “Piazza dei popoli”, all’incrocio tra via Napoli e via Vesuvio, una proposta lanciata dall’associazione “Quartiere in Piazza” che presidia attivamente i giardini. Verrà realizzato un pergolato con vite rampicante che regalerà una preziosa zona d’ombra nelle giornate estive, in un’area attualmente già fornita di panchine e quotidianamente frequentata da bambini e anziani del quartiere.

    Giochiamo in piazza

    Progetto ipotetico di collocazione gioco presso Giardini Luzzati
    Progetto ipotetico di collocazione gioco presso Giardini Luzzati

    L’iniziativa, per una spesa totale di 7.900 euro con l’aggiunta di 2.000 euro di cofinanziamento privato, prevede la progettazione, costruzione e/o acquisto di arredi urbani (piccoli tavoli e panchine mobili, giochi per bambini e adulti e installazioni artistiche che andranno ad abbellire le aree di intervento) e l’installazione di una struttura fissa di gioco (costruita autonomamente dai proponenti rispettando le normative di sicurezza) presso i Giardini Luzzati.
    “Si tratta di prodotti che verranno costruiti e acquistati nell’ottica della condivisione tra diversi spazi e realtà e saranno quindi trasportabili e messi a disposizione delle associazioni, gruppi e singoli cittadini del territorio per la realizzazione di iniziative di quartiere”, si legge nel progetto.
    L’intervento ha l’obiettivo di arricchire l’offerta ludico-ricreativa e la disponibilità di spazi dei Giardini Luzzati a favore delle famiglie del quartiere e dei minori che frequentano la scuola Garaventa-Baliano recentemente trasferitasi nel nuovo edificio di piazza delle Erbe e dell’Asilo Nido Comunale San Donato.

    Scuola De Scalzi – Polacco, laboratorio di informatica

    Il fabbricato ottocentesco si trova nel quartiere di San Vincenzo all’angolo tra via Tollot e via Ricci. L’investimento previsto è di 5.600 euro, si tratta di un intervento di manutenzione straordinaria per uno spazio della scuola adibito ad aula computer “cui si vorrebbe dare dignità di Laboratorio di informatica”, leggiamo nel progetto, oltre ovviamente alla messa in sicurezza.

  • Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    ambiente-green-alberi-verde-parchi-natura-DIChi ama andare per boschi e montagne ha una luce speciale negli occhi, ne sono convinta, e sicuramente quella luce l’ho vista brillare negli occhi di Tiziano Fratus, poeta e scrittore bergamasco classe ’75, “cercatore d’alberi” – dal titolo di un suo libro – che è stato più volte ospite (l’ultima volta pochi mesi fa) anche del Festival Internazionale di Poesia di Genova.
    L’ho incontrato alla presentazione del suo ultimo libro, davanti ad un pubblico che ad un occhio inesperto poteva sembrare eterogeneo, ed era invece composto per la quasi totalità da appassionati ed esperti di montagne e piante. Fratus ha presentato il volume uscito il 5 giugno scorso per Laterza, “L’Italia è un bosco“.

    Non è affatto semplice intervistare Fratus, è difficile fermare il flusso discorsivo di questo scrittore-poeta che ti cattura per la passione, ma anche la cura e quasi il puntiglio con cui spiega la scelta di alcuni alberi e di alcuni luoghi inseriti nel volume, e più in generale l’idea che ha dato vita al libro stesso.
    Non solo un manuale, non proprio una guida, “L’Italia è un bosco” potrebbe essere una sorta di breviario da consultare prima di visitare una regione o di organizzare un trekking per conoscere un punto di vista inconsueto e cercare angoli inaspettati. Oppure un libro da leggere semplicemente per trovare, nelle lunghe fasi in cui si è incollati alla sedia della città, un respiro diverso, un balsamo per ammorbidire le giornate più aspre, quelle fatte solo di impegni, orari, ritardi e scontri.

    barbagelata
    Barbagelata (1120 m.s.l.m.) è il centro abitato più alto della provincia di Genova. Antico borgo contadino, oggi frazione di Lorsica, si trova fra la Val Trebbia e la Val d’Aveto. Il paese è celebre per la triste pagina nella storia della Resistenza quando venne saccheggiato e dato alle fiamme dai nazifascisti nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1944 come rappresaglia per l’appoggio degli abitanti ai partigiani.
    Il vicino passo della Scoglina collega le due valli ed è percorso da un’affascinante arteria stradale, la provinciale 56, immersa nel verde intenso dei bosch liguri.

    La nostra Regione, che come sappiamo di boschi è ricca (qui il nostro approfondimento dei mesi scorsi, realizzato anche con il contributo dello stesso Fratus, ndr), è più volte citata in quest’opera, dal castagneto del Bosco di Grau (Im) ai faggi monumentali di Mallare (Sv), mentre Genova è raccontata sia dai lecci storici presso Barbagelata in Val Trebbia sia dall’orto botanico dell’Università che ospita imperdibili sequoie monumentali. Più a levante, presso il cimitero di Allegrezze a Santo Stefano d’Aveto, le stesse sequoie sono ancora in formazione, ma altrettanto meritevoli di una visita.
    Dopo l’incontro abbiamo avuto modo di chiacchierare con l’autore, “homo radix” secondo la sua definizione, che si è invece dimostrato inaspettatamente esperto anche di vicoli e di mare. Ed anche aperto e chiacchierone, a dispetto dell’immagine che noi liguri abbiamo di chi va per boschi…

    Sembri a tuo agio in questa città, non sempre Genova cattura troppe simpatie al primo incontro…

    «No, voi avete un’opinione troppo severa della vostra città, che invece è molto bella ed è molto più di quanto non ci si aspetti da una città di queste dimensioni. L’unica cosa veramente pesante è il traffico, e le strade strette e difficili da trovare, soprattutto per noi abitanti della pianura… per quanto estrema».

    Estrema?!

    «Sì, nel senso che dove abito io (Trana, in Piemonte, a ridosso della Val di Susa) la pianura praticamente termina ed iniziano le Alpi. Ma ovviamente i nostri spazi di manovra sono infinitamente più ampi!»

    tiziano-fratusCome vive un “cercatore d’alberi”? Voglio dire, se il tuo lavoro è andare per boschi ad esplorare gli alberi, cosa che per noi significa vacanza, tu che fai nel tempo libero?

    «Veramente l’attività che mi viene in mente prima di ogni altra è il mio orto, semino, strappo erbacce e concimo: sono abbastanza fiducioso nei metodi naturali, sia per i concimi che per gli antiparassitari, ma poi ogni tanto anche io spruzzo qualcosa di chimico. A volte è l’unica alternativa ad abbattere la pianta stessa. Comunque amo anche il mare, ricordo che ai tempi del liceo andavo ogni tanto a Varigotti, da un amico che passava lì l’estate; ma conosco anche l’entroterra, e ne conosco bene la solitudine: gli abitanti sono molto molto diversi da quelli della costa, silenziosi, quasi selvatici».

    Per il tuo libro, “L’Italia è un bosco” ho visto che hai cambiato casa editrice. Come ti sei trovato con Laterza?

    «Quando ho pubblicato “Diario di un cercatore d’alberi” per Kowalski ero entusiasta della veste che hanno deciso di dare al volume, molto “pop” e piccolo abbastanza da essere portato in tasca durante le escursioni; ma per quest’ultimo libro, Laterza mi ha veramente coinvolto in tutto il processo decisionale. Sia nella scelta della dimensione, l’impaginazione, la copertina in stile quasi artigianale e poi, soprattutto, hanno inserito le foto, che per me sono essenziali ma che difficilmente gli editori accettano, perchè molto costose. Insomma, mi hanno dato fiducia e dimostrato di credere molto nel mio progetto».

    Hai realizzato un documentario con Manuele Cecconello ambientato fra le grandi sequoie italiane, hai in programma qualcosa di simile per il futuro?

    «Il prossimo passo sarebbe trarre un film da uno dei miei libri: chissà, forse non è un’ipotesi così azzardata… Basta aggiungere pochi ingredienti, se ci pensi la storia potrebbe esserci già. Ma non voglio dire di più, per ora non c’è niente di definito».

    Così abbiamo lasciato il nostro “homo radix” a godersi la frescura serale dei vicoli, mentre avevamo ancora negli occhi il profilo contorto di un pino mugo; certo prendersi il tempo per osservare un albero può essere un gesto poetico forse estremo, per le nostre vite frettolose ad occhi bassi. Ma sicuramente non un gesto inutile.

    Bruna Taravello

  • Flussi migratori, analisi dei dati. Quanti sono i cittadini stranieri a Genova? Come e dove vivono?

    Flussi migratori, analisi dei dati. Quanti sono i cittadini stranieri a Genova? Come e dove vivono?

    vicoli-immigrazione-d1A Genova quasi un residente su 10 è straniero. E per alcune nazionalità la città si conferma stanziale. Lo ha rivelato uno studio della Direzione Statistica del Comune che ha analizzato i flussi migratori degli ultimi venti anni. Complessivamente il numero di immigrati stranieri registrati dall’anagrafe di Genova è passato da 6.182 nel quinquennio 1993-1997 a 32.705 nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. Il numero di registrazioni è raddoppiato tra i quinquenni 1993-1997, 1998-2002 e 2003-2007, con un rallentamento negli ultimi cinque anni. Stesso andamento per quanto riguarda i nati stranieri nel Comune.

    Stranieri a Genova
    Clicca qui per accedere all’infografica completa

    Abbiamo analizzato questi dati insieme alla Direzione di statistica del Comune e al Centro Studi Medì.

    Gli stranieri residenti nel Comune, secondo il dato più aggiornato che ci ha fornito la direzione statistica (marzo 2014), sono 56.696, cioè il 9,5 % della popolazione complessiva (595 613, ndr).

    Perché una ricerca come questa e con quali fonti?

    Il comunicato del comune recita: “La  ricerca  su questa categoria di cittadini è finalizzata ad un approfondimento del fenomeno migratorio, per meglio comprendere quanto la città di Genova risulti stanziale o di transizione per gli stranieri  che arrivano  nel nostro territorio in funzione anche della nazionalità, del genere e delle fasce d’età. Si è cercato di comprendere quanto Genova è in grado di offrire (o è stata in grado di offrire)  alle persone straniere che l’hanno scelta per viverci”. Mariapia Verdona, direttrice della direzione statistica del Comune conferma che si è trattato di «una ricerca con lo scopo di capire quanto Genova fosse una città stanziale o solo di transito per gli stranieri che risultano residenti, come la presenza degli stessi sia diventato un valore o meno. Cercare di capire come funziona il flusso migratorio, capire chi si ferma nella nostra città e se esistono già le generazioni successive, ad esempio il dato relativo ai ricongiungimenti familiari può significare che chi è residente nel Comune si è stabilizzato ed è in grado di accogliere il resto della sua famiglia».

    Come in tutti gli studi della direzione statistica «Lo spirito delle pubblicazione – aggiunge Verdona – è fornire ai decisori degli elementi conoscitivi per meglio assumere delle decisioni. Sulla base di quelle che sono le problematiche a livello territoriale e ispirandosi al nazionale. Per meglio indirizzare tutti i servizi allo straniero, in questo caso».

    dati-permessi-soggiorno-stranieri-genova

    dati-stranieri-genova-attivita-lavorativeCome ci confermano sia la Direzione statistica che gli esperti del Centro Medì, il presupposto dal quale partire è che si tratta di dati che si prestano a più interpretazioni e che quindi è molto importante capire innanzitutto come leggerli. I dati analizzati provengono da fonti ufficiali, l’anagrafe comunale (dove ciascuno straniero e non, viene registrato, una volta residente sul territorio genovese), la Questura (per quanto riguarda i dati relativi ai premessi di soggiorno) e la Prefettura (riguardo ai ricongiungimenti familiari). A questi dati ne sono stati aggiunti alcuni forniti dalla Camera di commercio di Genova per meglio illustrare come gli stranieri si mantengono nel Comune quali sono le loro attività lavorative (vedi immagini).

    È stato fatto un lavoro manuale di ripulitura dei dati anagrafici, persona per persona, questo per arrivare ad un numero il più possibile corretto. Inoltre il censimento 2011 in maniera pressocché automatica ha ripulito ulteriormente il set di dati sui quali lavorare. Eliminando gli errori che un periodo così lungo di dati inevitabilmente porta con sé.

     Che cosa ci raccontano questi dati?

    Genova è una città nella quale la maggior parte degli stranieri trova una propria stabilizzazione. Lo testimoniano i numeri dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le nascite. Genova è una città stanziale, cioè dove rimangono e dove vengono raggiunti dal resto della famiglia. «Negli ultimi anni si è calmierata l’immigrazione da Africa e Sud America ed è andata crescendo quella dall’Asia, Cina ed Est Europeo», conferma Verdona.

    Nell’ultimo quinquennio preso in esame 2008-12, gli europei costituiscono la prevalenza degli arrivi a Genova, seguiti dai cittadini di nazionalità sudamericana. Tra il 2008 e il 2012 è significativo anche l’arrivo di asiatici. La nazionalità maggiormente rappresentata rimane quella ecuadoriana.

    stranieri-emigrazione-genovaVa sottolineato che il fatto che l’analisi copra un arco di tempo lungo nel quale l’assetto dell’Unione Europea è cambiato ne consegue che alcuni dati vadano letti con attenzione. Interessante il dato degli stranieri che lasciano la città, attorno al quale sembra girare l’intera ricerca. Il numero è senza dubbio aumentato durante il ventennio, passando da 5.018 a 11.968. Ma la vera domanda che dobbiamo porre a questi dati è quella che ci suggerisce Andrea Tomaso Torre, del Centro Medì, l’esperto sottolinea subito che i dati di abbandono della città vanno letti in modo non superficiale. «È indubbio che, nell’ultimo quinquennio, vi siano stati dei movimenti di uscita, ma il dato importante in questo caso è che la maggior parte rimane sul territorio italiano (1 571) e molti (1 201) nei comuni limitrofi a Genova, questo può voler dire che la famiglia straniera si è stabilizzata, spostarsi nella provincia può significare aver trovato una situazione abitativa più economica ma continuare a lavorare a Genova ad esempio, questo significherebbe radicamento e non uscita dal territorio».

    In buona sostanza i dati ci dicono che chi lascia Genova non rientra in patria, ma rimane sul territorio italiano. A tutto questo va aggiunto un dato significativo: l’82% dei bimbi stranieri  fra 0 e 5 anni frequenta le scuole materne ed è nato in Italia, che tradotto vuole dire, che le loro famiglie si sono stabilizzate nel comune genovese. Basti pensare che tra il 2008 e il 2012, 3.059 stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana, in primis ecuadoriani seguiti da marocchini e peruviani. Nel 2012 sono stati rilasciati 10.066 permessi di soggiorno.

     Come e dove vivono gli stranieri a Genova?

    stranieri-percentuali-municipi-genova«I dati della Camera di Commercio – aggiunge Torre –  confermano una diminuzione del lavoro dipendente a favore di uno autonomo e soprattutto negli ambiti dell’edilizia e costruzioni e in quello commerciale, questo dato può voler dire per l’edilizia in particolare, che in alcuni casi si tratta di finte partite iva (che in realtà lavorano come dipendenti) e per quanto riguarda le attività commerciali  il dato è più “vero”, l’offerta commerciale si è spostata e non è solo limitata al centro storico, così come la gamma di prodotti proposta, pare risponda a esigenze più ampie di mercato».

    I municipi Centro Ovest, Medio Ponente, Val Polcevera e Centro Est sono quelli con le percentuali più alte, ma la presenza straniera è presente in tutto il territorio metropolitano genovese. Insomma quel “1 su 10” con cui abbiamo aperto l’articolo trova conferma nei dati. Genova è una città nella quale lo straniero tende a stabilizzarsi.

    Concludiamo l’analisi dei dati con una precisazione. È chiaro che fino ad ora abbiamo parlato di dati statistici, è inevitabile che da questo resti fuori tutto ciò che ufficiale non è o non lo è ancora. Rimane insomma fuori un dato di presenza che secondo Torre, del Centro Medì, potrebbe corrispondere ad una percentuale fra il 5 e il 10 di irregolarità. «Bisogna tenere conto dei limiti che questi dati hanno, a volte ci sono stranieri in regola che non risultano residenti perché hanno contratti di seconda casa, ad esempio, oppure i minori sono registrati sul permesso di soggiorno dei genitori, quindi sfuggono al calcolo, bisogna sempre lavorare consapevoli di questo».

    Per chi volesse approfondire qui la ricerca completa.

    Claudia Dani

  • La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    sceneggiaturaUno shop sul web per genitori in cerca di fiabe inedite e speciali da raccontare ai propri figli, La Bottega delle Favole, un progetto “made in Genova” di cui vi avevamo parlato circa un anno fa al momento del lancio. In 12 mesi il progetto è cresciuto e oggi vanta ben 24 fiabe pubblicate, scritte da 14 autori differenti. Inoltre, il progetto si è arricchito all’inizio dell’anno di una trasmissione radiofonica in onda sulla web radio “Fra le Note”, interviste e approfondimenti con scrittori e narratori; i podcast vengono successivamente pubblicati sul nostro sito e possono pertanto essere scaricati in qualunque momento.

    «La Bottega delle Favole non è solo un sito per genitori e bimbi in cerca di fiabe – racconta Anna Morchio ideatrice del progetto – ma è in primo luogo una piattaforma in cui il pubblico di chi racconta ed ascolta si può incontrare. Un piazza virtuale in cui le favole possano essere condivise. Alla base di tutto c’è la passione e il forte desiderio di non lasciare scappare i frutti della fantasia e dell’ingegno».
    Il 27 settembre 2014 a Genova nel quartiere del Carmine avrà luogo il primo festival della Bottega delle Favole, InCantaStorie 2014. Dalle storie cantate a quelle mimate, dalle marionette allo storytelling, dalle illustrazioni al diario di viaggio, dalla musica all’acrobatica.
    «Il festival InCantaStorie nasce dal desiderio di percorre i molti mondi della narrazione, i diversi linguaggi che essa utilizza per dare a ciascuno di questi rilievo specifico. Il Mercato del Carmine con le vie e piazze limitrofe accoglierà per un giorno intero artisti, cantastorie, narratori genovesi e non, con l’intento di trasportare i visitatori in un mondo fuori dal tempo dove i linguaggi si intrecciano e concorrono a creare una nuova realtà».

    image Gli artisti saranno più di 20 (la lista completa si può scorrere sul sito della Bottega delle Favole): «Partiremo la mattina con Aureliana Orlando di “Mamma, papà… giochiamo?” che ci insegnerà a giocare con i più piccoli costruendo insieme libri e storie con materiale riciclato, e finiremo a sera inoltrata con Nicola Camurri e con Marco Rinaldi che ci darà un anteprima del suo nuovo spettacolo Verde Oro. Nel mezzo avremo Elisabetta Orlandi che ci incanterà con le sue fiabe multilingue, Franco Picetti che ci accompagnerà per i vicoli della città al ritmo del rock dei carruggi, poi voleremo con la fantasia sui tessuti aerei del Circo Colibrì e delle sue allieve Lisa Bignone e Chiara Pontiggia, con il magico accompagnamento sonoro di Ciro Parisi.
    Ascolteremo una storia raccontata da Teresa Vatavuk in una lingua inesistente, mentre alcuni artisti dell’Anonima Illustratori ne faranno nascere in estemporanea, i personaggi e le ambientazioni con le loro matite.
    Ripercorreremo il viaggio di Lucio, Anna e Gaia, la famiglia del progetto Unlearning, giocheremo con il Favoliamo di Dadoblù, e tantissimi altri narratori, muovendoci in un ambiente molto speciale, Piazza del Carmine e le piazzette limitrofe, che accoglieranno anche storie di oggetti, grazie alle creazioni di diversi artisti che hanno fatto del riuso creativo la loro arte, tra questi Giulia Cavagnetto, Monica Colombara e l’associazione Sc’art, con i prodotti realizzati per il progetto “Creazioni al Fresco” dalle detenute dalla casa circondariale di Genova Pontedecimo»
    .

    imageMolto interessante l’aspetto legato all’apprendimento delle lingue. La Bottega delle Favole! Infatti, ha pensato per i più piccoli a fiabe multilingua e in dialetto genovese.
    «Per noi scrivono mamme e papà in egual misura, ma anche nonni – prosegue Anna – tra cui Claudio Pittaluga, il nonno che ha inaugurato la nostra sezione multilingue con le fiabe in italiano – genovese; insieme a lui opera Elisabetta Orlandi, che oltre ad essere bravissima nello scrivere favole, ed essere un’ottima narratrice, ha il dono di conoscere diverse lingue.
    A questa sezione teniamo molto, consapevoli dell’importanza dell’apprendimento delle lingue nell’età evolutiva e ritenendo più divertente farlo tramite le favole, canale naturale e preferenziale dei piccoli. In questo ambito siamo all’inizio ma abbiamo grandi progetti, il nostro sogno è di poter aprire le porte della Bottega delle Favole ad altre culture, accogliendo fiabe scritte da ogni ogni parte del mondo».

    L’altro aspetto caratterizzante del progetto, è come detto quello di “costruire fiabe su ordinazione” per eventi speciali. Chiediamo ad Anna come procedono le richieste e come viene organizzato il lavoro.
    «Le fiabe su misura sono un prodotto di altissima qualità che ci è stato richiesto come dono in occasioni speciali come le nascite, ma anche come regalo ad una persona amata. Alcune storie hanno il potere magico di spiegare situazioni complicate e di indirizzare verso il lieto fine anche nella vita reale».
    Così nello scaffale della Bottega troviamo ad esempio una fiaba scritta per raccontare ad una bimba nata prima del tempo la storia dei suoi primi mesi di vita, “Piccolo merlo senza uovo”, oppure una dedicata ad un bimbo adottato ed ai suoi genitori che sono “Saliti fin sulla luna” per poterlo stringere tra le braccia.
    «Insomma, le storie su misura sono storie ricchissime, che hanno tanto da dire, da queste possono nascere eventi a tema, ma anche laboratori creativi destinati alle scuole. Stiamo proponendo le storie su misura anche come forma di “slow marketing” alle aziende che hanno una storia da raccontare. Tutte quante vengono cesellate fino ad essere cucite ad hoc per il destinatario, racchiudendo in sé tutta la magia che una narrazione fatta con amore può contenere, ed a seconda del budget poi possono essere musicate, illustrate e perfino messe in scena in eventi teatrali!»

    Un regalo speciale per i lettori di Era Superba

    «Ci piacerebbe fare a tutti lettori di Era Superba un regalo speciale…». Una favola della Bottega in download gratuito per tutti i lettori di Era: vai sul sito, scegli la fiaba che vuoi scaricare e, una volta alla cassa, inserisci questo codice omaggio ERASUPERBA04147F5C. Sulla tua email riceverai il link per scaricare la fiaba, ascoltarla, stamparla e magari rilegarla in modo del tutto personale (è presente anche un tutorial con le istruzioni).

    Per maggiori informazioni e per dare il proprio contributo, per quanto riguarda la scrittura delle favole ma anche per sostenere il progetto attraverso la campagna crowdfunding, visitate il sito www.labottegadellefavole.it

  • Genova a luci rosse. Quando il sesso è divertimento, fra locali e scambi di coppie

    Genova a luci rosse. Quando il sesso è divertimento, fra locali e scambi di coppie

    luci-rosse-3Che come città sia un mortorio, chi scrive su Genova se lo sente ripetere talmente tante volte che inevitabilmente alla fine questo concetto diventa la base di partenza per ogni ulteriore valutazione. In effetti non si può certo parlare della Superba (ma a dire la verità neanche del resto della Liguria) come di un crocevia del divertimento, tantomeno come luogo di tendenza delle notti estive.

    Anche i turisti che arrivano a Genova e scelgono di fare una vacanza in una città d’arte, ospitati da una regione dalle bellezze naturali ben conosciute, forse apprezzano che non sia abitudine tirar mattina in branchi festanti e rumorosi, poiché la principale attrattiva resta il mare con i paesini arroccati sulle scogliere e le cittadine punteggiate da piccole spiagge.

    D’altra parte, Genova è famosa per essere bella ma austera, dedita al risparmio per quanto oggi si possa fare e con abitanti  poco inclini allo sperpero a qualsiasi età. Nei negozi non si vedono particolari eccessi di fantasia, oggetti e vestiti devono rispettare più i canoni della praticità e del facile abbinamento che seguire l’estro di stilisti perdigiorno e tiratardi (questo nell’immaginario del ligure doc).

    Una città seria, insomma, talmente seria che se dici “luci rosse” pensi al serbatoio di voti del Pci. Eppure in questa stessa città negli anni ’60 De André cantò la storia di Bocca di Rosa (che pare fosse di Milano e si facesse chiamare Marilyn,  mentre il trans Morena, morto ormai da più di dieci anni, era la “Graziosa” di Via Del Campo). E chissà se il giovane Fabrizio cercava emozioni forti o era solo curioso di un mondo che a lui, ragazzo dell’alta borghesia genovese, doveva sembrare lontano anni luce: e così  sembra  lontano anche a noi, che abbiamo percorso avanti e indietro vicoli e delegazioni, sulle tracce di una Genova a luci rosse che, come d’abitudine per ogni faccenda ligure, non si espone ed anzi, riserva solo agli iniziati la possibilità di uno sguardo a 360 gradi.

    Alla scoperta della Genova a luci rosse

    luci-rosse-2Punto di partenza obbligato, da 5 anni a questa parte, il negozio Melanie Brun Design for Sex: nato nel 2009 e dedicato a donne che vogliono oggetti, giocattoli  e capi sexy senza doversi nascondere nell’anonimato dell’on line, è diventato ormai un vero punto di riferimento per tutto quello che ruota intorno al sesso e all’amore. Conferenze, presentazioni di libri, corsi di seduzione e quant’altro: da qui sono passate autrici di teatro, scrittrici, psicologhe. Sonia, la titolare, illustra  la merce con allegra nonchalance quando vede i clienti perplessi sul reale utilizzo dei vari articoli, facendo apparire assolutamente normale che paperelle e rossetti abbiano un inatteso uso alternativo.

    Come mai la scelta di questo tipo di negozio a Genova? «Ero stanca di lavorare a Milano, volevo tornare a casa – racconta Sonia –e quando il mio fidanzato mi parlò di questo negozio che aveva visto a Barcellona, un sexy shop di classe  per signore, decisi di buttarmi nell’avventura. Sarà perchè siamo gli unici, sarà perché organizzo parecchie iniziative, ma gli affari vanno abbastanza bene: ovvi, la crisi si sente ovunque, ma un mercato così di nicchia è chiaramente meno sensibile di altri alle variazioni di spesa dettate dal potere di acquisto».

    Inevitabile chiederle anche chi sono le insospettabili genovesi che vengono ad acquistare corsetti, vibratori da passeggio e palline sexy: «In realtà lavoro molto sul passaparola, sulle mail che invio a chi è passato per qualche conferenza o presentazione e poi viene a comprare il completino per un’occasione speciale, oppure un oggetto per sé o per le amichePoi ci sono gli addii al nubilato, a volte la futura sposa viene accompagnata, inconsapevole, nel negozio dove si svolge un corso di camminata sui tacchi, oppure di fellatio, seguito da aperitivo e inevitabile fornitura di gadget “indispensabili” per ravvivare la vita matrimoniale. Riescono sempre delle feste molto divertenti, e quasi sempre grazie a Penelope, che durante l’anno tiene i corsi di seduzione qui nel negozio, corso base e avanzato, con grande successo di pubblico».

    Ascoltiamo allora anche Penelope Please, drag queen (miss Drag Queen Liguria 2011, ndr), cantante, dj nei locali ed insegnante di seduzione nei corsi di Melanie Brun: magari ci aiuta a seguire il filo dell’erotismo a Genova… «Sesso e divertimento sono pianeti che si incontrano raramente,  purtroppo per tutta la Liguria c’è pochissimo da dire ed ancor meno da fare, specialmente in alcuni periodi dell’anno». Ma è davvero così rigida  la vita dei genovesi, qualche guizzo fra i venti e i trent’anni, e poi brividi riservati agli incontri di calcetto e poco altro? «Beh non esageriamo! Qualcosa si muove nel sottobosco… i corsi al Melanie Brun ad esempio sono comunque sempre affollati e dobbiamo fare due serate a settimana; tra l’altro arrivano spesso mamme con figlia o zie con la nipote: a tutte le età si vuole e si può sedurre. Ma per il divertimento serale, i locali che ci sono in Toscana, e soprattutto in Emilia, dove al sabato sera la famiglia entra sapendo di trovare la serata divertente per i figli e piccante per i genitori, ecco quelli per noi sono un sogno…»

    Proviamo a verificare di persona, ci addentriamo nei locali “equivoci” come si diceva un tempo, partendo dalla Red Town (Sampierdarena!) e vediamo cosa ci aspetta. Per il divertimento gay friendly, il punto di riferimento è il Virgo Disco Club, frequentato anche dalle ragazze, mentre in estate il Banano Tsunami al Porto Antico organizza al sabato aperitivi LGBT (lesbian,gay,bisexual and transgender) in realtà divertenti per tutti.

    Per chi ama piaceri più forti c’è il Lussurian Genoa Cruising bar, dove si rimane vestiti solo per il tragitto verso gli armadietti in cui si depositano gli abiti. I locali di questo tipo vengono detti “cruising” perché le navi da crociera entrano in tanti porti senza mai sostare a lungo: la similitudine non è poi così oscura, e le serate proposte sono molte, dalla serata LMDV (la monta delle vacche, è un gioco di ruolo in cui semplicemente si sceglie se essere tori o vacche: e i ruoli NON sono intercambiabili) alla serata “Naked” sino a quella per single, ed il locale offre tutto quanto ci si può aspettare, dalla Dark room al Glory hole, in ambiente che dichiarano pulito e protetto. Ingresso riservato esclusivamente agli uomini, le donne solo in particolari serate lesbo dedicate, ed ovviamente occorre essere tesserati, come per tutti i locali di questo tipo, gay od etero: in tal modo si rafforza il concetto di “circolo” per i soli frequentatori, scoraggiando così la presenza di ospiti dediti in realtà più alla prostituzione che al divertimento. Il “cruising” o “battuage” (no, non è francese)  viene svolto anche all’aria aperta nella zona di Punta Vagno e sopra i giardini Coco, a pochi passi dalle Mura delle Cappuccine: ma questa è davvero un’altra storia.

    luci-rosse-4

    Anche  gli etero genovesi  però amano divertirsi, forse in maniera più riservata. Le proposte sembrano esserci e, sempre nella già citata Red Town, troviamo piccoli locali, spesso non proprio tranquilli, che offrono lap dance, privé non troppo costosi e poco altro. Talvolta, invece, solo macchinette e ragazze che si aggirano fra i tavoli, palesemente in cerca di clienti. Tuttavia sono locali che attirano più che altro gli habitueé e vengono spesso chiusi dalle Autorità per vicende di prostituzione al loro interno o per irregolarità varie ed eventuali:  in buona sostanza è difficile annoverarli nella mappa del divertimento trasgressivo. Si tratta di  locali non molto diversi da un night club, dove un single può bere, spesso neanche benissimo, può far due chiacchiere con una ragazza pagando 30 euro una bevuta di 20 minuti, ed in alcuni casi può appartarsi in un privé sempre con la stessa ragazza (pagando ulteriormente). Ne esistono un po’ in tutta la città, ma raramente attirano coppie: vi si incontrano allegri e rumorosi gruppi di ragazzi che festeggiano l’addio al celibato, qualche compleanno trasgressivo di quaranta/cinquantenni e poi uomini soli spesso in trasferta, desiderosi di far due chiacchiere con il miraggio di un incontro all’uscita.

    Per le coppie, se hanno voglia di qualche trasgressione e ritengono di non voler andare fuori città, che è in realtà il comportamento abituale dei liguri, qualcosa si può trovare. Noi abbiamo scovato solo due locali “ufficiali”, entrambi in Val Bisagno, dove le coppie “giocano” nel privé mentre nella zona discoteca l’ambiente illuminato suggerisce passatempi meno audaci.

    Gli ospiti possono usufruire dei vari salottini, della sala cinema, della dark room (dove si fa sesso senza vedere con chi, e “vale tutto”…) oppure della stanza sadomaso, con tutta l’oggettistica del caso e gli immancabili attrezzi a muro dove fissare le manette, far penzolare il partner legato, e quant’altro suggerisca la fantasia. Vengono proposte anche serate a tema, feste brasiliane, aperitivi trasgressivi e “gang bang” (una sola donna con un certo numero di uomini, dai cinque in su, diciamo…) ma in questi casi la presenza di professionisti del settore è frequente e quasi inevitabile.

    In questi locali il dress code è molto chiaro, veli, spacchi e brillantini sparsi ovunque per lei, camicia sudata e appiccicata (finché c’è) per lui. Età media parecchio alta, possibilità di mascherina per non farsi riconoscere dal commercialista o dall’ex compagno di scuola.

    Per meglio capire chi ama questo tipo di serate, abbiamo cercato qualcuno disposto a raccontare senza troppe remore come e perché si sceglie di passare una serata decisamente sopra le righe. Matteo, (nome di fantasia)  ha circa 40 anni, è dirigente, celibe. Ci parla della frequentazione di locali decisamente inconsueti con assoluta tranquillità ed appena un velo di malinconia negli occhi.

    Ti faccio una domanda che è d’obbligo, secondo me: tu  svolgi un incarico dirigenziale, non hai paura di esporti troppo frequentando questo tipo di locali? Voglio dire, se incontrassi qualcuno che conosci…

    «Premetto che ultimamente, essendo tornato single, non ho più avuto occasione di andare in questi club, che sono essenzialmente luoghi dove si fa scambio di coppie ma non solo: talvolta c’è la piscina e la musica da discoteca non manca mai, si può ballare e guardare gli altri come in qualsiasi locale. La differenza è che sai che, da qualche parte, ci sono delle stanze dove puoi appartarti con la tua compagna, da soli o con un’altra coppia o, al limite, con qualche “curioso” che guarda senza partecipare. Con la mia ex compagna spesso siamo andati fuori Genova perché i locali sono veramente più grandi e più belli, però…»

    … Però?

    «Però mi è capitato di andare con un’amica, ci siamo spacciati per coppia perché i single sono troppo penalizzati, il biglietto d’ingresso costa il triplo perché in realtà vogliono incoraggiare le coppie, noi single siamo tollerati e basta».

    Ma a Genova simili locali hanno successo? E chi li frequenta, almeno secondo la tua esperienza?

    «Spesso devo dire che ho trovato persone in città solo di passaggio. Poi ci sono gli habitué, non molti, che vengono spesso e volentieri e non sperimentano niente di nuovo, si appartano sempre con le stesse coppie. Infine ci sono i genovesi che capitano per qualche motivo, anche solo per curiosare, ma se si trovano bene e si divertono poi vanno fuori città perché  sono terrorizzati all’idea di incontrare qualcuno di conosciuto».

    Beh, imbarazzante potrebbe esserlo… 

    «E perché? Non vedo motivo di imbarazzo nell’avere un rapporto così bello e complice con la propria compagna o compagno, tanto meno nel “tradimento” reciproco e contemporaneo. Dovremmo imbarazzarci perché una sera si ha voglia di qualcosa di più divertente della solita discoteca in spiaggia?! Siamo seri, se uno ti vede nel club vuol dire che c’è anche lui, e per fare la stessa cosa; comunque, credetemi… tutti fanno lo stesso ragionamento e lasciano la città, così alla fine si rischia di incontrare a Milano o Torino chi si voleva evitare a Genova!»

    Quindi una coppia che decide di provare questo tipo di piacere, cioè fare sesso facendosi guardare o scambiando il partner con un’altra coppia lo fa perché è affiatata? Non è piuttosto un modo di tradirsi “controllato”?

    «Guarda, per mia esperienza, chi crede di salvare un rapporto in difficoltà facendo questo tipo di esperienza certamente avrà grosse delusioni. Non è raro veder scoppiare liti furibonde perché in realtà uno dei due non è convinto, o si ingelosisce se l’altro mette troppa passione nella cosa».

    Torniamo alle possibilità di successo di questi locali

    «Non è facile, ripeto, un po’ perché a Genova siamo rigidi e non ci sappiamo divertire, un po’ perché mancano fisicamente gli spazi per creare strutture belle ed ampie: sia i privé che i locali di lap dance sono piccoli, a parte che a me i lap dance non interessano…»

    luci-rosseMa che differenze ci sono tra locali lap dance e locali per scambisti? Voglio dire, non funziona che gli uni sono per la coppia e gli altri per il singolo?

    «Se si cerca di fare due chiacchiere, e basta, si va nel night o nel locale con lap dance: ma se vuoi veramente fare sesso o comunque quello sarebbe lo scopo, il privé è l’unica scelta possibile. Però, come ho già detto, costa tantissimo; se una coppia paga 50 euro in due d’ingresso, un singolo magari ne deve pagare 180 da solo, e non è detto che le coppie che sono all’interno vogliano giocare in tre, quasi sempre cercano un’altra coppia.
    Ma se sborsi tutti quei soldi poi vorresti la garanzia di far sesso, invece non sempre trovi qualcuno nella dark room o comunque disponibile. Nei privé, il codice da rispettare è questo: una coppia può andare ovunque a fare sesso, in due in quattro o in sei; un singolo può andare solo in particolari salottini detti “trio”, dove le coppie che si appartano sanno di essere guardate da uno o più singoli che raramente saranno accettati nel “gioco” in quanto lo scopo sarebbe un partner nuovo a testa. In ogni caso l’ultima parola spetta sempre alla donna, che con un semplice gesto può fermare il nuovo arrivato, o anche la nuova coppia: ed occorre rispettarne la volontà senza far storie, pena l’allontanamento dal locale».

    Ma a Genova esiste anche altro per divertirsi “sopra le righe”…

    «Certamente! Però sono tutte feste private, ci si deve conoscere bene, aver già avuto esperienze di scambio o comunque essere certi dell’assoluto silenzio sull’argomento, ospiti e invitati compresi. Questa non è una regola genovese, in tutto il mondo le feste trasgressive devono essere estremamente riservate; io ho partecipato ad alcune con persone veramente in vista, con ruoli di primo piano, in case molto lussuose. Ma all’esterno non deve trapelare nulla, questa è una delle poche regole imposte, ed è una delle più importanti».

    È per questo secondo te che in città non si parla mai di divertimento a luci rosse?

    «Gente che ha voglia di divertirsi ce n’è a Genova come altrove, siamo perbenisti, è vero, ma come tutti gli italiani; solo che noi in più pensiamo che buttare soldi per giocare con il sesso sia da matti, questo è il vero motivo per cui non abbiamo voglia di parlarne! Certo che a queste serate, sia private che nei locali, ho sempre visto gente di buona cultura e buon reddito, diciamo che non è un passatempo per chi tira a stento fine mese. Ma, sempre secondo me, sono soldi spesi bene perché si possono mollare i freni inibitori, ed è una cosa estremamente piacevole, anche utile per ricaricarsi».

    Insomma, detto alla genovese, mica si buttano le palanche in belinate. Quantomeno, non fino a quando non si potranno detrarre dalle tasse.

     

    Bruna Taravello